Alcune “leggi economiche universali” di Karl Marx.

di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio

 

Caro Moro [pseudonimo di famiglia di Marx a cagione dei suoi tratti somatici],

esiste una sorta di “giallo” teorico nel marxismo che avrebbe potuto attirare l’attenzione anche di Edgar Allan Poe: il mistero delle cosiddette leggi economiche universali (d’ora in poi LEU) scomparse o smarrite. Nell’AntiDühring, proprio all’inizio della sezione dedicata all’economia politica, il tuo grande amico Engels ha scritto che se questa scienza, di natura prettamente storica, deve necessariamente partire dall’analisi delle «leggi particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio», avrebbe però anche potuto «stabilire le poche leggi assolutamente generali valide per la produzione e lo scambio in genere». Quindi per Engels c’erano pure “leggi economiche universali”, sebbene egli non abbia quasi più fatto cenno a quali fossero. Ma scherzava e ci voleva prendere in giro? Niente affatto perché, sempre nell’AntiDühring e proprio poche righe prima, egli ne aveva indicata almeno una quando ha sottolineato che, sebbene produzione e scambio siano due funzioni diverse, non sono però equivalenti dato che si può dare «la produzione senza lo scambio, non invece lo scambio – che proprio per sua essenza è scambio di prodotti – senza la produzione». Insomma, la produzione sarebbe pratica economica universale, mentre lo scambio, storicamente determinato, non lo è!

Il “mistero”, caro Moro, sta nel fatto che, anche se il processo di analisi teorica sull’economia vanta ormai circa ventiquattro secoli di storia (se partiamo da Aristotele con la sua distinzione tra valore d’uso e valore di scambio e tra produzione per l’uso e produzione per il guadagno), la messe di risultati finora conseguita è assai ridotta rispetto alla individuazione di queste leggi economiche che sarebbero valide in tutte le epoche storiche – e ciò nonostante che tu nel Capitale le abbia espresse in gran parte e a volte in forma assai chiara. Però i tuoi seguaci, più o meno degni, di regola si sono dimenticati di estrapolarle, smarrendole e facendo pertanto svanire un “continente” di ricerca teorico dotato di grande rilevanza anche pratica. Qui di seguito ci proveremo a colmare tale madornale lacuna.

 

  1. Per leggi economiche universali intendiamo quei nessi regolari e ripetuti di dipendenza tra fenomeni produttivi diversi, posti in un rapporto di causa ed effetto tra una forza motrice e le sue conseguenze generali e uniformi che si manifestano (sia pure assumendo via via forme diverse) in tutte le formazioni economiche-sociali del passato, del presente e, perchè no?, anche del futuro. Partendo dal comunismo primitivo delle società paleolitiche, dall’Homo habilis di circa 2.300.000 anni fa con la sua creazione dei primi utensili quale espressione della tecnologia umana, per poi seguitare col modo di produzione asiatico, coi rapporti sociali di produzione schiavistici, con la formazione economico feudale, col sistema di produzione capitalistico nelle sue diverse fasi di sviluppo (manifatturiero, industriale e imperialistico-finanziario) fino al socialismo quale prima (ed immatura) “anticamera” del successivo addavenì del comunismo contrassegnato dalla regola gioiosa dell’“a ciascuno secondo i suoi bisogni”, come hai illustrato nella Critica al programma del partito operaio tedesco (o “Programma di Gotha”).

Più in specifico, caro Moro, se l’economia è la pratica sociale umana che ha per oggetto i multiformi rapporti tra gli uomini di produzione, scambio, distribuzione e consumo mediati da beni e servizi indispensabili per la loro riproduzione, allora per legge economica universale va inteso il nesso costante di omogeneità e regolarità tra due fenomeni/processi diversi, all’interno del campo produttivo umano, che s’impongono come costantemente presenti. Va però subito aggiunto, onde evitare inutili fraintendimenti, che queste LEU valgono solo e finché ci sarà un processo di riproduzione umano perché, a differenza delle leggi della natura, esse si presentano concretamente attraverso l’attività sociale dell’uomo che, se non può annullarle, può però conoscerle per utilizzarle al meglio della soddisfazione dei propri bisogni sia individuali che collettivi e sia materiali che culturali.

Va inoltre aggiunto che, siccome le LEU si manifestano diversamente nelle formazioni economico-sociali che si sono succedute nel tempo, esse possono incontrare controtendenze particolari, come la LEU (che poi discuteremo) della indispensabilità del lavoro umano per il processo di riproduzione sociale che non si applica ovviamente, all’interno delle società di classe, alle minoranze privilegiate di persone che si sono impadronite delle condizioni della produzione e si appropriano di beni di consumo, così da poter vivere senza partecipare in alcun modo, nemmeno indiretto, al processo di produzione. Il marxismo ha di regola confuso le manifestazioni concrete assunte di volta in volta da ciascuna LEU all’interno delle diverse formazioni economico-sociali con l’inesistenza (presunta) di nessi costanti ed universali tra fenomeni economici diversi. Ma è un abbaglio comunque rimediabile, caro Moro, se il marxismo, nonostante tutto quello che si dice, è ancora (come ha notato una volta Jean-Paul Sartre) nella sua fase di giovinezza teorica.

Ora le “leggi economiche universali” che intendiamo discutere sono quattro, e cioè:

– la legge della erogazione (gratuita e costante) di valori d’uso da parte della natura, il che consente agli esseri umani di disporre delle condizioni materiali necessarie per riprodursi sul piano sociobiologico grazie anche a valori d’uso «non ottenuti mediante il lavoro: aria, terreno vergine, praterie naturali, legna di boschi incolti, ecc.», come hai scritto nel primo paragrafo del primo capitolo del primo libro del Capitale;

– la legge della indispensabilità del lavoro umano, concausa e fattore determinante per il processo di riproduzione materiale dei beni di consumo e dei mezzi di produzione che risulta necessario in tutte le formazioni economico-sociali della storia passata e presente (e anche futura?) della nostra specie, con la relativa «distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite» (come hai spiegato nella celebre lettera a Kugelmann del 1868) a seconda che si producano mezzi di produzione oppure beni di consumo;

– la legge della trasformazione (necessaria e costante) di una parte del lavoro vivo in mezzi di produzione, con la conseguente suddivisione del prodotto sociale complessivo in beni di consumo e strumenti produttivi sempre più complessi che sono presenti fin dalla più remota età del genere umano;

– la legge della supremazia (costante e necessaria) della produzione sul consumo non potendosi dare consumo senza la preventiva produzione di ben sia di consumo che di produzione. Naturalmente ci sarà un effetto di retroazione del consumo sulla produzione ed è per questo che la successione produzione-consumo si presenta come un processo circolare dove però la produzione resta il prius, con il relativo corollario dell’aumento della soddisfazione dei bisogni materiali e culturali umani in conseguenza dell’incremento del livello qualitativo del produrre e delle conoscenze tecnico-scientifiche che vi vengono applicate.

Ma ora consideriamole partitamente.

 

  1. La prima LEU riguarda il rapporto dialettico, allo stesso tempo costante e necessario, che si riproduce tra la specie umana, fin dai suoi albori, e la Natura la quale eroga continuamente, anche se in modo inconsapevole, quantità gigantesche di valori d’uso, di ricchezze materiali che gli esseri umani possono utilizzare in forme assai variabili tramite il proprio lavoro sociale, ma pure consumare direttamente, come nel caso dell’aria che respiriamo. E tu, caro Moro, hai avuto perfettamente ragione di precisare nella Critica del Programma di Gotha che

 

il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questo consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che a sua volta è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana… Il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezza, in quanto l’uomo è fin dal principio in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa che gli appartiene.

 

La natura risulta pertanto la “madre” della ricchezza, così come il lavoro (che è del resto a sua volta espressione di una forza naturale) ne rappresenta il “padre”, ma la naturaè la “matrice” da cui fuoriescono i valori d’uso, i quali però assumono rilevanza economica soltanto in quanto si collegano dialetticamente alla prassi lavorativa umana. Se la nostra specie, per un malaugurato accidente, sparisse interamente dalla faccia della terra, la natura continuerebbe certamente a riprodursi, ma senza più produrre dei valori d’uso per quel “caro estinto” che saremmo diventati noi. D’altro canto, fin dai Manoscritti economici-filosofici del 1844, caro Moro, non hai scritto che «l’operaio non può produrre nulla senza la natura, senza il mondo esterno sensibile»?

Non a caso la terra e l’acqua sono state correttamente considerate, nel quinto capitolo del primo libro del Capitale, quali «oggetti generali del lavoro umano», come il «pesce, che viene preso e separato dal suo elemento vitale, l’acqua, il legname che viene abbattuto nella foresta vergine, il minerale strappato dalla sua vena», che forniscono un valore d’uso enorme e gratuito a disposizione della (sempre onerosa e costosa) prassi produttiva. Ma i più infaticabili “produttori diretti” del mondo esterno sono le innumerevoli piante verdi che compiono il processo di trasformazione biologica dell’energia sulla superficie terrestre, da un lato assorbendo la luce (proveniente quasi sempre dal sole) e convertendola in energia chimica potenziale, dall’altro traendo da composti inorganici e semplici (come l’anidride carbonica e l’acqua) le sostanze organiche essenziali, a partire dai glucidi, per i “mattoni” e i composti basilari della materia vivente, sia vegetale che animale. E’ la fotosintesi clorofilliana attraverso la quale le piante garantiscono l’autoriproduzione continua del primo livello essenziale per la vita nel nostro pianeta compiendo un “lavoro” immane, costante e decisivo. E che dire dei combustibili fossili derivati dalla trasformazione della sostanza organica spinta sotto terra nel corso di lontane ere geologiche (a sua volta accumulo di energia solare da parte delle piante attraverso il sopracitato processo di fotosintesi clorofilliana), come il carbone, il gas naturale e il petrolio? E la selce e le pietre utilizzate fin da 2.300.000 anni fa dall’Homo habilis, oppure l’uranio e le preziose “terre rare” (gallio, coltan, ecc.) che permettono di costruire i cellulari e i sistemi satellitari dell’età contemporanea?

Insomma, anche nella futura società comunista, caratterizzata dalla regola distributiva dell’“a ciascuno secondo i suoi bisogni”, si continuerà ad utilizzare la condizione-base della catena alimentare fornita dalla fotosintesi clorofilliana, e cioè la germogliazione spontanea dei cereali e dei prodotti alimentari, la produzione di latte e uova da parte degli animali domesticati (salvo in caso di vittoria futura delle tesi vegane!) e tutti gli altri doni gratuitamente forniti per il diretto consumo fisiologico umano, come l’aria o il vento. Ed anche se in un futuro estremamente remoto tutta la nostra specie dovesse trasferirsi integralmente su di un altro pianeta, nella nuova “casa stellare” non opererebbe a nostro favore il processo di erogazione costante e gratuito di valori d’uso da parte della nuova stella di riferimento (sia luce che energia) e del nuovo pianeta occupato (terra, acqua, materia prime, e quant’altro), consentendoci una nuova possibilità di loro utilizzo produttivo?

 

  1. La seconda LEU riguarda invece il carattere indispensabile (costantemente e necessariamente indispensabile) del lavoro umano sia per il processo di riproduzione sociobiologica (beni di consumo) che per la creazione/conservazione dei mezzi di produzione che si consumano integralmente o soltanto si logorano nel loro utilizzo. Questo aspetto, caro Moro, l’hai esplicitato fin dall’inizio del Capitale segnalando che

 

il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.

 

E a proposito del “ricambio organico” hai precisato nel capitolo quinto che

 

il lavoro è un processo che si svolge tra l’uomo e la natura nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere.

 

Poco più avanti hai aggiunto che

 

il processo lavorativo, come l’abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso, appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura, condizione naturale eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana.

 

Per ultimo valga la notissima lettera che hai scritto a L. Kugelmann l’11 luglio 1868:

 

che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident… Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro.

 

Come provare meglio il carattere di LEU della indispensabilità del lavoro umano ai fini della riproduzione socio-biologica della nostra specie? Che, senza il processo lavorativo il genere umano semplicemente si estinguerebbe? Ma s’immagini, restando solo sul fronte dei beni di consumo, un mondo abitato da una collettività che decidesse concordemente di non lavorare più, in una sorta di sciopero generale planetario senza eccezioni né crumiraggio, per un periodo di almeno due anni. Questa collettività riuscirebbe a nutrirsi dopo un anno, tredici mesi, ecc.? E’ sufficiente notare che le scorte alimentari del globo nel 2011 risultavano pari a circa 430 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno globale annuo di circa 2 miliardi di tonnellate, e quindi basterebbero solo per tre/quattro mesi di sussistenza se non ci intervenisse nel frattempo una nuova produzione.

Per i mezzi di produzione è poi ancora più facile prevederne le conseguenze, Come hai descritto, caro Moro, nel solito capitolo quinto:

 

una macchina che non serve nel processo lavorativo è inutile e, inoltre, cade in preda alla forza distruttiva del ricambio organico naturale. Il ferro arrugginisce, il legno marcisce. Refe non tessuto o non usato in lavori a maglia, è cotone sciupato. Queste cose debbono essere afferrate dal lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi, da valori d’uso possibili soltanto, in valori d’uso reali e operanti.

 

E’ questo, come dici, l’effetto della cieca ma formidabile forza distruttiva del ricambio organico che continuamente logora sia i prodotti del lavoro umano che la nostra stessa specie, imponendo al processo lavorativo, sia economico che sessuale, di opporsi a tale azione ininterrotta di logoramento e distruzione di uomini e cose, pena l’autodistruzione del genere umano e delle sue opere multiformi di durata transitoria. Infatti la Natura non ha soltanto il volto benevolo della dispensatrice, costante e disinteressata, di valori d’uso, ma pure quello ciecamente crudele di una potenza cosmica costantemente tesa, in modo inconsapevole, ad usurare e devastare la nostra sopravvivenza biologica e materiale con crisi climatiche e devastazioni naturali (terremoti, inondazioni, eruzioni vulcaniche) oppure con le epidemie del passato, ma pure del presente se non governate prontamente. E anche se i gruppi dell’ecologismo radicale guardano con simpatia qualunque manifestazione della Natura, l’entusiasmo non è affatto ricambiato: parassiti, virus mortali, predatori, catastrofi e (soprattutto) il logoramento costante della vita umana fanno parte del lato distruttivo della Natura-Matrigna, un lato peraltro ben conosciuto da Lucrezio o da Leopardi.

Ma sulla legge della necessità del lavoro umano bisogna affrontare, a proposito della futura società comunista nella sua più alta fase evolutiva, l’obiezione dei superandroidi. Si potrebbe infatti immaginare il sopravvenire di una organizzazione economica nella quale il lavoro umano venga completamente sostituito da milioni di sofisticati robot all’interno del processo di produzione dei valori d’uso, sia beni che servizi. Ora in questo scenario futuribile la seconda LEU non perderebbe totalmente rilevanza e peso storico? La più facile risposta è quella che, almeno per il momento, le macchine, anche le più sofisticate e “intelligenti”, collaborano comunque con l’uomo nel processo produttivo, a cui però si potrebbe ribattere che si tratta di una condizione momentanea, la tendenza ultima potendo essere la sostituzione integrale del lavoro umano ad opera delle macchine. “Ma pure in questo caso il lavoro umano non servirebbe a riparare gli androidi via via logorati dall’uso produttivo?”. “Ma se gli androidi fossero capaci di autoripararsi, oltre che di autoriprodursi?”. “Anche in questo improbabile scenario, per costruire nuovi modelli di androidi più sofisticati ed avanzati di quelli precedenti non servirebbe la creatività umana, il suo apporto di genialità ed inventiva al processo scientifico-tecnologico?”. “Ma se i superandroidi sapessero esprimere anche fantasia e creatività nell’innalzamento del livello qualitativo del processo produttivo a partire dal loro stesso processo di automiglioramento?”. “Resterebbero pur sempre macchine (sia pure “supermacchine”) in un lontano passato create dal lavoro collettivo umano, che in ultima istanza rimarrebbe la loro prima forza motrice, il loro ideatore e controllore”. “Ma se si ribellassero al loro creatore?”. “Le tre leggi della robotica di Asimov non sono state inserite nel loro software?”.

 

  1. La terza LEU ha per oggetto il processo, costante e necessario, di trasformazione di una sezione variabile del lavoro vivo umano (causa) in mezzi materiali di produzione (effetto), e cioè il processo di trasformazione di una parte del lavoro vivo in strumenti produttivi e materie prime lavorate quale risultato del “lavoro di ieri”, con una ricaduta sullo stesso processo d’impiego del lavoro “di oggi”. E’ questa una legge economica il cui sottoprodotto principale consiste nella divisione (costante e necessaria) del prodotto sociale complessivo in un “fondo sociale di beni di consumo” e in un “fondo sociale di mezzi di produzione”, quest’ultimo da destinare (ma non necessariamente) alla accumulazione successiva ovvero, per dirla alla Marx, alla “riproduzione allargata”.

Ma se una parte del lavoro vivo, quale erogazione di energia psicofisica da parte dei produttori, si trasforma da sempre in mezzi sociali di produzione, proprio la presenza di questa rete di strumenti materiali (a partire dalla mano umana con le sue capacità straordinarie di manipolare ed il suo efficacissimo pollice opponibile) diventi dialetticamente la condizione preliminare per un più riuscito (e specificamente umano) utilizzo del lavoro vivo. All’inizio dei Grundrisse, caro Moro, hai scritto che

 

nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, anche se tale strumento fosse soltanto la mano. Nessuna è possibile senza lavoro passato, accumulato, anche se tale lavoro fosse soltanto la destrezza che attraverso l’esercizio ripetuto si è accumulata e concentrata nella mano del selvaggio.

 

D’altra parte la trasformazione del lavoro vivo in “lavoro accumulato”, condensato e cristallizzato, ha rappresenta l’atto stesso della genesi del genere umano, rimanendo una presenza costante e necessaria nella sua dinamica di sviluppo a partire dalla prima fase di esistenza dell’Homo habilis quando 2.300.000 anni orsono la nostra specie si è differenziata in modo decisivo dai protominidi (per pollice opponibile e statura eretta) progettando e costruendo rudimentali strumenti in pietra attraverso l’uso di un altro strumento: i primitivi chopper, ciottoli in pietra scheggiati e lavorati su una sola faccia mediante un altro ciottolo che fungeva da percussore producendo un colpo perpendicolare alla superficie, che sono stati il primo (embrionale, ma decisivo) prodotto della nascente tecnologia umana.

Si tratta dell’aspetto che hai voluto riprendere, nel capitolo quinto del primo libro del Capitale, da Benjamin Franklin che ha definito l’uomo «a toolmaking animal, un animale che fabbrica strumenti». E non c’è dubbio che questa LEU ha bene operato dal neolitico in poi, sebbene a volte con regressi, come durante i “secoli bui” del primo Medioevo. Per quanto poi riguarda il futuro comunismo-sviluppato, caro Moro, proprio tu hai sottolineato che solo al suo interno le “forze produttive” si sarebbero potute manifestare «in tutta la loro ampiezza», ed anche in un’ipotetica futura società anarco-primitivista alla John Zerzan (che ha propugnato il ritorno del genere umano al modo di produzione paleolitico basato sulla coppia raccolta di cibo/caccia) non si eliminerebbe comunque la presenza di un fondo di “lavoro accumulato”, come chopper, asce, pietre focaie e cesti, che sono stati tipici di quella prima fase di sviluppo dell’umanità.

 

  1. La quarta LEU considera la necessaria dipendenza del consumo umano, inteso nel senso più ampio sia sociale che individuale, sia di beni di consumo che di mezzi di produzione, da un preventivo processo di produzione, a meno dei valori d’uso erogati gratuitamente dalla Natura e consumati senza alcun intervento lavorativo. Detto altrimenti, il processo di produzione costituisce la precondizione indispensabile per il processo di consumo, che tuttavia a sua volta retroagisce sul primo modificandone le forme produttive con la trasformazione dei bisogni umani e consentendo la riproduzione allargata sia della specie che dei mezzi di produzione consumati.

Siamo quindi in presenza di un primato della produzione sul consumo (ma non di tipo temporale per l’interconnessione tra i due elementi costitutivi della polarità dialettica in via d’esame), come hai detto nella Introduzione degli appunti preparatori del 1857-58 che sono stati chiamati Grundrisse:

 

la produzione produce gli oggetti corrispondenti ai bisogni; la distribuzione li ripartisce secondo leggi sociali, lo scambio ridistribuisce il già distribuito secondo il bisogno individuale; nel consumo, infine, il prodotto esce fuori da questo movimento sociale, diviene direttamente oggetto e servitore del bisogno individuale e lo soddisfa nel godimento. In tal modo la produzione si presenta come punto di partenza, il consumo come punto finale, la distribuzione e lo scambio come il punto intermedio… La produzione è determinata da leggi di natura universali; la distribuzione dalla contingenza sociale, ed essa può pertanto agire in senso più o meno favorevole alla produzione; lo scambio si situa tra entrambe come movimento sociale formale; e l’atto finale del consumo. che è inteso non solo come termine finale ma anche come scopo finale, sta propriamente al di fuori dell’economia, tranne  nella misura in cui esso reagisce a sua volta sul punto di partenza e avvia di nuovo l’intero processo.

 

Le conseguenze di questa LEU sono facili da comprendere: siccome senza la produzione di valori d’uso creati/coprodotti dall’uomo nessun consumo è possibile, qualora il consumo superi la produzione, esso potrà riprodursi nel tempo solo utilizzando le risorse economiche eventualmente accumulate in precedenza oppure erogate da terzi produttori. Così la produzione globale costituisce il “tetto” massimo del consumo talché, diminuendo, calerà proporzionalmente la massa di valori d’uso disponibili per il consumo umano; viceversa, aumentando la produzione globale dei beni di consumo e dei mezzi di produzione, crescerà simultaneamente e in modo proporzionale la massa dei valori d’uso a disposizione. Detto altrimenti, gli oggetti del consumo globale umano (compreso il consumo dei mezzi di produzione) non vengano creati dal niente o dalla bacchetta magica di Harry Potter, ma necessitano di un intervento preventivo della praxis lavorativa umana. Soltanto nella dimensione religiosa del “miracolo” si può dare il superamento di questa inesorabile LEU, come negli episodi evangelici della moltiplicazione dei pani e dei pesci o della trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, ma si tratta per l’appunto di fenomeni eccezionali di origine divina che non appartengono alla dimensione umana. Tutto ciò, naturalmente, a prescindere dai valori d’uso forniti gratuitamente dalla natura, ma purtroppo l’uomo non può vivere utilizzando e consumando solo gli elementi naturali, come l’aria o la luce, alla maniera delle piante: deve produrre per consumare, cosicché, come notava il tuo amico Engels nell’AntiDühring a proposito dello scambio (ma ciò vale pure per la distribuzione e il consumo) «può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio (che proprio la sua essenza è solo scambio di prodotti) senza la produzione».

Eppure all’interno delle società classiste ci sono costantemente delle minoranze di uomini che si godono beni di consumo e possiedono mezzi di produzione senza realmente partecipare in alcun modo al processo produttivo, se non compiendo la “fatica” (per esempio) di intascar rendite o cedole azionarie. Però ciò è possibile solo perché ci sono altri che producono per loro, altri che al loro posto si sobbarcano un ulteriore peso lavorativo. E comunque ci vogliono delle premesse economiche che vanno ben oltre il semplice rapporto di sopraffazione, come ha spiegato Engels nell’AntiDürinhg a proposito della relazione di Robinson Crusoe con il suo “selvaggio-schiavo” Venerdì che il professor Duhring attribuiva al solo esercizio di violenza armata da parte di Crusoe. Ma quando mai?

 

Ritorniamo pertanto ai nostri due uomini. Robinson, “la spada in pugno”, ha fatto di Venerdì il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre la spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella produzione e che sia comparso un certo grado di diseguaglianza nella distribuzione. E perché il lavoro degli schiavi divenga il modo di produzione dominante di tutta una società occorre un incremento ancora maggiore della produzione, del commercio e dell’accumulazione della ricchezza.

 

Occorre quindi che sia data una produttività del lavoro sociale (ovvero, come l’hai chiamata all’inizio del Capitale, una «forza produttiva del lavoro determinata da molteplici circostanze, e fra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo e della applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione e da situazioni naturali») che consenta ai produttori diretti di produrre più di quanto è necessario per la loro sopravvivenza, così da poterne trasferire l’eccedenza ad altri. Non a caso nelle Teorie sul pluslavoro hai sottolineato che

 

se il grado di sviluppo della produttività del lavoro fosse così limitato che il tempo di lavoro di un uomo bastasse unicamente a mantenere lui stesso in vita, a produrre e riprodurre i suoi propri mezzi di sussistenza, non ci sarebbe né pluslavoro né plusvalore,

 

men che meno sarebbe possibile un plusprodotto per altri, per tutti coloro che nelle società classiste sono in grado di sottrarsi all’obbligo generale di lavorare per vivere,

Ma si può essere sicuri che questa LEU della supremazia della attività produttiva sul consumo si manifesterà concretamente anche nel comunismo sviluppato? Tu ne eri sicuramente convinto, caro Moro, quando hai osservato nella Critica del Programma di Gotha che la regola economica distributiva dell’“a ciascuno secondo i suoi bisogni” presupporrà a monte un processo produttivo tale per cui «le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrano in tutta la loro pienezza».

 

In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è diventato soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!

 

E quindi, se si esclude lo scenario (improbabile) di “superandroidi tuttofare” ed esseri umani fannulloni, anche nella futura società comunista servirà un processo lavorativo sociale che, con l’ausilio degli automi/computer, arrivi a produrre i beni di consumo e i mezzi di produzione che si richiedono per la riproduzione continua della specie. E si dovrà produrre valori d’uso in eccesso perché, come hai spiegato a conclusione del capitolo 50 del terzo libro del Capitale:

 

se riconduciamo il salario alla sua base generale, precisamente a quella parte del prodotto di lavoro dell’operaio che passa nel suo consumo individuale; se liberiamo questa parte dai limiti capitalistici e la estendiamo al volume del consumo consentito da un lato dalla forza produttiva esistente della società e richiesto d’altro lato dal pieno sviluppo della personalità; se riduciamo inoltre il pluslavoro e il plusprodotto alla misura che è richiesta, nelle date condizioni di produzione della società, da un lato per la costituzione di un fondo di assicurazione e di riserva, dall’altro per l’allargamento continuo della riproduzione nella misura determinata dai bisogni sociali; se comprendiamo infine nel n.1, nel lavoro necessario, e nel n.2, nel pluslavoro, la quantità di lavoro che i membri della società in grado di lavorare devono sempre effettuare per coloro che non possono ancora o non  possono più lavorare, in altre parole, se spogliamo sia il salario che il plusvalore, sia il lavoro necessario che il pluslavoro, del loro specifico carattere capitalistico, non abbiamo più queste forme, ma semplicemente i loro fondamenti  che sono comuni a tutti i modi di produzione sociali.

 

E ’sulla base del riconoscimento di queste Leggi Economiche Universali Necessarie che si potrà poi procedere alla formulazione delle leggi storicamente determinate delle singole e diverse “società di classe” che si sono succedute nel tempo, il cui ultimo esemplare è, come è noto, il capitalismo che tu hai magistralmente descritto in quel Capitale. Critica dell’economia politica, di cui quest’anno celebriamo i 150 anni dalla data di pubblicazione. E per questo ti diciamo grazie, caro Moro.

 

Chi fosse interessato ad approfondire l’esame della tematica in oggetto, può consultare  il libro “Leggi economiche universali e comunismo” inserito nel sito teorico http://www.robertosidoli.net

 

 

 

IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO OTTAVO

Nessun alibi

Sussistono anche altre tipologie di alibi, oltre a quello “tardivo” esibito da Trotskij e demolito in precedenza.

Per quanto riguarda il volo clandestino e l’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, quest’ultimo poteva anche fornire un “alibi positivo”, e cioè provare attraverso delle testimonianze inattaccabili la sua presenza costante in compagnia di una o più persone insospettabili, in un luogo nel quale ovviamente non si trovasse simultaneamente Pjatakov.

Ma Trotskij poteva altresì proporre anche un “alibi negativo”: ossia non poter dimostrare di essere stato costantemente in un posto “X” attraverso testimoni sicuri, ma in ogni caso riuscire a provare attraverso questi ultimi che il soggetto P (Pjatakov) non sarebbe potuto mai arrivare nel luogo “X” in esame, senza essere subito notato e visto da essi.

E infine, Trotskij poteva avanzare anche l’alibi dell’impossibilità logistico-materiale dell’arrivo in Norvegia del suo presunto interlocutore, ossia di Pjatakov, sostenendo che quest’ultimo non avesse in ogni caso i mezzi e le opportunità per partire da Berlino al fine di raggiungerlo in Norvegia.

Quest’ultima forma di alibi è caduta definitivamente attraverso l’aeroporto di Kjeller aperto a dicembre, con Linköping e i vari “buchi neri” di Gulliksen già esposti nel secondo capitolo, seguendo la triste sorte subita dall’alibi “tardivo” di Trotskij per il 20/22 dicembre, con la sua abnorme “gita nel ghiaccio”.

Passiamo pertanto all’analisi  di un eventuale alibi “positivo” dell’indiziato Trotskij, attraverso la testimonianza diretta di persone sicure, non sospettabili per legami speciali (familiari, di amicizia e/o politici) con Trotskij, che attestino la collocazione sicura e senza interruzione del leader in esilio della Quarta Internazionale nella casa di Honefoss e in loro diretta compagnia, senza ovviamente la presenza di Pjatakov, durante i pomeriggi del 12 e 13 dicembre.

Sotto questo aspetto risulta fin troppo facile ricordare che proprio Dewey, nel corso del suo interrogatorio che mise Trotskij in profonda crisi, a un certo punto chiese in sostanza a quest’ultimo se avesse un alibi di ferro e “positivo” anche per i giorni dell’11/12 dicembre del 1935, come quello che Trotskij realmente possedeva per i giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, grazie alla sua ormai ben conosciuta “gita nel ghiaccio”.

Come si ricorderà, la risposta del leader della Quarta Internazionale risultò allo stesso tempo laconica e inequivocabile: “no”.

Un diniego e una negazione inequivocabile: Trotskij non possedeva alcun alibi “positivo” per i giorni dell’11/12 dicembre del 1935, e non a caso.

Nessun testimone imparziale e non sospetto (escludiamo ovviamente sua moglie ed Erwin Wolf, entrambi fedeli militanti trotzkisti) poteva infatti testimoniare di essere stato costantemente in sua presenza, e ovviamente senza la compresenza di Pjatakov, durante le giornate e soprattutto nei pomeriggi del 12/13 dicembre, visto che proprio nei giorni in oggetto decisivi per risolvere il “giallo” del volo di Pjatakov Trotskij risultava malato, almeno a suo dire.

Trotskij quindi non sostenne, né in ogni caso poté sostenere che ad esempio i figli o la cuoca di Konrad Knudsen, quest’ultimo o sua moglie avessero passato in sua compagnia alcune ore dei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935, fornendogli pertanto un alibi inattaccabile, proprio perché egli  si dichiarava “a letto”, malato e febbricitante anche nei giorni del 12 e 13 dicembre, e di conseguenza la presenza prolungata di estranei al capezzale del “malato” per due pomeriggi di fila sarebbe risultata come minimo strana e anomala.

Se una persona che si presentò “febbricitante”, come fece Trotskij per il dicembre del 1935, non è in ospedale (e Trotskij non era in ospedale, in quei giorni, ma invece a casa sua), chi può stare vicino al letto di un “malato” febbricitante per un tempo prolungato, a parte la moglie e i più stretti parenti?

Risposta semplice: solo un grande amico o, in casi di emergenza, un dottore/infermiere.

E a parte il “grande amico”?

Nessuno: nessun testimone imparziale, fuori dalla stretta cerchia amicale e familiare dell’indiziato.

Certo, Erwin Wolf testimoniò con un affidavit presentato alla commissione Dewey di non essersi mai mosso dalla casa di Honefoss dall’inizio di dicembre alla mattina del 19 dicembre del 1935, ma egli costituiva un brillante militante trotzkista fin dal 1932 e dal novembre del 1935, era altresì impiegato anche in qualità di segretario di fiducia di Trotskij, non rappresentando pertanto in alcun modo un testimone “insospettabile”, al pari della fedele moglie di Trotskij.

In sostanza, non emerge né può in ogni caso emergere alcun alibi positivo per Trotskij rispetto ai giorni compresi tra l’11 e il 13 dicembre, come del resto venne ammesso e attestato dallo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey[1].

Avvocato del diavolo: “ma in ogni caso proprio nella sesta sessione della commissione Dewey l’avvocato Goldman sottolineò che “noi”, (Trotskij, il suo difensore e la “seconda versione”) “possediamo un affidavit” (testimonianza scritta, spedita a un tribunale) “di Konrad Knudsen il quale afferma che Trotskij fu a casa” (nella casa di Honefoss, abitata dai Knudsen e dai Trotskij) “per l’intero mese di dicembre, salvo per la sua visita” (la visita di Trotskij) “alla baita dei Knudsen, che nessun visitatore straniero venne nel mese di dicembre” (alla casa dei Knudsen a Honefoss) “e che Pjatakov non era in grado di visitare Trotskij senza che ne venissi a conoscenza, né nella mia casa né nella baita dove mio figlio e la cameriera” (la cuoca-cameriera) “furono insieme con lui”.

Pertanto Knudsen testimoniò innanzitutto che “Trotskij fu a casa” (a Honefoss, nella casa dei Knudsen) per l’intero mese di dicembre, eccetto che per il 20/22 dicembre del 1935, quando però il leader in esilio della Quarta Internazionale era impegnato e immerso nella sua escursione invernale: fornì quindi quello che voi chiamate un “alibi positivo” a favore di Trotskij”.

Ora, innanzitutto Konrad Knudsen non risultava certo un testimone attendibile e sicuro perché:

  • Brouè ci ha informato che tra i Knudsen e i coniugi Trotskij si erano creati via via dei “rapporti amichevoli”[2].
  • il partito laburista norvegese, a cui Knudsen apparteneva da molto tempo, non amò mai Stalin e il suo regime, dimostrando tale avversione anche attraverso la concessione dell’asilo politico a Trotskij nel giugno del 1935;
  • sappiamo dall’avvocato Goldman (sesta sessione della commissione Dewey) che il 29 gennaio del 1937 proprio il deputato/giornalista laburista Konrad Knudsen sposò pubblicamente la “seconda versione” mandando un telegramma a Vysinskij (si, proprio il capo dell’accusa ai processi di Mosca), pubblicato lo stesso giorno nel quotidiano del suo partito, il già citato Arbeiderbladet. Nel telegramma, Knudsen scrisse a Vysinskij “la informo che oggi ho ufficialmente verificato che nel dicembre del 1935, nessun aereo straniero o privato atterrò all’aeroporto vicino Oslo”: Knudsen pertanto era (legittimamente) schierato e di parte rispetto al volo di Pjatakov, aderendo in pieno alle tesi negazioniste;
  • la figlia dei Knudsen, Hjordis, aveva iniziato “un idillio, che diventerà un grande amore proprio con Erwin Wolf, il segretario di Trotskij: “idillio” che forse non era ancora nato nel dicembre del 1935, ma “grande amore” e successivo matrimonio tra i due giovani che sicuramente era in corso nel gennaio del 1937, quando Knudsen padre, membro autorevole di un partito antistalinista, scrisse la sua poco imparziale lettera a Vysinskij[3].

Amico dei Trotskij e laburista norvegese che sosteneva la “seconda versione” e padre la cui figlia, nel 1936-37 aveva una relazione con il segretario di Trotskij: proprio un testimone imparziale, Konrad Knudsen![4]

Ma visto che vogliamo raggiungere la quota del 101% di sicurezza, almeno per il momento supporremo per amor di discussione che Konrad Knudsen fosse candido come un giglio e quindi un testimone assolutamente affidabile. Anche in questo caso, tuttavia, il problema è che per poter essere dei testimoni diretti e realmente risolutivi rispetto al “delitto” in via d’esame, Knudsen e la sua famiglia dovevano inevitabilmente diventare dei “convitati di pietra” permanenti nell’appartamento dei Trotskij almeno durante i due pomeriggi in via d’esame, ossia del 12 e 13 dicembre, stazionando quindi in modo costante nell’appartamento dei Trotskij durante i due periodi incriminati, a meno che essi avessero legato in precedenza Trotskij con una catena al suo letto “di malattia”.

Ma i Knudsen, o almeno uno di loro, risultavano davvero posizionati in modo costante nell’appartamento dei Trotskij durante i decisivi pomeriggi dell’12 e 13 dicembre, per le due giornate in via di esame e che ci interessano da vicino?

Sicuramente la risposta a tale interrogativo risulta negativa, visto che lo stesso Knudsen nel suo affidavit si guardò bene dal dichiarare che lui stesso, o la moglie, o i suoi due figli, oppure almeno la loro cuoca-domestica avessero fatto compagnia a Trotskij nella loro abitazione di Honefoss e nelle stanze riservate al leader in esilio della Quarta Internazionale, nel periodo dal 1 al 19 dicembre del 1935 e ivi compresi il 12 e 13 dicembre.

Oltre a tale fatto sicuro, che i giudici-lettori possono facilmente controllare rileggendo e riesaminando con attenzione proprio l’affidavit di Konrad Knudsen, interviene l’elemento decisivo sopracitato: lo stesso Trotskij, durante la sesta sessione della commissione Dewey, come si è già visto ammise di non avere un alibi forte e “positivo”, con testimoni insospettabili quali ad esempio i Knudsen, posizionati costantemente in sua presenza per i giorni nei quali Pjatakov dichiarò di aver compiuto il suo volo segreto, ossia il 12 o 13 dicembre 1935.

Solo per scrupolo e per un surplus di prudenza investigativa, sottolineiamo a questo punto altri fattori che escludono senza lasciare spazio ad alcun dubbio, anche poco ragionevole, la presenza di un alibi positivo a favore di Trotskij.

  • Trotskij innanzitutto non rilevò niente in proposito, persino davanti alle sopracitate sollecitazioni di Dewey: non disse mai “aspetti, presidente Dewey, mi ricordo ora che per due pomeriggi di fila i Knudsen mi fecero compagnia… Ora ricordo meglio, rimasero in mia presenza proprio durante i due pomeriggi del 12 e 13 dicembre, circa dalle 14 del pomeriggio alle 18 di sera”. Sarebbe stato un alibi positivo e inattaccabile, se proposto da Trotskij e confermato in seguito dai Knudsen: ma non avvenne nulla di tutto ciò, sia durante la sesta sessione che in seguito.
  • Non solo Knudsen, nel suo affidavit, non riportò in alcun modo di essersi installato costantemente nell’appartamento dei Trotskij almeno durante qualche pomeriggio compreso tra l’1 e il 19 dicembre, o che lo avesse fatto qualcuno della sua famiglia, ma altresì sappiamo grazie a Brouè che il deputato e giornalista Knudsen era spesso “assente per lavoro”, e quindi anche impossibilitato a svolgere il duro lavoro di testimone insospettabile riguardo a Trotskij.
  • L’undici dicembre del 1935 era un mercoledì (controllate pure su internet, giudici-lettori): e in Norvegia mercoledì era ed è tuttora un giorno lavorativo (e di scuola, per i figli dei Knudsen), come del resto giovedì 12 dicembre e venerdì 13 dicembre, anche per il deputato-giornalista norvegese in oggetto.
  • La famiglia Knudsen era amica dei coniugi Trotskij ma allo stesso tempo “silenziosa”, come notò anche la stessa moglie di Trotskij: alias anche discreta e rispettosa della privacy altrui, come emerge dal passo citato in precedenza del libro di Brouè, e quindi per niente invadente.
  • Trotskij risultava anche per i Knudsen febbricitante e malato, nel dicembre del 1935: e di conseguenza andare per alcune ore in casa di un malato per due pomeriggi di fila, il 12 e 13 dicembre, per una famiglia inoltre silenziosa e discreta come quella dei Knudsen, avrebbe costituito un comportamento insolito.
  • In ultimo, ma non certo per importanza, bisogna considerare altresì che Trotskij nel dicembre del 1935 non risultava certo un carcerato, quindi sottoposto per forza di cose al controllo costante e alla presenza fisica dei presunti “carcerieri” Knudsen. Trotskij costituiva invece a tutti gli effetti un uomo libero nel dicembre del 1935, libero quindi di muoversi o di non muoversi sul suolo norvegese, libero di ricevere o non ricevere visite nella sua abitazione di Honefoss, libero quindi anche di ricevere o non ricevere i Knudsen nel suo appartamento: un uomo libero che poteva sempre rivendicare il diritto a tutelare la sua privacy, specialmente e a maggior ragione essendosi dichiarato “malato” e “febbricitante” fin dall’inizio di dicembre del 1935.

Mettendo assieme e combinando i fattori sopra esposti, il livello di probabilità che Konrad Knudsen o un membro della sua famiglia fossero posizionati in modo costante in casa Trotskij, anche e soprattutto nei due decisivi pomeriggi del 12 e 13 dicembre, cade come minimo a sotto zero; e subito rileviamo che la mancata presenza di almeno uno dei Knudsen in compagnia di Trotskij, nei due pomeriggi del 12 e 13 dicembre, escludeva altresì la possibilità che essi potessero testimoniare con efficacia che il leader in esilio della Quarta Internazionale allora non si fosse mosso e allontanato dalle sue stanze di Wexall/Honefoss, per recarsi a incontrare Pjatakov fuori e lontano dall’abitazione dei Knudsen.

Come ammise del resto persino il leader in esilio della Quarta Internazionale, durante la sesta sessione della commissione Dewey, si deve concludere che Trotskij non disponeva di un alibi positivo, con testimoni insospettabili che fossero stati in sua presenza nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre 1935, anche perché risultava – a suo dire – malato, febbricitante e quindi isolato legittimamente dal modo esterno, ivi compresa la famiglia Knudsen.

Nessun alibi positivo, quindi. Trotskij non poté citare a sua discolpa neanche un dottore, ad esempio il sopracitato Karl Evang o un altro medico qualunque, che potesse affermare: “ho visitato a lungo Trotskij nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935, verificando che egli era in casa e non c’era nessuno in loco, oltre a sua moglie e/o Erwin Wolf”.

L’assenza di un alibi diretto, effettivo e reale, a favore di Trotskij, rispetto ai giorni del 12 e 13 dicembre del 1935, risultò così pesante che Trotskij giunse fino al punto – disperato e controproducente – di comunicare alla commissione Dewey, per il tramite di Otto Ruhle, che egli sia il 12 che il 13 dicembre aveva scritto ogni giorno due lunghe lettere, una delle quali indirizzata a Olaf Scheflo: quindi ben quattro lettere, e visto che Trotskij in quei due giorni risultava così impegnato nello scrivere quelle missive, almeno a suo avviso egli pertanto aveva un alibi, visto che non poteva avere avuto in alcun modo il tempo di incontrarsi con Pjatakov.

Siamo ormai scesi a livelli veramente patetici e imbarazzanti. Era impossibile per Trotskij scrivere le lettere in oggetto il 9, il 10 o l’11 dicembre, in tutto o in parte? Oppure Trotskij non poteva scrivere tranquillamente le missive in via d’esame anche nelle mattinate del 12 o 13 dicembre, quando Pjatakov era ancora ben distante da Kjeller? E ancora: Trotskij non era forse un ottimo scrittore, abituato da decenni a scrivere moltissimo, ivi comprese lettere a volte non brevi? Siamo quindi in presenza di una penosa caricatura e di un misero surrogato di un alibi reale, la cui semplice esposizione serve tuttavia a dimostrare ulteriormente la paurosa debolezza della posizione di Trotskij rispetto al 12 e 13 dicembre di fronte alla quale la patetica rivendicazione delle “quattro lettere” scritte da Trotskij nei due giorni in esame ottiene l’unico effetto di aggravare ulteriormente, se possibile, la posizione di quest’ultimo[5].

Avvocato del diavolo: “rimane in ogni caso almeno l’alibi negativo, e cioè la sicurezza che nessun visitatore esterno potesse venire a casa dei Knudsen/Trotskij senza essere visto e osservato, nel dicembre 1935: lo affermò chiaramente Knudsen-padre nel suo affidavit, quando sottolineò il fatto che Pjatakov non “era in grado di visitare Trotskij senza che lo sapessi…”. I Knudsen, in altri termini, non si posizionarono allora costantemente nelle stanze utilizzate dai Trotskij, ma con la loro presenza a casa loro almeno garantirono che nessun visitatore straniero, estraneo e sconosciuto (un certo Pjatakov, ad esempio) fosse arrivato nell’appartamento dei Trotskij adiacente al loro, anche e specialmente nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935”.

D’accordo, esaminiamo adesso la questione dell’”alibi negativo” di Trotskij: parafrasando Agatha Christie, esso costituisce l’ultimo “piccolo indiano” che rimane ancora sul campo delle quattro tipologie di alibi via via proposte dal leader in esilio della Quarta Internazionale, rispetto al volo/colloquio segreto di Pjatakov.

Ora, siamo innanzitutto sicuri che almeno uno dei Knudsen stesse sempre in casa, dal 1° dicembre al 19 dicembre del 1935, comprendendo anche la loro cuoca-cameriera? E come fecero essi a ricordarselo con precisione, dopo più di un anno? Il processo di Mosca iniziò infatti dopo la prima metà di gennaio del 1937, e solo allora il dicembre del 1935 diventò un mese “caldo”: forse i Knudsen tennero un foglio giornaliero delle presenze di ciascuno in casa in quel periodo, e lo conservarono poi in archivio?

Forse la moglie dei Knudsen risultava sempre relegata in casa, dal mattino a tarda sera, come una donna afghana sotto il potere dei talebani?

Ma vogliamo comunque per il momento ritenere valido e inattaccabile anche il presupposto indispensabile per la tesi dell’alibi “negativo”, alias la presenza costante e ininterrotta nella casa di Wexhall di almeno uno dei Knudsen (o della cuoca/cameriera) proprio nel dicembre del 1935, e soprattutto nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935.

Anche in questo caso, comunque, il “problemino” e l’elemento materiale che distrugge in modo irrimediabile e demolisce a priori l’alibi “negativo” di Trotskij consiste nel fatto che non fu certo Pjatakov ad entrare nella casa dei Knudsen a Honefoss per incontrare Trotskij, ma viceversa fu quest’ultimo a uscire dall’abitazione dei Knudsen al fine di recarsi fuori di essa per incontrare “Capelli rossi”, in un luogo e in un’abitazione posta lungo la direttrice di marcia Honefoss-Kjeller; detto in altri termini, non entrò certo Pjatakov nella casa di Honefoss, ma viceversa usci invece Trotskij da quest’ultimo per recarsi all’appuntamento con “Capelli rossi”, lontano da Honefoss e dall’abitazione che allora occupava assieme alla moglie.

Risulta abbastanza facile verificare con assoluta sicurezza tale tesi, tenendo bene a mente alcuni dati di fatto indiscutibili.

Innanzitutto Trotskij e sua moglie non abitavano in una casa isolata durante il dicembre del 1935, ma viceversa coabitavano nel periodo che ci interessa proprio con la famiglia Knudsen; per di più esisteva in loco un’unica porta di entrata, utilizzata sia dai coniugi Trotskij che dalla famiglia Knudsen; in terzo luogo quest’ultima non era certo composta da un solo individuo, magari assente del tutto per lunghe settimane per questioni di lavoro o personali, ma viceversa da cinque persone, ossia il deputato Konrad Knudsen, sua moglie, e i loro due figli, oltre alla loro cuoca-domestica.

Per quanto riguarda invece il luogo di residenza di Trotskij a Honefoss, esso era al piano terra della casa dei Knudsen, un’abitazione a sua volta composta da due livelli.

Proprio Trotskij, alla sesta sessione della commissione Dewey, chiarì che a piano terra “l’entrata era comune” con un’unica porta d’entrata, e tale porta “veniva chiusa” ma “non a chiave”; dopo l’entrata, c’era “un vestibolo” e una stanza di disimpegno, da cui si passava per la sala da pranzo e per la cucina, che venivano usate in comune dai Trotskij e dai Knudsen, mentre a sinistra si andava nello “studio” occupato dai Trotskij e nella loro “camera da letto”, e a destra invece nella zona utilizzata dai Knudsen a piano terra. Trotskij altresì confermò che nel suo studio al piano terra si trovava anche un’ampia finestra, da cui si poteva vedere il cortile di casa.

Venendo a conoscenza di tutte queste informazioni, sicure e tra l’altro ben conosciute da Trotskij nel dicembre del 1935, visto che in quel momento egli abitava da quasi sei mesi a Honefoss, alcuni giudici-lettori avranno già capito dove vogliamo andare a parare: per quanto riguarda il parametro fondamentale e decisivo della segretezza, e cioè della necessità vitale di tenere nascosto a tutto il mondo il colloquio segreto tra Pjatakov e Trotskij, l’abitazione dei Knudsen risultava fin dalla prima occhiata una sorta di “casa-trappola”, da evitare ad ogni costo nell’attuare il colloquio segreto in oggetto.

Ma procediamo con ordine, partendo dalla semplice constatazione che rispetto all’incontro segreto tra Pjatakov e Trotskij è stato sicuramente quest’ultimo a pianificare e dirigere come minimo le dinamiche degli eventi sul suolo norvegese, dopo l’atterraggio a Kjeller dell’aereo con Pjatakov a bordo.

Ora, uno dei principali problemi logistici che Trotskij doveva in ogni caso risolvere era appunto dove incontrare “Capelli rossi”, in quale posto accogliere Pjatakov per il loro colloquio segreto: e sotto questo profilo, la principale alternativa che si poneva inevitabilmente a Trotskij era quella tra aspettare Pjatakov a casa sua e dei Knudsen o, viceversa, uscire dall’abitazione di Wexhall per incontrarsi con Pjatakov in un posto scelto prima e con cura.

Mettiamoci a questo punto nei panni di Trotskij, cercando di entrare nella sua mentalità e nel suo modo di pensare.

Trotskij era sicuramente non solo una persona molto intelligente e astuta, ma anche un abile e esperto cospiratore il cui noviziato era iniziato attorno al 1898, circa quattro decenni prima del novembre/dicembre del 1935, in qualità di militante marxista clandestino nella Russia zarista del tempo; risultava inoltre anche un esperto di spionaggio e controspionaggio, di inganni e coperture, come dimostra anche il caso sopracitato del memoriale Tanaka. Pertanto egli era perfettamente a conoscenza della necessità vitale che il suo colloquio con Pjatakov rimanesse segreto, visto che la posta in palio, in caso di svelamento dell’incontro clandestino, era costituita sia dalla vita di “Capelli rossi” che da un danno politico gravissimo alla Quarta Internazionale.

Inoltre l’esperto e abile leader della Quarta Internazionale era a conoscenza che il suo incontro con Pjatakov non solo doveva restare assolutamente segreto e clandestino, ma che anche e simultaneamente si dovevano ridurre al minimo i rischi di eventuali contrattempi tecnici e di incidenti: ad esempio che la macchina con a bordo Pjatakov restasse in panne lungo il percorso, o che quest’ultimo subisse per colmo di sfortuna un controllo della polizia norvegese, ecc..

Infine Trotskij era ben conscio dell’importanza del “fattore tempo”, e cioè che bisognava ridurre al minimo possibile la permanenza di Pjatakov sul suolo norvegese. Non solo perché ogni ora in più di posizionamento di “Capelli rossi” sul suolo norvegese aumentava il rischio che egli fosse scoperto in terra nordica, ma anche e soprattutto perché simultaneamente incrementava il pericolo ancora più grave che l’assenza di Pjatakov fosse notata all’ambasciata sovietica a Berlino, da parte di qualche fedele e loquace stalinista: non dai fidati Bukhartsev o Bessonov, certo, ma quest’ultimi non risultavano di sicuro gli unici esponenti del numeroso personale sovietico operante nella capitale tedesca durante il dicembre del 1935.

Un uomo intelligente e astuto come Trotskij doveva pertanto trovare la soluzione migliore tra le due opzioni sul campo (incontro dai Knudsen, oppure fuori dalla casa dei Knudsen?) tenendo conto almeno di tre parametri e criteri di riferimento, e cioè la:

  • necessità di segretezza dell’incontro, elemento centrale e decisivo;
  • necessità di ridurre al massimo i rischi di inconvenienti tecnici;
  • necessità di ridurre al massimo i tempi di permanenza di Pjatakov in Norvegia.

In base a questi criteri di scelta, la decisione di Trotskij diventava scontata e praticamente obbligata a favore dell’opzione di incontrarsi fuori della casa dei Knudsen, fuori dalla loro abitazione di Honefoss: scegliendo infatti l’opzione “esco da casa” e decidendo pertanto di tenere il colloquio con “Capelli rossi” lontano dall’abitazione dei Knudsen, si ottenevano sicuramente tutta una serie di vantaggi decisivi e combinati tra loro al fine di tentare di assicurare al meglio possibile il carattere riservato di un viaggio già di per sé rischioso.

Innanzitutto e principalmente, si evitava in tal modo di far arrivare Pjatakov nella casa di Honefoss, e cioè in un’abitazione in cui coesistevano e coabitavano quasi fianco a fianco sia i coniugi Trotskij che la famiglia Knudsen; si evitava in tal modo di far arrivare “Capelli rossi” in una posizione logistica che non garantiva in alcun modo la necessaria segretezza del colloquio. Selezionando l’opzione “esco di casa”, infatti, non sorgeva alcun pericolo che anche uno solo dei quattro componenti della famiglia Knudsen, oltre alla cuoca-cameriera, potesse vedere arrivare e uscire nella casa di Honefoss Pjatakov, tra l’altro con un aspetto fisico facilmente ricordabile perché alto e con i capelli rossicci.

Stiamo parlando di un pericolo dalle conseguenze potenziali tremende: pensiamo solo, ad esempio, alla cuoca che avesse visto eventualmente Pjatakov, notando sia l’ospite sconosciuto che i suoi capelli rossi e chiacchierando su ciò in giro, finché la voce si fosse eventualmente sparsa fino alle orecchie di qualche stalinista norvegese, e da lì fino all’ambasciata sovietica in Norvegia, e da lì a Mosca: un rischio inaccettabile per le sue disastrose conseguenze potenziali, sia per Pjatakov (per la sua vita e libertà) che per la reputazione politica di Trotskij

Un rischio dalle conseguenze potenziali gravissime, le cui probabilità di tradursi in pratica non risultavano certo basse. La moglie dei Knudsen, la cuoca, i due figli: e siamo già a quattro possibili testimoni dell’arrivo/entrata di “Capelli rossi”. E se per caso Knudsen padre fosse tornato all’improvviso dal suo lavoro a Oslo? Siamo a quota cinque, e tutto ciò solo rispetto all’azione specifica dell’entrata di Pjatakov nell’abitazione usata da Trotskij.

Ma Pjatakov non doveva solo entrare nella casa occupata da Trotskij: doveva inevitabilmente anche uscire dalla casa abitata anche dai Knudsen, e sempre con i cinque possibili testimoni sopracitati. Cinque testimoni possibili per l’arrivo di Pjatakov, e cinque testimoni possibili per l’uscita da casa di Pjatakov; siamo ormai già alla quota di dieci testimoni possibili, i quali tra l’altro potevano sempre ricordare un’eventuale presenza di “Capelli rossi” a Honefoss, non solo dopo un giorno o una settimana, ma anche in un futuro anche abbastanza lontano.

Ma non solo: come escludere a priori che arrivassero a casa dei Knudsen, per un caso sfortunato, dei loro amici?

Già solo per questi motivi, l’opzione “resto a casa e aspetto Pjatakov” doveva essere scartata quasi automaticamente e senza possibilità di appello: con dieci possibili testimoni, come minimo, diventava subito troppo alto il rischio potenziale che, per sfortuna, anche solo uno di essi vedesse entrare o uscire Pjatakov di casa a trovare il “malato” Trotskij, trasformando il pericolo virtuale in realtà concreta. E a catena, risultava troppo alto il rischio che l’eventuale testimone dell’entrata o uscita di Pjatakov da casa, comunicasse ad altri componenti del nucleo familiare o abitanti di Honefoss, in modo assolutamente innocente: “oggi ho visto entrare (o uscire) dalle stanze dei coniugi Trotskij un uomo alto e con i capelli rossi”.

Detto in altri termini, l’abitazione dei Knudsen/Trotskij a Honefoss rappresentava inevitabilmente una sorta di “casa-trappola”, almeno sotto il profilo della necessità vitale di tenere assolutamente segreto l’incontro tra Trotskij e Pjatakov: troppi testimoni potenziali, troppi rischi derivati da tale elemento.

Ma non solo: un secondo inconveniente, allo stesso tempo grave e insormontabile, era costituito dalla porta comune e dall’entrata comune dell’abitazione di Honefoss.

Sotto il profilo della segretezza dell’incontro tra Trotskij e Pjatakov, anche questo particolare elemento materiale rappresentava un pericolo inaccettabile per la segretezza dell’incontro, sia rispetto a qualsiasi persona dotata solo di un minimo di buon senso che, soprattutto, all’abile “professionista” Trotskij.

Far entrare e poi uscire Pjatakov da un’entrata e porta comune, avrebbe costituito un abominio e un’assoluta mancanza di cervello per un esperto cospiratore come Trotskij.

Far entrare e poi per forza di cose far uscire Pjatakov da un’entrata e da una porta comune, quindi con il doppio rischio che “Capelli rossi” fosse visto anche solo una volta – e bastava una sola occhiata, un solo riconoscimento – all’interno della casa dei Knudsen, costituiva un rischio potenziale inaccettabile anche per una persona inesperta in campo cospirativo, per non parlare poi dell’abile “professionista” (piano Tanaka, ecc.) di nome Trotskij.

Un esperto e intelligente cospiratore che, dopo aver notato con assoluta sicurezza i gravissimi problemi creati sotto il profilo della segretezza sia dalla “casa trappola” che “dall’entrata trappola” dei Knudsen a Honefoss, avrebbe esaminato anche un terzo tipo di problema logistico che sarebbe stato creato inevitabilmente dall’ipotesi “resto a casa e aspetto Pjatakov”: e cioè il nodo dell’”auto-trappola”.

Un altro e correlato rischio potenziale, apparentemente banale ma serio, riguardava infatti il carattere ingombrante dell’automobile che avrebbe portato Pjatakov a Honefoss: visto che infatti “Capelli rossi” non poteva arrivare da Kjeller a Honefoss – distanti circa cinquanta chilometri – in treno, in taxi, in bici o a piedi, per evidenti motivi logistici e cospirativi, sorgeva infatti subito la questione di come arrivare in loco con tale auto, senza allo stesso tempo costringere Pjatakov a muoversi a piedi per molto tempo nella zona.

In questo senso, la prima e più facile opzione consisteva nel far arrivare in automobile Pjatakov a casa dei Knudsen, e poi andarsene subito con il veicolo: ma tale semplice “toccata e fuga” con un ingombrante veicolo difficilmente sarebbe passata inosservata a uno o più dei componenti della famiglia dei Knudsen, anche perché la loro casa era “preceduta da un ampio cortile” che dava sulla strada, come ci ha già informato Brouè a pag. 780 della sua interessante biografia di Trotskij.

Addio segretezza, quindi, specialmente tenendo conto che l’automobile sarebbe dovuta tornare di nuovo a casa Knudsen per riprendere “Capelli rossi” e riaccompagnarlo a Kjeller: risultavano quindi troppi alti i rischi di scoperta, con tali due passaggi nell’abitazione di Wexhall.

Seconda opzione, parcheggiare invece direttamente l’automobile davanti alla casa dei Knudsen, per tutta la durata del colloquio: ipotesi da scartare immediatamente, sempre per evidenti criteri di segretezza e discrezione, e comportante dei rischi ancora più gravi che nello scenario esposto in precedenza.

Terza opzione: lasciare l’automobile nel piccolo centro di Honefoss, e poi raggiungere la vicina frazione di Wexhall. Si, ma come? Forse in taxi, compromettendo quindi subito la segretezza dell’incontro con il possibile testimone-taxista? Forse a piedi, e facendo quindi passeggiare Pjatakov per Honefoss e Wexhall, in un percorso dove quest’ultimo rischiava di essere visto quasi sicuramente dai passanti occasionali?

Quarta opzione: arrivare in auto fino a circa un centinaio di metri dall’abitazione dei Knudsen, e lasciare Pjatakov a compiere a piedi il breve tragitto finale. Anche in questa ipotesi, seppur migliore delle precedenti, “Capelli rossi” doveva tuttavia sempre rimanere all’aperto ed essere potenzialmente visibile dai Knudsen durante il breve tragitto, e soprattutto l’auto doveva ripassare a riprenderlo, una volta finito il colloquio con Trotskij. Mancando infatti nel 1935 i cellulari, era assai rischioso darsi appuntamento a un’ora precisa a cento/duecento metri dalla casa dei Knudsen (il colloquio poteva anche protrarsi più del previsto); senza contare poi che Pjatakov in ogni caso avrebbe dovuto fare all’aperto il tragitto – certo breve, ma pur sempre una camminata allo scoperto – per raggiungere il veicolo che lo attendeva fuori dal cortile dei Knudsen.

Oltre al gravissimo problema costituito dalla “casa-trappola” e dall’”entrata-trappola” dei Knudsen, in pratica anche il veicolo che avrebbe dovuto accompagnare Pjatakov a Kjeller si trasformava subito in un “auto-trappola” almeno sotto il criterio della segretezza, vista sia la scomoda (per il parametro della clandestinità) coabitazione tra i Knudsen e Trotskij che le piccole dimensioni della cittadina di Honefoss.

Infine anche gli abitanti della cittadina di Honefoss costituivano un’ulteriore pericolo e problema potenziale.

Sappiamo ormai, grazie a Broué, che “la porta di casa” dei Knudsen restava sempre “aperta, giorno e notte”, come del resto “l’ampio cortile” che dava “ingresso sulla strada”; e attraverso Deutscher, abbiamo altresì appreso che a volte “la gente del villaggio” di Wexhall “entrava a fare due chiacchiere senza cerimonie” nell’abitazione dei Knudsen.

Visto che stiamo esaminando alcuni elementi logistici da tempo ben conosciuti e per diretta esperienza personale da Trotskij, nel dicembre del 1935 e dopo quasi sei mesi di permanenza in loco, risulta come minimo improbabile che quest’ultimo, abile cospiratore oltre che uomo molto intelligente, non abbia tenuto presente anche il potenziale rischio costituito da possibili visitatori provenienti dalle file della “gente del villaggio” di Wexhall, nel caso in cui avesse scelto di far arrivare Pjatakov nell’abitazione di Honefoss[6].

La “casa-trappola” e la concreta materialità della coabitazione con i Knudsen.

La concreta materialità dell’”entrata-trappola” di casa Knudsen.

L’”auto-trappola”.

Il rischio che alla casa di Wexhall si presentassero casualmente degli amici della moglie o dei figli dei Knudsen, oppure altri abitanti di Honefoss desiderosi di fare quattro chiacchiere con i loro vicini norvegesi, tra l’altro stando probabilmente nel soggiorno a piano terra e quindi vicinissimi alle stanze abitate dai coniugi Trotskij.

L’ipotesi “resto a casa” andava pertanto scartata subito da Trotskij, anche solo per uno di questi fattori, per non parlare poi della loro combinazione concreta; e di conseguenza, inevitabile e necessaria, subentra subito la perdita totale di valore dell’alibi negativo fornito dai Knudsen sostenendo che “nessun visitatore esterno” (o sconosciuto) fosse arrivato a visitare Trotskij durante il dicembre del 1935, per la semplice ragione che era stato Trotskij a uscire dalla casa di Honefoss, al fine di andare a trovare Pjatakov in un posto distante dall’abitazione dei Knudsen.

Conoscendo e avendo ben presente la particolare coabitazione tra i Trotskij e i componenti della famiglia Knudsen a Wexhall, oltre all’entrata in comune, siamo sicuri che qualunque persona dotata di un minimo di raziocinio, seppur non essendo un esperto cospiratore come Trotskij, avrebbe subito escluso di far arrivare Pjatakov nella “casa-trappola” di Honefoss, anche solo in base al decisivo e fondamentale criterio della segretezza per l’incontro clandestino tra i due.

Ma era in ogni caso facile rendersi conto, almeno per un “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) della cospirazione come Trotskij, della presenza di tutta una serie di altri vantaggi significativi derivanti invece direttamente dall’ipotesi “esco da casa”, oltre alla decisiva ricaduta positiva dell’evitare i testimoni (potenziali o reali) di casa Knudsen.

Un’altra conseguenza positiva dell’opzione “esco da casa” consisteva infatti nel fatto che essa determinava, in modo inevitabile, anche il consolidarsi definitivo “dell’alibi negativo” che potevano offrire i Knudsen al leader della Quarta Internazionale; tale “alibi negativo”, proprio con l’esclusione a priori da parte di Trotskij dell’arrivo di Pjatakov a Wexhall, diventava infatti reale, intangibile e sicuro come l’alibi di ferro ma tardivo, offerto dalla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre al leader della costituenda Quarta Internazionale.

I Knudsen realmente non videro entrare alcun estraneo a Honefoss per un incontro con Trotskij, realmente non videro entrare Pjatakov a casa loro per la semplice ragione che quest’ultimo non vi entrò/uscì in alcun modo, perché davvero “Capelli rossi” non entrò e uscì mai nelle stanze dei loro vicini e dei coniugi Trotskij: semplice, ma geniale.

Certo, se una persona avesse preso in considerazione anche l’opzione della fuoriuscita da Honefoss da parte di Trotskij, sarebbe crollato subito l’intero “alibi negativo” offerto dai Knudsen: ma dal 1937 fino ai giorni nostri nessuno, almeno a nostra conoscenza, ha pensato e formulato l’ipotesi dell’“esco da casa” rispetto al colloquio Trotskij/Pjatakov, anche perché non viene certo istintivo pensare a un malato e a una persona febbricitante che esca di casa, nella Norvegia decembrina. Trotskij è stato un abilissimo illusionista anche sotto questo aspetto e ha solo esagerato nella sua sottile opera di prestidigitazione, con la sua – troppo anomala – “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935.

Tra i vantaggi minori, ma non certo irrilevanti dell’opzione “esco di casa” emergevano sicuramente anche altri sottoprodotti positivi per Trotskij, e cioè:

  • nessun pericolo che anche uno solo dei componenti della famiglia Knudsen potesse veder arrivare un’automobile (che Pjatakov doveva per forza usare) sconosciuta, anche solo nei dintorni della loro abitazione di Wexhall;
  • nessun pericolo che anche uno solo degli abitanti della piccola frazione di Wexhall potesse veder arrivare un’auto con degli sconosciuti a bordo, diretti verso l’abitazione dei Knudsen;
  • se Pjatakov fosse stato in seguito arrestato dalla polizia stalinista e avesse confessato, almeno non avrebbe potuto fornire alcun dettaglio sulla casa dei Trotskij a Honefoss;
  • incontrandosi con “Capelli Rossi” circa a metà strada, tra Kjeller e Honefoss, Trotskij avrebbe inoltre fatto risparmiare del tempo prezioso a Pjatakov, sia nel tratto di andata che in quello di ritorno, il quale doveva tornare a Berlino il più alla svelta possibile per motivi fin troppo evidenti;
  • incontrandosi circa a metà strada tra l’aeroporto di Kjeller e Honefoss/Wexhall, Trotskij poteva tra l’altro permettere a Pjatakov di rimanere sulle strade norvegesi per un minor tempo, riducendo quindi i pericoli sia di incidenti stradali che di controlli di polizia: casualità sempre possibili, anche se assai improbabili;
  • uscendo dall’abitazione dei Knudsen e incontrando da solo Pjatakov, Trotskij riduceva a una sola unità il numero di persone residenti in Norvegia che avrebbero visto di persona “Capelli rossi”, adempiendo in tal modo alla regola cospirativa del comunicare il meno possibile agli altri elementi riguardo a e segreti importanti.

Rimanendo sempre nel campo logistico-organizzativo, si è inoltre già ricordato in precedenza come Trotskij fosse stato lasciato dal governo norvegese assolutamente libero di spostarsi su tutto il territorio norvegese, ivi compreso ovviamente la zona adiacente a Honefoss: perché dunque non approfittare di questa occasione, oltre che dell’opportunità favorevole costituita dall’assenza totale di controlli polizieschi vicino alla casa dei Knudsen? Uscire da tale abitazione risultava per Trotskij perfettamente legale nel dicembre del 1935, oltre che relativamente facile sul piano materiale: egli non era certo un carcerato in cerca di una difficile evasione da Alcatraz, ma viceversa uno straniero libero di spostarsi ovunque, anche in automobile, nella Norvegia socialdemocratica e laburista dell’anno in via d’esame.

Non solo: se un’eventuale presenza di Pjatakov nella casa della famiglia Knudsen avrebbe costituito – una volta osservata – un evento significativo e quindi ricordabile del dicembre del 1935, per di più con un Trotskij che si presentava come “malato” e “a letto” dall’inizio del mese, in quel periodo la coesistenza amichevole con la figura di Trotskij rappresentava per loro invece un elemento materiale ormai acquisito, dato che il loro ospite arrivò tra loro già nel giugno del 1935.

Considerata tutta questa serie di ulteriori vantaggi, l’opzione “esco di casa” diventava ancora di più una scelta obbligata per Trotskij, con le relative conseguenze devastanti e distruttive rispetto all’alibi “negativo” (assolutamente inutile) fornito dai Knudsen rispetto ai visitatori esterni, mai arrivati e realmente mai giunti nell’appartamento dei Trotskij: ma l’intelligenza acuta di Trotskij era in grado di prevedere e valutare anche un altro e più sottile vantaggio fornito dall’opzione “esco di casa”, basato sul calcolo delle probabilità del momento propizio.

Se infatti i Knudsen (e la cuoca) non fossero stati per fortuna in casa, Trotskij poteva riuscire ad uscire inosservato con assoluta facilità per l’appuntamento con Pjatakov cogliendo l’occasione favorevole, e allo stesso tempo egli poteva simultaneamente godere a tal fine di un certo margine di elasticità di manovra che invece, rimanendo ad aspettare Pjatakov nella casa di Honefoss, non poteva per forza di cose possedere.

Dovendo arrivare all’appuntamento con Pjatakov attorno alle 14,00/14,30, con circa due ore di margine di sicurezza prima del momento previsto per l’arrivo di Pjatakov nel luogo convenuto fuori di Honefoss (attorno alle 15,30), Trotskij aveva a disposizione alcune ore al fine di aspettare il momento buono per uscire dalla casa di Honefoss: diciamo dalle 09,00 (quando sia Konrad Knudsen che i suoi figli sarebbero stati al lavoro o a scuola, con alto grado di probabilità) fino alle 13,00.

Se nessuno fosse rimasto in casa in quelle ore, nessun problema si sarebbe presentato sotto questo aspetto per Trotskij.

Se poi la moglie e la cuoca dei Knudsen si fossero assentate da casa in mattinata, la fuoriuscita risultava parimenti tranquilla e senza alcun pericolo di essere scoperti: bastava mobilitare o telefonare a Dahl e far arrivare l’auto prima del loro ritorno, visto che la porta della casa dei Knudsen non era mai chiusa a chiave.

Se prendiamo viceversa in esame l’ipotesi “aspetto Pjatakov a Honefoss” anche riguardo a tale questione, come avvisare invece Pjatakov e il suo autista/accompagnatore in viaggio verso Honefoss di un eventuale momento propizio per il loro arrivo, nel caso in cui i Knudsen e la loro cuoca non fossero in casa? A casa Knudsen era disponibile un telefono, ma non erano stati ancora inventati i cellulari.

Per tutta una serie di motivi combinati, Trotskij non poteva quindi in alcun caso assolutamente effettuare il colloquio con Pjatakov dentro nella casa di Wexhall: un “professionista” della copertura e dell’inganno e della disinformazione (memoriale Tanaka, ecc.) non avrebbe mai commesso un errore tanto grossolano, e anzi solo un deficiente o un pazzo suicida avrebbe tenuto il colloquio clandestino con Pjatakov nella “casa trappola” dei Knudsen/ Trotskij.

Addio per sempre, “alibi negativo”, avente per oggetto la reale impossibilità che un visitatore esterno venisse a casa dei Knudsen/Trotskij passando inosservato. Proprio l’alto margine di rischio che l’eventuale visitatore della casa di Honefoss venisse scoperto, dai proprietari di quest’ultimo impediva all’intelligente e astuto Trotskij di utilizzare tale opzione e praticamente gli imponeva di scegliere l’ipotesi alternativa dell’”esco di casa”: anche solo un minimo di intelligenza, di capacità di previsione e pianificazione (doti che sicuramente Trotskij possedeva, e tra l’altro ad un alto livello) escludeva di adottare l’opzione “resto in casa/Pjatakov arriva a Honefoss”, oltre alle altre e sopracitate ricadute.

Avvocato del diavolo: “avete in ogni caso sottovalutato il rischio inverso, e cioè il pericolo reale per Trotskij di essere scoperto e visto dai Knudsen, uscendo/entrando di casa. In seconda battuta, quali mezzi e quali scuse poteva poi utilizzare Trotskij, per andare a incontrare Pjatakov fuori di casa?”.

Innanzitutto ribadiamo che Trotskij non correva alcun rischio di carattere legale verso le autorità norvegesi, uscendo di casa e spostandosi per la Norvegia nel pomeriggio del 12 o 13 dicembre del 1935. Come ci ha già informato Brouè, egli godeva in quell’anno e in quel mese di una piena libertà di movimento sul suolo norvegese, assicuratagli dal governo laburista del paese quando egli arrivò sul suolo scandinavo: in altri termini Trotskij non avrebbe commesso alcun reato con la sua semplice azione di fuoriuscire – in modo assolutamente legale – dalla sua abitazione di Honefoss, né del resto vicino alla sua casa si trovavano poliziotti o spie norvegesi in grado di contestargli questo suo – inesistente – reato, trovandosi pertanto da questo punto di vista in una situazione ottimale, sul piano giuridico e materiale.

In secondo luogo va ribadito che, proprio a causa della sua presunta malattia decembrina, Trotskij risultava isolato legittimamente anche dai Knudsen nelle sue stanze di Honefoss, potendo quindi godere di assoluta libertà d’azione e di assenza di testimoni al fine di allontanarsi e incontrare Pjatakov lontano dalla “casa trappola” di Honefoss.

La porta di casa dei Knudsen? Non era mai chiusa a chiave, e tanto meno di giorno.

Il cortile di casa Knudsen? Sempre aperto, tanto più di giorno.

In caso di bisogno estremo, lo studio utilizzato da Trotskij a Honefoss era collocato a pianoterra, tra l’altro con una finestra che il leader della Quarta Internazionale poteva sempre scavalcare con relativa facilità trovandosi quindi nel cortile. Almeno in mattinata e nei giorni feriali, infine, Konrad Knudsen di regola lavorava come giornalista-deputato a Oslo; suo figlio andava a scuola e la figlia gestiva un piccolo negozio a Honefoss.

Oltre che sul piano giuridico, quindi, anche sotto il profilo materiale una fuoriuscita segreta dalla casa di Honefoss non costituiva certo un impresa impossibile, anche grazie alla sua provvidenziale e “isolata”  malattia del dicembre del 1935.

Finora, inoltre, non abbiamo volutamente considerato la presunta – e irreale – imparzialità dei Knudsen. Tale nucleo familiare risultava infatti non solo l’ospite cosciente e libero di Trotskij in Norvegia, ma anche una famiglia che nel dicembre del 1935 era legata ormai da quasi sei mesi da buoni rapporti con i coniugi Trotskij; a sua volta Konrad Knudsen era un militante socialdemocratico e antistalinista che risultava in ottime relazioni con Olav Scheflo, a sua volta simpatizzante norvegese di Trotskij e grazie ai cui “buoni uffici” (Brouè) il leader in esilio della Quarta Internazionale poté “sistemarsi nella casa” di Honefoss[7].

Nel dicembre del 1935 e a Honefoss, quindi, Trotskij “giocava in casa” e in zona amica sotto tutti gli aspetti, oltre a potersi valere di tutta una serie di fattori favorevoli per potersi allontanare in segreto da Honefoss.

Fatte queste premesse, un’ottima risposta alle domande sulla scusa per far arrivare un autoveicolo alla casa dei Knudsen, venne fornita involontariamente dallo stesso Trotskij, con il suo discorso finale durante la tredicesima sessione della commissione Dewey.

Proprio cercando di negare l’esistenza del suo colloquio con Pjatakov, Trotskij infatti riportò una sua domanda rivolta in precedenza alla corte di Mosca e datata 24 gennaio del 1937, e cioè “Pjatakov vide mia moglie? Ella era a casa (la casa di Honefoss) quel giorno?”

Ma oltre a tale domanda (se qualche giudice-lettore sta ora pensando ai vantaggi secondari offerti dall’opzione “esco di casa”, non ha torto), Trotskij scrisse una terza frase nel suo “tredicesimo” quesito, riportato nel verbale degli atti della commissione Dewey tra parentesi, e cioè: “(i viaggi di mia moglie dal suo dottore o dentista in Oslo possono essere facilmente verificati)”.

Chiusa la parentesi di Trotskij, dalle parole in essa contenute escono invece con sicurezza due elementi molto interessanti, grazie ai “viaggi a Oslo” per ragioni di salute di sua moglie.

Innanzitutto troviamo il fatto sicuro che periodicamente (Trotskij parla al plurale di “viaggi” della moglie) la moglie andava a Oslo, sia per cure mediche che odontoiatriche.

In secondo luogo essa andava verso Oslo nei lunghi mesi invernali come minimo usando almeno in parte l’automobile: anche se a Honefoss esisteva infatti da molto tempo una stazione ferroviaria, essa era relativamente lontana dalla frazione di Wexhall e, per arrivare alla stazione ferroviaria più vicina, serviva in inverno e a una donna di più di cinquant’anni di età un veicolo e un’automobile, sia all’andata che al ritorno.

A tale elemento aggiungiamo il fatto sicuro, riportato da Brouè, che E. Wolf proveniva da una famiglia ricca e godeva di rendite cospicue, risultando pertanto in grado di permettersi come minimo l’affitto di un’automobile, mentre Dahl aveva a sua volta nel 1935 a disposizione una macchina stando alle sue stesse dichiarazioni del 1989.

Vista tale situazione, non solo Trotskij poteva usufruire dell’automobile in possesso di Dahl o di Erwin Wolf, ma poteva tra l’altro usare l’eccellente motivo di un viaggio a Oslo della moglie per ragioni mediche, che introduceva un motivo valido per far arrivare la macchina di Wolf (o di Dahl) alla casa dei Knudsen.

Per quanto riguarda invece la questione del rischio di essere visto dai Knudsen mentre usciva di casa, si è già notato che Trotskij poteva sempre sperare che, di mattina e in un giorno feriale, nessuno dei componenti del nucleo familiare dei Knudsen fosse presente in casa, anche solo per una mezz’ora: trenta minuti più che sufficienti al leader della Quarta Internazionale, al fine di lasciare in auto l’abitazione di Honefoss e recarsi di nascosto a incontrare Pjatakov.

Anche nel caso per lui peggiore, e cioè di una presenza costante di uno o più membri del nucleo dei Knudsen, Trotskij poteva sempre contare sulla moglie e su Wolf perché essi riuscissero, con una scusa qualunque, ad allontanare lo scomodo (seppur involontario) testimone per il breve tempo necessario a uscire di casa e salire sulla macchina che lo stava aspettando.

Se anche tale manovra fosse stata impraticabile per qualunque motivo, rimaneva pur sempre l’ultima opzione dell’”esco dalla finestra”: lo studio utilizzato da Trotskij a Honefoss era collocato infatti a piano terra e non al primo piano, con tra l’altro un’ampia finestra che dava direttamente sul cortile, mentre Trotskij proprio perché “malato” sarebbe stato nel suo studio senza testimoni ad intralciarlo.

Anche nella peggiore delle ipotesi, quindi, Trotskij poteva cercare di entrare rapidamente e di nascosto sull’auto tentando di non essere visto dai Knudsen e/o dalla loro cuoca, oltre a poter in ogni caso aspettare il momento buono per tentare di salire inosservato sulla macchina parcheggiata nel cortile: un vantaggio che riduceva almeno in parte il margine di pericolo, rispetto ai Knudsen.

Il leader della Quarta Internazionale poteva aspettare tranquillamente dieci minuti, mezz’ora o anche un’ora in attesa del momento giusto, sempre nello studio da lui occupato a piano terra e con solo una finestra facile da scavalcare nel caso peggiore: e sua moglie o Wolf potevano, sempre nell’ipotesi peggiore, cercare di distrarre i componenti della famiglia Knudsen eventualmente presenti in casa.

Si trattava di una fuoriuscita veloce e relativamente agevole dal punto di vista materiale, vista sia la collocazione a piano terra dalle stanze abitate da Trotskij sia l’immediata vicinanza dalla finestra dello studio di Trotskij rispetto al cortile di casa Knudsen, come si può almeno in parte notare anche dalla foto a pag. 13 contenuta nel libro di Yngvar Ustvedt, “Världsrevolutionen i Hønefoss” e contenuta in www.marxistarkiv.se.

Avvocato del diavolo: “e se invece Trotskij fosse stato visto, mentre usciva dall’abitazione dei Knudsen?”

Trotskij non si trovava certo circondato da poliziotti stalinisti, nel dicembre del 1935, ma viceversa era ospite di una famiglia di sinistra e antistalinista, con un capofamiglia che aveva ormai creato con lui dei buoni rapporti: si trovava quindi in “zona amica” il leader in esilio della Quarta Internazionale.

La combinazione macchina/viaggio a Oslo della moglie di Trotskij forniva inoltre una valida scusa e una buona motivazione per giustificare e legittimare l’uscita di casa del leader della Quarta Internazionale, se sfortunatamente egli fosse stato colto in flagrante durante tale azione.

Infatti il viaggio della moglie a Oslo forniva a Trotskij un’eccellente copertura da usare al fine di minimizzare l’eventuale danno, nel caso sfortunato egli fosse stato visto uscire dalla casa dei Knudsen. Se (poteva anche non succedere) Trotskij fosse stato visto uscire da uno dei componenti del nucleo familiare dei Knudsen, il leader della Quarta Internazionale avrebbe potuto pronunciare senza problemi una frase del tipo: “Salve, oggi sto un po’ meglio e quindi accompagno mia moglie dal dottore/dentista a Oslo”. Si sarebbe trattato di un’azione gentile e innocua da parte di Trotskij, da parte di un marito premuroso verso la sua anziana moglie; di un’uscita di casa giustificabile e innocua, in un momento storico tra l’altro politicamente non sospetto per i Knudsen quale era il dicembre del 1935; di un dettaglio insignificante per la famiglia norvegese, che si sarebbe perso probabilmente nelle “nebbie del tempo” dopo qualche giorno.

E chi avrebbe potuto poi ricordare con precisione il giorno dell’uscita di Trotskij dalla casa dei Knudsen/Trotskij? Era avvenuto il 9 dicembre? Il 18 dicembre del 1935? A un anno di distanza sarebbe stato quasi impossibile per chiunque ricordarsi con esattezza il giorno di un’osservazione (eventuale) del leader della Quarta Internazionale, notato mentre si allontanava dalla casa di Wexhall.

Anche poi nel caso sfortunato di una particolare e precisa “memoria storica” dei Knudsen, visti i rapporti amichevoli che sussistevano con loro già nel dicembre del 1935 si poteva probabilmente contare almeno su una loro complicità parziale, e cioè sul loro silenzio, sul loro non dire falsità ma neanche tutta la verità sulla fuoriuscita innocua da casa di Trotskij, per accompagnare sua moglie, nel dicembre del 1935: complicità parziale invece quasi sicuramente da escludere, se una di essi avesse viceversa visto entrare un uomo, alto e dai “Capelli rossi” nell’appartamento di Trotskij proprio nel dicembre del 1935.

Anche se Trotskij fosse stato visto uscire di casa, visti e considerati i rapporti di amicizia già esistenti con i Knudsen, si poteva sperare nel loro silenzio rispetto all’innocuo atto di affetto compiuto da Trotskij nei confronti della moglie, e far affidamento sulla loro connivenza rispetto all’uscita di casa di Trotskij: un dettaglio del resto poco appariscente anche se ricordato in seguito, perché per i Knudsen la questione principale da esaminare e ricordare sarebbe stata l’eventuale entrata di un estraneo nelle stanze di Trotskij, e non certo l’uscita da casa di quest’ultimo per andare a incontrare Pjatakov.

Anche nella peggiore delle ipotesi (“i Knudsen mi vedono mentre esco”), Trotskij sapeva quindi di lasciare solo una traccia quasi insignificante: ben altra situazione rispetto a quella che si sarebbe venuta a creare, se invece i Knudsen e/o la loro cuoca avessero visto entrare un uomo sconosciuto, alto e dai capelli rossi, nell’appartamento di Trotskij proprio nel dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “e la moglie di Trotskij, dove viene inserita in questo presunto piano diabolico?”

Stiamo entrando a questo punto nel difficile campo della ricostruzione dettagliata degli eventi del pomeriggio del 12 o 13 dicembre del 1935, visto e vissuto dalla parte di Trotskij.

Sappiamo ormai con certezza che il suo colloquio segreto con Pjatakov era avvenuto realmente; sappiamo ormai con certezza anche che Trotskij era uscito di casa e si è allontanato dalla sua abitazione di Honefoss, e che Pjatakov viceversa non era mai arrivato nella dimora norvegese dei Trotskij; ma sulla dinamica concreta possiamo solo avanzare delle ipotesi, a nostro avviso credibili ma senza tuttavia avere un riscontro oggettivo e sicuro come per i temi sopracitati.

Comunque, per soddisfare almeno in parte la legittima curiosità del giudice-lettore oltre che per un’esigenza di completezza investigativa, forniamo una possibile riproduzione dei passi concreti seguiti da Trotskij, quando egli usci da Honefoss al fine di incontrarsi in segreto con Pjatakov.

In tarda mattinata, se non ancora prima, la moglie di Trotskij semplicemente accompagnò il marito all’appuntamento con Pjatakov, anche perché erano del resto lungo la direttrice di marcia per Oslo e l’azione in esame poteva quindi essere svolta senza problemi: Trotskij, a quel punto, doveva limitarsi senza particolare fatica a farsi accompagnare in auto da Wolf o da Dahl nella casa affittata per l’appuntamento (o già disponibile in precedenza) ad alcuni chilometri di distanza, lungo la direttrice di marcia tra Honefoss e Kjeller.

Avvocato del diavolo: “e se essi fossero stati fermati dalla polizia durante il viaggio?”

Trotskij e la moglie erano liberi e pienamente in grado sul piano legale di muoversi per tutta la Norvegia e in qualunque momento volessero, come del resto ci ha informati il trotzkista Brouè in precedenza, e quindi Trotskij non stava pertanto commettendo alcun reato andando in giro per la strada tra Honefoss e Kjeller: un eventuale controllo della polizia non avrebbe pertanto creato la contestazione di un reato, e tanto meno una derivata denuncia nei registri della polizia norvegese.

Avvocato del diavolo: “e se Wolf avesse invece compiuto un eccesso di velocità?”

Su strade innevate, con una macchina dotata di catene? Con tutto il tempo a sua disposizione? Partendo ad esempio verso mezzogiorno da Honefoss e con l’arrivo stimato di Pjatakov non prima della 15,00 (Pjatakov dichiarò di essere giunto all’appuntamento con Trotskij attorno alle 15,30), la macchina di Wolf (o di Dahl) doveva percorrere al massimo quaranta chilometri in due ore, andando pertanto allo stratosferico ritmo di venti chilometri all’ora; anche a tale “folle” velocità, Trotskij sarebbe arrivato con circa due ore di anticipo al posto selezionato per l’appuntamento con Pjatakov. Un margine di tempo tra l’altro sufficientemente ampio da garantire uno spazio di manovra a Trotskij e al suo autista in caso di improbabili, ma non impossibili inconvenienti al loro mezzo di trasporto e potendo sempre, in caso estremo, chiamare un altro veicolo per farsi portare ancora in tempo utile nei pressi del luogo scelto per il rendez-vous con “Capelli rossi”.

Giunto alla casa affittata per l’occasione, Trotskij non doveva fare altro che entrare velocemente e aspettare Pjatakov, lasciando Wolf fuori in macchina di guardia assieme a sua moglie; un’attesa certo snervante per Trotskij, ma in ogni caso un prezzo minimale da pagare, come del resto i soldi versati per l’affitto dell’abitazione prescelta da parte del più che benestante Erwin Wolf.

Scegliendo l’opzione “esco da casa” e con l’aiuto del viaggio della moglie a Oslo dal suo dentista/dottore, il progetto di delitto elaborato da Trotskij per uscire a incontrare Pjatakov risultava perfettamente realizzabile, con un ampio margine di manovra per la sua realizzazione concreta.

Avvocato del diavolo: “e il ritorno alla casa dei Knudsen, come poteva avvenire?”

In modo assai semplice.

Dopo il colloquio (durato circa due ore, secondo la testimonianza di Pjatakov al processo di Mosca), Pjatakov lasciò subito la casa utilizzata per l’incontro e riparti per l’aeroporto di Kjeller, mentre a loro volta Trotskij, il suo autista e la moglie si diressero verso Honefoss: partendo circa alle 18.00, essi potevano comodamente arrivare a casa attorno alle sette della sera. Calato da tempo il sole, i Trotskij scesero rapidamente nell’oscurità ed entrarono subito in casa: missione compiuta.

Avvocato del diavolo: “ma come si poteva superare il problema della porta di entrata in comune nel loro appartamento?”

Se Trotskij fosse stato visto uscire dall’abitazione dei Knudsen da uno qualsiasi dei componenti della famiglia Knudsen, almeno tale problema era risolto a priori e anticipatamente (“la visita di mia moglie dal medico a Oslo è andata bene, ma finalmente siamo tornati a Honefoss”, o frasi/spiegazioni più o meno simili).

Se Trotskij fosse stato invece sicuro di non essere stato notato nella sua fuoriuscita da Honefoss dai componenti della famiglia Knudsen, bastava ad esempio utilizzare un trucco molto più banale di quello inventato con tanta astuzia dal leader della Quarta Internazionale rispetto al memorandum Tanaka: e cioè fingere di uscire dall’abitazione dei Knudsen per accogliere la moglie, mentre in realtà vi entrava con lei provenendo dall’incontro segreto con Pjatakov. “Come è andata a Oslo? Appena ho sentito l’auto, sono uscito a incontrarti”.

Oppure, in alternativa, era sufficiente che Trotskij si ricordasse che da una finestra al piano terra si può uscire ma anche entrare, specialmente se una moglie premurosa appena arrivata in casa l’avesse aperta per “arieggiare” una stanza rimasta chiusa per alcune ore, permettendo in tal modo l’entrata in essa di altri elementi “esogeni”, quali ad esempio un marito molto politicizzato.

In ogni caso i vantaggi dell’opzione “esco da casa” aumentavano a vista d’occhio, una volta superato il momento dell’uscita da casa di Trotskij.

Andava realmente in direzione di Oslo, il trio composto dai due coniugi Trotskij e dall’autista (E. Wolf o N. Dahl), e un ritorno in tarda serata della moglie di Trotskij, “da Oslo” e da una visita medica risultava perfettamente comprensibile per i Knudsen.

Realmente l’autista (assieme alla moglie di Trotskij) aspettò in macchina Trotskij, svolgendo il ruolo di “guardia del corpo” effettiva della sicurezza dell’incontro segreto.

Realmente la moglie non parlò e non vide da vicino Pjatakov.

Avvocato del diavolo: “e se qualcuno dei Knudsen avesse bussato in quelle ore alla porta dei Trotskij, durante l’assenza dei due coniugi?”

Se sfortunatamente Trotskij fosse stato visto uscire di casa con la moglie da uno dei Knudsen, almeno tale fatto non sarebbe stato certo un problema: “cosa bussi a fare, i Trotskij sono fuori”.

Se invece Trotskij non fosse stato visto uscire di casa, anche un ipotetico ed eventuale visitatore da parte dei Knudsen, non sentendo rispondere, avrebbe pensato che il malato e febbricitante Trotskij stesse riposando: e sentendo i rumori nella casa adiacente almeno in tarda serata, essi avrebbero subito evitato di mettersi eventualmente in allarme.

Giudici-lettori: “un istante: parlando della macchina (di Dahl o di Wolf) e del suo arrivo alla casa dei Knudsen per far uscire Trotskij e sua moglie, ci è venuto in mente che l’automobile di uno dei due, ormai conosciuta dai Knudsen, avrebbe invece potuto portare senza destare sospetti Pjatakov fino alla casa di Honefoss”.

Senza dubbio un eventuale arrivo della macchina di Dahl (o Erwin Wolf) non avrebbe creato alcuna curiosità nei Knudsen, ma in ogni caso rimaneva il “problemino” di far passare Pjatakov dalla macchina di Dahl (o Wolf) alla casa dei Knudsen e all’entrata in comune senza che nessuno lo vedesse, senza che nessuno vedesse arrivare un estraneo alto e dai capelli rossi dentro l’abitazione usata dai coniugi Trotskij; in ogni caso, inoltre, rimaneva il secondo “problemino” di far uscire in seguito Pjatakov dall’abitazione dei Trotskij, sempre senza che nessuno dei cinque componenti della famiglia dei Knudsen se ne rendesse conto.

E in sovrappiù, usare un’autista anche fidato – Wolf o Dahl – per trasportare e quindi vedere sicuramente di persona Pjatakov significava anche creare automaticamente un testimone diretto dell’arrivo concreto di Pjatakov in terra norvegese: un testimone che avrebbe anche potuto diventare letale, nella peggiore delle ipotesi.

Avvocato del diavolo: “appunto, la peggiore delle ipotesi: accettando per un attimo la vostra tesi, quale linea di difesa avrebbe mai potuto proporre Trotskij se (ipotesi poco probabile, ma sempre possibile) Pjatakov fosse stato sfortunatamente fermato dalla polizia norvegese a Kjeller, o durante il tragitto tra Kjeller e il punto fissato per l’incontro con il leader in esilio della Quarta Internazionale? Visto che voi stessi avete riconosciuto che quest’ultimo costituiva un abile ed esperto professionista nel campo della cospirazione, Trotskij non poteva non prendere in considerazione anche “il peggio del peggio”: ma allora come avrebbe potuto essere giustificata, la presenza di Pjatakov sul suolo norvegese?”

Un abile ed esperto professionista della cospirazione come Trotskij avrebbe sempre potuto, nell’ipotesi peggiore di un eventuale fermo di Pjatakov in Norvegia, “disconoscere” quest’ultimo e sostenere che fosse invece un agente provocatore di Stalin, mandato in Norvegia su incarico dei dirigenti della polizia stalinista al solo fine di compromettere la Quarta Internazionale sul piano politico e morale attestando, già solo con il suo volo clandestino dalla Berlino nazista del dicembre del 1935, che Trotskij fosse in contatto e collaborazione diretta con i fascisti tedeschi.

Non solo la tattica del “disconoscimento” dei propri agenti costituiva un’arma di difesa usata già da molto tempo dagli esperti della cospirazione e dai servizi segreti, in caso di necessità, ma proprio Trotskij in persona si servì concretamente di questo stratagemma rispetto al “caso Olberg”, su cui ci soffermeremo a lungo nel prossimo capitolo.

Avvocato del diavolo: “tornando ai fatti concreti e non alle ipotesi, dove sono le prove concrete della presunta uscita da Honefoss di Trotskij?”

Come al solito vengono da fonte trotzkista e proprio dallo stesso Trotskij, anche se in modo indiretto e assai particolare.

È sufficiente esser coscienti, a tal proposito, che Trotskij concentrò l’attenzione del mondo intero solo sull’ipotesi – abnorme e assurda – che Pjatakov fosse arrivato alla casa dei Knudsen, al fine evidente di ricavare così degli argomenti contro l’esistenza del loro colloquio segreto, non prendendo invece in alcun modo in esame l’opzione alternativa, viceversa perfettamente razionale e sensata, anche solo per tentare di demolirla.

In altri termini, basta solo rileggere sotto una luce diversa alcune delle “prove minori” che egli stesso fornì già il 27 gennaio 1937 contro la tesi della veridicità del volo di Pjatakov, analizzandole da una prospettiva alternativa e sapendo in anticipo che mai e poi mai un esperto e intelligente “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) quale Trotskij avrebbe commesso l’errore imperdonabile di far entrare/uscire Pjatakov dalla pericolosissima (sotto il profilo dei possibili osservatori/testimoni) “casa-trappola” e dall’”entrata trappola” dei Knudsen a Honefoss. In alcune delle sue domande, invece, il leader della Quarta Internazionale non a caso – e in modo intelligente per i suoi interessi – concentrò l’attenzione solo ed esclusivamente sull’ipotesi che Pjatakov fosse arrivato alla casa dei Knudsen, e non su quella inversa, l’unica razionale e sensata.

Lasciamo pertanto volentieri la parola a Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, quando egli riprese le sue stesse dichiarazioni rese in precedenza, in data 24 gennaio del 1937.

Tra le concrete, reali e indiscutibili domande formulate all’inizio del 1937 da Trotskij, per l’allora imputato Pjatakov e per Stalin/NKVD, emerge infatti che egli chiese tra l’altro: “Pjatakov descriva l’aspetto interno della mia stanza e dello studio nella casa di Trotskij a Wexhall/Honefoss”. Retropensiero di Trotskij: “non può assolutamente farlo, visto che ho studiato tutto proprio affinché Pjatakov non venisse a Wexhall”.

Altro quesito proposto dall’abile e astuto Trotskij: “Pjatakov, ha visto i Knudsen?” Retropensiero del leader in esilio della Quarta Internazionale: “certo che no, sarei stato proprio un perfetto cretino a farlo venire a Honefoss e, ancora peggio, a farlo incontrare con i Knudsen…”

Altra domanda di Trotskij: “e i Knudsen, hanno visto Pjatakov?”

Suo retropensiero: “solo se avessi voluto rischiare seriamente di suicidarmi sul piano politico, e simultaneamente far uccidere Pjatakov dall’NKVD”.

Nuova domanda: ”Pjatakov ha visto mia moglie”, nella casa di Honefoss?

Retropensiero: “non ha visto né l’una, né l’altra…”

Ma sotto questo aspetto Trotskij fece altre nuove domande già il 27 gennaio 1937, creando dei particolari (e controproducenti) quesiti che vennero ripetuti durante la famosa sesta sessione della commissione Dewey. Li riportiamo subito, partendo dalla sua domanda numero dodici con la quale sempre Trotskij chiese a Pjatakov, a Stalin/NKVD e al mondo intero:

“12) In quale modo Pjatakov fece il viaggio durante la sera, da Wexhall alla stazione di Honefoss? Nell’automobile del nostro ospite Knudsen, oppure per taxi chiamato per telefono da Honefoss? In entrambi i casi la partenza, come l’arrivo, non poteva essere compiuto senza testimoni”.

Magnifica, seppur controproducente, questa “perla” creata ad arte da Trotskij: esaminiamola con attenzione.

Innanzitutto il leader in esilio della Quarta Internazionale focalizzò ancora una volta l’attenzione sull’“arrivo” e “partenza” di Pjatakov dalla casa di Honefoss dei Knudsen: una tesi chiarissima avanzata da Trotskij che non lascia spazio ad alcun dubbio su quale tesi Trotskij avesse sposato e stesse utilizzando, nella specifica materia in via di esame.

Su di essa va effettuata una prima riflessione: perché non chiamare anche la banda comunale di Honefoss, oltre al “taxista”, per festeggiare e accompagnare Pjatakov alla stazione ferroviaria, magari stendendo un tappeto rosso al suo passaggio e intonando dei cori antistalinisti alla presenza dei giornalisti locali? Il tutto, sempre in omaggio alle regole ferree della prudenza cospirativa…

Terzo e principale elemento. Trotskij confermò di sfuggita, ma direttamente e volontariamente, che sia “l’arrivo” che “la partenza” di Pjatakov a Honefoss non potevano passare assolutamente inosservate se fatte in auto: ma allora quale cospiratore, anche dotato solo di un minimo di cervello, avrebbe fatto venire “Capelli rossi” proprio a Honefoss/Wexhall, a casa dei Knudsen? L’intenzione e il fine reale di Trotskij, il retropensiero del leader in esilio della Quarta Internazionale risultava assai chiaro anche a tale proposito e fin dal gennaio del 1937: “se si bevono la panzana che io abbia voluto far arrivare Pjatakov nella “casa-trappola” dei Knudsen, posso allora sfruttare tutte le altre assurdità che derivano da tale opzione proprio al fine di dimostrare che il volo di Pjatakov e il suo colloquio con me non siano mai avvenuti, risultando solo delle mere invenzioni di Stalin”.

In ogni caso registriamo le parole assai chiare e concrete di Trotskij, con le quali concordiamo: sia “l’arrivo” in loco che “la partenza” di Pjatakov non potevano “essere compiuti senza testimoni”, se quest’ultimo fosse stato fatto pervenire e ripartire dalla casa di Wexhall usando un’automobile privata, o ancora peggio “un taxi”. Si tratta di un ulteriore conferma della nostra tesi per cui solo un folle, oppure un aspirante suicida avrebbe effettivamente organizzato il colloquio segreto tra Trotskij e Pjatakov nella “casa-trappola” dei Knudsen, con la sua “entrata-trappola” e con i problemi ulteriori dell’”auto-trappola” e degli “abitanti del villaggio” esaminati in precedenza.

Avvocato del diavolo: “ma se Trotskij doveva uscire da casa dei Knudsen obbligatoriamente, al fine di evitare tutti i rischi combinati di un arrivo di Pjatakov a Wexhall/Honefoss, per quale motivo allora il leader della Quarta Internazionale avrebbe dovuto “confinarsi” a letto, con la “febbre” e “malato”, per i primi diciannove giorni di dicembre?

Tale indisposizione, presunta o reale che fosse, costituiva effettivamente in ogni caso un ostacolo visto che essa impediva a Trotskij di uscire senza problemi da casa Knudsen, e pertanto di incontrarsi senza problemi con Pjatakov fuori da Wexhall: ma proprio voi avete sollevato la questione trattando della “prima anomalia”, avente per oggetto il carattere fittizio della febbre che colpì Trotskij.

Delle due alternative, allora, una sola è valida.

Se Trotskij era realmente malato, crolla gran parte delle vostre prove sul carattere colpevole e sospetto delle azioni del leader della Quarta Internazionale.

Ma se Trotskij invece non era realmente malato, per quale motivo avrebbe dovuto inventarsi una malattia che gli impediva di uscire senza alcun rischio, senza incorrere in problemi di sorta dalla casa dei Knudsen?

Come potete uscire da tale contraddizione? E per favore, non venite a dirmi che Trotskij era un deficiente, visto che voi stessi più volte avete affermato giustamente il contrario!”

Nella vita reale spesso si pongono delle questioni di priorità, e la priorità assoluta per l’intelligente Trotskij, nel caso specifico, risultava tenere assolutamente segreto il suo incontro e colloquio clandestino con Pjatakov: tutto il resto risultava subordinato a tale elemento centrale, che richiedeva – tra le altre cose – che nessuno dei Knudsen vedesse entrare “Capelli rossi” a Honefoss. Inoltre nel mondo, come potenziali testimoni e visitatori inopportuni/inaspettati, non esistevano solo i Knudsen: la seconda priorità di Trotskij diventava quindi quella di escludere a priori gli “scocciatori” esterni nei giorni attorno all’incontro con Pjatakov, esigenza che richiedeva a sua volta la costruzione di una finta febbre.

Da tutti questi elementi combinati tra loro, risultava un rifiuto secco e inevitabile dell’ipotesi “Pjatakov a Honefoss”, ma allo stesso tempo un si obbligato all’ipotesi “falsa febbre”, anche se essa comportava per Trotskij un particolare svantaggio e un particolare lato negativo, e cioè il rischio di essere visto dai Knudsen mentre usciva di casa.

Proprio perché Trotskij era molto intelligente ed astuto, si può spiegare facilmente il problema, la contraddizione reale e il dilemma concreto che dovette affrontare Trotskij su questo punto specifico.

Trotskij aveva dovuto subito affrontare, organizzando il suo incontro con Pjatakov, il problema centrale della segretezza, dell’assoluta necessità di mantenere nascosto e clandestino l’incontro, inteso come parametro centrale per l’analisi di Trotskij del “delitto” da compiere, come si è già notato in precedenza e come risulta del resto chiaro a qualunque persona dotata di un minimo di raziocinio e di buon senso: fatta questa premessa, Trotskij doveva subito porsi il problema di chi potesse minacciare la segretezza dell’incontro.

I Knudsen, certo, anche se solo in modo assolutamente involontario: ma sicuramente non solo dai Knudsen, anzi non principalmente dai Knudsen. Questo era il vero problema e il vero nodo da risolvere per il leader della Quarta Internazionale.

Sussistevano anche altre e ben più pericolose fonti di pericolo, per la clandestinità del volo di Pjatakov e del suo colloquio con Trotskij, facilmente identificabili (sia per noi, che a maggior ragione per l’intelligente leader della Quarta Internazionale):

  • nelle spie di Stalin in Norvegia;
  • nelle possibili infiltrazioni di uomini di Stalin all’interno della Quarta Internazionale;
  • nei trotzkisti in buona fede, desiderosi di incontrarsi con il loro leader indiscusso in Norvegia, oltre che negli intellettuali più o meno simpatizzanti in cerca di un contatto diretto con lui[8];
  • nei giornalisti in buona fede, desiderosi di intervistare Trotskij.

Non era paranoia da parte di Trotskij, ma un’inevitabile e razionale previsione e presa d’atto dei pericoli che minacciavano la segretezza del volo di Pjatakov: e pertanto cerchiamo di nuovo di metterci nei panni del leader della Quarta Internazionale.

Per cercare di “addormentare” le spie di Stalin diminuendo il loro livello di attenzione e di sorveglianza, la notizia di una “malattia” di Trotskij risultava sicuramente un’ottima idea, anzi la migliore a disposizione di Trotskij, specialmente se le informazioni sulle cattive condizioni di salute del leader della Quarta Internazionale fossero loro pervenute prima del volo di Pjatakov, diciamo dalla metà di settembre del 1935 in poi e Deutscher attestò che l’inizio della “malattia” di Trotskij risaliva alla seconda metà di settembre del 1935; controllate pure giudici-lettori…

I possibili infiltrati stalinisti all’interno della Quarta Internazionale?

Come sopra: “da fonti sicure, comunichiamo al Centro di Mosca che Trotskij risulta ammalato a partire dalla seconda metà di settembre del 1935”.

Gli intellettuali, i simpatizzanti e i trotzkisti in buona fede, desiderosi di incontrarsi con Trotskij?

Se quest’ultimo risultava ammalato seriamente, come potevano anche solo pensare di disturbarlo e di presentarsi alla sua porta in Norvegia, più o meno inaspettatamente?

Ricordiamoci inoltre, rispetto a queste particolari fonti (involontarie) di problemi che Trotskij non poteva essere sicuro, quasi fino all’ultimo, del giorno esatto dell’arrivo di Pjatakov a Kjeller: il 12 dicembre? il 13 dicembre, il 14 dicembre? Ipotizziamo che un trotzkista in buona fede, in assenza della malattia di Trotskij, venisse sfortunatamente a dicembre in Norvegia e chiedesse di incontrarsi con il suo leader domandando “posso venire a Honefoss il 12 dicembre?” Risposta di Trotskij: “Purtroppo non si può” “Allora il 13 dicembre?” Risposta “no, non si può”. “E allora va bene il 14 dicembre?” Come sopra”. Brutta faccenda, con delle risposte potenzialmente in grado di creare alcuni sospetti sia nel dicembre del 1935 che soprattutto in seguito, dopo il mese invernale in via d’esame.

Un rischio minimale, certo, ma che se si fosse tradotto in realtà per colmo di sfortuna e/o per il calcolo delle probabilità, avrebbe avuto conseguenze gravissime per la segretezza del volo/arrivo/colloquio di Pjatakov con Trotskij, un rischio evitabile solo con la presunta “malattia”.

In estrema sintesi, la direttiva prioritaria di Trotskij doveva essere “niente visitatori inaspettati e indesiderati” nel dicembre del 1935, dando quindi avviò inevitabilmente alla sceneggiata della “malattia”.

Rispetto ai giornalisti norvegesi/stranieri valeva più o meno lo stesso discorso, con l’aggravante dell’impossibilità di contenere un eventuale flusso di notizie sgradevoli, se proveniente anche da uno solo dei rappresentanti della professione in oggetto.

Creandosi una “finta malattia”, e un (reale) soggiorno in ospedale durato un mese con un certo anticipo rispetto al possibile arrivo di Pjatakov; spargendo la notizia di tale “malattia” in molte direzioni, Trotskij pertanto poteva quasi completamente neutralizzare, in un solo colpo, ben quattro fonti di pericolo rispetto alla decisiva segretezza del volo di Pjatakov.

Invece prendiamo in esame l’ipotesi alternativa, e cioè che Trotskij non avesse voluto utilizzare le possibilità positive ottenute con la “finta malattia”.

Spie staliniste: antenne all’erta.

Possibili infiltrati stalinisti nella Quarta internazionale: come sopra.

Eventuali intellettuali e/o trotzkisti in buona fede in cerca di un incontro con il loro leader: come mandarli via, senza allo stesso tempo creare sospetti?

Giornalisti norvegesi/stranieri in cerca dello scoop: come sopra.

Di fronte a questi pericoli potenziali per la (decisiva) segretezza del volo di Pjatakov, Trotskij poteva disporre di un’arma potente quale la creazione ad arte di una sua (finta) malattia debilitante e di una sua presunta febbre, visto che autoproducendo tale malattia egli prendeva quattro vantaggi in un solo colpo, rispetto a diverse fonti potenziali di pericolo: un risultato splendido e con un costo minimale, eccetto che sul fronte della quinta fonte (involontaria) di pericolo, e cioè i Knudsen.

Tutto perfetto? No, certo. Ogni progetto e ogni azione umana contiene in sé un lato positivo ma anche un aspetto negativo, per chi la compie.

Anche l’opzione della “malattia diplomatica” conteneva sicuramente un lato negativo e un rovescio della medaglia, che non poteva essere evitato se non rinunciando ai vantaggi, ben più grandi, offerti dalla sceneggiata della finta malattia/febbre: seguendo una bella canzone dei Rolling Stones si potrebbe dire che “you can’t always get what you want”, e cioè non si può avere tutto dalla vita, ma senza la finta malattia i pericoli di esposizione e di scoperta dell’incontro segreto con Pjatakov aumentavano subito in modo esponenziale, mentre invece la difficoltà di uscire dalla casa dei Knudsen non creava nell’immediato alcun pericolo concreto e i rischi erano ridotti al minimo anche nel e per il futuro.

Andiamo più a fondo su tale questione.

Se infatti Trotskij avesse deciso di crearsi ad arte una finta malattia, i Knudsen sarebbero sicuramente venuti a saperlo, certo, e una sua uscita da casa sarebbe diventata una fonte di pericolo: svantaggio reale e innegabile, ma in ogni caso solo nel futuro e invece nullo ed inesistente per il giorno dell’incontro con “Capelli Rossi”.

Trotskij non era infatti tenuto in prigione dai Knudsen, e quindi anche un’uscita di casa per un solo pomeriggio di un malato, che dichiarasse di sentirsi un po’ meglio, non costituiva certo né un delitto né una fonte di sospetto immediato per i Knudsen. Sempre nel caso peggiore che egli fosse stato osservato mentre si allontanava dall’abitazione, la fuoriuscita di Trotskij poteva inoltre essere facilmente giustificata ad esempio con la scusa che egli volesse accompagnare la moglie a Oslo e, sempre nel caso peggiore, i Knudsen avrebbero comunque e in ogni caso visto uscire Trotskij e non entrare Pjatakov, alto e ben riconoscibile ma esisteva del resto anche l’altra ipotesi, quella ottimale, nella quale la breve fuoriuscita di Trotskij da casa sarebbe passata completamente inosservata da parte dei Knudsen.

Sul piatto della bilancia, l’intelligente Trotskij dovette valutare vantaggi e svantaggi delle tre opzioni che gli si presentavano davanti.

Opzione uno, nessuna finta malattia e il derivato vantaggio della libertà di uscita dalla casa dei Knudsen; ma, allo stesso tempo, anche derivata impossibilità di ridurre sensibilmente i rischi creati dalle spie staliniste in Norvegia e dai possibili infiltrati stalinisti nella Quarta Internazionale, oltre che di ridurre praticamente a zero il rischio di compagnia indesiderata da parte dei militanti trotzkisti e dei giornalisti.

Opzione due: crearsi la finta malattia e uscire di nascosto dalla sua abitazione, ma allora avere il problema/rischio dei Knudsen.

L’ultima opzione, ossia quella di far venire Pjatakov nell’abitazione dei Trotskij /Knudsen, sempre fingendo la febbre, era da scartarsi a priori per il suo carattere demenziale e suicida derivante dall’“entrata-trappola” dell’abitazione dei Knudsen e di altri fattori esposti in precedenza.

Anche se presentava dei rischi modesti e dei lati negativi, Trotskij scelse la seconda ipotesi, quella della finta malattia e della fuoriuscita da Honefoss, e fece bene. Non solo infatti i Knudsen non gli diedero alcun problema come possibili “testimoni” della sua uscita da casa fino al gennaio del 1937, ma anche in seguito da essi continuarono ad arrivare delle dichiarazioni che attestavano sia l’innocenza di Trotskij che l’impossibilità per un visitatore esterno di incontrarsi a Honefoss, senza che l’ipotesi di un’eventuale fuoriuscita da casa da parte di Trotskij venisse presa in esame seriamente dal loro nucleo familiare, come del resto da molti storici e ricercatori per lunghi decenni.

Storici e ricercatori incapaci anche non solo di rendersi conto che, proprio a causa della sua malattia, Trotskij non possedeva alcun alibi positivo dal 1° al 19 dicembre del 1935, ivi compresi i pomeriggi del 12/13 dicembre, ma parimenti neanche in grado di rendersi conto che l’alibi negativo fornito dai Knudsen (nessun visitatore esterno è entrato in casa nostra) perdeva di qualunque valore, se Trotskij fosse uscito di casa per incontrarsi con Pjatakov evitando simultaneamente che quest’ultimo entrasse nella “casa-trappola” di Honefoss.

Storici e ricercatori inoltre incapaci di rendersi conto che mai e poi mai, per nessuna ragione al mondo, l’abile e intelligente cospiratore Trotskij avrebbe organizzato l’incontro con Pjatakov nella casa di Honefoss con almeno ben cinque potenziali testimoni (i Knudsen) dell’arrivo di “Capelli Rossi”, e altresì cinque testimoni potenziali anche per l’uscita successiva di Pjatakov dalla casa di Trotskij a Wexhall, con l’“entrata-trappola” di Honefoss e l’“autotrappola”, ecc.

Dalla totale demolizione dell’ultima linea di difesa di Trotskij, e cioè del suo presunto “alibi negativo”, deriva l’inevitabile conseguenza che Trotskij risultava privo di ogni alibi per i giorni che ci interessano. È il principale sottoprodotto che ci fornisce l’analisi svolta in queste pagine e in quelle precedenti rispetto alla presunta impossibilità del volo di Pjatakov (Linkoping, i “buchi neri” di Gulliksen, ecc.), all’”alibi positivo” (inesistente) di Trotskij e a quello “negativo” (parimenti fasullo e artefatto, vista la “casa-trappola”, ecc.) oltre che a quello “tardivo” (l’abnorme “gita nel ghiaccio”) esibito in modo infruttuoso e fraudolento da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Quattro tipologie diverse di alibi, via via esposte e utilizzate dal leader in esilio della Quarta Internazionale, sono quindi crollate una dopo l’altra come birilli, lasciando Trotskij privo di qualsiasi difesa efficace rispetto alle giornate del 12 e 13 dicembre del 1935, ai pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935.

Abbiamo pertanto ottenuto, seppur per via indiretta, un ulteriore prova rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov: ma perché fermarsi? Numerose altre prove indirette attendono ancora di essere scoperte, a partire dal “caso Olberg”.

[1] “The case of…”, op. cit. sesta sessione

[2] P. Brouè, op. cit. pag. 781

[3] P. Brouè, op. cit., pag. 781

[4] P. Brovè, “Erwin Wolf”, op. cit.

[5] “Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 17, in http://www.marxistarchiv.se

[6] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, p. 380; P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 781

[7] P. Brouè, “La rivoluzione tradita”, pag. 780

[8] P. Brouè, op. cit., pag. 586

Relazione tenuta dal compagno Massimo Leoni durante l’assemblea sulla Cina del 7 aprile- Milano

Care Compagne e Compagni nel mio intervento intendo mettere in evidenza dei dati presi da fonti sicuramente non comuniste e di sinistra sulla Cina, che dimostrano in modo inequivocabile quanto in Cina sia ancora importante lo Stato nell’economia socioproduttiva del grande paese asiatico.

Persino negli studi dei centri di ricerca occidentale e sulla stampa borghese si possono ritrovare delle notizie interessanti che forniscono un processo di riproduzione corretto e materialistico della realtà concreta della Cina contemporanea e della sua proteiforme e stimolante dinamica.

Parto da un rapporto elaborato di recente dall’Istituto statistico Euromonitor, pubblicato anche dal Corriere della Sera all’inizio di marzo: in esso veniva dichiarato apertamente che, dal 2005 al 2016, il salario degli operai e delle tute blu cinesi era triplicato passando dai 1,20 euro del 2005 ai 3,60 euro del 2016, quindi quasi raggiungendo lo stipendio medio degli operai portoghesi e sempre non tenendo conto del costo della vita, inferiore in Cina rispetto a Lisbona.

Come operaio, mi piacerebbe molto che anche in Italia dal 2005 al 2016 il salario mio e di tutta la classe lavoratrice si fosse triplicato: ma vi posso garantire, anche in base alla mia esperienza concreta di quest’ultimo decennio, che purtroppo non è successo niente di simile nel nostro paese ma viceversa si è verificato un ulteriore calo del potere d’acquisto reale di noi lavoratori, come del resto è emerso dal rapporto pubblicato di recente dalla Confederazione dei sindacati europei che dimostra che il salario reale in Italia è diminuito ogni anno del 0,3 percento dal 2009 al 2016.

A questo punto, come ha notato anche il giornalista Alberto Benzoni, sorgono subito tre questioni molto interessanti per i comunisti, derivanti dalla triplicazione dei salari operai cinesi.

“La prima riguarda la globalizzazione. Ci hanno raccontato che era un vincolo obbligante; ma non sarà forse un processo aperto a vari tipi di gestione ?

La seconda ha a che fare con il rapporto tra stato e mercato. Ci hanno raccontato che il primo dovesse essere al servizio del secondo; fino a farsi sempre più da parte. Il modello cinese non dimostra invece il contrario ?

La terza ha a che fare con l’Europa. Ci hanno raccontato che essa dovesse rafforzare i propri legami economici (vedi TTIP) e politico-militare (vedi NATO) a contrastare l’aggressività russo-cinese. Non è invece, forse, suo interesse aprirsi collettivamente ad ogni tipo di collaborazione per costruire un mondo senza egemonie e basato sul concerto tra le nazioni?”

Fornisco altri dati oggettivi e indiscutibili che servono a smentire le menzogne e le leggende metropolitane, ancora oggi molto diffuse nel mondo occidentale, rispetto alla realtà della Cina contemporanea.

Secondo dati forniti dall’ONU, l’aspettativa media di vita del 2013 è inoltre salita a più di 75 anni, rispetto ai 45 anni del 1960 e alla mortalità inenarrabile che gravava invece sugli operai e contadini cinesi prima della grande rivoluzione del 1949, promossa e guidata dal Partito Comunista e dal compagno Mao Zedong.

Non solo: sempre in base a dati ONU nel 2010 il tasso di alfabetizzazione dei giovani cinesi in età compresa tra i 15 e i 24 anni raggiungerà ormai il 99,5% del totale contro l’82% del 1981, per non parlare poi della diffusa piaga dell’analfabetismo di massa che opprimeva le masse popolari cinesi prima del 1949.

Non risulta pertanto strano o casuale che, come ha ammesso a denti stretti anche il Corriere della Sera del dicembre 2014, in un articolo scritto da Carola Traverso Saibante, il numero degli studenti universitari e parauniversitari in Cina sia decollato dai 12,3 milioni del 2000 fino alla quota di 34,6 milioni nel corso del 2013, quasi triplicando in meno di 15 anni e superando la metà dell’attuale popolazione italiana.

Sempre sui mass-media borghesi del mondo occidentale sono inoltre emersi negli ultimi mesi alcune ricerche che illuminano il processo di analisi relativo ai rapporti sociali di produzione esistenti attualmente in Cina.

Ad esempio da molto tempo la rivista statunitense Fortune – apertamente anticomunista – pubblica ogni anno una particolare e accurata lista, denominata “Fortune Global 500”, sui principali 500 gruppi di aziende economiche su scala mondiale: l’ultimo di tali studi è apparso nell’estate del 2016.

In tale rapporto emerge che vi sono ben 98 aziende cinesi e che le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi, a proprietà statale o municipale, sono:

 

–          State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

–          China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

–          Sinopec Group, quarto posto nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

–          Industrial and Commercial Bank of China, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

–          China Costruction Bank, con 147 miliardi di dollari di fatturato;

–          China State Costruction Enginering (27° posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

–          Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

–          Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

–          China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

 

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse, quindi, sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo superiore ai 20 miliardi di dollari, e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

In tale graduatoria, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

 

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.000 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

Questa trama e tessuto di relazioni socioproduttive di matrice pubblica e collettivistica produce ovviamente delle conseguenze positive ed estremamente forti anche rispetto al tenore di vita e al benessere materiale-culturale delle masse lavoratrici e degli operai cinesi.

Infatti già nel 2013, come ha ammesso l’insospettabile banca elvetica Credit Suisse, i trentenni cinesi guadagnavano ormai più dei trentenni italiani: niente male, per un paese nel quale prima del 1949 e della vittoria del Partito Comunista i trentenni cinesi salariati di allora spesso erano costretti a morire di fame o di malattie facilmente curabili.

 

Per associazione Primo Ottobre di amicizia Italia-Cina

 

Massimo Leoni.

 

 

IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO SETTIMO

L’alibi tardivo di Trotskij

 

 

Giudici lettori: “in tutto ciò che affermate c’è qualche cosa che non quadra. Non si era detto in precedenza che Pjatakov arrivò a Berlino il 10 o l’11 dicembre per una missione diplomatica, e che anche Trotskij alla fine si trovò d’accordo sulla data del 10 dicembre?”

Esatto, alla fine successe così: alla fine, però, e molto malvolentieri da parte di Trotskij.

Giudici lettori: “e non è già emerso che, stando almeno alla narrazione di Pjatakov durante il processo di Mosca del 1937, il viaggio in Norvegia di quest’ultimo si verificò al massimo entro due giorni dal suo arrivo a Berlino?”

Esatto: come vedremo in seguito, anche l’amichevole – verso Trotskij – John Dewey constatò che, seguendo e stando al resoconto di Pjatakov, egli avrebbe attuato il suo volo verso la Norvegia entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino, quindi entro e non oltre il 13 dicembre.

Giudici-lettori: “e la gita tra i ghiacci di Trotskij non è invece avvenuta dal 20 al 22 dicembre, per almeno tre giorni? Deutscher ci ha informato che era avvenuta “subito prima di Natale”, non è forse giusto?”

Esatto: almeno su questo punto e su queste date, Deutscher e Trotskij non mentono.

“Ma allora a cosa poteva servire a Trotskij un alibi inattaccabile per i giorni del 20/22 dicembre 1935, se Pjatakov invece era arrivato a Berlino il 10 o l’11 dicembre e sostenne in pratica di essersi incontrato in segreto con Trotskij il 12 o 13 dicembre del 1935?”

Serviva eccome, a patto di riuscire a far credere che l’arrivo di Pjatakov a Berlino fosse avvenuto il 20 dicembre del 1935.

È sufficiente tener presente che vi sono diversi tipi di alibi e che al momento ce ne interessa uno in particolare, che chiarisce la situazione: e cioè l’“alibi tardivo”.

Che cosa contraddistingue un “alibi tardivo”, innanzitutto? Due elementi distinti, anche se interconnessi tra loro.

Il primo aspetto dell’alibi tardivo è costituito dalla preventiva e cosciente costruzione, da parte di un soggetto intelligente e realmente colpevole di un determinato delitto, di un alibi inattaccabile per un certo periodo temporale, diciamo per il “momento X”, prevedendo di poter essere accusato del reato in esame in un futuro più o meno ravvicinato.

Il secondo lato dell’alibi tardivo viene rappresentato invece dal successivo tentativo del soggetto – intelligente e colpevole – in via di esame di spostare in avanti nel tempo e di posticipare agli occhi altrui il momento dell’attuazione concreta del delitto in oggetto, cercando di far credere agli altri (una volta accusato) che l’atto criminoso non fosse stato commesso in un dato “momento Z”, quando esso avvenne realmente, ma viceversa nel successivo “momento X”, ossia quando invece l’autore del reato si era creato apposta un alibi inattaccabile, e non poteva di conseguenza in alcun modo avere commesso il particolare reato per cui egli era divenuto in seguito un indiziato.

Torniamo a questo punto a Trotskij e alla sua “gita nel ghiaccio”: con un’azione premeditata in due fasi distinte, ivi compreso il suo successivo tentativo di posticipare davanti alla commissione Dewey il giorno del “delitto”, ossia dell’arrivo di Pjatakov a Berlino e quindi, a catena, in Norvegia, Trotskij si costruì ad arte e utilizzò davanti alla commissione Dewey proprio un “alibi tardivo”.

L’alibi di Trotskij risultava ed è tuttora indiscutibile, inattaccabile e sicuro, ma solo ed esclusivamente per i giorni del 20/22 dicembre del 1935: costituisce pertanto a pieno titolo un “alibi tardivo”, e cioè un alibi reale ma collegato ad arte a fatti che invece erano accaduti in precedenza, ossia il 12/13 dicembre 1935, e non invece nel giorno (21 dicembre) indicato volutamente e in modo fraudolento dal detentore dell’alibi tardivo. Siamo pertanto in presenza di un alibi falso ma assai sottile, e che può passare per vero se (e solo se) il detentore dell’alibi tardivo riesca allo stesso tempo a far credere agli altri che il “delitto” da lui realmente commesso, ossia l’incontro segreto con Pjatakov, fosse stato compiuto non nella data reale, ossia il 12/13 dicembre del 1935, ma viceversa in una data successiva e spostata volutamente più avanti nel tempo: il 21/22 dicembre del 1935, nel caso in oggetto date nelle quali Trotskij era realmente inattaccabile.

L’intelligenza e l’astuzia di Trotskij, abile professionista (caso Tanaka, ecc.) dell’inganno, non si è espressa solo nella già notevole costruzione preventiva e cosciente di un alibi inattaccabile perché basato su fatti reali per il periodo compreso tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, e cioè la prima sezione e il primo anello dell’alibi tardivo in esame. Quando Pjatakov venne arrestato dalle autorità staliniste e confessò tra le altre cose di essersi incontrato in segreto con Trotskij in Norvegia durante il processo di Mosca del gennaio 1937, il leader in esilio della Quarta Internazionale fece infatti scattare la seconda parte del suo abile artificio. Egli quindi collegò nell’aprile del 1937, e durante l’importante controprocesso tenutosi di fronte alla commissione Dewey, il suo alibi inattaccabile per i giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935 con il tentativo astuto e menzognero di spostare in avanti nel tempo l’arrivo di Pjatakov a Berlino, con la sua azione combinata tesa a far credere al mondo (a partire dalla commissione Dewey) che, stando alle stesse dichiarazioni di Pjatakov, quest’ultimo dovesse essere arrivato in Norvegia non il 12 o 13 dicembre, ma il 21 o 22 dicembre: giorni in cui Trotskij, per l’appunto, aveva e si era creato ad arte con molta fatica, sia fisica che progettuale, un alibi di ferro.

Impegnato dal marzo-ottobre del 1933 in una lotta senza quartiere nei confronti del regime stalinista, contro il quale fin dall’ottobre del 1933 egli prevedeva esplicitamente l’uso della violenza, Trotskij utilizzò quindi abilmente il trucco e la menzogna dell’alibi tardivo al fine di negare l’esistenza del suo colloquio con Pjatakov. Del resto in un suo interessante scritto del 1938, intitolato “La loro morale e la nostra”, il leader in esilio della Quarta Internazionale aveva sottolineato apertamente che “la menzogna e quant’altro vi è di peggio sono inseparabili dalla lotta di classe già quando questa è nella sua fase embrionale”, ammettendo quindi implicitamente che la forma più estrema e dura di lotta politica – come quella che ad esempio stava conducendo dal luglio 1933 contro il nucleo dirigente stalinista – non era “concepibile senza stratagemmi, in altri termini senza menzogne e inganni”: “stratagemmi, menzogne e inganni” come quelli che, con eccezionale sagacia, Trotskij utilizzò a piene mani sulla questione cruciale del volo di Pjatakov.

Da amanti dei gialli come siamo, non possiamo che complimentarci con la genialità di Trotskij, ma allo stesso tempo vogliamo sottolineare che non tutti gli alibi (costruiti ad arte) riescono “senza buchi” e funzionano realmente, e anzi a volte essi si trasformano in una fonte di rovina e autodistruzione per chi li ha costruiti con tanta cura, fatica e intelligenza.

Dimostreremo infatti, il tentativo abile e cosciente di Trotskij, assieme al suo difensore Albert Goldman, teso ad attestare davanti alla commissione Dewey che Pjatakov fosse arrivato a Berlino il 20 dicembre 1935 e a cercare quindi di ingannare su questo punto nodale tutto il mondo, oltre alla particolare e atipica corte giudiziaria riunita in Messico nell’aprile del 1937 sotto la direzione di Dewey.

Torniamo infatti di nuovo alla sesta sessione della commissione Dewey tenutasi il 13 aprile del 1937, lasciando esibire una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Trotskij aiutato da Goldman (militante trotzkista dal 1933, detto per inciso), sull’utilizzo concreto e innegabile dell’alibi tardivo durante il controprocesso organizzato con cura proprio dal leader in esilio della Quarta Internazionale e dai suoi seguaci, e quindi in un’occasione per loro assai importante  sul piano politico e propagandistico.

L’avvocato di Trotskij, Goldman, ad un certo punto della sesta sessione annunciò che egli aveva a disposizione una deposizione legale, un affidavit di Konrad Knudsen che “afferma che Trotskij era a casa per l’intero mese di dicembre del 1935”, salvo per la “visita alla baita” dei Knudsen.

Goldman continuò chiedendo a Trotskij: “quando avvenne che lei lasciò la casa di Honefoss per andare alla baita dei Knudsen?”

Trotskij: “Avvenne il 20 dicembre, e fino al 22” (di dicembre del 1935).

Goldman: “Lei visse lì per tre giorni?”

Trotskij: “Per tre giorni”.

Goldman: “Lei era con Knudsen in quel periodo?”.

Trotskij: “Io ero con il figlio dei Knudsen, con il cuoco, una donna, e con mia moglie”[1].

Goldman rivolse subito diverse domande a Trotskij sulla baita dei Knudsen, arrivando a chiedergli in modo minuzioso quanto essa fosse lontana da Honefoss e di quante stanze fosse dotata, attirando in tal modo l’attenzione della commissione Dewey sull’escursione del 20/22 dicembre; poco dopo Trotskij confermò di sfuggita che alla baita dei Knudsen risultava presente anche Erwin Wolf, sempre dal 20 al 22 dicembre, mentre venne altresì dato risalto alla sopracitata dichiarazione con la quale il figlio dei Kundsen attestò come nessun visitatore esterno fosse giunto alla baita nei tre giorni in esame.

Si trattò sicuramente di una lunga narrazione rispetto alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre: ma siamo forse in presenza di dichiarazioni innocue e estemporanee, effettuate senza alcun fine preciso da parte di Goldman/Trotskij?

Assolutamente no, visto che poco più avanti e sempre nel corso della sesta sessione proprio Albert Goldman mise volontariamente in risalto una notizia pubblicata proprio durante il solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen a Wexhall, nella sopracitata baita, dal 20 al 22. Io voglio fare una citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt, che pubblicò: “Al momento attuale è presente a Berlino il primo vice ministro dell’industria pesante dell’Unione Sovietica, il signor Pjatakov, e anche il responsabile del dipartimento delle importazioni del Commissariato per il commercio estero dell’Unione Sovietica, il signor Smolensky”[2].

Facendo riferimento esplicitamente al quotidiano tedesco Berliner Tageblatt, Goldman sostenne quindi a chiare lettere che “proprio durante il solo periodo” nel quale Trotskij “era fuori dalla casa dei Knudsen”, e cioè dal 20 al 22 dicembre, il quotidiano tedesco in oggetto aveva annunciato allora ai suoi lettori la presenza di Pjatakov a Berlino.

“Al momento attuale è presente a Berlino… Il signor Pjatakov”: seppur senza ancora citare un giorno preciso per l’arrivo di Pjatakov a Berlino, stava iniziando l’esposizione cosciente dell’”alibi tardivo”, e non a caso Goldman evidenziò subito dopo che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino, dicembre 1935, n° 12, pag. 185”, sempre sul fatto che attorno al 20 dicembre 1935 Pjatakov era “presente” a Berlino.

Dopo aver descritto volutamente e in modo dettagliato i protagonisti, il luogo e il tempo in cui avvenne l’escursione di Trotskij alla baita dei Knudsen, Goldman fece in pratica la prima mossa della sottile partita a scacchi che stava giocando assieme al suo cliente, ossia a Trotskij. Egli citò esplicitamente i tre giorni compresi dal “20 al 22” dicembre 1935 che riguardavano la sopracitata baita dei Knudsen e, guarda caso, mise esplicitamente in collegamento tale periodo con una “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt”, notando inoltre e non certo a caso che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino”, dalla quale risultava che Pjatakov allora risultava a Berlino.

Goldman non indicò ancora il giorno esatto della “presenza” a Berlino di Pjatakov – questo compito venne lasciato a Trotskij, come vedremo tra poco – ma in ogni caso venne già mostrata, a tal fine, una fascia temporale che andava dal “20 al 22” dicembre, in base alla “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt” collegata al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen”.

Pjatakov si trovava sicuramente a Berlino nel dicembre del 1935, anche per il patriarca (e il suo avvocato difensore di allora) della “seconda versione”: ma quando arrivò? In quale giorno?

Proprio su tale tematica si concentrarono per qualche tempo sia Trotskij che l’attenzione della commissione Dewey, sempre durante la sua sesta sessione.

A un certo punto Dewey fece una sottolineatura: “ma la testimonianza stessa, seguendo la testimonianza,” (di Pjatakov, al processo di Mosca del gennaio del 1937) “il signor Pjatakov arrivò li” (a Berlino) “alle tre del pomeriggio dell’11 dicembre”.

Trotskij allora notò: “egli” (Pjatakov) “arrivò a Berlino – da quello che ricordo, egli arrivò a Berlino il 10 dicembre. In ogni caso, la prima metà di dicembre. E’ stabilito ufficialmente” (dai verbali ufficiali del processo di Mosca del 1937). “Io ho chiesto una data esatta”.

In sostanza: io, Trotskij, chiedo di verificare la “data esatta” dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, anche se nel processo di Mosca del gennaio venne indicato esplicitamente il giorno dell’11 (o 10) dicembre.

A tal proposito S. La Follette, un’altro componente della commissione Dewey, notò che “è stato detto il 10 dicembre nel rapporto ufficiale, o la prima metà di dicembre”.

Trotskij: “Pjatakov sostiene il viaggio stesso – il viaggio nella prima metà di dicembre. Ma è un viaggio che inizia il 9 dicembre. Ma a quale ora?…”.

Dewey: “a pag. 58” (pag. 58 del verbale ufficiale in lingua inglese del processo del 1937) “fu il 10 dicembre, la prima metà di dicembre. Questo è il rapporto ufficiale. E pertanto egli” (Pjatakov) “giunse li” (a Berlino) “il giorno dopo, approssimativamente alle tre del pomeriggio. Io ho stabilito questo solo per chiedere a voi” (Trotskij) “se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre.”

A questo punto Trotskij, al posto di rispondere all’intelligente domanda di Dewey, fece la sua seconda mossa e affermò invece, bruscamente e volutamente, che “solo tre o quattro giorni fa” (che fortuna) “abbiamo ricevuto una citazione dal Berliner Tageblatt, che conferma il fatto che Pjatakov nel dicembre del 1935 visitò Berlino. Ciò è confermato dalla stampa tedesca, e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre – che indica che Pjatakov è a Berlino. Io ho sollevato la questione non solo di quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino, ma anche di quando egli partì da Berlino per Oslo. Egli non avrebbe potuto dimenticare tale data, quando egli” (sempre Pjatakov) “tornò indietro a Berlino. Come spiegò alle autorità” (sovietiche) “a Berlino la sua sparizione per due giorni?”[3].

Focalizziamo “E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre che indica che Pjatakov è a Berlino”l’attenzione sulla dichiarazione principale di Trotskij. Egli affermò infatti che nel giornale Berliner Tageblatt “un solo giorno” era indicato per la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè “il giorno 20 dicembre”: e tale data era da lui stesso collegata alle “questioni” di “quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino” e di “quando egli” (sempre Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”, “sollevate” dallo stesso Trotskij, secondo le sue chiare, inequivocabili ed esplicite dichiarazioni.

Trotskij diede subito la risposta – la sua particolare risposta, certo – a tali due “questioni”, che lui stesso del resto aveva “sollevato”: ossia il “giorno 20 dicembre del 1935”, il ventesimo giorno di dicembre del 1935, citando e utilizzando a tale scopo – come del resto Goldman, poco prima – il Berliner Tageblatt.

Il 20 dicembre del 1935 come “solo giorno” indicato per la “visita” e presenza di Pjatakov: siamo ormai al nucleo della questione.

Dopo averla ben preparata assieme a Goldman, Trotskij fece pertanto la sua seconda mossa proprio affermando che la visita di Pjatakov a Berlino “risulta confermata dalla stampa tedesca” (stampa tedesco-nazista del 1935, ma non soffermiamoci per ora su questo punto), “e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, notando altresì che lui stesso aveva “sollevato la questione” di quando Pjatakov “venne a Berlino” e “partì da Berlino per Oslo”.

“E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, dalla stampa tedesca del tempo: parole testuali di Trotskij.

In altri termini, risulta chiaramente dagli atti ufficiali della commissione Dewey come Trotskij abbia citato esplicitamente il 20 dicembre in qualità di data di arrivo di Pjatakov a Berlino, come unica data indicata dalla “stampa tedesca” del tempo. La logica e inevitabile conseguenza di tale data e di tali affermazioni era quindi che il derivato e successivo viaggio di Pjatakov in Norvegia, negato in ogni caso e con estrema forza da Trotskij non potesse essersi verificato in ogni caso prima del 21 o 22 dicembre 1935, quando, guarda caso, Trotskij risultava realmente e senz’ombra di dubbio nella baita dei Knudsen: luogo irraggiungibile da Pjatakov in tempi rapidi, e in ogni caso irraggiungibile senza che quest’ultimo fosse visto da alcuni testimoni norvegesi insospettabili a partire dal figlio di Knudsen.

Seguendo le orme già citate da Goldman, Trotskij evidenziò quindi con chiarezza la connessione a suo dire esistente tra la citazione del Berliner Tageblatt sulla data della visita di Pjatakov a Berlino e la partenza di quest’ultimo “da Berlino a Oslo”: a tal fine, Trotskij giunse fino al punto di non rispondere in alcun modo alla domanda postagli da Dewey rispetto a un suo eventuale alibi per l’11 dicembre (“se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre”), introducendo invece in modo brusco e repentino l’informazione che il suo collegio di difesa “solo tre o quattro giorni” prima dell’inizio dei lavori della commissione Dewey aveva “ricevuto la citazione del Berliner Tageblatt” sul “giorno 20 di dicembre”, in relazione alla visita di Pjatakov a Berlino.

Fermiamoci solo un attimo, per tirare le fila.

Goldman e Trotskij attestarono come, nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, il leader della Quarta Internazionale fosse sicuramente nella baita a nord di Honefoss per la famosa “gita nel ghiaccio”, assieme ad alcuni testimoni-accompagnatori di nazionalità norvegese: fatto reale e indiscutibile.

Poi Goldman collegò quasi subito sul piano temporale la “gita nel ghiaccio” di Trotskij alle citazioni del Berliner Tageblatt e del Die Ostwirtschaft rispetto alla presenza di Pjatakov a Berlino nel dicembre del 1935, che si riferivano – guarda caso – al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa di Wexhall/Honefoss”, e cioè il 20/22 dicembre.

Trotskij riprese a sua volta la citazione del Berliner Tageblatt sottolineando, questa volta esplicitamente, come “solo un giorno” fosse indicato dalla “stampa tedesca” per la presenza e la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè proprio e solo il 20 dicembre del 1935: “casualmente” proprio lo stesso giorno riportato da Trotskij, per la sua partenza nella “gita nel ghiaccio” compiuta alla “baita” dei Knudsen.

Infine sempre Trotskij, e non certo per caso, sottolineò che lui stesso aveva già “sollevato” proprio “la questione” di “quando” Pjatakov venne a Berlino, e di quando “egli” (Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”. In termini appena velati, dunque, Trotskij sottolineò la “questione” del suo alibi per il “delitto” in via d’esame, per il volo di Pjatakov e il suo colloquio segreto con “Capelli rossi”: e per il 20/22 dicembre del 1935 Trotskij poteva contare realmente su un alibi di ferro, assolutamente inattaccabile.

Siamo quindi in presenza  di un alibi tardivo e fittizio, costruito da Trotskij presentato da lui stesso davanti alla commissione Dewey: proprio quell’alibi che tanto piaceva a Deutscher e Dahl.

“Il 20 dicembre io, Trotskij, sono partito con l’automobile di Konrad Knudsen, assieme a mia moglie, a Wolf, alla cuoca e al figlio dei Knudsen per arrivare alla baita sperduta nella neve e nei ghiacci, e sono rimasto in loco per tre giorni fino al 22 dicembre, con testimoni norvegesi annessi: il mio alibi per quei giorni è indistruttibile.

Pjatakov, a sua volta, è arrivato a Berlino il 20 dicembre, unica data citata dalla stampa tedesca: e stando alle sue stesse dichiarazioni, egli sostenne in pratica di aver effettuato il suo viaggio in terra norvegese entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino.

Ma io per quei giorni ho un alibi di ferro, con diversi testimoni sicuri e insospettabili che realmente rimasero sempre con me e in un posto tra l’altro isolatissimo: nessuno di loro ha visto Pjatakov, e quindi il suo presunto colloquio con me costituisce, anche solo per questa ragione, una menzogna, un’invenzione malvagia di Stalin e dell’NKVD”.

Venne creato e presentato un alibi almeno in apparenza così forte che Deutscher lo riportò, come elemento di fatto inattaccabile, ancora circa vent’anni dopo e nella sua biografia su Trotskij, come del resto Dahl persino nel 1989. Del resto l’obiettivo e il senso delle dichiarazioni e delle mosse di Trotskij e di Goldman risultava così esplicito ed evidente che anche Suzanne La Follette, la quale faceva parte della commissione Dewey, poco dopo e sempre durante la sesta sessione chiese legittimamente a Trotskj: “Io voglio far riferimento alle citazioni del Berliner Tageblatt. Ciò annuncia il suo arrivo” (di Pjatakov a Berlino) “o semplicemente che egli è a Berlino?”.

Ma non tutti gli alibi falsi/tardivi riescono ad avere successo, e la versione fornita da Trotskij sulla data di arrivo di Pjatakov a Berlino (il 20 dicembre del 1935) venne letteralmente massacrata e distrutta da due membri della stessa commissione Dewey, lo stesso Dewey e C. Beals[4].

Leggiamo assieme lo scambio di battute tra Trotskij da un lato, e Dewey/Beals dall’altro.

Prese l’iniziativa proprio Dewey, che contestò subito la data del 20 dicembre proposta da Trotskij per fissare l’arrivo di Pjatakov a Berlino.

Dewey: “seguendo il rapporto ufficiale, fu l’11 dicembre” (l’11 dicembre intesa come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, secondo il rapporto ufficiale sovietico sul processo di Mosca del gennaio del 1937).

Trotskij: “No”.

Un secco “no”, da parte di Trotskij.

Una chiara negazione, da parte di Trotskij.

Solo un no, ma una negazione molto significativa. Con il suo inequivocabile diniego rispetto all’11 dicembre, inteso come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij confermò infatti ulteriormente che egli voleva sostenere invece la tesi del 20 dicembre, inteso come il giorno di arrivo di “Capelli rossi” nella capitale tedesca.

Proprio con il suo laconico “no”, con la sua chiara e inequivocabile negazione, con il suo netto diniego dell’11 dicembre come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij dimostrò in pratica di voler far valere a tutti i costi la data del 20 dicembre, come momento preciso dell’arrivo di Pjatakov a Berlino: data e giorno a sua volta fondamentale perché stesse in piedi e funzionasse il suo “alibi tardivo”, che si era procurato con tanta fatica e astuzia  innanzitutto grazie alla sopracitata “gita nel ghiaccio”.

Continuò quindi Dewey: “Allora egli” (Pjatakov) “andò a Berlino, egli” (Pjatakov) “lo ha affermato.”. L’undici dicembre del 1935, e non certo il 20 dicembre.

Come rispose Trotskij, al colpo autoinferto al suo “alibi tardivo” proprio da Dewey? Nel modo peggiore, almeno per la sua particolare causa.

Trotskij: “è possibile che ci sia una contraddizione” (certo, una grossa contraddizione). “L’edizione francese” (della versione sovietica del processo di Mosca del gennaio 1937) “riportò che “avvenne il 10 dicembre” (avvenne, l’arrivo a Berlino di Pjatakov, il 10 dicembre) “nella prima metà del mese”.

“Avvenne il 10 dicembre”: colossale sbaglio da parte di Trotskij.

Colossale errore da parte di Trotskij, visto che con le sue stesse parole si è tradito da solo, senza alcun dubbio e prova di appello: egli commise infatti con il “10 dicembre” uno sbaglio gigantesco, da cui non poté tornare indietro. Dewey sottolineò infatti come il giorno di arrivo di Pjatakov a Berlino fosse l’11 dicembre, e Trotskij rispose…. “il 10 dicembre”, come se tale data addirittura non aggravasse (certo, solo di un giorno) il problema della distanza temporale tra l’11 dicembre e il 20 dicembre 1935, giorno d’inizio della sua “gita nel ghiaccio”.

Ma non solo. Correggendo Dewey sulla data di arrivo (il 10 dicembre, risultante dell’edizione francese del resoconto del processo di Mosca del 1937, invece dell’11 dello stesso mese), il leader della costituenda Quarta Internazionale dimostrò allo stesso tempo di conoscere perfettamente la data di arrivo a Berlino di Pjatakov che venne riportata dai verbali del procedimento giudiziario del 1937: era quindi in malafede, dato che dimostrò essere ben informato sulle date proposte per l’arrivo di Pjatakov a Berlino, emerse sia dall’edizione francese che da quella in lingua inglese del resoconto ufficiale del processo di Mosca del 1937.

Trotskij invece non pronunciò apertamente ed esplicitamente l’unica valutazione e l’unica frase adatta alla situazione, e cioè che l’accusa stalinista avesse mentito e detto bugie anche sulla data di arrivo di Pjatakov a Berlino, nel dicembre del 1935: ma egli non poté compiere tale mossa per la semplice ragione che Trotskij sapeva benissimo che la citazione del Berliner Tageblatt aveva per oggetto la “presenza” di Pjatakov a Berlino, e non certo la data del suo arrivo nella capitale tedesca, come del resto ammise lo stesso Trotskij nella risposta che quest’ultimo fornì rispetto alla sopracitata domanda postagli da Suzanne La Follette.

Ascoltata l’assurda e controproducente risposta di Trotskij, Dewey pertanto continuò a incalzarlo sul punto in oggetto: il peggio doveva ancora venire, per il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Dewey:” veramente viene riferito” (dai verbali del processo di Mosca) “Vysinskij: la vostra conversazione” (tra Bukhartsev e Pjatakov) “fini lì?”

Pjatakov: Egli” (Stirner, l’agente tedesco nazista) “era pronto a incontrarmi il giorno dopo all’aeroporto di Tempelhof”.

Subito Dewey aggiunse: “a commento che tutto ciò, dovrebbe essere stato fatto l’11 dicembre”[5].

Si inserì a quel punto C.B. Beals, un altro dei membri della commissione Dewey e tra l’altro collocato su posizioni antitrotzkiste.

Beals: “Egli” (Pjatakov) “disse che si era incontrato con Bukhartsev quel giorno” (l’11 dicembre) “o il seguente” (il 12 dicembre del 1935).

Continuò l’interrogatorio Dewey notando che: “allora sarebbe avvenuto” (l’incontro tra Pjatakov e Bukhartsev) “l’11 o il 12. Io vorrei semplicemente chiedere se lei” (rivolto a Trotskij) “abbia qualche speciale ricordo o informazione dei luoghi in cui si trovava l’11 o il 12” (dicembre del 1935), “simili a quelli che lei possiede rispetto al 20 e 22 dicembre” (del 1935, data della “gita nel ghiaccio” sopracitata). In modo quasi diretto, Dewey chiese pertanto di nuovo a Trotskij se egli avesse un alibi concreto per i giorni dell’11 e 12 dicembre 1935, intendendo e riferendosi in tal modo alla data di cui Pjatakov affermò di essersi recato in Norvegia partendo da Berlino.

Bella domanda, anche se i giorni “caldi” in esame erano in effetti il 12 o 13 dicembre: la parola passò quindi di nuovo a Trotskij.

Trotskij: ”No”[6].

Un nuovo secco diniego, da parte del leader della costituenda Quarta Internazionale: in sostanza Trotskij non aveva e non rivendicava alcun alibi diretto e basato su testimoni imparziali, secondo la sua stessa semplice e chiara ammissione, per i giorni tra l’11 e il 12 dicembre. Ricordiamocelo, giudici-lettori.

Ma, se possibile, Trotskij peggiorò ulteriormente la sua posizione affermando che “la mia domanda” (sulla data in cui Pjatakov venne a Berlino, oltre che sulla derivata data della sua partenza da Berlino per la Norvegia) “era basata sull’ipotesi che Pjatakov realmente visitò Oslo. Io dico che ciò era impossibile”.

In altri termini: “stavo solo facendo delle pure ipotesi su un volo di Pjatakov in ogni caso inesistente: passiamo ad altro, per favore!”.

Dewey si dimostrò ancora deciso a insistere e, a nostro avviso, anche in collera verso Trotskij, comprendendo benissimo dove egli volesse andare a parare in precedenza: pertanto egli continuò nelle sue domande.

Dewey: “Lei tiene un diario?”, rivolto direttamente a Trotskij

Trotskij: “Pardon?” (pardon testuale, anche nel resoconto inglese).

Dewey: “Un diario” (si, signor Trotskij, non è una domanda difficile).

Trotskij: “Io?” (la gamma di estensione dei monosillabi pronunciati da Trotskij si allarga: dopo no, no e pardon, emerge anche l’intelligente “io”, teso solo a guadagnare tempo).

Dewey: “Si”

Trotskij: “Non ho un diario, le mie lettere sono solo annotate, lettere spedite e anche lettere ricevute” (anche le lettere da lui mandate in segreto a Radek e Preobrazhensky nel 1932, certo). “In questo modo, posso più o meno stabilire il mio reale diario”.

Abbiamo già sottolineato che siamo in presenza di una nuova e sicura menzogna da parte di Trotskij, visto che invece Trotskij scrisse e tenne sicuramente un diario vero e proprio nell’anno di grazia 1935; un diario di Trotskij che – guarda caso – si interrompe bruscamente proprio nel settembre del 1935 e che venne pubblicato solo nel 1958 negli Stati Uniti; un diario di Trotskij scritto proprio nel 1935, e la cui esistenza venne da lui invece negata davanti alla commissione Dewey nel 1937.

Ma torniamo alla polemica sorta durante la sesta sessione, visto che Dewey chiese subito a Trotskij: “Lei ha qualche informazione, anche dalle sue lettere, in rapporto a queste due date?” (l’11 e il 12 dicembre del 1935) “Le vuole sottoporre alla Commissione?”.

Purtroppo non sapremo mai la risposta di Trotskij, perché a questo punto intervenne Goldman (suo probabile retropensiero, “sta andando male. Cerchiamo di fare qualcosa, da buon avvocato…”) rivolgendosi a quest’ultimo, e permettendo quindi al suo assistito di sfuggire alla pertinente domanda di Dewey.

Goldman: “Dai suoi ricordi ha lasciato la casa” (a Wexhall-Honefoss) “dei signori Knudsen in dicembre”, “fuori del tempo che lei ha visitato la baita dal 20 al 22?”.

Trotskij: “No”.

Goldman: “Lei fu, per tutto il periodo di dicembre, eccetto che per quei due giorni” (furono tre i giorni passati da Trotskij nella baita: ma si può scusare l’errore di Goldman, che aveva ben altro a cui pensare in quel momento…), “nella casa dei Knudsen?” (a Honefoss).

Trotskij tentò a questo punto di riprendersi, ma i risultati furono sempre catastrofici per la sua stessa causa, per la sua tesi negazionista rispetto al volo segreto di Pjatakov.

Trotskij: “Il mese di dicembre” (del 1935) “è stato il peggior mese della mia vita. Sono stato tutto il mese a letto. Ho cercato di fuggire dalla malattia con quel viaggio alla baita. Ciò non ebbe successo”.

Quindi, per Trotskij, “il mese di dicembre del 1935” era stato “il peggiore della mia vita”.

“Sono stato tutto il mese a letto”: frase su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

“Ho cercato di fuggire dalla malattia” (la presunta malattia decembrina, la presunta febbre che lo teneva ben isolato dal mondo) “con quel viaggio alla baita”: febbricitante, nei ghiacci e nella neve, senza ritornare in ospedale per nuovi accertamenti e nuovi esami, senza neanche saper sciare bene e dovendo faticare molto, sempre per la serie di narrativa umoristica intitolato “Scelte razionali”.

“Ciò non ebbe successo” (per forza, Trotskij non era malato…).

A questo punto si inserì di nuovo Goldman, meritando di essere inserito a sua volta in un’antologia comico-giudiziaria.

Goldman: “signor Presidente”, “sono dell’opinione che i Comunisti” (quali comunisti? Anche Trotskij era comunista… ma dobbiamo scusare Goldman, aveva ben altro a cui pensare e soprattutto da far scomparire dalla scena: egli intendeva i Comunisti-Stalinisti) “hanno sollevato la questione della visita di Pjatakov piuttosto tardi, quando il signor Trotskij era fuori della casa dei Knudsen. Ma non sono sicuro di ciò” (come avresti potuto esserlo, Goldman? Ma ormai, sparata più, sparata meno…). “Io la sto suggerendo come un’ipotesi”.

“Quindi è necessario coprire tutte le possibili eventualità” (d’accordo, cerchiamo di “coprire” tutto).

“Essi” (i comunisti-stalinisti) “potrebbero affermare che Pjatakov avesse visitato T.” (e cioè Trotskij) “il 20, il 21 e il 22 dicembre” (perché no, nella vita tutto è possibile) “e di conseguenza è importante stabilire che il Berliner Tageblatt” (un giornale legale e filonazista, almeno nella Germania hitleriana del 1935) “abbia fatto una dichiarazione in base alla quale Pjatakov era a Berlino il 22 dicembre”[7].

Non era il 20 dicembre, la data fornita dal giornale filonazista Berliner Tageblatt? Ma a quel punto tutto era permesso, almeno a Goldman e alle sue imbarazzanti, assurde ma divertenti dichiarazioni.

Per carità, signor presidente Dewey: non volevamo certo affermare che Pjatakov fosse giunto e arrivato a Berlino proprio il 20 (oppure il 21 o 22, poco importa) dicembre, proprio quando Trotskij aveva un alibi di ferro; non ci è mai passato per la testa, e si è trattato solo di uno spiacevole equivoco. Abbiamo solo cercato di dimostrare che se (tutto è possibile) i cattivi e bugiardi stalinisti tentassero in futuro (non c’era già stato, il processo di Mosca del gennaio del 1937? Dettagli, gli stalinisti sono capaci di tutto) di affermare che il volo di Pjatakov fosse avvenuto il “20, il 21 o il 22 dicembre” (Goldman), noi abbiamo già risposto preventivamente e in anticipo a questa possibile, eventuale e futura nuova invenzione dell’NKVD, esponendo l’alibi inattaccabile di Trotskij per quei giorni: siamo persone previdenti, ma soprattutto oneste e sincere.

Dall’”alibi tardivo” all’”alibi preventivo”, in estrema sintesi: Gatto-Goldman e Volpe-Trotskij non volevano certo ingannare la commissione Dewey e i giudici-lettori, ma bensì impedire che essi fossero sviati dalle future e sempre possibili menzogne staliniste. Brave e previdenti persone, le cui dichiarazioni furono purtroppo fraintese e sfortunatamente equivocate da Dewey e dagli altri giurati.

Ma il cosiddetto “equivoco” davanti alla commissione Dewey era riuscito così bene che proprio lo storico trotzkista Deutscher, e non certo gli stalinisti, circa due decenni dopo il 1937 “provò” che Pjatakov era arrivato e giunto a Berlino verso il 20 dicembre del 1935; e proprio Trotskij, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, sempre “casualmente” e “senza intenzione”, fece in ogni caso scivolare ed entrare di soppiatto, nella sua lunga arringa e testimonianza finale, proprio il sopracitato articolo del Berliner Tageblatt, in cui si annunciava nell’edizione del “21 dicembre del 1935” che “in quel periodo era presente a Berlino” Pjatakov, “in missione ufficiale”. La Volpe-Trotskij perse forse il pelo, ma non certo il vizio di crearsi e di utilizzare a suo vantaggio dei falsi alibi di ferro, degli alibi tardivi[8].

A questo punto si può rilevare che sicuramente Trotskij, nella sesta sessione e con la collaborazione (sicuramente non casuale) del suo avvocato Goldman, cercò di dimostrare che:

  • dal 20 al 22 dicembre del 1935, egli si trovava impegnato nella “gita tra i ghiacci”: fatto innegabile e sicuro;
  • Pjatakov era arrivato e presente a Berlino proprio il 20 dicembre del 1935: una menzogna innegabile e sicura;
  • pertanto egli aveva un alibi inattaccabile per la successiva e presunta visita di Pjatakov in Norvegia; alibi sicuramente falso e “tardivo”, perché Pjatakov invece era giunto a Berlino al massimo l’11 dicembre e dichiarato di aver compiuto il suo volo verso la Norvegia al massimo entro due giorni dal suo arrivo, come ben comprese persino l’antistalinista Dewey.

Il tutto sapendo benissimo che egli stava cercando di ingannare la commissione Dewey, visto il suo errore clamoroso e senza appello sul “10 dicembre”.

Trotskij era infatti perfettamente cosciente, come dimostra in modo inequivocabile la sua frase relativa all’edizione francese dei resoconti ufficiali del processo di Mosca, che questi ultimi attestavano l’11 (o il 10) dicembre come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, e che pertanto seguendo e stando alla versione di quest’ultimo la sua partenza per la Norvegia al massimo poteva essere avvenuta il 13 dicembre: ma egli propose lo stesso il 20/21 come data di arrivo (presunto, a suo avviso) di “Capelli rossi” a Berlino, con l’inevitabile conseguenza che il (a suo avviso irreale, inesistente) volo in Norvegia di Pjatakov risultava quindi collocato sul piano temporale tra il 21 e il 23 dicembre del 1935.

La prima conclusione, il primo sottoprodotto delle analisi e dei dati di fatto sopra esaminati è costituita ovviamente dal fatto innegabile per cui non solo Trotskij effettuò la sua abnorme “gita nel ghiaccio” in modo cosciente e senza una pistola puntata alla testa, ma che egli utilizzò altrettanto coscientemente – e sempre senza una pistola puntata alla testa – la sua faticosa vacanza nelle nevi a nord di Honefoss proprio al fine di crearsi un falso alibi al rispetto alla questione scottante del volo/colloquio clandestino di Pjatakov, tentando sicuramente – e sempre senza una pistola puntata alla testa – di posticipare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino al 20 dicembre del 1935 davanti alla commissione Dewey. In estrema sintesi, è sicuro che attraverso la “gita nel ghiaccio” Trotskij si costruì prima e utilizzò in seguito un alibi tardivo ossia una particolare tipologia dei finti alibi già descritta in precedenza.

Seconda conclusione, altrettanto inevitabile: una volta verificato che, attraverso la “gita nel ghiaccio” e il suo successivo utilizzo, davanti alla commissione Dewey e al mondo intero, Trotskij si costruì abilmente un finto alibi, abbiamo ottenuto un altro indizio di colpevolezza a suo carico rispetto alla questione del volo/colloquio segreto di Pjatakov.

Una persona realmente innocente, infatti, non si procura in anticipo dei finti alibi e degli alibi tardivi.

Si tratta viceversa di una forma particolare di comportamento che indica direttamente la colpevolezza di chi agisca in tal modo, nel caso specifico Trotskij, e che mostra come il colloquio segreto tra quest’ultimo e Pjatakov si fosse svolto realmente nel dicembre del 1935: fatto ed evento reale che determinò da parte di Trotskij la necessità reale di crearsi – con molta fatica e intelligenza – un alibi fittizio e tardivo, per coprirsi in anticipo rispetto a possibili future accuse sul suo incontro segreto con “Capelli rossi”. Risulta del resto fin troppo evidente che una persona realmente innocente non può invece mai procurarsi in anticipo dei finti alibi, proprio perché non sa, non immagina e non può in ogni caso prevedere che in futuro verrà accusato di un particolare “delitto”, quale ad esempio un incontro clandestino al quale non ha in ogni caso partecipato.

Terzo sottoprodotto: visto che Trotskij utilizzò in modo cosciente, astuto e fraudolento il suo finto alibi, il suo “alibi tardivo” davanti alla commissione Dewey e a tutto il mondo, emerge simultaneamente un diverso ma sempre grave indizio di colpevolezza nei suoi confronti, anche se il comportamento di Trotskij e Goldman davanti alla commissione Dewey non rientra, sul piano strettamente giuridico, nella fattispecie della falsa testimonianza.

Cercare infatti di raggirare il prossimo, tentare di ingannare il prossimo, nel caso specifico la commissione Dewey e il mondo intero, non costituisce mai una prova a favore di un indiziato, ma viceversa un chiaro indizio di astuta colpevolezza.

Vista la posta in palio, vogliamo a questo punto fornire una serie di criteri di verifica incrociati della nostra tesi, che servano a superare anche i dubbi poco ragionevoli in merito.

Una prima “prova del nove” rispetto alla voluta e cosciente malizia di Trotskij viene costituita dal fatto sicuro che Trotskij era perfettamente conscio che il Berliner Tageblatt parlava di “presenza”, e non di “arrivo” di Pjatakov a Berlino.

Si è già notato come, subito dopo lo scontro sopracitato tra Dewey e Trotskij e l’intervento “riappacificatore” di Goldman, una degli altri membri dell commissione, Suzanne La Follette, chiese non a caso: “Voglio far riferimento alle citazioni del Berliner Tageblatt. Ciò annuncia il suo” (di Pjatakov) “arrivo o che egli è a Berlino?”

Di fronte a tale domanda, proprio Trotskij fu costretto a rispondere: “che egli” (Pjatakov) “è a Berlino”; fu costretto pertanto a riconoscere che il Berliner Tageblatt parlava del 20 dicembre del 1935 come data della presenza di Pjatakov a Berlino, e non invece del suo arrivo nella capitale tedesca.

Trotskij, in altri termini, sapeva benissimo anche prima della sesta sessione in via d’esame che il Berliner Tageblatt non focalizzava certo l’attenzione dell’arrivo di Pjatakov: ma egli si “scordò” volutamente di tale informazione, non di poco conto, “dimenticandosi” non a caso di fornirla subito alla commissione Dewey.

Va anche ribadito, come ulteriore criterio di verifica incrociata, che finora abbiamo preso in esame quasi solo il Trotskij “numero uno”, quello (disastrosamente) all’opera durante la sesta sessione. Sussiste tuttavia anche il Trotskij “numero due” che, durante la successiva tredicesima sessione della commissione Dewey, da un lato ammise che Pjatakov era realmente giunto a Berlino l’11 dicembre del 1935, ma che dall’altro  volutamente inserì e utilizzò allo stesso tempo proprio la sopracitata citazione del Berliner Tageblatt del 21 dicembre del 1935, come fonte d’ispirazione per i futuri Deutscher e Dahl[9].

Esaminando i verbali della commissione Dewey e confrontando il Trotskij “numero uno” (della sesta sessione) con il Trotskij “numero due” (della tredicesima sessione), salta subito agli l’anomala e cosciente insistenza di Trotskij nel cercare di manipolare un elemento a prima vista secondario quale la data di arrivo a Berlino di Pjatakov, che tutte le parti ormai concordemente davano come sicuramente giunto nella capitale tedesca l’11 dicembre del 1935, continuando anche e persino durante la tredicesima sessione a citare esplicitamente il Berliner Tageblatt e il “21 dicembre”.

La spiegazione per tale nuova anomalia e per l’uso affannoso dell’alibi finto/tardivo da parte di Trotskij risulta molto semplice.

Trotskij cercò di utilizzare il suo “alibi tardivo” davanti alla commissione Dewey e all’opinione pubblica mondiale, mentendo in modo cosciente proprio attraverso il suo tentativo astuto di far accettare il presupposto fondamentale di tale falso alibi, e cioè il trasferimento temporale dell’arrivo di Pjatakov in Norvegia in una data diversa (il 22 dicembre) da quella che emerge dalla testimonianza di “Capelli rossi”, e cioè il 12/13 dicembre del 1935.

Una volta fallito clamorosamente il suo ingegnoso tentativo di posticipare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij fu costretto a fare marcia indietro davanti alla commissione Dewey durante la tredicesima sessione, ma continuò anche in quella sede e in modo ostinato a battere il tasto (e la citazione) del Berliner Tageblatt e del 21 di dicembre: di conseguenza, la mitologia relativa alla presunta e falsa data di arrivo in Norvegia di Pjatakov attorno al 20 dicembre è stata mantenuta in vita da alcuni autorevoli seguaci della “seconda versione”, come nel caso dello storico trotzkista Deutscher e della sua adesione alla tesi della presunta simultaneità tra l’arrivo di Pjatakov a Berlino e la partenza (reale) di Trotskij per la sua astuta “gita nel ghiaccio” di tre giorni nel freddo scandinavo, dal 20 al 22 dicembre.

Un altro criterio di verifica incrociata rispetto all’alibi tardivo è che Trotskij citò e descrisse la sua “malattia” e il fatto che egli fosse “a letto”, dal 1 al 19 dicembre del 1935, solo dopo (e non prima, non come dichiarazione preliminare) che Dewey e Beals misero in profonda crisi la sua costruzione dell’”alibi preventivo”: Trotskij infatti dichiarò che “il mese di dicembre del 1935” era “stato il peggiore della sua vita” solo dopo che Dewey gli chiese, in modo appena indiretto, se egli avesse un alibi reale per i giorni del “11” e “12 dicembre” del 1935, per i giorni nei quali Pjatakov dichiarò che si svolse il suo viaggio clandestino dalla Berlino nazista fino alla Norvegia. Solo dopo, e non prima…

Quarta prova del nove sulla malizia intenzionale usata da Trotskij, rispetto al suo alibi tardivo: l’arrivo precipitoso di Nils Dahl alla baita dei Knudsen, su cui non a caso ci siamo soffermati in precedenza.

Abbiamo già esposto i motivi che rendevano assolutamente anomalo il presunto “arrivo provvidenziale” di Dahl alla baita dei Knudsen (la presunta viltà di Wolf, la banalità priva di conseguenze della caduta di Trotskij nella neve, ecc.) e che, a cascata e di conseguenza, dimostrano che attraverso tale escursione apparentemente abnorme Trotskij si era voluto creare ad arte un alibi di ferro per un periodo il più possibile vicino al 12 e 13 dicembre, potendo utilizzare a tal fine e in caso di emergenza anche un testimone di nazionalità norvegese come Nils Dahl, il presunto “eroe” che venne guarda caso in presunto soccorso di Trotskij poco dopo l’inizio della sua bella e riposante vacanza del 20/22 dicembre.

L’ultima “prova del nove” che intendiamo proporre riguarda invece il livello generale di credibilità delle dichiarazioni rese da Trotskij durante la sesta sezione della commissione Dewey presa in esame: un livello sotto lo zero in termini di veridicità e invece altissimo per astuzia e mendacia, come emerge con estrema chiarezza anche solo esaminando la bugia plateale pronunciata da Trotskij riguardo al fatto che egli “non aveva un diario”, che non teneva diari. Li teneva eccome, e specialmente scrisse un diario proprio nel 1935, nell’anno che ci interessava da vicino e che, in una certa fase della sesta sessione, interessava molto anche alla commissione Dewey: ma anche e persino a tal proposito, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale cercò di ingannare chi allora lo interrogava e il mondo intero.

Avvocato del diavolo: “esiste tuttavia un’altra possibile spiegazione, per i fatti da voi riportati.

Trotskij casualmente risultava malato nel dicembre del 1935 e aveva fatto, per suoi innocenti e personali motivi, la “gita nel ghiaccio”. Quando emersero le false testimonianze di Pjatakov sul suo (presunto) volo in Norvegia, si ricordò ovviamente degli eventi del 20/22 dicembre del 1935 e dell’escursione sopra citata; quando poi casualmente, pochi giorni prima della sesta sessione davanti alla commissione Dewey, ebbe in mano il Berliner Tageblatt, si rese conto che il giorno 21 dicembre Pjatakov si trovava a Berlino. In perfetta buona fede, Trotskij interpretò quindi tale data come il giorno di arrivo di Pjatakov a Berlino e cercò, sempre in buona fede, di utilizzare la simultaneità delle due date come una prova ulteriore a suo discarico: commise certo un errore, ma assolutamente privo di malizia e doppi fini”.

In primo luogo abbiamo già notato che la “febbre” presunta di Trotskij fa a pugni con un’esposizione prolungata al freddo, ghiaccio e neve; che la “malattia” e la “stanchezza” si scontrano direttamente con la notevole e ripetuta fatica richiesta dal muoversi a piedi o con gli sci nel ghiaccio, nella neve e per di più in zone vergini, innevate abbondantemente e senza piste battute, il tutto amplificato dal fatto che Trotskij non sapeva sciare bene; che una persona “a letto” febbricitante, se non è un aspirante suicida o se la casa non gli va a fuoco, non esce per ben tre giorni nel gelido clima della Norvegia del dicembre del 1935, tra l’altro in una regione e zona “in cui non esistevano strade” (Deutscher) e nella quale “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Quindi nessuna escursione di Trotskij “per innocenti e personali motivi”, signor avvocato del diavolo, a meno di continuare a credere alle favole e a Babbo Natale; e comunque proprio alla vigilia di Natale, il presunto malato Trotskij risultava tra l’altro ancora in giro per la fredda Norvegia del dicembre 1935, come emerge dalla sopracitata testimonianza di N. Dahl, intorno al 24 dicembre non avendo alcun problema ad osservare i bambini che giravano attorno all’ormai famoso “albero di Natale” in stile norvegese, a dispetto della sua proclamata e presunta malattia decembrina.

In secondo luogo Trotskij commise il colossale errore di citare il “10 dicembre” (versione francese) davanti alla commissione Dewey, dimostrando pertanto di sapere benissimo che l’11 (o il 10) dicembre era la data dell’arrivo di Pjatakov a Berlino secondo la versione di quest’ultimo e dei sovietici/stalinisti. Nessuna buona fede possibile da parte di Trotskij, pertanto: lo inchioda la sua stessa dichiarazione sul “10 dicembre”, pronunciata durante la sesta sessione.

Del resto proprio la data del 20 dicembre proposta dal Berliner Tageblatt era in evidente contraddizione con la versione sovietica, se interpretata come data di arrivo di Pjatakov a Berlino: ma al posto di evidenziare tale contraddizione e cercare di provare che aveva eventualmente ragione (sulla data di arrivo) il giornale nazista, Trotskij fece il furbo evitando di esaminare o criticare direttamente la versione stalinista/sovietica dell’11 dicembre, che tra l’altro conosceva perfettamente. Malizia e doppi fini anche in questo caso, e non certo buona fede.

In quarto luogo, la data proposta dal Berliner Tageblatt riguardava la “presenza” di Pjatakov a Berlino, ma non il giorno del suo arrivo: era una distinzione sottile, ma non certo così sottile da sfuggire all’intelligente Trotskij e al suo pool di difensori, a partire da Goldman, come emerge anche dallo scambio di battute tra Susanne Lafollette e il leader in esilio della Quarta Internazionale che è stato riportato in precedenza.

Inoltre va anche risottolineato, sempre riguardo alla presunta buona fede di Trotskij, che quest’ultimo non smise di utilizzare, anche se di sfuggita, la data del 20 dicembre indicata dal Berliner Tageblatt anche dopo la sesta sessione: e cioè nella tredicesima sessione della commissione Dewey, quando Trotskij stesso riportò volutamente il pezzo del quotidiano nazista sulla presunta data di arrivo (presenza, in effetti) di Pjatakov a Berlino. Ancora una volta malizia e doppi fini, e non certo buona fede.

Abbiamo esposto alcuni elementi combinati che già di per sé bastano a far crollare lo schema “dell’errore in buona fede” di Trotskij, ma essi vanno collegati tra l’altro anche al surplus eccessivo di casualità/coincidenze che esso richiede, in via preliminare.

La tesi dell’”errore in buona fede” di Trotskij esige infatti necessariamente di credere:

  • alla natura casuale della malattia di Trotskij, nel settembre e nel dicembre del 1935;
  • alla natura e causa “sconosciuta” della “malattia” denunciata da Trotskij, sia nel settembre che nel dicembre 1935;
  • alla riemersione casuale di tale malattia sconosciuta proprio nel dicembre del 1935, dopo il suo periodo di latenza dal 20 ottobre a fine novembre 1935;
  • al carattere casuale della totale mancanza di richiesta di analisi e ricovero ospedaliero da parte di Trotskij, rispetto alla sua presunta ricaduta nella presunta malattia nel dicembre del 1935;
  • al carattere casuale dell’improvvisa guarigione di Trotskij, dalla fine di dicembre 1935 in poi;
  • al carattere casuale e innocente della “gita nel ghiaccio”, a nord di Honefoss;
  • al carattere casuale della coincidenza tra tale “gita nel ghiaccio” e la presunta data di arrivo di Pjatakov a Berlino, sostenuta dal duo Goldman/Trotskij nell’aprile del 1937;
  • al carattere casuale della scoperta da parte di Trotskij, “tre o quattro giorni prima” della sesta sessione della commissione Dewey, dell’articolo del quotidiano nazista Berliner Tageblatt con la sua informazione sulla data di permanenza di Pjatakov a Berlino;
  • al carattere casuale della “disattenzione” di Trotskij rispetto alla contraddizione tra la data proposta dal Berliner Tageblatt (il 20) e quella invece risultante dagli atti del processo di Mosca del gennaio del 1937, e cioè l’11 dicembre;
  • al carattere casuale della riproposizione, sempre da parte di Trotskij, dalla data proposta dal Berliner Tageblatt anche e persino alla fine del processo Dewey, nel corso della tredicesima sessione;
  • al carattere casuale della “disattenzione” da parte di Trotskij sulla differenza tra “permanenza” a Berlino e “data di arrivo” a Berlino di Pjatakov che emergeva dalla lettura del sopracitato pezzo del Berliner Tageblatt;
  • al carattere casuale della menzogna di Trotskij sul – concretissimo, reale – diario da lui scritto proprio nel 1935.

Troppe “casualità”, troppi casi fortuiti combinati tra di loro sono presenti per poter dare credito alla tesi contraria “dell’errore in buona fede” di Trotskij.

Del resto risulta forse casuale che il presunto “malato” Trotskij, con la sua presunta “febbre”, se ne andasse a spasso con N. Dahl anche il 24 dicembre del 1935 tra bambini e “alberi di Natale” norvegesi, mentre avrebbe dovuto essere (e affermò di essere) a “letto”, malato nella casa di Honefoss, almeno stando alle sue dichiarazioni davanti alla commissione Dewey?

Si può invece subito demolire la nostra tesi provando che Trotskij fosse nel 1935/1937 un uomo poco brillante, poco astuto e poco esperto sul piano politico-organizzativo: ma visto che lo reputiamo invece un uomo molto intelligente e astuto, oltre che ormai dotato nell’inverno del 1935 di un’esperienza cospirativa e nel campo della controinformazione quasi quarantennale (memoriale Tanaka, ecc.), lasciamo volentieri tale compito ai sostenitori della “seconda versione”, se lo vorranno intraprendere.

Auguri.

Avvocato del diavolo: “non cado certo nella vostra inutile provocazione, ma invece sollevo subito un’altra e ben più seria questione: per quale motivo Trotskij avrebbe dovuto inventarsi non solo la sua malattia di dicembre, ma anche quella del settembre/ottobre 1935? Se non riuscite a fornire una spiegazione razionale a tale elemento, che discende necessariamente e logicamente dal vostro ragionamento, crollano come le tessere di un domino anche tutte le altre vostre supposizioni.”

Abbiamo già fornito in precedenza la risposta: era possibile, anche se poi non si verificò, l’arrivo di Pjatakov a Berlino fin dall’ottobre 1935, quando Kandelaki si incontrò nuovamente con Schacht (30 ottobre) e una prima delegazione sovietica di natura politico-commerciale si recò a Berlino. Un eventuale viaggio di Pjatakov a Berlino, in qualità di potente viceministro dell’industria pesante sovietica; di un personaggio politico e di un esperto di produzione industriale che conosceva bene i dirigenti economici tedeschi (e la lingua tedesca) da molti anni, diventava quindi come minimo possibile fin dal settembre del 1935, e si trasformò poi in realtà concreta nel dicembre del 1935.

Ma c’è di più: risultava subito chiaro, almeno per un “professionista” delle coperture fittizie/disinformazioni (caso Tanaka, ecc.) come Trotskij, che la sua “malattia” diventava in ogni caso più credibile se preceduta da una sua precedente fase di manifestazione, oltre al fatto che tale periodo di “febbre” presunta avrebbe come minimo diminuito fin dal settembre del 1935 il livello di attenzione del personale sovietico in Norvegia rispetto alle attività e ai movimenti di Trotskij.

In ultimo, ma non certo per importanza, Trotskij poteva uscire in ogni momento e senza alcun problema dall’ospedale di Oslo: non risultava certo un carcerato bisognoso di cure, e proprio non essendo realmente debilitato e febbricitante diventava altresì perfettamente in grado di rientrare, anche senza preavviso e con rapidità, alla sua abitazione di Honefoss.

Avvocato del diavolo: “e se Trotskij avesse invece organizzato la sua famosa “gita nel ghiaccio” per un altro e ben diverso motivo, ossia per avviare e continuare una sua storia segreta d’amore con la cuoca/domestica dei Knudsen? Il leader della Quarta Internazionale era molto sensibile al fascino femminile, tanto che proprio in Messico e nella casa del suo (allora) amico Diego Rivera avviò una breve ma intensa relazione erotica con la moglie di quest’ultimo, la celebre pittrice Frida Kahlo, divenuta in seguito un’appassionata seguace di Stalin”.

Trotskij andò alla baita dei Knudsen solo per la cuoca, e contemporaneamente si portò al seguito anche sua moglie, Natalia Sedova? Egli cercò di avviare o continuare una finora sconosciuta e presunta storia d’amore con la cuoca dei Knudsen proprio in una baita in cui soggiornavano anche, e simultaneamente, E. Wolf, Knudsen figlio, e Nils Dahl?

Come rilevò alla sesta sessione della commissione Dewey il grande “avvocato-comico” Albert Goldman, nella vita tutto è possibile, ma entriamo sicuramente nel campo del paranormale: e tale territorio è già saldamente occupato dall’abnorme “gita nel ghiaccio” del “febbricitante”, “stanco” e “malato” Trotskij del dicembre del 1935, unita alla sua ulteriore e sopracitata visita al villaggio norvegese e al suo albero di Natale avvenuta il 24 dicembre del 1935, in compagnia di Nils Dahl.

La “gita nel ghiaccio” e il suo successivo utilizzo davanti alla commissione Dewey si sono trasformati in pratica in un tremendo boomerang contro Trotskij e la sua tesi negazionista rispetto al volo di Pjatakov. Non è certo casuale che l’abile e acuto Brouè, a differenza di Deutscher e di Dahl, non si sia quasi soffermato nella sua monumentale e accurata biografia di Trotskij sull’escursione del 20/22 dicembre e soprattutto che non gli abbia attribuito alcun ruolo, neanche con poche e stringate parole, quando egli affrontò a lungo la tematica delle sessioni della commissione Dewey del volo di Pjatakov: a tal proposito lo storico trotzkista francese concentrò invece l’attenzione dei lettori solo sul fatto che Trotskij avesse “annullato” anche “la possibilità stessa del viaggio aereo di Pjatakov da Berlino per Oslo” per i – presunti – motivi della mancanza di mezzi e opportunità già demoliti nel secondo capitolo su Linkoping e Gulliksen[10].

Più astuto e avveduto di Dahl e Deutscher, Brouè evitò quindi di soffermarsi sul – devastante e controproducente – alibi che la “gita nel ghiaccio” avrebbe offerto a Trotskij.

Avvocato del diavolo: “ma Trotskij era realmente in grado, sul piano delle capacità mentali, di elaborare un sofisticato alibi tardivo”?

In primo luogo Trotskij era un uomo estremamente intelligente e che, come si è già visto in proposito del memoriale Tanaka, fin dal 1918 era diventato un vero esperto in materia di spionaggio, disinformazione e trucchi diversivi.

Ma non solo: lo stratagemma dell’alibi tardivo era stato utilizzato e pubblicizzato già in precedenza tra larghe masse di lettori non solo da famosi giallisti quali A. Christie (1926, “L’assassinio di Roger Ackroyd”) e di Van Dine ma anche dal celeberrimo libro di A. Dumas intitolato “I tre moschettieri” e fin dal lontano 1844, ossia quasi un secolo prima del 1935. Se i giudici-lettori riesamineranno la fine del decimo capitolo di tale spettacolare romanzo, vedranno che uno dei personaggi minori dell’opera – Laporte – consigliò proprio a Dartagnan di usare una forma particolare di alibi tardivo sottolineando esplicitamente davanti al coraggioso guascone che “in termini di tribunali, questo si chiama alibi”.

Detto in altro modo, non era necessario essere una persona esperta in tema di disinformazione e molto intelligente come Trotskij per riuscire a creare un alibi tardivo, ma era invece sufficiente ispirarsi e copiare Dumas, Agatha Christie o Van Dine, ecc.

A questo punto possiamo trarre le conseguenze della nostra analisi utilizzando anche la sopracitata grande menzogna di Trotskij rispetto ai suoi reali rapporti con Pjatakov e Radek, questa volta messa a contatto con la dinamica dei fatti succedutisi nell’ultimo mese del 1935 vicino a Kjeller e Honefoss.

A tal dine ricordiamo ancora una volta la ormai celebre frase scritta da Trotskij il 28 gennaio del 1937, e da lui riportata anche davanti alla sesta sessione della Commissione Dewey. “Io ho dichiarato molte volte e lo ripeto di nuovo, che Pjatakov come Radek, è stato durante gli ultimi nove anni, non un mio amico ma uno dei miei più accaniti e perfidi nemici, e pertanto non ci sarebbe stata questione da negoziare tra noi”.

Almeno secondo il giudizio di Trotskij, non sussisteva alcun vantaggio e comunanza di interessi, alcun movente e predisposizione favorevole per l’incontro tra i due, partendo dal 1928 per arrivare al 1936, e anche nel dicembre del 1935, almeno secondo Trotskij, Pjatakov risultava come uno dei suoi “nemici più accaniti” assieme a Radek.

Ma ormai sappiamo con sicurezza che Trotskij mentiva clamorosamente rispetto alle sue relazioni con Pjatakov e Radek, anche e soprattutto rispetto al dicembre del 1935, come si è esposto a lungo nel terzo capitolo: e tale bugia clamorosa costituisce di per sé un gravissimo e devastante indizio di colpevolezza a carico di Trotskij, come si è già notato in precedenza, che va subito e inevitabilmente a sommarsi a quelli già trovati attraverso la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale” del 24 dicembre 1935.

Tiriamo quindi le somme, combinando i vari tasselli del materiale probatorio raccolto finora.

Ferma restando la potenzialità concreta del volo di Pjatakov, che deriva dalle circostanze di fatto che accompagnarono il viaggio (Pjatakov in visita ufficiale a Berlino nel dicembre del 1935, l’aeroporto di Kjeller aperto nel dicembre del 1935 e un aereo atterrato in loco provenendo dall’estero, ecc.), possiamo infatti “far conoscere” tra loro e mettere in contatto tutti gli indizi di colpa e le anomalie sopra descritte, utilizzandole in modo combinato rispetto al tema del nostro giallo storico. Ne emerge subito che il comportamento di Trotskij, durante e rispetto il dicembre del 1935, risulta formata sia da trucchi che da menzogne, sia da bugie che da paurose incongruenze; da troppe anomalie e da troppi trucchi/inganni, per essere più precisi.

Primo indizio (e anomalia): la presunta e finta malattia/febbre di Trotskij proprio nel dicembre del 1935, inspiegabile nelle sue cause fisiche e sparita bruscamente nel 1936, senza alcun ricovero in ospedale nel mese in oggetto e a cui fece seguito sia l’abnorme (per un malato febbricitante) “gita nel ghiaccio” che il 24 dicembre con “l’albero di Natale”.

Una finta e utilissima febbre e malattia, innanzitutto per isolarsi legittimamente e senza creare sospetti dal mondo esterno.

Cosa possiamo pensare, di un indiziato Tizio che si inventi una finta malattia (guarda caso di origine sconosciuta) da cui guarisca poi con miracolosa rapidità, creandosi una presunta febbre molto utile sia per tenere alla larga testimoni scomodi/visitatori insospettati che per assicurarsi una ampia libertà di movimento, al fine di commettere il suo “delitto”?

Noi valutiamo che Tizio/Trotskij tenga come minimo una condotta e un comportamento molto sospetto, proprio nel mese che avvolge e circonda il particolare “delitto” costituito dal volo di Pjatakov.

Siamo di fronte a un primo indizio, che va in ogni caso subito collegato a una seconda fonte di prova, ossia alla “gita nel ghiaccio” a nord di Honefoss e nella baita dei Knudsen.

Cosa possiamo dire dello stesso indiziato Tizio che, sostenendo di essere malato da quasi tre settimane, si rechi da presunto “febbricitante” per circa tre giorni in un luogo senza strade e selvaggio; senza neanche saper sciare bene, e proprio nel freddissimo dicembre norvegese, e dovendo compiere con gli sci tutta una serie di sforzi fisici considerevoli?

Noi valutiamo che il presunto febbricitante Tizio/Trotskij tenga come minimo un comportamento estremamente sospetto, proprio nel mese che avvolge e circonda “delitto”.

Il terzo indizio (e anomalia) emerge rispetto alla creazione intenzionale dell’”alibi tardivo” da parte di Trotskij, proprio mediante la “gita nel ghiaccio”: alibi di ferro certo, ma per giorni in cui il “delitto” non si era in alcun modo verificato.

Se lo stesso indiziato Tizio, oltre agli elementi già indicati, si crea in modo preventivo la prima sezione di un “alibi tardivo” proprio con la sua anomala “gita nel ghiaccio”, e proprio nel mese del “delitto” (il 20/22 dicembre 1935, per l’esattezza), i sospetti nei confronti di Tizio/Trotskij diventano ormai e come minimo estremamente forti e ormai ben cristallizzati.

Quarta fonte di prova: il tentativo di posticipare (e di utilizzare tale spostamento) ad arte e falsamente la data di arrivo di Pjatakov a Berlino davanti alla commissione Dewey e al mondo, al fine di creare l’indispensabile seconda metà dell’”alibi tardivo”, e cioè lo spostamento artificiale della data del “delitto” nei giorni in cui l’indiziato aveva un “alibi di ferro”, reale ma costruito ad arte e teso solo a ingannare gli osservatori esterni.

Cosa possiamo dire, dello stesso indiziato Tizio/Trotskij che effettui anche questo trucco e tentativo fraudolento in “giudizio” e davanti “alla corte”, nel caso specifico la commissione Dewey e il mondo intero?

Noi valutiamo che come minimo risulti sicuramente colpevole, visto che un indiziato realmente innocente non avrebbe avuto sicuramente bisogno di tali due “trucchi combinati”, né tantomeno avrebbe mai neanche potuto immaginarli e poi trasformarli in realtà; inoltre un alibi, quando viene smentito e demolito senza ombra di dubbio, costituisce di per sé un ulteriore indizio a carico e contro chi l’ha costruito proprio al fine di ingannare il prossimo.

La situazione in cui si trova Trotskij diventa già a questo punto estremamente pesanti, ma non può che peggiorare ulteriormente e in modo ormai irreversibile se prendiamo in esame anche un ulteriore indizio che riguarda invece la sua sopracitata e colossale menzogna rispetto alla posizione politica reale di Pjatakov e Radek: trotzkisti clandestini e uniti da un serio legame politico con Trotskij fin dal 1932, e non certo due “nemici spietati” di quest’ultimo. Cosa possiamo pensare di un indiziato Tizio/Trotskij, che falsifichi ad arte le sue reali relazioni di comunanza politica con l’interlocutore diretto del colloquio in via d’esame, in aggiunta agli altri suoi trucchi?

Se aggiungiamo anche tale ulteriore e decisivo indizio alle anomalie precedenti, Trotskij risulta colpevole di aver incontrato Pjatakov, superando ogni dubbio anche poco ragionevole e razionale.

Il sesto indizio risulta strettamente legato all’elemento sopraesposto. Quando si discute infatti rispetto all’esistenza/inesistenza di un colloquio segreto tra due persone, la reale e indiscutibile preesistenza di rapporti di interesse (interessi e legami politici, nel caso in oggetto) tra le parti in causa (Trotskij e Pjatakov) costituisce subito un ulteriore indizio a favore del reale verificarsi dell’incontro clandestino tra i due soggetti in questione: specialmente se poi uno di loro mente spudoratamente rispetto ad essi e, trasformando pertanto il suo reale alleato/compagno politico in un immaginario avversario, ossia in un fedele stalinista.

Terz’ultimo elemento a carico di Trotskij: l’assenza di qualunque alibi convincente a sua discolpa per i giorni del 12 e 13 dicembre del 1935. Lo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale, durante la sesta sessione della commissione Dewey, come si è già notato aveva ammesso di non avere per il 12/13 dicembre un alibi positivo e inattaccabile, supportato da alcuni testimoni insospettabili come in quello da lui ideato ad arte per il periodo dal 20/22 dicembre del 1935, e su tale argomento torneremo a lungo nel prossimo capitolo. Di per sé non avere un alibi per un “delitto” non costituisce un elemento di colpevolezza, ma se tale assenza viene collegata e connessa agli altri indizi sopracitati (la grande menzogna di Trotskij, ecc.), essa aggrava ulteriormente la più che compromessa posizione di Trotskij: un creatore di sottili menzogne, un tessitore di abili inganni rimasto per di più senza alibi.

Penultimo indizio. Come si è già notato in precedenza, gli eclatanti e numerosi “buchi neri” di Gulliksen e le asimmetrie con il “19 settembre” e il “1° maggio” sopracitato portano a una sola e unica conclusione, e cioè che l’atterraggio del misterioso velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 sia avvenuto il 12 o 13 dicembre del 1935; guarda caso, proprio nei giorni che si desumono esaminando la testimonianza resa da Pjatakov a Mosca, come ammesso del resto persino dall’antistalinista John Dewey durante la sesta sessione della commissione da lui diretta.

Infine abbiamo già notato che, proprio per tentare di assicurare sia la fattibilità che la segretezza dell’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij, risultava necessaria una particolarissima ed eccezionale combinazione di fattori ed eventi: a partire dal fatto che Pjatakov si trovasse al di fuori dei confini sovietici (e in un paese vicino alla Norvegia, in una missione diplomatica legale e prolungata) e che a sua volta Trotskij fosse isolato (e isolato in modo prolungato, con un motivo non sospettabile, socialmente accettato) dal mondo esterno, nello stesso periodo della visita di Pjatakov a Berlino. Ora, questa eccezionale e rarissima combinazione di fattori si era prodotta realmente tra il 10 e il 13 dicembre del 1935: una combinazione tra l’altro eccezionale ma non certo fortuita, se consideriamo la finta malattia e la presunta febbre creata coscientemente da Trotskij nel e per il periodo in via d’esame.

Ogni “ragionevole dubbio”, e anche quel poco ragionevoli sono ormai da considerarsi superati: in estrema sintesi, Trotskij sicuramente incontrò Pjatakov nel dicembre del 1935 e il colloquio segreto tra i due si è svolto realmente.

Bastava quasi solo analizzare fino in fondo le conseguenze inevitabili della grande menzogna di Trotskij per arrivare a tale conclusione, ma se si uniscono ad essa anche tutte le altre sue bugie, trucchi e incongruenze plateali, anche i dubbi poco razionali svaniscono. Tra l’altro la creazione da parte di Trotskij di finte malattie inspiegabili, sia nella loro causa che nella loro guarigione, al fine di guadagnare libertà di azione e mettersi al riparo da possibili accuse, costituisce una sorta di “impronta indelebile” del suo comportamento e del suo modus operandi in caso di bisogno e di emergenza, fin dal 1926 e dal suo viaggio a Berlino nella primavera di quell’anno.

Una volta raggiunti questi risultati, vogliamo esporre tutta una serie di verifiche incrociate della nostra tesi

Partendo dall’abnorme pseudorapporto elaborato alle autorità aeroportuali di Kjeller in data 25 febbraio 1937.

Uno pseudorapporto con i suoi incredibili “buchi neri” (mancata indicazione del giorno di arrivo dell’aereo del dicembre 1935, ecc.), il clamoroso “buco bianco” sempre su tale data, la mancata ripartenza dell’aereo in oggetto, la sigla – inesistente nel 1935 –  del tipo LN-HAO, ecc. ecc. Una pseudorelazione intessuta quindi di abili disinformazioni e bugie, che attestano e comprovano ulteriormente, anche se in modo indiretto, l’esistenza concreta del volo di Pjatakov nel dicembre 1935.

Passando di menzogna in menzogna, come si è già notato in precedenza Trotskij a sua volta mentì nell’aprile del 1937 anche a proposito del suo – reale, concreto – diario del 1935, scritto pertanto proprio nell’anno che ci interessa da vicino per il viaggio clandestino di “Capelli rossi”; e altresì egli negò in modo menzognero l’esistenza della “presunta” – a suo dire, certo – lettera inviata da lui stesso a Radek, all’inizio del 1932.

Pertanto siamo in presenza di due nuovi trucchi e altri fraudolenti inganni di Trotskij rispetto a fatti e informazioni collegati, in modo diretto o quasi diretto, al tema principale della nostra indagine storica e che non depongono certo a favore dell’innocenza del leader in esilio della Quarta Internazionale, come del resto – nuova “prova del nove” – avviene considerando la sopracitata e molto significativa sparizione dagli archivi Trotskij di Harvard delle lettere spedite da quest’ultimo a Radek e Preobrazensky, nel corso del 1932.

Quarto criterio di verifica: la presenza già citata di tutta una serie di favorevoli condizioni, di natura logistica e materiale, che hanno permesso sia l’attuazione concreta dell’incontro segreto Trotskij e Pjatakov nel dicembre del 1935 che di tenerlo segreto, almeno fino al momento in cui “Capelli rossi” iniziò a collaborare con la polizia stalinista, verso la fine di ottobre del 1936.

Partiamo dall’utilissima libertà di movimento goduta da Trotskij in Norvegia del 1935, ivi compreso il dicembre del 1935: abbiamo già sottolineato in precedenza come, attraverso agli accordi stipulati con il governo norvegese, Trotskij fosse completamente libero di spostarsi per tutto il paese scandinavo, elemento ammesso anche da Brouè[11].

Sempre lo storico trotzkista Brouè ci ha inoltre già informati che Trotskij a Honefoss, per “non disturbare i Knudsen”, aveva deciso “di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia”. Ricordate, giudici-lettori?[12]

Nessuna presenza stabile di guardie del corpo stipendiate da Trotskij, pertanto, oltre che nessun agente di polizia norvegese che stazionasse, anche solo occasionalmente, nei pressi dell’abitazione dei Knudsen/Trotskij: condizioni pertanto ottimali, per incontrarsi in segreto con Pjatakov fuori dalla casa di Honefoss.

Ma non solo. Nils Dahl ci ha informati che egli possedeva nel 1935 un’automobile: mezzo sempre utile per spostarsi a piacere da casa e al fine di incontrare delle persone (un nome a caso, Pjatakov), oltre che per non usare strumenti di trasporto pericolosi (sul piano dei possibili testimoni) quali taxi, autobus e treni; e oltre a Dahl, dal 16 novembre del 1935 era diventato segretario di Trotskij il benestante Erwin Wolf, ben munito in termini di mezzi finanziari.

Ma non solo: grazie all’indispensabile e finta “malattia” di Trotskij, nessun visitatore esterno era legittimato ad arrivare inaspettatamente a Honefoss, né tanto meno a pretendere di essere ricevuto dal “malato immaginario” in oggetto. In altri termini, era escluso preventivamente che Tizio o Caio, magari in qualità di giornalisti, giungessero a Honefoss inaspettatamente e potessero in seguito riferire: “il 12 dicembre 1935 siamo andati ad Honefoss, ma Trotskij non era in casa”; o, ancora peggio, sostenere ad esempio che “sono andato a Honefoss il 12/13 dicembre del 1935, e ho visto Trotskij che usciva di casa”.

Avvocato del diavolo: “un momento; anch’io ho letto con molta attenzione il diario di Trotskij del 1935 e ho da poco appreso alcuni elementi assai interessanti, grazie alle note in esso contenute.

Ho imparato innanzitutto che, proprio nel 1935 e più precisamente il 2 aprile del 1935, quando ancora si trovava in Francia, Trotskij si lamentò che “ieri è ricominciato per me un periodo di cattiva salute. Debolezza, lieve stato febbrile, straordinario ronzio nelle orecchie”; ho appreso altresì che il 23 maggio del 1935 Trotskij scriveva che “da diversi giorni Natalia” (sua moglie) “ed io siamo indisposti. Stiamo a letto ora a turno, ora tutti e due”. Ho letto inoltre che l’8 giugno 1935 sempre il leader della Quarta Internazionale sosteneva che “come se non bastasse, bruscamente la mia salute volge al peggio”; ho imparato che il 26 giugno del 1935 Trotskij sottolineava che “continuo a non sentirmi bene” e, infine, ho appreso che l’8 settembre 1935 egli annotò sul suo diario che “è da molto che non scrivo nulla. Tempo addietro, venne qui per curarmi uno specialista di Reichenberg, Cecoslovacchia “nostro” (trotzkista). “E’ assai premuroso, il quale volle che camminassi molto per poter seguire il decorso del male. Le mie condizioni peggiorarono immediatamente. Le analisi, al solito, davano responsi negativi. Due settimane passarono così. Partito il medico, tornai a un modo di vivere lungo e disteso, e presto mi ristabilii. Da allora, ho cominciato a lavorare ogni giorno di più”[13].

Questi fatti concreti devastano la vostra teoria sulla finta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935”.

Torniamo allora, per l’ennesima volta, sull’interconnessione tra la presunta febbre di Trotskij, la “gita nel ghiaccio”/”albero di Natale” e gli sforzi considerevoli da compiersi con gli sci nella “zona selvaggia” a nord di Honefoss.

Il primo fatto concreto che subito devasta l’obiezione dell’avvocato del diavolo è che quando non si sentiva bene, dal febbraio al settembre del 1935, Trotskij si metteva a letto e si riposava, come tutte le persone dotate di un minimo di buon senso, mentre non usciva certo di casa per effettuare lunghe escursioni nel ghiaccio e nella neve delle Alpi francesi, magari in un periodo invernale.

In seconda battuta, stando alla stessa dichiarazione scritta di Trotskij dell’8 settembre 1935 – e in quel giorno, per una strana “casualità”, il suo diario finisce – egli stesso notò che quando iniziò a “camminare molto”, le sue “condizioni peggiorarono immediatamente”, mentre quando egli invece rimase “lungo e disteso” e si riposò, ben presto egli “si ristabilì”. Eppure, nonostante tale lezione recente e a suo stesso dire appresa proprio nell’estate del 1935, Trotskij già nel dicembre del 1935 avrebbe almeno a suo dire dato avvio all’allucinata e faticosa “gita nel ghiaccio”, con il suo notevole sforzo motorio prolungato per tre giorni, oltre che a rimanere in giro il 24 dicembre del 1935 con Dahl. Parole assai chiare, quelle espresse da Trotskij proprio nel settembre del 1935, che dimostrarono ancora di più l’assurdità e il carattere assolutamente anomalo della sua “gita nel ghiaccio”, oltre che della sua successiva “alzata dal letto” con Dahl e i bambini in festa alla vigilia di Natale del 1935.

Inoltre abbiamo letto anche noi, signor avvocato del diavolo, la dichiarazione resa da Trotskij sul suo diario il 26 giugno 1935: e proprio in essa lo stesso leader della Quarta Internazionale ammise, certo a suo modo e solo parzialmente, che la ragione e causa della sua malattia potessero essere “i nervi” e il suo sistema cerebrale, come i giudici-lettori potranno constatare tra poco di persona.

“26 giugno. Continuo a non sentirmi bene. È’ incredibile quanta differenza ci sia in me, fra malattia e salute. Sono come due persone diverse, anche nell’aspetto esterno; e, a volte, mi bastano ventiquattr’ore per passare dall’uno all’altro stato. E’ quindi naturale supporre che la sua causa siano i nervi. Ma, anni ed anni fa, nel 1923, i medici diagnosticarono un’infezione, ed è possibile che i nervi si limitino a variare e ingigantire le manifestazioni esterne del male”[14].

Pertanto lo stesso Trotskij ammise, sempre il 26 giugno del 1935 e nel passo sopracitato, che nel suo particolare e conclamato stato di “sdoppiamento”, nel quale egli era “come due persone anche nell’aspetto esterno” allo stesso tempo, “a volte mi bastano ventiquattr’ore per passare dall’uno all’altro stato”, dalla “malattia” alla “salute”: ci sembra un’affermazione assai chiara dello stesso Trotskij e che condividiamo, con la sola modifica che a nostro avviso “a volte” a Trotskij, bastavano con i suoi “nervi” e la sua notevole forza di volontà, solo “ventiquattro” secondi, o anche meno, per “passare dall’uno all’altro stato” quando tale azione gli faceva comodo e gli permetteva di crearsi ad arte delle utilissime e finte indisposizioni, delle utilissime e anzi indispensabili “malattie diplomatiche”.

Infine è appena il caso di notare che nel dicembre del 1935 Trotskij non si rivolse assolutamente ai medici di Oslo, oppure al “medico rosso” Karl Evang o allo “specialista” cecoslovacco indicato di sfuggita dallo stesso leader della Quarta Internazionale l’8 settembre 1935, né tanto meno richiese di essere riportato all’ospedale di Oslo: sono segni inequivocabili che Trotskij, nel dicembre del 1935 si riteneva – e a ragione – perfettamente in grado di “passare dall’uno all’altro stato” e dalla “malattia” alla “salute”, per usare le sue stesse ed esplicite espressioni del 26 giugno 1935.

Grazie all’avvocato del diavolo, possiamo in ogni caso analizzare il caso del misterioso “specialista” medico di “Reichenberg”. Ossia del militante trotzkista (“nostro”, secondo le parole testuali di Trotskij) che venne a trovare il leader in esilio della Quarta Internazionale prima dell’8 settembre del 1935, data nella quale quest’ultimo ricordò la presenza a Honefoss dell’innominato “specialista” che “venne qui” (in Norvegia) “per curarmi”, e che volle che Trotskij “camminasse molto per poter seguire il decorso del male”.

Ma chi era tale “specialista medico”?

Possiamo subito svelare l’arcano, visto che era nato nel 1902 a Reichenberg, piccola cittadina dell’allora stato cecoslovacco, un certo dirigente trotzkista di nome… Erwin Wolf, sicuramente “uno dei nostri” all’interno della Quarta Internazionale allora in via di costruzione.

Ma a questo punto sorge subito un ennnesimo problema per la “seconda versione”, e sempre a causa involontaria di Trotskij e del suo diario del 1935.

Infatti lo storico trotzkista Broué ci informa che nel 1932 Wolf abbandonò i suoio studi, per dedicarsi alla militanza politica nelle file trotzkiste, che Wolf nel 1933 si impegnò parzialmente in corsi di statistica e che nel 1935 egli gestì per breve tempo “un piccolo negozio” di gioielleria.

Bene: l’attività politica, i corsi di statistica e la vendita di gioielli costituirono quindi l’asse della praxis di Wolf nel 1932-35[15].

Ma in quale misterioso e arcano modo tali impegni facevano di Wolf uno “specialista” nelle “cure”, come le definì Trotskij nel suo diario del 1935? A tal propostio si possono avanzare solo due ipotesi.

Prima opzione: nella concezione della salute psico-fisica elaborata da Trotskij, gli studi di statistica e la vendita di gioielli assicuravano di diritto il titolo di “specialista” in medicina, forse per i rimedi omeopatici da ottenere attraverso l’utilizzo di metalli preziosi.

Seconda opzione: Wolf era certamente un’abile “specialista”, ma solo in campo politico e venne guarda caso utilizzato da Trotskij come suo segretario/aiutante personale in terra norvegese dal novembre del 1935, rendendo pertanto ancora più sospetto il comportamento del leader della Quarta Internazionale rispetto ai suoi malanni e “malattie” nel periodo compreso tra il settembre e il dicembre del 1935.

È appena il caso di rilevare che, seguendo la prima alternativa, entriamo ancora una volta nel campo del paranormale, oltre che della “medicina alternativa” di matrice trotzkista.

Avvocato del diavolo: “ma come avrebbe fatto Pjatakov, ancora a Berlino, a comunicare eventuali ritardi e contrattempi del suo viaggio a Trotskij?”

Comunichiamo all’avvocato del diavolo una notizia tecnologicamente sconvolgente, ossia che nel dicembre del 1935 e a Berlino esistevano già da alcuni decenni sia i telefoni, che gli uffici per i telegrammi.

Altra informazione sorprendente: anche nella Norvegia del dicembre 1935 esistevano da alcuni decenni sia telefoni che uffici per spedire e ricevere telegrammi.

Nuova notizia sconvolgente per l’avvocato del diavolo: dal 16 novembre del 1935 operava il nuovo e fidato segretario di Trotskij, guarda caso di madrelingua tedesca, e pertanto molto meno sospetto di altri se egli avesse dovuto ricevere telefonate o telegrammi dalla Germania. Un Erwin Wolf di cui si è già parlato spesso in precedenza, ossia un uomo fidato e benestante (in grado quindi di affittare immobili e automobili, all’occasione) proveniente dall’allora zona tedesca della Cecoslovacchia, arrivato in Norvegia meno di un mese prima del volo/colloquio segreto di Pjatakov del 12/13 dicembre del 1935. Non certo uno specialista in campo medico, ma in ogni caso un abile e coraggioso militante asslutamente fedele a Trotskij, perfettamente in grado di parlare il tedesco.

Trotskij disponeva pertanto di tutte le opportunità e dei mezzi materiali per effettuare il colloquio segreto con Pjatakov, anche in caso di contrattempi e di imprevisti sempre possibili.

Abbiamo comunque insistito molto anche sul “fattore-segretezza”, inteso come una delle precondizioni necessarie e di cui Trotskij doveva tener conto nel progettare – e successivamente compiere – il suo colloquio clandestino con Pjatakov: a questo particolare proposito vogliamo ora introdurre alcuni particolari criteri di verifica incrociata rispetto alle tesi da noi esposte, basati sulla coppia “possibili imprevisti/professionalità di Trotskij”.

Per incontrare in segreto Pjatakov, e tentare simultaneamente di nascondere almeno con qualche probabilità di successo il suo incontro clandestino, Trotskij doveva infatti assolutamente trovarsi in una particolare situazione personale.

  • Egli doveva infatti rimanere solo in casa con la moglie, fidata compagna di vita e convinta militante trotzkista, e con il fedele segretario E. Wolf: isolato quindi dal mondo e senza l’imprevista presenza di estranei e visitatori esterni in giro per le sue stanze di Honefoss il pomeriggio dell’arrivo di “Capelli rossi” in Norvegia. Come si è già notato e come impone del resto il più elementare buon senso, egli non poteva certo permettersi lo spiacevole imprevisto per cui Tizio o Caio diventassero suoi ospiti il pomeriggio fatidico della venuta di Pjatakov a Kjeller, risultando in tal modo dei testimoni potenzialmente pericolosi nel futuro dei movimenti di Trotskij in quelle ore cruciali, in quel pomeriggio così delicato sia per il leader in esilio della Quarta Internazionale che per Pjatakov.

Ora, Trotskij era realmente solo e isolato in casa con la moglie, il pomeriggio del 12 (o 13) dicembre del 1935?

Egli risultava sicuramente solo in casa con la moglie e Wolf in quel pomeriggio, “malato” e “febbricitante”, come del resto dichiarò durante la sesta sessione della commissione Dewey.

  • Trotskij inoltre doveva essere solo in casa, con la fidata moglie e con Wolf, non solo il pomeriggio fatidico dell’arrivo di Pjatakov, ma anche durante tutto il giorno “X”, durante tutto il giorno fatidico.

Erano infatti sempre possibili degli eventuali contrattempi logistico-materiali nella capitale tedesca, che imponessero ad esempio a Pjatakov di partire prima dell’alba (arrivando quindi a Kjeller a mattina inoltrata, diciamo alle 11,00 del mattino) oppure invece per pranzo, non potendo quindi arrivare a Kjeller prima delle 18,00 di sera: inconvenienti sempre possibili e che Trotskij, un’abile “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) della copertura e della disinformazione, non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij si trovava solo in casa con la moglie per tutto il giorno del 12 (o 13) dicembre?

Dalle sue stesse dichiarazioni, rese durante la sesta sessione della commissione Dewey, Trotskij era “malato” e quindi solo in casa con la moglie e Erwin Wolf dall’inizio di dicembre del 1935 fino al 19 dicembre, prima dell’inizio della sua ormai famosa “gita nel ghiaccio”.

  • Trotskij doveva poter essere solo e isolato in casa non solo durante il giorno previsto per l’arrivo di Pjatakov in Norvegia, ma anche come minimo uno/due giorni dopo la data prevista per il volo di “Capelli rossi” a Kjeller. Erano infatti sempre possibili dei contrattempi logistico-materiali (impegni imprevisti di Pjatakov a Berlino, ecc.) nella capitale tedesca, che spostassero il giorno previsto per il volo di “Capelli rossi”: inconvenienti e ritardi sempre possibili e che un’abile “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) della copertura, della disinformazione e dello spionaggio come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij si trovava solo in casa con la moglie e il fidato Erwin Wolf anche due giorni dopo il momento previsto per l’arrivo, e cioè anche i giorni del 14 e 15 dicembre del 1935?  Dalle sue stesse dichiarazioni rese durante la sesta sessione della Commissione Dewey, Trotskij era “malato” e solo in casa con la moglie dall’inizio di dicembre fino al 19 dicembre del 1935, quindi anche nei giorni del 14 e 15 dicembre. Grazie alla sua finta malattia, Trotskij disponeva infatti non solo di un isolamento prolungato nel tempo, ma altresì di un isolamento prolungabile a piacere a seconda delle esigenze concrete, sempre grazie alla sua finta malattia.

  • Trotskij doveva inoltre avere un motivo insospettabile e inattaccabile, per poter rimanere solo in casa con la moglie nei giorni fatidici del dicembre 1935 che stiamo prendendo in esame. Una valida ragione che quindi gli permettesse allo stesso tempo non solo di non ricevere ospiti esterni (e potenziali testimoni futuri) senza creare sospetti, ma anche di allontanare senza dare adito a dubbi eventuali visitatori inaspettati; inconvenienti e contrattempi, quelli dei possibili visitatori inaspettati arrivati a Honefoss, che un abile “professionista” (memoriale Tanaka) delle attività segrete come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij aveva a sua disposizione un motivo insospettabile e inattaccabile, perché socialmente accettato da tutti, al fine di rimanere solo con la moglie senza destare sospetti nel mondo esterno? Risposta semplice e positiva: lo possedeva eccome, proprio grazie alla sua presunta “malattia” – di origine sconosciuta e inspiegabile almeno a suo dire – che lo aveva “colpito” nuovamente dall’inizio di dicembre, ivi compresi i giorni dall’11 al 13 dicembre che ci interessano.

  • Trotskij doveva inoltre avere a sua disposizione un motivo insospettabile e inattaccabile per rimanere solo in casa con la moglie anche rispetto a possibili visitatori “interni”, e cioè i vicini-Knudsen, i membri della famiglia dei Knudsen: doveva pertanto avere a disposizione una scusa valida e che non creasse sospetti, tale da consentirgli di rimanere distante anche dai vicini Knudsen nei giorni fatidici previsti per l’arrivo di Pjatakov, e di permettergli allo stesso tempo di poterli allontanare senza problemi, nel caso di una loro visita inaspettata. Un inconveniente, un’imprevisto remoto ma sempre possibile, che un abile ed esperto “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, sempre la presunta “malattia” e “febbre”, di Trotskij serviva perfettamente anche a tale scopo e anche nei confronti dei Knudsen, formando una legittima barriera anche nei loro confronti.

  • Infine Trotskij, a causa (necessaria, inevitabile, logica) delle considerazioni sopra esposte, non poteva quindi avere un alibi positivo per i giorni fatidici del 12 e 13 dicembre del 1935. Non poteva, per forza di cose, valersi di testimoni esterni (i Knudsen, altri abitanti di Honefoss, oppure giornalisti in cerca di un intervista, oppure visitatori trotzkisti provenienti dall’estero o dalla Norvegia, ecc.) che potessero dichiarare: “sono/siamo stati in compagnia di Trotskij i pomeriggi del 12 o 13 dicembre del 1935: posso/possiamo pertanto giurare e testimoniare non solo che non era arrivato nessun altro visitatore oltre a me/a noi, ma altresì che Trotskij non si era mai mosso di casa, durante i due pomeriggi in esame”.

Se le nostre tesi risultano corrette, Trotskij non poteva avere e valersi di alcun alibi di questo tipo per i due pomeriggi presi in esame: ma abbiamo ragione?

La risposta l’ha fornita, in modo sicuro e inequivocabile, lo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey: quando, di fronte alle domande per una volta incalzanti di Dewey rispetto a “se avesse per i giorni 11 o 12 dicembre” un alibi altrettanto forte di quello offertogli dalla “gita nel ghiaccio”, Trotskij dovette limitarsi a un semplice e desolato “no”, a un triste diniego e a una triste (per lui, certo) negazione.

Andate a rileggervi il pezzo sopracitato, giudici-lettori: esso risulta molto istruttivo e illuminante anche su questo aspetto del nostro “giallo” storico, rendendo ancora più concreti gli argomenti sopra esposti.

La terz’ultima prova del nove che vogliamo riesporre è il “criterio di Cenerentola”, sempre rispetto alla materia logistico-cospirativa. Trotskij doveva infatti essere posizionato per forza di cose vicino al posto/aeroporto utilizzato da Pjatakov, al fine di permettere a “Capelli rossi” di tornare al più presto a Berlino e all’ambasciata sovietica senza destare sospetti, e quindi al massimo entro le prime ore notturne dello stesso giorno in cui era partito dalla capitale tedesca: diciamo (come nel caso di Cenerentola) entro le 24,00, o solo una o poco dopo.

Si è già notato che Cenerentola-Pjatakov non poteva restare fuori dall’ambasciata sovietica per più di un giorno senza inevitabilmente creare voci, illazioni e sospetti su una sua eventuale e prolungata assenza da Berlino; e altresì bisognava mettere in conto le ore complessive necessarie per il volo di andata/ritorno dalla Norvegia, per il colloquio tra Pjatakov e Trotskij e per spostarsi infine dall’aeroporto di Tempelhof all’ambasciata sovietica nel ritorno, oltre ai sempre possibili imprevisti e contrattempi durante il viaggio.

Al fine di tentare di mantenere segreto il suo incontro con “Capelli rossi” di fronte agli occhi vigili dell’NKVD stalinista, Trotskij aveva quindi necessariamente i tempi contati e doveva pertanto inevitabilmente essere collocato molto vicino al punto di arrivo di Pjatakov, nel caso specifico l’aeroporto di Kjeller.

Prima conseguenza inevitabile dello status forzato di “Cenerentola” assunto da Pjatakov, con i tempi ristretti che esso comportava: Trotskij non doveva essere quindi lontano da Kjeller, il 12 o 13 dicembre.

Questo coefficiente oggettivo sussisteva, tra il 12 e 13 dicembre del 1935? Sicuramente la risposta risulta positiva, visto che sia il 12 che il 13 dicembre il leader mondiale della Quarta Internazionale risultava “malato” e “a letto” proprio nella sua casa di Honefoss, a soli cinquanta (non cinquecento) chilometri da Kjeller.

La seconda conseguenza del “criterio di Cenerentola” in via d’esame risulta che Trotskij non doveva essere collocato in un posto isolato, e che quindi richiedesse come minimo alcune ore di spostamento al fine di raggiungere Pjatakov vicino a Kjeller: condizione logistica in cui si trovò invece realmente il leader della Quarta Internazionale ad esempio il 20/22 dicembre del 1935, con la sua abnorme “gita nel ghiaccio” nella baita isolata dei Knudsen, lontana da strade e mezzi di trasporto.

Ora, anche tale ulteriore coefficiente sussisteva sicuramente rispetto a Trotskij, nel periodo cruciale in esame: sia il 12 che il 13 dicembre del 1935, il leader indiscusso della Quarta Internazionale era infatti posizionato nella casa dei Knudsen a Honefoss, una cittadina con strade e distante solo una cinquantina di chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

Solo grazie a tale favorevole situazione logistica, Trotskij poteva incontrare in tempo ristretti la Cenerentola-Pjatakov: e per l’appunto il leader mondiale della Quarta Internazionale non era certo in una “baita isolata”, nel periodo compreso tra il 12 e il 12 dicembre del 1935.

Penultimo criterio di verifica incrociata: mentre rispetto al novembre del 1935 risultava, in base alle informazioni fornite dallo stesso Trotskij e Erwin Wolf, come ben quattro visitatori fossero arrivati alla casa di Honefoss (e cioè Walter Held, Fred Zeller da Parigi e i canadesi K. Johnston e E. Birney), il numero dei visitatori invece crollava a zero per il mese di dicembre del 1935, per i trentuno giorni che ci interessano[16].

Da quattro a zero: un regresso molto consistente, e avvenuto guarda caso da un mese all’altro.

L’ultima “prova del nove” della nostra tesi deriva sempre dal fattore logistico, ma questa volta visto e esaminato dal punto di vista della collocazione e posizione in cui si trovava Pjatakov il 12/13 dicembre 1935.

Perché il volo/colloquio clandestino di “Capelli rossi” fosse infatti fattibile, oltre che possibile da tener segreto di fronte agli occhi vigili dell’NKVD stalinista, quest’ultimo doveva trovarsi:

  • all’estero e non in URSS;
  • in un paese straniero, ma anche relativamente vicino alla Norvegia: come la Germania e Berlino, collocata nella zona settentrionale tedesca;
  • in una missione legale in un paese straniero;
  • in una missione legale prolungata in un paese straniero, che permettesse quindi di allontanarsi per un giorno senza destare eccessivi sospetti;
  • con aeroporti aperti e funzionanti, sia nel paese di partenza (Berlino, Germania) che in quello di arrivo (Kjeller, Norvegia);
  • in una città in cui egli potesse avere la copertura di militanti trotzkisti, quali ad esempio S. Bessonov e D. Bukhartsev, operanti nel 1935 a Berlino.

Tutte queste particolari e favorevoli condizioni logistiche per il volo segreto di Pjatakov sussistevano sicuramente nel dicembre del 1935, come si è già evidenziato in modo fin troppo dettagliato nel secondo e quarto capitolo del presente giallo storico; sul piano dei “mezzi” e delle “opportunità”, il volo di Pjatakov risultava perfettamente possibile e fattibile sul piano logistico nel dicembre del 1935, anzi solo ed esclusivamente nel dicembre del 1935, quando “Capelli rossi” si trovava a Berlino e lontano dall’URSS stalinista di quel tempo.

Abbiamo ottenuto pertanto tutta una serie di “prove del nove” e di strumenti di verifica incrociati della nostra tesi sulla reale esistenza del volo/colloquio segreto di Pjatakov: altre domande, giudici-lettori?

Giudici-lettori: “ma per quale motivo Trotskij si impegnò tanto a costruirsi un alibi tardivo con la sua “gita nel ghiaccio”, con la richiesta di aiuto a Dahl, ecc.? Non poteva invece limitarsi a starsene tranquillo e a letto nella casa dei Knudsen a Honefoss, fino al 23 dicembre del 1935?”.

Se Trotskij fosse stato innocente, e cioè se non avesse incontrato in segreto Pjatakov, sicuramente non avrebbe avuto alcun motivo per crearsi un alibi tardivo, né comunque avrebbe potuto progettarlo e attuarlo, essendo innocente, ignaro e completamente estraneo rispetto a un colloquio con Pjatakov in ogni caso inesistente e irreale.

Ma tutto invece cambia, nell’ipotesi opposta.

Il problema per Trotskij era che egli invece incontrò realmente Pjatakov il 12 o 13 dicembre del 1935, e di conseguenza non aveva un alibi, non possedeva né poteva disporre in alcun modo di testimoni credibili a sua difesa per il giorno del suo colloquio segreto con Pjatakov. Senza tale alibi positivo, reale e concreto, la posizione di Trotskij risultava come minimo abbastanza sospetta agli occhi di un osservatore neutrale ma attento: e a sua volta, per evitare tale spiacevole situazione, il leader della costituenda Quarta Internazionale dovette cercare di crearsi ad arte e in modo preventivo un alibi certo fittizio e tardivo, ma il più possibile vicino sul piano temporale alla data del suo incontro clandestino con “Capelli rossi”.

Non è certo un caso che persino il comprensivo e amichevole giudice Dewey abbia chiesto più volte a Trotskij, durante la sopracitata sesta sessione, quale fosse la sua posizione concreta e il suo eventuale alibi rispetto ai giorni di dicembre “caldi” e rilevanti per il volo di Pjatakov, dopo l’arrivo di quest’ultimo a Berlino.

Anche grazie allo stimolo appena fornitoci, torniamo tuttavia a riesaminare con una visione ormai smaliziata la questione dei presunti “alibi” di Trotskij, sempre rispetto agli eventi del dicembre 1935: scopriremo infatti una trama raffinata di fronte alla quale impallidiscono i trucchi ideati in questo campo specifico durante gli anni Venti dello scorso secolo dal sopracitato Van Dine, ad esempio nel suo libro “La strana morte del signor Benson”, e da Agatha Christie nel suo celebre e geniale libro intitolato “L’assassinio di Roger Ackroyd”, romanzo giallo nel quale la questione dell’alibi tardivo assunse un ruolo centrale.

Anche se finora ignorato e misconosciuto, finora uno dei più grandi scrittori di gialli – reali e vissuti in prima persona, tra l’altro – è risultato proprio l’insospettabile ma creativo Trotskij, che conosceva tra l’altro di persona e fin dal giugno del 1933 George Simenon (si, l’inventore del commissario Maigret) e che espresse tra l’altro il suo personale e durissimo giudizio su un altro scrittore di gialli, ossia Edgar Wallace, proprio all’interno del suo sopracitato diario del 1935.

 

 

 

 

 

 

 

[1] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[2] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[3] “The case of….”, op. cit., sesta sessione

[4] “The case of….”, op. cit., sesta sessione

[5] “The case of…….”, op. cit., sesta sessione

[6] “The case of….”, op. cit.

[7] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[8] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[9] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[10] P. Broué, op. cit., pag. 831 e 783

[11] P. Broué, op. cit., pag. 781

[12] P. Broué, op. cit., pag. 781

[13] L. Trotskij “Diario…”, op. cit., pag., 63, 123, 131, 140 e 147

14 Op. cit., pag. 140

[15] P. Brouè, “Erwin Wolf”, op. cit.

[16] “Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 18, in http://www.marxistarkive.se

CAPITOLO SESTO: LA “GITA NEL GHIACCIO” DI TROTSKIJ

 

W.H. Wright, alias J.S. Van Dine: “…. e qui sta il punto; chiunque può crearsi un’opportunità o mascherarne l’esistenza con falsi alibi e svariati giochetti… Esistono fin troppi modi, tutti convincenti, di trovarsi sul luogo del crimine quando ci credono lontani e viceversa”[1].

Proprio la proteiforme categoria delle finte malattie e dei falsi alibi, individuata fin dal 1926 anche dal reazionario ma intelligente autore di gialli conosciuto con lo pseudonimo di Van Dine, ci permetterà di dimostrare con sicurezza come il volo a Kjeller di Pjatakov e il suo colloquio segreto con Trotskij, nel dicembre del 1935, abbiano costituito degli eventi reali senza in alcun modo utilizzare, per ora, le testimonianze rese da Pjatakov e Radek, oltre che da altri imputati, durante il processo di Mosca del gennaio 1937.

La chiave e il grimaldello che useremo a tal fine saranno costituiti principalmente dai trucchi e dalle menzogne volutamente espresse da Trotskij sugli eventi del dicembre 1935, e non a caso. Ipotizzando infatti che una persona intelligente abbia davvero compiuto un “delitto” particolare quale un incontro segreto, e che allo stesso tempo egli abbia voluto con tutte le sue forze nascondere e negare di averlo commesso, per coprire la verità egli non può fare altro che tentare di creare ad arte una rete di bugie, di falsi alibi e di depistaggi al fine di ottenere il suo scopo “negazionista”. Anche per questa ragione in campo investigativo gli alibi fittizi e le menzogne, gli inganni e le manovre diversive rispetto a qualunque reato, sono azioni considerate giustamente come un segno potente e un indizio diretto di colpevolezza, anche perché un soggetto realmente innocente ed estraneo rispetto a un delitto di cui viene accusato non utilizza di regola tali trucchi, e soprattutto non prepara mai in anticipo – né del resto può e deve farlo, essendo innocente – delle coperture e dei finti alibi per l’azione di cui egli sarà accusato solo in seguito, oltre che ingiustamente.

Dobbiamo verificare pertanto se l’intelligente e astuto Trotskij prima, durante e subito dopo il 12/13 dicembre del 1935, le date che emergono dal processo di Mosca del gennaio 1937 rispetto al reale/presunto volo di Pjatakov, abbia tenuto coscientemente un comportamento ingannevole proprio al fine di compiere, e simultaneamente di tenere segreto il suo colloquio con “Capelli rossi”, creandosi una finta malattia a tale scopo.

I dati empirici forniti in precedenza costituiscono infatti solo una sorta di antipasto e la base preliminare della nostra tesi, ma ora affronteremo punti fondamentali e nevralgici a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov, a partire:

  • dall’assenza di qualsiasi alibi concreto e convincente a favore di Trotskij, il 12/13 dicembre del 1935;
  • dalle circostanze favorevoli all’incontro con Pjatakov create proprio dalla progettualità/praxis dello stesso Trotskij;
  • dalle gravissime anomalie, a partire dalla sua presunta malattia del dicembre 1935, che emergono dalla pratica concreta di Trotskij rispetto al volo di Pjatakov;
  • dalla creazione preventiva di un finto alibi da parte di Trotskij, attraverso la sua “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935;
  • dall’utilizzo fraudolento di tale finto alibi da parte del leader della Quarta Internazionale davanti alla commissione Dewey, attraverso il suo tentativo di spostare avanti nel tempo di dieci giorni la data di arrivo di “Capelli rossi” a Berlino;
  • dalle menzogne espresse da Trotskij su punti centrali per il volo/colloquio clandestino di Pjatakov, a partire dalla posizione politica reale di quest’ultimo e di Radek nel 1931/1936.

Tra tutti questi elementi, quelli su cui vogliamo per ora soffermarci sono rappresentate dalla presunta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935 e dal finto alibi, sempre creato ad arte da Trotskij, per il 20/22 dicembre del 1935.

Sotto quest’ultimo aspetto il comune buon senso indica che se non avere un alibi per un reato non costituisce di per sé una prova a carico di un indiziato, viceversa l’atto cosciente e premeditato di costruirsi un falso alibi costituisce un pesante indizio di colpevolezza, come del resto cercare di ingannare la corte giudicante (nel caso specifico, la commissione Dewey) e pronunciare menzogne spudorate sui rapporti reali intessuti con altri “complici” (Pjatakov e Radek, nel caso specifico) del “delitto”, ossia del volo/colloquio clandestino in via d’esame.

Nella prefazione abbiamo già rilevato che a “perdere” e incastrare Trotskij è stato lo stesso leader della Quarta Internazionale. Dopo Linköping e le ricevute delle lettere spedite a Radek e Preobrazhensky nel corso del 1932, forniamo ora un’ulteriore dimostrazione di tale tesi puntando sulle gigantesche anomalie, sulle enormi contraddizioni e incongruenze che emergono nei comportamenti dello stesso Trotskij proprio in relazione al dicembre del 1935: e cioè su fatti sicuri (e attestati da fonti sicure), che non solo risultano strani, particolari e anomali di per sé, ma che non sono spiegabili con la “seconda versione” e che diventano invece perfettamente comprensibili e interpretabili solo attraverso la tesi dell’esistenza reale sia del volo di Pjatakov, che del suo colloquio segreto con Trotskij vicino a Kjeller nel dicembre del 1935.

A questo punto possiamo iniziare analizzando la “malattia” e “febbre” di Trotskij nel dicembre del 1935, visto che siamo in grado di dimostrare con assoluta sicurezza il carattere artificioso e costruito ad arte di quest’ultima.

Come fonte sicura (per la “seconda versione”) utilizziamo uno storico trotzkista, nel caso in oggetto Isaac Deutscher, il quale a sua volta ha riportato fedelmente il resoconto sul dicembre del 1935 effettuato da Trotskij davanti alla sesta sessione della commissione Dewey, a partire dalla sua particolare malattia invernale.

Dal 19 settembre 1935 Trotskij venne infatti ricoverato nell’ospedale municipale di Oslo, perché la “febbre” che lo colpiva ciclicamente “persisteva” e il suo fisico era debilitato: venne dimesso dopo circa un mese e tornò ad Honefoss, ma dall’inizio di dicembre e dopo circa quaranta giorni la ricomparsa della febbre lo costrinse a letto per i primi diciannove giorni del mese.

A questo proposito Deutscher ci informò che “dopo molti esami clinici e biologici Trotskij lasciò l’ospedale” (di Oslo) “senza aver trovato la salute dell’animo e del corpo. Trascorse la maggior parte di dicembre a letto: questo mese, disse poi, è stato il peggiore della mia vita”[2].

A sua volta Brouè aggiunse che Trotskij venne dimesso dall’ospedale di Oslo il 20 ottobre, senza più la febbre “ma senza che si sia chiarita la natura del “male” e la causa della febbre: pertanto, come rivelò Brouè, Trotskij uscì dall’ospedale di Oslo “sollevato dalla febbre” e senza uno stato di malattia aperta e visibile, ma allo stesso tempo senza che si fosse “chiarita la natura del male” e venisse individuata la causa della sua febbre”[3].

Dopo un periodo di relativa buona salute, durato dal 20 ottobre a fine novembre, nel dicembre del 1935 e più precisamente dal primo dicembre al 19 dicembre Trotskij si trovò invece di nuovo a letto, ammalato e con la febbre, secondo le sue stesse affermazioni. Durante la sesta sessione della commissione Dewey, Trotskij in persona dichiarò testualmente che “il mese di dicembre” (del 1935) “fu il peggior mese della mia vita. Io fui tutto il tempo” (del dicembre 1935, dal 1 al 31 dicembre, con la sola e dichiarata eccezione dei giorni compresi tra il 20 e il 22 di quel mese) “a letto. Io cercai di scappare dalla malattia con questo viaggio” (con la “gita nel ghiaccio” alla baita dei Knudsen su cui torneremo, avvenuta dal 20 al 22 dicembre del 1935) “nella baita. Ciò non ebbe successo”.

Ma poco dopo il 22 dicembre del 1935, e dopo “la gita nel ghiaccio” con la famiglia Knudsen su cui si tornerà a lungo, Trotskij comunque si riprese in ogni caso molto rapidamente, in modo “brusco” (Deutscher) e con una velocità tale da “stupire i medici” (Deutscher) “si rimise in salute”. Anche su questo aspetto lasciamo la parola a Deutscher.

“Poco dopo, in seguito a uno di quei bruschi cambiamenti che stupivano i medici, Trotskij si rimise in salute e riprese a scrivere “La rivoluzione tradita”. Questo lavoro lo tenne occupato per i sei mesi successivi, fino al completamento dell’opera”[4].

Da tutte queste informazioni mediche sulla salute di Trotskij, almeno a prima vista aride e banali, emergono subito delle notizie e delle note dissonanti di particolare valore, almeno per il nostro “giallo storico”.

La prima e già notata anomalia che salta subito agli occhi è che Trotskij si presentava “malato” e febbricitante, “a letto” e malato nella casa di Honefoss, proprio nei giorni in cui Pjatakov aveva dichiarato di aver compiuto il suo volo e colloquio segreto con il leader della costituenda Quarta Internazionale, e cioè il 12 o 13 dicembre: Trotskij si dichiarò infatti “malato” per “tutto il tempo” del dicembre 1935, in quello che sempre a suo dire fu “il peggior mese” della sua vita, e quindi rimase per forza di cose isolato dagli estranei e da possibili testimoni anche nei giorni fatidici del 12/13 dicembre. Oltre che ammalato in tutti i giorni compresi tra il 1° e il 31 dicembre del 1935, Trotskij si dichiarava “a letto”, quindi in compagnia solo della fidata moglie e del fidato segretario Erwin. Wolf, anche nei giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino; un Erwin Wolf che, come ha notato del resto anche Brouè, fin dal 1933 era stato cooptato “nella leadership dell’IKD”, ossia dell’organizzazione dei trotzkisti tedeschi, e che era stato selezionato con cura dallo stesso Trotskij anche per le sue “qualità personali”, al fine di svolgere il delicato ruolo di segretario e di assistente in Norvegia del leader della costituenda Quarta Internazionale[5].

Del resto neanche il norvegese Nils Dahl, militante trotzkista e impegnato durante il 1935-36 nell’aiuto logistico a Trotskij ad Honefoss, in un suo interessante scritto del 1989 su cui torneremo, dichiarò di aver visitato di persona Trotskij tra l’inizio e il 19 dicembre del 1935, nonostante allora il suo compito organizzativo fosse per l’appunto quello di favorire Trotskij; quindi neppure Dahl poté fornire a Trotskij un alibi positivo (“ero con lui”) per i pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935 e nei giorni incriminati che ci interessano, né lo poterono affermare in alcun modo i membri della famiglia Knudsen. Non vi fu pertanto alcun testimone esterno dentro la casa di Trotskij nei due giorni in esame, il quale rimase allora isolato e in compagnia solo della fidatissima moglie e del suo leale segretario personale, Erwin Wolf.

Trotskij risultava pertanto lontano e inavvicinabile da possibili testimoni “scomodi” anche nei giorni compresi tra l’11 e il 13 dicembre, visto che secondo le sue stesse parole fu malato e “a letto” a Honefoss per “tutto il tempo” del dicembre 1935, con l’eccezione dei giorni 20, 21 e 22 dicembre e del “viaggio” (Trotskij) alla baita dei Knudsen su cui torneremo in seguito; inoltre il leader della Quarta Internazionale risultava isolato e “a letto” per un periodo di tempo prolungato, ossia dall’1 al 19 dicembre, e per di più isolato legittimamente dal mondo esterno (un malanno psicofisico costituisce infatti un motivo socialmente accettato, al fine di evitare di ricevere ospiti ed estranei) a causa della sua “malattia”, proprio nei giorni in cui Pjatakov affermò di essere arrivato in Norvegia e “vicino a Oslo”.

Siamo quindi in presenza di alcuni elementi di fatto indiscutibili e da tenere bene a mente, visto che proprio un distacco completo e giustificato dal mondo esterno costituiva come si è già notato un elemento logistico non solo utile, ma indispensabile al fine di cercare di tenere segreto l’effettuazione del colloquio clandestino con Pjatakov in terra norvegese.

La seconda anomalia viene costituita dal carattere inspiegabile e oscuro dalla malattia che aveva colpito Trotskij, sia nel settembre/ottobre che nel dicembre del 1935: nessun medico norvegese riuscì infatti a scoprire la causa della “malattia” di Trotskij, anche dopo un lungo mese di esami e controlli clinici sullo stato di salute di quest’ultimo effettuati dal 20 settembre al 20 ottobre del 1935.

Chiariamo subito che cadere ammalati non risulta certo un fatto strano, visto che può avvenire e capita realmente a tutti noi, ma la situazione inizia subito a cambiare se connettiamo e colleghiamo la malattia denunciata da Trotskij con un’altra informazione sicura procurataci da Deutscher e Brouè, e cioè che la presunta malattia/febbre di Trotskij risultava di origine sconosciuta, ossia sorta per motivi e cause non scoperte dai medici dell’ospedale di Oslo anche dopo ben un mese di analisi e ricovero di Trotskij all’interno di quest’ultimo. Risulta infatti come minimo un po’ strano che Trotskij si fosse ammalato, proprio poco prima e soprattutto durante il periodo decembrino che ci interessa, di una “febbre” di cui i medici non seppero comprendere e spiegare in alcun modo le cause; e come ricordano gli insospettabili Deutscher e Brouè, “dopo molti esami clinici e biologici” nell’ospedale di Oslo, la misteriosa causa della febbre di Trotskij e “la natura del male” (Brouè) non venne trovata, al pari di un rimedio efficace contro di essa.

Terza anomalia: Trotskij lasciò l’ospedale di Oslo il 20 ottobre del 1935 “sollevato dalla febbre” (Brouè) e senza più la febbre, ma essa, la sua “malattia” guarda caso rispuntò proprio all’inizio di dicembre del 1935. Non all’inizio di novembre, o a metà novembre del 1935, oppure all’inizio di gennaio del 1936: essa riapparve poco prima dell’11 dicembre del 1935, quindi poco prima della data di arrivo di Pjatakov a Berlino, e continuò per tutti i giorni (12/13 dicembre) che ci interessano. Si trattava pertanto di una “malattia” non-permanente e ciclica, ma che guarda caso si ripresentò nel momento più utile per Trotskij e cioè nei giorni antecedenti e contemporanei al 12/13 dicembre, garantendogli quell’isolamento dal mondo esterno e da scomodi testimoni a sua volta indispensabile per cercare di mantenere segreto l’incontro con Pjatakov.

Siamo già in presenza di alcuni dati di fatto importanti, ma essi si dimostrano ancora più significativi se li mettiamo in collegamento con una quarta e ulteriore nota dissonante, e cioè la strana, improvvisa e rapida guarigione di Trotskij dalla sua presunta “malattia” e dalla sua “febbre”, dopo il dicembre del 1935. Anche Deutscher rilevò come tale rapida guarigione fosse uno “dei bruschi cambiamenti” nella salute di Trotskij “che stupivano i medici”. I medici, ma anche coloro che scrivono queste pagine: una malattia di origine sconosciuta e che tra l’altro scomparve “bruscamente” proprio dopo il dicembre 1935, senza che i medici ne capissero la ragione, difficilmente può rappresentare solo un caso fortuito, visto che troppe coincidenze fortuite sono ormai apparse già a questo punto.

Quinta anomalia: la presunta malattia di Trotskij non durò pochi giorni, diciamo dal 1° al 5 dicembre del 1935, ma viceversa si prolungò fino al 12/13 e lasciò in ogni caso a letto il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale sino al 19 dicembre: quindi prima, durante e subito dopo i due giorni che ci interessano.

Sesta nota dissonante: proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) a partire dall’inizio del 1936, quando Trotskij “si rimise in salute e riprese a scrivere La Rivoluzione tradita” (sempre Deutscher), la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivelò – guarda caso – un fenomeno senza conseguenze permanenti per la salute psicofisica del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Trotskij nel settembre del 1935 è malato: si potrebbe trattare solo di una pura casualità.

La “malattia-febbre” si riproduce proprio nel dicembre del 1935, e cioè quando essa risultava indispensabile per Trotskij, garantendogli un distacco totale dal mondo esterno e quindi da ospiti-testimoni; un isolamento tra l’altro prolungato e con una ragione accettata sul piano sociale, visto che di regola non si disturba un malato. Come minimo, emergono i primi dubbi sulla reale natura della “malattia” in esame.

La “febbre-malattia” risulta inoltre di origine sconosciuta, nonostante il mese di controlli all’ospedale di Oslo a cui si sottopone Trotskij: a questo punto iniziano ormai a venire molti sospetti, come minimo, riguardo alla presunta e misteriosa indisposizione psicofisica di Trotskij.

La “febbre-malattia” scompare dal 20 ottobre sino alla fine di novembre, ma riappare invece proprio agli inizi di dicembre: non agli inizi di novembre del 1935, non agli inizi del gennaio del 1936 e via avanzando nel tempo, ma prima, durante e poco dopo i giorni fatidici del 12/13 dicembre 1935.

Bene, a questo punto il livello di sospetto non può che alzarsi, raggiungendo già da ora la soglia di tolleranza.

La “febbre-malattia” inoltre non dura poco, ad esempio solo tre o quattro giorni e dal 1° al 4 dicembre del 1935, ma viceversa essa estende i suoi effetti anche subito prima, durante e subito dopo i giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino: il livello di credibilità della presunta malattia di Trotskij cala ulteriormente, a questo punto.

Ma non solo: la “malattia-febbre” di Trotskij tra l’altro sparisce repentinamente, con un “brusco cambiamento” (Deutscher) di salute avvenuto a partire dalla fine di dicembre del 1935, e cioè proprio una volta passato il periodo che ci interessa e che soprattutto interessava da vicino Trotskij. E proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) all’inizio del 1936, tra l’altro senza un plausibile motivo individuato dai dottori, la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivela sicuramente un fenomeno – guarda caso – senza conseguenze permanenti per la salute del leader mondiale della Quarta Internazionale.

Non ci siamo: le anomalie che emergono rispetto alla presunta malattia decembrina di Trotskij ormai hanno già superato il limite di guardia e la soglia critica.

Ma il livello di sospetto non può che salire ulteriormente e fare un decisivo salto di qualità se poi prendiamo in esame anche un altro dato sicuro e un’ulteriore anomalia, e cioè il mancato ricovero in ospedale di Trotskij nel dicembre del 1935, dopo la sua ricaduta nella “malattia” e nella “febbre”: ragioniamo un po’ assieme, su tale strana passività e inspiegabile non-azione di Trotskij.

Chi di voi, giudici-lettori, in presenza di una febbre di origine sconosciuta e sottopostosi a tutti i lunghi accertamenti e alle analisi del caso (vedi il ricovero di settembre), uscito dall’ospedale il 20 ottobre e improvvisamente colpito nel dicembre da una ricaduta nella febbre, che ricompare dopo circa un mese circa; chi di voi, dicevamo, colpito di nuovo dalla febbre per più giorni non andrebbe almeno un giorno dal medico o in ospedale, per sottoporsi a ulteriori esami e accertamenti clinici? Ma invece non risulta alcun ricovero o alcun esame medico di Trotskij nel dicembre del 1935: e visto che egli era viceversa già andato in ospedale nel settembre del 1935, a differenza che nel dicembre del 1935, esiste pertanto un’evidente asimmetria tra le due diverse fasi del suo comportamento rispetto alla stessa “malattia”, per la sua stessa “febbre”.

Anche se si dichiarò malato per tutto il mese di dicembre del 1935, proprio in tal mese Trotskij non passò invece neanche una settimana e neanche un solo giorno in ospedale, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935: un mancato ricovero che diventa ancora più anomalo e sospetto tenendo a mente che la “febbre” e la “malattia” che colpì Trotskij nel dicembre del 1935 non risultò breve, diciamo di tre o quattro giorni, ma che invece fu prolungata e durò per tutto il mese di dicembre, stando almeno alle stesse dichiarazioni di Trotskij. Del resto anche il segretario e l’uomo di fiducia di Trotskij nel dicembre del 1935, Erwin Wolf, nella sua dichiarazione scritta alla commissione Dewey, non accennò mai al fatto che Trotskij si fosse mosso dalla sua casa di Honefoss dal 1° al 19 dicembre del 1935, non citando mai ad esempio un’eventuale visita del suo leader e “datore di lavoro” in ospedale, né tanto meno un suo ricovero prolungato in quel periodo in una struttura sanitaria; e anche il deputato Konrad Knudsen, a sua volta, non indicò mai un ricovero in un ospedale norvegese da parte di Trotskij, sempre dal 1° al 19 dicembre del 1935.

Iniziata il 1° dicembre del 1935, la “febbre” all’11 dicembre del 1935 durava quindi da ben dieci giorni: eppure anche l’11 dicembre, anche il 12 e il 13 dicembre, Trotskij non pensò minimamente di farsi ricoverare almeno per un breve periodo in ospedale, dopo dieci e più giorni di “febbre” e di presunta “malattia”.

Grazie a Deutscher/Brouè, ormai sappiamo con sicurezza che:

  • Trotskij si mostrava febbricitante e quindi isolato legittimamente dal mondo esterno, anche nei giorni tra l’11 e il 13 dicembre del 1935:
  • la febbre, svanita e scomparsa il 20 di ottobre, era rispuntata guarda caso proprio all’inizio di dicembre del 1935: la febbre/malattia risultava inoltre di origine sconosciuta e misteriosa, nonostante un mese di controlli ospedalieri (e un ulteriore controllo del “medico rosso” N. Dahl, su cui torneremo tra poco); durante la ricaduta prolungata nella “febbre” a dicembre, Trotskij non si era fatto visitare e ricoverare in ospedale per ulteriori esami e accertamenti, ma invece si era limitato a “rimanere a letto” nella casa di Honefoss, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935;
  • neanche il trotzkista norvegese Nils Dahl, allora aiutante di Trotskij, né i membri della famiglia Knudsen poterono fornire un alibi positivo a Trotskij per il 12 o 13 dicembre del 1935, dichiarando di essere stati allora in sua presenza;
  • dopo la fine di dicembre 1935, guarda caso iniziò una guarigione di Trotskij inspiegabile e così rapida da “stupire i medici”, anche secondo Deutscher;
  • il tutto, proprio attorno al periodo (12/13 dicembre 1935) che ci interessa per la nostra inchiesta.

Siamo quindi in presenza di una connessione di fatti alquanto insolita e particolare: ma davvero possiamo spiegare tutte queste anomalie, senza eccezione alcuna e partendo proprio dall’ipotesi che il volo di Pjatakov si fosse realmente verificato?

Certamente, osando la semplice tesi in base alla quale la malattia/febbre fosse falsa e inventata ad arte da Trotskij, per precisi scopi politico-organizzativi legati proprio al volo e all’incontro segreto di Pjatakov con lui.

Essa venne fatta riemergere proprio nel dicembre del 1935 perché serviva come mezzo “legittimo” di isolamento dal mondo, solitudine a sua volta indispensabile per la segretezza del colloquio tra i due; Trotskij guarì quasi subito e quasi “miracolosamente” dalla sua presunta malattia proprio perché la stessa non era mai esistita e, una volta che tale presunta “malattia/febbre” non servì più ai suoi scopi particolari, essa ovviamente scomparve di colpo e senza problemi a partire dalla fine di dicembre del 1935. Il mancato ricovero di Trotskij in ospedale, nel dicembre del 1935, si spiega a sua volta con il fatto che l’ultima cosa al mondo che Trotskij voleva, nel dicembre del 1935 e aspettando ormai l’arrivo  a Berlino di Pjatakov, era quella di essere rinchiuso e controllato in un ospedale, e quindi in presenza di numerosi testimoni non controllabili; rispetto invece agli esami e controlli medici del settembre/ottobre del 1935, essi non riuscirono a scoprire le cause fisiologiche della presunta febbre semplicemente perché essa in realtà non esisteva, risultando solo un’abile trucco usato dal “malato immaginario”, ossia da Trotskij. A sua volta nessuna persona, ivi compresa Nils Dahl, non andò a trovare quest’ultimo, tra l’inizio del mese e il 19 dicembre del 1935, per i giorni prevedibili per l’arrivo di Pjatakov a Kjeller, sempre perché l’isolamento totale di Trotskij da visitatori esterni costituiva uno degli assi e cardini principali, al fine di garantire la sicurezza e la segretezza del colloquio clandestino di quest’ultimo con Pjatakov.

Dimentichiamo qualcosa? Si, la ragione per cui la “malattia” di Trotskij non durò per pochi giorni, diciamo ad esempio dall’1 al 4 dicembre del 1935. Un aiutino ai giudici-lettori: il 4 dicembre Pjatakov non era ancora atterrato a Berlino, come del resto il 9 dicembre…

E ancora: per quale motivo la “malattia” di Trotskij riemerse proprio all’inizio di dicembre e non invece prima, diciamo all’inizio di novembre del 1935?

Per il semplice motivo che l’arrivo di Pjatakov a Berlino, in missione diplomatica ufficiale, diventò sicuro solo nella seconda metà di novembre del 1935, quando Kandelaki riuscì a dare continuità alla precedente e sopracitata sua visita tedesca del 30 ottobre del 1935 e a costruire una delegazione sovietica di alto livello, comprendente tra l’altro anche “Capelli rossi”.

Tutta una serie di anomalie, note dissonanti ed enigmi vengono risolti in un solo colpo, oltre che con relativa semplicità: come del resto risultava molto facile procurarsi ad arte una febbre con mezzi artificiali, senza tra l’altro procurarsi in alcun modo dei danni permanenti e potendo in ogni momento far cessare la presunta “febbre”, o viceversa potendo prolungarla senza alcun problema in caso di necessità, ad esempio a causa di un eventuale ritardo dell’arrivo di Pjatakov in Norvegia.

Ma quali scopi perseguiva Trotskij, un esperto nell’arte della disinformazione e delle attività segrete (il “piano Tanaka”, ecc.) creandosi ad arte una finta malattia? Un obiettivo centrale, assieme a sei scopi secondari.

Si è già notato in precedenza che la presunta “febbre” permetteva innanzitutto a quest’ultimo di non ricevere, senza destare alcun sospetto, i possibili visitatori inaspettati e testimoni indesiderati attorno alla sua casa, separando e isolando quindi legittimamente Trotskij dal mondo esterno nel dicembre del 1935; evitando pertanto che un eventuale visitatore Tizio potesse ricordare, e soprattutto far sapere ad altri, che era andato nel dicembre del 1935 a Honefoss (diciamo il 12 o il 13 dicembre…) e non aveva trovato Trotskij, o ancora peggio l’aveva visto uscire di casa per motivi sconosciuti. “Io, Tizio, l’ho visto uscire: ma chissà perché è dovuto andare fuori di casa?”.

In altri termini, la presunta malattia e la solitudine prolungata-legittima che ne derivava evitavano in modo preventivo che potessero eventualmente sorgere gravissimi problemi per Trotskij, alias visitatori indesiderati e quindi possibili sospetti sul suo progettato incontro con Pjatakov, costituendo pertanto uno strumento indispensabile che poteva in tal modo garantire al meglio (possibile) la segretezza del suo incontro con Pjatakov.

Un secondo obiettivo, secondario ma in ogni caso utile, era garantirsi un’ampia libertà d’azione per il periodo in esame. Un finto malato non solo risulta perfettamente legittimato a non ricevere ospiti, più o meno desiderati, ma allo stesso tempo almeno sul piano delle capacità fisiche può andare dove vuole e muoversi come desidera, può incontrare chiunque voglia proprio perché non è malato: nessuno dei giudici/lettori ha mai finto una malattia, per non andare a scuola/al lavoro e invece farsi gli affari suoi, o almeno ha sentito parlare di tale diffuso fenomeno sociale?

Terza ricaduta positiva: la finta malattia procurava subito un alibi per Trotskij, nel caso peggiore (che un “professionista” dell’inganno come Trotskij doveva prendere in considerazione) in cui Pjatakov fosse stato scoperto dalla polizia stalinista dopo il suo rischioso viaggio segreto in Norvegia: “ero malato e a letto, come potevo aver incontrato Pjatakov uscendo dalla casa di Honefoss?”. Questo vantaggio, apparentemente insignificante, assumerà invece un certo peso quando affronteremo la questione degli alibi di Trotskij durante il settimo capitolo.

Altro beneficio secondario: pensando che Trotskij fosse realmente malato dal 20 settembre, anche le spie e infiltrati stalinisti avrebbero rilassato almeno un po’ la guardia e i controlli sul leader della costituenda Quarta Internazionale.

Ulteriore vantaggio: un finto malato, colpito da una “febbre” inesistente, può far cessare il suo presunto disturbo fisico come e quando vuole, risultando in altri termini in grado di riprendere la sua attività normale a piacere e con estrema rapidità. E Trotskij si era creato per l’appunto una finta febbre, evitando ad esempio di fratturarsi un arto inferiore per giustificare la sua indisposizione.

Sesta ricaduta positiva (secondaria, ma utile): come sanno forse anche alcuni dei giudici-lettori, si può far salire da soli la temperatura corporea con relativa facilità e senza dover affrontare alcun dolore fisico, oltre a non poter essere smentiti facilmente da dottori e amici/conoscenti vari.

Ultimo vantaggio, ma non per importanza: in caso di sempre possibili contrattempi e ritardi dell’atteso volo di Pjatakov, l’isolamento di Trotskij dal mondo esterno risultava in ogni caso prolungabile e “allungabile” senza alcun problema, semplicemente prolungando e “allungando” il periodo di durata della presunta, finta e fittizia “malattia” del leader della costituenda Quarta Internazionale.

Abbiamo quindi esposto tutta una serie di sottoprodotti positivi procurati a Trotskij dall’autocreazione di una finta febbre, e che tra l’altro si combinano e rafforzano l’uno con l’altro.

Ad esempio, attraverso la facile autocreazione di una finta malattia e di una “malattia diplomatica”, un abile ed esperto professionista della cospirazione come Trotskij non solo otteneva uno degli obiettivi principali nel campo delle trame/complotti segreti, e cioè la disinformazione e il depistaggio del nemico (stalinista), ma allo stesso tempo acquisiva simultaneamente anche la sopracitata creazione di una particolare barriera, invalicabile ma non sospetta, nei confronti degli “amici indesiderati” e degli ospiti indesiderati, in quel frangente per lui assai delicato.

Lasciamo ancora una volta la parola a Deutscher, su questo punto specifico. “Il cancello della villa” (di Honefoss) “rimaneva aperto giorno e notte e la gente del villaggio entrava a fare due chiacchiere senza cerimonie. Occasionalmente giungevano visitatori dall’estero, profughi tedeschi residenti in Scandinavia, francesi belgi e americani. Uno di questi ultimi fu Harold Isaacs, che era appena tornato dalla Cina dopo un soggiorno di molti anni e rappresentava una fonte di preziose informazioni su quel paese e sul movimento comunista (stava appunto scrivendo un libro, “La tragedia della rivoluzione cinese”, di cui Trotskij avrebbe scritto la prefazione). Anche Shachtman e Muste, il famoso socialista americano che si era unito ai trotzkisti, vennero a Vexhall. I francesi giunsero più volte con le loro dispute e i loro litigi per chiedere a Trotskij di fungere da arbitro. Non riuscivano ad accordarsi sull’opportunità o meno di lasciare il SFIO e costituirsi a partito indipendente. Raymond Molinier aveva fondato il proprio giornale “La Comune”, favorevole alla separazione. La polemica diventò di pubblico dominio e fini con l’indurre Trotskij a rompere con Molinier. L’incidente non meriterebbe di essere ricordato se non fosse per il fatto che la lite si protrasse per anni, intrecciandosi grottescamente con le sorti della famiglia Trotskij”[6].

Nel corso del 1935, quindi, c’erano in giro troppi visitatori potenziali dall’estero, mentre troppa “gente del villaggio” di Honefoss entrava altresì a fare “due chiacchiere senza cerimonie” (Deutscher) nell’abitazione dei Knudsen in cui allora era posizionato Trotskij.

Troppi visitatori dall’estero e dal villaggio di Honefoss, giungevano e arrivavano quindi in loco, e quindi troppi potenziali testimoni scomodi: un problema da affrontare alla radice per Trotskij, autocreandosi per l’appunto una finta malattia e quindi un’ottima copertura per il suo piano.

Come può spiegare la “seconda versione”, invece, anche solo la particolare combinazione tra la malattia inspiegabile e la rapida guarigione di Trotskij, interconnessione creatasi guarda caso proprio nel dicembre del 1935? Solo appellandosi al caso (a volte le cose succedono), oppure invocando come nel caso di Deutscher la straordinaria forza psicofisica di Trotskij; invece, a nostro avviso, l’unico fenomeno straordinario nel caso in oggetto fu costituito dall’astuzia e intelligenza esercitata da Trotskij, nel periodo compreso tra il settembre e il dicembre del 1935.

Ormai sono emerse troppe “casualità” ed eventi fortuiti, dall’esame degli avvenimenti del dicembre del 1935 osservati dal punto di vista di Trotskij.

Quest’ultimo era casualmente malato e a letto, dal 1° al 19 dicembre del 1935.

Casualmente la malattia non durò pochi giorni, ma invece si estese e coprì anche i giorni del 12 e 13 dicembre 1935 che ci interessano da vicino.

Casualmente la malattia isolava legittimamente Trotskij dal mondo esterno, ivi compresi Nils Dahl e i membri della famiglia Knudsen.

Casualmente la malattia che colpì Trotskij risultava di origine sconosciuta.

Sparita attorno al 20 di ottobre del 1935, la presunta indisposizione rispuntava casualmente il 1° dicembre del 1935.

Casualmente tale malattia spariva “bruscamente” (Deutscher), verso la fine di dicembre del 1935.

Casualmente la febbre decembrina di Trotskij si era rivelata di breve durata, oltre che priva di conseguenze permanenti per la salute psicofisica di quest’ultimo.

Casualmente Trotskij non si ricoverò neanche un giorno in ospedale nel dicembre del 1935, a differenza del suo comportamento concreto nel settembre/ottobre dello stesso anno.

Sono ormai emerse e si sono accumulate troppe presunte “casualità”, tra l’altro interconnesse tra di loro, per poter credere davvero alla loro natura fortuita.

Anche limitandoci solo al piano sanitario, la combinazione concreta tra l’apparizione di una “malattia” di Trotskij, lunga e prolungata ma di causa “inspiegabile”; indisposizione che poi, in seconda battuta, scomparve “bruscamente” e sempre senza motivi accertati dopo il dicembre del 1935; e che per di più non provocò alcun ricovero ospedaliero del leader in esilio della Quarta Internazionale nel mese in via d’esame, senza infine lasciare traccia rispetto alla salute di Trotskij nel corso del 1936, costituisce un particolare quadrilatero di dati di fatti sicuri che entra subito in rotta di collisione con la tesi secondo la quale Trotskij risultava davvero malato e febbricitante, nel periodo in esame.

Avvocato del diavolo: “ma quali prove avete che Trotskij fosse davvero a conoscenza della particolare manovra dell’utilizzo di una finta malattia, per crearsi un vantaggio logistico e operativo? Non basta certo ricordare che Trotskij era un “professionista” dell’inganno e riferirsi al memoriale Tanaka: servono invece fatti e documenti concreti su questo aspetto particolare”.

Siamo costretti a deludere l’avvocato del diavolo, dato che abbiamo a nostra disposizione un documento molto concreto su tale materia, proveniente  tra l’altro da una fonte insospettabile.

Una prova indiscutibile ce la fornisce infatti proprio Trotskij, in una sua nota scritta sul suo diario personale del 1935 ed elaborata in data 20 giugno 1935: anno di grazia 1935, guarda caso.

In altri termini, proprio Trotskij ci procura in un diario scritto di suo pugno nel 1935 una sicura “pistola fumante” sul fatto che egli fosse perfettamente a conoscenza, e tra l’altro pochi mesi prima del settembre-dicembre del 1935, della manovra tattica e del trucco avente per oggetto l’utilizzo sia di finte ragioni sanitarie che del ricovero in una clinica, in una struttura sanitaria, in un ospedale, al fine di acquisire delle ricadute positive di natura politica e organizzativa.

Vista l’importanza della “pistola fumante” in oggetto, esaminiamo a fondo tale questione.

Essendo ancora residente in Francia, attorno all’8 giugno del 1935 Trotskij venne infatti a conoscenza che il governo laburista norvegese era disposto a concedergli un visto d’ingresso e l’asilo politico nel paese nordico, ma sorsero in seguito dei problemi politici e burocratici sia con le autorità di Oslo, che avevano manifestato alcune titubanze sulla loro precedente decisione, sia soprattutto con la “Suretè nationale”, e cioè la polizia francese; in attesa della partenza di Trotskij per la Norvegia, essa aveva infatti acconsentito che quest’ultimo si fermasse per poco tempo a Parigi ma, di fronte al ritardo nell’arrivo del visto da parte delle autorità di Oslo, attorno al 10 giugno 1935 i suoi responsabili di Parigi ormai sospettavano che la partenza per la Norvegia fosse solo “un imbroglio” di Trotskij.

A quel punto intervenne “H.M.”, alias il dirigente trotzkista francese Henry Molinier, il quale tra l’altro propose ai dirigenti parigini della Suretè anche un particolare stratagemma per guadagnare un po’ di tempo a vantaggio della temporanea permanenza di “Tr”, e cioè di Trotskij, nella capitale francese: Molinier infatti suggerì di “ricoverare Tr” (Trotskij) “in una clinica in attesa del visto” per la Norvegia, come riferì testualmente lo stesso leader mondiale della costituenda Quarta Internazionale il 20 giugno del 1935, nel suo diario personale, con il pretesto che quest’ultimo fosse malato.

Lasciamo ancora una volta il campo a Trotskij e al suo diario personale del 1935, su tale particolare materia.

“Intanto il permesso di soggiorno a Parigi scadeva la sera stessa” (martedì 11 giugno del 1935) “H.M.” (Henry Molinier) “corse alla Suretè nationale. Vivace battibecco col responsabile: Tr. ci ha imbrogliati per poter venire a Parigi! H.M. impegnò con le autorità una schermaglia diplomatica veramente magistrale: se fate baccano i norvegesi finiscono per spaventarsi; lasciateci in pace, dateci solo un altro po’ di tempo, e noi ci procureremo il visto. “Tr. Deve partire mercoledì sera; fatelo andare in Belgio – ha un visto di transito…” . “Ma che cosa gli succederà in Belgio?” . “Questo non è affar nostro. Voi esitate a imbrogliare Vandervelde” (un politico belga) “ma intanto avete imbrogliato noi…”. H.M. suggerì di ricoverare Tr. in una clinica in attesa del visto. “In una clinica!? La classica manovra! Come lo tiriamo fuori poi?”[7].

Gli elementi concreti, tra l’altro provenienti da una fonte ipersicura (per la “seconda versione”) come Trotskij, risultano i seguenti:

  • Henry Molinier propose alle autorità di polizia di Parigi di “ricoverare Tr. in una clinica” di Parigi, utilizzando inesistenti motivi di salute e finte ragioni mediche, al fine di guadagnare tempo in vista dell’arrivo del visto norvegese per il leader in esilio della Quarta Internazionale;
  • la Suretè definì la proposta di Molinier come una “classica manovra”, e cioè un trucco;
  • Trotskij, come emerge dal suo diario del 20 giugno 1935, risultava come minimo perfettamente a conoscenza in quella data della proposta di Molinier sul suo temporaneo “ricovero in una clinica”, al fine di guadagnare tempo;
  • Trotskij definì, sempre il 20 giugno del 1935, l’azione svolta da Molinier nei confronti della polizia francese come “una schermaglia diplomatica veramente magistrale”.

Ora, questa “schermaglia diplomatica veramente magistrale” e comprendente anche la proposta tesa a “ricoverare Trotskij in una clinica” per presunti motivi sanitari, ebbe luogo martedì 11 giugno 1935 e venne riportata, ricordata ed elogiata nel diario di Trotskij in data 20 giugno 1935: quindi solo tre mesi, solo novanta giorni prima del ricovero di Trotskij nell’ospedale di Oslo, avvenuto in data 20 settembre 1935, e solo sei mesi prima della presunta malattia decembrina del leader della Quarta Internazionale.

Avvocato del diavolo: “ma come ci si può procurare la febbre artificialmente?”.

Con tutta una serie di sistemi, come quello (conosciuto da secoli) di masticare per molto tempo e poi sputare il tabacco, oppure di tenerlo sotto la lingua costantemente e a lungo: dopo alcune ore, l’effetto febbre è garantito. Altri trucchi consistono ad esempio nel bere acqua e cenere (la cenere ha un effetto tossico sul corpo, procurando sicuramente la febbre nel giro di poche ore) o mettere una saponetta per dieci minuti sotto l’ascella, poco prima di misurare la temperatura corporea (l’irritazione della pelle provocata dalla saponetta porta il termometro a percepire un aumento di temperatura, in realtà inesistente); oppure si può anche scaldare di nascosto il termometro che segnala la temperatura corporea, ingannando in tal modo eventuali osservatori/medici.

Avvocato del diavolo: “ma Trotskij non aveva forse contratto la malaria nel 1928, patologia che provoca dei sintomi febbrili intermittenti in caso di ricaduta?”.

Brouè ci informa che “almeno dall’epoca della Rivoluzione” russa e dal 1917 Trotskij non fumava, beveva alcolici solo in circostanze eccezionali” e protestava “contro i fumatori”[8].

Pertanto Trotskij rientrava fin dal 1917 nella meticolosa e attenta, almeno di regola, categoria dei salutisti, ben conscio tra l’altro di aver contratto la malaria nel 1928: se pertanto fosse stato in buona fede, una volta ricoverato nell’ospedale di Oslo egli avrebbe informato i medici norvegesi della sua precedente malattia di natura malarica. Nel giro di un mese, nel corso dei lunghi trenta giorni che Trotskij passò ininterrottamente all’ospedale, il personale sanitario di Oslo avrebbe avuto pertanto tutto il tempo di fare gli esami del sangue che, al microscopio, mostrano facilmente la presenza nel paziente dei parassiti della malaria, almeno a un medico che sappia già cosa cercare; oltre a ciò, nel giro di un mese di esami/osservazioni sarebbero apparsi più volte i sintomi caratteristici della malaria, quali la febbre alta ma senza sensazione di calore e anzi con un senso di benessere, oltre all’ingrossamento del fegato e al tipico ciclo della febbre malarica, e cioè quattro/sei ore di attacchi febbrili che si ripetono ogni tre/quattro giorni[9].

Se fosse stato in buona fede, Trotskij avrebbe inoltre rivelato la sua passata esperienza con la malaria anche al “medico rosso” Karl Evang, su cui torneremo tra poco: ma a dispetto di tutti questi fattori, sia i medici di Oslo che K. Evang non trovarono evidentemente alcuna traccia di esistenza della malaria in Trotskij, nel settembre/ottobre del 1935.

Avvocato del diavolo. “rimane in ogni caso aperto e inspiegabile un’altra e diversa questione. Ammettendo per un’istante la vostra ipotesi, non si può infatti spiegare per quale motivo Trotskij, dopo aver incontrato in segreto Pjatakov il 12 o 13 dicembre del 1935, non abbia fatto subito sparire la sua malattia/febbre, almeno a vostro avviso presunta e inesistente, continuando invece a presentarsi come malato per tutto il mese di dicembre e senza quindi poter ancora uscire dall’abitazione di Honefoss”.

In primo luogo, solo un imbecille, e non certo un’uomo molto intelligente e un’astuto cospiratore come Trotskij, avrebbe fatto sparire immediatamente la sua malattia diplomatica, lo stesso giorno o appena dopo essersi incontrato con Pjatakov; e, in seconda battuta, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale realmente uscì dalla casa dei Knudsen alcuni giorni dopo il 12/13 dicembre 1935 con quell’apparentemente abnorme e inspiegabile “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935 che tra poco analizzeremo in modo dettagliato.

Già a questo punto, infatti, è ormai emersa una condizione personale come minimo molto anomala di Trotskij nel dicembre del 1935, ossia proprio nel mese cruciale per il giallo in via d’esposizione, oltre che l’evidente asimmetria tra le diverse reazioni da lui manifestate di fronte alla sua presunta malattia, nel settembre/ottobre e nel dicembre del 1935.

Ma possiamo altresì fornire tutta una serie di “prove del nove” rispetto alla finzione e alla creazione ad arte della “malattia” presunta di Trotskij, una delle quali toglie anche da sola qualunque dubbio – anche poco ragionevole – su tale questione: e cioè proprio la “gita nel ghiaccio” compiuta da Trotskij, dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Il primo criterio di verifica della nostra tesi sulla “finta malattia” si impernia sulla duplice coincidenza tra le due fasi della “malattia” di Trotskij e la dinamica di sviluppo delle trattative sovietico-tedesche del luglio/dicembre 1935, almeno in prima istanza di natura economico commerciale e condotte dai sopracitati D. Kandelaki e H. Schacht, rispettivamente per la parte sovietica e quella tedesca.

Fase uno. Si è già notato in precedenza come già dalla fine di luglio del 1935 fosse in programma una possibile nuova visita di Kandelaki a Berlino, che poi si concretizzò il 30 ottobre del 1935, anche se in quel caso senza la presenza di Pjatakov; e Trotskij guarda caso cade “malato” il 20 settembre del 1935 ritornando nella sua casa di Honefoss il 20 ottobre, quando ormai era chiaro che “Capelli rossi” non sarebbe giunto quella volta e in quel periodo nella capitale tedesca.

Fase due. Verso la fine di novembre del 1935 risulta ormai in programma una nuova missione di Kandelaki a Berlino, questa volta con la presenza sicura e concreta di Pjatakov, e guarda caso Trotskij cadde di nuovo “malato” e “febbricitante” proprio all’inizio di dicembre.

Due coincidenze fortuite? Non crediamo a due casi fortuiti, collegati con due diverse missioni sovietiche a Berlino.

La seconda controprova rispetto alla natura fittizia della malattia di Trotskij deriva dal fatto assai interessante per cui Trotskij non venne esaminato durante la sua prima “malattia” di settembre solo dai dottori “borghesi” dell’ospedale di Oslo, ma venne altresì sottoposto in quel periodo anche a un secondo esame e a un ulteriore verifica clinica da un medico “rosso” e socialista, facente parte di un’organizzazione norvegese di intellettuali di sinistra (il Mot-Dag), e cioè il dottor Karl Evang: sempre con lo stesso esito negativo e senza che neanche il medico anticapitalista Karl Evang potesse scoprire “cosa non andava” nella salute di Trotskij, senza che neanche Evang riuscisse a individuare la causa della “febbre” del leader della costituenda Quarta Internazionale.

Rispetto a questo ulteriore livello di analisi clinica lasciamo la parola all’insospettabile trotzkista norvegese Nils Dahl, allora “guardia del corpo” di Trotskij nel corso del 1935 secondo l’insospettabile rivista trotzkista “Revolutionary History” (estate 1989): un Nils Dahl che ci darà, seppur involontariamente, degli utilissimi spunti anche in seguito.

“In ogni caso, nell’estate del 1935 Trotskij era stato malato. Il principale dottore del Mot-Dag, Karl Evang, vide che egli” (Trotskij) “era stato mandato in ospedale per indagini mediche e aveva cercato di trovare cosa non andava nella sua salute. In accordo con i medici capitalisti, nemmeno il medico del Mot-Dag poté trovare cosa non andava in lui. Poteva essere stress nervoso, e lui fu dimesso dall’Ospedale in agosto. Penso che lui recuperò bene dal settembre 1935”.

Trotskij fu dimesso dall’ospedale di Oslo il 20 ottobre, ma l’errore da lui commesso, da Dahl, in questo caso risulta più che scusabile, viste anche le interessanti informazioni che ci ha fornito sul dottor Evang, sulla sua “contro-visita” medica a Trotskij e sull’esito inconcludente delle sue analisi di natura sanitaria.

Come ulteriore elemento di verifica, possiamo inoltre sottolineare che un’analoga “malattia inspiegabile” e un’analoga “rapida guarigione” capitò (venne creata ad arte) a Trotskij anche nel marzo/aprile del 1926: in tale occasione specifica, fu Trotskij ad andare dall’Unione Sovietica all’estero per ricevere “cure” e visite specialistiche qualificate rispetto alla sua inspiegabile malattia del 1926.

E dove andò a curarsi, il “malato” Trotskij nel 1926? A Berlino.

Su questo episodio, interessante e illuminante, lasciamo subito la parola all’insospettabile (per la “seconda versione”) storico trotskista Deutscher, che involontariamente dimostrò come la dinamica particolare del dicembre (e immediato post dicembre 1935) non costituisse né il primo né l’unico caso di quei “bruschi cambiamenti” di salute di Trotskij che “stupivano i medici”[10].

Fonte della prova: lo storico trotzkista I. Deutscher, insospettabile almeno per la seconda versione.

Data della “malattia” di Trotskij: aprile del 1926.

Luogo in cui Trotskij si trasferì, a causa della sua malattia (sempre di origine sconosciuta): Berlino.

Alla metà dell’aprile del 1926, pochi giorni dopo aver iniziato a tessere un’alleanza politica con Zinoviev e Kamenev (in precedenza suoi acerrimi nemici, almeno nel periodo 1923/24) in funzione antistalinista e dando vita all’Opposizione unitaria di sinistra del 1926/1927, “Trotskij dovette recarsi all’estero per sottoporsi a una cura. La febbre maligna che lo aveva tormentato negli ultimi anni persisteva ancora, salendo spesso oltre i trentotto gradi, prostrandolo durante i momenti più critici della lotta e costringendolo a trascorrere molti mesi nel Caucaso (passò laggiù gli inverni del 1924 e del 1925 e i primi mesi della primavera). Incapaci di fare una diagnosi precisa, i medici russi gli consigliarono di consultare specialisti tedeschi. Il Politburo non si oppose al viaggio all’estero, ma declinò ogni responsabilità. Trotskij giunse a Berlino verso la metà d’aprile, accompagnato dalla moglie e da una piccola guardia del corpo, fingendosi un educatore ucraino di nome Kuzmjenko. Trascorse la maggior parte del tempo in una clinica privata, dove seguì una cura e subì una piccola operazione, ma negli intervalli girò liberamente per la città osservando la Berlino depressa di quegli anni, così diversa dalla capitale imperiale che egli ricordava, assistendo alla parata del primo maggio, partecipando ad una sagra del vino fuori città, e così via. Per  la prima volta dal 1917, con sua grande soddisfazione, Trotskij poté “mescolarsi alla folla senza esser notato e sentendosi uno dei tanti spettatori anonimi”. Ma poi il suo incognito venne scoperto e la polizia tedesca avvertì il direttore della clinica che russi bianchi emigrati preparavano un attentato alla vita del paziente. Sotto forte scorta Trotskij si trasferì all’ambasciata sovietica e poco dopo tornò in patria, febbricitante come prima. Non si è mai scoperto se i timori per la sua vita fossero fondati”[11].

Rispunta, come nel successivo 1935, la “febbre maligna” e di origine sconosciuta di Trotskij-Kuzmjenko, di fronte alla quale sia i medici sovietici che quelli tedeschi del 1926 non seppero capire in alcun modo le cause né proporre cure adeguate, come del resto avvenne ai loro colleghi di Oslo e al generoso dottor Karl Evang quasi dieci anni dopo; e come nel dicembre del 1935, tale “malattia” del 1926 non impedì in alcun modo a Trotskij di muoversi e di spostarsi, nel caso in esame girando liberamente per Berlino, “partecipando a una sagra del vino” fuori Berlino e “assistendo alla parata del primo maggio” nella capitale tedesca. Era proprio una “malattia” terribile, quella che affliggeva Trotskij nella primavera del 1926 e a Berlino…

Va anche sottolineato che sia nel 1926 che nel 1935 siamo in presenza di vicende che riguardano la Germania e Berlino, come snodo logistico; sia nel 1926 che nel 1935 ci troviamo di fronte a un Trotskij già schierato su posizioni apertamente antistaliniste; sia nel 1926 che nel 1935 ci troviamo di fronte a una “malattia” di origine sconosciuta e assai utile a Trotskij, nel caso specifico del 1926 al fine di allontanarsi per un lungo periodo dall’Unione Sovietica in modo legale; anche nel 1926, infine, Trotskij si riprese dalla sua “febbre” tanto bene da impegnarsi senza sosta, per la parte rimanente del 1926 e per tutto il 1927, in un’attività politica costante e permanente contro Stalin e il suo nucleo dirigente.

Se il “marchio di fabbrica” di Lev Sedov aveva per oggetto i presunti “incontri casuali” con trotzkisti vecchi e nuovi (Blumkin, I. Smirnov, Pjatakov, ecc.), quello di suo padre Trotskij si incentrava invece sulla creazione di presunte “febbri-malattie”, ossia di “malattie diplomatiche” che emergevano quando occorreva e quando esse facevano comodo al leader della Quarta Internazionale: un particolare modus operandi di Trotskij che emerse non solo nella primavera del 1926, e nel dicembre del 1935 ma anche nel luglio del 1933. Come infatti vedremo nel penultimo capitolo del nostro libro, dedicato al “caso Romm”, Trotskij durante la quinta sessione della commissione Dewey cercò infatti di difendersi da un’altra accusa stalinista, che gli imputava di essersi incontrato clandestinamente a Parigi nell’estate del 1933 con il giornalista sovietico (e suo seguace, in incognito) Vladimir Romm, anche sostenendo la tesi che egli… fosse “malato”, stanco e “febbricitante” guarda caso alla fine di luglio del 1933, nello stesso periodo indicato da Vladimir Romm per il suo reale/presunto incontro segreto con Trotskij.

Lasciando per il momento in sospeso l’esame dettagliato del “caso Romm”, in ogni caso e con assoluta sicurezza, da esso emerge che proprio Trotskij e sempre davanti alla commissione Dewey utilizzò l’argomento della “febbre” e della “malattia” anche per gli eventi del luglio del 1933, oltre che rispetto al dicembre del 1935.

Quarta prova del nove: come si è già notato in precedenza, proprio l’innegabile e concretissimo diario tenuto da Trotskij nel 1935 prova con assoluta sicurezza come il leader in esilio della Quarta Internazionale conoscesse benissimo, e fin dal giugno del 1935, il trucco e la tattica “veramente magistrale” del ricovero in ospedale per una “malattia diplomatica”, come è emerso notando gli eventi francesi che coinvolsero proprio Trotskij e H. Molinier rispetto alla Suretè e all’apparato repressivo di Parigi.

Ma non certo a caso, Trotskij nell’aprile del 1937 si guardò bene dal comunicare alla commissione Dewey e al mondo intero di come egli fosse sicuramente a conoscenza, e fin dal giugno 1935, di un trucco che riguardava proprio l’utilizzo artificioso delle sue condizioni psicofisiche, tra l’altro pochi mesi prima del volo di Pjatakov, dato che il leader in esilio della Quarta Internazionale giunse fino al punto di negare di aver mai tenuto e scritto un “diario”, come ad esempio quello da lui stesso elaborato nel vicino 1935, di fronte a una domanda specifica dello stesso Dewey.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, quest’ultimo chiese infatti a Trotskij: “voi tenete un diario?”

Trotskij: “pardon?”

Dewey: “un diario?”

Trotskij: “io?”.

Dewey: “si”.

Trotskij: “non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano, in questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.

Negando falsamente di fronte alla commissione Dewey di aver curato e tenuto “un diario”, negando subdolamente di aver realmente scritto “un diario” vero e proprio nel 1935, Trotskij pertanto non mise a conoscenza la particolare giuria che lo stava interrogando nell’aprile del 1937 anche del fatto sicuro, certo e indiscutibile per cui il 20 giugno del 1935 lui stesso aveva descritto e valutato positivamente nel suo diario personale l’astuta proposta di Molinier su un suo possibile ricovero in una “clinica”, e per presunti problemi di natura medica.

Quinto elemento di prova: l’assenza di qualunque riferimento a una malattia di Trotskij da parte di Nils Dahl, testimone diretto di una particolare escursione di Trotskij a nord di Honefoss su cui torneremo. Militante trotzkista già nel 1935, molti anni dopo e nel 1989 Dahl riferì infatti che “nel dicembre del 1935 io ero stato mobilitato da Konrad Knudsen, che mi chiese di venirlo a aiutare perché Trotskij era andato in vacanza nella baita dei Knudsen nel distretto boscoso a est di Honefoss”, (dal 20 al 22 dicembre del 1935) “e c’era stata una pesante nevicata e Trotskij era rimasto sommerso dentro la neve. Io immediatamente mi recai li” (nella baita dei Knudsen). “Nelle vicinanze c’era un albergo. Quando io arrivai, Trotskij uscì dalla baita con le proprie forze. Egli e Natalia” (la moglie di Trotskij) “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle” (in cui Trotskij ebbe la sua disavventura e la sua caduta nella neve) “senza il nostro aiuto, così noi andammo alla baita solamente per pulirla e riportarla in un certo ordine”[12].

Sempre Nils Dahl ci informò che “ho passato la vigilia di Natale” (vigilia di Natale del 1935) “assieme a Trotskij. Ricordo che c’era un certo numero di persone e dei bambini del luogo, e Trotskij fu spinto a camminare attorno all’albero di Natale, ma egli si rifiutò di partecipare a questa tradizione del camminare attorno all’albero”[13].

Cosa manca, giudici-lettori, nella testimonianza resa da Nils Dahl rispetto ai giorni compresi tra il 21 e il 24 dicembre del 1935? Semplice: è assente qualunque riferimento, qualunque commento e qualunque descrizione di Dahl sulla “febbre” di Trotskij. Sulla “malattia” di Trotskij. Sulla “debolezza” fisica di Trotskij. Sulla “spossatezza” di Trotskij, a causa della malattia, e così via. Anzi, come si è già annotato in precedenza, Dahl era invece convinto che Trotskij avesse “recuperato bene” dopo il settembre del 1935, usando le sue stesse parole, e quindi che avesse “recuperato bene” sul piano psicofisico anche nel momento della sua escursione del 20-22 dicembre del 1935 e della successiva, ravvicinata vigilia di Natale.

Anche se Dahl sapeva bene e ricordò nella sua testimonianza che Trotskij era stato malato nell’estate del 1935; anche se riportò persino che Trotskij aveva rifiutato di camminare attorno all’albero di Natale, con i bambini norvegesi, il fedele trotzkista di nome Nils Dahl non disse invece alcunché su un Trotskij febbricitante nel dicembre del 1935, oppure su un Trotskij quasi incapace di camminare a causa della sua malattia; su un Trotskij malato, in estrema sintesi. Una dimenticanza di Dahl, o invece una testimonianza indiretta sull’inesistenza della febbre/malattia di Trotskij, dal 21 al 24 dicembre?

Il fatto sicuro per cui Dahl riteneva che in quel periodo Trotskij avesse “recuperato bene”, rispetto alla precedente “malattia” dell’estate del 1935, fornisce una risposta inequivocabile anche a tale questione.

A questo punto passiamo alla sesta e fondamentale cartina di tornasole, a un ulteriore e decisivo criterio di verifica rispetto alla teoria della finta malattia: e cioè all’incredibile e assolutamente anomala “gita tra i ghiacci” effettuata da Trotskij il 20/22 dicembre del 1935, alla sua escursione invernale in Norvegia durante il mese di dicembre. Tale particolare e abnorme “gita nel ghiaccio” fa subito a pugni con la tesi del “Trotskij malato” per “tutto il tempo” del dicembre del 1935, e anche solo per questo (ma fornirà anche altri spunti, estremamente interessanti) merita di essere esaminata a fondo, partendo dal resoconto che su di essa ci ha gentilmente fornito lo storico trotzkista Deutscher.

Secondo l’insospettabile Deutscher, infatti, subito prima del Natale del 1935 e dal 20 al 22 dicembre Trotskij “andò con Knudsen e alcuni giovani norvegesi nella selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss, sperando che un breve periodo di esercizio fisico all’aria aperta giovasse alla sua salute.

È interessante ricordare l’epoca in cui si svolse questo viaggio: un anno dopo, al processo di Radek e Pjatakov, Vysinskij asserì che Pjatakov si era incontrato segretamente con Trotskij appunto in questo tempo” (“appunto in questo tempo”: ricordatelo, giudici-lettori) “e lo stesso Pjatakov confessò di essere giunto a Oslo in aereo da Berlino, e di aver proseguito direttamente in automobile dall’aeroporto al luogo dove si trovava Trotskij. Queste asserzioni furono smentite dalle autorità norvegesi, le quali accertarono che nessun aereo tedesco era atterrato all’aeroporto di Oslo alla fine di dicembre 1935 e nei mesi precedenti e successivi: e i compagni di Trotskij dimostrarono che nessuno sarebbe potuto arrivare in automobile fino al luogo dove si trovavano con Trotskij.

“L’inverno era estremamente rigido, in quella regione non esistevano strade e le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto. Lo ricordiamo bene, perché una volta durante il viaggio Trotskij rimase preso nella neve e nel ghiaccio. Avevamo gli sci, ma lui non sapeva sciare bene e perciò dovemmo organizzare una vera e propria spedizione di soccorso e eravamo molto preoccupati”[14].

Esaminiamo bene i fatti che si svolsero dal 20 al 22 dicembre del 1935, almeno secondo la versione fornita sia da un fedele sostenitore della “seconda versione” come Deutscher che dallo stesso Trotskij.

Secondo quest’ultimo, come si è già visto, il mese di dicembre del 1935 era stato addirittura “il peggiore” della sua vita, tanto da costringerlo “tutto il tempo”, e quindi anche dal 1° al 19 dicembre, “a letto”, secondo le sue stesse parole testuali, con la sola eccezione del 20-22 dicembre: Trotskij, altresì cercò “di scappare dalla malattia” che a suo stesso dire lo aveva colpito dal 1° al 19 dicembre con il rimedio e lo strumento di “questo viaggio nella baita” dei Knudsen, sempre secondo le sue stesse parole.

Davanti alla commissione Dewey, Trotskij si presentò quindi come “malato”, dal 1° al 19 dicembre del 1935, colpito da un’indisposizione che lo aveva costretto “a letto” per quasi “tutto il tempo” del dicembre 1935, con la sola eccezione del 20/22 dicembre, si autorappresentò quindi come “malato” per tutti i giorni del dicembre 1935, in quel mese che valutò addirittura e testualmente come “il peggior mese della mia vita”; si definiva quindi come malato anche quando “cercò di scappare dalla malattia” con il “viaggio nella baita dei Knudsen, ossia dal 20 al 22 dicembre; indicò altresì, sempre secondo le sue stesse parole, che tale “viaggio” non “ebbe successo”, ossia che rimase malato per tutto “il peggior mese” della sua vita.

La particolare “cartella clinica” presentata da Trotskij rispetto alle sue condizioni psicofisiche durante il dicembre del 1935, davanti alla commissione Dewey e a soli sedici mesi di distanza dal periodo in esame, non lascia quindi spazi a dubbi e incertezze.

Ma altresì risulta, sia dalla versione fornita da Trotskij in prima persona durante la sesta sessione della commissione Dewey che da quella di Deutscher, che sempre il leader in esilio della Quarta Internazionale compì il 20-22 dicembre una faticosa escursione in una “regione” nella quale “non esistevano strade” e in un “inverno estremamente rigido”. “Gita nel ghiaccio” sicura, attestata da tutta una serie di testimoni sicuri (il figlio dei Knudsen, Konrad Knudsen e Nils Dahl, oltre a Trotskij e Wolf) e sicuramente effettuata da Trotskij di sua libera volontà, in compagnia di parenti e amici e senza alcuna “pistola alla tempia”, coercizione o minaccia fisica; escursione invernale di tre giorni nella baita dei Knudsen durante la quale Trotskij rimase inoltre in compagnia di sua moglie, del figlio quattordicenne dei Knudsen (Borgnar Knudsen) e della cuoca-domestica che lavorava per la famiglia norvegese, oltre che di Nils Dahl sopravvenuto in loco poco dopo.

Crediamo che i giudici-lettori abbiano già compreso la questione che emerge inevitabilmente, se si connette e si collega l’innegabile e concreta materialità di un’escursione in una “selvaggia regione rocciosa”, e in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) con la presunta malattia di Trotskij in “tutto il tempo” del “peggior mese” della sua vita, in “tutto il tempo” e in tutti i giorni del dicembre 1935, ivi compreso quindi il periodo del 20/22 dicembre.

Almeno a suo stesso dire, infatti, Trotskij risultava per tutto quel mese malato, febbricitante e stanco, costretto pertanto a rimanere a letto dal 1° dicembre al 19 dicembre del 1935: e cosa egli riuscì a progettare e ad attuare attorno alla seconda metà di dicembre del 1935 per risolvere i suoi presunti malanni psicofisici? Semplice, una bella escursione all’aria aperta in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) nella nordica Norvegia.

Una gita tra l’altro in una “selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss” (sempre Deutscher), e non per un’ora ma per ben tre giorni, dal 20 al 22 dicembre.

Per di più un’escursione assai impegnativa e faticosa in una regione dove “non esistono strade” (Deutscher), mentre il tempo era così inclemente che “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher): proprio un bell’ambientino, da fare invidia alle Maldive e a Cuba. Non stiamo quindi parlando di una breve passeggiata ricostituente, diciamo di un’ora, nelle vicinanze della casa dei Knudsen a Honefoss, ma viceversa di un’escursione effettuata in modo cosciente e per tre giorni all’aria aperta, in una zona “selvaggia” della fredda Norvegia del dicembre del 1935.

Già a questo punto la presunta “malattia” e “febbre” di Trotskij si rivela ancora più fittizia e artefatta: un uomo realmente malato e febbricitante, e che non sia allo stesso tempo un aspirante suicida, non si reca certo volontariamente e per tre giorni in una zona nevosa, “selvaggia” e attraversata da “tempeste di neve e di ghiaccio”; tra l’altro in un periodo da lui stesso definito, durante la sesta sessione della commissione Dewey, addirittura come “il peggior mese” della sua vita sotto l’aspetto psicofisico e in cui si presentava come “malato”.

Ma forse l’eroico gitante venuto dall’URSS assomigliava all’alpinista R. Messner, quando quest’ultimo era ancora giovane e nel pieno delle sue forze? Non proprio, visto che nel dicembre del 1935 Trotskij aveva quasi sessant’anni e, come ci informa l’insospettabile (per la seconda versione) Deutscher, non sapeva neanche “sciare bene”; il tutto, poi, da parte di un uomo che la “seconda versione” ritiene che fosse nel dicembre del 1935 realmente stanco, sul piano psicofisico e “febbricitante”.

In questo contesto, Deutscher non espresse alcun sospetto né rivelò dubbi di sorta, limitandosi a notare che Trotskij sperava “che un breve periodo di esercizio fisico all’aria aperta giovasse alla sua salute”: una speranza evidentemente normale e ordinaria, almeno per lo storico trotzkista e nella particolare concezione della salute psicofisica propria del leader della Quarta Internazionale, almeno durante il secolo scorso.

Esercizio fisico all’aria aperta, affrontare per tre giorni la “neve e il ghiaccio” in una “regione selvaggia” e “senza strade” a “nord di Honefoss”? Ma perché allora non effettuare anche un po’ di sano paracadutismo, che supponiamo sia stato consigliato ugualmente dai “medici” e dagli storici trotzkisti per la salute di uomini di quasi sessant’anni, stanchi e malati/febbricitanti?

“Esercizio fisico all’aria aperta”, uscire e muoversi tra i ghiacci, la neve e il freddo, non per un’ora ma per ben tre giorni e per un uomo malato/febbricitante, come risultava Trotskij nel dicembre del 1935, almeno agli occhi chiusi e adoranti di Deutscher?

Siamo ormai nel campo del paranormale, almeno se seguiamo la “seconda versione”.

La “gita nel ghiaccio” di Trotskij costituisce pertanto un’anomalia gigantesca e un vero e proprio pugno nell’occhio per qualunque persona dotata di un minimo di razionalità e di buon senso, una volta collegata e connessa con la tesi in via di collasso del “Trotskij-malato”, del “Trotskij-febbricitante”, del “Trotskij ammalato”, tra l’altro per una “causa sconosciuta” e senza che si fosse “chiarita la natura del male” (Brouè) e la causa dello stato di debolezza che era dichiarato allora dal leader in esilio della Quarta Internazionale.

Ma sussiste un altro elemento che rende ancora più incredibile e anomala la “gita nel ghiaccio” di Trotskij, sempre se prendiamo per un attimo come veritiera la sua versione dei fatti rispetto al settembre/dicembre 1935.

Stando almeno alle dichiarazioni di quest’ultimo, infatti, egli era già stato “ammalato” per cause sconosciute e in seguito a una “febbre” dal 20 settembre del 1935 fino al 20 di ottobre del 1935; stando almeno alle dichiarazioni di Trotskij, pertanto, egli si era già presentato quindi come “febbricitante” per circa un mese e a distanza di non più di sessanta giorni dalla sua successiva “gita nel ghiaccio”, tenutasi invece dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Eppure, nonostante questo recente e preoccupante precedente di natura clinico-febbrile; nonostante questo vicino campanello d’allarme, a cui si sommò poi la sua ricaduta nella “febbre” all’inizio di dicembre del 1935, il presunto malato di nome Trotskij decise ugualmente di uscire di casa il 20 dicembre: e non certo per una breve passeggiata nel confortevole clima italiano di settembre, ma viceversa per una gita di ben tre giorni, nel duro clima della Norvegia del dicembre del 1935 e per di più in una regione “selvaggia” (Deutscher) del paese nordico. Già “malato” nel settembre/ottobre del 1935 e subendo quindi un “primo campanello d’allarme”; ricaduto poi quasi subito nella “febbre” all’inizio di dicembre (almeno secondo la sua versione dei fatti, che per un istante prendiamo per buona), il salutista e intelligente Trotskij in sostanza compì quello che assomiglia per certi versi a un atto premeditato di stupida incoscienza, sempre se seguiamo la sua particolare versione degli eventi clinici in cui (a suo dire) egli incappò nel settembre/dicembre del 1935, visto che ignorò tutti i precedenti segnali d’allarme sulla particolare indisposizione fisica che, almeno a suo dire, lo colpiva dalla seconda metà del settembre del 1935.

Abbiamo inoltre a disposizione un altro dato di fatto che rende, se possibile, ancora più assurda e anomala la “gita nel ghiaccio”: come del resto affermò anche Deutscher, in quella “zona selvaggia” a nord di Honefoss Trotskij per muoversi doveva spostarsi nella neve e nel ghiaccio, utilizzando per forza di cose gli sci o le racchette da neve, e a sua volta Dahl notò nella sua testimonianza che in quei giorni del 1935 vicino alla baita dei Knudsen la neve risultava “profonda fino alle ginocchia”.

Nessun veicolo a motore, bicicletta, gatto delle nevi, ecc.: solo la forza delle gambe e dei muscoli risultava quindi a disposizione di Trotskij, per muoversi in quella “selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss” (Deutscher).

Prendiamo ancora per buona e veritiera la versione degli eventi del settembre/dicembre del 1935 fornita dal leader in esilio della Quarta Internazionale. Già “ammalato” nel settembre/ottobre 1935; ricaduto nella “febbre” all’inizio del dicembre del 1935, stanco e debilitato, Trotskij decise di spostarsi in una zona in cui tra l’altro sarebbe stato costretto inevitabilmente a svolgere un’attività fisica come minimo impegnativa e sfibrante; e per di più senza neanche essere abile nell’uso degli sci, come ci informa l’insospettabile trotzkista Deutscher; e per di più dovendo passare come minimo una parte del suo tempo in piste non battute di neve “vergine” e di ghiaccio, con un dispendio aggiuntivo di energie psicofisiche a carico sempre di un uomo che si dichiarava “malato” e “febbricitante”.

Anche solo un’uscita all’aria aperta di ben tre giorni nelle vie relativamente accesibili di Oslo o Honefoss risultava un azione e una scelta assurda e abnorme, nel freddo dicembre norvegese e per un uomo “malato” e “febbricitante”, come si dichiarava Trotskij rispetto al dicembre del 1935; ma diventa doppiamente assurda e abnorme l’ipotesi che un uomo, che si presentò come “malato” e “febbricitante”, a quel tempo avesse compiuto per ben tre giorni un’attività fisica come minimo molto impegnativa quale l’uso di sci o racchette da neve in un bosco e in mezzo a una natura selvaggia, in mezzo al freddo e al gelo, in piste non battute perché “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (Deutscher) e in un “inverno estremamente rigido”.

Il tutto, poi, senza che l’inevitabile sforzo fisico causato dalla “gita nel ghiaccio” avesse delle ricadute permanenti e negative sulla salute già traballante di Trotskij, del presunto malato e del presunto febbricitante.

Andiamo più a fondo anche di tale questione.

Una breve passeggiata nel freddo, anche se con la febbre, di per sé non risulta sempre e in ogni caso pericolosa per un malato che desideri uscire all’aria aperta: ma la situazione invece cambia radicalmente in peggio, se la persona febbricitante invece compia e debba necessariamente compiere anche dei seri e prolungati sforzi fisici, come quelli derivanti dallo sci di fondo.

Ad esempio il professore C. Ruef, della clinica Hirslanden di Zurigo, ha notato rispetto alla pratica sportiva in presenza di febbre e di influenza che “un leggero movimento non sarebbe del tutto pericoloso, se si ha voglia di uscire. Tuttavia di solito chi ha l’influenza non ha voglia di allenarsi perché si sente automaticamente troppo debole per farlo. L’allenamento diventa pericoloso quando lo sportivo indebolito dai virus dell’influenza fa uno sforzo fisico eccessivo. In questo caso i virus possono attaccare anche il cuore e in casi estremi provocare una miocardite. Al calmarsi dei sintomi, si dovrebbe rinunciare all’allenamento vero e proprio per gli stessi giorni in cui si è stati malati”[15].

Se davvero Trotskij, tra l’altro, allora un uomo di quasi sessant’anni, fosse realmente stato “malato” e febbricitante il 20 dicembre del 1935, non solo non avrebbe avuto alcuna voglia di praticare un duro sport di resistenza come lo sci di fondo ma altresì, uscendo di casa e utilizzando gli sci, “uno sforzo prolungato o intenso al freddo” (Ruef) avrebbe sicuramente indebolito il suo fisico di uomo quasi sessantenne: tuttavia, dal racconto di Trotskij davanti alla commissione Dewey e dalla testimonianza di Dahl, non emerse alcun accenno a problemi fisici causati a Trotskij dall’esercizio prolungato dello sci di fondo durante la “gita nel ghiaccio”. Un vero Superman, il quasi sessantenne Trotskij, così resistente alla combinazione tra la (presunta) malattia e la (reale) fatica fisica derivante dalla “gita nel ghiaccio”, da essere in grado di andarsene nuovamente in giro per la Norvegia anche il 24 dicembre del 1935 e solo due giorni dopo la sua escursione a nord di Honefoss, come vedremo tra poco, oltre che di uscire “bruscamente” (Deutscher) e di riprendersi molto rapidamente dalla sua presunta malattia subito dopo il dicembre del 1935.

Ma non solo: secondo la descrizione di Deutscher, nella zona scelta da Trotskij per la sua escursione “non esistevano strade” (si parte male…) e “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (si continua peggio…). Proprio la situazione logistica ideale per un uomo che si dichiarava “malato”, nel caso spiacevole avesse avuto bisogno di cure urgenti e di assistenza medica: in un posto “senza strade” (Deutscher), e quindi lontano da medici e ospedali, e per di più già completamente sommerso dalle “tempeste di neve e di ghiaccio” (sempre Deutscher), eventuali soccorsi sanitari avrebbero come minimo tardato molto ad arrivare, anche perché a quel tempo i cellulari ovviamente non esistevano e il telefono funzionante non risultava certo un optional previsto nella baita isolata dei Knudsen, posta in mezzo ai boschi.

Oltre che il freddo, il ghiaccio e la fatica, bisognava pertanto anche amare molto il rischio affinché una persona febbricitante, stanca e ammalata si recasse volontariamente in quella landa gelida e sperduta. Se seguiamo la sua versione dei fatti, il salutista, intelligente e razionale Trotskij si sottopose in pratica nei giorni dal 20 al 22 dicembre del 1935 a un atto di rischioso masochismo che ricorda da vicino quello dei flagellanti medioevali, i quali tuttavia possedevano almeno una giustificazione mistico-religiosa per le loro cruenti autopunizioni.

A questo punto, tiriamo le somme.

La creazione ad arte di una finta malattia da parte di Trotskij spiega perfettamente tutte le anomalie e le incongruenze sopracitate; un uomo in salute, un Trotskij in discreta forma fisica poteva infatti sopportare, seppur con una certa fatica, la combinazione tra l’esposizione al freddo e gli sforzi notevoli derivanti dall’uso degli sci/racchette da neve in una “zona selvaggia” della fredda Norvegia del dicembre del 1935, senza poi avere inevitabilmente delle ricadute negative su un fisico che, al 20 dicembre e al momento di inizio della “gita nel ghiaccio”, non era per l’appunto… malato.

Ma la tesi della “malattia” reale di Trotskij, nel dicembre del 1935, viceversa, risulta in aperta ed evidente contraddizione con lo scenario concreto che comportava inevitabilmente l’escursione del 20/22 dicembre a nord di Honefoss, in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) e in un luogo dove “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Qualunque persona con un minimo di buon senso è a conoscenza che una febbre prolungata e reale, una malattia reale e una stanchezza psicofisica reale, risultano incompatibili con l’esposizione per lungo tempo al freddo, e a maggior ragione se tali elementi si sommano con una considerevole fatica fisica e con le escursioni prolungate in climi gelidi. Febbre e malattia da un lato e freddo/sforzi fisici prolungati dall’altro fanno infatti a pugni tra loro, con la sola eccezione degli aspiranti suicidi o di persone realmente malate, ma costrette ad uscire di casa per necessità impellenti o reali stati di emergenza: casi e fattispecie eccezionali assolutamente inesistenti per il Trotskij del dicembre del 1935, un uomo di forte volontà e che non era in alcun modo obbligato da chicchessia a lasciare il “letto” e il caldo della casa dei Knudsen a Honefoss, nel “mondo civile”. Ma se la presunta malattia risulta invece inventata ad arte, tutto cambia e la “gita nel ghiaccio” esce subito dal mondo dell’assurdo per entrare invece in quello degli abili trucchi, nel campo specifico di una manovra “veramente magistrale” predisposta da Trotskij al fine di crearsi ad arte un alibi fittizio e tardivo, su cui torneremo tra poco.

Siamo quindi in presenza di una decisione (e successiva azione) sicuramente voluta e cosciente, ma assurda e inspiegabile a prima vista da parte di Trotskij, e cioè alla scelta di un uomo quasi anziano, “malato”, “febbricitante” e impreparato sul piano sciistico avente per oggetto il lanciarsi in un escursione prolungata nel duro e aspro habitat di una “zona selvaggia” della Norvegia, e proprio in un duro mese invernale; scelta assurda e inspiegabile, tuttavia, solo se si prende per oro colato la versione fornita da Trotskij rispetto ai suoi presunti malanni fisici, alla sua “febbre” del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “forse Trotskij, dopo essere stato a letto per diciannove giorni, aveva solo voglia di uscire in mezzo alla natura a prendere un po’ di aria fresca”.

Nel dicembre del 1935 Trotskij si trovava nella cittadina di Honefoss e quindi a breve distanza dalla natura norvegese, non certo in un affollato, rumoroso e maleodorante quartiere di una grande città europea; e proprio Brouè ha sottolineato come Trotskij fosse abituato a compiere delle passeggiate nelle silenziose vicinanze della sua casa di Honefoss-Wexhall, in un suo pezzo sopracitato nel precedente capitolo. L’eventuale bisogno di aria e spazi aperti da parte del “malato” Trotskij, pertanto, poteva senza alcun problema e in tempi rapidissimi essere soddisfatto proprio nelle vicinanze della casa dei Knudsen, per un breve periodo e soprattutto senza rimanere “in mezzo al ghiaccio” per ben tre giorni di fila.

Avvocato del diavolo: “d’accordo, la scelta di Trotskij risulta a prima vista poco comprensibile, ma a volte gli uomini fanno cose assurde e di cui poi a volte magari si pentono, senza che nelle loro decisioni abbiano alcun peso il calcolo razionale, la malizia e la cattiva fede”.

L’intelligente e razionale Trotskij: il salutista Trotskij, che ad esempio detestava fumo e fumatori fin dal 1917, prese coscientemente la decisione di buttarsi in una “zona selvaggia” della Norvegia, proprio in dicembre ed essendo realmente malato/febbricitante? E ancora, come mai il febbricitante e malato Trotskij non ebbe alcuna conseguenza negativa sulla sua salute dalla prolungata e faticosa “gita nel ghiaccio”?

Siamo già ora nel campo dell’assurdo e del paranormale, ma per amor di discussione ipotizziamo che Trotskij fosse stato preso da una sorta di pazzia temporanea, tra il 19 e il 22 dicembre, senza che poi la sua salute risentisse in alcun modo dei tre giorni di freddo e sforzi fisici prolungati.

Trotskij, d’accordo: e la moglie di Trotskij, Natalia Sedova? Ammettiamo per un attimo l’ipotesi che Trotskij fosse malato realmente: sua moglie (trotzkista, tra l’altro) avrebbe forse accettato senza reagire, senza protestare e senza ribellarsi che il suo amato marito (e il prezioso leader della Quarta Internazionale), malato e febbricitante, si lanciasse a quasi sessant’anni nella “gita nel ghiaccio”? Eppure l’intelligente e amorevole moglie di Trotskij accompagnò di persona il marito nella sua geniale idea di trascorrere tre giorni in una regione isolata, nevosa e selvaggia della Norvegia.

E Knudsen padre? Anche tralasciando considerazioni umanitarie e di ospitalità, davvero il deputato e politico norvegese di nome Konrad Knudsen acconsentì che Trotskij andasse con lui in auto lo seguisse nella sua isolata “baita” a nord di Honefoss, senza almeno chiedergli, per ragioni anche solo politiche: “ma non avevi la febbre? Sei forse guarito?” Solo ed esclusivamente se Trotskij gli avesse dichiarato di essere ormai guarito dalla sua presunta febbre e malattia, Knudsen avrebbe potuto accettare o suggerire la presenza di quest’ultimo nella “gita nel ghiaccio”: ma come si è già notato, Trotskij invece sottolineò che era ancora “malato”, quando uscì dalla casa di Honefoss il 20 dicembre 1935.

E la moglie di Knudsen? Immaginiamoci la scenetta familiare. “Trotskij intende andare, mio amato marito, nella nostra baita a nord di Honefoss, anche se è ancora malato e febbricitante? Va bene, andate pure: tanto chi se ne frega se Trotskij magari ci lascia la pelle, nella vostra bella vacanza, e tu ci fai pure la figura dell’imbecille, o ancora peggio del criminale… Ormai Trotskij è quasi impazzito, sua moglie lo segue senza fiatare, tu sei solo un’ameba decerebrata e anch’io non mi sento molto bene”.

Torniamo seri: quattro casi simultanei di pazzia temporanea e di incosciente inazione di parenti/amici di fronte a essa risultano un po’ troppi, e tra l’altro non abbiamo neanche contato E. Wolf, il segretario di Trotskij, che seguì anch’esso senza problemi il “malato” Trotskij nella sua allucinata e abnorme escursione del 20/22 dicembre del 1935, senza manifestare alcuna resistenza nei confronti di un’opzione concreta che poteva mettere in pericolo la già malferma salute del suo leader politico almeno seguendo la versione dei fatti di Trotskij.

Avvocato del diavolo: “ma proprio Erwin Wolf, nella sua testimonianza scritta di fronte alla commissione Dewey, sottolineò che furono i Knudsen, e non Trotskij, a insistere affinché anche quest’ultimo andasse con loro nella loro baita e uscisse dalla casa di Honefoss, e che Trotskij accettò solo dopo aver resistito a tale proposta”.

Come si fa a non fidarsi della tesi di Wolf, dirigente trotzkista dal 1933 e per di più segretario fidatissimo dello stesso Trotskij! Wolf risultava del resto un testimone cosi attendibile sugli avvenimenti del dicembre del 1935 da giungere a dichiarare che, durante la “gita nel ghiaccio”, Trotskij “non era andato fuori di casa”: ma tale tesi costituisce invece una palese menzogna che è stata smentita proprio dal trotzkista Nils Dahl, con il suo arrivo precipitoso in loco proprio al fine di soccorrere Trotskij, “travolto nella neve” mentre si muoveva sulla neve con sua moglie nella “selvaggia regione a nord di Honefoss”.

Contro le affermazioni di Erwin Wolf parla in ogni caso anche il fatto sicuro che Trotskij non fece alcuna menzione, nella sua deposizione durante la sesta sessione della commissione Dewey, delle presunte insistenze della famiglia Knudsen e di un suo presunto diniego iniziale rispetto al progetto di una “gita nel ghiaccio”. Del resto Konrad Knudsen era così poco interessato a passare tre giorni nella sua baita in compagnia di Trotskij che si limitò a fare solo da autista alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre, lasciando quest’ultimo e sua moglie assieme a suo figlio, alla cuoca-domestica norvegese e a Wolf nella “selvaggia regione rocciosa a Honefoss”.

In terza battuta, l’unico motivo per il quale i Knudsen avrebbero potuto fare tale “proposta” era che essi ritenevano Trotskij non più malato e non più febbricitante; e se i Knudsen avessero avuto tale convinzione, l’avrebbero potuta ottenere solo dallo stesso Trotskij; e se Trotskij avesse espresso tale giudizio, a sua volta crollerebbe ancora di più miseramente la tesi del “Trotskij malato” senza interruzione dall’1 al 19 dicembre del 1935.

Infine va sottolineato ancora una volta che Trotskij non uscì certo dalla casa di Honefoss in seguito a minacce staliniste e con una pistola puntata alla testa, ma viceversa per una sua libera e cosciente scelta.

A rendere se possibile ancora più sospetta la “gita nel ghiaccio”, e di conseguenza la presunta “malattia” di Trotskij, interviene in ogni caso anche la particolare tempistica nella quale essa si svolse concretamente, la quale assume simultaneamente la natura di ulteriore criterio di verifica della nostra tesi.

L’escursione decembrina in oggetto, infatti, non si verificò agli inizi di dicembre del 1935, diciamo dal 3 al 9 dicembre del 1935 quando Pjatakov non era ancora giunto a Berlino e risiedeva ancora in Unione Sovietica; essa non si sviluppò neanche nei giorni tra l’11 e il 13 dicembre 1935, quando avrebbe comportato necessariamente una reale impossibilità per il colloquio segreto tra “Capelli rossi” e Trotskij, sia per evidenti motivi logistici che per la presenza attorno a Trotskij di alcuni insospettabili testimoni norvegesi ed esterni alla Quarta Internazionale (il figlio dei Knudsen e la cuoca/domestica dei Knudsen); essa non avvenne dopo il 23 dicembre, quando Pjatakov tornò in Unione Sovietica (anche nella Germania nazista si festeggiava il Natale…); non si verificò inoltre alla fine di dicembre del 1935 o all’inizio di gennaio del 1936, quando essa non avrebbe assunto alcun valore e utilità, per la creazione di un alibi falso e “tardivo” a favore di Trotskij.

La “gita nel ghiaccio” invece avvenne, guarda caso, dopo il 12/13 dicembre del 1935 ma prima che Pjatakov lasciasse la Berlino nazista del tempo, utilizzando non certo casualmente l’unica finestra temporale allo stesso tempo disponibile e vantaggiosa per l’abile piano di Trotskij, teso a costruirsi un sottile “alibi tardivo”; l’unica e sola finestra temporale tra l’altro concretamente utilizzabile, perché persino una persona disponibile come Knudsen padre, già impegnato con il lavoro di giornalista/deputato e con la sua famiglia, avrebbe avuto bisogno come minimo di qualche giorno per organizzare un’escursione che, infatti, avvenne partendo da venerdì 20 dicembre 1935 e sviluppandosi in un week-end, in giorni non lavorativi.

Siamo quindi in presenza di un notevole e particolare tempismo, certo non casuale, nell’attuazione dell’escursione del 20-22 dicembre in una “regione dove non esistevano strade” e nella quale “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto”.

Attestata da fatti concreti e da fonti sicure, l’incredibile “gita nel ghiaccio” demolisce alla radice la veridicità della presunta “febbre-malattia” decembrina di Trotskij e ci fa ancora una volta riconsiderare, con occhi ancora più critici e vigili, la presunta “malattia” sopra descritta: “ma come, Trotskij si proclamava malato e febbricitante nel dicembre del 1935 ma si era gettato nella neve e nel ghiaccio nordico per ben tre giorni, dovendo poi compiere degli sforzi seri e prolungati con l’uso obbligato degli sci?”.

Non solo la malattia di Trotskij era di origine sconosciuta, scomparve di colpo dopo il dicembre del 1935 e così via: ma essa non impedì in ogni caso al leader in esilio della Quarta Internazionale di andarsene a spasso in una regione “selvaggia” e in cui “non esistevano strade” (Deutscher), dove le “tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Si può forse credere, a questo punto, alla presunta malattia di Trotskij? Solo credendo ancora all’esistenza di Babbo Natale, mentre invece noi siamo invece convinti dell’esistenza degli alberi di Natale.

Abbiamo infatti a disposizione un’altra “pistola fumante” collegata alla sopracitata escursione del 20/22 dicembre, e cioè la vigilia di Natale e il 24 dicembre 1935 passato da Trotskij attorno a un albero di Natale in un paese della Norvegia, al posto invece di rimanere “a letto” perché “malato”. Stiamo per esporre un’ulteriore prova concreta che elimina qualunque dubbio, anche poco ragionevole, sul carattere fittizio e artificiale della presunta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935, avendo tra l’altro come testimone diretto l’insospettabile militante trotzkista norvegese Nils Dahl, in un suo scritto dell’estate del 1989 pubblicato nell’insospettabile rivista trotzkista “Revolutionary History”: attraverso l’aiuto involontario di quest’ultimo, all’abnorme “gita nel ghiaccio” possiamo aggiungere l’ulteriore indizio dell’«albero di Natale» di Trotskij.

Come si è già esposto in precedenza, nel 1989 Nils Dahl ci ha informato che “ho passato la vigilia di Natale” (Natale del 1935) “assieme a Trotskij. Ricordo che c’era un certo numero di persone e dei bambini del luogo, e Trotskij fu spinto a camminare attorno all’albero di Natale, ma egli si rifiutò di partecipare a questa tradizione del camminare attorno all’albero”[16].

La “vigilia di Natale” del 1935: anche se in modo assolutamente involontario, il testimone Dahl e il fedele militante trotzkista di nome Nils Dahl distrusse con le sue stesse parole qualsiasi dubbio, anche poco razionale, sul carattere fittizio della presunta “malattia” di Trotskij nel dicembre del 1935.

Ipotizzaimo e prendiamo in esame solo la variante più favorevole alla “seconda versione”, e cioè che l’albero di Natale in oggetto fosse posizionato proprio nella casa dei Knudsen a Wexhall.

Persino in questo caso, e sempre stando all’insospettabile testimonianza di Dahl, sappiamo ormai che Trotskij, il presunto malato, il 24 dicembre era stato in ogni caso in grado di sollevarsi dal suo “letto” di malattia e uscire dalla sua camera da letto per passare con altre persone la vigilia di Natale, assistendo allo spettacolo dei bambini che gironzolavano attorno all’albero di Natale.

Inoltre Dahl non espresse alcuna meraviglia sul fatto evidente che il presunto malato Trotskij fosse in grado di alzarsi dal suo letto di malattia anche il 24 dicembre, e altresì egli non si stupì in alcun modo che in quell’occasione Trotskij fosse “spinto a camminare attorno all’albero di Natale”, a dispetto della presunta malattia che lo colpiva, almeno a suo dire, dall’inizio di dicembre, e infine non si meravigliò in alcun modo che la famiglia Knudsen, evidentemente poco sensibile alle disgrazie e ai malanni di uno dei suoi due ospiti, accogliesse nella loro abitazione “un certo numero di persone e dei bambini del luogo” per festeggiare la vigilia di Natale proprio quando Trotskij risultava malato da più di venti giorni, almeno a suo dire.

Anche non immaginando che l’albero di Natale in via d’esame fosse collocato in un luogo diverso dall’abitazione dei Knudsen, quindi, la principale e inevitabile conseguenza che deriva dalla narrazione di Dahl sulla vigilia di Natale è che nel dicembre del 1935 Trotskij risultava così “malato”, così “febbricitante”, tanto bisognoso di “rimanere a letto” da non effettuare solo la sua faticosa “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935, ma di essere in grado anche in seguito e riuscire prima a tornare con le sue gambe dalla “baita” dei Knudsen, isolata in mezzo ai boschi, per poi in aggiunta e dopo solo un paio di giorni passare tranquillamente la vigilia di Natale osservando i bambini gironzolare festanti intorno all’albero natalizio.

Se questa è una “malattia”, se questa è una “febbre”, bene. Essa và indicata e prescritta a chiunque, oltre che al (presunto) Superman-Trotskij; se il dicembre del 1935 costituì “il peggior mese” della vita di Trotskij, almeno stando alle sue stesse parole, tale presunto periodo sfortunato va augurato a qualunque persona.

Tornando seri, risulta evidente come proprio l’insospettabile trotzkista N. Dahl ci fornisca un’ulteriore “pistola fumante” che attesta il carattere fasullo e artificioso della presunta malattia di Trotskij, nel dicembre del 1935.

Abbiamo infatti già sottolineato che il leader in esilio della Quarta Internazionale si dichiarò “malato”, per “tutto il tempo” di quel mese di dicembre che, a suo avviso, era stato “il peggiore della sua vita”, come emerge dalle dichiarazioni da lui stesso rese durante la sesta sessione della commissione Dewey: eppure, proprio nel dicembre del 1935, Trotskij in ogni caso uscì dal suo “letto” per andare ad effettuare la sua abnorme “gita nel ghiaccio”, dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Ma non solo: ormai sappiano che Trotskij, il presunto malato, uscì nuovamente dal suo comodo “letto” di Honefoss anche alla “vigilia di Natale” (Dahl), per assistere senza problemi assieme a Dahl allo spettacolo divertente dei bambini norvegesi che “camminavano attorno all’albero di Natale”.

Dov’era finita la presunta “malattia” decembrina di Trotskij, in entrambi i casi?

La risposta è semplice: essa non era mai esistita.

Ulteriore prova concreta e “pistola fumante”: come si è accennato poche righe sopra, Trotskij mentì clamorosamente di fronte alla commissione Dewey anche quando sottolineò, durante la sesta sessione, che egli era rimasto a ”letto” per tutto il mese di dicembre del 1935, con la sola eccezione del periodo compreso tra il 20 e il 22 dicembre. Grazie all’aiuto involontario del fidato trotzkista N. Dahl, ormai sappiamo con assoluta sicurezza che Trotskij invece non era stato “a letto”, ma viceversa che egli aveva lasciato il suo “letto” di Honefoss anche il 24 dicembre del 1935, quando egli assistette assieme a Dahl allo spettacolo dei bambini che giravano festanti attorno all’albero di Natale.

Sorge a questo punto una facile domanda: perché Trotskij mentì di fronte alla commissione Dewey su un altro fatto concreto, ossia la sua nuova “alzata dal letto” del 24 dicembre 1935, che risulta poi strettamente legato alle sue condizioni psicofisiche nel mese in via di esame, alla sua presunta “malattia” e “febbre”? Domanda facile e risposta ancora più semplice: Trotskij mentì anche sul 24 dicembre del 1935 perché sarebbe risultato assolutamente incredibile che una determinata persona, che si autopresentava come “malata” e “febbricitante” per tutto il mese di dicembre, fosse invece uscita dal suo “letto” di Honefoss non solo il 20/22 dicembre, ma anche e persino la “vigilia di Natale” (Dahl), anche e persino il 24 dicembre del 1935. Ma proprio con la sua sicura menzogna davanti alla commissione Dewey, Trotskij ci rivela involontariamente e per l’ennesima volta il carattere fasullo e fittizio della sua presunta malattia, visto che esporre una chiara bugia su un evento legato strettamente alla sua presunta “febbre” non depone certo a favore dell’innocenza e della buonafede del leader in esilio della Quarta Internazionale  quale avvenimento del dicembre del 1935.

Quarta “pistola fumante”: come si è già sottolineato in precedenza, risulta con assoluta sicurezza dal diario del 1935 scritto da Trotskij che quest’ultimo era perfettamente a conoscenza, e come minimo dal giugno del 1935, del trucco teso a utilizzare dei presunti motivi di salute al fine di procurarsi dei vantaggi politici e organizzativi. Basta solo ricordare il giudizio più che positivo messo nero su bianco da Trotskij il 20 giugno del 1935 riguardo alla “schermaglia diplomatica veramente magistrale” condotta da Henry Molinier nei confronti delle autorità francesi, nella quale quest’ultimo propose apertamente alla polizia di Parigi di “ricoverare Trotskij in clinica” per presunte cause sanitarie: il tutto, solo sei mesi prima di quel dicembre del 1935 che ci interessa da vicino, con una “schermaglia diplomatica” di Molinier di cui la commissione Dewey non venne mai a conoscenza.

Ma in aggiunta e a ulteriore sostegno delle quattro “pistole fumanti” da poco analizzate, abbiamo altresì a disposizione anche due testimonianze di soggetti assai bendisposti rispetto a Trotskij, ma che involontariamente e indirettamente parlano contro la presunta malattia decembrina del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Il primo teste risulta ovviamente il trotzkista Nils Dahl. Nel suo scritto del 1989 egli non citò neanche di sfuggita un’eventuale “febbre” e “malattia” di Trotskij nei giorni compresi tra il 21 e il 24 dicembre del 1935, mentre invece egli ricordò e sottolineò persino che Trotskij aveva subìto uno “shock” dalla sua sopracitata caduta nella neve; Dahl non espresse in pratica alcuna meraviglia e stupore sul fatto fin troppo evidente che Trotskij fosse in giro per la neve e i ghiacci attorno alla baita dei Knudsen, sempre dichiarandosi malato in quel tempo, ma anzi egli notò che Trotskij a suo avviso “si era ripreso bene” dalla malattia dell’agosto/settembre del 1935, che aveva portato al suo ricovero nell’ospedale di Oslo, e infine Dahl non si stupì in alcun modo che Trotskij, il presunto malato, fosse stato in grado di alzarsi dal suo “letto” anche il 24 dicembre, la vigilia di Natale del 1935.

Il secondo testimone è costituito da Borgnar Knudsen. Il giovane figlio di Konrad Knudsen produsse infatti a sua volta una dichiarazione scritta che venne utilizzata dall’avvocato di Trotskij, Albert Goldman, durante la sesta sessione della commissione Dewey: e nel suo affidavit Borgnar Knudsen sottolineò solo che Trotskij “non fu fuori dalla baita in quei giorni” (dal 20 al 22 dicembre). “Io posso per di più confermare che in quei giorni nessun visitatore venne da Trotskij e che nessuno avrebbe potuto visitarlo senza che lo sapessi”.

Anche in questo caso specifico, come del resto in quello di Dahl, non si trova alcun accenno di Borgnar Kundsen a un’eventuale “malattia” e a un’eventuale “febbre” di Trotskij, in quei tre giorni.

Se colleghiamo i due testimoni indiretti in oggetto e le quattro “pistole fumanti” sopracitate alle clamorose anomalie esaminate in precedenza, ossia al “brusco cambiamento” (Deutscher) della salute di Trotskij dopo il dicembre del 1935; alla natura sconosciuta della “malattia” che colpì Trotskij, sia nel settembre che nel dicembre del 1935; al mancato ricovero in ospedale di Trotskij, nel dicembre del 1935; al carattere indispensabile della presunta “malattia” di Trotskij, affinché quest’ultimo potesse isolarsi – e isolarsi per molti giorni, oltre che con una valida scusa – dal mondo esterno, abbiamo via via scoperto una combinazione di prove concrete che non lasciano dubbi sulla natura fittizia della presunta malattia decembrina di Trotskij.

Un mosaico di indizi e “pistole fumanti” tra l’altro fornite involontariamente da fonti, testimoni e storici di matrice trotzkista, in modo particolare per la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale” di Trotskij, a cui poi si sommano mano a mano altri elementi significativi quali ad esempio l’infruttuosa visita a Trotskij del “medico rosso” Karl Evang e la menzogna espressa del leader in esilio della Quarta Internazionale sul “non tenere un diario”.

Avvocato del diavolo: “Trotskij poteva essere uscito di casa per la sua escursione nel ghiaccio del 20/22 dicembre dopo essersi rimesso in salute, dopo essere guarito dalla sua malattia e dopo essersi sfebbrato”.

Proprio Trotskij escluse in prima persona quest’ipotesi, durante la sesta sessione della commissione Dewey. Di fronte alla domanda del suo avvocato difensore Goldman se egli “fosse stato, per tutto il mese di dicembre, eccetto che per quei due giorni” (i giorni della “gita nel ghiaccio” in esame) “nella casa dei Knudsen”, Trotskij rispose infatti testualmente che “il mese di dicembre” (del 1935) “è stato il peggior mese della mia vita. Io sono stato a letto per tutto il tempo. Io ho cercato di fuggire dalla malattia con quel viaggio alla baita” (dei Knudsen, con la “gita nel ghiaccio”). Inoltre il leader in esilio della Quarta Internazionale affermò testualmente che “ciò non ebbe successo”, ossia non funzionò l’idea “di fuggire dalla malattia” con l’ormai famosa “gita nel ghiaccio”.

Trotskij quindi sottolineò che “sono stato a letto tutto il tempo” e soprattutto “ho cercato di fuggire dalla malattia” il 20 dicembre, essendo quindi ancora malato il 20 dicembre, in quello che Trotskij addirittura definì come “il peggior mese della mia vita”: parole assai chiare, sempre se seguiamo e diamo valore alla tesi di Trotskij sulla sua presunta “malattia” che lo costrinse “tutto il tempo” di dicembre “a letto”, con l’esclusione del 20-22 dicembre.

Avvocato del diavolo: “nei paesi nordici si usa in ogni caso la sauna (di tipo finlandese o svedese) per tenersi in salute, con il suo tipico passaggio dal caldo al freddo”.

Uno dei pochi casi nei quali risulta sicuramente sconsigliata la sauna è costituita proprio dagli stati febbrili, e le persone già febbricitanti evitano quindi di usare la sauna, almeno di regola.

In secondo luogo, l’abnorme “gita nel ghiaccio” non durava certo quindici o venti minuti, durata di solito consigliata per una sauna, ma per ben tre giorni; nella “zona selvaggia” a nord di Honefoss, inoltre, se il freddo era permanente e costante il caldo invece sicuramente non abbondava, risultando un bene rarissimo.

Una volta superata anche queste nuove obiezioni, abbiamo ormai provato al di là di ogni dubbio, razionale o poco razionale, il carattere artefatto e fittizio della presunta “febbre/malattia” di Trotskij nel dicembre 1935: e tale scoperta ha subito delle pesanti ricadute, per la questione dell’esistenza del volo di Pjatakov.

Un soggetto (Trotskij) che si procuri volutamente, che si inventi coscientemente una finta malattia e una falsa febbre proprio nel periodo e nei giorni in cui l’altro soggetto (Pjatakov) dichiara di averlo incontrato in segreto, risulta innanzitutto direttamente e coscientemente responsabile di un grave atto di inganno e di frode, cosciente e voluta, rispetto alla verità; e di conseguenza acquisiamo un primo e forte indizio di colpevolezza di Trotskij e a sostegno della reale esistenza del volo-colloquio segreto di Pjatakov con quest’ultimo.

Una persona realmente innocente non si costruisce infatti una finta malattia al fine di isolarsi dal mondo esterno, visto che non ha effettuato in alcun modo il colloquio segreto per cui verrà solo in seguito accusato ingiustamente.

Non solo: una persona realmente innocente non può in ogni caso costruirsi ad arte e coscientemente una finta malattia per isolarsi dal mondo esterno, proprio perché non sa e non può in alcun modo prevedere che in futuro verrà accusato di un determinato “delitto”, ossia di un colloquio segreto a cui in ogni caso non ha mai partecipato e che non è mai esistito nella realtà.

E viceversa, crearsi coscientemente una finta malattia; usare volutamente un trucco (la finta malattia, la finta febbre) proprio nel dicembre del 1935, e proprio al fine di attuare senza essere scoperto – il “fattore segretezza” a cui abbiamo già fatto riferimento – il colloquio clandestino con Pjatakov in via d’esame, rappresenta invece un inequivocabile indizio di colpevolezza: la creazione di una malattia fittizia e di una febbre irreale e simulata assicurava infatti a Trotskij quell’isolamento legittimo e prolungato dal mondo esterno, oltre che ad altri vantaggi sopramenzionati, a sua volta indispensabile al fine di cercare di mantenere nascosto al mondo e alla polizia stalinista il suo incontro clandestino con Pjatakov.

Fino a qui, la finta malattia di Trotskij con tutte le sue inevitabili ricadute.

Ma la sopracitata “gita nel ghiaccio” gioca contro Trotskij e contro la “seconda versione” anche sotto altri aspetti, fornendo anche ulteriori indizi a favore dell’esistenza reale del volo/colloquio segreto di Pjatakov con il suo leader politico allora in esilio in terra scandinava.

A questo punto possiamo infatti passare al processo di analisi dell’utilizzo – coscientemente menzognero e fraudolento – da parte di Trotskij della “gita nel ghiaccio” sopra esaminata, fornendo in primo luogo una chiara, semplice e razionale spiegazione su di essa, rispetto a un’escursione decembrina altrimenti assurda e abnorme per un uomo che si dichiarava allora malato: perché Trotskij la progettò, e la rese poi in seguito un fatto innegabile?

Qual’era dunque lo scopo che quest’ultimo si prefiggeva, andando per tre giorni nella baita isolata dei Knudsen in compagnia di alcuni norvegesi?

La risposta è semplice: procurarsi preventivamente un alibi. Una giustificazione. Una difesa.

Con tale escursione Trotskij voleva dotarsi in modo preventivo di un alibi inattaccabile, almeno per alcuni giorni vicini e prossimi alla data del reale volo di Pjatakov e al reale colloquio avuto da quest’ultimo con il leader della Quarta Internazionale, nel caso (spiacevole, ma pur sempre possibile) che fossero emersi dei sospetti più o meno vistosi o delle accuse precise su tale incontro da parte dell’apparato di polizia stalinista.

Avendo  da un lato incontrato in segreto Pjatakov, e dall’altro essendo privo per forza di cose e a causa del suo isolamento dal mondo esterno di qualunque testimone imparziale che potesse attestare di esser stato in sua presenza il 12 o 13 dicembre del 1935, Trotskij si trovava infatti fin d’allora nella spiacevole situazione di essere assolutamente sprovvisto di un’alibi per così dire diretto e positivo riguardo al giorno del suo colloquio clandestino con “Capelli rossi”; per cercare di rimediare a questo notevole problema e handicap, l’abile e intelligente “professionista” della disinformazione (il “piano Tanaka”, ecc.) elaborò quindi in anticipo e fin dal dicembre del 1935 un piano raffinato, rivolto alla creazione di un particolare tipo di alibi a sua difesa.

Attraverso la “gita nel ghiaccio”, certo assurda e abnorme per un uomo realmente malato, l’intelligente Trotskij si costruì pertanto in modo lucido e razionale il primo segmento di una forma di autodifesa, sicura e inattaccabile per i giorni del 20, 21 e 22 dicembre del 1935, preparando anticipatamente la prima parte di quel suo spettacolare e geniale alibi “tardivo” che esamineremo a fondo nel prossimo capitolo.

Mediante la sua escursione del 20/22 dicembre del 1935, Trotskij si costruì ad arte e preventivamente uno dei due anelli, uno dei due segmenti costitutivi di quell’alibi  “tardivo”, falso e fittizio ma geniale che egli esibì e utilizzò realmente durante la sesta sessione della commissione Dewey, come vedremo meglio nel prossimo capitolo.

Il suo obiettivo era costituito dalla creazione, il più possibile vicina sul piano temporale al suo colloquio segreto con Pjatakov, di un alibi inattaccabile per cercare di coprire l’incontro con “Capelli rossi”, costruendosi un alibi assai sottile basato altresì anche sul fatto di riuscire in seguito a modificare agli occhi del mondo il giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino e, a cascata, il momento del suo personale rendez-vous con quest’ultimo.

Si trattava di un motivo così importante, di un fine tanto rilevante e di un movente tanto significativo da giustificare le fatiche di una “gita nel ghiaccio” per un esperto e astuto cospiratore come Trotskij: il quale, tra l’altro, non era per niente “malato/febbricitante”, come si è già dimostrato in precedenza, risultando pertanto in grado di sopportare i rigori dell’inverno di Honefoss grazie anche all’aiuto dei suoi compagni di viaggio.

Qualche dubbio rispetto al fine recondito e nascosto della “gita nel ghiaccio” di Trotskij, signor avvocato del diavolo?

Li dissipiamo subito utilizzando come al solito fonti trotzkiste sicure, che dimostrano come la “gita nel ghiaccio” a nord di Honefoss del (presunto) febbricitante Trotskij non rimase un elemento certo anomalo e inspiegabile, ma in ogni caso inerte e privo di conseguenze pratiche per il giallo storico in via d’esame, attestando viceversa che essa venne invece utilizzata sia da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey che dal suo biografo Deutscher, oltre che anche dal trotzkista norvegese N. Dahl, in qualità di alibi indistruttibile a favore del leader in esilio della Quarta Internazionale e contro l’esistenza del volo di Pjatakov.

Partendo dall’insospettabile Deutscher, durante la sua memorabile (e controproducente) narrazione rispetto alle avventure nel ghiaccio e nel gelo del suo idolo politico lo storico trotzkista non ebbe alcuna reticenza nel dichiarare che, proprio durante “l’epoca in cui si svolse questo viaggio” (la gitarella di Trotskij e dei suoi amici a nord di Honefoss), “Vysinskij asserì che Pjatakov si era incontrato con Trotskij segretamente appunto in questo periodo”, durante la vacanza sulla neve di Trotskij, e dei suoi amici. Secondo Deutscher, quindi, Pjatakov (costretto da Stalin e dall’NKVD) dichiarò di aver compiuto il suo presunto volo proprio durante il “viaggio”, invece reale e indiscutibile, compiuto da Trotskij alla baita dei Knudsen nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935.

In pratica Deutscher sostenne la tesi falsa e menzognera, ma suggeritagli del resto dallo stesso Trotskij, in base alla quale Pjatakov avrebbe dichiarato al processo di Mosca del gennaio del 1937 di essere giunto a Berlino il 20 dicembre del 1935, e di aver compiuto quindi il suo volo/colloquio segreto con Trotskij entro e non oltre il 22 dicembre.

In base a questa falsa premessa, Deutscher in modo trionfante aggiunse altresì che “i compagni di Trotskij” nella loro bella e rilassante gita “dimostrarono che nessuno sarebbe potuto arrivare in automobile fino al luogo dove si trovarono con Trotskij, e cioè “a nord di Honefoss” e in una “selvaggia regione rocciosa” dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Proprio nei e per i giorni in cui Pjatakov affermò di aver incontrato Trotskij, quest’ultimo possedeva invece un alibi inattaccabile, visto che egli era praticamente irraggiungibile nei ghiacci a nord di Honefoss, con testimoni norvegesi annessi: questo è un punto focale della narrazione di Deutscher, che tra l’altro seguì fedelmente le due “tracce” lasciate sotto questo aspetto proprio da Trotskij e proprio davanti alla commissione Dewey, nella sesta e tredicesima sessione tra poco nuovamente in via d’esame.

“Nessuno”, alias Pjatakov, “sarebbe potuto arrivare in automobile” (e Pjatakov dichiarò di aver usato l’auto, dopo essere sceso dall’aereo proveniente dalla Germania) “fino al luogo” dove si trovavano realmente Trotskij e i suoi amici durante la loro poco confortevole gita prenatalizia.

Pertanto Deutscher, con la sua prosa eloquente, ci mostra senza ombra di dubbio come per molti sostenitori di Trotskij la “gita tra i ghiacci” abbia costituito per lungo tempo un alibi inattaccabile a suo favore, rappresentando una prova ulteriore e indiscutibile che il volo di Pjatakov e il suo presunto colloquio segreto con Trotskij non costituissero altro che delle vergognose bugie, delle malvagie invenzioni di Stalin e della sua polizia segreta.

Ma abbiamo inoltre a nostra disposizione un altro elemento di fatto sicuro che, oltre a verificare ulteriormente la nostra tesi dell’alibi (fittizio) preparato ad arte da Trotskij, fa anche risaltare ancora maggiormente il carattere incredibile e ipersospetto della “gita nel ghiaccio” effettuato da Trotskij verso la fine di dicembre del 1935. Esso ci proviene questa volta dall’insospettabile trotzkista norvegese Nils Dahl che, secondo l’altrettanto insospettabile rivista antistalinista “Revolutionary History”, era “quel tempo la guardia del corpo” (munito di automobile) “di Trotskij in Norvegia”: è l’anomalia e la nota dissonante della caduta nella neve di Trotskij, del conseguente panico di Erwin Wolf e dell’arrivo in loco di N. Dahl che, in tal modo, diventò un testimone diretto anche della “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre.

Secondo la testimonianza resa da Dahl nel 1989 e già citata in precedenza, egli infatti dichiarò che “nel dicembre del 1935 io ero stato mobilitato da Konrad Knudsen, che mi chiese di venirlo a aiutare perché Trotskij era andato in vacanza nella baita di Knudsen nel distretto boscoso a est di Honefoss”, (la gita nel ghiaccio in oggetto) “e c’era stata una pesante nevicata e Trotskij era rimasto sommerso dentro la neve. Io immediatamente mi recai li” (nella baita dei Knudsen). “Nelle vicinanze c’era un albergo” (a Dahl non sfuggiva proprio alcun dettaglio, nella terza decade del dicembre 1935). “Quando io arrivai, Trotskij uscì dalla baita con le proprie forze. Egli e Natalia” (la moglie di Trotskij) “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle” (in cui Trotskij ebbe la sua disavventura e la sua caduta nella neve) “senza il nostro aiuto, così noi andammo alla baita solamente per pulirla e riportarla in un certo ordine”[17].

Secondo la testimonianza scritta di Erwin Wolf, presentata davanti alla commissione Dewey, “Trotskij aveva lasciato Wexhall a mezzogiorno del 20 dicembre (del 1935) “in una macchina guidata da Knudsen” (Konrad Knudsen) e in tale automobile si trovavano la moglie di Trotskij, il sopracitato figlio quattordicenne dei Knudsen, la cuoca dei Knudsen e lo stesso Wolf [18].

Alla baita dei Knudsen, almeno in un primo momento, arrivarono e alloggiarono assieme Trotskij e sua moglie, la cuoca e il figlio dei Knudsen oltre a Erwin Wolf, stando anche alla deposizione di Trotskij davanti alla commissione Dewey.

A questo punto torniamo all’esame della narrazione di Dahl: premesso che certamente Dahl si recò alla baita chiamato da Konrad Knudsen e sicuramente incontrò Trotskij e sua moglie, fornendo pertanto un ulteriore testimone di nazionalità norvegese a sostegno dell’alibi inattaccabile di Trotskij per i giorni del 21/22 dicembre del 1935, il suo veritiero racconto fa emergere subito delle incongruenze incredibili, assolutamente inspiegabili almeno a prima vista.

Prima anomalia: se Erwin Wolf era presente e vicino quando Trotskij era rimasto “sommerso nella neve”, perché non aiutò Trotskij a uscirne, magari con l’aiuto della moglie di quest’ultimo?

Seconda anomalia: un uomo in forma e ancora giovane come Wolf, abituato alla neve spesso presente nei suoi freddi e nativi Sudeti, non aveva aiutato e non era riuscito a soccorrere un uomo caduto nella neve?

Terza anomalia: se Wolf invece vide solo da lontano l’infortunio di Trotskij, perché non si recò subito ad esaminare la situazione e, soprattutto, ad aiutare quest’ultimo ad uscire dalla neve in cui egli era caduto? Un bel vigliacco, stando almeno alla versione di Dahl…

Quarta anomalia. Nella terza decade del 1935 i cellulari non erano ancora stati inventati: ma allora, come fece Wolf a chiamare Knudsen e a far arrivare Dahl grazie a quest’ultimo, presupponendo che i due non fossero dotati di poteri telepatici? L’unica ipotesi possibile è che egli usci dalla baita per telefonare dall’hotel descritto da Dahl, perdendo in tal modo del tempo prezioso e dovendo aspettare l’arrivo di quest’ultimo, invece di andare subito ad aiutare Trotskij…

Quinta anomalia: Dahl risultò subito rintracciabile, in casa e con il telefono libero, come se fosse stato precettato in precedenza.

Sesta nota dissonante: alla baita dei Knudsen erano presenti anche il figlio di Knudsen, di circa 14 anni, e la cuoca, entrambi norvegesi e ben abituati alla neve e al ghiaccio. Nessuno di loro due poteva dare una mano e aiutare il povero Trotskij, caduto nella neve? Siamo ormai già a quota tre, unendo al gruppo Erwin Wolf: tre presunti vigliacchi, tutti presi dal panico e solo capaci di invocare l’arrivo di Superman-Dahl, almeno stando alla sua versione.

Ultima, ma principale anomalia: non era successo proprio niente di grave a Trotskij, non era capitato al leader della Quarta Internazionale proprio niente di tanto grave da giustificare in alcun modo l’allarme lanciato dal (presunto-codardo) Wolf e l’intervento del rapidissimo Dahl.

Proprio Dahl, infatti, ci ha informato testualmente che “quando io arrivai Trotskij era stato in grado di uscire dalla neve con le proprie forze”. Molto bravo, certo: e, sempre secondo il resoconto di Dahl, Trotskij e la moglie “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle senza il nostro aiuto…”. Bravi tutti e due, certo: ma allora qual era il problema, qual era l’emergenza in base alla quale il (presunto) codardo Wolf dovette rivolgersi (forse per via telepatica, forse con il telefono) al rapidissimo, subito rintracciabile e solerte Nils Dahl?

Ancora una volta siamo in piena fantascienza. Trotskij non si era rotto una gamba o un braccio, né era rimasto congelato nella neve, ma anzi usci “dalla vallata” (assieme alla moglie) valendosi delle sue sole forze: qual era allora il problema, anche per un presunto codardo come appare (oggettivamente) Erwin Wolf?

Il carattere irreale e assurdo dell’anomalia rappresentata dalla “caduta nella neve di Trotskij/arrivo provvidenziale di Dahl” svanisce invece subito se si esamina tutta la storia, e soprattutto l’arrivo di Dahl nella “baita dei Knudsen”, da un altro punto di vista e fornendo un motivo, uno scopo e un movente ben diverso a tutta la vicenda.

Svanisce subito se rileviamo che Trotskij, prendendo come pretesto una sua banale “caduta nella neve”, forse avvenuta realmente, fece arrivare volutamente Nils Dahl alla “baita di Knudsen” per il tramite di quest’ultimo, procurandosi in tal modo un ulteriore testimone di nazionalità norvegese per il suo alibi realmente formidabile, realmente inattaccabile rispetto ai giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre 1935. Grazie e attraverso tale ipotesi, tutte le anomalie già rilevate in precedenza, a partire dai presunti motivi per i quali Wolf non aiutò/non si precipitò di persona ad aiutare Trotskij ad uscire dalla neve”, evaporano  immediatamente come neve al sole: il presunto panico e la presunta viltà di Wolf vengono subito spazzati via, come del resto le altre note dissonanti prese in esame.

Il carattere premeditato dell’arrivo di Dahl nella baita dei Knudsen costituisce in pratica un’altra prova significativa sul carattere altrettanto premeditato della “gita nel ghiaccio” di Trotskij, tesa a costruire un alibi realmente inattaccabile a favore del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale per i giorni del 20/22 dicembre del 1935, quindi assai vicino ai giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano direttamente.

Giudici-lettori: “ma in che senso la narrazione di Dahl dimostra che, almeno nell’ambito trotzkista, la gita nel ghiaccio fosse considerata per molto tempo un alibi a favore di Trotskij e una prova formidabile contro l’esistenza del volo di Pjatakov?”.

Giusto, torniamo alla questione specifica in via di esame. Sotto questo aspetto risulta facile rilevare come la narrazione di Dahl e la sua testimonianza continuino infatti da dove l’avevamo interrotta, visto che egli indicò testualmente che allora “era un tempo difficile, con tormente e pesanti nevicate cadute nel dicembre 1935. (Sarebbe stato impossibile per Pjatakov aver visitato Trotskij allora, come Vysinskij affermò durante il secondo processo di Mosca). Io fui in grado di sciare fino alla baita e indietro fino alla valle, sebbene la neve fosse profonda fino alle ginocchia. Io passai la vigilia di Natale assieme a Trotskij”[19].

“Sarebbe stato impossibile per Pjatakov aver visitato Trotskij allora, come Vysinskij” (ossia la pubblica accusa stalinista) “affermò durante il secondo processo di Mosca” del gennaio 1937: parole chiare, quelle espresse da parte di Dahl rispetto al 20/22 dicembre.

Dahl indicò quindi chiaramente che non solo lui andò nella baita dei Knudsen e in seguito “passò la vigilia di Natale” con Trotskij, fornendogli così un alibi realmente inattaccabile per tutti quei giorni, ma egli sottolineò altresì “l’impossibilità” per Pjatakov di recarsi “allora” nella “baita dei Knudsen”, ossia tra il 20 e il 22 dicembre, anche a causa delle nevicate che rendevano indispensabile l’uso degli sci per arrivare in quel luogo poco ospitale collocato “a est di Honefoss”, fino alla “baita” dei Knudsen e con una “neve profonda fino alle ginocchia” (Dahl). A giudizio di Dahl come di Deutscher, quindi, Pjatakov avrebbe dichiarato di aver compiuto il suo viaggio in terra norvegese proprio “allora” (Dahl) e dal 20 al 22 dicembre del 1935, e cioè quando sia Trotskij che Dahl si trovavano nella baita dei Knudsen e in un luogo dove “le nevicate rendevano indispensabile l’uso degli sci” e con “una neve profonda fino alle ginocchia”.

Proprio la testimonianza di Dahl, non solo prova involontariamente che la sua presenza nella baita dei Knudsen non fu certo casuale e fortuita, ma costruita ad arte dall’astuto, meticoloso e abilissimo (troppo abile, meticoloso e astuto, per sua sfortuna) Trotskij; ma altresì essa dimostra che, per molto tempo e da parte di alcuni seguaci di Trotskij, la “gita nel ghiaccio” venne considerata come una prova ulteriore dell’inesistenza del volo di Pjatakov, vista la combinazione tra l’alibi realmente inattaccabile di cui godeva Trotskij dal 20 dicembre e la falsa ipotesi che Pjatakov e “Vysinskij”, la pubblica accusa stalinista, avessero collocato sul piano temporale l’attuazione del volo di “Capelli rossi” proprio nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935.

Di sfuggita e come sottoprodotto secondario, abbiamo inoltre riscontrato:

  • un’anomalia assurda come la “caduta nella neve di Trotskij e il derivato panico di Wolf”, assolutamente inspiegabile accettando la versione fornita da Dahl e esposta fugacemente dallo stesso Trotskij davanti alla commissione Dewey, come vedremo in seguito;
  • una semplice spiegazione alternativa per la “caduta nella neve/panico di Knudsen/arrivo di Dahl”;
  • il carattere utile (per Trotskij) della presenza, voluta e costruita ad arte, di Dahl alla baita dei Knudsen, in qualità di testimone di nazionalità norvegese capace di procurargli un ulteriore alibi, che si aggiungeva alle testimonianze del figlio dei Knudsen, di Erwin Wolf e della cuoca/domestica dei Knudsen.

Avvocato del diavolo: “finora avete menzionato solo Deutscher e Dahl, non certo Trotskij. Non avete pertanto ancora fornito alcuna prova che proprio Trotskij in persona, e non invece solo alcuni dei suoi seguaci, abbia in qualche modo utilizzato la “gita nel ghiaccio” come alibi rispetto al suo presunto colloquio segreto con Pjatakov: solo provando tale impiego cosciente e mirato da parte di Trotskij, in prima persona e senza intermediari, la vostra tesi dell’alibi fittizio, costruito ad arte e creato per coprire l’incontro con Pjatakov, può forse avere un fondamento. Deutscher e Dahl non contano niente, a tale proposito”.

Poco manca che l’avvocato del diavolo accusi Deutscher e Dahl di essere degli infiltrati stalinisti nelle file della Quarta Internazionale! In ogni caso non deve preoccuparsi, visto che fra poco lasceremo più che volentieri parlare proprio Trotskij in prima persona e assieme al suo avvocato difensore Albert Goldman, e proprio sull’abnorme “gita nel ghiaccio”, dimostrando il loro tentativo – fallito – di spostare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino – e in seguito in Norvegia, stando alla versione stalinista – al 20/21 dicembre del 1935, al posto del 10 o 11 dicembre.

Siamo ormai arrivati al nucleo principale della nostra indagine.

Attraverso la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale”, infatti abbiamo già ottenuto una prova decisiva rispetto al carattere fasullo e fittizio della presunta “malattia/febbre” di Trotskij, e di conseguenza un grave indizio di colpevolezza a carico di quest’ultimo: inventarsi ad arte una falsa ma utilissima malattia per il giorno del “delitto”, al fine di isolarsi dal mondo, non pone certo in buona luce un “accusato”, nel caso specifico il leader indiscusso della Quarta Internazionale degli anni Trenta.

Ma sempre mediante la “gita nel ghiaccio” otterremo un diverso, ma in ogni caso grave indizio di colpevolezza a carico di Trotskij, e cioè il suo tentativo cosciente di crearsi un falso alibi, e più precisamente un “alibi tardivo” rispetto al suo colloquio segreto con Pjatakov. Altresì dimostreremo anche il tentativo cosciente, seppur fallito da parte di Trotskij, di ingannare la commissione Dewey cercando di far credere ad essa e al mondo intero che la data dell’arrivo di Pjatakov a Berlino fosse il 20 o 21 dicembre del 1935, e che quindi anche secondo la testimonianza di quest’ultimo – in ogni caso falsa e menzognera, a giudizio di Trotskij – il presunto volo di “Capelli rossi” in Norvegia dovesse per forze di cose essere collocato tra il 22 e il 23 dicembre del 1935, quando Trotskij godeva di una copertura e di un alibi inattaccabile: un trucco ingegnoso e sottile ma che, a sua volta, si trasforma in un ulteriore indizio di colpevolezza contro il leader in esilio della Quarta Internazionale.

 

 

 

 

[1] J.S. Van Dine, “La strana morte del signor Benson”, pag. 73/74, ed. L’Unità

 

[2] I. Deutscher, “Il profeta esiliato” op. cit. pag. 380

[3] P. Broué, “La rivoluzione …” op. cit. pag. 783

[4] Deutscher, op. cit. pag. 383

[5] P. Broué, “Erwin Wolf”, in www.marxists.org

[6] I. Deutscher, op. cit., pag. 380

[7] L. Trotskij, “Diario d’esilio. 1935”, pag. 135, ed. Il Saggiatore

[8] P. Broué, op. cit., pag. 389

[9] “Malaria”, wikipedia.org

[10] I. Deutscher, op. cit., pag. 383

[11] I. Deutscher, “Il profeta disarmato”, op. cit., ed. Longanesi

[12] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, estate 1989, da “Revolutionary History”, in http://www.marxists.org

[13] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, op. cit.

[14] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, op. cit., pag. 382/383

[15] “Vero o falso? Tutto ciò che si dovrebbe sapere su raffreddore e influenza per chi pratica sport di resistenza”, in http://www.datasport.com, 10 dicembre 2014

[16] Nils Dahl, “With Trotskij in Norway”, estate 1989, da “Revolutionary History”, in www.marxists.org

[17] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, op. cit.

[18] “Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 14, in http://www.marxistarkive.se

[19] Nils Dahl, “With…”, op. cit.

La Cina prevalentemente socialista del 2017

Relazione tenuta da Daniele Burgio durante l’assemblea sulla Cina – 15 marzo 2017.

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi a proprietà statale o municipale sono:

State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

Sinopec Group quarto posto nella classifica Fortune, fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

Industrial and Commercial Bank of China, quindicesima nella lista Fortune, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

China Costruction Bank (22° posto in classifica), con 147 miliardi di dollari di fatturato;

China State Costruction Enginering (ventisettesimo posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento; un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse quindi sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo almeno superiore ai 20 miliardi di dollari e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

Ma non solo: passiamo ora ad esaminare un azienda cinese come la gigantesca Huawei, che quasi sempre all’interno del mondo occidentale viene vista e considerata come un impresa capitalistica e di natura privata.

Giusto? No, sbagliato.

Nel 2015 la Huawei aveva espresso un fatturato pari a 60,8 miliardi di dollari, collocandosi al 129° posto nella sopracitata lista Fortune del 2016 nella “Top 500” a livello mondiale.

Ora, esaminando un articolo pubblicato dal sito upgochina.com all’inizio del 2017 si ricava con chiarezza l‘informazione sulla natura essenzialmente cooperativa della Huawei: ossia che la proprietà delle azioni della Huawei è quasi del tutto in mano proprio agli operai e ai lavoratori della Huawei.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata. Ma al di là del valore commerciale dell’intesa è un intervento che ha un sapore tutto politico. Diverse possono essere le chiavi di interpretazione.

La prima che ci viene in mente, ma non certo l’unica, è quella di una risposta all’America. Una sorta di controffensiva cinese alla dichiarazione di guerra lanciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti alla Cina.

La volontà di Donald Trump di aumentare le tariffe verso Pechino, la sua minaccia di far rientrare in America la produzione di alcuni beni che sono fatti in Cina non sono ovviamente passati inosservati. Non sono forse gli hamburger di McDonald’s il simbolo della globalizzazione americana? La scelta dunque di statalizzarli suona più come un messaggio politico e neanche tanto velato: una sorta di avvertimento. Come a dire: la Cina è in grado di fare le cose per conto suo”.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.400 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

 

Daniele Burgio, redazione La Cina Rossa.

 

IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUINTO

 

Pjatakov a Berlino e il “piano Tanaka”

Dal processo di analisi effettuato in precedenza emerge come proprio la posizione politica reale di Pjatakov e Radek, ridiventati a partire dalla seconda metà del 1931 dei dirigenti trotzkisti clandestini in URSS, rendesse desiderabile l’idea di un loro incontro diretto e personale con il leader indiscusso della Quarta Internazionale e con il loro vero capo e referente politico, e cioè Trotskij.

Affinché i desideri politici del 1935 si potessero trasformare in realtà concreta, risultava tuttavia necessaria anche la compresenza simultanea di alcune fondamentali condizioni logistiche eccezionalmente necessarie e indispensabili, sia al fine di compiere concretamente l’incontro che di tentare allo stesso tempo di attuarla in segreto, seppur dovendo sempre affrontare con seri rischi. Dobbiamo pertanto tornare sulla tematica dei mezzi e delle opportunità per il colloquio segreto tra Trotskij e Pjatakov vista e considerata però da un’altra angolatura, ossia esaminata affrontando sia la sfera della fattibilità che il fattore della segretezza da creare e conservare rispetto al volo/colloquio clandestino in oggetto, verificando in pratica se sussistessero davvero nel dicembre 1935 non solo le condizioni per attuare concretamente l’incontro segreto in via d’esame, ma anche e simultaneamente per pensare di riuscire a mantenerlo nascosto a tutto il mondo, e soprattutto agli occhi dell’NKVD: Pjatakov e Trotskij costituivano infatti non solo delle persone molto intelligenti ma anche degli esperti nell’arte della cospirazione, per i quali risultava subito vitale non solo poter attuare il loro colloquio ma anche tenerlo celato innanzitutto agli occhi di Stalin e del suo apparato statale.

Fattibilità tecnico-logistica del volo e sua possibile segretezza: solo la compresenza simultanea di questi due fattori, entrambi indispensabili, poteva indurre Trotskij e Pjatakov a progettare e soprattutto a compiere un viaggio e un colloquio clandestino in ogni caso sottoposto a un concreto rischio di smascheramento, minimizzabile al massimo possibile ma non certo dal tutto.

Il primo presupposto fondamentale per attuare concretamente, e poter tenere nascosto al mondo l’incontro segreto in via d’esame era ovviamente che Trotskij fosse all’estero, e non in Unione Sovietica, nel dicembre del 1935: libero pertanto dal controllo diretto di Stalin e dell’apparato statale sovietico, oltre che non sottoposto a misure di sicurezza (carcere, confine, ecc.) da parte delle autorità staliniste.

Sotto questo aspetto, Trotskij risultava sicuramente in Norvegia e pertanto fuori dei confini sovietici nel dicembre del 1935: e più precisamente a Honefoss, una piccola cittadina nella zona meridionale della Norvegia.

Rispetto sia al fattore della fattibilità che a quello della segretezza, un’ulteriore presupposto essenziale per l’incontro tra Trotskij e Pjatakov era che nel dicembre del 1935 anche quest’ultimo si trovasse all’estero. Risultava infatti impensabile che “Capelli rossi” potesse prendere illegalmente e in segreto un aereo (o un altro mezzo di trasporto, ad esempio una nave) partendo proprio dal territorio sovietico e dalla nazione in cui egli ricopriva l’importante ruolo di viceministro dell’industria pesante, senza essere subito scoperto dall’NKVD mentre cercava di recarsi all’estero a trovare Trotskij: solo ed esclusivamente trovandosi fuori dai confini sovietici Pjatakov poteva tentare di incontrarsi in segreto con Trotskij senza essere individuato dall’apparato statale stalinista, all’andata o al massimo al suo ritorno in Russia.

Inoltre non solo Pjatakov doveva trovarsi all’estero, ma risultavano anche necessarie altre particolari sotto-condizioni logistiche in questo campo, e cioè che:

  • “Capelli rossi” fosse in viaggio all’estero legalmente e attraverso una missione consentita dal governo sovietico, per avere almeno un certo margine di manovra;
  • Pjatakov fosse impegnato non solo in un viaggio legale all’estero, ma anche in un paese relativamente vicino alla Norvegia. E’ intuitivo che se anche Pjatakov fosse stato mandato per esempio in una missione diplomatica in Australia o nel Madagascar, sarebbe stato per lui impossibile andare e tornare dalla Norvegia dopo il colloquio con Trotskij in un solo giorno, tempo massimo superato il quale i rischi di scoperta dell’incontro segreto sarebbero aumentati in modo esponenziale e di ora in ora;
  • “Capelli rossi” fosse stato inviato non solo in missione legale e in un paese vicino (se non confinante) con la Norvegia, ma anche in una trasferta all’estero relativamente lunga e almeno di una settimana: solo così un giorno di assenza da parte sua sarebbe potuto passare inosservato, a patto che fosse giustificata da (finti) impegni di lavoro e sempre con le dovute coperture e protezioni in loco.

Ora, sotto questi aspetti risulta ammesso anche da Trotskij nell’aprile del 1937, seppur dopo un astuto tentativo di depistaggio su cui ci soffermeremo a lungo nel capitolo sulla “gita nel ghiaccio”, che Pjatakov:

  • fosse giunto a Berlino nel dicembre del 1935;
  • fosse arrivato a Berlino per una missione legale e ufficiale da parte sovietica;
  • fosse a Berlino dal 10 o 11 dicembre del 1935 al 22 dicembre del 1935, e quindi per una visita diplomatico-commerciale di circa dieci giorni;
  • fosse allora posizionato a Berlino e quindi nel nord della Germania, cioè a circa quattro ore di volo (con la velocità degli aerei di medio livello di quel tempo) dalla zona meridionale della Norvegia e da Kjeller.

La prolungata missione, ufficiale e con destinazione Berlino, compiuta nel dicembre del 1935 da Pjatakov costituisce un elemento sicuro al di là di qualunque dubbio e che soddisfa pienamente il parametro logistico che stiamo ora esaminando.

La terza precondizione, che riguarda invece solo il criterio della segretezza, era che non solo Trotskij si trovasse in Norvegia nel dicembre del 1935, ma anche che per qualche giorno egli risultasse isolato e con buone ragioni da sempre possibili visitatori esterni, senza pertanto creare sospetti in seguito a tale distacco temporaneo dal mondo esterno.

Affinché il viaggio di Pjatakov e il suo colloquio con Trotskij potesse rimanere segreto almeno con discrete probabilità di successo, era infatti indispensabile da un lato che quest’ultimo potesse risultare indisponibile e inavvicinabile per degli eventuali testimoni, inopportuni e pericolosissimi sul piano potenziale, dell’incontro clandestino con “Capelli rossi”, quali ad esempio giornalisti norvegesi/stranieri o eventuali seguaci trotzkisti in visita al loro leader, oltre che più in generale per chiunque non facesse parte del più ristretto nucleo familiare-politico di fedelissimi a Trotskij; e, simultaneamente, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale doveva avere a sua disposizione un motivo valido e legittimo, inattaccabile e accettato sul piano sociale, per rendersi inaccessibile a eventuali visitatori senza creare grossi sospetti. Serviva altresì un’indisponibilità prolungata, ossia di almeno un certo numero di giorni, per Trotskij rispetto al mondo esterno, prima dell’arrivo di “Capelli rossi” in Norvegia; dato che eventuali e indesiderati visitatori dovevano venire infatti a conoscenza almeno qualche giorno prima di un loro viaggio a Honefoss dell’isolamento legittimo di Trotskij, inoltre, l’isolamento dal mondo esterno doveva poter essere prolungabile a piacere in caso di necessità, come ad esempio per affrontare un eventuale ritardo della partenza di Pjatakov da Berlino rispetto al giorno fissato in precedenza.

La condizione logistico-organizzativa in via d’esame si divide e si dirama quindi in quattro sotto-condizioni, e cioè:

  • isolamento di Trotskij da eventuali visitatori;
  • isolamento prolungato di Trotskij dal mondo esterno;
  • isolamento legittimo e inattaccabile, accettato quindi sul piano sociale, di Trotskij dal mondo esterno.

Come vedremo in seguito, proprio la presunta “febbre” e la “malattia” misteriosa che “casualmente” colpì Trotskij proprio all’inizio del dicembre del 1935 permisero realmente a quest’ultimo di creare ad arte e volutamente:

  • il suo isolamento nel dicembre del 1935, nella casa di Honefoss;
  • il suo isolamento prolungato dal 1° al 19 dicembre, utile anche al fine di poter avvisare con un certo anticipo qualsiasi possibile “visitatore esterno” dell’«impedimento» fisico che allora lo colpiva;
  • il suo isolamento legittimo e difficilmente sospettabile, sempre secondo i criteri normali per cui una persona malata non va disturbata, se non in casi eccezionali;
  • il suo isolamento prolungato a piacere in caso di necessità, semplicemente facendo protrarre nel tempo la sua presunta malattia.

Quarta precondizione fondamentale sul piano logistico: la presenza effettiva nel dicembre del 1935 di “talpe” e militanti trotzkisti a Berlino, che potessero favorire, “coprire” e di aiutare materialmente a nascondere alla NKVD stalinista il viaggio di Pjatakov dalla capitale tedesca del tempo fino in Norvegia, con annesso ritorno.

Proprio l’insospettabile storico trotzkista francese Brouè ha ammesso l’esistenza concreta di alcune “talpe” della Quarta Internazionale a Berlino anche nella prima metà degli anni Trenta, a partire proprio dal nome di S.A. Bessonov: un abile diplomatico e un’eccellente spia sovietica, che tra l’altro aiutò con efficacia nel 1935-36 l’azione dell’organizzazione clandestina antinazista generalmente conosciuta sotto la denominazione di gruppo Schulze-Boysen-Harnack, validamente supportato in tale attività segreta da un suo stretto collaboratore a Berlino di nome D.P. Bukhartsev.

Sulle opinioni politiche di Bessonov lasciamo la parola a Brouè, a pag. 590 della sua monumentale biografia su Trotskij. Egli notò che all’inizio degli anni Trenta, “a Berlino, ci sono diversi simpatizzanti” (di Trotskij e delle sue posizioni politiche) “presso la delegazione commerciale, dove Pierre Naville” (un dirigente trotskista francese di quel periodo) “ricorda di aver incontrato in particolare Bessonov”: S.A. Bessonov, su cui torneremo a lungo in un altro capitolo di questo giallo storico. E sempre Brouè, seppur cercando di ridimensionare al massimo il fenomeno per evidenti ragioni (il collegamento tra i trotskisti sovietici clandestini di Berlino e Pjatakov costituiva un argomento da evitare il più possibile, per l’intelligente storico francese), ha indicato con estrema cautela che durante la prima metà degli anni Trenta “è probabile che restino all’estero, dei militanti nelle delegazioni commerciali o nei servizi diplomatici” (sovietici) “che simpatizzano con l’Opposizione” trotskista[1].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij e Pjatakov potevano contare a Berlino dell’aiuto di “simpatizzanti” (Brouè) trotzkisti come Bessonov. Talpe utilissime al fine di preparare i contatti logistici con i nazisti, per coprire e nascondere con la loro azione l’inevitabile assenza di Pjatakov da Berlino e dalla Germania, dal mattino fino a notte inoltrata, oltre che per inventarsi un finto appuntamento a Berlino in quel giorno delicatissimo a favore di Pjatakov, da presentare ai dirigenti dell’ambasciata sovietica allora ancora schierati al fianco di Stalin.

Quinto presupposto logistico necessario per la fattibilità/segretezza dell’incontro: non solo Pjatakov doveva trovarsi fuori dall’URSS e in una nazione relativamente vicina alla Norvegia, ma altresì “Capelli rossi” doveva atterrare in un aeroporto norvegese relativamente vicino al luogo di residenza di Trotskij in Norvegia, per ridurre al minimo possibile gli spostamenti dei due cospiratori. E Kjeller, come si è già visto, distava da Honefoss e dall’abitazione utilizzata da Trotskij solo cinquanta chilometri, non certo i mille chilometri che distanziano ad esempio Oslo dalla città norvegese di Narvik.

Altra indispensabile condizione logistica: Trotskij doveva essere libero di muoversi e di ricevere visitatori in terra norvegese, nel 1935 e nel dicembre del 1935, senza subire alcuna forma di controllo da parte delle autorità e della polizia norvegesi. Come vedremo meglio tra poco, anche questo importante presupposto materiale risultava allora a piena disposizione di Trotskij.

Sul piano infine della fattibilità tecnica del volo, si è già notato che fin dal 1927 (Lindbergh e la sua transvolata dell’oceano Atlantico) una distanza di mille chilometri, quale quella che separava Berlino da Kjeller, fosse facilmente percorribile senza tappe per i rifornimenti e in circa quattro ore. Rispetto poi al volo notturno, strumento necessario per far tornare in nottata Pjatakov a Berlino, partendo da Kjeller diciamo attorno alle sei di sera, è facile rilevare che negli Stati Uniti fin dal 1921 – e quindi ben quattordici anni prima del dicembre del 1935 – avevano iniziato a operare i collegamenti postali notturni per via aerea, mentre a loro volta molti piloti aerei tedeschi, fin dal 1931, risultavano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, diciamo in una sera/notte del 12 o 13 dicembre del 1935, essendo tra l’altro dotati di radio a bordo e di un’esperienza specifica in merito[2].

A questo punto, e in modo più dettagliato, riprendiamo l’analisi della situazione esistente nel dicembre 1935, al fine di risolvere via via altri problemi di una certa importanza per la nostra indagine.

Nel dicembre del 1935 Trotskij era sicuramente posizionato a Wexhall, frazione della cittadina norvegese di Honefoss, collocata a circa sessanta chilometri a nord-est di Oslo.

Grazie all’insospettabile Brouè veniamo a sapere che, espulso dalla Francia nel giugno del 1935, Trotskij trovò asilo in Norvegia grazie a una decisione presa dal governo laburista norvegese, che aveva appena vinto le elezioni nazionali il 20 marzo del 1935: dopo essere arrivato nel paese scandinavo, egli trovò un asilo stabile dal 23 giugno del 1935 fino all’agosto del 1936 presso l’abitazione del giornalista e deputato laburista Konrad Knudsen, a sua volta in buoni rapporti con un simpatizzante trotzkista norvegese di nome Olaf Scheflo[3].

Sempre da Brouè apprendiamo inoltre tutta una serie di dettagli significativi rispetto alle condizioni  materiali e giuridiche della permanenza di Trotskij a Honefoss.

Trotskij e sua moglie “il 23 giugno, infine, grazie ai buoni uffici di Scheflo, possono sistemarsi nella casa di un vecchio militante del partito laburista norvegese, il giornalista e deputato Konrad Knudsen. La casa si trova in località Wexhall, alla periferia di Honefoss, a una sessantina di chilometri a nord di Oslo. Il padrone di casa è spesso assente; c’è però la moglie, Hilda, con i due figli, il quattordicenne Bognar e la sorella maggiore ventunenne, la bionda Hjordis, che finirà, al seguito dei Trotskij, per prendere parte alla tragedia”. La casa scriverà Natalja, era spaziosa, “preceduta da un ampio cortile il cui ingresso sulla strada rimaneva aperto giorno e notte”.

I Trotskij dispongono di due stanze confortevoli, la camera da letto e lo studio di L.D.” (ossia di Trotskij). “E’ impossibile essere più numerosi senza disturbare i Knudsen, così si decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[4].

La camera da letto e lo studio occupati dai coniugi Trotskij erano posti pertanto a piano terra della casa dei Knudsen, con una finestra che si affacciava direttamente sul cortile descritto da Natalia Sedova: un piccolo particolare che assumerà tuttavia una certa importanza quando passeremo ad esaminare la questione dell’alibi di Trotskij per il 12 e 13 dicembre del 1935.

Un primo segretario di Trotskij, Jan Frankel, lavorò con Trotskij in Norvegia a partire dal giugno del 1935 e per alcuni mesi, ma dal novembre di quell’anno subentrò in quella funzione operativa Erwin Wolf, appartenente alla numerosa popolazione tedesca che viveva in quel periodo nei Sudeti, regione posta nella zona occidentale della Cecoslovacchia degli anni Trenta.

Il facoltoso e fidato dirigente trotzkista Erwin Wolf risultava a giudizio di Brouè “un brillante intellettuale” che poteva vivere “della rendita che gli passava il fratello, al quale ha lasciato la sua parte dei beni familiari. Ha meno esperienza di Frankel, ma si rivela non solo un grande lavoratore, ma anche un compagno piacevole, aperto e molto vivace, al quale i Trotskij si legheranno personalmente. Nasce presto un idillio, che diventerà un grande amore, tra Erwin e la figlia degli ospiti, la bionda Hjordis Knudsen. Si crea in questo modo un ulteriore legame tra le due famiglie che dividono la casa di Wexhall. Trotskij ha così descritto in seguito la vita condotta da Natalja Ivanovna e lui stesso, durante i diciotto mesi di esilio tranquillo in Norvegia: “La nostra vita si svolgeva placida e serena, direi quasi su un piano piccolo-borghese. I nostri vicini si erano presto assuefatti alla nostra presenza e avevamo stabilito con loro dei rapporti piuttosto silenziosi, ma molto amichevoli. Una volta alla settimana andavamo con i Knudsen al cinema, dove venivano proiettate delle produzioni hollywoodiane di un paio di anni prima. Di tanto in tanto, soprattutto d’estate, ricevevamo visite di conoscenti appartenenti per lo più alla sinistra del movimento operaio (…). L’arrivo della posta era a Wexhall il momento cruciale della giornata. Aspettavamo con impazienza, verso l’una del pomeriggio, il postino invalido che, d’inverno in slitta e d’estate in bicicletta, ci portava un pesante pacco di giornali e di lettere provenienti da tutte le parti del mondo”.

Il soggiorno norvegese di Trotskij comincia senza problemi. Per la prima volta dall’inizio dell’esilio vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia, ma senza guardia del corpo, come a Domène (un villaggio in cui Trotskij soggiornò nel 1934). “Ancor più, la porta della casa resta aperta, giorno e notte. L’accoglienza ufficiale è stata abbastanza favorevole. L’organo del partito al potere, “l’Arbeiderbladet”, scrive che il popolo norvegese è onorato della presenza di Trotskij nel paese, e che qualsiasi popolo democratico dovrebbe considerare un gradito dovere il dargli asilo”[5].

Quando si parla di un “delitto” molto particolare, come un incontro segreto tra due persone in precedenza lontane e distanti, il luogo concreto dell’incontro assume subito un rilievo particolare.

Sotto questo profilo proprio Trotskij, nel giugno del 1935, rilevò testualmente come la Norvegia non “fosse il Madagascar”, lontano tra l’altro da Berlino migliaia di chilometri: il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale si trovava nel 1935 in “un piccolo paese fuori mano”, sempre secondo le parole di Trotskij, ma avanzato sul piano tecnologico-produttivo, oltre che assai vicino e quasi confinante con la Germania settentrionale[6].

Sempre rispetto alla combinazione spazio-temporale acquisiamo peraltro un ulteriore e sicuro elemento d’analisi, e cioè che Trotskij non si trovava in viaggio in Madagascar, in India oppure in Messico tra i primi di dicembre del 1935 e il 19 dicembre dello stesso anno; proprio lo storico trotzkista I. Deutscher sottolineò infatti che il leader della Quarta Internazionale “trascorse la maggior parte di dicembre” (del 1935) “a letto” a Honefoss a causa di una particolare “malattia”, su cui parimenti ci dilungheremo nel prossimo capitolo[7].

Trotskij a letto con la “febbre” a Honefoss, dall’1 al 19 dicembre del 1935: nessun dubbio emerge su questo punto specifico anche da parte della “seconda versione”, che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Altro fatto sicuro e riportato dall’insospettabile Brouè: Trotskij in Norvegia risultava “libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia” e parallelamente poteva “ricevere qualsiasi tipo di visita, più facilmente, beninteso, durante la bella stagione che quando il paese” (la Norvegia) “è sotto la neve”; parole di Brouè, che attestano il fatto indiscutibile per cui in Norvegia Trotskij potesse viaggiare e ricevere visite senza restrizioni giuridiche e controlli di polizia da parte norvegese durante tutto il 1935, ivi compreso ovviamente il dicembre del 1935[8].

Solo a partire dalla fine di agosto del 1936, e quindi dopo otto mesi dal dicembre del 1935 che ci interessa, la situazione legale e materiale di Trotskij conoscerà un drastico peggioramento ed egli perderà la precedente libertà di movimento, completa e senza controlli polizieschi, di cui aveva usufruito in terra norvegese.

Sul piano della presenza/assenza di guardie private nei pressi della casa di Trotskij a Honefoss, Brouè ci ha inoltre già informati che Trotskij nel 1935 in Norvegia “vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese” (libero di spostarsi per tutto il paese, per tutta la Norvegia…) “ma senza guardia del corpo… La porta della casa” (di Honefoss) “resta aperta, giorno e notte”. Del resto “era impossibile essere più numerosi” nell’abitazione di Werhall “senza disturbare i Knudsen”, sottolineò sempre lo storico francese, cosicché Trotskij “decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[9].

Notizie e informazioni chiare, quelle fornite da Brouè: nessuna “guardia” del corpo a Honefoss, e quindi piena libertà per Trotskij di allontanarsi dalla porta di casa “sempre aperta” dell’abitazione di Honefoss: non solo sul piano giuridico, ma anche su quello dell’assenza di controlli, nel 1935 e nel dicembre del 1935.

I giudici-lettori hanno già capito la nostra tesi, basata del resto su fatti sicuri: Trotskij si trovava nelle migliori condizioni possibili (giuridiche e logistiche, ivi compresa la sua “febbre” e il derivato isolamento legittimo dal mondo esterno) sia per potersi incontrare concretamente in Norvegia con Pjatakov uscendo dalla casa di Honefoss, che per poter compiere tale azione di nascosto nel dicembre del 1935.

Per quanto riguarda invece la posizione concreta di Pjatakov, come si è già notato in precedenza “Capelli rossi” non risultava certo a Mosca dal 10 al 22 dicembre del 1935, ma invece a Berlino e a partire proprio dalla data sopracitata: in una delle traduzioni dei verbali russi del processo di Mosca del gennaio 1937 venne invece riportato l’11 dicembre come data d’arrivo di “Capelli rossi” a Berlino, ma si tratta in ogni caso di una differenza di un solo giorno.

E non solo Pjatakov si trovava sicuramente nella capitale tedesca a partire dal 10 o dall’11 dicembre del 1935, ma egli era in viaggio legalmente e non in modo clandestino, per una missione ufficiale e diplomatica fuori dai confini (e dai rigidi controlli) sovietici e con destinazione Berlino, quindi avendo vicino l’aeroporto berlinese di Tempelhof.

Va comunque rilevato anche un altro elemento assai interessante, emerso dalla pratica concreta della diplomazia sovietica del tempo e collegato proprio alla missione ufficiale di Pjatakov nel dicembre del 1935.

Agli inizi del 1935 David Kandelaki, responsabile commerciale dell’ambasciata sovietica a Berlino, venne incaricato direttamente da Stalin di tentare di migliorare le ormai pessime e deteriorate relazioni sovietico-tedesche, passando innanzitutto per la via economico-commerciale; a tal fine, dopo un lavoro preparatorio e un primo accordo stipulato nell’aprile del 1935, egli si incontrò con l’allora ministro nazista dell’economia, H. Schacht, il 15 luglio del 1935, riuscendo almeno a fissare una riunione politica più allargata tra le due parti da tenersi attorno alla seconda metà di ottobre, incontro che avvenne effettivamente il 30 ottobre di quell’anno[10].

Per ridiscutere meglio un possibile accordo economico tra i due paesi, che almeno nelle intenzioni sovietiche avrebbe dovuto contribuire a migliorare le ormai guastate relazioni con la Germania nazista, verso la fine di novembre del 1935 le due parti si accordarono sull’invio di una delegazione sovietica a Berlino nella prima metà di dicembre del 1935, al cui interno era compreso questa volta oltre a Kandelaki anche l’importante vice-ministro dell’industria pesante Pjatakov, mentre quasi simultaneamente e agli inizi di dicembre il già citato S. Bessonov si incaricò di contattare degli alti funzionari nazisti quali Herbert Göring, cugino del potente gerarca nazista Hermann Göring, e R. Brinkman, il principale consigliere di Schacht[11].

Visto l’atteggiamento ferocemente ostile di Hitler rispetto all’URSS stalinista del 1935, la manovra diplomatica del Cremlino non portò ad alcun risultato positivo sul piano delle relazioni politiche tra i due paesi, ma in ogni caso determinò come suo sottoprodotto la presenza fisica di Pjatakov nella capitale tedesca, a partire dal 10 dicembre 1935.

Siamo quindi in presenza di altri fatti sicuri, anche se proprio rispetto al nodo della data d’arrivo di Pjatakov a Berlino si scatenò a un certo punto una dura polemica tra Trotskij e il suo difensore A. Goldman da un lato, e alcuni membri della commissione Dewey dall’altro.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, infatti, Trotskij e Goldman fecero mettere agli atti che, seguendo il quotidiano berlinese Berliner Tageblatt, l’arrivo di Pjatakov nella capitale tedesca a loro avviso sarebbe avvenuto il 20 dicembre del 1935, per una visita di alcuni giorni; su questo punto e contro tale deduzione arbitraria, presero subito posizione anche due membri della commissione Dewey, Beals e Dewey stesso[12].

Riportiamo gli atti ufficiali della sesta sessione della commissione Dewey.

Dopo che Goldman fornì la sua (e di Trotskij) versione della data di arrivo, intervenne Dewey affermando invece: “il giorno dell’arrivo” (di Pjatakov a Berlino, in visita ufficiale), “era l’11 dicembre” del 1935.

Replica Trotskij: “No”: una semplice parola, un “no” e una negazione esplicita

Controreplica di Dewey “l’undici” (dicembre del 1935)[13].

Intervenne allora Beals, un altro membro della commissione Dewey, sostenendo che dagli atti del processo del 1937 Pjatakov “si incontrò con Bukhartsev” (il sopracitato giornalista e agente segreto sovietico a Berlino, secondo l’accusa stalinista un membro clandestino della Quarta Internazionale e uno degli agenti di collegamento tra Trotskij e i nazisti nella capitale tedesca) “lo stesso giorno del suo arrivo ufficiale a Berlino, o il giorno seguente, quindi il dodici dicembre[14].

Giudici-lettori: “quindi sussiste un certo grado di incertezza rispetto alla data d’arrivo di Pjatakov a Berlino, almeno da parte dei sostenitori della “seconda versione”.

Non da parte del leader della Quarta Internazionale, visto che proprio Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey fece retromarcia, tornò indietro sui suoi passi e ammise nella sua deposizione finale, avente per oggetto anche la negazione totale dell’esistenza del volo di Pjatakov, che quest’ultimo fosse arrivato a Berlino nella prima metà di dicembre; anche per il Trotskij numero due, quello della tredicesima sessione, il giorno d’arrivo di Pjatakov a Berlino risultava ormai il “10 dicembre”[15].

Infatti Trotskij affermò testualmente, anche se solo durante la tredicesima e ultima sessione della commissione Dewey, che “non c’è ragione di dubitare” (non c’è ragione di dubitare…) “che Pjatakov fu realmente a Berlino” (fu realmente a Berlino, arrivò realmente a Berlino) “il 10 dicembre del 1935, per affari ufficiali del suo dipartimento”.

Pjatakov a Berlino il 10 o l’11 dicembre 1935 e tra l’altro in missione diplomatica ufficiale, non clandestina: Trotskij ormai non mise più in discussione tali fatti sicuri, come invece aveva fatto in precedenza nelle sue dichiarazioni scritte del 24 e 27 gennaio del 1937, che rientrano nelle “prove minori” contro l’esistenza del volo di Pjatakov fornite dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale fin dal gennaio del 1937.

In ogni caso abbiamo ricavato indirettamente altri due fatti sicuri, che assumeranno nel proseguimento della nostra indagine una grande importanza: Trotskij negò in un primo momento, assieme al suo difensore Goldman, l’arrivo di Pjatakov a Berlino l’11 dicembre del 1935, ma sempre Trotskij ammise in seguito che la data di arrivo di “Capelli rossi” a Berlino fosse invece il 10 dicembre del 1935.

Tornando invece rispetto alla distanza esistente tra l’aeroporto norvegese di Kjeller e Honefoss, dove alloggiava Trotskij nel dicembre del 1935, il sito internet www.woitalia.it ci informa che tra Kjeller e la stazione meteo di Honefoss-Hoyby sussiste una lontananza in linea d’aria pari a 48,9 chilometri: solo cinquanta chilometri, pertanto, separano i due luoghi in via d’esame.

Il dettaglio in oggetto risulta significativo perché la Norvegia costituisce sul piano geografico una nazione allungata e stretta, quasi come l’Italia, con una distanza di circa mille chilometri tra le sue estremità settentrionali e meridionali: ma Oslo si trova invece nel sud del paese, (l’aeroporto di Kjeller è collocato vicino a Oslo venti chilometri a nord-est della capitale norvegese) e Honefoss è situata a sua volta vicino a Kjeller, seppur spostata verso il confine orientale con la Svezia di circa cinquanta chilometri.

L’inverno norvegese è molto duro, ma un conto è viaggiare in auto per circa mille chilometri, ad esempio dall’estremo sud all’estremo nord del paese scandinavo, e un altro superare al massimo cinquanta chilometri di distanza. Se un aereo proveniente dall’estero fosse atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 – e realmente un velivolo giunse dall’estero fino all’aeroporto in oggetto durante il mese di dicembre, come si è già visto mediante le dichiarazioni rilasciate da Gulliksen e riportate nel secondo capitolo – il passeggero atterrato in loco e interessato a incontrarsi con Trotskij sarebbe stato distante solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, la cittadina nella quale allora risiedeva il leader in esilio della Quarta Internazionale.

Forniamo in ogni caso un’altra informazione. Anche nella Norvegia del 1935 esistevano e si muovevano gli autoveicoli, e altresì esistevano delle strade praticabili per le automobili e che collegavano le varie città della Norvegia, specialmente nella sua zona meridionale; quindi tra Kjeller e Honefoss, anche nel dicembre del 1935, esistevano vie di comunicazione e automobili, e cioè mezzi di collegamento terrestri che funzionavano anche nei mesi invernali, salvo nel caso di bufere di neve di eccezionale portata.

Sottolineiamo l’importanza di tale condizione logistica perché la “seconda versione”, come nel caso di Brouè, ha cercato a volte di insinuare l’impossibilità materiale del viaggio di Pjatakov anche nel suo “tratto terrestre”, ossia nella distanza che separa i due luoghi norvegesi in via di esame.

Ma rispetto alla presunta impossibilità materiale dei viaggi invernali in macchina nella Norvegia del 1935, basti pensare che proprio Brouè, nel lungo passo citato all’inizio del capitolo, ci ha informati anche sul fatto che Trotskij e i Knudsen andavano al cinema ogni settimana: anche in inverno, quindi, e non sicuramente con i pattini ma viceversa usando l’automobile, nei mesi freddi che interessavano anche la Norvegia meridionale[16].

Oppure si può altresì ricordare che Knudsen era nel 1935 un deputato del parlamento norvegese, collocato ad Oslo: doveva quindi trasferirsi da Honefoss a Oslo regolarmente e anche nei lunghi mesi invernali e non certo usando i pattini o camminando[17].

Sempre sul punto specifico in via di esame, si può far presente ai giudici-lettori che lo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey aveva sottolineato che in Norvegia in inverno “si devono mettere le catene alle ruote” degli autoveicoli, ammettendo quindi implicitamente che, seppur utilizzando le catene da neve, le auto si muovevano e si potevano spostare anche nella Norvegia del 1935[18].

E infine, come prova ulteriore e definitiva, si può utilizzare la testimonianza scritta presentata proprio da Erwin Wolf davanti alla commissione Dewey. Egli infatti notò che “Trotskij aveva lasciato Wexhall”, ossia l’abitazione dei Knudsen, “a mezzogiorno del 20 dicembre” del 1935 “in una macchina guidata da Knudsen”, ossia da Konrad Knudsen, per effettuare un’escursione alla baita di proprietà di quest’ultimo su cui ci soffermeremo a lungo tra non molto: per l’aspetto specifico ora in esame, basta solo sottolineare che Konrad Kundsen usò un’automobile il 20 dicembre del 1935 e proprio partendo da Wexhall/Honefoss, non certo dalla Libia o da Marte, e tra l’altro solo pochi giorni dopo il 12/13 dicembre 1935.

Definita una volta per tutte anche la fattibilità del trasporto automobilistico nella Norvegia meridionale durante il dicembre del 1935, vogliamo altresì sottolineare che tra l’altro la distanza da percorrere tra Honefoss e Kjeller, già di per sé limitata, si riduceva ulteriormente se per il luogo dell’incontro tra Pjatakov e Trotskij fosse stata scelta un’abitazione posta approssimativamente a metà strada tra i due punti di partenza: scendendo quindi da cinquanta a venticinque chilometri, ad esempio, rispetto a una casa collocata esattamente a metà tra i due luoghi in via d’esame. E sempre nel periodo che ci interessa, dal 10 dicembre al 13 dicembre del 1935, non risulta in alcun modo che si siano verificate bufere di neve di eccezionale portata, o di altri speciali eventi geoclimatici (terremoti/alluvioni) in grado di rendere impossibile un tragitto in macchina di poche decine di chilometri.

Ulteriore dato di fatto, già analizzato in precedenza è ormai fuori discussione: come riportato dal direttore Gulliksen nella sua sopracitata testimonianza, nel dicembre del 1935 l’aeroporto di Kjeller risultava aperto e funzionante. Affermò quindi il falso lo storico trotzkista Brouè, quando sostenne invece nel 1991 che l’aeroporto di Kjeller “era chiuso a causa della neve”, durante il mese di dicembre del 1935[19].

Altro fatto sicuro: sempre grazie a Gulliksen, sappiamo che proprio all’aeroporto di Kjeller era atterrato in Norvegia un aereo proveniente dall’estero, proprio nel dicembre del 1935. Un fatto indiscutibile e sulle cui anomale particolarità (l’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, e di cui  Gulliksen non fornì il giorno del suo atterraggio, ecc.) ci siamo già soffermati a lungo, affrontando la questione dei mezzi/opportunità rispetto al volo di Pjatakov.

Passando invece al processo di analisi dei rapporti politico-umani che sussistevano tra i principali protagonisti e osservatori degli eventi del dicembre 1935, si deve subito sottolineare che Pjatakov nel dicembre del 1935 non costituiva certo, come del resto Radek, uno dei più accaniti nemici di Trotskij, come più volte affermò invece in modo bugiardo quest’ultimo nel 1937, ma viceversa un dirigente clandestino della Quarta Internazionale in terra sovietica che faceva il doppio gioco rispetto a Stalin: si tratta della grande menzogna di Trotskij relativa alla posizione politica di Pjatakov e Radek che abbiamo già esaminato a lungo nel precedente capitolo.

Riguardo invece ai rapporti esistenti tra la famiglia Trotskij e il nucleo familiare dei Knudsen, essi vennero giudicati e definiti dallo stesso leader della Quarta Internazionale da un lato come “molto amichevoli”, ma dall’altro anche come “piuttosto silenziosi”: una visione comune del cinema una volta alla settimana, e per il resto (amichevolmente) ciascuno per sé, con la massima tutela da ambo le parti della rispettiva privacy domestica[20].

In sostanza Knudsen padre non risultava certo come un “convitato di pietra” e un ospite ingombrante, collocato stabilmente a casa dei suoi nuovi vicini, anche per la sua attività di deputato del partito laburista norvegese e di giornalista: un elemento che assumerà una certa importanza, quando esamineremo via via i presunti alibi di Trotskij rispetto al 12 e 13 dicembre del 1935.

Fin qui i fatti sicuri: poi, da parte degli accusati del processo di Mosca del gennaio 1937 – a partire ovviamente dal superteste Pjatakov – sono poi emersi altri elementi invece contestati con assoluto vigore, perché ritenute pure invenzioni e semplice mitologia stalinista, da parte della “seconda versione”. Tra di essi, i principali sono che:

  • Radek e soprattutto Pjatakov si opposero nel dicembre del 1935 alla decisione di Trotskij di cercare un’alleanza tattica con i nazisti in funzione antistalinista, visto che quando gli fu comunicato da Trotskij che tale disegno era ormai diventato realtà, essi decisero un incontro di emergenza con il loro leader;
  • Trotskij acconsenti a tale incontro, attivando proprio i suoi canali con i nazisti e approfittando proprio della prevista visita di Pjatakov a Berlino, prevista per l’11 dicembre del 1935;
  • l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, in segreto un militante trotzkista, mentre da parte nazista venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav”;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con Stirner, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner e venne deciso il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo dopo circa tre ore e senza fare alcun scalo attorno alle 15,00 del pomeriggio, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto di Kjeller e verso Berlino.

Ora, tale descrizione degli eventi (reali o presunti) del dicembre 1935 non può per il momento essere ancora presa in esame perché si basa sulle confessioni-testimonianze degli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, di cui deve essere ancora verificato il grado concreto di affidabilità: ma attraverso tutta una serie di fatti inoppugnabili siamo venuti in ogni caso a conoscenza di molti fattori favorevoli sia all’attuazione del volo in via d’esame che alla sua segretezza, e a questo punto vogliamo solo risottolineare, per un surplus di prudenza espositiva, su una questione già analizzata in precedenza.

Per attuare senza farsi scoprire il colloquio segreto tra Pjatakov e Trotskij, risultava infatti necessario che quest’ultimo non fosse sottoposto in Norvegia e nel dicembre del 1935 a un controllo poliziesco permanente, con agenti norvegesi alla porta della casa in cui egli era ospitato: in presenza di un’eventuale sorveglianza statale, l’incontro segreto tra Pjatakov e Trotskij sarebbe diventata subito molto pericoloso per entrambi anche in caso di una eventuale complicità delle guardie statali e del governo norvegese, dato che persino dei poliziotti compiacenti si trasformano inevitabilmente in un fattore di rischio e in potenziali testimoni subito dopo se non già durante un incontro clandestino.

Nel dicembre del 1935 Trotskij era sottoposto a tale controllo statale? Si è già notato che la risposta risulta sicuramente negativa, come emerge anche dalla sopracitata descrizione dello storico trotskista Brouè sul “soggiorno norvegese”. Egli infatti notò che in tale paese, fino all’agosto del 1936 e quindi anche e soprattutto nel dicembre del 1935 che ci interessa, Trotskij “vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia” (la sua prima sede di esiliato dall’URSS) “ma senza guardia del corpo… Ancor più, la porta di casa resta aperta, giorno e notte. L’accoglienza ufficiale” (del governo norvegese, dal marzo del 1935 composto solo dai laburisti/socialdemocratici) “è stata abbastanza favorevole. L’organo del partito al potere, l’Arbeiderbladet”, scrive che il popolo norvegese è onorato della presenza di Trotskij nel paese, e che qualsiasi popolo democratico dovrebbe considerare un gradito dovere il dargli asilo”[21].

Non solo Trotskij nel 1935 risultava un ospite “onorato” dal governo laburista norvegese, ma egli si era altresì accordato con le autorità statali del paese in modo tale che a lui e a sua moglie non sarebbe stata “garantita la loro sicurezza personale più che quella di qualsiasi altro straniero”: quindi nessun poliziotto norvegese stazionava davanti alla porta di casa di Trotskij a Honefoss, in estrema sintesi, come del resto nessuna guardia del corpo personale di quest’ultimo.

Avvocato del diavolo: “in ogni caso, sempre restando sul piano logistico, non era assolutamente possibile per Pjatakov tornare in giornata dalla Norvegia all’ambasciata sovietica a Berlino, e quasi due giorni di assenza dalla capitale tedesca risultavano sicuramente un periodo troppo lungo di lontananza dagli altri funzionari sovietici: si è quindi in presenza di un gravissimo problema logistico/cospirativo, che rendeva impossibile per Pjatakov compiere il suo viaggio di andata e ritorno dalla Norvegia senza essere subito scoperto dal personale sovietico operante a Berlino e fedele a Stalin. Addio per sempre, fattore segretezza”.

Al contrario: sempre analizzando il solo fattore logistico, Cenerentola-Pjatakov poteva tornare all’ambasciata sovietica persino entro la mezzanotte del giorno stesso del suo viaggio, tra l’altro con un modesto margine di tempo di tolleranza.

Si è già ricordato in precedenza che i piloti tedeschi erano allenati fin dal 1931 rispetto al volo strumentale e quindi notturno, risultando quindi perfettamente in grado di viaggiare con il buio alla fine del 1935, mentre Pjatakov a sua volta aveva dichiarato che il tragitto dall’aeroporto di Kjeller fino al punto di incontro con Trotskij era durato circa trenta minuti (Honefoss dista meno di cinquanta chilometri da Kjeller, e dimostreremo in seguito che Pjatakov non arrivò mai fino alla casa abitata dai Knudsen/Trotskij) e che il suo volo di andata da Berlino verso la Norvegia era durato circa tre ore, senza compiere alcuno scalo intermedio.

La ricostruzione logistica della cronologia degli eventi nel pomeriggio del 12 o 13 dicembre del 1935 risulta quindi la seguente:

  • Pjatakov si incontrò vicino a Honefoss con Trotskij, attorno alle ore 15,30.
  • Il loro colloquio durò circa due ore, e quindi fino alle 18,00.
  • Pjatakov ritornò in auto a Kjeller, dovendo impiegare a tal fine circa mezz’ora[22].
  • L’aereo che lo aspettava partì quindi da Kjeller verso le 18,30, con un pilota addestato al volo notturno.
  • Dopo circa quattro ore di volo, Pjatakov giunse a Berlino e all’aeroporto di Tempelhof al massimo attorno alle 23,00 di notte.
  • In auto e a quell’ora, Pjatakov impiegò al massimo mezz’ora per raggiungere l’ambasciata sovietica sull’Unter den Linden, per sua fortuna lontana solo circa sette chilometri da Tempelhof: siamo arrivati quindi alle 23,30.

Persino scontando mezz’ora di tempo per piccoli inconvenienti, Cenerentola-Pjatakov poteva quindi ritornare entro mezzanotte a Berlino e all’ambasciata sovietica: pertanto egli doveva inevitabilmente pagare il prezzo e correre il rischio concreto di allontanarsi da Berlino – e dal personale sovietico operante a Berlino – approssimativamente dalle 10,00 di mattina fino allo scadere della giornata, ma non invece quello – assai più grave – di rientrare nell’ambasciata sovietica solo la mattina seguente alla sua partenza per Kjeller, utilizzando a tal fine il comodo aeroporto di Tempelhof. Va da sé, in ogni caso, che Pjatakov nel 1935 non risultava certo una povera e anonima “Cenerentola”, ma viceversa il potente viceministro dell’industria pesante sovietica e quindi una personalità politica in grado di tornare, almeno per una volta, nell’ambasciata sull’Unter den Linden anche a notte inoltrata e dopo le 24,00, adducendo ad esempio la facile scusa di una cena di lavoro con i tedeschi prolungatasi eccessivamente.

Avvocato del diavolo: “siete sicuri che Pjatakov alloggiasse davvero nell’ambasciata sovietica, durante la sua missione diplomatica a Berlino?”

La regola e il protocollo sovietico prevedevano che tutto il personale diplomatico, ivi compreso quello in missione temporanea all’estero alloggiasse dentro le mura dell’ambasciata e del consolato sovietico del paese straniero, per evidenti ragioni sia di sicurezza che di controllo interno: ma anche se Pjatakov fosse stato esentato misteriosamente da tale obbligo nel dicembre del 1935, tale eccezione gli avrebbe solo reso più facile e meno rischioso per lui compiere il suo viaggio clandestino, rendendolo al suo ritorno meno vulnerabile rispetto ai pericolosi e indiscreti “occhi” del personale sovietico  realmente fedele a Stalin e che operava allora a Berlino.

Fino a questo punto siamo venuti via via a conoscenza di un insieme di condizioni materiali propizie per l’attuazione concreta e per la segretezza del volo/colloquio clandestino di Pjatakov, e più precisamente di un contesto generale di natura logistica quasi irripetibile a loro favore, a partire dall’anello centrale costituito dalla presenza prolungata e legale di Pjatakov all’estero nel dicembre del 1935: ma non abbiamo ancora affrontato un altro elemento importante, e cioè il “fattore umano”.

Non ci riferiamo in questo caso all’indispensabile ritorno di Pjatakov nelle file trotzkiste, elemento politico fondamentale su cui ci siamo già soffermati a lungo in precedenza, quanto piuttosto al grado effettivo di competenza cospirativa di Trotskij.

Infatti un’altra questione da affrontare rispetto alle precondizioni per l’esistenza del viaggio segreto di Pjatakov è accertare se Trotskij, l’organizzatore principale del volo/colloquio segreto del dicembre del 1935, non fosse solo una persona intelligente e astuta, ma allo stesso tempo anche un “professionista” ed un esperto dell’attività clandestina: ivi compresa non solo l’arte sottile del depistaggio, dell’inganno e della capacità di creare menzogne e coperture efficaci per le attività segrete, ma anche la capacità di prevedere e di ridurre al minimo i possibili rischi, pericoli e imprevisti, anticipando le reazioni altrui e qualunque possibile variante all’interno di un piano d’azione teso ad ottenere un determinato fine, nel nostro caso un rischioso volo da Berlino a Kjeller con annesso ritorno.

Ora, che Trotskij fosse una persona come minimo molto intelligente e astuta, ivi compreso nel 1935, cioè nell’anno che ci interessa, non può essere certo messo in dubbio: ma egli rientrava anche nella categoria dei “professionisti” delle attività clandestine, oppure era un semplice dilettante e un politico sprovveduto e incapace in questo particolare settore della pratica sociale umana?

La risposta risulta chiara, visto che Trotskij nel 1935 – ma anche nel 1925 e ancor prima, come vedremo tra poco – costituiva un collaudato cospiratore e un esperto di spionaggio e di controspionaggio, oltre che un dirigente politico già di per sé molto intelligente e sagace.

Avvocato del diavolo: “servono le prove, per questa vostra impegnativa affermazione”.

Come al solito ce le fornisce Trotskij stesso, in un suo scritto del gennaio del 1940 intitolato “Il memoriale Tanaka”, facendo riferimento diretto ad attività di carattere diciamo “particolari” da lui svolte già nel 1918/1924 e nel 1925. Con tale scritto del 1940, e quindi per aperta ammissione dello stesso leader in esilio della Quarta Internazionale, lo stesso Trotskij si presentò infatti in prima persona e a ragion veduta come un esperto di spionaggio, almeno a partire dal 1918; come un professionista nelle attività politiche clandestine, a partire dal 1898/1902, oltre che in qualità di un abile esperto anche in materia di trucchi diversivi, e nel campo dell’inganno e della disinformazione politica.

Il piano Tanaka non era altro che un documento preparato dal dirigente nipponico Tanaka Giichi verso il 1925, nel quale uno dei leader politici dell’imperialismo giapponese di quella fase storica indicò un processo a tappe per la conquista della zona della Manciuria nel nord-est della Cina, che avrebbe dovuto essere seguita dall’espansione egemonica giapponese nel resto della Cina; egli inoltre individuò degli ulteriori target del colonialismo del Sol Levante nell’Indonesia, nelle isole del sud Pacifico (Filippine in testa) e nella zona orientale dell’Urss, ponendo poi come obiettivo massimo la creazione di un’egemonia nipponica sull’intero Pacifico e sulla stessa India, allora controllata dall’imperialismo inglese[23].

Nel suo scritto del 1940, Trotskij notò che dopo la seconda metà del 1925 “il memoriale Tanaka fu per la prima volta fotografato a Tokio” (da spie sovietiche) “al Ministero degli Affari Navali e portato a Mosca, Io” (Trotskij) “forse fui la prima persona a venire a conoscenza del documento nella trascrizione inglese e russa del testo giapponese.”, anche se allora la strategia a lungo termine elaborata da Tanaka era ancora in via di discussione nei circoli più aggressivi di Tokyo.

L’autenticità del documento è stata messa in dubbio da alcuni storici dopo il 1949, ma non è questo il punto centrale per il nostro “giallo” storico in via d’esposizione, mentre invece ci interessano moltissimo le rilevazioni effettuate da Trotskij nel gennaio del 1940, in uno scritto destinato alla pubblicazione, rispetto alle sue stesse capacità cospirative e alla sua esperienza diretta di dirigente e supervisore del servizio segreto militare sovietico, dal 1918 al 1924: un efficiente struttura spionistica fondata da Lenin nel 1918 e che coesisteva allora con la GPU, acronimo che a sua volta indicava la polizia non-militare e civile del neonato potere sovietico.

Ad un certo punto dello scritto del 1940, Trotskij notò infatti che “il servizio militare di intelligence” (conosciuto in URSS sotto l’acronimo di GRU, e fondato nel 1918) ricadeva “sotto una duplice giurisdizione: era soggetto da un lato al Dipartimento della Guerra” (ministero sovietico a cui faceva capo l’Armata Rossa e guidato proprio da Trotskij, da poco dopo la sua fondazione fino al termine del 1924) “e dall’altro alla GPU… L’intelligence militare” proseguì Trotskij, “era guidata da Berzin, un vecchio bolscevico lettone. Io non ero strettamente legato con l’organizzazione della nostra agenzia” (dei servizi militari sovietici) “in Giappone, essendo poco interessato agli aspetti tecnici della questione, dato che ero interessato solo alle questioni di grande importanza militare e politica”[24].

In estrema sintesi, Trotskij ci informò nel 1940 che per circa sette anni e fin dal 1918 egli risultava uno dei due responsabili diretti, uno dei due supervisori dei servizi militari sovietici, avendo pertanto accumulato almeno un minimo di esperienza in fatto di spionaggio ed essendo stato, dal 1918 al 1924, uno dei due leader di una delle più efficienti agenzie di intelligence dell’intero pianeta.

In secondo luogo, Trotskij nel 1940 ci ragguagliò che “i successi di cui l’Intelligence straniera sovietica a quel tempo” (1918/1925) “non erano in ogni caso accidentali. Il partito” (il partito bolscevico del 1917/1925) “aveva a sua disposizione non poche persone che erano passate attraverso una seria scuola di cospirazione” (contro lo zarismo) “e che erano ben a conoscenza di tutti i metodi e i sotterfugi della polizia e del controspionaggio”; tra queste “non poche persone” vi era anche Trotskij, ovviamente.

Ma non solo: sempre nel suo scritto del 1940 sul piano Tanaka, Trotskij stesso sottolineò con legittimo orgoglio di aver dimostrato in quel caso specifico una notevole capacità nell’arte sottile della disinformazione, durante le discussioni verificatesi all’interno del nucleo dirigente sovietico rispetto a come utilizzare al meglio le informazioni ricevute rispetto in merito al disegno a lungo termine dell’imperialismo nipponico.

Trotskij infatti espose, durante una riunione del Politburo sovietico del 1925, un progetto per la divulgazione del piano Tanaka di carattere sicuramente astuto e molto sottile: egli infatti sottolineò allora (e ricordò nel 1940) che “era necessario pubblicare il documento all’estero, ed evitare qualunque collegamento tra il documento” (di Tanaka) “e Mosca, senza attenuare in tal modo i suoi effetti, senza far sorgere sfiducia, senza compromettere gli agenti della GPU in Giappone. Ma dove? Il posto della pubblicazione letteralmente si offriva da sé, e cioè agli Stati Uniti”[25].

Siamo quindi in presenza di un disegno e di una tattica diversiva molto astuta ed efficace elaborata da Trotskij, che fu in seguito applicato concretamente dalla dirigenza sovietica di quel periodo.

Seguendo le orme di Sun Tzu, un grande teorico cinese della scienza politica e militare dell’era precristiana, nel 1925 Trotskij fece pertanto una proposta intelligente di disinformazione e di “deception”, al fine di ottenere il massimo risultato possibile per il potere sovietico. Nel 1925 come nel 1935 e nel 1940, egli era pertanto un “professionista” di alto livello e un abile esperto nell’arte dell’inganno e dello spionaggio/controspionaggio: in altri termini, Trotskij costituiva sicuramente un’uomo in grado di organizzare al meglio e di cercare di nascondere nel miglior modo possibile il volo e il colloquio clandestino di Pjatakov nel dicembre 1935.

L’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto, per massimizzare le opportunità e minimizzare i rischi; per utilizzare al meglio i vantaggi allora offerti dalla situazione concreta (Pjatakov a Berlino, in una missione diplomatica ufficiale e prolungata vicino alla zona meridionale della Norvegia, ecc.), oltre che per massimizzare nel miglior modo possibile il livello di segretezza dell’incontro, attraverso l’azione delle abili “talpe” trotzkiste già operanti tra il personale sovietico a Berlino (Bessonov, ecc.), una minuziosa attenzione ai dettagli operativi, logistici e materiali e una parallela, abile azione di disinformazione/copertura, a partire dalla sua presunta “malattia” del dicembre del 1935.

Sempre sul piano dell’innegabile “professionalità” clandestina del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale, va inoltre risottolineato che, sempre nello scritto del 1940, Trotskij notò che “essi” (i bolscevichi) “portarono nel loro lavoro” (di spionaggio) “un’esperienza internazionale, essendo stati molti di loro emigrati in vari paesi e possedendo un’ampia visione politica[26]”.

E’ sottinteso nel testo che uno tra tali “esperti-emigranti” con “un’ampia visione politica” era lo stesso Trotskij; e quest’ultimo, già nel 1897, era stato realmente uno dei fondatori di un organizzazione rivoluzionaria antizarista di matrice populista, venendo arrestato nel gennaio del 1898 e risultando pertanto a lungo impegnato nell’«università» della prigione e dell’esilio, tanto da venire quasi per forza di cose a conoscenza “di tutti i rimedi e i sotterfugi della polizia e del controspionaggio” dal 1897 fino al 1917, per usare le sue stesse parole[27].

Un’ulteriore conferma del livello come minimo discreto di “professionalità” cospirativa ormai raggiunta, tra l’altro, già nel 1926/27, dall’opposizione trotzkista, ci viene fornita anche da Brouè quando egli descrisse l’attività segreta svolta dalla sopracitata opposizione di sinistra del 1926/27, che comprendeva al suo interno trotzkisti e zinovievisti uniti in un’instabile blocco e in un precario fronte unico diretto contro il nucleo dirigente stalinista. Dopo aver ricordato molti degli esponenti principali dell’opposizione di sinistra, ivi compresi Zinoviev e Muralov/Preobrazenskij da parte trotzkista, Brouè notò con legittima ammirazione che “questi vecchi rivoluzionari” (i membri dell’opposizione antistalinista del 1926/27) “non hanno dimenticato le esperienze d’illegalità e di lavoro clandestino acquisite negli anni di lotta contro il regime zarista. Ne applicano ora le regole nelle comunicazioni tra loro, nei contatti, nei viaggi, nella distribuzione del materiale di propaganda, tutte cose che, a quanto pare, si svolgono in un primo tempo con la copertura dell’apparato Internazionale, con precauzioni di tipo “cospirativo”. Le riunioni, che non possono ovviamente tenersi nei locali del partito, hanno luogo in case operaie, mentre le vere e proprie assemblee si convocano, come ai tempi dello zarismo, nei boschi, come si trattasse di scampagnate”[28].

Siamo quindi in presenza di un’innegabile abilità “professionale” via via espressa dagli antistalinisti-comunisti nel lavoro clandestino, nella conoscenza e utilizzo delle particolari “regole” delle comunicazioni e contatti segreti, nelle “precauzioni di tipo cospirativo” (Brouè) e anche nel loro continuo tentativo di depistare e ingannare l’apparato stalinista, valendosi a tale scopo anche “della copertura dell’apparato dell’Internazionale” comunista di quel tempo (sempre Brouè) e utilizzando pertanto in modo astuto i mezzi offerti dalla macchina statale sovietica proprio contro il nucleo dirigente stalinista. Già nel 1926/27, per non parlare poi del periodo di completa illegalità compreso tra il 1928 ed il 1936, tali risultavano le caratteristiche, le capacità concrete e le astute matrici d’azione del movimento trotzkista, in un biennio nel quale tra l’altro la sua attività politico-organizzativa risultava ancora almeno in parte semilegale e (a stento) tollerata dalla direzione sovietica, in quel periodo ancora comprendente al suo interno Bucharin e la sua corrente politica.

Le ormai acquisite competenze e la particolare forma di professionalità nelle “precauzioni di tipo cospirativo” (Brouè) non scomparvero sicuramente negli anni compresi tra il 1928 e il 1935, ma come minimo esse si riprodussero invariate in quella fase storica a causa dell’illegalità totale in cui si trovava ormai immerso l’underground trotzkista, nell’URSS della prima metà degli anni Trenta. La ricevuta della lettera spedita in segreto da Trotskij a Radek all’inizio del 1932 costituisce solo uno dei molti esempi disponibili in tal senso, visto che in un pezzo sopracitato sempre Brouè aveva ammesso che alla fine del 1932 E. A. Holzman – proprio uno dei protagonisti della vicenda dell’Hotel Bristol di Copenaghen, a cui si è accennato nella prefazione riportando le tesi inoppugnabili di S.E. Holmström – si “fa prendere” (dalla polizia sovietica) “mentre porta nel doppio fondo della valigia, la “lettera aperta” ai dirigenti dell’URSS che Trotskij ha scritto dopo essere stato privato della nazionalità sovietica”[29].

Abbiamo dunque le prove dell’utilizzo di “valigie a doppio fondo”, corrieri (Holzman, nel caso specifico) clandestini, lettere e materiali elaborati da Trotskij e fatti passare in segreto dall’estero in Unione Sovietica (con alterno successo, certo). I “professionisti” trotzkisti dell’azione clandestina, “coperta” e doppiogiochista (nel caso specifico, anche Holzman nel 1932 risultava almeno ufficialmente un funzionario statale sovietico, apparentemente fedele a Stalin come Radek e Pjatakov) svolgevano quindi con una certa abilità  la loro attività segreta anche nell’URSS stalinista dell’inizio degli anni Trenta, essendo in possesso di un buon livello di competenze specifiche rispetto al lavoro illegale: come del resto il loro leader in esilio, e cioè l’abile, intelligente ed esperto cospiratore di nome Trotskij.

L’ultima, ma non certo per importanza, condizione per la fattibilità/segretezza dell’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij risulta di natura strettamente politica: serviva infatti la presenza in Germania di un governo antistalinista che, nel 1935, esprimesse una strategia e una pratica politica ostile nei confronti dell’Unione Sovietica di quel periodo.

Nel 1935 il regime hitleriano corrispondeva a tale profilo politico?

La risposta a tale interrogativo risulta sicuramente positiva, considerando sia l’atteggiamento generale dei dirigenti nazisti verso la Russia, da loro valutata come la principale “preda” a disposizione per l’imperialismo tedesco, che le dichiarazioni apertamente antistaliniste espresse sia da Hitler che da Goebbels nel settembre del 1935, solo tre mesi prima del mese che più ci interessa per la nostra indagine storica.

Partiamo innanzitutto dall’analisi dell’atteggiamento bellicoso e intransigente espresso dai nazisti contro la Russia, i popoli slavi in generale e l’Unione Sovietica in particolare.

Fin dal 1925 e con il suo famigerato Mein Kampf, Adolf Hitler aveva infatti sottolineato la necessità vitale per la Germania e l’imperialismo tedesco di procurarsi con la forza un suo spazio vitale, un “lebensbraum” e una sfera coloniale posizionata principalmente nell’Europa dell’est e nella zona russa.

Secondo Hitler, infatti, “se si volevano territori in Europa” (da conquistare, a favore della Germania) “ciò non poteva avvenire che a spese della Russia, perciò il nuovo Reich avrebbe dovuto riprendere la marcia degli antichi cavalieri dell’Ordine” (dei Templari) “per aprire con la spada la strada dell’aratro, e dare così alla Nazione” (alla Germania del futuro Terzo Reich) “il suo pane quotidiano[30]”.

Aprire “con la spada”, con la violenza e con l’uso della forza i “territori” della Russia, per creare a oriente l’ambito “lebensbraum” e la sfera coloniale tanto desiderata dai nazisti e dalla frazione più reazionaria e aggressiva dell’imperialismo tedesco, costituiva pertanto lo strumento apertamente scelto e selezionato dai nazisti nei confronti del “bolscevismo giudaico” e della “razza inferiore” slava-russa, nel 1925 come nel 1935.

Per quanto riguarda l’Unione Sovietica e il comunismo mondiale, che nel 1925 avevano ormai come loro leader Stalin, il genocida Adolf Hitler notò esplicitamente nel Mein Kampf del 1925 che “già negli anni del 1913-14, io cominciai a esprimere in diversi circoli, oggi fedeli alla causa nazionalsocialista,  il pensiero che la questione del futuro tedesco ruotava attorno alla distruzione del marxismo”; per il caporione nazista proprio quest’ultimo, “tipica creazione ebraica”, aveva come fine ultimo una “soluzione destinata ad annientare l’esistenza di libere nazioni sulla terra”.

Secondo Hitler il marxismo non risultava altro che “l’aborto di un cervello criminale”, verso cui a suo avviso non potevano aderire “i galantuomini e le persone veramente intelligenti” ma viceversa solo “tutti i mediocri o ignoranti o spostati”: evidentemente proprio l’emarginato e “spostato” Adolf Hitler, un mediocre pittore prima del 1914, costituì l’eccezione a tale particolare analisi e regola nazista…

Non erano certo affermazioni isolate e prive di significato, visto che nel settembre del 1935 proprio il famigerato Joseph Goebbels, alto gerarca e ministro della propaganda nazista, in suo discorso pubblico al raduno di Norimberga del partito nazista affermò esplicitamente che il comunismo costituiva un’ideologia antiumana e l’URSS stalinista un vero e proprio “inferno” sulla terra[31].

Siamo nel settembre del 1935, e solo tre mesi prima di quel mese di dicembre del 1935 che ci interessa da vicino: risulta quindi assai interessante esaminare anche il discorso di Goebbels, che raggiunse delle punte sfrenate sia di anticomunismo che di antistalinismo.

Riferendosi infatti all’Unione Sovietica stalinista del 1928-35, l’astuto e intelligente Goebbels utilizzò tutta la sua demagogia di più basso livello notando innanzitutto che “il bolscevismo non è solamente antiborghese: è contro la stessa civilizzazione umana” (quella di Auschwitz e del colonialismo, per intenderci).

Goebbels inoltre derise “il Paradiso dei lavoratori e dei contadini” (l’URSS), notando che in esso e nel 1935 vi si trovavano “milioni di lavoratori con salari da fame in modo non pensabile nell’Europa occidentale” (dove invece, nel 1935, decine di milioni di disoccupati non avevano né lavoro né salari, ma solo fame), “milioni di afflitti e addolorati contadini a cui è stata rubata la loro terra, che è stata completamente rovinata dallo stupido esperimento di un collettivismo paralizzante, carestia che chiama milioni di vittime anno per anno […]”. Sotto questo aspetto Goebbels inoltre notò che “la reale verità” (verità e Goebbels risultano termini quasi sempre inconciliabili) è che nell’URSS del 1935 “una condizione di disordine commerciale esiste attraverso il paese e un collasso industriale che supera ogni descrizione” (proprio mentre l’URSS quasi raddoppiava in soli cinque anni, dal 1933 al 1937, la sua produzione industriale).

In qualità di uno dei principali leader di un regime politico che sosteneva il predominio e lo sfruttamento feroce dei monopoli e delle banche tedesche anche contro i lavoratori del loro paese, Goebbels ebbe altresì la faccia tosta di affermare che “la terra senza disoccupazione” sovietica del 1935 “conteneva centinaia di migliaia e anche milioni“ (perché non miliardi, a questo punto?) “di mendicanti e di bambini senza casa”, con “milioni di ragazzi abbandonati, esistenza del lavoro minorile e anche la pena di morte per i ragazzi”, notando altresì che nella “Russia stessa” stalinista “c’è una violenta differenziazione tra le caste privilegiate e quelle derelitte”.

Goebbels dipinse poi Stalin come un bandito e un feroce rapinatore di banche, notando che “nell’estate del 1907 Stalin guidò il famigerato attacco di bombe a Tiflis contro un trasporto di denaro della Banca Statale. Trenta persone caddero vittime dell’attacco. I 250.000 rubli che furono rubati dal trasporto, vennero mandati a Lenin, che allora stava in Svizzera. Essi furono messi a disposizione per i fini rivoluzionari”; e altresì accusò Stalin di volere la rivoluzione mondiale, notando testualmente che “il bolscevismo è il nemico dichiarato di tutte le nazioni e di tutte le religioni e di tutta la civilizzazione umana… Stalin stesso ha affermato, presso l’organo del Commissariato alla Guerra, “La Stella Rossa” del gennaio del 1935, che “sotto la bandiera di Lenin della rivoluzione proletaria, noi trionferemo nell’intero mondo”.

Dopo aver accusato Stalin anche di avere inserito nel suo gruppo dirigente dei noti ebrei come Lazar Kaganovic, “il braccio destro di Stalin” (Kaganovic era realmente un ebreo, oltre che membro del Politburo del partito bolscevico del 1930), Goebbels denunciò inoltre Stalin per avere “oggi” (nel 1935) “concluso un patto militare con Parigi e Praga”, con la Francia e la Cecoslovacchia, notando che “i Soviet sono entrati in precedenza nella diffamata Lega delle Nazioni” (l’antecedente dell’ONU attuale) “che essi usavano definire come La Lega dei ladri”.

Dopo aver dato a Stalin una salutare lezione di coerenza politica, Goebbels nel 1935 dimostrò nuovamente il suo presunto spirito “rivoluzionario” definendo il regime stalinista come il “peggiore genere di capitalismo che può essere immaginato”: egli infatti affermò che “questo vangelo sull’emancipazione del proletariato dal giogo del capitalismo è il peggiore e più brutale genere di capitalismo che può essere immaginato” (l’IG Farben capitalista, che faceva lavorare fino alla morte i prigionieri ad Auschwitz, rappresentava evidentemente per l’astuto Goebbels il modello ideale di “capitalismo dal volto umano”…).

Di fronte all’orrore viscerale che suscitava nei nazisti sia il comunismo che l’URSS stalinista, Goebbels notò quindi alla fine del suo abietto discorso che “il nostro Fuhrer”, ossia Adolf Hitler, “ci ha insegnato non solo a riconoscere il Bolscevismo come il più grande nemico del mondo, ma anche ad affrontarlo faccia a faccia e a schiacciarlo”, preparando il popolo tedesco a unirsi “sotto le nuove bandiere” naziste “nella più decisiva battaglia che la storia del mondo ha sperimentato”. Quella seconda guerra mondiale e quella “decisiva battaglia” che vedrà la vittoriosa Armata Rossa stalinista entrare a Berlino, e il “civilizzato” dottor Goebbels invece uccidere, con l’aiuto di una sua moglie, i suoi sei figli minorenni il primo maggio del 1945, poco prima di suicidarsi assieme alla sua moglie-mostro e di liberare finalmente il pianeta dalla loro orrenda presenza.

In ogni caso siamo ormai venuti a conoscenza che il gerarca nazista Goebbels non ebbe alcun problema nel settembre del 1935 e in pubblico, a descrivere Stalin come un “rapinatore di banche”, divenuto capo di un partito e di un Politburo nel quale giocava un ruolo importante un noto ebreo come Kaganovich: stiamo quindi esaminando un testo e un discorso del 1935 contraddistinto da un rabbioso ed esplicito antistalinismo, oltre che da una intelligente demagogia “di sinistra” rivolta contro “il peggior genere di capitalismo che può essere immaginato” – quello stalinista, per l’appunto – e contro la politica internazionale di ricerca di alleanze dell’URSS stalinista “con Parigi e Praga”.

Avvocato del diavolo: “ma davvero si può immaginare che i nazisti, ferocemente antisemiti oltre che anticomunisti, fossero disposti nel 1933-36 ad appoggiare l’azione in Germania e all’estero di una formazione politica guidata da un celebre ebreo come Trotskij, e composto in buona parte da militanti ebrei?”.

Approfondiremo meglio in seguito tale questione, ma già ora si può notare che i nazisti, sicuramente e ferocemente antisemiti, almeno nel periodo compreso tra il 1933  e il 1938 collaborarono attivamente con la sezione di ebrei che costituiva allora il movimento sionista tedesco: può forse sembrare incredibile, ma dopo il giugno del 1933, ossia a distanza di pochi mesi dall’ascesa al potere di Hitler e fino al 1938, l’unica organizzazione politica legale e ammessa nella Germania fascista – oltre al partito hitleriano – risultava proprio quella sionista, che a sua volta appoggiò con poche riserve il regime nazista pur avendo ben chiaro che si trattava di un “governo fondamentalmente ostile agli ebrei”, tedeschi e di tutto il mondo.

Come ha notato lo storico Mark Webber, nel giugno del 1933 e alcuni mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere la Federazione Sionista della Germania, allora il principale gruppo sionista nel paese, sottopose un dettagliato memorandum al nuovo governo che rivide le relazioni germanico-ebree e formalmente offrì il supporto sionista nel risolvere la irritante “questione ebraica”.

Il primo passo, suggeriva, doveva essere un franco riconoscimento delle differenze nazionali fondamentali:

“Il Sionismo non ha illusioni in merito alla difficoltà della condizione ebrea, che consiste soprattutto in uno schema abnorme di occupazione e nell’errore di una postura morale e intellettuale radicata nella propria tradizione. Decenni fa il Sionismo riconobbe che si sarebbero potuti vedere sintomi di deterioramento come risultato della tendenza all’assimilazionismo…”.

Il Sionismo crede che la rinascita della vita nazionale di un popolo, cosa che ora sta accadendo in Germania attraverso l’enfasi sul suo carattere cristiano e nazionale, debba anche verificarsi nel gruppo nazionale ebreo.

Poiché anche per il popolo ebreo, l’origine nazionale, la religione, il destino comune ed il senso della sua unicità, devono essere di decisiva importanza nel forgiare la sua esistenza. Questo significa che l’individualismo egoista dell’era liberale deve essere superato e sostituito da un senso di comunità e di responsabilità collettiva…

Crediamo che sia precisamente la nuova Germania [Nazionalsocialista] che, attraverso una coraggiosa risolutezza nel trattare la questione ebrea, possa fare un passo decisivo verso il superamento di un problema che, in verità, più parte dei popoli europei dovrà trattare …

Il nostro riconoscimento di nazionalità ebrea procura una relazione chiara e sincera col popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali.

Precisamente perché non vogliamo falsificare questi fondamenti, perché anche noi siamo contro il matrimonio misto, e siamo per mantenere la purezza del gruppo ebreo e respingiamo ogni trasgressione nel dominio culturale; noi – essendo stati cresciuti nella cultura e lingua tedesche – possiamo mostrare un interesse nelle opere e nei valori della cultura tedesca con ammirazione e solidarietà interna.

Se per i suoi scopi pratici, il sionismo spera d’essere in grado di guadagnarsi la collaborazione persino di un governo fondamentalmente ostile agli ebrei, perché nel trattare la questione ebrea non sono implicati dei sentimentalismi ma un problema reale, la cui soluzione interessa tutte le persone e al presente soprattutto i tedeschi”.

Mark Webber ha notato giustamente, a proposito dell’allucinante memorandum sionista del giugno 1933, che proprio sulla base delle loro ideologie simili sull’etnicità e nazionalità, i nazionalsocialisti e i sionisti lavorarono insieme per ciò che ciascun gruppo credeva fosse nel proprio interesse nazionale. Come risultato, il governo di Hitler sostenne vigorosamente il sionismo e l’emigrazione ebrea in Palestina dal 1933 fino al 1940-41, quando la seconda guerra mondiale impedì una vasta collaborazione.

Perfino quando il Terzo Reich divenne più trincerato, molti ebrei tedeschi, probabilmente la maggioranza, continuarono a considerarsi, spesso con considerevole orgoglio, prima di tutto tedeschi.

Pochi erano entusiasti di strapparsi le radici e iniziare una nuova vita nella lontana Palestina: tuttavia sempre più ebrei tedeschi divennero sionisti durante questo periodo.

Fino a fine 1938, il movimento sionista fiorì in Germania e sotto Hitler. Jüdische Rundschau – il bisettimanale della Federazione Sionista – aumentò considerevolmente. Si pubblicarono molti libri sionisti e l’opera sionista dilagava in Germania in quegli anni, nota la Encyclopaedia Judaica.

Un congresso sionista tenutosi a Berlino nel 1936 rispecchiava “nella sua composizione, l’energica vita pratica dei Sionisti tedeschi”.

Webber aggiunse che proprio “le SS erano particolarmente entusiaste nel sostenere il sionismo. Un documento interno delle SS del giugno 1934 incalzava un sostegno attivo ed ampio al sionismo da parte del governo e del partito come miglior modo per incoraggiare l’emigrazione degli ebrei della Germania verso la Palestina: tutto ciò avrebbe aumentato l’autoconsapevolezza ebrea.

L’ufficiale SS Leopold von Mildenstein e l’ufficiale della Federazione Sionista Kurt Tuchler fecero insieme un giro di sei mesi in Palestina, per fare degli accertamenti per uno sviluppo sionista in tal luogo.

Sulla base di queste osservazioni di prima mano, von Mildenstein scrisse una serie di dodici articoli illustrati per l’importante quotidiano berlinese “Der Angriff”, che apparvero alla fine del 1934 sotto il titolo di “Viaggi nazisti in Palestina”: la serie espresse grande ammirazione per lo spirito pionieristico e per le conquiste dei coloni ebrei.

L’autosviluppo sionista, scrisse von Mildenstein, aveva prodotto un novo tipo di Ebreo. Questo lodava il Sionismo come un grande beneficio sia per gli Ebrei che per il mondo intero.

Una patria ebrea in Palestina, scrisse nel suo articolo conclusivo, “indicava la via per curare una ferita vecchia di secoli sul corpo del mondo: la questione ebraica”.

Le sorprese offerte dall’atteggiamento tenuto nel 1933-38 dalla Germania nazista nei confronti del sionismo tedesco non si sono ancora esaurite.

Come ha ben mostrato Webber, infatti, il famigerato “giornale nazista Der Angriff emise una medaglia speciale, con una svastica da un lato e la stella di David dall’altro, per commemorare la visita congiunta SS-Sionisti.

Alcuni mesi dopo la comparsa degli articoli, von Mildenstein fu promosso a capo del dipartimento affari ebrei del servizio di sicurezza SS, per poter sostenere più efficacemente la migrazione sionista e il suo sviluppo.

Il giornale ufficiale delle SS, Das Schwarze Korps, proclamò il suo sostegno per il Sionismo nel maggio 1935 nell’editoriale di prima pagina: “Il tempo potrebbe non essere lontano in cui la Palestina sarà ancora in grado di ricevere i suoi figli che le sono stati mancati per oltre mille anni. Vanno a loro i nostri buoni auspici, insieme alla buona volontà ufficiale”.

Quattro mesi dopo un altro documento delle SS sosteneva che “il riconoscimento della comunità ebraica come comunità razziale basata sul sangue e non sulla religione porta il governo tedesco a garantire senza riserva la separatività razziale di questa comunità. Il governo si trova in totale accordo col grande movimento spirituale all’interno della comunità ebraica, il cosiddetto Sionismo, col suo riconoscimento della solidarietà della comunità ebraica nel mondo e il suo rifiuto di nozioni assimilazioniste.

Su questa base la Germania intraprese misure che giocheranno sicuramente un ruolo significativo in futuro nella gestione del problema ebreo nel mondo”.

Una importante compagnia navale tedesca diede inizio ad un servizio navale da Amburgo ad Haifa, in Palestina, nell’ottobre 1933 fornendo “cibo strettamente kasher sulle sue navi, sotto la supervisione del rabbinato di Amburgo”.

Avendo l’autorità alle spalle, i sionisti lavorarono in modo indefesso per “rieducare” gli ebrei tedeschi. Come lo storico americano Francis Nicosia disse nella sua indagine del 1985, “The Third Reich and the Palestine Question”, “i sionisti venivano incoraggiati a portare il loro messaggio alla comunità ebraica, a raccogliere denaro, mostrare film sulla Palestina ed educare in senso genere gli ebrei sulla Palestina. Ci fu una considerevole pressione ad insegnare agli ebrei in Germania a cessare di identificarsi come tedeschi e a risvegliare in loro una nuova identità nazionale ebrea”.

In una intervista dopo la guerra, l’ex-capo della Federazione Sionista, dottor Hans Friedenthal, riassunse la situazione: “la Gestapo fece di tutto in quei giorni per promuovere l’emigrazione, particolarmente in Palestina. Spesso ricevemmo il loro aiuto quando richiedevamo qualsiasi cosa da altre autorità in merito alla preparazione per la emigrazione”.

Al Congresso del Partito Nazionalsocialista, nel settembre del 1935, il Reichstag (= Parlamento tedesco) adottò le cosiddette leggi di Norimberga, che proibivano matrimoni e relazioni sessuali fra ebrei e tedeschi, ed in effetti, indicò gli ebrei coma una nazionalità minoritaria estranea.

Alcuni giorni dopo, la sionista Jüdische Rundschau (organo della Federazione Sionista) fece un editoriale di benvenuto alle nuove misure: “La Germania sta andando incontro … alle richieste del Congresso Sionista Mondiale quando dichiara che gli ebrei che ora vivono in Germania sono una minoranza nazionale. Una volta che gli ebrei sono stati bollati come minoranza nazionale, è di nuovo possibile stabilire normali relazioni fra la nazione tedesca e la comunità ebraica.

Le nuove leggi danno alla minoranza ebrea in Germania la sua propria vita culturale, la sua propria vita nazionale. In futuro le sarà possibile dar forma a proprie scuole, teatro, associazioni sportive, in breve può creare il proprio futuro in tutti gli aspetti della vita nazionale.

La Germania ha dato alla minoranza ebrea l’opportunità di vivere per se stessa e sta offrendo una protezione statale per questa vita separata della minoranza ebrea: il processo di crescita della comunità ebraica in una nazione sarà quindi incoraggiato e verrà fatto un contributo al sistema dirigente relativamente alle relazioni più tollerabili fra le due nazioni”.

Georg Kareski, il capo del “Revisionist”, l’Organizzazione Statale Sionista e della Lega Culturale Ebraica, ed ex-capo della comunità ebraica di Berlino dichiarò in una intervista al quotidiano berlinese “Der Angriff”, alla fine del 1935: “Per molti anni ho considerato una totale separazione degli affari culturali dei due popoli ebrei e tedeschi come un prerequisito per vivere insieme senza conflitto […]. Ho sostenuto a lungo una tale separazione, a patto che sia fondata sul rispetto per la nazionalità estranea. Le Leggi di Norimberga […] a parte i loro provvedimenti legali, mi sembrano conformarsi interamente a questo desiderio di una vita separata basata sul mutuo rispetto […].

Questa interruzione del processo di dissoluzione in molte comunità ebraiche, che è stato promosso attraverso matrimoni misti, è perciò dal punto di vista ebraico, totalmente benvenuto”.

Lo specialista degli affari Ebrei del Ministero degli Interni, dottor Bernhard Lösener, espresse a sua volta sostegno al Sionismo in un articolo che apparve nel numero di novembre 1935 del Reichsverwaltungsblatt (Il foglio di amministrazione del Reich, ndt) ufficiale: “Se gli Ebrei avessero già il loro Stato in cui la maggioranza di loro fosse insediata, allora la questione ebraica potrebbe essere considerata oggi come totalmente risolta, anche per gli stessi Ebrei. I Sionisti hanno mostrato una minima opposizione alle idee sottostanti le Leggi di Norimberga, poiché si rendono conto improvvisamente che queste leggi rappresentano la sola soluzione corretta anche per il popolo ebreo. Perché ogni nazione deve avere il suo stato, come espressione esterna della sua particolare nazionalità”.

In collaborazione con le autorità tedesche, i gruppi sionisti organizzarono un network di circa quaranta campi e centri agricoli attraverso la Germania, dove probabili coloni venivano istruiti per la loro nuova vita in Palestina. Sebbene le Leggi di Norimberga proibissero agli ebrei di dispiegare la bandiera tedesca, vennero loro specificatamente garantito il diritto di mostrare lo stendardo nazionale ebreo, blu e bianca. La bandiera, che in un giorno sarà adottata da Israele, veniva fatta sventolare nei campi sionisti e nei centri nella Germania di Hitler.

Il servizio di sicurezza di Himmler cooperò a sua volta con l’Haganah, l’organizzazione sionista militare in Palestina. La direzione delle SS pagò l’ufficiale dell’Haganah Feivel Polkes per avere informazioni riguardo alla situazione in Palestina e per un aiuto nel dirigere l’emigrazione ebraica verso quel paese”[32].

Notiamo di sfuggita come l’esistenza innegabile di una collaborazione tattica tra nazisti e sionisti in Germania, dal 1933 al 1938, fornisa un’utile chiave di lettura per comprendere la dichiarazione – altrimenti abnorme e assurda – resa dal premier israeliano B. Netanyahu a Berlino nell’ottobre 2015, quando quest’ultimo affermò che Hitler non voleva sterminare gli ebrei ma invece “espellerli” dalla Germania e dall’Europa, venendo convinto invece ad adottare l’agghiacciante “soluzione finale” contro il popolo ebraico solo da un presunto consiglio arrivatogli da parte di un capo religioso arabo di Gerusalemme.

Torniamo comunque all’analisi della politica estera del regime hitleriano, rilevando altresì che il livello di smentite, sia in campo ideologico che in quello della politica internazionale.

Il livello di ostilità della Germania nazista contro l’URSS stalinista nel 1933/38 si mostrava così intenso che nei piani hitleriani di politica estera di quel periodo emergeva come elemento centrale la futura guerra contro Mosca, da attuarsi tra l’altro in tempi assai stretti.

Come risulta ad esempio dal resoconto effettuato dal maggiore tedesco Friedrich Hossbach rispetto ad un importante discorso segreto tenuto da Hitler ai vertici politico-militari del Terzo Reich il 5 novembre del 1937, quest’ultimo indicò chiaramente come data la penuria di materie prime e di generi alimentari nella Germania di quel periodo “sia riguardo al sostentamento alimentare che all’economia nel suo complesso, l’autarchia non può essere mantenuta”: la soluzione a tale grave problema per il sistema produttivo tedesco, specialmente per quanto riguarda le scorte alimentari, secondo Hitler risultava quello di “procurarsi nuovo spazio per uso agricolo” mediante la conquista dei grandi territori orientali dell’Europa, a partire dalla Cecoslovacchia ma non fermandosi certo solo ad essa.

Dopo aver sostenuto senza mezzi termini che il “problema della Germania rispetto alla creazione di un suo “spazio vitale” ad est “può essere risolto solo con l’uso della forza”, Hitler affermò altresì che era sua “immutabile determinazione”, “purché ancora in vita, risolvere il problema di spazio della Germania entro il 1945 al più tardi”: e quindi di “usare la forza” e scatenare un nuovo conflitto bellico in tempi ravvicinati ed entro pochi anni, anche e soprattutto per il controllo dell’Europa orientale.

Sussiste un’evidente linea di continuità tra il Mein Kampf e il discorso di Hitler del novembre del 1937, rispetto alla creazione con la forza e in tempi rapidi di uno “spazio vitale” tedesco nell’Europa orientale, Ucraina e Russia incluse.

Ancora nel dicembre del 1938 e dopo il disastroso patto di Monaco del settembre 1938, con il quale la borghesia francese e britannica consegnarono senza colpo ferire lo stato e la zona geopolitica cecoslovacca nelle mani voraci di Hitler, l’allora ambasciatore francese in Germania Robert Coulondre, dall’atteggiamento ferocemente anticomunista, notò come la determinazione tedesca di espandersi nell’Europa orientale fosse “indubbia” e che essa avrebbe avuto come suo bersaglio non solo la Polonia ma anche l’Ucraina, la cui popolazione allora era divisa tra la Polonia, la Romania e l’Unione Sovietica.

Come hanno notato gli storici antistalinisti C. Leibovitz e A. Finken, nel loro eccellente libro intitolato “Il nemico comune” che svela la collusione antisovietica e anticomunista creatasi tra Gran Bretagna e Germania nazista dal 1933 fino al luglio del 1939, Coulondre era “chiaro e impietoso” nel riassumere le intenzioni tedesche e hitleriane di quel particolare periodo, ossia: “Assicurarsi il dominio dell’Europa centrale, riducendo Cecoslovacchia e Ungheria al rango di Stati vassalli e quindi creando una grande Ucraina sotto controllo tedesco – questa sembra essenzialmente essere l’idea prevalente ora accettata dai leader nazisti e indubbiamente dallo stesso Hitler. […] Coloro che lo frequentano [Hitler] pensano a un’operazione politica che ripeterebbe, su scala maggiore, quella dei Sudeti: propaganda a favore dell’indipendenza ucraina in Polonia, Romania e Russia Sovietica; sostegno eventualmente fornito attraverso pressioni diplomatiche e con l’azione di bande armate; la Rutenia sarebbe l’epicentro di questi movimenti[33].

La collaborazione tra Germania e Gran Bretagna, in senso imperialista e antisovietica, risultava del resto uno degli elementi centrali nel pensiero e nella strategia elaborata dal gerarca nazista Rudolf Hess (1894/1987), indicato da Pjatakov come l’interlocutore tedesco di alto livello con cui Trotskij trattò e concluse un particolare patto tattico di alleanza nel 1934-35.

Rudolf Hess era stato nominato esplicitamente da Hitler come suo erede politico e, almeno nel 1933-35, costituiva uno dei principali dirigenti del regime nazista. Ferocemente anticomunista e russofobo, egli si differenziava da Hitler solo sotto l’aspetto della marcata anglofilia: a giudizio di Hess, infatti, lo spazio vitale e il Lebensraum per la Germania ad oriente, specialmente nelle sconfinate distese ucraine e russe, doveva infatti essere acquisito sia con la forza che attraverso un’alleanza con l’imperialismo inglese.

Si trattava di una convinzione sincera e costante del nazista Hess che, nel maggio del 1941, lo indusse a compiere un volo apparentemente assurdo e incredibile che lo portò a giungere, cosciente e inerme, nelle brughiere scozzesi di una Gran Bretagna ormai da quasi due anni in guerra proprio con il Terzo Reich hitleriano. Come ha notato giustamente lo storico Jan Kershaw rispetto al background geopolitico di Rudolf Hess, amico e compagno di cella di Hitler nel 1924/25, quest’ultimo “era stato profondamente influenzato da Karl Haushofer, suo ex insegnate e principale propugnatore di quelle teorie geopolitiche che avevano giocato un ruolo nella formazione dell’idea hitleriana di Lebensraum, e dal figlio di lui, Albrecht (che parte attiva doveva svolgere in seguito nelle compagini resistenziali). Le loro idee lo avevano rafforzato nella convinzione che fosse necessario salvaguardare con ogni mezzo la “missione” elaborata da Hitler quasi due decenni prima: l’attacco al bolscevismo insieme a, e non contro la Gran Bretagna[34].

Affrontata quindi anche questa materia specifica, passiamo ora a riesaminare l’insieme della tematica avente per oggetto le condizioni logistiche, materiali, umane e politiche che permettevano il volo-colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij.

Abbiamo via via acquisito in questo campo specifico due risultati indiscutibili, e cioè che:

  • nel dicembre del 1935 era necessaria una favorevole combinazione tra tutta una serie di condizioni materiali e soggettive, affinché il viaggio segreto in via d’esame potesse verificarsi concretamente e, simultaneamente, potesse rimanere segreto al mondo esterno;
  • tutte queste particolari precondizioni risultarono altresì realmente presenti nel dicembre del 1935, rendendo quindi possibile innanzitutto sul piano logistico-organizzativo e del “fattore umano” sia la fattibilità che la possibile segretezza (isolamento di Trotskij dal mondo esterno, Pjatakov a Berlino, ecc.) del volo e colloquio clandestino in via di esame.

Connettendo gli elementi e le informazioni più importanti acquisite finora, abbiamo pertanto davanti un quadro generale per il dicembre del 1935 nel quale:

  • Pjatakov e Radek erano tornati a essere dei dirigenti dell’organizzazione clandestina operante allora in URSS, a partire dal 1931-32;
  • Pjatakov era giunto a Berlino in missione ufficiale il 10 o 11 dicembre del 1935;
  • Trotskij risiedeva allora a Honefoss, isolato legittimamente e per un periodo prolungato/prolungabile a piacere dal mondo esterno;
  • proprio nel mese in oggetto giungeva dall’estero un misterioso aereo nell’aeroporto di Kjeller, posto a soli cinquanta chilometri di distanza da Honefoss;
  • Gulliksen e le autorità norvegesi non avevano fatto conoscere, guarda caso, il giorno d’arrivo del solitario velivolo pervenuto all’aeroporto di Kjeller da un paese straniero;
  • Trotskij aveva piena libertà di movimento in Norvegia, nel dicembre del 1935 che ci interessa da vicino.

Siamo quindi in presenza di un mosaico decembrino assai interessante: e avendo ormai a disposizione un’adeguata massa critica di informazioni e dati di fatto sicuri, passiamo a questo punto al terzo cardine principale – dopo Linkӧping-Gulliksen e la verifica della militanza neotrotzkista di Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 – che attesta l’esistenza concreta del volo di Pjatakov, e cioè la “gita nel ghiaccio” effettuata da Trotskij il 20/22 dicembre del 1935, con tutte le sue multiformi diramazioni e ricadute.

 

 

 

 

 

 

 

[1] P. Broué, op. cit., pag. 590

[2] “Storia dell’aviazione”, in it.wikipedia.org, “L’età dell’oro”

[3] P. Broué “La rivoluzione perduta”, op. cit.,  pag. 778

[4] Op. cit. pag. 781

[5] Op. cit. pag. 781

[6] Op. cit. pag. 778

[7] I. Deutscher, “Il profeta esiliato” pag. 381, ed. Longanesi

[8] P: Broué, op. cit., pag. 781 e 782

[9] P. Broué, op. cit., pag. 780

[10] Z. Steiner, “The triumph of the dark”, ed. Oxford University Press, cap. ottavo, in books.google.it

[11] Z. Steiner, op. cit., cap. ottavo

[12] “The case of ….”, op. cit., sesta sessione

[13] Op. cit., sesta sessione

[14] Op. cit., sesta sessione

[15] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[16] P. Broué, op. cit., pag. 781

[17] P. Broué, op. cit., pag. 781

[18] “The case…” op. cit., sesta sessione

[19] P. Broué, op. cit., pag 827

[20] P. Broué, op. cit., pag. 781

[21] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 781

[22] “Kjeller, Norway towns and places within a 50 mile radious”, in http://www.distance-calculator.com

[23] L. Trotskij, “The Tanaka memorial”, 1940, pag. 4, in http://www.marxists.org

[24] Op. cit.

[25] Op. cit., pag. 9

[26] L. Trotskij, “The Tanaka memorial”, pag. 4

[27] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 23 e 28

[28] Op. cit., pag. 459

[29] P. Broué, op. cit., pag. 686

[30] D. Papini, “La fallimentare strategia continentale di Hitler”, in http://www.tuttostoria.net

[31] J. Goebbels, “Communism with the Mask off”, 13 settembre 1935, in research.calvin.edu

[32] M. Webber, “Sionismo e Terzo Reich (prima parte)”, in http://www.effedieffe.com

[33] C. Leibovitz e A. Finkel, “Il nemico comune”, pag. 156, ed. Fazi

[34] J. Kershaw, “Hitler. 1936-45”, pag. 584, ed. Paperback

IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUARTO

La grande menzogna di Trotskij

 

Da che parte politica stavano Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 fino al settembre del 1936 e al momento del loro arresto: con Stalin o con Trotskij?

Subito dopo la questione dei mezzi e delle opportunità, si apre infatti la questione dell’atteggiamento di Pjatakov e Radek rispetto alla costituenda Quarta Internazionale.

Risulta infatti subito chiaro che se i due uomini politici in via di esame fossero stati realmente e senza soluzione di continuità, a partire dal 1929 e fino al dicembre 1935, degli stalinisti e dei concreti nemici di Trotskij, come sostenne quest’ultimo con forza, svanirebbe inevitabilmente qualunque motivo plausibile per un loro ipotetico incontro in Norvegia con il leader della costituenda Quarta Internazionale. E viceversa, se risultasse invece che Radek e Pjatakov fossero tornati realmente ad essere, nel 1932/1936, dei dirigenti dell’organizzazione clandestina trotskista operante in Unione Sovietica, i due personaggi in esame avrebbero invece sicuramente avuto una predisposizione mentale e politica completamente favorevole nei confronti di un loro eventuale incontro diretto con il loro leader in esilio: sempre dovendo tener conto dei rischi politici e personali derivanti da un eventuale colloquio segreto, certo, ma con l’ottica di desiderare, volere e agognare una loro discussione ravvicinata, personale e “viso a viso” con Trotskij.

Lo stesso discorso vale ovviamente anche per Trotskij: attuare un incontro segreto con Pjatakov sarebbe stato assurdo, se quest’ultimo fosse stato un suo nemico politico e uno stalinista a partire dal 1928, ma viceversa tale azione diventava perfettamente comprensibile, razionale e allo stesso tempo desiderabile nel dicembre del 1935 se Pjatakov fosse invece risultato uno dei leader dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva nell’Unione Sovietica stalinista del 1932/36.

Siamo pertanto in presenza di un punto assai importante per la nostra indagine storica rispetto al quale la traccia concreta e la prova fondamentale, come nel caso di Linköping, ci viene fornita sempre per il tramite di Trotskij che, per la seconda volta, tradisce e autodistrugge involontariamente le sue stesse posizioni negazioniste sul volo di Pjatakov procurandoci una clamorosa “pistola fumante” attraverso un inconfutabile documento del 1932.

Archivi Trotskij di Harvard, classificazione sotto “18 Trotskij Papers, 15821” (speditaci dall’archivio Trotskij di Harvard con la classificazione 50012422-17-17: foto n. 1), nella sezione delle ricevute delle lettere spedite da Trotskij e dai suoi collaboratori ad altri soggetti, persone o organizzazioni politiche: una fonte sicura, quindi, per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio segreto con Trotskij[1].

 

foto n. 1

 

 

 

In questo piccolo segmento dell’estesa raccolta di lettere e scritti elaborati via via da Trotskij, sono emerse al pubblico, grazie a un accurato saggio elaborato dallo storico J. A. Getty nel 1986, le ricevute delle lettere spedite nel 1932 dal leader in esilio della Quarta Internazionale a G. Sokolnikov (un membro dell’Opposizione di sinistra, ancora legale all’interno del partito bolscevico nel biennio 1926/1927), a E. Preobrazhensky (un leader della frazione trotzkista del 1923-1927, durante la prima fase della lotta contro la nascente egemonia di Stalin) e soprattutto a Karl Radek[2].

Troviamo quindi una nuova sorpresa e un nuovo colpo di scena, dopo Linköping.

Proprio dagli insospettabili archivi Trotskij di Harvard emerge dal lontano 1932 un fatto clamoroso, con materiale probatorio scritto (come richiesto giustamente dallo stesso Trotskij nell’aprile del 1937, di fronte alla commissione Dewey): abbiamo infatti a disposizione la ricevuta di una lettera spedita in segreto nel marzo del 1932 da Trotskij (già in esilio, a partire dal 1929) a Karl Radek, residente invece di solito in Unione Sovietica, oltre che le ricevute di altre sue missive spedite nel 1932 a Preobrazensky e ad altri cittadini sovietici. Lettere segrete inviate nel 1932 da Trotskij a Karl Radek, a Preobrazhensky e altri soggetti: fatti sicuri e inequivocabili, che costituiscono quindi una prova certa sui reali rapporti politici esistenti tra Trotskij da un lato, e Radek e Pjatakov dall’altra nel periodo 1932-36.

Per quanto riguarda la lettera inviata da Trotskij a Radek, essa era stata spedita nel marzo del 1932 con cura e attenzioni speciali a quest’ultimo anche attraverso gli uffici postali di Parigi e per il tramite di “Molinier”: e proprio i due fratelli Molinier, Raymond e Henry, risultavano all’inizio del 1932 tra i principali dirigenti dell’organizzazione trotzkista operante in terra francese, a cui allora Trotskij concedeva la sua fiducia politica e che si dimostreranno assai utili a quest’ultimo anche sul piano logistico e materiale nel 1933-35, quando Trotskij rimase legalmente e per quasi due anni in Francia.

E non solo: siamo in presenza di una missiva segreta inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932 di cui purtroppo non conosciamo direttamente il contenuto, perché di essa rimane negli archivi Trotskij di Harvard solo la ricevuta di spedizione. Nessuna fantomatica “mano di Stalin” ha creato tale sorprendente scomparsa: gli archivi di Trotskij erano stati infatti consegnati nel 1940 dallo stesso leader della Quarta Internazionale all’università di Harvard, con l’impegno che essi rimanessero segretati e chiusi ai visitatori fino al 1980, e nei quattro decenni compresi tra il 1940 e il dicembre del 1979 essi vennero visitati con regolarità solo da due fedeli militanti trotzkisti, Isaac Deutscher e Jan Van Heijenoort.

Eppure le lettere spedite sicuramente nel 1932 da Trotskij a Radek e ad altri militanti trotzkisti, tra cui Preobrazhensky, sparirono nel nulla con il loro contenuto, visto che di esse rimangono solo le ricevute di spedizione verso i loro destinatari rimasti in Unione Sovietica a differenza del loro leader, esiliato da Stalin all’inizio del 1929: siamo in presenza di un’anomalia interessante e che avrebbe incuriosito sicuramente il geniale Edgar Allan Poe, autore tra l’altro dello splendido racconto poliziesco intitolato “La lettera rubata”.

A questo punto andiamo al nocciolo della questione, e cioè all’importanza che assume la ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek nel 1932 rispetto al volo di Pjatakov.

Su questo aspetto lasciamo volentieri la parola proprio all’insospettabile testimone (insospettabile per la “seconda versione”, certo) Trotskij. Quest’ultimo ci fornisce dell’altro materiale probatorio scritto, visto che già il 27 gennaio del 1937, come si è già ricordato in precedenza, Trotskij stesso si rivolse ai mass-media internazionali, oltre che agli stessi giudici del processo di Mosca del gennaio del 1937, proclamando solennemente che “ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (quindi almeno dal 1929) “non fu un mio amico ma uno dei miei più accaniti e perfidi nemici, e non ci sarebbe potuto essere alcuna questione di negoziati tra noi”[3].

Un’affermazione che non lascia spazio ad alcun dubbio o malinteso, quella espressa da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Queste chiarissime ed inequivocabili parole di Trotskij, ripetute tra l’altro nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey durante la sua sesta sessione, hanno un solo ed unico significato: egli negò recisamente e senza mezzi termini di aver avuto alcun tipo di rapporto con Pjatakov e Radek dopo il 1928, oltre a rivelare allo stesso tempo come Pjatakov e Radek sempre dopo il 1928 fossero ormai diventati tra i suoi “più accaniti e perfidi nemici”, con i quali risultava quindi fuori discussione, impossibile e assurdo tenere “negoziati” politici e incontri di alcun genere, in Norvegia o in altri posti. Siamo pertanto in presenza di tre tesi inequivocabili, tra l’altro rese per iscritto e ripetute più volte nel corso del 1937 dallo stesso Trotskij, ossia da una fonte sicura per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo/colloquio di Pjatakov.

Secondo quest’ultimo, in altri termini, egli non aveva avuto alcun rapporto politico e umano con Pjatakov e Radek, sia in modo diretto che sotto forma epistolare, nel 1929.

Nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel marzo del 1932.

Nel 1933, e così via fino ad arrivare al 1936.

Ma non solo: nel 1937 Trotskij dichiarò che, almeno a partire dal 1929 e senza alcuna interruzione, Pjatakov e Radek erano diventati suoi nemici politici fino ad arrivare senza soluzione di continuità al gennaio del 1937.

Non solo: alla fine della terza sessione della commissione Dewey Trotskij arrivò altresì a dichiarare, in relazione al caso Blumkin su cui torneremo tra poco, che dalla fine del 1929 “egli” (Radek) “era diventato la più odiosa figura per l’Opposizione di sinistra” (per i trotzkisti) “perché egli non era solo un capitolatore” (di fronte a Stalin) “ma un traditore”[4].

“Un traditore”, oltre che un “capitolatore”: giudizi estremamente pesanti, senza dubbio. Quindi, almeno secondo le testuali parole di Trotskij, a partire dalla fine del 1929 e per tutti i trotzkisti sovietici (ivi compreso il loro leader in esilio, Trotskij), Radek risultava “la figura più odiosa” e un “traditore” del movimento politico antistalinista, oltre che ovviamente un “capitolatore” e un disertore politico che aveva ceduto in precedenza di fronte a Stalin: nel 1930 come nel 1932, fino ad arrivare al gennaio del 1937.

Come vedremo meglio in seguito, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey Trotskij negò inoltre con estrema decisione che fosse mai esistita la lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932, e su cui invece si era soffermato quest’ultimo durante la sua testimonianza al processo di Mosca del gennaio del 1937: Trotskij invece definì tale lettera dell’inizio del 1932 come “presunta”, sottolineando altresì che nel maggio del 1932 egli stesso aveva invece definito Radek, intelligente uomo politico e fine umorista, come una persona affetta da “degenerazione ideologica e morale” in una sua missiva inviata ad Albert Weisbord.

A questo punto, giudici-lettori, mettiamo in contatto e facciamo “incontrare” reciprocamente tutte le dichiarazioni rese da Trotskij il 27 gennaio 1937 e dell’aprile del 1937, davanti alla commissione Dewey, con la ricevuta scritta della lettera spedita proprio da Trotskij e proprio a Karl Radek nel 1932: l’effetto risulta sicuramente devastante e clamoroso, sia a livello generale che per la questione dell’esistenza del volo di Pjatakov.

In primo luogo la concreta e indiscutibile ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek all’inizio del 1932 dimostra subito che Trotskij mentì spudoratamente durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, quando egli qualificò come “presunta” e quindi inesistente la – invece reale e concretissima – missiva da lui inviata a Karl Radek all’inizio di marzo del 1932: siamo quindi in presenza di una prima e gravissima menzogna da parte di Trotskij e che viene rilevata ed evidenziata senza ombra di dubbio proprio mediante gli archivi Trotskij di Harvard, attraverso quella ricevuta di spedizione della lettera del 1932 che tradisce involontariamente Trotskij.

Simultaneamente emerge un elemento ancora più importante, per la nostra indagine storica: come risulta fin troppo evidente, la ricevuta scritta della lettera spedita clandestinamente da Trotskij a Radek nel 1932 mostra infatti che Trotskij mentiva clamorosamente anche quando sosteneva di non aver avuto più rapporti di alcun tipo con Radek-Pjatakov dopo il 1928, anche quando egli rilevava che questi ultimi erano divenuti dopo il 1928 “tra i suoi più accaniti e feroci nemici”.

A persone con cui davvero non si ha più, dal 1929 fino al 1936, alcun rapporto umano e politico, non si mandano lettere, né tantomeno lettere segrete come quella invece inviata da Trotskij a Radek nel 1932 (e di cui ci resta solo la ricevuta di spedizione); e tanto meno si spediscono delle missive clandestine a persone che sono diventate tra i nostri “più accaniti e perfidi nemici”; e tanto meno si mandano lettere segrete a persone che si valutano come dei “disertori” della propria causa, come almeno a suo dire Trotskij considerava Radek sia nel 1929 che nel 1937 (terza sessione della commissione Dewey); e ancora meno si inviano delle missive clandestine a persone che si considerano addirittura dei “traditori” della propria causa politica, come almeno in pubblico Trotskij valutava Radek dalla fine del 1929 fino al 1937, sempre secondo le sopracitate dichiarazioni rese dal leader della Quarta Internazionale durante la terza sessione della commissione Dewey.

Detto in altri termini, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto spedire nel marzo del 1932 una missiva clandestina, in assenza di un ritorno del primo a un atteggiamento favorevole alla costituenda Quarta Internazionale e alla lotta segreta contro Stalin.

L’invio nel corso del 1932 di una missiva segreta, e con mezzi clandestini, a una persona come Radek ancora operante di regola nell’URSS stalinista di quel tempo, attraverso come minimo un certo sforzo materiale e un certo margine di rischio per il “postino” clandestino che doveva recapitare lo scritto di Trotskij a Radek, costituisce pertanto un atto concreto che può essere spiegato solo ed esclusivamente con l’esistenza all’inizio del 1932 di una relazione speciale di affinità politica tra i due soggetti in esame, che demolisce ovviamente le tesi avanzate da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Entrando più nello specifico, l’esistenza di un rapporto di collaborazione politica tra Radek e Trotskij via via consolidatosi nel corso del 1932, diventa ancora più sorprendente se si pensa che solo il 27 luglio del 1929, dopo che Radek, Preobrazenskij e Smilga (con molti altri ex-trotzkisti) avevano abbandonato l’Opposizione antistalinista: in un suo scritto pubblico, Trotskij aveva definito in modo sprezzante proprio “Preobrazenskij, Radek e Smilga” come “già da tempo anime morte”[5].

La frase di Trotskij sulle “anime morte” non risulta certo un elogio, per Radek e Preobrazenskij.

Trotskij poteva pertanto inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta all’«anima morta-Radek», secondo il suo lapidario giudizio del luglio 1929, solo se quest’ultimo avesse smesso e cessato a suo avviso di essere un “superdisertore” della causa trotzkista, tornando invece a rappresentare nel 1932 prima un simpatizzante, e poi un dirigente (clandestino e doppiogiochista) della costituenda Quarta Internazionale in terra sovietica.

Sempre a giudizio di Trotskij e a partire dalla fine del 1929, come si è già sottolineato in precedenza, Radek non risultava inoltre solo un’«anima morta” e un disertore, ma anche il diretto complice (con le mani sporche di sangue) di Stalin e della sua polizia segreta rispetto all’arresto e alla fucilazione del trotzkista I. G. Blumkin, avvenuta alla fine del 1929.

Chi era Blumkin? Secondo le ammissioni persino di Lev Sedov e di Brouè, I.G. Blumkin risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista che, nel corso del 1929, continuava simultaneamente a svolgere tutta una serie di funzioni di alto rango all’interno dei servizi segreti sovietici: dopo che Trotskij venne espulso dall’URSS nel febbraio del 1929 e arrivò in Turchia, Blumkin servì per alcuni mesi come prezioso “postino” per le relazioni epistolari tenute segretamente da Trotskij con i suoi seguaci sovietici, finché non venne arrestato dalla polizia stalinista nell’autunno del 1929 e quindi giustiziato per tradimento, agli inizi di novembre del 1929.

Torneremo anche in seguito sul “caso Blumkin”, ma per il momento ci interessa solo sottolineare che Trotskij nel 1929 credette che Blumkin fosse stato tradito e denunciato alla polizia sovietica proprio da Karl Radek: l’insospettabile Brouè infatti ci informa nella sua opera che Blumkin fu “tradito da Radek, secondo Trotskij…”[6].

“Tradito da Radek, secondo Trotskij”, e quindi a giudizio di Trotskij: siamo quindi in presenza di una valutazione chiarissima e molto negativa di quest’ultimo, rispetto a Karl Radek e alla sua presunta delazione nel caso Blumkin.

L’accusa rivolta da Trotskij contro Radek, alla fine del 1929, risultava quindi come minimo gravissima e aveva tra l’altro come oggetto la fucilazione di un audace militante trotzkista, l’uccisione di Blumkin: e da questi fatti sicuri e indiscutibili ne discende un’ovvia e scontata conclusione.

In assenza di un riavvicinamento di Radek alla militanza trotzkista all’inizio del 1932, diventava già come minimo improbabile che Trotskij inviasse nel 1932 una (costosa/rischiosa) lettera clandestina all’«anima morta» Radek, ormai dalla metà del 1929 e da circa tre anni passato nelle file staliniste: ma diventa poi assolutamente incredibile e assurdo che Trotskij abbia inviato la lettera segreta del 1932 a un Radek che egli stesso, alla fine del 1929, considerava addirittura un traditore, un delatore e un complice diretto degli stalinisti nell’omicidio di Blumkin, sempre in assenza di un ritorno di Radek a una posizione politica antistalinista in terra sovietica e se non fossero cambiati radicalmente le loro relazioni politiche all’inizio del 1932, in un senso positivo e collaborativo tra di loro.

Senza questa essenziale precondizione, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto inviare nel 1932 una missiva segreta e confidenziale, visti anche i recenti e ipernegativi precedenti della fine del 1929.

Stando infine alle dichiarazioni rese da Trotskij nel 1937 davanti alla commissione Dewey, Karl Radek rappresentava senza soluzione di continuità, dalla fine del 1929 per arrivare all’inizio del 1937, la “figura più odiosa” all’interno del movimento politico diretto e guidato da Trotskij: perché dunque egli mandò a quest’ultimo una lettera in segreto nel marzo del 1932, con l’aiuto di uno dei fratelli Molinier allora a capo dei trotzkisti francesi, a questa “figura odiosa”? La risposta è semplice: all’inizio del 1932, Radek non costituiva più in alcun modo una “figura odiosa” sul piano politico per Trotskij.

Non solo quindi la ricevuta della lettera del 1932 (non a caso sparita in seguito dall’archivio Trotskij di Harvard) risulta un fatto innegabile e concreto, ma la missiva inviata da Trotskij a Radek nel 1932 era stata indirizzata a un soggetto fisico e a una personalità politica che Trotskij, alla fine del 1929, riteneva:

  • un super-disertore e un “anima morta”;
  • un traditore e un delatore (di Blumkin);
  • un complice diretto di Stalin e della sua polizia, almeno rispetto all’arresto e fucilazione di Blumkin; e cioè un personaggio che, almeno secondo il giudizio del Trotskij del 1929, aveva le mani sporche di sangue rispetto alla cattura/morte del fedele trotzkista I. G. Blumkin.

Vista tale situazione del 1929, solo ed esclusivamente il ritorno di Radek a una vicinanza politica con il trotzkismo clandestino in Unione Sovietica, poteva spingere Trotskij a inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta a quell’«anima morta», a quel spregevole delatore/complice dell’uccisione di Blumkin di nome Karl Radek.

La ricevuta di spedizione della lettera spedita da Trotskij a Radek prova pertanto con assoluta sicurezza la grande menzogna del leader della Quarta Internazionale rispetto ai suoi reali rapporti con Radek, mostrando innanzitutto che Trotskij aveva (eccome se aveva) “rapporti” con Radek dopo il 1928, e più precisamente a partire dall’inizio del 1932.

Dimostra altresì che per Trotskij, sempre a partire dal 1932, Radek risultava tutt’altro che un “nemico accanito e feroce”, ma altresì un referente importante nella lotta politica antistalinista, anche se costretto (per celare il suo doppiogioco rispetto a Stalin) a professare fedeltà al leader georgiano e a criticare in modo durissimo proprio Trotskij, anche nel 1932/36.

Attesta altresì che, sia Radek, tornato via via alla militanza trotzkista nel corso del 1932 che Trotskij, avevano una predisposizione favorevole e un movente generale di natura politica per incontrarsi tra loro, nel 1932 come nel 1935 e nel dicembre del 1935.

La ricevuta di spedizione del 1932, fa inoltre cadere subito a zero il grado di attendibilità della testimonianza di Trotskij rispetto alla sua tesi di non aver incontrato Pjatakov nel dicembre del 1935 nei pressi di Oslo: l’esistenza concreta e materiale della ricevuta, assieme alla “misteriosa” sparizione della lettera di Trotskij a Radek di cui essa attesta in modo indiscutibile la realtà, comportano inevitabilmente che Trotskij risulti come minimo un testimone inaffidabile anche rispetto agli eventi del dicembre del 1935.

Infatti non solo ormai è sicuro che Trotskij mentiva, ma che alterava la verità proprio parlando del volo di Pjatakov. Ricordiamo ai giudici-lettori che la dichiarazione sopracitata di Trotskij risale al 27 gennaio del 1937 e che in essa si sosteneva, subito dopo aver negato qualunque forma di legame con Pjatakov e Radek dopo il 1928, che “se fosse provato che realmente Pjatakov mi visitò, la mia posizione sarebbe compromessa senza speranza”: Trotskij in pratica non solo mentì, ma disse bugie proprio mentre stava negando l’esistenza del volo di Pjatakov.

Trotskij inoltre alterò la verità proprio mentre stava affrontando il nodo importantissimo dei suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek, nel periodo compreso tra il 1929 e il 1936, questione-chiave a sua volta strettamente connessa all’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov: pertanto già a questo punto la sua posizione diventa “compromessa senza speranza”, per usare le stesse parole pronunciate nel gennaio del 1937 dal leader in esilio della Quarta Internazionale in via di costruzione.

In ultimo, ma non certo per importanza, la clamorosa menzogna di Trotskij sui suoi reali rapporti con Radek nel corso del 1932-36 costituisce di per sé una prova diretta a favore dell’esistenza del viaggio segreto di Pjatakov in terra norvegese, come verificheremo assieme ai giudici-lettori nell’ultima parte di questo capitolo.

Avvocato del diavolo: “la lettera spedita segretamente da Trotskij a Radek nel 1932 poteva anche non avere un contenuto politico, ma essere solo di carattere personale e magari piena di insulti contro Radek”.

Spedire una lettera di carattere solo personale proprio a un “nemico accanito”, come Trotskij qualificò Radek nel gennaio del 1937? E a che pro? Per discutere forse con Radek del tempo e del freddo in Russia? Tra l’altro stiamo parlando di una missiva che doveva essere recapitata in modo ovviamente clandestino a Radek, costando pertanto tempo e risorse materiali a Trotskij e ai suoi aiutanti: e tale sforzo era stato effettuato solo per “motivi personali” o per inviare “insulti”?

Per di più, per quale motivo far sparire in seguito dagli archivi Trotskij di Harvard una lettera “personale” e/o “piena di insulti”? Per quale incomprensibile ragione, se essa era davvero inoffensiva sul piano politico per Trotskij, di carattere solo “personale” o magari piena di ingiurie a Radek?

A quale fine poi coinvolgere anche i fratelli Molinier, ossia due dirigenti del movimento trotzkista francese di quel periodo, per spedire a Radek una lettera inutile o piena di offese contro quest’ultimo?

Avvocato del diavolo: “la lettera di Trotskij a Radek è stata sicuramente spedita all’inizio del 1932, ma non sussiste alcuna prova che vi sia stata una risposta positiva sul piano politico da parte di Radek, e l’onere della prova rimane sempre a vostro carico”.

Una prima prova della buona accoglienza fatta da Radek, dal presunto stalinista Radek, alla missiva segreta di Trotskij ci proviene dal fatto sicuro che Radek, nel periodo 1932-35, non denunciò in alcun modo alla polizia stalinista di aver ricevuto una lettera clandestina dal leader in esilio della Quarta Internazionale: solo dopo il suo arresto, avvenuto nella metà di settembre del 1936, e tra l’altro dopo quasi tre mesi di interrogatori Radek confessò all’NKVD stalinista, tra le altre cose, di aver avuto a disposizione all’inizio del 1932 la missiva di Trotskij in via d’esame.

Il totale silenzio mantenuto da Radek nel 1932-36 sulla lettera in oggetto di Trotskij risulta molto significativo, come venne ammesso in modo indiretto da Lev Sedov.

Proprio il figlio e aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, notò a tal proposito in una sua lettera inviata a Victor Serge all’inizio del 1937 che se “avessimo” (lui e suo padre, Trotskij) “tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo loro una lettera provocatoria” – come quella che essi realmente spedirono a Radek all’inizio del 1932 – “essi” (Pjatakov e Radek) “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, e cioè alla polizia stalinista: ma a dispetto e in contrasto con la tesi esposta da Sedov, Radek si guardò bene dal “denunciare il fatto” di aver ricevuto una lettera segreta di Trotskij alla polizia sovietica, sia “immediatamente”, ossia nel marzo del 1932, come anche nei quattro anni successivi e fino al momento del suo arresto.

Un secondo indizio ci viene ovviamente dal fatto sicuro che proprio Trotskij negò con forza, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, l’esistenza stessa della missiva da lui realmente spedita a Radek all’inizio del 1932, qualificandola come una “presunta” e inesistente lettera, frutto solo della fervida e malata immaginazione di Stalin e/o dell’NKVD.

Una negazione falsa ma certo non casuale da parte di Trotskij, che dimostra ulteriormente come Radek “rispose” positivamente sul piano politico alla missiva del primo, entrando direttamente nelle file della costituenda Quarta Internazionale verso la fine del 1932.

Terza prova indiretta: perché Trotskij, o Deutscher, o Van Heijenoort fecero sparire dagli archivi Trotskij di Harvard la lettera dell’inizio del 1932 a Radek, se quest’ultimo non avesse risposto positivamente sul piano politico al suo contenuto specifico, che guarda caso infatti ci è ancora ignoto?

Ricordiamo inoltre all’avvocato del diavolo che sussiste anche la ricevuta di una lettera spedita nel 1932 da Trotskij anche a Preobrazensky, un dirigente trotzkista del 1923/1927 ma che aveva abbandonato il campo politico di Trotskij nel 1929, più o meno come Radek: tenendo bene a mente tale fatto, lasciamo subito la parola allo storico trotzkista Pierre Brouè rispetto al gruppo clandestino trotzkista (di trotzkisti che avevano capitolato di fronte a Stalin nel 1928-29, ma tornando in seguito fedeli al trotzkismo e facendo il “doppio gioco” contro Stalin) guidato da I. N. Smirnov, limitandoci per ora a verificare solo chi vi faceva parte.

Sotto questo aspetto lo studioso trotzkista Brouè ci riferisce che nel maggio del 1931 I. N. Smirnov si incontrò a Berlino con Lev Sedov (il figlio e aiutante di Trotskij), facendo rientrare il suo gruppo a pieno titolo nell’alveo e nella corrente politica guidata da Trotskij: “le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929. Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazenskij, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco”[7].

Fermiamo l’attenzione solo su E. A. Preobrazenskij, almeno per il momento.

Lo storico trotzkista Brouè ci informa in pratica che Preobrazenskij faceva sicuramente parte di un gruppo clandestino neo-trotzkista nel 1931/32, e a loro volta gli archivi Trotskij di Harvard ci informano, con le ormai famose ricevute delle lettere spedite da Trotskij nel 1932, che una delle missive spedite allora da Trotskij era diretta proprio a Preobrazenskij.

Prima domanda: anche Preobrazenskij, ritornato ormai nel 1932 alla militanza para-trotzkista (Brouè), non diede alcuna risposta politica a Trotskij? Seconda domanda: Trotskij continuava forse a mandare lettere clandestine quasi a caso, e a chi non gli dava risposta?

Ogni possibile obiezione, anche poco ragionevole, cade del resto se teniamo altresì presente che verso la fine del 1932 Trotskij inviò un’altra serie di lettere ad altri suoi simpatizzanti in Unione Sovietica, e questa volta grazie al lavoro paziente di J. A. Getty siamo a conoscenza del contenuto principale di tali missive, conservate sempre negli archivi Trotskij di Harvard [8].

Alla fine del 1932, Trotskij ribadì di proprio pugno ai suoi interlocutori e simpatizzanti sovietici che “io” (Trotskij) “non sono sicuro se tu conosci la mia calligrafia. Se no, tu probabilmente troverai qualcun altro che la conosce… I compagni che simpatizzano con l’Opposizione di Sinistra” (a Stalin) “sono obbligati a uscire fuori dal loro atteggiamento passivo in questo momento, mantenendo, naturalmente, tutte le precauzioni… Io” (Trotskij) “sono certo che la situazione minacciosa in cui il Partito” (bolscevico) “si trova spingerà tutti i compagni devoti alla rivoluzione a riunirsi attivamente attorno all’Opposizione di sinistra”[9].

Si trattava quindi di missive segrete di carattere politico e che invitavano a uscire da un “atteggiamento passivo” – seppur con tutte le “precauzioni” del caso – contro il regime stalinista; di lettere del 1932 inoltre inviate da Trotskij non certo a caso, come del resto quelle spedite a Radek e Preobrazhensky all’inizio del 1932 e solo pochi mesi prima.

Superata dunque anche quest’obiezione, non rimane che la cruda verità.

Collegando la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con l’altrettanto sicura ma falsa negazione della sua sussistenza (la “presunta lettera”) da parte di Trotskij nel 1937, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta come minimo in buona parte.

Collegando inoltre la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le sicure ma false affermazioni del Trotskij del 1937 sull’inesistenza di qualunque tipo di relazioni da parte sua con Radek e Pjatakov, a partire dal 1929, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene ormai chiarita completamente.

Collegando altresì la sicura e indiscutibile esistenza della missiva di Trotskij a Radek nel marzo del 1932, con il fatto altrettanto sicuro che nel 1929 e a giudizio del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale, Radek costituiva non solo un “disertore” politico della causa antistalinista, ma per di più un complice di Stalin nell’arresto e fucilazione di Blumkin, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta superando anche ogni dubbio ragionevole.

Collegando infine la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le affermazioni espresse da Trotskij nel 1937, e secondo le quali a partire dal 1929 Radek costituiva “la figura più odiosa” all’interno del movimento trotzkista, spariscono ormai anche i dubbi poco ragionevoli sulla questione della scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932.

A questo punto rimane solo da chiarire le ragioni dell’atteggiamento, bugiardo ma intelligente, tenuto da Trotskij rispetto alle sue relazioni con Radek nel corso del 1932.

Il leader in esilio della Quarta Internazionale nel 1937 elaborò ed espose via via una grande menzogna intorno agli eventi dell’inizio del 1932, e tale grande menzogna si articolò a sua volta in tre livelli, distinti anche se collegati tra loro:

  • Trotskij mentì quando, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, definì la lettera a Radek come “allegedly”, e cioè presunta, inesistente e inventata da Stalin e l’NKVD, mentre invece essa costituiva una concreta realtà;
  • Trotskij mentì anche quando sostenne più volte, all’inizio del 1937, di non aver avuto più alcun rapporto di nessun genere con Radek (e invece li ebbe eccome, tali rapporti, come emerge dalla ricevuta della lettera del 1932);
  • Trotskij mentì infine anche quando sostenne più volte, sempre all’inizio del 1937, che Radek – come del resto Pjatakov – era un suo “nemico” dal 1929, e quindi anche nel 1932, nel 1933, ecc. dato che non si spediscono lettere segrete a “nemici” politici, a “disertori”, e ad “anime morte”, oltre che a un “delatore” di Blumkin.

Il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale si mosse in ogni caso con abilità e un notevole acume, creando tale artificioso castello di bugie per un preciso scopo politico: infatti Trotskij nel 1937 ripeté più volte la sua grande menzogna rispetto alla reale collocazione politica di Pjatakov e Radek (finti stalinisti/reali trotzkisti) al fine di evitare un disastro gigantesco, per lui stesso e per l’organizzazione internazionale che allora dirigeva e orientava.

Se egli avesse ammesso che Pjatakov e Radek rappresentavano realmente dei dirigenti trotzkisti clandestini (e doppiogiochisti verso Stalin) nel 1932/36, anche l’esistenza del volo di Pjatakov sarebbe infatti diventata come minimo probabile, e proprio per evitare tale possibile catastrofe politica servivano dei mezzi “sporchi” ma necessari, quali per l’appunto negare ad ogni costo la neo-militanza trotzkista di Pjatakov e Radek e affermare pertanto il falso: sostenendo cioè che questi ultimi rientrassero invece, dal 1929 al 1937 e senza soluzione di continuità, nella categoria dei “nemici” più accaniti e feroci di Trotskij e della sua corrente politica, nella schiera dei “nemici” più accaniti e feroci della costituenda Quarta Internazionale.

Sfortunatamente per Trotskij e per la “seconda versione”, e per fortuna invece della verità storica, abbiamo in mano una “pistola fumante” e un fatto sicuro: e cioè le ricevute delle lettere inviate clandestinamente nel corso del 1932 da Trotskij sia a Radek, e cioè al suo (presunto, immaginario) “nemico accanito e feroce”, che a Preobrazenskij, di sicuro e secondo lo stesso Brouè un militante trotzkista che operava clandestinamente nell’URSS stalinista del 1931/32.

Grazie alla ricevuta della lettera inviata segretamente da Trotskij nel corso del 1932 a Radek, ormai sappiamo che quest’ultimo nel corso del 1932 era ritornato via via ad essere un simpatizzante di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale, diventando in seguito uno dei dirigenti più autorevoli dell’organizzazione trotzkista operante allora clandestinamente in Unione Sovietica.

In questo contesto si possono valutare e apprezzare, come ulteriore “prova del nove” e verifica incrociata, le affermazioni rese da G. Lukács nel 1971 rispetto proprio a Karl Radek, in base alle esperienze dirette e ai contatti personali da lui vissuti in prima persona in Unione Sovietica all’inizio degli anni Trenta, dove Lukács allora si trovava in esilio.

Infatti G. Lukács, nel suo “Testamento politico” del gennaio 1971, indicò chiaramente che “nei grandi processi russi” (i processi di Mosca del 1936/38) “furono condannati ingiustamente Zinoviev, Bucharin e Radek, ma è assolutamente indubitabile che Bucharin e Radek fossero oppositori”: fossero “oppositori” contro Stalin e il suo nucleo dirigente, durante gli anni Trenta[10].

La dichiarazione di Lukács è significativa proprio perché egli era stato testimone diretto del coinvolgimento di Radek e Bucharin in segrete attività antistaliniste durante gli anni Trenta, visto che egli notò altresì che proprio all’inizio degli anni Trenta Radek e Bucharin avevano cercato di “entrare in contatto” con lui, per sondare la sua disponibilità a un’azione politica diretta contro Stalin, ma che Lukács si era invece rifiutato di incontrarli, come indicò quest’ultimo in un’intervista del 1971 a E. Vezer e I. Eorsi[11].

Abbiamo quindi acquisito una testimonianza diretta di Lukács su un’esperienza vissuta in prima persona; una sua testimonianza rispetto a Radek espressa poi solo in tempi non sospetti, quasi due decenni dopo la morte di Stalin e nel gennaio del 1971; una testimonianza diretta e personale su Radek che Lukács tenne inoltre per sé, senza rivelarla in precedenza a Stalin e al mondo intero, per ben quarant’anni e dagli inizi degli anni Trenta fino al 1971; una testimonianza su Radek resa infine da un Lukács che, nel 1971, in ogni caso dichiarò che Radek era “stato condannato ingiustamente” al processo di Mosca del 1937.

Anche solo per tutti questi motivi combinati, si può quindi concludere che il testimone Lukács avesse affermato il vero sul ruolo di oppositore di Stalin svolto allora da Radek: se poi si collegano le dichiarazioni di Lukács alla lettera segreta inviata da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, tali affermazioni risultano veritiere al di là di ogni dubbio, anche poco ragionevole.

Un ulteriore prova del nove rispetto alla concreta militanza trotzkista di Radek nel 1932 ci viene altresì dal fatto sicuro, citato dagli storici antistalinisti Getty e Naumov, che proprio alla fine del 1932 Karl Radek venne convocato assieme a Zinoviev e Kamenev dagli organismi disciplinari del partito comunista sovietico perché sospettato di essere in connessione con il “gruppo Rjutin”, una organizzazione segreta di comunisti sovietici vicini alle posizioni di Bucharin e che allora chiesero apertamente l’immediato allontanamento dal potere di Stalin[12].

Se Radek riuscì in quel periodo ad allontanare da sé i sospetti del potere stalinista anche accusando il bucharinista A. P. Smirnov, un altro oppositore clandestino contro Stalin e che a quel tempo era ormai già compromesso e sottoposto ad accurate indagini da parte della polizia sovietica, è significativo che sulla lealtà a Stalin del Radek del 1932 si fossero allora formati seri dubbi, anche se quasi subito rientrati, nell’apparato stalinista; rientrati tra l’altro anche attraverso la manovra assai spregiudicata compiuta allora da Radek, che diede un piccolo colpo al già inquisito e ormai compromesso bucharinista A. P. Smirnov proprio al fine di salvare sia la propria pelle, che il suo ruolo di importante “talpa” all’interno del regime stalinista di quel tempo[13].

Avvocato del diavolo: “stiamo in ogni caso parlando del 1932: ma dopo il 1932 non sussistono ricevute scritte e prove inconfutabili di lettere inviate segretamente da Trotskij a Radek, e pertanto non vi è la certezza che Radek abbia continuato nelle sue “relazioni pericolose” con il leader della Quarta Internazionale anche nel 1933, nel 1934 e fino almeno al dicembre del 1935”.

Lasciamo parlare i fatti e le testimonianze disponibili su Radek, dopo il 1932 e fino all’agosto del 1936: una testimonianza minore come base preliminare e, subito dopo, le informazioni decisive fornite sia dal trotzkista Pierre Brouè, un accanito sostenitore della “seconda versione”, che da Isaac Deutscher, anch’esso storico trotzkista e autore di una celebre biografia sempre su Trotskij.

Innanzitutto lo storico W. Laqueur, sicuramente antistalinista, riferì come nel 1934 proprio Radek, durante una sua conversazione con un giornalista tedesco, avesse affermato con enfasi che se “la Germania l’avesse voluto, avrebbe potuto avere un’aviazione più forte di quella della Francia in soli tre mesi”[14].

Una dichiarazione che non solo lascia perfettamente comprendere l’alto grado di valutazione espresso nel 1934 da Radek sulle grandi, e purtroppo reali potenzialità tecnico-belliche della Germania nazista, ma che fra l’altro risulta in accordo con la tesi della supremazia tecnico-militare di quest’ultima rispetto agli altri paesi europei e all’URSS (ma non nei confronti degli Stati Uniti) sostenuta da Trotskij tra il 1933 e il 1940, come dimostreremo in seguito esaminando la linea politica generale espressa dal leader della Quarta Internazionale in quegli anni.

La prima “pistola fumante” sulle reali posizioni politiche del Radek post-1932 viene in ogni caso gentilmente offerta dall’insospettabile Isaac Deutscher, noto storico trotzkista, che si lasciò sfuggire il fatto estremamente interessante per cui, dopo la presa del potere di Hitler nel gennaio del 1933, fu proprio Karl Radek a indicare gli uffici di Stalin in presenza di un suo ospite e “comunista fidato”, sottolineando come in quel luogo e al Cremlino risiedessero a suo avviso i veri responsabili della vittoria dei nazisti: infatti l’insospettabile Deutscher ci informò che “molti”, nel partito comunista sovietico e specialmente tra gli antichi oppositori trotzkisti del 1926/27, “seguivano con simpatia la campagna di Trotskij” sul pericolo che il nazismo arrivasse al potere in Germania.

“La maggior parte di loro condivideva già l’opinione che Radek avrebbe espresso più tardi, nel 1933, quando, parlando con un comunista fidato, indicò l’ufficio di Stalin al Cremlino e disse: «Là dentro siedono i responsabili della vittoria di Hitler»[15].

A giudizio del Radek del 1933, Stalin e il suo nucleo dirigente costituivano quindi “i responsabili della vittoria di Hitler”, nel suo caustico giudizio espresso davanti a un “comunista fidato” di matrice trotzkista.

La valutazione politica e le parole di Radek del 1933, riportate dal fedele trotzkista Isaac Deutscher, non corrispondono di certo all’identikit del fedele militante stalinista, mentre invece la tesi esposta da Radek aderiva perfettamente a quella elaborata da Trotskij in quel periodo rispetto all’individuazione del responsabile principale, e cioè Stalin, del devastante fenomeno dell’ascesa al potere da parte di Hitler.

Basti solo pensare, a titolo di esempio, che nel luglio del 1933 e nell’articolo “Fascismo e parole d’ordine democratiche” Trotskij notò addirittura che secondo l’Internazionale comunista di quel tempo, diretta da fedeli stalinisti “il fascismo, sembra, è diventato inaspettatamente la locomotiva della storia… La burocrazia stalinista assegna al fascismo” (al nazismo, pienamente al potere da qualche mese) “la risoluzione di quei compiti basilari che essa stessa si è dimostrata del tutto incapace di assolvere”, a partire dalla distruzione dell’influenza esercitata dalla socialdemocrazia sulla classe operaia.

Siamo quindi in presenza di un fatto eclatante: lo storico Isaac Deutscher, trotzkista e antistalinista, descrisse di suo pugno una conversazione del 1933 nel quale Radek espresse apertamente delle valutazioni antistaliniste e di matrice trotzkista, attribuendo proprio a Stalin la colpa principale rispetto alla disastrosa vittoria di Hitler in Germania.

Un’ulteriore “pistola fumante” rispetto alla reale collocazione politica del Radek post-1932 ci viene fornita da un altro insospettabile storico trotzkista: questa volta Pierre Brouè, e sempre su un caso particolare riguardante Karl Radek.

Una volta scoppiata nel luglio del 1936 la sanguinosa rivolta delle alte gerarchie militari e della borghesia spagnola contro il (moderato) governo di Fronte Popolare, proprio Karl Radek scrisse infatti un mese prima del suo arresto e sull’autorevole quotidiano sovietico “Izvestia” alcuni articoli di analisi politica, esaminando a fondo la situazione esplosiva ormai venutasi a creare nella penisola iberica in quella caldissima estate del 1936.

A questo punto lasciamo volentieri la parola al documentato e intelligente storico Pierre Brouè, che ci fornisce l’ennesima prova concreta per questo punto particolare del giallo storico in via di esposizione: a suo giudizio, infatti, “l’articolo di Radek sull’Izvestia del 5 agosto del 1936, intitolato “I fautori della guerra preparano l’intervento contro la rivoluzione spagnola”, è in effetti una critica della politica staliniana”[16].

“Una critica della politica staliniana”: parole chiare, quelle di Brouè, che tra l’altro ben descrivono l’essenza dell’articolo di Radek dell’agosto del 1936.

Secondo Brouè, sostenitore accanito della “seconda versione” tesa a negare l’esistenza del volo di Pjatakov, proprio Karl Radek e in piena epoca stalinista, ossia il 5 agosto del 1936, effettuò su un’importante giornale stalinista quale l’Izvestia “una critica” (certo velata e cauta, ma una critica) “della politica staliniana”: ora, perché non credere su questo punto all’insospettabile storico trotzkista Brouè?

Seconda domanda, ancora più importante: a questo punto risulta così strano dedurre che non solo nel 1932 e nel 1933, ma anche nell’agosto del 1936 Karl Radek avesse compiuto e mantenuto una scelta di campo antistalinista? Stiamo parlando dell’agosto del 1936, lontano più di otto mesi dal dicembre del 1935 e dal mese che ci interessa da vicino: proprio per tale ragione Brouè relegò la sua significativa e corretta valutazione dell’articolo di Radek del 5 agosto del 1936 in una brevissima nota, tra l’altro ben nascosta a pag. 1005 e alla fine della sua documentata biografia su Trotskij, e quindi quasi inaccessibile.

Detto in estrema sintesi, solo un militante trotzkista – abile e doppiogiochista – poteva nel 1933 ritenere Stalin come il principale responsabile dell’ascesa al potere di Hitler e in seguito, nell’agosto del 1936, “criticare” la “politica staliniana” addirittura su un quotidiano sovietico, seppur per forza di cose in modo cauto e prudente.

Come già in precedenza, abbiamo in ogni caso a nostra disposizione tutta una serie di “prove del nove” sulla reale scelta di campo politica compiuta dal Radek post-1932.

Un’ulteriore verifica incrociata infatti proviene dalle eclatanti congratulazioni rivolte da Karl Radek nel marzo del 1936 all’allora incaricato militare nazista a Mosca, il generale Ernst Köstring: in quel periodo e dopo quattro mesi dal volo di Pjatakov a Kjeller, Karl Radek dimostrò infatti il suo dissenso segreto con il nucleo dirigente stalinista anche in occasione dell’occupazione nazista della Renania.

Prendendo a pretesto proprio la ratifica del patto d’alleanza franco-sovietico del 1936, Hitler infatti aveva violato allora apertamente una clausola del trattato imperialistico di Versailles del 1919 che imponeva la smilitarizzazione della zona tedesca di confine e procedette quindi all’occupazione militare della strategica regione industriale della Ruhr, sollevando subito la durissima reazione di condanna dell’URSS stalinista e la simultanea inerzia delle potenze liberaldemocratiche, Francia e Gran Bretagna in testa.

Di fronte a questo importante e tragico successo nazista, la reazione politica di Karl Radek risultò a dir poco stupefacente: l’ebreo e comunista Karl Radek, come accertò già nel 1974 e usando documenti ufficiali tedeschi degli anni Trenta lo storico anticomunista F. L. Carsten, subito dopo l’occupazione nazista della Renania andò infatti a congratularsi per l’importante successo riportato dalla croce uncinata nella Ruhr con il generale nazista Ernst Köstring, allora addetto militare tedesco a Mosca[17].

Siamo in presenza dell’ennesima conferma dell’ostilità politica nascosta di Radek verso le scelte compiute dal nucleo dirigente sovietico negli anni compresi tra il 1932 e il 1936, vista l’opposta reazione di condanna espressa da Stalin e dal Comintern rispetto alla mossa strategica compiuta dai nazisti in Renania, nel marzo del 1936; e acquisiamo tra l’altro la certezza che nel marzo 1936 sussisteva un particolare tipo di relazione tra nazisti e dirigenti trotzkisti, uno speciale rapporto di collaborazione tattica tra le due parti che spiega il fatto, altresì incredibile, per cui il comunista ed ebreo Karl Radek potesse nel marzo del 1936 congratularsi con il nazista E. Köstring per la vittoria hitleriana nella Renania e per un successo importante ottenuto dai nazisti antisemiti, che aveva giustamente provocato l’indignazione e l’inquietudine più che giustificata del nucleo dirigente stalinista oltre che degli antifascisti di tutto il mondo.

La frase rivolta a Ernst Köstring diventa altresì ancora più interessante se poi si viene a conoscenza che, in un articolo da lui scritto sulla stampa stalinista e per l’Izvestia dell’8 marzo del 1936, sempre Karl Radek aveva invece duramente condannato l’occupazione nazista della Renania: l’ennesimo doppiogioco compiuto dall’astuto e coraggioso criptotrotzkista di nome Karl Radek, negli anni compresi tra il 1932 e il 1936.

Lo storico antistalinista Silvio Pons ha infatti sottolineato a questo proposito che “la prima considerazione compiuta da Radek, l’8 marzo, fu che l’occupazione nazista della Renania stracciava l’ennesimo “pezzo di carta” e non costituiva una sorpresa, poiché “sin dal primo momento dell’avvento al potere del fascismo in Germania ha violato il patto di Locarno nei punti concernenti la zona demilitarizzata”[18].

Sempre Radek, in un successivo articolo pubblicato sui giornali sovietici il 6 aprile del 1936 e sempre nella sua veste ufficiale di fedele seguace di Stalin, notò inoltre che la crisi renana costituiva un “problema europeo” e un fatto che “cambia in misura significativa i rapporti di forza del dopoguerra”, nel senso di una sensibile crescita” delle “chances di un’aggressione militare tedesca”[19].

Siamo in presenza di una chiara e inequivocabile duplicità, da parte di Radek.

Con il nazista Köstring, abbiamo l’applauso del Radek trotzkista alla vittoria hitleriana del marzo 1936, che determinava una sensibile e simultanea crescita “delle chances” sia di un’aggressione militare tedesca” su scala europea che dell’arrivo del “giorno del leone” rivoluzionario, formulazione sempre di Radek e su cui torneremo tra poco; sulla stampa stalinista del marzo e aprile del 1936, viceversa, venne espressa una condanna senza mezzi termini dell’occupazione nazista della Renania da parte dello stesso Radek, ossia di un uomo diviso e sdoppiato sul piano politico, nel corso del 1932-36, tra finta fedeltà stalinista e reale militanza trotzkista.

Un altro criterio di verifica incrociata ci viene dalle relazioni come minimo assai particolari intessute da Karl Radek con il gerarca nazista Theodor Oberlander nell’agosto del 1934 e a Mosca: nel corso del loro colloquio Radek pronunciò una frase e dei concetti che, per la loro gravità e implicazioni politiche, equivalgono alle congratulazioni da lui espresse direttamente a Köstring quasi due anni dopo e nel marzo del 1936.

Lo storico R. Tosstorff ha notato nel 2007 sulla rivista storica di matrice trotzkista “Revolutionary History”, recensendo una biografia di Radek scritta dallo studioso Jean-Francois Fayet, che durante la visita a Mosca del nazista T. Oberlander (più tardi ministro del governo conservatore e antisovietico di K. Adenauer, dal 1953 al 1960) proprio “Radek si incontrò con lui sperando con ciò, sicuramente commettendo un errore di giudizio, di stabilire un “canale nascosto” con la leadership nazista”; a sua volta anche A. A. Knoff, nell’edizione del 1961 del suo libro “Metapolitics: from the romantics to Hitler”, in un appendice intitolata “Rosenberg versus Hitler in Russia” (Ed. Putnam Capricorn, p. 480), aveva descritto il meeting riservato tenutosi nell’agosto del 1934 tra Radek e Oberlander.

Un incontro segreto tra Radek e Oberlander, per costruire un “canale nascosto” con i nazisti era avvenuto sicuramente a Mosca nell’agosto del 1934: ma chi era Theodor Oberlander?

All’età di soli diciotto anni egli partecipò nel 1923 al putsch militare organizzato da Hitler a Monaco di Baviera; entrato nel partito nazista nel 1933, con una fulminea carriera Oberlander divenne nello stesso anno il leader del partito hitleriano nel distretto di Saxe-Meiningen oltre che un insegnante presso l’università di Greifswald, dove subito si fece notare nel rendere l’ambiente dei docenti “libero dagli ebrei”.

Intelligente e ambizioso, Oberlander pose al centro dei suoi libri la necessità di “un’intervento” tedesco-nazista nei sistemi agricoli della Polonia e dell’Unione Sovietica, da lui considerati “non-economici”, diventando a soli 30 anni un “esperto” nazista rispetto alla “questione orientale”, tanto che nel marzo del 1935 egli guidò un seminario ristretto di gerarchi e studiosi hitleriani rispetto alle relazioni e l’azione di sovversione da tenere nei confronti dei paesi limitrofi alla Germania, a partire dalla Polonia e dell’Unione Sovietica.

Uno dei fulcri delle schifose teorizzazioni naziste di Oberlander, fin dal 1933, era costituita dalla descrizione degli ebrei come dei pericolosi “portatori di comunismo”, coniugata all’analisi dei benefici che l’antisemitismo dei contadini slavi avrebbe portato agli obiettivi imperialistici tedeschi nell’Europa orientale: analisi teorica trasformatasi in seguito in concreta pratica genocida, visto che Oberlander operò attivamente nel 1940/45 come dirigente nazista addetto alla pulizia etnica in Polonia e URSS, nell’ultimo caso guidando personalmente un battaglione di ucraini che partecipò a diversi massacri di cittadini  sovietici, in particolar modo di etnia ebraica[20].

Il colloquio riservato tra Radek e Oberlander fa risaltare non solo l’esistenza indiscutibile di un “canale nascosto” (Tosstorff) tra il primo e alcuni gerarchi nazisti, ma anche e soprattutto l’estrema particolarità delle posizioni politiche espresse da Radek nel 1933-36, già evidenziata dalle sue congratulazioni al nazista Kostring nel marzo del 1936.

Una parte significativa del dialogo in via d’esame tra il trotzkista ed ebreo Karl Radek e il nazista e antisemita Oberlander è stato infatti esposto dal diplomatico tedesco Gustav Hilger, allora presente allo stupefacente colloquio tra i due e che in seguito riportò un segmento assai rivelatore delle affermazioni di Radek: quest’ultimo espresse contemporaneamente sia la sua strabiliante “ammirazione per la dedizione e per lo spirito organizzativo della gioventù nazista” (S. Pons) che le sue più comprensibili anche se irreali speranze nelle potenzialità rivoluzionarie dei giovani tedeschi[21].

In un suo libro del 1953, intitolato “The incompatible allies”, Gustav Hilger sottolineò che a un certo punto del suo incontro del 1934 con Oberlander, Radek stupì i presenti affermando che “nei volti degli studenti tedeschi che marciano in camicia marrone”, e cioè con le divise hitleriane, antisemite e anticomuniste del 1934, “riconosco la stessa dedizione che una volta ha illuminato i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa” (i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa una volta guidati da Trotskij, fino al 1924) “e dei volontari tedeschi del 1813”, nella guerra antinapoleonica: Radek altresì aggiunse che comunque “ci sono molti nostri splendidi seguaci” (comunisti) “all’interno delle S.A. e delle S.S. che un bel giorno saranno ancora determinati a lanciare bombe a mano per noi”[22].

Siamo ormai nella posizione di Alice nel paese delle – orrende – meraviglie, oltre che assai vicini alla “tana del Bianconiglio” di matrice trotzkista.

L’ammirazione esplicita e stupefacente per la “dedizione” e l’idealismo dei giovani nazisti tedeschi, connessa alla simultanea fiducia nelle prospettive rivoluzionarie in Germania costituiscono infatti due elementi combinati che risultano perfettamente compatibili con l’identikit di un Karl Radek che, proprio nel 1934 e in qualità di dirigente trotzkista (e doppiogiochista) in terra sovietica, stava mettendo in atto, assieme al suo leader in esilio Trotskij, una particolare collaborazione tattica con l’antagonista hitleriano contro il loro comune nemico principale, e cioè il regime stalinista, dando per scontata e inevitabile l’apertura di uno scontro frontale tra nazismo e trotzkismo dopo la futura ma inevitabile distruzione dell’egemonia del nucleo dirigente stalinista. Collaborazione momentanea e di natura tattica che si rifletteva a sua volta anche nella parte sopracitata – altresì strabiliante e assurda – del suo colloquio con il gerarca nazista T. Oberlander, e del resto vedremo meglio in seguito come per Radek non risultasse certo una novità l’elogio del “coraggio” e dell’«idealismo» dei fascisti tedeschi, visto il caso eclatante del discorso da lui pronunciato in prima persona e pubblicamente in memoria del nazista Leo Schlageter, nel giugno del 1923[23].

Un’altra prova del nove sulle reali posizioni politiche adottate da Radek nel 1933-36 proviene dall’articolo da lui scritto per l’autorevole quotidiano sovietico Izvestia, il primo maggio del 1936.

Al suo interno Radek espose, in forma appena velata, quel (presunto) nesso inscindibile tra guerra mondiale e rivoluzione planetaria che contraddistingueva – guarda caso – anche le analisi e previsioni politiche sviluppate da Trotskij nel 1933-36 e dopo l’ascesa al potere dei nazisti, su cui torneremo a lungo in seguito, riprendendo pertanto proprio sulle pagine di un giornale stalinista del 1936 sia “la tradizione catastrofista del comunismo” (Pons) che l’ottimismo di matrice trotzkista sul futuro “giorno del leone” della rivoluzione mondiale.

Come ha notato Pons, il primo maggio del 1936 Radek “citò infatti recenti affermazioni del ministro della Difesa inglese, secondo le quali la situazione internazionale era ormai più aspra che nel 1914 e una guerra avrebbe significato la fine della civiltà umana. Radek non dissentì dalla prima tesi e polemizzò invece con la seconda. A suo giudizio, lungi dal comportare un crollo della civiltà, la prossima guerra avrebbe posseduto senza dubbio alcuno “ancora più influenza rivoluzionaria” della prima guerra mondiale, dato lo sconquasso del sistema capitalistico postbellico, la perdita di fiducia delle masse in esso, l’attrazione esercitata dall’URSS. Vane sarebbero state le speranze degli imperialisti più reazionari di evitare, con l’aiuto del fascismo, “le conseguenze rivoluzionarie di una nuova guerra mondiale”: “noi comunisti – precisava l’autore – non guardiamo in modo così pessimistico al futuro della civilizzazione”, perché “dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”. Radek si faceva così interprete della tradizione catastrofista del comunismo, che giungeva ora a vedere in una seconda guerra mondiale, ritenuta alle porte, un nuovo passaggio e una nuova occasione per l’abbattimento del sistema capitalistico”[24].

“Dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”: un “leone” comunista e rivoluzionario che, per il Radek del maggio 1936 come del 1932, era incarnato dallo stesso Trotskij (con le sue lettere segrete spedite allo stesso Radek), e non certo da Stalin.

La tesi apocalittica di Radek sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario e anticapitalista diventa ancora più significativo se si considera che essa risultava in aperta contraddizione con la teoria invece esposta in un articolo pubblicato sui giornali sovietici sempre il primo maggio del 1936, ma scritto invece dal fedele stalinista G. M. Dimitrov, che allora risultava il capo autorevole della Terza Internazionale.

Nel suo scritto Dimitrov sottolineò sulla Pravda non solo che “il pericolo di guerra veniva dal fascismo e che essa riguardava anche l’Occidente, non solo l’URSS”, ma al contrario di Radek si assunse la paternità del concetto per cui una “pace cattiva” fosse preferibile alla guerra e “riaffermò la visione differenziata degli Stati capitalistici”, nonché la polemica contro i “critici di sinistra” cui attribuì “le idee fataliste sull’inevitabilità della guerra e l’impossibilità di conservare la pace”, proprie dei “dottrinari ossificati” e dei “ciarlatani”. Tale polemica appare anche rivolta contro il radicalismo e l’estremismo nelle file comuniste, venuti allo scoperto dinanzi alla crisi renana. Dimitrov riprese inoltre una tesi che era contenuta nella risoluzione del 1° aprile e alla quale “Ercoli” (Palmiro Togliatti) “non aveva riservato particolare attenzione nella sua relazione al Presidium: quella secondo la quale il “mantenimento della pace” avrebbe provocato la crisi e la sconfitta del fascismo in Germania. La capacità del movimento operaio di impedire lo scoppio della guerra ne avrebbe accresciuto la forza sino a configurare non solo “un pericolo mortale” per il fascismo, ma anche una minaccia per “le fondamenta del regime capitalistico”. Dimitrov presentò così la lotta per la pace come “una lotta rivoluzionaria”. Questa tesi non era originale: era già stata avanzata da V. Knorin nel dibattito al “VII Congresso” dell’Internazionale Comunista, tenutosi a Mosca nell’agosto del 1935[25].

La differenza politica tra le tesi espresse da Dimitrov con quelle sostenute invece da Radek, rispetto al nesso guerra-rivoluzione e pace-rivoluzione, risulta fin troppo evidente. In sostanza l’abile, astuto e coraggioso Karl Radek riuscì a far passare un messaggio politico di matrice “catastrofista” (Pons) e criptotrotzkista sotto gli stessi occhi di Stalin e sui giornali stalinisti proprio il primo maggio del 1936, attuando pertanto un capolavoro di sagacia che gli riuscì del resto anche nell’agosto del 1936 e in quell’articolo sulla guerra civile spagnola che, persino secondo Brouè, costituiva una “critica della politica stalinista” attuata sempre sotto il naso di Stalin: non si può non ammirare l’astuta e sotterranea “guerriglia teorica” che Radek attuò contro il nucleo dirigente stalinista, durante i primi otto mesi del 1936.

Un altro criterio di verifica incrociata delle nostre tesi su Radek deriva dal contenuto particolarissimo dell’incontro che quest’ultimo ebbe a Danzica, all’inizio del 1936, con un autorevole esponente del servizio segreto militare tedesco, Walter Nicolai (1873-1947), nel quale Radek manifestò la sua speranza di “sopravvivere” al regime stalinista, a dispetto del fatto che egli fosse allora un emissario ritenuto fidato dal – troppo ingenuo e fiducioso – Stalin, e come tale mandato in missione speciale in territorio straniero e fuori dai confini sovietici.

In quell’incontro Radek discusse e parlò troppo, e con vicino a lui troppe orecchie indiscrete, visto che nel colloquio riservato tenuto per l’appunto a Danzica, nel sobborgo di Oliwa, secondo un testimone diretto dell’incontro, egli infatti tra l’altro affermò all’inizio del 1936 che “ora, in URSS tutto è possibile. Perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”[26].

Radek dal 1929 era rientrato a poco a poco nelle grazie di Stalin e, all’inizio del 1936, il leader comunista georgiano aveva riaffermato nei fatti la sua (mal riposta) fiducia in Radek proprio mandandolo all’estero e in una missione riservata; perché dunque questi temeva per la sua sopravvivenza (“perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”) sotto il regime stalinista, se egli non fosse implicato in un azione e scelta politica pericolosissima per la sua sorte, come la militanza clandestina trotzkista e un doppio gioco (mortale, almeno potenzialmente) contro Stalin?

Altrettanto interessante risulta l’interlocutore di Radek nel colloquio di Danzica, città in cui già nel maggio 1933 il partito nazista aveva vinto le elezioni con il 57 percento dei voti, instaurando subito un regno del terrore contro comunisti ed ebrei.

Radek discusse infatti clandestinamente (ma con presenti troppi testimoni, per sua sfortuna) con il potente Walter Nicolai, uno dei capi del servizio segreto militare tedesco dal 1916 al 1927, e che nel 1936 costituiva ancora autorevole consigliere dello spionaggio tedesco. Nicolai conosceva benissimo Radek per averlo incontrato più volte nel 1919 e nel 1921-22, e accettò di incontrarlo in un colloquio riservato la cui esistenza è accertata mediante numerose testimonianze; a partire sia dal tedesco Roehner, che accompagnava allora Nicolai, che da A. Orlov, che fungeva allora da guardia del corpo di Radek, oltre che da una nota del giornale di Varsavia “Kurier Czerwony” del 22 febbraio 1936[27].

Dopo aver via via riacquistato l’ingiustificata fiducia di Stalin, Radek era stato inviato nel corso del 1933 in Polonia per cercare di impedire l’alleanza (poi conclusasi realmente) tra quest’ultima e la Germania nazista; ma all’inizio del 1936 Radek venne invece mandato nella città-stato di Danzica per sondare gli umori di quella parte degli apparati statali tedeschi ritenuta da Mosca meno antirussa e antisovietica, e nella quale emergeva proprio W. Nicolai. Solo che Stalin all’inizio del 1936 non era ancora a conoscenza di un piccolo “dettaglio”, e cioè che il “suo” emissario Radek in realtà era un abile doppiogiochista che serviva un altro e ben diverso referente politico, e cioè Trotskij, per conto del quale Radek anche a Danzica stava effettuando un “gioco” politico assai pericoloso, molto particolare e dall’esito finale devastante[28].

Un’ulteriore prova del nove: il contenuto dell’articolo “radicale” (Pons) scritto il primo agosto del 1936 da Radek sull’importanza della guerra civile spagnola da poco scoppiata. Emergono infatti al suo interno, seppur in forma mascherata, alcune tesi politiche notoriamente care ed espresse pubblicamente dal Trotskij del 1933-36 rispetto:

  • alla possibilità concreta di “rivolte popolari” nei “paesi del fascismo”, a partire dalla Germania hitleriana;
  • alla lotta rivoluzionaria delle masse popolari, intesa come il solo mezzo di resistenza efficace contro lo scoppio di una nuova guerra mondiale;
  • alla richiesta che l’URSS intervenisse attivamente e “non restasse passiva”, usando quindi anche i mezzi militari, rispetto alla guerra civile spagnola e all’ormai incombente nuova guerra mondiale;
  • all’importanza decisiva attribuita da Radek “alla critica delle armi” e alla “rivoluzione” rispetto invece allo strumento, ormai da lui ritenuto spuntato, della “diplomazia”;
  • all’incombenza della seconda guerra mondiale, visto che sempre a giudizio di Radek la situazione nell’agosto del 1936 era ormai “ancora più grave dei mesi precedenti” alla prima guerra planetaria, scoppiata nel luglio-agosto del 1914.

Mettiamo subito a confronto le posizioni espresse da Radek e da Trotskij, rispetto al significato eclatante assunto dalla guerra civile spagnola anche sul piano planetario.

In un suo articolo del 1937, intitolato “La lezione della Spagna: l’ultimo avvertimento”, Trotskij rilevò ad esempio con chiarezza ed estrema radicalità che la guerra civile spagnola costituiva, assieme alla guerra imperialistica italiana contro l’Etiopia, una sorta di prologo alla futura rivoluzione mondiale, sottolineando che “tutti gli stati maggiori stanno studiando attentamente le operazioni militari in Etiopia, in Spagna e nell’Estremo Oriente” (ossia in Cina, sottoposta allora a sua volta alla feroce aggressione giapponese) “in preparazione della grande guerra futura. Le battaglie del proletariato spagnolo emettono dei flash illuminanti sulla rivoluzione mondiale che sta arrivando …”, ossia sulla futura sollevazione degli operai e sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario esteso su scala planetaria.

Passando invece all’analisi e alle previsioni effettuate da Radek rispetto al significato “illuminante” e di valore mondiale assunto dalla guerra civile spagnola, l’intelligente storico antistalinista Silvio Pons ha notato giustamente che il primo agosto del 1936 “Radek tornò a sostenere le tesi radicali”, e cioè rivoluzionarie e bellicose, “da lui stesso delineate nella crisi renana” del marzo del 1936.

Radek infatti affermò che anche lo scoppio della guerra civile spagnola dimostrava che una nuova e seconda “guerra mondiale era ormai alle porte, che i fascisti la stavano accuratamente pianificando, che i sentimenti delle masse popolari costituivano il solo elemento di resistenza a tale catastrofico evento”. Occorreva prendere coscienza, secondo Radek, che negli ambienti politici e diplomatici del mondo capitalistico non era ormai più all’ordine del giorno la discussione “se sia possibile o meno evitare la guerra. Si discute il problema di quando scoppierà la guerra”. Ciò avrebbe costituito una rappresentazione del tutto fedele e realistica dell’attuale situazione internazionale: la tesi che il pericolo di guerra non era adesso inferiore a quello del 1914 poteva essere contestata “solo nel senso che oggi la situazione è ancora più grave che nei mesi precedenti la guerra mondiale”. E’ evidente che l’autore alludeva in realtà a discussioni oltremodo attuali in URSS, e intendeva significare che, a suo giudizio, esse erano superate dai fatti e che non era il caso di attardarsi in questo genere di dispute, tanto più dopo l’apertura della nuova crisi in Spagna. Quest’ultima venne, per il momento, ricordata solo quale teatro favorevole agli obiettivi imperialistici del fascismo italiano nell’Africa del Nord. Così come aveva fatto tre mesi prima, Radek denunciò il tentativo del nazismo di creare “un blocco di potenze revisionistiche”, isolando Francia e URSS, e invitò le potenze occidentali ad assumere posizioni più ferme, costringendo la Germania a scegliere “tra l’accordo sull’organizzazione di una pace collettiva e l’isolamento”. Tuttavia il suo accento cadde sui movimenti di massa, che in una situazione sempre più conflittuale avrebbero accresciuto il loro carattere rivoluzionario: secondo l’autore, le premesse di rivolte popolari esistevano “in tutto il mondo capitalistico, e in primo luogo nei paesi del fascismo”.

In altre parole, secondo Radek la critica delle armi e della rivoluzione stava ormai decisamente soppiantando le armi della diplomazia e della politica. La sua richiesta di dare un colpo al fascismo e la sua affermazione che l’URSS “non è mai rimasta passiva” dinanzi al pericolo di guerra non pareva così confinata all’azione diplomatica. Ciò appariva di fatto suggerito proprio dallo scenario della guerra civile in Spagna. La tesi dell’attualità della guerra, della quale Radek si faceva nuovamente portavoce, veniva riproposta con forza. Egli pose in relazione diretta l’intervento dei fascismi contro la rivoluzione spagnola e la preparazione di una nuova guerra mondiale. Pur negando che in Spagna fosse all’ordine del giorno l’instaurazione di una dittatura del proletariato, egli fece appello a un movimento di solidarietà internazionalista dal carattere assai più concreto e fattivo di quello limitato alla raccolta di fondi e aiuti alimentari”[29].

Ancora una volta l’astuto Radek riuscì a far passare sulla stampa stalinista dell’agosto 1936, seppur in forma cauta e solo parzialmente, almeno alcune delle tesi via via espresse nel 1933-36 dal suo vero leader in esilio, e cioè da Trotskij, rendendo quindi pubblica una prudente e limitata, ma concreta “critica della politica staliniana” (Brouè) in campo internazionale.

Passiamo ora a un diverso criterio di verifica sul ritorno di Radek alla militanza trotzkista: esso si basa su alcune dichiarazioni espresse da Trotskij e da suo figlio Lev Sedov, l’abile braccio destro del padre dal 1929 al 1938, e più precisamente sulle bugie espresse mano a mano da entrambi rispetto al nodo politico in via d’esame.

Rispetto ai suoi reali rapporti politici con Radek nel 1932-36, Trotskij adottò infatti la tattica della menzogna permanente e sistematica: come si è già accennato in precedenza, tutta una serie di bugie vennero infatti pronunciate da Trotskij sia nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey, sia anche il 14 maggio del 1932 in una sua lettera indirizzata al militante antistalinista A. Weisbord.

Da un lato Trotskij inviò infatti sicuramente la sopracitata lettera clandestina a Radek nel marzo del 1932, ma dall’altro nel 1937 egli negò con forza la sua esistenza e, allo stesso tempo, definì Radek come un personaggio contraddistinto da “degenerazione ideologica e morale” il 14 maggio del 1932, in una missiva inviata questa volta ad Albert Weisbord: per conoscere nel dettaglio tali aspetti particolari leggiamo assieme, giudici-lettori, le parole pronunciate in prima persona da Trotskij nell’aprile del 1937 durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, nell’ultima parte della sua lunga deposizione finale.

Trotskij in quella sede rilevò che “durante il processo di Mosca, “Radek testimoniò: nel febbraio del 1932, ho ricevuto una lettera da Trotskij … Trotskij scrisse inoltre che da quando ha saputo che sono una persona attiva, era convinto che sarei tornato alla lotta”. Tre mesi dopo questa presunta lettera”, (presunta lettera) “il 14 maggio 1932 ho scritto” (io, Trotskij) “ad Albert Weisbord a New York: “… la degenerazione ideologica e morale di Radek testimonia il fatto che non solo Radek non è una persona corretta, ma anche che il regime stalinista si deve supportare su funzionari spersonalizzati o persone demoralizzate”. “Tale era la mia vera valutazione di questa” “persona attiva!”[30].

Ancora una volta Trotskij si tradisce involontariamente e con le sue stesse parole, visto che ormai abbiamo a disposizione la “pistola fumante” della ricevuta della lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932.

Prima e già esposta menzogna di Trotskij: la lettera del 1932 a Radek sarebbe stata a suo avviso “presunta”, irreale e quindi inventata da Stalin e dalla sua polizia politica nel 1937, mentre invece tale missiva del 1932 non era per niente “presunta” ma invece un dato di fatto certo e concreto, sicuro e innegabile.

Seconda menzogna di Trotskij: egli scrisse al militante antistalinista americano A. Weisbord, nel maggio del 1932, che era affetto da “degenerazione ideologica e morale” proprio quel Karl Radek al quale lo stesso Trotskij (forse anch’esso infettato dalla “degenerazione ideologica e morale”?) aveva inviato una missiva clandestina nel marzo del 1932 e che era tornato, fin dall’inizio del 1932, a tessere relazioni di collaborazione politica con la corrente trotzkista operante su scala internazionale.

Conoscendo ormai l’innegabile realtà della lettera segreta spedita proprio da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, si può capire perfettamente il livello sofisticato di menzogne, ripetute e plateali, espresse  fin dal maggio del 1932 rispetto ai suoi reali rapporti politici con il secondo; se da un lato Trotskij scrisse all’inizio del 1932 una lettera segreta a Radek, dall’altro lato proprio per coprire e nascondere le sue reali relazioni con quest’ultimo egli giunse fino al punto di definire Radek come un uomo corrotto e affetto da “degenerazione ideologica e morale”, in una sua lettera inviata nel maggio 1932 all’antistalinista statunitense A. Weisbord.

Quante menzogne e quanti trucchi vennero usati da parte dell’intelligente e astuto Trotskij, rispetto alle sue reali relazioni con Radek nel periodo 1932-36!

Menzogne e trucchi che vennero altresì utilizzati su tale tematica anche da Lev Sedov, in una lettera sopracitata che il figlio e aiutante politico di Trotskij scrisse all’antistalinista Victor Serge all’inizio del 1937, poco dopo la conclusione del secondo processo di Mosca del gennaio del 1937.

Nella sua missiva del 1937 a Victor Serge, che i giudici-lettori possono ritrovare nel libro di V. Rogovin intitolato “1937”, al capitolo quindici (www.marxists.org), Lev Sedov parlò a modo suo della “lettera provocatoria” del 1932 che lui e Trotskij mai e poi mai, almeno a suo dire, avrebbero spedito a “persone del tipo Radek e Pjatakov”.

Notò infatti Lev Sedov che “le conversazioni di Pjatakov con L. D.” (e cioè Trotskij) “sono il prodotto della collaborazione tra Radek e Pjatakov; è chiaro che un idiota come Yezhov” (allora a capo dell’NKVD) “non sarebbe riuscito nemmeno ad immaginare un tale raffinato imbroglio. Inoltre l’amoralità di Radek, il suo cinismo, e altre qualità fanno di lui il più appropriato candidato, in mancanza del capo, a dirigere la cucina della GPU… Se avessimo tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo loro una lettera provocatoria, essi avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU. Chiunque conosca i due elementi e la situazione attuale dell’URSS su questo non può avere dubbi…”.

Lev Sedov si dimostrò bravissimo nell’inventare menzogne sfrontate e, almeno in questo campo specifico, risultò quasi all’altezza di suo padre.

A suo avviso costituiva infatti solo una “provocazione” e un’invenzione la concretissima lettera che Trotskij spedì realmente a Radek, nel marzo del 1932, e per di più, se lui e suo padre avessero spedito una “lettera provocatoria” – come quella del marzo 1932 – a “persone del tipo di Radek e Pjatakov”, i due personaggi in questione “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, ossia alla polizia stalinista.

A questo punto “chiunque non può aver dubbi”, per usare la terminologia di Sedov, che quest’ultimo e Trotskij mentissero sulla “lettera provocatoria” (ma reale) del 1932 a Radek con un “cinismo” e “amoralità” impressionanti, visto che all’inizio del 1932 proprio Trotskij spedì una missiva segreta a Radek e che quest’ultimo (“su questo non si può avere dubbi”) nel 1932-35 certo non “denunciò il fatto alla GPU”, rivelando anche in tal modo sia la sua reale collocazione politica antistalinista che “l’amoralità” di Lev Sedov, il “cinismo” lucido e intelligente con il quale quest’ultimo raccontava frottole e bugie a V. Serge sulla reale scelta di campo trotzkista compiuta invece dal Radek del 1932-36.

Se già la lettera inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932, collegata alle affermazioni rilasciate da Trotskij sulla presunta assenza di relazioni di alcun tipo da parte sua con Pjatakov e Radek nel 1929-36, non lasciava spazio a dubbi razionali sulla scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932, ormai abbiamo accumulato tutta una serie di altre prove (le altrimenti inspiegabili congratulazioni espresse nel 1936 da Radek a Köstring in occasione della vittoria nazista nella Renania, la conversazione del 1933 di Radek con un “comunista fidato” sulle responsabilità di Stalin per la vittoria di Hitler in Germania, ecc.) e di altri indizi variegati ma concordanti, che indicano con sicurezza come Radek avesse lottato in segreto contro Stalin e a fianco di Trotskij anche negli anni compresi tra il 1933 e l’agosto del 1936, ivi compreso quindi quel dicembre del 1935 che ci interessa in modo particolare.

Avvocato del diavolo: “ma avete qualche prova che sia davvero esistita in Unione Sovietica un’organizzazione clandestina trotzkista, dal 1931 all’agosto/settembre del 1936? Se non riuscite a dimostrare la presenza concreta di tale fattore materiale, tra Trotskij in esilio e Pjatakov/Radek in terra sovietica vi sarebbe stato in ogni caso un vuoto assoluto, con le inevitabili conseguenze negative rispetto almeno alla loro capacità di azione: anche se trotzkisti (clandestini) al 101 per cento essi sarebbero state in ogni caso delle voci isolate che gridavano a vuoto nel “deserto” stalinista, privi pertanto di qualsiasi margine operativo concreto e lontani anni-luce dalla capacità di organizzare concretamente il viaggio segreto a Kjeller nel dicembre 1935”.

Ancora una volta lasciamo la parola allo storico trotzkista Brouè per risolvere anche questo problema, a svantaggio della “seconda versione” antistalinista.

In un suo saggio del gennaio del 1980, infatti, Brouè rilevò che gli “autentici trotzkisti” clandestini in Unione Sovietica “avevano una lunga storia”, anche se nel biennio 1931/32 “l’unico di quelli che i compagni deportati consideravano un leader ed era in libertà a Mosca in quel tempo era Andrei Kostantinov”, membro del partito bolscevico dal 1910 e “che non fu arrestato fino al dicembre del 1932; ma non c’è assolutamente alcun dubbio”, proseguì Brouè, “che un piccolo gruppo” (di trotzkisti clandestini) “esisteva ed era in comunicazione clandestina con Sedov” (il figlio di Trotskij) “a quel tempo”, nel 1930/1932[31].

Inoltre Brouè attestò anche la formazione di un “blocco delle opposizioni” contro Stalin operante nell’URSS del 1932: genesi reale, concreta e attestata da una fonte sicura per la “seconda versione”, che risulterà un elemento e una prova assai importante quando andremo in seguito ad esaminare il grado di affidabilità delle confessioni-testimonianze di Pjatakov e Radek.

Fin dal 1980 Brouè sottolineò inoltre che, assieme a molti seguaci di Bucharin e di Zinoviev/Kamenev, nel 1932 i coraggiosi trotzkisti guidati da Kostantinov risultavano affiancati nel fronte e nel “blocco” delle opposizioni antistaliniste da un altro gruppo, composto da altri trotzkisti che si invece si erano sottomessi a Stalin nel corso del biennio 1928/1929.

Si trattava di un nucleo diretto fin dal 1931 da Ivan Nikitic Smirnov, un vecchio bolscevico che aveva militato nelle file trotzkiste durante il periodo compreso tra il 1923 e il 1928 e che, nel 1929, aveva tentato di capitolare di fronte a Stalin in modo meno disonorevole di “Radek, Smilga e Preobrazenskij”[32].

Grazie al Brouè del 1980, veniamo pertanto a conoscenza che nel 1930/32 esisteva una organizzazione trotzkista guidata clandestinamente da Kostantinov in terra sovietica, in stretto contatto con Lev Sedov e (tramite lui) con Trotskij, mentre sempre rispetto al 1932 ormai sappiamo che operava simultaneamente un’altra organizzazione di “trotzkisti tornati alla lotta” dopo le capitolazioni da loro rese a Stalin nel 1928/29, guidata allora da I. N. Smirnov.

Sempre l’intelligente e preparato storico trotzkista pubblicò inoltre nel 1991 un’altra opera assai interessante, sia in generale che rispetto al volo di Pjatakov, intitolata “La rivoluzione perduta” e avente per oggetto la biografia di Trotskij: e il Brouè del 1991 ci fornisce molte più informazioni, sia rispetto al “gruppo di Smirnov” che al “Blocco delle Opposizioni” antistalinista.

Sotto il primo aspetto Brouè nel 1991 sottolineò che “il ruolo decisivo”, nei raggruppamenti clandestini che via via si formarono nel 1931/32 all’interno del partito bolscevico ormai egemonizzato dal nucleo dirigente stalinista, “è svolto dal gruppo di Ivan Nikitic Smirnov”, che nel 1929 si era sforzato di redigere una dichiarazione di capitolazione più onorevole di quella di Radek, Smilga e Preobrazenskij. Meno disonorevole tuttavia, la sua dichiarazione, i contatti che conserva, le cose che dice: il contegno che mantiene gli valgono una certa reputazione. Espulso dall’Urss nel 1930, Andrés Nin cita proprio Smirnov come personaggio rappresentativo di “una sorta di capitolazionisti che non hanno rinunciato alle proprie idee e per i quali la capitolazione non era che una manovra tattica”.

Dunque la parziale “resa” a Stalin, per Smirnov rappresentava già nel 1929/30 solo “una manovra tattica”: un nuovo elemento di fatto, di cui tener conto.

Brouè notò inoltre che “non si sa nulla dell’attività del gruppo Smirnov fino al 1931, né del modo sottile in cui sembra aver tentato di combinare l’opposizione clandestina e le affermazioni a doppio senso” (il doppio gioco contro Stalin, in parole semplici) “alla linea del partito. La svolta decisiva si verifica per lui nel maggio 1931, quando incontra a Berlino Lev Sedov. Non si è certamente trattato solo di una conversazione di carattere generale avvenuta per caso, come Sedov ha ovviamente cercato di far credere al momento del processo di Mosca. Tuttavia bisogna riconoscere che non c’è modo di sapere se l’incontro fu fortuito, come Sedov afferma o se al contrario fu preparato. Ci si deve accontentare di segnalare l’inverosimiglianza del racconto di Sedov, fatto dopo il primo processo di Mosca, a proposito di un dettaglio: egli avrebbe abbracciato Smirnov riconoscendolo per strada. Si può credere ad un simile comportamento con un “capitolazionista” vigorosamente denunciato da Trotskij?” (sicuramente no. Crederlo sarebbe come aver ancora fiducia nell’esistenza di Babbo Natale: l’incontro tra Sedov e Smirnov non fu certamente casuale, anche solo per il dettaglio significativo “dell’abbraccio”).

“Le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso altri emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929, Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazenskij, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco.

“Nel settembre o nell’ottobre 1932 giunge in missione a Berlino un alto funzionario dell’apparato economico” (sovietico), “Holzman, legato a Smirnov, del quale accetta di fare l’intermediario presso Sedov. Porta notizie che il suo interlocutore considera d’importanza capitale. Esse dimostrano l’attività e l’importanza del gruppo che Sedov, nella sua corrispondenza con Trotskij chiama dei “trotzkisti ex capitolazionisti” e del quale scrive senza mezzi termini ai compagni della Segreteria internazionale” (della Quarta Internazionale) “Smirnov e altri, che ci avevano lasciati, sono ritornati”.

Essi erano quindi “ritornati” alla militanza antistalinista e anche Trotskij, parlando di questo gruppo, afferma che da esso si può “trarre il bilancio dell’esperienza della capitolazione onesta, sincera e non carrierista”[33].

Fermiamoci solo un attimo per sottolineare come anche nel caso di I. N. Smirnov, come del resto in quello del 1929 relativo a Blumkin, assistiamo alla dinamica consueta dell’”incontro casuale” di Sedov a Berlino con il trotzkista clandestino Smirnov, che passava “casualmente” sempre a Berlino nello stesso giorno/ora e nello stesso posto in cui si trovava sempre “casualmente” il figlio di Trotskij, che quindi entrava in contatto con un trotzkista che, formalmente, si dichiarava fedele a Stalin appartenendo a pieno titolo all’apparato statale sovietico.

Grazie anche al pezzo sopra citato, sappiamo in ogni caso con sicurezza che esistevano in Unione Sovietica nel 1931/32 ben due organizzazioni parallele che si rifacevano a Trotskij e alla costituenda Quarta Internazionale: Radek e Pjatakov pertanto non erano assolutamente “isolati”, in estrema sintesi, negli anni compresi tra il 1931 e il 1932.

Il Brouè del 1991 ha comunque ancora molto da rivelarci rispetto alla coraggiosa azione espressa dall’organizzazione trotzkista che operava clandestinamente in terra sovietica, la quale comprendeva al suo interno fin dal maggio 1931 e in modo quasi organico anche il gruppo di Smirnov, come è stato ammesso apertamente persino dallo storico trotzkista francese: nel corso del 1932 si creò infatti una sorta di fronte unico, di alleanza politica e di “blocco” tra i diversi segmenti dell’opposizione antistalinista di matrice comunista, ivi compresi i trotzkisti, seppur mantenendo la loro rispettiva autonomia politica.

Oltre agli zinovievisti, dell’alleanza antistalinista formatasi via via nel 1932 faceva parte anche una parte significativa della vecchia corrente politica legata a Bucharin, e cioè la destra del partito bolscevico tra cui spiccava il gruppo legato a Rjutin e Slepkov, fino al 1929 schierati apertamente con Bucharin: nei confronti di questo nucleo di opposizione proprio i trotzkisti sovietici, con la benedizione di Trotskij, svilupparono una rete di connessioni per una lotta comune contro il regime stalinista nel corso del 1932, a dispetto delle loro reciproche e serie divergenze politiche.

Si tratta forse di propaganda stalinista, o di affermazioni prive di riscontro reale?

Assolutamente no, visto che possiamo utilizzare anche in questo campo specifico proprio le tesi enucleate dallo storico trotzkista Brouè, il quale tra l’altro si basa su dati di fatto sicuri ed inoppugnabili: solo rispetto all’argomento del terrore da usare contro Stalin egli volutamente sbaglia, ma per l’argomento in via d’esame si tratta di un elemento secondario.

Brouè sottolineò infatti che nel 1932 la “principale iniziativa del gruppo di “Rjutin e Slepkov” “fu l’elaborazione di una piattaforma politica generalmente chiamata “di Rjutin”: tale “piattaforma si presentava come un tentativo di saldare le vecchie opposizioni di destra e di sinistra contro Stalin, cominciando con l’associarle in un programma comune. Movendo dalla necessità di una marcia indietro in campo economico si pronunciava poi a favore della restaurazione della democrazia nel partito, preceduta dalla reintegrazione di tutti gli espulsi, tra i quali Trotskij. Analizzava anche il ruolo di Stalin in una requisitoria serrata che lo presentava come “il genio malefico della Rivoluzione (…) mosso dalla sete di vendetta e dalla fame di potere”. Si spingeva fino a paragonarlo al famoso provocatore Azev, chiedendosi se la sua politica non fosse frutto di una “gigantesca provocazione cosciente”[34].

Se Stalin costituiva davvero un emulatore di un “famoso provocatore” della polizia zarista, e cioè di quel E. F. Azev che realmente aveva fatto per anni il doppio gioco tra lo zarismo e i suoi oppositori, perché non eliminarlo fisicamente? Ma continuiamo.

“La circolazione di questo documento, largamente conosciuto nell’estate del 1932 nelle alte sfere del partito, portò a un’inchiesta della Commissione Centrale di controllo. Il 9 ottobre, il plenum del Comitato centrale decise di punire severamente, con l’espulsione dal partito, quanti erano venuti a conoscenza della piattaforma e non l’avevano denunciata: tra di essi figuravano significativamente Jan Sten, Zinoviev e Kamenev, cosi come Uglanov.

In effetti la comparsa della “destra rinnovata” di Rjutin e Slepkov aveva due significati. Il fatto che facesse propria la rivendicazione della democrazia operaia nel partito rappresentava il riconoscimento che Trotskij aveva avuto ragione a proposito del regime del partito. Il fatto poi che fosse stata accolta favorevolmente negli strati medi e inferiori della burocrazia alle prese con enormi difficoltà, mostrava che quest’ultima era sensibile a richieste che potevano allentare la tensione. Trotskij non sembra peraltro aver avuto dubbi sulle possibilità che, in un futuro non troppo lontano, essa aveva d’imporsi a detrimento di Stalin e di tenere il campo per un periodo abbastanza lungo da obbligare l’Opposizione di sinistra e fare un buon pezzo di strada al suo fianco”, ossia al fianco della “destra rinnovata” di Rjutin e soci.

“È difficile pensare che Sedov e Smirnov non abbiano discusso, nel loro incontro a Berlino nel 1931, di un’eventuale alleanza – un “blocco” come dicono i russi – tra le varie opposizioni a Stalin. Tant’è che il ritorno di Smirnov è coinciso con la comparsa in URSS dell’idea di un “blocco delle opposizioni”, e che è stato seguito dai primi passi verso la sua realizzazione. Ma forse, per tutti questi gruppi, il fatto essenziale era il legame ormai stabilito con Trotskij, che dava consistenza alla loro iniziativa. Dall’ansia di Trotskij nel vedere il figlio impegnarsi in questi contatti si può vedere come egli non considerasse cose di poco conto né l’incontro né i progetti discussi.

L’essenziale è che, con l’incontro tra Sedov e Smirnov, quest’ultimo può ormai entrare direttamente in contatto con Trotskij, può consultarlo. Un “blocco delle opposizioni” è possibile senza di lui? Zinoviev ha visto moltiplicarsi le visite, da quella di Safarov, che aveva rotto con lui nel dicembre 1927, a quelle di Sten e Lominadze, che si erano schierati con Stalin contro di lui e che egli considera di sinistra, come Sljapnikov e Medvedev esponenti dell’Opposizione operaia dell’inizio degli anni venti. Da parte sua, Smirnov ha informato le altre figure della nebulosa dell’Opposizione, a cominciare da Zinoviev, oltre che, naturalmente, i propri amici Mrackovskij e Ter-Vaganian; quest’ultimo ha messo al corrente Lominadze. Le trattative sono iniziate con ogni probabilità nel giugno 1932, e tutto si è svolto rapidamente, dopo gli incontri preliminari. Ter-Vaganian ha fatto da intermediario per numerosi sondaggi. Gli zinovievisti, che hanno inviato Evdokimov a discutere con il gruppo Smirnov, nel vagone ferroviario di Mrackovskij, si decidono nel corso di una riunione “tra amici” tenuta nella dacia di Zinoviev a Il’iskoe, con Kamenev, Bakaev, Karev, Kuklin e Evdokimov, che fa il relatore”.

Ormai il “blocco” delle opposizioni antistaliniste stava nascendo nel corso del 1932, come testimonia lo stesso Brouè: non solo l’organizzazione clandestina trotzkista operava allora concretamente in terra sovietica, ma proprio in quell’anno essa stava altresì tessendo una trama complessa di relazioni, più o meno strette, con gli altri gruppi comunisti-antistalinisti.

“È a settembre che Holzman si reca a Berlino, con l’incarico da parte di Smirnov e Mrackovskij d’incontrare Sedov e informarlo su ciò che accade in Unione Sovietica, per avere l’opinione di Trotskij. Dopo aver incontrato Holzman, che gli consegna una lettera di Smirnov e dei documenti molti dei quali vengono quasi immediatamente pubblicati sul “Bulleten Opposicij”, Sedov informa Trotskij della costituzione in Urss di un “blocco” con le altre opposizioni, e cioè gli zinovievisti, il gruppo di Smirnov dei “trotskisti ex capitolazionisti”, il gruppo Sten-Lominadze. Il gruppo Safarov-Tarchanov che ha, egli dice, una posizione “troppo estremista” non ha ancora aderito al blocco.

Qualche settimana dopo, Iuri Gaven, alto funzionario del Gosplan e membro del “gruppo O” (verosimilmente Osinskij), venuto in Germania a curarsi la tubercolosi, conferma per altra via le informazioni portate a Sedov da Holzman.

Per quel che si può sapere della risposta di Trotskij, questi si rallegra dell’esistenza del blocco, che per ora si limita ad uno scambio di informazioni. Sottolinea con vigore che si tratta di una semplice alleanza e non di una fusione, e ch’egli intende conservare per i propri compagni e per sé il pieno diritto di critica reciproca. Una divergenza appare chiara tra lui e i suoi alleati. Questi ultimi prospettano la possibilità di allargare il blocco verso destra, cioè fino al gruppo Rjutin-Slepkov, mentre Trotskij è nettamente contrario, pur non negando la necessità di un periodo di collaborazione con loro. La prima critica diretta ai nuovi alleati, è il rimprovero di condurre una politica “attendista” che lascia l’iniziativa alla “destra”.

La situazione che gli è stata descritta gli sembra peraltro talmente favorevole allo sviluppo dell’Opposizione ch’egli giunge a considerare vicina la possibilità di una dichiarazione politica comune, la cui portata sarebbe considerevole: essa sarebbe firmata dalle personalità più note del blocco, le quali ne assumerebbero cosi pubblicamente la responsabilità.

Si delinea un’altra polemica, che per il momento Trotskij conduce col solo Sedov. Si tratta della parola d’ordine che sta al centro dell’agitazione del gruppo Rjutin-Slepkov: “cacciate Stalin!”. Egli giudica pericolosa questa parola d’ordine, che a suo parere rischia di aprire la porta alla reazione capitalista e soprattutto di permettere al gruppo dirigente di sfruttare la paura che egli stesso ispira. Insiste particolarmente sulla necessità di non offrire appigli al timore di rappresaglie che gli stalinisti tentano di collegare ad un eventuale ritorno di Trotskij, come gli ha segnalato un corrispondente, probabilmente Smirnov”. (La parola d’ordine “cacciamo Stalin” fu adottata apertamente dallo stesso Trotskij solo pochi mesi dopo e dal luglio del 1933, come vedremo in seguito, ma per ora la questione non è centrale).

“Il blocco delle opposizioni, tuttavia, non è altro che una cornice destinata a restare vuota. Scompare di fatto qualche settimana dopo la sua nascita, in seguito ad avvenimenti che non riguardano la sua attività e che non sembrano aver condotto la GPU a conoscerne l’esistenza.

Il primo è la scoperta da parte della polizia segreta, della piattaforma del gruppo Slepkov-Rjutin, la cui circolazione non è stata denunciata da molti dei suoi eminenti lettori. Stalin – che si dice non abbia ottenuto dall’Ufficio Politico la pena di morte chiesta dalla GPU contro Rjutin – colpisce contemporaneamente i membri del gruppo e i loro complici: Zinoviev e Kamenev sono espulsi dal partito, il primo esiliato a Minusinsk, il secondo a Kustanaj, Sten, a sua volta, è esiliato a Akmolinsk.

Poco tempo dopo, il gruppo zinovievista decide di sospendere qualsiasi attività fino alla reintegrazione nel partito dei suoi due dirigenti. A Mosca circola voce di un’autocritica di Zinoviev, un capolavoro del doppio linguaggio che solo all’ultimo momento si sarebbe scoperto essere in realtà una critica di Stalin” (quindi doppio gioco, ancora una volta).

“Trotskij, dal canto suo, stigmatizza la leggerezza dei due dirigenti, colpiti ora per aver preso conoscenza di una piattaforma che non era la loro, mentre avrebbero potuto difendere le proprie idee…

Nel settembre 1932, un primo arresto di un membro del gruppo Smirnov mette la GPU sulle tracce di quest’ultimo. Avvisato per tempo, Smirnov riesce a distruggere i documenti compromettenti e ad avvisare Trotskij. Ma Holzman si fa prendere alla frontiera mentre porta, nel doppio fondo della valigia, la “lettera aperta” ai dirigenti dell’URSS che Trotskij ha scritto dopo essere stato privato della nazionalità sovietica.

Arrestato a sua volta il 1° gennaio 1933 – contemporaneamente a Preobrazenskij, Ufimcev e un centinaio di altri – Smirnov è giudicato a porte chiuse per “contatti con lo straniero”. Viene condannato a dieci anni di prigione, senza che il blocco sia stato scoperto, anzi senza che tutti i membri del suo gruppo siano stati identificati. Smilga, a lui vicino, è stato invitato a traslocare e a lasciare Mosca. Nei mesi successivi, Mrackovskij, che non è stato arrestato, fa circolare, con la collaborazione di Pereverzev, una piattaforma che Sedov ha trasmesso a Trotskij, ma il cui testo non è stato ritrovato negli archivi”[35].

Dopo aver notato di sfuggita che anche la “piattaforma” elaborata nel 1933 da Mrackovskij e Pereverzev risulta guarda caso sparita dagli archivi Trotskij, come del resto le lettere di Trotskij a Radek e Preobrazenskij, possiamo a questo punto tirare le somme.

Stando persino a Brouè, non solo un’organizzazione trotzkista (e di stretti simpatizzanti di Trotskij) clandestina esisteva e operava in Unione Sovietica proprio nel periodo preso in esame, anche se subì un duro colpo all’inizio di gennaio del 1933, ma essa era riuscita anche a creare un fronte unico con le correnti politiche diverse rispettivamente a Bucharin e Zinoviev/Kamenev: un “blocco” che, stando allo stesso Brouè, “non era stato scoperto del tutto dalla polizia stalinista alla fine del 1932/inizio del 1933”.

Tale organizzazione poteva altresì usufruire di coraggiosi corrieri ed emissari clandestini tra l’URSS e l’estero, come nel caso di Holzman e I. Gaven: parola (scritta) del trotzkista Brouè, basata su fatti certi e inoppugnabili.

Avvocato del diavolo: “rimaniamo appunto al gennaio 1933: dopo tale data, l’organizzazione clandestina trotzkista risulta ormai distrutta”.

Non proprio, visto che persino l’abile Brouè ha dovuto ammettere – sapeva benissimo che descrivere  l’esistenza e l’azione di trotzkisti clandestini in Unione Sovietica vicino al dicembre del 1935 diventa pericolosa per la “seconda versione”, anche e soprattutto rispetto al volo di Pjatakov – che “nei mesi successivi” al gennaio del 1933, “Mrackovskij, che non è stato arrestato, risulta ancora in azione” in qualità di dirigente clandestino trotzkista, e quest’ultimo resterà attivo ancora nel 1934/35 e fino al momento del suo arresto.

La costituenda Quarta Internazionale quindi non morì e non scomparve in terra sovietica nel gennaio 1933: è un fatto sicuro che riguarda uno dei principali dirigenti trotzkisti in URSS e lo stesso Brouè inoltre ammise, alla fine del suo lungo pezzo sopracitato, che alcuni membri attivi del “gruppo Smirnov” non erano “stati identificati” nel 1932/33, risultando quindi ancora in libertà e in grado ancora di operare contro il nucleo dirigente stalinista[36].

Nel 1933-35 non erano infatti in prigione importanti dirigenti trotzkisti quali E. A. Dreitzer, il vecchio e fedele capo della guardia del corpo di Trotskij dal 1918 fino al 1927, il sopracitato Ter-Vaganian e N. I. Muralov, un vecchio bolscevico che persino secondo Brouè non aveva mai sconfessato Trotskij dopo il 1927 e che venne arrestato solo alla metà del 1936[37].

Sempre Brouè, anche se di sfuggita, dovette inoltre ammettere che proprio Lev Sedov nell’aprile del 1934 si stupiva che i trotzkisti russi reggessero e resistessero ancora nella loro lotta clandestina, seppur affrontando difficoltà operative sempre crescenti in terra sovietica[38].

E su questa tematica – l’esistenza e azione reale di un’organizzazione clandestina di matrice trotzkista in Unione Sovietica, nel 1933/36 – intervenne in modo decisivo anche il leader in esilio della Quarta Internazionale nel 1936, seppur con risultati involontariamente disastrosi per la “seconda versione”: ancora una volta invitiamo al nostro simposio Trotskij, in qualità di testimone in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, rispetto al nodo in oggetto.

Infatti proprio Trotskij, con una chiara e pubblica dichiarazione dell’inizio del 1936, sottolineò a sua volta che sino ad allora “la Quarta Internazionale aveva in URSS la sua sezione più forte, la più numerosa e la più temprata”.

A giudizio del suo stesso leader mondiale, pertanto, all’inizio del 1936 la sezione “più numerosa”, più “temprata” e “più forte” su scala mondiale della Quarta Internazionale risultava collocata e operava proprio in Unione Sovietica, giudizio tra l’altro espresso pubblicamente poco dopo il fatidico dicembre del 1935[39].

Grazie all’aiuto involontario del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale abbiamo ottenuto una precisa e inequivocabile “pistola fumante”: proprio il capo indiscusso di quest’ultima, che ovviamente conosceva meglio di chiunque altro il grado di forza o debolezza delle diverse sezioni dell’organizzazione politica internazionale da lui diretta, nel gennaio del 1936 ci ha infatti informati che il “più forte”, il più “temprato” e migliore ramo nazionale della Quarta Internazionale operava a quel tempo proprio nell’Unione Sovietica stalinista venendo ovviamente formata e alimentata non certo da eterei fantasmi, ma viceversa da uomini concreti in carne e ossa.

Anche se Brouè, per ovvi motivi tesi a screditare in modo preventivo i processi di Mosca, rilevò che quella del Trotskij del gennaio del 1936 risultava “una conclusione che molti discuteranno”, dobbiamo a questo punto difendere Trotskij dai suoi interessati detrattori trotzkisti.

All’inizio del 1936, quando con sicurezza effettuò la dichiarazione sopracitata, Trotskij non risultava certo un vecchio vanaglorioso ma invece un esperto, abile e intelligentissimo uomo politico che aveva in mano il quadro d’insieme rispetto alla situazione reale e agli specifici punti di forza politico-sociali (oltre che di debolezza, certo) dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva allora in Unione Sovietica: ormai poco radicata tra le masse popolari, ma altresì ancora ben posizionata proprio nell’apparato statale sovietico, solo in larga parte – ma non totalmente – egemonizzato da Stalin.

Sappiamo che Radek scrisse sull’importante giornale sovietico Izvestia, il 5 agosto 1936, un articolo che lo stesso Brouè definì “una critica della politica staliniana”; in piena epoca stalinista.

Sappiamo ormai, sempre andando a ritroso nel tempo, che il lucido e intelligente Trotskij all’inizio del 1936 riteneva la sezione clandestina sovietica come la migliore nelle file della costituenda Quarta Internazionale, la più “forte”, “temprata” e “numerosa” al suo interno.

Sappiamo altresì che Lev Sedov, l’abile e astuto figlio di Trotskij, nell’aprile del 1934 era sorpreso e ovviamente felice della resistenza operativa nella clandestinità dimostrata allora dai trotzkisti sovietici.

Persino Brouè, seppur assai reticente su questo punto, è stato costretto a riconoscere come anche dopo il 1932 rimanessero dei “resti isolati” del movimento trotzkista, impegnati in una difficile e coraggiosa battaglia contro Stalin: come ad esempio fece Mrackovskij, in grado anche nel 1933 di produrre ed elaborare una piattaforma politica della quale Brouè conferma l’esistenza concreta[40].

Proprio numerose fonti di matrice trotzkista portano pertanto a concludere, con sicurezza assoluta che la sezione sovietica della Quarta Internazionale non scomparve di certo dopo gli arresti del gennaio del 1933: anche perché Radek e Pjatakov risultavano sicuramente liberi e ben posizionati nelle alte sfere sovietiche, durante il periodo compreso tra l’inizio del 1933 e il luglio del 1936.

Avvocato del diavolo: “giusto, Pjatakov: quali prove sicure vi sono che Pjatakov fosse ritornato a essere un dirigente clandestino trotzkista, nel 1931-1936? In fin dei conti, le ricevute delle lettere contenute negli archivi di Harvard e spedite da Trotskij nel 1932 riguardavano solo Radek e Preobrazensky, ma non certo Pjatakov”.

Lo stesso Trotskij parlò correttamente di Radek e di Pjatakov come di una sorta di duo inscindibile: se Radek era dunque ritornato ad essere un militante trotzkista nel 1932/36, lo stesso valeva quindi anche per Pjatakov, e pertanto analizziamo tale tematica solo per eliminare eventuali dubbi, anche poco ragionevoli, sulla collocazione politica del Pjatakov del 1931-36.

Passato dalla parte di Stalin all’inizio del 1928 abbandonando simultaneamente l’opposizione trotzkista, Pjatakov dovette in ogni caso affrontare nella seconda metà del 1930 un duro scontro politico con Stalin, il quale giunse allora a definirlo un “commissario ambiguo” e un “comunista inaffidabile” durante quel “caso Bryukhanov” che provocò un’inevitabile reazione di allontanamento e di alienazione, sia politica che personale, rispetto al duro nucleo dirigente stalinista da parte di Pjatakov: tale conflitto si collegò poi e si sommò ai fattori combinati quali la sua passata militanza trotzkista di alto livello nel periodo 1923-27, la presenza concreta al suo fianco della seconda moglie, deportata proprio per attività trotzkista nel 1927 (e da cui Pjatakov si sarebbe separato solo dopo qualche anno) e soprattutto le gravi difficoltà economico-sociali che stava incontrando l’Unione Sovietica nel 1930-31.

Il “caso Bryukhanov” scoppiò nell’ottobre del 1930 e coinvolse direttamente anche Pjatakov, pochi mesi prima del suo soggiorno a Berlino su cui torneremo.

N.P. Bryukhanov (1878-1938) era un bolscevico che nel 1926 era stato nominato commissario del popolo (ministro) del dicastero delle finanze: ma nell’autunno del 1930 egli venne rimosso da tale carica dal nucleo dirigente stalinista perché ritenuto responsabile dell’aumento vertiginoso della speculazione monetaria e dell’inflazione sviluppatasi nell’URSS di quel periodo assieme a Pjatakov, che a sua volta fu allontanato dalla carica da lui allora detenuta di capo della Banca di Stato sovietica[41].

Anche se Bryukhanov ottenne nel 1931/37 altre cariche relativamente prestigiose all’interno dell’apparato statale sovietico, lo scontro tra Stalin e Bryukhanov/Pjatakov assunse in ogni caso dei toni molto aspri.

Basandosi su documenti sovietici rimasti segreti per lungo tempo, lo storico anticomunista Sebag-Montefiore ha infatti sottolineato che nel settembre del 1930 Stalin “si volse quindi ad attaccare gli uomini di destra del governo. Ordinò una campagna contro la speculazione monetaria, dando la colpa di quest’ultima ai commissari delle finanze di Rykov, i “commissari ambigui” Pjatakov e Bryukhanov. Stalin era assetato di sangue, e ordinò al capo dell’OGPU Menzinskij, una persona particolarmente colta, di arrestare altri sabotatori. Disse quindi a Molotov di “fucilare due o tre dozzine di sabotatori infiltratisi all’interno di questi uffici”.

Stalin ci scherzò su durante una riunione del Politburo. Quando i leader criticarono Bryuchanov, scrisse a Valerij Mezlauk un biglietto che riportava, nell’interesse del Gosplan (l’ente centrale di pianificazione economica), che “per tutti i suoi peccati presenti e futuri, andrà appeso per le palle: se le sue palle saranno abbastanza forti e reggeranno il peso, sarà perdonato e gli daremo ragione, ma se si romperanno, lo getteremo nel fiume”. Mezlauk era anche un abile vignettista e fece un disegno di questa particolare tortura, con i testicoli e tutto il resto. Senza dubbio risero tutti a crepapelle. Bryuchanov, però, venne realmente licenziato e in seguito eliminato[42].

Alla fine del 1930, Pjatakov si trovò pertanto in una posizione di scontro politico reale con il nucleo dirigente stalinista e questa contraddizione si trasformò presto in una decisiva separazione politica, effettuata ovviamente in segreto, rispetto a Stalin, determinando il suo ritorno nella vecchia “casa madre” trotzkista di cui era stato in ogni caso uno dei principali dirigenti nel corso del 1923-27.

Scontrandosi politicamente con Stalin e vedendosi definire da quest’ultimo addirittura come un “commissario” e un comunista “ambiguo”, la precedente anima e tendenza trotzkista di Pjatakov riemerse alla luce, come del resto avvenne per i casi già citati di Smirnov e di Preobrazensky.

Avvocato del diavolo: “il caso Bryukhanov non è una prova diretta della vostra tesi”.

Come prova concreta del neo-trotzkismo di Pjatakov, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo innanzitutto a disposizione la testimonianza insospettabile dell’ingegnere statunitense J. Littlepage, personaggio apolitico e che rese la sua interessantissima testimonianza nel 1938, ben lontano dall’URSS di Stalin.

Littlepage constatò infatti di persona nel 1931 che Pjatakov era impegnato proprio a Berlino in attività assai sospette, rilevando nel suo libro autobiografico del 1938 che “nella primavera del 1931, Serebrovskij” (un alto funzionario sovietico del tempo) “mi parlò di una missione che era stata inviata a Berlino per fare grossi acquisti sotto la direzione di Jurij Pjatakov, che allora era vicecommissario per l’Industria pesante.

Arrivai a Berlino pressappoco nello stesso momento in cui arrivò la missione” di Pjatakov, che si prolungò per più di un mese nella capitale tedesca di quel periodo.

“Tra le varie proposte di acquisto, la missione fece quella di diverse dozzine di elevatori di potenze che andavano da cento a mille cavalli-vapore. Questi elevatori sono composti abitualmente da tamburi, armature, porta-carichi, ingranaggi, ecc. posti su un basamento di barre d’acciaio…

La missione aveva chiesto il prezzo per chilogrammo in pfennig. Diverse ditte avevano fatto delle offerte, ma c’erano notevoli differenze – da cinque a sei pfennig per chilogrammo – tra la maggior parte delle offerte e quelle di due ditte, i cui prezzi erano decisamente inferiori. Queste differenze mi fecero esaminare attentamente le descrizioni in modo particolareggiato, e scoprii che queste ultime ditte avevano sostituito una base di ghisa a quella in acciaio leggero com’era richiesto; così se le loro offerte fossero state accettate, i Russi avrebbero in realtà pagato più caro, poiché la ghisa pesa molto di più dell’acciaio leggero, ma sarebbe sembrato loro di pagare di meno considerando il prezzo in pfennig al chilogrammo.

Ciò non sembrava altro che un trucco e naturalmente mi fece piacere fare questa scoperta. Informai i componenti russi della missione con soddisfazione. Con mia meraviglia, non furono per nulla contenti. Fecero persino pressioni su di me perché accettassi l’affare, dicendomi che avevo capito male ciò che si desiderava.

Non potevo spiegarmi il loro atteggiamento. Pensai che potesse esserci sotto qualche mazzetta”. Tangenti e “mazzette”, certo, ma utilizzate per scopi politici e non a scopo di arricchimento personale di Pjatakov e dei suoi più stretti collaboratori.

Proprio Littlepage, e non a caso, nel suo libro sottolineò che durante il processo del gennaio del 1937 Pjatakov in tribunale fece le dichiarazioni che seguono: “Nel 1931, ero in missione per servizio a Berlino. A metà estate del 1931, a Berlino, Smirnov Ivan Nikitic mi informò che in quel momento la lotta trotzkista contro il governo sovietico e la Direzione del Partito stava riprendendo con nuovo vigore, che egli stesso aveva avuto un appuntamento a Berlino con Sedov, il figlio di Trotskij, il quale, per incarico di suo padre, gli aveva dato nuove direttive. (…) Smirnov mi informò che Sedov desiderava molto vedermi. Acconsentii ad avere questo incontro. (…) Sedov mi disse che si era formato un nuovo centro trotzkista: si trattava di tutte le forze capaci di portare avanti la lotta contro la direzione staliniana. Si stava sondando la possibilità di ristabilire un’organizzazione comune con gli zinovievisti. Sedov disse anche che i “destri”, nelle persone di Tomskij, Bucharin e Rykov, non avevano, nemmeno loro, deposto le armi, che tacevano solo momentaneamente, e che era necessario stabilire un legame con loro. (…) Sedov disse che si voleva da me solo una cosa, che io facessi più ordinazioni possibili alle due ditte tedesche Borsig e Demag, e che egli stesso, Sedov, si sarebbe occupato dei mezzi per ottenere le somme necessarie, a condizione, naturalmente, che non insistetti troppo sui prezzi. Volendo decifrare la cosa, era chiaro che le maggiorazioni di prezzo che si sarebbero fatte sulle ordinazioni sovietiche sarebbero passate, interamente o in parte, nelle mani di Trotskij per servire ai suoi fini controrivoluzionari”.

Littlepage fece a questo proposito il seguente commento, lucido e razionale.

“Questo passaggio della confessione di Pjatakov, a mio avviso, è una spiegazione plausibile di ciò che era successo a Berlino nel 1931, quando avevo avuto dei sospetti perché i Russi che accompagnavano Pjatakov volevano indurmi ad approvare un acquisto di elevatori da miniera che erano non solo troppo cari, ma anche non utilizzabili per i giacimenti ai quali erano destinati. Mi era sembrato strano che questi uomini cercassero solamente delle mazzette. Ma erano abituati alle congiure di prima della rivoluzione e avevano corso rischi per quella che consideravano la loro causa”[43].

Abbiamo quindi a disposizione le dichiarazioni pubbliche di un testimone diretto: un cittadino statunitense apartitico che descrisse le circostanze in via di esame lontano da Mosca, in grado di esporre senza mezzi termini un episodio reale di acquisti ad alti prezzi di merci da parte dei sovietici che lo vide coinvolto involontariamente ma in prima persona a Berlino, e che mostra concretamente la vera attività cospirativa e di matrice trotzkista di Pjatakov fin dalla seconda metà del 1931.

A sostegno della testimonianza di Littlepage subentra anche un ulteriore riscontro proveniente da fonte sicura, che attesta ulteriormente la familiarità di Pjatakov proprio con i finanziamenti occulti a favore delle forze politiche antistaliniste: già nel 1927 e prima “di capitolare” (Trotskij), Pjatakov aveva infatti effettuato in segreto dei modesti versamenti in denaro, per conto e in nome dell’opposizione antistalinista russa di quel biennio, a favore di un piccolo gruppo tedesco denominato Leninbund, alla cui guida si trovavano R. Fischer e A. Maslow e che iniziò a operare all’inizio del 1928.

Avvocato del diavolo: “quali cosiddette fonti sicure avreste a vostra disposizione?”.

Trotskij stesso, naturalmente. In una sua lettera del 4 novembre 1929, Trotskij sostenne infatti che “il Leninbund tedesco svolgeva la propria attività col denaro dato ai suoi leaders da Pjatakov prima della capitolazione” (a Stalin). “Tale attività era così ridotta da richiedere fondi quanto mai modesti”[44].

Finora abbiamo riscontrato un trittico di prove imperniato sul “caso Bryukanov-Pjatakov”, sulla testimonianza di Littlepage e sul resoconto di Trotskij rispetto alle attività “finanziarie” antistaliniste di Pjatakov, nel corso del 1927.

Rispetto al ritorno al trotzkismo di quest’ultimo, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo a disposizione anche un’altra fonte sicura per la seconda versione quale l’intera famiglia di Trotskij, a partire dalla moglie di quest’ultimo, Natalia Sedova.

Sorpresa, sorpresa: anch’essi ammisero, tra mille reticenze e menzogne, che il figlio di Trotskij avesse incontrato a Berlino Pjatakov nel corso del 1931, seppur a loro avviso in modo assolutamente fortuito.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, tenutasi il 13 aprile del 1937, proprio il leader della Quarta Internazionale testimoniò infatti che suo figlio Lev Sedov realmente incontrò casualmente Pjatakov a Berlino, a suo avviso “verso la fine” del 1931 o “all’inizio del 1932”.

Il difensore di Trotskij davanti alla commissione Dewey, Albert Goldman, riportò infatti che rispetto all’incontro tra Pjatakov e Lev Sedov, il figlio di Trotskij allora residente in Berlino, “noi abbiamo una lettera proveniente da Leon Trotskij, durante il suo internamento in Norvegia, una lettera del 26 novembre 1936, nella quale egli riferisce i ricordi di Natalia Sedova su una lettera da Leon Sedov che era arrivata a Kadikoy, durante il 1931/1932. Io cito testualmente” (la lettera di Sedov alla mamma) “Tu sai chi ho visto sotto Unter der Linden?” (celebre via di Berlino, su cui torneremo) “Proprio “Capelli rossi” (questo è il nome che i giovani avevano dato a Pjatakov, a causa del colore dei suoi capelli). L’ho guardato fermamente negli occhi, ma egli ha girato indietro la sua faccia come se non mi riconoscesse. Che persona miserabile!”[45].

Abbiamo pertanto a disposizione una testimonianza per così dire trilaterale, basata su tre fonti diverse ma interconnesse.

Prima testimonianza: la moglie di Trotskij, Natalia Sedova, aveva ricordato una lettera del figlio Lev Sedov, avente per oggetto un incontro casuale di quest’ultimo con Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Seconda testimonianza: in una sua lettera del 26 novembre 1936, mentre era a quel tempo sottoposto agli arresti domiciliari in Norvegia, Trotskij citò a sua volta per iscritto i ricordi di sua moglie e riportò in seguito tale testimonianza durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Terza testimonianza: la lettera scritta in prima persona da Lev Sedov, il figlio di Trotskij, avente per oggetto il suo incontro “casuale” con Pjatakov. Anche la versione fornita da Sedov, mentre egli era interrogato a tal proposito dalla polizia norvegese, venne riportata da Trotskij sempre durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Tre testimonianze sicure, almeno per la “seconda versione”: tutta la famiglia in esilio di Trotskij venne in pratica coinvolta, seppur in forma diversa, nella narrazione sull’incontro “casuale” del 1931 tra Pjatakov e Lev Sedov, e proprio la lettera di Trotskij del 26 novembre 1936 risulta materiale probatorio scritto, acquisito agli atti sia della commissione Dewey che del nostro testo.

Andiamo ora al nocciolo della questione: persino da tali testimonianze emerge come Pjatakov e il figlio-aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, si fossero sicuramente incontrati a Berlino.

Ma da un lato Pjatakov sostenne al processo di Mosca del 1937 di avere incontrato Sedov con il consenso di quest’ultimo e in modo assolutamente cosciente, per un colloquio voluto da entrambe le parti e preparato in anticipo, che avvenne nel locale Am Zoo di Berlino nella seconda metà del 1931; dall’altro lato della barricata, Lev Sedov – anche tramite sua madre e suo padre – dichiarò invece di avere incontrato Pjatakov assolutamente per caso, sulla famosa via Unter der Linden e alla fine del 1931, o all’inizio del 1932.

Dato che ormai sappiamo con assoluta certezza che l’incontro fisico, effettivo e personale a Berlino tra i due si verificò realmente e senza ombra di dubbio, per ammissione dello stesso Sedov e di Trotskij, a questo punto resta solo da accertare la reale natura di tale abboccamento: fu un incontro casuale, o invece esso fu voluto e ricercato da entrambe le parti? Davvero Sedov e Pjatakov passarono casualmente per la stessa strada di Berlino in un determinato momento, incrociandosi e vedendosi in modo fortuito?

Risulta facile escludere l’ipotesi della natura “casuale” e fortuita dell’avvicinamento fisico tra Sedov e Pjatakov.

In primo luogo sappiamo che Lev Sedov si incontrò a suo dire on modo “fortuito” a Istanbul con Blumkin nel corso del 1929, e con altrettanta certezza che l’incontro non fu casuale, come riconosciuto in sede privata dallo stesso figlio di Trotskij.

Rispetto a questo episodio particolare emergono con assoluta sicurezza sia il carattere non casuale dell’incontro tra Blumkin e Sedov che il tentativo, razionale e autodifensivo, di Trotskij e Sedov reso a presentare tale presa di contatto come fortuita almeno agli occhi dell’opinione pubblica: ma lasciamo la parola a Brouè anche su questo punto specifico.

“Trotskij ha riconosciuto pubblicamente, alla fine del 1929, di aver ricevuto la visita di Blumkin, sempre agente dei servizi d’informazione dell’Armata Rossa. Stando alle sue dichiarazioni, Sedov l’avrebbe incontrato per strada a Istanbul, mentre proveniva dall’Estremo Oriente e rientrava in Unione Sovietica. L’avrebbe allora convinto a venire con lui, “a casa”, per incontrare “il Vecchio” (ossia Trotskij). “In realtà, un documento redatto da Blumkin, dichiarato autentico da Lev Sedov, datato 3 aprile 1929, ritrovato a Stanford tra le carte di Lev Sedov, mostra che i contatti di Trotskij con Blumkin non sono nati da un incontro fortuito, ma da un legame organizzato con l’Urss, nel quale l’agente segreto aveva evidentemente un ruolo importante”[46].

Nella versione di copertura fornita pubblicamente da Lev Sedov, egli avrebbe quindi incontrato casualmente “per strada” Blumkin nelle strade di Istanbul, mentre invece nella realtà il contatto tra i due personaggi fu voluto coscientemente e non nacque certo “da un incontro fortuito”, come ammisero in via riservata sia Blumkin che Sedov attraverso il documento del 3 aprile 1929.

Oltre al caso di Blumkin-Sedov, siamo inoltre a conoscenza con sicurezza che sempre lo stesso Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” con I. N. Smirnov a Berlino nel maggio del 1931, ma persino Brouè ammise almeno in parte che anche il colloquio tra i due non fu per niente casuale: e ora sappiamo anche che Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” anche con Pjatakov, sempre a Berlino e “verso la fine” del 1931 o all’inizio del 1932.

Ovvia conclusione di questi tre fatti sicuri, una volta combinati e connessi tra loro: o Lev Sedov era diventato nel 1929/1931 l’uomo più fortunato del mondo, almeno in materia di incontri “fortuiti” con antichi dirigenti e militanti dell’opposizione trotzkista del 1923/27, passati in seguito almeno sul piano formale dalla parte di Stalin, oppure anche il suo terzo e presunto incontro “casuale”, ossia quello con Pjatakov non risultò certo un evento accidentale, come del resto i due precedenti.

In secondo luogo, il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Lev Sedov risulta sostanzialmente identico.

“Mi trovavo casualmente nella tal via di Berlino, o di Istanbul, alla tal ora”.

“Casualmente, proprio nella tal via e alla tal ora passava X (Blumkin), Y (Smirnov), oppure Z (Pjatakov).

“Gli incontri con X, Y e Z furono fortuiti e di carattere personale, non politici e non voluti in precedenza”.

Visto che abbiamo già la certezza sul fatto che gli incontri di Sedov con Blumkin e Smirnov non furono certo fortuiti e casuali, ma invece voluti e finalizzati a precisi scopi politici, per un preesistente “legame organizzativo” (Brouè); visto che sappiamo che Sedov mentiva sul piano pubblico, per ovvi e razionali scopi di copertura, rispetto alla natura politica e intenzionale dei suoi incontri con Blumkin e Smirnov; visto che sappiamo che il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Sedov risultava lo stesso (presunta casualità del passaggio per la strada da entrambe le parti, oltre al presunto carattere non politico e accidentale degli incontri), da tali fatti si deduce subito come anche il terzo incontro di quest’ultimo con Pjatakov non fosse fortuito e casuale, e che pertanto il figlio di Trotskij mentì anche sulla reale natura di questo evento.

Terzo fattore. Abbiamo già verificato in precedenza il livello – pari a zero e inesistente – di credibilità delle dichiarazioni, bugiarde e menzognere, espresse sia da parte di Trotskij che dal suo astuto figlio rispetto alle reali posizioni politiche di Radek, attraverso le tesi da loro via via esposte sulla “presunta” lettera del 1932, sulla presunta “degenerazione” di quest’ultimo e sul presunto fatto che Radek avrebbe immediatamente consegnato una “presunta” lettera di Trotskij “alla GPU”, almeno secondo l’onestissimo e integerrimo Lev Sedov: la storia delle menzogne di Sedov si riprodusse quindi un’altra volta, ma in questo caso con protagonista Pjatakov e la Berlino della fine del 1931.

Quarto fatto sicuro, che esclude a priori la “casualità” dell’incontro tra Pjatakov e Sedov: proprio quest’ultimo era impegnato con assiduità a Berlino, secondo un testimone di provata fede antistalinista, anche al fine di cercare contatti e rapporti politici con i turisti, i funzionari e i diplomatici sovietici che giungevano via via nella capitale tedesca del 1931/32, e la fonte sicura di tale affermazione proviene dallo stesso Trotskij.

Secondo una fonte antistalinista assolutamente insospettabile, quindi Lev Sedov a Berlino cercava senza sosta di creare in modo assolutamente intenzionale, voluto e non casuale una rete di rapporti di solidarietà politica tra la tendenza politica di matrice trotzkista a cui apparteneva e i cittadini sovietici che arrivavano via via nella principale città tedesca: cittadini sovietici come quel Pjatakov che Sedov incontrò “casualmente”, almeno a suo dire, a Berlino alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Lev Sedov quindi risultava “a caccia di prede” nella capitale tedesca del tempo e alla ricerca di nuovi militanti sovietici da reclutare alla causa trotzkista: dato di fatto sicuro, e che rende ancora di più assurda la tesi del suo “incontro casuale” con Pjatakov.

Secondo lo stesso Trotskij, dall’inizio del 1932 fino al febbraio del 1933, quando Sedov abbandonò Berlino e la Germania nazista, proprio suo figlio ricercava “informatori” (Trotskij) e nuovi seguaci di nazionalità sovietica nelle strade di Berlino, attraverso “canali segreti” e un’azione clandestina.

Lasciamo parlare a tal proposito Trotskij, attraverso un suo scritto del febbraio del 1938 intitolato “Leon Sedov” ed elaborato subito dopo la morte del figlio a Parigi: in esso egli ammise esplicitamente che “durante i primi anni di emigrazione” Sedov “era impegnato in una vasta corrispondenza con oppositori in URSS. Ma dal 1932 la GPU ha distrutto praticamente tutti i nostri collegamenti” (ennesima menzogna da parte di Trotskij: anche Brouè ha ammesso che proprio nel corso del 1932 Gaven, Smirnov e Holtzman agivano come abili e attivi agenti di collegamento tra Trotskij in esilio, Sedov a Berlino e i loro seguaci in URSS).

“Si è reso necessario cercare nuove informazioni attraverso canali segreti. Leon era sempre alla ricerca, avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia, cercando turisti di ritorno”, (dall’URSS) “studenti sovietici assegnati all’estero, o funzionari comprensivi nelle rappresentanze estere. Per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino e poi a Parigi per sfuggire alle spie della GPU che lo seguivano. In tutti questi anni non c’è stato un solo caso di una qualsiasi sofferenza come conseguenza di indiscrezione, disattenzione o imprudenza da parte sua”[47].

Secondo le dichiarazioni di suo padre, Sedov operava quindi a Berlino “avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia” stalinista e di “informatori”, cercando in modo costante di acquisire via via contatti e complicità con “turisti” e “funzionari comprensivi” sovietici giunti nella capitale tedesca di quel periodo, attraverso “canali segreti” e incontri clandestini: sono ammissioni chiare ed esplicite da parte di Trotskij, che non lasciano spazio a dubbi sul reale carattere dell’ottimo lavoro politico e organizzativo svolto in modo sotterraneo da Sedov a Berlino, agli inizi degli anni Trenta.

La natura di abile “cacciatore” di “prede” sovietiche giunte a Berlino, assunta coscientemente da Lev Sedov nel corso del 1932 secondo le ammissioni dello stesso Trotskij, rende pertanto ancora più assurda la tesi della natura casuale dell’incontro tra Sedov e Pjatakov, che guarda caso costituiva nel 1931 uno dei “funzionari” sovietici inviati a Berlino dal nucleo dirigente stalinista.

Avvocato del diavolo: “ma Trotskij parla del 1932, rispetto all’attività di Sedov”.

Rispetto all’inizio dell’azione clandestina di reclutamento e di contatti segreti con i funzionari sovietici svolta da Sedov a Berlino, basta ricordare che il sopracitato colloquio “casuale” tra quest’ultimo e I. N. Smirnov si verificò anche secondo Brouè nel “maggio del 1931”: del 1931, e non certo del 1932.

Volendo poi dare per un istante valore e credibilità alle dichiarazioni di Trotskij sulla data dell’incontro tra Pjatakov e Sedov, Trotskij nel 1938 si era dimenticato che, persino nella loro versione comune fornita a fine del 1936, sia lui che suo figlio Sedov (e la mamma Natalia Sedova) fornirono come data per il presunto incontro casuale tra Pjatakov e Sedov la fine del 1931, o l’inizio del 1932: del 1932.

Stando alla sua stessa versione, esso avvenne quindi quando il figlio era già a “caccia” di sovietici, attività che secondo Trotskij veniva svolta con continuità e grande efficienza da Sedov a partire dal “1932”.

La “casualità” dell’incontro Pjatakov/Sedov viene esclusa in ogni caso anche da un ulteriore fattore, e cioè le specificità combinate di Berlino, della via di Berlino in oggetto (l’Unter den Linden) e della stessa natura/durata della missione di Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 (almeno secondo la versione di Sedov).

Per quanto riguarda Berlino, tale città si mostrava anche nel 1931 come una grande metropoli, con circa due milioni di abitanti e migliaia di vie: in tale megalopoli, un incontro casuale tra due persone risultava un evento relativamente poco probabile nel breve periodo, diciamo in un mese, per due soggetti che non lavorassero assieme, non avessero hobby o partiti politici in comune e non abitassero nella stessa zona.

Ora, Pjatakov e Sedov, alla “fine del 1931” o “all’inizio del 1932” e a Berlino, almeno stando alla versione di Trotskij e di suo figlio:

  • non lavoravano per lo stesso “datore di lavoro”, ma viceversa erano dei nemici politici posti su due fronti opposti della “barricata” politica;
  • non abitavano nella stessa strada;
  • stando almeno alla “seconda versione”, essi non avevano neanche un partito politico in comune, visto che Pjatakov era un trotzkista pentito e un neostalinista, mentre Sedov costituiva invece sicuramente un trotzkista, espulso da tempo dal partito bolscevico e ormai esiliato dall’Unione Sovietica.

Se aggiungiamo a tali elementi anche un altro fatto sicuro, e cioè che Pjatakov risultava nel 1931 senza ombra di dubbio un cittadino sovietico che non risiedeva certo in modo stabile a Berlino, ma che altresì si trovava a Berlino solo per un’impegnativa missione di lavoro politico-commerciale di circa un mese, come quella descritta da Littlepage in precedenza; se in altri termini colleghiamo l’estensione gigantesca della capitale tedesca, in cui l’Unter den Linden non era certo l’unica e sola strada, alla relativa brevità della permanenza di Pjatakov a Berlino, siamo già ora in presenza di una combinazione di fattori che rende l’ipotesi dell’“incontro fortuito” come minimo improbabile, anche se non ancora impossibile.

Anche se sull’Unter den Linden era posizionata fin dal 1922 l’ambasciata sovietica a Berlino, le possibilità di un incontro casuale e fortuito tra il presunto stalinista Pjatakov e il trotzkista Lev Sedov risultano basse anche solo per tali fattori, persino non prendendo in considerazione gli incontri “casuali” di Sedov con Blumkin/Smirnov e il ruolo di “cacciatore” di “informatori” sovietici svolto nella capitale tedesca dal figlio di Trotskij. Ma a ridurre ancora di più il grado concreto di verosimiglianza del “faccia a faccia fortuito” tra Sedov e Pjatakov interviene subito un altro fattore oggettivo, e cioè una particolarità indiscutibile della celebre Unter den Linden: infatti anche nel 1931 la strada di Berlino in via d’esame risultava larga circa sessanta metri, lunga un chilometro e mezzo e affollata a quasi tutte le ore.

Berlino: Unter der Linden, anno 1930

 

L’Unter den Linden non costituiva infatti solo una strada molto ampia, ma in senso orizzontale era formata da più sezioni e aree. Partendo da sinistra verso destra, nel 1930-32 e prima della sua ristrutturazione voluta da Hitler nel 1934-35, si trovava al suo interno una corsia perdonale subito affiancata da quella destinata al traffico di auto; a sua volta quest’ultima confinava con una prima fila di maestosi tigli, un passaggio centrale per i passanti e una seconda fila di alberi, e tale settore era costeggiato a sua volta da un’altra corsia destinata al traffico automobilistico oltre che, all’estrema destra, da un’altra corsia pedonale. Tra passanti, automobili, alberi e pedoni, le possibilità che un passante collocato nella corsia pedonale di sinistra riuscisse a vedere casualmente una persona che invece passeggiasse nell’altro lato della strada risultavano, nel migliore dei casi, estremamente basse anche di giorno.

Se ipotizziamo ad esempio una breve via, lunga ad esempio solo duecento metri e larga circa dieci metri, due persone che “casualmente” passino per essa, nella stessa ora e negli stessi due/tre minuti, difficilmente possono non vedersi, anche se solo di sfuggita; ma invece nell’Unter den Linden il calcolo delle probabilità gioca esattamente in senso inverso. Le stesse due persone, poste ai lati opposti della strada nel senso della larghezza, quasi sempre non potrebbero vedersi neanche incrociandosi nei due lati opposti, mentre altresì esse potrebbero facilmente essere collocate in punti diversi della via nel senso della lunghezza: e da alcune centinaia di metri di distanza risulta evidentemente impossibile riconoscersi reciprocamente, specialmente con gli altri passanti a fare da velo e barriera visiva.

Aggiungiamo a questo punto anche la specificità del carico di impegni proprio della missione di Pjatakov a Berlino, avvenuto verso la “fine del 1931” secondo la versione di Sedov. Non solo “Capelli rossi” non risiedeva stabilmente a Berlino, diversamente da Sedov che nello stesso anno operava quasi ininterrottamente nella capitale tedesca, ma altresì Pjatakov si trovava in missione diplomatica-ufficiale in terra tedesca e avendo quindi una parte come minimo consistente delle sue ore diurne impegnate nell’ambasciata sovietica e nelle trattative commerciali: pertanto le probabilità di un incontro casuale con Sedov risultavano ancora più ridotte, rispetto ad un turista normale.

Anche ipotizzando che Sedov passasse le sue ore solo ed esclusivamente passeggiando per la Unter den Linden, le sue probabilità di vedere Pjatakov in tale via risultavano pertanto limitate dalle poche ore di (eventuale) riposo di Pjatakov, sempre ammesso e non concesso che a sua volta “Capelli rossi” utilizzasse il suo tempo libero solo passeggiando per la Unter den Linden.

Per di più anche Lev Sedov era occupato in attività impegnative ma di natura scolastica, nella Berlino del 1931-32: impegni concreti che, stando all’insospettabile storico trotzkista Brouè, gli portavano via come minimo una parte significativa della giornata, dal lunedì al venerdì: nel suo scritto del 1993, intitolato “In Germany for the International”, Brouè infatti sottolineò che quando Lev Sedov arrivò a Berlino all’inizio del 1931 si iscrisse a un istituto universitario berlinese, frequentandolo con regolarità. Sedov risultava infatti uno studente alla Technische Hochschule e, in quei due anni (1931/32), egli fu “uno studente studioso e puntuale”, tanto che “una visita a Parigi per un’operazione al suo strabismo causò la sua sola assenza” prolungata, nell’“anno accademico 1931/32”, dalla scuola politecnica che egli frequentava. Quindi di giorno, dal lunedì al venerdì e per una parte consistente della sua giornata, il figlio di Trotskij studiava e non poteva passeggiare liberamente per le vie di Berlino, in cerca di funzionari sovietici (Smirnov, Pjatakov, ecc.) giunti in terra tedesca per periodi più o meno lunghi[48].

In estrema sintesi, sia Pjatakov che Sedov erano molto impegnati almeno di giorno, nella Berlino del 1931.

Sussistono inoltre anche due motivi, da collegare e connettere tra loro, che rendono assurda anche l’ipotesi per cui Sedov, dopo aver compiuto i suoi studi descritti da Brouè, passeggiasse quasi senza sosta e in modo quasi maniacale sull’Unter den Linden e solo sull’Unter den Linden. Essa costituiva infatti una via e un posto splendido di Berlino, certo, ma ormai ben conosciuto da un Lev Sedov che risiedeva stabilmente a Berlino dall’inizio del 1931, molti mesi prima della “fine del 1931”; una strada magnifica, certo, ma che in ogni caso costituiva solo una delle numerose vie interessanti di Berlino.

Ma soprattutto, visto il pedinamento da parte stalinista a cui Lev Sedov era sottoposto senza sosta nella capitale tedesca del 1931/32, l’Unter den Linden costituiva proprio l’ultimo posto e l’ultima via di Berlino che il figlio di Trotskij, abile cospiratore e intelligente “cacciatore” di “prede” sovietiche, poteva e doveva utilizzare per le sue “passeggiate” assai poco casuali.

Proprio il padre di Sedov, e cioè Trotskij, ci ha infatti informati nel suo scritto del febbraio 1938 che suo figlio a Berlino era continuamente pedinato e spiato dagli agenti sovietici della GPU, in altri termini da poliziotti stalinisti che operavano a Berlino al fine di seguire le mosse e gli spostamenti di Lev Sedov. Visto che il centro operativo berlinese di queste spie e osservatori stalinisti era ovviamente collocato nell’ambasciata sovietica, che per l’appunto era posizionata sull’Unter den Linden, sembra subito come minimo molto improbabile che l’abile Sedov operasse principalmente nella via e nella zona in cui si trovava il covo dei suoi pedinatori e inseguitori fedeli a Stalin, facilitando il loro compito di ostili osservatori delle attività del figlio di Trotskij nella capitale tedesca proprio stazionando vicino alla “tana del lupo” stalinista a Berlino.

Proprio Trotskij aveva del resto sottolineato, nel suo scritto sopracitato del 1938, che Sedov “per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino” al fine di “sfuggire alle spie della GPU” (della polizia stalinista) “che lo inseguivano”: un comportamento abile e professionale da parte del figlio di Trotskij, che escludeva simultaneamente una sua eventuale e irrazionale presenza ininterrotta proprio sull’Unter den Linden, vicinissimo al covo di “quelle spie del GPU” che “lo inseguivano” allora di frequente “per le strade di Berlino”.

Se colleghiamo tutti i fattori sopracitati, la possibilità di un incontro “casuale” e fortuito tra Sedov e Pjatakov risultano ormai pari a zero, se si tiene ben a mente il ruolo di “cacciatore di prede” sovietiche assunto da Lev Sedov e i suoi precedenti incontri – non certo casuali, ma voluti e programmati in anticipo – con Blumkin e I. Smirnov: abbiamo a disposizione tutta una serie di altri elementi materiali che servono a eliminare anche i dubbi poco razionali sul carattere intenzionale e premeditato dell’incontro berlinese tra Sedov e Pjatakov.

Stando almeno alla testimonianza di Sedov, il suo incontro casuale con Pjatakov sarebbe infatti avvenuto alla fine del 1931 o all’inizio del 1932, e quindi in un periodo nel quale a Berlino fa freddo e soprattutto nel quale il tramonto si verifica assai presto, con il buio che subentra nelle strade già attorno alle ore 16.00 e alle prime ore del pomeriggio.

In quel periodo, quindi, almeno di sera e di notte risultava più difficile vedersi e salutarsi (più o meno amichevolmente) anche per due persone relativamente vicine, collocate a distanza di poche decine di metri.

L’Unter den Linden aveva inoltre nel 1931, come del resto ai nostri giorni, un’altra caratteristica particolare, e cioè di essere una strada piena di attrattive multiformi per un suo visitatore.

Negozi di vario genere, oltre a musei e siti storici come l’Arsenale e la Biblioteca Nazionale, aggiunti ai numerosi bar, caffè e ristoranti che circondavano anche nel 1931 la via berlinese e le sue strade laterali adiacenti ad essa costituivano degli elementi di (piacevole) “disturbo”, che potevano attirare l’attenzione di un passante impegnato in una visita fortuita e occasionale, attraendolo al loro interno per un periodo di tempo non necessariamente breve; e di conseguenza, tali fattori di “disturbo” riducevano ancora di più il livello di probabilità di un incontro fortuito e occasionale tra Pjatakov e Lev Sedov.

Prendiamo comunque in considerazione, per amore di discussione, anche l’ipotesi più favorevole per un incontro casuale tra Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden, senza tenere conto dei precedenti incontri “casuali” tra Sedov e Blumkin/Smirnov e del ruolo di abile e astuto “cacciatore” di “prede” sovietiche assunto dal figlio di Trotskij nella capitale tedesca: per un istante astraiamo totalmente da tali fattori.

Pjatakov e Sedov nel 1931 si trovano casualmente proprio nella stessa ora e negli stessi minuti sull’Unter den Linden, solo una delle migliaia di vie di Berlino, e casualmente si muovono sullo stesso lato dell’amplissima strada in via d’esame, in modo da potersi riconoscere.

Casualmente Pjatakov e Sedov entrano simultaneamente di giorno sull’Unter den Linden, quando la luce solare avrebbe permesso loro di rendersi più facilmente.

Casualmente nessuno dei due si ferma in un ristorante o in un altro luogo chiuso, ma viceversa entrambi si muovono all’aperto per la stessa via in oggetto.

Casualmente e sempre sullo stesso lato della strada, essi si dirigono inoltre in direzione opposta e in modo tale da potersi prima o poi incrociare e vedere; se andassero infatti nella stessa direzione, ossia sempre sullo stesso lato della via ma anche solo alla distanza di un centinaio di metri, con una velocità di passeggio quasi identica e tenendo conto degli altri passanti i due non si potrebbero incontrare né vedere, per forza di cose, in una strada di regola affollata come l’Unter den Linden.

Casualmente essi non sono impegnati in una conversazione impegnativa con altre persone e non sono sovrappensiero per altri motivi.

Casualmente non si interpone tra loro una massa molto consistente di passanti, tale da impedire la loro visione reciproca.

Ora, anche ammettendo l’esistenza di tale particolarissima combinazione – già di per sé eccezionale, come minimo – di elementi casuali e fortuiti, rimarrebbe il problema ulteriore della ramificazione della Unter den Linden: infatti non solo tale gigantesca strada anche nel 1931 risultava estesa per una lunghezza pari a circa un chilometro e mezzo, ma per di più nel suo raggio di estensione rientra anche la famosa Opernplatz, la piazza dell’Opera, ribattezzata dopo il 1947 con il nome di Bebelplatz.

L’ampia piazza dell’Opera anche nel 1931 formava, senza alcuna soluzione di continuità, una sorta di rientranza e di ramo secondario nella Unter den Linden di forma rettangolare e il cui perimetro era lungo circa 900 metri; senza uscire pertanto dall’Unter den Linden, un passante (Pjatakov, ad esempio) avrebbe dovuto percorrere (e senza fermarsi) tale distanza diciamo in circa cinque minuti, non incontrando pertanto in quel preciso lasso di tempo un’altra persona (Sedov, ad esempio) che avesse percorso quel lato dell’Unter den Linden in senso opposto e venendogli incontro, ma senza tuttavia entrare nella piazza dell’Opera e in quella particolare ramificazione della via berlinese.

Anche ipotizzando la simultaneità della “casuale” passeggiata di Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden e che essi, in modo fortuito, procedessero in direzione opposta sullo stesso lato della gigantesca strada in esame; anche ipotizzando che Pjatakov o lo stesso Sedov non si fossero fermati a dare un’occhiata e visitare i musei, palazzi e vie laterali della Unter den Linden, un incontro casuale tra i due non sarebbe stato pertanto scontato persino in questa tipologia di casualità incrociate e concomitanti, già di per sé abnormi per le ragioni esposte in precedenza.

Avvocato del diavolo: “Trotskij e suo figlio potrebbero essersi sbagliati nell’indicare il periodo temporale dell’incontro tra Pjatakov e il figlio di Trotskij: esso potrebbe essere avvenuto invece nella primavera del 1931, quando il tempo a Berlino è invece clemente e invita alle passeggiate all’aria aperta”.

Tutta la famiglia Trotskij (padre, moglie e figlio) era stata coinvolta nel novembre del 1936 rispetto alla narrazione sull’incontro “casuale e fortuito” tra Sedov e Pjatakov, ed essi sbagliarono a indicare la stagione – non parliamo del mese o del giorno – in cui essa avvenne? Sedov non ricordava neanche se facesse freddo o un relativo caldo, quando egli incontrò “casualmente” Pjatakov sull’Unter den Linden, almeno a suo dire? Siamo in piena fantascienza: e se anche fosse vero, allora verrebbe subito da pensare che la famiglia Trotskij avesse commesso uno “sbaglio” collettivo – molto più grave – anche nel sostenere il carattere “casuale” dell’incontro “fortuito” tra Sedov e Pjatakov.

Un ulteriore indizio contro la tesi dell’incontro casuale a Berlino proviene in ogni caso dalla versione fornita da Trotskij, visto che nella sua testimonianza egli fornì una versione diversa da quella espressa da sua moglie in due punti significativi.

Ricordando le dichiarazioni rese, in modo concordante, da lui stesso e da suo figlio Lev Sedov alla polizia norvegese che allora li stava interrogando, anche sui loro rapporti con Pjatakov, oltre che al loro avvocato norvegese Puntervold nel dicembre del 1936, durante la sesta sessione della commissione Dewey Trotskij riferì infatti rispetto all’incontro “casuale” nella Berlino del 1931 che “Pjatakov tornò indietro da lui” (da Sedov). “Mio figlio gridò “traditore” a Pjatakov[49].

Sussistono due evidenti contraddizioni, tra questa seconda versione di Trotskij dell’incontro “casuale” tra Sedov e Pjatakov, e quella fornita invece da Natalia Sedova.

In quest’ultima, esposta poco sopra, la moglie di Trotskij affermava infatti che suo figlio gli scrisse che “io” (Lev Sedov) “l’ho guardato” (Pjatakov, sull’Unter den Linden) “fermamente negli occhi, ma egli” (Pjatakov) “girò indietro la sua faccia come se egli non mi riconoscesse. Che persona miserabile”.

Bene, questa è la versione di Natalia Sedova: ma invece suo figlio Lev Sedov dichiarò nel dicembre del 1936 all’avvocato Puntervold che invece fu proprio Pjatakov che “tornò indietro da lui”, quindi “riconoscendolo” benissimo come Lev Sedov; e che non solo Sedov “guardò” a sua volta Pjatakov “fermamente negli occhi”, ma gli gridò pure “traditore”.

Le contraddizioni tra le due versioni risultano quindi plateali e significative, e proprio le difformità tra le due versioni in esame rendono, se possibile, ancora meno credibile la natura “fortuita” dell’incontro tra Sedov e Pjatakov: si trattava quindi solo di una storia di copertura fantasiosa (una copertura con troppe falle e incongruenze, certo) elaborata dalla famiglia Trotskij rispetto a un reale e non casuale incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov, avvenuto con ben altro spirito e in ben altre condizioni rispetto a quelle invece descritte da Natalia Sedova da un lato, e Trotskij/Sedov dall’altra.

Ma per di più siamo in presenza di un comportamento non proprio professionale da parte di Sedov, stando almeno alle dichiarazioni di Trotskij-padre e di suo figlio rispetto all’incontro “casuale” con Pjatakov.

Siamo nel 1931 e con protagonista un Lev Sedov che costituiva già da tempo il principale aiutante e l’intelligente braccio destro del padre: almeno stando alla versione di Trotskij, Sedov incontrò casualmente il presunto “stalinista” Pjatakov ma, al posto di ignorarlo, lo affrontò e lo insultò in pubblico, facendo pertanto di tutto per attirare l’attenzione su di sé. Siamo ormai nel campo del paranormale con la descrizione di un comportamento assurdo da parte dell’esperto e abile Sedov, se tale versione dei fatti fosse veritiera.

E non solo: risulta altresì poco credibile che Pjatakov, il quale almeno nella versione di Sedov/Trotskij risultava nel 1931/32 un fedele stalinista, abbia accettato senza replicare le ingiurie lanciategli pubblicamente da Lev Sedov, dimostrandosi in tal modo passivo e inerte sia agli occhi dei passanti berlinesi che, soprattutto, del personale dell’ambasciata sovietica, posizionata come si è già notato più volte proprio nell’Unter den Linden.

Un ulteriore elemento sospetto è costituito dalla data e dai motivi delle sopracitate dichiarazioni del 1936 di Trotskij e Sedov, sempre rispetto al “casuale” incontro avvenuto tra Pjatakov e Sedov alla “fine del 1931” o all’inizio del 1932, almeno stando alla versione dei fatti riportata dalla famiglia Trotskij.

È infatti sicuro che Trotskij elaborò ed espose la sua testimonianza scritta sull’incontro berlinese in oggetto solo il 26 novembre del 1936, ossia circa cinque anni dopo il contatto diretto tra suo figlio e Pjatakov nella capitale tedesca di quel tempo.

Il problema e l’anomalia, altrettanto sicura, è che la versione di Trotskij rispetto all’incontro tra Pjatakov e Sedov venne manifestata proprio quando esso risultava in ogni caso un ricordo estremamente pericoloso: erano infatti già in corso, dall’agosto del 1936, i processi di Mosca e le indagini della polizia stalinista ad esso connesse, nelle quali ogni minima relazione concreta di uomini politici sovietici con Trotskij, o suo figlio Sedov, diventava di per sé una prova accusatoria pesantissima a disposizione dell’apparato stalinista.

Ma allora per quale motivo Trotskij ammise davanti alla polizia norvegese, nel novembre del 1936, l’esistenza concreta del lontano ma compromettente incontro berlinese del 1931 tra suo figlio e Pjatakov, tra l’altro usando la via obliqua e contorta della “ritrovata memoria” di sua moglie N. Sedova?

L’unica spiegazione razionale possibile risulta che Trotskij riconobbe tale fatto al fine di poter fornire una versione di copertura almeno in parte plausibile e una spiegazione non completamente assurda per l’incontro (reale) tra Sedov e Pjatakov, necessità divenuta a sua volta urgente proprio nel novembre del 1936: nella prima metà del settembre 1936, infatti erano stati arrestati sia Pjatakov che Radek, e soprattutto “Capelli rossi” iniziò a collaborare e “cantare” con la polizia di Stalin proprio alla fine di ottobre del 1936, anche rispetto alle sue relazioni politiche con Sedov e Trotskij e al suo incontro segreto del 1931 a Berlino con il principale aiutante del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Come risulta dalle stesse risposte fornite in Norvegia da Trotskij e Sedov, nel novembre del 1936 persino la polizia di Oslo – per non parlare poi dell’NKVD stalinista – risultava assai interessata a conoscere i reali rapporti creatisi in precedenza tra il figlio di Trotskij e Pjatakov, e certo non a caso: dopo le confessioni rese da quest’ultimo a fine ottobre del 1936, l’argomento in esame era ormai diventato una triste realtà con la quale Trotskij e suo figlio dovevano ormai confrontarsi per forza di cose, anche nel corso degli interrogatori a cui vennero sottoposti a quel tempo dai poliziotti norvegesi e sul cui sfondo aleggiava ormai lo spettro del volo segreto del dicembre 1935.

Pertanto, in modo rischioso ma intelligente, in quel periodo bisognava anticipare gli effetti negativi di qualunque notizia spiacevole sui reali rapporti Sedov/Pjatakov del 1931 e soprattutto neutralizzarli, prima che essi esplodessero contro il movimento trotzkista: tale fu sicuramente lo scopo della particolare “mossa scacchistica” di Trotskij nel novembre del 1936, con il suo carattere volutamente complicato (la moglie di Trotskij che riferì il contenuto di una lettera del figlio, con una testimonianza in seguito venuta in mente e ripresa dallo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale), le sue incongruenze oggettive e le contraddizioni tra le dichiarazioni di Natalia Sedova e quelle di suo figlio e di suo marito.

Attraverso quest’ultima verifica incrociata e tutti gli indizi prima esposti, vengono superati anche i dubbi non ragionevoli sul carattere voluto e sulla natura intenzionale dell’incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov.

E a sua volta l’incontro – assolutamente non casuale, oltre che assolutamente reale e innegabile – tra Lev Sedov e Pjatakov nella Berlino del 1931 fa ulteriormente chiarezza sulla reale posizione politica adottata da Pjatakov nel 1931/1932, visto che alla lettera spedita da Trotskij a Radek nel 1932 e alla testimonianza di Littlepage possiamo ora unire la prova sicura di un incontro cosciente intenzionale nella Berlino del 1931 tra Sedov e Pjatakov, per niente fortuito ma ben mirato e di natura politica, come avvenne del resto nei precedenti “incontri casuali” di Sedov con Blumkin e Smirnov.

La conclusione inevitabile di tutti questi indizi concordanti risulta che Pjatakov era tornato a partire dalla seconda metà del 1931 alla militanza trotzkista, in gran segreto e facendo un rischiosissimo il doppio gioco rispetto al nucleo dirigente stalinista: il presunto “miserabile” e “traditore”, secondo l’equilibrato e compassato giudizio espresso nei suoi confronti su di esso da Lev Sedov e riportato dal trotzkista Deutscher, stava davvero svolgendo un ruolo particolare di “Giuda” e fin dalla seconda metà del 1931, ma contro Stalin[50].

Avvocato del diavolo: “tuttavia dopo il 1932 non sussistono prove che Pjatakov abbia continuato la sua presunta militanza trotzkista di tipo clandestino”.

Si è già notato che persino Trotskij aveva sottolineato, davanti alla commissione Dewey, come rispetto agli eventi del dicembre 1935 Pjatakov e Radek formassero un duo inscindibile: e visto che Radek risultava un militante trotzkista nel 1933/1936, come risulta dagli indizi sopra esposti, anche rispetto a “Capelli rossi” per il primo livello di probabilità che fosse rimasto trotzkista nel 1933/1936 risultano subito molto alte.

Sappiamo inoltre che Pjatakov, come del resto Radek, era ritornato alla militanza trotzkista nel 1931/1932, dopo in precedenza aver capitolato rispetto a Stalin nel 1928/1930. Una terza giravolta, un ulteriore cambiamento di rotta di Pjatakov ci sembra un evento improbabile di per sé, oltre che rischioso a livello personale: riprendendo la militanza clandestina antistalinista nel 1931/1932, egli si era infatti sicuramente compromesso sul piano politico e umano e un eventuale “terza svolta” non avrebbe trovato alcuna comprensione, né da parte stalinista né da parte trotzkista.

Inoltre va considerato come Pjatakov non fosse certo rimasto isolato politicamente e privo di contatti, anche dopo il gennaio del 1933.

Era ancora libero Radek, fino alla metà di settembre del 1935.

Fino al dicembre del 1934 risultavano ancora in libertà Zinoviev e Kamenev, mentre rimaneva ancora a piede libero Mrackovskij, un alto dirigente trotzkista anche secondo l’insospettabile Brouè.

Rimanevano inoltre in azione ancora i cosiddetti “resti isolati” (Brouè, 1991) della Quarta Internazionale in terra sovietica, anche dopo gli arresti del 1932/33; e proprio Brouè sottolineò come dagli archivi dell’NKVD di Smolensk, trovati dai nazisti nel 1941 e poi utilizzati in Occidente, emergano sia le tracce di quelle sacche di “scontento operaio” di cui si parlava nella prefazione, che le orme di una presenza (più o meno organizzata) di simpatizzanti trotzkisti.

Da tali documenti risulta che ancora nel 1936, “alla domanda di un agitatore del partito che gli chiede chi consideri come “vecchio bolscevico”, un operaio di Smolensk risponde “Trotskij”. Un giovane lavoratore, membro del Komsomol, protesta in una riunione per le calunnie contro Zinoviev, che a suo parere “ha fatto molto per la rivoluzione”. Nel giugno del 1936 si scopre nell’abitazione di una kolchoziana del kolchoz Ottobre Rosso un ritratto di Trotskij[51].

Nel gennaio del 1933 andò inoltre al potere Hitler, e proprio tale evento epocale e terrificante non poteva che consolidare la sfiducia in Stalin e la fede trotzkista dei militanti della Quarta Internazionale in terra sovietica, come del resto aveva notato anche l’insospettabile Deutscher nel sopracitato passo su Radek, Stalin e le responsabilità di quest’ultimo per l’ascesa al potere di Hitler[52].

Almeno a giudizio dei seguaci di Trotskij non solo si era verificata una tremenda sconfitta del movimento operaio con l’avvento al potere del nazismo ma essa era dovuta come minimo in larga parte alla disastrosa politica del “socialfascismo”, secondo cui la socialdemocrazia costituiva una sorta di variante del fascismo mascherata di “rosso”, imposta da Stalin nel 1929/33 alla Terza Internazionale comunista (anche a nostro giudizio la politica stalinista dell’identificazione del nemico principale nella socialdemocrazia, a livello internazionale e in Germania, risultò allora radicalmente sbagliata), mentre invece Trotskij aveva allora proposto una corretta linea politica di fronte unico anche dall’alto, tesa a creare un accordo politico con la socialdemocrazia tedesca per fermare il nazismo nella sua ascesa al potere.

Disastro operaio in Germania, nel gennaio/marzo del 1933; come minimo una forte responsabilità di Stalin (tramite la Terza Internazionale, che controllava già dall’inizio del 1929) per l’ascesa al potere di Hitler; corretta e inascoltata politica di Trotskij, tesa a proporre alla socialdemocrazia un fronte unico per fermare i nazisti. Si trattava di un trittico di argomenti che non potevano che consolidare la precedente scelta di campo trotzkista di ogni militante della costituenda Quarta Internazionale, sia fuori che dentro l’Unione Sovietica, ivi compreso J. Pjatakov e proprio a partire dal gennaio/marzo 1933.

Ma non solo: come aveva più volte notato giustamente Trotskij, già nel 1931/32, Hitler al potere significava guerra in Europa e, allo stesso tempo, guerra inevitabile della Germania fascista contro l’Unione Sovietica.

In questo possibile e prevedibile scenario, agli occhi di qualunque dirigente, militante o anche solo simpatizzante trotzkista in terra sovietica, chi poteva a loro avviso difendere l’Unione Sovietica meglio di Trotskij, il leader di quell’Armata Rossa risultata vittoriosa contro innumerevoli e potenti nemici, interni e internazionali, nella guerra civile del 1917/20?

Argomento valido ovviamente per Pjatakov, di sicuro uno dei principali dirigenti trotzkisti nel 1923/27 e di sicuro nuovamente un quadro dirigente della clandestina sezione sovietica della Quarta Internazionale, a partire dal 1931/32: perché egli avrebbe dovuto ritirarsi dalla lotta antistalinista proprio quando stava per arrivare una guerra disastrosa contro l’URSS promossa dalla Germania hitleriana, e quando proprio il leader politico in esilio scelto da Pjatakov risultava ad avviso di quest’ultimo il più adatto a battere la belva nazista?

In ogni caso possiamo fornire alcuni dati di fatto connessi a Pjatakov nel biennio 1935-36, che risultano incompatibili con la tesi che vede “Capelli rossi” in qualità di fedele militante stalinista e invece, simultaneamente, perfettamente comprensibili utilizzando l’ipotesi opposta, secondo la quale quest’ultimo costituiva dalla seconda metà del 1931 un abile e coraggioso militante trotzkista, una preziosa “talpa” della Quarta Internazionale all’interno delle alte sfere dell’URSS stalinista dei primi anni Trenta.

Partiamo innanzitutto dalla stranissima inattività di Pjatakov a partire dall’11 agosto del 1936 e fino al 12 settembre dello stesso anno, sia nei confronti di due arrestati che lo accusavano di attività trotzkista che rispetto a G. K. Ordzonikidze, detto “Sergo”, autorevole membro del Politbjuro e suo diretto superiore nel decisivo ministero dell’industria pesante sovietica.

Le premesse indispensabili per comprendere la vistosa anomalia di tale inattività sono le seguenti:

  • Pjatakov tra il 1930 e il 1936 risultava un uomo molto potente nella sfera economica sovietica, tanto da essere stato nominato fin dal 1934 vice-ministro dell’industria sovietica e membro dell’autorevole Comitato Centrale del PCUS: come ammesso anche dagli storici antistalinisti, per la sua intelligenza e il suo eccellente talento organizzativo “Capelli rossi” era inoltre molto apprezzato proprio dal potente ministro dell’industria pesante sovietica e membro del politburo, Sergo Ordzonikidze. L’intelligente storico anticomunista (e sostenitore della “seconda versione”, rispetto al volo di Pjatakov) S. Sebag Montefiore riconobbe ad esempio senza problemi che “i due uomini” (Ordzonikidze e Pjatakov) “erano molto affezionati l’un l’altro e amavano lavorare insieme”[53];
  • la seconda moglie di Pjatakov, da cui quest’ultimo si era separato da qualche anno, venne arrestata il 27 luglio del 1936 per attività trotzkista, confessando quasi subito la sua militanza segreta nelle file della sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale: saputo dell’arresto della ex-moglie da un telegramma inviatogli di persona da Ordzonikidze, “Capelli rossi” si limitò a dichiararsi stupefatto e incredulo rispetto alla prospettata militanza trotzkista della sua seconda consorte;
  • all’inizio di agosto del 1936, anche due cittadini sovietici arrestati per attività trotzkista, I. I. Reingold e N. V. Golubenko, testimoniarono che Pjatakov era coinvolto in prima persona nell’attività clandestina dei trotzkisti sovietici, tra l’altro in qualità di loro importante dirigente[54];
  • ancora libero e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista, l’11 agosto Pjatakov venne a quel punto informato direttamente da Ezhov, già allora uno dei capi dell’NKVD, delle gravissime accuse (di essere un trotzkista e un terrorista) che gli venivano già mosse da due delle persone arrestate nel corso del 1936: sempre l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa infatti che “poco prima del processo a Zinoviev” (il primo processo di Mosca, iniziato il 19 agosto del 1936) “Ezov convocò Pjatakov, gli lesse tutte le deposizioni giurate in cui si sostenevano i suoi legami con il terrorismo trotzkista e lo informò che era stato sollevato dal suo incarico di vice-commissario”, per intenderci vice-ministro all’industria pesante[55];
  • Pjatakov rimase sicuramente ancora in libertà dopo l’incontro con Ezhov, dall’11 agosto all’11 settembre del 1936, mentre sempre Sebag Montefiore riconobbe che Ordzonikidze risultava un fedele stalinista ma che “si era sempre opposto all’arresto dei propri dirigenti”, e cioè dei manager che lavoravano nell’importantissimo ministero da lui diretto[56];
  • oltre a respingere tutte le accuse a suo carico attraverso due lettere inviate una a Stalin e l’altra a Ordzonikidze, Pjatakov scrisse un durissimo attacco contro gli imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936 (Zinoviev, Kamenev, ecc.), che venne pubblicato sulla Pravda e su altri quotidiani sovietici il 21 agosto del 1936; ma Vysinskij, il responsabile della pubblica accusa stalinista al processo dell’agosto del 1936, dichiarò in ogni caso durante la sessione pomeridiana del 21 agosto dell’assise giudiziaria moscovita che, in seguito e a causa delle dichiarazioni rese precedentemente in aula da alcuni degli imputati, anche Pjatakov- come del resto Radek, Bucharin, Tomskij e altri cittadini sovietici – sarebbe stato sottoposto a un’indagine per verificare l’attendibilità delle accuse mosse nei suoi confronti;
  • Pjatakov venne arrestato solo il 12 settembre del 1936, un mese dopo il suo drammatico confronto con Ezhov.

Ammettiamo a questo punto per un istante che Pjatakov nell’agosto del 1936 non fosse in alcun modo un militante trotzkista, e che quindi da molti anni avesse realmente rotto con la costituenda Quarta Internazionale passando stabilmente al campo stalinista.

Egli risultava pertanto assolutamente innocente rispetto alle gravissime accuse di complotto e di trotzkismo che gli vennero mosse direttamente, a partire dall’11 agosto del 1936; l’11 agosto del 1936 egli era ancora libero e ancora membro dell’autorevole Comitato Centrale, avendo poi in Ordzonikidze non solo un protettore potente sul piano politico, ben conosciuto tra l’altro per la sua avversione agli arresti dei dirigenti che lavoravano con lui, ma anche un amico personale. Ora, fatte tutte queste premesse, perché un uomo intelligente come Pjatakov non cercò mai un incontro diretto con Ordzonikidze, nel mese in cui era ancora a piede libero, chiedendogli inoltre come minimo di avere un confronto diretto, indispensabile e vitale, con gli arrestati che lo accusavano ingiustamente e che lo calunniavano, almeno nell’ipotesi che stiamo prendendo in esame? Pjatakov si limitò invece a mandare una lettera a Ordzonikidze e a Stalin professando la sua innocenza, ma senza in alcun modo chiedere di confrontarsi, in modo diretto e personale, coloro che lo accusavano[57].

Non si riesce in pratica a comprendere per quale motivo, anche indipendente dall’amicizia che aveva creato con Ordzonikidze, Pjatakov non abbia chiesto subito e fin dall’11 agosto del 1936 un contradditorio personale e viso a viso con Reingold e Golubenko, dopo il suo drammatico colloquio con Ezov: visto che “Capelli rossi” era ancora libero e faceva ancora parte del Comitato Centrale, se egli fosse stato realmente innocente rispetto alle gravissime accuse che gli venivano mosse da Reingold e Golubenko la richiesta di un confronto chiarificatore, con i suoi due accusatori diventava una mossa non solo utile, ma necessaria e vitale per la stessa sopravvivenza di “Capelli rossi”.

Tale strana anomalia non può essere in alcun modo spiegata con la versione del Pjatakov stalinista e non-trotzkista a partire dal 1928, ma solo ed esclusivamente ammettendo che nel 1936 Pjatakov fosse realmente ancora un trotzkista clandestino, che faceva il “doppio gioco” rispetto a Stalin: una particolare posizione che gli rendeva assai rischioso chiedere un confronto aperto con i suoi due accusatori, Reingold e Golubenko, e invece assai preferibile l’opzione alternativa, tesa a cercare di continuare a ingannare Stalin sulla sua presunta fedeltà politica senza scontrarsi direttamente con Ezov e l’NKVD.

Ulteriore indizio: l’esagerata, tardiva e assurda reazione di Pjatakov rispetto alle accuse che gli vennero mosse da Ezov, verso la metà di agosto del 1936. Se infatti “Capelli rossi” non chiese mai di persona aiuto a Ordzonikidze, né un confronto diretto con i suoi accusatori, viceversa e sempre nell’agosto del 1936 egli si offrì invece di far parte del plotone di esecuzione che avrebbe potuto giustiziare sua ex-moglie, arrestata sotto l’accusa di trotzkismo alla fine di luglio del 1936.

Anche l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa a questo proposito che, durante il sopracitato colloquio con Ezov, “Pjatakov si offrì di dimostrare la propria innocenza chiedendo che gli venisse “consentito di sparare personalmente a tutti coloro che fossero stati condannati a morte nel processo, inclusa sua moglie, e di pubblicare questa sua dichiarazione sulla stampa”. Da buon bolscevico, era disposto persino a giustiziare la propria consorte. “Gli ho fatto notare l’assurdità di questa sua proposta”, riferì freddamente Ezov a Stalin”[58].

Risulta subito evidente il carattere tardivo e artefatto della “proposta assurda” di Pjatakov: se infatti quest’ultimo fosse stato realmente sincero, nella sua indignazione politica e morale contro la moglie indagata e sotto accusa per la sua militanza trotzkista, per quale inspiegabile ragione egli aspettò almeno quindici giorni per manifestare la sua “sincera” collera nei confronti di quest’ultima, visto che la sua consorte era stata arrestata sotto la pesante accusa di trotzkismo il 27 luglio del 1936 mentre il colloquio con Ezov ebbe luogo invece l’11 agosto?[59]

Per quanto riguarda invece la proposta di Pjatakov di sparare personalmente alla sua seconda moglie, pensiamo non vi siano dubbi sul suo carattere come minimo abnorme: una “proposta indecente” e artificiosa, anche a prima vista.

Troppo esagerata, troppo forzata e troppo tardiva: questa è l’inevitabile valutazione da effettuare rispetto alla “proposta assurda” di Pjatakov rispetto alla sua seconda consorte, dovuta alla necessità vitale da parte di “Capelli rossi” di non farsi smascherare nel suo pericolosissimo doppiogioco di matrice trotzkista contro Stalin, anche usando a tal fine assurde dichiarazioni di valore solo retorico e formale.

In ultimo, ma non certo per importanza: se Pjatakov risultava davvero innocente rispetto alle accuse di trotzkismo che gli vennero mosse già all’inizio dell’agosto del 1936 da Reingold e Golubenko, non si può che dedurre che questi ultimi mentivano nei suoi confronti e che lo fecero solo a causa di una diretta pressione dell’NKVD e di Stalin nei loro confronti, finalizzata a incastrare Pjatakov con la falsa accusa di attività trotzkista.

A catena, quindi, ne discende da tale tesi che esisteva simultaneamente un piano diabolico di Stalin e dell’NKVD già all’inizio di agosto del 1936 – se non prima – contro il povero, sventurato e innocente stalinista Pjatakov. Bene, anzi male.

Ma ammettendo per un istante tale ipotesi, per quale assurdo e incredibile motivo Stalin e l’NKVD, gli ideatori del presunto “piano diabolico” contro l’innocente e fedele stalinista Pjatakov, lasciarono in libertà quest’ultimo anche dopo il suo drammatico colloquio con Ezov, per ben un mese e fino all’11 settembre del 1936? Libero per un mese, e ormai messo sull’avviso e a conoscenza delle gravissime accuse che gli venivano mosse; libero a ancora membro a pieno titolo dell’importante Comitato Centrale del partito comunista sovietico; libero e per di più ancora protetto da Ordzonikidze; libero e ben in grado, proprio perché innocente rispetto alle false accuse di trotzkismo che gli venivano mosse, di difendersi dalle calunnie di Reingold e Golubenko.

In sostanza, il sicuro e indiscutibile mese di libertà goduto da Pjatakov dall’11 agosto all’11 settembre del 1936 costituisce un fatto concreto che demolisce la tesi del presunto complotto di Stalin e dell’NKVD ai danni dell’innocente “Capelli rossi”, con tutte le evidenti ricadute del caso.

Ma non solo: anche uno storico antistalinista coma J. A. Getty ha altresì sottolineato che Pjatakov, nel luglio del 1936, era stato incaricato ufficialmente dal potere stalinista di assumere il ruolo di testimone dell’accusa nel futuro processo che ormai, proprio in quel tempo, si stava preparando a Mosca contro Zinoviev, Kamenev e altri uomini politici sovietici[60].

Ancora nel luglio del 1936, quindi, il potente vice-commissario dell’industria pesante era così lontano dai sospetti e da ipotetiche, presunte macchinazioni ai suoi danni da parte del nucleo dirigente stalinista da essere stato incaricato da quest’ultimo a svolgere un ruolo significativo, pubblico e in prima persona contro dei famosi oppositori di Stalin quali Zinoviev e Kamenev.

Persino uno storico antistalinista come V. Rogovin, inoltre, ha ammesso esplicitamente all’inizio del decimo capitolo del suo libro “1937” che quando l’ex-moglie di Pjatakov venne arrestata per attività trotzkista, il 27 luglio del 1936, nel suo appartamento venne sequestrata dalla polizia sovietica la corrispondenza scritta dallo stesso Pjatakov, che guarda caso includeva anche del materiale e dei documenti connessi al periodo nel quale quest’ultimo faceva parte dell’opposizione antistalinista durante gli anni Venti: materiale anomalo e compromettente, almeno per un Pjatakov che si auto-presentava come un fedele stalinista a partire dall’inizio del 1928, ossia quasi nove anni prima del luglio 1936 in esame.

Un diverso criterio di verifica incrociata delle nostre tesi rispetto alle posizioni politiche del Pjatakov del 1935-36 ci proviene per l’ennesima volta da parte trotzkista: e più precisamente dal diario personale elaborato da Trotskij in persona nel 1935, in una sua nota datata 3 aprile 1935.

In quel giorno, e quindi pochi mesi prima del dicembre del 1935, Trotskij infatti citò Pjatakov , e lo nominò guarda caso senza nessuna critica di alcun tipo alla sua adesione (guarda caso falsa e ipocrita, dalla metà del 1931) alle politiche staliniste; senza avanzare alcun rilievo polemico sul fatto che Pjatakov all’inizio del 1928 avesse rotto politicamente con il movimento antistalinista, ma anzi lodando la capacità di previsione dimostrata da Pjatakov già nel lontano 1926 rispetto a Stalin e al suo carattere vendicativo, senza nemmeno accennare al fatto indiscutibile che proprio Pjatakov due anni dopo e nel 1928 era passato a seguire un uomo così duro e vendicativo come Stalin, e non condannando “Capelli rossi” per tale scelta politica, come minimo assai significativa.

In altri termini, Trotskij trattò e valutò nel 1935 il presunto stalinista Pjatakov in modo relativamente benevolo e con i “guanti bianchi” a dispetto che quest’ultimo almeno in apparenza fosse ormai collocato a fianco del nucleo dirigente stalinista fin dal 1928 e, per di più, in una posizione molto importante all’interno dell’apparato statale e della burocrazia sovietica di quel periodo.

Qualche dubbio, giudici-lettori? Allora leggetevi direttamente le righe scritte da Trotskij, sul suo diario, il 3 aprile del 1935.

“Natalia Sedova mi ha ricordato che, nel 1926, certi amici di quell’epoca si riunirono in casa nostra ad aspettare l’esito di una seduta del Politburo. Entrai con Pjatakov (in qualità di membro del Comitato Centrale, questi aveva il diritto di assistere alle riunioni del Politburo). Agitatissimo, Pjatakov illustrò il corso preso dagli “eventi”. Alla riunione, avevo detto che finalmente Stalin aveva posto la candidatura ufficiale al ruolo di becchino della Rivoluzione e del Partito… In segno di protesta, Stalin abbandonò la seduta, e gli sconcertati Ryzov e Rudzutak proposero e ottennero nei miei confronti una mozione di “censura”. Nel dir questo, Pjatakov si rivolse a me, e aggiunse con forza: “Non ve la perdonerà mai; né a voi, né ai vostri figli, né ai vostri nipoti”. A quei tempi, ricordava Natalia, l’accenno ai figli e ai nipoti suonava lontano, come un semplice giro di frase. Ma proprio a questo si è giunti: ai figli e persino ai nipoti”[61].

Se veramente Pjatakov nel corso del 1935, nell’aprile del 1935, il 3 aprile del 1935 fosse stato un nemico politico di Trotskij, un vero “miserabile” (giudizio di Lev Sedov) passato al servizio di Stalin senza soluzione di continuità dall’inizio del 1928, non risultano assolutamente comprensibili i motivi per cui il di regola combattivo e polemico Trotskij invece usò un tono così neutro verso Pjatakov, arrivando fino al punto di elogiare quasi esplicitamente la preveggenza dimostrata da quest’ultimo nel 1926; tono “soft”, mancanza di critiche e sommesso elogio a Pjatakov che risultano invece perfettamente compatibili e spiegabili con l’ipotesi opposta, ammettendo cioè che il 3 aprile del 1935 Trotskij e “Capelli rossi” facessero invece parte da tempo, e cioè dalla seconda metà del 1931, della stessa “ditta politica”, risultando entrambi tra i leader principali della costituenda Quarta Internazionale nel corso del 1935.

Avvocato del diavolo: “manca in ogni caso nel diario di Trotskij del 1935 qualunque riferimento alla militanza neotrotzkista di Pjatakov, a partire dal 1931”.

Forse che qualche giudice-lettore, al posto dell’intelligente Trotskij, sarebbe stato così imprudente da mettere per iscritto, in un diario che poteva nel caso peggiore capitare “nelle mani sbagliate”, delle informazioni così importanti e pericolose sia per Pjatakov che per la costituenda Quarta Internazionale? Già Trotskij si prese un rischio, anche se minimale, il 3 aprile del 1935 non criticando direttamente Pjatakov, e invece lodandolo per la sua preveggenza rispetto al carattere di Stalin.

Anche nel suo diario del 1935, Trotskij aveva espresso del resto dei giudizi durissimi contro la “burocrazia” stalinista: uno dei più “gentili” fu quello da lui scritto in data 5 aprile del 1935, nel quale egli accusò la burocrazia stalinista di diffondere tra i giovani “servilità, bizantinismo e una falsa saggezza”. Eppure Pjatakov, che rientrava a pieno titolo nel 1935 proprio nei ranghi della “burocrazia” stalinista, in qualità di potente vice-ministro dell’industria pesante, venne invece risparmiato dagli strali e invettive di Trotskij nelle sue precedenti note del 3 aprile del 1935: solo un caso?

Sempre Pjatakov era passato dalle file trotzkiste a quelle staliniste all’inizio del 1928, in modo pubblico e ben conosciuto, risultando quindi uno dei primi “disertori” del movimento politico guidato da Trotskij: eppure quest’ultimo, il 3 aprile del 1935, non fece alcun riferimento alla passata “diserzione” di Pjatakov, e non produsse neanche con un breve accenno alle vicende politiche del 1928 che riguardavano “Capelli rossi”, con il passaggio di quest’ultimo nelle file dei “burocrati” stalinisti. Solo una dimenticanza fortuita di Trotskij?

Sempre Pjatakov nel 1935, almeno in apparenza, stava agli ordini di quello stesso Stalin di cui aveva previsto, fin dal 1926, il carattere vendicativo: ma anche a tale riguardo, il Trotskij del 3 aprile 1935 non espresse alcun giudizio negativo contro un personaggio come Pjatakov, capace di passare proprio al servizio dello stesso uomo, ossia di Stalin, che nel 1926 aveva giudicato invece come feroce e pieno di rancore. Solo un altro caso fortuito?

Se poi confrontiamo il durissimo giudizio esposto da Lev Sedov nel novembre del 1936, secondo cui Pjatakov costituiva “una persona miserabile”, con l’analisi invece calma, pacata e quasi favorevole elaborata nell’aprile del 1935 da Trotskij sempre rispetto a “Capelli rossi”, anche i dubbi meno ragionevoli vengono meno.

Un ultimo elemento di prova deriva dal carattere artefatto ed esagerato dell’articolo scritto da Pjatakov il 21 agosto del 1936 per l’autorevole Pravda, l’organo principale del partito comunista sovietico, quando egli condannò senza remissione (paragonandoli a “carogne”, a “banditi” e a “uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani”) proprio Trotskij e gli altri imputati al primo processo di Mosca iniziato il 19 agosto del 1936, accusati tra l’altro di essere militanti trotzkisti o stretti alleati politici di Trotskij, come nel caso di Zinoviev e Kamenev.

Dopo aver proposto l’11 agosto del 1936 a Ezhov di partecipare a un’eventuale fucilazione di sua moglie, sempre al fine di tentare di salvare la sua ormai pericolante posizione di importante “talpa” trotzkista nelle alte sfere staliniste Pjatakov giunse fino al punto di condannare pubblicamente pochi giorni dopo il suo vero capo politico, ossia Trotskij, definendolo addirittura come una delle “carogne” e dei “banditi” che stava avvelenando “l’aria pulita, l’aria vivificante del paese dei Soviet”, secondo i termini da lui stesso usati nell’articolo pubblicato sulla Pravda.

Siamo quindi in presenza di una mossa allo stesso tempo astuta e disperata da parte di Pjatakov, segnata sia da un abile doppio gioco che da un carattere artefatto che gli verranno rinfacciati in seguito anche da Vysinskij, ossia dal rappresentante della pubblica accusa al secondo processo di Mosca, usando toni oltraggiosi nei suoi confronti ma in quel caso smascherando correttamente la natura tardiva e artificiosa dell’autocritica espressa da Pjatakov sulla Pravda del 21 agosto 1936 (a differenza di Vysinskij riteniamo Pjatakov una figura complessa e tragica di comunista, anche per aver accettato di usare persino dei mezzi ripugnanti per realizzare i nobili fini e le aspirazioni prometeiche che lo animavano, ma su questo tema torneremo alla fine del libro).

Durante il processo del gennaio del 1937, Vysinskij sfruttò e utilizzò infatti proprio l’articolo di Pjatakov del 21 agosto del 1936 per evidenziare come “anche Pjatakov” (come del resto Radek, sempre nello stesso periodo e sullo stesso argomento) “ha scritto articoli sulla scoperta del centro trotzkista-zinovieviano unificato di banditi e di terroristi. Pjatakov scaglia fulmini contro l’attività controrivoluzionaria, abbietta, impregnata, come diceva, di un intollerabile lezzo di doppiezza, di menzogna e d’inganno. Che dirà oggi Pjatakov, per stigmatizzare la propria decadenza morale, il proprio “lezzo di menzogna e d’inganno?” Pjatakov troverà queste parole? E se anche le trovasse, che valore attribuire ad esse, chi le crederà vere?”

Pjatakov scriveva: “Non ho parole per esprimere pienamente la mia indignazione, il mio disgusto. Ecco degli uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani. Bisogna distruggerli, distruggerli come una carogna che avveleni l’aria pura, l’aria vivificante del Paese dei Soviet, come una carogna pericolosa che può provocare la morte dei nostri capi e che ha già provocato la morte di uno degli uomini migliori del nostro paese, di quel bravo compagno e dirigente che fu S.M. Kirov”.

Pjatakov singhiozza sul corpo di Kirov, che egli stesso ha ucciso. “Il nemico del socialismo vittorioso nel nostro paese sa nascondersi”, scriveva Pjatakov, guardandosi allo specchio. “Si adatta alla situazione”, dice Pjatakov, facendo il bello davanti allo specchio. “Egli simula”, dice Pjatakov – ah! Che abile simulatore sono!… “Egli mente”. Hum! Pensa Pjatakov, come non mentire in una simile situazione’ “Cancella le proprie tracce”… “Approfitta della fiducia”…

Ecco quanto scrive Pjatakov, cancellando la traccia sanguinante dei propri delitti: “Molti di noi e io tra questi, per la nostra indolenza, la nostra bonomia, la nostra disattenzione per quelli che ci circondano, senza accorgersene, hanno aiutato questi banditi nei loro tenebrosi intrighi”. Che trucco stupefacente! Pjatakov non vigilava abbastanza. Ecco, dunque, di che cosa si confessa colpevole Pjatakov. Anche questo è un sistema comune tra i criminali incalliti. Quando un uomo è accusato di assassinio per rapina, egli si confessa colpevole di rapina. Quando è accusato di furto con scasso, egli si riconosce colpevole soltanto di furto. Quando lo si accusa di furto, egli si riconosce colpevole, al massimo, di ricettazione.

È una vecchia tattica dei criminali di professione. Pjatakov teme di essere “pizzicato”, smascherato e scrive sui giornali, piomba sul nemico e non risparmia nemmeno sé stesso. Eccoti, dice Pjatakov a sé stesso, guardare in aria senza accorgerti di quello che accade intorno a te. Ma quel che si fa, non lo si fa attorno a te: sei tu che lo fai”[62].

Forniamo subito una prima verifica incrociata anche di questa nostra tesi, utilizzando a tal fine l’articolo scritto da Preobrazenskij e pubblicato sull’autorevole Pravda il 23 agosto del 1936, commentando a modo suo il primo processo di Mosca che si stava tenendo proprio in quei giorni nella capitale sovietica contro Zinoviev, Kamenev e altri imputati.

Si è già notato in precedenza che il ritorno clandestino di Preobrazenskij alla militanza trotzkista, a partire dal 1931, risulta un fatto indiscutibile e ammesso persino dallo storico trotzkista Brouè. In base alla sua precisa scelta di campo antistalinista, forse il neotrotzkista Preobrazenskij difese sulla Pravda gli imputati dell’agosto del 1936 e soprattutto il suo leader politico reale, anche se occulto, e cioè Trotskij, accusato in contumacia di crimini gravissimi anche durante il primo processo di Mosca?

Non proprio, visto che nel suo scritto dell’agosto del 1936 il dirigente trotzkista Preobrazenskij giunse, con formidabile spudoratezza e per cercare di mascherare il suo doppio gioco contro Stalin, fino al punto di valutare e considerare come “crimine massimo” dei “cospiratori” allora smascherati aver “cercato di colpire Stalin, il continuatore dell’opera di Lenin, l’organizzatore e ispiratore di tutte le vittorie nostre, il più grande uomo della nostra epoca”, augurando invece a Trotskij “cane arrabbiato del fascismo, la morte miserabile che merita”, maledicendo “tre volte” il proprio passato vergognoso” di trotzkista[63].

Se a giudizio del Pjatakov del 21 agosto del 1936 Trotskij costituiva una “carogna” e un “bandito”, Preobrazenskij lo definì a sua volta come “un cane arrabbiato del fascismo”: pur di salvare l’organizzazione clandestina di cui facevano parte, oltre che ovviamente la loro pelle, i due dirigenti neotrotzkisti – dal 1931 – usarono quindi nei confronti del loro leader politico in esilio dei termini e dei giudizi sicuramente poco lusinghieri.

A mali estremi, estremi rimedi.

In modo astuto e molto spregiudicato, pertanto, un uomo coraggioso come Preobrazenskij, la cui reale militanza trotzkista a partire dal 1931 era stata riconosciuta persino da Brouè, si sforzò di presentarsi in pubblico come un fedele stalinista e, il 23 agosto del 1936 e sull’autorevole Pravda, descrisse proprio Trotskij, ossia proprio il suo reale capo politico, come “un cane arrabbiato del fascismo”: egli mentì coscientemente fino al punto di “maledire tre volte il suo passato vergognoso” (non certo un “passato”, ma invece un suo “presente” molto concreto nell’agosto del 1936) di trotzkista.

In sostanza, l’astuto militante trotzkista Preobrazenskij utilizzò il 23 agosto del 1936 la stessa tattica difensiva adottata a sua volta anche dall’astuto dirigente trotzkista Pjatakov, il 21 agosto del 1936 e sempre sulla Pravda.

Seconda controprova della nostra tesi: sempre sulla Pravda e sempre durante lo svolgimento del primo processo di Mosca, anche Radek – lo stesso Karl Radek destinatario della lettera di Trotskij del marzo del 1932, colui che nel 1933 indicò Stalin come il principale responsabile della vittoria di Hitler, l’autore delle congratulazioni al nazista Ernst Köstring nel marzo 1936, ecc. – scrisse un articolo nel quale egli a sua volta scagliò tutta una serie di epiteti e di insulti contro Trotskij, ossia contro il suo reale (seppur segreto) leader politico; ancora una volta venne utilizzata in modo creativo la regola generale del “a mali estremi, estremi rimedi” da parte di un dirigente del 1936 della costituenda Quarta Internazionale, come nei casi sopracitati di Pjatakov e Preobrazenskij.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei risultati acquisiti finora.

Trotskij ha sicuramente spedito una lettera a Radek nel corso del 1932, come risulta dalla ricevuta di spedizione trovata nell’archivio Trotskij di Harvard.

Nel marzo 1932 Radek risultava pertanto un simpatizzante clandestino della Quarta Internazionale in terra sovietica (perché spedire una lettera al personaggio che, secondo Trotskij, aveva denunciato alla fine del 1929 Blumkin, ecc.).

Radek continuò ad essere un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale anche nel 1936, che faceva il doppio gioco con Stalin anche dopo il 1932 (P. Brouè e l’articolo di Radek sulla Izvestia nell’agosto del 1936, testimonianza di Deutscher sul Radek del 1933 e dopo la vittoria di Hitler, ecc.)

A sua volta anche Pjatakov, nel corso del 1931, era tornato ad essere un dirigente clandestino della Quarta Internazionale (testimonianza di Littlepage, incontro “casuale” con Lev Sedov a Berlino e assoluta improbabilità della “casualità” dell’incontro, ecc.).

Pjatakov continuò ad essere un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale, che faceva il doppio gioco con Stalin, anche dopo il 1932 (mancata richiesta diretta di aiuto a Ordzonikidze e di un confronto diretto con i suoi accusatori, nell’agosto/settembre del 1936 e prima di essere arrestato, ecc.).

Inoltre esisteva e operava realmente una sezione clandestina della Quarta Internazionale in terra sovietica sia nel 1928/32, come stabilito anche da Brouè, che anche dopo il 1932: Mrackovskij libero, la dichiarazione di Trotskij del gennaio 1936 rispetto alla “temprata” e “forte” sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale, ecc.

Come controprova e verifica incrociata di valore generale delle nostre tesi, abbiamo a disposizione anche la scomparsa materiale delle lettere spedite da Trotskij a Radek e Preobrazenskij. Tali misteriose ma sicure scomparse, dovute sicuramente a una “mano amica” trotzkista (forse lo stesso Trotskij, forse Deutscher), hanno come sola spiegazione possibile che “l’angelo custode” trotzkista che le fece sparire materialmente agì in tal senso perché tali missive risultavano controproducenti sul piano politico rispetto alla Quarta Internazionale, rivelando dei segreti compromettenti di quest’ultima che dovevano restare invece nascosti all’opinione pubblica: a partire ovviamente dall’identità e dalle azioni concrete svolte in URSS da finti stalinisti, da reali trotzkisti e doppiogiochisti contro Stalin come per l’appunto Radek, Preobrazenskij e Pjatakov.

Come sottoprodotto dell’analisi svolta finora, risulta inoltre che non solo Trotskij fosse il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale anche nella sua sezione allora operante in Unione Sovietica, elemento del resto non contestato neanche dalla “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov, ma altresì emerge anche come Trotskij risultasse in collegamento politico-organizzativo (segreto e clandestino, certo) con i suoi seguaci operanti in Unione Sovietica, come dimostrano tra l’altro sia le sue lettere a Radek e Preobrazhensky del 1932 che le sue dichiarazioni del gennaio del 1936 sul relativamente buono “stato di salute” della sezione sovietica della Quarta Internazionale: è ovvio che Trotskij, per poter effettuare tale giudizio, ricevette informazioni, contatti e notizie (per vie segrete e clandestine) dai suoi seguaci, dai dirigenti e militanti trotzkisti che operavano allora clandestinamente in Unione Sovietica.

Per la nostra indagine in via di sviluppo, questi risultati provenienti da fonti sicure e quasi tutte di matrice trotzkista acquisiscono subito una grande importanza: risulta infatti appena il caso di ripetere che se Pjatakov e Radek fossero stati dei “nemici accaniti” di Trotskij e del trotzkismo, come sostenne lo stesso leader della Quarta Internazionale nel gennaio e nell’aprile del 1937, non vi sarebbe infatti stato alcun movente e alcuna ragione plausibile perché Pjatakov volesse effettuare il suo reale/presunto volo verso Oslo, nel dicembre del 1935.

Ma visto che, contrariamente alla grande menzogna di Trotskij, Pjatakov e Radek risultavano realmente militanti trotzkisti (clandestini e doppiogiochisti nel 1932/36), tale fatto sicuro non solo ridefinisce la posizione politica concreta nel periodo in oggetto, ma fornisce altresì un movente sicuro, una ragione sicura e una sicura predisposizione soggettiva favorevole per il volo del dicembre del 1935, sia dalla parte di Trotskij che da quella di Radek e Pjatakov: con Pjatakov e Radek operanti come dirigenti di alto livello della clandestina organizzazione sovietica, e con Trotskij nel ruolo di leader mondiale della Quarta Internazionale, il bisogno di un incontro tra le due “parti” diventava un fatto ovvio e scontato, un desiderio ovvio e scontato.

Partendo dalla posizione reale di Trotskij, dopo la prova sicura della sua colossale menzogna rispetto ai suoi reali rapporti con Pjatakov e Radek la questione non è più “perché mai Trotskij avrebbe dovuto/potuto incontrare Pjatakov” e Radek, visto che essi erano degli stalinisti e suoi nemici giurati; la questione non risulta più domandarsi perché mai Trotskij avrebbe potuto incontrare Pjatakov, estraneo al movimento della Quarta Internazionale e un “nemico” politico di quest’ultima, ma viceversa per quale motivo Trotskij non avrebbe dovuto e voluto incontrare un suo importante dirigente clandestino in terra sovietica, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

Un evento altrimenti assurdo (perché incontrare nel dicembre del 1935 Pjatakov, un “nemico” del trotzkismo dal 1928?), attraverso la ricevuta del 1932 e le bugie di Trotskij su Pjatakov e Radek si trasforma pertanto in un evento perfettamente razionale e desiderabile dal punto di vista di Trotskij, se le circostanze lo avessero permesso/richiesto e sempre calcolando il rapporto tra rischi e vantaggi.

Riesaminando a sua volta la questione dalla posizione concreta di Pjatakov, dopo la grande menzogna di Trotskij il problema non risulta più per quale motivo il presunto stalinista Pjatakov avrebbe dovuto incontrare un suo presunto “nemico accanito”, alias Trotskij, ma viceversa perché mai Pjatakov non avrebbe voluto incontrare il suo leader politico in esilio, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

La colossale bugia di Trotskij rispetto alle sue reali relazioni con Radek e Pjatakov, nel corso del periodo compreso tra il 1932 e il 1936, cambia in sostanza tutta la prospettiva e l’orizzonte generale attraverso cui si deve analizzare la questione del volo di Pjatakov del dicembre 1935, visto che il leader in esilio e uno dei capi dell’organizzazione clandestina trotzkista in URSS avrebbe sicuramente voluto e desiderato vedersi e incontrarsi di persona, circostanze concrete permettendo e richiedendo.

Proprio per questo fondamentale motivo Trotskij, nel gennaio del 1937 e nell’aprile del 1937, cercò in tutti i modi di nascondere e negare categoricamente i suoi reali rapporti clandestini con Pjatakov e Radek, negli anni compresi tra il 1931 e il 1936: da persona molto intelligente, si rese conto benissimo delle enormi ricadute negative di tale sua (reale) interconnessione, politica con i due personaggi in oggetto, ovviamente contro di sé e la costituenda Quarta Internazionale.

Pertanto Trotskij disconobbe sul piano politico Pjatakov, trasformandolo in uno stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Pertanto disconobbe sul piano politico Radek, trasformando anch’esso in uno stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Sempre per nascondere la vera “casa madre” trotzkista di Radek e Pjatakov, nel e per il periodo compreso tra il 1931 e il 1936, Trotskij in prima persona, oppure lo storico trotzkista Deutscher, o il fedele militante trotzkista Van Heijenoort fecero sparire le lettere inviate dal primo a Radek e Preobrazhensky dagli archivi Trotskij; si, perché il “giallo” costituito dal volo di Pjatakov contiene al suo interno un secondo e ulteriore mistero, abbastanza interessante.

Infatti Trotskij nel 1940 consegnò il suo voluminoso archivio all’Università di Harvard e in seguito, dal 1940 fino al 1979, entrarono regolarmente e per lungo tempo nell’archivio Trotskij ad Harvard solo due persone, e cioè lo storico trotzkista Deutscher e il dirigente trotzkista Van Heijenoort. Probabilmente non sapremo mai chi dei tre fece sparire le lettere del 1932 a Radek e Preobrazhensky con il loro contenuto compromettente e tra i pochi documenti finora spariti e svaniti dagli archivi Trotskij di Harvard, ma invece risulta facile scoprire i motivi che potevano indurre Trotskij, oppure uno due suoi fedeli seguaci, a far scomparire tali missive: esse infatti inchiodavano Trotskij e rendevano insostenibile la sua posizione politica, nel 1937 come negli anni successivi.

Tornando invece al nostro argomento principale, la grande menzogna elaborata da Trotskij sui suoi rapporti reali (di collaborazione politica, e non certo di violenta e costante “inimicizia”) con Radek e Pjatakov altresì rende quasi nulla la credibilità della versione di Trotskij non solo rispetto ai suoi rapporti (reali e clandestini) con Radek e Pjatakov, ma anche e soprattutto rispetto al volo/colloquio di Pjatakov: la sua tesi “negazionista” rispetto al volo di Pjatakov e ai suoi rapporti con Radek, perde già ora gran parte della sua credibilità.

Chi ha mentito su un punto e un elemento importante di una determinata questione è probabile che menta anche su un altro punto collegato al primo, se sussiste un legame immediato tra i due nodi in via d’esame (nessun rapporto di alcun genere tra Trotskij e Pjatakov/Radek, e quindi nessun volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij) che è fortissimo ed è stato riconosciuto dallo stesso Trotskij: di conseguenza, inevitabile e necessaria, la grande menzogna di Trotskij aumenta come minimo sensibilmente il livello di credibilità delle testimonianze rese da Pjatakov e Radek rispetto non solo all’esistenza dei loro rapporti (reali e clandestini) con Trotskij, ma anche al volo e colloquio segreto del dicembre 1935.

Abbiamo pertanto ottenuto un’importante prova indiretta a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935: ma tale indizio concreto viene affiancato inevitabilmente da un’altra e diversa prova, se teniamo conto che dire volutamente bugie e mentire coscientemente su un punto fondamentale di un “delitto” costituisce un segnale chiarissimo, diretto e inequivocabile di colpevolezza del bugiardo e del mentitore, ossia dell’intelligente e astuto Trotskij nel caso specifico che stiamo esaminando.

In altri termini, riteniamo che la grande menzogna di Trotskij sui suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek costituisca già di per sé una prova di colpevolezza a suo carico del leader in esilio della Quarta Internazionale riguardo al particolarissimo “delitto” di cui egli era stato accusato, e cioè il suo reale/presunto colloquio segreto con Pjatakov nel dicembre del 1935.

L’esistenza (o l’inesistenza) di rapporti reali di collaborazione politica tra Trotskij, Radek e Pjatakov costituisce infatti un punto come minimo assai importante per l’esistenza (o l’inesistenza) del volo di Pjatakov, anche sotto questo aspetto; e visto che Trotskij mentì consapevolmente e disse solo bugie su un nodo concreto come minimo importante per l’esistenza o meno del volo/colloquio segreto di Pjatakov, non solo crolla la sua credibilità ma, tenendo un comportamento ipersospetto e fraudolento, altresì egli rivela subito la sua responsabilità in merito al tema essenziale del nostro libro, ossia al volo clandestino di Pjatakov nel dicembre del 1935.

Approfondiamo tale questione: a nostro avviso non vi sono dubbi che un determinato soggetto, accusato di un particolare delitto, risulti probabilmente colpevole quando e se egli elabori coscientemente delle bugie rispetto a un punto importante del “delitto” in oggetto, in base anche solo al comune buon senso.

Se un soggetto T. afferma infatti che da molti anni non ha mai avuto relazioni di alcun tipo con i soggetti P. e R., sostenendo che essi risultano invece dei suoi nemici accaniti da lungo tempo; se poi l’inesistenza di rapporti di collaborazione con P. e R. costituisce a giudizio anche dello stesso soggetto T. una prova importante a favore della sua innocenza, ossia dell’inesistenza del “delitto” (ossia un colloquio segreto) di cui egli viene accusato; dati questi presupposti, una volta che venga invece dimostrata la reale esistenza di rapporti di collaborazione tra T. e il duo P./R. durante il periodo in via di esame, dal 1931 al 1936, il soggetto T. risulta probabilmente colpevole del “delitto” di cui viene accusato, ossia di aver realmente incontrato Pjatakov nel 1935.

Ogni accusato, ivi compreso il nostro soggetto T., ha ovviamente il diritto di mentire per difendere la propria posizione e i suoi interessi, ma tale lato della medaglia ha inevitabilmente il suo aspetto negativo: una volta dimostrate le menzogne di Trotskij su un punto come minimo importante per il “delitto” del quale venne accusato, la sua posizione risulta infatti indifendibile, anche perché Trotskij non poteva non sapere e non ricordarsi di avere spedito a Radek la ormai famosa lettera dell’inizio del 1932, di cui ci resta – guarda caso – solo la ricevuta negli archivi Trotskij di Harvard; anche perché Trotskij ricordava benissimo, davanti alla commissione Dewey, di aver definito astutamente Radek un caso umano “di degenerazione ideologica e morale” nella sua lettera a Weisbord del 14 maggio 1932, e proprio cercando abilmente di negare di fronte ad essa l’esistenza della missiva segreta invece da lui realmente spedita a Radek, nel marzo di quello stesso anno.

Troppe menzogne, da parte di Trotskij; e a cascata, troppi indizi di colpevolezza a suo carico sono ormai emersi già a questo punto della nostra indagine.

Dopo aver superato i dubbi ragionevoli rispetto alla nostra tesi, passiamo comunque al compito di sradicare di nuovo anche quelli poco razionali rispetto alla scelta di campo e alla posizione politica assunta da Pjatakov e Radek negli anni compresi tra il 1932 e l’agosto del 1936.

Utilizziamo a tale scopo, come criterio generale di verifica incrociata, una tipologia assai singolare di lotta politica: ossia la particolare e creativa forma di doppiogioco dimostrata più volte nel 1933 nel periodo successivo al 1932, sempre in senso antistalinista ma condita da una forte dose di umorismo e di satira politica, allo stesso tempo ben calibrata e mascherata.

La reale posizione e il livello di doppiogiochismo di Radek nei confronti di Stalin viene infatti comprovato ulteriormente dalla creazione da parte di Radek di numerose barzellette e scherzi antistalinisti, durante gli anni Trenta: in questo senso vanno tra le altre testimonianze del giornalista antistalinista J.B. Hurron, che visse a Mosca dal 1934 al 1938, oltre che del grande musicista sovietico D.D. Shostakovitch[64].

Lo storico antistalinista W. Lerner, che aveva negato con forza la tesi che Radek fosse tornato alla militanza trotzkista clandestina nel 1932, aveva in ogni caso preso in esame un articolo di Radek pubblicato dall’autorevole Pravda in data 1° gennaio del 1934 e intitolato “L’architetto della società socialista”: proiettato in un futuro immaginario del 1967, esso descriveva Stalin non solo come il più grande leader del partito bolscevico e dell’Unione Sovietica, ma anche in qualità di migliore dirigente politico che il mondo avesse fino ad allora conosciuto, dipingendolo in tono enfatico come “una calma, invincibile figura” che aveva determinato “la prossima vittoria della rivoluzione mondiale”[65].

Rispetto a tale scritto di Radek del 1934, che immaginava a modo suo il futuro del mondo nel 1967, Lerner fu costretto a notare che una “tale ovviamente insincera idolatria” nei confronti di Stalin “era completamente fuori linea dal carattere di Radek”, e che tale chiara insincerità faceva a sua volta ipotizzare seriamente che l’articolo del 1° gennaio del 1934 costituisse “un colossale gioco d’azzardo” di Radek contro Stalin, ossia una sua sottile ma concreta satira e presa in giro del leader georgiano al potere[66].

Condividiamo l’ipotesi avanzata molto cautamente da Lerner: mentre svolgeva abilmente il suo ruolo di infiltrato, prodigandosi anche in lodi esagerate e insincere verso il leader georgiano, l’astuto e brillante Radek simultaneamente mostrava cautamente la sua vera natura trotzkista elogiando da un lato Stalin in modo eccessivo e controproducente, e dall’altro utilizzando il suo innegabile senso dello humour nella produzione, apparentemente innocua e facilmente scusabile, di barzellette e motti di spirito antistalinisti.

Ma Radek, assieme al suo mandante Trotskij, si divertì alle spalle di Stalin anche durante il primo congresso degli scrittori sovietici, tenutosi a Mosca e sotto gli occhi di Stalin nell’agosto del 1934.

In quell’occasione, essendo esposto al diretto controllo del nucleo dirigente stalinista, Radek prese infatti una posizione quasi completamente “ortodossa” sui problemi del rapporto tra letteratura, socialismo e realismo socialista in campo artistico, elogiando tra l’altro più volte Stalin e la sua linea politica e autocriticandosi in pubblico per la sua precedente adesione al trotskismo nel corso del 1923/29: ma simultaneamente l’astuto Radek riuscì in ogni caso a inserire con prudenza, persino in quell’occasione, dei riferimenti spregiudicati almeno rispetto ad un autore molto particolare, ossia Ignazio Silone.

In questo caso Radek rilevò, nel corso del suo (tra l’altro molto interessante) intervento dell’agosto del 1934: “provate” (rivolto alla platea di scrittori sovietici e europei) “a trovare un grande artista contemporaneo che vi fornisca un libro veritiero rispetto alla nazione italiana, un libro che potrebbe convincere i contadini e noi che il fascismo ha portato la liberazione al paese Italia. Di sfuggita, esiste un libro veritiero rispetto alla vita di villaggio italiano: un libro scritto da Silone, un uomo che ha commesso grandi errori politici nella sua vita, ma che ha fornito un ritratto veritiero in questo caso, dato che egli è nemico del fascismo”.

Il libro “Fontamara” di Ignazio Silone costituì il testo letterario a cui fece riferimento Radek, che continuò il suo discorso sottolineando sempre “di sfuggita” che “la verità rispetto alla nazione italiana può essere solo questa: che il fascismo italiano non ha distrutto il potere dei latifondisti, non ha fatto cessare lo sfruttamento capitalista dei contadini, non ha distrutto, ma ha invece rafforzato l’oppressione della burocrazia nel paese fascista”[67].

Avvocato del diavolo: “ma cosa prova questa vostra citazione, rispetto alla valutazione positiva effettuata da Radek sul libro “Fontamara” di Silone?”

Nel luglio del 1931 Ignazio Silone era stato espulso dal partito comunista italiano per la sua complicità con due ex dirigenti del partito, F.L. Leonetti e P. Tresso, a loro volta espulsi dal PCI sotto l’accusa (veritiera, indiscutibile) di trotskismo, tanto che Tresso era diventato dal 1931 uno dei principali collaboratori dello stesso Trotskij all’interno del nucleo direttivo della costituenda Quarta Internazionale: Radek stava quindi lodando un libro scritto da un simpatizzante trotskista del 1930 quale era Silone, tra l’altro rimasto anche in seguito un accanito antistalinista, davanti a un congresso di scrittori organizzato con cura dal nucleo dirigente stalinista, definendo tale accanito avversario del leader georgiano come un “artista contemporaneo”, capace di produrre “un libro veritiero” rispetto all’Italia dell’inizio degli anni Trenta.

La situazione si fa ancora più chiara notando che nel libro Fontamara emerge, anche se in via secondaria, una critica al partito comunista italiano, allora schierato su posizioni staliniste. Nel libro, infatti, si descrive anche un funzionario clandestino del PCI che cerca di prendere contatto con i contadini in rivolta del posto e con il loro leader, Berardo Viola, ma quest’ultimo – l’eroe indiscusso del romanzo di Silone – si stanca presto di lui per la sua petulanza e lo butta in un fosso: la tesi (secondaria, ma reale) del libro di Silone è che il PCI stalinista di quel periodo risultava come minimo poco abile nel rapportarsi con i contadini italiani in rivolta.

Ma l’abile e astuto Radek riuscì anche a citare il tema dell’“oppressione burocratica”: certo solo rispetto all’Italia (stava dopotutto parlando sotto gli occhi di Stalin, che aveva voluto direttamente l’organizzazione del congresso di scrittori sovietici in oggetto), ma in ogni caso egli si riferì sottilmente anche a quell’”oppressione burocratica” che, secondo Trotskij, dal 1927 “la burocrazia stalinista” esercitava sull’Unione Sovietica e specialmente sui contadini, sempre a giudizio di Trotskij e fin dal 1930 danneggiati dalla collettivizzazione imposta da Stalin contro le campagne sovietiche.

Avvocato del diavolo: “le vostre tesi costituiscono solo supposizioni paranoiche”.

Allora deve essere ugualmente una nostra “supposizione paranoica” anche lo scritto di Trotskij pubblicato nel dicembre del 1934 sulla rivista “New International”, e intitolato significativamente “Fontamara”: un breve articolo di Trotskij che segue solo di pochi mesi l’intervento di Radek al congresso degli scrittori sovietici dell’agosto 1934.

Forse tale titolo non ha alcun riferimento rispetto al libro di Silone? Leggiamo pertanto assieme l’inizio del breve scritto di Trotskij, giudici-lettori, rispetto a “Fontamara”.

“Questo è un libro rilevante. Dal suo inizio alla sua frase conclusiva è rivolto contro il regime fascista, le sue bugie, brutalità e abomini. Fontamara è un libro di appassionata propaganda politica. Ma in tale passione rivoluzionaria raggiunge tali vette da risultare una creazione genuinamente artistica… Silone possiede un’intima conoscenza dei contadini italiani”[68].

Si, Trotskij stava sicuramente parlando e lodando Silone per il suo libro Fontamara, come il suo compare (e doppiogiochista) Radek: e come quest’ultimo, anche se usando questa volta espressioni non mascherate, Trotskij parlò di “burocrazia” e di “burocrazia ufficiale” sovietica. Nel suo breve scritto del 1934, infatti, Trotskij chiese retoricamente: “questo libro” (Fontamara) “è stato pubblicato in Unione Sovietica? E’ venuto a conoscenza delle case editrici della Terza Internazionale? Questo libro merita una circolazione di molti milioni di copie. Ma qualunque possa essere l’atteggiamento della burocrazia ufficiale” (stalinista, sovietica) “verso quelle opere che appartengono alla genuina letteratura rivoluzionaria, Fontamara ne siamo certi, troverà la sua via per le masse. È dovere di ogni rivoluzionario aiutare questo libro a circolare”[69].

I vantaggi che il duo Trotskij-Radek si assicurava, con “l’operazione Fontamara” dell’agosto/dicembre 1934, non erano solo farsi beffa di Stalin e del suo regime, come con le barzellette antistaliniste di Radek, e allo stesso tempo “aiutare a circolare” (Trotskij) il libro Fontamara dell’antistalinista Silone, ma soprattutto mostrare la loro astuzia e il loro contropotere (“praticamente sotto gli occhi di quel babbeo di Stalin e della sua stupida polizia segreta, siamo riusciti a lodare pubblicamente un’antistalinista dichiarato come Silone”) ai dirigenti e quadri trotskisti operanti allora in Unione Sovietica.

Ma si può evidenziare anche un’altra ricaduta positiva che l’abile coppia Radek/Trotskij trasse dall’”operazione Fontamara”.

Il libro Fontamara era stato infatti scritto da Silone nel 1930/31 e venne pubblicato in lingua tedesca nel 1933, raggiungendo un notevole successo di critica e di pubblico che arrivò via via a lambire anche la stessa Unione Sovietica stalinista di quel tempo. Come notò infatti lo storico D. Biocca, “la diffusione” (di Fontamara) “superò anche le più ottimistiche previsioni; si spinse fino a Mosca, dove i circoli sovietici degli scrittori proposero la pubblicazione del romanzo malgrado le posizioni politiche del suo autore” (antistaliniste) “fossero ormai ben note. Anche il dirigente comunista italiano Giovanni Germanetto, trasferitosi in Russia, si adoperò perché il libro fosse tradotto e diffuso nelle biblioteche dell’URSS”, arrivando a mandare una lettera a Silone nel 1934[70].

A partire dal 1933, pertanto, si creò un contrasto secondario ma reale tra i molti scrittori sovietici che volevano la pubblicazione nel loro paese del libro Fontamara e le autorità di Mosca, che si opponevano invece a tale operazione soprattutto per i recenti trascorsi antistalinisti di Silone, emersi con chiarezza nel 1930/31. Tale contraddizione venne utilizzata nel 1934 in un modo abile dal duo Trotskij-Radek: quest’ultimo, seppur con estrema prudenza, evitando di citare il titolo del libro e sottolineando per forza di cose i “grandi errori politici” commessi da Silone, senza subire danni riuscì in ogni caso ad evidenziare i meriti di Fontamara davanti a una platea di scrittori sovietici, già interessati a conoscere l’opera in lingua russa: e lasciati passare alcuni mesi dall’agosto del 1934, per non dare adito a eventuali sospetti di Stalin e dell’NKVD, Trotskij a sua volta completò il cauto lavoro di Radek, chiedendo apertamente la pubblicazione in terra sovietica del libro in oggetto scritto dell’antistalinista Silone.

Un’ottima divisione del lavoro tra i due, con una (piccola, ma reale) ricaduta politica antistalinista, ottenuta tra l’altro proprio sotto gli occhi di Stalin e durante un congresso di scrittori sovietici voluto fortemente dal leader comunista georgiano.

A questo punto va solo evidenziato che uno storico preparato come Dario Biocca, documenti della polizia italiana alla mano, ha provato senza lasciare spazio a dubbi che Ignazio Silone era diventato addirittura un informatore (con lo pseudonimo di “Silvestri”) dell’apparato repressivo italiano tra il 1919 e il 1930, in un rapporto costante che quest’ultimo costruì dopo il 1922 con un alto funzionario fascista, impegnato direttamente nella lotta contro i comunisti italiani: la frase del Radek del 1934 sull’Ignazio Silone “nemico del fascismo” deve essere pertanto corretta, e in modo profondo[71].

Passiamo a questo punto all’esame delle condizioni logistiche, materiali, soggettive e politiche che hanno reso possibile il volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij, sia sul piano della fattibilità che su quello della sua segretezza.

 

[1] “What’s the deal with Karl Radek”, in http://www.revleft.com

[2] J.A. Getty, “Trotskij in exile: the founding of the Fourth Internazional”, Soviet Studies, vol. 38, n.1, gennaio 1986, pag. 24-35; J.A. Getty e O.N. Naumov, “The road to terror”, pag. 38 e pag. 256, ed Yale Course Book

[3] “The case of Leon Trotskij”, op. cit., sesta sessione

[4] “The case of Leon Trotskij “, op. cit., terza sessione

[5] P. Broué, op. cit., pag. 612

[6] Op. cit., pag. 616

[7] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pag. 681, ed. Bollati Boringheri

[8] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., pag. 38 e 256

[9] Op. cit., pag. 38

[10] G. Lukács, “Testamento politico”, in gjorgylukacs.worldpress.com

[11] C. Cases. “Su Lukács”, pag. 90/91, ed. Einaudi

[12] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., pag. 34

[13] Op. cit., pag. 52 e 53

[14] W. Lacquer, “Russia and Germany: a century of conflict”, pag. 168, ed. Weidenfeld & Nicolson

[15] I. Deutscher, “Il profeta in esilio”, pag. 221, Ed. Longanesi

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pag. 1005 e 864, ed. Bollati Borighieri

[17] F. L. Carsten, “New evidence against Marshall Tuchacevskij”, in “Slavonic and East European Review”, n. 52, 1974; G. Furr, “New light on old Stories about Marshall Tuchacevskij: some documents reconsidered”, estate del 1986

[18] S. Pons, “Stalin e la guerra inevitabile”, pag. 33, ed. Einaudi

[19] S. Pons, op. cit., pag. 36

[20] “Theodor Oberlander”, in wikipedia.it

[21] S. Pons, op. cit., pag. 32

[22] H.W. Klausen, “Zum 120. Geburstag von Karl Radek”, in hanswernerklausen.wordpress.com

[23] K. Radek, “Leo Schlageter: the wanderer into the void”, giugno 1923, in http://www.marxists.org

[24] S. Pons, op. cit., pag. 62-63

[25] S. Pons, op. cit., pag. 60-61

[26] W. Lerner, “Karl Radek. The last internationalist”, p. 165, ed. Stanford University Press

[27] V. Alexandrov, “The Tuchacevsky Affair”, p. 52, ed. MacDonald e co., 1963

[28] Op. cit., p. 52-56

[29] S.Pons, op. cit., pag. 75-77

[30] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[31] P. Broué, “The Bloc of the oppositions against Stalin in the USSR in 1932”, gennaio 1980, in http://www.marxist.org

[32] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 681

[33] P. Broué, “La rivoluzione perduta, op. cit., pag. 681

 

[34] P. Broué, op. cit., pag. 683

[35] P. Broué, op. cit., pag. 683/686

[36] P. Broué, op. cit., pag. 686

[37] P. Brouè, op. cit., pag. 826, “Chronicle of Ter-Vaganian’s life”, in sovlit.org; P. L. Contessi, op. cit., pag. 82

[38] P. Broué, op. cit., pag. 687

[39] P. Broué, op. cit., pag. 789

[40] P. Broué, op. cit., pag. 687

[41] “Bryukanov Nikolai Pavlovich”, in www.s9.com

[42] S. Sebag Montefiore, “Gli uomini di Stalin”, pag. 70/71, ed. Rizzoli

 

[43] L. Martens, “Stalin, un altro punto di vista”, pag. 196/197, ed. Zambon; J.D. Littlepage, “A la recerche des mines d’or de Siberie”, pag. 98, ed. Payot, 1939

[44] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, op. cit., pag. 664/665

[45] “The case…”, op. cit., sesta sessione

[46] P. Broué, op. cit., pag. 597

[47] L. Trotskij, “Leon Sedov: son, friend, fighter”, in http://www.marxists.org

[48] P. Broué, “In Germany for the International”, 1993, in www.marxists.org

[49] “The case of…….”, op. cit., sesta sessione

[50] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, pag. 22, ed. Longanesi

[51] P. Broué, op. cit., pag. 844

[52] I. Deutscher, op. cit., pag. 221

[53] S. Sebag Montefiore “Gli uomini di Stalin” pag. 208, ed. Rizzoli

[54] O. V. Khlevniuk, “In Stalin’s shadow”, pag. 95, ed. Taylor and Francis

[55] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 208

[56] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 208

[57] A. Getty e P. Naumov, “The road to terror”, pag. .283, ed. Yale University Press

[58] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 228

[59] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 228

[60] J. A. Getty e R. T. Manning, “Stalinist terror”, pag. 54 ed. Cambridge University Press

[61] L. Trotskij, “Diario d’esilio 1935”, pag. 73, ed. Garzanti

[62] P. L. Contessi, “I processi…”, op. cit., pag. 203/204

[63] P. Spriano, “Storia del partito comunista italiano”, volume terzo, pag. 124, Ed. Einaudi

[64] W. Lerner, op. cit., pag. 165 e 210; H. Rappoport, “Joseph Stalin, A Biographical companion”, pag. 218, ed. ABC-Clio inc.

[65] W. Lerner, op. cit., pag. 160

[66] W. Lerner, op. cit., pag. 160

[67] K. Radek, “Contemporary world literature and the task of proletarian art”, agosto 1934, in http://www.marxists.org

[68] L. Trotskij, “Fontamara”, dicembre 1934, in http://www.marxists.org

[69] L. Trotskij, “Fontamara”, dicembre 1934, in http://www.marxists.org

[70] D. Biocca, “Silone. La doppia vita di un italiano”, pag. 179 e 340, ed. Rizzoli

[71] D. Biocca, op. cit., pag. 52/53, 65 e 329/330.

IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO TERZO

Un aereo mai ripartito e un rapporto manipolato.

Una vera e propria “pistola fumante” a favore dell’esistenza concreta del volo clandestino in Norvegia di Pjatakov, nel dicembre del 1935, ci viene in ogni caso fornita, seppur in modo assolutamente involontario, da un particolarissimo rapporto  effettuato dalle autorità aeroportuali di Kjeller sugli eventi del dicembre del 1935 e datato 25 febbraio 1937: un rapporto riservato e non pubblico, ritrovato dopo molti anni grazie al lavoro encomiabile del ricercatore svedese Sven-Eric Holmström che lo ha gentilmente messo a nostra disposizione all’inizio del 2016.

Di cosa si tratta?

Nel febbraio del 1937 l’autorità doganale di Kjeller chiese con una certa “urgenza” tutte le “informazioni” disponibili ai dirigenti dell’aeroporto militare di Kjeller sui “voli” arrivati e partiti nel dicembre del 1935, manifestando il suo “interesse” in merito a tale periodo di attività della struttura aeroportuale di Kjeller: si noti bene, non rispetto a mesi del 1935 diversi da dicembre, oppure nei confronti dei primi mesi del 1936, ma solo ed esclusivamente sui “voli” arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935.

Di fronte a tale richiesta ufficiale dell’ufficio doganale di Kjeller, le autorità aeroportuali di Kjeller scrissero, in data 25 febbraio del 1937, un incredibile ed abnorme pseudorapporto, contraddistinto da tutta una serie di inconfondibili manipolazioni e di reticenze indiscutibili.

Infatti il documento riservato in oggetto non contiene alcuna vera relazione, anche brevissima, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sui voli di natura civile atterrati in loco nel dicembre del 1935 che interessavano allora l’ufficio doganale di Kjeller.

Dai tabulati forniti non risulta inoltre mai ripartito, almeno fino al 2 maggio del 1936, proprio il misterioso aereo contraddistinto dalla sigla identificativa LN-HAO che sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia il velivolo del mese “caldo” per il volo clandestino di Pjatakov.

Per il momento fermiamoci e forniamo ai lettori lo pseudorapporto in oggetto in originale, in lingua norvegese.

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Ora passiamo alla traduzione delle righe iniziali del rapporto in via d’esame, ivi compresa la registrazione del volo atterrato a Kjeller il 30/08/1935.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto

sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo

all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

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       Data.               Arrivo Partenza   Sigla             Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                            Aeromobile. aeromobile.

 

 

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  30/8 – 35 18:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
4/9 –  35 14:18 LN-BAE                    “                   “

Prima di iniziare il processo di analisi dello pseudorapporto in oggetto, abbiamo estrapolato da esso i voli per così dire sicuramente “spaiati” in esso contenuti, nei quali emerge un’evidente anomalia rispetto agli altri voli a causa della mancata registrazione del loro arrivo o partenza in loco.

  • Gli aerei con sigla identificativa LN-BAE del 6 settembre 1935 e del 14 settembre: essi partirono da Kjeller, ma non risulta dai tabulati il giorno del loro atterraggio in loco.

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  6/9 – 35 13:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
14/9 – 35 11:10 LN-BAE Widerø A/S
  • L’aereo (centrale e decisivo, per la nostra indagine) del dicembre 1935: esso non ripartì da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, stando ai tabulati in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12-35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
  • L’aereo LN-ABW del 28 marzo 1936, che ripartì da Kjeller senza che fosse segnalato il suo arrivo in loco nei tabulati in oggetto.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

28/3 – 36 17:10 LN-ABW Norvegia A/S Widerøe
  • L’aereo LN-BAO arrivato il 17 aprile 1936, pilotato da Jaquet: non risulta la sua ripartenza, almeno fino al 2 maggio 1936 e fino a quando finiscono i dati forniti dai tabulati.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In seconda battuta, forniamo l’elenco dei velivoli della Norsk Lufttrafikk arrivati a Kjeller nel periodo in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla            nazionalità              velivolo/responsabile

18/10 – 35 12:00 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafkk
18/10 – 35 12:12 LN-BAS Norsk Lufttrafkk
??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk LufttrafikkA/S v/ Jaquet
15/2 – 36 11:10 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttraffikk v/ Aas
??/2 – 36 11:55 LN-BAO Norsk Lufttraffikk v/ Aas
17/2 – 36 10:20 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
17/2 – 36 10:30 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
??/4 – 36 15:05 LN-ABN Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Lassen-Urdahl
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In terzo luogo presentiamo l’elenco dei voli compiuti a Kjeller da Jaquet, partendo dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
2/2 – 36 13:00 LN-BAS Norvegia Jaquet
2/4 –  36 11:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
2/4 –  36 12:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Jaquet

Forniamo anche la traduzione dal norvegese delle tre parole finali del rapporto in esame, dopo le lunghe pagine di arrivi/partenze e poco sopra la firma illeggibile in fondo: esse sono “Riktig utskrift bevidnes”, traducibili in “Copia conforme certificata”.

I tabulati sugli arrivi/partenze di velivoli civili a Kjeller, dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936, costituirono dunque una “copia conforme” prodotta dalle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto ai dati originali sul flusso aereo in loco: “copia conforme” scritta a macchina, la cui autenticità rispetto a questi ultimi venne “certificata” proprio da Gulliksen e dai suoi sottoposti, nel caso specifico “l’Ufficio del Comandante a Kjeller”.

Dunque il rapporto in via d’esame non costituì il testo originale degli arrivi/partenze di aerei civili (e non militari) in loco, nei mesi compresi tra la fine dell’agosto 1935 e l’inizio di maggio del 1936, che erano stati invece via via descritti e presentati dalle stesse compagnie aeree civili agli operatori e impiegati di Kjeller in una sorta di diario di bordo gestito dalle prime.

A tal proposito basti anche pensare che, come si evince anche dalle righe iniziali della loro relazione scritta, le autorità dell’aeroporto militare di Kjeller elencarono solo ed esclusivamente i voli di natura civile atterrati in loco nel periodo in esame, e non invece quelli militari – pochi o tanti che fossero – che in ogni caso atterrarono e partirono da Kjeller durante i lunghi otto mesi in esame, facendo e dovendo quindi effettuare tra tutti i voli (civili e non militari) una sorta di selezione, con relativa trascrittura sulla macchine da scrivere degli originali.

Inoltre il cortese e preparato studioso olandese Rob Mulder ci ha comunicato che durante gli anni Trenta, la regola operativa era che le cartelle e gli scritti sugli arrivi/partenze negli aeroporti norvegesi fossero compilati dalle stesse compagnie aeree, a cui appartenevano i velivoli operanti allora nel paese scandinavo.

Nella sua e-mail del 20 maggio 2016, infatti, Rob Mulder ci ha informato cortesemente, secondo le sue parole testuali, che in Norvegia in quegli anni “No, non c’erano registri negli aeroporti. L’archivio di Kjeller (landplane airport) è stato perso durante la guerra e un registro di Gressholmen ha mostrato solo: “ore 08.42 – partenza idrovolante”. L’aeroporto di Fornebu (Oslo) non usava un giornale di bordo, ma aveva le carte per ogni compagnia aerea, mentre aerei privati compilavano una carta speciale”.

Sempre Rob Mulder ci ha inviato gentilmente due copie originali di esemplari delle cartelle e delle registrazioni sugli arrivi e partenze di velivoli in Norvegia, che riproduciamo sotto dopo la loro traduzione in italiano.

La prima (1) riguarda l’aeroporto di Oslo/Fornebu.

Dichiarazione sulla scuola di pilotaggio

Coi nostri sottocitati aeromobili è stato effettuato il seguente numero di atterraggi e lezioni:

Aeromobile___________ Allievo_________ Atterraggi_____________ Ora______________

Fornebu il (data)

_____________________________

(Proprietario/Società)

Invece la seconda (2) ha per oggetto la Linea 1621          Proprietario: Linee Aeree Norvegesi (Det Norske Luftartselskap)     Giugno  mese  1939

Tassa d’atterraggio (al lordo): Corone………….

Giorno_________ Tassa d’atterraggio____________ Tassa d’atterraggio ridotta______________ Tassa illuminazione_________ Fattura numero_______

  • (1)     unnamed.png
  • (2) unnamed (1).png

Produciamo infine, per motivi che diventeranno molto chiari tra poche pagine, il rapporto in oggetto tradotto in italiano ma togliendo volutamente il flusso di informazioni sui voli che non riguardano quel mese di dicembre del 1935 che, invece, nel febbraio del 1937, tanto interessava gli uffici doganali norvegesi, allora dipendenti e controllati dal ministero delle finanze.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

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Data.         Arrivo       Partenza        Sigla                   Nazionalità              Responsabile aeromobile.

aeromobile.       aeromobile.

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norsk Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet

Ormai in possesso di alcune informazioni sicure, passiamo dunque al processo di demolizione della presunta credibilità dello pseudorapporto in via d’esame.

Innanzitutto si è già notato che il documento del 25 febbraio del 1937 era stato elaborato come “questione urgente” dalle autorità aeroportuali di Kjeller per far fronte all’“interesse” espresso a quel tempo dall’ufficio doganale sul flusso di arrivi/partenze in loco degli aerei nel dicembre del 1935. A tal proposito viene subito da interrogarsi rispetto ai reali motivi di tale “interesse”, visto che nel febbraio 1937 erano ormai trascorsi più di tredici mesi dalla fine del 1935, oltre che almeno un paio di settimane dalle dichiarazioni rese da Pjatakov il 23 gennaio del 1937 sul suo volo in Norvegia, mentre Gulliksen aveva a sua volta effettuato un’intervista al quotidiano Arbeiderbladet già il 27 gennaio del 1937, dichiarando allora in modo volutamente tranquillizzante che “un solo aereo” era atterrato a Kjeller in quel periodo e che esso comunque non aveva “alcun passeggero a bordo” ivi compreso ovviamente Pjatakov.

Probabilmente non sapremo mai le vere cause dell’interesse espresso nel febbraio del 1937 dall’ufficio doganale di Kjeller, ma esso costituisce in ogni caso una realtà da tener conto e che inoltre riguardava solo ed esclusivamente il dicembre del 1935: fin dal titolo del rapporto in esame, il suo oggetto specifico risultava infatti i voli del dicembre 1935 e non, ad esempio, quelli dell’agosto 1935 e/o dell’aprile del 1936, sempre per quanto riguarda il traffico aereo di natura civile all’interno della struttura aeroportuale di Kjeller.

In ogni caso, stando persino alle   righe iniziali del report in via d’esame, la dogana norvegese richiese esplicitamente “informazioni” e quindi dati di fatto sicuri, non aria fritta o chiacchiere, sui voli del dicembre che avevano suscitato il suo “interesse”.

Un “interesse” ancora più significativo se si tiene a mente che, secondo il ricercatore Rob Mulder, negli anni Trenta l’ufficio doganale doveva essere avvisato in anticipo e doveva essere presente con il suo personale in caso di atterraggio di velivoli provenienti dall’estero, da paesi non norvegesi. Ma se davvero tali funzionari della dogana fossero stati presenti a Kjeller nel dicembre del 1935, quando arrivò l’unico aereo civile di quel mese, si comprende ancora meno la ragione dell’interesse della dogana per il solitario velivolo del dicembre 1935, oltre che la sua richiesta di informazioni su tale solitario velivolo.

Seconda nota dissonante: non si riesce proprio a capire per quale misteriosa ragione il rapporto e i tabulati in oggetto risultassero allora tanto riservati e “top secret” da essere richiesti subito indietro, seppur “cortesemente”, dalle autorità aeroportuali di Kjeller agli uffici doganali collocati nella stessa località.

Innanzitutto le autorità aeroportuali di Kjeller fornirono alla dogana solo dei tabulati sui velivoli civili, e non certo sugli arrivi e partenze di quelli militari, delle forze armate norvegesi.

Stando almeno alla versione del gennaio 1937 di Gulliksen, non era inoltre successo alcunché di particolare nel dicembre del 1935, visto che almeno secondo le sue parole era arrivato in quel mese a Kjeller un solo aereo, di nazionalità norvegese e senza alcun passeggero a bordo, a partire da Pjatakov; e nel febbraio del 1937 erano inoltre passati ben tredici mesi dal dicembre del 1935, trasformando pertanto gli ormai vetusti registri delle partenze/arrivi in loco in una massa di informazioni assolutamente banali e inoffensive, sulle quali si poteva quindi senza problemi lasciare almeno una copia battuta a macchina dei tabulati per l’allora apprensivo ufficio doganale di Kjeller.

Ma proprio in base a tali presupposti, come si spiega dunque il carattere estremamente riservato del rapporto in esame e come si può comprendere la richiesta di avere subito indietro la “relazione” e i tabulati in oggetto riguardo a dati di fatto e a voli di natura civile, di per sé banalissimi e assolutamente “innocenti”, partendo addirittura dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936?

Sul piano tecnico, inoltre, fin dagli inizi dell’Ottocento era disponibile la tecnologia della carta carbone che permetteva a qualunque operatore – anche in Norvegia e anche nella Norvegia/Kjeller del febbraio 1937 – di produrre almeno due copie dello stesso scritto battuto a macchina; senza ulteriore fatica, quindi, l’ufficio aereoportuale di Kjeller poteva scrivere nel febbraio del 1937 almeno due copie dello pseudorapporto in oggetto, e di conseguenza poteva lasciarne una di essa senza alcun problema all’ufficio doganale di Kjeller senza doverne chiedere “gentilmente” la restituzione.

Terza nota dissonante: anche un esame superficiale del documento del febbraio del 1937 dimostra subito un vuoto clamoroso di informazioni e un “buco nero” incredibile, almeno a prima vista, e cioè che le autorità aeroportuali di Kjeller non produssero in alcun modo né un vero rapporto, né almeno una “microrelazione” sugli aerei arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre 1935.

Come dimostrano le poche righe iniziali da loro elaborate, esse non erano certamente analfabete e sapevano sicuramente scrivere a macchina, oltre a essere informate per forza di cose e ad ammettere anche per iscritto il fatto innegabile per cui la dogana chiedeva delle “informazioni” proprio rispetto al traffico aereo avvenuto in loco nel dicembre 1935. Eppure, in modo apparentemente inspiegabile, i dirigenti dell’aeroporto di Kjeller non produssero in alcun modo un rapporto almeno dignitoso di una pagina, sui voli del dicembre del 1935, nel quale essi almeno e come minimo affermassero per iscritto e co precisione che in base alle indagini da loro svolte e ai testimoni da loro sentiti, oltre che ai tabulati forniti come allegato, “un unico aereo civile era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre del 1935”;  che esso apparteneva alla compagnia aerea privata “ABC”; che in base alle informazioni da loro raccolte, tale velivolo “proveniva dalla località e dall’aeroporto di ……” ; che l’unico volo decembrino era stato effettuato “dall’aviatore “XY”, di nazionalità “Z”; che tale velivolo era ripartito da Kjeller in data “XY”, oppure in alternativa che esso era rimasto negli hangar di Kjeller per un certo periodo, a causa di un motivo “XY”, come “da testimonianze dei meccanici di Kjeller e della compagnia aerea ABC”.

Gulliksen e i suoi sottoposti in fin dei conti non dovevano certo scrivere l’Iliade o La Divina Commedia, ma solamente i fatti relativi a un solo e isolato velivolo, ossia all’unico aereo civile giunto a Kjeller nel dicembre del 1935: ma niente di tutto ciò si concretizzò e venne messo nero su bianco da parte loro, anche se sapevano benissimo – e attestarono per iscritto, all’inizio del loro report – che la dogana chiedeva loro “informazioni” scritte proprio e solo sui voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Le autorità aeroportuali di Kjeller infatti non produssero in alcun modo un rapporto dettagliato e specifico, anche solo minimamente accettabile e con un minimo di informazioni scritte al suo interno, rispetto al traffico aereo in loco nel dicembre 1935, seppur esse sapessero benissimo che questa era l’unico oggetto delle informazioni che chiedeva loro la dogana di Kjeller in quel periodo e fossero perfettamente a conoscenza dello scalpore che avevano provocato anche in Norvegia le dichiarazioni pubbliche di Pjatakov sul suo volo da Berlino a un aeroporto vicino a Oslo, oltre che dal fatto che la pubblica accusa stalinista aveva indicato espressamente e pubblicamente proprio Kjeller come luogo dell’atterraggio di Pjatakov in terra scandinava.

Ma non solo: le autorità aeroportuali di Kjeller non vollero né poterono produrre neanche una “microrelazione”, brevissima e ipersintetica, sul flusso aereo in loco nel dicembre 1935, nonostante che esso si riducesse in ultima analisi a un solo velivolo e a un’isolata “aquila del cielo”. Esse non scrissero in alcun modo neanche poche righe iperconcentrate, nel quale si affermasse e si informasse la dogana di Kjeller almeno che:

  • “l’aereo del tipo LN-HAO è l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935;
  • “tale velivolo è atterrato a Kjeller il giorno “XY” alle ore “XY”;
  • “tale aereo proveniva dall’aeroporto “XY”, situato in Norvegia/all’estero”;
  • “il pilota era “XY”, di nazionalità “Z”;
  • “l’aereo in oggetto non ripartì da Kjeller, fino al 2 maggio del 1936”.

Anche ipotizzando per assurdo dei funzionari norvegesi semi-analfabeti, serviva in ogni caso ai dirigenti aeroportuali di Kjeller pochi minuti e poche parole per scrivere e mettere nero su bianco uno stringatissimo “microrapporto” sul traffico aereo – limitatissimo, ristretto a un solo velivolo – creatosi in loco nel dicembre 1935: eppure essi non vollero né poterono produrre neanche poche righe, al fine di informare la dogana di Kjeller rispetto all’unico velivolo che incuriosiva quest’ultima, perché legato a quel dicembre del 1935 che “interessava” allora gli uffici doganali norvegesi.

Risulta fin troppo chiaro che siamo in presenza di un “buco nero” clamoroso da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che a sua volta può essere spiegato solo ed esclusivamente con la loro cosciente volontà di non compromettersi in alcun modo fornendo in prima persona delle informazioni precise ai loro colleghi della dogana sul volo isolato del dicembre 1935, oltre che di non procurare loro alcuna notizia su eventuali fonti scritte e indagini da loro svolte sulla solitaria “aquila del cielo” giunta sicuramente a Kjeller nel dicembre 1935, a partire dalla data esatta di atterraggio del velivolo solitario in esame.

Si tratta di un elemento cruciale, per ovvi motivi.

Dalla testimonianza pubblica resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, emergevano infatti con assoluta chiarezza (come venne del resto rilevato persino durante la sesta sessione dell’antistalinista Commissione Dewey) due date per il viaggio compiuto da quest’ultimo in terra norvegese: il 12 o il 13 dicembre 1935.

Dodici o tredici dicembre del 1935, quindi come date “calde”.

Risultava quindi fin troppo evidente, anche e soprattutto alle autorità aeroportuali e alla dogana di Kjeller, l’importanza della datazione esatta dell’attivo dell’unico solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, sul quale tra l’altro lo stesso Gulliksen aveva già ammesso (la sua intervista all’Arbeidetbladet del 1937) in modo indiretto che fosse giunto dall’estero e da fuori dai confini norvegesi, a suo dire dalla svedese “Linköping”.

La posta in palio era quindi alta rispetto alla data di arrivo del velivolo decembrino, oltre che perfettamente a conoscenza dell’ufficio aeroportuale di Kjeller: eppure quest’ultimo non si dilungò in merito, anzi su di essa produsse solo il “buco bianco” su cui ci dilungheremo tra poco.

E proprio tale loro indiscutibile omissione nel fornire informazioni chiave e dettagliate, a partire dalla data di atterraggio, ossia la loro cosciente “disattenzione” e il “buco nero” in oggetto, fornisce già di per sé un indizio su chi fosse realmente a bordo dell’aereo decembrino in oggetto, oltre che sull’aeroporto (tedesco, berlinese) da cui proveniva l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Siamo in presenza di un “buco nero” e un indizio che diventa poi ancora più significativo se si tiene a mente che le autorità aeroportuali di Kjeller trascrissero  con molte ore di lavoro e con una macchina da scrivere le relazioni elaborate e consegnate dalle stesse compagnie aeree civili sugli arrivi e partenze dei loro velivoli a Kjeller: documentazione quindi bisognosa di spiegazioni, delucidazioni e chiarimenti da parte di Gulliksen e dei suoi sottoposti almeno sull’unico e sul solitario velivolo civile pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935, e cioè nell’unico mese che interessava allora la dogana.

Se invece si ipotizza per un attimo che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, Gulliksen e le autorità aeroportuali avrebbero avuto tutto l’interesse a produrre un dettagliato e scrupoloso rapporto, o almeno e come minimo una microrelazione scritta sul flusso di voli a Kjeller nel dicembre del 1935 e sul solitario, unico velivolo atterrato in loco nel mese “caldo” in via d’esame: non avendo alcunché da nascondere ed essendo quindi candidi come gigli in merito al volo/aereo di Pjatakov, il loro evidente interesse sarebbe stato di far luce sulla questione con il massimo di precisione, trasparenza e dettagli rivelatori inoppugnabili per chiunque.

Non avvenne niente di tutto ciò, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco nero” sopracitato.

Si tratta in sostanza del criterio di verifica “dell’innocente”, che utilizzeremo anche in seguito, in base al quale quest’ultimo non ha alcuna ragione di nascondere delle informazioni su un “reato” (di aver fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel caso specifico) del quale viene ingiustamente accusato, e anzi tale soggetto innocente ha tutto da guadagnare a dire la verità e a fornire tutte le notizie, tutti i dettagli che comprovino che il fatto specifico per il quale viene accusato non è mai successo, non si è mai verificato; egli ha tutto l’interesse, proprio perché realmente innocente, a non usare trucchi, reticenze o menzogne rispetto a un presunto evento che non si è mai verificato e che non l’ha mai coinvolto, direttamente o indirettamente.

Ovviamente vale anche il contrario se veramente il soggetto interessato (ossia Gulliksen e le autorità aeroportuali di Kjeller) avessero invece realmente fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935 che interessava allora e nel febbraio del 1937 la dogana norvegese.

Ma non solo: si può evidenziare subito un secondo buco nero quasi altrettanto clamoroso quanto il primo, visto che la richiesta di informazioni sui voli del dicembre 1935 veniva dalla dogana, dagli uffici doganali di Kjeller e non certo dai vigili urbani, oppure da Topolino.

E la dogana per definizione è interessata da sempre, come suo compito principale, a conoscere il traffico, il trasferimento di persone e merci da e per l’estero, da e per i paesi stranieri: nel caso specifico in oggetto, e va quindi per sua natura interessata a sapere se il traffico aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 fosse avvenuto da aerei giunti dall’estero, da paesi diversi dalla Norvegia.

Ora, emerge subito che nel rapporto in oggetto non venne fatto alcun riferimento all’informazione se gli aerei, anzi l’unico velivolo civile giunto a Kjeller nel dicembre 1935, fosse pervenuto dall’estero e da fuori della Norvegia; non emerge in alcun modo l’aeroporto di provenienza del solitario velivolo decembrino; sempre nel rapporto in oggetto, non emerge in alcun modo se a bordo dell’unico velivolo in esame vi fossero passeggeri o merci provenienti dall’estero.

Siamo di fronte a un nuovo buco nero incredibile, proprio perché la richiesta di informazioni alle autorità aeroportuali di Kjeller era stata inoltrata dalla dogana di Kjeller, dagli uffici doganali norvegesi: struttura burocratica per la quale risultava ovviamente basilare e fondamentale crescere e avere le “informazioni” scritte su alcuni semplici e basilari fatti: se il velivolo del dicembre del 1935 fosse giunto a Kjeller dall’estero, quale fosse l’aeroporto da cui esso era partito (Narvik? Linkoping? Berlino?) e se il solitario aereo in esame trasportasse a bordo passeggeri e/o merci.

Nello pseudorapporto in oggetto, tali elementi concreti e come minimo importantissimi – sia in se, che per la dogana norvegese che chiedeva informazioni sui voli del dicembre 1935 – mancano totalmente: controllate pure voi, giudici-lettori, e provate a trovare nel report in esame anche solo il nome dell’aeroporto di provenienza del solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Noi non ci siamo riusciti, seppur rileggendolo decine di volte.

A questo punto riutilizziamo il criterio delle ipotesi alternative, rispetto alla presenza/assenza di Pjatakov a Kjeller nel dicembre del 1935.

Se Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, quale difficoltà avrebbero avuto le autorità aeroportuali di quel luogo a scrivere nero su bianco che il solitario aereo del dicembre 1935 era davvero giunto dall’estero, ma che in ogni caso non arrivava certo da Berlino e non portava con sé alcun passeggero, sempre di fronte all’interessata (per ovvi motivi, per forza di cose) dogana norvegese?

Se invece Pjatakov fosse davvero arrivato a Kjeller, nel dicembre 1935 tutto cambiava anche per questo segmento specifico di informazioni: una cosa tirava l’altra, per così dire una “ciliegia” tirava l’altra.

Infatti se l’aereo del dicembre del 1935 fosse arrivato dall’estero, stando alle stesse autorità aeroportuali di Kjeller a quel punto esse dovevano spiegare e scrivere, nero su bianco, alla dogana di Kjeller anche da quale luogo estero e da quale aeroporto straniero tale velivolo decembrino fosse partito.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana (la dogana, non i vigili urbani o Topolino) se tale aereo decembrino avesse a bordo passeggeri, oppure no.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana di Kjeller se tale velivolo avesse a bordo delle merci, e quale tipologia di oggetti trasportasse concretamente.

In pratica se l’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel suo pseudo rapporto, avesse iniziato a scrivere rispetto a tale argomento, non si sarebbe potuto fermare a metà strada: almeno e come minimo, esso doveva fornire alla dogana delle informazioni precise almeno sul luogo e aeroporto di provenienza (estero o norvegese) del velivolo del dicembre del 1935, oltreché sulla presenza/assenza di passeggeri e di merci a bordo di quest’ultimo.

Niente di tutto ciò avvenne: nel report in via d’esame non si può trovare in alcun modo luogo/aeroporto di provenienza del velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 oltre che dati e informazioni sulla presenza/assenza di passeggeri e merci a bordo di quest’ultimo.

Siamo quindi di fronte a un secondo buco nero più specifico e legato ai compiti ufficiali della dogana di Kjeller, ma che rafforza in ogni caso il precedente.

Terzo e ulteriore “buco nero”: mentre nel report del 25 febbraio 1937 e nell’unica riga di esso dedicato al dicembre 1935 emerge sicuramente il nominativo di Jaquet, come pilota (reale-presunto) dell’unico velivolo civile atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ufficio aeroportuale di Kjeller non disse invece alcunché su Jaquet, a partire dal suo nome esatto, dallo scopo del suo volo e dall’aeroporto da cui Jaquet sarebbe partito per arrivare a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ma non solo. Nello pseudorapporto in via d’esame non risulta in alcun modo (controllate con cura giudici-lettori) una dichiarazione scritta dallo stesso Jaquet, nella quale quest’ultimo riferisse e testimoniasse in modo anche ipersintetico sul giorno del suo atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, sullo scopo del suo volo decembrino e sull’aeroporto di provenienza, oltre che sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo.

In altri termini, nel report in via d’esame manca ed è assente totalmente anche una breve dichiarazione di Jaquet (ossia del presunto pilota a bordo dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935) in cui, ad esempio, quest’ultimo attestasse che: “sono atterrato a Kjeller poco prima del Natale del 1935, credo il 22 dicembre del 1935, partendo dall’aeroporto svedese di Linköping. Lo scopo del mio volo Linköping-Kjeller era xyz, e in ogni caso a bordo del mio velivolo del dicembre del 1935 non si trovava alcun passeggero, tantomeno di nazionalità non norvegese.

In fede.

E.H.O. Jaquet”.

Nulla di tutto ciò.

A questo punto sorge subito la domanda: se veramente Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 e se davvero fosse stato “Jaquet” il pilota del velivolo decembrino in oggetto, per quale motivo le autorità aeroportuali di Kjeller non si soffermarono in alcun modo su Jaquet, nel loro report del febbraio del 1937?

Avvocato del diavolo: “forse Jaquet era scomparso dalla scena norvegese oppure morto, a fine febbraio 1937, ossia quando le autorità aeroportuali di Kjeller stesero e scrissero il loro rapporto destinato alla dogana norvegese”.

Edmond H. O. Jaquet era vivo e vegeto all’inizio del 1937, visto che morì dopo una lunga esistenza solo nell’aprile del 2006; inoltre proprio nel gennaio del 1937, come vedremo meglio in seguito, egli era diventato il giovanissimo vicepresidente di un’associazione di piloti militari norvegesi, non risultando quindi in alcun modo entrato in clandestinità o fuggito in Nepal.

Ma pur essendo ben vivo ed operante nella Norvegia laburista e socialdemocratica dell’inizio del 1937, in quello stesso periodo le autorità aeroportuali di Kjeller non si degnarono in alcun modo di chiedere una deposizione a Jaquet rispetto al suo presunto atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia all’unico mese che “interessava” gli uffici doganali di Kjeller all’inizio del 1937.

Sesta e clamorosa anomalia nello pseudorapporto in via d’esame: il “buco bianco” connesso al giorno di atterraggio dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia dell’unico aereo che interessava alla dogana di Kjeller nel febbraio 1937.

Non contente di non aver prodotto in alcun modo né un rapporto dignitoso né almeno una “microrelazione” sul flusso di traffico aereo in loco nel dicembre del 1935, le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono infatti simultaneamente a compiere anche il capolavoro di presentare una pseudorelazione composta solo ed esclusivamente da tabulati, ma nella quale la riga decisiva delle registrazioni dei tabulati in oggetto vedeva comunque cancellata quasi totalmente proprio la data di atterraggio dell’aereo decembrino in via d’esame.

Siamo quindi in presenza di un “buco bianco” incredibile a prima vista, e che diventa ancor più abnorme se lo si collega al primo “buco nero”: se cioè si pensa che attraverso esso e il primo “buco nero” sopracitato le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono nell’impresa, voluta e cosciente, di non informare in modo corretto la dogana di Kjeller nemmeno rispetto al giorno esatto di atterraggio del misterioso aereo del dicembre 1935. Mancando infatti una loro relazione scritta (o almeno una loro microrelazione), basandosi sullo pseudorapporto in esame la dogana di Kjeller non sarebbe riuscita a sapere con esattezza, con sicurezza e senza usare la lente di ingrandimento neanche il giorno dell’atterraggio dell’unico velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935: ossia dell’unico aereo atterrato in loco in quel mese e dell’unica transvolata che, di conseguenza, interessava le autorità doganali di Kjeller nel febbraio del 1937.

Riesaminiamo i tabulati già forniti in precedenza, prendendo questa volta in esame la sola riga che riguarda il dicembre 1935, prima nell’originale in norvegese (ingrandito ad arte) e poi con la traduzione in italiano:

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       Data.           Arrivo Partenza   Sigla              Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                          aeromobile. aeromobile.

———————————————————————————————————————————

?? /12 – 35            11:30                    LN-HAO         Norvegia          Norsk LufttrafikkA/S  v/  Jaquet

La riga scritta a macchina in via d’esame parla chiaro: è indiscutibile che il giorno di arrivo del volo del dicembre 1935 sia quasi completamente cancellato, lasciando solo due trattini finali, distinguibili nelle loro forme concrete solo con la lente di ingrandimento del 1937 (e con un computer del 2016 in grado di ingrandirli) e da cui sembra – ma è tutt’altro che sicuro – il numero “22”, ossia il 22 dicembre.

Siamo quindi in presenza di un clamoroso “buco bianco”, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller: non solo nel loro pseudorapporto esse non scrissero una relazione/microrelazione sul traffico aereo del dicembre 1935, limitandosi in modo apparentemente inspiegabile a fornire solo i tabulati scritti a macchina degli arrivi/partenze, ma persino da tali registrazioni sparì e scomparve quasi totalmente la data di arrivo del volo decembrino in esame cancellata quasi del tutto e i cui trattini rimasti erano leggibili e interpretabili solo con la lente di ingrandimento del 1937.

Ipotizziamo per un istante, ancora una volta, che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

In questo caso, le autorità aereoportuali di Kjeller avrebbero avuto tutto l’interesse a indicare, a mettere per iscritto con esattezza e precisione il giorno esatto dell’atterraggio dell’unico velivolo arrivato in loco nel mese “caldo” in via d’esame, ad esempio il 22 dicembre; indicando esplicitamente il 22 dicembre esse avrebbero avuto cura di evitare il “buco bianco” in oggetto, che faceva sparire quasi totalmente la data esatta dell’atterraggio del solitario velivolo decembrino giunto nell’aeroporto di Kjeller, e anzi si sarebbero soffermate e dilungate senza problemi su tale elemento fattuale che escludeva di fatto la presenza di Pjatakov nel loro snodo logistico visto che quest’ultimo dichiarò di essere arrivato in Norvegia al massimo il 13 dicembre.

Invece non successe niente del genere, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco bianco” sopracitato all’interno del “rapporto” in via d’esame.

Fermiamoci per un momento, a questo punto.

Quali informazioni, quali notizie dovevano come minimo fornire le autorità aereoportuali di Kjeller agli uffici doganali, attraverso una relazione/microrelazione e con delle “pezze giustificative” materiali, ossia con delle prove scritte?

Innanzitutto se l’aereo del dicembre 1935 giunse a Kjeller dall’estero, o viceversa da un aeroporto norvegese: e tale informazione manca completamente nel documento del febbraio del 1937 in oggetto, anche se la dogana norvegese chiedeva allora informazioni proprio sui voli arrivati e partiti da Kyeller nel dicembre 1935.

In secondo luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller su quale fosse l’aeroporto di partenza del velivolo in oggetto: e anche tale notizia manca completamente nel loro documento del febbraio 1937, anche la dogana chiedeva loro informazioni sui voli del dicembre 1935.

In terza battuta dovevano informare sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quarto luogo, le autorità aeroportuali di Kjeller dovevano informare la dogana di Kjeller sulla presenza/assenza di merci a bordo dell’aereo del dicembre del 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quinto luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller sul giorno nel quale il solitario aereo civile del dicembre 1935 ripartì dall’aeroporto in oggetto, o in alternativa, sui motivi per cui tale aereo non prese il volo da Kjeller: e anche tale notizia non emerge in alcun modo dal report in esame, come vedremo meglio in seguito.

Il nome esatto del pilota, di quel “Jaquet” che avrebbe pilotato il solitario velivolo del dicembre del 1935? Come sopra ancora una volta.

La data esatta di arrivo a Kjeller dell’aereo in esame? Anche su tale punto specifico, la particolare combinazione tra il “buco bianco” e la totale assenza di una relazione/microrelazione rispetto a tale elemento materiale privò la dogana di Kjeller di una chiara informazione, senza bisogno di lente di ingrandimento e di fare ipotesi, su un dato sicuramente non di poco conto.

Primo criterio di verifica incrociata, prima prova del nove della nostra tesi.

Proviamo solo a immaginare quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento” il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga. Da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller: queste ultime risolsero astutamente il problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta alla dogana norvegese.

A volte una sola immagine vale molto di più di cento parole e ragionamenti.

Pertanto a questo punto proponiamo il rapporto in esame, nella sua stesura originale e scritto in norvegese, mantenendo al suo interno le righe iniziali e quella relativa al dicembre 1935 ma togliendo invece da esso il flusso di dati (non richiesti dalla dogana norvegese) sui voli arrivati e partiti da Kjeller dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936: vediamo cosa rimane del report in questione.

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Siamo in presenza di un ben misero “rapporto”, non è vero? Come “risposta” – e si fa per dire, certo – alla richiesta dell’ufficio doganale sui voli a Kjeller nel dicembre 1935, abbiamo stimato osservando sul mese in esame una sola riga prodotta da Gulliksen e dai suoi sottoposti, tra l’altro con un vistoso “buco bianco” iniziale sulla data del volo del dicembre 1935, ossia sull’unica transvolata che interessava allora la dogana di Kjeller.

Leggere e rileggere con i propri occhi, al fine di controllare la nostra tesi.

Seconda verifica: l’evidente e clamorosa asimmetria esistente fra lo sforzo notevole e prolungato, richiedente come minimo molte ore di lavoro, effettuato dall’ufficio aeroportuale di Kjeller nel preparare e trascrivere i tabulati dei numerosi voli compresi fra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936 (decine e decine di voli, in arrivo e partenza)  e la misera, solitaria e isolata riga invece scritta e dedicata al volo del dicembre 1935, ossia proprio all’unica transvolata che interessava a quel tempo la dogana di Kjeller e proprio all’unico mese che suscitava l’attenzione di quest’ultima nel febbraio del 1937.

L’asimmetria in oggetto risulta incontestabile e clamorosa, anzi così vistosa da poter sfuggire a prima vista: le conseguenze da trarre da essa sono a loro volta fin troppo chiare, e cioè che Gulliksen e soci cercarono per così dire di “annegare” in un flusso esteso di informazioni inoffensive proprio l’unico volo realmente richiesto dalla dogana di Kjeller, ovviamente relativo al dicembre 1935. Su tale questione torneremo  meglio in seguito.

Un’altra prova del nove: secondo la stessa definizione delle autorità aeroportuali di Kjeller, esse stavano producendo nel febbraio del 1937 un “rapporto” (opgave, in lingua norvegese).

Un “rapporto” quindi; un resoconto, quindi; una relazione scritta, quindi e non invece una pura e semplice elencazione dei voli partiti e arrivati da e a Kjeller nell’agosto del 1935 all’inizio di maggio del 1936, senza tra l’altro mai indicare l’aeroporto di provenienza dei velivoli atterrati in loco in quel periodo.

Come quarta prova del nove, si può inoltre usare il criterio di verifica “dell’innocenza” su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Quinto criterio di verifica incrociata: la combinazione e connessione tra tutte le note dissonanti sopra elencate, a partire dall’interesse della dogana di Kjeller per i voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Se infatti le prime due anomalie registrate possono ancora essere interpretate come fattori casuali e non determinanti, la loro unione con il primo buco nero (l’assenza di una relazione/microrelazione) rende tale trio di indizi incompatibile con l’ipotesi della buona fede da parte degli estensori del report scritto il 25 febbraio 1937. Se poi a tale trinità, molto concreta e profana, si aggiunge il secondo buco nero (alla dogana di Kjeller non venne riferito neanche se il velivolo del dicembre 1935 fosse arrivato dall’estero, con o senza passeggeri, ecc.), la teoria della “buona fede” e correttezza di Gulliksen e sottoposti diventa sempre meno credibile, inabissandosi e crollando poi del tutto se connettiamo i dati di fatto già esposti attraverso il terzo buco nero e il “buco bianco” sopracitati, che attestano l’assoluta reticenza e mancanza di informazioni da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto al volo solitario e della sua data esatta di atterraggio in loco nel dicembre 1935.

Già ora abbiamo come minimo superato la soglia di tolleranza per i fenomeni strani, ma la situazione diventa ancora più abnorme se si prende in esame la settima anomalia: e cioè che l’aereo LN-HAO del dicembre del 1935 non ripartì mai da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, rimanendo quindi in loco almeno e come minimo per più di quattro mesi sempre secondo i tabulati forniti dalle autorità aereoportuali di Kjeller alla fine di febbraio del 1937.

Se li si esamina con cura, emerge infatti da essi con assoluta sicurezza una novità clamorosa: l’unico aereo e il solo velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, indicato sotto la sigla LN-HAO e di proprietà della compagnia aerea privata Norsk Lufttrafikk A/S, non ripartì dall’aeroporto di Kjeller almeno e come minimo fino al 2 maggio del 1936, quando finisce il materiale trattato dai registri in oggetto.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: se si effettua una suddivisione delle partenze e degli arrivi dei diversi aerei che giunsero a Kjeller, dal 30 agosto del 1935 fino al 2 maggio 1936, otteniamo un processo di scomposizione che dimostra con assoluta sicurezza come il velivolo LN-HAO, pervenuto in loco nel dicembre del 1935, non sia più partito da Kjeller almeno fino al 2 maggio del 1936, rimanendo quindi almeno stando ai tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, per più di quattro mesi fermo, inattivo e immobile a Kjeller.

In altri termini, il velivolo LN-HAO del dicembre 1935 figura come una sorta di “scarpa spaiata” e solitaria, sempre stando ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller; una “scarpa” isolata di cui risulta solo il presunto arrivo in loco ma non invece la sua ripartenza, reale o immaginaria.

Si tratta di un fatto eclatante per motivi fin troppo evidenti e una “coincidenza” talmente anomala da non poter essere una casualità, dato che la regola generale per gli aerei consisteva nel 1935, e lo è tuttora, nell’atterrare in un certo aeroporto e di ripartire da esso in tempi relativamente brevi, salvo la creazione di eventi gravi o catastrofici quali un eventuale incidente all’arrivo, dei seri guasti meccanici e la necessità derivata di un’ampia revisione del velivolo.

La regola generale in oggetto non si basa del resto solo sul buon senso comune, ma è supportata anche da precisi motivi economici: infatti un aereo, nel 1935 come nel 2016, risulta essere un oggetto e un bene molto costoso che, una volta lasciato inutilizzato, non solo non produce alcuna utilità e servizi concreti sia per la collettività che per i proprietari, ma viceversa si deteriora con il passare del tempo a causa della costante azione logoratrice della natura.

Tale regola generale viene inoltre confermata del resto anche dalla pratica concreta verificatasi nell’aeroporto di Kjeller dal 30 agosto 1935 al 2 maggio del 1936. In tale periodo e negli otto mesi in oggetto, si verificarono via via infatti in loco 57 arrivi e 54 partenze per un totale di 111 operazioni di volo, ivi compreso gli aerei arrivati dall’estero, e quasi tutti i velivoli in oggetto atterrarono e ripartirono da Kjeller in tempo relativamente rapidi e di solito entro alcuni giorni, escludendo due sole eccezioni: l’aereo che rimase più tempo a Kjeller, stando ai tabulati, è il velivolo LN-ABW (proprietà AS/ WiderØe), con un atterraggio non segnalato nel report e che ripartì il giorno 28 marzo 1936.

Anche nel periodo compreso tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936, quindi, di regola e con due sole eccezioni gli aerei atterravano e ripartivano da Kjeller entro pochi giorni.

Bene: ma una delle rarissime eccezioni alla regola generale venne costituita proprio dal misterioso e solitario aereo del dicembre 1935, ossia dall’unico aereo che interessava la dogana di Kjeller e tutti coloro che si occupano del volo di Pjatakov, e di un velivolo che non ripartì in alcun modo dall’aeroporto di Kjeller dal dicembre 1935 fino al 2 maggio del 1936. Tale aereo non prese il volo da Kjeller come minimo fino al 2 maggio del 1936, data nel quale finiscono i tabulati in via d’esame, rimanendo pertanto inattivo e fermo per più di quattro mesi in loco e per di più nel periodo primaverile di marzo-aprile, stando almeno ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali locali all’ufficio doganale.

Una compagnia aerea privata e di tipo capitalistico, quale era la Norsk Lufttrafikk, tenne fermo un costoso aereo per più di quattro mesi? Un costoso aereo come il presunto LN-HAO rimase dunque inattivo non solo nei mesi propriamente invernali ma anche a marzo e aprile del 1936, ossia nel periodo in cui il traffico aereo aumentava inevitabilmente anche nella nordica Kjeller, come si evince esaminando il flusso di arrivi e partenze in loco nei due mesi in esame?

Si tratta di una vistosa anomalia visto che anche l’aereo LN-ABW, che era rimasto a Kjeller per alcuni mesi, in ogni caso ripartì il 26 marzo del 1936 da Kjeller, quando la stagione invernale era ormai superata.

Siamo quindi in presenza di un fenomeno di “parcheggiamento” e di stazionamento di un velivolo a Kjeller anche nei mesi più propizi per il traffico aereo che risulta abnorme e assurdo, in assenza di un eventuale guasto e/o di un eventuale danno subìto dall’aereo decembrino LN-HAO in via d’esame: ma su tale eventuale e ipotetico danneggiamento non si viene a sapere niente dalla sponda dello pseudorapporto delle autorità aeroportuali di Kjeller, con il colossale “buco nero” intrinseco al report e quindi con il loro interessato silenzio su tutto ciò che avesse riguardato il flusso di traffico aereo nel dicembre 1935, inclusi anche gli eventuali guasti e gli ipotetici danneggiamenti subìti dall’unico  velivolo giunto a Kjeller, nell’unico mese che interessava l’ufficio doganale del luogo nel febbraio del 1937.

Risulta in ogni caso più che sospetto che proprio la solitaria “aquila del cielo” e l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 non sia ripartito dalla struttura aeroportuale in oggetto come minimo fino al due maggio del 1936, stando almeno ai tabulati e ai registri delle partenze /arrivi forniti da Gulliksen e dai suoi aiutanti. Il fatto sicuro che proprio il solitario e unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, in modo assolutamente contrario alla regola generale della coppia atterraggio-ripartenza, non si sia levato in volo e non sia mai ripartito per più di quattro mesi e fino al 2 maggio 1936 da Kjeller, costituisce dunque un vero e proprio “pugno nell’occhio”, tanto vistoso ed eclatante da suscitare subito una conclusione in merito molto probabile: ossia che se persino dai tabulati in oggetto l’aereo con sigla identificativa LN-HAO non risulta ripartito dall’aeroporto di Kjeller e come minimo per più di quattro mesi, molto probabilmente tale specifico modello di aereo – con il relativo pilota, alias “Jaquet” – non era mai arrivato davvero in loco e il suo presunto atterraggio era stato inventato di sana pianta da Gulliksen e soci, dalle autorità aeroportuali di Kjeller nel loro “rapporto” del febbraio 1937.

Abbiamo ormai a disposizione un pesante indizio a favore della manipolazione dei tabulati in esame e, in via derivata ma allo stesso tempo inevitabile, della presenza concreta di Pjatakov a bordo dell’aereo decembrino in esame: un indizio concreto che si trasforma subito in una vera e propria “pistola fumante” se viene collegato e connesso alla coppia “buchi neri/buco bianco” esaminata poco sopra.

Analizziamo in ogni caso la mancata ripartenza in oggetto da un’altra prospettiva, ossia prendendo in esame sia l’ipotesi che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 che quella opposta.

Se Pjatakov non fosse mai giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre 1935, e se quindi Gulliksen e soci si fossero realmente trovati in una posizione intoccabile e in una sorta di “botte di ferro” rispetto a un reale non-evento, non si riesce proprio a comprendere i motivi per i quali le autorità aeroportuali di Kjeller non si dilungarono, alla fine di febbraio del 1937, anche sulla data esatta nel quale l’aereo decembrino del 1935 si allontanò dal loro snodo logistico: avrebbero avuto tutto da guadagnare e niente da perdere, nel fornire tutte le informazioni in loro possesso sulla ripartenza (o, al limite, sulla mancata ripartenza) del velivolo che giunse a Kjeller nel periodo “caldo” in esame.

Ma ora supponiamo invece che Pjatakov fosse realmente a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935, e che egli fosse realmente/ripartito da tale aeroporto in tardo pomeriggio del 12 o 13 dicembre.

In questo caso e in questa ipotesi, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero potuto dare informazioni (false, bugiarde e menzognere, certo…) sulla data di ripartenza del velivolo del dicembre del 1935?

Assolutamente no, e per tutta una serie di buone ragioni.

Innanzitutto inventarsi una finta data di partenza (diciamo il 22 dicembre, tanto per fare un esempio non casuale) costituiva un reato penale per cui esse avrebbero potuto essere perseguite eventualmente in seguito: un reato scritto e registrato nero su bianco, con le loro stesse mani e parole scritte nello pseudorapporto in via d’esame.

In secondo luogo, inventarsi una finta data di ripartenza (diciamo sempre il 22 dicembre…) significativa/inequivocabilmente rischiare eventualmente di essere smentiti dal “meccanico di Brecht”, ossia dagli addetti alla manutenzione e al rifornimento, oppure dalle guardie o dagli impiegati dell’aeroporto di Kjeller, se essi sfortunatamente avessero potuto ricordare almeno che il solitario del dicembre del 1935 non era arrivato vicino e sotto al periodo natalizio, ma invece almeno una decina di giorni prima delle – facilmente ricordabile, nel 1937 – festività della fine del 1935.

Inoltre una cosa tirava l’altra: inventandosi infatti una finta data di ripartenza, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto altresì inventarsi anche il nome del presunto pilota che fosse/ripartito da Kjeller con il velivolo decembrino in esame.

Si, ma chi?

“Jaquet”? Una mossa e un’invenzione per loro rischiosa, come minimo. Potevano, non citare, per la ripartenza in esame, alcun aviatore? Ma allora sarebbe emersa subito la contraddizione tra il “Jaquet” da loro evidenziato come pilota per l’arrivo del velivolo del dicembre del 1935 a Kjeller, e l’assenza di un nominativo per l’aviatore – inventato di sana pianta – che avrebbe guidato e portato il velivolo in oggetto lontano da Kjeller.

In quarto luogo, se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero citato ed evidenziato per iscritto nel loro pseudorapporto la data della (presunta, finta) ripartenza del velivolo decembrino, sarebbe emersa con ancora maggior evidenza il “buco bianco” sopracitato e relativo alla data di atterraggio di arrivo del velivolo in esame. Non solo tale problema non era insignificante, ma per di più Gulliksen e soci non avrebbero potuto neanche creare ad arte un nuovo e secondo “buco bianco” anche per il giorno della ripartenza del velivolo in oggetto, se non esponendosi a un’anomalia e una contraddizione così plateale ed evidente da non poter essere non notata, anche dall’osservatore più distratto o meglio disposto nei loro confronti.

In estrema sintesi, per tutti i motivi sopracitati le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero incontrato dei rischi e dei pericoli come minimo abbastanza seri ad inventarsi una finta data di ripartenza per il velivolo giunto in loco nel dicembre del 1935: e guarda caso esse non scrissero alcunché, nel loro pseudorapporto, in riferimento alla data di partenza del velivolo giunto a Kjeller nel mese e periodo “caldo” in oggetto. Ottava nota dissonante: l’unica volta che la compagnia aerea Norsk Lufttrafikk A/S usò a Kjeller il modello aereo LN-HAO dal 30 agosto 1935 al 17 aprile 1936, e quindi per ben otto mesi, fu proprio e solo nel dicembre 1935, mentre la compagnia aerea in oggetto utilizzò invece nello stesso periodo altri velivoli con sigla identificativa LN-BAO e LN-BAS, per un totale di dieci tra arrivi e partenze.

Nona anomalia: il presunto pilota del dicembre 1935, ossia Jaquet, sicuramente non ripartì da Kjeller con lo stesso aereo con il quale egli sarebbe arrivato in loco nel mese “caldo” in esame. Infatti Jaquet, sempre stando ai tabulati in oggetto, ripartì da Kjeller e stavolta senza dubbio ripartì da Kjeller solo il 2 febbraio 1936 alle ore 13:00, ma utilizzando e pilotando in ogni caso un diverso velivolo: ossia un aereo la cui compagnia aerea non è stata descritta e con una sigla identificativa del tipo LN-BAS, diversa quindi da quella che venne indicata nei tabulati in oggetto nei confronti del solitario aereo del dicembre 1935 del tipo LN-HAO su cui ci siamo soffermati in precedenza.

Otteniamo quindi una nuova coppia di note dissonanti: una sola e unica volta la Norsk Lufttrafikk si servì a Kjeller del modello aereo LN-HAO a partire dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936, e cioè proprio nel dicembre 1935, e allo stesso tempo il velivolo LN-HAO che sarebbe arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 non venne in alcun caso utilizzato e fatto decollare, in data 2 febbraio 1936, da quel presunto pilota e da quel Jaquet che lo avrebbe fatto atterrare in loco nel dicembre 1935, il quale invece ripartì da Kyeller con un aereo contraddistinto dalla sigla LN-BAS.

Ulteriore stranezza: solo ed esclusivamente rispetto al volo del dicembre 1935 appare la denominazione “Norsk Lufttrafikk A/S”, all’interno dei tabulati di volo consegnati dalle autorità aeroportuali di Kjeller all’ufficio doganale di Kjeller.

Se li si prende in esame con attenzione, si può notare che dei sette aerei arrivati in quei mesi a Kjeller e di proprietà della Norsk Lufttrafikk quest’ultima venne indicata solo come “Norsk Lufttrafikk” per ben sei volte, dal 18 ottobre 1935 al 17 aprile 1936, mentre l’unica eccezione tra i sette velivoli in esame riguarda proprio il dicembre 1935.

Nella sola riga dei tabulati in oggetto che si riferisce al mese “caldo” in esame, la società proprietaria del velivolo atterrato a Kjeller in quei trentuno giorni risulta infatti la “Norsk Lufttrafikk A/S”: in tale riga venne quindi aggiunto alla denominazione Norsk Lufttrafikk un particolare “A/S” che invece manca totalmente negli altri voli in esame, arrivati in loco sia prima che dopo il dicembre 1935.

Ulteriore elemento singolare e curioso, che fa saltare in aria la regolarità procedurale e tecnica del report in esame: quest’ultimo era stato scritto quasi interamente a macchina con un’unica e sola eccezione, e cioè quattro cifre invece inserite manualmente.

Ora, tali numeri vergati a mano sembrano essere in numero 1330.

Bene, ma in quale posto e in quale posizione del report in via d’esame si ritrova tale numero scritto manualmente?

Avete indovinato, giudici-lettori: proprio sotto all’unica riga dedicata dalle autorità aeroportuali di Kjeller al volo del dicembre del 1935: un ennesima “coincidenza” e anomalia.

Non vi fidate? Fate bene, e del resto anche Marx scrisse che bisogna dubitare di ogni cosa, ivi compreso lo stesso dubbio. Pertanto vi proponiamo con il massimo dell’ingrandimento possibile le righe scritte a macchina sul dicembre 1935 e sul volo successivo del gennaio 1936, con in mezzo i numeri sopracitati invece vergati a mano.

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Ennesima, diversa e gigantesca anomalia: la sigla LN-HAO, che compare proprio nella riga dei tabulati in oggetto riferita al dicembre del 1935, non è mai stata usata in Norvegia prima del 1944 e della fine della seconda guerra mondiale.

Sorpresa, sorpresa: siamo in presenza di una sigla usata nel dicembre 1935, almeno secondo i tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, che tuttavia stando a tutti i riscontri concreti è stata utilizzata in Norvegia solo molti anni dopo il dicembre 1935 e dopo il “mese caldo” in via d’esame.

Stiamo sempre di più entrando nel mondo del paranormale, e più precisamente nell’universo dei viaggi nel tempo, almeno se seguiamo e diamo validità alla riga dei tabulati in oggetto dedicata al dicembre del 1935; stando almeno allo pseudorapporto in esame, l’aereo solitario giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 sarebbe stato del tipo LN-HAO, ma invece la sigla LN-HAO iniziò a essere utilizzata solo dopo il 1944 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Vista la sua importanza, soffermiamoci su questo punto iniziando a esporre tutti i riscontri oggettivi e i criteri di verifica oggettivi della nostra tesi, rispetto alla sigla LN-HAO.

Innanzitutto lo studioso olandese Rob Mulder ci ha informati, con l’e-mail del 22 aprile 2016, che la sigla LN-HAO non è mai stata usata prima del 1940: e a riscontro di tale affermazione, si può facilmente trovare nei registri delle compagnie aeree norvegesi che le sigle LN-HAB e LN-HAD, quindi precedenti in ordine alfabetico la denominazione LN-HAO, sono state utilizzate solo nell’aprile del 1940.

In terzo luogo sempre Rob Mulder, il 22 aprile 2016, ci ha fornito le sigle usate via via dalla società Widerøe per i suoi aerei: e in tale elenco, la sigla LN-HAO è stata impiegata dalla compagnia aerea Widerøe solo dopo il 1944, e quindi molti anni dopo il dicembre del 1935 che ci interessa da vicino.

Ma non solo. Grazie a un e-mail dell’aprile del 2016 inviataci dalla gentile redazione del sito Flyhistorie.no, abbiamo appreso che la registrazione LN-HAO è stata utilizzata su tre aeromobili nel corso degli anni, e il primo uso in ordine temporale di questi tre casi è stato il 1946; e cioè l’aereo  Fairchild UC-61K-FC Argus III, c / n 930, es. 43-14966 (USAAF) / HB692 (RAF), registrato il 13 dicembre del 1946 come Lufttransport, Ålesund; diversi proprietari fino al 1959 e annullato il 16 settembre del 1959.

Dicembre del 1946, quindi: undici anni dopo il dicembre del 1935, è appena il caso di rilevare a tal proposito.

Tredicesima nota dissonante: all’interno e nelle più immediate vicinanze dell’unica e isolata riga dello pseudorapporto dedicata al flusso aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 sono emerse ben quattro anomalie.

L’anomalia del sopracitato “buco bianco”, in primo luogo.

L’anomalia del “LN-HAO”, sigla invece utilizzata in Norvegia solo dopo il 1944.

L’anomalia sopracitata delle lettere “A/S”, dopo la parola Norsk Lufttrafikk.

L’anomalia sopracitata del “1330” scritto a mano, proprio sotto l’unica riga dedicata al volo del dicembre 1935.

Se è vero che tre indizi fanno una prova, anche quattro anomalie – tra l’altro collegate tra loro perché vicinissime nei tabulati in oggetto – rappresentano e diventano una sorta di “superanomalia” troppo vistosa per essere ignorata e passata sotto silenzio; e a questo punto, quasi per forza di cose, passiamo a connettere tra loro anche tutte le numerose note dissonanti via via esposte e che riguardano sia l’aereo decembrino del 1935 che il suo presunto pilota.

Prima stranezza, già notata in precedenza: tale velivolo costituiva sicuramente l’unico e solitario aereo civile atterrato a Kjeller, nel dicembre 1935 e nel mese “caldo” per la nostra indagine.

Seconda nota dissonante, anch’essa già sottolineata in precedenza: tale velivolo civile proveniva dall’estero persino secondo Gulliksen, e guarda caso Pjatakov affermò di essere giunto arrivando in aereo in Norvegia partendo da fuori dei confini del paese scandinavo in oggetto, ossia dalla Berlino nazista del dicembre 1935.

Terza anomalia: il solitario velivolo LN-HAO del dicembre 1935 non ripartì più da Kjeller, almeno stando ai tabulati dei voli in oggetto e almeno fino al 2 maggio 1936.

Inoltre il presunto pilota, il presunto “Jaquet” del dicembre 1935 non ripartì da Kjeller con lo stesso tipo di velivolo con cui egli sarebbe arrivato in loco nel dicembre del 1935, ma viceversa con un altro modello di aereo e più di un mese dopo il periodo “caldo” in via d’esame, ossia il 2 febbraio del 1936 con l’aereo del tipo LN-BAS.

Ma non solo: sempre controllando i tabulati in oggetto, l’aereo decembrino con sigla identificativa LN-HAO costituì l’unico e solitario velivolo di proprietà della sopracitata compagnia aerea Norsk Lufttrafikk che giunse e operò a Kjeller per più di tre mesi e per più di novanta giorni, ossia dal 28 ottobre 1935 al 31 gennaio del 1936. In altri termini, se la Norsk Lufttrafikk sicuramente non inviò alcun aereo a Kjeller né nel novembre del 1935 né nel gennaio del 1936 invece risulta, almeno stando ai tabulati forniti da Gulliksen e soci, che tale società avrebbe rappresentato l’unica e sola compagnia aerea che, in modo fortuito e “casuale”, avrebbe inviato un velivolo nell’aeroporto di Kjeller durante il dicembre 1935 che ci interessa, e in ogni caso senza farlo ripartire almeno fino al 2 maggio 1936.

Per di più il modello di aereo contrassegnato dalla sigla LN-HAO era stato usato a Kjeller solo una volta dalla compagnia aerea Norsk Lufttrafikk, durante gli otto mesi compresi tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio del 1936, e guarda caso tale utilizzo “singolo” e molto particolare avvenne solo ed esclusivamente nel dicembre 1935 che ci interessa da vicino.

Per di più proprio la sigla LN-HAO, che nei tabulati in oggetto indicò e individuò il solitario velivolo del dicembre 1935, non venne mai utilizzato in Norvegia prima del 1944, ossia molti anni dopo il periodo “caldo” che ci interessa da vicino.

Quante anormalità e quante strane “coincidenze” stanno ormai venendo a galla, rispetto al volo solitario del dicembre 1935! Ma l’elenco delle anomalie non è certo finito, visto che di tale velivolo non sappiamo neanche il giorno esatto di ripartenza/decollo grazie alla particolare (e voluta) combinazione tra le reticenze di Gulliksen del gennaio 1937 (intervista all’Arbeiderbladet), il “buco bianco” sopracitato e l’assenza di una relazione/microrelazione anche su tale essenziale dato di fatto da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937.

Non sappiamo infine neanche lo scopo del volo solitario del dicembre 1935, vista la presunta assenza di passeggeri a bordo sottolineata da Gulliksen il 27 gennaio del 1937 e il carattere abnorme del trasporto di merci, in un mese invernale, evidenziato da noi in precedenza.

Siamo ormai in presenza di troppe note dissonanti, per un unico volo aereo e per un unico pilota.

Quattordicesima ed ennesima anomalia: lo pseudorapporto in via di demolizione conteneva un evidente surplus di informazioni inutili e una marea di dati superflui, tra l’altro non richiesti in alcun modo dall’ufficio doganale di Kjeller, sulle partenze/arrivi in loco a partire dalla fine di agosto 1935 fino al 2 maggio 1936.

L’ufficio doganale di Kjeller chiese infatti delle notizie e “informazioni” ai colleghi dell’aeroporto solo ed esclusivamente rispetto al traffico aereo del dicembre 1935, non domandando quindi in alcun modo delle informazioni riguardo invece ai voli arrivati a Kjeller nell’agosto 1935, oppure nel gennaio 1936, o in alternativa nel febbraio 1936, e così via.

Ma invece, e non certo per caso, le autorità aeroportuali di Kjeller costruirono volutamente e coscientemente il loro particolarissimo pseudorapporto cercando per così dire di “affogare”, di annegare e di sommergere l’unica notizia importante che interessava la dogana di Kjeller, ossia il traffico del dicembre 1935, attraverso un fiume esteso di dati – non richiesti, non voluti – sugli inoffensivi e innocui voli avvenuti in loco durante i sette mesi, compresi tra la fine dell’agosto del 1935 e l’inizio di maggio 1936, che “circondano” il dicembre del 1935.

Abbiamo infatti sotto gli occhi ben sette mesi di informazioni inutili, almeno rispetto alla semplice e precisa richiesta di dati dell’ufficio doganale di Kjeller; risaltano e spiccano nei tabulati in oggetto ben sette mesi di arrivi/partenze all’aeroporto di Kjeller che non avevano alcuna attinenza con il periodo il mese di dicembre del 1935 che interessava allora la dogana di Kjeller.

Non siamo di certo di fronte a un fenomeno casuale e a un’azione fortuita da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, di Gulliksen e dei suoi superiori.

La ragione di tale voluta e cosciente “inondazione”, compiuta mediante l’erogazione di una massa  notevole di informazioni inutili e non richieste, risulta subito molto chiara: Gulliksen e soci tentarono in tal modo di occultare, in modo indiretto e astuto, l’unica notizia “calda” e in ogni caso esplicitamente richiesta dalle autorità doganali norvegesi rispetto al flusso di voli durante il dicembre del 1935, ma sulla quale esse erano impossibilitate a dire la verità perché, scegliendo la via dell’onestà e tale opzione, essi avrebbero svelato la presenza in loco dello scomodissimo – per loro – Pjatakov nel mese “caldo” in via d’esame.

Se si vuole una prima controprova della nostra tesi, basta rilevare che persino nella riga iniziale dello pseudorapporto in oggetto la frase testuale “voli su Kjeller nel dicembre 1935” era stata addirittura sottolineata  dall’autore del report in esame: quest’ultimo aveva quindi evidenziato di propria iniziativa che l’oggetto della sua relazione era costituito dai voli civili arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935, ma a dispetto di tale sottolineatura egli inserì in ogni caso nel rapporto ben cinque pagine piene di tabulati  sugli arrivi e partenze di velivoli e su voli non solo inoffensivi, ma che non avevano alcuna relazione con il flusso aereo di velivoli a Kjeller nel  dicembre 1935 con una sola e unica eccezione.

Inoltre abbiamo già evidenziato quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento”, il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga, da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto sicuramente una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche se ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller. Queste ultime risolsero astutamente il serio problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta; sempre avendo come presupposto il primo “buco nero” sopracitato e soprattutto che esse non potevano fornire delle informazioni veritiere sull’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre per la semplice ragione che a bordo di quest’ultimo si trovava Pjatakov.

Ulteriore nota dissonante: all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937 sono contenute ancora meno informazioni – ed è tutto dire – di quelle già scarne e limitate fornite viceversa da Gulliksen il 27 gennaio 1937, nel corso della sua intervista al quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet.

Alla fine del gennaio 1937, infatti, l’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller si degnò almeno di riferire al giornale laburista che l’aereo decembrino del 1935 era pervenuto a suo dire da “Linkoping”, ossia dall’estero e da una città svedese, osservando altresì anche che a bordo del velivolo in questione non si trovavano passeggeri.

Linkoping, da un lato, e dall’altro l’assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre del 1935: almeno Gulliksen fornì due notizie specifiche sul volo del dicembre del 1935, nella sua sopracitata intervista all’Arbeiderbladet.

Bene: ma ora analizzate con cura e diligenza lo pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, giudici-lettori. Non troverete in alcun modo, non avrete in alcun modo l’occasione di ottenere e acquisire attraverso quest’ultimo almeno le due informazioni in esame, elargite con parsimonia da Gulliksen solo un mese prima e il 27 gennaio del 1937, durante la sua intervista telefonica con il giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Anche tale innegabile dato di fatto attesta ulteriormente che siamo dunque in presenza di uno pseudo rapporto, tra l’altro manipolato con cura rispetto agli eventi del dicembre del 1935 dall’aeroporto di Kjeller: le dichiarazioni di Gulliksen del gennaio 1937 servono in pratica da involontaria ma significativa cartina di tornasole sulla paurosa debolezza dello pseudorapporto del febbraio del 1937.

Quattordicesima anomalia: lo pseudorapporto del febbraio 1937 non venne mai reso pubblico dalle autorità aeroportuali di Kjeller, venendo – per breve tempo e con l’obbligo di restituzione – solo nelle mani degli uffici doganali norvegesi.

Ma per quale motivo tale report venne tenuto segreto da Gulliksen e i suoi sottoposti, se veramente esso avesse dimostrato l’inesistenza del volo di Pjatakov nel dicembre 1935?

Come controprova si può notare subito che anche da un esame superficiale sarebbe invece emersa la sua indiscutibile fragilità e inconsistenza intrinseca, a partire dal gigantesco “buco nero” e dall’altrettanto evidente “buco bianco” sottolineati in precedenza, e via elencando: una serie di ragioni più che sufficienti per tenere riservato e per non pubblicare in alcun modo il documento in oggetto, redatto alla fine di febbraio del 1937.

Sedicesima nota dissonante: la quasi totale assenza di informazioni rispetto a “Jaquet”, all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937.

Il cognome Jaquet emerse sicuramente dai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller, ma lo pseudorapporto non ci fornisce in alcun modo:

  • il nome di Jaquet;
  • la nazionalità di Jaquet;
  • lo scopo del suo presunto volo decembrino fino a Kjeller;
  • l’aeroporto da cui sarebbe partito Jaquet, prima di arrivare a Kjeller con il suo velivolo.

Anche tale “silenzio” in merito allo pseudorapporto del 1937 fa emergere, ancora una volta e con sempre maggiore forza, il “buco nero” che lo corrode dall’interno e lo rende totalmente privo di credibilità.

Ma non solo: un’altra anomalia consiste nel fatto indiscutibile per cui Gulliksen, durante la sua intervista del gennaio del 1937 all’Arbeiderbladet, invece non citò mai e in alcun caso Jaquet, ossia il pilota che avrebbe fatto atterrare a Kjeller l’unico aereo del dicembre 1935.

Riesaminiamo a questo punto per intero la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Rispondendo per via telefonica, alla fine di gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”.

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.

“Si”.

Ora, qualcuno riesce a trovare la parola e il cognome Jaquet, in tale intervista di Gulliksen? Noi, no.

Il primo e colossale problema che sorge a questo punto è che, supponendo per un istante che il tabulato in oggetto nella riga relativa al dicembre del 1935 fosse corretto e non manipolato, Gulliksen nel gennaio del 1937 aveva davanti a sé e a sua completa disposizione dei dati di fatto che indicavano per l’appunto Jaquet, come pilota dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Tuttavia egli non indicò in alcun modo Jaquet come l’aviatore che guidò tale velivolo, nella sua intervista all’Arbeiderbladet: ma per quale motivo? Forse perché era distratto e/o aveva altre faccende da sbrigare, durante la sua intervista telefonica al quotidiano norvegese socialdemocratico?

Secondo problema: come si è già ricordato più volte, Gulliksen citò espressamente “il signor Robertson” (che però nei tabulati a nostra disposizione è segnalato come “signor Robinson”) come il pilota dell’inoffensivo velivolo del 19 settembre 1935, un “signor Robertson” con cui tra l’altro egli “era in buoni rapporti”, ma invece Gulliksen non citò e non nominò mai Jaquet, ossia il (presunto) pilota dell’interessantissimo aereo pervenuto a Kjeller nell’interessantissimo dicembre del 1935. Per quale motivo? C’è un solo motivo ragionevole e plausibile: Gulliksen non voleva in alcun modo fornire alla stampa e al mondo intero il cognome di Jaquet per la semplice ragione che Jaquet non era il pilota, non era in alcun modo alla guida del velivolo che giunse realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, realmente provenendo dall’estero ma da Berlino e non certo da “Linkoping”, e non certo avendo come aviatore il Jaquet del report del febbraio 1937.

L’incredibile fragilità della pseudorelazione in oggetto diventa ancora più evidente se poi si tiene a mente un’altra anomalia, e cioè che nella sola riga dei tabulati riguardante il dicembre del 1935 non risulta chiaro ed evidente neanche il modello e la tipologia dell’unico velivolo atterrato in quel mese a Kjeller.

Se infatti si ingrandisce e si esamina a fondo la sigla contenuta nello pseudorapporto in riferimento al dicembre 1935, la “H” maiuscola di LN-HAO sembra abbastanza simile e può essere anche confusa a prima vista con la “B”, e quindi come LN-HAO può essere confusa con LN-BAO, come emerge dalla riga in oggetto allargata al massimo e paragonando la “H” ingrandita del rapporto con la “B”: ingigantiamo quindi tale riga, come fece l’investigatore Harrison Ford/Dekker nell’eccellente film Blade Runner seppur usando tecniche molto più sofisticate, e collochiamo sotto ad essa le parole LN-BAO come emergono dai tabulati in esame in altri mesi e periodi.

 

 

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Acca maiuscola e bi maiuscola, entrambe battute a macchina nei tabulati in oggetto del 25 febbraio 1937: due lettere maiuscole molto simili, vero?

Sembra proprio che il curatore e l’estensore reale della riga dei tabulati in oggetto abbia voluto creare confusione e incertezze anche in questo campo specifico, come del resto fece anche rispetto al “buco bianco” sopracitato. Sembra proprio che egli abbia voluto scrivere la consonante “acca” maiuscola nel corso della battitura a macchina, in modo tale da permettere alle autorità aeroportuali di Kjeller di affermare, in caso eventuale di bisogno e di emergenza, che la “H” di HAO potesse essere invece la  “B” di BAO; in modo tale da permettere a Gulliksen e ai suoi superiori di dichiarare, in caso eventuale di emergenza, che partendo dai tabulati non si poteva essere sicuri al cento per cento del modello e tipo di aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935; in modo tale, quindi, da creare loro una comoda via di fuga, in presenza di una sempre possibile situazione potenziale di necessità e in caso eventuale di ulteriori sollecitazioni/domande da parte dell’ufficio doganale di Kjeller relative all’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ancora una volta emerge la portata e il peso multilaterale del “buco nero” sopracitato. Nella pseudorelazione del febbraio 1937 manca infatti del tutto, tra le altre “dimenticanze”, anche una brevissima ma esatta descrizione del modello dell’aereo decembrino del 1935 da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, e cioè una brevissima enunciazione scritta da parte loro e che avrebbe dissipato almeno eventuali dubbi sulla “H” e sulla “B”, ossia sulla natura e tipologia del velivolo giunto in loco nel mese “caldo” in via d’esame.

Ennesima nota dissonante: il calcolo delle probabilità, utilizzato e applicato al “buco bianco” sopracitato sulla data di arrivo a Kjeller dell’aereo del dicembre del 1935.

Quest’ultimo è dovuto sicuramente a una graffettazione dei fogli. Ma a questo punto bisogna chiedersi quali probabilità sussistessero che tale opera di graffettazione, su un foglio normale di carta, cadesse proprio sullo spazio del giorno di arrivo del dicembre del 1935 e non invece:

  • un centimetro sopra/pochi millimetri sopra;
  • un centimetro sotto/pochi millimetri sotto;
  • un centimetro/pochi millimetri a destra;
  • un centimetro/pochi millimetri a sinistra.

La risposta a tale domanda risulta semplice: le probabilità di tale evento erano molto basse, sempre riferendosi alla pagina in oggetto.

Infatti in tutti i quattro casi e nelle situazioni sopra elencate, l’opera di graffettazione avrebbe creato un “buco bianco” che non avrebbe in alcun modo coperto e sommerso il giorno di atterraggio dell’aereo decembrino: eppure, a dispetto del calcolo di probabilità sfavorevole, è proprio quello che successe nel report del febbraio 1937, tanto che l’opera di graffettazione in oggetto “colpì” e “affondò” proprio lo spazio occupato dal giorno d’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, ossia colpi e occultò proprio una delle informazioni richieste dall’ufficio doganale di Kjeller.

Del resto le operazioni di manipolazioni dell’ufficio aereoportuale di Kjeller da parte loro erano facilitate notevolmente dalla trascrittura nel report in oggetto degli originali degli arrivi/partenze in loco, scritti invece a mano nell’agosto 1935-maggio 1936 e ricopiati a macchina in seguito dai sottoposti di Gulliksen nell’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel febbraio del 1937.

Terz’ultima anomalia: nello pseudorapporto in via d’esame sussiste un’unica e sola aggiunta a mano ai tabulati degli arrivi/partenze, diversa quindi dalle pagine scritte invece con la macchina da scrivere e tra l’altro dotata di una certa rilevanza. Guarda caso, questa vistosa eccezione risulta infatti posizionata proprio sotto l’unica riga dei tabulati dedicata all’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, con un abbozzo di numeri poco comprensibili che sembrano forse indicare il numero 13:30: forse l’orario di arrivo o ripartenza del velivolo decembrino che tanto interessava l’ufficio doganale di Kjeller, nel febbraio del 1937. Un’altra presunta coincidenza?

Ulteriore anomalia: dagli elementi acquisti durante la nostra ricerca, e confermati da Rob Mulder, nel 1935 le schede venivano compilate manualmente dai piloti e consegnate a mano all’ufficio predisposto in aeroporto. Dunque l’elenco compilato in seguito alla richiesta della dogana era stato battuto a macchina prima di spedirlo alla stessa: ci viene da chiedere a questo punto, per quale motivo l’aeroporto di Kjeller non trascrisse la sola scheda dell’unico pilota e dell’unico volo di dicembre, trasmettendola con tutti i dati che il pilota aveva fornito. Non era forse più semplice, più corretto e più veloce, dato che tale semplice azione avrebbe sicuramente fornito i dati mancanti? E se per regolamento dell’aeroporto la scheda in questione non potevano spedirla, perché non trascriverla a macchina, come avevano fatto sui sei mesi forniti alla dogana?

A questo punto va inoltre evidenziata un’altra clamorosa nota dissonante, e cioè che nello pseudorapporto in esame non emerse in alcun modo il nome di Linköping, la città di Linköping e l’aeroporto di Linköping, a differenza di ciò che invece avvenne con le precedenti affermazioni di Gulliksen, di solo un mese prima.

Esaminiamo infatti due fatti innegabili, connettendoli poi tra loro.

Primo elemento indiscutibile: nella sua dichiarazione al quotidiano Arbeiderbladet del 27 gennaio del 1937, Gulliksen affermò che un unico aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo da Linköping e dall’aeroporto di tale centro urbano.

Secondo fatto sicuro: nel rapporto del 25 febbraio 1937 che stiamo esaminando, non emerse invece in alcun modo e non appare in alcuna forma la parola Linköping, l’aeroporto e la città di Linköping.

I giudici-lettori possono riguardare con cura due, dieci e cento volte il rapporto in via d’esame, ma non troveranno la parola in oggetto, le poche sillabe (Lin-kö-ping) di cui stiamo discutendo: provare per credere.

Bene, a questo punto colleghiamo tra loro e connettiamo le due informazioni – indiscutibili, sicure – di cui siamo ormai in possesso e ragioniamo su di esse. Utilizzando tale pratica riflessiva, la domanda che sorge quasi inevitabile è la seguente: su quali basi, usando quali fonti Gulliksen dichiarò allora che l’aereo (sicuramente, indiscutibilmente) atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era arrivato in loco partendo da Linköping, dall’aeroporto di Linköping?

Per quale ragione, inoltre, nel rapporto in oggetto non compare Linköping?

Forse Gulliksen citò Linköping nel gennaio del 1937, nella sua intervista con l’Arbeiderbladet, basandosi e trovando la sua fonte in una inchiesta condotta in precedenza dalle autorità aeroportuali di Kjeller, e/o dalle forze armate norvegesi e/o dalla polizia norvegese e/o dal governo norvegese?

Ma in questo caso, dunque perché nel rapporto del 25 febbraio del 1937 non emerge alcunché di questa precedente e presunta indagine, pre-27 gennaio 1937? E ancora: per quale misterioso e inspiegabile motivo, all’interno del “rapporto” del 25 febbraio del 1937 non si fece alcun riferimento a una precedente e presunta indagine pre-27 gennaio 1937, che avrebbe dunque indicato Linköping – e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo giunto realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, dando quindi ragione ai norvegesi e torto marcio a Stalin?

Forse allora, come seconda ipotesi, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una precedente e presunta dichiarazione di Jaquet, del presunto pilota dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 al fine di attestare che fosse Linköping il luogo di partenza del velivolo in oggetto?

Ma anche in questo caso, dunque, perché nel “rapporto” del 25 febbraio 1937 non emerse alcunché, non si mostrò alcunché di questa precedente e presunta dichiarazione di “Jaquet”? E ancora: per quale motivo misterioso nel “rapporto” del 25 febbraio del 1937, non si fece alcun riferimento a una precedente, presunta dichiarazione di Jaquet pre-27 gennaio del 1937, che avrebbe indicato Linköping e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo realmente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935?

Forse che, in terzo luogo, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio 1937 una precedente e presunta testimonianza di un meccanico, e/o di una guardia, e/o di un addetto al rifornimento di Kjeller?

In questo caso ipotetico valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare la testimonianza del meccanico/guardia/addetto al rifornimento/ecc. di Kjeller”) con due ulteriori problemi aggiuntivi.

Da chi avrebbero dunque saputo il luogo di provenienza del velivolo decembrino, il meccanico/guardia/addetto al rifornimento?

E se l’avessero saputo da “Jaquet” perché non citare tale fatto all’interno del “rapporto del 25 febbraio del 1937? Perché non indicare “Jaquet” come fonte delle presunte informazioni acquisite dal meccanico/guardia/ecc.?

Forse allora, in quarta battuta, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una sua personale e presunta memoria diretta degli eventi del dicembre del 1935 a Kjeller?

Anche in questo caso ipotetico, valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare, nello pseudo rapporto del 25 febbraio del 1937, la testimonianza diretta e personale di Gulliksen”), con tre ulteriori problemi aggiuntivi.

Se Gulliksen fosse stato presente direttamente, quando arrivò il solitario aereo del dicembre del 1935, perché allora egli non comunicò tale ghiotta e rassicurante informazione al quotidiano Arbeiderbladet e al mondo intero, il 27 gennaio del 1937?

E ancora: da chi egli ebbe e ascoltò in prima persona l’informazione che il velivolo in oggetto era arrivato da Linköping se non dal presunto “Jaquet”, dal presunto pilota del dicembre del 1935?

E in questo caso, perché dunque non citare la “fonte Jaquet” all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, un Jaquet (Edmond H. O. Jaquet) ben vivo e in buona salute sia nel gennaio che nel febbraio del 1937 e che terminò la sua lunga esistenza nell’aprile del 2006?

Forse allora Gulliksen e l’ufficio aeroportuale di Kjeller, come quinta ipotesi, utilizzarono in data 27 gennaio del 1937 e nella sua intervista all’Arbeiderbladet dei documenti scritti, ovviamente datati dicembre 1935, che attestassero che Linköping (e non Berlino) costituiva il luogo di partenza reale dell’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935?

In primo luogo, non esiste alcuna prova dell’esistenza di tale presunto documento/documenti: e almeno per una volta l’onere della prova cade e grava su chi dovesse fare tale affermazione e sostenere tale teoria.

In secondo luogo, per quale motivo tale presunto documento scritto su Linköping non venne citato in alcun modo e in alcuna forma, né da Gulliksen in data 27 gennaio del 1937 durante l sua intervista con l’Arbeiderbladet né all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937?

In sostanza emerge un nuovo e particolare “buco nero” all’interno del documento del febbraio del 1937, se si mette in relazione e in connessione quest’ultimo con le dichiarazioni rese quasi un mese prima da Gulliksen su “Linköping” durante la sua intervista all’Arbeiderbladet: e l’unica spiegazione possibile per tale nota dissonante è che l’aereo del dicembre del 1935 non giunse a Kjeller partendo dall’aeroporto di Linköping, ma da un altro nodo logistico, berlinese e tedesco.

Avvocato del diavolo: “ho letto anch’io con attenzione i tabulati di Kjeller in esame, e innanzitutto mi sono accorto che vi sono due aerei “mai arrivati” nel settembre 1935: e cioè l’aereo del tipo LN-ABE, che partì il 12 settembre 1935, e l’altro velivolo LN-ABE che ripartì – sempre senza alcuna registrazione in loco – il 14 settembre 1935, di proprietà sempre della compagnia aerea Widerøe A/S”.

Sono aerei di nessuna importanza rispetto agli eventi successivi del dicembre del 1935, la cui mancata registrazione del loro arrivo risulta in ogni caso spiegata facilmente dal fatto che i tabulati in oggetto partivano solo dal 30 agosto 1935: se, come pensiamo, i due velivoli in oggetto erano giunti a Kjeller il 29 agosto, oppure il 28 agosto, e via retrocedendo nel tempo, essi non sarebbero ovviamente rientrati nei registri forniti il 25 febbraio del 1937. A supporto di tale tesi, sussiste altresì il fatto sicuro che il velivolo del 12 settembre 1935 risultava di proprietà della compagnia aerea tedesca D-IVOA, ossia di una società straniera e non norvegese, con quindi meno possibilità di utilizzare con rapidità l’aereo di sua proprietà collocato allora nel paese scandinavo.

Lo stesso discorso vale anche per l’ininfluente aereo LN-BAO del 17 aprile 1936, atterrato in quella data con a bordo Jaquet e che non risulta ripartito, almeno dai tabulati in oggetto: la ragione di tale mancata ripartenza è per l’appunto che le registrazioni in via d’esame finiscono il 2 maggio del 1936 e non prendono quindi inevitabilmente in considerazione una ripartenza dell’LN-BAO in oggetto il 3 maggio, o il 4 maggio, e via avanzando nel tempo.

Avvocato del diavolo: “l’aereo LN-ABW partì in ogni caso nel marzo del 1936, e anche di esso non risulta in alcun modo l’arrivo a Kjeller”.

Anche tale velivolo non ha in alcun modo attinenza con il dicembre del 1935, e in ogni caso esso realmente ripartì sicuramente da Kjeller nel periodo più favorevole per i voli e una volta finito l’inverno, a differenza – evidente e plateale – dei velivoli del 26 novembre e del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “l’aereo del dicembre 1935, ossia del volo decisivo, potrebbe essere del tipo LN-BAO e non LN-HAO: infatti la acca maiuscola in oggetto di LN-HAO quasi sembra una bi maiuscola, se esaminata attentamente”.

Innanzitutto abbiamo già notato che la sigla in oggetto, anche e proprio se la ingrandiamo al massimo, risulta HAO e non BAO.

Ma anche se si volesse sostenere – senza basi concrete – che il modello dell’aereo che risulta dai tabulati di Kjeller fosse invece del tipo LN-BAO, sorgerebbe subito il gravissimo problema per cui avremmo un aereo LN-BAO del 15 febbraio del 1936 che risulterebbe in tal caso “spaiato”, visto che dai tabulati in oggetto esso risulterebbe arrivato due volte a Kjeller.

Se si esaminano con cura i tabulati in oggetto, risulta infatti che effettivamente un velivolo del tipo LN-BAO atterrò – atterrò, non ripartì – a Kjeller il 15 febbraio del 1936, alle ore 11,10: ma tale aereo per l’appunto atterrò e giunse a Kjeller, e quindi non “ripartì” e non si levò in volo da Kjeller. E visto che nessun altro aereo del tipo LN-BAO giunse a Kjeller dal dicembre 1935 fino al 14 febbraio 1936, stando sempre ai tabulati in oggetto, il velivolo LN-BAO del 15 febbraio risulta pertanto un diverso aeroplano rispetto all’aereo del dicembre del 1935, anche volendo ammettere per un istante che la sigla in oggetto di quest’ultimo fosse “LN-BAO” e non “LN-HAO”.

Se invece si volesse sostenere la tesi opposta, ossia che fosse lo stesso aereo, si otterrebbe subito l’inevitabile ma assurda conseguenza per cui tale velivolo sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 senza ripartire in alcun modo dall’aeroporto in oggetto, ma per poi atterrare di nuovo e una seconda volta in loco senza essersi mai allontanato dallo snodo logistico di Kjeller: sarebbero necessari troppi miracoli e troppi fenomeni paranormali, ossia un “doppio atterraggio” senza una preventiva ripartenza tra i due arrivi.

Controprova ulteriore: l’aereo LN-BAO del 15 febbraio 1936 ripartì da Kjeller in poco tempo, presumibilmente il giorno stesso o i due giorni seguenti, e cioè il 16 febbraio o il 17 febbraio, in una data impossibile da conoscere con sicurezza in quanto coperta da un altro “buco bianco” che emerge dal report in oggetto.

Avvocato del diavolo: “è possibile che l’aereo con la presunta/reale sigla LN-BAO sia stato demolito per motivi tecnici all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, e che tale sigla sia stata successivamente immatricolata su un altro aereo decollato da un altro aeroporto, successivamente atterrato ancora a Kjeller il 15 febbraio del 1936. Ecco spiegato il doppio atterraggio!”

Siamo ormai tornati ancora una volta nel campo del paranormale, oltre che del ridicolo. Ma, tornando seri, possiamo tranquillamente dimostrare che l’aereo atterrato nel dicembre del 1935 con sigla LN-BAO era del modello Security Airster S-1A di proprietà della compagnia aerea Hesselberg-Mayer & Arnesen/Oslo >Norsk Lufttrafikk Erling Jensen >Vest-Norges Flyveselskap/Bergen, immatricolato l’8 febbraio del 1935 e demolito perché precipitato il 3 marzo del 1938. Nel marzo del 1938, quindi, e non nel dicembre del 1935, come risulta chiaramente dai documenti a nostra disposizione.

Avvocato del diavolo: “riflettendo ancora sulle trascrizioni dei voli dall’originale alla battitura a macchina è possibile che l’addetto d’ufficio quando trascrisse la ripartenza del velivolo LN-BAO avesse sbagliato e così, accanto alla data del 2 febbraio, invece di LN-BAO avesse trascritto LN-BAS. Un errore umano e più che comprensibile”.

Quindi le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero sbagliato nel scrivere “LN-HAO” invece di “LN-BAO” e subito dopo, sempre per un presunto errore umano “comprensibile”, avrebbero errato anche trasformando “LN-BAO” in “LN-BAS”, vincendo in tal modo, sempre “comprensibilmente”, il Guinness dei primati degli errori di battitura: siamo rientrati nel mondo del paranormale, per l’ennesima volta.

Avvocato del diavolo: “le autorità aeroportuali di Kjeller usarono la frase “cortesemente rimandato indietro”, ossia chiesero all’ufficio doganale di restituire loro il rapporto in via d’esame, semplicemente perché Kjeller era un aeroporto di tipo militare, con tutti i vincoli di segretezza derivanti da ciò”.

Innanzitutto Gulliksen e soci fornirono alla dogana di Kjeller solo l’elenco dei voli civili, e non di quelli militari: per gli otto mesi in esame non emergeva quindi alcun “segreto militare”, di alcun tipo o natura.

In secondo luogo era ormai passato più di un anno dal dicembre 1935, oltre che da un volo che – stando almeno a Gulliksen – non aveva nulla di strano o illegale: perché dunque richiedere indietro alla dogana di Kjeller lo pseudorapporto in oggetto e i tabulati e non invece lasciare ad essa almeno una copia, se tali documenti non nascondevano nulla di losco e di strano? Tanto più che il report in oggetto costituiva solamente una “copia conforme certificata” degli originali sulle partenze/arrivi di velivoli a Kjeller nei mesi che vanno dalla fine dell’agosto del 1935 al 2 maggio del 1936: una copia, e non quindi il testo originale degli aerei civili – e non militari – arrivati in loco durante i mesi in oggetto.

Avvocato del diavolo: “ma se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero davvero voluto manipolare e manomettere il report, non sarebbe bastato loro modificare i dati sul volo di dicembre, o addirittura farle scomparire del tutto quest’ultimo?”

Le autorità aeroportuali di Kjeller non potevano “far sparire” i meccanici, i controllori e le guardie che lavoravano a Kjeller nel dicembre del 1935, vista la natura liberaldemocratica della Norvegia  del 1937.

Esse invece realmente manipolarono i dati sull’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, visto sia il “buco bianco” sopracitato che l’assurda sigla LN-HAO, sigla che venne invece usata solo dopo il 1944. Per coprire la loro manipolazione, esse evitarono inoltre con cura di scrivere anche poche righe dettagliate sul solitario velivolo del dicembre 1935, creando dunque il “buco nero” esaminato in precedenza, oltre a far sparire del tutto i dati sulla ripartenza di tale velivolo (il presunto LN-HAO) da Kjeller, che avrebbe sempre potuto essere ricordato dai meccanici, dalle guardie e dei controllori di volo in loco, visto il “difetto” insito in ogni aereo, alias la necessaria presenza umana: oltre a ciò, sempre per cercare di nascondere le loro astute manomissioni, Gulliksen e i suoi sottoposti “annegarono” il rapporto in oggetto con il flusso di informazioni inutili sui voli dell’agosto 1935, settembre 1935 e così via.

Avvocato del diavolo: “alcuni elementi da voi citati possono essere interpretati come semplici e innocenti errori burocratici, semplici e innocenti errori tecnici e di battitura”.

Innanzitutto non fu certo un “errore”, tecnico o burocratico, la totale assenza di una relazione/microrelazione da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sull’unico aereo civile pervenuto in loco nel dicembre 1935, ma bensì una scelta lucida, cosciente e deliberata.

Inoltre siamo ormai in presenza di troppo presunti “errori”, tecnici e burocratici, per credere alla tesi avanzata dall’avvocato del diavolo.

Il presunto “errore” costituito dal “buco bianco” sopracitato.

Il presunto errore sull’LN-HAO, sigla su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Il presunto errore “Norsk Lufttrafikk A/S.

Troppi errori “tecnici”, tra l’altro e per la sola riga dedicata al solitario volo del dicembre 1935: ossia al solo velivolo che interessava la dogana di Kjeller nel febbraio del 1935, e di conseguenza all’unico aereo/volo sul quale le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto relazionare con la massima precisione, con la massima cura e diligenza tecnica e per così dire “burocratica”.

Se poi il giorno fosse stato realmente il 22 dicembre, e cioè quasi dieci giorni dalla data (12 o 13 dicembre 1935, al massimo) che risulta dalla testimonianza processuale di Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese, Gulliksen e i suoi sottoposti non l’avrebbero segnalato in modo chiaro e senza ombra di dubbio “tecnici”

Avvocato del diavolo: “non potremo mai sapere se l’elenco dei voli in via d’esame sia stato archiviato e bucato prima o dopo averlo inviato all’ufficio doganale, e quindi c’è la possibilità che all’inizio il famoso e oscurato numero 22 fosse chiaro e leggibile”.

Si, è molto difficile che viene subito da pensare, per logica, che proprio quella dogana che richiese informazioni solo e unicamente rispetto all’arrivo di aerei del mese di dicembre del 1935 possa avere fatto un buco proprio nei dati dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935.

Inoltre abbiamo già notato che il problema principale è che il “buco bianco” avrebbe avuto pochissima rilevanza se (se…) vi fosse stata una relazione/microrelazione di Gulliksen e sottoposta anche sulla data esatta di atterraggio del volo decembrino del 1935: relazione/microrelazione specifica che invece mancò totalmente e non certo per colpa e responsabilità delle dogane norvegesi, ma viceversa delle astute autorità aeroportuali di Kjeller e dei loro superiori.

Superate le obiezioni dell’avvocato del diavolo, passiamo a riesaminare la figura di Edmond H. O. Jaquet, ossia del presunto pilota del dicembre 1935 a Kjeller.

Edmond H. O. Jaquet nacque nell’agosto del 1914 in Svizzera e, trasferitosi in Norvegia con la famiglia, si interessò fin da giovanissimo di volo aereo.

Nel 1935 egli era diventato ormai un pilota, che tra l’altro aveva effettuato il servizio militare in Norvegia: come si evince dalla rivista “Fly Luftfartsbladet”, numero 1 del 1937 pagina 14, proprio il 21 gennaio del 1937 e solo due giorni prima dell’inizio del secondo processo di Mosca nel quale testimoniò Pjatakov, Jaquet era diventato anche il vicepresidente di un’associazione di piloti militari a soli ventidue anni, venendo citato nell’articolo in esame con la qualifica di “fenrik”, ossia di sottotenente delle forze armate norvegesi.

Edmond H. O. Jaquet era stato dunque un sottotenente dell’aviazione norvegese ed era legato ai circoli militari del paese scandinavo: e a questo proposito è appena il caso di ricordare che l’aeroporto di Kjeller era destinato a scopi prevalentemente militari, oltre che gestito allora da un militare come il maggiore T. Gulliksen, uno degli esponenti di quelle forze armate norvegesi con le quali Jaquet era in stretto contatto anche il 21 gennaio del 1937.

Interessante e molto stimolante anche un’altra informazione relativa a Edmond H. O. Jaquet, che emerge dal sito http://www.lokalhistorye.wiki.no, alla voce “Edmond Jaquet”: quest’ultimo era infatti diventato proprio durante gli anni Trenta co-proprietario della Norsk Lufttrafikk A/S, ossia guarda caso proprio di quella società aerea – fondata nel 1925 – a cui i tabulati del 25 febbraio 1937 attribuivano la proprietà dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935. Un’altra “coincidenza” interessante, a nostro avviso.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei numerosi risultati che abbiamo via via acquisito: e l’insieme dei dati di fatto oggettivi che si sono via via accumulati dimostra con assoluta sicurezza come il rapporto in oggetto sia stato manipolato con astuzia, ma senza alcun ritegno da parte delle autorità aeroportuali di KJeller.

Proprio tale opera di falsificazione diventa subito una concretissima “pistola fumante” a sostegno della tesi per cui Pjatakov arrivò proprio a Kjeller nel dicembre del 1935, con un velivolo decollato da Berlino e ripartito dall’aeroporto di Kjeller nel giro di poche ore il 12 o 13 dicembre del 1935.

IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO SECONDO

 

Linköping e gli otto “buchi neri” di Gulliksen

 

 

Partiamo dall’esame critico della “seconda versione” proprio nella sua tradizionale roccaforte, e cioè la tesi secondo cui il volo clandestino di Pjatakov non era avvenuto (e non poteva in ogni caso avvenire) nel dicembre del 1935 per la semplice ragione che nessun aereo straniero era giunto in volo dall’estero in Norvegia nel mese preso in esame, né tanto meno nell’aeroporto di Kjeller posto vicino a Oslo, indicato dalla pubblica accusa stalinista nel gennaio del 1937 come punto di scalo e di arrivo di Pjatakov sul suolo norvegese: pertanto mancavano totalmente i mezzi materiali e l’opportunità concreta affinché quest’ultimo potesse compiere, partendo da Berlino, il suo presunto volo/colloquio segreto con Trotskij, che a sua volta nel dicembre del 1935 sicuramente risiedeva nella cittadina di Honefoss, collocata nella parte meridionale della Norvegia e a circa cinquanta chilometri di distanza da Kjeller.

Anche per noi risulta evidente l’importanza del problema, ma lo poniamo in modo diverso: se nessun velivolo proveniente dall’estero e da paesi stranieri fosse arrivato sul suolo norvegese nel dicembre del 1935, se nessun aereo – senza far distinzione di nazionalità tra i vettori aereonautici – fosse giunto negli aeroporti norvegesi nel dicembre del 1935, se nessun aereo proveniente dall’estero – sempre senza far distinzione di nazionalità tra i velivoli – fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, allora il volo di Pjatakov non è mai esistito. E a catena, non sarebbe mai potuto avvenire l’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij; e a catena, Pjatakov avrebbe detto clamorosamente il falso, e Trotskij invece la verità sul (presunto) volo a Kjeller; e di conseguenza, cadrebbe subito la tesi sull’esistenza di rapporti di collaborazione politica tra Trotskij e alcuni gerarchi nazisti.

Siamo pertanto in presenza di un punto nodale, per la questione dell’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935. Se questa fosse stata realmente la situazione in Norvegia nel fatidico mese di dicembre del 1935, per Pjatakov sarebbe stato assolutamente impossibile raggiungere la zona vicino a Oslo partendo da Berlino, in cui egli si trovava a quel tempo in visita ufficiale, visto che qualunque altra forma di trasporto avrebbe portato via all’allora viceministro sovietico per l’industria pesante troppo tempo per il viaggio di andata e ritorno, e cioè due giorni di andirivieni (treno/auto per i confini settentrionali della Germania, traghetto per le coste norvegesi, treno/auto per la zona norvegese di Honefoss dove allora risiedeva Trotskij, ritorno a Berlino per via terrestre/marittima, ecc.); tale ipotetica modalità di viaggio avrebbe comportato inoltre troppi controlli doganali e troppi possibili testimoni lungo il tragitto, oltre a un’assenza eccessivamente prolungata e vistosa da Berlino, dal personale sovietico operante in loco e dagli obblighi diplomatici, dagli incontri ufficiali che comporta inevitabilmente una missione politico-commerciale in paesi esteri.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: in questo caso a Pjatakov sarebbero mancati in modo assoluto sia i mezzi materiali che l’opportunità per compiere il suo volo a Kjeller e quindi per vedere Trotskij, e sia i mezzi che l’opportunità risultano di sicuro due elementi centrali, al fine di verificare l’esistenza di un particolare “delitto” quale il volo clandestino in via d’esame.

E’ questa la premessa fondamentale del punto di forza (apparente) della “seconda versione” rispetto al quale vogliamo confrontarci, specificando ancora che la frase e il concetto “nessun aereo proveniente dall’estero in Norvegia, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935” non deve assolutamente far distinzione di nazionalità tra gli aerei: deve comprendere infatti gli aerei di nazionalità estera e non norvegese (argentini, finlandesi, cubani, britannici e via elencando, senza eccezione) come anche gli stessi aerei norvegesi, i velivoli di nazionalità norvegese.

Se invece emergesse che anche un solo velivolo proveniente dall’estero fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, sempre senza alcun riguardo rispetto alla nazionalità dell’aereo proveniente da fuori dei confini della Norvegia, crollerebbe subito il caposaldo della “seconda versione”, ossia l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov e l’assoluta mancanza di mezzi e opportunità per il volo di quest’ultimo, a causa dell’assenza di aeroplani giunti da paesi stranieri sul suolo norvegese e a Kjeller nel mese in via di esame: a Pjatakov bastava infatti usare un solo e unico aereo, per compiere il viaggio di andata e ritorno da Berlino alla Norvegia.

Sembra solo una banale specificazione, assolutamente ragionevole e quasi scontata, ma non risulta né banale né scontata e, come vedremo, assumerà subito una certa importanza: non fu infatti un caso che sia l’intelligente e astuto Trotskij che l’astuto Gulliksen non abbiano parlato mai di “un volo proveniente dall’estero” ma invece di un “aereo straniero”, giunto a Kjeller ovviamente provenendo dall’estero, concentrando da abili illusionisti proprio su tale punto l’attenzione.

A questo punto andiamo al sodo esaminando proprio la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Si tratta di una testimonianza accettata come assolutamente valida da Trotskij, dai sostenitori della “seconda versione” e dagli storici occidentali in genere, con il protagonista (Gulliksen) che si trovava in Norvegia, non certo a Mosca e pertanto fuori dalle grinfie di Stalin: non vi è alcun sospetto che egli fosse un simpatizzante nascosto di Stalin e anzi, come si vedrà tra poco, egli risulta come minimo un testimone assai reticente e molto sospetto, ma tuttavia proprio Gulliksen, e con le sue stesse parole, ci fornisce involontariamente tutta una serie di prove concrete che demoliscono dalla radice la tesi dell’impossibilità materiale (nessun mezzo, nessuna opportunità) del volo di Pjatakov.

Rispondendo per via telefonica, alla fine del gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”[1].

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.

“Si”[2].

Poche parole e tante prove emergono dalla testimonianza di Gulliksen, ma con una sorta di involontario “fuoco amico” contro la tesi che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Prima prova sicura fornita da Gulliksen: l’aeroporto di Kjeller risultò sicuramente aperto e funzionante nel dicembre del 1935, visto che “solo un aereo atterrò qui”. Lasciando stare per un attimo la frase “solo un aereo”, secondo lo stesso Gulliksen perlomeno un “aereo atterrò qui”, a Kjeller e nel dicembre del 1935, e pertanto l’aeroporto di Kjeller risultava certamente operativo e funzionante nel dicembre del 1935. Parola di Gulliksen, e non certo di Stalin: l’aeroporto di Kjeller, situato vicino a Oslo, accoglieva aerei e non risultava certo chiuso, nel dicembre del 1935, come del resto risulta dal rapporto scritto che venne elaborato dalle autorità aeroportuali di Kjeller a fine febbraio del 1937 e su cui ritorneremo.

Seconda prova sicura fornita da Gulliksen: come minimo un aereo viaggiava e volava realmente nei cieli della Norvegia, nel dicembre del 1935. In altri termini, con la sua affermazione Gulliksen ha provato senza alcun dubbio che la Norvegia meridionale del dicembre del 1935 non si era in alcun modo trasformata in una sorta di “triangolo delle Bermude”, ossia in una zona in cui era impossibile volare e atterrare per gli aerei operanti e attivi nel 1935.

Terza prova sicura fornita da Gulliksen: almeno un aereo era realmente atterrato nell’aeroporto di Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia nello stesso mese in cui si svolse (secondo la tesi stalinista) il volo di Pjatakov e il colloquio segreto tra quest’ultimo e Trotskij.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: Gulliksen disse chiaramente che “nel dicembre del 1935” – dicembre – “un aereo” (certo, un solo aereo: ma ci torneremo) “atterrò qui” a Kjeller, mentre Pjatakov a sua volta affermò che il suo viaggio ufficiale diplomatico a Berlino era avvenuto proprio nel dicembre del 1935 e poco dopo il suo arrivo nella capitale tedesca in data 10 o 11 dicembre 1935, verificandosi quindi proprio nel mese indicato da Gulliksen.

Forniamo inoltre altre prove sicure (non fornite questa volta da Gulliksen, ma su cui Gulliksen avrebbe concordato) di carattere tecnico-logistico, e cioè che:

  • a Berlino, nel dicembre del 1935, esisteva un aeroporto di buona qualità come quello di Tempelhof;
  • nel 1935 a Berlino esistevano aerei (tedeschi o di marca straniera) capaci di effettuare lunghe distanze, assai più prolungate di quella Berlino-Oslo (nel 1927 e otto anni prima del 1935, C. Lindberg aveva ad esempio trasvolato senza sosta l’Atlantico coprendo una distanza di ben 5860 chilometri);
  • Berlino dista da Oslo 839 chilometri in linea diretta, con una rotta aerea invece pari a 1031 chilometri;
  • il viaggio aereo tra Berlino e Oslo richiedeva nel 1935 circa quattro ore per un aereo di trasporto di medie prestazioni in condizioni metereologiche normali, senza compiere uno scalo intermedio;
  • lo statunitense J. H. Doolittle nel settembre del 1929 aveva simulato con successo un volo solo strumentale, mentre nel maggio del 1932 era stato compiuto il primo volo strumentale in solitaria;
  • fin dal 1931 proprio i piloti tedeschi erano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, oltre ad avere una radio a bordo ;[3]
  • esistevano altresì aerei che portavano più di due passeggeri a bordo, come ad esempio l’aereo tedesco Junkers JU 52 del 1931, capace di portare fino a diciotto passeggeri da Berlino a Roma senza scalo e volando sopra le Alpi in otto ore[4].
  • esistevano altresì aerei come il tedesco Messerschmitt BF 108 versione B, capace di portare tre passeggeri oltre al pilota e con un’autonomia di volo di circa 1000 km, che entrò in servizio proprio nel 1935[5].
  • la Norvegia stessa acquistò alcuni aerei tedeschi del modello Messerschmitt BF 108, prima del 1939[6].

Giudici-lettori: “d’accordo, diamo per assodati e sicuri i dati di fatto geografici e tecnici di cui sopra, ma arriviamo al punto, per favore: infatti abbiamo verificato che in Norvegia si poteva volare e atterrare, nel dicembre del 1935, oltre che un aereo risulta atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935 e nel mese in cui si sarebbe svolto il presunto/reale volo di Pjatakov.

Ma la sostanza della questione è diversa, come ammesso da voi in precedenza, e riguarda invece l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, derivata a sua volta dal fatto che nessun aereo era giunto in Norvegia da fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: e Gulliksen dice chiaramente che nessun aereo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che nel suo aeroporto era arrivato solo un aereo norvegese sempre in quel periodo”.

No, cari giudici-lettori: l’astuto Gulliksen certo ci informa che nessun aereo straniero era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ma anche (seppur in modo assolutamente reticente) è costretto a rivelarci che l’aereo “norvegese” di cui parla era partito da Linköping[7].

E’ questa la quarta e decisiva prova testimoniale – sicura e inequivocabile – che ci fornisce Gulliksen: l’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva a suo dire da Linköping. Dall’aeroporto di Linköping.

Un fatto sicuro: Linköping, la città di Linköping.

Avvocato del diavolo: “ma cosa avrebbero di tanto particolare Linköping, la città e l’aeroporto di Linköping?”.

Linköping ha di particolare per il nostro “giallo” il fatto, sicuro e incontestabile, di non essere una città norvegese, nel 2016 come nel 1935: viceversa Linköping risultava nel dicembre del 1935 ed è tuttora un centro urbano svedese, collocato fuori dai confini della Norvegia.

Colpo di scena, giudici-lettori.

Linköping è una città svedese, e lo era anche nel 1935: non si tratta di un’informazione fasulla proveniente dalla “scuola stalinista di falsificazione” (Trotskij rispetto ai processi di Mosca), ma viceversa di una realtà sicura e certa, come del resto l’esistenza e l’operatività di un aeroporto nel centro urbano svedese di Linköping anche nel dicembre del 1935.

Se dunque Linköping risultava nel 1935 una città svedese (controlla pure su Internet, avvocato del diavolo), anche seguendo la testimonianza di Gulliksen l’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: fatto sicuro, certo e inequivocabile, tra l’altro fornito dall’insospettabile (per la “seconda versione”) Gulliksen e riportato dallo stesso Trotskij, nella sua deposizione della commissione Dewey e durante la tredicesima sessione di quest’ultima. Controlla pure su Internet, avvocato del diavolo, anche su tale punto specifico.

Logica, sicura e inevitabile conseguenza: dato per assodato che Linköping risultava nel dicembre del 1935 una città svedese e con un aeroporto in loco, l’aereo norvegese proveniente “da Linköping” giungeva pertanto dall’estero e da fuori dei confini norvegesi, anche e proprio in base alla testimonianza del reticente Gulliksen.

E a catena, visto che tale aereo proveniva sicuramente da fuori dei confini norvegesi, diventa subito falsa la tesi secondo cui nessun aereo proveniente dall’estero fosse arrivato in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935; in altri termini, crolla subito e totalmente la tesi sull’impossibilità materiale per Pjatakov di compiere un viaggio da Berlino a Oslo, inattuabilità che come si è già notato costituiva a sua volta il punto forte della “seconda versione”, almeno finora.

Bisognava provare innanzitutto che il volo di Pjatakov a Oslo non fosse impossibile nel dicembre del 1935, e che quindi Pjatakov avesse mezzi e opportunità per compiere il suo volo nella zona di Oslo nel dicembre del 1935: sotto questo aspetto cosa abbiamo finora trovato, grazie a Gulliksen?

Abbiamo avuto l’informazione in base alla quale l’aeroporto di Kjeller era certamente aperto e operativo, nel dicembre del 1935.

Abbiamo scoperto che realmente si volava, viaggiava e atterrava in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935: nessun “triangolo delle Bermude” proiettato in terra nordica, pertanto, nel mese in esame.

Abbiamo scoperto che un aereo risultava realmente atterrato a Kjeller, proprio nel dicembre del 1935 e proprio nel mese in cui Pjatakov era arrivato in missione diplomatica a Berlino.

Abbiamo soprattutto ottenuto la rivelazione che l’unico aereo, il solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: da Linköping e dalla Svezia, se non altro secondo le dichiarazioni dell’ufficiale militare T.G. Gulliksen.

Inoltre ormai sappiamo che nel dicembre del 1935 l’aereo proveniente dall’estero e atterrato a Kjeller risultava distante solo cinquanta chilometri da Honefoss e dalla cittadina norvegese nella quale risiedeva indubbiamente Trotskij, durante il mese che ci interessa.

Sappiamo inoltre con sicurezza che a Berlino, nel dicembre del 1935, esistevano aerei e aeroporti moderni, e abbiamo appreso che a Kjeller, punto d’arrivo norvegese del presunto/reale volo di Pjatakov, esisteva ed era soprattutto operativo un aeroporto; sappiamo che il volo da Berlino a Oslo (circa mille chilometri) risultava più che fattibile sul piano tecnico nel 1935, e a tal fine basta solo ricordare la celebre transvolata oceanica di Lindbergh del maggio 1927 e avvenuta circa otto anni prima del dicembre 1935.

Conclusione inevitabile, a Pjatakov quindi non mancavano né i mezzi né le opportunità per compiere un volo da Berlino a Oslo (e ritorno), nel dicembre del 1935: non solo non sussisteva alcuna impossibilità assoluta rispetto al viaggio aereo, ma anzi erano ben presenti tutti i presupposti e le condizioni concrete per il trasferimento dell’allora viceministro dell’industria pesante sovietica da Berlino a Kjeller, in terra norvegese, a partire proprio dall’arrivo a Kjeller dall’estero di quel misterioso velivolo del dicembre 1935 su cui torneremo tra poco.

Addio per sempre, quindi, all’ormai defunta teoria sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov verso la Norvegia nel dicembre del 1935, e più precisamente il 12 o 13 dicembre.

Perché comunque fermarsi solo a questi elementi di fatto e alla demolizione di una tesi divenuta ormai insostenibile? Abbiamo già notato che involontariamente Gulliksen risulta una ricca fonte di informazioni, ma a vantaggio dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov.

Un altro elemento sicuro, fornito dall’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller, consiste nel fatto certo in base al quale un solo aereo (e uno solo) atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, e guarda caso esso proveniva dall’estero, mentre la quota risultava viceversa pari a zero per gli aerei invece provenienti dalla stessa Norvegia e diretti/atterrati a Kjeller, sempre nei trentun giorni in via d’esame.

Rileggiamo infatti attraverso una prospettiva diversa le dichiarazioni di Gulliksen, giudici-lettori. Gulliksen rilevò testualmente che a Kjeller, nel dicembre del 1935, “solo un aereo atterrò qui”: frase apparentemente innocua, se staccata e avulsa dal fatto (sicuro) che tale aereo proveniva dal di fuori dei confini norvegesi, ma che va ora invece letta e interpretata in una luce molto sfavorevole per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Stando alle affermazioni dello stesso Gulliksen, infatti, nessun velivolo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 provenendo dagli altri aeroporti norvegesi, a parte per l’appunto la clamorosa eccezione del volo giunto dall’estero, e almeno a suo dire da “Linköping”.

In altri termini: aerei provenienti a Kjeller dagli altri aeroporti norvegesi = zero, nel dicembre 1935.

Aerei invece giunti nel dicembre del 1935 a Kjeller partendo da aeroporti esteri, non-norvegesi: uno.

Si tratta di un’asimmetria notevole, che fa pensare inevitabilmente: “ma non è un fatto strano che l’unico e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse dall’estero e dal di fuori dei confini norvegesi, mentre sappiamo che il presunto/reale viaggio di Pjatakov è collocato temporaneamente proprio nel dicembre del 1935?”.

Ulteriore elemento sicuro, fornito involontariamente da Gulliksen: il fatto sicuro per cui dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936, e quindi per più di sette lunghi mesi, e quindi per circa duecentoventi giorni, pochissimi aerei provenienti dall’estero erano atterrati a Kjeller. In quasi sette mesi e mezzo, dal 18 settembre del 1935 fino al 30 aprile del 1936, secondo Gulliksen solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo da stati stranieri, da aeroporti stranieri: e una di queste rare, solitarie “aquile del cielo” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, e cioè in concomitanza temporale (su scala mensile, certo) con il presunto/reale volo di Pjatakov del dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “si può trattare solo di una coincidenza fortuita…”.

No, signor avvocato del diavolo: siamo in presenza di cinque “coincidenze fortuite”, non di una sola.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese, nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava funzionante nel dicembre del 1935, anche secondo il suo direttore T. Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta in loco per tutto il mese di dicembre del 1935: e tale aereo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando almeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè il giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, ben pochi aerei giunsero all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per circa duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie”, di questi pochi velivoli atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, ossia nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dopo il dicembre del 1935, e dal primo gennaio 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen e “in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto” non atterrò a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando sempre alla versione di Gulliksen – e sicuramente arrivato a Kjeller da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”. Il misterioso aereo in esame atterrò provenendo dall’estero all’aeroporto di Kjeller, località che guarda caso dista solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, ossia dalla cittadina della Norvegia meridionale nella quale indubbiamente risiedeva Trotskij nel dicembre del 1935: in pratica solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, separavano Kjeller da Honefoss e dalla zona nella quale era allora collocato Trotskij.

Una sola “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un determinato evento, ma cinque “coincidenze fortuite”, cinque “casualità” sullo stesso fatto-volo risultano come minimo molto sospette, anche se considerate isolatamente e senza altri elementi sicuri di prova. Secondo il principio individuato dal criminologo francese E. Locard, quando una persona nell’ambito di un crimine entra in contatto con un’altra persona o un oggetto (= l’aeroporto di Kjeller, nel caso specifico), lascia sempre delle tracce sull’oggetto del suo delitto: una traccia come quella ad esempio lasciata dal misterioso e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo sicuramente dall’estero.

La tesi delle “cinque coincidenze fortuite” sullo stesso evento-volo si rivela subito insostenibile e indifendibile: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 risalta ed emerge infatti come una grossa macchia di inchiostro nero schizzata su un foglio bianco, anche perché la combinazione di presunte casualità in via d’esame deriva inevitabilmente dalle dichiarazioni rese da un testimone antistalinista, oltre che – come vedremo tra poco – come minimo molto reticente.

Avvocato del diavolo: “d’accordo, un aereo è arrivato dall’estero a Kjeller nel dicembre del 1935. Ma in ogni caso tale velivolo norvegese non arrivava da Berlino ma viceversa dalla città svedese di Linköping, e inoltre non aveva a bordo passeggeri: non avete quindi provato niente di importante”.

Ormai caduta e crollata per sempre la tesi sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, alla “seconda versione” rimane solo la parola del militare norvegese T. Gulliksen per poter affermare che l’aereo realmente arrivato dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, provenisse proprio da Linköping, fosse di nazionalità norvegese e che esso inoltre non avesse a bordo alcun passeggero, ad esempio un certo signor Pjatakov.

Stiamo quindi affrontando un problema molto diverso da quello affrontato in precedenza, dovendo a questo punto “solo” verificare se si può prestare fede alle affermazioni e alla tesi di Gulliksen sul fatto che l’aereo in esame fosse norvegese e provenisse da Linköping, e non invece da Berlino, non avendo poi a bordo alcun passeggero: ma a questo proposito risulta relativamente facile dimostrare che Gulliksen mentì in modo abile su questi nodi ed elementi decisivi, utilizzando a tal fine proprio una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Gulliksen.

Anche tralasciando per il momento le “cinque coincidenze” fortuite sopra esaminate, è infatti Gulliksen in prima persona ad autodistruggere involontariamente la veridicità e il livello di credibilità delle sue stesse dichiarazioni attraverso otto clamorosi “buchi neri” e due asimmetrie incredibili, che emergono proprio mentre egli fornì dati e informazioni sui voli arrivati via via a Kjeller, dal settembre 1935 fino al 1 maggio 1936.

A questo proposito va subito sottolineato che nelle sue dichiarazioni telefoniche, rese al giornale laburista norvegese Arbeiderbladet e riportate per esteso proprio da Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, alla fine di gennaio del 1937 Gulliksen non fornì né il giorno dell’atterraggio del volo dicembrino proveniente a suo dire da Linköping, né l’identità del pilota dell’aereo a suo dire norvegese proveniente dall’aeroporto svedese, né la tipologia del velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935.

Fatto innegabile, ma allo stesso tempo assai singolare e anzi assurdo, se Gulliksen fosse stato un testimone in buona fede.

Avvocato del diavolo: “perché strano? Forse si è trattato solo di una banale dimenticanza, oppure la dichiarazione di Gulliksen risultava molto breve e concisa…”.

Non proprio. Sempre grazie a Trotskij e alle sue affermazioni, espresse durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, veniamo infatti a conoscenza che proprio lo stesso Gulliksen, e sempre nella sua dichiarazione telefonica del 29 gennaio del 1937, con grande diligenza e abbondanza di dettagli sottolineò invece rispetto all’ultimo aeroplano straniero atterrato a Kjeller nel 1935 che esso atterrò “il 19 settembre” del 1935, notando anche che “era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Esso era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”[8].

Un aereo atterrato a Kjeller “il 19 settembre” del 1935.

Un velivolo britannico e pilotato dal “signor Robertson”.

Un aereo “inglese SACSF”.

Un velivolo con a bordo il “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Ma quante informazioni! Bravo, signor Gulliksen: un funzionario molto preciso, pignolo e inappuntabile, almeno rispetto all’innocuo volo e all’atterraggio del 19 settembre 1935. Peccato che in merito all’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, egli si dimentichi invece di aggiungere: l’aereo del tipo “xy” è atterrato il giorno “x” del dicembre 1935, e il suo pilota era “xyz”.

Soffermiamoci su questo nodo assai importante, perché a modo suo e indirettamente Gulliksen ci fornisce subito tre indizi fondamentali, e combinati tra loro, a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov, anche se tutti e tre in forma negativa e mediante tre “dimenticanze” assurde e abnormi, se Pjatakov non fosse realmente atterrato all’aeroporto di Kjeller provenendo dalla Berlino nazista del dicembre del 1935.

Ma per capire bene la loro importanza dobbiamo innanzitutto tener presente che un aereo risulta un oggetto molto ingombrante, impossibile da nascondere a testimoni diretti quali ad esempio i meccanici, gli addetti al rifornimento di carburante e le guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; dobbiamo avere altresì ben presente che nel gennaio del 1937 era passato solo poco più di un anno dal dicembre del 1935 e che inoltre un solo e unico aereo, dalla Norvegia o dall’estero, era atterrato nel dicembre del 1935 a Kjeller, rimanendo quindi potenzialmente “esposto” e ben impresso nella memoria collettiva dei lavoratori e delle guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; quindi di troppi testimoni potenziali, in un mese di dicembre nel quale tra l’altro esistevano nel 1935 (come ai nostri giorni) due precise date di riferimento per questi ultimi, ossia il 25 e il 31, Natale e Capodanno.

In terzo luogo va ancora sottolineato e ricordato che, nella sua deposizione in via d’esame, Gulliksen descrisse invece senza alcun problema il giorno dell’arrivo dell’ultimo aereo straniero e giunto dall’estero prima del dicembre del 1935 (il 19 settembre del 1935), il modello dell’aereo (un aereo britannico SACSF) e il pilota dello stesso, un certo “Robertson”, specificando anche che con quest’ultimo egli aveva buoni rapporti[9].

Infine si deve tenere a mente che il governo laburista in carica dal marzo del 1935 al gennaio del 1937 aveva a quel tempo relazioni poco felici con l’Unione Sovietica, anche a causa dell’asilo politico concesso dalle autorità di Oslo nel giugno del 1935 a un celebre nemico di Stalin come Trotskij, oltre ad essere ovviamente sotto pressione all’inizio del 1937 per le rivelazioni fornite da Pjatakov sul suo viaggio clandestino e sotto falso nome in terra norvegese.

A questo punto possiamo tornare all’esame dei primi tre “buchi neri” della testimonianza, di Gulliksen, attentamente studiata da quest’ultimo (e probabilmente dal governo norvegese) e pubblicata il 29 gennaio del 1937 sull’Arbeiderbladet.

Prima e fondamentale “dimenticanza”: Gulliksen non ci fornisce il giorno dell’atterraggio del volo proveniente a suo dire dalla Svezia, a differenza del caso dell’aereo inglese giunto a Kjeller il 19 settembre del 1935, e siamo subito in piena fantascienza.

In pratica un solo e unico aereo era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, non certo cento o mille; Gulliksen aveva perfettamente a sua disposizione i registri degli arrivi (anzi, dell’unico arrivo) di aerei a Kjeller nel dicembre del 1935; nella sua intervista telefonica all’Arbeiderbladet egli dichiarò testualmente di aver “esaminato il registro giornaliero” degli arrivi a Kjeller, prima di effettuare le sue dichiarazioni; Gulliksen sapeva inoltre benissimo che era in questione l’esistenza o meno del volo dicembrino di Pjatakov, anche attraverso la sua testimonianza; e avendo tutto ciò bene in mente, egli non fornì come minimo il giorno esatto dell’arrivo a Kjeller dell’aereo proveniente, a suo dire, dalla città svedese di Linköping?

Eppure è ciò che accadde, con un primo “buco nero” incredibile: in altri termini, Gulliksen non ci informò, con poche e semplici parole, sul semplice fatto che l’aereo in esame fosse atterrato a Kjeller ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il giorno di Natale del 1935, o altresì l’ultimo dell’anno, e così via. Era un atto facilissimo da compiersi e sintetizzabile in sole tre sillabe (ad esempio, “primo dicembre 1935”, oppure “sette dicembre 1935”, ecc.); eppure tale semplicissima azione non venne compiuta da Gulliksen, nella sua studiata e ben meditata deposizione rilasciata per via telefonica al giornale Arbeiderbladet.

Per quale motivo Gulliksen non indicò il giorno d’arrivo del volo da Linköping, mentre l’aveva fatto invece con ammirevole e notevole precisione rispetto all’innocuo e insignificante aereo britannico giunto a Kjeller, il 19 settembre del 1935?

Secondo buco nero: Gulliksen non ci dice niente neanche del modello dell’aereo “norvegese” giunto a suo dire “da Linköping” a Kjeller, mentre invece aveva fornito con precisione e senza problemi tutta una serie di informazioni (“aereo britannico SACSF”) in merito al velivolo britannico giunto nell’aeroporto da lui diretto il 19 settembre del 1935. Per quale motivo Gulliksen non ci fornisce neanche il semplice e banale dettaglio rispetto alla tipologia dell’aereo, a suo dire norvegese?

Terzo “buco nero”: Gulliksen si “dimentica” altresì di indicarci il nome (o i nomi) del pilota (o dei piloti) che aveva guidato l’aereo “norvegese” da Linköping fino a Kjeller, aprendo subito la caccia ai motivi di tale (non certo casuale) rimozione di un ulteriore elemento materiale banale, semplicissimo per lui da ricordare o almeno da reperire, utilizzando a tale scopo anche i registri del tempo dell’aeroporto di Kjeller a sua piena e completa disposizione. Sappiamo infatti dell’esistenza del “signor Robertson”, ossia del pilota britannico dell’ininfluente volo arrivato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma invece nulla del pilota (o dei piloti) dell’influente e interessantissimo velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, in una data non specificata, non indicata e non citata da Gulliksen; sappiamo addirittura, sempre grazie a Gulliksen, che egli era “in buoni rapporti con il signor Robertson” e quindi con il pilota atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma Gulliksen non rivela invece alcunché sull’identità dell’aviatore giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, con un presunto “aereo norvegese” e quindi quasi sicuramente anche con un pilota norvegese, della stessa nazionalità di Gulliksen.

In sostanza del solo, unico, solitario aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, proprio durante il mese “caldo” per il volo di Pjatakov e proprio nel mese (gennaio 1937) in cui la Norvegia si trovava sotto i riflettori dei giornali di buona parte del mondo, Gulliksen si “dimentica” di fornirci perlomeno e come minimo la data esatta dell’atterraggio del dicembre del 1935, mentre invece subito e con precisione ci informa che non c’era alcun passeggero a bordo. Siamo nel campo dell’assurdo, specialmente se teniamo sempre a mente che invece Gulliksen rilevò senza problemi data di atterraggio, modello di aereo e pilota (il sig. Robertson) dell’insignificante e innocuo aereo britannico del 19 settembre 1935, creando pertanto una dissonanza e un’asimmetria clamorosa, palpabile e indiscutibile tra le informazioni fornite rispetto ai due diversi voli/atterraggi presi in esame, e tra l’altro per gli ultimi quattro mesi del 1935, dallo stesso Gulliksen.

Oltre a questa prima e fondamentale asimmetria, risulta subito facile scoprirne anche una seconda: infatti Gulliksen, con ammirevole precisione, si era ricordato e aveva dato notizia ai giornali e al mondo intero anche del primo volo arrivato dall’estero nel suo aeroporto durante il 1936, sottolineando come si è già visto con notevole pignoleria che esso era giunto a Kjeller “il 1 maggio del 1936”.

Di nuovo bravo, signor Gulliksen: quando voleva, egli costituiva un funzionario statale impeccabile e molto attento alle date e ai dettagli, in questo caso al “1 maggio del 1936”.

Peccato che lo stesso Gulliksen si sia invece – e non certo casualmente – “dimenticato” di informare il globo terrestre sulla data esatta di atterraggio del velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935. In altri termini Gulliksen ha messo a conoscenza tutto il mondo, con indiscutibile precisione, delle date di arrivo riguardanti sia il volo del 19 settembre 1935 che quello del 1 maggio 1936 ma, guarda caso, egli non ha invece fornito alcuna informazione precisa (se non riferire che “nessun passeggero era a bordo”) in merito all’aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935: siamo quindi in presenza di due asimmetrie, e non di una sola, aventi per oggetto in ogni caso sempre i giorni esatti di atterraggio dei velivoli nell’aeroporto norvegese in quel periodo diretto da Gulliksen.

Ma non ci basta rilevare i tre clamorosi “buchi neri” di Gulliksen e le due asimmetrie appena indicate, visto che simultaneamente possiamo anche mostrare le reali ragioni che spiegano tali fenomeni e fatti indiscutibili, altrimenti assurdi e quasi inconcepibili.

Per quanto riguarda il primo “buco nero”, relativo alla mancata esposizione della data dell’atterraggio, la semplice e unica risposta è che l’aereo che atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 non solo proveniva dall’estero, ma altresì che il velivolo era giunto in loco proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, e cioè proprio nei giorni indicati da Pjatakov rispetto al suo volo in Norvegia.

Una brutta notizia per le autorità norvegesi, e un dato di fatto molto spiacevole che esse dovevano neutralizzare e rendere innocuo a tutti i costi di fronte all’opinione pubblica, norvegese e internazionale: ma come?

Gulliksen non poté ovviamente citare una di tali date, perché esse simultaneamente avrebbero messo in crisi il governo norvegese e fatto invece trionfare il detestabile (per i laburisti norvegesi) Stalin, ma allo stesso tempo egli non poteva far sparire del tutto il volo giunto dall’estero: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 rappresentava infatti un mezzo vistoso e ingombrante, l’avevano visto meccanici, guardie e addetti alla fornitura di carburante ed esso risultava tra l’altro l’unico velivolo atterrato (proveniente dall’estero) nel dicembre del 1935, il cui arrivo costituiva pertanto un evento ricordabile con relativa facilità da questi ultimi.

L’unica soluzione possibile per Gulliksen e il governo laburista norvegese risultava pertanto quella di citare brevemente il volo del dicembre 1935, ma senza dichiarare in alcun modo la data precisa di arrivo e il giorno esatto di atterraggio a Kjeller del velivolo arrivato dall’estero.

Visto che Pjatakov affermò di essere atterrato in Norvegia e in un aeroporto norvegese proprio nel dicembre del 1935, il silenzio totale di Gulliksen sulla data esatta di arrivo del misterioso velivolo sicuramente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 risulta già di per sé estremamente significativo: ma a questo primo elemento concreto si possono subito aggiungere alcune verifiche incrociate sul carattere rivelatore del primo “buco nero” di Gulliksen.

Prima prova del nove: ovviamente la precisione dimostrata invece da Gulliksen sul 19 settembre del 1935, sulla data di arrivo dell’aereo inglese SACSF pilotato “dal signor Robertson”. Se l’aereo fosse arrivato ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il 25 dicembre, o il 31 dicembre di quell’anno, Gulliksen avrebbe fornito la notizia sulla data di arrivo con la stessa tranquillità, con la medesima sicurezza e con la stessa pignoleria usate invece rispetto all’atterraggio dell’innocuo aereo britannico giunto in Norvegia nel settembre del 1935, il “19 settembre” del 1935 con “il signor Robertson” a bordo, oltre che per il volo del 1 maggio del 1936.

Seconda controprova: la rapidità ed “efficienza” con cui Gulliksen rilevò che sull’aereo in via di esame non vi erano a bordo “passeggeri”. Se il velivolo in oggetto era arrivato davvero da Linköping e in un giorno diverso dal 12 e 13 dicembre del 1935, che bisogno c’era di fornire tale (precisa, per una volta) informazione da parte di Gulliksen?

Terza verifica. Gulliksen ci informa altresì, nella sua intervista telefonica, che a Kjeller stazionavano e agivano delle “guardie”, e che quindi era “assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”. Ma il volo di Pjatakov, stando alla versione di quest’ultimo, atterrò a Kjeller nelle prime ore del pomeriggio: il riferimento alla “notte” da parte di Gulliksen, pertanto, non ha alcun senso se non quello di cercare di rendere per forza impossibile il volo di Pjatakov.

Anche in questo caso, come nei precedenti, siamo in presenza di un surplus e di una sovrabbondanza di dettagli e informazioni quasi inutili, tese solo a mascherare il problema decisivo della data di arrivo su cui invece Gulliksen, viceversa assai loquace su elementi irrilevanti, non ci dice niente.

Quarta verifica incrociata della nostra tesi: Gulliksen addirittura ci fornisce delle informazioni banali ma precise sulle sue relazioni personali con il “signor Robertson”, con cui egli era “in buoni rapporti”, ma invece tiene un totale silenzio sulla notizia decisiva nel caso in via d’esame, e cioè sulla data esatta di arrivo dal misterioso velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

Quinta “prova del nove”: per quale motivo Gulliksen e i suoi superiori non fecero testimoniare il pilota – o i piloti – dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935? Se realmente il velivolo in oggetto proveniva da Linköping e senza passeggeri a bordo, il suo pilota (o i piloti) avrebbero potuto facilmente confermare almeno con una deposizione scritta non solo tali elementi di fatto, ma altresì ricordarsi anche del periodo in cui avvenne il volo, seppur a grandi linee: ad esempio notando che esso era avvenuto all’incirca all’inizio del mese, oppure poco prima di Natale o negli ultimi giorni di dicembre del 1935. Ma non vi fu invece alcuna deposizione, telefonica o scritta, né alcuna conferenza stampa da parte del pilota sconosciuto – o dei piloti ignoti – alla guida dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, in data non meglio precisata.

Effettuate queste particolari verifiche, non vi possono essere dubbi che l’unica spiegazione possibile per comprendere il silenzio tombale, altrimenti assurdo e abnorme, di Gulliksen, sulla data esatta di atterraggio dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, è che tale velivolo pervenne in loco in un giorno terribilmente scomodo e inopportuno per le autorità norvegesi e per Gulliksen: il 12 o 13 dicembre, e cioè proprio in una delle date che emergevano dal resoconto fornito da Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese.

Se la nostra tesi non fosse vera, il silenzio dell’astuto Gulliksen costituirebbe infatti non solo un fatto incomprensibile e abnorme, ma sarebbe andato poi contro gli stessi interessi di quest’ultimo e del governo norvegese del tempo, di matrice laburista: un esecutivo in carica dall’inizio del 1935 e quindi responsabile anche degli atti commessi da funzionari statali del loro paese nel dicembre 1935, oltre che ovviamente attento a non darla vinta al detestato regime stalinista e alle sue accuse in merito al volo clandestino di Pjatakov a Kjeller, in terra norvegese.

Se l’aereo misterioso non fosse atterrato a Kjeller il 12 o il 13 dicembre del 1935, ma viceversa e  ad esempio il 2, il 10, il 16, il 24, il 31 dicembre del 1935, affermando la pura e semplice verità e fornendo il dato veritiero del giorno di arrivo dell’aereo giunto “da Linköping”, Gulliksen avrebbe reso un ottimo servizio al suo governo, facendo saltare tutto l’impianto dei processi di Mosca del gennaio del 1937 e mostrando con sicurezza che esso costituiva solo una farsa, screditando pertanto davanti a tutto il mondo la dirigenza dell’Unione Sovietica del tempo; eppure Gulliksen non disse proprio niente, in merito al giorno esatto dell’atterraggio del misterioso aereo proveniente (a suo dire..) da Linköping, creando tuttavia in tal modo un’anomalia e una nota dissonante clamorosa e abnorme ma, allo stesso tempo, relativamente facile da comprendere e interpretare.

Gulliksen non rivelò l’informazione sul giorno di arrivo del misterioso aereo proveniente da “Linköping” per una sola e semplice ragione, e cioè che tale data risultava per l’appunto il 12 o 13 dicembre del 1935: le due date che emergono dalla testimonianza resa da Pjatakov al processo di Mosca del gennaio del 1937. Ma indirettamente, e proprio non rivelando la data in cui il misterioso velivolo giunse da “Linköping” a Kjeller, Gulliksen forzatamente riconobbe, seppur in modo obliquo e parziale, tale realtà di fatto: non rivelare – volutamente e coscientemente – il giorno di atterraggio dell’anomalo aereo dicembrino proveniente, almeno a suo dire, da Linköping, equivaleva infatti a un’indiretta, parziale ma inequivocabile ammissione rispetto a tale elemento decisivo. Spesso le migliori menzogne avvengono infatti per omissione, ma esse vengono scoperte se vengono filtrate e decodificate attraverso altri elementi, quali ad esempio la sovrabbondanza di informazioni fornite invece su altri aspetti assolutamente secondari, come il volo del “19 settembre del 1935” del “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Rispetto al secondo “buco nero”, relativo invece alla tipologia dell’aereo proveniente dall’estero, il personale tecnico di un aeroporto anche nel 1935 risultava sufficientemente esperto e dotato di cognizioni tali da poter riconoscere un modello di velivolo dall’altro: Gulliksen era pertanto costretto, per forza di cose, a glissare e passare sotto silenzio anche tale punto rimanendo forzatamente sul vago, a differenza dell’ammirevole precisione da lui dimostrata invece quando descrisse l’innocuo e insignificante “aereo inglese, SACSF” pilotato dal “signor Robertson”, e l’altrettanto innocuo volo del 1 maggio del 1936.

E il terzo “buco nero”, sul nome del pilota? Dare un nome e cognome preciso, fornire un’identità precisa al pilota risultava in ogni caso un’azione evidentemente rischiosissima per le autorità politiche di Oslo.

Se esse e Gulliksen avessero infatti dichiarato che quest’ultimo era di nazionalità norvegese, tale aviatore avrebbe potuto essere facilmente rintracciato e negare tutto, contribuendo in tal modo a rivelare come minimo la data dell’isolato, unico e solitario atterraggio compiuto a Kjeller nel dicembre del 1935: e cioè l’elemento fattuale basilare che Gulliksen e il governo norvegese non potevano né volevano in alcun modo svelare alla stampa e a Stalin, pena la perdita della faccia e una gigantesca crisi politica interna (“ma allora è vero che il nostro governo ha mentito, sul volo di Pjatakov”). Se invece Gulliksen avesse ammesso che il pilota non era di nazionalità norvegese, il solo fatto di rivelare la sua identità straniera avrebbe provocato l’immediato e devastante collasso della tesi ufficiale, facendo infatti subito nascere una domanda molto semplice: “perché un aereo norvegese, o spacciato per norvegese, aveva alla sua guida un pilota straniero e non invece un aviatore norvegese?”.

Per quanto riguarda invece le due asimmetrie in esame, esse derivano in modo inevitabile e necessario dal confronto tra l’obbligato – e rivelatore – silenzio di Gulliksen sulla scottante data di arrivo dell’aereo dicembrino e la viceversa, tranquilla, precisa enunciazione da parte sua delle innocue informazioni sugli inoffensivi aerei del 19 settembre 1935 e del 1 maggio 1936.

Tre buchi neri clamorosi di Gulliksen, sull’aereo arrivato a suo dire da Linköping.

Tre dati di fatto non forniti da quest’ultimo, in maniera a prima vista inspiegabile.

Due evidenti asimmetrie tra le scarne informazioni sull’aereo dicembrino e le notizie invece fornite in abbondanza da Gulliksen, sia sull’insignificante e inoffensivo aereo britannico SACSF, arrivato il 19 settembre del 1935 a Kjeller e guidato dal “signor Robertson” con il quale egli “aveva buoni rapporti” che rispetto all’aereo del 1 maggio del 1936.

Una sola spiegazione possibile, per tale trio combinato di “buchi neri” e simultaneamente anche le asimmetrie in via d’esame: il volo era arrivato a Kjeller nei giorni (12 o 13 dicembre) indicati da Pjatakov al processo di Mosca, in un periodo quindi “caldissimo” per il povero Gulliksen e per le autorità di Oslo, mentre l’aereo britannico del 19 settembre del 1935 era tutto, meno che pericoloso per loro, cosi come il velivolo del 1 maggio 1936.

Inevitabile conseguenza: l’aereo atterrò nei giorni “caldi” indicati da Pjatakov e soprattutto non proveniva da Linköping, ma viceversa da Berlino e proprio con Pjatakov a bordo.

Avanziamo subito una sfida ai giudici-lettori: trovate un’interpretazione plausibile diversa da quella da noi fornita che spieghi, allo stesso tempo, sia i tre “buchi neri” sopracitati, che le due asimmetrie esposte poco sopra.

Per aiutarvi in questa operazione, affrontiamo di nuovo la questione utilizzando il criterio di esclusione delle opzioni a disposizione di Gulliksen e dei suoi superiori, mettendoci nei loro panni.

Accettiamo per un istante l’ipotesi dell’inesistenza del volo/atterraggio di Pjatakov in Norvegia e a Kjeller.

Dato per assodato questo presupposto, abbiamo già notato che se davvero Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 Gulliksen e i suoi superiori non avrebbero avuto alcun problema a esporre che l’aereo norvegese del tipo xy, guidato dal pilota norvegese xyz, era atterrato in loco in un giorno qualunque del mese in via d’esame: il 1 dicembre del 1935, o il 7 dicembre oppure la vigilia di Natale, e così via.

Essi avrebbero potuto anche far testimoniare davanti alla stampa proprio il pilota norvegese xyz, in grado di dichiarare – in perfetta buona fede e in accordo con il reale svolgimento dei fatti – che egli aveva davvero pilotato un velivolo del tipo xy da Linköping a Kjeller, in un giorno x del dicembre del 1935 e senza avere a bordo alcun passeggero: e più precisamente, senza alcun passeggero con un passaporto tedesco, alto e con quei capelli rossicci che contraddistinguevano sul piano fisico un certo Pjatakov.

Ma invece le autorità norvegesi e Gulliksen non lo fecero e non fornirono tali informazioni: otteniamo quindi la prima prova logica, rispetto al volo e atterraggio di Pjatakov in terra norvegese nel dicembre del 1935.

Se invece, nel caso opposto, Pjatakov fosse atterrato davvero a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935 verso le 15,00 del pomeriggio, seguendo tale premessa le autorità statali norvegesi e Gulliksen avrebbero invece avuto a loro disposizione solo tre possibilità, e cioè:

  • non fornire alcuna informazione precisa sul giorno dell’atterraggio, oltre che sul pilota e modello dell’aereo atterrato a Kjeller;
  • mentire sul giorno/pilota/aereo del dicembre del 1935;
  • dichiarare che nessun aereo era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

In merito a quest’ultima opzione, basta ricordarsi la bella poesia di Brecht intitolata “Generale, il tuo carro armato”, nella parte in cui recita “Generale, il tuo bombardiere è potente, vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare”.

Si tratta di uno splendido concetto e di un’idea che calza a pennello per il nostro caso in via d’esame.

Il gravissimo difetto dell’ipotesi volta a negare qualunque atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935 era infatti che “il meccanico” di Kjeller, l’operaio addetto al rifornimento di carburante, la guardia dell’aeroporto, ecc., avrebbero potuto benissimo rammentare nel 1937 che nel dicembre del 1935 era giunto nell’aeroporto in cui lavoravano un isolato, e quindi eccezionale e ben ricordabile, velivolo; essi potevano sempre “pensare” (Brecht) a tale aereo del dicembre del 1935, e “pensare” eventualmente di rivelare al mondo tale informazione.

Ipotesi da scartare quindi, per Gulliksen e le autorità governative norvegesi del gennaio del 1937, a meno di correre rischi troppo gravi di fronte ai mass media norvegesi e internazionali.

Per quanto riguarda invece l’opzione alternativa di mentire sul giorno dell’atterraggio, innanzitutto esistevano pur sempre i registri degli atterraggi (anzi, dell’unico atterraggio) avvenuti a Kjeller nel dicembre del 1935: registri certo falsificabili, ma solo correndo un rischio di scoperta ed esposizione al pubblico non irrilevante, nel migliore dei casi, per Gulliksen e i suoi superiori, in una Norvegia con parlamento, opposizione, mass media conservatori ecc.

In secondo luogo, rimaneva sempre la complicazione che i “meccanici” di brechtiana memoria potessero sempre ricordarsi che il solitario volo del dicembre del 1935 non era atterrato a Kjeller nei primi giorni di dicembre e nel periodo pre-post natalizio: un pericolo modesto, ma non irrilevante.

Inoltre sappiamo altresì che non esiste merce più importante del carburante in un aeroporto e che sicuramente anche gli addetti al rifornimento dell’aeroporto di Kjeller, come di qualsiasi altro aeroporto, non potevano far mancare questa preziosa risorsa.

Detto questo, si può dedurre con quasi assoluta certezza che le “entrate” e “uscite” di questo prezioso carburante fossero e dovessero essere registrate per il semplice motivo che esso era indispensabile, oltre che come minimo esisteva una “memoria collettiva” degli addetti al rifornimento. Anche se essi non avessero segnato la data e il consumo per il rifornimento dell’aereo del dicembre 1935, lo avevano come minimo presente nella memoria; a distanza di un anno dal dicembre del 1935, difficilmente si poteva risalire alla data esatta del rifornimento, ma almeno a grandi linee tale operazione risultava possibile, con tutti i rischi correlati per Gulliksen e soci.

Infine, falsificare il giorno esatto dell’atterraggio comportava soprattutto una conseguenza potenzialmente molto grave e spiacevolissima, sia per le autorità norvegesi che per Gulliksen: e cioè dover fornire e falsificare, per forza di cose e necessariamente, anche i dati relativi al pilota “norvegese” che, nella loro eventuale e falsa versione, sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, tra l’altro in un giorno diverso da quello in cui avvenne realmente l’atterraggio del  velivolo con Pjatakov a bordo. Era un’azione troppo rischiosa, anche perché significava convincere comunque un pilota norvegese a dichiarare il falso, ossia di aver effettuato un volo ed atterraggio mai esistito.

Per tali ragioni, combinate tra loro, anche l’opzione del “mentire sul giorno dell’atterraggio” risultava quindi esclusa per Gulliksen e le autorità norvegesi del gennaio 1937.

Non restava quindi loro che un’unica alternativa, e cioè non fornire alcuna informazione precisa su data di atterraggio, pilota e modello dell’aereo, rispetto al velivolo atterrato realmente a Kjeller nel dicembre del 1935; guarda caso, l’opzione che essi realmente utilizzarono nel gennaio del 1937 e che corrisponde alle dichiarazioni rese da Gulliksen alla fine gennaio del 1937, nella sua intervista telefonica al giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Abbiamo quindi ottenuto una seconda “prova logica” che si collega a quella esposta in precedenza, quando invece abbiamo ipotizzato che Pjatakov non fosse in alcun caso atterrato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

La testimonianza resa da Gulliksen, in ogni caso, non ha certo finito di produrre involontariamente degli effetti significativi, sempre a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov e contro la tesi che l’aereo fosse atterrato “da Linköping” e “senza passeggeri” a bordo.

Ulteriore elemento sicuro (e nuova anomalia) fornito dall’allora direttore di Kjeller: sempre Gulliksen non ci specifica da dove provenisse in prima istanza l’aereo norvegese, atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “come, non ce lo dice? Ci dice invece chiaramente che esso proveniva da Linköping”.

Da Linköping, secondo Gulliksen: ma prima, da quale località era arrivato “l’aereo norvegese” (secondo Gulliksen, certo) ripartito poi da Linköping? Da dove era partito e spuntato, atterrando poi a Linköping? Dal nulla? Dalla nebbia? Ricordiamo che stiamo parlando di Norvegia e Svezia, nel dicembre del 1935: un mese in cui grazie a Gulliksen (e a Trotskij, certo…) sappiamo che un solo e unico aereo era atterrato in uno degli aeroporti più importanti della Norvegia, collocato vicino alla capitale Oslo.

Cerchiamo di indagare per un attimo, sullo strano destino del misterioso “aereo norvegese” in via d’esame.

Fase due: secondo Gulliksen, l’aereo parte da Linköping, Svezia.

Fase tre: esso atterra a Kjeller, Norvegia.

Ma la “fase uno”, alias da dove esso arrivava prima di Linköping?

Arrivava a Linköping da… non si sa da dove.

Era atterrato in precedenza a Linköping il giorno…, il mese…: non si sa quando.

Era partito dalla Norvegia, per arrivare a Linköping? Se si, era partito prima dei mesi invernali e prima dell’ottobre del 1935, quando (sempre stando a Gulliksen) i voli in partenza dalla Norvegia (e in arrivo) si assottigliavano tremendamente? Era partito forse proprio da Kjeller, per andare a Linköping e poi ritornare alla “casa madre”?

Siamo in presenza di un altro “buco nero” e di una nuova “dimenticanza” di Gulliksen, meno importante delle precedenti ma degna in ogni caso di essere sottolineata e tenuta a mente.

Ma passiamo a un altro punto centrale di questo capitolo, e cioè al quinto “buco nero” di Gulliksen: si tratta della questione del contenuto del volo in esame e dei motivi del viaggio, ossia dello scopo e delle finalità del volo Linköping-Kjeller avvenuto (secondo Gulliksen) nel dicembre del 1935.

Per ben intendere tale tema, forniamo però prima alcuni dati preliminari di carattere logistico relativi alla Svezia e alla Norvegia del 1935, oltre che sugli aerei da trasporto merci (i “cargo”).

Linköping dista da Kjeller, nel 1935 come nel 2016, circa trecento chilometri in linea d’aria.

A Linköping nel 1935 non si trovava solo un aeroporto, ma anche un’importante stazione e uno scalo ferroviario svedese.

Nel 1935 come nel 2016, una linea ferroviaria partiva da Linköping e arrivava fino a Oslo, e sempre nel 1935 un’altra linea ferroviaria collegava inoltre Oslo con la stazione ferroviaria di Lillestrøm, distante solo circa cinque chilometri da Kjeller e dall’aeroporto di Kjeller: quindi solo pochi chilometri separavano tale scalo ferroviario dall’aeroporto che ci interessa.

In quarto luogo, nel 1935 il traffico di merci per via aerea era ancora molto limitato, tanto che il primo vero aereo-cargo, destinato e concepito solo per compiti di trasporto di merci, diventò operativo solo nel giugno del 1941: era l’aereo tedesco Arado Ar 232[10].

Ricordiamo infine che secondo Gulliksen non (non…) vi erano passeggeri a bordo, nel volo – a suo dire – giunto a Kjeller da Linköping e con un velivolo di nazionalità norvegese.

In possesso di tali informazioni, verificabili facilmente su internet per quanto riguarda i collegamenti ferroviari tra Linköping-Oslo-Lilleström (e Kjeller), ammettiamo per un istante che Gulliksen dicesse il vero sull’assenza di passeggeri nello stesso volo proveniente dall’estero; e concediamo pure per un attimo che esso provenisse realmente da Linköping, e non da Berlino, e che l’aereo fosse norvegese.

Ma proprio ammettendo per un istante tali elementi, sorge subito un problema devastante: quale era allora lo scopo e la finalità del volo Linköping-Kjeller in oggetto, sempre accettando per un momento la veridicità delle dichiarazioni di Gulliksen?

L’aereo in oggetto non portava passeggeri, almeno secondo Gulliksen, e quindi non era assolutamente finalizzato al trasporto di persone: in caso contrario, Gulliksen avrebbe certamente mentito, con le inevitabili e devastanti conseguenze del caso e rispetto all’arrivo di Pjatakov a Kjeller.

Escludiamo pertanto tale tesi, sempre ammettendo per un istante che Gulliksen avesse riferito la verità sugli eventi del dicembre del 1935.

Ma allora, l’aereo norvegese trasportava solo merci svedesi, o immagazzinate in Svezia, trasferendole da Linköping a Kjeller?

Se erano davvero merci svedesi o immagazzinate in Svezia, la soluzione logica era farle trasportare da un aereo svedese, e non norvegese, che partisse da Linköping.

Visto poi la vicinanza della stazione ferroviaria di Lilleström da Kjeller, distante dalla prima località soli cinque chilometri, risultava inoltre ancora più comodo, facile e logico far trasportare queste ipotetiche merci svedesi da un treno svedese, che partissero dalla comoda stazione ferroviaria di Linköping per giungere a pochi chilometri da Kjeller.

In terzo luogo, come al solito, Gulliksen non fornì alcuna informazione in merito alle presunte merci “svedesi” trasportate, in una data e con un pilota non specificato, da Linköping a Kjeller.

Detto in altro termini, un aereo norvegese che avesse trasportato delle merci dal suo paese fino al territorio svedese costituiva un fatto di per sé comprensibile anche nel 1935; molto meno, viceversa, che sempre un velivolo norvegese avesse spostato oggetti dalla città svedese di Linköping fino alla località norvegese di Kjeller.

Ma che tipologia di oggetti/merci, poi?

Andiamo più a fondo della questione del presunto scopo del viaggio dell’aereo “norvegese” da Linköping a Kjeller, sempre supponendo che esso portasse con sé solo ed esclusivamente cose e materiali.

Come si è già notato, stiamo prendendo in esame il dicembre del 1935 e in due paesi nordici, in un mese dove per ragioni tecniche e meteorologiche allora si volava assai poco, visto che proprio Gulliksen ci ha detto che un solo aereo era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre.

Stiamo inoltre parlando di due nazioni civili e avanzate quali la Svezia e la Norvegia del 1935, in cui oltre al trasporto aereo esistevano il trasporto per via automobile e ferroviaria. Ad esempio una linea ferroviaria che, nel 1935 come nel 2016, parte da Linköping e arriva a Oslo, passando poi con un’altra diramazione per l’antica stazione ferroviaria norvegese di Lillestrøm, distante solo cinque chilometri da Kjeller; inoltre Linköping distava in linea d’aria solo circa trecento chilometri da Kjeller, allora come nel 2016, con una stazione ferroviaria in loco pienamente agibile e funzionante.

In terzo luogo stiamo esaminando la situazione esistente all’interno del traffico aereo durante il 1935: e in quell’anno il trasporto di merci per via aerea risultava ancora poco sviluppato, tanto che i primissimi aerei-cargo destinati esclusivamente al trasferimento di merci sarebbero stati costruiti solo a partire dal 1941, mentre solo per la posta i velivoli costituivano un mezzo di trasporto relativamente diffuso in Europa. Specialmente nei mesi invernali, pertanto il traffico di merci per via aerea costituiva una rarità, nell’Europa e nella Norvegia del 1935: un’ulteriore prova inconfutabile di tale dato di fatto è che proprio all’aeroporto di Kjeller arrivò solo un velivolo, nel dicembre del 1935.

Quale motivo allora poteva giustificare l’uso di un costoso viaggio aereo da Linköping a Kjeller, per un volo adibito solo ed esclusivamente al trasporto di oggetti e materiali e per soli trecento chilometri?

Quale tipologia di trasporto di merci poteva giustificare il costo (benzina, usura dell’aereo, rischio comportato dallo stesso volo, utilizzo dell’aeroporto di Kjeller per un solo volo) di un viaggio aereo da Linköping a Kjeller, se adibito solo ed esclusivamente al trasporto di cose, oggetti (ivi comprese lettere e documenti) e materiali, rispetto al meno caro e più sicuro viaggio per via ferroviaria e sempre per superare una distanza di trecento chilometri?

Risposta facile: nessun motivo, nessuno scopo razionale o anche solo minimamente razionale.

Andiamo di nuovo per esclusione, un passo alla volta.

Esisteva forse un’esigenza imperiosa, un’urgenza assoluta di trasportare da Linköping a Kjeller delle preziose notizie segrete, informazioni segrete o eventuali codici cifrati strappati in modo clandestino a potenze straniere, portati con sé da un eventuale agente segreto norvegese?

A parte il carattere romanzesco dell’ipotesi in esame, proprio Gulliksen ci ha informati che “non c’era alcun passeggero” a bordo (e per un istante stiamo prendendo per buona la sua tesi): quindi anche nessun “passeggero–agente segreto”, secondo la sua stessa versione.

Forse l’aereo “senza passeggeri” da Linköping a Kjeller conteneva informazioni segrete, portate con sé dallo stesso pilota o dallo stesso equipaggio?

A parte il carattere ancora più romanzesco dell’ipotesi, se ne dovrebbe dedurre che per risparmiare poche ore di tempo (il volo Linköping-Kjeller risultava sicuramente più veloce del trasporto ferroviario Linköping-Kjeller ma solo di poche ore, vista la distanza relativamente modesta tra i due luoghi in esame) i servizi segreti norvegesi avrebbero fatto correre al loro presunto “corriere-pilota-spia”, una specie di James Bond ante-litteram, il rischio (minimale, certo, ma sempre presente) di un volo, con relativi decollo e atterraggio, nel freddo dicembre nordico.

Tra l’altro, dovremmo anche ipotizzare in questo caso che il pilota dell’aereo in esame fosse anch’essa una persona legata, o almeno assai fidata per i servizi segreti norvegesi: piena fantascienza, in pratica, anche perché l’ipotetico “pilota-spia” norvegese sarebbe dovuto partire da un aeroporto svedese come Linköping, essendo quindi sottoposto alla possibilità di un controllo da parte delle autorità aeroportuali svedesi.

Forse nel dicembre del 1935 risultava necessario un presunto, eventuale trasporto urgentissimo di merce facilmente deteriorabile, oltre che preziosa e di alto valore; un trasporto di merce avariabile e costosa, che si sarebbe deteriorata se trasportata per via ferroviaria, invece che con un aereo?

Basti solo pensare, contro tale tesi, che la Svezia e la Norvegia (nel dicembre del 1935, come negli anni successivi) costituiscono di per sé delle “ghiacciaie” e dei “frigoriferi” naturali durante i mesi invernali, oltre a tenere a mente che anche nei treni del 1935 si potevano collocare facilmente degli strumenti di refrigerazione.

Forse l’aereo in via d’esame trasportava armi e/o munizioni, visto che in fin dei conti l’aeroporto di Kjeller era anche e soprattutto una struttura logistica usata dai militari norvegesi?

Se si fosse trattato di un solo, ma prezioso prototipo di arma, perché correre il rischio (minimale, ma reale) che esso si distruggesse per un incidente per via aerea, invece di scegliere il più sicuro (quasi al 100%) trasporto ferroviario, che tra l’altro comportava solo qualche ora di ritardo nell’arrivo rispetto all’uso del mezzo aereo?

Se invece non si trattava di prototipi, non poteva certo trattarsi di un carro armato e/o di un altro aereo, ossia oggetti che nel 1935 potevano essere trasportati solo per via terrestre o marittima.

Un carico di fucili, pistole o altri ordigni bellici (non prototipi) simili, ad uso militare ma relativamente leggeri? Facile risposta: perché non usare anche in questo caso la ferrovia, per trasportare tutto ciò? Risultava assurdo spendere e rischiare di più senza poi alcun motivo di urgenza, visto tra l’altro che la Norvegia si trovava indubbiamente in stato di pace nel dicembre del 1935.

Forse il traffico postale?

Abbiamo già notato che sarebbe stata principalmente posta svedese, inviata dalla Svezia verso la Norvegia: e per trasportare la posta svedese, principalmente prodotta dai cittadini svedesi, si sarebbe forse usato un aereo norvegese, almeno secondo la versione di Gulliksen?

E ancora: nel dicembre del 1935 era forse proibito in Svezia, per trasportare posta svedese, usare aerei svedesi?

E ancora: sempre nel dicembre del 1935 era forse vietato in Svezia usare treni svedesi, al fine di trasportare la posta?

Si trattava forse di un carico di medicinali urgenti, da consegnare in qualche ospedale della zona di Oslo? Ma che differenza c’era tra le strutture sanitarie e la disponibilità di medicinali svedesi e norvegesi, tali da giustificare il costo e il rischio di trasportare medicine dalla Svezia per via aerea? Di sfuggita: nella Norvegia del dicembre del 1935, non erano scoppiate epidemie di alcuna sorta che giustificassero un volo aereo d’emergenza, da Linköping a Kjeller.

A questo punto si possono tirare le prime conclusioni, sullo scopo del volo decembrino da Linköping a Kjeller.

Niente passeggeri a bordo, perlomeno seguendo Gulliksen e la sua versione.

Ma allo stesso tempo, nessuna ragione plausibile per un trasporto di oggetti (ivi comprese ipotetiche “informazioni segrete”) attraverso la via aerea nel dicembre del 1935, avendo a disposizione una stazione ferroviaria distante solo pochi chilometri da Kjeller a Lillestrøm e costruita tra l’altro nel lontano 1854.

Di conseguenza, l’aereo proveniente secondo Gulliksen da Linköping volava senza scopo e senza alcun motivo plausibile, almeno stando alla sua versione dei fatti.

Se la cittadina di Kjeller fosse stata nel 1935 un centro urbano con un aeroporto distante centinaia di chilometri da strade e ferrovie/stazioni ferroviarie, il trasporto di oggetti per via aerea avrebbe avuto una sua giustificazione: ma la situazione logistica risultava invece assolutamente diversa, con la stazione ferroviaria di Lillestrøm posta a pochi chilometri da Kjeller e dal suo aeroporto, comoda pertanto per il trasporto sia di oggetti che di persone.

A rendere ancora più inverosimile la tesi del “trasporto di oggetti” subentra poi anche il fattore climatico: il presunto trasferimento di cose (ma quali?) non avveniva certo nella tarda primavera o nell’estate scandinava, ma viceversa nel dicembre del 1935, fattore logistico che rendeva ancora più anomalo l’utilizzo di un veicolo aereonautico per il trasferimento di oggetti, specie in presenza della comoda stazione di Lillestrøm.

Si è già sottolineato che un’ulteriore controprova in tal senso ci viene dal fatto sicuro, sottolineato anche dallo stesso Gulliksen, per cui un unico e solitario aereo atterrò a Kjeller per tutto il dicembre del 1935, fatto eloquente che dimostra al di là di ogni dubbio l’assoluta rarità, l’assoluta scarsità di traffico aereo proveniente dall’estero nella Norvegia del dicembre 1935.

Se (se…) all’aeroporto di Kjeller fossero atterrati perlomeno un certo numero di voli provenienti dall’estero, nazionali o esteri, nel dicembre del 1935; se Kjeller fosse stato un posto isolato, distante decine e decine di chilometri dalla più vicina stazione ferroviaria (o strada asfaltata); se il periodo in esame fosse stato l’estate del 1935, in presenza di questi tre fattori la tesi del “trasporto di merci/oggetti” da un paese straniero avrebbe potuto forse acquisire un minimo – ma proprio un minimo – di plausibilità: ma la situazione risultava ben diversa nel dicembre del 1935, con un unico aereo atterrato a Kjeller in tutto il mese in via d’esame e con la vicina stazione ferroviaria di Lillestrøm a piena disposizione.

Ma non solo: nel dicembre del 1935 anche il trasporto di merci interno e nazionale risultava sicuramente inesistente e pari a zero, almeno tra Kjeller e gli altri aeroporti della Norvegia.

Esaminiamo bene anche tale questione.

Tra Linköping e Kjeller, come si è già notato in precedenza, sussisteva nel 1935 come nel 2016 una distanza in linea d’aria pari a circa 320 chilometri: poco più della distanza esistente tra Milano e Venezia, per dare solo un’idea, visto che le due città nordiche prese in esame sono tra le località più vicine nella zona di confine meridionale esistente tra lo stato svedese e quello norvegese. Anche nel 1935 e nel dicembre del 1935, in base agli standard di sviluppo dei mezzi di trasporto allora esistenti nell’Europa occidentale, si trattava di una distanza relativamente breve e, in ogni caso, molto diversa da quella invece viceversa esistente ad esempio tra le città norvegesi di Oslo e Narvik, posta quest’ultima nel nord del paese: una distanza invece pari a 1000 chilometri, sempre in linea d’aria.

Sorge subito una domanda: non è forse un’anomalia che, nel dicembre del 1935, si fosse alzato in volo un – solitario, eccezionale, isolato – aereo destinato solo ed esclusivamente al fine di trasportare delle merci, degli oggetti e non delle persone tra Linköping e Kjeller, come affermò in sostanza Gulliksen nel gennaio del 1937, quando invece nello stesso periodo e nello stesso mese non vi sono tracce di traffico aereo interno tra la zona centro-settentrionale della Norvegia e Kjeller? Quando invece non sussiste alcuna traccia di trasporti di merci tra gli aeroporti del centro-nord della Norvegia, e quindi nella stessa nazione, e lo scalo di Kjeller, sempre nel dicembre del 1935? Quando poi dei veri e propri aerei-cargo non esistevano ancora, come si è già visto, e sarebbero diventati operativi solo nel 1941?

Siamo quindi in presenza di un’asimmetria oggettiva e assai interessante, per la nostra indagine.

Zero merci e nessun oggetto trasportato per via aerea e fino a Kjeller dalle zone centro-settentrionali della Norvegia, nel dicembre del 1935: partendo ad esempio dall’aeroporto di Vaernes nella zona di Trondheim, a circa quattrocento chilometri in linea d’aria da Kjeller, una struttura logistica tra l’altro attiva fin dal 26 marzo del 1914[11].

Invece almeno un trasporto di merci, sempre in base a ciò che si ricava inevitabilmente dalle dichiarazioni di Gulliksen, sarebbe partito dalla relativamente vicina città svedese di Linköping e da uno stato estero per arrivare all’aeroporto norvegese di Kjeller, sempre nel mese di dicembre del 1935.

Siamo in presenza quindi di un’asimmetria che diventa ancora più interessante se si viene a conoscenza che, nell’aeroporto di Jonsvaten, vicino a Trondheim, era attivo un servizio aereo di trasporto postale fin dal 7 luglio del 1935, e la posta risulta indubbiamente un tipo di merce che viene prodotta, spedita e trasportata anche nei mesi invernali: anche in Norvegia e anche nel dicembre del 1935, per fare solo un esempio assolutamente voluto e non casuale[12].

Il problema consiste tuttavia nel fatto sicuro, e ammesso anche da Gulliksen, per cui nel dicembre del 1935 nessun pacco postale si spostò in direzione di Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: nel gennaio del 1937, infatti quest’ultimo dichiarò che un solo aereo era atterrato a Kjeller durante il tutto dicembre del 1935, ma provenendo a suo dire da “Linköping” e quindi non da un altro centro aeroportuale della Norvegia. Quindi, per logica e inevitabile conseguenza, non si verificò alcun trasferimento di oggetti postali a Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: ennesima dimostrazione concreta di quanto fosse raro l’uso del mezzo aereo per il trasporto di merci, nella Norvegia del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “tuttavia fino al 1937 tutti gli aeroporti norvegesi risultavano di natura militare, e non civile”.

Ragione in più, e non in meno, per rendere ancora più sospetto il volo dicembrino da “Linköping” a Kjeller, sempre accettando per un istante la versione fornita da Gulliksen e quindi sempre ammettendo per un momento che a bordo dell’aereo arrivato “da Linköping” non vi fossero dei passeggeri. Per quale motivo il velivolo dicembrino si era alzato in volo, allora? Forse per trasportare fucili, pistole e/o munizioni da Linköping a Kjeller, senza che i capi militari decidessero invece di usare a tal fine il comodo e sicuro mezzo ferroviario?

Avvocato del diavolo: “esiste anche un’altra ipotesi, e cioè che il pilota/i piloti del volo Linköping-Kjeller si fossero solo voluti divertire a fare un volo invernale, magari per tornare più alla svelta in Norvegia e a casa loro, in patria”.

Evidentemente sicuri dell’approvazione entusiastica dei loro superiori, di fronte a tale ipotetica bravata: per risparmiare solo poche ore, correre un rischio (seppur minimale) di avere un incidente e subire delle sanzioni disciplinari quasi inevitabili rappresenta una notevole idiozia, che ci porta ancora una volta nel campo dell’assurdo.

Avvocato del diavolo: “forse i piloti norvegesi dovevano svolgere una missione di addestramento militare, in condizioni invernali relativamente difficili”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, ma emerge subito il fatto evidente che la base di partenza di questa ipotetica “missione di addestramento” era Linköping, almeno secondo Gulliksen.

Linköping, in Svezia: la svedese Linköping.

Per quale motivo far partire dalla Svezia un’ipotetica missione di addestramento di un aereo norvegese e con equipaggio norvegese, perlomeno stando alla versione di Gulliksen (che stiamo sempre prendendo per buona, per un istante), e non invece da un punto di partenza norvegese, da un aeroporto norvegese? Siamo sempre nel campo dell’assurdo e fuori “dai confini della realtà”.

Avvocato del diavolo: “forse l’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era guidato da un innocuo turista e/o appassionato di volo, da un cittadino straniero…”.

Ma allora per quale motivo Gulliksen non rivelò il suo nome e la sua identità, come del resto fece con l’innocuo signor Robertson del 19 settembre del 1935?

E ancora: per quale motivo egli non comunicò la data di arrivo di questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece in merito al giorno di arrivo dell’innocuo signor Robertson?

E ancora: per quale motivo Gulliksen non informò sul tipo di aereo usato da questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece rispetto al velivolo “inglese SACSF” del 19 settembre del 1935?

Proprio l’obiezione in via di demolizione serve a illustrare ancora più chiaramente la portata reale, ossia la gravità dei primi tre “buchi neri” che emergono dalla deposizione di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “forse il pilota o i piloti norvegesi portavano semplicemente un aereo acquistato dalla Norvegia in Svezia e proprio a Linköping, dalla fabbrica/aeroporto di Linköping, alla casa madre degli acquirenti, per l’appunto la Norvegia, nell’aeroporto norvegese di Kjeller”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, rispetto all’ipotetico acquisto in Svezia di un aereo svedese nel dicembre del 1935, ma un ulteriore elemento contro tale tesi è che proprio Gulliksen aveva invece sottolineato (e per un istante ancora, prendiamo la sua versione per valida) che l’aereo era norvegese. Non disse “era un aereo svedese e costruito in Svezia, acquistato dalla Norvegia”, ma invece parlò solo di un aereo “norvegese”.

Una svista, una dimenticanza? Una svista e una dimenticanza proprio in una dichiarazione con il valore di ufficialità, resa dal responsabile di Kjeller in veste ufficiale?

Se ammettiamo questa ipotetica “svista e/o dimenticanza”, dobbiamo allora anche supporre che Gulliksen abbia commesso altre “sviste e/o dimenticanze”, a partire proprio dalla data di arrivo (1 dicembre 1935? 31 dicembre 1935? 12 dicembre 1935?) dell’aereo “norvegese proveniente da Linköping”, e infine del luogo di partenza del volo arrivato a Kjeller: quindi crollerebbe fino a zero il suo livello di credibilità.

Ma non solo: non risulta come minimo strano che l’aereo (ipoteticamente…) acquistato dalla Norvegia in Svezia, e giunto ipoteticamente dalla Svezia (Linköping) in Norvegia in seguito a un presunto acquisto e a una presunta transazione commerciale, sia atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia proprio nel mese che interessa il nostro giallo? Troppe coincidenze.

Ma non solo: proprio a Kjeller, nelle adiacenze dell’aeroporto, operava nel 1935 proprio una fabbrica aeronautica, che produceva per l’appunto aerei: velivoli prodotti quindi in Norvegia e non a Linköping, proprio a Kjeller e nella zona che ci interessa.

Superate anche queste obiezioni, proponiamo infine noi stessi tre semplici domande ai giudici-lettori.

Primo quesito. Dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936 solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi: e proprio una di queste rarissime “aquile del cielo”, ossia quella giunta nel dicembre del 1935, non portava passeggeri a bordo?

Seconda domanda. Nel dicembre del 1935 un solo ed unico aereo atterrò a Kjeller: e proprio questa solitaria e misteriosa “aquila del cielo” non portava passeggeri a bordo?

Terzo interrogativo. Nel dicembre del 1935 l’unico velivolo atterrato a Kjeller proveniva sicuramente dall’estero: e proprio questa eroica e misteriosa “aquila del cielo”, giunta da un paese straniero, non portava passeggeri a bordo?

Il funzionamento concreto della stazione ferroviaria di Lillestrøm, nel 1935 e nel dicembre del 1935, per il traffico di merci e con uno snodo logistico collegato proprio vicino a Kjeller, rende assai facile la risposta alle domande sopra esposte, una volta connessa all’eccezionalità del misterioso e solitario volo del dicembre 1935; alla relativa vicinanza geografica tra Kjeller e  Linköping; all’assenza totale di traffico merci diretto a Kjeller e proveniente dagli altri aeroporti norvegesi, sempre nel dicembre del 1935 e, infine, all’ancora limitatissimo ed embrionale sviluppo degli aerei-cargo, sempre prendendo l’anno in esame.

Tiriamo le somme: stando perlomeno alle dichiarazioni di Gulliksen sull’assenza di passeggeri, il viaggio aereo da Linköping a Kjeller del dicembre del 1935 risulta privo di qualunque ragione e scopo plausibile, costituendo un fatto assurdo e un vero e proprio “pugno nell’occhio”.

Sorpresa, sorpresa: non solo dell’aeroplano “norvegese” non sappiamo quasi nulla da parte di Gulliksen, a partire dal giorno esatto del suo atterraggio, ma abbiamo ormai appreso, usando assieme dati di fatto sicuri, logica e buon senso, che l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 volava senza scopo e come una sorta di “vagabondo del cielo”, almeno stando alla versione fornita da Gulliksen (“non c’erano a bordo passeggeri”) e alla contemporanea mancanza di motivi plausibili per il trasporto di cose e oggetti.

Quella di Gulliksen si rivela una tesi assurda e da escludere? Certo, ma allora bisogna dedurne le logiche e inevitabili conseguenze.

La prima è che, contrariamente alle affermazioni di Gulliksen, l’aereo “norvegese” atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 conteneva e portava a bordo dei passeggeri.

La seconda è che Gulliksen mentì clamorosamente, quando affermò che sull’aeroplano in oggetto “non portava passeggeri”, secondo le sue testuali parole.

La terza è che tra i passeggeri, la cui esistenza/presenza a bordo Gulliksen cercò con tutte le sue forze di negare, si trovava proprio la persona che il direttore di Kjeller e i suoi superiori norvegesi, militari e politici, volevano a tutti i costi far credere non fosse mai arrivata in Norvegia, a Kjeller, nell’aeroporto di Kjeller: un certo Pjatakov, in altri termini, un passeggero sotto falsa identità estremamente “scomodo” per le autorità statali norvegesi del tempo.

In pratica Gulliksen cercò di evitare il “guaio” (un grosso guaio, sia per lui che per i suoi superiori norvegesi, militari e politici) della reale presenza e atterraggio di Pjatakov a Kjeller mettendo subito le mani avanti: “non c’erano passeggeri a bordo” sull’aereo in via d’esame. Mossa obbligata per turare la “falla”, certo, ma che allo stesso tempo implicava una menzogna che apriva simultaneamente un altro “buco nero” gravissimo seppur di tipo diverso: se il velivolo dicembrino in via d’esame non portava passeggeri, allora qual era lo scopo del suo volo?

Quale era dunque il fine, l’obiettivo del volo dell’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, se esso non portava passeggeri?

Non a caso un vecchio detto popolare recita che il diavolo fa le pentole, ossia le menzogne, ma non i coperchi, e cioè bugie che resistano e tengano realmente se ben esaminate: si adatta perfettamente, alle dichiarazioni rese da Gulliksen nel gennaio del 1937.

A questo punto sorge ormai un’altra questione: cosa c’era di interessante a Linköping, oltre all’aeroporto? Perché Gulliksen citò Linköping?

Nuova sorpresa e nuovo colpo di scena: Linköping voleva dire, dal 1921 e nel 1935, un’industria aeronautica svedese… che parlava tedesco; strettamente collegata proprio con la Germania dal 1921 al 1941, l’industria aeronautica svedese aveva infatti fortissimi contatti e delle relazioni dirette con l’industria aeronautica tedesca, nel 1921 come nel dicembre del 1935.

Non si tratta certo di un fatto casuale. Quando la Germania venne sconfitta alla fine della prima guerra mondiale, le clausole del Trattato di Versailles del 1919 che la repubblica di Weimar fu costretta a firmare, escludevano tra l’altro esplicitamente che la Germania potesse possedere un’aeronautica militare e fosse autorizzata a produrre aerei con caratteristiche militari: proprio per aggirare tale ostacolo, le autorità tedesche utilizzarono quindi alcune vie di fuga creative, a partire da quella svedese.

La prima industria aeronautica svedese, la Svenska Aero, era stata infatti fondata nel 1921 dal tedesco/svedese Carl Clemens Bucker a Lindingo (vicino a Stoccolma) e aveva come progettista Sven Blomberg, lavorando all’inizio solo con brevetti tedeschi e concessioni tedesche, più specificamente dell’Heinkel e della Caspar-Werke; anche la società Asja, fondata nel 1930 ma con sede questa volta a Linköping, ebbe tra le sue file il duo Bucker e Blomberg.

Interessante la storia di Carl Clemens Bucker. Nato in Germania (non in Svezia…) nel 1895, ex cadetto della marina imperiale nel 1912, nel 1915 iniziò corsi di volo e venne promosso come luogotenente della marina tedesca alla fine dello stesso anno; nel 1918 egli testò i nuovi aeroplani specializzati nei voli su mare fino alla fine della prima guerra mondiale, mentre nel 1920 si trasferì in Svezia e lavorò per la marina svedese, diventando nel 1921 cittadino svedese, oltre che pilota di aerei per la marina svedese. Egli fondò quindi la Svenska Aero e, dal 1922 al 1928, l’azienda in oggetto lavorò su licenza per la costruzione di aerei per conto della Heinkel, mentre Bucker solo nel 1927 iniziò a progettare e costruire aerei propri, in particolare idrovolanti; nel 1932 egli venne decorato con la medaglia reale per meriti per l’industria aereonautica svedese e quasi subito dopo vendette l’azienda, che divenne la Asja e successivamente, nel 1938, la SAAB.

Bucker tornò quindi in Germania dove nel 1933 e sotto il regime nazista, fondò la Bucker Aircraft GmbH a Berlino, azienda specializzata nella produzione di aerei scuola e sportivi, ma nel 1935 a Linköping rimaneva in ogni caso sempre Sven Blomberg, capace di avere preziosi contatti sul posto utilizzabili in caso di bisogno dalle autorità tedesche.

Sempre a Linköping, tra l’altro, aveva grandi interessi e proprietà la potentissima famiglia svedese dei Wallenberg, la quale negli anni Trenta aveva al suo interno un esponente autorevole come Jacob Wallenberg: un ricco magnate che, secondo l’insospettabile Congresso Mondiale Ebreo, collaborò a lungo attraverso le sue banche proprio con i nazisti[13].

Pertanto negli anni Trenta una sezione molto significativa (seppur non certo la globalità) della potente dinastia dei Wallenberg aveva come minimo delle solide relazioni con I gerarchi politici e il gotha finanziario hitleriano, in una situazione complessa che in parte ricorda quella descritta dall’autore svedese Stieg Larsson, nel suo celebre giallo “Uomini che odiano le donne”.

Un’altra piccola e forse insignificante coincidenza: la ditta svedese Bofors acquistò a un certo punto l’Asja e tale operazione avvenne guarda caso nel gennaio del 1937, ossia proprio nel mese in cui a Mosca si tenne il secondo processo con imputati e testimoni Pjatakov e Radek, tra gli altri.

Una coincidenza forse non proprio piccola né fortuita, visto che la Bofors, una delle principali multinazionali svedesi nel campo degli armamenti, era interessata fin dal 1934 alla fusione (anche con l’interessamento della banca Stockholm Enskilda Bank, gestita allora da Jacob Wallenberg) con la sopracitata Asja; e come il settore aereonautico svedese del tempo, anche la Bofors costituiva del resto un’azienda ad alta influenza nazista dopo il marzo del 1933, avendo degli azionisti di riferimento e dei proprietari di carattere molto particolare[14].

Ancora una volta torna in gioco la “connessione tedesca”.

A partire dal 1921, una quota importante della Bofors era stata infatti acquistata dalla Krupp tedesca, divenuta famosa a sua volta anche per i suoi finanziamenti a favore di Hitler fin dalla metà degli anni Venti; e dopo il 1934, anche per aggirare le nuove leggi svedesi, la compartecipazione della Krupp nella Bofors almeno in parte era stata ceduta ad un altro grande capitalista svedese, Axel Wenner-Gren.

Si trattava forse di un ricco borghese di sicura fede antifascista? Sicuramente no, visto che Wenner-Gren prese più volte posizione a favore di un accordo tra la Germania nazista e le democrazie occidentali in funzione antisovietica, arrivando fino al punto di incontrarsi più volte a cavallo degli anni Trenta con il famigerato gerarca nazista H. Goehring e a essere, come minimo, in buoni rapporti anche con Benito Mussolini[15].

Esaminando la potente Bofors, oltre a Jacob Wallenberg e alla sua grande banca, per non parlare poi di Wenner-Gren, siamo pertanto in presenza di una fitta rete di miliardari, banche e multinazionali svedesi che negli anni Trenta avevano forti interessi rispetto a Linköping e al settore dell’aeronautica di Linköping, oltre ad avere costruito a partire dal 1933 come minimo delle buone relazioni con il regime nazista, con Hitler e i suoi gerarchi.

La “neutrale” Svezia degli anni Trenta costituiva pertanto un paese assai contradditorio, nel quale da un lato si erano formati dal 1932 dei governi socialdemocratici che, con la breve eccezione del giugno-settembre 1936, avrebbero guidato quasi ininterrottamente la Svezia in quel decennio turbolento, ma in cui allo stesso tempo Walter Sommerlath, marito della regina svedese del tempo, si era iscritto al partito nazista già nel 1934; nella stessa famiglia Wallenberg di quel periodo esisteva e operava una figura come Raoul Wallenberg, certamente antifascista e molto probabilmente legato all’apparato statale degli USA, ma anche il sopracitato Jacob Wallenberg che ebbe il dubbio “onore” di vedersi assegnare dal regime nazista, nell’ottobre del 1941 e durante la seconda guerra mondiale, un’alta onorificenza proprio per i “servizi” da lui resi in precedenza alle orrende belve hitleriane[16].

Avvocato del diavolo: “d’accordo: nella famiglia Wallenberg esistevano negli anni Trenta dei simpatizzanti nazisti e a Linköping, sede nel 1935 di industrie aeronautiche oltre che di un aeroporto, tali aziende risultavano in stretti legami con la Germania. Ma quale connessione poteva mai esistere, tra tali fatti e il presunto volo di Pjatakov?”

Semplice. Proprio attraverso le aziende aeree svedesi di Linköping legate alla Germania, sul piano logistico/materiale risultava sicuramente alla portata dei nazisti di Berlino far comunicare a Gulliksen (o a un suo assistente) da un loro “amico” e uomo di fiducia collocato a Linköping, diciamo ad esempio il giorno prima del volo di Pjatakov, che il giorno dopo sarebbe probabilmente arrivato a Kjeller un velivolo proveniente da Linköping con dei passeggeri tedeschi che, partendo dalla Svezia, dovevano fermarsi brevemente in Norvegia per motivi d’affari e per poche (e innocue) ore.

Massima semplicità, massima efficacia: le autorità di Kjeller sarebbero state a conoscenza solo di un volo proveniente dalla pacifica e confinante Svezia, non dalla già temuta Germania nazista del dicembre 1935, con passeggeri tedeschi e muniti di regolare passaporto tedesco, che comunque Gulliksen avrebbe ritenuto fossero realmente arrivati da Linköping.

Il fatto che l’aereo fosse poi di nazionalità tedesca e guidato da un pilota tedesco non avrebbe certo sorpreso né incuriosito le autorità aereoportuali di Kjeller, vista la comunicazione giunta da Linköping: e del resto anche le aziende aereonautiche norvegesi, come quelle svedesi, allora producevano velivoli principalmente attraverso brevetti stranieri, ivi compresi ovviamente quelli della Germania, senza poi contare gli aerei acquistati direttamente da aziende tedesche dal governo di Oslo, come nel caso del sopracitato Messerschmitt BF 108.

Non risulta pertanto casuale che il reticente Gulliksen abbia nominato proprio Linköping, e non ad esempio Stoccolma, come presunta base di partenza del misterioso velivolo del dicembre del 1935; furono Gulliksen e i suoi superiori, e non certo Stalin oppure la NKVD, che parlarono di Linköping; fu proprio Gulliksen a pronunciare il nome della città svedese, non certo le autorità sovietiche.

Tornando invece alle dichiarazioni di Gulliksen, un’ulteriore anomalia nella sua testimonianza è il fatto che quest’ultimo non rilevò il dato banale per cui la città di Linköping era collocata in Svezia, e non in Norvegia: in qualità di norvegese e di direttore di un aeroporto norvegese, Gulliksen non poteva assolutamente non sapere questo banale, ma importante dato di fatto.

Avvocato del diavolo: “perché doveva notarlo e sottolinearlo, se si trattava di una dichiarazione resa a un giornale norvegese?”

Visto il clamore suscitato in tutto il mondo dal processo di Mosca del gennaio 1937, non risultava certo una dichiarazione resa solo ai giornali norvegesi, ma con il loro tramite invece si era in presenza di un’informazione indirizzata ai mezzi di comunicazione di tutto il mondo: e Gulliksen, proprio perché norvegese, sapeva benissimo che il suo paese era suo malgrado nell’occhio del ciclone, sia per avere ospitato Trotskij per circa due anni che soprattutto per il reale/presunto volo di Pjatakov.

Se non ci fosse stato una precisa e intenzionale reticenza da parte di Gulliksen a fine gennaio del 1937, non ci sarebbe stato alcun problema da parte sua ad aggiungere alla sua dichiarazione una sola, semplice e breve parola dopo Linköping, e cioè…”Svezia”?

Siamo quindi in presenza di un nuovo “buco nero”, anche se di minore importanza.

Sia Gulliksen che i suoi superiori sapevano benissimo che in quel periodo le domande, sia dei giornalisti norvegesi che di buona parte del mondo, erano rivolte ad appurare proprio se fossero giunti aerei dall’estero nel dicembre 1935, con ovvie ricadute sulla credibilità della testimonianza resa da Pjatakov a Mosca rispetto al suo viaggio (presunto/reale) in Norvegia: e, guarda caso, il direttore dell’aeroporto di Kjeller omise di pronunciare la parola “Svezia”, “Linköping posta in Svezia”, o termini affini.

Se si vuole una controprova di tale tesi, basta ricordare che Gulliksen nella sua deposizione sottolineò invece che l’aereo in via di esame era di nazionalità norvegese, e quindi non un velivolo straniero: consentendo pertanto ai giornali norvegesi e di mezzo mondo, oltre che a Trotskij, di evidenziare come nessun aeroplano straniero fosse pervenuto in Norvegia/a Kjeller nel dicembre del 1935, giocando sulla facile confusione tra aereo straniero e aereo proveniente dall’estero.

Un abile lavoro da illusionisti, in cui si concentra di solito l’attenzione dello spettatore su un dettaglio irrilevante per riuscire a effettuare con successo il trucco programmato e voluto in anticipo, contro i giudici-lettori del 1937/2016 nel caso specifico; invece, e proprio per smascherare gli “illusionisti”, abbiamo già notato come in merito alla questione dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov nulla cambia in base alla nazionalità (norvegese o straniera) dell’aereo pervenuto a Kjeller, mentre conta solo se esso sia (o non sia) giunto realmente dal di fuori del territorio norvegese, dall’estero e da un paese straniero rispetto alla Norvegia.

Avvocato del diavolo: “resta comunque sempre la parola di Gulliksen, sul velivolo norvegese e sulla mancanza di passeggeri a bordo dell’aereo”.

Come si fa a non credere subito a un testimone così integerrimo, a un vero e proprio “uomo d’onore”, degno erede della tragedia di Shakespeare, come il (militare) direttore dell’aeroporto di Kjeller, T.G. Gulliksen? Siamo infatti in presenza di un testimone che ci dice tutto del volo (inglese, con il signor Robertson, ecc.) e dell’aereo straniero arrivato a Kjeller il 19 settembre 1935, ma che invece sull’aereo atterrato nel dicembre del 1935 non vuole neanche fornire i dati essenziali del suo giorno di arrivo, del modello di aereo e del pilota del velivolo.

Gulliksen risulta quindi a tutti gli effetti un “testimone reticente”, anzi assolutamente subdolo e reticente, e pertanto privo di credibilità quando ci fornisce invece l’informazione che “non c’erano passeggeri sull’aereo arrivati a Kjeller nel dicembre” del 1935: anche perché, tra l’altro, si “dimentica” di informarci sul fatto se egli fosse presente di persona al momento dell’atterraggio a dicembre del misterioso velivolo, o se viceversa il “controllo” sull’aereo proveniente da Linköping fosse stato effettuato da un suo subordinato/dai suoi subordinati, operanti all’aeroporto di Kjeller.

Gulliksen non ci indica inoltre neanche se l’aereo norvegese atterrato a Kjeller fosse di natura civile o militare: si, perché proprio a Kjeller sussisteva e operava nel 1935 una base aerea militare, dell’aeronautica militare norvegese. Controlli pure, signor avvocato del diavolo, su Internet alla voce “Kjeller Airplane”, specialmente rispetto alla notizia per cui nel 1935 sussisteva accanto all’aeroporto una piccola fabbrica aeronautica, che produceva aerei militari per le forze armate norvegesi.

Lo stesso Gulliksen risultava infine un militare nel 1935, e più precisamente un maggiore delle forze armate norvegesi: i militari risultavano pertanto “di casa” a Kjeller anche nel dicembre del 1935, ma persino in merito a questo piccolo “dettaglio”, da Gulliksen non veniamo a sapere niente.

Avvocato del diavolo: “ma proprio perché Gulliksen risultava un militare, egli poteva non aver fornito le normali informazioni sul volo del dicembre del 1935 perché esso risultava un volo militare e segreto, proveniente da Linköping”.

Ammettiamo per un istante, per amore di discussione, che Gulliksen dicesse il vero su Linköping e che il volo del dicembre fosse destinato a uno scopo militare segreto.

Ma in che senso, segreto?

La Norvegia non era in guerra ma invece in stato di pace, nel dicembre del 1935.

Non solo: stando a Gulliksen, tale velivolo “segreto” veniva da Linköping, Svezia. Quindi si tratterebbe di un presunto volo segreto, di un presunto segreto che la Norvegia avrebbe condiviso per forza di cose con la Svezia e gli operatori aeroportuali di Linköping: e una notizia confidenziale condivisa tra due nazioni indipendenti non risulta certo un gran segreto, soprattutto in tempo di pace.

Gulliksen rese inoltre la sua testimonianza per via telefonica al quotidiano laburista di Oslo alla fine di gennaio del 1937, quindi ben tredici mesi dopo il presunto “volo segreto” del dicembre del 1935: ormai ne era passato di tempo e di acqua sotto i ponti, anche per il presunto “segreto” della fine del 1935.

Infine, ma non certo per importanza, almeno la data di arrivo dell’aereo “proveniente da Linköping” – secondo Gulliksen, certo – non costituiva in alcun modo un’informazione vitale per lo stato norvegese, mentre invece per il suo governo – e per lo stesso Gulliksen – nel gennaio del 1937 rappresentava un fenomeno come minimo importante, sul piano politico e propagandistico, smentire Pjatakov e la sua testimonianza rispetto al volo in Norvegia, sia per non passare per fessi (“Pjatakov arriva in incognito in Norvegia, e noi non ci accorgiamo di niente”) che per demolire le accuse sovietiche sull’argomento.

Motivi fortissimi, quindi: eppure Gulliksen non ci informò neanche su quella specifica e concreta data di arrivo dell’aereo in via di esame che, se fosse stata realmente diversa dal 12 o 13 dicembre del 1935 (ad esempio: 24 dicembre e vigilia di Natale del 1935, 1 dicembre del 1935, ecc.), avrebbe demolito la veridicità della testimonianza di Pjatakov sul tema in oggetto. Niente di tutto questo, anzi solo un muro di silenzio, da parte di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “tutto molto interessante, ma l’onere della prova sul viaggio clandestino di Pjatakov rimane a carico dell’accusa: per ora sussiste solo la prova che il volo ci possa essere stato, oltre che i mezzi e opportunità per il viaggio fossero potenzialmente disponibili, ma non ancora la prova che esso si sia verificato realmente”.

L’onere della prova rimane sicuramente a nostro carico, ma va tenuto innanzitutto presente che se il tema dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov era la roccaforte tradizionale della “seconda versione”, tale dogma infondato risulta ormai demolito per sempre e proprio attraverso una certa fonte di prove quale la deposizione di Gulliksen.

Già questo elemento avrebbe potuto essere sufficiente, ma in senso positivo e come ulteriori indizi abbiamo già acquisito i seguenti fatti:

  • realmente un aereo volava nei cieli norvegesi e atterrava a Kjeller, nel dicembre 1935;
  • un velivolo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nei mesi invernali del 1935;
  • l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero;
  • prendendo in esame il periodo compreso tra il 18 settembre del 1935 (“il signor Robertson…”) e il 30 aprile del 1936, in più di sette mesi uno dei rarissimi aerei giunti dall’estero a Kjeller era arrivato proprio nel dicembre 1935, e non nel novembre del 1935, oppure nel gennaio del 1936, nel febbraio del 1936, nel marzo del 1936 ecc.;
  • il volo dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 non ha alcuno scopo anche solo minimamente credibile, proprio stando alla deposizione di Gulliksen sulla “assenza di passeggeri” a bordo di esso;
  • Gulliksen risulta come minimo un “testimone reticente” su molte questioni, a partire proprio dalla data precisa di atterraggio del misterioso aereo giunto a Kjeller dall’estero.

Abbiamo quindi a disposizione molti indizi sicuri e concordanti, tanto che risulta facile a questo punto comprendere quale informazione possa fornirci una prova ancora più decisiva su questo campo d’analisi rispetto al volo di Pjatakov: e cioè conoscere il giorno esatto dell’arrivo dell’aeroplano “norvegese” arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Risulta infatti che Pjatakov arrivò sicuramente in missione ufficiale a Berlino il 10 o 11 dicembre del 1935, e che il suo volo reale/presunto sia avvenuto (o sia stato inventato da Stalin e dalla NKVD) il 12 dicembre, oppure il 13 dicembre.

Dodici dicembre, oppure tredici dicembre.

Se dai registri dell’aeroporto di Kjeller risultasse che l’aereo “norvegese” fosse arrivato a Kjeller proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, avremmo pertanto sull’esistenza del volo di Pjatakov una particolare e indiscutibile “pistola fumante”: pertanto abbiamo rivolto alcune semplici domande alla Direzione Generale dell’Aeroporto di Kjeller, chiedendole essenzialmente se esistevano ancora i tabulati ufficiali sugli arrivi degli aerei a Kjeller nel dicembre del 1935 e, in caso positivo, quale fosse stato il giorno e l’ora dell’arrivo dell’unico velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

La risposta è stata la seguente: con email del 25 febbraio 2014, il direttore generale dell’aeroporto rispondeva che non sono conservati i registri dei voli degli anni Trenta e del 1935. Non contenti di tale verifica, abbiamo reiterato la nostra domanda in data 23 febbraio 2015 ma la risposta questa volta non c’è stata, non ci è mai pervenuta.

Rispetto all’aeroporto di Linköping, abbiamo chiesto a sua volta alla Direzione Generale se fossero ancora conservati i registri: la risposta da noi ricevuta, in data 16 settembre 2013, è stata che non si sono conservati i registri dell’epoca e a questo punto abbiamo dovuto, per sfortuna dei giudici-lettori, continuare il nostro scritto ancora per qualche paginetta.

Avvocato del diavolo: “Linköping, l’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ecc.: sono forse notizie interessanti. Ma allora come spiegate che proprio l’intelligente e astuto (per vostra stessa ammissione) Trotskij e il suo avvocato Goldman citarono loro stessi, durante le sessioni della commissione Dewey, “Linköping” e “l’unico aereo”? Non era forse un fatto controproducente per la loro causa, come avete mostrato voi stessi, e soprattutto non potevano sorgere dei dubbi in proposito ai giudici/giurati della commissione Dewey del tipo: “mi scusi, signor Trotskij, ma Linköping non è in Svezia?” Non potevano poi sorgere sospetti in proposito almeno ai giornalisti oppure agli osservatori che assistevano alle sedute della commissione Dewey, ivi compresa la sesta?”

Il punto fondamentale è che sia Albert Goldman, un avvocato di fede trotzkista, che il suo assistito Trotskij citarono in modo volutamente fraudolento il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Nuovo colpo di scena: Goldman e Trotskij non citarono, durante la sopracitata sesta sessione, la parte dell’articolo del giornale Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 quando esso parlava di “Linköping” e del “solo” aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre del 1935”; Goldman e Trotskij in pratica mutilarono e censurarono volutamente l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, nel punto in cui esso descriveva le parole (telefoniche) di Gulliksen su “Linköping”, durante la sesta sessione della commissione Dewey e quando essi avevano di fronte dei possibili (o reali) antagonisti.

Proprio nel corso della sesta sessione della commissione Dewey, venne da essi volutamente tagliato e non citato, tra le altre omissioni, soprattutto il pezzo dell’Arbeiderbladet su “Linköping”, quando Trotskij e Goldman avevano di fronte i giudici di quest’ultima (specialmente l’ostile C. Beals) e quando era possibile un contradditorio; quando era quindi possibile che un giurato della commissione (Beals, ad esempio) chiedesse semplicemente “ma Linköping non è in Svezia?”, o “ma non è strano che l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 venisse dall’estero?”

Trotskij invece citò correttamente, per intero e in modo esatto, e quindi con Linköping, il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 solo quando egli tenne il suo discorso conclusivo alla tredicesima sessione: un’arringa finale che avveniva senza possibili contradditori e possibili domande imbarazzanti da parte dei membri della commissione Dewey, oltre che al termine di un suo lungo intervento di alcune ore nel quale il riferimento a “Linköping” sarebbe andato inevitabilmente sommerso, dimenticato e perso nel nulla (almeno fino ad ora, certo, perlomeno fino al 2016), con i verbali del controprocesso Dewey che vennero inoltre pubblicati solo nell’agosto del 1937, a circa quattro mesi di distanza dalla conclusione del particolare procedimento giudiziario tenutosi in Messico alla presenza di Trotskij[17].

Siamo quindi in presenza di un taglio e di una censura di matrice trotzkista rispetto all’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio del 1937: un brutto colpo, per le teorie che negano l’esistenza del volo di Pjatakov.

Forse non ci credete, giudici-lettori? Bene, allora giudicate con i vostri occhi leggendo in prima battuta l’intero e completo articolo dell’Arbeiderbladet, riferito correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione, e dopo invece analizzate il pezzo riportato (scorrettamente, in modo mutilato) dall’avvocato di Trotskij, Albert Goldman, alla sesta sessione (con contradditorio, possibili obiezioni, ecc.) della commissione Dewey.

Partiamo dal testo numero uno dell’Arbeiderbladet, quello riportato esattamente da Trotskij durante la tredicesima sessione e già esposto in precedenza.

“Pjatakov insistette nella sua confessione sul fatto che egli arrivò con un aereo in Norvegia e atterrò all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935. Il Commissariato russo agli affari esteri ha intrapreso un’indagine intesa a confermarlo. Le autorità aeroportuali di Kjeller hanno categoricamente escluso che alcun aereo straniero sia atterrato nel dicembre del 1935 mentre Konrad Knudsen, che ospitava Trotskij e membro dello Storting” (il parlamento norvegese) “ha rilasciato una dichiarazione per cui Trotskij non aveva ricevuto nessuna visita durante quel periodo”. “Un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”. [18]

Bene, ora invece leggiamo assieme il “testo numero due”, quello invece riportato in modo falso e mutilato da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

A un certo punto della sesta sessione Goldman, l’avvocato difensore di Trotskij, dichiarò: “C’è un articolo sull’Arbeiderbladet di Oslo del 29 gennaio del 1937, dove il direttore dell’aeroporto, Direttore Gulliksen, dice “Nessun aereo straniero a Kjeller”. Leggerò dall’Arbeiderbladet come segue:

“Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro doganale, che è tenuto giornalmente, prima di rendere questa informazione, e in risposta alle nostre domande ha aggiunto che non c’è dubbio che nessun aereo è potuto atterrare a Kjeller senza essere osservato”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando un aereo straniero ad atterrò a Kjeller per la prima volta?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”[19].

Tralasciando le diversità marginali (“registro doganale” contro “registro giornaliero”, ecc.), quale risulta la differenza principale tra i due testi, giudici-lettori?

Si, è proprio quella: Goldman (e Trotskij, il suo mandante) non citò la parte dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” che atterrò a Kjeller, “nel dicembre del 1935”.

L’articolo dell’Arbeiderbladet era lo stesso, nei due casi in esame; Goldman aveva in mano lo stesso articolo, poi riportato correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione: ma Goldman e Trotskij scelsero volutamente, coscientemente e in modo fraudolento di far sparire il pezzo dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” del “dicembre del 1935”.

Erano appena tre righe, quelle non citate da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Erano tre righe che Goldman e Trotskij non potevano non aver letto, visto che furono loro stessi a portare la traduzione dell’articolo dell’Arbeiderbladet davanti alla commissione Dewey.

Erano appena tre righe la cui citazione, sul piano meramente tecnico, non portava via tempo prezioso a Goldman, né arrecavano fastidio e fatica mentale all’avvocato difensore di Trotskij: solo pochi secondi in più di lettura, al massimo.

Erano appena tre righe che in ogni caso costituivano il vero incipit, il vero inizio dell’articolo dell’Arbeiderbladet.

Erano appena tre righe che portavano con sé alcune informazioni importanti, almeno rispetto al volo di Pjatakov.

Erano appena tre righe che riguardavano direttamente proprio il volo di Pjatakov, quindi perfettamente in tema.

Eppure (fatto sicuro, indiscutibile) tali “tre righe” vennero volutamente e coscientemente censurate e tagliate da Goldman e dal suo difeso/mandante Trotskij, durante la sesta sessione.

Il perché? I giudici-lettori sicuramente avranno già saputo dare la risposta per conto loro: quelle “tre righe” contenevano troppe informazioni contro le tesi di Trotskij, contro le tesi negazioniste del volo di Pjatakov. Linköping e la città svedese Linköping, l’unico aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre 1935”: troppe informazioni potenzialmente pericolose, per Trotskij e Goldman.

Meglio tagliare. Meglio censurare. Meglio evitare la citazione. Meglio mentire in modo abile ed elegante, tagliando un punto assai pericoloso (per Trotskij e la tesi negazionista del volo di Pjatakov) delle dichiarazioni di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “si tratta di un solo taglio e di una sola omissione, non sufficiente pertanto a giustificare la vostra tesi sulla malafede di Goldman e Trotskij”.

Invece possiamo subito evidenziare la seconda omissione e il secondo “taglio” operato da Goldman e Trotskij, in merito alla deposizione di Gulliksen: durante la sesta sessione, Goldman (e il suo assistito/mandante, Trotskij) non citò neanche il passo di Gulliksen in cui quest’ultimo notava che il velivolo atterrato a Kjeller nel settembre del 1935 “era un aereo inglese, SACSF, che proveniva da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”. Un pezzo anch’esso tagliato, anch’esso fatto scomparire dal duo Goldman/Trotskij durante la sesta sessione.

In sé stesse e da sole, quelle fornite da Gulliksen sull’aeroplano atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935 risultavano delle informazioni (“aereo inglese” del tipo “SACSF”, il pilota inglese “Robertson” con il quale Gulliksen “era in buoni rapporti”) assolutamente innocue e inoffensive per la tesi di Trotskij, finalizzata a negare l’esistenza del volo di Pjatakov: il problema era che se esse non fossero state prese isolatamente, ma invece messe in connessione con il – già di per sé strano – silenzio totale di Gulliksen sul tipo di velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che sull’identità del pilota del volo dicembrino, tali dati combinati tra loro avrebbero potuto forse rivelare a un membro della commissione Dewey (o a un osservatore/giornalista presente alle sue sessioni) le asimmetrie da noi già esposta in precedenza, tra le informazioni fornite con precisione da Gulliksen sul “19 settembre 1935” e sul “1 maggio del 1936” e quelle invece da lui taciute rispetto al volo del dicembre 1935.

Meglio tagliare, meglio manipolare il testo di Gulliksen anche sotto questo profilo: ma così facendo, involontariamente Trotskij e Goldman ci hanno procurato un altro indizio e prova indiretta contro la tesi “negazionista” in merito al volo clandestino di Pjatakov.

Non solo: dal resoconto di Goldman vennero tagliate anche le righe sul “visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”, nella frase di Gulliksen con la quale si parlava dell’impossibilità – reale – che un aereo atterrasse a Kjeller “senza essere osservato”. Il motivo di tale nuova omissione è stato da noi accennato in precedenza, parlando della data di arrivo del volo dicembrino a Kjeller e dell’abnorme silenzio di Gulliksen su di essa, anche dovuto e determinato dai possibili testimoni – “guardie” diurne e notturne incluse – sulla effettiva, e difficilmente occultabile presenza di un velivolo nell’aeroporto di Kjeller, nel dicembre del 1935 e soprattutto di giorno.

Giudici-lettori: “avevate in ogni caso parlato di otto “buchi neri di Gulliksen”, ma fino ad ora ci risulta che abbiate esposto solo sei anomalie e incongruenze…”.

Si, il settimo “buco nero”: ce ne eravamo quasi scordati.

Si tratta della forma particolare assunta dall’intervista rilasciata il 29 gennaio del 1937 da Gulliksen al quotidiano di Oslo Arbeiderbladet, visto che le dichiarazioni del maggiore T.G. Gulliksen al giornale laburista vennero infatti rese per via telefonica e non attraverso un contatto fisico, diretto e personale tra Gulliksen e il giornalista che lo intervistava. La comunicazione tra le parti avvenne attraverso l’uso del telefono: alla tredicesima sessione della commissione Dewey, infatti, venne citato l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 in cui si dichiarava testualmente che “il direttore Gulliksen confermò per telefono che nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre 1935…”.

“Per telefono”.

Strano, molto strano; ma per comprendere bene tale anomalia, analizziamo prima i dati di fatto che rendono a prima vista inspiegabile la “via telefonica” usata dal responsabile dell’aeroporto di Kjeller, per fornire la sua versione dei fatti rispetto al dicembre 1935.

Prima informazione sicura a nostra disposizione: il quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet decise di intervistare Gulliksen, a fine gennaio del 1937.

Secondo elemento indiscutibile: si trattava di un’ottima decisione dal punto di vista giornalistico e in grado di produrre quello che in gergo viene chiamato uno “scoop”, acquisendo nuove informazioni su un evento (il volo di Pjatakov, reale o presunto) che stava allora interessando l’opinione pubblica e i lettori, sia norvegesi che di buona parte del mondo.

Terzo dato di fatto: nel gennaio del 1937 il quotidiano Arbeiderbladet aveva sede a Oslo, e quindi con almeno alcuni giornalisti a sua disposizione nella capitale norvegese.

Quarto fatto indiscutibile: Gulliksen aveva acconsentito, ed era stato autorizzato dai suoi superiori, a rilasciare dichiarazioni in merito al dicembre 1935 al giornale Arbeiderbladet.

Quinto elemento sicuro: nel 1937 come nel 2016, Kjeller distava da Oslo solo venti chilometri. Anche nel freddo dicembre norvegese, servivano pertanto circa tre ore per andare e tornare da Kjeller partendo dalla capitale norvegese, usando l’auto o il treno: ricordiamo la stazione ferroviaria di LillestrØm, come si è già visto collocata a pochi chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

A questo punto sorge inevitabilmente una domanda molto semplice: per quale motivo il quotidiano Arbeiderbladet non mandò uno dei suoi giornalisti a Kjeller per intervistare di persona Gulliksen, e invece usò il mezzo telefonico per procurarsi lo scoop in questione?

Proponiamo alcune opzioni alternative ai nostri giudici-lettori:

  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano terrorizzati alla sola idea di incontrarsi personalmente con il maggiore Gulliksen, ritenuto evidentemente una sorta di pazzo sanguinario e quindi capace (ricordate il film “Il dottor Stranamore” di Kubrick?) di sequestrare il cronista tanto stupido da avvicinarsi alla sua augusta e bellicosa presenza;
  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano diventati molto pigri, alla fine di gennaio del 1937;
  • il direttore del tempo dell’Arbeiderbladet risultava un emerito taccagno, assolutamente incapace di concedere anche a un suo giornalista il rimborso spese per il lunghissimo e interminabile tragitto di ben venti chilometri da Oslo a Kjeller;
  • fu invece Gulliksen, e/o i suoi superiori, a imporre la via telefonica per la sua intervista al fine di meglio controllare le domande che gli sarebbero state poste dal quotidiano laburista, oltre che per evitare a priori qualunque “incontro ravvicinato del terzo tipo” tra un eventuale cronista giunto a Kjeller e il personale dell’aeroporto; potendo poi eventualmente smentire/correggere con più facilità il testo dell’intervista, nel caso in cui fossero sorti dei problemi (“il giornalista non ha ben compreso il senso delle mie affermazioni, date del resto per via telefonica”).

Se i giudici-lettori dovessero selezionare quest’ultima opzione, crediamo sia quasi inevitabile che essi si pongano anche la domanda successiva: e cioè quale fosse il motivo dell’evidente prudenza usata da Gulliksen e dai suoi superiori in merito all’intervista resa al quotidiano Arbeiderbladet, se il volo di Pjatakov non si fosse mai verificato nel dicembre del 1935 e se Gulliksen si trovasse pertanto in una botte di ferro, preventivamente al sicuro da qualsiasi possibile insidia.

La nostra risposta risulta fin troppo evidente, alla luce delle pagine precedenti e dei nostri “piccoli dubbi” sulla veridicità delle dichiarazioni rese da Gulliksen.

Vale inoltre la pena di notare, sempre rispetto all’intervista telefonica di Gulliksen, che anche il giornalista norvegese dell’Arbeiderbladet che fece le domande non chiese alcunché (o, in subordine non riferì nulla in proposito) sulla data di arrivo del misterioso aeroplano atterrato a Kjeller proveniente da Linköping nel dicembre del 1935. Una curiosità professionale pari quindi a zero su tale punto specifico da parte sua, oltre che a catena sul pilota/modello dell’aereo/scopo del volo dicembrino del 1935; e di conseguenza una ulteriore nota dissonante, che va collegata subito con la strana forma (telefonica)  di intervista accettata guarda caso dal quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet, guarda caso uno dei principali giornali posseduti dal partito laburista al potere nel gennaio del 1937, ossia di una formazione politica assolutamente interessata a negare in ogni caso l’esistenza del volo di Pjatakov.

Giudici-lettori: “e l’ottavo “buco nero” di Gulliksen, dell’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller?”

Semplice: Gulliksen non fornì neanche la data di ripartenza da Kjeller del misterioso velivolo “norvegese” che, a suo dire, era arrivato dalla città svedese di Linkoping nell’aeroporto da lui diretto nel dicembre del 1935.

In altri termini, egli non riportò neanche la semplice informazione rispetto al momento in cui l’aereo in esame lasciò Kjeller, rilevando ad esempio che “l’aereo arrivato da Linkoping rimase nell’aeroporto di Kjeller per poche ore”, o per un giorno, oppure per due, o tre, quattro o più giorni, e “ripartì da Kjeller in data 1 dicembre 1935”, o il 3 dicembre, o il 7 dicembre o il 31 dicembre del 1935, sempre a titolo di esempio.

Oltre a comprovare ulteriormente il carattere estremamente e volutamente vago delle informazioni fornite da Gulliksen sull’aereo misterioso arrivato (dall’estero) a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ottavo “buco nero” di Gulliksen risulta interessante perché proprio non fornendo la data di partenza di tale velivolo dal suo aeroporto, quest’ultimo si auto-impedì di fornire un’altra prova devastante contro Stalin e la deposizione resa da Pjatakov nel gennaio del 1937, sempre se realmente nell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non vi fosse stato a bordo Pjatakov.

Ipotizziamo infatti per un attimo che Pjatakov non fosse mai salito e sceso dall’apparecchio giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, e diamo per scontato e sicuro che Gulliksen e il governo norvegese fossero assolutamente interessati, sia per evidenti ragioni politiche che per affermare il vero, a demolire la tesi opposta di Pjatakov/Stalin sull’esistenza del volo da Berlino a Kjeller, con il relativo ritorno e con la derivante ripartenza (inevitabile e necessaria) dell’aereo da Kjeller in direzione della Germania.

Dati questi due assiomi e ipotizzando per un istante l’inesistenza dell’arrivo/partenza di Pjatakov a/da Kjeller, sorge subito immediata la domanda sulle ragioni per cui Gulliksen e il governo norvegese non fornirono neanche la data di partenza da Kjeller del misterioso velivolo giunto dall’estero in Norvegia, nel dicembre 1935.

A Gulliksen bastava ad esempio affermare: “l’aereo giunto da Linkoping a Kjeller ripartì dal mio aeroporto in data 1 dicembre 1935”, sempre ipotizzando che tale fosse la realtà. Con questa sua semplice dichiarazione, le testimonianze rese da Pjatakov venivano infatti demolite alla radice e in modo preventivo, visto che prima del 10 dicembre Pjatakov non si trovava a Berlino ma viceversa era ancora in Unione Sovietica, posto e nazione dal quale risultava assolutamente impensabile che Pjatakov potesse organizzare (e tanto meno organizzare senza essere subito scoperto dall’NKVD stalinista) il suo volo segreto, con evidenti finalità antistaliniste; una data, quella del primo dicembre 1935, che tra l’altro risultava in stridente e clamorosa contraddizione con le dichiarazioni rese proprio da Pjatakov al processo di Mosca del 1937, e che indicavano invece il 12 o 13 dicembre come giorno del suo volo/colloquio segreto con Trotskij.

Proseguendo con il metodo dell’esclusione dei giorni di partenza, per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller dell’aereo in oggetto era avvenuta in una data compresa tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935? Anche nel caso di una reale ripartenza da Kjeller dell’aereo in via d’esame in una delle date comprese tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935, valevano le identiche (e positive, per Gulliksen e il governo norvegese) ragioni esposte poco sopra, con la sola aggiunta che il 10 dicembre Pjatakov era appena giunto a Berlino e risultava quindi impossibilitato, per forza di cosa, a partire per Kjeller.

Proseguiamo: per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller del velivolo in oggetto fosse avvenuto in una data compresa tra il 15 e il 31 dicembre del 1935?

Sempre ipotizzando che la ripartenza dell’aereo fosse avvenuta realmente in una di queste date, ossia in uno dei giorni compresi tra il 15 e il 31 dicembre del 1935, la semplice esposizione di tale dato di fatto (“la ripartenza dell’aeroplano in oggetto è avvenuta il 31 dicembre 1935”, ad esempio) demoliva alla radice proprio la ricostruzione temporale degli eventi effettuata da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, in base alla quale – come abbiamo sottolineato più volte – le date del volo risultavano essere il 12, o al massimo il 13 dicembre del 1935.

Niente di tutto ciò, rispetto ai tre periodi temporali presi in esame.

Risulta evidente che la sola e unica ragione per cui Gulliksen e il governo norvegese non comunicarono la data della ripartenza del volo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 era che fornire tale informazione andava contro i loro interessi, finalizzati ovviamente a demolire la veridicità del volo di Pjatakov: e tutto ciò per il semplice motivo che l’allontanamento dell’aereo era avvenuto realmente e concretamente o il 12 o il 13 dicembre 1935, e cioè proprio nei giorni indicati dalla testimonianza resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937 (il criterio proposto vale ovviamente anche per le date di arrivo del velivolo misterioso a Kjeller…).

Avvocato del diavolo: “vi siete dimenticati la possibilità che l’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non fosse invece ripartito – per motivi logistici o di altra natura – dall’aeroporto norvegese, rimanendo invece per tutto il mese di dicembre in uno dei suoi hangar e spazi coperti”.

Meglio ancora, per Gulliksen e il governo norvegese!

Ipotizziamo infatti per un attimo che tale tesi sia vera: in questo caso, Gulliksen avrebbe potuto dichiarare trionfalmente che “l’aereo arrivato da Linköping a Kjeller rimase nell’aeroporto da me diretto, per tutti i giorni restanti di dicembre”.

Gulliksen e il governo norvegese avrebbero subito ottenuto, in tal modo, che qualunque persona dotata di un minimo di intelligenza si sarebbe chiesta: “ma allora Pjatakov come avrebbe potuto tornare a Berlino, sempre ammesso che il suo volo fosse una realtà: con l’autostop? Attraversando forse a nuoto, nel freddo dicembre del 1935, il mare che separava la Norvegia dalla Germania?”

La tesi “dell’aereo mai ripartito” avrebbe quindi giocato, se fosse stata vera, solo a favore e a vantaggio di Gulliksen e del governo norvegese, e viceversa contro le tesi di Pjatakov e del regime stalinista.

Giudici-lettori: “ma allora per quale motivo Gulliksen e il governo norvegese non s’inventarono una data fittizia, per la ripartenza dell’aereo da Kjeller?”

Valgono, in questo caso specifico, gli stessi motivi che non permisero la manipolazione della data di arrivo del velivolo a Kjeller e che sono stati evidenziati in precedenza.

Il carattere inevitabilmente ingombrante di un aereo; sommato alla singolare presenza fisica di un solo e un unico aeroplano a Kjeller nel dicembre del 1935, secondo le stesse dichiarazioni dello stesso Gulliksen; sommato alla presenza inevitabile di meccanici, manovali e controllori di volo a Kjeller, nel dicembre in oggetto; tali fattori, combinati tra loro, sconsigliavano e rendevano troppo pericolosa per Gulliksen e il governo norvegese l’eventuale invenzione di una finta data di ripartenza (come di arrivo, certo) per il velivolo in esame, a distanza di soli tredici mesi dal dicembre del 1935 e cioè nel gennaio del 1937, quando Pjatakov effettuò le sue esplosive dichiarazioni al processo di Mosca che lo vedeva alla sbarra con Radek e altri quindici imputati.

L’unica soluzione alternativa possibile, per Gulliksen e il governo norvegese, risultava pertanto quella della reticenza e del non dichiarare la data di arrivo e di partenza del volo in oggetto, oltre che nel non indicare la tipologia dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 e l’identità dei suoi piloti; troppi meccanici, manovali e controllori di volo erano impegnati all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, troppi potenziali testimoni e troppe bocche potevano pertanto ricordare e parlare rispetto all’unico, al solo, al solitario e quindi facilmente ricordabile aeroplano giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

E’ appena il caso di rilevare, infine, come il super-reticente Gulliksen non abbia comunicato neanche l’eventuale destinazione dell’aereo giunto a Kjeller, una volta che esso fosse eventualmente ripartito dall’aeroporto norvegese: esso era forse diretto a Linkoping, ritornando nella sua presunta base di partenza svedese? Mistero…

Oppure il misterioso velivolo giunto a Kjeller da Linkoping aveva un’altra destinazione, ad esempio… Berlino? Mistero.

In estrema sintesi, il supertestimone Gulliksen non ci ha fornito quasi nessuna informazione sul solitario velivolo arrivato a Kjeller, se non (bontà sua…) che esso era arrivato nel dicembre del 1935, era norvegese e “non conteneva passeggeri”: la sua evidente reticenza si coniuga inoltre con il suo tentativo di rendere innocuo e neutralizzare il fatto plateale (e che non poteva negare, per la presenza di meccanici, guardie, operai addetti al rifornimento di carburante e alla pulizia dell’aeroporto, controllori di volo, ecc.) per cui un solo aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 ed esso proveniva dall’estero, non dal suolo norvegese.

Un ulteriore elemento di prova, oltre che di verifica incrociata della nostra tesi, arriva adottando il già accennato criterio del “cui prodest” e degli interessi in gioco.

Sotto questo aspetto risulta subito chiaro che Gulliksen aveva tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio in Norvegia e a Kjeller di Pjatakov, per evidenti motivi personali e politici (“è arrivato Pjatakov a Kjeller in incognito e con una falsa identità, e non me ne sono neanche accorto: sia come norvegese che in qualità di direttore dell’aeroporto, ci faccio proprio una bella figura di malta”).

Risulta altresì evidente che allo stesso tempo anche il governo e gli apparati statali norvegesi avevano a loro volta tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio di Pjatakov a Kjeller e sul suolo norvegese, per pesanti ed evidenti motivi politici. “È arrivato Pjatakov a Kjeller, in incognito e sotto una falsa identità, e non ce ne siamo neanche accorti: facciamo proprio una bella figura e per di più nei confronti dell’odioso regime stalinista, oltre che rispetto a tutto il mondo”.

Ora, solo la combinazione tra questi interessi concreti e l’arrivo reale di un velivolo giunto dall’estero a Kjeller proprio il 12 o 13 dicembre del 1935 può spiegare il fatto veritiero, ma incredibile, per cui nella sua dichiarazione di fine gennaio 1937 Gulliksen non abbia fornito tali informazioni, in tutti gli altri casi utili e favorevoli alla sua causa (e del governo di Oslo), sulla data di arrivo del misterioso aereo giunto a dicembre nell’aeroporto di Kjeller.

Se tale velivolo non fosse arrivato il 12 o 13 dicembre del 1935 a Kjeller, Gulliksen e le autorità norvegesi avevano tutto l’interesse a informare il mondo intero almeno e come minimo della data dell’atterraggio, del giorno di atterraggio dell’aereo “giunto da Linköping”, anche solo per evitare malintesi; ma invece non lo fecero, fatto altrettanto sicuro. La conseguenza inevitabile, qualunque giudice-lettore può trarla da solo.

Giudici-lettori: “e se l’aeroplano fosse invece realmente partito da Linköping, con Pjatakov a bordo e arrivando da Berlino?”

Si tratta di un’ipotesi che ovviamente non inficia in alcun modo il nostro ragionamento sulla reale esistenza del viaggio di Pjatakov, ma la troviamo tuttavia molto meno probabile perché innanzitutto essa avrebbe allungato di almeno tre ore il viaggio da Berlino. Linköping si colloca infatti ad est di Kjeller e dista da quest’ultima circa 300 chilometri, da moltiplicare poi per due (= 600 chilometri), più il tempo necessario per l’atterraggio, le pratiche doganali e il decollo; in secondo luogo tale eventuale scelta avrebbe comportato il raddoppio dei possibili testimoni e dei possibili controlli aeroportuali e sarebbe andata quindi a sfavore della segretezza del viaggio con un falso passaporto, quindi già di per sé rischioso, di Pjatakov in terra norvegese.

L’ultimo elemento di prova è rappresentato dalle “cinque coincidenze” sopracitate, che avevamo lasciato momentaneamente da parte e che a questo punto vanno riutilizzate, collegandole e mettendole in contatto con gli indizi finora raccolti.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava aperta e funzionante nel dicembre del 1935 anche secondo Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935 partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta a Kjeller per tutto il mese di dicembre del 1935: e per giunta, tale velivolo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando perlomeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè dal giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, pochissimi e rarissimi aerei atterrarono all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per almeno duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dal primo gennaio del 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen non atterrò più a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando almeno alla versione di Gulliksen – e sicuramente da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”: il misterioso aereo in via d’esame atterrò a Kjeller che, guarda caso, dista solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, dalla cittadina norvegese di Honefoss nella quale senz’altro risiedeva Trotskij durante il dicembre del 1935.

Si è già notato che una “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un certo evento, ma cinque “coincidenze fortuite” e “casualità” sullo stesso evento/volo risultano come minimo molto sospette, se analizzate in modo combinato e interconnesso: già solo il fatto eclatante per cui l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse da fuori dei confini norvegesi dà molto da pensare, anche come elemento isolato e staccato dai rimanenti.

Ipotizziamo per un attimo l’impensabile, e cioè che Goldman e Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, al posto di manipolare le dichiarazioni rese da Gulliksen avessero invece dichiarato la pura e semplice verità: ossia che nel dicembre del 1935 un velivolo era arrivato a Kjeller provenendo sicuramente dall’estero, che tale aereo era atterrato a soli cinquanta chilometri da Honefoss, dal luogo allora di residenza di Trotskij e che infine il direttore dell’aeroporto norvegese in oggetto non aveva fornito neppure il giorno di atterraggio del misterioso velivolo decembrino, in evidente contrasto con le numerose informazioni viceversa da lui rese rispetto al “19 settembre” e al “Signor Robertson”.

E’ ragionevole pensare che, in questo caso ipotetico, persino l’amichevole – verso Trotskij – commissione Dewey avrebbe avuto dei seri dubbi in proposito e avrebbe chiesto a Gullikse