LE VOL DE PIATAKOV

Intervento del compagno Aymeric Monville, direttore della casa editrice Edition Delga di Parigi, rispetto al nuovo libro intitolato “Le vol de Piatakov” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

“Vi presento la pubblicazione in francese del libro dal titolo Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti.

Gli autori italiani sono Burgio, Leoni, Sidoli; la traduzione del libro è della casa editrice Edition Delga di Parigi […] Sono editore da diciassette anni, ho pubblicato con i miei colleghi 223 libri, ma considero questo libro il più importante testo di tutti, non solo per la profondità filosofica che esprime, ma è importantissimo soprattutto per le conseguenze politiche che può avere […] Nel libro abbiamo tutte le prove della collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti e, dunque, della divisione nella famiglia dei comunisti di Lenin e della rivoluzione d’Ottobre, una divisione non più giustificabile. La figura di Trotskij non può più servire da pretesto per le divisioni […]

Gli autori italiani su questo libro partono dal fatto che il trotskismo è un partito che ha concluso una alleanza tattica con i fascisti a lungo termine per battere Stalin … Trotskij davanti alla commissione Dewey dichiara:

“Se fosse provato che Pjatakov realmente mi avesse fatto visita, la mia posizione diventerebbe compromessa senza speranza”.

Il video dell’intervento “Le vol de Piatakov. 1/ La fin du trotskysme” è possibile visionarlo in https://www.youtube.com/watch?v=_K-rSpU65aY&t=125s

Le vol de Piatakov

È uscita in questi giorni l’edizione francese, riveduta e corretta del libro Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti: il titolo del saggio in oggetto in francese è “Le vol de Piatakov”, e si può acquistare andando sulla pagina https://editionsdelga.fr/produit/le-vol-de-piatakov/

Buona lettura.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La tendenza comunista nella Divina Commedia.

Pubblichiamo un nostro breve saggio per il 700° anniversario della morte di Dante, saggio intitolato “La tendenza comunista nella Divina Commedia”.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.  

La tendenza comunista nella Divina Commedia

“Maledetta sia tu, antica lupa” (la lupa rappresenta il simbolo dantesco che indica avidità, cupidigia di beni materiali e desiderio di “subiti guadagni”) “che più di tutte l’altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa’” (Purgatorio, canto ventesimo, versi 10/12)

Non vi sono dubbi che Dante Alighieri (1265/1321) sia considerato giustamente come uno dei principali poeti del mondo occidentale godendo, quasi senza soluzione di continuità, di grande popolarità a partire dalla morte del geniale poeta-filosofo fiorentino fino all’inizio del terzo millennio.

Oltre alla fama acquisita da Dante in terra italiana, va sottolineato altresì come sul piano internazionale la Divina Commedia venne tradotta in latino (lingua allora universale) nel 1416 e in lingua catalana nel 1429, mentre alcuni canti risultarono disponibili in lingua spagnola già agli inizi del Quattrocento; la prima traduzione della Commedia si verificò invece in lingua francese nel 1597 e in inglese nel 1802, mentre negli Stati Uniti d’America apparve nel 1867 una splendida traduzione curata dal poeta H. W. Longfellow.

Se in lingua cinese i primi tre canti dell’Inferno vennero a loro volta pubblicati nel 1921 e l’intera Commedia risultò via via disponibile a partire dal 1948, va altresì rilevato che il 20 ottobre del 2011 cento milioni di cinesi seguirono in diretta televisiva l’inaugurazione nella città di Ningbo di una grande statua di bronzo raffigurante Dante, collocata vicino a una delle più grandi librerie del gigantesco paese asiatico[1].

A sua volta in terra russa comparvero fin dagli inizi dell’Ottocento le prime traduzioni parziali della Commedia, mentre non a caso nel 1921 e nella Russia sovietica di Lenin venne celebrato su ampia scala l’anniversario dei seicento anni trascorsi dalla morte di Dante. I dirigenti bolscevichi erano infatti perfettamente coscienti che proprio Engels, nel febbraio del 1893 e nella sua prefazione all’edizione italiana del Manifesto del Partito Comunista, aveva sottolineato che «la prima nazione capitalista è stata l’Italia. Il chiudersi del medioevo feudale, l’aprirsi dell’era capitalista moderna sono contrassegnati da una figura colossale: quella di un italiano, Dante, al tempo stesso l’ultimo poeta del medioevo e il primo poeta moderno».[2]

Altrettanto innegabile della meritatissima popolarità via via acquisita da Dante è il fatto che il suo grande capolavoro, la Commedia (Divina Commedia, dopo la definizione proposta da Giovanni Boccaccio attorno al 1373), abbia costituito in buona parte anche un grande trattato di teologia e filosofia in versi, oltre che una sintesi del pensiero politico e filosofico medioevale cristallizzatasi proprio all’inizio della transizione – specie in Italia – verso il capitalismo manifatturiero e bancario: Dante costituì pertanto una geniale figura di transizione e di collegamento tra due epoche diverse che allora coesistevano in modo conflittuale, quella feudale in profondo declino e quella nascente della borghesia tardomedievale.

Non vi sono inoltre dubbi che il politico e filosofo Dante Alighieri, proprio nella Divina Commedia, prese apertamente posizione ed effettuò delle precise scelte di campo, spesso con inusitata violenza e ardore polemico, rispetto alle principali tematiche politiche e sociali del suo tempo; nei confronti del Vaticano e della chiesa cattolica, il più grande proprietario di beni fondiario del tempo, oltre che dei banchieri e dell’usura, del processo di accumulazione di ricchezza in mano ai privati, delle eresie del suo tempo e del movimento francescano, della storia millenaria della chiesa e dello scontro tra papato e impero, per citare solo alcune delle questioni allora “calde” in quel complesso periodo storico, all’inizio del Quattordicesimo secolo.

Invece finora è risultato quasi nascosto un dato di fatto esplosivo, e cioè che una delle tendenze politico-sociali dominanti all’interno della Divina Commedia risulta di matrice comunista, esprimendo sia un’utopia collettivistico-religiosa che una critica, aperta e durissima, contro i rapporti sociali di produzione e di potere egemoni nell’Italia dell’inizio del Trecento: una tesi in parte già esposta dal reazionario E. Aroux, nel suo libro Dante eretico, rivoluzionario e socialista del 1854.

In altri termini la Divina Commedia costituisce un’opera artistica con una forte matrice prototocomunista e che esprime, a volte in forme caute e prudenti, un messaggio politico-sociale alla cui base si trova anche il collettivismo utopico di derivazione francescana.

Per provare la nostra tesi, partiamo dai nemici messi in luce dal sincero e fervente cristiano di nome Dante Alighieri nella sua geniale Commedia, e dal principale antagonista politico-sociale che venne chiaramente individuato da Dante nel suo opus magnum, rappresentato senza dubbio dalle alte gerarchie della chiesa cattolica del suo tempo.

Sono fin troppo conosciute le durissime e splendide condanne effettuate da Dante contro tutta una serie di papi, cacciati senza alcun riguardo nei gironi dell’Inferno, oltre all’ostilità manifestata dal poeta-filosofo fiorentino contro i preti simoniaci: si pensi solo all’invettiva contro i pontefici e i religiosi che accumulavano cariche ecclesiastiche, ricchezze e “oro e argento” contenuta nel XIX canto dell’Inferno.

Va invece evidenziato un altro elemento spesso sottovalutato, e cioè la filosofia della storia elaborata da Dante nella Commedia rispetto al processo storico di progressiva degenerazione subita a suo avviso dalla chiesa cattolica dopo la “donazione di Costantino”, ritenuta autentica dal pensatore toscano.

A tal proposito Dante espresse un giudizio estremamente chiaro nel XIX canto dell’Inferno, versetti 115-117, sostenendo;

 «Ahi, Costantino, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre».

Fino al 1517, con la pubblicazione del libro intitolato La falsa Donazione di Costantino di Lorenzo Valla, era infatti ritenuto ancora vero il presunto documento con cui l’imperatore romano Costantino, che realmente legittimò e legalizzò il cristianesimo nel 312-313, avrebbe donato nel 315 a papa Silvestro, al Vaticano e alla chiesa romana ampie proprietà immobiliari e fondiarie, oltre a riconoscere il primato del potere papale su quello imperiale.

Per Dante, che considerava valido il documento apocrifo sulla donazione di Costantino, quest’ultima era considerata in modo assai concreto e materialistico come il grande peccato originale della chiesa cattolica (“di quanto mal fu matre”) e l’inizio di un processo di profonda degenerazione delle alte gerarchie cattoliche, avendo avviato la corsa sfrenata del clero alla ricerca di ricchezza e di potere e creato simultaneamente “il primo ricco patre”: da quel “primo ricco patre” e da papa Silvestro, iniziò per Dante la caduta, progressiva ma disastrosa, dei vertici ecclesiastici e del papato in un processo storico che si acutizzò alla fine del Tredicesimo secolo, tanto che fin dal VII canto dell’Inferno venne sottolineato esplicitamente il gran numero di prelati, di “papi e cardinali” dediti e votati con passione solo al peccato mortale dell’avarizia e alla ricerca di “tutto l’oro ch’è sotto la luna”.

Di fronte all’abisso di decadenza in cui era ormai caduto il Vaticano e la curia romana, il grande filosofo-poeta fiorentino fece illustrare la sua audace filosofia della storia anche all’apostolo Pietro in persona, nel XXVII canto del Paradiso: riemerse allora il tema per cui proprio la ricerca di ricchezza, di beni materiali e di potere aveva via via corrotto la chiesa cattolica e soprattutto il suo nucleo dirigente, il Vaticano, con i numerosi “successori” dell’apostolo Pietro che tradirono via via il suo mandato, diventando solo dei “lupi rapaci”.

Dante infatti mise in bocca a Pietro una tremenda invettiva contro la natura perversa e accumulatrice assunta ormai da molto tempo dai vertici del Vaticano, visto che quest’ultimo infatti dichiarò in sostanza contro la curia romana del tempo e al cospetto di Dante: «non ti meravigliare se cambio colore, perché non appena avrò iniziato a parlare, vedrai trascolorare allo stesso modo anche gli altri spiriti beati. Colui che sulla terra usurpa la mia sede» (al momento del viaggio di Dante il papa era Bonifacio VIII, non degno neanche di essere nominato ma sul quale è chiara l’allusione), «vuota al cospetto di Cristo» (perché l’attuale papa non la riempie degnamente), «ha fatto luogo ove subii il martirio, Roma, una cloaca di sangue e puzza» (guerra e corruzione), «tale da far gioire l’angelo pervertito nel più profondo dell’Infero» (Lucifero). «La sposa di Cristo» (la Chiesa) «non nacque dal mio sangue, e da quello di san Lino e sant’Anacleto, dal doloroso martirio di Sisto, Pio, Callisto e Urbano perché i papi si arricchissero, ma per guadagnarsi la vita eterna; non era nostra intenzione favorire alcuni e avversare gli altri, né che le mie chiavi fossero usate come bandiera in guerra contro altri cristiani» (chiaro riferimento alle lotte tra guelfi e ghibellini), «né che la mia stessa immagine fosse usata quale sigillo per vendere privilegi» (cioè per commettere simonìa). «Su tutta la terra si vedono lupi travestiti da pastori: o difesa di Dio, perché non li punisci tutti? Già si preparano a bere il nostro sangue caorsini» (papa Giovanni XXII, originario di Cahors) “e guaschi” (papa Clemente V, guascone): «ma l’alta Provvidenza che salvò Roma per mezzo di Scipione presto interverrà, e tu, figliolo» (si rivolge a Dante), «quando tornerai nel mondo, non tacere quello che io non taccio». (versi 10-66, canto XXVII del Paradiso).

Il secondo nemico politico-sociale chiaramente individuato da Dante nella sua Commedia venne costituito dalla borghesia finanziaria manifatturiera e dagli “spiriti animali” in via di sviluppo di quel capitalismo europeo che, proprio nel tessuto urbano dell’Italia e nella Firenze dell’inizio del Quattordicesimo secolo, stava ormai diventando il principale rapporto sociale di produzione e di distribuzione.

Non è certo casuale che Dante fece, nel XXVII canto, pronunciare a Beatrice, la sua accompagnatrice nel Paradiso, una durissima apostrofe contro la cupidigia sia degli ecclesiastici che dei ricchi laici. Nelle parole di Beatrice (versi 85-114) la “cupidigia” e il desiderio di ricchezze letteralmente affonda e sommerge di uomini, incapaci di alzare lo sguardo. La corruzione dell’umanità è così diffusa che solo nei bambini si trovano “fede e innocenza”: la causa di ciò, ancora una volta, è indicata nel fatto che “ ‘n terra non è chi governi: / onde si svia l’umana famiglia”, a motivo della corruzione della chiesa e della conseguente inazione dell’Impero, appena denunciata da san Pietro.

Non si tratta certo di un caso isolato, nella eversiva e sovversiva Divina Commedia di Dante.

Proprio nel primo canto dell’Inferno, infatti, il grande poeta-filosofo fiorentino denunciò con forza devastante la “lupa”, e cioè la cupidigia e l’avidità di beni materiali, come una delle cause principali dei mali dell’umanità, esprimendo altresì la sua fiducia che proprio la provvidenza divina avrebbe mandato un salvatore sulla terra, un “veltro” (su cui torneremo) al fine di restaurare la giustizia e la fraternità fra tutti gli uomini (versi 49-54 e 88-117, primo cantico dell’Inferno). Chi vuole, può a questo proposito ricordare l’«adda venì Baffone» e il motto adottato da buona parte degli operai italiani, dal 1943 fino alla metà degli anni Cinquanta.

Rispetto a una delle principali sezioni della borghesia occidentale e italiana, e cioè i banchieri-usurai, l’odio di classe di Dante non conobbe del resto alcun limite e moderazione.

Nel XVII canto dell’Inferno egli infatti celebrò le pene e i tormenti atroci a cui erano sottoposti gli usurai per tutta l’eternità, celebrando a modo suo e in forma appena velata anche uno dei più famosi banchieri del tempo: quel Rainaldo degli Scroveni che, per ripulirsi anima e immagine, aveva fatto realizzare nel 1303/05 al geniale Giotto una cappella dedicata alla Vergine Maria. Per non lasciare dubbi sulla valutazione della pelosa e astuta generosità “cattolica” di Rainaldo degli Scroveni, Dante schiaffò «quest’ultimo all’Inferno nel girone di Maleborghe descrivendolo con parole assai poco gentili, notando che “qui distorse” (Rainaldo), “la bocca e di fuor trasse la lingua, come bue che ‘l naso lecchi».[3]

Se Dante sottolineò inoltre con cura l’importanza del peccato mortale dell’usura, termine entro il quale nel Medioevo si comprendevano le diverse attività bancarie e di prestito, la feroce musica dantesca non cambiò del resto neanche rispetto all’avarizia e all’ansia di accumulazione di beni materiali, condannata senza pietà alcuna nel VII canto dell’Inferno: avari-ecclesiastici e avari-laici, avidi e desiderosi solo di “oro”, vennero accomunati in una condanna senza remissioni da parte del grande poeta fiorentino, che del resto già nel VI canto dell’Inferno aveva indicato proprio nell’avarizia una delle tre cause fondamentali delle discordie che laceravano costantemente la Firenze protocapitalista dei suoi tempi.

In altri termini Dante non si limitò nella Commedia a condannare l’avidità delle alte gerarchie cattoliche, che avevano fatto “dio d’oro e d’argento”, ma attaccò simultaneamente e con estrema forza anche quella “gente nuova” (e i “subìti guadagni”) costituita dalla nascente borghesia italiana europea, come fece nel XVI canto dell’Inferno (versi 73-75), condannando senza mezzi termini la «nascente civiltà mercantile, dominata dall’idolo del denaro, il “maledetto fiore”, cioè il fiorino, anche in un memorabile scorcio del paradiso (IX, 130)».[4]

Il processo di accumulazione capitalistico di beni e di danaro, del “maledetto fiore” di natura monetaria risultava addirittura esecrabile per l’acceso pauperismo collettivistico-religioso adottato dal geniale poeta-filosofo fiorentino; anche se il Purgatorio era stato inventato ad arte dalla teologia cattolica già nel corso del Dodicesimo secolo, Dante seguì gli insegnamenti di Francesco d’Assisi sul denaro inteso come “lo sterco del diavolo” e collocò pertanto senza alcuna remissione all’Inferno gli usurai e i banchieri, incarnazione terrena, protoborghese e concretissima della “lupa”, del peccato di avidità di beni materiali.

A questo proposito Vittorio Sermonti ha notato giustamente che «Dante conobbe tanto la petulanza taccagna dello strozzino (perfino suo padre, sembra, per mantenere la famiglia…; suo cognato, poi, lo faceva di professione), quanto il cinismo arrogante del grande banchiere. E sapeva bene come le due figure si integrassero e confondessero all’interno di una medesima impresa famigliare, spesso, anzi, d’una persona medesima. E se è probabile non condividesse le rigidezze della dottrina canonica, tanto meno si sarà compiaciuto della prassi sorniona secondo cui la Chiesa di Roma, dosando l’erogazione di scomuniche e indulgenze, copriva le più spericolate operazioni creditizie dei finanzieri toscani disseminati su due terzi d’Europa; i quali, in contropartita, le garantivano l’esazione delle decime e cospicue cointeressenze.

D’altra parte, riflettiamo: se la colpa fondamentale che danna gli Usurai come Violenti-contro-l’arte (nipote di Dio) sta nell’aver violato il precetto biblico di procurarsi il pane col sudore della fronte, altroché strozzini mezza tacca! … Rischia di finire sul sabbione con la borsa al collo l’intero ceto capitalistico emergente di Firenze (e dell’Europa che le ruota intorno), tutta questa gente nuova, che i suoi sùbiti guadagni se li procura, nella più virtuosa delle ipotesi, limitandosi a controllare l’acquisto di materie prime e semilavorati e la distribuzione del prodotto finito, senza comunque mai contaminarsi con le fatiche e coi cattivi odori del cosiddetto ciclo produttivo.

No, non è affatto facile, in capo a diversi secoli di civiltà del mercato e del profitto, rendersi conto del bene di chi siano, per Dante gli Usurai. Certo è che nella loro attività egli riscontra gli estremi del sopruso civile, i segni di un’avarizia smodata e violenta. E li detesta al punto di introdurre una deroga nell’ordinamento giudiziario dell’inferno, pur di punirli peggio dei Sodomiti, esponendoli alle ustioni, per di sotto e per di sopra, con una superficie molto più estesa di cute e in una posizione molto più scomoda, benché la violenza che hanno usato a Dio sia, a rigore, più indiretta e perciò meno grave».[5]

Un altro nemico politico-sociale che emerge dalla Commedia di Dante era costituito dall’azione predatoria, dalla conflittualità bellica e dall’anarchia provocata simultaneamente sia dai Comuni italiani, divisi quasi sempre in fazioni contrapposte (guelfi filopapali e ghibellini filoimperiali), che dai signorotti e delle corti semifeudali che dominavano ancora vaste zone dell’Italia centro-settentrionale.

All’interno della Commedia spuntano numerose e spietate condanne espresse contro le diverse città «e corti italiane, lacerate da violenze e dai particolarismi delle fazioni, da tradimenti e sotterfugi dovuti al calcolo del tornaconto politico o personale: contro Genova, Inf. XXXIII 151-57; Arezzo, Purg. XIV 46-48; Pisa, Inf. XXXIII 79-90 e Purg. XIV 52-54; Siena, Inf. XXIX 121-39; Pistoia, Inf. XXV 10-12; i cosentinesi, Purg. XIV 43-45; Bologna, Inf. XVIII 58-63; Faenza e Imola, Inf. XXVII 49-51; Ravenna e Cervia, Inf. XXVII 40-42; Forlì, Inf. XXVII 43-45; Rimini, Inf. XXVII 46-48; Cesena, Inf. XXVII 52-54; i romagnoli, Inf. XXVII 37-39, Purg. XIV 97-126».[6]

Finora abbiamo analizzato i principali antagonisti politico-sociali di Dante, ma a questo punto bisogna interessarsi anche ai suoi referenti positivi, agli “amici” e ai modelli di riferimento selezionati dal grande poeta-pensatore toscano.

Proprio nel canto dell’Inferno in cui condannò con forza l’uscita, Dante innanzitutto espresse chiaramente il principio politico-sociale secondo il quale a nessun uomo e a nessun cristiano era permesso di impadronirsi e di appropriarsi di beni non prodotti con il proprio personale “sudore della fronte”. Nell’XI canto dell’Inferno, infatti, egli stigmatizzò gli usurai-banchieri anche perché essi violavano la legge divina, scritta e sancita nella Genesi, secondo la quale il genere umano doveva trarre dal proprio lavoro (e non da quello altrui, come nel caso degli usurai-banchieri sfruttatori) i mezzi materiali «per sostentarsi e progredire: e giacché l’usuraio non si attiene a questa prescrizione, dispregia e viola tanto la natura in sé, quanto la natura nell’arte che la prende ad esempio (la sua seguace), e quindi, indirettamente, Dio: l’usuraio, infatti in altro pon la spene, inquantoché, esonerandosi dalle fatiche dell’agricoltore e dell’artigiano, confida negli interessi del denaro prestato».[7]

“Chi non lavora, non mangia”: un detto di Paolo di Tarso che il laborioso Dante Alighieri faceva proprio senza alcuna esitazione, anche e soprattutto in campo socioproduttivo e come modello di ispirazione per la società tardomedievale nella quale operava in modo così geniale.

Dante espresse altresì un’inequivocabile scelta di campo, politico-sociale oltre che religiosa, a favore di una chiesa povera e lontana dai centri del potere: a chiaro sostegno, in altri termini, di quel modello di ecclesia delineato all’inizio del Duecento da Francesco d’Assisi, visto e considerato dal poeta fiorentino in qualità di uno dei più grandi “imitatori Cristo” proprio per la stretta connessione da lui creata tra chiesa, povertà e comunione dei beni, vissuta a livello pratico ancora più che teorico.

Sotto questo aspetto l’XI canto del Paradiso non lascia spazio a dubbi, visto che in esso Dante Alighieri dedicò non pochi versi alla figura di Francesco: Dante infatti immaginò di trovarsi nel cerchio degli spiriti sapienti dove, tra gli altri, è presente anche Tommaso d’Aquino, ed è proprio a quest’ultimo che Dante fa proferire l’elogio di Francesco, profondo, allegorico e ricco di suggestioni (vv. 43-117).

L’elogio non si riduce ad una semplice biografia, né ricalca la ricca aneddotica, colorita ed incantevole, già solida e conosciuta ai tempi di Dante. Anzi, a onor del vero, la biografia si riduce all’essenziale: la nascita è raccontata con una complessa indicazione geografica, è seguita poi da pochi accenni alla conversione, dalla “guerra” col padre, e subito si arriva alle nozze con la Povertà. I versi proseguono narrando del formarsi dell’originario gruppo di discepoli, delle udienze ottenute da Francesco, prima con papa Innocenzo e poi con Onofrio, che diedero “sigillo a sua religione” e “corona” alla sua “santa voglia”. Il racconto prosegue con cenni al viaggio in Oriente, all’eremitaggio e alle stigmate ricevute sul monte Verna, per chiudersi col ritorno di quest’“anima preclara” a Dio, con la morte in umiltà e la sepoltura nella nuda terra.

Centrale in questo canto, come nella vita di Francesco, è l’immagine dell’amore tra il giovane e la Povertà, con le loro “nozze mistiche” dinanzi alla “spiritual corte et coram patre”, l’immagine dell’amore per una tale donna “a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra”. Morte che, in quanto creatura di Dio, Francesco amava e rispettava come fosse sua sorella.

Come nota Auerbach: «A questo per l’appunto serve l’allegoria della povertà: essa fa un tutto unico della missione del santo e dell’atmosfera particolare alla sua persona. […] In quanto donna di Francesco, la povertà possiede una realtà concreta, ma poiché Cristo fu il suo primo sposo, così la realtà concreta, di cui si tratta, è nello stesso tempo parte d’una grande concezione storica e dogmatica. Paupertas unisce Francesco con Cristo, stabilisce la posizione del santo quale imitator Christi».[8]

A questo proposito anche un intelligente studioso come K. Vossler, alieno da qualunque simpatia marxista, ha riconosciuto apertamente le evidenti simpatie di Dante per un modello utopistico di società comunista-religioso, allo stesso tempo pauperistica e solidale, povera e fraterna, riprendendo spunti ed elementi sostenuti non solo nel Vangelo ma anche da importanti teologi cattolici quali Basilio il Grande, Gerolamo e Ambrogio.

Vossler ha notato a questo proposito che nel tardo Medioevo europeo «tornavano alla memoria gli antichi tempi, quando la Chiesa era priva di beni e ogni proprietà veniva posseduta e goduta in comune. Si rammentava la povertà del Cristo e dei suoi apostoli. Il figlio di Dio, insegnava Francesco d’Assisi, che per amor nostro s’è fatto povero, ha consacrato la povertà regina delle virtù ed arra di salvazione. Così, accanto all’ideale di Cristo si collocava quello di san Francesco. Era famigliarissima al pensiero francescano l’idea che nessuno all’infuori di questi due avesse mai accolto benignamente la povertà. Anche Dante si fa eco di tale pensiero. Anch’egli si compiace di contrapporre il modello della povertà evangelica all’avidità della Chiesa del suo tempo: era questo uno dei più potenti e più popolari motivi dell’epoca.

Ma dalla tradizione della chiesa antica non si poteva trarre soltanto una negazione religiosa e sentimentale della ricchezza, se ne deduceva altresì la negazione morale e giuridica. Già Basilio il Grande, Gerolamo, Ambrogio, Agostino ed altri, appoggiandosi agli stoici, avevano insegnato ogni possesso e ogni usufrutto essere, per natura, comune a tutti gli uomini: soltanto dall’usurpazione di alcuni aver avuto origine la privata proprietà, e, ad un tempo con essa, la ricchezza e la miseria. “Ogni ricco è ingiusto o erede di ingiusti” diceva un proverbio assai diffuso. “La ricchezza è rubata ai poveri”. Ogni commercio di denaro è un peccato…

Due sole erano le fonti di ricchezza legittime e gradite al Cielo; i prodotti naturali e l’umano lavoro. Poiché il percepire interessi non poteva rientrare in alcuna di tali classi, Dante pure ha considerato l’«usura» come un delitto contro la legge divina. In breve l’etica medioevale negava alla vita economica e alla proprietà come tale ogni valore positivo, allo stesso modo che lo negava alla civitas terrena. Era principio dominante del diritto canonico il comunismo dei beni; non gli era dunque possibile adattarsi al crescente sviluppo del commercio e delle banche, se non per via di concessioni».[9]

Proprio «dall’antica teoria stoico-cristiana, per cui ogni proprietà doveva condannarsi siccome antinaturale e diabolica, due sorte di pratiche conseguenze potevano trarsi, e cioè, prima: poiché in questo mondo peccatore esiste purtroppo la proprietà privata (e forse deve esistere per nostro castigo) almeno bisognerà scusarla e mitigarla mediante espropriazioni temporanee e parziali, ossia con donazioni ed elemosine: e la Chiesa allora, rappresentante del principio comunistico, la potrà giustificare. Secondo questo principio agivano Gregorio VII, Pier Damiani e Bernardo di Chiaravalle. Oppure si poteva dire: no, in nessun modo deve sussistere proprietà privata fra i Cristiani! La Chiesa deve dare per la prima l’esempio dell’alienazione e della comunità dei beni. Se l’empio e il profano esercitano l’usura ed amministrano il loro denaro, tanto meno la Chiesa deve lasciarsi traviare da costoro. E di questa seconda tendenza nessuno fu in Italia migliore e più appassionato rappresentante dei Francescani. Segue il loro spirito il poeta, allorché rimpiange e maledice la donazione di Costantino come una macchia della Chiesa. Li segue ancora là ove dice i beni della Chiesa non più santi ed intangibili, ma pericolosi ed illegittimi».[10]

Altrettanto evidente risulta la scelta di campo effettuata da Dante a favore di una società ascetica anche per i laici, per i non-religiosi.

Basta solo ricordare che il poeta fiorentino inserì in uno dei gironi infernali anche i “prodighi”, intesi come il gruppo di persone che usavano, o “tendevano a identificarsi con il simbolo dell’opulenza” (Sermonti): i proto-consumisti della Firenze protocapitalista e la sezione più esibizionista delle classi privilegiate. Come ha ben sottolineato Sermonti, “povero e ideologicamente ostile al culto del denaro e dei consumi, Dante, a quanto sembra, non si lascia turbare più di tanto dal supplizio di questi disgraziati”, dei prodighi le cui pene vennero descritte nel VII canto dell’Inferno. [11]

Se esaltando Francesco d’Assisi e la sua concezione ascetico-gioiosa del mondo, ivi compresa ovviamente l’analisi/praxis del “poverello di Assisi” sui rapporti religiosi e sulle relazioni tra chiesa e credenti, Dante non aveva ancora superato del tutto le colonne d’Ercole dell’ortodossia cattolica, la situazione cambiò invece radicalmente con la sua esplicita valorizzazione di Gioacchino da Fiore, un monaco calabrese vissuto nel XII secolo.

Un Gioacchino da Fiore collocato, guarda caso, da Dante proprio in paradiso e tra i beati, a dispetto del fatto eclatante per cui le teorie esposte da quest’ultimo erano state condannate esplicitamente dal Vaticano fin dal 1215 o nel concilio Lateranense, venendo in seguito dichiarate eretiche nel 1263 dalla curia romana e confutate anche da Tommaso d’Aquino pochi anni dopo, nella sua Summa Theologiae.

In sostanza Dante mise nel suo particolarissimo paradiso un pensatore eterodosso come Gioacchino da Fiore che insegnava tra le altre cose come l’Anticristo, l’emissario apocalittico del diavolo sulla terra, sarebbe nato negli stati romani e sarebbe giunto persino “sul seggio di Roma” arrivando ad assumere la stessa carica pontificia: profezia estremamente pesante e, per forza di cose, inaccettabile per la curia romana[12].

Un eretico nel paradiso di Dante, quindi: e per di più un eretico sovversivo e apocalittico, secondo il quale sulla terra si sarebbe aperta a partire dal 1260 una nuova epoca di fratellanza, pace e eguaglianza gioiosa tra tutti gli uomini, assieme alla simultanea fine della gerarchia ecclesiastica nella nuova era dello Spirito Santo.

Un eretico di ispirazione comunista-religiosa, in estrema sintesi: un eretico “rosso” e di matrice collettivistica ma inserito in ogni caso da Dante addirittura nel suo paradiso, e certo non a caso.

Nel canto XII del Paradiso, infatti, il grande filosofo-poeta fiorentino collocò esplicitamente tra i grandi “sapienti” e teologi cristiani proprio Gioacchino da Fiore, definito «il calabrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato»: un “abate” le cui profezie riguardavano sia l’avvento del comunismo fraterno su scala mondiale che la fine del dominio del Vaticano, per l’inevitabile “gioia” dei vertici ecclesiastici romani che lo ripagarono a loro volta dichiarandolo eretico. (Paradiso, canto XII, versi 139-141).

Gioacchino nel paradiso dantesco: ma forse nel 1300-1321 il messaggio di Gioacchino si era ormai estinto, rendendolo pertanto un “cane morto” e inoffensivo sul piano filosofico, religioso e politico?

Tutt’altro, visto che la sua eredità era stata ripresa tra gli altri dai dolciniani (su cui torneremo tra poco) e dai francescani spirituali, continuando in seguito a ispirare tutta una lunga serie di ribelli “rossi” e di comunisti di matrice religiosa ancora per quasi tre secoli. Su questo tema lasciamo volentieri la parola al grande marxista Ernst Bloch, in alcune delle sue pagine più appassionate del suo libro Il principio speranza, quando il filosofo tedesco notò che «l’utopia sociale più influente del medioevo fu esposta, intorno al 1200, dall’abate calabrese Gioacchino da Fiore. Egli non era interessato a purificare la chiesa o anche lo stato dai loro orrori, ma ad abolirli. Il vangelo ormai spento fu riacceso, una lux nova rifuse in esso: quella del terzo regno, come lo chiamavano i gioachimiti. Per Gioacchino esistono tre età nella storia e ognuna si avvicina sempre di più ad attivare l’avvento del regno. La prima età è quella del Padre, dell’Antico Testamento, della paura e della conoscenza della Legge. La seconda è l’età del Figlio ovvero del Nuovo Testamento, dell’amore e della chiesa, divisa in chierici e laici. La terza età, ormai imminente, è quella dello Spirito Santo ovvero dell’illuminazione di tutti, in una democrazia mistica, senza signori né chiesa. Il primo Testamento ha prodotto l’erba, il secondo le spighe, il terzo porterà il frumento. Gioacchino sviluppa questa sequenza in modi molteplici, per lo più con riferimenti immediati al proprio tempo, concepito come tempo della fine e insieme con la prognosi politica che i signori e i preti non possano più, e i “laici” non vogliano più vivere come hanno vissuto sino ad ora.

L’idea del terzo testamento, elaborata in tal modo da Gioacchino nel suo scritto “De concordia utriusque testamenti”, risale per il suo fondamento – non per la sua forza utopico-sociale – al III secolo, a quel padre della chiesa mai canonizzato dalla sua chiesa che fu Origene. Origene aveva insegnato una possibile triplice concezione del messaggio cristiano: una corporea, una psichica e una spirituale. La concezione corporea è quella letterale, quella psichica è quella allegorico-morale, mentre quella spirituale (pneumato intus docente) rivela il “Vangelo eterno” inteso nella Scrittura. Tuttavia questo terzo vangelo in Origene era solo una forma di interpretazione, sia pure la più alta e non si dispiegava autonomamente nel tempo. Inoltre il terzo vangelo in Origene, in quanto ormai compiuto sino alla fine dei tempi, non oltrepassava in alcun modo l’orizzonte neotestamentario. La grandezza di Gioacchino sta proprio nell’aver trasformato la triplicità dei meri punti di vista offerti dalla tradizione in una triplice graduazione nella storia stessa. Anche maggiore influenza esercitò il coerente completo dislocamento del regno della luce dell’aldilà e della consolazione dell’aldilà, nella storia, anche se in suo stadio finale. La comunità ideale in Iambulo (come più tardi in Moro, Campanella e ancora spesso) era posta su di un’isola remota, in Agostino nella trascendenza: in Gioacchino invece l’utopia appare, come nei profeti, esclusivamente nel modo e come stato di un futuro storico. Gli eletti di Gioacchino sono i poveri, ed essi debbono entrare in paradiso con il loro corpo vivente e non solo come spirito. Nella società del terzo testamento non esistono più ceti; sorgerà un’epoca di monaci, vale a dire un comunismo dei consumi e conventuale divenuto generale, un’epoca del libero spirito, vale a dire di illuminazione spirituale, senza particolarismo, senza peccato e senza il suo mondo. Anche il corpo diverrà così innocentemente gioioso, com’era condizione paradisiaca originaria, e la terra raggelata sarà colmata dall’apparizione di un maggio spirituale. C’è un inno del gioacchimita Telesforo (fine del XIV secolo), che inizia con queste parole: O vita vitalis, dulcis et amabilis, semper memorabilis (“O vita vitale, dolce e amabile, sempre memorabile”) e la libertas amicorum non è puritana. Il suo tema è proprio l’esodo dalla paura e dalla servitù ovvero dalla legge e dal suo stato, l’esodo da un governo clericale e dallo stato di minorità dei laici ovvero dalla grazia dell’amore e dalla sua chiesa; la dottrina di Gioacchino, con la sua lega fraterna, non è quindi una fuga dal mondo in cielo e nell’aldilà. Al contrario: il regno di Cristo in Gioacchino è così radicalmente di questo mondo come in nessun altro luogo a partire dal cristianesimo delle origini. Gesù è di nuovo il Messia di una nuova terra e il cristianesimo accade nella realtà, non solo nel culto e nella consolazione: accade senza padroni né proprietà, in una democrazia mistica. È questa la meta del terzo vangelo e del suo regno, dove persino Gesù cessa di essere un capo e si dissolve nella societas amicorum».

Sempre Bloch sottolineò giustamente l’enorme diffusione geografica assunta dal “rosso” e liberatorio messaggio gioacchinita con la sua formidabile carica apocalittica e sovversiva, sottolineando che «è pressoché impossibile determinare tutte le strade prese da questo sogno che si voleva assolutamente storico. Esso attraversò grandi estensioni temporali e raggiunse remote contrade, scritti autentici e falsificati di Gioacchino si diffusero per secoli, raggiunsero la Boemia (con la rivoluzione protocomunista dei taboriti, dal 1421 al 1434)» e «la Germania, e anche la Russia, e le sette che si richiamarono al cristianesimo delle origini colà mostrano chiari influssi della predicazione calabrese. Il regno di Dio in Boemia – e un secolo più tardi per gli anabattisti tedeschi – significava la civitas Christi di Gioacchino. Dietro di essa stava la miseria da lungo tempo, in essa il regno millenario, il cui avvento era imminente: così si cominciò a combattere per accoglierlo. Si pose attenzione soprattutto all’abolizione della ricchezza e della povertà, e la predicazione di questi apparenti esaltati assunse un carattere fraterno nella borsa e nella parola. Agostino aveva scritto: “La città di Dio, finché è pellegrina sulla terra, chiama cittadini e raccoglie la società pellegrina in tutte le nazioni, senza badare a diversità di costumi, di leggi e di istituzioni, che servono a ottenere o ad assicurare la pace terrena”. La città di Dio gioacchinita invece scrutò acutamente le istituzioni che servono al guadagno e allo sfruttamento, ed esercitò nei confronti degli ebrei e dei pagani quella tolleranza necessariamente estranea a un’internazionale ecclesiastica. La cittadinanza dell’imminente città di Dio non era determinata dal battesimo, ma dalla percezione dello spirito fraterno nella parola interiore. Secondo la grande determinazione sovracristiana di Thomas Muntzer, il futuro regno è costituito “da tutti gli eletti ovunque dispersi o dalle stirpi di diverse fedi”. L’influsso del terzo regno di Gioacchinio qui è dichiarato: “dovete sapere”, dice Muntzer nello scritto Sulla fede inventata, in cui esalta la testimonianza del cristiano autentico contro i servitori dei potenti e i chierici della Scrittura, “dovete sapere che essi attribuiscono questa dottrina all’abate Gioacchino e la chiamano un vangelo eterno con grande scherno”. Lo scherno fu cacciato dalla guerra dei contadini tedesca; anche i radicali della rivoluzione inglese, i diggers fautori di un comunismo agrario, i millenaristi e i quintomonarchisti sono tutti eredi di Gioacchino e dei battisti al contempo. Solo dopo che da parte di Menno Simons lo spirito gioacchinita-taborita fu eliminato dal battesimo, le sette occidentali, e non solo quelle mennonite, divennero comunità evangeliche tranquille, particolarmente tranquille».[13]

Per alcuni secoli, e fino al 1600, il pensiero apocalittico di Gioacchino da Fiore costituì la matrice teorica principale e la base storico-filosofica a cui attinsero ispirazione i numerosi e spesso eroici gruppi di eretici, alimentati sia dalla passione per il comunismo che dall’odio per le strutture sociopolitiche classiste, in un “filo rosso” che li coinvolgeva sia sul piano della loro mentalità collettiva che della loro praxis storica concreta, nella loro resistenza o ribellione collettiva contro i rapporti sociali di produzione e di potere di matrice classista, dimostrandosi un serio punto di riferimento anche per Dante[14].

Come ha ben notato lo studioso E. Pasquini, nel pensiero politico-sociale che emerge dalla Commedia di Dante si fondono simultaneamente, anche se evitando le tonalità più estreme, pauperismo francescano e profezia apocalittico di matrice gioacchimita, esaltazione dell’uso povero e minimalista delle cose (usus pauper) di derivazione francescana e attesa escatologica dell’imminente distruzione del mondo classista degli inizi del XIV secolo.

Il grande poeta e filosofo toscano aspettava, prevedeva e soprattutto desiderava un’apocalisse divina e liberatoria diretta contro lo stato di cose esistenti, seguendo gli insegnamenti di Gioacchino da Fiore sulla prossima, imminente catastrofe cosmico-terrena: non certo a caso Dante aveva immaginato ed esaltato fin dal primo canto dell’Inferno la figura liberatoria del veltro, e cioè del “papa povero che avrebbe sconfitto la lupa, l’avidità di ricchezze” (Pasquini).

Il grande poeta toscano da un lato “rifugge dagli estremismi faziosi degli Spirituali” (l’ala a sua volta più coerente del francescanesimo) «più intransigenti, come Ubertino da Casale, nel connettere rigidamente povertà e profezia o attesa escatologica; ma è forse più di loro intransigente nell’estendere il mito francescano dell’usus pauper ad ambiti e personaggi di ogni epoca. Così, se Francesco diventa nella rievocazione di san Tommaso l’eroe stesso della povertà (Par. XI), gli apostoli Pietro e Paolo vengono da Pier Damiani raffigurati “magri e scalzi, prendendo il cibo da qualunque ostello” (Par. XXI 128-129), come autentici frati minori. Non a caso, dunque, l’invettiva contro Niccolò III è l’unica, fra le anticuriali, affidata alla voce del personaggio: con uno sdoppiamento così netto rispetto all’io dell’autore che non può non alludere a qualcosa di eccezionale (altra cosa l’apparente bisticcio di Inf. XIII 25, “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse”). E le parole hanno un impatto feroce (Inf. XIX 90 ss.):

“Deh, or mi dì: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

Né Pier né li altri tolsero a Maria oro od argento, quando fu sortito al loco che perde l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; e guarda ben la mal tolta moneta ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta la reverenza de le somme chiavi che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi.

Dante assume su di sé come uomo e come cristiano la denuncia del tradimento storico della povertà evangelica come un’offesa alla verità; ed è proprio la fede in un risarcimento provvidenziale che crea le radici dello spirito profetico che aleggia nel poema: con l’annuncio di eventi che smentiranno le contraddizioni terrene, di verità cui la storia sbilenca degli uomini dovrà prima o poi adeguarsi. Proprio qui, nell’invettiva di Dante-personaggio contro i papi degeneri e la donazione di Costantino, connessa com’è alla profezia dell’Apocalisse giovannea, si coglie la sinergia quasi fatale fra il pauperismo dantesco, tradotto quasi sempre in polemica e in invettiva, è il suo profetismo laico, scevro di fantasmi e di faziosità. L’uno non esisterebbe senza l’latro; e la polemica è il collante primario di questa saldatura. Proprio in questa luce il XIX dell’Inferno rappresenta la specola ideale per comprendere il passaggio dal ruolo ecclesiale della povertà in san Francesco a una visuale pauperistica in Dante della storia civile e imperiale, dunque non solo ecclesiastica, impressa anche dalla propria esperienza di esule».[15]

Come ha notato correttamente Pasquini, l’afflato apocalittico di Dante del suo maestro Gioacchino da Fiore, “di spirito profetico dotato” – si rivela pienamente anche all’inizio del diciannovesimo canto dell’Inferno – quando attaccando gli avidi prelati simoniaci (“rapaci per oro e per argento”) il poeta fiorentino scrisse:

«O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolverate,

or convien che per voi suoni l tromba,

però che ne la terza bolgia state».

Il suonare la tromba richiama esplicitamente sia i banditori medievali, che richiamavano l’attenzione, sia il passo dell’apocalisse di Giovanni in cui gli angeli suonano la tromba, per annunciare il Giudizio Universale.

Un nuovo spunto eretico e “rosso” di Dante si rivela la sovraesposta “teoria del veleno” e del “mal” costituito dalla celebre (e apocrifa) donazione di Costantino. Tale tesi non risultava certo uno spunto originale di Dante, ma viceversa era stata esposta ed elaborata fin dal 1300-1307 proprio dal movimento ereticale e comunista allora più pericoloso per l’ordine costituito socio-politico, e cioè gli apostolici: i seguaci di fra Dolcino che seppero scatenare un’insurrezione armata eroica, durata alcuni anni, nell’Italia settentrionale avendo una chiarissima e inequivocabile matrice comunista-religiosa e apocalittica.

Ora, rispetto al carattere negativo della (presunta) donazione di Costantino le idee degli apostolici/dolciniani coincidevano sostanzialmente, e non a caso, con quelle di Dante, tanto che lo studioso Alberto Cadili ha sottolineato giustamente che «era, nel ben più eclatante episodio ereticale costituito dal movimento degli “apostolici”, che anche precedentemente alla fase “dolciniana” (1300-1307) matura l’idea di una completa decadenza della Chiesa, la valutazione dello snodo silvestrino-costantiniano pare più sfumata. Dai processi bolognesi del 1299 (interrogatorio di Zaccaria da Sant’Agata) emerge, comune agli altri movimenti pauperistici eterodossi, l’idealizzazione dello status perfectionis della ecclesia primitiva (proprio grazie alla sua povertà), che sarebbe stato perduto con la donazione di Costantino. Tuttavia, a differenza dei suddetti movimenti, l’accettazione del dono da parte di Silvestro determinerebbe “solo” un passaggio da uno stato di perfezione a uno inferiore, ma comunque positivo, di santità. Gli apostolici, che seguono l’ideale primitivo (una continuità storica opposta alla ‘caduta’ della Chiesa maggioritaria), ne sono invece preservati e mantengono la perfezione, a un livello superiore di santi come Agostino e Gregorio che possedettero beni temporali.

A causa dell’ulteriore, successiva decadenza, inoltre, soltanto gli apostolici costituirebbero la vera ecclesia Dei. La continuità con la Chiesa primitiva sarà una costante, assieme all’opinione che il papa avrebbe perso la propria potestà, a meno che non fosse tornato alla pacifica povertà di Pietro».

Come ha ben notato Cadili, anche la teoria del “ritorno di Pietro” e alla primitiva povertà della Chiesa cristiana delle origini univa gli apostolici dolciniani a Dante che, come si è già visto, a più riprese nella sua Commedia aveva indicato a sua volta la necessità vitale che l’ecclesia cristiana ritornasse ad essere povera e lontana dai centri del potere politico.[16]

Dante nel ruolo di sostenitore del lavoro come unica fonte di legittimazione nella riproduzione materiale dell’uomo.

Dante sostenitore della povertà della chiesa cattolica.

Dante sostenitore di Gioacchino da Fiore, di “spirito profetico dotato”.

Dante sostenitore della venuta imminente dell’apocalisse liberatrice e del “veltro”.

Dante sostenitore, come gli eretici dolciniani, della “teoria del veleno” rispetto alla donazione di Costantino.

Già a questo punto si spiega facilmente il fenomeno, allo stesso tempo poco conosciuto ed eclatante, per cui proprio il Vaticano e la curia ecclesiastica accusarono Dante di essere un eretico subito dopo la sua morte: una sorta di primo criterio di verifica incrociata e di “prova del nove” della nostra tesi.

Lo storico A. Pellegrini ha sottolineato a questo proposito che «non tutti sanno che Dante si è dovuto presentare davanti al Tribunale dell’Inquisizione.

Alla sua morte “grande imprudenza fu quella del cardinale del Borghetto (Poggetto)! Correre schiumoso di bile fino a Ravenna per fare dell’ancor caldo cadavere di Dante quel che poi fu fatto al corpo del Pilingegno! Quel bruciar le ossa del poeta sarebbe bastato a palesare la natura del poema. La rabbia fu a tempo raffrenata”, e nel fuoco fu gettato per pretesto, come spregio il libro De Monarchia, nel quale non c’è nulla di eretico.

Questo fermo della Corte di Roma, nei confronti del proprio legato apostolico, non si spiegherebbe se il significato delle opere del padre della lingua italiana non fossero chiare al Vaticano.

G. Rossetti, ripreso poi dall’abate E. Aroux, propone una lista di elementi che indicano quanto il Poeta fosse considerato un eretico.

Archimbaud, arcivescovo di Milano, aveva scritto il nome di Alighieri nel suo elenco degli eretici.

Ottimo, l’amico sconosciuto di Dante «che aveva iniziato a commentare il suo poema, due soli anni dopo la sua morte, s’esprime in questi termini a tale proposito: “Bisogna sapere che ciò che spinse l’autore a trattare così specialmente dei punti della fede cristiana, fu l’invidia di numerose e cattive lingue, morditori, che, non intendono il suo stile né la sua maniera poetica di parlare, lo incolpavano di eresia in certi punti”. Non lasciava tuttavia di segnalare Dante per eretico, riconoscendolo per ghibellino e dichiarando poi che “i ghibellini, sia apertamente sia in segreto, erano tutti degli eretici”.

Belisario Bulgarini ci afferma che il poeta fiorentino, quand’era ancora in vita, era considerato come dannato, e a riprova di ciò cita questa strofa: “Messire Dante Alighieri, tu sei un gran millantatore, gran chiacchierone; tu hai scritto un grosso libro sull’inferno dove tu non sei mai andato; ma contaci bene che tu ci andrai”.

Poco tempo dopo la morte del poeta, il domenicano P. Vernani faceva chiaramente capire il pensiero dell’Inquisizione sul suo conto e scriveva in questi termini al cancelliere dell’Università di Bologna: “Sovente un vaso, il cui interno contiene una bevanda velenosa, espone all’esterno seducenti figure ingannatrici, in modo da ingannare non solamente i semplici e gli ignoranti, ma pure le persone più capaci e le più sapienti. E avviene così sovente anche nelle cose spirituali, e il pericolo è più grand’ancora per coloro che si lasciano coinvolgere. In effetti questo cattivo spirito, che è il padre della menzogna, ha dei vasi che, mentre sono decorati esternamente con figure smaltate piacevolmente di colori sofisticati, che seducono l’onestà e la verità, essi contengono un veleno tanto più crudele e pestilenziale che l’anima che ragiona ha la preminenza sul corpo corruttibile. Fra questi vasi del demonio, ce n’è uno (Dante) che, sofista verboso, com’è, è perve-nuto, rimando fantasticamente molte cose, rendendosi gradevole a molta gente con le sue parole esteriori. Introducendo nelle chiese Boezio e Seneca, questi uomini, ha unito ai suoi fantasmi poetici il verbo della filosofia e non solamente conduce, con astuzia, alla morte della verità le anime deboli, ma vi spinge, con il dolce canto delle sirene, gli spiriti più santi. Lasciando dunque da parte, con disprezzo, le sue altre opere, io ho voluto esaminare un certo scritto che ha intitolato Monarchia“. Il reverendo inquisitore segnala bene il vizio interno della Commedia. Se bisogna credere all’editore di questo libro, Dante sarebbe stato dichiarato eretico dopo la sua morte, “come lo si vede nel Bartholo e in Daniel di Volterra”.

Ma pure quando era in vita sembra che Dante abbia avuto a che fare con l’Inquisizione. Si legge in effetti in un manoscritto della biblioteca Riccardiana, a Firenze (sotto il numero 1011), un breve avant-propos, di vecchissima data, al Credo di Dante, dove è detto che egli “fu accusato d’eresia davanti all’Inquisizione, come un uomo che non credeva in Dio e non osservava per nulla gli articoli della fede”. In effetti, viene aggiunto: “comparve davanti all’Inquisizione”.

In un altro manoscritto della stessa biblioteca (numero 1154) questo Credo è preceduto dal seguente titolo: “Discorsi, canciones, inviati da Dante Alighieri di Firenze, denunciato al papa come eretico”.

Un terzo manoscritto, sotto il n. 1691, porta una indicazione più o meno simile.

Infine il gesuita P. Venturi menziona ancora, nella prima edizione del suo commento, due altri manoscritti, l’uno portava queste parole in alto: “Certi versi fatti da Dante Alighieri quando fu accusato di essere eretico”; l’altro: “Qui comincia il trattato della fede cattolica composto dall’illustre e molto famoso dottore Dante Alighieri, poeta fiorentino, in risposta a messire l’inquisitore di Firenze, su ciò che Dante credeva”.

Scrive il dantologo A. Ricolfi nel Giornale Dantesco: «Ortodosso agli occhi dei moderni e più di molti frati spirituali del suo tempo, Dante era però un eretico agli occhi degl’Inquisitori e della Curia romana; e ciò per molteplici ragioni: tra l’altro è da notarsi che, pur avendo egli dannato all’Inferno gli eretici (ma specificando solo, tra essi, la categoria degli epicurei, e senza nominare esplicitamente Catari, Valdesi ed Arnaldisti: la qual cosa può lasciar adito a commenti o sospetti), e di conseguenza avendo posto in paradiso colui (San Domenico) che “negli sterpi eretici, percosse”, pose tuttavia nello stesso cielo di San Tommaso quel Gioachino, le cui dottrine la Chiesa di Roma aveva, lui morto, condannate».[17]

All’occhio vigile del Vaticano e delle alte gerarchie ecclesiastiche non era sicuramente sfuggito, già nel 1321 se non prima, il fatto eclatante per cui quando nell’Inferno Dante descrisse il girone degli eretici, degli epicurei e degli atei non citò alcun nominativo di eretici religiosi, visto che nei ben due canti dedicati dal geniale poeta-filosofo fiorentino agli eresiarchi e agli epicurei non (sottolineiamo non…) vennero indicati almeno dei nomi allora aborriti dal Vaticano, e cioè:

  •  Valdo, il fondatore della chiesa valdese;
  •  Marco Lombardo, il fondatore della chiesa catara in Italia;
  •  Gerardo Segarelli, il fondatore degli apostolici da cui poi spuntò la figura eroica di Dolcino.

Tre “eretici” che avevano operato in Italia e furono inevitabilmente odiati dall’Inquisizione e dalle gerarchie cattoliche; tre “eresiarchi” ben conosciuti all’inizio del 1300; tre “eresiarchi” già morti nell’anno di grazia 1300, visto che Valdo e Marco erano vissuti nel XII secolo e che Gerardo Segarelli venne orrendamente bruciato sul rogo dall’Inquisizione il 18 luglio del 1300, a Parma. Eppure a Dante riuscì il capolavoro eretico e sovversivo di non nominare neanche uno dei leader delle tre eresie in via d’esame, o almeno un singolo nome di altri eretici minori, italiani o francesi; e il tutto in un periodo storico come quello compreso fra il 1300 e il 1310 (data in cui l’Inferno era sicuramente già stato elaborato da Dante, ivi compresi ovviamente il X e l’XI canto in via d’esame), nel quale fortunatamente le eresie protocomuniste sbocciarono e fiorirono in grande quantità sia in Italia che in Europa, costringendo il Vaticano a proclamare addirittura una “santa” crociata contro gli apostolici di Dolcino, asserragliatisi in armi nel 1306-1307 sui monti della Valsesia piemontese.

Neanche un nome, da parte di Dante; nessuna citazione di famosi eretici del suo tempo; ovviamente nessuna condanna da parte sua per il nome celebre di Gioacchino da Fiore, considerato esplicitamente eretico dal Vaticano fin dal 1263 e, come si è già notato in precedenza, venne invece inserito da Dante proprio tra gli spiriti beati del suo particolarissimo paradiso.

Se al IX e X canto dell’Inferno Dante riuscì a compiere il capolavoro di non nominare neanche una sola figura di eretici religiosi, nel corso della sua narrazione egli invece citò Farinata degli Uberti: guarda caso un “epicureo” in odore di ateismo, accusato da vivo e da morto, a torto o a ragione, di essere un miscredente.

Egli citò il “secondo Federico”, e cioè l’imperatore Federico II di Svevia: un sovrano a cui venivano attribuite, a torto o a ragione, delle opinioni come minimo scettiche e miscredenti rispetto all’esistenza di dio.

Egli citò infine “il cardinale”: e cioè il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, un uomo di chiesa assai particolare e a cui erano state attribuiti a torto o a ragione, sia comportamenti mondani e materialistici che un notevole scetticismo sulle stesse questioni religiose.

Rispetto invece agli eretici di matrice cristiana, agli “eresiarchi” condannati a quel tempo in grande quantità dal Vaticano, Dante si limitò a indicare delle tombe sospese in aria e circondate da “fiamme”, notando che in tali “coperchi” e “arche” si trovavano “li eresiarche” con i “lor seguaci”.

Il passo in oggetto (versi 127-129, IX canto) recita testualmente: “Qui son li eresiarche co’ lor seguaci, d’ogni setta, e molto più che non credi son le tombe carche”.

Se Dante da un lato non citò alcun nome, dall’altro espresse subito la criptica e velata allusione che gli eretici mandati all’inferno dalla giustizia divina risultavano “molto più”, molti di più di quelli che si credeva ai suoi tempi: ad esempio comprendendo al loro interno papi, cardinali e vescovi “ortodossi” e cattolicissimi, ritenuti a nostro avviso da Dante i veri eretici che operavano contro la chiesa povera e ascetica di Pietro, di Lino e di Francesco d’Assisi.

Terzo criterio di verifica incrociata: Dante nominò invece apertamente l’eretico Dolcino, il comunista-religioso Dolcino e i suoi eroici seguaci in un altro canto dell’Inferno, e guarda caso lo fece dando loro un consiglio amichevole e fraterno che, se seguito, avrebbe potuto evitare la sconfitta e il successivo martirio di Dolcino e della sua “Armata Rossa” di operai e contadini del tardo medioevo.

Per capire il passo dell’Inferno in via di esame, bisogna tuttavia inquadrarlo nel suo contesto storico.

Dante scrisse infatti gran parte dell’Inferno dal 1307 al 1310, quando ormai Dolcino e gli apostolici in armi vicino a Novara erano stati purtroppo battuti nell’inverno del 1307 da una “santa crociata” promossa contro di loro da papa Clemente V, collocato da Dante tra i dannati dell’Inferno: era stata riunita un’armata di nobili che, con i loro sgherri, aveva circondato i dolciniani sui monti della Val Sesia, prendendoli e sconfiggendoli soprattutto per fame e mancanza di viveri. Conoscendo perfettamente tali antefatti, Dante fece dire nel XXVIII canto a Maometto – inserito tra i dannati colpevoli di aver creato scismi religiosi – le seguenti parole

«or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,

tu che forse vedra’ il sole in breve,

s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch’altrimenti acquistar non sarìa leve». (Inferno, canto 28, versi 55-60)

Il nodo centrale è che Dante immaginò di aver compiuto il suo viaggio nel mondo ultraterreno nel 1300, e quindi circa sette anni prima della sconfitta di Dolcino. Ma allora qual è il senso e il vero significato del monito contenuto nel XXVIII canto dell’Inferno, che grazie alla capacità divinatorie dei dannati Maometto rivolge al poeta toscano?

Per quale motivo l’esperto soldato-poeta Dante, che aveva combattuto nella cavalleria della repubblica fiorentina nel 1289 (battaglia di Campaldino) e che in seguito, nel 1302, assunse anche il ruolo di uno dei comandanti dell’esercito di esuli fiorentini che cercarono di rientrare nella loro città natale con la “critica delle armi”, fornì attraverso le parole di Maometto un suggerimento di natura logistico-militare all’eretico, comunista e comandante militare di nome Dolcino? [18]

Secondo alcuni commentatori l’avvertimento di Maometto a Dolcino (in sostanza: “procurati delle scorte di viveri sufficienti per l’inverno”), fatto da un anima dannata in grado di prevedere il futuro e quindi di conoscerne l’ineluttabilità, sarebbe stato di natura maligna e ironica, nascendo solo dal malevole compiacimento di Maometto – e di Dante, per interposta persona – rispetto alla futura rovina del frate comunista, che essi reputavano inevitabile oltre che positiva.

Tuttavia un diverso ed eccezionale commentatore di Dante come N. Sapegno ha fatto giustamente notare che il tono dell’ammonimento di Maometto risulta invece “serio e angosciato, senz’ombra di malizia”, e sempre Sapegno ha sottolineato altresì che la prescienza dei dannati, nella particolare visione e rappresentazione dantesca, non esclude assolutamente incertezze e spazi di manovra/libertà per il futuro, a vantaggio dei viventi a cui viene dato consiglio.[19]

Per di più proprio nel canto XXVIII dell’Inferno e al verso 76, poco dopo l’episodio di Dolcino/Maometto, guarda caso Dante espose un altro e diverso caso di ammonimento e di “antiveder” a favore di due viventi (“messer Guido” e “Angiolello”) da parte di un dannato (Pier da Medicina), avvertimento del quale è indiscutibile il senso amichevole e non malizioso.

Ancora più decisiva risulta in ogni caso la valutazione dantesca del contesto storico nel quale avvenne l’eroica avventura dei dolciniani. Dolcino costituiva, come del resto Segarelli e tutti gli apostolici, un seguace appassionato del messaggio apocalittico e “rosso” di Gioacchino da Fiore, e cioè proprio di quel profeta che se era stato (bollato come eretico dal Vaticano), [p1] che risultava più che degno di accedere al paradiso secondo Dante; a legare strettamente Dante e Dolcino, in altri termini, sussisteva la comune passione per le teorie apocalittico-comuniste di Gioacchino da Fiore e una fede comune che spiega il consiglio amichevole fatto dare a Dolcino, per il tramite di Maometto, dal grande poeta-filosofo toscano.

Anche Sermonti aveva riconosciuto che Dante condivideva con Dolcino “nella sostanza tante idee e tante passioni” e realmente Dante e Dolcino, entrambi pensatori-soldati, avevano molto in comune.

La fiduciosa e comune speranza in una prossima, imminente apocalisse.

L’apprezzamento esplicito per Gioacchino da Fiore e il suo messaggio apocalittico-comunista.

La comune scelta di campo a favore di una nuova chiesa ed ecclesia cristiana, di matrice francescana.

La condanna esplicita della donazione di Costantino.

L’odio per i mercanti-usurai e il culto del denaro.

L’odio di classe per l’avidità e la simonìa delle alte gerarchie cattoliche.

L’accettazione – poco francescana, certo – dell’uso delle armi e della violenza per sostenere una causa giusta: si è già notato che Dante, come Dolcino, non risultava certo digiuno di esperienza in materia bellica, visto che il grande poeta toscano partecipò in prima persona e come uno dei capitani dell’esercito degli esuli fiorentini nella battaglia di Castel Pulciano, che vide la sconfitta di questi ultimi nel 1302 con le milizie di Firenze.

L’odio feroce per l’orrendo pontefice di nome Bonifacio VIII.

L’odio feroce per il suo successore, papa Clemente V.

Proprio sotto gli occhi sospettosi del Vaticano e dei potenti del tempo, nel XXVIII canto dell’Inferno Dante riuscì pertanto a esprimere, seppur sotto una forma inevitabilmente velata e cauta, un omaggio particolare e un atto di amicizia postuma rispetto a una figura “sulfurea” come Dolcino, al quale il poeta toscano era legato almeno da forti legami spirituali e politico-sociali, a partire dalla comune attesa della vicina e quasi imminente catastrofe cosmico-religiosa.

Persino uno studioso anticomunista come Vossler è stato costretto a riconoscere che l’attesa dell’apocalisse liberatrice e della fine dello stato di cose esistenti costituivano degli spunti gioachimiti ben presenti non solo in un Dolcino o in Ubertino da Casale, ma anche in Dante e in una parte consistente del mondo occidentale, assieme all’attesa di un Salvatore terreno – ispirato dalla divinità, certo – capace di cambiare radicalmente le strutture sociopolitiche classiste del tempo, a partire ovviamente dalla chiesa cattolica.

In modo acuto ed equilibrato Vossler ha infatti sottolineato come uno degli scritti più significativi per comprendere lo spirito dell’epoca di Dante e la sua Commedia ci venga fornita dall’allora capo dei francescani spirituali, da Ubertino da Casale.

È l’Arbor viatae crucifixae Jesu, scritto nel 1305. In esso si spiega come Cristo vivesse del tutto povero, come la regola e lo spirito di san Francesco obblighino i discepoli di lui all’imitazione di tale perfetta povertà, onde tanto la tendenza lassa dei Conventuali quanto il Papato che quella protegge (Bonifacio VIII e Benedetto IX) rappresentano una aberrazione del pensiero di Cristo. Per dar maggiore forza all’ammonimento, Ubertino traccia un quadro simbolico, simile nei cupi colori alle Apocalissi ed alle profezie, dei destini passati e futuri della Chiesa.

Proprio come in Dante, alla disperazione politica ed all’odio morale si aggiunge qui uno stato d’animo escatologico, epidemico nei tempi di cui parliamo. Le numerose rassomiglianze che si riscontrano fra l’Arbor vitae e gli ultimi canti del Purgatorio non bastano quindi a provare una reale dipendenza del poeta dal monaco. A tendenze e ad inclinazioni uguali, immagini uguali. È noto come nulla vi sia di più contagioso dei moti di sentimento e di volontà originati da impulso religioso. Dalla diffusione degli scritti gioachimitici fino in pieno XIV secolo, un soffio profetico sembrò aleggiare sull’Italia tutta. E ben sapeva Dante quello che faceva allorché dava alle sue epistole dirette ai Principi d’Italia, ai Cardinali, ai Fiorentini ed all’imperatore Enrico VII, un tono untuoso e profetico, non più sopportabile al gusto d’oggi.

Per avere una visione apocalittica della fine del mondo e della rinascita epica e religiosa della chiesa non occorreva essere né spirituale francescano, né nemico mortale all’ambizioso Bonifacio. Lo stesso medico e favorito di questo Pontefice, Arnaldo da Villanova, non è rimasto immune della malattia gioachimitica. Intanto il principale oggetto di tutte codeste passioni, il grande papa Bonifacio, rimaneva imperturbabile e calmo. Cur fatui expectant finem mundi? dicesi abbia esclamato. Fra questi fatui era Dante.

Qual sorta di salvatore e di riformatore aspettava il poeta? Era uno, o eran molti? Era un Imperatore, un Papa, un monaco? Assai si è disputato di tutto questo, né mancherà occasione di disputarne in avvenire. Infatti, Dante stesso non lo sapeva in modo sicuro.[20]

Un’ulteriore elemento da tenere in considerazione, sempre in tema di apocalisse, sono le profonde connessioni via via createsi tra Dante, il teologo francese Pietro di Giovanni Olivi e la componente spirituale-ascetica dei francescani, che hanno influenzato in modo come minimo sensibile la genesi e una parte del contenuto della Divina Commedia.

Seguendo le orme di Raoul Manselli, grande studioso dei movimenti ereticali del Medioevo e coraggioso partigiano antifascista, lo studioso Alberto Forni ha notato a tal proposito che Dante rifiutò da un lato l’estremismo rigorista del francescano spirituale Ubertino da Casale, ma allo stesso tempo dal 1307 si mostrò assai vicino alle posizioni meno intransigenti di molti altri spirituali, e soprattutto dell’Olivi con la sua Lectura super Apolicalipsim.

Forni ha infatti sottolineato che «in un recente convegno internazionale tenutosi ad Assisi su Ubertino da Casale (18-20 ottobre 2013), fra gli argomenti delle varie relazioni presentate, non ha trovato luogo Dante Alighieri. Eppure a tutti sono note le parole con le quali san Bonaventura, nel cielo del Sole, esprime un duro giudizio sul tormentato frate rigorista nella fedeltà alla Regola, posto sullo stesso piano del rilassato Matteo d’Acquasparta: “ma non fia da Casal né d’Acquasparta, / là onde vegnon tali a la scrittura, / ch’uno la fugge e altro la coarta” (Par. XII, 124-126). Il rapporto tra Dante e Ubertino fu centrale per quanto, come vedremo, strumentale nella decisione di scrivere la Commedia (abbandonando il Convivio). Esso è parte delle più ampie relazioni tra Dante e gli Spirituali francescani, un tema che periodicamente riaffiora negli studi ma che resta un’ermeneutica incompiuta. Questo perché Dante fu in primo luogo un letterato geniale, e ogni tentativo di portarlo “a farsi frate” è destinato a fallire. Il problema principale, come me lo prospettò chiaramente anni fa Robert Hollander, è in sintesi questo: come poté essere così importante quel mondo di estremisti per un uomo tanto equilibrato come fu Dante che, oltretutto, lo condannò per bocca di Bonaventura, e il magistero a Parigi della loro guida spirituale Pietro di Giovanni Olivi, autore del libro-vessillo degli Spirituali, la Lectura super Apocalipsim

Bella domanda: perché l’“equilibrato” Dante Alighieri risentì fortemente dell’influenza di un “estremista”: anche se intelligente e dotato di un certo “equilibrio” quale Pietro di Giovanni Olivi?

Anche se il creativo e abile Olivi soggiornò a Firenze per due anni, tra il 1287 e il 1289 e proprio nella terra nativa del giovane Dante Alighieri, la vera risposta consiste nel fascino costante che il messaggio allo stesso tempo spirituale e politico-sociale degli spirituali esercitò sul poeta toscano, dopo il suo esilio forzato da Firenze e la sua nuova collocazione di (geniale) intellettuale declassato, senza mezzi materiali a sua disposizione[21].

«La risposta è in sostanza quella che diede Raoul Manselli: Dante condannò in Ubertino la deriva estrema dello spiritualismo, non gli Spirituali in sé e tanto meno l’Olivi. Il legame intertestuale così intenso che intercorre tra la Commedia e la Lectura super Apocalipsim – ampiamente documentato su questo sito – consente di confermare quel giudizio e al tempo stesso di arricchirlo di nuove prospettive. Il riferimento testuale di Dante fu l’Olivi, non Ubertino. Ancora: l’elaborazione della Lectura super Apocalipsim, se da una parte mirava a fornire ai lettori Spirituali, per la propria edificazione o per la predicazione, una dottrina più ampia di quella immediatamente espressa dal senso letterale – attraverso parole che sono segni mnemonici i quali rinviano all’esegesi contenuta nell’opera dell’Olivi –, dall’altra vestiva questa dottrina con fatti e personaggi reali, tratti dal microcosmo toscano. In più, la rettificava in senso aristotelico (l’Olivi fu sempre un fiero avversario dello Stagirita) e imperiale. Tutto ciò, mentre estende l’ombra dell’Olivi sulla stesura della Commedia, facendo della Lectura il ‘liber concordiae’ di ogni altra possibile fonte, riduce di molto l’apporto di Ubertino. Di conseguenza, lo studioso non deve più cercare di inserire Dante fra gli Spirituali perché, per quanto vicino fosse loro, non vi si può ridurre; deve bensì individuare i modi con cui il poeta ha riversato concetti e immagini appartenenti alla storia provvidenziale della Chiesa – così come descritta dall’Olivi – sull’intero mondo umano, in favore del “viver bene” dell’“omo in terra”, dando la sua risposta a esigenze primarie come la lingua, la filosofia che conduce alla beatitudine in terra, il regime politico.

Ubertino da Casale e Dante fecero anche un uso diverso della Lectura super Apocalipsim. Il primo ne trascrisse diversi brani nel V libro dell’Arbor vitae crucifixae Jesu, opera composta nel 1305 a La Verna. Si è sempre sostenuto che Dante conoscesse l’Arbor, e ciò non è certo escluso. Fatto sta che l’esame intertestuale fra Commedia e Lectura mostra chiaramente come Dante abbia elaborato anche i passi (numerosi) che Ubertino non aveva incluso nel V libro dell’Arbor. Si tratta dei passi strettamente esegetici, che spesso si estendono per parecchi fogli dell’opera oliviana e non sono secondari nell’economia di questa.

Un esempio è l’istruzione data ad Efeso, la prima chiesa d’Asia (Ap 2, 1-7), che contiene alcuni temi fondamentali nel poema come lo scendere e il risalire per gradi nella perdita e nel successivo ritrovamento della carità originaria, che dà il movimento al viaggio di Dante; come la traslazione del primato fra le chiese che ridonda sulle traslazioni da Cimabue a Giotto nella pittura e da Guido Guinizzelli a Guido Cavalcanti nella “gloria de la lingua”, di cui parla Oderisi da Gubbio in Purg. XI; come la distinzione tra la voce esteriore e intellettuale del Cristo uomo che prepara quella dell’interno dettatore, propria dello Spirito di Cristo, distinzione che si incarna, rispettivamente, in Virgilio e in Beatrice, disparendo il primo all’avvento della seconda nell’Eden. Oppure l’invito a ricordare la prima grazia, fatto al vescovo di Sardi, la quinta chiesa (Ap 3, 3), che fra molti luoghi fornisce panno al vagheggiare, nell’incontro con Matelda, una primavera di innocenza e di bellezza perduta. O ancora l’esegesi del dritto o torto interpretare la Scrittura, relativa all’apertura del terzo sigillo (Ap 6, 5), i cui fili emergono nel tessuto della terza bolgia dei simoniaci (Inf. XIX). Si tratta solo di alcuni fra i molti esempi.

Ci sono poi passi non strettamente esegetici, che Ubertino tralascia o non cita in modo diretto. Al termine dell’esegesi del capitolo XIII dell’Apocalisse (Ap 13, 18), che tratta della grande guerra mossa nel sesto stato dalla bestia, della quale viene spiegato anche il mistero del numero del nome – il DCLXVI -, Olivi riporta l’opinione di alcuni, i quali, sulla base degli scritti di Gioacchino da Fiore e di quanto sarebbe stato rivelato in segreto da san Francesco a frate Leone suo confessore e ad altri compagni, ritengono che Federico II e il suo seme sia la testa della bestia che sembrava uccisa e che rivive di Ap 13, 3 (“Et vidi unum de capitibus suis quasi occisum in mortem, et plaga mortis eius curata est”). Secondo costoro, al tempo dell’Anticristo mistico (che precede quello aperto), in questo discendente di Federico non solo rivivrà l’Impero romano, ma egli conquisterà pure il regno di Francia e gli saranno alleati gli altri re cristiani. Farà eleggere papa un falso religioso nemico della regola francescana, che contro questa escogiterà dolose dispense, promuovendo vescovi a lui consenzienti ed espellendo i chierici e i precedenti vescovi che erano stati avversi al seme di Federico e specialmente a quell’imperatore, a lui e al suo stato.

Ubertino da Casale applica la figura dell’Anticristo mistico a Bonifacio VIII (morto nel 1303) e al suo successore Benedetto XI (1303-1304; Arbor vitae, V, 8), ma non cita direttamente l’esegesi oliviana di Ap 13, 18 sull’Anticristo mistico-discendente di Federico II. Dante non solo elabora intertestualmente questa pagina, che in ciò ben rivela la portata della metamorfosi della Lectura super Apocalipsim nella Commedia, ma soprattutto fa risuonare l’operato del falso papa che caccia coloro qui semini Frederici et specialiter illi imperatori et sibi et suo statui fuerant adversati in bocca al ghibellino Farinata degli Uberti, uditi i nomi dei “maggiori” di Dante: poi disse: “Fieramente furo avversi / a me e a miei primi e a mia parte” (Inf. X, 46-47). Qui siamo in presenza non di un papa, dell’universale potere spirituale, ma del capo di una fazione cittadina quasi fosse un vescovo della propria chiesa “politica”, che espelle i suoi avversari. Si tratta di un modo di procedere tipico di Dante, che diffonde immagini e concetti universali sull’intero stato umano e su quello particolare della sua città. Qui “sta – direbbe Gianfranco Contini – la mondanità discretiva del Dante della Commedia, unicuique suum“ (Filologia ed esegesi dantesca [1965], in “Un’idea di Dante. Saggi danteschi”, Torino 1970 e 1976, p. 135).

Dunque Dante segue l’Olivi, non Ubertino. Ma quest’ultimo svolse un ruolo fondamentale nella decisione di scrivere la Commedia, perché fu colui che diede a Dante la Lectura super Apocalipsim affinché ne facesse cosa nuova in versi. Se certo non sussiste un documento che attesti la consegna, esistono molti indizi al riguardo. Dopo la morte dell’Olivi la Lectura si diffuse subito in Italia (nella tradizione manoscritta, il maggior numero di testimoni – 12 su 16 – è di area italiana); nel 1305 (marzo-settembre) Ubertino da Casale l’aveva con sé a La Verna mentre scriveva l’Arbor vitae; nel 1306 (6 ottobre) Dante è in Lunigiana come procuratore della pace con il vescovo di Luni per conto dei Malaspina; nel 1307 è in Casentino, da dove invia (Epistola IV) a Moroello la canzone Montanina; nello stesso anno Ubertino, diventato cappellano del cardinale Napoleone Orsini, opera per il ritorno a Firenze degli esiliati, azione che fallisce dopo il mancato scontro a Gargonza tra i Neri e le truppe del Cardinale (ospite dei conti Guidi). Dunque negli stessi mesi, e in luoghi contigui se non coincidenti, Dante e Ubertino lavoravano per la pace, e si può ben immaginare quanto l’attività del frate stesse a cuore al poeta. Fu quella l’ultima possibilità che Dante ebbe di rientrare a Firenze prima dell’inizio della stesura della Commedia. Fu un anno decisivo, il 1307, come scrisse Giorgio Petrocchi: “Lo spazio bianco che intercorre tra la chiosa al commiato di Le dolci rime [la canzone commentata nel IV trattato del Convivio] e i primi versi dell’Inferno, è enorme quanto al salto di qualità, al timbro espressivo, alle scansioni passionali, alla presa in carico di un materiale smisuratamente più gravoso, ma fu forse bruciato in un tempo rapidissimo, se non si vuol dar credito a ipotesi più affascinante per palati moderni: che le due fatiche, finale l’una e iniziale l’altra, si siano addirittura accavallate per un lasso di tempo che sono i mesi intermedi dell’anno 1307. Peraltro il problema non può essere ridotto meramente a un mutamento di programma letterario; occorre cercare qualche motivazione più profonda, che si ricolleghi a eventi della spiritualità di Dante (…) La rivoluzione poetica e stilistica in nulla, d’altronde, può contrastare un totale commovimento etico-religioso, quale ben oltre la visione allegorica della Vita Nuova irrompe nelle prime terzine dell’Inferno. (…) Il mondo del profetismo gioachimita e celestiniano del Duecento crea nuovi temi e interrogativi all’animo del poeta; l’uomo-Dante si ritrae e analizza nelle sue esitazioni morali e nel suo bisogno di sacrificio e di redenzione, con una forte percezione del peccato che l’ha macchiato e con ardente volontà di purificarsi. D’ora in poi la vita politica e quella intellettuale dell’Alighieri s’identificheranno totalmente nel titanico sforzo di portare avanti, canto per canto, il sogno mistico della “divina” Commedia (G. Petrocchi, Biografia, in Enciclopedia Dantesca, Appendice, pp. 34-35).

Questo “totale commovimento etico-religioso” fu provocato dalla Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. Da Ubertino, che probabilmente fu ad esso strumentale, Dante si staccò subito, ancorando il suo lavoro intertestuale alla Lectura e non all’Arbor vitae e perfino sopravanzando quest’opera nel duro giudizio su Bonifacio VIII, poi esteso a Clemente V e a Giovanni XXII (due papi sui quali Ubertino tace). Nel corso della stesura del Paradiso (dal 1316?), dopo le lacerazioni interne dell’Ordine francescano aggravatesi con il Concilio di Vienne (1311-1312), lo riprovò con le parole di Bonaventura, maestro dell’Olivi, la cui luce risplende nel cielo degli spiriti sapienti insieme ad altre fra le quali ci sono Riccardo di san Vittore e Gioacchino da Fiore, le due maggiori auctoritates citate nella Lectura super Apocalipsim».[22]

Anche nell’eccellente saggio di Forni emergono, seppur sotto una prospettiva completamente opposta e diversa dalla nostra, le serie e concrete interconnessioni che legano la Commedia di Dante all’Olivi, risalendo poi indietro nel tempo fino ai francescani e a Gioacchino da Fiore: e a questo punto possiamo trarre una sintesi delle analisi via via effettuate.

A partire almeno dal 1307 e proprio nel periodo di sviluppo della Commedia, l’esule e impoverito Dante Alighieri manifestò un’ostilità accesa ed evidente contro il Vaticano, la nascente borghesia europea e la politica aggressiva e autodistruttiva attuata sia dai comuni italiani che dai signorotti semifeudali del tempo, indicando altresì nel processo di accumulazione di ricchezza e di potere (la “lupa”) la causa principale sia della degenerazione della società del suo tempo che della stessa chiesa cattolica, partendo dal “veleno” costituito dalla (presunta) donazione di Costantino.

Viceversa, sempre nella sua geniale Commedia, il frate laico-francescano (terziario) di nome con Dante Alighieri effettuò una precisa scelta di campo politico-sociale a favore:

  • di una società fondata sul lavoro e sull’assenza di sfruttatori disgustosi quali i mercanti-usurai, dediti al culto del denaro e del “maledetto fiore” monetario;
  • di una chiesa povera e ascetica basata sul modello originario francescano, libera da possessi e simonia;
  • di una società umana egualitaria e ascetica, seguendo la pratica di Francesco di Assisi e le tesi di Gioacchino da Fiore sulla nuova “età dell’oro”;
  • di una società umana finalmente pacificata e armoniosa, liberata da egoismo, avidità e avarizia mediante un’ondata apocalittica e salvifica, grazie al “veltro” e a un’imprecisata potenza in grado di sovvertire l’ordine sociopolitico esistente.

Siamo in presenza di una chiara tendenza egualitaria e collettivistica, di matrice ascetico-religiosa, ben presente nel Dante del 1307-21 e della Commedia, per il quale l’apocalisse salvifica risultava vicina e l’arrivo del “veltro” liberatore ormai prossimo.

Certo, la tendenza “rossa” e collettivistica all’interno della Divina Commedia coesisteva e interagiva allo stesso tempo con una potente controtendenza, facilmente individuabile nella fiduciosa idealizzazione da parte di Dante sia delle condizioni “patriarcali della Firenze antica e feudale” (Vossler) che soprattutto del potere imperiale del XIV secolo, impregnato su regole di funzionamento ferocemente classiste e militarista: un potere imperiale a cui Dante invece attribuiva ingenuamente un’irreale e inesistente carica potenziale di natura liberatoria, a favore dell’intero mondo cristiano[23].

Come ha notato L. Accetta, nella Commedia, infatti, uno degli assi principali interno a cui ruota il pensiero politico di Dante consiste nell’analisi e nella riprogettazione utopica del rapporto tra chiesa e impero, basato a sua volta su «due intuizioni fondamentali: la necessità dell’Impero, istituzione universale e sovranazionale. Solo l’Imperatore, che tutto possiede ed è dunque libero dalla cupidigia, è in grado di porsi come arbitro e di restaurare la pace, l’ordine, la giustizia tra gli uomini. Strettamente legata a questa convinzione è la riflessione, maturata a partire da una nuova lettura della Bibbia e dell’Eneide, della provvidenzialità dell’Impero romano. Si tratta di un pensiero che compare già nel Convivio (IV iv-v ecc.) e che, attraversando tutta la Commedia, viene svolto ampiamente e definitivamente nei primi due libri della Monarchia. Il disegno di restaurazione imperiale vagheggiato da Dante, pur non essendo affatto utopico nel secondo decennio del sec. XIV, è rivolto per argomentazioni e convincimenti tutto al passato. Egli rifiuta il presente, ritenuto inaccettabile e corrotto, e mitizza il passato prossimo o remoto (es. Inf. VI 77-82, XVI 73-75; Purg. XIV 97-123, XVI 115-20 e 121-23; Par. XV 97-129 ecc.); immagina un tempo felice in cui l’Impero e la Chiesa fossero concordi nel guidare l’umanità al suo duplice destino: la felicità su questa terra e la beatitudine eterna (es. Purg. XVI 106-08; Par. VI 22-27 ecc.).

L’autonomia del potere imperiale dal potere ecclesiastico. Questo pensiero, che non pare ancora acquisito nella coscienza del poeta all’inizio della Commedia, emerge progressivamente: ora a partire da riflessioni circoscritte su singole questioni, ora in invettive di appassionata intensità; trova quindi una prima espressione lirica al centro del Purgatorio (XVI 97-114), quindi una compiuta elaborazione teorica nel terzo libro della Monarchia (III iv e xv). La dualità tra potere temporale e potere religioso, che implica comunque la reverenza dell’imperatore verso il papa (Mon. III xv 17), non è risolta da Dante, uomo di fede profonda e saldissima, nella subordinazione dell’una all’altra, ma sottoponendo entrambe direttamente a Dio, “qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator” (Mon. III xv 18). Questa soluzione d’eccezione, della diretta investitura divina dell’Imperatore, è stata variamente discussa dalla critica dantesca».[24]

Detto in altri termini, nella Divina Commedia coesistono e si sviluppano sul piano sociopolitico due tendenze oggettivamente incompatibili e in contrasto tra loro: quella “rossa”, collettivistico-utopistica di matrice religiosa e francescana, e la componente alternativa, basata invece sulla speranza altrettanto utopistica di Dante nell’azione liberatrice del potere imperiale.

Due linee sociopolitiche diverse, antagoniste tra loro, ma entrambe reali e ben presenti nell’opera e nel pensiero dell’“ultimo Dante”, quello del 1302-21 e della Commedia. Ma se la tendenza “laico-imperiale” di Dante è stata da molti secoli evidenziata e ben individuata all’interno della Commedia, su cui via via “sono stati scritti centinaia di migliaia di Libri” (Sermonti), è invece finora mancato quasi del tutto un processo di focalizzazione sulla “linea rossa”, collettivistica e ascetico-religiosa, che opera simultaneamente e con grande forza d’urto all’interno del geniale poema dantesco: riscoprire l’anima (certo, una delle anime) protocomunista del geniale filosofo e poeta toscano costituisce pertanto il primo compito da porsi, utilizzando una sorta di “chiave mancante”, al fine di intendere pienamente il valore eccezionale, anche sul piano teorico e politico-sociale, della Commedia dantesca tanto amata da Karl Marx, che la citò esplicitamente nella sua prefazione del 1867 al primo libro del Capitale e nella sua geniale analisi sul “girone infernale” capitalistico, sulla formazione economico-sociale capitalistica con i suoi “dannati della terra”, nell’Ottocento come all’inizio del terzo millennio.


[1] A. Bujatti, “La figura di Dante nella letteratura cinese moderna”, 14 maggio 2008

[2] E. Riu, “1757, il conte e la zarina: così Dante “conquistò” la Russia”, 23 febbraio 2014

[3] A. Marzo Magno, “Quando i banchieri cercavano ancora di salvarsi l’anima”, 29 luglio 2012, in http://www.storiainrete.com

[4] E. Pasquini, “Dante e le figure del vero”, p. 155, ed. Mondadori

[5] V. Sermonti, “L’Inferno di Dante”, pp. 254-255, ed. Rizzoli

[6] L. Azzetta, “Il pensiero politico di Dante nei versi della Commedia”, in http://www.treccani.it

[7] V. Sermonti, “L’inferno di Dante”, op. cit., p. 160

[8] “San Francesco d’Assisi come filosofo”, in. http://www.filosofico.net

[9] K. Vossler, “La Divina Commedia”, pp. 135-137, vol. secondo, ed. Laterza

[10] Op. cit., pp. 138-139

[11] V. Sermonti, op. cit., pp. 102-103-109

[12] A. Pellegrini, “L’eresia di Dante”, cap. quinto

[13] E. Bloch, “Il principio speranza”, pp. 584-585, vol. secondo, ed. Garzanti

[14] R. Sidoli, M. Leoni, D. Burgio, “Ratzinger o fra Dolcino?”, cap. settimo, in http://www.robertosidoli.net

[15] E. Pasquini, op. cit., pp. 155-156

[16] A. Cadili, “Il veleno di Costantino”, in http://www.treccani.it

[17] A. Pellegrini, “Dante padre della Riforma”, cap. primo, in adeliopellegrini.com

[18] V. Sermonti, op. cit., p. 319

[19] N. Sapegno, “La Divina Commedia”, pp. 324-326, ed. Ricciardi

[20] Vossler, op. cit., pp. 146-147

[21] R. Manselli, “Olivi, Pietro di Giovanni”, in http://www.treccani.it

[22] A. Forni, “Ubertino da Casale e Dante: dallo spiritualismo francescano al sacro umanesimo”, 9 marzo 2014, in http://www.danteolivi.com

[23] K. Vossler, op. cit., p. 8

[24] L. Accetta, “Il pensiero politico di Dante nei versi della Commedia”, in http://www.treccani.it


 [p1]Controllare passo

TRUMP, FORT DETRICK E IL COVID-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

  1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;
  2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.[1]

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile New York Times del 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.[2]

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che «al principale laboratorio di guerra batteriologica dell’America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».[3]

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell’Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l’età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l’infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».[4]

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale The Guardian.[5]

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.[6]

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell’aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c’erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l’Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell’elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».[7]

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.[8]

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l’importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un’espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell’arco di 6 mesi. Secondo l’impressionante simulazione, nell’arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l’esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».[9]

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell’“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto, «il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all’epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un’area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L’infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID-19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull’influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all’influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull’influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell’influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».[10]

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».[11]

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.[12]

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.[13]

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan, «[…]una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un’altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L’unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all’interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c’è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c’è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l’anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l’incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l’ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l’anomala epidemia di luglio?»[14]

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosi esami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causa dell’epidemia».[15] Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».[16]

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale:Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». [17]

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE

SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org (http://chng.it/H9vpQ9NKs7)

Primi Firmatari

– Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

– Nunzia Augeri, saggista, Milano

– Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

– Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

– Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

– Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

– Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “La Città Futura

– Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale                                      

– Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

– Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano                                   

– Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)    

– Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano  

– Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

– Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)                             

– Manlio Dinucci, geografo e saggista

– Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania                   

– Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;  

– Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria   

– Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

– Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

– Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

– Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”                           

– Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa” 

– Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

– Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano  

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.                              

– Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it                                

– Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)   

– Marco Pondrelli, direttore di “Marx21” 

– Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo 

– Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

– Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari                  

– Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;  

– Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;   

– Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

– Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

– Roberto Vallepiano, scrittore             

– Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

– Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

– Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org


[1]      “Dall’antrace al coronavirus, le vie di Fort Detrick”, 13 marzo 2020, in piccole note.ilgiornale.it.

[2]      D. Grady, “Deadly germ research is shut down at Army lab over safety concerns”, 5 agosto 2019, in Nytimes.com; “CDC lift shutdown order on Army biolabs at Fort Detrick”, 1 aprile 2020, in Military.com.

[3]      “Research into deadly viruses and biological weapons at US army lab shut down over fears they could escape”, 6 agosto 2019, in Independent.co.uk.

[4]      S. Montrella, “Altre due persone sono morte negli Usa per la sindrome da svapo”, 6 settembre 2019, in Agi.it.

[5]      “American coronavirus’: China pushes propaganda, casting doubt on virus origin”, 12 marzo 2020, in Theguardian.com.

[6]      “USA, le patologie ‘da svapo’ non imputabili alle sigarette elettroniche”, 30 ottobre 2019, in Adnkronos.com.

[7]      M. Nicoliello, “Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019? «Era ottobre, ci siamo ammalati tutti»”, 6 maggio 2020, in Ilmessaggero.it.

[8]      “OMS rilascia rapporto sull’origine dei Sars Cov-2, uno schiaffo in faccia per i fabbricatori di fake news occidentali”, 31 marzo 2021, in Italian.cri.cn.

[9]      M. Vigneri, “Alcuni scienziati avevano simulato l’arrivo di un coronavirus e 65 milioni di morti in 18 mesi”, in Tpi.it.

[10]    “Confronto tra influenza ed infezione da COVID-19 negli Stati Uniti”, 3 marzo 2020, in Medicalsystem.it.

[11]    “Ist.Tumori Milano, Covid in Italia già da settembre 2019”, 15 novembre 2020, in Ansa.it; “Istituto Nazionale Tumori: ‘Coronavirus in Italia già a settembre 2019’”, in Quotidianosanita.it.

[12]    “Covid in America prima che in Cina? Lo studio che ribalta tutto”, 3 dicembre 2020, in Quifinanza.it; “Uno studio accerta che il Covid-19 è apparso prima negli USA che in Cina”, 2 dicembre 2020, in it.Sputniknews.com.

[13]    E. Francis, “Respiratory outbreak being investigated at retirement community after 54 residents fall ill”, 12 luglio 2019, in Abcnews.go.com.

[14]    “Coronavirus: il primo focolaio negli USA? VIDEO”, 23 giugno 2020, in Iene.mediaset.it.

[15]    “Outbreak investigation assisted living facility in Springfield”, 26 luglio 2019, in Fairfaxcounty.gov.

[16]    “Coronavirus…”, op .cit.

[17]    R. Chiaberge, “Le bufale e i complotti sull’influenza spagnola del 1918 sono molto simili alle panzane di oggi sul Coronavirus”, in Linkiesta.it.

TRUMP, FORT DETRICK E IL COVID-19

Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

  1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;
  2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.[1]

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile New York Times del 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.[2]

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che «al principale laboratorio di guerra batteriologica dell’America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».[3]

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell’Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l’età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l’infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».[4]

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale The Guardian.[5]

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.[6]

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell’aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c’erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l’Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell’elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».[7]

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.[8]

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l’importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un’espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell’arco di 6 mesi. Secondo l’impressionante simulazione, nell’arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l’esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».[9]

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell’“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto, «il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all’epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un’area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L’infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID-19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull’influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all’influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull’influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell’influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».[10]

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».[11]

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.[12]

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.[13]

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan, «[…]una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un’altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L’unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all’interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c’è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c’è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l’anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l’incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l’ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l’anomala epidemia di luglio?»[14]

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosi esami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causa dell’epidemia».[15] Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».[16]

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale:Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». [17]

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE

SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org (http://chng.it/H9vpQ9NKs7)

Primi Firmatari

– Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

– Nunzia Augeri, saggista, Milano

– Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

– Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

– Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

– Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

– Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “La Città Futura

– Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale                                      

– Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

– Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano                                   

– Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)    

– Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano  

– Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

– Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)                             

– Manlio Dinucci, geografo e saggista

– Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania                   

– Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;  

– Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria   

– Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

– Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

– Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

– Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”                           

– Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa” 

– Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

– Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano  

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.                              

– Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it                                

– Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)   

– Marco Pondrelli, direttore di “Marx21” 

– Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo 

– Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

– Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari                  

– Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;  

– Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;   

– Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

– Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

– Roberto Vallepiano, scrittore             

– Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

– Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

– Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org (

TRUMP, FORT DETRICK E IL COVID-19

Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

  1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;
  2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.[1]

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile New York Times del 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.[2]

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che «al principale laboratorio di guerra batteriologica dell’America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».[3]

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell’Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l’età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l’infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».[4]

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale The Guardian.[5]

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.[6]

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell’aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c’erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l’Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell’elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».[7]

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.[8]

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l’importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un’espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell’arco di 6 mesi. Secondo l’impressionante simulazione, nell’arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l’esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».[9]

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell’“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto, «il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all’epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un’area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L’infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID-19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull’influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all’influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull’influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell’influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».[10]

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».[11]

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.[12]

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.[13]

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan, «[…]una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un’altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L’unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all’interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c’è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c’è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l’anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l’incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l’ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l’anomala epidemia di luglio?»[14]

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosi esami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causa dell’epidemia».[15] Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».[16]

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale:Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». [17]

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE

SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org (http://chng.it/H9vpQ9NKs7)

Primi Firmatari

– Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

– Nunzia Augeri, saggista, Milano

– Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

– Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

– Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

– Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

– Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “La Città Futura

– Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale                                      

– Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

– Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano                                   

– Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)    

– Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano  

– Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

– Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)                             

– Manlio Dinucci, geografo e saggista

– Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania                   

– Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;  

– Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria   

– Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

– Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

– Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

– Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”                           

– Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa” 

– Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

– Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano  

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.                              

– Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it                                

– Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)   

– Marco Pondrelli, direttore di “Marx21” 

– Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo 

– Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

– Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari                  

– Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;  

– Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;   

– Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

– Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

– Roberto Vallepiano, scrittore             

– Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

– Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

– Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

TRUMP, FORT DETRICK E IL COVID-19

Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

  1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;
  2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.[1]

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile New York Times del 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.[2]

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che «al principale laboratorio di guerra batteriologica dell’America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».[3]

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell’Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l’età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l’infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».[4]

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale The Guardian.[5]

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.[6]

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell’aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c’erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l’Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell’elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».[7]

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.[8]

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l’importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un’espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell’arco di 6 mesi. Secondo l’impressionante simulazione, nell’arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l’esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».[9]

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell’“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto, «il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all’epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un’area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L’infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID-19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull’influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all’influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull’influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell’influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».[10]

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».[11]

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.[12]

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.[13]

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan, «[…]una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un’altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L’unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all’interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c’è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c’è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l’anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l’incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l’ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l’anomala epidemia di luglio?»[14]

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosi esami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causa dell’epidemia».[15] Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».[16]

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale:Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». [17]

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE

SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org (http://chng.it/H9vpQ9NKs7)

Primi Firmatari

– Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

– Nunzia Augeri, saggista, Milano

– Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

– Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

– Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

– Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

– Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “La Città Futura

– Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale                                      

– Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

– Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano                                   

– Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)    

– Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano  

– Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

– Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)                             

– Manlio Dinucci, geografo e saggista

– Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania                   

– Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;  

– Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria   

– Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

– Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

– Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

– Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”                           

– Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa” 

– Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

– Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano  

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.                              

– Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it                                

– Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)   

– Marco Pondrelli, direttore di “Marx21” 

– Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo 

– Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

– Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari                  

– Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;  

– Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;   

– Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

– Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

– Roberto Vallepiano, scrittore             

– Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

– Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

– Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org


[1]      “Dall’antrace al coronavirus, le vie di Fort Detrick”, 13 marzo 2020, in piccole note.ilgiornale.it.

[2]      D. Grady, “Deadly germ research is shut down at Army lab over safety concerns”, 5 agosto 2019, in Nytimes.com; “CDC lift shutdown order on Army biolabs at Fort Detrick”, 1 aprile 2020, in Military.com.

[3]      “Research into deadly viruses and biological weapons at US army lab shut down over fears they could escape”, 6 agosto 2019, in Independent.co.uk.

[4]      S. Montrella, “Altre due persone sono morte negli Usa per la sindrome da svapo”, 6 settembre 2019, in Agi.it.

[5]      “American coronavirus’: China pushes propaganda, casting doubt on virus origin”, 12 marzo 2020, in Theguardian.com.

[6]      “USA, le patologie ‘da svapo’ non imputabili alle sigarette elettroniche”, 30 ottobre 2019, in Adnkronos.com.

[7]      M. Nicoliello, “Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019? «Era ottobre, ci siamo ammalati tutti»”, 6 maggio 2020, in Ilmessaggero.it.

[8]      “OMS rilascia rapporto sull’origine dei Sars Cov-2, uno schiaffo in faccia per i fabbricatori di fake news occidentali”, 31 marzo 2021, in Italian.cri.cn.

[9]      M. Vigneri, “Alcuni scienziati avevano simulato l’arrivo di un coronavirus e 65 milioni di morti in 18 mesi”, in Tpi.it.

[10]    “Confronto tra influenza ed infezione da COVID-19 negli Stati Uniti”, 3 marzo 2020, in Medicalsystem.it.

[11]    “Ist.Tumori Milano, Covid in Italia già da settembre 2019”, 15 novembre 2020, in Ansa.it; “Istituto Nazionale Tumori: ‘Coronavirus in Italia già a settembre 2019’”, in Quotidianosanita.it.

[12]    “Covid in America prima che in Cina? Lo studio che ribalta tutto”, 3 dicembre 2020, in Quifinanza.it; “Uno studio accerta che il Covid-19 è apparso prima negli USA che in Cina”, 2 dicembre 2020, in it.Sputniknews.com.

[13]    E. Francis, “Respiratory outbreak being investigated at retirement community after 54 residents fall ill”, 12 luglio 2019, in Abcnews.go.com.

[14]    “Coronavirus: il primo focolaio negli USA? VIDEO”, 23 giugno 2020, in Iene.mediaset.it.

[15]    “Outbreak investigation assisted living facility in Springfield”, 26 luglio 2019, in Fairfaxcounty.gov.

[16]    “Coronavirus…”, op .cit.

[17]    R. Chiaberge, “Le bufale e i complotti sull’influenza spagnola del 1918 sono molto simili alle panzane di oggi sul Coronavirus”, in Linkiesta.it.


[1]      “Dall’antrace al coronavirus, le vie di Fort Detrick”, 13 marzo 2020, in piccole note.ilgiornale.it.

[2]      D. Grady, “Deadly germ research is shut down at Army lab over safety concerns”, 5 agosto 2019, in Nytimes.com; “CDC lift shutdown order on Army biolabs at Fort Detrick”, 1 aprile 2020, in Military.com.

[3]      “Research into deadly viruses and biological weapons at US army lab shut down over fears they could escape”, 6 agosto 2019, in Independent.co.uk.

[4]      S. Montrella, “Altre due persone sono morte negli Usa per la sindrome da svapo”, 6 settembre 2019, in Agi.it.

[5]      “American coronavirus’: China pushes propaganda, casting doubt on virus origin”, 12 marzo 2020, in Theguardian.com.

[6]      “USA, le patologie ‘da svapo’ non imputabili alle sigarette elettroniche”, 30 ottobre 2019, in Adnkronos.com.

[7]      M. Nicoliello, “Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019? «Era ottobre, ci siamo ammalati tutti»”, 6 maggio 2020, in Ilmessaggero.it.

[8]      “OMS rilascia rapporto sull’origine dei Sars Cov-2, uno schiaffo in faccia per i fabbricatori di fake news occidentali”, 31 marzo 2021, in Italian.cri.cn.

[9]      M. Vigneri, “Alcuni scienziati avevano simulato l’arrivo di un coronavirus e 65 milioni di morti in 18 mesi”, in Tpi.it.

[10]    “Confronto tra influenza ed infezione da COVID-19 negli Stati Uniti”, 3 marzo 2020, in Medicalsystem.it.

[11]    “Ist.Tumori Milano, Covid in Italia già da settembre 2019”, 15 novembre 2020, in Ansa.it; “Istituto Nazionale Tumori: ‘Coronavirus in Italia già a settembre 2019’”, in Quotidianosanita.it.

[12]    “Covid in America prima che in Cina? Lo studio che ribalta tutto”, 3 dicembre 2020, in Quifinanza.it; “Uno studio accerta che il Covid-19 è apparso prima negli USA che in Cina”, 2 dicembre 2020, in it.Sputniknews.com.

[13]    E. Francis, “Respiratory outbreak being investigated at retirement community after 54 residents fall ill”, 12 luglio 2019, in Abcnews.go.com.

[14]    “Coronavirus: il primo focolaio negli USA? VIDEO”, 23 giugno 2020, in Iene.mediaset.it.

[15]    “Outbreak investigation assisted living facility in Springfield”, 26 luglio 2019, in Fairfaxcounty.gov.

[16]    “Coronavirus…”, op .cit.

[17]    R. Chiaberge, “Le bufale e i complotti sull’influenza spagnola del 1918 sono molto simili alle panzane di oggi sul Coronavirus”, in Linkiesta.it.


[1]      “Dall’antrace al coronavirus, le vie di Fort Detrick”, 13 marzo 2020, in piccole note.ilgiornale.it.

[2]      D. Grady, “Deadly germ research is shut down at Army lab over safety concerns”, 5 agosto 2019, in Nytimes.com; “CDC lift shutdown order on Army biolabs at Fort Detrick”, 1 aprile 2020, in Military.com.

[3]      “Research into deadly viruses and biological weapons at US army lab shut down over fears they could escape”, 6 agosto 2019, in Independent.co.uk.

[4]      S. Montrella, “Altre due persone sono morte negli Usa per la sindrome da svapo”, 6 settembre 2019, in Agi.it.

[5]      “American coronavirus’: China pushes propaganda, casting doubt on virus origin”, 12 marzo 2020, in Theguardian.com.

[6]      “USA, le patologie ‘da svapo’ non imputabili alle sigarette elettroniche”, 30 ottobre 2019, in Adnkronos.com.

[7]      M. Nicoliello, “Primi casi ai giochi mondiali militari di Wuhan 2019? «Era ottobre, ci siamo ammalati tutti»”, 6 maggio 2020, in Ilmessaggero.it.

[8]      “OMS rilascia rapporto sull’origine dei Sars Cov-2, uno schiaffo in faccia per i fabbricatori di fake news occidentali”, 31 marzo 2021, in Italian.cri.cn.

[9]      M. Vigneri, “Alcuni scienziati avevano simulato l’arrivo di un coronavirus e 65 milioni di morti in 18 mesi”, in Tpi.it.

[10]    “Confronto tra influenza ed infezione da COVID-19 negli Stati Uniti”, 3 marzo 2020, in Medicalsystem.it.

[11]    “Ist.Tumori Milano, Covid in Italia già da settembre 2019”, 15 novembre 2020, in Ansa.it; “Istituto Nazionale Tumori: ‘Coronavirus in Italia già a settembre 2019’”, in Quotidianosanita.it.

[12]    “Covid in America prima che in Cina? Lo studio che ribalta tutto”, 3 dicembre 2020, in Quifinanza.it; “Uno studio accerta che il Covid-19 è apparso prima negli USA che in Cina”, 2 dicembre 2020, in it.Sputniknews.com.

[13]    E. Francis, “Respiratory outbreak being investigated at retirement community after 54 residents fall ill”, 12 luglio 2019, in Abcnews.go.com.

[14]    “Coronavirus: il primo focolaio negli USA? VIDEO”, 23 giugno 2020, in Iene.mediaset.it.

[15]    “Outbreak investigation assisted living facility in Springfield”, 26 luglio 2019, in Fairfaxcounty.gov.

[16]    “Coronavirus…”, op .cit.

[17]    R. Chiaberge, “Le bufale e i complotti sull’influenza spagnola del 1918 sono molto simili alle panzane di oggi sul Coronavirus”, in Linkiesta.it.

TRUMP, FORT DETRICK E IL COVID-19.

Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus


Cina: il leninismo del Ventunesimo secolo. Per il centesimo anniversario del Partito Comunista Cinese

Fosco Giannini, Alessandro Pascale, Marco Pondrelli, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Cina: il leninismo del Ventunesimo secolo

Per il centesimo anniversario del Partito Comunista Cinese


Per il 100esimo anniversario del Partito Comunista Cinese

Il socialismo dai caratteri cinesi

Articolo scritto per l’Accademia delle Scienze Sociali del C.C. del PC Cinese

Fosco Giannini

Nel 1915 Tokio presenta alla Cina le sue “Ventuno richieste” che chiudono per sempre “la politica della porta aperta”, puntando a trasformare la Cina in una colonia dell’imperialismo giapponese. Il 4 maggio del 1919, dopo che il Trattato di Versailles stabilisce che i territori cinesi occupati dalla Germania devono passare al Giappone, il popolo cinese alza la testa e occupa le piazze di tutte le grandi città cinesi: nasce così il “Movimento 4 maggio 1919”, che lotta per l’indipendenza nazionale cinese. Uno dei leader del “Movimento” è Li Dazhao, che nell’ottobre del 1918 aveva fondato la “Società per lo studio del marxismo”. Li Dazhao e Chen Duxiu, saranno poi i fondatori, nel 1921, del Partito Comunista Cinese. Un Partito Comunista, dunque, che nasce nello spirito del “Movimento 4 maggio” e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, uno spirito antimperialista e di indipendenza nazionale che sarà per sempre, anche oggi, lo spirito del Partito Comunista Cinese.

La “Lunga Marcia” guidata da Mao Zedong, la Rivoluzione condotta dal Partito Comunista Cinese e la proclamazione, nel 1949, della Repubblica Popolare Cinese, sono tutte tappe della vittoria contro le forze imperialiste e colonialiste  e per la conquista del socialismo e dell’indipendenza nazionale.

L’immensa  grandezza territoriale della Cina, la sua collocazione geostrategica nell’Asia e nel mondo e le sue ricchezze hanno sempre attratto le mire delle potenze imperialiste.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, 1991, Fukujama, a nome dell’intero capitalismo mondiale,  “proclamava” la “Fine della Storia”, intendendo con ciò che il socialismo era morto per sempre, che il capitalismo sarebbe stato eterno, poiché esso è “natura”, come il cielo e la pioggia.

In quella precisa fase storica, successiva alla scomparsa del socialismo sovietico, di nuovo le forze imperialiste mondiali puntano a distruggere anche la Repubblica Popolare Cinese. E’ in quest’ ottica che va letto il movimento antisocialista, anticinese e  filoimperialista di Tienanmen, che si sviluppa proprio tra l’aprile e il giugno 1989, nella fase che preannuncia la crisi dell’Unione Sovietica e la nuova aggressività imperialista mondiale.

Con la lunga occupazione della piazza Tienanmen e le immagini dell’occupazione portate dalle televisioni occidentali in tutto il mondo, l’imperialismo punta ad aprire nella Repubblica Popolare Cinese quella stessa, profonda crisi, che stava già distruggendo l’Unione Sovietica. Da questo punto di vista, l’intervento del Partito Comunista Cinese a Tienanmen è un intervento di legittima difesa della Rivoluzione, della stessa natura rivoluzionaria della lotta di Lenin contro le Guardie Bianche zariste e della difesa armata di Fidel Castro, nel 1961, contro l’invasione americana della Baia dei Porci.

La difesa dell’indipendenza cinese e del socialismo cinese dall’attacco imperialista a Tienanmen e il titanico sviluppo economico del “socialismo con caratteri cinesi” sono la risposta concreta al progetto imperialista di conquistare il mondo dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica.

Il 25 aprile del 1991 Gorbaciov (che tanto ha contribuito alla dissoluzione dell’URSS), si dimette da Presidente dell’Unione Sovietica e la bandiera sovietica viene ammainata dalla cupola del Cremlino: è da questo momento che le forze imperialiste decretano la “Fine della Storia” e si convincono di poter conquistare rapidamente i mercati internazionali, i Paesi e gli Stati sul piano planetario, tentando anche di destrutturare la Cina (da questo progetto di divisione della Cina provengono i tentativi imperialisti di distaccare da Pechino il Tibet, Hong Kong e Taiwan).

Ma è lo stesso, gigantesco sviluppo economico cinese, è il passaggio della Cina (attraverso il “socialismo dai caratteri cinesi”) da Paese povero a potenza mondiale che fa fallire il tentativo imperialista (portato avanti anche attraverso la trasformazione della NATO in “gendarme del mondo”)  di egemonizzare l’intero pianeta.

Poco tempo dopo l’affermazione (idealistica) di Fukuyama sulla “Fine della Storia” l’intera America Latina è attraversata da una grande spinta antimperialista: non solo Cuba rilancia il proprio progetto di socialismo ma il Venezuela di Hugo Chavez mette in campo il proprio progetto rivoluzionario socialista, il Brasile di Lula avvia un grande progetto di trasformazione sociale e per tutti questi Paesi la vicinanza e l’aiuto della Repubblica Popolare Cinese è essenziale. Come il ruolo della Cina è essenziale per la costituzione dei BRICS (alleanza tra Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa in senso antimperialista). La costituzione della Banca Mondiale Cinese, aperta per aiutare i Paesi in via di sviluppo e di liberazione dal dominio imperialista; la politica economica generale “win win” messa in campo dalla Cina per favorire lo scambio alla pari tra Cina e Paesi del mondo e la politica della Nuova Via della Seta (importante anche perché per potersi sviluppare ha bisogno innanzitutto della pace mondiale, contrapponendosi alla politica di riarmo e di guerra degli USA e della NATO): tutte queste scelte cinesi, insieme, hanno offerto a tutti i Paesi del mondo un aiuto concreto per uno sviluppo pacifico e libero dal potere imperialista.

Oggi, la Cina, come afferma la stessa “Central Intelligence Agency” di Langley è il primo Paese al mondo in termini di prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto e si accinge a superare gli USA anche nei campi scientifici e finanziari.

E’ chiaro che questo grande sviluppo cinese si deve innanzitutto alla svolta operata nel 1978 da Deng Xiaoping e proseguita in Cina sino a questa fase di Xi Jinping. Una politica che ha modernizzato la Cina, ha fatto uscire dalla povertà circa 800 milioni di cinesi, trasformando la Cina socialista nella più grande potenza economica mondiale. Con una politica di “aree speciali” neo-capitalistiche ma con una forte guida del Partito Comunista Cinese a garantire la via socialista.

La grande e vincente esperienza del “socialismo con caratteri cinesi” non è importante solo per aver permesso alla Cina un grandissimo “balzo in avanti” sul piano interno e internazionale e aver così contribuito in modo determinante a cambiare i rapporti di forza internazionali a favore dell’intero fronte mondiale antimperialista. La nuova via economica cinese è stata e rimane importantissima per tutta l’esperienza socialista e comunista mondiale anche per il suo grande contributo teorico per la transizione al socialismo.

Per affrontare  “la questione cinese” e, in particolare, la relazione tra la NEP di Lenin e la “NEP cinese”, credo sia utile affidarsi alla massima disciplina teorica, quella secondo la quale è dalla base materiale dello sviluppo delle forze produttive e dallo sviluppo sociale generale che trovano possibilità di sviluppo le stesse “idee” e, più precisamente, le innovazioni sui terreni dell’economia, della politica, della teoria, del pensiero e della prassi della trasformazione sociale, della transizione al socialismo. Ed è indubbio che il gigantesco sviluppo economico e sociale intrapreso e conquistato dalla Repubblica Popolare Cinese e dal Partito Comunista Cinese, dalla fase delle “Quattro Modernizzazioni” del compagno Deng Xiaoping e dalla via al “socialismo con caratteri cinesi”, si sia offerto quale immensa e solida base materiale per lo stesso sviluppo di un nuovo pensiero rivoluzionario generale, di un nuovo e denso pensiero per la trasformazione sociale in senso socialista.

È questo – la relazione tra lo sviluppo della materialità delle cose e lo sviluppo teorico-filosofico in senso rivoluzionario – uno degli aspetti, dei “prodotti”, della storica crescita materiale cinese, un aspetto, forse, non considerato ancora pienamente, nella sua importanza, all’interno del movimento comunista e rivoluzionario mondiale. Ma un aspetto che, invece, occorrerebbe assumere pienamente, come formidabile arricchimento del bagaglio teorico e pratico del processo rivoluzionario.

 È anche da qui, dunque, dal contributo che lo sviluppo delle forze produttive cinesi, dal contributo che la “NEP cinese” ha fornito allo sviluppo dell’attuale pensiero rivoluzionario, che si può iniziare a tratteggiare un’analisi comparata tra la NEP leninista e la “NEP cinese”, anticipando, in modo sintetico, una valutazione: come la conquista dell’obiettivo dello sviluppo delle forze produttive ha potuto darsi, in Cina, come base materiale dello sviluppo del pensiero rivoluzionario, così la troppo lunga stagnazione sovietica si è data – infine – come base materiale della cristallizzazione e dell’involuzione del pensiero e della prassi del socialismo in Unione Sovietica.

Quali sono le “categorie” centrali che l’esperienza cinese ha tratto dalla concezione teorica leninista della NEP, trasformandole in “esperienze cinesi”? Sinteticamente: il pieno ripristino dell’idea leninista dell’azione soggettiva e antipositivista nel processo storico e ciò in rapporto al rovesciamento del dogma secondo il quale la contrapposizione sarebbe secca: o socialismo o mercato; il superamento, nella prassi, dell’artificiosa dicotomia relativa alla “neutralità” o non “neutralità” delle forze produttive, dicotomia risolta, nell’esperienza del “socialismo con caratteri cinesi”, dal controllo del Partito Comunista sulle stesse forze produttive (esigenza già richiesta, dal Lenin della NEP, nella proposta del “controllo dalle alture strategiche”), forze produttive ridotte a pure “funzioni” del progetto del “socialismo di mercato” a guida comunista; conseguentemente a ciò, una concezione del mercato come spazio economico e politico anch’esso funzionale al progetto di necessaria accumulazione originaria, imprescindibile per la transizione al socialismo, un mercato, dunque, pienamente assunto, nella prassi e nel pensiero, come forma storica non perenne ma dialettica, cavallo di Troia materiale per il socialismo.

E altre categorie: come l’internazionalismo oggettivo (e soggettivo) che scaturisce dalla stessa potenza economica, in grado di mettere in campo relazioni e grandi e positive sfere d’influenza sul piano mondiale, capaci di mutare i rapporti di forza internazionali in senso antimperialista.

Un’altra concezione leninista assunta dall’esperienza cinese è quella dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”.

Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste “entrate” capitalistiche. Un altro aspetto anticipato da Lenin, nell’analisi del “socialismo di mercato”, sta nel fatto che, in presenza di spinte neo capitalistiche nella struttura socialista, elementi “mafiosi”, di corruzione, di involuzione burocratica possono inevitabilmente presentarsi. Ed è a partire da ciò che Lenin stesso proponeva una forte spinta politica e ideale ai fini della costruzione di un’autodisciplina nelle istituzioni pubbliche, oltre la proposta di un controllo esercitato contro le degenerazioni prodotte dalle forme neocapitalistiche. Linea che il Partito Comunista Cinese ha fatto pienamente propria nella sua attuale esperienza, nella sua dura lotta contro la burocratizzazione e contro la corruzione.

Fondamentalmente, il Lenin della NEP poneva un problema: il Partito Comunista deve sollecitare l’accumulazione capitalistica originaria mancante attraverso una concessione tattica allo sviluppo capitalistico. Sappiamo, tuttavia, che tale concessione può produrre una nuova classe borghese e una nuova lotta di classe che il Partito Comunista al potere deve vincere. Questa concezione del ruolo del Partito Comunista come forza d’avanguardia in grado di controllare la nuova borghesia e vincere la lotta di classe che lo stesso “socialismo con caratteri cinesi” ha aperto in Cina è stato chiarito perfettamente nella relazione del compagno Xi Jinping al 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, nell’ottobre del 2017.

Il nuovo sviluppo cinese, che offre una straordinaria sponda ai popoli e agli Stati del mondo per liberarsi e cambia i rapporti di forza internazionali a favore del fronte antimperialista, è fortemente temuto dagli USA, che sin dal 2012, con la politica “Pivot to Asia” condotta da Obama e poi con Trump e ora con Biden, puntano ad una nuova “guerra fredda” contro la Cina.

In Italia il primo governo Conte aveva firmato a Roma, nel 2018, un importante “memorandum” con il Presidente Xi Jinping per l’adesione alla Nuova Via della Seta. E il secondo governo Conte aveva proseguito questa politica di interscambio con la Cina. Bene: ciò che è accaduto è che sotto la fortissima pressione del nuovo Presidente USA Biden, il secondo governo Conte (in questo febbraio 2021) è stato fatto cadere (per far nascere il governo Draghi) nel progetto strategico di staccare l’Italia dalla Nuova Via della Seta. 

La stesse prime proposte di Biden appena eletto, quella di rafforzare ed estendere la NATO anche nell’area russo-asiatica e quella di costituire un fronte USA e Unione europea con l’India, l’Australia, la Corea del Sud e il Giappone contro la Cina la dice lunga sulla paura che nutre il fronte imperialista del grande sviluppo cinese.

Noi, comunisti italiani, crediamo che oggi il primo compito delle forze comuniste, di sinistra e democratiche sia quello, per salvaguardare la pace mondiale, di battersi contro i progetti di “guerra fredda” anticinese e antirussa che provengono innanzitutto dagli USA e dalla NATO, difendendo, la politica “win win” di interscambio mondiale che è insita nella Nuova Via della Seta e difendendo il multilateralismo che sostiene Pechino.

Dalla costituzione del Partito Comunista Cinese, nel 1921, sono passati 100 anni. E dopo un secolo il Partito Comunista Cinese rilancia, sul piano mondiale, proponendola a tutti i popoli, quella stessa linea di liberazione nazionale e di via al socialismo  che era insita nella lotta del “Movimento 4 maggio 1019” contro l’imperialismo giapponese, che era insita nella “Lunga Marcia”, nella costituzione della Repubblica Popolare Cinese del 1949  e nelle riforme che si sono succedute da Deng Xiaoping  sino a Xi Jinping.

LA SPERANZA DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Alessandro Pascale

«Ma allora voi non volete sopprimere il potere dello Stato?” Sì, noi vogliamo sopprimerlo, ma non ora; non possiamo ancora farlo. Perché? Perché l’imperialismo continua a esistere, perché la reazione interna continua a esistere, perché le classi continuano a esistere all’interno del paese. Il nostro compito attuale è quello di rafforzare l’apparato dello Stato popolare, e principalmente l’esercito popolare, la polizia popolare e la giustizia popolare, al fine di consolidare la difesa nazionale e di proteggere gli interessi del popolo». (Mao Tse-tung, da Sulla dittatura democratica popolare, 30 giugno 1949)

«Nel nostro paese, la lotta per il consolidamento del regime socialista, la lotta che deciderà del socialismo o del capitalismo, si svilupperà ancora durante un lungo periodo storico. Ma noi dobbiamo renderci conto che il nuovo regime socialista si consoliderà infallibilmente. È certo che noi possiamo edificare un paese socialista dotato di un’industria, di un’agricoltura, di una scienza e di una cultura moderne». (Mao Tse-tung, da Intervento alla conferenza nazionale del Partito comunista cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)

Il centenario del Partito Comunista Cinese (PCC) cade in un momento decisivo della storia dell’umanità. Dopo la caduta dell’URSS e i successivi 30 anni di trionfo del totalitarismo “liberale”, l’Occidente si ritrova sconvolto dalla crisi economica conseguente alla pandemia del COVID-19. La capacità dei cinesi, come degli altri paesi socialisti, di fronteggiare con successo questa calamità ha mostrato al mondo intero la superiorità delle capacità politiche delle forze comuniste. Tutto ciò avviene mentre la Repubblica Popolare Cinese si appresta a diventare la prima potenza economica mondiale, non solo in termini relativi (primato raggiunto già a metà degli anni ’10 secondo molti indici) ma anche assoluti. Non è un caso che l’imperialismo occidentale, che si affida ancora alla leadership statunitense, stia affilando le armi rinfocolando le tensioni in quella che è ormai la “guerra fredda” del XXI secolo: il confronto tra capitalismo e socialismo, che sembrava essersi chiuso nel 1991, appare la chiave di volta per interpretare anche l’epoca in cui viviamo. Date le epocali sfide che l’umanità deve fronteggiare, a partire dalla questione ambientale e dalla permanente sottoalimentazione di buona parte del mondo, è lecito pensare che da questo conflitto, per ora solo politico ed economico, si decideranno le sorti della stessa sopravvivenza del genere umano. Nonostante il PCC rifiuti di porsi esplicitamente come l’avanguardia del movimento comunista mondiale, e tantomeno dell’umanità intera, esso è diventato effettivamente la grande speranza dei popoli e degli oppressi del mondo. Solo dalla riuscita delle sue politiche sarà possibile costruire una globalizzazione più equa e sostenibile, mettendo i popoli di ogni continente in condizione di poter superare gli instabili assetti economici del modo di produzione capitalistico. Come ha fatto il PCC a realizzare questo miracolo politico? Di seguito cercherò di sintetizzare i risultati delle analisi storico-politiche svolte nel 19° capitolo della Storia del Comunismo[1], offrendo una visione alternativa a quella presentata dai media occidentali, più interessati a fare propaganda anticomunista e sinofoba che ad offrire informazioni e dati veritieri del modello cinese. In questo senso riteniamo superfluo trattare in questa sede la rivoluzione colorata del 1989 (Tienanmen) e la questione degli Uiguri, massimi esempi della faziosità occidentale.

1) La lunga decadenza nell’epoca dell’imperialismo

«Lo spietato sfruttamento economico e l’oppressione politica esercitata sui contadini da parte dei proprietari fondiari costrinsero a più riprese i contadini a ribellarsi contro il loro dominio […]. Queste lotte di classe dei contadini – sollevazioni contadine e guerre contadine – costituirono appunto la forza motrice reale dello sviluppo storico nella società feudale cinese».

(Mao Tse-tung, da La rivoluzione cinese e il Partito comunista cinese, dicembre 1939)

È difficile capire tutta la storia contemporanea cinese senza inquadrarla come una reazione complessiva alla decadenza causata dall’interventismo occidentale a partire dal XIX secolo. La civiltà cinese è infatti una delle più antiche e gloriose della storia umana, ma a partire da tale periodo viene sconvolta dalle potenze imperialiste. Le due guerre dell’oppio (1839-42, 1856-60), vinte dall’Inghilterra, sono state fatte per imporre nel più grande mercato asiatico il libero commercio dell’oppio. Il liberalismo occidentale si presenta a Pechino con la rivendicazione di consentire al popolo cinese di rovinarsi la vita diventando dipendente dalla droga. L’evento più lancinante e straziante, per quello che già all’epoca, con circa 400 milioni di abitanti, è il paese più popoloso del mondo, è però senza dubbio la rivolta dei Taiping (1850-1864), un’enorme sommossa sociale, base di partenza per i movimenti rivoluzionari del XX secolo (Mao stesso vi si è ispirato): è il primo tentativo di ribellarsi alle umiliazioni subite dalle potenze imperialiste occidentali, ma anche di scuotere il paese dalla miseria crescente, dalla diffusa corruzione su cui si regge un sistema semi-castale inefficiente e ormai antiquato. Scrivendo nel giugno 1853, Marx accoglie questa “rivoluzione cinese” con la speranza che possa «gettare una scintilla nella densa melma dell’odierno sistema industriale, causando l’esplosione della crisi generale che si cova da lungo tempo». «Sarebbe», continua Marx, «uno spettacolo curioso, quello della Cina che porta il disordine nel mondo occidentale». La repressione, attivamente e ferocemente appoggiata dagli inglesi, che combattono il movimento anche in prima persona, nel contesto della sempre più sanguinosa presenza delle guerre dell’oppio, costa al paese decine di milioni di morti. Le stime variano tra i 20 e i 25 milioni. La Cina moderna nasce nel sangue e nella decisione imperiale di appoggiarsi sull’invasore straniero (non solo Inghilterra, ma anche Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti, Italia) piuttosto che sulle istanze riformiste autoctone.[2] Ciò segna una decadenza irrefrenabile che andrà avanti fino alla metà del ‘900. La rivolta dei boxer (1899), nonostante i suoi limiti politici e culturali, è una prima tappa importante del “risveglio” di una coscienza nazionale vandalizzata dall’oppressore straniero. Così si esprimeva un proclama di una banda di boxer:

«Dal tempo del regno di Xianfeng [1851-61], la Chiesa cattolica e gli Occidentali hanno insieme complottato per distruggere la Cina. Hanno dilapidato il denaro del nostro paese, demolito i nostri templi, distrutto le effigi del Buddha, usurpato le terre dove il popolo aveva le sue tombe; migliaia di persone li odiano. Ogni anno gli alberi e le colture del popolo sono stati colpiti da flagelli, insetti o siccità. Per questo il paese era sconvolto, il popolo inquieto e la collera aveva raggiunto il Cielo».[3]

La terribile repressione del movimento (1900), promossa da un contingente internazionale composto da 16 mila soldati delle potenze imperialiste (giapponesi, russi, inglesi, statunitensi, tedeschi, francesi, austriaci e italiani), non fa che confermare alle élite cinesi la necessità di avviare una decisa modernizzazione del plurimillenario Celeste Impero, per farlo uscire dallo stato semi-coloniale in cui era caduto e metterlo al passo con quello stesso Occidente capace di umiliarlo. Lo stesso Mao Tse-tung ha iniziato la propria attività politica con uno scopo chiaro: salvare la propria patria. Mentre è impegnato nella guerra di resistenza nazionale contro l’imperialismo giapponese, che pretende di «soggiogare l’intera Cina e di fare dei cinesi i loro schiavi coloniali», Mao ricorda il suo primo avvicinarsi (negli ultimi anni della dinastia Manciù) alla causa della rivoluzione: «In quel periodo cominciai ad avere qualche barlume di coscienza politica specialmente dopo aver letto un opuscolo sullo smembramento della Cina […]. Questa lettura destò in me grandi preoccupazioni per il futuro del mio paese e cominciai a comprendere che noi tutti avevamo il dovere di salvarlo». È così che inizia il percorso di formazione politica con cui Mao approderà al marxismo, come spiegato da lui stesso:

«Per molto tempo, durante questo movimento di resistenza, ossia per 70 anni, dalla Guerra dell’oppio nel 1840 fino alla vigilia del Movimento del 4 maggio nel 1919, i cinesi non ebbero armi ideologiche per difendersi contro l’imperialismo. Le vecchie e immutabili armi ideologiche del feudalesimo furono sconfitte, dovettero cedere e vennero dichiarate fuori uso. In mancanza di meglio, i cinesi furono costretti ad armarsi con armi ideologiche e formule politiche quali la teoria dell’evoluzione, la teoria del diritto naturale e della repubblica borghese, tutte prese in prestito dall’arsenale del periodo rivoluzionario della borghesia in Occidente, patria dell’imperialismo […] ma tutte queste armi ideologiche, come quelle del feudalesimo, si dimostrarono molto deboli, e a loro volta dovettero cedere, furono ritirate e dichiarate fuori uso. La Rivoluzione russa del 1917 segna il risveglio dei cinesi, che apprendono qualcosa di nuovo: il marxismo-leninismo. In Cina nasce il Partito comunista, ed è un avvenimento che fa epoca […]. Da quando hanno appreso il marxismo-leninismo, i cinesi hanno cessato di essere passivi intellettualmente e hanno preso l’iniziativa. Da quel momento doveva concludersi il periodo della storia mondiale moderna in cui i cinesi e la cultura cinese erano guardati con disprezzo».

Già nel dicembre 1900, su un articolo pubblicato nel primo numero dell’Iskra, Lenin aveva denunciato l’oppressione subita dal popolo cinese, legittimando l’insurrezione dei boxer:

«Potevano i cinesi non odiare degli uomini che erano giunti in Cina solo per il profitto, che si servivano della propria civiltà solo per l’inganno, il saccheggio e la violenza, che conducevano una guerra contro la Cina per ottenere il diritto di commerciare l’oppio (la guerra dell’Inghilterra e della Francia contro la Cina nel 1856), che coprivano ipocritamente la politica del saccheggio con la diffusione del cristianesimo?»[4]

Sono però ancora in pochi in Occidente, perfino tra le fila dell’Internazionale Socialista, a denunciare tali barbarie, mentre si fa largo il revisionismo promosso dal “riformatore” Bernstein, che parla della necessità di coniugare colonialismo e socialismo. Il crollo dell’Impero celeste e l’avvento di una debolissima repubblica (1911) non muta la condizione di asservimento all’oppressore straniero, che a seguito della prima guerra mondiale assume un volto più nitido: quello del Giappone. Come molti altri rivoluzionari prima e dopo di lui, Mao identifica, in particolar modo per i popoli coloniali o a rischio di colonizzazione, l’equazione per cui la lotta di classe coincida con la lotta patriottica nazionale, al fine di assestare un colpo mortale all’imperialismo coloniale. La nascita del PCC è consequenziale, anzi strettamente legata, alla volontà rivendicativa della sovranità nazionale da parte dei settori più attivi della società cinese.

Nella Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS la ricostruzione della nascita del PCC è consequenziale, anzi strettamente legata, alla volontà rivendicativa della sovranità nazionale da parte dei settori più attivi della società cinese. La conflittualità sociale si lega quindi in maniera diffusamente consapevole alla necessità di portare avanti una lotta antimperialista, specie dopo la delusione subita dai patrioti cinesi a seguito della mancata soddisfazione di ogni richiesta fatta in occasione delle conferenze internazionali di pace dell’immediato dopoguerra (1919). Questo il senso del movimento studentesco del 4 maggio, i cui slogan sono indicativi: «Rifiutarsi di firmare il trattato di pace», «Abolire le 21 richieste», «In politica estera lotta per la sovranità statale, in quella interna punizione dei criminali statali», «Boicottare le merci giapponesi».[5]

«Il motivo immediato dal sorgere del “movimento del 4 maggio” erano stati gli avvenimenti di politica estera, ma questo movimento democratico della classe operaia, della borghesia nazionale, della piccola borghesia cittadina e degli intellettuali, nel maggio-giugno del 1919, ebbe un significato assai più profondo. Esso fu la risposta all’appello della Rivoluzione d’Ottobre. Per la prima volta nella storia cinese il proletariato entrava nella lotta politica. Assieme a esso crebbe e si rafforzò il numero degli intellettuali marxisti, che si battevano per la liberazione nazionale della Cina, per la distruzione dell’oppressione feudale e imperialistica, per la diffusione del marxismo-leninismo. In seguito, molti degli attivi partecipanti al “movimento del 4 maggio” tra cui Mao Tse-tung, Li Ta-chao, Ch’u Ch’u-pai, Chu En-lai e altri diressero il Partito Comunista Cinese. Il “movimento del 4 maggio” significò il passaggio a una rivoluzione democratico-borghese di nuovo tipo, che si sviluppava sotto la guida del proletariato come parte integrante della rivoluzione socialista mondiale».

Assume un’importanza decisiva l’impatto della Rivoluzione d’Ottobre per risvegliare politicamente il proletariato cinese, con la diffusione delle traduzione di importanti opere di Marx e Lenin e la conseguente fondazione dei primi circoli marxisti. È in questi frangenti che il giovane Mao si forma ideologicamente:

«Proveniente da una famiglia contadina del villaggio di Shaoshan (provincia dell’Hunan) a diciotto anni Mao aveva preso parte alla rivoluzione del 1911, entrando come soldato nell’esercito rivoluzionario. Più tardi, dopo aver completato nel 1918 la scuola magistrale dell’Hunan, egli lavorò per circa sei mesi nella biblioteca della università di Pechino, con Li Ta-chao. Ritornato nell’Hunan, prese parte attiva al “movimento del 4 maggio” che era sorto anche in questa provincia».[6]

Dall’incontro dei primi, sparsi, circoli, nasce in clandestinità il 1° luglio 1921 a Shanghai il Partito Comunista Cinese, che si struttura, non senza contrasti interni, sulle direttrici organizzative del centralismo democratico e con l’obiettivo politico finale di instaurare la dittatura del proletariato.

2) La doppia lotta: antimperialista e di classe

«…senza gli sforzi del Partito comunista cinese, senza i comunisti cinesi, spina dorsale del popolo cinese, sarebbe stato impossibile realizzare l’indipendenza e la liberazione della Cina, come sarebbe stato impossibile realizzare l’industrializzazione in Cina e la riorganizzazione dell’agricoltura su basi nuove».

(Mao Tse-tung, da Sul governo di coalizione, 24 aprile 1945)

I 28 anni che seguono e che portano alla Rivoluzione socialista del 1949 sono caratterizzati da un doppio conflitto portato avanti dai comunisti cinesi: uno rivolto contro le potenze straniere ancora ben radicate nel paese, un altro, a fasi alterne, contro le forze conservatrici e reazionarie cinesi, che per lungo tempo trovano nel partito nazionalista del Kuomintang (che pure vede al suo interno varie fasi, alcune più progressiste, specie nel primo periodo in cui il leader è Sun Yat-sen) il proprio naturale riferimento politico.

Questa linea, che prevede ampi compromessi politici con un Kuomintang sempre più spostato a destra, è sostenuta con ardore dal primo leader del partito, Ch’en Tu-hsiu (1921-27), anche dopo che si era manifestata la tendenza anticomunista, e quindi la rottura formale dell’alleanza con il PCC, decisa da Chiang Kai-shek. Tale progettualità diventa esplicitamente insostenibile dopo il fallimento dell’insurrezione di Nanchang. È in questa fase che Mao acquisisce una responsabilità crescente nelle vesti di commissario politico della IV armata, pilastro della costituenda Armata Rossa cinese, l’esercito rivoluzionario composto da operai e contadini che d’ora innanzi riuscirà a crescere notevolmente adottando la tattica militare della guerriglia. È da notare come tutto ciò avvenga sostanzialmente con scarsissimi aiuti dell’URSS, isolata diplomaticamente dalla Cina dal 1927 al 1933. Per di più Mao in questa fase opera talvolta in piena autonomia, interpretando liberamente il mandato del Comitato centrale del Partito, lavorando però su direttrici che si riveleranno giuste: oltre a consolidare la separazione dell’organizzazione del Partito dal Kuomintang, si tratta di instaurare un potere politico fondato sull’organizzazione dei soviet nei territori controllati, non esitando a confiscare le terre dei proprietari non coltivatori per procedere alla tanto desiderata (dai contadini) riforma agraria, ossia la redistribuzione delle terre. Nei territori liberati i contadini comprendono concretamente il significato del comunismo:

«Tra le riforme messe in atto, quattro furono importanti per i contadini: la spartizione della terra, l’abolizione dell’usura, l’abolizione delle tasse, e l’eliminazione dei privilegi feudali. La popolazione rurale venne classificata nelle seguenti categorie: grandi proprietari terrieri, proprietari terrieri piccoli e medi, contadini ricchi, contadini medi, contadini poveri, affittuari, braccianti agricoli, artigiani, sottoproletariato e professionisti. Ai contadini senza terra, ai braccianti agricoli, artigiani ecc. era concessa, nella elezione dei soviet, una rappresentanza più vasta che alle altre categorie. I soviet funzionavano ottimamente: si partiva dal soviet di villaggio, che era l’unità di base, poi, venivano i soviet distrettuali, regionali e, infine, i soviet provinciali e centrali. Ogni villaggio eleggeva direttamente i suoi delegati ai soviet superiori fino al livello del Congresso generale dei soviet. Il suffragio era universale per i cittadini che avessero compiuto il sedicesimo anno di età. Sotto il controllo dei soviet distrettuali, e da questi nominati, c’erano i comitati per l’educazione, per le cooperative, per l’addestramento militare, per l’addestramento politico, per l’agricoltura, per la salute pubblica, per l’addestramento partigiano, per la difesa rivoluzionaria, per l’ampliamento dell’Armata Rossa, per il mutuo soccorso agrario per il dissodamento della terra e molti altri. […] Abolendo le tasse, poi, il consenso si allargò ai contadini medi ed a settori di piccoli proprietari terrieri. Ai contadini poveri fu concesso un ulteriore aiuto sotto forma di prestiti a basso interesse, o addirittura senza interesse. L’usura fu completamente abolita ma furono tollerati i prestiti privati con un tasso annuale massimo del 10%, mentre il tasso ordinario dei prestiti governativi fu fissato al 5%. Il movimento per le cooperative ricevette un vigoroso impulso, non solo nella produzione e nel consumo, ma per l’uso collettivo degli animali e degli utensili e la formazione di gruppi di mutuo soccorso agricolo. Una delle conquiste più importanti fu la completa abolizione dell’oppio, mentre la corruzione dei funzionari era quasi impossibile e l’accattonaggio e la disoccupazione sembravano completamente spariti. Le leggi sui matrimoni contemplavano alcuni interessanti provvedimenti contro la tirannia delle suocere, contro l’acquisto e la vendita delle donne. L’istituto della dote era stato soppresso ed a tutte le coppie che si registravano come marito e moglie davanti ad un soviet veniva consegnato, senza alcuna spesa, un certificato di matrimonio. Il matrimonio era valido solo se fondato sul mutuo consenso e l’età legale era portata a venti anni per gli uomini e diciotto per le donne. Un uomo ed una donna che convivessero erano considerati legalmente sposati, fossero registrati o no, ed i loro figli erano legittimi. Per la legge non esistevano figli illegittimi. Anche il divorzio si poteva ottenere senza spese all’apposito ufficio, su insistente richiesta di una delle due parti interessate. Per l’economia sovietica, due erano gli obiettivi principali, nutrire ed equipaggiare l’Armata Rossa ed arrecare un sollievo immediato ai contadini poveri. Essa comprendeva settori di iniziativa privata, dello Stato e forme cooperative. Le imprese e le industrie private erano permesse ed incoraggiate ed era permessa la trasmissione privata della proprietà della terra e dei suoi prodotti, seppure con alcune restrizioni. […] Nel Nord-Ovest, prima dell’arrivo dei comunisti, gli analfabeti erano circa il 95%. Successivamente, furono aperte duecento scuole elementari, una scuola superiore magistrale, una scuola di agricoltura, una scuola tessile, una scuola sindacale di cinque classi ed una scuola di Partito frequentata da 400 studenti. Esistevano, inoltre, una scuola di cavalleria, una di fanteria e l’Accademia dell’Armata Rossa. I soldati dell’Armata Rossa erano, in maggioranza, giovani contadini ed operai, convinti di combattere per le loro case, la loro terra ed il loro paese: l’età media della truppa era di diciannove anni, il 50% di tutti gli effettivi era comunista, il 70% dei soldati aveva un’istruzione. I soldati, come i loro comandanti, non ricevevano uno stipendio regolare, ma ogni arruolato aveva diritto all’assegnazione di un lotto di terra e ad una parte dei suoi prodotti».[7]

La diversità con le condizioni di vita nei territori posti sotto il controllo del governo del Kuomintang è lampante. Non deve stupire che nella guerra civile che si prolunga fino al 1937, Chiang Kai-shek sia il responsabile politico di repressioni tremende che colpiscono almeno 3 milioni di cinesi, solo un sesto dei quali comunisti.[8] È entrata nella leggenda la famosa “Lunga Marcia”, che si svolge tra l’ottobre 1934 e l’ottobre 1935. Si tratta di una manovra militare apparentemente disperata, una vera e propria ritirata strategica attraverso territori impervi, compiuta per sfuggire ad un accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang. Partono in 90 mila. Giungono a destinazione, in una regione più riparata posta a nord della “grande muraglia”, ma prossima ai giapponesi, in poco più di 7 mila. Apparentemente un disastro, ma in realtà la salvaguardia del nucleo più resistente del Partito, che vede ormai affermata la leadership di Mao e aumentato il proprio prestigio per l’ennesima impresa. Dovendo fronteggiare l’imminente invasione del Giappone (luglio 1937), il Kuomintang è costretto a porre in secondo piano la lotta contro i comunisti, che vedranno rafforzata la propria azione dalla combinazione tra emancipazione sociale e lotta patriottica. La permanenza di un rafforzato esercito comunista cinese in prima linea nella lotta contro il Giappone deve essere sicuramente stato un motivo presente nelle riflessioni della dirigenza politica giapponese, quando nel 1941 si è posto il quesito se partecipare all’offensiva antisovietica lanciata dalla Germania nazista, oppure se indirizzare i propri sforzi contro gli USA.

3) La repubblica popolare e l’epoca maoista

«Un partito disciplinato, armato della teoria marxista-leninista, solito a praticare l’autocritica e legato alle masse popolari; un esercito diretto da un simile partito; un fronte unito di tutte le classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari sotto la direzione di un simile partito; ecco le tre armi principali che ci hanno permesso di battere il nemico».

(Mao Tse-tung, da Sulla dittatura democratica popolare, 30 giugno 1949)

Se già al tempo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (1949) era un fatto grandioso, che sanciva la presa del potere del partito comunista nel paese più popoloso del mondo, visto in prospettiva quell’evento assume una valenza anche maggiore, diventando il presupposto imprescindibile per la prosecuzione della Resistenza all’imperialismo occidentale trionfante alla fine del secolo scorso.

Il 1949 assume così ai nostri occhi un valore inedito per la storia universale, affiancandosi per importanza alle date storiche del 1789 e del 1917. Da quella data la storia della Cina si può dividere in due fasi: quella maoista e quella della “grande NEP”, consacrata dalla leadership di Deng Xiaoping. Una piena comprensione della seconda necessita una minima introduzione della prima.

È luogo comune ricondurre all’epoca di Mao Tse-tung crimini non inferiori a quelli commessi da Stalin e Hitler, nel consueto paradigma borghese del totalitarismo sanguinario. Lo storico inglese Frank Dikötter è giunto a considerarlo il più grande criminale della storia, imputandogli una cifra minima di 45 milioni di morti conseguenti ad un operato divenuto ad un certo punto folle. Come al solito, quando si parla di comunismo, si assiste ad un balletto di cifre difficilmente verificabile e le stime variano a seconda degli autori: 13 milioni secondo il governo cinese (vedi Marie-Claire Bergère in La Cina dal 1949 ai giorni nostri), da 20 a 30 secondo John King Fairbank (Storia della Cina contemporanea), 30 secondo Judith Banister e Jasper Becker (La rivoluzione della fame), da 20 a 40 secondo Daniel Chirot, da 43 a 46 secondo Chen Yizi. Si può tranquillamente concordare con Diego Angelo Bertozzi quando afferma che

«la liquidazione della figura di Mao e la sua riduzione a semplice mostro al pari di Hitler è un’operazione superficiale e semplificatoria – da contabilità numerica – che impedisce la comprensione di un progetto di liberazione e riscatto nazionale, avvenuto per di più in un contesto di isolamento internazionale e persistente minaccia bellica. Tragedie e fallimenti, con il loro portato di morte, come il Balzo in avanti e la stessa Rivoluzione culturale, non sono il frutto di una pianificata operazione di sterminio dell’avversario preannunciata e poi messa in pratica, come fu per il nazismo. Furono terribili errori ai quali la stessa dirigenza comunista mise termine. Va poi ricordato come lo stesso Mao guidò una parte del paese nella resistenza contro un progetto di schiavizzazione e sterminio messo in atto a partire dal 1937 dal Giappone alleato della Germania hitleriana. A rigettare questo parallelismo sono storici e studiosi come Linda Benson e Maurice Meisner, non certo teneri verso il comunismo cinese».[9]

Sicuramente Mao ha commesso molti e gravi errori, ma senza la sua leadership sarebbe riuscito il popolo cinese ad uscire dall’oppressione imperialista e ad instaurare la dittatura del proletariato? Sarebbe riuscito il paese a sconfiggere le destabilizzazioni statunitensi? Oggi sappiamo con certezza che gli USA sono stati capaci di mantenere armati in funzione anticomunista i giapponesi anche dopo la resa del loro governo nel 1945; hanno finanziato e supportato militarmente le truppe nazionaliste, affiancandole a reparti speciali statunitensi almeno fino al 1947; hanno poi organizzato, fino almeno al 1960, un esercito di 10 mila nazionalisti cinesi stanziati in Birmania e responsabili di molteplici incursioni armate nel territorio cinese, oltre che dell’affermazione di un fiorente mercato della droga protetto dalla CIA; hanno bombardato città e fatto uso di armi batteriologiche, paventando anche la possibilità di usare l’arma atomica durante la guerra di Corea (1950-53); infine hanno creato ad arte la “questione tibetana”, inquadrando tra i collaboratori della CIA niente meno che il Dalai Lama, al fine di screditare una repubblica che verrà arbitrariamente esclusa dal proprio seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino all’inizio degli anni ’70.[10] Quando gli storici borghesi tracciano i loro bilanci catastrofici sul comunismo si guardano sempre bene dal ricordare il contesto di assedio permanente, o “stato d’eccezione”, subìto dai paesi socialisti da parte dell’imperialismo occidentale, eppure è indubbio che in un contesto di rispetto del diritto internazionale il socialismo avrebbe potuto svilupparsi senza la scia di sangue e tensioni che si è accompagnata ovunque. Occorre in ogni caso, come ricordava Benedetto Croce, distinguere il giudizio morale dal giudizio storico. Il distacco storico aiuta a superare l’indignazione del momento e a cogliere la natura e le cause profonde delle violenze, inquadrando queste ultime nelle ragioni delle parti in lotta. L’analisi delle condizioni in cui versava il proletariato cinese, prima e dopo il 1949, non lascia adito a dubbi, specie se affiancata allo status assunto oggi dalla Cina, tornata ad essere una potenza mondiale come non lo era da almeno tre secoli.

Torniamo al 1945: occorrerà ricordare che tutto ciò è stato possibile grazie alla ferrea volontà di Mao e del PCC di portare avanti lo scontro contro le forze della reazione anche andando contro i consigli dello stesso Stalin, che nel difficile dopoguerra consigliava prudenza di fronte al pericolo di una “terza invasione” subita dall’Occidente, stavolta corredata con la bomba atomica. Altra questione, spesso omessa dalla storiografia liberale: se Mao non si fosse impuntato sulla volontà di portare a termine la rivoluzione quale sarebbe oggi la condizione delle donne in Cina? È noto che la società cinese è stata tradizionalmente e storicamente patriarcale e maschilista. I bendaggi dei piedi delle bambine, al fine di mantenerli piccoli e più adeguati ai gusti dei maschietti, sono stati solo uno degli aspetti più appariscenti della violenta e degradante subalternità femminile, sancita fino ad allora formalmente dalle leggi e dalla cultura cinese.[11] Tutto ciò viene spazzato via dalla rivoluzione socialista. La Cina è diventata da allora un esempio di emancipazione femminile per tutto il mondo: un tema sul quale Mao stesso ha sempre mostrato grande sensibilità, come da lui stesso raccontato:

«prima di noi, nessuno si era mai rivolto alle donne in Cina, come se l’altra metà del cielo fosse inesistente. Una ragazza si suicidò nel mio paese, Chang Sha, perché rifiutava il matrimonio che le veniva imposto. Era il 1909, un anno lontano […]. Eravamo tutti studenti e giurammo che non c’era liberazione possibile per la Cina senza libertà delle donne; detestavamo la castità loro imposta; i piedi storpiati delle bambine destinate secondo la legge feudale ad apparire belle, perché immobili come voleva Confucio. Vendute come serve allo sposo, che su di loro aveva diritto di vita e di morte. Fu il primo tempo della mia lotta politica contro il feudalesimo…»[12]

Tra i crimini e gli errori più grandi imputati a Mao vi sono alla fine degli anni ’50 il “Grande balzo in avanti” e dalla seconda metà degli anni ’60 la “Rivoluzione culturale”.

Domenico Losurdo[13] ha descritto così tali fenomeni:

«è stato il tentativo di far avanzare di pari passo le due lotte contro le due disuguaglianze [quella “sociale interna” e quella “tecnologica-economica internazionale”, ndr]. Per un verso, la mobilitazione di massa di uomini e donne nel lavoro e nell’edificazione economica imponeva il ricorso a pratiche collettivistiche nella produzione e nell’erogazione di servizi (lavanderie, mense, ecc.); e ciò dava l’impressione o l’illusione di un possente avanzamento della causa dell’eguaglianza all’interno del paese. Per un altro verso, questa mobilitazione politica era chiamata a bruciare le tappe dello sviluppo economico della Cina e così a infliggere colpi decisivi alla diseguaglianza vigente nei rapporti internazionali. Considerazioni analoghe valgono per la Rivoluzione culturale: denunciando la “borghesia” o gli “strati privilegiati” infiltratisi nello stesso Partito Comunista, essa rilanciava l’egualitarismo sul piano interno; criticando “la teoria dei passi di lumaca” attribuita al deposto presidente della Repubblica Liu Shaoqi, essa si proponeva di imprimere un’accelerazione senza precedenti allo sviluppo delle forze produttive, portando così il paese in tempi rapidissimi al livello dei paesi capitalistici più avanzati e quindi cancellando o intaccando radicalmente anche il primo tipo di diseguaglianza. Il tutto si basava sull’illusione che l’accelerata edificazione economica potesse essere promossa con le stesse modalità con cui erano state condotte le battaglie politiche e militari della rivoluzione cinese, facendo leva cioè sulla mobilitazione e sull’entusiasmo di massa e sull’illusione che l’entusiasmo di massa potesse manifestarsi per un tempo prolungato o indefinito. Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale non tenevano conto del processo di secolarizzazione: non si può fare appello in permanenza e per l’eternità alla mobilitazione, all’abnegazione, allo spirito di rinuncia e di sacrificio, all’eroismo delle masse. A causa anche del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli USA e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’URSS e gli altri paesi socialisti), il risultato di Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale fu fallimentare e tragico. Ne conseguì un rallentamento più o meno drastico dello sviluppo economico, che finiva con l’inasprire entrambe le diseguaglianze».

Probabilmente occorre un maggiore approfondimento soprattutto sul fenomeno della Rivoluzione culturale, vista la sua complessità e la presenza di vari aspetti da tenere in considerazione, tra cui un acceso conflitto interno al Partito su basi ideologico-teoriche che ha ricordato secondo alcuni lo scontro avvenuto nel PCUS negli anni ’50 dopo la morte di Stalin[14]. Per ribadire la necessità di un giudizio sull’epoca maoista capace di guardare alla totalità delle questioni lasciamo la parola ad Eric Hobsbawm:

«all’epoca della conquista del potere da parte dei comunisti […] il cinese medio viveva essenzialmente consumando mezzo chilogrammo di riso o di grano al giorno e meno di ottanta grammi di tè all’anno. Il cinese acquistava un nuovo paio di calzature una volta ogni cinque anni circa. […] Per la maggior parte dei cinesi la rivoluzione comunista fu innanzitutto una restaurazione: dell’ordine e della pace; del benessere […]. I contadini accrebbero la produzione di cereali di più del 70% fra il 1949 e il 1956. […] Alla fine dell’epoca maoista il consumo medio di cibo (in calorie) da parte dei cinesi si collocava appena sopra la media di tutti gli altri paesi ed era superiore a quello di 14 paesi in America e di 38 paesi in Africa. Era esattamente nella media dei paesi asiatici, ben al di sopra delle nazioni dell’Asia meridionale e sudorientale, con l’eccezione della Malesia e di Singapore. L’aspettativa media di vita alla nascita salì da 35 anni nel 1949 a 68 nel 1982 e questa crescita fu dovuta principalmente a un notevole e continuo calo – eccetto che negli anni della carestia – del tasso di mortalità. Poiché la popolazione cinese, pur tenendo conto della grande carestia, aumentò da circa 540 milioni a circa 950 milioni fra il 1949 e la morte di Mao, è evidente che l’economia del paese fu in grado di alimentare tutte queste persone. […] non si può negare che nell’anno della morte di Mao i bambini che andavano alla scuola elementare erano sei volte di più di quelli che la frequentavano quando Mao era salito al potere; cioè il tasso di iscrizione era del 96%, da paragonare con meno del 50% nel 1952».[15]

Si dovrebbe ricordare infine come gran parte dei successi attribuiti alla dirigenza successiva, giudicata più “concreta” e meno utopistica di Mao, siano in realtà impensabili senza i presupposti costruiti negli anni di leadership di quest’ultimo. Così ricorda ad esempio Carlo Formenti, appoggiandosi su studi recenti:

«il “miracolo cinese”, iniziato negli anni ’80 e progredito a ritmi stupefacenti fino ai giorni nostri, affonda le radici nell’epoca maoista, che ebbe il merito di effettuare giganteschi investimenti in irrigazioni, industria pesante, trasporti e infrastrutture, oltre a promuovere un enorme incremento dei livelli di educazione e un netto miglioramento delle condizioni generali di salute della popolazione. L’economia cinese era assai più dinamica di quella di altri paesi socialisti già prima della morte di Mao (Herrera, Long 2019) grazie al fatto che non si è mai allineata al rigido centralismo sovietico, adottando forme più flessibili di pianificazione e lasciando fin dall’inizio margini di sviluppo ai settori governati dal mercato».[16]

Dovendo tracciare un bilancio dell’epoca di Mao sembra equilibrato il giudizio elaborato da Deng Xiaoping, di comune accordo con il resto del PCC:

«Il compagno Mao Tse-tung fu un grande marxista e un grande rivoluzionario, stratega e teorico del proletariato. È del tutto sbagliato assumere un atteggiamento dogmatico nei confronti delle parole del compagno Mao Tse-tung, e considerare tutto ciò che ha detto come verità immutabile, da applicare meccanicamente in tutto il mondo, ed essere disposti ad ammettere onestamente che ha commesso degli errori nei suoi ultimi anni, e anche cercare di accanirvisi nelle nostre nuove attività. Tali atteggiamenti non distinguono tra pensiero di Mao Tse-tung, teoria scientifica formata e testata da molto tempo, e gli errori che il compagno Mao Tse-tung ha fatto nei suoi ultimi anni. Ed è assolutamente necessario che questa distinzione sia fatta. È vero che ha compiuto errori grossolani durante la “rivoluzione culturale”, ma se giudichiamo la sua attività nel suo complesso, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori. I suoi meriti sono primari e i suoi errori secondari […]. compiamo il lavoro già avviato da Mao, ma che non aveva completato. Stiamo anche correggendo ciò che Mao fece in modo non corretto e miglioreremo il lavoro che Mao non ha adempiuto abbastanza correttamente».[17]

4) La grande divergenza dall’URSS

«Occorrerà ancora un periodo di tempo abbastanza lungo per decidere il risultato della lotta ideologica tra il socialismo e il capitalismo nel nostro paese. La ragione di ciò sta nel fatto che l’influenza della borghesia e degli intellettuali che provengono dalla vecchia società continuerà ancora a lungo nel nostro paese, così come la loro ideologia di classe. Se non si afferra bene questo punto e, a maggior ragione, se non lo si comprende affatto, si commetteranno errori gravissimi e non si riconoscerà la necessità della lotta sul piano ideologico».

(Mao Tse-tung, da Della giusta soluzione delle contraddizioni nel popolo, 27 febbraio 1957)

In ogni suo scritto Mao ha sempre elogiato il ruolo della Rivoluzione d’Ottobre e dell’URSS costruita da Lenin e Stalin. Nonostante alcune divergenze tattiche avute con quest’ultimo, quando Stalin muore, in Cina viene proclamato un lutto di tre giorni. È da notare che l’alleanza strategica con l’URSS rimane salda per tutto il primo periodo di esistenza della Repubblica Popolare Cinese, nonostante che l’autonomia del Partito Comunista Cinese sia stata maggiore rispetto a quella dei partiti dell’Europa orientale; ciò è dovuto al fatto di essere riusciti a creare un governo comunista nel paese più popolato del mondo «con una limitata assistenza da parte di Mosca». Di fronte alle manovre destabilizzatrici statunitensi Stalin incoraggia Mao a rafforzare il governo centrale, garantendo ampi aiuti per lo sviluppo del paese. In questo contesto viene siglato nel 1950 il trattato sino-sovietico di amicizia, alleanza e assistenza reciproca, decisivo per disporre di capitali e tecnici necessari per avviare l’industrializzazione del paese.[18]

Le cose cambiano dopo la morte di Stalin. Inizialmente Mao sottolinea la necessità di proseguire nella collaborazione con l’URSS, ma già nel 1956 iniziano le critiche private alla “destalinizzazione” promossa da Chruščev. Le divergenze sarebbero esplose pubblicamente solo nel 1959. Il deterioramento dei rapporti è dovuto sia alle critiche sovietiche all’incauto “Grande balzo in avanti”, sia alle divergenze profonde sulla collocazione internazionale e sulle diverse interpretazioni della “coesistenza pacifica”: «Mao temeva che l’URSS chruščeviana fosse disposta a sacrificare la propria solidarietà alla Cina e alle lotte di liberazione del Terzo Mondo sull’altare di un compromesso con gli Stati Uniti» che distogliesse gli investimenti interni dal settore militare per favorire lo sviluppo socio-economico interno. Ne segue una polemica ideologica feroce in cui Mao appare come il più corretto interprete di una politica estera marxista-leninista.

La tensione aumenta nel giugno 1959, quando Chruščev fa sapere ai cinesi che non li avrebbe aiutati ad ottenere la bomba atomica per non vanificare la distensione e la cooperazione con l’Occidente. Soltanto tre mesi prima era «scoppiata in Tibet una rivolta armata, sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti» che crea grossi problemi alla Cina, in tensioni politico-militari anche con l’India, spalleggiata anche in questo caso dall’URSS.

Infine nel luglio 1960 avviene la sciagurata decisione di Chruščev di richiamare migliaia di tecnici e di esperti che l’URSS aveva inviato in Cina in cooperazione alla costruzione di un’industria moderna. In un clima di crescente scontro politico-ideologico, nell’aprile e nel maggio 1962 si verificano perfino incidenti di frontiera tra Cina e URSS. In questa fase la responsabilità politica di Chruščev nell’aver rovinato le relazioni tra le due principali potenze comuniste mondiali è immensa. La sua caduta nel 1964 non porta ad un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi, ormai poco fiduciosi l’uno dell’altro. I cinesi continuano a bollare come «cricca revisionista» il PCUS di Kosygin e Breznev. Negli anni successivi la Cina cerca in ogni maniera di uscire dall’isolamento internazionale cui l’hanno condannata l’URSS e gli altri Stati socialisti (con la sola eccezione dell’Albania). Riesce una manovra di avvicinamento con la Romania di Ceausescu, che porta ormai avanti una politica estera relativamente indipendente da Mosca, ma esplode il paradosso con l’intervento sovietico a Praga del 1968: in tale occasione Mao critica fortemente la «cricca revisionista di Dubcek», accusata di voler portare la Cecoslovacchia verso il capitalismo e la socialdemocrazia; allo stesso tempo la Cina si unisce alle potenze occidentali nella condanna dell’URSS. La situazione di conflittualità tra i due paesi raggiunge l’apice nel 1969, con lo scoppio di una vera e propria guerra lungo i confini sino-sovietici. Arrivati a questo punto, la Cina, sempre più indebolita sia sul piano interno (dalla Rivoluzione culturale) che su quello esterno (con il rischio di una guerra contro l’ex alleato sovietico, nel timore esagerato che questo possa utilizzare l’arma nucleare), gioca una carta inaudita:

avvia la normalizzazione dei rapporti diplomatici con il grande nemico storico, sia nazionale che di classe: gli USA.

«La svolta nella politica internazionale di Pechino era in effetti di enorme portata: il rapporto preferenziale con gli USA e il Giappone prendeva il posto dell’alleanza coi paesi socialisti e con quei paesi non allineati e movimenti di liberazione che in vario modo avevano un rapporto stretto e solidale con l’Unione Sovietica. Quella svolta, anche se certamente portò una serie di vantaggi alla RPC come nazione, si accompagnò anche ad alcune scelte in campo internazionale che ne intaccarono fortemente il prestigio nel movimento comunista e tra le forze progressiste e antimperialiste a livello mondiale (come ad esempio l’ostilità al governo Allende in Cile, il sostegno all’UNITA contro il MPLA nella lotta di liberazione in Angola, o quello ai khmer rossi in Cambogia, l’ostilità nei confronti del Vietnam, sfociata in incursioni militari nel suo territorio, l’apprezzamento per l’installazione degli euromissili). Tutte scelte compiute in funzione anti-sovietica e in convergenza tattica con gli Stati Uniti».

Si può parlare di “tradimento” per questo periodo, iniziato negli ultimi anni dell’era Mao e proseguito fino a inizio anni ’80, quando la Cina arriva perfino a sostenere i ribelli islamici in Afghanistan contro le truppe sovietiche? Certamente le responsabilità primarie della rottura dell’alleanza sono imputabili all’URSS di Chruščev; allo stesso tempo si può ribattere che la stessa Cina abbia di fatto avviato per un decennio abbondante lo stesso ragionamento dapprima denunciato come revisionista, andando molto più in là rispetto a quelle che per Chruščev erano solo intenzioni non dispiegatesi in pieno (per lo meno sotto il suo comando). La Cina, con qualche eccezione (quale il proseguimento del sostegno militare alla lotta dei Vietcong) mette da parte per tutti gli anni ’70 l’internazionalismo proletario, stringe accordi con il primo nemico di classe mondiale e lavora sistematicamente per indebolire la lotta antimperialista e il campo socialista, in quegli anni strettamente intrecciati. È fondamentale ricordare che tutto ciò avviene già in epoca maoista. Il tutto avviene nella speranza di potersi concentrare sullo sviluppo tecnologico-economico interno, grazie al supporto statunitense. Quando Deng Xiaoping avvia il nuovo corso modernizzatore interno può già godere di tale situazione, che sceglie di non rinnegare, bensì di accelerare, tanto che andrebbe posta forse la questione di un netto ridimensionamento del paradigma della “rottura” tra epoca maoista e denghista. Ancora nel 1982 Deng pone come priorità le Quattro modernizzazioni che richiedono una situazione internazionale stabile e confini sicuri con l’URSS. Gli scarsi aiuti ottenuti dagli USA convincono presto i cinesi a riavvicinarsi a Mosca, che a sua volta aveva ripreso con maggiore vigore a cercare di ricucire i rapporti. Le relazioni si normalizzano solo durante l’epoca Gorbačev, d’accordo con Deng nel ritenere indispensabile l’interdipendenza tra politica estera di pace, stabilità, cooperazione internazionale e riforme interne. Questa presunta e apparente convergenza fra le due strategie di riforma si basa però su un fraintendimento, che emerge via via come un nuovo elemento di frattura ideologica tra la Cina socialista e l’ultima URSS di Gorbačev. Quella che per i cinesi è stata una svolta tattica, per Gorbačev è una non dichiarata svolta strategica. Alla fine della perestrojika «all’interno del PCC cominciarono a circolare documenti che interpretavano il progressivo collasso del sistema sovietico fra il 1989 e il 1991 come il naturale prodotto delle politiche “revisioniste” di Gorbačev. Addirittura, al momento del tentativo di rovesciamento di Gorbačev, nell’agosto 1991, tra i dirigenti del PCC vi fu chi propose di appoggiare pubblicamente tale azione».[19]

La Cina ha certamente contribuito a tale esito in misura non insignificante, seppur involontariamente, con la sua politica estera revisionista dell’ultimo ventennio. Paradossalmente i cinesi hanno saputo trarre da questi eventi lezioni preziose per sé stessi. La propria politica estera e il progetto strategico di lungo termine sono tesi a favorire lo sviluppo delle forze produttive nell’ambito di una cooperazione internazionale interna alla globalizzazione capitalista, con modalità pacifiche e apparentemente immemori dell’internazionalismo proletario. Se tale politica, nell’apice dello scontro di classe dell’ultimo ventennio della guerra fredda, ha rappresentato oggettivamente un tradimento del movimento antimperialista e comunista mondiale, nel nuovo mondo multipolare sorto dopo il 1991 è diventato per il colosso cinese la migliore strada possibile da intraprendere, non solo in un’ottica di emancipazione nazionale antimperialista, ma forse anche in termini di adattamento della teoria marxista-leninista.

5) La svolta di Deng Xiaoping e la conquista della tecnologia

«Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo soprattutto eliminare la povertà». (Deng Xiaoping, 26 aprile 1987)[20]


Contadino rivoluzionario, veterano della Rivoluzione fin dai tempi della Lunga Marcia, comandante di mille battaglie contro l’imperialismo giapponese e nemico di classe del Kuomintang, Deng Xiaoping (Guang’an, 22 agosto 1904 – Pechino, 19 febbraio 1997) ha ricoperto ruoli direttivi nel PCC a più riprese nel corso dell’era di Mao Tse-tung e ha diretto de facto la Cina dal 1978 al 1992. È stato il pioniere della riforma economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che mira a giustificare la transizione dall’economia “chiusa”, pianificata e centralizzata, ad una politica di apertura verso un’economia con elementi di “mercato”, restando all’interno dell’ottica di uno Stato controllore delle prospettive macroeconomiche.

Nel decennio tra gli anni ’80 e ’90 sotto la sua guida la Repubblica Popolare Cinese migliora le relazioni strategiche e geopolitiche con l’URSS, abbandonando la teoria dei Tre Mondi[21], antisovietica e di ascendenza maoista.

Deng è il cuore della seconda generazione dei leader del Partito Comunista Cinese. Sotto la sua guida la Cina diventa una delle economie dalla crescita più rapida, senza che il Partito perda il controllo del paese. La finalità delle riforme di Deng è riassunta nel programma delle Quattro Modernizzazioni: agricoltura, industria, scienza e tecnologia, apparato militare. «Intendiamo acquisire tecnologia avanzata, scienza e una gestione efficiente. Tutte queste cose non hanno un carattere di classe». La strategia da usare per conseguire l’obiettivo di una nazione industriale moderna è l’economia socialista di mercato. Deng argomenta che la Cina si trovi nello stadio base del socialismo e che il dovere del partito sia di perfezionarlo lavorando ad un “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Questa interpretazione cinese del marxismo riduce il ruolo e il peso dell’ideologia nelle decisioni economiche. Deng pone in risalto l’idea che socialismo non significhi povertà condivisa. La giustificazione teorica che fornisce per consentire l’apertura al mercato capitalistico è la seguente: «Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l’essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c’è una pianificazione anche nel capitalismo; l’economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell’attività economica». Deng crede non sia da respingere nessuna linea di condotta per il solo fatto di non essere aderente alle teorie di Mao; diversamente dai leader più conservatori come Chen Yun, Deng non presenta obiezioni a determinate politiche economiche per la sola ragione che esse siano simili a quelle attuate nelle nazioni capitaliste. Uno dei suoi motti più famosi è: «la pratica è l’unico criterio di verità». Le riforme di Deng includono l’introduzione di una gestione pianificata e centralizzata della macroeconomia in mano a funzionari tecnicamente competenti, abbandonando il modello dell’economia collettivista di Mao. Tuttavia, a differenza del modello sovietico, la gestione risulta essere indiretta tramite i meccanismi del mercato. Deng sostiene l’eredità di Mao per quanto riguarda il ruolo di primaria importanza della produzione agricola, e incoraggia una significativa decentralizzazione della gestione delle decisioni nei gruppi. A livello locale, per motivare la forza-lavoro e aumentare la produttività devono essere impiegati incentivi concreti piuttosto che appelli politici, incluso il permesso ai contadini di guadagnare entrate extra grazie alla vendita dei prodotti delle terre ad essi assegnate sul mercato.

Nella generale spinta volta ad ottenere una posizione di mercato, alle municipalità locali e alle province è consentito investire nelle industrie che esse stesse considerano più redditizie, il che favorisce gli investimenti verso l’industria leggera. Le riforme di Deng determinano lo spostamento della strategia di sviluppo della Cina dall’industria pesante all’industria leggera, con una crescita guidata delle esportazioni. La produzione industriale leggera è vitale per lo sviluppo di un paese che dispone di scarsi capitale di base. Con un breve periodo di gestazione, bassi requisiti di capitale e alti guadagni derivanti dalle esportazioni verso l’estero, i profitti generati dall’industria leggera possono essere reinvestiti in una produzione tecnologicamente più avanzata e in ulteriori importanti spese e investimenti. Tuttavia, in netto contrasto con le riforme simili ma non di così notevole successo attuate in Jugoslavia e in Ungheria, tali investimenti non sono finanziati dal governo. Il capitale investito nell’industria pesante proviene in gran parte dal sistema bancario e dalla maggior parte dai depositi dei consumatori. Uno dei primi punti delle riforme di Deng prevede di evitare una ripartizione dei profitti, se non tramite la tassazione o il sistema bancario; la ripartizione nelle industrie di proprietà dello Stato avviene pertanto in modo indiretto, rendendo così meno semplice l’interferenza diretta del governo.

Le riforme di Deng sono state la scintilla che hanno messo in moto una rivoluzione industriale, rappresentando una svolta notevole rispetto alle linee di condotta maoiste di un’economia autosufficiente. La Cina accelera il processo di modernizzazione aumentando il volume di scambi commerciali con l’estero, specialmente con l’acquisto di macchinari dal Giappone e dall’Occidente. Con tale crescita guidata delle importazioni la Cina riesce a portare avanti le Quattro Modernizzazioni.

I capitali stranieri, il mercato, le tecnologie innovative e lo sviluppo di competenze manageriali accelerano così lo sviluppo economico. Ci sono molti parallelismi tra il socialismo di mercato di Deng, soprattutto nei primi stadi, e la Nuova Politica Economica (NEP) di Lenin, così come con la politica economica di Bucharin. In entrambe è previsto un ruolo per l’impresa privata e uno maggiore dei meccanismi di mercato per la determinazione dei prezzi di vendita, a discapito di una rigida pianificazione centrale.[22]

La “svolta” di Deng Xiaoping è stata così sintetizzata da Domenico Losurdo[23]:

«In una conversazione del 10 ottobre 1978 Deng Xiaoping richiama l’attenzione sul fatto che si sta allargando il gap tecnologico rispetto ai paesi più avanzati; questi si sviluppano “con una velocità tremenda”, mentre la Cina non riesce in alcun modo a tenere il passo. E dieci anni dopo: “l’alta tecnologia sta avanzando a un ritmo tremendo”; c’è il rischio che “aumenti ulteriormente il gap della Cina rispetto agli altri paesi”. Se avesse mancato l’appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, il grande paese asiatico si sarebbe condannato a una permanente arretratezza e si sarebbe venuto a trovare in una situazione di debolezza e diseguaglianza simile a quella che l’aveva consegnato inerme alle guerre dell’oppio e alla strapotenza del capitalismo e colonialismo occidentali. Ma la politica di rapido sviluppo economico e tecnologico di rincorsa dell’Occidente non avrebbe finito col favorire le regioni (costiere), che godevano di una migliore collocazione geografica e disponevano almeno delle modeste infrastrutture, bene o male lasciate in eredità dal dominio coloniale o semicoloniale? La distribuzione più o meno egualitaria della miseria avrebbe ceduto il posto a un processo di sviluppo dai ritmi inevitabilmente diseguali. Si ripresentava il problema che abbiamo visto emergere immediatamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre: la lotta di classe rivoluzionaria aveva come obiettivo la realizzazione di una società in cui, dileguati “i ricchi”, c’era posto solo per “poveri e poverissimi” o doveva promuovere uno sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale, tale da debellare una volta per sempre la miseria e la penuria e da innalzare drasticamente il tenore di vita delle masse popolari? D’altro canto, sino a che punto può essere considerata egualitaria una società in cui c’è posto solo per “poveri e poverissimi”? A quest’ultima domanda hanno risposto con tragica eloquenza due capitoli della storia della Repubblica Popolare Cinese. Il “Grande balzo in avanti”, promosso da Mao Tse-tung alla fine degli anni ’50, è stato il tentativo di far avanzare di pari passo le due lotte contro le due disuguaglianze. Per un verso, la mobilitazione di massa di uomini e donne nel lavoro e nell’edificazione economica imponeva il ricorso a pratiche collettivistiche della produzione e nell’erogazione di servizi; e ciò dava l’impressione o l’illusione di un possente avanzamento della causa dell’eguaglianza all’interno del paese. Per un altro verso, questa mobilitazione politica era chiamata a bruciare le tappe dello sviluppo economico della Cina e così a infliggere colpi decisivi alla diseguaglianza vigente nei rapporti internazionali. […] A causa anche del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli USA e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’URSS e gli altri paesi socialisti), il risultato di Grande Balzo in avanti e Rivoluzione Culturale fu fallimentare e tragico. Ne conseguì un rallentamento più o meno drastico dello sviluppo economico, che finiva con l’inasprire entrambe le diseguaglianze. Non solo si accentuava il ritardo della Cina rispetto ai paesi più avanzati, ma anche sul piano interno l’egualitarismo pur sinceramente proclamato e appassionatamente perseguito si rovesciava nel suo contrario. […] Mentre impone un ascetismo doloroso per tutti, la società vagheggiata dal populismo (non solo cristiano), in cui “i ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi”, è ben lungi dal mantenere la promessa dell’eguaglianza, dato che la ridotta diseguaglianza quantitativa finisce con configurarsi e manifestarsi quale assoluta diseguaglianza qualitativa. Di ciò era costretto a tener conto Mao Tse-tung che […] tracciava un bilancio amaro e ricco di accenti autocritici. […] Si può comprendere allora la svolta di Deng Xiaoping: i marxisti dovevano finalmente rendersi conto “che la povertà non è socialismo e che il socialismo significa eliminazione della miseria; non si può dire che si sta edificando il socialismo se non si sviluppano le forze produttive e non si innalza il tenore di vita del popolo”. E dunque, “diventare ricchi è glorioso!”: così proclamava Deng Xiaoping, che riprendeva, probabilmente senza saperlo, la parola d’ordine con cui più di mezzo secolo prima Bucharin aveva cercato di superare l’arretratezza dell’agricoltura sovietica, stimolando l’impegno dei contadini. […] Si trattava di farla finita con la visione, rimproverata alla sconfitta “banda dei quattro”, per cui “il comunismo povero era preferibile al capitalismo ricco”. In realtà, secondo la definizione di Marx, comunista è la società regolata dal principio “Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. E dunque essa presuppone un enorme sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale; è allora una contraddizione in termini parlare di “comunismo povero” o di “socialismo povero” (dato che il socialismo è la fase preparatoria del comunismo). A questo punto, però, in quanto seguace dei principi del marxismo e del comunismo, Deng Xiaoping si preoccupava di distinguere il significato che il motto a lui caro assumeva nell’ambito di ordinamenti sociali diversi. Al contrario che nel capitalismo, nel socialismo “la ricchezza appartiene al popolo” e la “prosperità” è “per l’intero popolo”. […] Certo, soprattutto per un paese-continente qual è la Cina non era possibile accedere alla “comune prosperità” tutti allo stesso tempo: a conseguire per prime l’obiettivo sarebbero state le regioni costiere, che poi sarebbero state in grado e in obbligo di “dare un aiuto più grande” alle regioni dell’interno. Dal punto di vista di Deng Xiaoping la svolta da lui impressa alla Cina era la “seconda rivoluzione”, ovvero un nuovo stadio della rivoluzione, ma per i suoi avversari in patria e per buona parte dei marxisti occidentali si trattava in realtà di una controrivoluzione borghese e capitalista».

La svolta di Deng, avvenuta in un contesto di isolamento diplomatico internazionale con i paesi socialisti, si è rivelata decisiva per acquisire pacificamente le tecnologie occidentali, riuscendo poi, attraverso ampi investimenti nel campo della ricerca, a portarne avanti uno sviluppo ulteriore autonomo. Per decenni la borghesia ha diffuso il mito per cui i governi comunisti siano incapaci di mantenere il livello di evoluzione e sviluppo tecnologici garantiti dalle economie capitalistiche. L’URSS e altri paesi del “socialismo reale” hanno già smentito concretamente questa leggenda in diversi settori economici. Ora l’esempio della Cina è ancora più potente: da paese del “Terzo Mondo” devastato e saccheggiato dall’imperialismo internazionale, a faro delle nuove tecnologie in sempre più variegati campi. Il fatto che una parte crescente dei consumatori occidentali usi un telefono Huawei o Xiaomi, prodotto spesso superiori nel rapporto qualità/prezzo rispetto a quelli occidentali, è soltanto il dato più appariscente di questo avvenuto decisivo sorpasso, cosa mai riuscita all’URSS nel settore dell’industria leggera, e quindi dei beni di consumo “di lusso”.[24]

6) La moderna Cina post-maoista

«All’opposto di un Chruščev che annunciava il raggiungimento del comunismo in URSS per il 1980, la Cina attuale ritiene di essere solo nella prima tappa della costruzione del socialismo, una tappa che stima debba durare circa 100 anni!»

(Patrick Theuret, Direttore di Correspondances internationales, 2005)

«Per tutti quelli che, come noi credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare». (Fidel Castro, 2007)[25]

Anche nell’epoca post-maoista il Partito Comunista Cinese mantiene quindi il controllo macroeconomico complessivo della sempre più possente struttura economico-finanziaria del paese, seppur al prezzo di ampie concessioni al ritorno di forme di capitalismo privato.

Gli stessi dirigenti comunisti cinesi sono coscienti di non avere un regime socialista, ma parlano di una necessaria «fase di sviluppo delle forze produttive», della volontà di promuovere una «globalizzazione socialista» e una «cooperazione internazionale pacifica» come linee-guida delle relazioni con il resto del mondo. Sicuramente non è il socialismo sovietico. Sicuramente non è il «vogliamo tutto e subito» gridato dagli estremisti sessantottini e dai loro nipotini dei centri sociali odierni, che con il loro utopismo non riescono a costruire nulla di rilevante. Rimane il fatto che mai nella Storia alcun paese abbia avuto un simile progresso, impressionante a livello quantitativo e qualitativo, come quello della Cina post-maoista. Chi bolla Pechino di essersi venduta al capitalismo dovrebbe rifletterci sopra, magari sospendere il giudizio, provare ad approfondire la questione e ricordare che alla fin fine al comando laggiù c’è sempre il Partito Comunista.

Certo, le contraddizioni sono presenti, ma si possono ricordare una serie di dati[26] che dovrebbero porre quantomeno il dubbio nel lettore. Andiamo ad elencarli.

1) Dalla svolta di Deng Xiaoping ad oggi il PCC ha eliminato la povertà nel paese, facendo uscire circa 800 milioni di persone dalla povertà. Un esempio di come si proceda in Cina per eliminare la povertà è dato dal fatto che nel 2007 sono state eliminate tutte le tasse ed imposte per i contadini autonomi dei distretti e province più poveri delle regioni centrali ed occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità. Nel 1949 la vita media dei cinesi era di 40 anni; negli ultimi dati (2018-19) è arrivata a 77 anni, praticamente pari agli indici occidentali.

2) I salari sono aumentati di svariate volte negli ultimi decenni, come ammesso a denti stretti da studiosi anticomunisti come F. Zakaria; ciò in modo decisamente asimmetrico rispetto all’Italia (dove tra 2000 e 2013 il reddito dei lavoratori è addirittura calato) ed al mondo occidentale. Le donne vanno in pensione a 50 anni, gli uomini a 60 anni (in Italia per entrambi i sessi si va per i 67 anni). Il tasso di disoccupazione complessivo si attesta intorno al 4,1% (dati 2015; in Italia è cronicamente oscillante sul 10%).

3) Secondo un’indagine condotta dalla banca elvetica Credit Suisse, nel 2013 il salario medio mensile dei giovani 30enni cinesi è di circa 1.100 euro, il 15% in più rispetto ai loro genitori. La tendenza, che prosegue anche in questo ultimo decennio, evidenzia come ormai i salari cinesi stiano diventando più alti di quelli della media europea.

4) Dal 1977 fino al 2008 la crescita media del prodotto nazionale lordo cinese è risultata pari al 9,7% annuo e soprattutto immune alle crisi recessive tipiche del modo di produzione capitalistico contemporaneo.

5) La Cina rimane un punto fermo nello sviluppo delle energie rinnovabili, rappresentando quasi il 40% dell’espansione globale e il 60% della crescita non Ocse. La produzione di pannelli solari tra il 2009 e il 2011 è quadruplicata, fino a rappresentare l’80% di quelli installati in Europa e il 63% della produzione mondiale. Già secondo produttore di energia solare al mondo dopo la Germania, la Cina ha nel Huanghe Hydropower Golmud Solar Park la più grande centrale a energia solare del mondo, con una capacità da 317 GW all’anno. Dal 2010 è il primo produttore di energia eolica del mondo. Il paese nel 2015 si è confermato come di gran lunga il più importante investitore del mondo, con 111 miliardi di dollari, una spesa doppia rispetto a quella degli Stati Uniti (56 miliardi).

6) La Cina è tuttora guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC), che con oltre 90 milioni di membri (dati 2019), è il più grande partito politico del mondo. Per entrare nel PCC gli aspiranti aderenti devono seguire un corso di formazione che dura 2 anni (6 mesi dei quali sono dedicati esclusivamente all’apprendimento del marxismo-leninismo), durante i quali i candidati vengono giudicati anche in base alla loro vita privata e pubblica, al fine di evitare l’ingresso di spie, traditori o sabotatori.

7) La Costituzione cinese proibisce a qualsiasi organizzazione o individuo di violare, occupare o sabotare la proprietà statale e collettiva. Lo Stato tutela i legittimi diritti ed interessi dell’economia individuale, dell’economia privata e delle altre economie non statali. La legittima proprietà privata dei cittadini non può essere violata. La tendenza attuale, durante la segreteria Xi Jinping, è però quella di attuare un maggiore controllo politico sulle attività private, come mostra il “caso Ali Baba” di Jack Ma.

8) Vige il totale monopolio statale del settore militare-industriale, spaziale e telecomunicazioni. Totale controllo pubblico anche sulla ricerca scientifica e sul settore high-tech. Rimane anche il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

9) Il sistema finanziario è principalmente al servizio dello Stato, che infatti se ne serve anche «per scopi come la lotta all’evasione fiscale» come riconosciuto anche da studiosi anticomunisti. Le autorità statali centrali mantengono un ferreo controllo anche sulla moneta yuan (o renminbi) e di conseguenza possono governare larga parte dei flussi finanziari da e verso la Cina.

10) Nonostante una tendenza alla liberalizzazione dei prezzi, lo Stato mantiene il potere reale di fissare dall’alto per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per alcuni beni popolari essenziali come benzina, grano, latte e uova al fine di combattere la crescente inflazione (misure analoghe sono state prese nel 1996 e 2003) e mantenere (se non accrescere) il potere d’acquisto popolare.

11) Benché abbiano ampia libertà di azione nelle “zone speciali”, nel resto del paese le multinazionali occidentali sono costrette ad agire alle rigide condizioni del Governo: quasi tutte sono state costrette ad accettare di costruire joint-ventures alla pari (50% a 50%) con aziende statali per operare in terra cinese. Lo Stato spesso procede poi alla riacquisizione dell’intera proprietà di alcune di queste joint-ventures.

12) La tendenza generale è verso la sindacalizzazione di massa, che permette ai lavoratori di esercitare una costante interazione con il Partito e lo Stato, ottenendo di trattare in rapporti di forza favorevoli anche con il padronato presente nelle aziende private: dal 1° gennaio 2008 è entrata in vigore una nuova legge politico-sindacale che prevede tutele più efficaci per i lavoratori quali la fissazione di un salario minimo, l’obbligo di pagamento degli straordinari, la liquidazione per i licenziati e difficoltà maggiori per le assunzioni temporanee, in netta controtendenza con il clima politico-economico dominante attualmente in Italia e nel mondo occidentale.

13) Il settore collettivistico (di matrice statale e cooperativo) mantiene una larga egemonia. Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del PCC, ha riportato che nel 2006 le 500 imprese più grandi della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, e degli armamenti, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3% del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 ed al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale sono di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza della sfera pubblica. Il giro d’affari e le vendite delle imprese statali risulta di 14,9 migliaia di miliardi di yuan su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big” sul prodotto nazionale lordo cinese era pari al sopracitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PIL cinese ufficiale risultava pari a più del 70% e quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.

14) Il Fondo Monetario internazionale (dati 2004) ha stimato che, se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra è salita a 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi 4 anni e comprendendo circa il 20% della forza lavorativa cinese. Nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese è conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e gratifiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese. Nel 2002 ammontano a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contano al loro interno la modica cifra di 1.193.000.000 di uomini e donne associati a vario titolo.

15) Il presidente cinese Xi Jinping guadagna 19.200 euro l’anno, circa 1.600 euro al mese. Davvero poco se si pensa che il Presidente della Repubblica italiana e il Presidente degli USA guadagnano rispettivamente 20.000 e 28.750 euro ogni 30 giorni.

16) La politica estera cinese, da Deng in poi, si basa sulla coesistenza pacifica e la cooperazione economica con tutti i paesi del globo e, come lato nettamente subordinato, sulla lotta all’egemonismo e alla tendenza statunitense volta ad acquisire il dominio planetario. Di qui la serie di alleanze, trattati e dichiarazioni di amicizia con i BRICS e i paesi dell’America Latina; di qui anche gli ampi investimenti della Cina nel continente africano, con reciproco vantaggio. In molti parlano di imperialismo: chiaro l’intento politico dell’accusa occidental-borghese, che cerca di screditare la Cina in ogni maniera; più grave che l’accusa venga anche da aree “comuniste”, caratterizzate nella gran parte delle volte dall’adesione ad un’analisi di tipo trockijsta che parte dalla riproposizione dogmatica dei testi di Lenin, mancando così un approccio dialettico che tenga conto perfino dei giudizi dei partiti comunisti degli stessi paesi africani[27] (ma si potrebbero ricordare anche i giudizi positivi sulla Cina dati da Fidel Castro[28], dai venezuelani, ecc.). In realtà la buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha consentito ad esempio a molti paesi africani la possibilità di ottenere la telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, spesso carente. Gli statunitensi bombardano e armano i terroristi islamici; i cinesi commerciano, investono e fanno prestiti poco onerosi (non mancano peraltro saltuarie cancellazioni del debito) per i governi locali, con cui si relazionano in maniera paritaria e senza interferire nei loro affari politici interni, offrendo una sponda decisiva per la modernizzazione delle infrastrutture locali. La sintesi migliore l’ha offerta Sergio Ricaldone:

«Per gli Stati Uniti d´America la coppia capitale finanziario-cannoniere rimane l’inseparabile opzione di sempre e poggia su un bilancio militare di oltre 600 miliardi di dollari, su centinaia di basi militari sparse su gran parte del pianeta e sui B52 sempre pronti al decollo per esportare ovunque la “democrazia” modello Bagdad e Kabul. Si chiamava e si chiama imperialismo. La Cina, viceversa, pur non rinunciando ad ottenere mezzi adeguati alla sua difesa, si afferma invece, sui mercati e in politica estera, utilizzando un ben altro “arsenale”, quello finanziario e industriale. Nessun soldato cinese ha mai varcato le frontiere del paese. Le sue armi offensive sono: i prezzi competitivi e gli standard tecnologici dei suoi prodotti con cui “bombarda” e conquista i ricchi mercati del Nord; il libretto degli assegni con cui la Bank of China elargisce prestiti ai paesi in via di sviluppo, con tassi di interesse vicini allo zero; l’esercito di tecnici e operai che edificano modernissime infrastrutture in Africa, Asia e America latina. A giudicare dai risultati devono essere proprio queste le armi che fanno più paura all’imperialismo».[29]

17) A partire dal 1981 i terreni vengono in gran parte divisi tra le famiglie contadine, anche se si mantiene (e vige tuttora) il diritto di proprietà collettiva sugli appezzamenti rurali dei quali i produttori autonomi hanno l’usufrutto, come avviene del resto in Unione Sovietica tra il 1917 ed il 1929 prima della grande ondata di collettivizzazione nelle campagne.

Il suolo cinese rimane tuttora di proprietà pubblica e viene concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello Stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina ed il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione, ha notato che la terra viene data in usufrutto ai contadini per trent’anni e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali sia da considerarsi come assolutamente illegale.

18) Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultano pari solo a 3 miliardi di dollari, nel 2017 l’agenzia Reuters riportava il significativo dato di circa 3 mila miliardi di dollari; si tratta di un’enorme massa di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità; un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale ed a potenziale disposizione dei bisogni dello Stato e del popolo cinese.

19) Tutti i principali dirigenti del PCC hanno sempre dichiarato fedeltà alla costruzione della via cinese al socialismo, sottolineandone, in ossequio alla dottrina marxista-leninista, i tempi lunghi. Il primo passo, segnato dalla necessità di sviluppare i mezzi di produzione, è in pieno sviluppo. Il PIL cinese è quadruplicato dal 1980 al 2000, più che raddoppiato dal 2000 al 2008 e infine nel 2014 è avvenuto uno storico sorpasso, che ha portato la Cina a diventare la prima potenza economica mondiale, scalzando dal trono gli USA che occupavano tale posto dal 1872. Molti studiosi e media contestano questo sorpasso rifiutando i calcoli, svolti analizzando il differente potere d’acquisto popolare, ma poco cambia: tutte le stime parlano ormai a denti stretti dell’inevitabile sorpasso cinese, anche a fronte di diversi parametri, entro la fine degli attuali anni ’20.

20) La studiosa anticomunista Bergère ha rilevato correttamente che «il regime comunista cinese ha in sé una doppia eredità: marxista-leninista e maoista. Esso è più fedele al primo che al secondo. Questa fedeltà si manifesta, da un lato, con la persistenza dell’ideologia che esalta il socialismo e il ruolo dirigente del Partito e dall’altro, con la permanenza di un sistema istituzionale fondato sulla triplice gerarchia del Partito, dello Stato e dell’esercito». Fin dal marzo 1979 Deng Xiaoping ed il partito comunista cinese hanno affermato con forza, e ribadito costantemente, la teoria dei Quattro Principi (tanto che nel 1997 il XV congresso del Partito li ha perfino iscritti nel proprio statuto): la via socialista, il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Tse-tung e la dittatura democratica del popolo sotto la guida del Partito.

Quest’ultimo punto è particolarmente pregnante e merita di essere approfondito: quando gli opinionisti affermano che la Cina sia ormai un sistema capitalista dovrebbero chiedersi perché tutti i principali leader ribadiscano costantemente l’orizzonte ultimo del socialismo, ammettendo che il ricorso a strumenti e pratiche dell’economia di mercato mutuate dal capitalismo sia solo tattico e temporaneo, non strategico e definitivo.

In un discorso del 1985 ecco quanto afferma Deng Xiaoping:

«Noi dobbiamo imparare dai popoli dei paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato, e di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato – non impareremo mai né importeremo mai il sistema capitalista».[30]

Così invece Jiang Zemin, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 1989 al 2002, in un rapporto congressuale del 2001:

«Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il nostro paese si trova e si troverà ancora per molto tempo in una fase inferiore del socialismo. Così, lo stato di benessere che abbiamo raggiunto si situa ancora ad un livello basso, ciò che denota le lacune dovute a grandi ineguaglianze dello sviluppo: la contraddizione fra i bisogni culturali e materiali crescenti del popolo e il ritardo della produzione sociale costituisce sempre la principale contraddizione della nostra società… Il dualismo città-campagna resta immutato… le popolazioni povere sono ancora numerose… La spinta demografica rimane tuttora forte… Dobbiamo far fronte, continuamente, alle pressioni cui siamo soggetti a causa della superiorità dei paesi sviluppati nei settori della scienza, economia, tecnologia…»[31]


Di seguito Hu Jintao, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 2002 al 2012, in un discorso tenuto all’Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino, il 1° luglio 2011:

«I comunisti cinesi credono fermamente che la teoria fondamentale del marxismo è una teoria scientifica. Hanno la ferma convinzione che il marxismo deve essere arricchito e svilupparsi senza sosta in rapporto a come si approfondisce la pratica. Non considerano il marxismo come un dogma rigido, stereotipato e svuotato di ogni senso. Per il marxismo la pratica reale è la fonte della teoria. […] il sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi è una dottrina corretta che guida il nostro Partito e il nostro popolo sulla via del socialismo con caratteristiche cinesi per realizzare il grande rinnovamento della nostra nazione. Il nostro Partito, che ha saputo sempre combinare i principi fondamentali del marxismo con la realtà cinese, ha creato due grandi teorie nel corso del processo di sinizzazione del marxismo. Una è quella di Mao Tse-tung che, in quanto marxismo-leninismo applicato e sviluppato in Cina, ha dato in maniera sistematica una risposta alla questione relativa al modo di compiere tanto la rivoluzione di nuova democrazia quanto la rivoluzione socialista in un vasto paese orientale semi-coloniale e semi-feudale, e ha proceduto a delle ricerche laboriose per sapere quale tipo di socialismo noi dovevamo costruire e come dovevamo farlo. Formulando delle idee innovatrici, essa ha arricchito il tesoro marxista con un nuovo apporto. L’altra è costituita dal sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi. Essa è nei fatti un sistema scientifico creato a partire dalla teoria di Deng Xiaoping, dall’importante pensiero delle Tre Rappresentanze e da una serie di innovazioni strategiche maggiori, tra le quali il concetto di sviluppo scientifico. In quanto evoluzione del pensiero di Mao Tse-tung, essa ha egualmente dato in maniera sistematica una risposta ad una serie di questioni importanti, quali “che tipo di socialismo si deve costruire in un grande paese in via di sviluppo come la Cina che conta più di un miliardo di abitanti?”, “come edificare il socialismo?”, “che tipo di partito dobbiamo costruire e in che modo dobbiamo farlo?”»[32]


Per quanto riguarda Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 2012 (al momento in cui si scrive tuttora in carica), nel 2011 si esprime così:

«I dirigenti ed i quadri del partito devono dare grande importanza allo studio delle teorie marxiste e applicarle creativamente nell’analizzare e risolvere i problemi pratici del paese. I quadri politici non possono agire senza la guida della filosofia marxista, degli strumenti del materialismo dialettico e del materialismo storico nell’effettuare giudizi adeguati sulle diverse situazioni, nel mantenere la mente fredda nelle situazioni più complesse. […] La purezza ideologica richiede che tutte le organizzazioni, gli iscritti e i dirigenti del Partito continuino ad assumere come proprio principio guida il marxismo e i raggiungimenti [teorici] dell’adattamento del marxismo alle condizioni cinesi; che mantengano incrollabile la convinzione negli ideali del socialismo e del comunismo; che seguano la linea ideologica marxista del “ricercare la verità attraverso i fatti”; che resistano strenuamente alla penetrazione di idee anti-marxiste; e che assumano una posizione contro le idee erronee che vanno contro i principi del marxismo. […] Rafforzare lo sviluppo del Partito e preservare la sua purezza costituiscono un fondamentale e persistente sforzo che richiederà azione continua e innovazione nel corso della pratica».[33]

Il 1° luglio 2016, nel giorno del 95° anniversario dalla fondazione del partito, il presidente Xi Jinping si rivolge ai milioni di iscritti con un appello a seguire le sue radici marxiste per consentire al paese di proseguire sulla strada del «grande ringiovanimento», un tema centrale dell’amministrazione di Pechino. «La storia ci dice che la scelta del popolo cinese di affidare al Partito Comunista la guida verso il grande ringiovanimento della civiltà è stata giusta e che anche il percorso del Partito verso lo sviluppo di un socialismo con caratteristiche cinesi è corretto», ha detto Xi durante il suo discorso nella Grande Sala del Popolo a Pechino. Il discorso, trasmesso in tv, è stato uno dei più lunghi della sua presidenza, in cui Xi ha presentato la sua ideologia ortodossa a scapito di quelle maggiori riforme che qualcuno si aspettava sulla scia della sua ascesa al potere avvenuta nel 2012. «Il marxismo deve essere il principio guida di base fondamentale», ha proseguito il presidente, «o il Partito perderebbe la sua anima e la sua direzione». Da notare che l’adesione al PCC non è automatica. Su 22 milioni di cinesi che hanno richiesto l’adesione al Partito nel 2015, meno di due milioni sono stati accettati. L’adesione al Partito è aperta alle classi sociali che collaborano alla costruzione del “socialismo con caratteristiche cinesi”; quindi anche i «capitalisti patriottici». Nel 2015 la categoria più numerosa tra i membri del Partito è stata quella dei contadini, col 29,6% del totale, mentre gli operai sono poco più dell’8%.

Circa il 14% dei membri ricadono nella categoria di professionisti autonomi, manager e personale tecnico di imprese private e pubbliche. L’8% sono dipendenti statali e dell’apparato del Partito, il 10% fa parte di quadri amministrativi. Il restante è diviso tra il grande numero di studenti e categorie minori. Durante la presidenza di Xi Jinping è stata lanciata una grande campagna contro la corruzione nel Partito che ha portato all’espulsione di molto membri che usavano la loro posizione per vantaggi personali, anche ai massimi livelli, come testimonia ad esempio l’espulsione di Sun Zhencai, membro dell’Ufficio Politico. Mentre la vulgata riporta che essere membri del Partito porti molti vantaggi a fronte di poche ore di attività politica al mese, va ricordato anche che chi fa parte del Partito è sottoposto a un regime legale più restrittivo rispetto al resto della società.[34]

7) Le lezioni apprese dalla fine dell’URSS

«Nel nostro paese, l’ideologia borghese e piccolo borghese, le idee antimarxiste sussisteranno ancora a lungo. Nel complesso, da noi, il sistema socialista è stato instaurato. Per l’essenziale, noi abbiamo concluso la trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione, ma sul fronte politico e sul fronte ideologico la vittoria non è ancora completa. Sul piano ideologico, il problema di sapere chi avrà la meglio, il proletariato o la borghesia, non è ancora veramente risolto. Noi dovremo condurre una lunga lotta contro l’ideologia borghese e piccolo-borghese. Sarebbe un errore non comprendere questo punto, rinunciare alla lotta ideologica. Ogni idea errata, ogni erba velenosa, ogni genio malefico devono venire sottoposti alla critica: non bisogna mai lasciar loro libero campo. Ma questa critica dev’essere fondata completamente sull’argomentazione, deve essere analitica e convincente, non deve essere brutale, burocratica, metafisica o dogmatica». (Mao Tse-tung, da Intervento alla conferenza nazionali del Partito Comunista Cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)

Il percorso intrapreso dalla Cina post-maoista è estremamente rischioso: lo sviluppo, seppur tattico, delle forze produttive fondato su rapporti di produzione capitalistici, con un’ampia liberalizzazione nell’accesso di aziende private multinazionali nel paese, comporta la necessità di mantenere saldamente il potere politico nelle mani del Partito Comunista.

Rimangono rischi notevoli anche in questo caso: innanzitutto la degenerazione ideologica di massa, ossia il rischio di una rivoluzione passiva sul piano dell’egemonia culturale, con l’abbandono di istanze critiche verso il sistema capitalistico da parte del complesso della società; in secondo luogo, strettamente intrecciato ad esso e dalle conseguenze immediate più importanti, la necessità di evitare una degenerazione ideologica interna verso forme di revisionismo che minino la natura ideologica marxista-leninista del Partito.

La dirigenza cinese è ben cosciente di tali problematiche e non si stanca di denunciare i rischi dell’ideologia capitalista occidentale, come è stato messo in rilievo dal New York Times che nel 2013 ha pubblicato un documento segreto interno al PCC:

«Ci sono sette idee “sovversive” di stampo occidentale che minacciano la società cinese. Ad elencarle è un documento segreto stilato dal Partito comunista cinese […]. Fra questi pericoli, spiccano alcuni spauracchi storici dell’ideologia comunista, come il neo liberalismo economico [ossia il liberismo, ndr] e le critiche “nichiliste” sul passato del partito comunista. Ma il Documento numero 9 cita anche la promozione della “democrazia costituzionale occidentale” e dei “valori universali” in merito ai diritti umani, l’indipendenza dei media e la partecipazione della società civile. “Le forze occidentali ostili alla Cina e i dissidenti cercano di infiltrare costantemente la sfera ideologica”, si legge nel documento. Il testo, scrive il quotidiano, è stato messo a punto in aprile ed ha chiaramente l’imprimatur del leader del partito e presidente cinese Xi Jinping».[35]

Il modo migliore per prevenire tali pericoli ideologici è identificato dal PCC nella promozione della cultura marxista fin dall’ambito scolastico[36]:

«Sviluppare il senso politico delle nuove generazioni: sembrerebbe questa in sintesi la priorità della Repubblica Popolare Cinese. Nell’ambito infatti di una due giorni di riunioni sull’educazione politica nelle scuole cinesi conclusasi pochi giorni fa, il presidente Xi Jinping ha ribadito l’importanza di integrare negli studi liceali il lavoro ideologico, sottolineando la necessità di una ferma leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) nell’educazione superiore, poiché essa rappresenta un fattore chiave del potenziale di sviluppo dell’immenso paese asiatico. In tal senso l’indicazione di lavoro più concreta è quella di costruire, in ciascun istituto scolastico, delle cellule del Partito. L’istruzione superiore porta su di sé la grande responsabilità di coltivare i successori alla causa socialista, ha spiegato il leader cinese, il quale ha esplicitamente indicato la necessità strategica per lo Stato di investire nelle università affinché esse possano competere ed arrivare ai primi posti nelle graduatorie accademiche internazionali. In pratica mentre l’Occidente, oltre a riempire le proprie facoltà di scienziati borghesi, taglia i fondi alla ricerca universitaria; la Cina risponde con scienziati dichiaratamente comunisti e continuando a investire ingenti somme di denaro nella formazione. Gli istituti scolastici della Repubblica Popolare “sottostanno alla direzione del Partito Comunista Cinese”, ha chiarito Xi senza tanti giri di parole e “l’educazione superiore deve essere guidata dal marxismo”. Gli studenti “dovrebbero essere incoraggiati a integrare i propri ideali e le proprie ambizioni all’interno della causa nazionale”. Insomma quasi una parafrasi del famoso detto leninista: “fate della nazione la causa del popolo e la causa del popolo sarà quella della nazione”! Il lavoro ideologico “deve avere come focus gli studenti, avere cura di loro, essere al loro servizio, aiutandoli a migliorare la propria consapevolezza politica e qualità umanistica”, ha spiegato il presidente cinese riprendendo una massima maoista di un tempo che solo in Europa pare lontano. Il tutto nell’ottica di consentire ai giovani cinesi di sviluppare sia le competenze sia l’integrità morale. Gli studenti – ha aggiunto ancora Xi – “devono sviluppare un senso di convinzione e fiducia nei più alti ideali comunisti e nel socialismo con caratteristiche cinesi”, invitando le direzioni dei licei a rafforzare l’insegnamento teorico in ambito ideologico attraverso riforme didattiche per rendere l’educazione politica più attraente alle nuove generazioni. Nel contempo Xi ha invitato i funzionari del Partito Comunista a relazionarsi con maggiore regolarità e umiltà con gli intellettuali e di ascoltare le loro opinioni».

Chiudiamo questa rassegna con un’analisi realizzata da Alberto Ferretti[37], che pone l’attenzione sui rischi insiti al fenomeno della corruzione ma anche sulla lezione appresa dalla caduta dell’URSS da parte della dirigenza cinese:

«Con uno sguardo al presente, rispetto alla questione delle riforme in seno al socialismo, possiamo dire che l’esperienza cinese – vero e proprio laboratorio di innovazioni pratiche e riforme all’interno del Sistema socialista – prova che l’inclusione cosciente di elementi capitalistici nel più vasto quadro dell’economia pianificata non solo può contribuire positivamente a migliorare i meccanismi economici della parte pubblica dell’economia, ma la preponderanza della parte pubblica aiuta quella privata a non estremizzarsi verso la predazione finanziaria ed essere più performante a sua volta, in un rapporto dialettico positivo se controllato da un Partito saldo nei principi e competente tecnocraticamente. Il capitale, in questo contesto, tende a seguire fiduciosamente gli investimenti di Stato e si radica in attività industriali produttive, invece di perdersi nei rivoli del commercio illegale e della speculazione. Per questo il PCC e la nuova dirigenza unita intorno al Segretario Xi Jinping, ha identificato nella corruzione il potenziale elemento disgregatore del sistema. Questa corruzione si era sviluppata negli anni dello sviluppo “disordinato e anarchico”, il laissez-faire rappresentato dal periodo di Hu Jintao al governo. Il PCC ha studiato e fatto tesoro degli errori dell’URSS, appena descritti, commessi al tornante storico dell’adattamento del socialismo alle mutate condizioni storiche degli anni ’80 e alla sfida rappresentata dal capitalismo neo-liberista trionfante all’epoca. Il socialismo cinese attuale si impernia su queste due tendenze economiche, ma a differenza dell’URSS, gli elementi capitalistici emersi gradualmente e ufficializzati non possono che adeguarsi all’egemonia del proletariato che detiene le redini del potere politico, e prendere la forma non già di elemento disgregatore e distruttivo, ma di elemento gregario e leale. Non certo perché sono capitalisti cinesi siano buoni, ma perché non hanno scelta: arricchirsi sì, ma con le regole scritte e all’interno dei limiti concessi dal Partito, non contro il Partito e lo Stato. Come abbiamo avuto modo di dire […] questa è la sfida propria alla Cina contemporanea in questa fase storica, ed è su questo aspetto – ossia quello delle riforme all’interno del quadro socialista, siano esse nel senso del mercato o nel senso di una socializzazione più spinta – che senza dubbio l’URSS e la sua dirigenza hanno fallito. Tuttavia la loro opera ha fornito preziosi elementi di riflessione per la pratica politica degli Stati socialisti odierni – che possono contare su quell’esperienza, purtroppo finita male (anche perché l’URSS fu il primo Stato operaio a ritrovarsi ad affrontare problemi economici di tale portata, per i quali non aveva alcun appiglio storico a cui fare riferimento nel risolverli) – nell’orientarsi e sopravvivere nel tornante storico attuale in cui il capitalismo è ancora il sistema di produzione prevalente su scala globale».

La vera sfida sarà riuscire a mantenere un gruppo dirigente realmente comunista finché non si sarà riusciti ad adempiere effettivamente alla società socialista e comunista, come recita il preambolo dello Statuto del Partito Comunista Cinese[38]:

«I più alti ideali comunisti perseguiti dai comunisti cinesi non potranno essere realizzati se non quando la società socialista sarà pienamente sviluppata e assai avanzata. Lo sviluppo e il miglioramento del sistema socialista è un processo storico di lunga durata. Sin quando i comunisti cinesi sosterranno i principi fondamentali del Marxismo-Leninismo e seguiranno la via corrispondente alle specifiche condizioni della Cina e volontariamente scelta dal popolo cinese, la causa socialista in Cina sarà coronata dalla vittoria finale. […] La Cina si trova ora nella prima tappa del socialismo e vi rimarrà per un lungo periodo. Si tratta di una tappa storica che non può fare a meno della modernizzazione socialista in una Cina che è arretrata economicamente e culturalmente. Essa durerà più di un centinaio di anni».

8) La Cina è vicina?

Il “caso” cinese offre molti insegnamenti utili al movimento comunista occidentale, ed in particolar modo a quello italiano. Al di là degli spunti storici e dell’ingente bagaglio esperienziale accumulato dal PCC, di cui sappiamo ancora pochissimo, e che dovrà necessariamente costituire materiale di studio per i prossimi anni, c’è da ribadire un punto politico essenziale: la Cina, guidata dal Partito Comunista, sta prendendo in mano le redini della globalizzazione, con la possibilità concreta di darle finalmente un “volto umano” che ponga termine ai 35 mila morti di fame quotidiani denunciati dall’ONU. La globalizzazione imperialista è stata l’affermazione neocoloniale dell’Occidente che per oltre mezzo secolo ha così risposto alla decolonizzazione politica, mantenendo nella servitù sostanziale il “terzo mondo”. Una globalizzazione diversa si affaccia all’orizzonte a fronte dell’avanzamento della Cina nei rapporti di forza internazionali. L’affermazione della leadership cinese, specie se congiunta all’alleanza politico-militare con la Russia, che in tempi recenti sembra più solida che mai, può costituire effettivamente il grimaldello per affermare quel mondo multipolare che sembrava dover emergere già negli anni ’90, salvo poi essere ricacciato indietro dalla nuova offensiva imperialista occidentale scatenatasi nell’ultimo ventennio in ogni continente. Compito dei comunisti italiani è quindi anzitutto quello di comprendere i processi in corso, al fine di spiegarli alla classe lavoratrice locale, ragionando anche sulla possibilità concreta di sganciare l’Italia dalle strutture imperialiste della NATO e dell’Unione Europea, oggi apertamente contrapposte alla Cina, tanto da minacciare, soprattutto da parte di Washington, un possibile esito guerrafondaio per impedire il temuto “sorpasso” cinese. Parlare di una Cina imperialista è invece, allo stato attuale, un vero e proprio tradimento della causa operaia, sotto ogni punto di vista, e significa fare il gioco di Washington e della propaganda imperialista occidentale, tendente a demonizzare e screditare Pechino con ogni mezzo. I comunisti italiani dovrebbero invece presentare la Cina come modello virtuoso di paese capace di passare nel giro di 70 anni dal feudalesimo al primato economico mondiale, con un costante miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. La Cina è la dimostrazione concreta che un’adeguata organizzazione comunista può garantire un progresso continuo e pacifico di tutto il popolo. La storia degli ultimi 40 anni mostra che questo progresso può avvenire seguendo un percorso capace di tenere assieme utopia (l’orizzonte ultimo del comunismo) e concretezza, evitando il ripetersi di quelle tragedie sociali conseguenti al grande balzo in avanti e alla rivoluzione sociale. I comunisti italiani devono quindi difendere la Cina e possono prenderla come esempio brillante per la propria propaganda quotidiana, evidenziando l’importanza di avere un modello in cui la politica controlla l’economia, laddove per “politica” si intende un modello istituzionale caratterizzato dalla leadership dei comunisti. Un modello peraltro che non può essere accusato di totalitarismo, né tantomeno appiattito alla “dittatura del proletariato”, essendo da sempre presente un regime pluripartitico; inoltre da oltre un decennio è in corso un processo di rinnovamento in senso democratico delle procedure istituzionali per eleggere i rappresentanti popolari e gli amministratori delle comunità locali. È indubbio però che oggi il PCC è l’organizzazione partitica più potente nel globo, e dalle sue sorti dipenderanno non solo il destino del popolo cinese, ma anche quello del resto dell’umanità. Sarebbe infine un errore per i marxisti occidentali riproporre dogmaticamente la formula cinese, che nonostante i grandi successi riportati fino ad ora presenta anche molteplici contraddizioni e continua a presentare molte incognite per il futuro. È certamente possibile conciliare socialismo e mercato, ma con non pochi rischi; soprattutto non c’è alcuna ragione di farlo qualora le condizioni materiali, ossia lo sviluppo delle forze produttive, consentano fin da subito di adottare una forma superiore di organizzazione, il socialismo puro, reso oggi ancor più possibile grazie ai progressi avvenuti nei campi dell’informatica e delle comunicazioni. L’Italia, come gli altri paesi occidentali che oggi sono alleati subalterni dell’imperialismo statunitense, ha tutti i mezzi e le condizioni tecniche per garantire il passaggio dal regime capitalista a quello socialista, consentendo cioè il miglioramento delle condizioni di vita di almeno il 90% della popolazione. Il problema principale da noi infatti non è affermare un regime economico “misto” sotto il controllo della politica, cosa che serve tuttora ai cinesi a proseguire lo sviluppo delle forze produttive e che in Italia è stato applicato pur proficuamente negli anni della prima Repubblica dalla Democrazia Cristiana; il problema è conquistare il potere politico e spezzare i vincoli che legano la nostra società alle catene dell’imperialismo occidentale. Un simile processo non può che essere rivoluzionario, e quindi comportare la necessità di uno strappo netto nell’assetto della struttura economica del paese. Detto in parole povere: continuiamo a studiare e supportare criticamente il modello socialista cinese, sia per il ruolo progressivo che svolge a livello globale, sia per i successi ottenuti in politica interna, ma evitiamo di ripetere errori già compiuti in passato, riaffermando in maniera dogmatica tali formule. Ragioniamo piuttosto sulla necessità di adattare adeguatamente il marxismo-leninismo al contesto italiano, partendo dall’esame dei limiti storici e politici che ha riscontrato la strategia della “via italiana al socialismo” portata avanti dal PCI dopo il 1956.

La Cina e la Rivoluzione d’ottobre

 Marco Pondrelli

Il 1917 segnò la storia mondiale così come, ovviamente, la storia dei comunisti. Il movimento comunista internazionale si legherà all’esperienza sovietica facendo della difesa di quell’esperienza un imprescindibile fronte della sua battaglia. Guardando al resto del mondo Lenin e tutto il gruppo dirigente bolscevico sapevano che per rafforzare l’esperienza sovietica era necessaria la vittoria della Rivoluzione in Germania, paese che era individuato come il tassello fondamentale dello scontro. La rivoluzione tedesca fu però sconfitta e con essa la possibilità di far dilagare la rivoluzione nel resto d’Europa.

A questo punto a Mosca il confronto fra i bolscevichi si articola su due piani fra loro intrecciati, che ancora oggi attraversano il dibattito fra i comunisti.

Innanzitutto si crea una contrapposizione che potrebbe essere riassunta da due termini: cosmopolitismo e patriottismo. Dopo la morte di Lenin il dibattito si incarnerà nelle due figure di Stalin e di Trockij, quest’ultimo si fa portavoce della necessità di esportare la rivoluzione incarnando la prima posizione, quella cosmopolita. I comunisti non devono limitarsi a governare il loro paese ma devono esportare la rivoluzione nel mondo. Stalin incarna la seconda posizione. Trovo illuminante l’opinione di Luciano Canfora il quale scrisse che dopo la presa del potere i bolscevichi si trovarono “dinanzi ad un bivio: o compenetrarsi con il Paese e fare i conti con l’enorme peso della sua tradizione e della sua storia, ovvero continuare a mantenersi ‘straniero in patria’ in attesa della ‘rivoluzione mondiale’. Un dilemma che si incarna […] in due persone concrete: Trockij, ebreo, cosmopolita e fortemente internazionalista; Stalin, georgiano e convinto assertore della necessità dell’innesto nel concreto terreno di ‘un Paese solo’ del credo comunistico”[39].

Ben lungi dal volere trovare in questa affermazione di Canfora una parvenza di antisemitismo io ci vedo il dilemma che già dal ’17 dilaniava i bolscevichi: quale deve essere il ruolo dello Stato, che non deve quindi estinguersi dopo la rivoluzione ma rafforzarsi. Stalin lo scriverà in modo esplicito intervenendo su ‘Rinascita’ affermando che a fronte dell’accerchiamento capitalistico e i pericoli che ne derivano per il paese del socialismo lo Stato non doveva tendere all’estensione ma rafforzarsi[40]. Per raggiungere questo scopo i bolscevichi devono essere parte della storia del loro paese, ma ne devono essere la parte più avanzata senza dimenticare la propria cultura. Queste non sono posizioni anti-illuministe alla Dugin: al contrario in esse emerge la consapevolezza che la classe operaia deve sviluppare una solidarietà internazionale seguendo un percorso nazionale. L’apertura alla Chiesa ortodossa di Stalin va letta in questo contesto, oltre che ovviamente alla luce della minaccia nazista. Il quadro presentato chiarisce come la difesa dell’Unione Sovietica era essa stessa difesa e rafforzamento del movimento comunista internazionale.

C’è però un altro fronte della discussione su cui Lenin era già intervenuto nel 1913 con uno scritto intitolato ‘l’Europa arretrata e l’Asia avanzata’, nel quale scriveva: ‘in Asia si sviluppa, si estende e si rafforza ovunque un potente movimento democratico. Là la borghesia marcia ancora col popolo contro la reazione. Centinaia di milioni di uomini si svegliano alla vita, alla luce, alla libertà. Quale entusiasmo suscita questo movimento universale nel cuore di tutti gli operai coscienti, i quali sanno che il cammino verso il collettivismo passa per la democrazia! Quale simpatia sentono tutti i democratici onesti verso la giovane Asia!’

La sconfitta tedesca rafforza questa posizione, nell’idea leninista di lotta all’imperialismo anche la borghesia nazionale può avere un ruolo positivo. Dall’altra parte le ‘simpatie’ sovietiche verso l’Asia e in particolare la Cina sono ricambiate e possiamo tranquillamente affermare che senza il ’17 non ci sarebbe neanche la RPC nata grazie all’esempio e al sostegno sovietico.

 La lotta di classe non è combattuta solo dentro gli Stati ma anche fra gli Stati che Lenin divide fra coloniali e colonizzati. Il diritto all’autodeterminazione in Lenin va letto così. È sbagliato, come fece una certa sinistra, usare le sue parole per giustificare la secessione del Kosovo rispetto alla quale non può sfuggire il disegno imperialistico, così come a suo tempo non sfuggì l’impianto che aveva portato alla nascita dello Stato di Panama.

La Cina dalla Rivoluzione alle Riforme

Per capire la Cina contemporanea è fondamentale partire da questi due punti in grado di chiarire qual è il ruolo dello Stato socialista. Esso rompe i precedenti rapporti di classe ma non disconosce la tradizione cinese (emblematico è il caso del confucianesimo), inoltre lo Stato cinese non è uno stato debole che si pone come obiettivo la dissoluzione, è esattamente il contrario. Le riforme avviate nel 1978 si spiegano solo grazie al ruolo forte dello Stato e del Partito. Questo rende possibile per la Cina rappresentare l’avanguardia della lotta dei popoli asiatici e dei paesi poveri contro l’imperialismo. La RPC si forgia non solo nella lotta contro l’imperialismo giapponese ma anche nella lotta contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek, sostenuti dagli Stati Uniti, e nella successiva guerra di Corea laddove il ruolo cinese fu essenziale per fermare l’avanzata statunitense.

Mao Zedong e tutto il gruppo dirigente comunista hanno avuto un ruolo fondamentale in questo passaggio storico. Non voglio soffermarmi sulla figura storica del Grande Timoniere ma limitarmi a sottolineare il suo operato nel costruire e preservare lo Stato socialista. La debolezza delle istituzioni statali ha sempre accompagnato la Cina nei suoi peggiori momenti, quando è mancato un potere forte e strutturato il paese è caduto preda di scontri interni (come durante il periodo del Regno combattenti) o vittima di appetiti internazionali (pensiamo al secolo delle umiliazioni). Come scrive John Roberts in riferimento all’instaurazione della dinastia Song (907) ‘da quel periodo in poi l’idea che la Cina dovesse essere uno stato unitario venne accettata come normale, e i periodi di divisione furono considerati aberrazioni rispetto a quella norma’[41].

Non si può capire la storia della Cina contemporanea senza conoscere l’umiliazione e la sottomissione subita da parte dell’Occidente, il cui ultimo atto è la durissima e drammatica occupazione giapponese. Quando Mao Zedong individuò nel Giappone il nemico principale, nella migliore tradizione leninista bloccò la guerra contro i nazionalisti perché la lotta nazionale contro i colonialisti era prioritaria e andava combattuta anche alleandosi a quella borghesia nazionale i cui interessi erano oggettivamente in contrasto con quelli degli aggressori. Successivamente lo sviluppo cinese, avviato con le riforme, è stato possibile solo grazie all’opera che dopo il ’49 è stata realizzata per rafforzare il ruolo dello Stato.

Il 1978 è una data storica per la Cina, essa segna simbolicamente l’inizio delle riforme. L’apertura non rappresenta una rottura totale con il passato, la formula scelta per giudicare l’operato di Mao Zedong (il 70% di quello che ha fatto è stato giusto ed il 30% sbagliato) chiarisce che, rispetto a quello che era accaduto a Mosca nel 1956, non si condanna un’epoca storica nella sua totalità ma si dà un giudizio politico condannando (e correggendo) gli errori ma valorizzando e rafforzando le scelte giuste. Le riforme che Deng Xiaoping avvia non sono una rottura con il socialismo ma il tentativo di salvare quell’esperienza.

Il gruppo dirigente cinese, non solo Deng Xiaoping o i dirigenti a lui vicini, avevano capito la crisi che l’esperienza socialista stava vivendo, parafrasando Roosevelt potremmo dire che il PCC tentò di salvare il marxismo da se stesso. Paradossalmente è l’Unione Sovietica a tradire, con Gorbačëv e El’cin, la Rivoluzione del ’17 mentre la Cina ne prende in mano la fiaccola. In URSS la condanna totale di Stalin, a cui non fu riconosciuto neanche il merito di avere guidato il paese nella Grande Guerra Patriottica, non consentì allo Stato sovietico di riformarsi lasciandolo nel limbo.

Il comunismo deve redistribuire la ricchezza ma se non riesce a crearla può solamente redistribuire la miseria. Creare ricchezza e benessere era il problema da risolvere è le riforme avviate dal 1978 vogliono rispondere a questo obiettivo. Deng Xiaoping avviò le riforme con grande prudenza dovuta a due motivi. Innanzitutto la RPC si avviava a percorrere una strada nuova e, come insegna Lenin, l’importante non è non sbagliare ma commettere errori a cui si possa rimediare, come scrive Marie-Claire Bergère ‘spetta all’esperienza dimostrare fino a dove si possa o non si possa arrivare[42]‘. Inoltre non bisogna scordare che la presa di Deng sul partito non era ancora salda, era quindi necessaria un’attenta opera di mediazione per evitare ulteriori lacerazioni interne. La riforma partì dall’agricoltura per poi arrivare all’industria, in questa fase furono importanti gli investimenti esteri che vennero accompagnati dall’obbligo per le imprese straniere di condividere le tecnologie. Si creano qui le premesse dello sviluppo cinese, la Cina non si limita a costruire o ad assemblare ma acquisisce le informazioni per farlo. Già Hua Guofeng nel dopo-Mao aveva aperto agli investimenti stranieri e proprio grazie a queste scelte oggi la Cina è il primo paese per brevetti depositati.

Questo è il metodo cinese, avviare riforme limitate, verificare i risultati e successivamente implementarle o correggerle. Mentre si apre l’economia occorre però mantenere ferma la barra politica, se sulla tattica si può essere flessibili sull’obiettivo del socialismo non si transige. In quest’ottica il riferimento alla NEP è obbligato. Come scrive Vladimiro Giacché siamo di fronte al passaggio ‘da un’economia di fatto integralmente statalizzata e pianificata a un’economia in cui coesistono da un lato un ampio e crescente settore privato dell’economia, dall’altro il mantenimento nelle mani dello Stato di un potere di indirizzo strategico – anche grazie a un settore pubblico dell’economia che conta numerosi colossi nell’industria e nei servizi. Questa inedita combinazione di economia pianificata ed economia di mercato non è meno sconcertante di quanto lo fosse la transizione alla Nep da parte di Lenin[43]‘.

Anche con la NEP, ricorda Molotov, molti militanti ebbero momenti di sconforto e si vissero momenti di grande difficoltà all’interno del Partito. Nel PCC ci sono stati passaggi difficili ma la barra politica è sempre rimasta ferma, non c’è stata una Bad Godesberg del Partito. Al contrario il ruolo del Partito è stato rafforzato, si può affermare che ‘il Comitato centrale del PCC ha fatto sforzi a tutto campo per rafforzare il Partito dal punto di vista teorico e organizzativo, migliorare la sua condotta, lottare più vigorosamente contro la corruzione e migliorare le norme e i regolamenti del Partito[44]‘.

Tienanmen e il viaggio al sud di Deng

Alla fine degli anni’80 prende avvio la seconda fase dello sviluppo delle riforme cinese che partirà formalmente nel ’92 con la visita di Deng Xiaoping nel sud del Paese.

I risultati delle riforme erano stati positivi ma permaneva una carenza infrastrutturale ed inoltre era aumentato ‘lo squilibrio tra le importazioni e le esportazioni, con un passivo che nel 1987 aveva raggiunto i 30 miliardi di dollari americani‘, l’aumento dell’inflazione, arrivata al 18,5% nel 1988, creò un forte malessere sociale[45]‘. Le cause delle proteste di Piazza Tienanmen, sicuramente condizionate e dirette dall’estero, sono in questa crisi.

Quando nel 1992 Deng Xiaoping visitò nel sud del paese le zone economiche speciali autorizzate nel 1979 affermò ‘che lo sviluppo era la sola «verità forte», e che non importava se le politiche venivano definite socialiste o capitaliste, se esse erano in grado di stimolare lo sviluppo[46]‘. La necessità di produrre ricchezza e combattere la povertà era alla base dell’accelerazione che venne impressa alle riforme. Le conseguenze non furono solo positive, nel breve periodo il 40% degli occupati delle imprese di Stato, 30 milioni, venne licenziata ma il successivo sviluppo è stato in grado di recuperare questi posti di lavoro e crearne molti altri. A tal proposito scrive Loretta Napoleoni ‘guardando la decisione di reprimere i moti di Tienanmen […] è soltanto onesto fare un’ammissione dolorosissima: forse quel sacrificio ci ha salvato tutti dalla catastrofe e chi ha preso quella terribile decisione l’ha fatto nell’interesse della nazione[47]‘.

Mentre la sinistra occidentale in larga parte condannò questa esperienza, un attento lettore degli equilibri mondiali, Zbigniew Brzezinski, ne ‘La grande scacchiera’ individuò la Cina come il principale nemico e la principale minaccia strategica degli Stati Uniti d’America.

Il 2001 e l’ingresso nel WTO

L’ultima data per capire le riforme cinesi è quella del 2001, anno in cui la Cina entrò nel WTO. Anche questo risultato fu salutato da una certa sinistra come una resa degli ideali socialisti al grande capitale. Erano gli anni in cui Rifondazione Comunista delirava di fine degli Stati, Impero mondiale (Toni Negri docet) e governo mondiale che aveva nel WTO uno degli strumenti chiave. La realtà era diversa, l’ingresso della Cina nel WTO tolse agli Usa la pistola nucleare puntata sulle tempie di Pechino. Quella data non è stata la fine del socialismo cinese ma ha aperto un’altra stagione di grande crescita, se oggi la Cina ha tolto oltre 700 milioni di persone dalla povertà contribuendo (cifra che rappresenta oltre 70% della popolazione mondiale stabilmente sollevata dalla povertà)[48], lo deve anche a questa scelta che l’ha portata a divenire una società moderatamente prospera.

Certamente, come in tutto il mondo, anche in Cina negli ultimi decenni è cresciuta la diseguaglianza ma rispetto all’Occidente c’è una differenza. L’Occidente si impoverisce, da noi cresce la povertà e crescono le diseguaglianze. Ciò vuole dire che abbiamo da una parte sempre più poveri, frutto di un ceto medio che si proletarizza, e dall’altra parte meno persone ricche ma sempre più ricche. In Cina viceversa cresce la ricchezza complessiva, ci sono sempre più miliardari ma calano i poveri, con il raggiungimento dell’eliminazione della povertà assoluta (ottenuta senza festeggiamenti sui balconi).

La Cina oggi: sfide e prospettive

Lo scenario che si apre porta l’Impero di Mezzo a confrontarsi non solo con la gestione della crescita economica ma anche con il binomio valori e democrazia.

Il primo tema riguarda le fondamenta di una società socialista. Aumentare la ricchezza e aumentare i consumi potrebbe portare alla costruzione di una società consumistica preda di valori edonistici che mal potrebbero sopportare la guida del PCC. Lo studio degli errori compiuti in Unione Sovietica è per questo molto importante. L’apertura alle riforme non ha voluto dire abbandonare la strada del socialismo disconoscendo il ruolo del Partito, anzi il gruppo dirigente cinese a partire dal Segretario Xi Jinping è conscio, memore del già citato esempio leninista della NEP, che più si spinge il pedale delle riforme più occorre compattare il Partito, preservandolo dagli elementi opportunistici che potrebbero offuscarne il ruolo. Ecco ben presente l’esempio sovietico: ‘Perché l’Unione Sovietica si è disintegrata? Perché il partito comunista sovietico è crollato? Una ragione importante era che i loro ideali e le loro convinzioni erano stati scossi[49]‘.

Valorizzare e rafforzare il ruolo del Partito che sta costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi è importante come guardare con attenzione al patrimonio culturale e teorico cinese, a partire dal confucianesimo. Riscoprire Confucio, anche se va detto che queste idee non erano mai state abbandonate del tutto neanche nei momenti di massimo ostracismo, è importante per ritrovare nella storia e nella tradizione cinese un’alternativa valoriale al modello consumistico occidentale. Un paese socialista non può limitarsi a creare ricchezza ma deve costruire un modello differente anche guardando alla propria storia.

Il secondo elemento da analizzare è il tema per il quale l’Occidente vorrebbe trascinare la Cina sul banco degli imputati: la democrazia. La Cina di oggi non solo non è più quella della rivoluzione culturale ma nemmeno quella degli anni ’90, vi sono stati cambiamenti economici ma anche politici. Lo sviluppo ha contribuito ad una articolazione maggiormente complessa della società civile, la quale ha un ruolo sempre più importante anche nella vita politica. Per fare un esempio internet ha portato molto cinesi a rapportarsi alle questioni ambientali in modo proattivo, dando vita a movimenti di opinioni che hanno spesso ottenuto i risultati sperati. Secondo un rapporto dell’Accademia delle Scienze sociali ‘la rete ha acquistato un ruolo sempre più importante nell’opinione pubblica[50]‘.

In un interessante libro del 2009 ‘Democracy is good thing’ l’autorevole professore Yu Keping, uno dei riferimenti teorici del PCC, sostiene che la strada verso la democrazia sia obbligata nonostante le difficoltà e gli ostacoli che su questa strada si possono incontrare. L’idea di democrazia con caratteristiche cinesi non corrisponde a quella occidentale (su cui tanto ci sarebbe da dire ma non è il tema di questo saggio), la Cina non pensa ad un’alternanza fra due partiti guidati dai poteri economici. La strada cinese può essere riassunta in una formula di partecipazione dal basso per raggiungere decisioni legittimate.

La genesi degli importanti piani quinquennali cinesi poggia su un’importante partecipazione popolare, che serve a comprendere le domande che arrivano dal basso e gli errori che sono stati compiuti, il tutto per formulare linee guida condivise e quindi più forti perché legittimate dal consenso popolare. Come disse Deng Xiaoping ‘mentre noi propagandiamo la democrazia, noi dobbiamo rigorosamente distinguere la differenza tra la democrazia socialista da una parte e i caratteri di una democrazia individualista dall’altra[51]‘.

Se guardiamo alla Cina contemporanea vediamo un paese in cui, a differenza di quello che succede da noi, crescono salari e diritti e le due cose sono collegate. È interessante concentrarsi sui salari e sulle protezioni sociali, che sono temi che riguardano i diritti sociali e quindi i diritti umani.

I salari aumentano non solo perché continua a diminuire il numero di coloro che cercano lavoro ma anche perché la Cina sta sviluppando un’economia ad alto valore aggiunto, per questo è necessario avere un mondo del lavoro qualificato e quindi meglio pagato. L’aumento dei salari consente alla Cina di sviluppare il mercato interno e questa è la sfida che Pechino ha davanti a sé nel XXI secolo. Per sviluppare il mercato interno assieme a salari più alti servono anche maggiori garanzie sociali. Il popolo cinese ha un tasso di risparmio più alto della media[52], questo perché la mancanza di sicurezza sociale porta le famiglie a risparmiare, un aumento delle garanzie sociali porterà ad un aumento dei consumi interni.

La Cina continuerà ad aumentare i salari (che già stanno raggiungendo quelli occidentali) e le garanzie sociali, inoltre, come ho affermato, anche la il tema della democrazia ‘con caratteristiche cinesi’ sarà sviluppato.

Un aiuto al resto del mondo: tra via della seta e 5G

La politica del doppio standard affida lo sviluppo cinese al mercato interno pur riconoscendo l’importanza del commercio internazionale. Entrambe le sfide però non possono prescindere da un ambiente internazionale pacifico e questo è un tema che ricorre in tutti i documenti ufficiali cinesi. Oggi all’orizzonte non si vede il pericolo di una guerra diretta contro la Cina (anche se è un’eventualità che non può essere esclusa a priori) ma una serie di misure muscolari (fra il soft e l’hard power) per bloccarne o rallentarne l’ascesa. È quindi lecito parlare di guerra intendendola come il tentativo di boicottarne la pacifica ascesa cinese.

Lo scontro fra Usa e Cina è uno scontro asimmetrico e mentre Washington persegue una strategia militare che consiste nell’armare i propri alleati, la Cina risponde con un approccio prima economico e poi militare. Questo vuole dire che Pechino pur non rifiutandosi di rafforzare la propria difesa è diventata per il resto del mondo un partner economico imprescindibile, sostenendo economicamente la stabilità di molti paesi. Un esempio è quello giapponese, con i governi Abe Shinzō e Suga Yoshihide dove il paese ha virato verso una politica estera più assertiva ed anticinese. Ma come reagirebbe l’economia giapponese ad una crisi economica della Cina provocata da un attacco militare statunitense? È pronta Tokyo ha pagare il prezzo di uno scontro con la Cina?

L’obiettivo della RPC è la creazione di un mondo multipolare e i primi 20 anni del XXI secolo hanno mostrato la crisi del modello unipolare, dove gli Stati Uniti si sono dimostrati incapaci di esercitare il ruolo che si erano autoassegnati di leader mondiali. Nonostante questa loro incapacità non è ancora nato un mondo multipolare alle cui fondamenta dovrebbe stare il diritto internazionale. Basta osservare le innumerevoli sanzioni che gli USA e l’UE decidono senza alcun supporto da parte dell’ONU, scandalizzandosi quando altri paesi, come la Cina, attuano contro di loro le stesse misure. In questo quadro di scontro e cooperazione la RPC ha due armi da giocare.

La prima è la Via della seta, un’opera che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Essa rappresenta una grande opportunità per il mondo e allo stesso tempo rappresenta un atto di destabilizzazione verso il quadro unipolare esistente. È difficile cogliere oggi la portata storica di questo evento dal quale gli Stati Uniti sono esclusi. La Via della seta contrappone all’economia occidentale sempre più finanziarizzata che crea forti disuguaglianza e povertà, lo sviluppo infrastrutturale ed industriale, gli argomenti contrari a questo progetto sono molto deboli e spesso imbarazzanti. Davvero qualcuno è convinto, ad esempio, che l’acquisizione della Pirelli da parte di un’azienda (pubblica) cinese minacci i nostri valori (quali?) e le nostre istituzioni?

La Via della seta è la spina dorsale del continente Euroasiatico, integrarla con l’Unione Economica Euroasiatica promossa da Mosca vuole dire rafforzare il rapporto fra Cina e Russia, se a questo si accompagnasse un rapporto più stretto fra la Russia e l’Europa il ruolo degli USA sarebbe oggettivamente sminuito.

La seconda arma cinese davanti alla quale l’ostracismo statunitense è ancora maggiore è il 5G. Questa è una tecnologia verso le quale gli USA scontano un fortissimo ritardo (Unione europea non pervenuta) e che porterà grandi cambiamenti. Le possibilità aperte dal 5G sono immense e la Cina ne rappresenta l’avanguardia. Questo è un tassello che si aggiunge alla sfida sulle nuove tecnologie, come ad esempio lo sviluppo dei computer quantistici, che toccano il campo militare e non solo. La tecnologia informatica, a partire dal 5G, tocca quella che Francesco Galofaro ha definito ‘la sovranità algoritmica[53]‘. L’atteggiamento italiano ed europeo non dovrebbe essere di rifiuto e di chiusura, basterebbe sviluppare una capacità difensiva in grado di garantire la sicurezza e l’inaccessibilità ai dati sensibili (dei governi e dei cittadini) per poter usufruire di una tecnologia rivoluzionaria. Fino ad ora questo non è stato fatto e a spiarci, come rivelato da Snowden, non sono state Russia o Cina ma gli Stati Uniti d’America.

Conclusioni

Questi sono i due punti di forza cinesi, ma la sfida non si gioca solo qui infatti essa è anche tecnologia, militare ed anche economica e finanziaria. Sul piano militare gli USA rimangono la prima potenza nonostante Russia e Cina abbiano rafforzato la cooperazione anche in campo militare. Ma non c’è solo la forza militare, si può colpire un paese non solo con le bombe ma anche innescando crisi finanziarie in grado di precipitare nel caos un intero popolo. Il pensiero va alla crisi della Grecia, quando prima del referendum anti-austerity la BCE bloccò l’acquisto dei titoli di Stato greci, non è semplice governare un paese in cui i bancomat smettono di erogare denaro.

Nel quadro di questo scontro finanziario un capitolo a parte lo merita il tema del dollaro come moneta di riserva mondiale, un tema che portò l’ex Presidente cinese Hu Jintao ad affermare che ‘l’attuale sistema valutario è un prodotto del passato[54]‘. La Cina sostiene la necessità di sostituire il dollaro con un paniere di monete, da questo punto di vista l’ingresso dello Yuan nei Diritti Speciali di Prelievo (lo strumento usato dal FMI per regolare i conti fra gli Stati) è un primo passo in questa direzione. È una battaglia questa in cui la Cina non è isolata, se l’appoggio russo parrebbe scontato anche paesi allineati a Washington potrebbero sentirsi maggiormente a proprio agio in un mondo de-dollarizzato.

La sfida che la RPC ha di fronte sono sia interne che estere, in quest’ultimo campo il tema è quello della pace che può essere garantita solo in un mondo multipolare. In passato in Occidente in molti sostenevano che la Cina si fosse convertita definitivamente al capitalismo, oggi gli stessi hanno repentinamente cambiato idea e la Cina è diventata un nemico perché non è capitalista e liberale. L’unico punto in contatto fra le due posizione è l’ignoranza, non aver capito nulla della Cina né prima né dopo. La realtà è un’altra per la Cina e per la costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi il ruolo del Partito è fondamentale, il 1917 ha aperto la strada alla Rivoluzione cinese ma, a differenza di quello che accadde in URSS nel 1991, di fronte all’apertura economica il PCC è in grado di tenere dritta la barra politica. Non è un caso se nei ‘quattro comprensivi’, le innovazioni che la generazione di Xi Jinping lascerà in eredità alla Cina, è ricompresa una rigida disciplina di Partito.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Fiducia nel partito comunista cinese: gli undici criteri

L’elemento politico principale che funge da legame, collante e da “cemento armato” per i comunisti e i loro simpatizzanti (un’analisi in parte diversa va invece effettuata rispetto alle masse popolari), risulta ormai da più di un secolo “il grado di fiducia collettiva e individuale nel partito rivoluzionario e nei suoi dirigenti, la convinzione che essi operino realmente nell’interesse generale dei lavoratori e al fine di costruire il socialismo/comunismo sia nel loro paese di appartenenza sia su scala mondiale.”

Tale fattore si rivela fondamentale, visto che se un rivoluzionario non crede che il suo partito di riferimento sia comunista e che lotti concretamente e con efficacia per il socialismo, non ha ragione di impegnarsi a erogare tempo ed energie per esso: più nello specifico e prendendo spunto dal centesimo anniversario della fondazione del partito comunista cinese, per quale motivo bisognerebbe appoggiare (criticamente) e difendere la Cina del 2021, se essa non risulta socialista almeno nelle sue linee principali?

Il criterio generale che deve adottare un comunista per accordare – o togliere – fiducia e appoggio concreto a un partito e/o stato, almeno a livello molto generale, risulta semplice visto che in questo campo diventa decisiva la pratica, la praxis collettiva del particolare partito e/o stato preso in esame; già Marx notò, nelle sue celebri e geniali “Tesi su Feuerbach” del 1845, che “nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica” (seconda tesi su Feuerbach).

Ma come possono i comunisti declinare e usare, nel caso concreto in esame (fiducia/non fiducia), tale canone e criterio generale rispetto a un partito e/o stato?

Emergono undici criteri, combinati tra loro, da utilizzare nel processo di verifica della praxis/lotta.

Si deve dunque osservare con spirito obiettivo se un partito e/o stato:

  1. si esprimano, pubblicamente e a livello di massa, a favore del comunismo e del marxismo-leninismo, difendendo pubblicamente i suoi principali leader politici (Marx, Engels, Lenin) e soprattutto diffondendo costantemente il pensiero marxista, la sempre attuale concezione materialistico-dialettica del mondo e del genere umano;
  2. lottino senza soluzione di continuità per conquistare il potere e il controllo degli apparati statali o per conservare tale egemonia, nel caso abbiano già effettuato con successo il salto di qualità rivoluzionario, al fine di attuare la socializzazione dei principali mezzi di produzione sociali;
  3. promuovano con successo un processo di accumulazione continua di forze (politiche, economiche, organizzative, di consenso, ecc.) nel loro paese di appartenenza, attraverso lotte concrete e vittorie sul campo;
  4. lottino per migliorare le condizioni di vita materiali e culturali delle masse popolari, ottenendo a loro vantaggio il massimo possibile, in base ai rapporti di forza politico-sociali e al livello di sviluppo delle forze produttive esistenti;
  5. lottino contro l’imperialismo e pertanto siano circondati dall’ostilità politica e ideologica-culturale della borghesia mondiale e dei suoi mandatari politici, socialdemocrazia inclusa;
  6. promuovano con una propaganda a livello di massa, oltre che con forme di azioni più concrete i “quattro anti”, e cioè:
  7. antifascismo;
  8. antimperialismo (lotta allo sfruttamento/dominio su scala mondiale);
  9. antirazzismo, compresa la lotta contro l’antisemitismo e il sionismo;
  10. antisessismo, lotta contro lo sciovinismo maschilista, ecc.;
  11. esprimano dei dirigenti preparati sul piano pratico e ideologico, che si impegnino con continuità nell’azione politica e teorica non godendo di netti ed evidenti privilegi materiali rispetto a un lavoratore qualificato del loro paese;
  12. siano in grado di esprimere una reale unità di azione e di direzione al loro interno, oltre che di effettuare una seria autocritica rispetto agli errori già commessi individuandone le cause e rimediando con rapidità ad esse, come sottolineò Lenin nel 1920 nel suo “Estremismo, malattia infantile del comunismo”;
  13. sappiano affrontare e risolvere con successo e spirito creativo i nuovi problemi, le nuove contraddizioni e le sfide inedite che vengono via via presentate dalla dinamica costante del processo storico (si pensi a Lenin e ai bolscevichi del 1902-1917 rispetto alla nuova era dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria e della controrivoluzione borghese);
  14. riescano a conquistare il consenso almeno delle sezioni più avanzate della classe operaia, delle masse popolari e dei giovani del loro paese;
  15. sussista una linea di continuità, di resilienza e di persistenza storica (il “fattore tempo”) sia nella loro riproduzione politico-materiale che nel grado di successo nell’affrontare le questioni proposte in precedenza.

Ora, solo la combinazione dialettica e simultanea tra tutti i criteri indicati può fornire una reale risposta al dubbio “cartesiano” sulla fiducia/non fiducia, permettendo pertanto di “dubitare del dubbio” (Marx): un solo criterio sicuramente non basta e a tale scopo serve un processo di verifica incrociata, con molti passaggi e analisi sulla praxis di un determinato partito e/o stato.

In ogni caso i primi quattro criteri in esame (diffusione tra le masse dell’identità comunista e della concezione leninista; lotta efficace per conquistare/difendere il potere; successo nell’azione tesa ad accumulare forze e azione efficace di massa rivolta nel migliorare le condizioni di vita delle masse popolari) risultano i principali strumenti utilizzabili, ma anche i rimanenti acquisiscono un certo spessore e valore intrinseco, sia sul piano direttamente politico che su quello teorico. Verifichiamo tale efficacia nel caso specifico della Cina (prevalentemente) socialista sul piano socioproduttivo e politico-sociale.

In primo luogo il partito comunista cinese (PCC) sicuramente si esprime pubblicamente, senza sosta e davanti a centinaia di milioni di cinesi a favore del socialismo e del marxismo, tanto che la situazione della Cina risulta assai chiara sotto questo punto.

Nel gennaio del 2014 il comitato Centrale del PCC confermò ad esempio la decisione di sviluppare le riforme in Cina “sotto la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguendo la guida del marxismo-leninismo del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping, dell’importante pensiero delle “Tre rappresentanze” e della concezione scientifica dello sviluppo”: tale dichiarazione, pubblicata il 29 gennaio 2014, venne diffusa attraverso tutti i mass-media cinesi raggiungendo centinaia di milioni di persone nel gigantesco subcontinente asiatico.

Il 21 luglio del 2014 il Dipartimento organizzativo del PCC ribadì, sempre per fare un altro esempio, che i quadri e i funzionari del governo e del partito “devono tenere ferma la convinzione nel marxismo per evitare di perdersi nei clamori della democrazia occidentale”, sempre in un atto pubblico e conosciuto (attraverso la stampa e le televisioni) da molte decine di milioni di cinesi; il 23 dicembre del 2013, commentando i 120 anni dalla nascita del grande comunista Mao Zedong, sull’importantissimo “Quotidiano del Popolo” il segretario generale del PCC Xi Jinping, sottolineò altresì l’importanza decisiva del pensiero-praxis di Mao, sia per il processo di sviluppo creativo del marxismo che per la “sinizzazione” del marxismo, oltre a ribadire che gli “errori commessi non tolgono niente alla grandezza di Mao e ai suoi contributi” alla causa del comunismo: parole testuali di Xi Jinping, conosciute anche esse a livello di massa.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati a dismisura: ci limitiamo solo a far notare che il 7 settembre 2012 sempre il “Quotidiano del Popolo” pubblicò un articolo in cui si sottolineava, con evidente soddisfazione, che “il leninismo è ancora importante in Cina” davanti alle decine di milioni di suoi lettori (“Leninism still relevant to China: CPC Think tank”, in english.peopledaily.com.cn, 27 settembre 2012), oppure che all’inizio del 2015 sempre il compagno Xi Jinping ha evidenziato l’importanza del materialismo dialettico e del suo uso creativo per il PCC.

Passando al secondo criterio di verifica della praxis, nessuno al mondo ha dubbi sul fatto che in Cina si sia riprodotta dal 1949 ad oggi un’egemonia solida del partito comunista cinese sul piano politico-sociale, che dura ormai da settantandue anni.

Rispetto invece ai rapporti sociali di produzione basta sottolineare come dai dati forniti nel luglio del 2014 dalla rivista USA “Fortune”, arciborghese e ipercapitalistica, rispetto alle 500 più grandi imprese cinesi emerga con chiarezza come le prime 10 imprese della classifica cinese siano tutte di proprietà pubblica e statale: tutte e dieci, senza eccezioni. (“Top 10 companies in China all state owned”, 14 luglio 2014, in http://www.china.org.cn).

Un sito anticomunista, il “World Crunch”, notò a sua volta con disgusto come nel 2013 ben 85 imprese cinesi risultassero inserite nella lista di Fortune sulle 500 più grandi imprese a livello mondiale (su scala planetaria, si noti bene…), e che proprio tra le 85 “big” della Cina Popolare “il 90%” – quindi nove decimi –  “sono imprese statali”, e cioè ben “77 su 85”. (“Why more chinese firm on the Fortune 500 is bad news for China”, 24 luglio 2013).

Se si passa invece alla classifica di Fortune per il 2020 sempre riguardo alle 500 più grandi aziende mondiali, sulle 124 imprese cinesi in quell’anno comprese nella lista ben 91, cioè il 73%, erano di proprietà statale, identificate in inglese con l’acronimo SOE e a cui apparteneva contando il 78% del fatturato totale delle aziende cinesi.

Secondo l’anticomunista Center for Strategic & International studies, infatti, “le più grandi aziende cinesi nella maggior parte dei settori sono SOE e 91 dei 124 membri cinesi dell’ultima Fortune Global 500 sono SOE. Vale la pena notare che il nostro conteggio differisce da quello di Fortune, che classifica solo il 68% (84) delle aziende cinesi come SOE. Sono stati ordinati esclusivamente in base al fatto che un’entità statale detenga più del 50% di proprietà formale; la nostra decisione ha tenuto conto anche dell’effettivo controllo aziendale. Ad esempio Fortune etichetta Gree, un produttore di elettrodomestici con sede a Zhuhai, come privato, ma sul suo sito Gree afferma chiaramente che si tratta di una SOE di proprietà locale”.[55]

Sono dati forniti da insospettabili fonti anticomuniste, rivista Fortune in testa, ma che non si trovano invece nei mass-media e nei siti che in Italia si autodefiniscono comunisti, a partire dal “Manifesto” e con rare eccezioni.

Sui siti e sulle riviste “antagoniste”, italiane e occidentali, non si troverà quasi mai, ad esempio, un’altra notizia eclatante: la rivista anticomunista Fortune ha ammesso che le banche cinesi, inserite nel luglio del 2014 nella sua classifica sulle 500 aziende cinesi, risultano tutte e senza eccezione di proprietà statale, mentre tali istituti finanziari pubblici, statali e collettivi, hanno ottenuto la metà dei profitti totali dei 500 “big” della Cina Popolare. Una massa formidabile di profitti per la collettività e che ammonta a 205 miliardi di dollari, pari a più di un decimo dell’intero prodotto interno lordo dell’Italia nel 2013. (“Top 10 companies in China are all state owned”, 14 luglio 2014).

Quelli citati sono “fatti testardi” (Lenin), ma ancora oggi troppi compagni in buona fede non ne sono a conoscenza, con inevitabili e negative ricadute politiche sulla già disastrata sinistra antagonista italiana.

Rispetto al criterio, quello dell’accumulazione di forze e della modifica a favore del socialismo della correlazione di potenza interna/internazionale, persino la CIA di Langley nel 2017 ammise che, nel corso del 2016, la Cina Popolare era diventata la prima potenza economica mondiale a parità di potere di acquisto, scavalcando e superando gli Stati Uniti; tutti i comunisti sono a conoscenza della disastrosa situazione economico-sociale della Cina nel 1948, ossia prima che il PCC guidato da Mao Zedong prendesse il potere.

Per quanto riguarda invece la lotta e la praxis collettiva tesa al miglioramento concreto delle condizioni di vita materiali e culturali degli operai, dei contadini e delle masse popolari cinesi, il PCC del 1977 fino ad oggi ha ottenuto risultati clamorosi e successi eclatanti, ammessi persino da alcuni commentatori anticomunisti occidentali. Prendendo ad esempio un libro di Fareed Zakarìa, sicuro anticomunista, intitolato “L’era post-americana”, il suo autore ammise che dal 1976 il potere d’acquisto reale dei cinesi risultava aumentato come minimo di sei volte e nel giro di poco più di tre decenni, mentre a sua volta un politico conservatore e borghesissimo come Henry Kissinger ha ammesso a malincuore che “la Cina ha ottenuto risultati eccezionali sul piano economico”.[56]

Basta ricordare, come ulteriore fatto testardo, che persino istituti di ricerca occidentali hanno ammesso che dal 2005 al 2016 si è assistito alla triplicazione del salario medio degli operai cinesi; un aumento di ben tre volte.

Rispetto invece alla posizione e alla proiezione su scala internazionale di Pechino, risulta chiaro che la Cina Popolare:

  • non fa parte della NATO e del blocco occidentale, ma anzi subisce un lungo embargo sull’alta tecnologia e sulle armi militari da parte degli USA che è iniziato dopo il giugno 1989, e che dura fino ad ora;
  • è in ottimi rapporti con Cuba socialista da più di tre decenni;
  • è in ottime relazioni con la Corea del Nord, un’altra “parìa” rispetto agli occhi occidentali;
  • dal 1999 ha contribuito a creare il patto di Shanghai e il BRICS, due alleanze politiche nelle quali per fortuna non sono presenti le potenze imperialiste;
  • dal 1999 ha creato via via delle relazioni di alleanza strategica con la Russia di Putin, un altro pugno nell’occhio per l’imperialismo occidentale;
  • si è opposta, nell’estate del 2013 e in seguito, alla minaccia di intervento imperialista in Siria;
  • ha ottime relazioni con l’Iran, invece sottoposto all’embargo occidentale;
  • ha costituito rapporti economici e politici reciprocamente vantaggiosi con le nazioni africane, a partire dal Sudafrica;
  • ha creato mano a mano paritarie e ottime relazioni con quasi tutte le nazioni dell’America latina, rapporti che costituiscono un vero e proprio fumo negli occhi per l’imperialismo statunitense (si pensi al Venezuela).

Viste tali interconnessioni non risulta certo casuale che la Cina (prevalentemente) socialista non sia amata dai circoli dirigenti occidentali: da parte di questi ultimi – oltre che da gran parte della disastrata sinistra occidentale – sono state espresse continuamente simpatie, appoggi politici e finanziari per l’ex-feudatario (fortunatamente espropriato) Dalai Lama, per i separatisti e terroristi islamici dello Xinjiang, per le forze indipendentiste che a Taiwan e Hong Kong lavorano contro il processo di riunificazione della Cina oltre che, ovviamente, per il dissenso anticomunista che agisce all’interno del subcontinente cinese.

Passando invece al processo di analisi del sesto criterio proposto in precedenza, l’antimperialismo e l’antifascismo fanno parte del codice genetico politico della Cina contemporanea, visto che dal 1839 (dalla famigerata “guerra dell’oppio” anglofrancese) fino al 1948 essa ha dovuto sopportare una serie di interminabili e sanguinose aggressioni straniere, tra cui emerge il tentativo di conquista del territorio cinese da parte del fascismo nipponico, che provocò venti milioni di morti cinesi  tra il 1931 e il 1945: un Giappone in cui i leader vanno ancora in pellegrinaggio in un famigerato cimitero nel quale sono onorati anche alcuni dei feroci criminali di guerra nipponici, protagonisti delle aggressioni dell’imperialismo del Sol Levante contro molti popoli asiatici, a partire da quello cinese.

Il popolo e il governo cinese, inoltre, nutrono una tradizionale e ipergiustificata avversione e ripugnanza dello sciovinismo razzista, spesso impiegato in terra occidentale contro i “gialli”, come ad esempio avviene tuttora negli Stati Uniti, la patria del Ku Klux Klan e di atti bestiali di razzismo contro gli afroamericani che perdurano anche ai nostri giorni.

Per quanto riguarda invece le capacità politiche e umane dei dirigenti del PCC, a partire dal compagno Xi Jinping, esse risultano ammesse persino dagli avversari più intelligenti di Pechino, come del resto la capacità di autocritica (ad esempio rispetto ai gravi errori commessi durante la “Rivoluzione culturale” del 1966-1976), l’unità d’azione e lo spirito creativo espresso via via dal comunismo cinese dal 1977 ad oggi, con rare eccezioni.

Non è dunque casuale che il PCC (partito comunista cinese) sia divenuto il partito più numeroso del mondo, forte di ben 92 milioni di iscritti e l’espressione politico-sociale degli operai, contadini e intellettuali più avanzati del grande paese asiatico; un partito che, dal 1921 ad oggi, per un secolo ha tracciato una precisa “linea rossa” ben apprezzata (pur con i suoi inevitabili difetti e limiti) dalle masse popolari cinesi e da sezioni più estese dei comunisti occidentali, costruendo una dinamica “linea rossa” in cui emerge la reiterata e dichiarata fedeltà all’obiettivo finale del comunismo sviluppato, nel 1921 come nel 2021.

Un albero lo si vede dai suoi frutti” e dai suoi risultati concreti, in Italia come in Cina, almeno secondo il criterio gnoseologico fondamentale del materialismo dialettico, elaborato da Marx fin dalle sue geniali Tesi su Feuerbach del lontano 1845.

APPENDICE

Nel 2020 ben ventidue (22!) delle venticinque più grandi imprese cinesi risultavano principalmente di proprietà pubblica, statale o municipalizzata.

1) Gruppo Sinopec Pechino 407.009 6.793,2 317.515,7 582.648 Petrolio Di proprietà statale

2)  State Grid Corporation of China Pechino 383.906 7.970.0 596.616,3 907.677 Utilità elettrica Di proprietà statale

3) China National Petroleum Pechino 379.130 4.443.2 608.085,6 1.344.410 Petrolio Di proprietà statale

4) China State Construction Engineering Pechino 205.839 3.333.0 294.070,0 335.038 Costruzione Di proprietà statale

5) Ping An Insurance Shenzhen 184.280 21.626,7 1.180.488,5 372.194 Assicurazione Pubblico

6) Banca Industriale e Commerciale Cinese Pechino 177.069 45.194,5 4.322.528,4 445.106 Banca commerciale Di proprietà statale

7) China Construction Bank Pechino 158.884 38.609,7 3.651.644,6 370.169 Banca commerciale Di proprietà statale

8) Banca Agricola della Cina Pechino 147.313 30.701,2 3.571.541,7 467.631 Banca commerciale Di proprietà statale

9) Banca di Cina Pechino 135.091 27.126,9 3.268.837,9 309.384 Banca commerciale Di proprietà statale

10) China Life Insurance Pechino 131.244 4.660,3 648.393,2 180.401 Assicurazione Di proprietà statale

11) Huawei Shenzhen 124.316 9.062.1 123.269.9 194.000 Apparecchiature per le telecomunicazioni Limitato (privato)

12) China Railway Engineering Corporation Pechino 123.324 1.535,3 152.982,5 302.394 Costruzione Di proprietà statale

13) Motore SAIC Shanghai 122.071 3.706,1 121.930,8 151.785 Settore automobilistico Di proprietà statale

14) China Railway Construction Pechino 120.302 1.359,2 155.597,9 364.907 Costruzione Di proprietà statale

15) China National Offshore Oil Pechino 108.687 6.957,2 184.922,2 92.080 Petrolio Di proprietà statale

16) compagnia telefonica cinese Pechino 108.527 12.145,1 266.190,3 457.565 Telecomunicazioni Di proprietà statale

17) Pacific Construction Group Ürümqi 97.536 3.455 63.694.6 453.635 Costruzione Privato

18) China Communications Construction Pechino 95.096 1.332,6 232.053,4 197.309 Costruzione Di proprietà statale

19) China Resources Hong Kong 94.758 3.571,6 232,277,1 396.456 Farmaceutico Di proprietà statale

20) FAW Group Changchun 89.417 2.847,8 70.353,7 129.580 Settore automobilistico Di proprietà statale

21) China Post Pechino 89.347 4.440,9 1.518.542,8 927.171 Corriere Di proprietà statale

22) Gruppo Amer International Shenzhen 88.862 1.807,3 23.170,8 18.103 Metallo Privato

23) China Minmetals Pechino 88.357 230.1 133.441,7 199.486 Metallo Di proprietà statale

24) Dongfeng Motor Wuhan 84.049 1.328,4 71.423,3 154.641 Settore automobilistico Di proprietà statale

25) JD.com Pechino 83.505 1.763,7 37.286,1 227.730 E-commerce Pubblico.[57]

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Zizek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa, che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e microsette  di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo poi l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode infatti di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece ad esempio lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sette milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km2: la Cina rappresenta il quarto paese nel mondo, dopo Russia, Canada e Stati Uniti, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta inoltre collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina, con nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno”  a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato Spostamento del centro di gravità mondiale.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata come minimo fin dal 2014 la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudoteorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Zizek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense Fortune, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da soli undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato La grande iniziativa, che «la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta».

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

  • i supercomputer;
  • le comunicazioni quantistiche;
  • il settore spaziale;
  • le nanotecnologie;
  • l’intelligenza artificiale;
  • la produzione e utilizzo di robot;
  • treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);
  • le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi «non accettò più i sacrifici imposti dal “comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche».

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells,

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (nelle quali i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un  proprio particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del Decreto sulla pace del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che «la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa.

Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali: petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale» (Alfred McCoy, Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese International Critical Thought, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma «assume il volto di una iniziativa di “edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale».

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente, quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Xi Jinping e il marxismo contemporaneo

All’inizio del 2018 il compagno Xi Jinping, segretario generale del PCC, è tornato pubblicamente a valorizzare il ruolo insostituibile e la funzione altamente positiva svolta costantemente dal marxismo creativo, sia nella Cina contemporanea sia in tutto il globo intero: mentre buona parte della debole e confusa sinistra occidentale invece ritiene il materialismo dialettico un’anticaglia del passato e non si autodefinisce più neanche marxista, il leader del più popolato paese al mondo e della prima potenza economica del pianeta – a parità di potere di acquisto – non ha alcuna remora a esaltare la natura marxista del partito comunista cinese.

Il 5 maggio del 2018, in occasione del bicentenario della nascita del geniale comunista e scienziato rivoluzionario Karl Marx, Xi Jinping ha affermato a chiare lettere, come riportato dall’agenzia ufficiale di stampa Xinhuanet, che due secoli dopo la sua nascita “nonostante gli enormi cambiamenti nella società umana, il nome di Karl Marx è ancora rispettato in tutto il mondo e la sua teoria brilla ancora con la luce brillante della verità”.

Xi ha detto che Marx è “il maestro della rivoluzione per il proletariato e per i lavoratori di tutto il mondo, il principale fondatore del marxismo, creatore dei partiti marxisti, un esploratore del comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”.

“Oggi, teniamo questo grande raduno con grande venerazione per celebrare il 200° anniversario della nascita di Marx, per ricordare il suo grande carattere e le sue azioni storiche e per rivedere il nobile spirito dei suoi brillanti pensieri”, ha ribadito Xi durante l’evento celebrativo.

“Con nobili ideali e senza paura di difficoltà o avversità, Marx si dedicò a perseverare nella lotta per la liberazione dell’umanità, scalando il picco del pensiero nella sua ricerca della verità, e l’incessante lotta per rovesciare il vecchio mondo e stabilirne un nuovo”, ha sottolineato Xi.

Marx non è solo una grande figura che ha sopportato il peso del mondo, ma anche una persona comune con la passione per la vita, che era sincera e fedele all’amicizia, ha evidenziato Xi.

“Il bene spirituale più prezioso e influente che Marx ci ha lasciato è la teoria scientifica che porta il suo nome: il marxismo. Come un’alba spettacolare, la teoria ha illuminato il percorso dell’esplorazione dell’umanità della legge della storia e della ricerca dell’umanità per la propria liberazione”.

“Il pensiero e la teoria di Marx sono dei suoi tempi e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità.”

Xi ha ribadito che il marxismo è una teoria scientifica che rivela la regola dello sviluppo della società umana in modo creativo.

“Avendo sviluppato la concezione materialista della storia e della teoria del plusvalore, Marx ha mostrato come l’umanità sarebbe passata dal regno della necessità al regno della libertà e alla strada per la gente per realizzare la libertà e la liberazione”, ha notato Xi.

Il marxismo, la prima ideologia per la liberazione del popolo stesso, è una teoria del popolo. “Il marxismo, per la prima volta, esplorò la strada per la libertà e la liberazione dell’umanità dalla posizione del popolo, e indicò la direzione, con la teoria scientifica, verso una società ideale senza oppressione o sfruttamento, dove ogni persona avrebbe goduto dell’uguaglianza e libertà.”

Sottolineando che la praticità è una caratteristica prominente del marxismo, che la rende diversa dalle altre teorie, Xi ha ribadito che il marxismo è una teoria delle pratiche che dirige e spinge le persone a cambiare il mondo, una teoria aperta che si sviluppa costantemente e si trova sempre alla frontiera dei tempi. “Ecco perché è sempre in grado di mantenere giovani, esplorare le nuove questioni nello sviluppo dei tempi e rispondere alle nuove sfide per la società umana”.

Il segretario generale cinese ha notato che nel corso dei 170 anni dalla pubblicazione del Manifesto dei comunisti, il marxismo era stato diffuso in tutto il mondo, senza rivali nella storia dell’ideologia umana in termini di ampiezza e profondità della sua influenza.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu stabilito un gran numero di paesi socialisti, ha detto Xi, sottolineando che la fondazione della Repubblica popolare cinese in particolare ha notevolmente aumentato la forza socialista nel mondo.

“Ci potrebbero essere battute d’arresto nello sviluppo del socialismo nel mondo, ma la tendenza generale per lo sviluppo della società umana non è mai cambiata, e non cambierà mai”, ha ricordato Xi Jinping.

“Il marxismo non ha solo cambiato profondamente il mondo, ma anche la Cina”, ha detto Xi.

“I riverberi della Rivoluzione d’Ottobre in Russia hanno portato il marxismo-leninismo in Cina, sottolineando la direzione in avanti, offrendo una scelta completamente nuova per il popolo cinese nella sua lotta per sopravvivere e creando la scena per la nascita del PCC.

Dalla nascita del PCC, ha combinato i principi fondamentali del marxismo con la realtà della rivoluzione e della costruzione cinese, trasformando la nazione cinese da “l’uomo malato dell’Asia orientale” a un soggetto che si è alzato, unendo e guidando la gente attraverso lotta a lungo termine.” Questa tremenda trasformazione è la prova concreta che solo attraverso il socialismo possiamo salvare la Cina”, ha indicato Xi.

Dopo la riforma e l’apertura, il PCC ha collegato i principi fondamentali del marxismo con la realtà della riforma e dell’apertura della Cina; nella nuova era il PCC combina ancora una volta i principi fondamentali del marxismo con la realtà della Cina, unendo e guidando le persone a “intraprendere la grande lotta, costruire il grande progetto, far avanzare la grande causa e realizzare il grande sogno. La nazione cinese è arrivata ad abbracciare una trasformazione tremenda, poiché colui che è diventato ricco ora sta diventando forte”.

“Questa straordinaria trasformazione è una prova inequivocabile che solo aderendo e sviluppando il socialismo con le caratteristiche cinesi possiamo realizzare il ringiovanimento nazionale”, ha evidenziato Xi.

“È perfettamente giusto per la storia e il popolo scegliere il marxismo, così come il PCC scrivere il marxismo sulla propria bandiera, aderire al principio di combinare i principi fondamentali del marxismo con la realtà cinese e adattare continuamente il marxismo al contesto cinese e ai tempi”.

Il primo gennaio del 2019 sempre Xi Jinping ha affermato che il partito comunista cinese “dovrebbe costantemente essere alimentato dalla saggezza della filosofia marxista, applicando il materialismo dialettico e la metodologia per realizzare il Sogno cinese di rinascita nazionale.

Ha poi sottolineato la dedizione nel formulare politiche basate sulla realtà. Affrontare e risolvere i conflitti con proattività; potenziare le capacità per reagire a problemi e situazioni complesse e incentivare incessantemente innovazioni teoretiche.[58]

Nel corso del 2019, inoltre, il compagno Xi Jinping è tornato con frequenza a ribadire l’importanza del marxismo-leninismo: ad esempio il primo gennaio del 2019 tutti i massmedia cinesi annunciavano che “un articolo di Xi Jinping sul materialismo dialettico sarà pubblicato su Qiushi, rivista di punta del Comitato Centrale del PCC.

A fine aprile del 2019 sempre Xi Jinping “ha evidenziato l’importante ruolo del marxismo e della leadership del PCC nel perseguimento di verità e progresso della nazione cinese.

Xi ha affermato che la storia dimostra che la ricerca di verità e progresso da parte del popolo e della nazione cinesi è divenuta inarrestabile da quando la Cina ha accolto il marxismo, la leadership del PCC e la grande presa di coscienza del popolo cinese e della nazione.

Durante un incontro sul centenario del Movimento del 4 Maggio di Pechino, il presidente Xi ha fatto delle osservazioni riguardanti l’esperienza del Movimento.

Ha infatti evidenziato che dall’esperienza del Movimento del 4 Maggio nel 1919 molti avanguardisti cinesi si unirono sotto il vessillo del Marxismo, e nel 1921 il PCC proclamò la sua fondazione, aprendo una nuova pagina della storia cinese”.[59]

In base a tali dichiarazioni, pubbliche e rivolte a tutto il mondo, si capiscono facilmente le ragioni politico-ideologiche in base alle quali la stampa cinese, agli inizi di maggio del 2019, abbia annunciato che era stato “pubblicato a Pechino il primo di cinque volumi del “Ma Zang” o “Tesoro del Marxismo”, un fondamentale progetto culturale e accademico guidato dall’Università di Pechino sulla formazione e lo sviluppo del marxismo.

In accordo a quanto già dichiarato durante la cerimonia di presentazione del libro all’Università di Pechino, i cinque volumi sono composti in totale da 3,7 milioni di caratteri cinesi, sono il risultato dello sforzo collettivo di studiosi provenienti da più di 20 istituzioni di istruzione superiore in Cina. Gli studiosi si sono focalizzati sulla diffusione e lo sviluppo del marxismo in Cina e presentano una raccolta di opere e traduzioni pubblicate tra il 1894 e il 1903.

Il preside della Scuola di marxismo dell’Università di Pechino Yu Hongjun ha dichiarato che non vi è traccia in tempi recenti di un lavoro compilativo sistematico sulla storia dello sviluppo del marxismo o sulla storia dell’adattamento del marxismo alla realtà cinese, in particolare per quanto riguarda il primo periodo di diffusione del marxismo e del socialismo in Cina.

La pubblicazione dei cinque volumi “non solo offre al pubblico un numero di documenti mai pubblicati e rari, ma fornisce nuove prospettive su studi analoghi e nuovi paradigmi e metodi di ricerca della storia della diffusione del marxismo e del suo adattamento nel contesto cinese”, ha affermato Yu.

Il progetto Ma Zang è iniziato nel 2015, con l’obiettivo di condurre a livello globale una raccolta relativamente completa di letteratura di ricerca marxista entro i prossimi vent’anni, attraverso la compilazione di opere che comprensivamente e sistematicamente riflettono la formazione e lo sviluppo del marxismo.

La sezione cinese del progetto è principalmente composta da letteratura successiva all’introduzione del marxismo in Cina nella seconda metà del 19° secolo. Sarà completata intorno al 2024, mentre la sezione internazionale, che comprende letteratura e risultati di ricerca provenienti da tutto il mondo, verso il 2035”.[60]

Il 16 novembre del 2019 sempre il Quotidiano del Popolo di Pechino informò inoltre che era in via di “pubblicazione l’articolo di Xi sullo studio delle teorie marxiste. L’articolo è la trascrizione di un discorso del Presidente Xi, alla quinta sessione di studio dell’ufficio politico del 19° Comitato Centrale del PCC.

Il discorso riguardava il “Manifesto del Partito Comunista” e il suo profondo valore.

È fondamentale per un membro del Partito Comunista studiare le teorie essenziali del marxismo, il principale obiettivo di ripassare il “Manifesto del Partito Comunista” è di capire e acquisire la forza della verità del marxismo e scrivere un nuovo capitolo per un socialismo con caratteristiche cinesi della nuova era.

Nell’articolo Xi ha fatto un appello a sviluppare una comprensione profonda del fondamentale contributo teoretico apportato dal “Manifesto del Partito Comunista” e la sua influenza sui movimenti socialisti mondiali, seguendo i suoi principi e il suo spirito.

Il Partito comunista cinese è un erede fedele allo spirito del “Manifesto del Partito Comunista”.[61]

Un anno dopo, in occasione del duecentesimo anniversario della nascita del grande rivoluzionario scienziato F. Engels, la stampa cinese annunciò con forza che “sabato 28 novembre del 2020 sarà il 200° anniversario dalla nascita di Friedrich Engels.

Lavorando con il suo amico fidato Karl Marx, Engels ha contribuito significativamente a sviluppare le teorie del marxismo, che continua a giocare un ruolo guida in Cina.

Il Presidente Xi Jinping ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza di mantenere e sviluppare il marxismo. Di seguito alcune citazioni selezionate:

  • Non dovremmo abbandonare il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong, perché abbandonandolo rimarremo privati delle nostre fondamenta. 
  • La linfa vitale di una teoria sta nell’innovazione, è perciò un dovere sacro del Partito comunista cinese quello di sviluppare il marxismo.
  • Dovremmo rivedere la vivace esperienza acquisita dal popolo sotto la guida del Partito, adattare il marxismo alle condizioni cinesi in modo costante e fare sì che il marxismo contemporaneo splenda ancor di più in Cina”.[62]

Frasi e concetti molto chiari, di chiara e limpida matrice marxista-leninista.

A volte un’immagine vale più di mille parole e di molti altri dati di fatto: riproduciamo quindi poco sotto i francobolli emessi dalle poste della Repubblica Popolare Cinese alla fine di novembre del 2020, in occasione del bicentenario

della nascita di Friedrich Engels.

Descrizione: https://www.globaltimes.cn/Portals/0/attachment/2020/2020-11-17/1b483c9d-3583-4c11-a65a-5618dd52966f.jpeg

A set of commemorative stamps to commemorate Friedrich Engels’ 200th birthday Photo: China Philatelic News[63]

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La CIA e il primato economico cinese

Si è ormai affermato un nuovo “numero uno economico”, in campo mondiale.

Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina contemporanea, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.

Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.

Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.[64]

Ora, se si prende in esame il World Factbook della CIA per il 2016, alla voce “country comparison-GDP (purchasing power parity)” emerge con chiarezza come la centrale di spionaggio di Langley abbia calcolato, utilizzando a modo suo il criterio della parità del potere d’acquisto, che:

  • la Cina nel 2016 risultava indiscutibilmente prima in tale graduatoria mondiale, con un prodotto interno lordo (non nominale, ma acquisito mediante l’uso del PPA) equivalente a 21.290 miliardi di dollari;
  • sempre nel 2016 gli Stati Uniti esprimevano invece un prodotto interno lordo (PPA) pari a 18.570 miliardi di dollari.[65]

Prodotto interno lordo della Cina nel 2016 uguale a 21.290 miliardi di dollari, impiegando il metodo PPA usato dalla CIA.

Prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari, sempre con il metodo PPA utilizzato dalla CIA.

Siamo quindi in presenza indiscutibile di un prodotto interno lordo cinese che già nel 2016 superava di più del 10 percento, di più di un decimo quello statunitense: del 15 percento e di quasi un sesto, per essere più precisi, mentre un gap quasi analogo tra Pechino e Washington emerge anche prendendo in esame i dati forniti dalla CIA sulla stessa questione per l’anno 2015.[66]

Il sensibile differenziale di potenza tra i rispettivi prodotti interni lordi (PIL) di Pechino e di Washington sta inoltre aumentando a vista d’occhio a favore della Cina, vista l’asimmetria nel tasso annuale di crescita del PIL delle due nazioni in via d’esame, in tutti gli anni compresi tra il 2016 e il 2020.

Se infatti nel 2017 il PIL cinese è cresciuto del 6,9 percento rispetto all’anno precedente, l’economia statunitense l’anno scorso ha visto invece un tasso di crescita pari solo al 3 percento: facciamo ora qualche facile calcolo, non tenendo conto delle fluttuazioni (del resto molto modeste) nel tasso di cambio tra yuan e dollari.

Il PIL cinese nel 2017, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto proposto dalla CIA, è aumentato dai 21.290 miliardi di dollari del 2016 fino ai 22.752 miliardi di dollari del 2017 (21.290 + 6,9% di 21.290).

Invece il PIL statunitense è passato dai sopracitati 18,570 miliardi di dollari del 2016 ai 19.127 miliardi di dollari (18.570 + 3% di 18.570).

In estrema sintesi:

PIL cinese del 2017 = 22.752 miliardi di dollari.

PIL degli USA nel 2017 = 19.127 miliardi di dollari.

Il differenziale, e la distanza tra i prodotti interni lordi di Pechino e Washington, sta via via crescendo in modo più che evidente, come si può notare con facilità dal semplice e banale calcolo proposto poco sopra.

Non vogliamo annoiare i lettori con altri aridi conti rispetto al periodo 2018-2020, ma possiamo subito sottolineare che la potenza economica reale cinese supererà di circa il 50 percento, ossia sorpasserà di circa la metà quella invece espressa dagli Stati Uniti già alla fine del 2021, sempre usando i dati della CIA e la sua applicazione del criterio della parità del potere d’acquisto.

Si tratta di calcoli effettuati esclusivamente dalla CIA di Langley, si potrebbe obiettare: quindi forse di operazioni mentali arbitrarie e scorrette.

Errore, grave sbaglio, notevole abbaglio teorico-concreto.

Fin dal 2014 un’altra struttura di intelligence a egemonia occidentale, ossia la Banca Mondiale in una delle sue sezioni di ricerca, aveva infatti rilasciato uno studio nel quale si riconosceva che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già nell’anno ancora in corso. Alla fine di aprile del 2014 proprio l’autorevole – nei circoli occidentali, certo – quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.[67]

Banca Mondiale e 2014, CIA e 2015: persino due dei più saldi strumenti operativi e delle migliori menti collettive dell’imperialismo occidentale hanno quindi ammesso e dunque riconosciuto, tra l’altro prima di gran parte della sinistra occidentale, un fenomeno economico-sociale certo di non poco conto.

A questo punto entriamo più nel concreto, ossia nell’analisi dei settori produttivi nei quali si sostanzia e si cristallizza la nuova superiorità cinese su scala mondiale in campo produttivo e logistico.

Si può prendere il via dal settore automobilistico nel quale inaspettatamente il gigante asiatico ha superato da tempo come produttore/consumatore il vecchio e stanco ex-numero uno statunitense.

La ragione del sorpasso cinese sugli USA in questo campo risulta subito chiara e comprensibile: se nel 2005 nel mercato cinese erano state vendute meno di cinque milioni di autovetture, il loro numero era salito in soli undici anni alla quota di 23,6 milioni di veicoli nel 2016 e a quella di 30 milioni nel 2020, pari al doppio del mercato statunitense, mentre il numero di veicoli commerciali venduti all’interno del gigante asiatico risultava ormai equivalente a quattro milioni e mezzo di unità.[68]

Tali risultati non cadono certo dal cielo, avrebbe potuto notare Mao Zedong, ma derivano invece da precise scelte di politica economica: non è un caso che all’inizio del 2017 il governo cinese abbia fissato delle scadenze molto precise al fine di incentivare e stimolare il processo di crescita anche della produzione e vendita delle auto ibride ed elettriche, la cui quota sul giro di affari globale dovrà arrivare almeno all’8% nel 2018 per passare poi al 12% del 2020 e al 20% del 2025.[69]

La Cina vanta ormai da molto tempo un primato indiscutibile su scala mondiale anche nel processo di produzione di altri importanti beni di consumo, a partire dai settori dei computer e dei cellulari ormai monopolizzati da tempo da parte del gigante asiatico.

Secondo uno studio accurato dell’insospettabile – di simpatie per Pechino, ovviamente – Commissione Europea relativa all’anno 2016, la Cina produceva infatti nell’anno preso in esame:

Il 28% delle automobili del mondo, ossia quasi un veicolo su tre;

  •  
  • Il 90% di tutti i cellulari;
  • L’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;
  • L’80% di tutti i condizionatori del pianeta;
  • Il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;
  • Il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;
  • Più del 40% delle navi costruite nel 2016 sulla terra.[70]

Anche senza tenere conto degli ulteriori progressi realizzati dalla Cina negli ultimi quattro anni, siamo di fronte a dati impressionanti che attestano l’egemonia indiscutibile di Pechino all’interno del processo mondiale di produzione dei mezzi di consumo, che trova come unica pietra di paragone moderna solo quello goduto dagli Stati Uniti tra il 1944 e il 1960: ma anche rispetto al marxiano settore A, ossia al segmento della produzione di mezzi di produzione, la supremazia di Pechino si rivela molto solida e multilaterale.

La Cina da un paio di decenni si è ormai realmente trasformata nella “fabbrica del mondo”; e sempre lo studio sopracitato della Commissione Europea ha stabilito con estrema chiarezza come quasi la metà, quasi il 50% dell’acciaio prodotto su scala planetaria sia stato prodotto in Cina durante l’anno 2016, testimoniando il semi-monopolio di quest’ultima anche all’interno di questo settore economico ancora dotato di un certo peso specifico, seppur declinante.[71]

Per quanto riguarda invece la massa globale di energia consumata all’interno della dinamica produttiva, la Cina è diventata fin dal 2012 il principale consumatore di energia, come venne rilevato anche da Francesco Tamburini nel febbraio del 2013 in un suo interessante articolo su Il Fatto Quotidiano, su cui torneremo tra poco.[72]

Non sorprende, viste queste premesse, come ormai da alcuni anni la Cina sia diventata il principale produttore ed esportatore di pannelli solari su scala planetaria, raggiungendo un semi-monopolio anche in questo particolare anello del processo produttivo globale.

La superiorità cinese risulta altresì indiscutibile anche nel complesso “cemento/case”, ossia nella produzione di materie prime a scopo abitativo e nel correlato processo di urbanizzazione: dando per assodato da molto tempo il primato di Pechino anche nella produzione di cemento e degli articoli legati al settore abitativo (rubinetterie, bagni, ecc.), vogliamo focalizzare l’attenzione invece sul secondo lato della connessione dialettica sopracitata.

Come ha notato giustamente il ricercatore Giuliano Marrucci, nel suo eccellente libro intitolato “Cemento Rosso”, uno dei fenomeni socioproduttivi più rilevanti su scala planetaria durante gli ultimi quattro decenni è stato il rapido ma pianificato e controllato spostamento di oltre 500 milioni di esseri umani dalle campagne alle città, verificatosi in Cina a partire dal 1978 e creando via via il più ampio e veloce processo di urbanizzazione della storia umana.[73]

Ancora nel 1978 e all’inizio della lunga stagione di riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e dal partito comunista cinese, la Cina si trovava nella situazione sgradevole di paese agricolo: circa l’80% della popolazione e quattro cinesi su cinque risultavano infatti in quell’anno ancora insediati nelle aree rurali, mentre i cinesi che invece vivevano a quel tempo in città erano appena 172 milioni e solo il 20% della popolazione totale.

Meno di quarant’anni dopo e nel 2016, il numero di cinesi residenti nelle città era invece salito a 770 milioni di persone, circa il 56% della popolazione del gigante asiatico in meno di quattro decenni più di 500 milioni di cinesi si sono dunque spostati dalle campagne creando un processo di urbanizzazione senza precedenti: per dare un termine di confronto stiamo parlando di una massa di esseri umani pari a circa nove volte all’attuale popolazione italiana, tanto che il risultato finale è che oggi delle dieci città al mondo con maggior numero di abitanti ben cinque sono cinesi, e in tutto il paese asiatico ormai si trovano cento città con oltre un milione di abitanti, ossia come o più di Milano.

Giuliano Marrucci ha sottolineato, in modo lucido e corrispondente alla verità storica, che se la Cina in termini di reddito pro-capite ha raggiunto il livello delle egemonie di medio-basso livello solo attorno al 2005, «in termini di infrastrutture urbane questo livello era già stato raggiunto dieci anni prima. A partire dalla rete di metropolitane, che entro il 2020 sarà presente in 40 città, e che con i suoi 7000 chilometri di estensione sarà 5 volte più grande di quella statunitense. Una straordinaria capacità di investimento resa possibile dal fatto che in Cina non esiste proprietà privata dei terreni. Tutti i terreni sono di proprietà pubblica e vengono dati in concessione per periodi limitati ai costruttori, che se li aggiudicano nell’ambito di agguerritissime aste pubbliche. Sono proprio gli introiti di queste aste che finanziano ormai l’80% delle attività delle amministrazioni locali, e che permettono di alzare continuamente il livello delle infrastrutture.

E grazie all’impetuoso boom economico, nonostante la gigantesca pressione demografica che ha riguardato in particolar modo le città principali, lo spazio residenziale a disposizione di ogni cittadino urbano è passato da meno di 4 metri quadrati negli anni ’80 ai 35 metri quadrati attuali.

Ecco come si spiega il fatto che nel solo biennio che va dal 2011 al 2013 la Cina ha consumato una volta e mezzo il cemento che gli Stati Uniti hanno impiegato durante tutto il Ventesimo secolo».[74]

In estrema sintesi la Cina è diventata il più grande costruttore-architetto del pianeta, e non solo la “fabbrica del mondo”.

Anche nelle principali aree produttive nelle quali Pechino è rimasta indietro rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, a partire ovviamente dagli Stati Uniti, si sta assistendo da alcuni anni a una formidabile e ben pianificata rincorsa della Cina (prevalentemente) socialista rispetto ad alcuni settori dell’hi-tech.

Tralasciando per il momento il settore dell’automazione e della robotica, che analizzeremo a fondo in un prossimo capitolo, primo esempio concreto della particolare “rincorsa” produttiva attuata dal gigante asiatico nell’ultimo quinquennio è quello della produzione degli strategici chip, di semiconduttori.

Come ha notato Manolo De Agostini nel novembre del 2015, Pechino in quell’anno aveva programmato di investire nel medio termine una pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nel chip. «La Cina cerca di entrare con forza nel settore tecnologico con ingenti investimenti nel settore di semiconduttori.»

È perciò molto interessante che Tsinghua Unigroup, un conglomerato tecnologico statale che fa capo alla Tsinghua University, voglia investire qualcosa come 47 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per «costruire il terzo più grande produttore di chip al mondo dopo Intel e Samsung. A dirlo Zhao Weiguo, presidente dell’azienda, in un’intervista con l’agenzia Reuters.»[75]

Un’altra rincorsa della Cina in campo economico ha per oggetto invece il settore aeronautico civile, in precedenza appaltato alle principali imprese aeree statunitensi ed europee: e non è un caso che nel maggio del 2017 sia diventato operativo, dopo lunghi anni di progettazione e ricerca, l’aereo C 919, ossia il primo aereo commerciale prodotto autonomamente nel gigantesco paese asiatico.

L’avanzato velivolo C 919, dal costo più basso rispetto a quelli venduti da Boeing e Airbus, viene spinto da due motori del tipo CFM Leap 1C e può ospitare da 158 a 168 passeggeri in una configurazione standard da due classi, essendo in grado di percorre-re distanze comprese tra i 4 mila e i 5.600 chilometri: fino ad oggi ha ricevuto 570 ordini da 23 compagnie, quasi tutte asiatiche e cinesi in particolare.[76]

Il particolare processo di inseguimento cinese può essere altresì analizzato anche attraverso la gigantesca espansione da parte di Pechino nel settore delle batterie per auto elettriche, nel quale fino a pochi anni fa erano completamente egemoni gli americani e la Tesla di Elon Musk. Il giornale Il Fatto Quotidiano, collocato saldamente su posizioni anticomuniste, a tal proposito ha notato come la Cina stia convogliando iniziative «per costituire un autentico impero di accumulatori di ultima e prossima generazione. Un vero e proprio maremoto di energia “in scatola”, pronta effettiva-mente a travolgere la concorrenza. Quantomeno sulla carta.

Alla fine di giugno del 2017 le aziende cinesi avevano i piani per ulteriori fabbriche di accumulatori di ultima tecnologia, per una capacità produttiva complessiva superiore ai 120 gigawattora l’anno entro il 2021, secondo un rapporto da fonte interna dell’agenzia (Bloomberg Intelligence) pubblicato questa settimana.

Una quantità enorme, sufficiente ad esempio a equipaggiare di batterie, ogni anno, addirittura 1,5 milioni di veicoli Tesla Model S (che impiegano quelle più grandi) o ben 13,7 milioni di veicoli ibridi Toyota Prius Plug-In. Al confronto, quando sarà completato nel 2018, la famosa Gigafactory di Tesla riuscirà a produrre celle accumulatrici per una capacità massima entro i 35 gigawattora ogni anno».[77]

A questo punto possiamo quasi sentire già le voci dei soliti avvocati del diavolo, più o meno in buona fede: “D’accordo, state citando fatti reali, ma tutti questi miracoli produttivi si basano sui salari da fame delle tute blu cinesi”.

Si tratta di una volgare menzogna, che è stata smentita per l’enne-sima volta e in modo inconfutabile da un istituto di ricerca come l’Euromonitor International, non certo accusabili per simpatie comuniste e/o filocinesi.

Cosa contiene tale ricerca, rispetto alla sorte degli operai cinesi del Ventunesimo secolo?

Il dato eclatante della triplicazione del salario degli operai cinesi dal 2005 al 2016, l’aumento di tre volte degli stipendi nominali percepiti dalle tute blu cinesi negli undici anni compresi tra il 2005 e il 2016.

Nel 2016 il salario medio orario degli operai manifatturieri in Cina risultava infatti pari a euro 3,60, con un incremento enorme rispetto all’1,20 euro all’ora del 2005, superando tra l’altro quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e avvicinandosi rapidamente a quello delle tute blu greche e portoghesi.[78]

Se si vuole una controprova, un’indagine condotta dall’insospettabile banca svizzera Credit Suisse e pubblicata nel gennaio del 2013 ha rivelato come il salario medio mensile dei trentenni cinesi, a parità di potere d’acquisto, fosse superiore di quello dei loro coetanei italiani.

Passiamo ora al processo di analisi di altri importanti segmenti produttivi nei quali la Cina Popolare ha acquisito un ruolo egemonico, nel corso degli ultimi anni.

Va innanzitutto evidenziato come, contrariamente al senso comune che vede i cinesi come semplici imitatori delle conquiste del libero mondo occidentale, il gigante asiatico sia invece di gran lunga il primo innovatore e il “genio creativo” tra i paesi del mondo, specialmente in settori come le telecomunicazioni, l’informatica e la tecnologia medica, raggiungendo da solo la quota di un terzo delle richieste di nuovi brevetti su scala mondiale nel corso del 2015.

Tale fenomeno sorprendente ma indiscutibile viene certificato tra gli altri dal “World Intellectual Property Indicators – 2016”, l’annuale rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), che assegna alla Cina il ruolo di paese all’avanguardia con la bellezza di 1.010.406 richieste di nuovi brevetti, nel 2015: in pratica un terzo di tutte le richieste mondiali. «Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina – ha dichiarato il direttore generale della WIPO, Francis Gurry – È la prima volta in assoluto al mondo che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste. In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della protezione dei diritti di proprietà intellettuale ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014, e la Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285).

Per quanto riguarda i settori innovativi a maggior tasso di sviluppo, in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9% del totale), macchine elettriche (7,3%) e comunicazione digitale (4,9%): e anche nelle domande per nuovi marchi si è assistito a un significativo balzo in avanti della Cina che primeggia anche in questa classifica, con 2,83 milioni domande di registrazione sui 6 milioni e poco oltre di richieste in tutto il mondo».[79]

Anche rispetto ai rapporti di forza planetari creatasi all’interno del campo del commercio internazionale la Cina ha ormai accumulato, a partire dal 2013, una superiorità abbastanza sensibile rispetto al numero due e al concorrente statunitense.

Nell’articolo sopracitato del febbraio 2013, Francesco Tamburini ha ammesso che nel 2012 la Cina aveva superato gli Stati Uniti, diventando la prima potenza commerciale del mondo.

«Mentre Washington perde un primato che deteneva dalla fine della Seconda guerra mondiale, Pechino diventa il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia.

Il totale delle importazioni ed esportazioni americane nel 2012, secondo i dati pubblicati dal dipartimento del Commercio, ammonta a 3.820 miliardi di dollari, contro i 3.870 miliardi riportati da Pechino. Gli Stati Uniti perdono così un primato che detenevano dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La battaglia tra le due superpotenze mondiali, come sempre, porta a chiare conseguenze anche in Europa. Pechino sta infatti diventando il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia. “Per molti Paesi in tutto il mondo la Cina sta diventando rapidamente il partner commerciale più importante”, ha spiegato O’Neill a Bloomberg, sottolineando che andando avanti di questo passo sempre più paesi europei privilegeranno una partnership con Pechino, snobbando le nazioni più vicine.»[80]

E la correlazione di potenza su scala mondiale in campo bancario? Almeno in questo settore gli Stati Uniti hanno forse mantenuto il loro precedente primato su scala planetaria?

No, non esattamente.

Stando infatti a un rapporto dell’insospettabile istituto Mediobanca, elaborato alla metà del 2017, nel 2016 si ormai assistito al sorpasso cinese anche nel campo bancario come ha dovuto riconoscere con tristezza persino Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria.

Infatti al primo posto della classifica mondiale delle banche, in termini di redditività, si è ormai installata la statale e cinese ICBC (Industrial and Commercial Bank of China), scalzando bruscamente dal primato la statunitense JP Morgan; al terzo posto della classifica di Mediobanca si trova un altro istituto finanziario pubblico di Pechino, ossia la China Construction Bank, seguita da un’altra banca di Pechino, l’Agricultural Bank of China; se al quinto posto della classifica in esame risulta ancora occupato dalla statunitense BOFA, al sesto spunta invece la cinesissima e statale Bank of China.[81]

In questo campo di analisi spicca inoltre un altro dato illuminante, fornito dall’insospettabile società Brand Finance all’inizio del 2017: sempre nel 2016 i marchi delle banche statali cinesi avevano superato per la prima volta in valore e reputazione quelli americani, ancora di proprietà privata anche se salvati nel 2008/2009 dai soldi pubblici e della regola del capitalismo di stato, per cui vige “la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”.

Secondo l’analisi di Brand Finance, «principale società mondiale di valutazione del marchio (maggiore cespite intangibile delle imprese), la banca col brand più ricco è l’Industrial and Commercial Bank of China: 47,8 miliardi di dollari (Icbc, +32% su 2016, il 20% della capitalizzazione complessiva) che supera l’americana Wells Fargo (41,6 miliardi, -6%) marcata stretta da China Construction Bank (41,3 miliardi, +17%). Usa e Cina si alternano fino all’ottavo posto: JP Morgan Chase, Bank of China, Bank of America, Agricultural Bank of China, Citi. Se 20 anni fa sui primi 100 marchi la Cina era lo 0,2% del valore complessivo, oggi batte gli States 24% a 23%. La Gran Bretagna valeva il 16%, oggi il 6, la Francia il 5% oggi il 4, l’Italia l’1%.

Brand Finance valuta su tre criteri: investimenti diretti o indiretti sul marchio (pubblicità, personale, ricerca e sviluppo); ritorno di immagine presso clienti e stakeholder in genere (tramite sondaggio); volume d’affari. Le banche cinesi hanno una reputazione che quelle occidentali «possono solo sognare». Questi istituti hanno vissuto marginalmente la bufera finanziaria del 2008, hanno una platea di (fiduciosi) clienti e potenziali tali proporzionale alla crescita del benessere nel Paese, su impulso del governo sono al centro di grandi investimenti, domestici e non.»[82]

Cina: il primato “della crescita del benessere del paese”, per l’appunto, e non dell’1% della popolazione.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La Cina e le coordinate generali sulla dinamica della politica internazionale del XXI secolo

La prima categoria da utilizzare, per un’indispensabile mappatura politica del pianeta all’inizio del terzo millennio, è diventata a partire dal 2010-2013, il primato economico ormai acquisito dalla Cina popolare in termini di prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto in base persino ai dati empirici forniti dalla Central Intelligence Agency di Langley, mentre negli ultimi anni Pechino ha ormai raggiunto Washington anche in campo tecnoscientifico e finanziario.

Si tratta di una nuova fase storica di supremazia non-bellica che costituisce un evento di portata mondiale sia sul piano produttivo che politico, come del resto si rivelò anche in passato l’analogo sorpasso produttivo effettuato nel 1880 dagli Stati Uniti rispetto alla Gran Bretagna: tale gigantesco fenomeno è stato finora nascosto e celato di solito da parte dei massmedia e degli studiosi occidentali, oltre che da quasi tutti i leader della sinistra ivi compresa quella “antagonista”, dimostrando per l’ennesima volta le manipolazioni molteplici a cui è sottoposta l’opinione pubblica delle metropoli imperialiste.

La seconda stella polare nel processo di analisi delle relazioni internazionali contemporanee è rappresentata invece dalla nuova guerra fredda, proteiforme ma costante, scatenata dall’imperialismo statunitense e dai suoi più stretti alleati (Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda) contro il nuovo e asiatico numero uno produttivo del globo fin dall’inizio del 2012 con il “Pivot to Asia” di Obama, senza differenze sostanziali tra ala democratica e quella repubblicana dell’establishment a stelle e strisce.

Provocazioni di navi americane contro la Cina ai confini del Mar Cinese Meridionale appoggio ai separatisti tibetani, di Hong Kong (si pensi anche al lontano movimento degli “ombrelli” del 2014) e uiguri; dazi e guerre commerciali; conflitto tecnologico con Pechino sui chip, 5G e Huawei formano solo alcuni dei tasselli di un mosaico ormai decennale che larga parte della sinistra occidentale ha preferito ignorare o mal interpretare, da vera sinistra imperiale che riproduce senza sosta la principale contraddizione tuttora attiva e operante all’interno dell’arena internazionale anche all’inizio del 2021.

Il terzo cardine di quest’ultima è costituito dallo scontro globale tra il variegato fronte antiegemonico e della pace, imperniato principalmente su Cina e Russia, e la logica di dominio planetario espressa senza sosta dal promotore di aggressione – militare, paramilitare e di natura politica-propagandistica – più importante del pianeta. Ossia quell’imperialismo statunitense che con i suoi alleati, a partire da Israele e Arabia Saudita, rappresenta il principale e costante pericolo per la sopravvivenza del pianeta attraverso le sue basi e suoi consiglieri militari a stelle e strisce sparsi ormai in quasi centocinquanta nazioni, e quindi in tre quarti dei paesi della Terra, oltre che mediante un livello di spese militari che, nell’ultimo decennio, persino secondo i dati del filo-occidentale Istituto Sipri costituisce ancora il 40 percento del budget militare del nostro pianeta.

Quarta coordinata: all’interno dello scontro planetario ormai plurisecolare tra capitalismo e comunismo, generatosi e riprodottosi senza sosta per tutto il globo a partire dall’Ottobre Rosso del 1917, fermo restando il peso specifico significativo di altri stati socialisti (Vietnam, Cuba, ecc.) e le potenzialità latenti nella classe operaia occidentale e nei movimenti/stati antimperialisti del sud del pianeta, la Cina popolare costituisce attualmente la forza motrice principale del movimento comunista mondiale e del processo storico dell’umanità, oltre che il più importante vettore politico-materiale che alimenta la tendenza progressiva del genere umano.

Attraverso il processo multilaterale di crescita della Cina (prevalentemente) socialista si creano infatti le condizioni necessarie al fine di rafforzare l’intero processo di sviluppo del comunismo nei diversi paesi, ivi comprese le metropoli imperialiste, grazie alla forza di attrazione del “magnete” politico-sociale formato dall’aumento continuo del potere d’acquisto dei lavoratori cinesi e dai progressi raggiunti da Pechino in campo tecnoscientifico; viceversa qualunque insuccesso e ogni crisi riportata dalla Cina Popolare specularmente produce un arretramento complessivo del movimento antagonista, il quale tra l’altro non si è ancora ripreso del tutto dal crollo del Muro di Berlino e dal “decennio triste” costituito dagli anni compresi tra il 1989 e il 1998.

Un altro fronte e spazio operativo assai concreto, all’interno della gigantesca lotta attualmente in corso a livello mondiale, è rappresentato dalla competizione scientifica e tecnologica che si sta sviluppando da almeno quindici anni essenzialmente tra Cina e Stati Uniti.

Intelligenza artificiale; computer quantistici; robot e automatizzazione del processo produttivo, ivi compresi i trasporti (guida autonoma); cellulari e sistemi di comunicazione a 5G e 6G; corsa allo spazio cosmico; fusione termonucleare con la creazione del “Sole artificiale” e nanotecnologie, formano i principali anelli di una particolare, continua e assillante “corsa al riarmo” di natura scientifico-tecnologica il cui esito, già durante il decennio in corso, influenzerà in modo significativo anche i rapporti di forza politico-sociali su scala planetaria tra socialismo e capitalismo.

Sesto cardine dell’attuale processo di sviluppo della politica internazionale: il grado concreto di capacità del Sud del pianeta, a partire dall’Africa e dall’America Latina, di uscire finalmente dal sottosviluppo (e dall’ipersfruttamento da parte delle metropoli imperialistiche) vincendo fame, mancanza di acqua potabile, assenza di istruzione e molte malattie facilmente evitabili. Livello di forza e potenzialità che, a loro volta, dipendono in buona parte dall’appoggio concreto e materiale che la Cina popolare riesce e riuscirà in futuro a fornire nei prossimi decenni alla gigantesca area geopolitica in esame, mediante il processo di costruzione di indispensabili infrastrutture (ferrovie, aeroporti, ecc.), le strutture scolastico-sanitarie, Internet, la nuova Via della Seta e le energie rinnovabili.

Una diversa ma sempre importante coordinata è costituita dalla lotta impegnata senza sosta da parte di Russia e della Cina, tesa ad impedire all’imperialismo statunitense di acquisire un’eventuale (e tragica…) supremazia militare-nucleare con il derivato potere di compiere di sorpresa, senza temere ritorsioni da parte di Mosca e Pechino, il “first strike”: ossia un devastante attacco di sorpresa contro i missili intercontinentali nemici, attraverso le guerre stellari e le basi militari USA che circondano ancora oggi sia la Russia che la Cina.

A tal proposito i concretissimi missili ipersonici che le due nazioni sopracitate hanno già costruito costituiscono un grande successo, in grado di creare un deterrente politico-militare formidabile, per smontare sul nascere i sogni del Pentagono avente per oggetto l’acquisizione del dominio di natura bellica sull’intero pianeta e la possibile genesi di un “Quarto Reich” a stelle e strisce, sorto sulle ceneri radioattive dei maggiori antagonisti della superpotenza americana seguendo gli orrendi esempi di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945.

Infine, ma non certo per importanza, va portato alla luce il particolare campo di forza ideologico e spirituale, che riguarda invece la conquista dei cuori e delle menti degli oltre più di sette miliardi di esseri umani che abitano il nostro pianeta: e cioè la lotta planetaria che si è scatenata, fin dall’Ottobre Rosso del 1917, tra capitalismo e socialismo sul piano ideal-propagandistico e che continua senza sosta all’inizio del terzo millennio, più viva e importante che mai.

Il geniale Karl Marx aveva previsto giustamente, nel 1843, che “la teoria diventa una forma materiale appena si impadronisce delle masse”: e anche durante il Ventunesimo secolo le visioni affascinanti sul presente e soprattutto rispetto al futuro, i sogni (il “sogno cinese” di Xi Jinping) e le utopie realizzabili, gli ideali e le teorie scientifiche – come il marxismo – entrano a pieno titolo a far parte dello scontro politico-sociale più lungo e più importante che l’umanità abbia mai vissuto, nel corso del suo lunghissimo e travagliato processo di sviluppo.

L’importanza del fattore ideologico-culturale, sia su scala nazionale che planetaria, è stata del resto compresa dopo Karl Marx anche dalla Central Intelligence Agency di Langley nella sua ormai quasi secolare “guerra culturale” – e non solo, ovviamente – che combatteva e combatte tuttora contro il comunismo e gli stati socialisti-antimperialisti presenti in tutto il mondo.[83]

Ad esempio è poco noto che … “nel processo di produzione di strategia e praxis politico sociale da parte della CIA di Langley era stato in passato, ed è tuttora ben presente il tassello dell’alleanza – ritenuta necessaria e possibile – tra la sinistra antistalinista a livello mondiale e i circoli dirigenti più lucidi del potere statunitense.

Come ha notato infatti la storica antistalinista F. Stonor Saunders, in un suo ottimo saggio intitolato “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”, fin dall’inizio del 1948 e quindi solo pochi mesi dopo la fondazione della Central Intelligence Agency “da qualche tempo l’Agenzia accarezzava una certa idea. Chi avrebbe potuto combattere meglio contro i comunisti di un ex comunista? Dopo i colloqui con Koestler, quest’idea cominciò a prendere forma. La distruzione dei miti del comunismo, egli argomentava, poteva essere raggiunta soltanto con la partecipazione, in una campagna di persuasione, di personalità della sinistra che non fossero comuniste. Al dipartimento di Stato e nei circoli dell’intelligence, le persone cui Koestler faceva riferimento erano già indicate come gruppo, la “sinistra non comunista”. Nel corso di quella che Arthur Schlesinger descrisse come una “rivoluzione silenziosa”, elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo.

In effetti, la strategia di promuovere la sinistra non comunista doveva diventare “il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo, per i successivi vent’anni”. La base ideologica di questa strategia, in cui la CIA stabiliva una convergenza, quasi un’identità, con gli intellettuali di sinistra, fu presentata da Schlesinger in The Vital Center (“Il Centro Vitale”), uno dei tre libri fondamentali che videro la luce nel 1949 (gli altri due erano Il Dio che è fallito, e 1984 di Orwell). Schlesinger registrava il declino della sinistra e, infine, la sua paralisi morale sulla scia della rivoluzione corrotta del 1917, e tracciava l’evoluzione della “sinistra non comunista” come “modello di mobilitazione per i gruppi che lottano per costruire un’area per la libertà”. Era all’interno di questo gruppo che “la restaurazione di una radicale vitalità” avrebbe potuto aver luogo, non lasciando “alcuna lampada alla finestra per i comunisti”. Questa nuova resistenza, argomentava Schlesinger, aveva bisogno di “una base indipendente a partire dalla quale operare. Richiedeva riservatezza, denaro, tempo, giornali, benzina, libertà di parola, libertà di unione, libertà di paura”.

“La tesi che animava tutta questa [mobilitazione della] sinistra non comunista era quella che Chip Bohlen, Isaiah Berlin, Nicolas Nabokov, Averell Harriman e George Kennan sostenevano tutti con passione”, avrebbe in seguito ricordato Schlesinger. “Tutti noi sentivamo che il socialismo democratico era il baluardo più efficace contro il totalitarismo. Questo divenne il tema sotteso – o addirittura occulto – della politica estera americana del periodo”. La sigla che designava la sinistra non comunista, NCL (Non-Comunist Left), diventò presto di uso comune nel linguaggio della burocrazia di Washington. «Era quasi un gruppo di tesserati», osservò uno storico.

Questo “gruppo di quasi tesserati” si riunì per la prima volta attorno al libro “Il Dio che è fallito”, una raccolta di saggi che testimoniavano il fallimento dell’idea comunista. Lo spirito animatore del libro fu Arthur Koestler, tornato a Londra in stato di grande eccitazione dopo i suoi colloqui con William Donovan e gli altri strateghi dell’intelligence americana. La storia della sua successiva pubblicazione costituisce il modello del contratto stipulatosi tra la sinistra non comunista e l’“angelo nero” del governo americano. Prima dell’estate 1948, Koestler ne aveva discusso con Richard Crossman, che durante il conflitto era stato a capo della PWD, la Psychological Warfare Division, il quale riteneva di poter “manipolare intere masse di persone” e di possedere inoltre “la giusta combinazione di prestidigitazione intellettuale per poter essere considerato un perfetto propagandista di professione”.[84]

Il pensiero scientifico di matrice marxista sulle relazioni interstatali, la visione leninista della lotta e dell’interconnessione esistente tra il sistema socialista e quello capitalista deve essere in ogni caso sviluppato e arricchito in modo creativo, per agevolare e favorire il processo di liberazione su scala globale del genere umano che trova oggi il loro alfiere e centro di gravità principale nell’esperienza concreta, seppur segnata da seri limiti contraddizioni, della Cina popolare.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Potrebbe riprodursi il capitalismo, con una sovrastruttura politico-ideologica comunista e marxista?

Donald Trump, 5 maggio 2018, Washington.

“Come presidente degli Stati Uniti e di fronte al Congresso americano riunitosi congiuntamente, voglio celebrare il duecentesimo anniversario della nascita del grande comunista e rivoluzionario Karl Marx”.

Infatti due secoli dopo la sua nascita “nonostante gli enormi cambiamenti nella società umana, il nome di Karl Marx è ancora rispettato in tutto il mondo e la sua teoria brilla ancora con la luce brillante della verità”.

Marx è “il maestro della rivoluzione per il proletariato e per i lavoratori di tutto il mondo, il principale fondatore del marxismo, creatore dei partiti marxisti, un esploratore del comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”.

“Oggi, teniamo questo grande raduno con grande venerazione per celebrare il 200° anniversario della nascita di Marx, per ricordare il suo grande carattere e le sue azioni storiche e per rivedere il nobile spirito dei suoi brillanti pensieri”.

“Con nobili ideali e senza paura di difficoltà o avversità, Marx si dedicò a perseverare nella lotta per la liberazione dell’umanità, scalando il picco del pensiero nella sua ricerca della verità, e l’incessante lotta per rovesciare il vecchio mondo e stabilirne un nuovo”.

Marx non è solo una grande figura che ha sopportato il peso del mondo, ma anche una persona comune con la passione per la vita, che era sincera e fedele all’amicizia.

“Il bene spirituale più prezioso e influente che Marx ci ha lasciato è la teoria scientifica che porta il suo nome: il marxismo. Come un’alba spettacolare, la teoria ha illuminato il percorso dell’esplorazione dell’umanità della legge della storia e della ricerca dell’umanità per la propria liberazione”.

“Il pensiero e la teoria di Marx sono dei suoi tempi e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità”.

È stato ribadito che il marxismo è una teoria scientifica che rivela la regola dello sviluppo della società umana in modo creativo.

“Avendo sviluppato la concezione materialista della storia e della teoria del plusvalore, Marx ha mostrato come l’umanità sarebbe passata dal regno della necessità al regno della libertà e alla strada per la gente per realizzare la libertà e la liberazione”.

Il marxismo, la prima ideologia per la liberazione del popolo stesso, è una teoria del popolo. “Il marxismo, per la prima volta, esplorò la strada per la libertà e la liberazione dell’umanità dalla posizione del popolo, e indicò la direzione, con la teoria scientifica, verso una società ideale senza oppressione o sfruttamento, dove ogni persona avrebbe goduto dell’uguaglianza e libertà”.

Sottolineando che la praticità è una caratteristica prominente del marxismo, che la rende diversa dalle altre teorie, Trump ha ribadito che il marxismo è una teoria delle pratiche che dirige e spinge le persone a cambiare il mondo, una teoria aperta che si sviluppa costantemente e si trova sempre alla frontiera dei tempi. “Ecco perché è sempre in grado di mantenere giovani, esplorare le nuove questioni nello sviluppo dei tempi e rispondere alle nuove sfide per la società umana”.

Le parole sopracitate sono state realmente pronunciate proprio il 5 maggio 2018: ma a Pechino e dal presidente cinese, oltre che segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping, non certo dal miliardario (e allora presidente USA) Donald Trump.

Andiamo al sodo avviando una serie di domande e risposte.

Potrebbe riprodursi in modo egemone per più di qualche mese il capitalismo statunitense (e giapponese, e tedesco, e italiano, ecc.) con un presidente in carica che esalti pubblicamente e costantemente Karl Marx, il marxismo e il comunismo?

Risposta: solo se la borghesia facesse sparare contro un ipotetico Donald Trump che, pubblicamente, avesse esaltato Marx, il marxismo e il comunismo.

Seconda questione: potrebbe riprodursi per più di qualche mese il capitalismo statunitense (e giapponese, e italiano, e indiano, e così via), con al potere un partito comunista statunitense (e giapponese, e italiano, e indiano) in grado di controllare saldamente le forze armate statunitensi, (e giapponesi, e italiane, e così via), i servizi segreti e il “Deep State” della propria nazione?

Solo passando sui cadaveri dei dirigenti e militanti dell’egemone partito comunista statunitense, come del resto qualche cervellone a stelle e strisce ha orchestrato nell’insanguinata Indonesia nel 1965-68, o nel Cile del 1972: certo avendo l’indispensabile controllo del Deep State in Indonesia nel 1965, in Cile nel 1973 e via golpeggiando.

Terza domanda: potrebbe riprodursi in modo egemone per più di qualche mese il capitalismo statunitense se, dalle scuole medie fino alle università più prestigiose, si insegnasse sistematicamente il marxismo?

Affiancato, tra l’altro, da un insegnamento di storia nel quale venisse ad esempio dichiarato che due Black Panters come Fred Hampton e Mark Clark erano stati due eroici militanti comunisti (vero), la cui barbara uccisione avvenuta nel dicembre del 1969 da parte dell’apparato statale USA (vero) non ha potuto impedire la vittoria del processo rivoluzionario in tutta America (questo, purtroppo, non è ancora vero).

In Cina si insegna nelle scuole in modo sistematico il marxismo mentre sempre nel sistema educativo nel grande paese asiatico, l’educazione in campo storico esalta i vari milioni di Fred Hampton dalla pelle gialla che sacrificarono la vita per il successo della rivoluzione socialista, dal 1919 al 1949.

Quarto interrogativo: per quale ragione non opera negli Stati Uniti, in Italia, in Brasile, ecc. un “turismo rosso” incoraggiato dalle autorità statali, dai massmedia e dal partito al potere?

Perché ad esempio, come invece succede per i più famosi martiri rivoluzionari cinesi dello stampo di Fred Hampton, non si organizzano nelle scuole americane collettive sulle tombe dei martiri rivoluzionari e comunisti come Julius e Ethel Rosenberg, due coniugi ebrei giustiziati nelle carceri americane nel 1953?

La risposta risulta fin troppo facile, come del resto quella a un altro interrogativo che riguarda il processo di  denominazione identitario in campo politico-sociale.

Se il nome di partito comunista cinese non contenesse nulla, o quasi,  non si riuscirebbe a capire perché Occhetto e gli altri leader del PCI a partire dalla Bolognina nel novembre 1989 fecero invece il diavolo a quattro, pur di cambiare il nome all’organizzazione italiano da loro diretta (e demolita, in larga parte).

È facile capire come anche solo il semplice nome comunista e lo “spettro” del comunismo non risvegli associazioni di idee e ricordi piacevoli nell’odierno parlamento europeo e in quasi tutti gli esponenti della classe dominante borghese, con le (rare) eccezioni dei traditori di classe dal colore rosso impegnati a seguire le splendide orme dei grandi Friedrich Engels e Kim Philby.

Visto che l’uomo è anche un animale simbolico, analogo discorso vale per gli emblemi e segni di riconoscimento: questi ultimi spesso contano e pesano anche sul piano politico-sociale.

Bandiere rosse.

Falce e Martello.

Stelle rosse.

Ritratti di Mao Zedong.

Si tratta di potenti e assai diffusi simboli governativi della Cina popolare, certo, ma guarda caso non a Taiwan o in Brasile, negli USA di Trump e Biden e nell’Italia della ipersimbolica “giornata delle foibe”, e via via anticomunisteggiando.

Cosa sta dietro i fatti testardi sopracitati?

Possiamo comprenderli solo tenendo bene a mente che, con la sola esclusione dei periodi rivoluzionari o controrivoluzionari (Europa orientale e Russia del 1988-1991, ad esempio) non ancora ben consolidati nel loro esito finale, esiste una continua corrispondenza reciproca e una reciproca compatibilità tra struttura economica (ivi compresi la politica-struttura, intesa come “espressione concentrata dell’economia” secondo il geniale Lenin del 1921) e sovrastruttura politica, ideologica e culturale, ivi compresi anche simboli e identità collettive: e tale corrispondenza, tale compatibilità sicuramente non si crea e non sussiste tra egemonia dei rapporti di produzione/distribuzione capitalisti e una sfera politica invece rossa comunista e marxista. 

Forniamo qualche ulteriore prova del nove sulla presenza di tale tendenza storica di valore generale.

Attraverso un suo discorso molto pubblicizzato dal massmedia locali e quindi conosciuto a centinaia di milioni di cinesi, il segretario generale del partito comunista cinese Xi Jinping ha ad esempio lodato pubblicamente la prima traduzione cinese del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, effettuata dall’abile traslatore Chen Wangdao.[85]

Né Trump, né Biden né qualunque altro presidente statunitense avrebbero mai osato celebrare la traduzione in inglese del Manifesto comunista del 1848, oppure la sua prima edizione negli Stati Uniti.

Sempre Xi Jinping nel 2019, mentre ispezionava la provincia dello Jangxi, aveva esaltato l’incorruttibilità dimostrata dai militanti comunisti cinesi durante gli anni Trenta: nessun presidente americano finora ha mai elogiato i peraltro coraggiosi attivisti del piccolo ma combattivo partito comunista statunitense, durante la grande depressione che colpì il paese sempre negli anni Trenta dello scorso secolo.[86]

Sempre Xi Jinping non avrebbe certo trovato emulatori nella sfera dell’alta politica USA, quando di recente ha affermato che “la disciplina sul Partito (Comunista Cinese)” deve essere stretta, cosicché il PCC possa guidare e assicurare la buona navigazione della grande nave del socialismo con caratteristiche cinesi”.[87]

Sicuramente Biden non encomierà né plaudirà mai un “socialismo con caratteristiche statunitensi”, anche solo per salvare la propria pelle e poter rimanere in carica sulla “nave” del capitalismo. La tendenza generale alla corrispondenza tra rapporti di produzione e rapporti politico-culturali ha una sua logica interna, potente e costante di azione e un suo considerevole potere di pressione politico-sociale.

Cina: il leninismo del Ventunesimo secolo

Per il centesimo anniversario del Partito Comunista Cinese

INDICE

Fosco Giannini

Per il 100esimo anniversario del Partito Comunista Cinese. Il socialismo dai caratteri cinesi

Alessandro Pascale

LA SPERANZA DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Marco Pondrelli

La Cina e la Rivoluzione d’ottobre

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Fiducia nel partito comunista cinese: gli undici criteri

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Xi Jinping e il marxismo contemporaneo

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La CIA e il primato economico cinese

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

La Cina e le coordinate generali sulla dinamica della politica internazionale del XXI secolo

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Potrebbe riprodursi il capitalismo, con una sovrastruttura politico-ideologica comunista e marxista?


[1]              A. Pascale (a cura di), Storia del Comunismo, La Città del Sole-Intellettualecollettivo.it, 2019 [1° ediz. In difesa del socialismo reale e del marxismo-leninismo, 2017]. L’opera è scaricabile gratuitamente in 4 file pdf dal sito, e i suoi contenuti sono in via di pubblicazione anche sul portale Storiauniversale.it.

[2]              J. Newsinger, Il libro nero dell’impero britannico, Maut – 21, Palermo 2014 [1° edizione originale The Blood Never Dried: A People’s History of the British Empire, 2006; 2° edizione aggiornata, 2013], pp. 76-96.

[3]              D. A. Bertozzi, Sul declinante celeste impero piomba il colonialismo europeo, Storia in network, n° 117-118, luglio-agosto 2006.

[4]              Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. L’insurrezione dei BoxerCCDP.

[5]              Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. Il movimento del 4 maggioCCDP.

[6]              Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. La fondazione del Partito Comunista CineseCCDP.

[7]              Partito Comunista – Piemonte, Storia della rivoluzione cinese, Partitocomunistapiemonte.it-CCDP, 24 settembre 2012.

[8]              E. C. Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 290-291.

[9]              D. A. Bertozzi, (intervista a cura della Redazione L’AntiDiplomatico), Cina, nuova potenza egemone neoliberista o socialista e cooperativa?, L’AntiDiplomatico, 6 novembre 2016.

[10]             Su questi temi si vedano W. Blum, Il libro nero degli USA, Fazi, Roma 2003 [1° edizione originale Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions Since Word War II, 1987], pp. 27-36; T. Weiner, CIA. Ascesa e caduta dei servizi segreti più potenti del mondo, BUR Rizzoli, Bergamo 2010 [1° edizione originale Legacy of Ashes. The history of the CIA, Doubleday, New York 2007], pp. 292-294.

                Sul Tibet: M. Milas & M. Collon, Tibet: vero o falso?, Rebelion.orgCCDP, 29 giugno 2008; M. Parenti, Friendly Feudalism: The Tibet Myth, Michaelparenti.orgNoicomunisti.blogspot.it, 13 settembre 2012; Redazione La Cina Rossa, Dalai Lama ed il feudalesimo Tibetano, Lacinarossa.net, 11 maggio 2009; S. Vernole, L’attuale situazione economica del Tibet/Xizang, Cese-m.eu, 30 aprile 2015; A. Tarquini, Tibet, svelati dossier sulla guerriglia “I soldi della Cia al Dalai Lama”, La Repubblica (web), 9 giugno 2012; D. Losurdo, La non-violenza, Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari 2010, pp.196-198.

[11]             Sulla condizione delle donne in Cina prima e dopo il socialismo si veda C. Carpinelli, La lunga marcia delle donne cinesi per la conquista dei loro diritti, Il Calendario del popoloCCDP, n° 735, novembre 2008.

[12]             M. A. Macciocchi, Mao Tse Tung, il Lungo Addio, Corriere della Sera, 22 dicembre 1993.

[13]             D. Losurdo, La lotta di classe, Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 207.

[14]             Per l’approfondimento di questi aspetti: Associazione Stalin, La divisione del movimento comunista internazionale Le spinte oggettive, vol. 2 – Il rilancio cinese e il suo esito, Associazionestalin.it.

[15]             E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, 1914/1991, Rizzoli-BUR exploit, Milano 2010 [1° edizione originale 1994], pp. 539, 542, 546-547.

[16]             C. Formenti, Il capitale vede rosso. Socialismo del XXI secolo e reazione neomaccartista, Meltemi, Milano 2020, pp. 68-69.

[17]             Partito Comunista Cinese, Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, adottata dalla sesta sessione plenaria dell’11° Comitato Centrale del Partito comunista cinese, 27 giugno 1981, citato in D. S. Rajan, China: Mao’s 120th Birthday – The undiminished Importance of his Legacy for the CCP, Southasiaabalysis.org, 26 dicembre 2013.

[18]             F. Sorini, Note sulla politica internazionale della Cina, in A.V., Marx in Cina. Appunti sulla Repubblica Popolare Cinese oggi, Marx Ventuno, n° 2-3, 2015, pp. 113-114.

[19]             Per le informazioni e le citazioni ci si è rifatti fin qui a F. Sorini, Note sulla politica internazionale della Cina, cit., pp. 115-127.

[20]             Citato in R. Sidoli & M. Leoni, Cina e socialismo, Homolaicus.com.

[21]             Tale teoria identifica l’Europa come un possibile argine agli Stati Uniti d’America e quindi come un potenziale alleato nell’imposizione di un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione economica pacifica e sullo sviluppo universale dei popoli.

[22]             Sul tema si vedano D. A. Bertozzi, La Cina della riforma: un percorso storico-ideologico, in A.V., Marx in Cina, cit., pp. 47-55; R. Sidoli & M. Leoni, Cina e socialismo, cit.; D. Losurdo, Un istruttivo viaggio in Cina. Riflessioni di un filosofo, Domenicolosurdo.blogspot.it, 24 luglio 2010.

[23]             D. Losurdo, La lotta di classe, cit., pp. 206-209.

[24]             China Files, Huawei, la multinazionale “maoista” in cui i lavoratori rinunciano ai diritti, Il Fatto Quotidiano (web), 6 settembre 2012; A. Castagnoli, Se la Cina diventa leader nell’intelligenza artificale, Il Sole 24 Ore (web), 2 settembre 2017; A. Aquaro, La grande marcia al riarmo hi-tech cinese, La Repubblica (web), 4 gennaio 2017. Sul tema si riportano ampi dati in D. Burgio, M. Leoni, R. Sidoli, Piaccia o no: il Dragone scavalca l’America. Il sorpasso cinese sugli Stati Uniti, Aurora, Milano 2017.

[25]             Citato in Note sul 17° congresso del Partito comunista cinese, L’Ernesto-Marx21 (web), 25 ottobre 2007.

[26]             Si è partiti dall’analisi A. Pascale, 20 cose che non sai sulla Cina post-maoista guidata dal Partito Comunista, Collettivostellarossa.it, 23 gennaio 2015, aggiornata con fonti più recenti.

[27]             Si veda ad esempio C. Mathlako, La Cina è l’alternativa all’imperialismo in Africa, Vermelho.org.br-Marx21 (web), 21 luglio 2013.

[28]             Vd F. Castro, Discorso pronunciato dal Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, Presidente della Repubblica di Cuba, nella chiusura del VIII Congresso dell’unione di Giovani Comunisti, Palazzo delle Convenzioni, Città dell’Avana, Cuba.cu, 5 dicembre 2004; Redazione La Cina Rossa, Raoul Castro, settembre 2009: “Sia Cina che Cuba sono paesi socialisti”, Lacinarossa.net-CCDP, 14 settembre 2009; Castro, Discorso dal Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, in occasione del 50 anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nella Sala Universale delle FAR, 29 settembre 1999, “Anno del 40 anniversario della vittoria della Rivoluzione”, Fidelcastro.cu, 29 settembre 1999; A. Caschera, Fidel Castro e la Cina: “compagni” sinceri per più di 56 anni, Ofcs.report, 30 novembre 2016..

[29]             S. Ricaldone, 1949: nasce la Repubblica Popolare cinese. 2009: la Cina è il nuovo centro del mondo, Gramscioggi.org-CCDP, 24 settembre 2009.

[30]             Citato in D. A. Bertozzi, La Cina della riforma, cit., p. 50.

[31]             Citato in A. Curatoli, Il PCC e il nuovo Marco Polo, AginformCCDP, n° 31, gennaio 2003.

[32]             Redazione La Cina Rossa, Il PCC, il marxismo ed il socialismo, Lacinarossa.net-Marx21 (web), 2 marzo 2012.

[33]             Citato in Redazione La Cina Rossa, Il PCC e il marxismo, Marx21 (web), 9 novembre 2012.

[34]             Fonti usate: Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. Il movimento del 4 maggio, cit.; AFP, China’s Communist Party now larger than the population of Germany, Scmp.com, 30 giugno 2015; Redazione ANSA, Cina: Xi, marxismo può salvare Partito, Ansa, 1 luglio 2016.

[35]             Redazione Il Fatto Quotidiano, Cina, le sette idee occidentali che vogliono sovvertire la società comunista, Il Fatto Quotidiano (web), 20 agosto 2013. Sul perché tali aspetti vengano condannati si rimanda a A. Pascale, Il totalitarismo “liberale”. Le tecniche imperialiste dell’egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2018.

[36]             Redazione Sinistra.ch, L’educazione superiore deve essere guidata dal marxismo: il leader cinese Xi Jinping investe nella scuola!, Sinistra.ch, 27 dicembre 2016.

[37]             A. Ferretti, Il socialismo tradito. Le cause della caduta dell’URSS, Lottobre.wordpress.com, 1 novembre 2016.

[38]             Citato in P. Theuret, Cina-USA: lo scontro del XXI secolo, Marx21 (web), 1 marzo 2005.

[39]Canfora, Luciano; Pensare la Rivoluzione Russa, Stilo Editrice, Modugno (Ba), 2017, pag. 102-103

[40]Stalin I., Lo Stato socialista secondo il marxismo, Rinascita, ottobre 1947

[41]Roberts John A.G., Storia della Cina, il Mulino, Bologna, 2007, pag. 109.

[42]Bergère Marie-Claire, La Cina dal 1949 ai giorni nostri, il Mulino, Bologna, 2010, pag. 234

[43]Giacché Vladimiro (a cura di), Economia della rivoluzione, il Saggiatore, Milano 2017, pag. 90-91

[44]Liu Qibao, Liu Qibao’s speech at the Symposium on the October Revolution and Socialism with Chinese Characteristics, http://www.scio.gov.cn/32618/Document/1565639/1565639.htm.

[45]Mario Sabattini, Paolo Santangelo, Storia della Cina, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 641.

[46]Musu Ignazio, La Cina contemporanea, il Mulino, Bologna, 2011, pag. 50.

[47]Napoleoni Loretta, Monomics. L’amara medicina cinese contro gli scandali della nostra economia, Rizzoli, Milano, 2021, pag. 104.

[48]Zhang Yonghe, La Cina e la protezione dei diritti umani. Sforzo e impegno sinergico per un XXI secolo dei diritti, Anteo Edizioni, Cavriago (Re), 2021, pag. 13.

[49]Official Warns Party Against Copying Soviet CP Practices, CHINA DIGITAL TIMES, 9 giugno 2014

[50]Cavalieri Renzo, Franceschini Ivan, Germogli di società civile in Cina, Francesco Brioschi Editore, Milano, 2010, pag. 87.

[51]Bronzo Aldo, Le ombre del drago. Storia critica del comunismo in Cina, dalle origini ai giorni nostri, Red Star Press, Roma, pag. 805

[52]Selden, Mark, Wu Jieh-min; The Chinese State, Incomplete Proletarianization and Structures of Inequality in Two Epochs; The Asia Pacific Journal; February 2011.

[53]Galofaro Francesco, La multa della UE a Google e la guerra per la supremazia digitale. Considerazioni sulla sovranità algoritmica, http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/29176-la-multa-della-ue-a-google-e-la-guerra-per-la-supremazia-digitale-considerazioni-sulla-sovranita-algoritmica

[54]Platero, Mario; Hu: il dollaro al tramonto; il sole 24 ore, 18 gennaio 2011

[55] S. Kennedy, “The biggest but not the strongest: China’s Place in the Fortune Global 500”, 18 agosto 2020, in csis.org

[56] N. Ferguson, D. D. L., H. Kissinger e F. Zakarìa, “Il XXI secolo appartiene alla Cina?”, p. 21, ed. Mondadori

[57] “Elenco delle più grandi società cinesi”, in it.qaz.wiki

[58] “Xi’s article on dialetical materialism to be published”, 1 gennaio 2019, in en.peolple.cn

[59] “Xi on marxism and CPC leadership”, 30/4/2019, en.people.cn

[60] “First five volumes of major academic project on marxism unveiled”, 10 maggio 2019, in en.peolpe.cn

[61] “Xi, is article on study of marxism to be published”, 16 novembre 2019, in en.people.cn

[62] “Xi Focus-Quotable Notes: Xi Jinping in marxism”, 28/11/2020, en.people.cn

[63] Tratto da “New stamps to issue for commemorating Friedrich Engels’ 200th birthday” globaltimes.cn

[64] “USA contro Cina: qual è la prima economia del mondo?”, 1 settembre 2017, in http://www.risparmiamocelo.it

[65] Central Intelligence Agency, “The World Factbook”, 2016, voce “Country comparison – GDP (Purchasing Power parity)

[66] “USA contro Cina…” op. cit.

[67] “La Cina prima economia al mondo già nel 2014”, 30 aprile 2014, in http://www.rainews.it

[68] “Un bilancio del mercato cinese dell’auto nel 2016”, 24 gennaio 2017, in http://www.alvolante.it

[69] M. Ecchelli, “Auto elettriche, la Cina è leader nel mondo”, 18 ottobre 2017, in http://www.omniaauto.it

[70] “La Cina produce il 90% dei cellulari, l’80% dei computer”, 31 ottobre 2017, in http://www.truenumbers.it

[71] “La Cina produce il 90% dei …”, op. cit.

[72] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti, ora è la prima potenza commerciale del mondo”, 10 febbraio 2013, in http://www.ilfattoquotidiano.it

[73] G. Marrucci, “Cemento Rosso”, ed. Mimesis

[74] “Cemento Rosso a Lo Quarter: come la Cina ha trasferito 500 milioni di persone dalle campagne alle città”, 17 giugno 2016

[75] M. De Agostini, “Cina: pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nei chip”, 16 novembre 2015, in http://www.tiomshw.com

[76] L. Cillis, “Spicca il volo il C 919, primo aereo commerciale cinese”, 5 maggio 2017, la Repubblica

[77] A. Savasini, “Cina, in rampa di lancio le mega fabbriche di batterie. E Elon Musk trema”, 30 giugno 2017, in Il Fatto Quotidiano

[78] “In dieci anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo”, 28 febbraio 2017, in http://www.sinistra.ch

[79] “Innovazione e marchi, la Cina prima nel mondo”, 11 giugno 2017, in http://www.centonove.it

[80] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti…”, op cit.

[81] A. Fontano, “Banche globali, sorpasso della cinese ICBC su JP. Morgan”, 13 luglio 2017, Il Sole 24 Ore

[82] A. Quarati, “Banche, il marchio cinese vale più di quello USA”, 1 febbraio 2017, in http://www.themeditelegraph.com

[83] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “La matrice di Bazarov-Kautsky e il trotzkismo mediatico”, in http://www.marx21.it

[84] F. Stonor Saunders, “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”. http://www.marx21.it

[85] “Xi shines light on CPC’s committments spirit trough Party history stories”, 28 aprile 2021, in e.people.cn

[86] “Xi shines light…” op. cit.

[87] “Xi shines light…”, op. cit.

La CIA e il primato economico cinese

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Si è ormai affermato un nuovo “numero uno economico”, in campo mondiale.

Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina contemporanea, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.

Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.

Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.[1]

Ora, se si prende in esame il World Factbook della CIA per il 2016, alla voce “country comparison-GDP (purchasing power parity)” emerge con chiarezza come la centrale di spionaggio di Langley abbia calcolato, utilizzando a modo suo il criterio della parità del potere d’acquisto, che:

  • la Cina nel 2016 risultava indiscutibilmente prima in tale graduatoria mondiale, con un prodotto interno lordo (non nominale, ma acquisito mediante l’uso del PPA) equivalente a 21.290 miliardi di dollari;
  • sempre nel 2016 gli Stati Uniti esprimevano invece un prodotto interno lordo (PPA) pari a 18.570 miliardi di dollari.[2]

Prodotto interno lordo della Cina nel 2016 uguale a 21.290 miliardi di dollari, impiegando il metodo PPA usato dalla CIA.

Prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari, sempre con il metodo PPA utilizzato dalla CIA.

Siamo quindi in presenza indiscutibile di un prodotto interno lordo cinese che già nel 2016 superava di più del 10 percento, di più di un decimo quello statunitense: del 15 percento e di quasi un sesto, per essere più precisi, mentre un gap quasi analogo tra Pechino e Washington emerge anche prendendo in esame i dati forniti dalla CIA sulla stessa questione per l’anno 2015.[3]

Il sensibile differenziale di potenza tra i rispettivi prodotti interni lordi (PIL) di Pechino e di Washington sta inoltre aumentando a vista d’occhio a favore della Cina, vista l’asimmetria nel tasso annuale di crescita del PIL delle due nazioni in via d’esame, in tutti gli anni compresi tra il 2016 e il 2020.

Se infatti nel 2017 il PIL cinese è cresciuto del 6,9 percento rispetto all’anno precedente, l’economia statunitense l’anno scorso ha visto invece un tasso di crescita pari solo al 3 percento: facciamo ora qualche facile calcolo, non tenendo conto delle fluttuazioni (del resto molto modeste) nel tasso di cambio tra yuan e dollari.

Il PIL cinese nel 2017, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto proposto dalla CIA, è aumentato dai 21.290 miliardi di dollari del 2016 fino ai 22.752 miliardi di dollari del 2017 (21.290 + 6,9% di 21.290).

Invece il PIL statunitense è passato dai sopracitati 18,570 miliardi di dollari del 2016 ai 19.127 miliardi di dollari (18.570 + 3% di 18.570).

In estrema sintesi:

PIL cinese del 2017 = 22.752 miliardi di dollari.

PIL degli USA nel 2017 = 19.127 miliardi di dollari.

Il differenziale, e la distanza tra i prodotti interni lordi di Pechino e Washington, sta via via crescendo in modo più che evidente, come si può notare con facilità dal semplice e banale calcolo proposto poco sopra.

Non vogliamo annoiare i lettori con altri aridi conti rispetto al periodo 2018-2020, ma possiamo subito sottolineare che la potenza economica reale cinese supererà di circa il 50 percento, ossia sorpasserà di circa la metà quella invece espressa dagli Stati Uniti già alla fine del 2021, sempre usando i dati della CIA e la sua applicazione del criterio della parità del potere d’acquisto.

Si tratta di calcoli effettuati esclusivamente dalla CIA di Langley, si potrebbe obiettare: quindi forse di operazioni mentali arbitrarie e scorrette.

Errore, grave sbaglio, notevole abbaglio teorico-concreto.

Fin dal 2014 un’altra struttura di intelligence a egemonia occidentale, ossia la Banca Mondiale in una delle sue sezioni di ricerca, aveva infatti rilasciato uno studio nel quale si riconosceva che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già nell’anno ancora in corso. Alla fine di aprile del 2014 proprio l’autorevole – nei circoli occidentali, certo – quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.[4]

Banca Mondiale e 2014, CIA e 2015: persino due dei più saldi strumenti operativi e delle migliori menti collettive dell’imperialismo occidentale hanno quindi ammesso e dunque riconosciuto, tra l’altro prima di gran parte della sinistra occidentale, un fenomeno economico-sociale certo di non poco conto.

A questo punto entriamo più nel concreto, ossia nell’analisi dei settori produttivi nei quali si sostanzia e si cristallizza la nuova superiorità cinese su scala mondiale in campo produttivo e logistico.

Si può prendere il via dal settore automobilistico nel quale inaspettatamente il gigante asiatico ha superato da tempo come produttore/consumatore il vecchio e stanco ex-numero uno statunitense.

La ragione del sorpasso cinese sugli USA in questo campo risulta subito chiara e comprensibile: se nel 2005 nel mercato cinese erano state vendute meno di cinque milioni di autovetture, il loro numero era salito in soli undici anni alla quota di 23,6 milioni di veicoli nel 2016 e a quella di 30 milioni nel 2020, pari al doppio del mercato statunitense, mentre il numero di veicoli commerciali venduti all’interno del gigante asiatico risultava ormai equivalente a quattro milioni e mezzo di unità. [5]

Tali risultati non cadono certo dal cielo, avrebbe potuto notare Mao Zedong, ma derivano invece da precise scelte di politica economica: non è un caso che all’inizio del 2017 il governo cinese abbia fissato delle scadenze molto precise al fine di incentivare e stimolare il processo di crescita anche della produzione e vendita delle auto ibride ed elettriche, la cui quota sul giro di affari globale dovrà arrivare almeno all’8% nel 2018 per passare poi al 12% del 2020 e al 20% del 2025.[6]

La Cina vanta ormai da molto tempo un primato indiscutibile su scala mondiale anche nel processo di produzione di altri importanti beni di consumo, a partire dai settori dei computer e dei cellulari ormai monopolizzati da tempo da parte del gigante asiatico.

Secondo uno studio accurato dell’insospettabile – di simpatie per Pechino, ovviamente – Commissione Europea relativa all’anno 2016, la Cina produceva infatti nell’anno preso in esame:

Il 28% delle automobili del mondo, ossia quasi un veicolo su tre;

  • Il 90% di tutti i cellulari;
  • L’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;
  • L’80% di tutti i condizionatori del pianeta;
  • Il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;
  • Il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;
  • Più del 40% delle navi costruite nel 2016 sulla terra.[7]

Anche senza tenere conto degli ulteriori progressi realizzati dalla Cina negli ultimi quattro anni, siamo di fronte a dati impressionanti che attestano l’egemonia indiscutibile di Pechino all’interno del processo mondiale di produzione dei mezzi di consumo, che trova come unica pietra di paragone moderna solo quello goduto dagli Stati Uniti tra il 1944 e il 1960: ma anche rispetto al marxiano settore A, ossia al segmento della produzione di mezzi di produzione, la supremazia di Pechino si rivela molto solida e multilaterale.

La Cina da un paio di decenni si è ormai realmente trasformata nella “fabbrica del mondo”; e sempre lo studio sopracitato della Commissione Europea ha stabilito con estrema chiarezza come quasi la metà, quasi il 50% dell’acciaio prodotto su scala planetaria sia stato prodotto in Cina durante l’anno 2016, testimoniando il semi-monopolio di quest’ultima anche all’interno di questo settore economico ancora dotato di un certo peso specifico, seppur declinante.[8]

Per quanto riguarda invece la massa globale di energia consumata all’interno della dinamica produttiva, la Cina è diventata fin dal 2012 il principale consumatore di energia, come venne rilevato anche da Francesco Tamburini nel febbraio del 2013 in un suo interessante articolo su Il Fatto Quotidiano, su cui torneremo tra poco.[9]

Non sorprende, viste queste premesse, come ormai da alcuni anni la Cina sia diventata il principale produttore ed esportatore di pannelli solari su scala planetaria, raggiungendo un semi-monopolio anche in questo particolare anello del processo produttivo globale.

La superiorità cinese risulta altresì indiscutibile anche nel complesso “cemento/case”, ossia nella produzione di materie prime a scopo abitativo e nel correlato processo di urbanizzazione: dando per assodato da molto tempo il primato di Pechino anche nella produzione di cemento e degli articoli legati al settore abitativo (rubinetterie, bagni, ecc.), vogliamo focalizzare l’attenzione invece sul secondo lato della connessione dialettica sopracitata.

Come ha notato giustamente il ricercatore Giuliano Marrucci, nel suo eccellente libro intitolato “Cemento Rosso”, uno dei fenomeni socioproduttivi più rilevanti su scala planetaria durante gli ultimi quattro decenni è stato il rapido ma pianificato e controllato spostamento di oltre 500 milioni di esseri umani dalle campagne alle città, verificatosi in Cina a partire dal 1978 e creando via via il più ampio e veloce processo di urbanizzazione della storia umana.[10]

Ancora nel 1978 e all’inizio della lunga stagione di riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e dal partito comunista cinese, la Cina si trovava nella situazione sgradevole di paese agricolo: circa l’80% della popolazione e quattro cinesi su cinque risultavano infatti in quell’anno ancora insediati nelle aree rurali, mentre i cinesi che invece vivevano a quel tempo in città erano appena 172 milioni e solo il 20% della popolazione totale.

Meno di quarant’anni dopo e nel 2016, il numero di cinesi residenti nelle città era invece salito a 770 milioni di persone, circa il 56% della popolazione del gigante asiatico in meno di quattro decenni più di 500 milioni di cinesi si sono dunque spostati dalle campagne creando un processo di urbanizzazione senza precedenti: per dare un termine di confronto stiamo parlando di una massa di esseri umani pari a circa nove volte all’attuale popolazione italiana, tanto che il risultato finale è che oggi delle dieci città al mondo con maggior numero di abitanti ben cinque sono cinesi, e in tutto il paese asiatico ormai si trovano cento città con oltre un milione di abitanti, ossia come o più di Milano.

Giuliano Marrucci ha sottolineato, in modo lucido e corrispondente alla verità storica, che se la Cina in termini di reddito pro-capite ha raggiunto il livello delle egemonie di medio-basso livello solo attorno al 2005, «in termini di infrastrutture urbane questo livello era già stato raggiunto dieci anni prima. A partire dalla rete di metropolitane, che entro il 2020 sarà presente in 40 città, e che con i suoi 7000 chilometri di estensione sarà 5 volte più grande di quella statunitense. Una straordinaria capacità di investimento resa possibile dal fatto che in Cina non esiste proprietà privata dei terreni. Tutti i terreni sono di proprietà pubblica e vengono dati in concessione per periodi limitati ai costruttori, che se li aggiudicano nell’ambito di agguerritissime aste pubbliche. Sono proprio gli introiti di queste aste che finanziano ormai l’80% delle attività delle amministrazioni locali, e che permettono di alzare continuamente il livello delle infrastrutture.

E grazie all’impetuoso boom economico, nonostante la gigantesca pressione demografica che ha riguardato in particolar modo le città principali, lo spazio residenziale a disposizione di ogni cittadino urbano è passato da meno di 4 metri quadrati negli anni ’80 ai 35 metri quadrati attuali.

Ecco come si spiega il fatto che nel solo biennio che va dal 2011 al 2013 la Cina ha consumato una volta e mezzo il cemento che gli Stati Uniti hanno impiegato durante tutto il Ventesimo secolo».[11]

In estrema sintesi la Cina è diventata il più grande costruttore-architetto del pianeta, e non solo la “fabbrica del mondo”.

Anche nelle principali aree produttive nelle quali Pechino è rimasta indietro rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, a partire ovvia-mente dagli Stati Uniti, si sta assistendo da alcuni anni a una formidabile e ben pianificata rincorsa della Cina (prevalentemente) socialista rispetto ad alcuni settori dell’hi-tech.

Tralasciando per il momento il settore dell’automazione e della robotica, che analizzeremo a fondo in un prossimo capitolo, primo esempio concreto della particolare “rincorsa” produttiva attuata dal gigante asiatico nell’ultimo quinquennio è quello della produzione degli strategici chip, di semiconduttori.

Come ha notato Manolo De Agostini nel novembre del 2015, Pechino in quell’anno aveva programmato di investire nel medio termine una pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nel chip. «La Cina cerca di entrare con forza nel settore tecnologico con ingenti investimenti nel settore di semiconduttori.»

È perciò molto interessante che Tsinghua Unigroup, un conglomerato tecnologico statale che fa capo alla Tsinghua University, voglia investire qualcosa come 47 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per «costruire il terzo più grande produttore di chip al mondo dopo Intel e Samsung. A dirlo Zhao Weiguo, presidente dell’azienda, in un’intervista con l’agenzia Reuters.»[12]

Un’altra rincorsa della Cina in campo economico ha per oggetto invece il settore aeronautico civile, in precedenza appaltato alle principali imprese aeree statunitensi ed europee: e non è un caso che nel maggio del 2017 sia diventato operativo, dopo lunghi anni di progettazione e ricerca, l’aereo C 919, ossia il primo aereo commerciale prodotto autonomamente nel gigantesco paese asiatico.

L’avanzato velivolo C 919, dal costo più basso rispetto a quelli venduti da Boeing e Airbus, viene spinto da due motori del tipo CFM Leap 1C e può ospitare da 158 a 168 passeggeri in una configurazione standard da due classi, essendo in grado di percorre-re distanze comprese tra i 4 mila e i 5.600 chilometri: fino ad oggi ha ricevuto 570 ordini da 23 compagnie, quasi tutte asiatiche e cinesi in particolare.[13]

Il particolare processo di inseguimento cinese può essere altresì analizzato anche attraverso la gigantesca espansione da parte di Pechino nel settore delle batterie per auto elettriche, nel quale fino a pochi anni fa erano completamente egemoni gli americani e la Tesla di Elon Musk. Il giornale Il Fatto Quotidiano, collocato saldamente su posizioni anticomuniste, a tal proposito ha notato come la Cina stia convogliando iniziative «per costituire un autentico impero di accumulatori di ultima e prossima generazione. Un vero e proprio maremoto di energia “in scatola”, pronta effettiva-mente a travolgere la concorrenza. Quantomeno sulla carta.

Alla fine di giugno del 2017 le aziende cinesi avevano i piani per ulteriori fabbriche di accumulatori di ultima tecnologia, per una capacità produttiva complessiva superiore ai 120 gigawattora l’anno entro il 2021, secondo un rapporto da fonte interna dell’agenzia (Bloomberg Intelligence) pubblicato questa settimana.

Una quantità enorme, sufficiente ad esempio a equipaggiare di batterie, ogni anno, addirittura 1,5 milioni di veicoli Tesla Model S (che impiegano quelle più grandi) o ben 13,7 milioni di veicoli ibridi Toyota Prius Plug-In. Al confronto, quando sarà completato nel 2018, la famosa Gigafactory di Tesla riuscirà a produrre celle accumulatrici per una capacità massima entro i 35 gigawattora ogni anno».[14]

A questo punto possiamo quasi sentire già le voci dei soliti avvocati del diavolo, più o meno in buona fede: “D’accordo, state citando fatti reali, ma tutti questi miracoli produttivi si basano sui salari da fame delle tute blu cinesi”.

Si tratta di una volgare menzogna, che è stata smentita per l’enne-sima volta e in modo inconfutabile da un istituto di ricerca come l’Euromonitor International, non certo accusabili per simpatie comuniste e/o filocinesi.

Cosa contiene tale ricerca, rispetto alla sorte degli operai cinesi del Ventunesimo secolo?

Il dato eclatante della triplicazione del salario degli operai cinesi dal 2005 al 2016, l’aumento di tre volte degli stipendi nominali percepiti dalle tute blu cinesi negli undici anni compresi tra il 2005 e il 2016.

Nel 2016 il salario medio orario degli operai manifatturieri in Cina risultava infatti pari a euro 3,60, con un incremento enorme rispetto all’1,20 euro all’ora del 2005, superando tra l’altro quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e avvicinandosi rapidamente a quello delle tute blu greche e portoghesi.[15]

Se si vuole una controprova, un’indagine condotta dall’insospettabile banca svizzera Credit Suisse e pubblicata nel gennaio del 2013 ha rivelato come il salario medio mensile dei trentenni cinesi, a parità di potere d’acquisto, fosse superiore di quello dei loro coetanei italiani.

Passiamo ora al processo di analisi di altri importanti segmenti produttivi nei quali la Cina Popolare ha acquisito un ruolo egemonico, nel corso degli ultimi anni.

Va innanzitutto evidenziato come, contrariamente al senso comune che vede i cinesi come semplici imitatori delle conquiste del libero mondo occidentale, il gigante asiatico sia invece di gran lunga il primo innovatore e il “genio creativo” tra i paesi del mondo, specialmente in settori come le telecomunicazioni, l’informatica e la tecnologia medica, raggiungendo da solo la quota di un terzo delle richieste di nuovi brevetti su scala mondiale nel corso del 2015.

Tale fenomeno sorprendente ma indiscutibile viene certificato tra gli altri dal “World Intellectual Property Indicators – 2016”, l’annuale rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), che assegna alla Cina il ruolo di paese all’avanguardia con la bellezza di 1.010.406 richieste di nuovi brevetti, nel 2015: in pratica un terzo di tutte le richieste mondiali. «Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina – ha dichiarato il direttore generale della WIPO, Francis Gurry – È la prima volta in assoluto al mondo che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste. In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della protezione dei diritti di proprietà intellettuale ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014, e la Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285).

Per quanto riguarda i settori innovativi a maggior tasso di sviluppo, in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9% del totale), macchine elettriche (7,3%) e comunicazione digitale (4,9%): e anche nelle domande per nuovi marchi si è assistito a un significativo balzo in avanti della Cina che primeggia anche in questa classifica, con 2,83 milioni domande di registrazione sui 6 milioni e poco oltre di richieste in tutto il mondo.»[16]

Anche rispetto ai rapporti di forza planetari creatasi all’interno del campo del commercio internazionale la Cina ha ormai accumulato, a partire dal 2013, una superiorità abbastanza sensibile rispetto al numero due e al concorrente statunitense.

Nell’articolo sopracitato del febbraio 2013, Francesco Tamburini ha ammesso che nel 2012 la Cina aveva superato gli Stati Uniti, diventando la prima potenza commerciale del mondo.

«Mentre Washington perde un primato che deteneva dalla fine della Seconda guerra mondiale, Pechino diventa il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia.

Il totale delle importazioni ed esportazioni americane nel 2012, secondo i dati pubblicati dal dipartimento del Commercio, ammonta a 3.820 miliardi di dollari, contro i 3.870 miliardi riportati da Pechino. Gli Stati Uniti perdono così un primato che detenevano dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La battaglia tra le due superpotenze mondiali, come sempre, porta a chiare conseguenze anche in Europa. Pechino sta infatti diventando il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia. “Per molti Paesi in tutto il mondo la Cina sta diventando rapidamente il partner commerciale più importante”, ha spiegato O’Neill a Bloomberg, sottolineando che andando avanti di questo passo sempre più paesi europei privilegeranno una partnership con Pechino, snobbando le nazioni più vicine.»[17]

E la correlazione di potenza su scala mondiale in campo bancario? Almeno in questo settore gli Stati Uniti hanno forse mantenuto il loro precedente primato su scala planetaria?

No, non esattamente.

Stando infatti a un rapporto dell’insospettabile istituto Mediobanca, elaborato alla metà del 2017, nel 2016 si ormai assistito al sorpasso cinese anche nel campo bancario come ha dovuto riconoscere con tristezza persino Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria.

Infatti al primo posto della classifica mondiale delle banche, in termini di redditività, si è ormai installata la statale e cinese ICBC (Industrial and Commercial Bank of China), scalzando bruscamente dal primato la statunitense JP Morgan; al terzo posto della classifica di Mediobanca si trova un altro istituto finanziario pubblico di Pechino, ossia la China Construction Bank, seguita da un’altra banca di Pechino, l’Agricultural Bank of China; se al quinto posto della classifica in esame risulta ancora occupato dalla statunitense BOFA, al sesto spunta invece la cinesissima e statale Bank of China.[18]

In questo campo di analisi spicca inoltre un altro dato illuminante, fornito dall’insospettabile società Brand Finance all’inizio del 2017: sempre nel 2016 i marchi delle banche statali cinesi avevano superato per la prima volta in valore e reputazione quelli americani, ancora di proprietà privata anche se salvati nel 2008/2009 dai soldi pubblici e della regola del capitalismo di stato, per cui vige “la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”.

Secondo l’analisi di Brand Finance, «principale società mondiale di valutazione del marchio (maggiore cespite intangibile delle imprese), la banca col brand più ricco è l’Industrial and Commercial Bank of China: 47,8 miliardi di dollari (Icbc, +32% su 2016, il 20% della capitalizzazione complessiva) che supera l’americana Wells Fargo (41,6 miliardi, -6%) marcata stretta da China Construction Bank (41,3 miliardi, +17%). Usa e Cina si alternano fino all’ottavo posto: JP Morgan Chase, Bank of China, Bank of America, Agricultural Bank of China, Citi. Se 20 anni fa sui primi 100 marchi la Cina era lo 0,2% del valore complessivo, oggi batte gli States 24% a 23%. La Gran Bretagna valeva il 16%, oggi il 6, la Francia il 5% oggi il 4, l’Italia l’1%.

Brand Finance valuta su tre criteri: investimenti diretti o indiretti sul marchio (pubblicità, personale, ricerca e sviluppo); ritorno di immagine presso clienti e stakeholder in genere (tramite sondaggio); volume d’affari. Le banche cinesi hanno una reputazione che quelle occidentali «possono solo sognare». Questi istituti hanno vissuto marginalmente la bufera finanziaria del 2008, hanno una platea di (fiduciosi) clienti e potenziali tali proporzionale alla crescita del benessere nel Paese, su impulso del governo sono al centro di grandi investimenti, domestici e non.»[19]

Cina: il primato “della crescita del benessere del paese”, per l’appunto, e non dell’1% della popolazione.


[1] “USA contro Cina: qual è la prima economia del mondo?”, 1 settembre 2017, in http://www.risparmiamocelo.it

[2] Central Intelligence Agency, “The World Factbook”, 2016, voce “Country comparison – GDP (Purchasing Power parity)

[3] “USA contro Cina…” op. cit.

[4] “La Cina prima economia al mondo già nel 2014”, 30 aprile 2014, in http://www.rainews.it

[5] “Un bilancio del mercato cinese dell’auto nel 2016”, 24 gennaio 2017, in http://www.alvolante.it

[6] M. Ecchelli, “Auto elettriche, la Cina è leader nel mondo”, 18 ottobre 2017, in http://www.omniaauto.it

[7] “La Cina produce il 90% dei cellulari, l’80% dei computer”, 31 ottobre 2017, in http://www.truenumbers.it

[8] “La Cina produce il 90% dei …”, op. cit.

[9] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti, ora è la prima potenza commerciale del mondo”, 10 febbraio 2013, in http://www.ilfattoquotidiano.it

[10] G. Marrucci, “Cemento Rosso”, ed. Mimesis

[11] “Cemento Rosso a Lo Quarter: come la Cina ha trasferito 500 milioni di persone dalle campagne alle città”, 17 giugno 2016

[12] M. De Agostini, “Cina: pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nei chip”, 16 novembre 2015, in http://www.tiomshw.com

[13] L. Cillis, “Spicca il volo il C 919, primo aereo commerciale cinese”, 5 maggio 2017, la Repubblica

[14] A. Savasini, “Cina, in rampa di lancio le mega fabbriche di batterie. E Elon Musk trema”, 30 giugno 2017, in Il Fatto Quotidiano

[15] “In dieci anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo”, 28 febbraio 2017, in http://www.sinistra.ch

[16] “Innovazione e marchi, la Cina prima nel mondo”, 11 giugno 2017, in http://www.centonove.it

[17] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti…”, op cit.

[18] A. Fontano, “Banche globali, sorpasso della cinese ICBC su JP. Morgan”, 13 luglio 2017, Il Sole 24 Ore

[19] A. Quarati, “Banche, il marchio cinese vale più di quello USA”, 1 febbraio 2017, in http://www.themeditelegraph.com

Fiducia nel partito comunista cinese: gli undici criteri

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

L’elemento politico principale che funge da legame, collante e da “cemento armato” per i comunisti e i loro simpatizzanti (un’analisi in parte diversa va invece effettuata rispetto alle masse popolari), risulta ormai da più di un secolo “il grado di fiducia collettiva e individuale nel partito rivoluzionario e nei suoi dirigenti, la convinzione che essi operino realmente nell’interesse generale dei lavoratori e al fine di costruire il socialismo/comunismo sia nel loro paese di appartenenza sia su scala mondiale.”

Tale fattore si rivela fondamentale, visto che se un rivoluzionario non crede che il suo partito di riferimento sia comunista e che lotti concretamente e con efficacia per il socialismo, non ha ragione di impegnarsi a erogare tempo ed energie per esso: più nello specifico e prendendo spunto dal centesimo anniversario della fondazione del partito comunista cinese, per quale motivo bisognerebbe appoggiare (criticamente) e difendere la Cina del 2021, se essa non risulta socialista almeno nelle sue linee principali?

Il criterio generale che deve adottare un comunista per accordare – o togliere – fiducia e appoggio concreto a un partito e/o stato, almeno a livello molto generale, risulta semplice visto che in questo campo diventa decisiva la pratica, la praxis collettiva del particolare partito e/o stato preso in esame; già Marx notò, nelle sue celebri e geniali “Tesi su Feuerbach” del 1845, che “nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica” (seconda tesi su Feuerbach).

Ma come possono i comunisti declinare e usare, nel caso concreto in esame (fiducia/non fiducia), tale canone e criterio generale rispetto a un partito e/o stato?

Emergono undici criteri, combinati tra loro, da utilizzare nel processo di verifica della praxis/lotta.

Si deve dunque osservare con spirito obiettivo se un partito e/o stato:

  1. si esprimano, pubblicamente e a livello di massa, a favore del comunismo e del marxismo-leninismo, difendendo pubblicamente i suoi principali leader politici (Marx, Engels, Lenin) e soprattutto diffondendo costantemente il pensiero marxista, la sempre attuale concezione materialistico-dialettica del mondo e del genere umano;
  2. lottino senza soluzione di continuità per conquistare il potere e il controllo degli apparati statali o per conservare tale egemonia, nel caso abbiano già effettuato con successo il salto di qualità rivoluzionario, al fine di attuare la socializzazione dei principali mezzi di produzione sociali;
  3. promuovano con successo un processo di accumulazione continua di forze (politiche, economiche, organizzative, di consenso, ecc.) nel loro paese di appartenenza, attraverso lotte concrete e vittorie sul campo;
  4. lottino per migliorare le condizioni di vita materiali e culturali delle masse popolari, ottenendo a loro vantaggio il massimo possibile, in base ai rapporti di forza politico-sociali e al livello di sviluppo delle forze produttive esistenti;
  5. lottino contro l’imperialismo e pertanto siano circondati dall’ostilità politica e ideologica-culturale della borghesia mondiale e dei suoi mandatari politici, socialdemocrazia inclusa;
  6. promuovano con una propaganda a livello di massa, oltre che con forme di azioni più concrete i “quattro anti”, e cioè:
    • antifascismo;
    • antimperialismo (lotta allo sfruttamento/dominio su scala mondiale);
    • antirazzismo, compresa la lotta contro l’antisemitismo e il sionismo;
    • antisessismo, lotta contro lo sciovinismo maschilista, ecc.;
  7. esprimano dei dirigenti preparati sul piano pratico e ideologico, che si impegnino con continuità nell’azione politica e teorica non godendo di netti ed evidenti privilegi materiali rispetto a un lavoratore qualificato del loro paese;
  8. siano in grado di esprimere una reale unità di azione e di direzione al loro interno, oltre che di effettuare una seria autocritica rispetto agli errori già commessi individuandone le cause e rimediando con rapidità ad esse, come sottolineò Lenin nel 1920 nel suo “Estremismo, malattia infantile del comunismo”;
  9. sappiano affrontare e risolvere con successo e spirito creativo i nuovi problemi, le nuove contraddizioni e le sfide inedite che vengono via via presentate dalla dinamica costante del processo storico (si pensi a Lenin e ai bolscevichi del 1902-1917 rispetto alla nuova era dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria e della controrivoluzione borghese);
  10. riescano a conquistare il consenso almeno delle sezioni più avanzate della classe operaia, delle masse popolari e dei giovani del loro paese;
  11. sussista una linea di continuità, di resilienza e di persistenza storica (il “fattore tempo”) sia nella loro riproduzione politico-materiale che nel grado di successo nell’affrontare le questioni proposte in precedenza.

Ora, solo la combinazione dialettica e simultanea tra tutti i criteri indicati può fornire una reale risposta al dubbio “cartesiano” sulla fiducia/non fiducia, permettendo pertanto di “dubitare del dubbio” (Marx): un solo criterio sicuramente non basta e a tale scopo serve un processo di verifica incrociata, con molti passaggi e analisi sulla praxis di un determinato partito e/o stato.

In ogni caso i primi quattro criteri in esame (diffusione tra le masse dell’identità comunista e della concezione leninista; lotta efficace per conquistare/difendere il potere; successo nell’azione tesa ad accumulare forze e azione efficace di massa rivolta nel migliorare le condizioni di vita delle masse popolari) risultano i principali strumenti utilizzabili, ma anche i rimanenti acquisiscono un certo spessore e valore intrinseco, sia sul piano direttamente politico che su quello teorico. Verifichiamo tale efficacia nel caso specifico della Cina (prevalentemente) socialista sul piano socioproduttivo e politico-sociale.

In primo luogo il partito comunista cinese (PCC) sicuramente si esprime pubblicamente, senza sosta e davanti a centinaia di milioni di cinesi a favore del socialismo e del marxismo, tanto che la situazione della Cina risulta assai chiara sotto questo punto.

Nel gennaio del 2014 il comitato Centrale del PCC confermò ad esempio la decisione di sviluppare le riforme in Cina “sotto la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguendo la guida del marxismo-leninismo del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping, dell’importante pensiero delle “Tre rappresentanze” e della concezione scientifica dello sviluppo”: tale dichiarazione, pubblicata il 29 gennaio 2014, venne diffusa attraverso tutti i mass-media cinesi raggiungendo centinaia di milioni di persone nel gigantesco subcontinente asiatico.

Il 21 luglio del 2014 il Dipartimento organizzativo del PCC ribadì, sempre per fare un altro esempio, che i quadri e i funzionari del governo e del partito “devono tenere ferma la convinzione nel marxismo per evitare di perdersi nei clamori della democrazia occidentale”, sempre in un atto pubblico e conosciuto (attraverso la stampa e le televisioni) da molte decine di milioni di cinesi; il 23 dicembre del 2013, commentando i 120 anni dalla nascita del grande comunista Mao Zedong, sull’importantissimo “Quotidiano del Popolo” il segretario generale del PCC Xi Jinping, sottolineò altresì l’importanza decisiva del pensiero-praxis di Mao, sia per il processo di sviluppo creativo del marxismo che per la “sinizzazione” del marxismo, oltre a ribadire che gli “errori commessi non tolgono niente alla grandezza di Mao e ai suoi contributi” alla causa del comunismo: parole testuali di Xi Jinping, conosciute anche esse a livello di massa.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati a dismisura: ci limitiamo solo a far notare che il 7 settembre 2012 sempre il “Quotidiano del Popolo” pubblicò un articolo in cui si sottolineava, con evidente soddisfazione, che “il leninismo è ancora importante in Cina” davanti alle decine di milioni di suoi lettori (“Leninism still relevant to China: CPC Think tank”, in english.peopledaily.com.cn, 27 settembre 2012), oppure che all’inizio del 2015 sempre il compagno Xi Jinping ha evidenziato l’importanza del materialismo dialettico e del suo uso creativo per il PCC.

Passando al secondo criterio di verifica della praxis, nessuno al mondo ha dubbi sul fatto che in Cina si sia riprodotta dal 1949 ad oggi un’egemonia solida del partito comunista cinese sul piano politico-sociale, che dura ormai da più di 65 anni.

Rispetto invece ai rapporti sociali di produzione basta sottolineare come dai dati forniti nel luglio del 2014 dalla rivista USA “Fortune”, arciborghese e ipercapitalistica, rispetto alle 500 più grandi imprese cinesi emerga con chiarezza come le prime 10 imprese della classifica cinese siano tutte di proprietà pubblica e statale: tutte e dieci, senza eccezioni. (“Top 10 companies in China all state owned”, 14 luglio 2014, in http://www.china.org.cn).

Un sito anticomunista, il “World Crunch”, notò a sua volta con disgusto come nel 2013 ben 85 imprese cinesi risultassero inserite nella lista di Fortune sulle 500 più grandi imprese a livello mondiale (su scala planetaria, si noti bene…), e che proprio tra le 85 “big” della Cina Popolare “il 90%” – quindi nove decimi –  “sono imprese statali”, e cioè ben “77 su 85”. (“Why more chinese firm on the Fortune 500 is bad news for China”, 24 luglio 2013).

Se si passa invece alla classifica di Fortune per il 2020 sempre riguardo alle 500 più grandi aziende mondiali, sulle 124 imprese cinesi in quell’anno comprese nella lista ben 91, cioè il 73%, erano di proprietà statale, identificate in inglese con l’acronimo SOE e a cui apparteneva contando il 78% del fatturato totale delle aziende cinesi.

Secondo l’anticomunista Center for Strategic & International studies, infatti, “le più grandi aziende cinesi nella maggior parte dei settori sono SOE e 91 dei 124 membri cinesi dell’ultima Fortune Global 500 sono SOE. Vale la pena notare che il nostro conteggio differisce da quello di Fortune, che classifica solo il 68% (84) delle aziende cinesi come SOE. Sono stati ordinati esclusivamente in base al fatto che un’entità statale detenga più del 50% di proprietà formale; la nostra decisione ha tenuto conto anche dell’effettivo controllo aziendale. Ad esempio Fortune etichetta Gree, un produttore di elettrodomestici con sede a Zhuhai, come privato, ma sul suo sito Gree afferma chiaramente che si tratta di una SOE di proprietà locale”.[1]

Sono dati forniti da insospettabili fonti anticomuniste, rivista Fortune in testa, ma che non si trovano invece nei mass-media e nei siti che in Italia si autodefiniscono comunisti, a partire dal “Manifesto” e con rare eccezioni.

Sui siti e sulle riviste “antagoniste”, italiane e occidentali, non si troverà quasi mai, ad esempio, un’altra notizia eclatante: la rivista anticomunista Fortune ha ammesso che le banche cinesi, inserite nel luglio del 2014 nella sua classifica sulle 500 aziende cinesi, risultano tutte e senza eccezione di proprietà statale, mentre tali istituti finanziari pubblici, statali e collettivi, hanno ottenuto la metà dei profitti totali dei 500 “big” della Cina Popolare. Una massa formidabile di profitti per la collettività e che ammonta a 205 miliardi di dollari, pari a più di un decimo dell’intero prodotto interno lordo dell’Italia nel 2013. (“Top 10 companies in China are all state owned”, 14 luglio 2014).

Quelli citati sono “fatti testardi” (Lenin), ma ancora oggi troppi compagni in buona fede non ne sono a conoscenza, con inevitabili e negative ricadute politiche sulla già disastrata sinistra antagonista italiana.

Rispetto al criterio, quello dell’accumulazione di forze e della modifica a favore del socialismo della correlazione di potenza interna/internazionale, persino la CIA di Langley nel 2017 ammise che, nel corso del 2016, la Cina Popolare era diventata la prima potenza economica mondiale a parità di potere di acquisto, scavalcando e superando gli Stati Uniti; tutti i comunisti sono a conoscenza della disastrosa situazione economico-sociale della Cina nel 1948, ossia prima che il PCC guidato da Mao Zedong prendesse il potere.

Per quanto riguarda invece la lotta e la praxis collettiva tesa al miglioramento concreto delle condizioni di vita materiali e culturali degli operai, dei contadini e delle masse popolari cinesi, il PCC del 1977 fino ad oggi ha ottenuto risultati clamorosi e successi eclatanti, ammessi persino da alcuni commentatori anticomunisti occidentali. Prendendo ad esempio un libro di Fareed Zakarìa, sicuro anticomunista, intitolato “L’era post-americana”, il suo autore ammise che dal 1976 il potere d’acquisto reale dei cinesi risultava aumentato come minimo di sei volte e nel giro di poco più di tre decenni, mentre a sua volta un politico conservatore e borghesissimo come Henry Kissinger ha ammesso a malincuore che “la Cina ha ottenuto risultati eccezionali sul piano economico”.[2]

Basta ricordare, come ulteriore fatto testardo, che persino istituti di ricerca occidentali hanno ammesso che dal 2005 al 2016 si è assistito alla triplicazione del salario medio degli operai cinesi; un aumento di ben tre volte.

Rispetto invece alla posizione e alla proiezione su scala internazionale di Pechino, risulta chiaro che la Cina Popolare:

  • non fa parte della NATO e del blocco occidentale, ma anzi subisce un lungo embargo sull’alta tecnologia e sulle armi militari da parte degli USA che è iniziato dopo il giugno 1989, e che dura fino ad ora;
  • è in ottimi rapporti con Cuba socialista da più di tre decenni;
  • è in ottime relazioni con la Corea del Nord, un’altra “parìa” rispetto agli occhi occidentali;
  • dal 1999 ha contribuito a creare il patto di Shanghai e il BRICS, due alleanze politiche nelle quali per fortuna non sono presenti le potenze imperialiste;
  • dal 1999 ha creato via via delle relazioni di alleanza strategica con la Russia di Putin, un altro pugno nell’occhio per l’imperialismo occidentale;
  • si è opposta, nell’estate del 2013 e in seguito, alla minaccia di intervento imperialista in Siria;
  • ha ottime relazioni con l’Iran, invece sottoposto all’embargo occidentale;
  • ha costituito rapporti economici e politici reciprocamente vantaggiosi con le nazioni africane, a partire dal Sudafrica;
  • ha creato mano a mano paritarie e ottime relazioni con quasi tutte le nazioni dell’America latina, rapporti che costituiscono un vero e proprio fumo negli occhi per l’imperialismo statunitense (si pensi al Venezuela).

Viste tali interconnessioni non risulta certo casuale che la Cina (prevalentemente) socialista non sia amata dai circoli dirigenti occidentali: da parte di questi ultimi – oltre che da gran parte della disastrata sinistra occidentale – sono state espresse continuamente simpatie, appoggi politici e finanziari per l’ex-feudatario (fortunatamente espropriato) Dalai Lama, per i separatisti e terroristi islamici dello Xinjiang, per le forze indipendentiste che a Taiwan e Hong Kong lavorano contro il processo di riunificazione della Cina oltre che, ovviamente, per il dissenso anticomunista che agisce all’interno del subcontinente cinese.

Passando invece al processo di analisi del sesto criterio proposto in precedenza, l’antimperialismo e l’antifascismo fanno parte del codice genetico politico della Cina contemporanea, visto che dal 1839 (dalla famigerata “guerra dell’oppio” anglofrancese) fino al 1948 essa ha dovuto sopportare una serie di interminabili e sanguinose aggressioni straniere, tra cui emerge il tentativo di conquista del territorio cinese da parte del fascismo nipponico, che provocò venti milioni di morti cinesi  tra il 1931 e il 1945: un Giappone in cui i leader vanno ancora in pellegrinaggio in un famigerato cimitero nel quale sono onorati anche alcuni dei feroci criminali di guerra nipponici, protagonisti delle aggressioni dell’imperialismo del Sol Levante contro molti popoli asiatici, a partire da quello cinese.

Il popolo e il governo cinese, inoltre, nutrono una tradizionale e ipergiustificata avversione e ripugnanza dello sciovinismo razzista, spesso impiegato in terra occidentale contro i “gialli”, come ad esempio avviene tuttora negli Stati Uniti, la patria del Ku Klux Klan e di atti bestiali di razzismo contro gli afroamericani che perdurano anche ai nostri giorni.

Per quanto riguarda invece le capacità politiche e umane dei dirigenti del PCC, a partire dal compagno Xi Jinping, esse risultano ammesse persino dagli avversari più intelligenti di Pechino, come del resto la capacità di autocritica (ad esempio rispetto ai gravi errori commessi durante la “Rivoluzione culturale” del 1966-1976), l’unità d’azione e lo spirito creativo espresso via via dal comunismo cinese dal 1977 ad oggi, con rare eccezioni.

Non è dunque casuale che il PCC (partito comunista cinese) sia divenuto il partito più numeroso del mondo, forte di ben 92 milioni di iscritti e l’espressione politico-sociale degli operai, contadini e intellettuali più avanzati del grande paese asiatico; un partito che, dal 1921 ad oggi, per un secolo ha tracciato una precisa “linea rossa” ben apprezzata (pur con i suoi inevitabili difetti e limiti) dalle masse popolari cinesi e da sezioni più estese dei comunisti occidentali, costruendo una dinamica “linea rossa” in cui emerge la reiterata e dichiarata fedeltà all’obiettivo finale del comunismo sviluppato, nel 1921 come nel 2021.

Un albero lo si vede dai suoi frutti” e dai suoi risultati concreti, in Italia come in Cina, almeno secondo il criterio gnoseologico fondamentale del materialismo dialettico, elaborato da Marx fin dalle sue geniali Tesi su Feuerbach del lontano 1845.

APPENDICE

Nel 2020 ben ventidue (22!) delle venticinque più grandi imprese cinesi risultavano principalmente di proprietà pubblica, statale o municipalizzata.

1) Gruppo Sinopec Pechino 407.009 6.793,2 317.515,7 582.648 Petrolio Di proprietà statale

2)  State Grid Corporation of China Pechino 383.906 7.970.0 596.616,3 907.677 Utilità elettrica Di proprietà statale

3) China National Petroleum Pechino 379.130 4.443.2 608.085,6 1.344.410 Petrolio Di proprietà statale

4) China State Construction Engineering Pechino 205.839 3.333.0 294.070,0 335.038 Costruzione Di proprietà statale

5) Ping An Insurance Shenzhen 184.280 21.626,7 1.180.488,5 372.194 Assicurazione Pubblico

6) Banca Industriale e Commerciale Cinese Pechino 177.069 45.194,5 4.322.528,4 445.106 Banca commerciale Di proprietà statale

7) China Construction Bank Pechino 158.884 38.609,7 3.651.644,6 370.169 Banca commerciale Di proprietà statale

8) Banca Agricola della Cina Pechino 147.313 30.701,2 3.571.541,7 467.631 Banca commerciale Di proprietà statale

9) Banca di Cina Pechino 135.091 27.126,9 3.268.837,9 309.384 Banca commerciale Di proprietà statale

10) China Life Insurance Pechino 131.244 4.660,3 648.393,2 180.401 Assicurazione Di proprietà statale

11) Huawei Shenzhen 124.316 9.062.1 123.269.9 194.000 Apparecchiature per le telecomunicazioni Limitato (privato)

12) China Railway Engineering Corporation Pechino 123.324 1.535,3 152.982,5 302.394 Costruzione Di proprietà statale

13) Motore SAIC Shanghai 122.071 3.706,1 121.930,8 151.785 Settore automobilistico Di proprietà statale

14) China Railway Construction Pechino 120.302 1.359,2 155.597,9 364.907 Costruzione Di proprietà statale

15) China National Offshore Oil Pechino 108.687 6.957,2 184.922,2 92.080 Petrolio Di proprietà statale

16) compagnia telefonica cinese Pechino 108.527 12.145,1 266.190,3 457.565 Telecomunicazioni Di proprietà statale

17) Pacific Construction Group Ürümqi 97.536 3.455 63.694.6 453.635 Costruzione Privato

18) China Communications Construction Pechino 95.096 1.332,6 232.053,4 197.309 Costruzione Di proprietà statale

19) China Resources Hong Kong 94.758 3.571,6 232,277,1 396.456 Farmaceutico Di proprietà statale

20) FAW Group Changchun 89.417 2.847,8 70.353,7 129.580 Settore automobilistico Di proprietà statale

21) China Post Pechino 89.347 4.440,9 1.518.542,8 927.171 Corriere Di proprietà statale

22) Gruppo Amer International Shenzhen 88.862 1.807,3 23.170,8 18.103 Metallo Privato

23) China Minmetals Pechino 88.357 230.1 133.441,7 199.486 Metallo Di proprietà statale

24) Dongfeng Motor Wuhan 84.049 1.328,4 71.423,3 154.641 Settore automobilistico Di proprietà statale

25) JD.com Pechino 83.505 1.763,7 37.286,1 227.730 E-commerce Pubblico.[3]


[1] S. Kennedy, “The biggest but not the strongest: China’s Place in the Fortune Global 500”, 18 agosto 2020, in csis.org

[2] N. Ferguson, D. D. L., H. Kissinger e F. Zakarìa, “Il XXI secolo appartiene alla Cina?”, p. 21, ed. Mondadori

[3] “Elenco delle più grandi società cinesi”, in it.qaz.wiki

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

Per il centesimo anniversario del partito comunista cinese

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

36228974. UY385 SS385 Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico-sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Žižek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e micro sette di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo, poi, l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode, infatti, di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece, ad esempio, lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sei milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km²: la Cina rappresenta il terzo paese nel mondo, dopo Russia e Canada, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta, inoltre, collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina a nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno” a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato “Spostamento del centro di gravità mondiale”.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata, come minimo fin dal 2014, la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudo teorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Žižek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense “Fortune”, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava, quindi, di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da solo undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato “La grande iniziativa”, che “la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta”.

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

• i supercomputer;

• le comunicazioni quantistiche;

• il settore spaziale;

• le nanotecnologie;

• l’intelligenza artificiale;

• la produzione e utilizzo di robot;

• treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);

• le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai, il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi “non accettò più i sacrifici imposti dal comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche.

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto, le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells.

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (in cui i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un suo particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del “Decreto sulla pace” del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che “la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa”.

“Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali, petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale” (Alfred McCoy, “Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo”), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un’enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione, non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese “International Critical Thought”, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma “assume il volto di una iniziativa di edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale”.

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente: quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Zizek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa, che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e microsette  di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo poi l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode infatti di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece ad esempio lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sette milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km2: la Cina rappresenta il quarto paese nel mondo, dopo Russia, Canada e Stati Uniti, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta inoltre collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina, con nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno”  a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato Spostamento del centro di gravità mondiale.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata come minimo fin dal 2014 la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudoteorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Zizek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense Fortune, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da soli undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato La grande iniziativa, che «la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta».

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

  • i supercomputer;
  • le comunicazioni quantistiche;
  • il settore spaziale;
  • le nanotecnologie;
  • l’intelligenza artificiale;
  • la produzione e utilizzo di robot;
  • treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);
  • le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi «non accettò più i sacrifici imposti dal “comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche».

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells,

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (nelle quali i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un  proprio particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del Decreto sulla pace del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che «la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa.

Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali: petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale» (Alfred McCoy, Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese International Critical Thought, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma «assume il volto di una iniziativa di “edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale».

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente, quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?