IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUARTO

La grande menzogna di Trotskij

 

Da che parte politica stavano Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 fino al settembre del 1936 e al momento del loro arresto: con Stalin o con Trotskij?

Subito dopo la questione dei mezzi e delle opportunità, si apre infatti la questione dell’atteggiamento di Pjatakov e Radek rispetto alla costituenda Quarta Internazionale.

Risulta infatti subito chiaro che se i due uomini politici in via di esame fossero stati realmente e senza soluzione di continuità, a partire dal 1929 e fino al dicembre 1935, degli stalinisti e dei concreti nemici di Trotskij, come sostenne quest’ultimo con forza, svanirebbe inevitabilmente qualunque motivo plausibile per un loro ipotetico incontro in Norvegia con il leader della costituenda Quarta Internazionale. E viceversa, se risultasse invece che Radek e Pjatakov fossero tornati realmente ad essere, nel 1932/1936, dei dirigenti dell’organizzazione clandestina trotskista operante in Unione Sovietica, i due personaggi in esame avrebbero invece sicuramente avuto una predisposizione mentale e politica completamente favorevole nei confronti di un loro eventuale incontro diretto con il loro leader in esilio: sempre dovendo tener conto dei rischi politici e personali derivanti da un eventuale colloquio segreto, certo, ma con l’ottica di desiderare, volere e agognare una loro discussione ravvicinata, personale e “viso a viso” con Trotskij.

Lo stesso discorso vale ovviamente anche per Trotskij: attuare un incontro segreto con Pjatakov sarebbe stato assurdo, se quest’ultimo fosse stato un suo nemico politico e uno stalinista a partire dal 1928, ma viceversa tale azione diventava perfettamente comprensibile, razionale e allo stesso tempo desiderabile nel dicembre del 1935 se Pjatakov fosse invece risultato uno dei leader dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva nell’Unione Sovietica stalinista del 1932/36.

Siamo pertanto in presenza di un punto assai importante per la nostra indagine storica rispetto al quale la traccia concreta e la prova fondamentale, come nel caso di Linköping, ci viene fornita sempre per il tramite di Trotskij che, per la seconda volta, tradisce e autodistrugge involontariamente le sue stesse posizioni negazioniste sul volo di Pjatakov procurandoci una clamorosa “pistola fumante” attraverso un inconfutabile documento del 1932.

Archivi Trotskij di Harvard, classificazione sotto “18 Trotskij Papers, 15821” (speditaci dall’archivio Trotskij di Harvard con la classificazione 50012422-17-17: foto n. 1), nella sezione delle ricevute delle lettere spedite da Trotskij e dai suoi collaboratori ad altri soggetti, persone o organizzazioni politiche: una fonte sicura, quindi, per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio segreto con Trotskij[1].

 

foto n. 1

 

 

 

In questo piccolo segmento dell’estesa raccolta di lettere e scritti elaborati via via da Trotskij, sono emerse al pubblico, grazie a un accurato saggio elaborato dallo storico J. A. Getty nel 1986, le ricevute delle lettere spedite nel 1932 dal leader in esilio della Quarta Internazionale a G. Sokolnikov (un membro dell’Opposizione di sinistra, ancora legale all’interno del partito bolscevico nel biennio 1926/1927), a E. Preobrazhensky (un leader della frazione trotzkista del 1923-1927, durante la prima fase della lotta contro la nascente egemonia di Stalin) e soprattutto a Karl Radek[2].

Troviamo quindi una nuova sorpresa e un nuovo colpo di scena, dopo Linköping.

Proprio dagli insospettabili archivi Trotskij di Harvard emerge dal lontano 1932 un fatto clamoroso, con materiale probatorio scritto (come richiesto giustamente dallo stesso Trotskij nell’aprile del 1937, di fronte alla commissione Dewey): abbiamo infatti a disposizione la ricevuta di una lettera spedita in segreto nel marzo del 1932 da Trotskij (già in esilio, a partire dal 1929) a Karl Radek, residente invece di solito in Unione Sovietica, oltre che le ricevute di altre sue missive spedite nel 1932 a Preobrazensky e ad altri cittadini sovietici. Lettere segrete inviate nel 1932 da Trotskij a Karl Radek, a Preobrazhensky e altri soggetti: fatti sicuri e inequivocabili, che costituiscono quindi una prova certa sui reali rapporti politici esistenti tra Trotskij da un lato, e Radek e Pjatakov dall’altra nel periodo 1932-36.

Per quanto riguarda la lettera inviata da Trotskij a Radek, essa era stata spedita nel marzo del 1932 con cura e attenzioni speciali a quest’ultimo anche attraverso gli uffici postali di Parigi e per il tramite di “Molinier”: e proprio i due fratelli Molinier, Raymond e Henry, risultavano all’inizio del 1932 tra i principali dirigenti dell’organizzazione trotzkista operante in terra francese, a cui allora Trotskij concedeva la sua fiducia politica e che si dimostreranno assai utili a quest’ultimo anche sul piano logistico e materiale nel 1933-35, quando Trotskij rimase legalmente e per quasi due anni in Francia.

E non solo: siamo in presenza di una missiva segreta inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932 di cui purtroppo non conosciamo direttamente il contenuto, perché di essa rimane negli archivi Trotskij di Harvard solo la ricevuta di spedizione. Nessuna fantomatica “mano di Stalin” ha creato tale sorprendente scomparsa: gli archivi di Trotskij erano stati infatti consegnati nel 1940 dallo stesso leader della Quarta Internazionale all’università di Harvard, con l’impegno che essi rimanessero segretati e chiusi ai visitatori fino al 1980, e nei quattro decenni compresi tra il 1940 e il dicembre del 1979 essi vennero visitati con regolarità solo da due fedeli militanti trotzkisti, Isaac Deutscher e Jan Van Heijenoort.

Eppure le lettere spedite sicuramente nel 1932 da Trotskij a Radek e ad altri militanti trotzkisti, tra cui Preobrazhensky, sparirono nel nulla con il loro contenuto, visto che di esse rimangono solo le ricevute di spedizione verso i loro destinatari rimasti in Unione Sovietica a differenza del loro leader, esiliato da Stalin all’inizio del 1929: siamo in presenza di un’anomalia interessante e che avrebbe incuriosito sicuramente il geniale Edgar Allan Poe, autore tra l’altro dello splendido racconto poliziesco intitolato “La lettera rubata”.

A questo punto andiamo al nocciolo della questione, e cioè all’importanza che assume la ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek nel 1932 rispetto al volo di Pjatakov.

Su questo aspetto lasciamo volentieri la parola proprio all’insospettabile testimone (insospettabile per la “seconda versione”, certo) Trotskij. Quest’ultimo ci fornisce dell’altro materiale probatorio scritto, visto che già il 27 gennaio del 1937, come si è già ricordato in precedenza, Trotskij stesso si rivolse ai mass-media internazionali, oltre che agli stessi giudici del processo di Mosca del gennaio del 1937, proclamando solennemente che “ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (quindi almeno dal 1929) “non fu un mio amico ma uno dei miei più accaniti e perfidi nemici, e non ci sarebbe potuto essere alcuna questione di negoziati tra noi”[3].

Un’affermazione che non lascia spazio ad alcun dubbio o malinteso, quella espressa da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Queste chiarissime ed inequivocabili parole di Trotskij, ripetute tra l’altro nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey durante la sua sesta sessione, hanno un solo ed unico significato: egli negò recisamente e senza mezzi termini di aver avuto alcun tipo di rapporto con Pjatakov e Radek dopo il 1928, oltre a rivelare allo stesso tempo come Pjatakov e Radek sempre dopo il 1928 fossero ormai diventati tra i suoi “più accaniti e perfidi nemici”, con i quali risultava quindi fuori discussione, impossibile e assurdo tenere “negoziati” politici e incontri di alcun genere, in Norvegia o in altri posti. Siamo pertanto in presenza di tre tesi inequivocabili, tra l’altro rese per iscritto e ripetute più volte nel corso del 1937 dallo stesso Trotskij, ossia da una fonte sicura per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo/colloquio di Pjatakov.

Secondo quest’ultimo, in altri termini, egli non aveva avuto alcun rapporto politico e umano con Pjatakov e Radek, sia in modo diretto che sotto forma epistolare, nel 1929.

Nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel marzo del 1932.

Nel 1933, e così via fino ad arrivare al 1936.

Ma non solo: nel 1937 Trotskij dichiarò che, almeno a partire dal 1929 e senza alcuna interruzione, Pjatakov e Radek erano diventati suoi nemici politici fino ad arrivare senza soluzione di continuità al gennaio del 1937.

Non solo: alla fine della terza sessione della commissione Dewey Trotskij arrivò altresì a dichiarare, in relazione al caso Blumkin su cui torneremo tra poco, che dalla fine del 1929 “egli” (Radek) “era diventato la più odiosa figura per l’Opposizione di sinistra” (per i trotzkisti) “perché egli non era solo un capitolatore” (di fronte a Stalin) “ma un traditore”[4].

“Un traditore”, oltre che un “capitolatore”: giudizi estremamente pesanti, senza dubbio. Quindi, almeno secondo le testuali parole di Trotskij, a partire dalla fine del 1929 e per tutti i trotzkisti sovietici (ivi compreso il loro leader in esilio, Trotskij), Radek risultava “la figura più odiosa” e un “traditore” del movimento politico antistalinista, oltre che ovviamente un “capitolatore” e un disertore politico che aveva ceduto in precedenza di fronte a Stalin: nel 1930 come nel 1932, fino ad arrivare al gennaio del 1937.

Come vedremo meglio in seguito, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey Trotskij negò inoltre con estrema decisione che fosse mai esistita la lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932, e su cui invece si era soffermato quest’ultimo durante la sua testimonianza al processo di Mosca del gennaio del 1937: Trotskij invece definì tale lettera dell’inizio del 1932 come “presunta”, sottolineando altresì che nel maggio del 1932 egli stesso aveva invece definito Radek, intelligente uomo politico e fine umorista, come una persona affetta da “degenerazione ideologica e morale” in una sua missiva inviata ad Albert Weisbord.

A questo punto, giudici-lettori, mettiamo in contatto e facciamo “incontrare” reciprocamente tutte le dichiarazioni rese da Trotskij il 27 gennaio 1937 e dell’aprile del 1937, davanti alla commissione Dewey, con la ricevuta scritta della lettera spedita proprio da Trotskij e proprio a Karl Radek nel 1932: l’effetto risulta sicuramente devastante e clamoroso, sia a livello generale che per la questione dell’esistenza del volo di Pjatakov.

In primo luogo la concreta e indiscutibile ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek all’inizio del 1932 dimostra subito che Trotskij mentì spudoratamente durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, quando egli qualificò come “presunta” e quindi inesistente la – invece reale e concretissima – missiva da lui inviata a Karl Radek all’inizio di marzo del 1932: siamo quindi in presenza di una prima e gravissima menzogna da parte di Trotskij e che viene rilevata ed evidenziata senza ombra di dubbio proprio mediante gli archivi Trotskij di Harvard, attraverso quella ricevuta di spedizione della lettera del 1932 che tradisce involontariamente Trotskij.

Simultaneamente emerge un elemento ancora più importante, per la nostra indagine storica: come risulta fin troppo evidente, la ricevuta scritta della lettera spedita clandestinamente da Trotskij a Radek nel 1932 mostra infatti che Trotskij mentiva clamorosamente anche quando sosteneva di non aver avuto più rapporti di alcun tipo con Radek-Pjatakov dopo il 1928, anche quando egli rilevava che questi ultimi erano divenuti dopo il 1928 “tra i suoi più accaniti e feroci nemici”.

A persone con cui davvero non si ha più, dal 1929 fino al 1936, alcun rapporto umano e politico, non si mandano lettere, né tantomeno lettere segrete come quella invece inviata da Trotskij a Radek nel 1932 (e di cui ci resta solo la ricevuta di spedizione); e tanto meno si spediscono delle missive clandestine a persone che sono diventate tra i nostri “più accaniti e perfidi nemici”; e tanto meno si mandano lettere segrete a persone che si valutano come dei “disertori” della propria causa, come almeno a suo dire Trotskij considerava Radek sia nel 1929 che nel 1937 (terza sessione della commissione Dewey); e ancora meno si inviano delle missive clandestine a persone che si considerano addirittura dei “traditori” della propria causa politica, come almeno in pubblico Trotskij valutava Radek dalla fine del 1929 fino al 1937, sempre secondo le sopracitate dichiarazioni rese dal leader della Quarta Internazionale durante la terza sessione della commissione Dewey.

Detto in altri termini, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto spedire nel marzo del 1932 una missiva clandestina, in assenza di un ritorno del primo a un atteggiamento favorevole alla costituenda Quarta Internazionale e alla lotta segreta contro Stalin.

L’invio nel corso del 1932 di una missiva segreta, e con mezzi clandestini, a una persona come Radek ancora operante di regola nell’URSS stalinista di quel tempo, attraverso come minimo un certo sforzo materiale e un certo margine di rischio per il “postino” clandestino che doveva recapitare lo scritto di Trotskij a Radek, costituisce pertanto un atto concreto che può essere spiegato solo ed esclusivamente con l’esistenza all’inizio del 1932 di una relazione speciale di affinità politica tra i due soggetti in esame, che demolisce ovviamente le tesi avanzate da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Entrando più nello specifico, l’esistenza di un rapporto di collaborazione politica tra Radek e Trotskij via via consolidatosi nel corso del 1932, diventa ancora più sorprendente se si pensa che solo il 27 luglio del 1929, dopo che Radek, Preobrazenskij e Smilga (con molti altri ex-trotzkisti) avevano abbandonato l’Opposizione antistalinista: in un suo scritto pubblico, Trotskij aveva definito in modo sprezzante proprio “Preobrazenskij, Radek e Smilga” come “già da tempo anime morte”[5].

La frase di Trotskij sulle “anime morte” non risulta certo un elogio, per Radek e Preobrazenskij.

Trotskij poteva pertanto inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta all’«anima morta-Radek», secondo il suo lapidario giudizio del luglio 1929, solo se quest’ultimo avesse smesso e cessato a suo avviso di essere un “superdisertore” della causa trotzkista, tornando invece a rappresentare nel 1932 prima un simpatizzante, e poi un dirigente (clandestino e doppiogiochista) della costituenda Quarta Internazionale in terra sovietica.

Sempre a giudizio di Trotskij e a partire dalla fine del 1929, come si è già sottolineato in precedenza, Radek non risultava inoltre solo un’«anima morta” e un disertore, ma anche il diretto complice (con le mani sporche di sangue) di Stalin e della sua polizia segreta rispetto all’arresto e alla fucilazione del trotzkista I. G. Blumkin, avvenuta alla fine del 1929.

Chi era Blumkin? Secondo le ammissioni persino di Lev Sedov e di Brouè, I.G. Blumkin risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista che, nel corso del 1929, continuava simultaneamente a svolgere tutta una serie di funzioni di alto rango all’interno dei servizi segreti sovietici: dopo che Trotskij venne espulso dall’URSS nel febbraio del 1929 e arrivò in Turchia, Blumkin servì per alcuni mesi come prezioso “postino” per le relazioni epistolari tenute segretamente da Trotskij con i suoi seguaci sovietici, finché non venne arrestato dalla polizia stalinista nell’autunno del 1929 e quindi giustiziato per tradimento, agli inizi di novembre del 1929.

Torneremo anche in seguito sul “caso Blumkin”, ma per il momento ci interessa solo sottolineare che Trotskij nel 1929 credette che Blumkin fosse stato tradito e denunciato alla polizia sovietica proprio da Karl Radek: l’insospettabile Brouè infatti ci informa nella sua opera che Blumkin fu “tradito da Radek, secondo Trotskij…”[6].

“Tradito da Radek, secondo Trotskij”, e quindi a giudizio di Trotskij: siamo quindi in presenza di una valutazione chiarissima e molto negativa di quest’ultimo, rispetto a Karl Radek e alla sua presunta delazione nel caso Blumkin.

L’accusa rivolta da Trotskij contro Radek, alla fine del 1929, risultava quindi come minimo gravissima e aveva tra l’altro come oggetto la fucilazione di un audace militante trotzkista, l’uccisione di Blumkin: e da questi fatti sicuri e indiscutibili ne discende un’ovvia e scontata conclusione.

In assenza di un riavvicinamento di Radek alla militanza trotzkista all’inizio del 1932, diventava già come minimo improbabile che Trotskij inviasse nel 1932 una (costosa/rischiosa) lettera clandestina all’«anima morta» Radek, ormai dalla metà del 1929 e da circa tre anni passato nelle file staliniste: ma diventa poi assolutamente incredibile e assurdo che Trotskij abbia inviato la lettera segreta del 1932 a un Radek che egli stesso, alla fine del 1929, considerava addirittura un traditore, un delatore e un complice diretto degli stalinisti nell’omicidio di Blumkin, sempre in assenza di un ritorno di Radek a una posizione politica antistalinista in terra sovietica e se non fossero cambiati radicalmente le loro relazioni politiche all’inizio del 1932, in un senso positivo e collaborativo tra di loro.

Senza questa essenziale precondizione, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto inviare nel 1932 una missiva segreta e confidenziale, visti anche i recenti e ipernegativi precedenti della fine del 1929.

Stando infine alle dichiarazioni rese da Trotskij nel 1937 davanti alla commissione Dewey, Karl Radek rappresentava senza soluzione di continuità, dalla fine del 1929 per arrivare all’inizio del 1937, la “figura più odiosa” all’interno del movimento politico diretto e guidato da Trotskij: perché dunque egli mandò a quest’ultimo una lettera in segreto nel marzo del 1932, con l’aiuto di uno dei fratelli Molinier allora a capo dei trotzkisti francesi, a questa “figura odiosa”? La risposta è semplice: all’inizio del 1932, Radek non costituiva più in alcun modo una “figura odiosa” sul piano politico per Trotskij.

Non solo quindi la ricevuta della lettera del 1932 (non a caso sparita in seguito dall’archivio Trotskij di Harvard) risulta un fatto innegabile e concreto, ma la missiva inviata da Trotskij a Radek nel 1932 era stata indirizzata a un soggetto fisico e a una personalità politica che Trotskij, alla fine del 1929, riteneva:

  • un super-disertore e un “anima morta”;
  • un traditore e un delatore (di Blumkin);
  • un complice diretto di Stalin e della sua polizia, almeno rispetto all’arresto e fucilazione di Blumkin; e cioè un personaggio che, almeno secondo il giudizio del Trotskij del 1929, aveva le mani sporche di sangue rispetto alla cattura/morte del fedele trotzkista I. G. Blumkin.

Vista tale situazione del 1929, solo ed esclusivamente il ritorno di Radek a una vicinanza politica con il trotzkismo clandestino in Unione Sovietica, poteva spingere Trotskij a inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta a quell’«anima morta», a quel spregevole delatore/complice dell’uccisione di Blumkin di nome Karl Radek.

La ricevuta di spedizione della lettera spedita da Trotskij a Radek prova pertanto con assoluta sicurezza la grande menzogna del leader della Quarta Internazionale rispetto ai suoi reali rapporti con Radek, mostrando innanzitutto che Trotskij aveva (eccome se aveva) “rapporti” con Radek dopo il 1928, e più precisamente a partire dall’inizio del 1932.

Dimostra altresì che per Trotskij, sempre a partire dal 1932, Radek risultava tutt’altro che un “nemico accanito e feroce”, ma altresì un referente importante nella lotta politica antistalinista, anche se costretto (per celare il suo doppiogioco rispetto a Stalin) a professare fedeltà al leader georgiano e a criticare in modo durissimo proprio Trotskij, anche nel 1932/36.

Attesta altresì che, sia Radek, tornato via via alla militanza trotzkista nel corso del 1932 che Trotskij, avevano una predisposizione favorevole e un movente generale di natura politica per incontrarsi tra loro, nel 1932 come nel 1935 e nel dicembre del 1935.

La ricevuta di spedizione del 1932, fa inoltre cadere subito a zero il grado di attendibilità della testimonianza di Trotskij rispetto alla sua tesi di non aver incontrato Pjatakov nel dicembre del 1935 nei pressi di Oslo: l’esistenza concreta e materiale della ricevuta, assieme alla “misteriosa” sparizione della lettera di Trotskij a Radek di cui essa attesta in modo indiscutibile la realtà, comportano inevitabilmente che Trotskij risulti come minimo un testimone inaffidabile anche rispetto agli eventi del dicembre del 1935.

Infatti non solo ormai è sicuro che Trotskij mentiva, ma che alterava la verità proprio parlando del volo di Pjatakov. Ricordiamo ai giudici-lettori che la dichiarazione sopracitata di Trotskij risale al 27 gennaio del 1937 e che in essa si sosteneva, subito dopo aver negato qualunque forma di legame con Pjatakov e Radek dopo il 1928, che “se fosse provato che realmente Pjatakov mi visitò, la mia posizione sarebbe compromessa senza speranza”: Trotskij in pratica non solo mentì, ma disse bugie proprio mentre stava negando l’esistenza del volo di Pjatakov.

Trotskij inoltre alterò la verità proprio mentre stava affrontando il nodo importantissimo dei suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek, nel periodo compreso tra il 1929 e il 1936, questione-chiave a sua volta strettamente connessa all’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov: pertanto già a questo punto la sua posizione diventa “compromessa senza speranza”, per usare le stesse parole pronunciate nel gennaio del 1937 dal leader in esilio della Quarta Internazionale in via di costruzione.

In ultimo, ma non certo per importanza, la clamorosa menzogna di Trotskij sui suoi reali rapporti con Radek nel corso del 1932-36 costituisce di per sé una prova diretta a favore dell’esistenza del viaggio segreto di Pjatakov in terra norvegese, come verificheremo assieme ai giudici-lettori nell’ultima parte di questo capitolo.

Avvocato del diavolo: “la lettera spedita segretamente da Trotskij a Radek nel 1932 poteva anche non avere un contenuto politico, ma essere solo di carattere personale e magari piena di insulti contro Radek”.

Spedire una lettera di carattere solo personale proprio a un “nemico accanito”, come Trotskij qualificò Radek nel gennaio del 1937? E a che pro? Per discutere forse con Radek del tempo e del freddo in Russia? Tra l’altro stiamo parlando di una missiva che doveva essere recapitata in modo ovviamente clandestino a Radek, costando pertanto tempo e risorse materiali a Trotskij e ai suoi aiutanti: e tale sforzo era stato effettuato solo per “motivi personali” o per inviare “insulti”?

Per di più, per quale motivo far sparire in seguito dagli archivi Trotskij di Harvard una lettera “personale” e/o “piena di insulti”? Per quale incomprensibile ragione, se essa era davvero inoffensiva sul piano politico per Trotskij, di carattere solo “personale” o magari piena di ingiurie a Radek?

A quale fine poi coinvolgere anche i fratelli Molinier, ossia due dirigenti del movimento trotzkista francese di quel periodo, per spedire a Radek una lettera inutile o piena di offese contro quest’ultimo?

Avvocato del diavolo: “la lettera di Trotskij a Radek è stata sicuramente spedita all’inizio del 1932, ma non sussiste alcuna prova che vi sia stata una risposta positiva sul piano politico da parte di Radek, e l’onere della prova rimane sempre a vostro carico”.

Una prima prova della buona accoglienza fatta da Radek, dal presunto stalinista Radek, alla missiva segreta di Trotskij ci proviene dal fatto sicuro che Radek, nel periodo 1932-35, non denunciò in alcun modo alla polizia stalinista di aver ricevuto una lettera clandestina dal leader in esilio della Quarta Internazionale: solo dopo il suo arresto, avvenuto nella metà di settembre del 1936, e tra l’altro dopo quasi tre mesi di interrogatori Radek confessò all’NKVD stalinista, tra le altre cose, di aver avuto a disposizione all’inizio del 1932 la missiva di Trotskij in via d’esame.

Il totale silenzio mantenuto da Radek nel 1932-36 sulla lettera in oggetto di Trotskij risulta molto significativo, come venne ammesso in modo indiretto da Lev Sedov.

Proprio il figlio e aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, notò a tal proposito in una sua lettera inviata a Victor Serge all’inizio del 1937 che se “avessimo” (lui e suo padre, Trotskij) “tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo loro una lettera provocatoria” – come quella che essi realmente spedirono a Radek all’inizio del 1932 – “essi” (Pjatakov e Radek) “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, e cioè alla polizia stalinista: ma a dispetto e in contrasto con la tesi esposta da Sedov, Radek si guardò bene dal “denunciare il fatto” di aver ricevuto una lettera segreta di Trotskij alla polizia sovietica, sia “immediatamente”, ossia nel marzo del 1932, come anche nei quattro anni successivi e fino al momento del suo arresto.

Un secondo indizio ci viene ovviamente dal fatto sicuro che proprio Trotskij negò con forza, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, l’esistenza stessa della missiva da lui realmente spedita a Radek all’inizio del 1932, qualificandola come una “presunta” e inesistente lettera, frutto solo della fervida e malata immaginazione di Stalin e/o dell’NKVD.

Una negazione falsa ma certo non casuale da parte di Trotskij, che dimostra ulteriormente come Radek “rispose” positivamente sul piano politico alla missiva del primo, entrando direttamente nelle file della costituenda Quarta Internazionale verso la fine del 1932.

Terza prova indiretta: perché Trotskij, o Deutscher, o Van Heijenoort fecero sparire dagli archivi Trotskij di Harvard la lettera dell’inizio del 1932 a Radek, se quest’ultimo non avesse risposto positivamente sul piano politico al suo contenuto specifico, che guarda caso infatti ci è ancora ignoto?

Ricordiamo inoltre all’avvocato del diavolo che sussiste anche la ricevuta di una lettera spedita nel 1932 da Trotskij anche a Preobrazensky, un dirigente trotzkista del 1923/1927 ma che aveva abbandonato il campo politico di Trotskij nel 1929, più o meno come Radek: tenendo bene a mente tale fatto, lasciamo subito la parola allo storico trotzkista Pierre Brouè rispetto al gruppo clandestino trotzkista (di trotzkisti che avevano capitolato di fronte a Stalin nel 1928-29, ma tornando in seguito fedeli al trotzkismo e facendo il “doppio gioco” contro Stalin) guidato da I. N. Smirnov, limitandoci per ora a verificare solo chi vi faceva parte.

Sotto questo aspetto lo studioso trotzkista Brouè ci riferisce che nel maggio del 1931 I. N. Smirnov si incontrò a Berlino con Lev Sedov (il figlio e aiutante di Trotskij), facendo rientrare il suo gruppo a pieno titolo nell’alveo e nella corrente politica guidata da Trotskij: “le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929. Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazenskij, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco”[7].

Fermiamo l’attenzione solo su E. A. Preobrazenskij, almeno per il momento.

Lo storico trotzkista Brouè ci informa in pratica che Preobrazenskij faceva sicuramente parte di un gruppo clandestino neo-trotzkista nel 1931/32, e a loro volta gli archivi Trotskij di Harvard ci informano, con le ormai famose ricevute delle lettere spedite da Trotskij nel 1932, che una delle missive spedite allora da Trotskij era diretta proprio a Preobrazenskij.

Prima domanda: anche Preobrazenskij, ritornato ormai nel 1932 alla militanza para-trotzkista (Brouè), non diede alcuna risposta politica a Trotskij? Seconda domanda: Trotskij continuava forse a mandare lettere clandestine quasi a caso, e a chi non gli dava risposta?

Ogni possibile obiezione, anche poco ragionevole, cade del resto se teniamo altresì presente che verso la fine del 1932 Trotskij inviò un’altra serie di lettere ad altri suoi simpatizzanti in Unione Sovietica, e questa volta grazie al lavoro paziente di J. A. Getty siamo a conoscenza del contenuto principale di tali missive, conservate sempre negli archivi Trotskij di Harvard [8].

Alla fine del 1932, Trotskij ribadì di proprio pugno ai suoi interlocutori e simpatizzanti sovietici che “io” (Trotskij) “non sono sicuro se tu conosci la mia calligrafia. Se no, tu probabilmente troverai qualcun altro che la conosce… I compagni che simpatizzano con l’Opposizione di Sinistra” (a Stalin) “sono obbligati a uscire fuori dal loro atteggiamento passivo in questo momento, mantenendo, naturalmente, tutte le precauzioni… Io” (Trotskij) “sono certo che la situazione minacciosa in cui il Partito” (bolscevico) “si trova spingerà tutti i compagni devoti alla rivoluzione a riunirsi attivamente attorno all’Opposizione di sinistra”[9].

Si trattava quindi di missive segrete di carattere politico e che invitavano a uscire da un “atteggiamento passivo” – seppur con tutte le “precauzioni” del caso – contro il regime stalinista; di lettere del 1932 inoltre inviate da Trotskij non certo a caso, come del resto quelle spedite a Radek e Preobrazhensky all’inizio del 1932 e solo pochi mesi prima.

Superata dunque anche quest’obiezione, non rimane che la cruda verità.

Collegando la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con l’altrettanto sicura ma falsa negazione della sua sussistenza (la “presunta lettera”) da parte di Trotskij nel 1937, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta come minimo in buona parte.

Collegando inoltre la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le sicure ma false affermazioni del Trotskij del 1937 sull’inesistenza di qualunque tipo di relazioni da parte sua con Radek e Pjatakov, a partire dal 1929, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene ormai chiarita completamente.

Collegando altresì la sicura e indiscutibile esistenza della missiva di Trotskij a Radek nel marzo del 1932, con il fatto altrettanto sicuro che nel 1929 e a giudizio del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale, Radek costituiva non solo un “disertore” politico della causa antistalinista, ma per di più un complice di Stalin nell’arresto e fucilazione di Blumkin, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta superando anche ogni dubbio ragionevole.

Collegando infine la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le affermazioni espresse da Trotskij nel 1937, e secondo le quali a partire dal 1929 Radek costituiva “la figura più odiosa” all’interno del movimento trotzkista, spariscono ormai anche i dubbi poco ragionevoli sulla questione della scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932.

A questo punto rimane solo da chiarire le ragioni dell’atteggiamento, bugiardo ma intelligente, tenuto da Trotskij rispetto alle sue relazioni con Radek nel corso del 1932.

Il leader in esilio della Quarta Internazionale nel 1937 elaborò ed espose via via una grande menzogna intorno agli eventi dell’inizio del 1932, e tale grande menzogna si articolò a sua volta in tre livelli, distinti anche se collegati tra loro:

  • Trotskij mentì quando, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, definì la lettera a Radek come “allegedly”, e cioè presunta, inesistente e inventata da Stalin e l’NKVD, mentre invece essa costituiva una concreta realtà;
  • Trotskij mentì anche quando sostenne più volte, all’inizio del 1937, di non aver avuto più alcun rapporto di nessun genere con Radek (e invece li ebbe eccome, tali rapporti, come emerge dalla ricevuta della lettera del 1932);
  • Trotskij mentì infine anche quando sostenne più volte, sempre all’inizio del 1937, che Radek – come del resto Pjatakov – era un suo “nemico” dal 1929, e quindi anche nel 1932, nel 1933, ecc. dato che non si spediscono lettere segrete a “nemici” politici, a “disertori”, e ad “anime morte”, oltre che a un “delatore” di Blumkin.

Il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale si mosse in ogni caso con abilità e un notevole acume, creando tale artificioso castello di bugie per un preciso scopo politico: infatti Trotskij nel 1937 ripeté più volte la sua grande menzogna rispetto alla reale collocazione politica di Pjatakov e Radek (finti stalinisti/reali trotzkisti) al fine di evitare un disastro gigantesco, per lui stesso e per l’organizzazione internazionale che allora dirigeva e orientava.

Se egli avesse ammesso che Pjatakov e Radek rappresentavano realmente dei dirigenti trotzkisti clandestini (e doppiogiochisti verso Stalin) nel 1932/36, anche l’esistenza del volo di Pjatakov sarebbe infatti diventata come minimo probabile, e proprio per evitare tale possibile catastrofe politica servivano dei mezzi “sporchi” ma necessari, quali per l’appunto negare ad ogni costo la neo-militanza trotzkista di Pjatakov e Radek e affermare pertanto il falso: sostenendo cioè che questi ultimi rientrassero invece, dal 1929 al 1937 e senza soluzione di continuità, nella categoria dei “nemici” più accaniti e feroci di Trotskij e della sua corrente politica, nella schiera dei “nemici” più accaniti e feroci della costituenda Quarta Internazionale.

Sfortunatamente per Trotskij e per la “seconda versione”, e per fortuna invece della verità storica, abbiamo in mano una “pistola fumante” e un fatto sicuro: e cioè le ricevute delle lettere inviate clandestinamente nel corso del 1932 da Trotskij sia a Radek, e cioè al suo (presunto, immaginario) “nemico accanito e feroce”, che a Preobrazenskij, di sicuro e secondo lo stesso Brouè un militante trotzkista che operava clandestinamente nell’URSS stalinista del 1931/32.

Grazie alla ricevuta della lettera inviata segretamente da Trotskij nel corso del 1932 a Radek, ormai sappiamo che quest’ultimo nel corso del 1932 era ritornato via via ad essere un simpatizzante di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale, diventando in seguito uno dei dirigenti più autorevoli dell’organizzazione trotzkista operante allora clandestinamente in Unione Sovietica.

In questo contesto si possono valutare e apprezzare, come ulteriore “prova del nove” e verifica incrociata, le affermazioni rese da G. Lukács nel 1971 rispetto proprio a Karl Radek, in base alle esperienze dirette e ai contatti personali da lui vissuti in prima persona in Unione Sovietica all’inizio degli anni Trenta, dove Lukács allora si trovava in esilio.

Infatti G. Lukács, nel suo “Testamento politico” del gennaio 1971, indicò chiaramente che “nei grandi processi russi” (i processi di Mosca del 1936/38) “furono condannati ingiustamente Zinoviev, Bucharin e Radek, ma è assolutamente indubitabile che Bucharin e Radek fossero oppositori”: fossero “oppositori” contro Stalin e il suo nucleo dirigente, durante gli anni Trenta[10].

La dichiarazione di Lukács è significativa proprio perché egli era stato testimone diretto del coinvolgimento di Radek e Bucharin in segrete attività antistaliniste durante gli anni Trenta, visto che egli notò altresì che proprio all’inizio degli anni Trenta Radek e Bucharin avevano cercato di “entrare in contatto” con lui, per sondare la sua disponibilità a un’azione politica diretta contro Stalin, ma che Lukács si era invece rifiutato di incontrarli, come indicò quest’ultimo in un’intervista del 1971 a E. Vezer e I. Eorsi[11].

Abbiamo quindi acquisito una testimonianza diretta di Lukács su un’esperienza vissuta in prima persona; una sua testimonianza rispetto a Radek espressa poi solo in tempi non sospetti, quasi due decenni dopo la morte di Stalin e nel gennaio del 1971; una testimonianza diretta e personale su Radek che Lukács tenne inoltre per sé, senza rivelarla in precedenza a Stalin e al mondo intero, per ben quarant’anni e dagli inizi degli anni Trenta fino al 1971; una testimonianza su Radek resa infine da un Lukács che, nel 1971, in ogni caso dichiarò che Radek era “stato condannato ingiustamente” al processo di Mosca del 1937.

Anche solo per tutti questi motivi combinati, si può quindi concludere che il testimone Lukács avesse affermato il vero sul ruolo di oppositore di Stalin svolto allora da Radek: se poi si collegano le dichiarazioni di Lukács alla lettera segreta inviata da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, tali affermazioni risultano veritiere al di là di ogni dubbio, anche poco ragionevole.

Un ulteriore prova del nove rispetto alla concreta militanza trotzkista di Radek nel 1932 ci viene altresì dal fatto sicuro, citato dagli storici antistalinisti Getty e Naumov, che proprio alla fine del 1932 Karl Radek venne convocato assieme a Zinoviev e Kamenev dagli organismi disciplinari del partito comunista sovietico perché sospettato di essere in connessione con il “gruppo Rjutin”, una organizzazione segreta di comunisti sovietici vicini alle posizioni di Bucharin e che allora chiesero apertamente l’immediato allontanamento dal potere di Stalin[12].

Se Radek riuscì in quel periodo ad allontanare da sé i sospetti del potere stalinista anche accusando il bucharinista A. P. Smirnov, un altro oppositore clandestino contro Stalin e che a quel tempo era ormai già compromesso e sottoposto ad accurate indagini da parte della polizia sovietica, è significativo che sulla lealtà a Stalin del Radek del 1932 si fossero allora formati seri dubbi, anche se quasi subito rientrati, nell’apparato stalinista; rientrati tra l’altro anche attraverso la manovra assai spregiudicata compiuta allora da Radek, che diede un piccolo colpo al già inquisito e ormai compromesso bucharinista A. P. Smirnov proprio al fine di salvare sia la propria pelle, che il suo ruolo di importante “talpa” all’interno del regime stalinista di quel tempo[13].

Avvocato del diavolo: “stiamo in ogni caso parlando del 1932: ma dopo il 1932 non sussistono ricevute scritte e prove inconfutabili di lettere inviate segretamente da Trotskij a Radek, e pertanto non vi è la certezza che Radek abbia continuato nelle sue “relazioni pericolose” con il leader della Quarta Internazionale anche nel 1933, nel 1934 e fino almeno al dicembre del 1935”.

Lasciamo parlare i fatti e le testimonianze disponibili su Radek, dopo il 1932 e fino all’agosto del 1936: una testimonianza minore come base preliminare e, subito dopo, le informazioni decisive fornite sia dal trotzkista Pierre Brouè, un accanito sostenitore della “seconda versione”, che da Isaac Deutscher, anch’esso storico trotzkista e autore di una celebre biografia sempre su Trotskij.

Innanzitutto lo storico W. Laqueur, sicuramente antistalinista, riferì come nel 1934 proprio Radek, durante una sua conversazione con un giornalista tedesco, avesse affermato con enfasi che se “la Germania l’avesse voluto, avrebbe potuto avere un’aviazione più forte di quella della Francia in soli tre mesi”[14].

Una dichiarazione che non solo lascia perfettamente comprendere l’alto grado di valutazione espresso nel 1934 da Radek sulle grandi, e purtroppo reali potenzialità tecnico-belliche della Germania nazista, ma che fra l’altro risulta in accordo con la tesi della supremazia tecnico-militare di quest’ultima rispetto agli altri paesi europei e all’URSS (ma non nei confronti degli Stati Uniti) sostenuta da Trotskij tra il 1933 e il 1940, come dimostreremo in seguito esaminando la linea politica generale espressa dal leader della Quarta Internazionale in quegli anni.

La prima “pistola fumante” sulle reali posizioni politiche del Radek post-1932 viene in ogni caso gentilmente offerta dall’insospettabile Isaac Deutscher, noto storico trotzkista, che si lasciò sfuggire il fatto estremamente interessante per cui, dopo la presa del potere di Hitler nel gennaio del 1933, fu proprio Karl Radek a indicare gli uffici di Stalin in presenza di un suo ospite e “comunista fidato”, sottolineando come in quel luogo e al Cremlino risiedessero a suo avviso i veri responsabili della vittoria dei nazisti: infatti l’insospettabile Deutscher ci informò che “molti”, nel partito comunista sovietico e specialmente tra gli antichi oppositori trotzkisti del 1926/27, “seguivano con simpatia la campagna di Trotskij” sul pericolo che il nazismo arrivasse al potere in Germania.

“La maggior parte di loro condivideva già l’opinione che Radek avrebbe espresso più tardi, nel 1933, quando, parlando con un comunista fidato, indicò l’ufficio di Stalin al Cremlino e disse: «Là dentro siedono i responsabili della vittoria di Hitler»[15].

A giudizio del Radek del 1933, Stalin e il suo nucleo dirigente costituivano quindi “i responsabili della vittoria di Hitler”, nel suo caustico giudizio espresso davanti a un “comunista fidato” di matrice trotzkista.

La valutazione politica e le parole di Radek del 1933, riportate dal fedele trotzkista Isaac Deutscher, non corrispondono di certo all’identikit del fedele militante stalinista, mentre invece la tesi esposta da Radek aderiva perfettamente a quella elaborata da Trotskij in quel periodo rispetto all’individuazione del responsabile principale, e cioè Stalin, del devastante fenomeno dell’ascesa al potere da parte di Hitler.

Basti solo pensare, a titolo di esempio, che nel luglio del 1933 e nell’articolo “Fascismo e parole d’ordine democratiche” Trotskij notò addirittura che secondo l’Internazionale comunista di quel tempo, diretta da fedeli stalinisti “il fascismo, sembra, è diventato inaspettatamente la locomotiva della storia… La burocrazia stalinista assegna al fascismo” (al nazismo, pienamente al potere da qualche mese) “la risoluzione di quei compiti basilari che essa stessa si è dimostrata del tutto incapace di assolvere”, a partire dalla distruzione dell’influenza esercitata dalla socialdemocrazia sulla classe operaia.

Siamo quindi in presenza di un fatto eclatante: lo storico Isaac Deutscher, trotzkista e antistalinista, descrisse di suo pugno una conversazione del 1933 nel quale Radek espresse apertamente delle valutazioni antistaliniste e di matrice trotzkista, attribuendo proprio a Stalin la colpa principale rispetto alla disastrosa vittoria di Hitler in Germania.

Un’ulteriore “pistola fumante” rispetto alla reale collocazione politica del Radek post-1932 ci viene fornita da un altro insospettabile storico trotzkista: questa volta Pierre Brouè, e sempre su un caso particolare riguardante Karl Radek.

Una volta scoppiata nel luglio del 1936 la sanguinosa rivolta delle alte gerarchie militari e della borghesia spagnola contro il (moderato) governo di Fronte Popolare, proprio Karl Radek scrisse infatti un mese prima del suo arresto e sull’autorevole quotidiano sovietico “Izvestia” alcuni articoli di analisi politica, esaminando a fondo la situazione esplosiva ormai venutasi a creare nella penisola iberica in quella caldissima estate del 1936.

A questo punto lasciamo volentieri la parola al documentato e intelligente storico Pierre Brouè, che ci fornisce l’ennesima prova concreta per questo punto particolare del giallo storico in via di esposizione: a suo giudizio, infatti, “l’articolo di Radek sull’Izvestia del 5 agosto del 1936, intitolato “I fautori della guerra preparano l’intervento contro la rivoluzione spagnola”, è in effetti una critica della politica staliniana”[16].

“Una critica della politica staliniana”: parole chiare, quelle di Brouè, che tra l’altro ben descrivono l’essenza dell’articolo di Radek dell’agosto del 1936.

Secondo Brouè, sostenitore accanito della “seconda versione” tesa a negare l’esistenza del volo di Pjatakov, proprio Karl Radek e in piena epoca stalinista, ossia il 5 agosto del 1936, effettuò su un’importante giornale stalinista quale l’Izvestia “una critica” (certo velata e cauta, ma una critica) “della politica staliniana”: ora, perché non credere su questo punto all’insospettabile storico trotzkista Brouè?

Seconda domanda, ancora più importante: a questo punto risulta così strano dedurre che non solo nel 1932 e nel 1933, ma anche nell’agosto del 1936 Karl Radek avesse compiuto e mantenuto una scelta di campo antistalinista? Stiamo parlando dell’agosto del 1936, lontano più di otto mesi dal dicembre del 1935 e dal mese che ci interessa da vicino: proprio per tale ragione Brouè relegò la sua significativa e corretta valutazione dell’articolo di Radek del 5 agosto del 1936 in una brevissima nota, tra l’altro ben nascosta a pag. 1005 e alla fine della sua documentata biografia su Trotskij, e quindi quasi inaccessibile.

Detto in estrema sintesi, solo un militante trotzkista – abile e doppiogiochista – poteva nel 1933 ritenere Stalin come il principale responsabile dell’ascesa al potere di Hitler e in seguito, nell’agosto del 1936, “criticare” la “politica staliniana” addirittura su un quotidiano sovietico, seppur per forza di cose in modo cauto e prudente.

Come già in precedenza, abbiamo in ogni caso a nostra disposizione tutta una serie di “prove del nove” sulla reale scelta di campo politica compiuta dal Radek post-1932.

Un’ulteriore verifica incrociata infatti proviene dalle eclatanti congratulazioni rivolte da Karl Radek nel marzo del 1936 all’allora incaricato militare nazista a Mosca, il generale Ernst Köstring: in quel periodo e dopo quattro mesi dal volo di Pjatakov a Kjeller, Karl Radek dimostrò infatti il suo dissenso segreto con il nucleo dirigente stalinista anche in occasione dell’occupazione nazista della Renania.

Prendendo a pretesto proprio la ratifica del patto d’alleanza franco-sovietico del 1936, Hitler infatti aveva violato allora apertamente una clausola del trattato imperialistico di Versailles del 1919 che imponeva la smilitarizzazione della zona tedesca di confine e procedette quindi all’occupazione militare della strategica regione industriale della Ruhr, sollevando subito la durissima reazione di condanna dell’URSS stalinista e la simultanea inerzia delle potenze liberaldemocratiche, Francia e Gran Bretagna in testa.

Di fronte a questo importante e tragico successo nazista, la reazione politica di Karl Radek risultò a dir poco stupefacente: l’ebreo e comunista Karl Radek, come accertò già nel 1974 e usando documenti ufficiali tedeschi degli anni Trenta lo storico anticomunista F. L. Carsten, subito dopo l’occupazione nazista della Renania andò infatti a congratularsi per l’importante successo riportato dalla croce uncinata nella Ruhr con il generale nazista Ernst Köstring, allora addetto militare tedesco a Mosca[17].

Siamo in presenza dell’ennesima conferma dell’ostilità politica nascosta di Radek verso le scelte compiute dal nucleo dirigente sovietico negli anni compresi tra il 1932 e il 1936, vista l’opposta reazione di condanna espressa da Stalin e dal Comintern rispetto alla mossa strategica compiuta dai nazisti in Renania, nel marzo del 1936; e acquisiamo tra l’altro la certezza che nel marzo 1936 sussisteva un particolare tipo di relazione tra nazisti e dirigenti trotzkisti, uno speciale rapporto di collaborazione tattica tra le due parti che spiega il fatto, altresì incredibile, per cui il comunista ed ebreo Karl Radek potesse nel marzo del 1936 congratularsi con il nazista E. Köstring per la vittoria hitleriana nella Renania e per un successo importante ottenuto dai nazisti antisemiti, che aveva giustamente provocato l’indignazione e l’inquietudine più che giustificata del nucleo dirigente stalinista oltre che degli antifascisti di tutto il mondo.

La frase rivolta a Ernst Köstring diventa altresì ancora più interessante se poi si viene a conoscenza che, in un articolo da lui scritto sulla stampa stalinista e per l’Izvestia dell’8 marzo del 1936, sempre Karl Radek aveva invece duramente condannato l’occupazione nazista della Renania: l’ennesimo doppiogioco compiuto dall’astuto e coraggioso criptotrotzkista di nome Karl Radek, negli anni compresi tra il 1932 e il 1936.

Lo storico antistalinista Silvio Pons ha infatti sottolineato a questo proposito che “la prima considerazione compiuta da Radek, l’8 marzo, fu che l’occupazione nazista della Renania stracciava l’ennesimo “pezzo di carta” e non costituiva una sorpresa, poiché “sin dal primo momento dell’avvento al potere del fascismo in Germania ha violato il patto di Locarno nei punti concernenti la zona demilitarizzata”[18].

Sempre Radek, in un successivo articolo pubblicato sui giornali sovietici il 6 aprile del 1936 e sempre nella sua veste ufficiale di fedele seguace di Stalin, notò inoltre che la crisi renana costituiva un “problema europeo” e un fatto che “cambia in misura significativa i rapporti di forza del dopoguerra”, nel senso di una sensibile crescita” delle “chances di un’aggressione militare tedesca”[19].

Siamo in presenza di una chiara e inequivocabile duplicità, da parte di Radek.

Con il nazista Köstring, abbiamo l’applauso del Radek trotzkista alla vittoria hitleriana del marzo 1936, che determinava una sensibile e simultanea crescita “delle chances” sia di un’aggressione militare tedesca” su scala europea che dell’arrivo del “giorno del leone” rivoluzionario, formulazione sempre di Radek e su cui torneremo tra poco; sulla stampa stalinista del marzo e aprile del 1936, viceversa, venne espressa una condanna senza mezzi termini dell’occupazione nazista della Renania da parte dello stesso Radek, ossia di un uomo diviso e sdoppiato sul piano politico, nel corso del 1932-36, tra finta fedeltà stalinista e reale militanza trotzkista.

Un altro criterio di verifica incrociata ci viene dalle relazioni come minimo assai particolari intessute da Karl Radek con il gerarca nazista Theodor Oberlander nell’agosto del 1934 e a Mosca: nel corso del loro colloquio Radek pronunciò una frase e dei concetti che, per la loro gravità e implicazioni politiche, equivalgono alle congratulazioni da lui espresse direttamente a Köstring quasi due anni dopo e nel marzo del 1936.

Lo storico R. Tosstorff ha notato nel 2007 sulla rivista storica di matrice trotzkista “Revolutionary History”, recensendo una biografia di Radek scritta dallo studioso Jean-Francois Fayet, che durante la visita a Mosca del nazista T. Oberlander (più tardi ministro del governo conservatore e antisovietico di K. Adenauer, dal 1953 al 1960) proprio “Radek si incontrò con lui sperando con ciò, sicuramente commettendo un errore di giudizio, di stabilire un “canale nascosto” con la leadership nazista”; a sua volta anche A. A. Knoff, nell’edizione del 1961 del suo libro “Metapolitics: from the romantics to Hitler”, in un appendice intitolata “Rosenberg versus Hitler in Russia” (Ed. Putnam Capricorn, p. 480), aveva descritto il meeting riservato tenutosi nell’agosto del 1934 tra Radek e Oberlander.

Un incontro segreto tra Radek e Oberlander, per costruire un “canale nascosto” con i nazisti era avvenuto sicuramente a Mosca nell’agosto del 1934: ma chi era Theodor Oberlander?

All’età di soli diciotto anni egli partecipò nel 1923 al putsch militare organizzato da Hitler a Monaco di Baviera; entrato nel partito nazista nel 1933, con una fulminea carriera Oberlander divenne nello stesso anno il leader del partito hitleriano nel distretto di Saxe-Meiningen oltre che un insegnante presso l’università di Greifswald, dove subito si fece notare nel rendere l’ambiente dei docenti “libero dagli ebrei”.

Intelligente e ambizioso, Oberlander pose al centro dei suoi libri la necessità di “un’intervento” tedesco-nazista nei sistemi agricoli della Polonia e dell’Unione Sovietica, da lui considerati “non-economici”, diventando a soli 30 anni un “esperto” nazista rispetto alla “questione orientale”, tanto che nel marzo del 1935 egli guidò un seminario ristretto di gerarchi e studiosi hitleriani rispetto alle relazioni e l’azione di sovversione da tenere nei confronti dei paesi limitrofi alla Germania, a partire dalla Polonia e dell’Unione Sovietica.

Uno dei fulcri delle schifose teorizzazioni naziste di Oberlander, fin dal 1933, era costituita dalla descrizione degli ebrei come dei pericolosi “portatori di comunismo”, coniugata all’analisi dei benefici che l’antisemitismo dei contadini slavi avrebbe portato agli obiettivi imperialistici tedeschi nell’Europa orientale: analisi teorica trasformatasi in seguito in concreta pratica genocida, visto che Oberlander operò attivamente nel 1940/45 come dirigente nazista addetto alla pulizia etnica in Polonia e URSS, nell’ultimo caso guidando personalmente un battaglione di ucraini che partecipò a diversi massacri di cittadini  sovietici, in particolar modo di etnia ebraica[20].

Il colloquio riservato tra Radek e Oberlander fa risaltare non solo l’esistenza indiscutibile di un “canale nascosto” (Tosstorff) tra il primo e alcuni gerarchi nazisti, ma anche e soprattutto l’estrema particolarità delle posizioni politiche espresse da Radek nel 1933-36, già evidenziata dalle sue congratulazioni al nazista Kostring nel marzo del 1936.

Una parte significativa del dialogo in via d’esame tra il trotzkista ed ebreo Karl Radek e il nazista e antisemita Oberlander è stato infatti esposto dal diplomatico tedesco Gustav Hilger, allora presente allo stupefacente colloquio tra i due e che in seguito riportò un segmento assai rivelatore delle affermazioni di Radek: quest’ultimo espresse contemporaneamente sia la sua strabiliante “ammirazione per la dedizione e per lo spirito organizzativo della gioventù nazista” (S. Pons) che le sue più comprensibili anche se irreali speranze nelle potenzialità rivoluzionarie dei giovani tedeschi[21].

In un suo libro del 1953, intitolato “The incompatible allies”, Gustav Hilger sottolineò che a un certo punto del suo incontro del 1934 con Oberlander, Radek stupì i presenti affermando che “nei volti degli studenti tedeschi che marciano in camicia marrone”, e cioè con le divise hitleriane, antisemite e anticomuniste del 1934, “riconosco la stessa dedizione che una volta ha illuminato i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa” (i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa una volta guidati da Trotskij, fino al 1924) “e dei volontari tedeschi del 1813”, nella guerra antinapoleonica: Radek altresì aggiunse che comunque “ci sono molti nostri splendidi seguaci” (comunisti) “all’interno delle S.A. e delle S.S. che un bel giorno saranno ancora determinati a lanciare bombe a mano per noi”[22].

Siamo ormai nella posizione di Alice nel paese delle – orrende – meraviglie, oltre che assai vicini alla “tana del Bianconiglio” di matrice trotzkista.

L’ammirazione esplicita e stupefacente per la “dedizione” e l’idealismo dei giovani nazisti tedeschi, connessa alla simultanea fiducia nelle prospettive rivoluzionarie in Germania costituiscono infatti due elementi combinati che risultano perfettamente compatibili con l’identikit di un Karl Radek che, proprio nel 1934 e in qualità di dirigente trotzkista (e doppiogiochista) in terra sovietica, stava mettendo in atto, assieme al suo leader in esilio Trotskij, una particolare collaborazione tattica con l’antagonista hitleriano contro il loro comune nemico principale, e cioè il regime stalinista, dando per scontata e inevitabile l’apertura di uno scontro frontale tra nazismo e trotzkismo dopo la futura ma inevitabile distruzione dell’egemonia del nucleo dirigente stalinista. Collaborazione momentanea e di natura tattica che si rifletteva a sua volta anche nella parte sopracitata – altresì strabiliante e assurda – del suo colloquio con il gerarca nazista T. Oberlander, e del resto vedremo meglio in seguito come per Radek non risultasse certo una novità l’elogio del “coraggio” e dell’«idealismo» dei fascisti tedeschi, visto il caso eclatante del discorso da lui pronunciato in prima persona e pubblicamente in memoria del nazista Leo Schlageter, nel giugno del 1923[23].

Un’altra prova del nove sulle reali posizioni politiche adottate da Radek nel 1933-36 proviene dall’articolo da lui scritto per l’autorevole quotidiano sovietico Izvestia, il primo maggio del 1936.

Al suo interno Radek espose, in forma appena velata, quel (presunto) nesso inscindibile tra guerra mondiale e rivoluzione planetaria che contraddistingueva – guarda caso – anche le analisi e previsioni politiche sviluppate da Trotskij nel 1933-36 e dopo l’ascesa al potere dei nazisti, su cui torneremo a lungo in seguito, riprendendo pertanto proprio sulle pagine di un giornale stalinista del 1936 sia “la tradizione catastrofista del comunismo” (Pons) che l’ottimismo di matrice trotzkista sul futuro “giorno del leone” della rivoluzione mondiale.

Come ha notato Pons, il primo maggio del 1936 Radek “citò infatti recenti affermazioni del ministro della Difesa inglese, secondo le quali la situazione internazionale era ormai più aspra che nel 1914 e una guerra avrebbe significato la fine della civiltà umana. Radek non dissentì dalla prima tesi e polemizzò invece con la seconda. A suo giudizio, lungi dal comportare un crollo della civiltà, la prossima guerra avrebbe posseduto senza dubbio alcuno “ancora più influenza rivoluzionaria” della prima guerra mondiale, dato lo sconquasso del sistema capitalistico postbellico, la perdita di fiducia delle masse in esso, l’attrazione esercitata dall’URSS. Vane sarebbero state le speranze degli imperialisti più reazionari di evitare, con l’aiuto del fascismo, “le conseguenze rivoluzionarie di una nuova guerra mondiale”: “noi comunisti – precisava l’autore – non guardiamo in modo così pessimistico al futuro della civilizzazione”, perché “dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”. Radek si faceva così interprete della tradizione catastrofista del comunismo, che giungeva ora a vedere in una seconda guerra mondiale, ritenuta alle porte, un nuovo passaggio e una nuova occasione per l’abbattimento del sistema capitalistico”[24].

“Dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”: un “leone” comunista e rivoluzionario che, per il Radek del maggio 1936 come del 1932, era incarnato dallo stesso Trotskij (con le sue lettere segrete spedite allo stesso Radek), e non certo da Stalin.

La tesi apocalittica di Radek sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario e anticapitalista diventa ancora più significativo se si considera che essa risultava in aperta contraddizione con la teoria invece esposta in un articolo pubblicato sui giornali sovietici sempre il primo maggio del 1936, ma scritto invece dal fedele stalinista G. M. Dimitrov, che allora risultava il capo autorevole della Terza Internazionale.

Nel suo scritto Dimitrov sottolineò sulla Pravda non solo che “il pericolo di guerra veniva dal fascismo e che essa riguardava anche l’Occidente, non solo l’URSS”, ma al contrario di Radek si assunse la paternità del concetto per cui una “pace cattiva” fosse preferibile alla guerra e “riaffermò la visione differenziata degli Stati capitalistici”, nonché la polemica contro i “critici di sinistra” cui attribuì “le idee fataliste sull’inevitabilità della guerra e l’impossibilità di conservare la pace”, proprie dei “dottrinari ossificati” e dei “ciarlatani”. Tale polemica appare anche rivolta contro il radicalismo e l’estremismo nelle file comuniste, venuti allo scoperto dinanzi alla crisi renana. Dimitrov riprese inoltre una tesi che era contenuta nella risoluzione del 1° aprile e alla quale “Ercoli” (Palmiro Togliatti) “non aveva riservato particolare attenzione nella sua relazione al Presidium: quella secondo la quale il “mantenimento della pace” avrebbe provocato la crisi e la sconfitta del fascismo in Germania. La capacità del movimento operaio di impedire lo scoppio della guerra ne avrebbe accresciuto la forza sino a configurare non solo “un pericolo mortale” per il fascismo, ma anche una minaccia per “le fondamenta del regime capitalistico”. Dimitrov presentò così la lotta per la pace come “una lotta rivoluzionaria”. Questa tesi non era originale: era già stata avanzata da V. Knorin nel dibattito al “VII Congresso” dell’Internazionale Comunista, tenutosi a Mosca nell’agosto del 1935[25].

La differenza politica tra le tesi espresse da Dimitrov con quelle sostenute invece da Radek, rispetto al nesso guerra-rivoluzione e pace-rivoluzione, risulta fin troppo evidente. In sostanza l’abile, astuto e coraggioso Karl Radek riuscì a far passare un messaggio politico di matrice “catastrofista” (Pons) e criptotrotzkista sotto gli stessi occhi di Stalin e sui giornali stalinisti proprio il primo maggio del 1936, attuando pertanto un capolavoro di sagacia che gli riuscì del resto anche nell’agosto del 1936 e in quell’articolo sulla guerra civile spagnola che, persino secondo Brouè, costituiva una “critica della politica stalinista” attuata sempre sotto il naso di Stalin: non si può non ammirare l’astuta e sotterranea “guerriglia teorica” che Radek attuò contro il nucleo dirigente stalinista, durante i primi otto mesi del 1936.

Un altro criterio di verifica incrociata delle nostre tesi su Radek deriva dal contenuto particolarissimo dell’incontro che quest’ultimo ebbe a Danzica, all’inizio del 1936, con un autorevole esponente del servizio segreto militare tedesco, Walter Nicolai (1873-1947), nel quale Radek manifestò la sua speranza di “sopravvivere” al regime stalinista, a dispetto del fatto che egli fosse allora un emissario ritenuto fidato dal – troppo ingenuo e fiducioso – Stalin, e come tale mandato in missione speciale in territorio straniero e fuori dai confini sovietici.

In quell’incontro Radek discusse e parlò troppo, e con vicino a lui troppe orecchie indiscrete, visto che nel colloquio riservato tenuto per l’appunto a Danzica, nel sobborgo di Oliwa, secondo un testimone diretto dell’incontro, egli infatti tra l’altro affermò all’inizio del 1936 che “ora, in URSS tutto è possibile. Perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”[26].

Radek dal 1929 era rientrato a poco a poco nelle grazie di Stalin e, all’inizio del 1936, il leader comunista georgiano aveva riaffermato nei fatti la sua (mal riposta) fiducia in Radek proprio mandandolo all’estero e in una missione riservata; perché dunque questi temeva per la sua sopravvivenza (“perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”) sotto il regime stalinista, se egli non fosse implicato in un azione e scelta politica pericolosissima per la sua sorte, come la militanza clandestina trotzkista e un doppio gioco (mortale, almeno potenzialmente) contro Stalin?

Altrettanto interessante risulta l’interlocutore di Radek nel colloquio di Danzica, città in cui già nel maggio 1933 il partito nazista aveva vinto le elezioni con il 57 percento dei voti, instaurando subito un regno del terrore contro comunisti ed ebrei.

Radek discusse infatti clandestinamente (ma con presenti troppi testimoni, per sua sfortuna) con il potente Walter Nicolai, uno dei capi del servizio segreto militare tedesco dal 1916 al 1927, e che nel 1936 costituiva ancora autorevole consigliere dello spionaggio tedesco. Nicolai conosceva benissimo Radek per averlo incontrato più volte nel 1919 e nel 1921-22, e accettò di incontrarlo in un colloquio riservato la cui esistenza è accertata mediante numerose testimonianze; a partire sia dal tedesco Roehner, che accompagnava allora Nicolai, che da A. Orlov, che fungeva allora da guardia del corpo di Radek, oltre che da una nota del giornale di Varsavia “Kurier Czerwony” del 22 febbraio 1936[27].

Dopo aver via via riacquistato l’ingiustificata fiducia di Stalin, Radek era stato inviato nel corso del 1933 in Polonia per cercare di impedire l’alleanza (poi conclusasi realmente) tra quest’ultima e la Germania nazista; ma all’inizio del 1936 Radek venne invece mandato nella città-stato di Danzica per sondare gli umori di quella parte degli apparati statali tedeschi ritenuta da Mosca meno antirussa e antisovietica, e nella quale emergeva proprio W. Nicolai. Solo che Stalin all’inizio del 1936 non era ancora a conoscenza di un piccolo “dettaglio”, e cioè che il “suo” emissario Radek in realtà era un abile doppiogiochista che serviva un altro e ben diverso referente politico, e cioè Trotskij, per conto del quale Radek anche a Danzica stava effettuando un “gioco” politico assai pericoloso, molto particolare e dall’esito finale devastante[28].

Un’ulteriore prova del nove: il contenuto dell’articolo “radicale” (Pons) scritto il primo agosto del 1936 da Radek sull’importanza della guerra civile spagnola da poco scoppiata. Emergono infatti al suo interno, seppur in forma mascherata, alcune tesi politiche notoriamente care ed espresse pubblicamente dal Trotskij del 1933-36 rispetto:

  • alla possibilità concreta di “rivolte popolari” nei “paesi del fascismo”, a partire dalla Germania hitleriana;
  • alla lotta rivoluzionaria delle masse popolari, intesa come il solo mezzo di resistenza efficace contro lo scoppio di una nuova guerra mondiale;
  • alla richiesta che l’URSS intervenisse attivamente e “non restasse passiva”, usando quindi anche i mezzi militari, rispetto alla guerra civile spagnola e all’ormai incombente nuova guerra mondiale;
  • all’importanza decisiva attribuita da Radek “alla critica delle armi” e alla “rivoluzione” rispetto invece allo strumento, ormai da lui ritenuto spuntato, della “diplomazia”;
  • all’incombenza della seconda guerra mondiale, visto che sempre a giudizio di Radek la situazione nell’agosto del 1936 era ormai “ancora più grave dei mesi precedenti” alla prima guerra planetaria, scoppiata nel luglio-agosto del 1914.

Mettiamo subito a confronto le posizioni espresse da Radek e da Trotskij, rispetto al significato eclatante assunto dalla guerra civile spagnola anche sul piano planetario.

In un suo articolo del 1937, intitolato “La lezione della Spagna: l’ultimo avvertimento”, Trotskij rilevò ad esempio con chiarezza ed estrema radicalità che la guerra civile spagnola costituiva, assieme alla guerra imperialistica italiana contro l’Etiopia, una sorta di prologo alla futura rivoluzione mondiale, sottolineando che “tutti gli stati maggiori stanno studiando attentamente le operazioni militari in Etiopia, in Spagna e nell’Estremo Oriente” (ossia in Cina, sottoposta allora a sua volta alla feroce aggressione giapponese) “in preparazione della grande guerra futura. Le battaglie del proletariato spagnolo emettono dei flash illuminanti sulla rivoluzione mondiale che sta arrivando …”, ossia sulla futura sollevazione degli operai e sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario esteso su scala planetaria.

Passando invece all’analisi e alle previsioni effettuate da Radek rispetto al significato “illuminante” e di valore mondiale assunto dalla guerra civile spagnola, l’intelligente storico antistalinista Silvio Pons ha notato giustamente che il primo agosto del 1936 “Radek tornò a sostenere le tesi radicali”, e cioè rivoluzionarie e bellicose, “da lui stesso delineate nella crisi renana” del marzo del 1936.

Radek infatti affermò che anche lo scoppio della guerra civile spagnola dimostrava che una nuova e seconda “guerra mondiale era ormai alle porte, che i fascisti la stavano accuratamente pianificando, che i sentimenti delle masse popolari costituivano il solo elemento di resistenza a tale catastrofico evento”. Occorreva prendere coscienza, secondo Radek, che negli ambienti politici e diplomatici del mondo capitalistico non era ormai più all’ordine del giorno la discussione “se sia possibile o meno evitare la guerra. Si discute il problema di quando scoppierà la guerra”. Ciò avrebbe costituito una rappresentazione del tutto fedele e realistica dell’attuale situazione internazionale: la tesi che il pericolo di guerra non era adesso inferiore a quello del 1914 poteva essere contestata “solo nel senso che oggi la situazione è ancora più grave che nei mesi precedenti la guerra mondiale”. E’ evidente che l’autore alludeva in realtà a discussioni oltremodo attuali in URSS, e intendeva significare che, a suo giudizio, esse erano superate dai fatti e che non era il caso di attardarsi in questo genere di dispute, tanto più dopo l’apertura della nuova crisi in Spagna. Quest’ultima venne, per il momento, ricordata solo quale teatro favorevole agli obiettivi imperialistici del fascismo italiano nell’Africa del Nord. Così come aveva fatto tre mesi prima, Radek denunciò il tentativo del nazismo di creare “un blocco di potenze revisionistiche”, isolando Francia e URSS, e invitò le potenze occidentali ad assumere posizioni più ferme, costringendo la Germania a scegliere “tra l’accordo sull’organizzazione di una pace collettiva e l’isolamento”. Tuttavia il suo accento cadde sui movimenti di massa, che in una situazione sempre più conflittuale avrebbero accresciuto il loro carattere rivoluzionario: secondo l’autore, le premesse di rivolte popolari esistevano “in tutto il mondo capitalistico, e in primo luogo nei paesi del fascismo”.

In altre parole, secondo Radek la critica delle armi e della rivoluzione stava ormai decisamente soppiantando le armi della diplomazia e della politica. La sua richiesta di dare un colpo al fascismo e la sua affermazione che l’URSS “non è mai rimasta passiva” dinanzi al pericolo di guerra non pareva così confinata all’azione diplomatica. Ciò appariva di fatto suggerito proprio dallo scenario della guerra civile in Spagna. La tesi dell’attualità della guerra, della quale Radek si faceva nuovamente portavoce, veniva riproposta con forza. Egli pose in relazione diretta l’intervento dei fascismi contro la rivoluzione spagnola e la preparazione di una nuova guerra mondiale. Pur negando che in Spagna fosse all’ordine del giorno l’instaurazione di una dittatura del proletariato, egli fece appello a un movimento di solidarietà internazionalista dal carattere assai più concreto e fattivo di quello limitato alla raccolta di fondi e aiuti alimentari”[29].

Ancora una volta l’astuto Radek riuscì a far passare sulla stampa stalinista dell’agosto 1936, seppur in forma cauta e solo parzialmente, almeno alcune delle tesi via via espresse nel 1933-36 dal suo vero leader in esilio, e cioè da Trotskij, rendendo quindi pubblica una prudente e limitata, ma concreta “critica della politica staliniana” (Brouè) in campo internazionale.

Passiamo ora a un diverso criterio di verifica sul ritorno di Radek alla militanza trotzkista: esso si basa su alcune dichiarazioni espresse da Trotskij e da suo figlio Lev Sedov, l’abile braccio destro del padre dal 1929 al 1938, e più precisamente sulle bugie espresse mano a mano da entrambi rispetto al nodo politico in via d’esame.

Rispetto ai suoi reali rapporti politici con Radek nel 1932-36, Trotskij adottò infatti la tattica della menzogna permanente e sistematica: come si è già accennato in precedenza, tutta una serie di bugie vennero infatti pronunciate da Trotskij sia nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey, sia anche il 14 maggio del 1932 in una sua lettera indirizzata al militante antistalinista A. Weisbord.

Da un lato Trotskij inviò infatti sicuramente la sopracitata lettera clandestina a Radek nel marzo del 1932, ma dall’altro nel 1937 egli negò con forza la sua esistenza e, allo stesso tempo, definì Radek come un personaggio contraddistinto da “degenerazione ideologica e morale” il 14 maggio del 1932, in una missiva inviata questa volta ad Albert Weisbord: per conoscere nel dettaglio tali aspetti particolari leggiamo assieme, giudici-lettori, le parole pronunciate in prima persona da Trotskij nell’aprile del 1937 durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, nell’ultima parte della sua lunga deposizione finale.

Trotskij in quella sede rilevò che “durante il processo di Mosca, “Radek testimoniò: nel febbraio del 1932, ho ricevuto una lettera da Trotskij … Trotskij scrisse inoltre che da quando ha saputo che sono una persona attiva, era convinto che sarei tornato alla lotta”. Tre mesi dopo questa presunta lettera”, (presunta lettera) “il 14 maggio 1932 ho scritto” (io, Trotskij) “ad Albert Weisbord a New York: “… la degenerazione ideologica e morale di Radek testimonia il fatto che non solo Radek non è una persona corretta, ma anche che il regime stalinista si deve supportare su funzionari spersonalizzati o persone demoralizzate”. “Tale era la mia vera valutazione di questa” “persona attiva!”[30].

Ancora una volta Trotskij si tradisce involontariamente e con le sue stesse parole, visto che ormai abbiamo a disposizione la “pistola fumante” della ricevuta della lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932.

Prima e già esposta menzogna di Trotskij: la lettera del 1932 a Radek sarebbe stata a suo avviso “presunta”, irreale e quindi inventata da Stalin e dalla sua polizia politica nel 1937, mentre invece tale missiva del 1932 non era per niente “presunta” ma invece un dato di fatto certo e concreto, sicuro e innegabile.

Seconda menzogna di Trotskij: egli scrisse al militante antistalinista americano A. Weisbord, nel maggio del 1932, che era affetto da “degenerazione ideologica e morale” proprio quel Karl Radek al quale lo stesso Trotskij (forse anch’esso infettato dalla “degenerazione ideologica e morale”?) aveva inviato una missiva clandestina nel marzo del 1932 e che era tornato, fin dall’inizio del 1932, a tessere relazioni di collaborazione politica con la corrente trotzkista operante su scala internazionale.

Conoscendo ormai l’innegabile realtà della lettera segreta spedita proprio da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, si può capire perfettamente il livello sofisticato di menzogne, ripetute e plateali, espresse  fin dal maggio del 1932 rispetto ai suoi reali rapporti politici con il secondo; se da un lato Trotskij scrisse all’inizio del 1932 una lettera segreta a Radek, dall’altro lato proprio per coprire e nascondere le sue reali relazioni con quest’ultimo egli giunse fino al punto di definire Radek come un uomo corrotto e affetto da “degenerazione ideologica e morale”, in una sua lettera inviata nel maggio 1932 all’antistalinista statunitense A. Weisbord.

Quante menzogne e quanti trucchi vennero usati da parte dell’intelligente e astuto Trotskij, rispetto alle sue reali relazioni con Radek nel periodo 1932-36!

Menzogne e trucchi che vennero altresì utilizzati su tale tematica anche da Lev Sedov, in una lettera sopracitata che il figlio e aiutante politico di Trotskij scrisse all’antistalinista Victor Serge all’inizio del 1937, poco dopo la conclusione del secondo processo di Mosca del gennaio del 1937.

Nella sua missiva del 1937 a Victor Serge, che i giudici-lettori possono ritrovare nel libro di V. Rogovin intitolato “1937”, al capitolo quindici (www.marxists.org), Lev Sedov parlò a modo suo della “lettera provocatoria” del 1932 che lui e Trotskij mai e poi mai, almeno a suo dire, avrebbero spedito a “persone del tipo Radek e Pjatakov”.

Notò infatti Lev Sedov che “le conversazioni di Pjatakov con L. D.” (e cioè Trotskij) “sono il prodotto della collaborazione tra Radek e Pjatakov; è chiaro che un idiota come Yezhov” (allora a capo dell’NKVD) “non sarebbe riuscito nemmeno ad immaginare un tale raffinato imbroglio. Inoltre l’amoralità di Radek, il suo cinismo, e altre qualità fanno di lui il più appropriato candidato, in mancanza del capo, a dirigere la cucina della GPU… Se avessimo tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo loro una lettera provocatoria, essi avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU. Chiunque conosca i due elementi e la situazione attuale dell’URSS su questo non può avere dubbi…”.

Lev Sedov si dimostrò bravissimo nell’inventare menzogne sfrontate e, almeno in questo campo specifico, risultò quasi all’altezza di suo padre.

A suo avviso costituiva infatti solo una “provocazione” e un’invenzione la concretissima lettera che Trotskij spedì realmente a Radek, nel marzo del 1932, e per di più, se lui e suo padre avessero spedito una “lettera provocatoria” – come quella del marzo 1932 – a “persone del tipo di Radek e Pjatakov”, i due personaggi in questione “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, ossia alla polizia stalinista.

A questo punto “chiunque non può aver dubbi”, per usare la terminologia di Sedov, che quest’ultimo e Trotskij mentissero sulla “lettera provocatoria” (ma reale) del 1932 a Radek con un “cinismo” e “amoralità” impressionanti, visto che all’inizio del 1932 proprio Trotskij spedì una missiva segreta a Radek e che quest’ultimo (“su questo non si può avere dubbi”) nel 1932-35 certo non “denunciò il fatto alla GPU”, rivelando anche in tal modo sia la sua reale collocazione politica antistalinista che “l’amoralità” di Lev Sedov, il “cinismo” lucido e intelligente con il quale quest’ultimo raccontava frottole e bugie a V. Serge sulla reale scelta di campo trotzkista compiuta invece dal Radek del 1932-36.

Se già la lettera inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932, collegata alle affermazioni rilasciate da Trotskij sulla presunta assenza di relazioni di alcun tipo da parte sua con Pjatakov e Radek nel 1929-36, non lasciava spazio a dubbi razionali sulla scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932, ormai abbiamo accumulato tutta una serie di altre prove (le altrimenti inspiegabili congratulazioni espresse nel 1936 da Radek a Köstring in occasione della vittoria nazista nella Renania, la conversazione del 1933 di Radek con un “comunista fidato” sulle responsabilità di Stalin per la vittoria di Hitler in Germania, ecc.) e di altri indizi variegati ma concordanti, che indicano con sicurezza come Radek avesse lottato in segreto contro Stalin e a fianco di Trotskij anche negli anni compresi tra il 1933 e l’agosto del 1936, ivi compreso quindi quel dicembre del 1935 che ci interessa in modo particolare.

Avvocato del diavolo: “ma avete qualche prova che sia davvero esistita in Unione Sovietica un’organizzazione clandestina trotzkista, dal 1931 all’agosto/settembre del 1936? Se non riuscite a dimostrare la presenza concreta di tale fattore materiale, tra Trotskij in esilio e Pjatakov/Radek in terra sovietica vi sarebbe stato in ogni caso un vuoto assoluto, con le inevitabili conseguenze negative rispetto almeno alla loro capacità di azione: anche se trotzkisti (clandestini) al 101 per cento essi sarebbero state in ogni caso delle voci isolate che gridavano a vuoto nel “deserto” stalinista, privi pertanto di qualsiasi margine operativo concreto e lontani anni-luce dalla capacità di organizzare concretamente il viaggio segreto a Kjeller nel dicembre 1935”.

Ancora una volta lasciamo la parola allo storico trotzkista Brouè per risolvere anche questo problema, a svantaggio della “seconda versione” antistalinista.

In un suo saggio del gennaio del 1980, infatti, Brouè rilevò che gli “autentici trotzkisti” clandestini in Unione Sovietica “avevano una lunga storia”, anche se nel biennio 1931/32 “l’unico di quelli che i compagni deportati consideravano un leader ed era in libertà a Mosca in quel tempo era Andrei Kostantinov”, membro del partito bolscevico dal 1910 e “che non fu arrestato fino al dicembre del 1932; ma non c’è assolutamente alcun dubbio”, proseguì Brouè, “che un piccolo gruppo” (di trotzkisti clandestini) “esisteva ed era in comunicazione clandestina con Sedov” (il figlio di Trotskij) “a quel tempo”, nel 1930/1932[31].

Inoltre Brouè attestò anche la formazione di un “blocco delle opposizioni” contro Stalin operante nell’URSS del 1932: genesi reale, concreta e attestata da una fonte sicura per la “seconda versione”, che risulterà un elemento e una prova assai importante quando andremo in seguito ad esaminare il grado di affidabilità delle confessioni-testimonianze di Pjatakov e Radek.

Fin dal 1980 Brouè sottolineò inoltre che, assieme a molti seguaci di Bucharin e di Zinoviev/Kamenev, nel 1932 i coraggiosi trotzkisti guidati da Kostantinov risultavano affiancati nel fronte e nel “blocco” delle opposizioni antistaliniste da un altro gruppo, composto da altri trotzkisti che si invece si erano sottomessi a Stalin nel corso del biennio 1928/1929.

Si trattava di un nucleo diretto fin dal 1931 da Ivan Nikitic Smirnov, un vecchio bolscevico che aveva militato nelle file trotzkiste durante il periodo compreso tra il 1923 e il 1928 e che, nel 1929, aveva tentato di capitolare di fronte a Stalin in modo meno disonorevole di “Radek, Smilga e Preobrazenskij”[32].

Grazie al Brouè del 1980, veniamo pertanto a conoscenza che nel 1930/32 esisteva una organizzazione trotzkista guidata clandestinamente da Kostantinov in terra sovietica, in stretto contatto con Lev Sedov e (tramite lui) con Trotskij, mentre sempre rispetto al 1932 ormai sappiamo che operava simultaneamente un’altra organizzazione di “trotzkisti tornati alla lotta” dopo le capitolazioni da loro rese a Stalin nel 1928/29, guidata allora da I. N. Smirnov.

Sempre l’intelligente e preparato storico trotzkista pubblicò inoltre nel 1991 un’altra opera assai interessante, sia in generale che rispetto al volo di Pjatakov, intitolata “La rivoluzione perduta” e avente per oggetto la biografia di Trotskij: e il Brouè del 1991 ci fornisce molte più informazioni, sia rispetto al “gruppo di Smirnov” che al “Blocco delle Opposizioni” antistalinista.

Sotto il primo aspetto Brouè nel 1991 sottolineò che “il ruolo decisivo”, nei raggruppamenti clandestini che via via si formarono nel 1931/32 all’interno del partito bolscevico ormai egemonizzato dal nucleo dirigente stalinista, “è svolto dal gruppo di Ivan Nikitic Smirnov”, che nel 1929 si era sforzato di redigere una dichiarazione di capitolazione più onorevole di quella di Radek, Smilga e Preobrazenskij. Meno disonorevole tuttavia, la sua dichiarazione, i contatti che conserva, le cose che dice: il contegno che mantiene gli valgono una certa reputazione. Espulso dall’Urss nel 1930, Andrés Nin cita proprio Smirnov come personaggio rappresentativo di “una sorta di capitolazionisti che non hanno rinunciato alle proprie idee e per i quali la capitolazione non era che una manovra tattica”.

Dunque la parziale “resa” a Stalin, per Smirnov rappresentava già nel 1929/30 solo “una manovra tattica”: un nuovo elemento di fatto, di cui tener conto.

Brouè notò inoltre che “non si sa nulla dell’attività del gruppo Smirnov fino al 1931, né del modo sottile in cui sembra aver tentato di combinare l’opposizione clandestina e le affermazioni a doppio senso” (il doppio gioco contro Stalin, in parole semplici) “alla linea del partito. La svolta decisiva si verifica per lui nel maggio 1931, quando incontra a Berlino Lev Sedov. Non si è certamente trattato solo di una conversazione di carattere generale avvenuta per caso, come Sedov ha ovviamente cercato di far credere al momento del processo di Mosca. Tuttavia bisogna riconoscere che non c’è modo di sapere se l’incontro fu fortuito, come Sedov afferma o se al contrario fu preparato. Ci si deve accontentare di segnalare l’inverosimiglianza del racconto di Sedov, fatto dopo il primo processo di Mosca, a proposito di un dettaglio: egli avrebbe abbracciato Smirnov riconoscendolo per strada. Si può credere ad un simile comportamento con un “capitolazionista” vigorosamente denunciato da Trotskij?” (sicuramente no. Crederlo sarebbe come aver ancora fiducia nell’esistenza di Babbo Natale: l’incontro tra Sedov e Smirnov non fu certamente casuale, anche solo per il dettaglio significativo “dell’abbraccio”).

“Le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso altri emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929, Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazenskij, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco.

“Nel settembre o nell’ottobre 1932 giunge in missione a Berlino un alto funzionario dell’apparato economico” (sovietico), “Holzman, legato a Smirnov, del quale accetta di fare l’intermediario presso Sedov. Porta notizie che il suo interlocutore considera d’importanza capitale. Esse dimostrano l’attività e l’importanza del gruppo che Sedov, nella sua corrispondenza con Trotskij chiama dei “trotzkisti ex capitolazionisti” e del quale scrive senza mezzi termini ai compagni della Segreteria internazionale” (della Quarta Internazionale) “Smirnov e altri, che ci avevano lasciati, sono ritornati”.

Essi erano quindi “ritornati” alla militanza antistalinista e anche Trotskij, parlando di questo gruppo, afferma che da esso si può “trarre il bilancio dell’esperienza della capitolazione onesta, sincera e non carrierista”[33].

Fermiamoci solo un attimo per sottolineare come anche nel caso di I. N. Smirnov, come del resto in quello del 1929 relativo a Blumkin, assistiamo alla dinamica consueta dell’”incontro casuale” di Sedov a Berlino con il trotzkista clandestino Smirnov, che passava “casualmente” sempre a Berlino nello stesso giorno/ora e nello stesso posto in cui si trovava sempre “casualmente” il figlio di Trotskij, che quindi entrava in contatto con un trotzkista che, formalmente, si dichiarava fedele a Stalin appartenendo a pieno titolo all’apparato statale sovietico.

Grazie anche al pezzo sopra citato, sappiamo in ogni caso con sicurezza che esistevano in Unione Sovietica nel 1931/32 ben due organizzazioni parallele che si rifacevano a Trotskij e alla costituenda Quarta Internazionale: Radek e Pjatakov pertanto non erano assolutamente “isolati”, in estrema sintesi, negli anni compresi tra il 1931 e il 1932.

Il Brouè del 1991 ha comunque ancora molto da rivelarci rispetto alla coraggiosa azione espressa dall’organizzazione trotzkista che operava clandestinamente in terra sovietica, la quale comprendeva al suo interno fin dal maggio 1931 e in modo quasi organico anche il gruppo di Smirnov, come è stato ammesso apertamente persino dallo storico trotzkista francese: nel corso del 1932 si creò infatti una sorta di fronte unico, di alleanza politica e di “blocco” tra i diversi segmenti dell’opposizione antistalinista di matrice comunista, ivi compresi i trotzkisti, seppur mantenendo la loro rispettiva autonomia politica.

Oltre agli zinovievisti, dell’alleanza antistalinista formatasi via via nel 1932 faceva parte anche una parte significativa della vecchia corrente politica legata a Bucharin, e cioè la destra del partito bolscevico tra cui spiccava il gruppo legato a Rjutin e Slepkov, fino al 1929 schierati apertamente con Bucharin: nei confronti di questo nucleo di opposizione proprio i trotzkisti sovietici, con la benedizione di Trotskij, svilupparono una rete di connessioni per una lotta comune contro il regime stalinista nel corso del 1932, a dispetto delle loro reciproche e serie divergenze politiche.

Si tratta forse di propaganda stalinista, o di affermazioni prive di riscontro reale?

Assolutamente no, visto che possiamo utilizzare anche in questo campo specifico proprio le tesi enucleate dallo storico trotzkista Brouè, il quale tra l’altro si basa su dati di fatto sicuri ed inoppugnabili: solo rispetto all’argomento del terrore da usare contro Stalin egli volutamente sbaglia, ma per l’argomento in via d’esame si tratta di un elemento secondario.

Brouè sottolineò infatti che nel 1932 la “principale iniziativa del gruppo di “Rjutin e Slepkov” “fu l’elaborazione di una piattaforma politica generalmente chiamata “di Rjutin”: tale “piattaforma si presentava come un tentativo di saldare le vecchie opposizioni di destra e di sinistra contro Stalin, cominciando con l’associarle in un programma comune. Movendo dalla necessità di una marcia indietro in campo economico si pronunciava poi a favore della restaurazione della democrazia nel partito, preceduta dalla reintegrazione di tutti gli espulsi, tra i quali Trotskij. Analizzava anche il ruolo di Stalin in una requisitoria serrata che lo presentava come “il genio malefico della Rivoluzione (…) mosso dalla sete di vendetta e dalla fame di potere”. Si spingeva fino a paragonarlo al famoso provocatore Azev, chiedendosi se la sua politica non fosse frutto di una “gigantesca provocazione cosciente”[34].

Se Stalin costituiva davvero un emulatore di un “famoso provocatore” della polizia zarista, e cioè di quel E. F. Azev che realmente aveva fatto per anni il doppio gioco tra lo zarismo e i suoi oppositori, perché non eliminarlo fisicamente? Ma continuiamo.

“La circolazione di questo documento, largamente conosciuto nell’estate del 1932 nelle alte sfere del partito, portò a un’inchiesta della Commissione Centrale di controllo. Il 9 ottobre, il plenum del Comitato centrale decise di punire severamente, con l’espulsione dal partito, quanti erano venuti a conoscenza della piattaforma e non l’avevano denunciata: tra di essi figuravano significativamente Jan Sten, Zinoviev e Kamenev, cosi come Uglanov.

In effetti la comparsa della “destra rinnovata” di Rjutin e Slepkov aveva due significati. Il fatto che facesse propria la rivendicazione della democrazia operaia nel partito rappresentava il riconoscimento che Trotskij aveva avuto ragione a proposito del regime del partito. Il fatto poi che fosse stata accolta favorevolmente negli strati medi e inferiori della burocrazia alle prese con enormi difficoltà, mostrava che quest’ultima era sensibile a richieste che potevano allentare la tensione. Trotskij non sembra peraltro aver avuto dubbi sulle possibilità che, in un futuro non troppo lontano, essa aveva d’imporsi a detrimento di Stalin e di tenere il campo per un periodo abbastanza lungo da obbligare l’Opposizione di sinistra e fare un buon pezzo di strada al suo fianco”, ossia al fianco della “destra rinnovata” di Rjutin e soci.

“È difficile pensare che Sedov e Smirnov non abbiano discusso, nel loro incontro a Berlino nel 1931, di un’eventuale alleanza – un “blocco” come dicono i russi – tra le varie opposizioni a Stalin. Tant’è che il ritorno di Smirnov è coinciso con la comparsa in URSS dell’idea di un “blocco delle opposizioni”, e che è stato seguito dai primi passi verso la sua realizzazione. Ma forse, per tutti questi gruppi, il fatto essenziale era il legame ormai stabilito con Trotskij, che dava consistenza alla loro iniziativa. Dall’ansia di Trotskij nel vedere il figlio impegnarsi in questi contatti si può vedere come egli non considerasse cose di poco conto né l’incontro né i progetti discussi.

L’essenziale è che, con l’incontro tra Sedov e Smirnov, quest’ultimo può ormai entrare direttamente in contatto con Trotskij, può consultarlo. Un “blocco delle opposizioni” è possibile senza di lui? Zinoviev ha visto moltiplicarsi le visite, da quella di Safarov, che aveva rotto con lui nel dicembre 1927, a quelle di Sten e Lominadze, che si erano schierati con Stalin contro di lui e che egli considera di sinistra, come Sljapnikov e Medvedev esponenti dell’Opposizione operaia dell’inizio degli anni venti. Da parte sua, Smirnov ha informato le altre figure della nebulosa dell’Opposizione, a cominciare da Zinoviev, oltre che, naturalmente, i propri amici Mrackovskij e Ter-Vaganian; quest’ultimo ha messo al corrente Lominadze. Le trattative sono iniziate con ogni probabilità nel giugno 1932, e tutto si è svolto rapidamente, dopo gli incontri preliminari. Ter-Vaganian ha fatto da intermediario per numerosi sondaggi. Gli zinovievisti, che hanno inviato Evdokimov a discutere con il gruppo Smirnov, nel vagone ferroviario di Mrackovskij, si decidono nel corso di una riunione “tra amici” tenuta nella dacia di Zinoviev a Il’iskoe, con Kamenev, Bakaev, Karev, Kuklin e Evdokimov, che fa il relatore”.

Ormai il “blocco” delle opposizioni antistaliniste stava nascendo nel corso del 1932, come testimonia lo stesso Brouè: non solo l’organizzazione clandestina trotzkista operava allora concretamente in terra sovietica, ma proprio in quell’anno essa stava altresì tessendo una trama complessa di relazioni, più o meno strette, con gli altri gruppi comunisti-antistalinisti.

“È a settembre che Holzman si reca a Berlino, con l’incarico da parte di Smirnov e Mrackovskij d’incontrare Sedov e informarlo su ciò che accade in Unione Sovietica, per avere l’opinione di Trotskij. Dopo aver incontrato Holzman, che gli consegna una lettera di Smirnov e dei documenti molti dei quali vengono quasi immediatamente pubblicati sul “Bulleten Opposicij”, Sedov informa Trotskij della costituzione in Urss di un “blocco” con le altre opposizioni, e cioè gli zinovievisti, il gruppo di Smirnov dei “trotskisti ex capitolazionisti”, il gruppo Sten-Lominadze. Il gruppo Safarov-Tarchanov che ha, egli dice, una posizione “troppo estremista” non ha ancora aderito al blocco.

Qualche settimana dopo, Iuri Gaven, alto funzionario del Gosplan e membro del “gruppo O” (verosimilmente Osinskij), venuto in Germania a curarsi la tubercolosi, conferma per altra via le informazioni portate a Sedov da Holzman.

Per quel che si può sapere della risposta di Trotskij, questi si rallegra dell’esistenza del blocco, che per ora si limita ad uno scambio di informazioni. Sottolinea con vigore che si tratta di una semplice alleanza e non di una fusione, e ch’egli intende conservare per i propri compagni e per sé il pieno diritto di critica reciproca. Una divergenza appare chiara tra lui e i suoi alleati. Questi ultimi prospettano la possibilità di allargare il blocco verso destra, cioè fino al gruppo Rjutin-Slepkov, mentre Trotskij è nettamente contrario, pur non negando la necessità di un periodo di collaborazione con loro. La prima critica diretta ai nuovi alleati, è il rimprovero di condurre una politica “attendista” che lascia l’iniziativa alla “destra”.

La situazione che gli è stata descritta gli sembra peraltro talmente favorevole allo sviluppo dell’Opposizione ch’egli giunge a considerare vicina la possibilità di una dichiarazione politica comune, la cui portata sarebbe considerevole: essa sarebbe firmata dalle personalità più note del blocco, le quali ne assumerebbero cosi pubblicamente la responsabilità.

Si delinea un’altra polemica, che per il momento Trotskij conduce col solo Sedov. Si tratta della parola d’ordine che sta al centro dell’agitazione del gruppo Rjutin-Slepkov: “cacciate Stalin!”. Egli giudica pericolosa questa parola d’ordine, che a suo parere rischia di aprire la porta alla reazione capitalista e soprattutto di permettere al gruppo dirigente di sfruttare la paura che egli stesso ispira. Insiste particolarmente sulla necessità di non offrire appigli al timore di rappresaglie che gli stalinisti tentano di collegare ad un eventuale ritorno di Trotskij, come gli ha segnalato un corrispondente, probabilmente Smirnov”. (La parola d’ordine “cacciamo Stalin” fu adottata apertamente dallo stesso Trotskij solo pochi mesi dopo e dal luglio del 1933, come vedremo in seguito, ma per ora la questione non è centrale).

“Il blocco delle opposizioni, tuttavia, non è altro che una cornice destinata a restare vuota. Scompare di fatto qualche settimana dopo la sua nascita, in seguito ad avvenimenti che non riguardano la sua attività e che non sembrano aver condotto la GPU a conoscerne l’esistenza.

Il primo è la scoperta da parte della polizia segreta, della piattaforma del gruppo Slepkov-Rjutin, la cui circolazione non è stata denunciata da molti dei suoi eminenti lettori. Stalin – che si dice non abbia ottenuto dall’Ufficio Politico la pena di morte chiesta dalla GPU contro Rjutin – colpisce contemporaneamente i membri del gruppo e i loro complici: Zinoviev e Kamenev sono espulsi dal partito, il primo esiliato a Minusinsk, il secondo a Kustanaj, Sten, a sua volta, è esiliato a Akmolinsk.

Poco tempo dopo, il gruppo zinovievista decide di sospendere qualsiasi attività fino alla reintegrazione nel partito dei suoi due dirigenti. A Mosca circola voce di un’autocritica di Zinoviev, un capolavoro del doppio linguaggio che solo all’ultimo momento si sarebbe scoperto essere in realtà una critica di Stalin” (quindi doppio gioco, ancora una volta).

“Trotskij, dal canto suo, stigmatizza la leggerezza dei due dirigenti, colpiti ora per aver preso conoscenza di una piattaforma che non era la loro, mentre avrebbero potuto difendere le proprie idee…

Nel settembre 1932, un primo arresto di un membro del gruppo Smirnov mette la GPU sulle tracce di quest’ultimo. Avvisato per tempo, Smirnov riesce a distruggere i documenti compromettenti e ad avvisare Trotskij. Ma Holzman si fa prendere alla frontiera mentre porta, nel doppio fondo della valigia, la “lettera aperta” ai dirigenti dell’URSS che Trotskij ha scritto dopo essere stato privato della nazionalità sovietica.

Arrestato a sua volta il 1° gennaio 1933 – contemporaneamente a Preobrazenskij, Ufimcev e un centinaio di altri – Smirnov è giudicato a porte chiuse per “contatti con lo straniero”. Viene condannato a dieci anni di prigione, senza che il blocco sia stato scoperto, anzi senza che tutti i membri del suo gruppo siano stati identificati. Smilga, a lui vicino, è stato invitato a traslocare e a lasciare Mosca. Nei mesi successivi, Mrackovskij, che non è stato arrestato, fa circolare, con la collaborazione di Pereverzev, una piattaforma che Sedov ha trasmesso a Trotskij, ma il cui testo non è stato ritrovato negli archivi”[35].

Dopo aver notato di sfuggita che anche la “piattaforma” elaborata nel 1933 da Mrackovskij e Pereverzev risulta guarda caso sparita dagli archivi Trotskij, come del resto le lettere di Trotskij a Radek e Preobrazenskij, possiamo a questo punto tirare le somme.

Stando persino a Brouè, non solo un’organizzazione trotzkista (e di stretti simpatizzanti di Trotskij) clandestina esisteva e operava in Unione Sovietica proprio nel periodo preso in esame, anche se subì un duro colpo all’inizio di gennaio del 1933, ma essa era riuscita anche a creare un fronte unico con le correnti politiche diverse rispettivamente a Bucharin e Zinoviev/Kamenev: un “blocco” che, stando allo stesso Brouè, “non era stato scoperto del tutto dalla polizia stalinista alla fine del 1932/inizio del 1933”.

Tale organizzazione poteva altresì usufruire di coraggiosi corrieri ed emissari clandestini tra l’URSS e l’estero, come nel caso di Holzman e I. Gaven: parola (scritta) del trotzkista Brouè, basata su fatti certi e inoppugnabili.

Avvocato del diavolo: “rimaniamo appunto al gennaio 1933: dopo tale data, l’organizzazione clandestina trotzkista risulta ormai distrutta”.

Non proprio, visto che persino l’abile Brouè ha dovuto ammettere – sapeva benissimo che descrivere  l’esistenza e l’azione di trotzkisti clandestini in Unione Sovietica vicino al dicembre del 1935 diventa pericolosa per la “seconda versione”, anche e soprattutto rispetto al volo di Pjatakov – che “nei mesi successivi” al gennaio del 1933, “Mrackovskij, che non è stato arrestato, risulta ancora in azione” in qualità di dirigente clandestino trotzkista, e quest’ultimo resterà attivo ancora nel 1934/35 e fino al momento del suo arresto.

La costituenda Quarta Internazionale quindi non morì e non scomparve in terra sovietica nel gennaio 1933: è un fatto sicuro che riguarda uno dei principali dirigenti trotzkisti in URSS e lo stesso Brouè inoltre ammise, alla fine del suo lungo pezzo sopracitato, che alcuni membri attivi del “gruppo Smirnov” non erano “stati identificati” nel 1932/33, risultando quindi ancora in libertà e in grado ancora di operare contro il nucleo dirigente stalinista[36].

Nel 1933-35 non erano infatti in prigione importanti dirigenti trotzkisti quali E. A. Dreitzer, il vecchio e fedele capo della guardia del corpo di Trotskij dal 1918 fino al 1927, il sopracitato Ter-Vaganian e N. I. Muralov, un vecchio bolscevico che persino secondo Brouè non aveva mai sconfessato Trotskij dopo il 1927 e che venne arrestato solo alla metà del 1936[37].

Sempre Brouè, anche se di sfuggita, dovette inoltre ammettere che proprio Lev Sedov nell’aprile del 1934 si stupiva che i trotzkisti russi reggessero e resistessero ancora nella loro lotta clandestina, seppur affrontando difficoltà operative sempre crescenti in terra sovietica[38].

E su questa tematica – l’esistenza e azione reale di un’organizzazione clandestina di matrice trotzkista in Unione Sovietica, nel 1933/36 – intervenne in modo decisivo anche il leader in esilio della Quarta Internazionale nel 1936, seppur con risultati involontariamente disastrosi per la “seconda versione”: ancora una volta invitiamo al nostro simposio Trotskij, in qualità di testimone in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, rispetto al nodo in oggetto.

Infatti proprio Trotskij, con una chiara e pubblica dichiarazione dell’inizio del 1936, sottolineò a sua volta che sino ad allora “la Quarta Internazionale aveva in URSS la sua sezione più forte, la più numerosa e la più temprata”.

A giudizio del suo stesso leader mondiale, pertanto, all’inizio del 1936 la sezione “più numerosa”, più “temprata” e “più forte” su scala mondiale della Quarta Internazionale risultava collocata e operava proprio in Unione Sovietica, giudizio tra l’altro espresso pubblicamente poco dopo il fatidico dicembre del 1935[39].

Grazie all’aiuto involontario del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale abbiamo ottenuto una precisa e inequivocabile “pistola fumante”: proprio il capo indiscusso di quest’ultima, che ovviamente conosceva meglio di chiunque altro il grado di forza o debolezza delle diverse sezioni dell’organizzazione politica internazionale da lui diretta, nel gennaio del 1936 ci ha infatti informati che il “più forte”, il più “temprato” e migliore ramo nazionale della Quarta Internazionale operava a quel tempo proprio nell’Unione Sovietica stalinista venendo ovviamente formata e alimentata non certo da eterei fantasmi, ma viceversa da uomini concreti in carne e ossa.

Anche se Brouè, per ovvi motivi tesi a screditare in modo preventivo i processi di Mosca, rilevò che quella del Trotskij del gennaio del 1936 risultava “una conclusione che molti discuteranno”, dobbiamo a questo punto difendere Trotskij dai suoi interessati detrattori trotzkisti.

All’inizio del 1936, quando con sicurezza effettuò la dichiarazione sopracitata, Trotskij non risultava certo un vecchio vanaglorioso ma invece un esperto, abile e intelligentissimo uomo politico che aveva in mano il quadro d’insieme rispetto alla situazione reale e agli specifici punti di forza politico-sociali (oltre che di debolezza, certo) dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva allora in Unione Sovietica: ormai poco radicata tra le masse popolari, ma altresì ancora ben posizionata proprio nell’apparato statale sovietico, solo in larga parte – ma non totalmente – egemonizzato da Stalin.

Sappiamo che Radek scrisse sull’importante giornale sovietico Izvestia, il 5 agosto 1936, un articolo che lo stesso Brouè definì “una critica della politica staliniana”; in piena epoca stalinista.

Sappiamo ormai, sempre andando a ritroso nel tempo, che il lucido e intelligente Trotskij all’inizio del 1936 riteneva la sezione clandestina sovietica come la migliore nelle file della costituenda Quarta Internazionale, la più “forte”, “temprata” e “numerosa” al suo interno.

Sappiamo altresì che Lev Sedov, l’abile e astuto figlio di Trotskij, nell’aprile del 1934 era sorpreso e ovviamente felice della resistenza operativa nella clandestinità dimostrata allora dai trotzkisti sovietici.

Persino Brouè, seppur assai reticente su questo punto, è stato costretto a riconoscere come anche dopo il 1932 rimanessero dei “resti isolati” del movimento trotzkista, impegnati in una difficile e coraggiosa battaglia contro Stalin: come ad esempio fece Mrackovskij, in grado anche nel 1933 di produrre ed elaborare una piattaforma politica della quale Brouè conferma l’esistenza concreta[40].

Proprio numerose fonti di matrice trotzkista portano pertanto a concludere, con sicurezza assoluta che la sezione sovietica della Quarta Internazionale non scomparve di certo dopo gli arresti del gennaio del 1933: anche perché Radek e Pjatakov risultavano sicuramente liberi e ben posizionati nelle alte sfere sovietiche, durante il periodo compreso tra l’inizio del 1933 e il luglio del 1936.

Avvocato del diavolo: “giusto, Pjatakov: quali prove sicure vi sono che Pjatakov fosse ritornato a essere un dirigente clandestino trotzkista, nel 1931-1936? In fin dei conti, le ricevute delle lettere contenute negli archivi di Harvard e spedite da Trotskij nel 1932 riguardavano solo Radek e Preobrazensky, ma non certo Pjatakov”.

Lo stesso Trotskij parlò correttamente di Radek e di Pjatakov come di una sorta di duo inscindibile: se Radek era dunque ritornato ad essere un militante trotzkista nel 1932/36, lo stesso valeva quindi anche per Pjatakov, e pertanto analizziamo tale tematica solo per eliminare eventuali dubbi, anche poco ragionevoli, sulla collocazione politica del Pjatakov del 1931-36.

Passato dalla parte di Stalin all’inizio del 1928 abbandonando simultaneamente l’opposizione trotzkista, Pjatakov dovette in ogni caso affrontare nella seconda metà del 1930 un duro scontro politico con Stalin, il quale giunse allora a definirlo un “commissario ambiguo” e un “comunista inaffidabile” durante quel “caso Bryukhanov” che provocò un’inevitabile reazione di allontanamento e di alienazione, sia politica che personale, rispetto al duro nucleo dirigente stalinista da parte di Pjatakov: tale conflitto si collegò poi e si sommò ai fattori combinati quali la sua passata militanza trotzkista di alto livello nel periodo 1923-27, la presenza concreta al suo fianco della seconda moglie, deportata proprio per attività trotzkista nel 1927 (e da cui Pjatakov si sarebbe separato solo dopo qualche anno) e soprattutto le gravi difficoltà economico-sociali che stava incontrando l’Unione Sovietica nel 1930-31.

Il “caso Bryukhanov” scoppiò nell’ottobre del 1930 e coinvolse direttamente anche Pjatakov, pochi mesi prima del suo soggiorno a Berlino su cui torneremo.

N.P. Bryukhanov (1878-1938) era un bolscevico che nel 1926 era stato nominato commissario del popolo (ministro) del dicastero delle finanze: ma nell’autunno del 1930 egli venne rimosso da tale carica dal nucleo dirigente stalinista perché ritenuto responsabile dell’aumento vertiginoso della speculazione monetaria e dell’inflazione sviluppatasi nell’URSS di quel periodo assieme a Pjatakov, che a sua volta fu allontanato dalla carica da lui allora detenuta di capo della Banca di Stato sovietica[41].

Anche se Bryukhanov ottenne nel 1931/37 altre cariche relativamente prestigiose all’interno dell’apparato statale sovietico, lo scontro tra Stalin e Bryukhanov/Pjatakov assunse in ogni caso dei toni molto aspri.

Basandosi su documenti sovietici rimasti segreti per lungo tempo, lo storico anticomunista Sebag-Montefiore ha infatti sottolineato che nel settembre del 1930 Stalin “si volse quindi ad attaccare gli uomini di destra del governo. Ordinò una campagna contro la speculazione monetaria, dando la colpa di quest’ultima ai commissari delle finanze di Rykov, i “commissari ambigui” Pjatakov e Bryukhanov. Stalin era assetato di sangue, e ordinò al capo dell’OGPU Menzinskij, una persona particolarmente colta, di arrestare altri sabotatori. Disse quindi a Molotov di “fucilare due o tre dozzine di sabotatori infiltratisi all’interno di questi uffici”.

Stalin ci scherzò su durante una riunione del Politburo. Quando i leader criticarono Bryuchanov, scrisse a Valerij Mezlauk un biglietto che riportava, nell’interesse del Gosplan (l’ente centrale di pianificazione economica), che “per tutti i suoi peccati presenti e futuri, andrà appeso per le palle: se le sue palle saranno abbastanza forti e reggeranno il peso, sarà perdonato e gli daremo ragione, ma se si romperanno, lo getteremo nel fiume”. Mezlauk era anche un abile vignettista e fece un disegno di questa particolare tortura, con i testicoli e tutto il resto. Senza dubbio risero tutti a crepapelle. Bryuchanov, però, venne realmente licenziato e in seguito eliminato[42].

Alla fine del 1930, Pjatakov si trovò pertanto in una posizione di scontro politico reale con il nucleo dirigente stalinista e questa contraddizione si trasformò presto in una decisiva separazione politica, effettuata ovviamente in segreto, rispetto a Stalin, determinando il suo ritorno nella vecchia “casa madre” trotzkista di cui era stato in ogni caso uno dei principali dirigenti nel corso del 1923-27.

Scontrandosi politicamente con Stalin e vedendosi definire da quest’ultimo addirittura come un “commissario” e un comunista “ambiguo”, la precedente anima e tendenza trotzkista di Pjatakov riemerse alla luce, come del resto avvenne per i casi già citati di Smirnov e di Preobrazensky.

Avvocato del diavolo: “il caso Bryukhanov non è una prova diretta della vostra tesi”.

Come prova concreta del neo-trotzkismo di Pjatakov, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo innanzitutto a disposizione la testimonianza insospettabile dell’ingegnere statunitense J. Littlepage, personaggio apolitico e che rese la sua interessantissima testimonianza nel 1938, ben lontano dall’URSS di Stalin.

Littlepage constatò infatti di persona nel 1931 che Pjatakov era impegnato proprio a Berlino in attività assai sospette, rilevando nel suo libro autobiografico del 1938 che “nella primavera del 1931, Serebrovskij” (un alto funzionario sovietico del tempo) “mi parlò di una missione che era stata inviata a Berlino per fare grossi acquisti sotto la direzione di Jurij Pjatakov, che allora era vicecommissario per l’Industria pesante.

Arrivai a Berlino pressappoco nello stesso momento in cui arrivò la missione” di Pjatakov, che si prolungò per più di un mese nella capitale tedesca di quel periodo.

“Tra le varie proposte di acquisto, la missione fece quella di diverse dozzine di elevatori di potenze che andavano da cento a mille cavalli-vapore. Questi elevatori sono composti abitualmente da tamburi, armature, porta-carichi, ingranaggi, ecc. posti su un basamento di barre d’acciaio…

La missione aveva chiesto il prezzo per chilogrammo in pfennig. Diverse ditte avevano fatto delle offerte, ma c’erano notevoli differenze – da cinque a sei pfennig per chilogrammo – tra la maggior parte delle offerte e quelle di due ditte, i cui prezzi erano decisamente inferiori. Queste differenze mi fecero esaminare attentamente le descrizioni in modo particolareggiato, e scoprii che queste ultime ditte avevano sostituito una base di ghisa a quella in acciaio leggero com’era richiesto; così se le loro offerte fossero state accettate, i Russi avrebbero in realtà pagato più caro, poiché la ghisa pesa molto di più dell’acciaio leggero, ma sarebbe sembrato loro di pagare di meno considerando il prezzo in pfennig al chilogrammo.

Ciò non sembrava altro che un trucco e naturalmente mi fece piacere fare questa scoperta. Informai i componenti russi della missione con soddisfazione. Con mia meraviglia, non furono per nulla contenti. Fecero persino pressioni su di me perché accettassi l’affare, dicendomi che avevo capito male ciò che si desiderava.

Non potevo spiegarmi il loro atteggiamento. Pensai che potesse esserci sotto qualche mazzetta”. Tangenti e “mazzette”, certo, ma utilizzate per scopi politici e non a scopo di arricchimento personale di Pjatakov e dei suoi più stretti collaboratori.

Proprio Littlepage, e non a caso, nel suo libro sottolineò che durante il processo del gennaio del 1937 Pjatakov in tribunale fece le dichiarazioni che seguono: “Nel 1931, ero in missione per servizio a Berlino. A metà estate del 1931, a Berlino, Smirnov Ivan Nikitic mi informò che in quel momento la lotta trotzkista contro il governo sovietico e la Direzione del Partito stava riprendendo con nuovo vigore, che egli stesso aveva avuto un appuntamento a Berlino con Sedov, il figlio di Trotskij, il quale, per incarico di suo padre, gli aveva dato nuove direttive. (…) Smirnov mi informò che Sedov desiderava molto vedermi. Acconsentii ad avere questo incontro. (…) Sedov mi disse che si era formato un nuovo centro trotzkista: si trattava di tutte le forze capaci di portare avanti la lotta contro la direzione staliniana. Si stava sondando la possibilità di ristabilire un’organizzazione comune con gli zinovievisti. Sedov disse anche che i “destri”, nelle persone di Tomskij, Bucharin e Rykov, non avevano, nemmeno loro, deposto le armi, che tacevano solo momentaneamente, e che era necessario stabilire un legame con loro. (…) Sedov disse che si voleva da me solo una cosa, che io facessi più ordinazioni possibili alle due ditte tedesche Borsig e Demag, e che egli stesso, Sedov, si sarebbe occupato dei mezzi per ottenere le somme necessarie, a condizione, naturalmente, che non insistetti troppo sui prezzi. Volendo decifrare la cosa, era chiaro che le maggiorazioni di prezzo che si sarebbero fatte sulle ordinazioni sovietiche sarebbero passate, interamente o in parte, nelle mani di Trotskij per servire ai suoi fini controrivoluzionari”.

Littlepage fece a questo proposito il seguente commento, lucido e razionale.

“Questo passaggio della confessione di Pjatakov, a mio avviso, è una spiegazione plausibile di ciò che era successo a Berlino nel 1931, quando avevo avuto dei sospetti perché i Russi che accompagnavano Pjatakov volevano indurmi ad approvare un acquisto di elevatori da miniera che erano non solo troppo cari, ma anche non utilizzabili per i giacimenti ai quali erano destinati. Mi era sembrato strano che questi uomini cercassero solamente delle mazzette. Ma erano abituati alle congiure di prima della rivoluzione e avevano corso rischi per quella che consideravano la loro causa”[43].

Abbiamo quindi a disposizione le dichiarazioni pubbliche di un testimone diretto: un cittadino statunitense apartitico che descrisse le circostanze in via di esame lontano da Mosca, in grado di esporre senza mezzi termini un episodio reale di acquisti ad alti prezzi di merci da parte dei sovietici che lo vide coinvolto involontariamente ma in prima persona a Berlino, e che mostra concretamente la vera attività cospirativa e di matrice trotzkista di Pjatakov fin dalla seconda metà del 1931.

A sostegno della testimonianza di Littlepage subentra anche un ulteriore riscontro proveniente da fonte sicura, che attesta ulteriormente la familiarità di Pjatakov proprio con i finanziamenti occulti a favore delle forze politiche antistaliniste: già nel 1927 e prima “di capitolare” (Trotskij), Pjatakov aveva infatti effettuato in segreto dei modesti versamenti in denaro, per conto e in nome dell’opposizione antistalinista russa di quel biennio, a favore di un piccolo gruppo tedesco denominato Leninbund, alla cui guida si trovavano R. Fischer e A. Maslow e che iniziò a operare all’inizio del 1928.

Avvocato del diavolo: “quali cosiddette fonti sicure avreste a vostra disposizione?”.

Trotskij stesso, naturalmente. In una sua lettera del 4 novembre 1929, Trotskij sostenne infatti che “il Leninbund tedesco svolgeva la propria attività col denaro dato ai suoi leaders da Pjatakov prima della capitolazione” (a Stalin). “Tale attività era così ridotta da richiedere fondi quanto mai modesti”[44].

Finora abbiamo riscontrato un trittico di prove imperniato sul “caso Bryukanov-Pjatakov”, sulla testimonianza di Littlepage e sul resoconto di Trotskij rispetto alle attività “finanziarie” antistaliniste di Pjatakov, nel corso del 1927.

Rispetto al ritorno al trotzkismo di quest’ultimo, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo a disposizione anche un’altra fonte sicura per la seconda versione quale l’intera famiglia di Trotskij, a partire dalla moglie di quest’ultimo, Natalia Sedova.

Sorpresa, sorpresa: anch’essi ammisero, tra mille reticenze e menzogne, che il figlio di Trotskij avesse incontrato a Berlino Pjatakov nel corso del 1931, seppur a loro avviso in modo assolutamente fortuito.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, tenutasi il 13 aprile del 1937, proprio il leader della Quarta Internazionale testimoniò infatti che suo figlio Lev Sedov realmente incontrò casualmente Pjatakov a Berlino, a suo avviso “verso la fine” del 1931 o “all’inizio del 1932”.

Il difensore di Trotskij davanti alla commissione Dewey, Albert Goldman, riportò infatti che rispetto all’incontro tra Pjatakov e Lev Sedov, il figlio di Trotskij allora residente in Berlino, “noi abbiamo una lettera proveniente da Leon Trotskij, durante il suo internamento in Norvegia, una lettera del 26 novembre 1936, nella quale egli riferisce i ricordi di Natalia Sedova su una lettera da Leon Sedov che era arrivata a Kadikoy, durante il 1931/1932. Io cito testualmente” (la lettera di Sedov alla mamma) “Tu sai chi ho visto sotto Unter der Linden?” (celebre via di Berlino, su cui torneremo) “Proprio “Capelli rossi” (questo è il nome che i giovani avevano dato a Pjatakov, a causa del colore dei suoi capelli). L’ho guardato fermamente negli occhi, ma egli ha girato indietro la sua faccia come se non mi riconoscesse. Che persona miserabile!”[45].

Abbiamo pertanto a disposizione una testimonianza per così dire trilaterale, basata su tre fonti diverse ma interconnesse.

Prima testimonianza: la moglie di Trotskij, Natalia Sedova, aveva ricordato una lettera del figlio Lev Sedov, avente per oggetto un incontro casuale di quest’ultimo con Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Seconda testimonianza: in una sua lettera del 26 novembre 1936, mentre era a quel tempo sottoposto agli arresti domiciliari in Norvegia, Trotskij citò a sua volta per iscritto i ricordi di sua moglie e riportò in seguito tale testimonianza durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Terza testimonianza: la lettera scritta in prima persona da Lev Sedov, il figlio di Trotskij, avente per oggetto il suo incontro “casuale” con Pjatakov. Anche la versione fornita da Sedov, mentre egli era interrogato a tal proposito dalla polizia norvegese, venne riportata da Trotskij sempre durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Tre testimonianze sicure, almeno per la “seconda versione”: tutta la famiglia in esilio di Trotskij venne in pratica coinvolta, seppur in forma diversa, nella narrazione sull’incontro “casuale” del 1931 tra Pjatakov e Lev Sedov, e proprio la lettera di Trotskij del 26 novembre 1936 risulta materiale probatorio scritto, acquisito agli atti sia della commissione Dewey che del nostro testo.

Andiamo ora al nocciolo della questione: persino da tali testimonianze emerge come Pjatakov e il figlio-aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, si fossero sicuramente incontrati a Berlino.

Ma da un lato Pjatakov sostenne al processo di Mosca del 1937 di avere incontrato Sedov con il consenso di quest’ultimo e in modo assolutamente cosciente, per un colloquio voluto da entrambe le parti e preparato in anticipo, che avvenne nel locale Am Zoo di Berlino nella seconda metà del 1931; dall’altro lato della barricata, Lev Sedov – anche tramite sua madre e suo padre – dichiarò invece di avere incontrato Pjatakov assolutamente per caso, sulla famosa via Unter der Linden e alla fine del 1931, o all’inizio del 1932.

Dato che ormai sappiamo con assoluta certezza che l’incontro fisico, effettivo e personale a Berlino tra i due si verificò realmente e senza ombra di dubbio, per ammissione dello stesso Sedov e di Trotskij, a questo punto resta solo da accertare la reale natura di tale abboccamento: fu un incontro casuale, o invece esso fu voluto e ricercato da entrambe le parti? Davvero Sedov e Pjatakov passarono casualmente per la stessa strada di Berlino in un determinato momento, incrociandosi e vedendosi in modo fortuito?

Risulta facile escludere l’ipotesi della natura “casuale” e fortuita dell’avvicinamento fisico tra Sedov e Pjatakov.

In primo luogo sappiamo che Lev Sedov si incontrò a suo dire on modo “fortuito” a Istanbul con Blumkin nel corso del 1929, e con altrettanta certezza che l’incontro non fu casuale, come riconosciuto in sede privata dallo stesso figlio di Trotskij.

Rispetto a questo episodio particolare emergono con assoluta sicurezza sia il carattere non casuale dell’incontro tra Blumkin e Sedov che il tentativo, razionale e autodifensivo, di Trotskij e Sedov reso a presentare tale presa di contatto come fortuita almeno agli occhi dell’opinione pubblica: ma lasciamo la parola a Brouè anche su questo punto specifico.

“Trotskij ha riconosciuto pubblicamente, alla fine del 1929, di aver ricevuto la visita di Blumkin, sempre agente dei servizi d’informazione dell’Armata Rossa. Stando alle sue dichiarazioni, Sedov l’avrebbe incontrato per strada a Istanbul, mentre proveniva dall’Estremo Oriente e rientrava in Unione Sovietica. L’avrebbe allora convinto a venire con lui, “a casa”, per incontrare “il Vecchio” (ossia Trotskij). “In realtà, un documento redatto da Blumkin, dichiarato autentico da Lev Sedov, datato 3 aprile 1929, ritrovato a Stanford tra le carte di Lev Sedov, mostra che i contatti di Trotskij con Blumkin non sono nati da un incontro fortuito, ma da un legame organizzato con l’Urss, nel quale l’agente segreto aveva evidentemente un ruolo importante”[46].

Nella versione di copertura fornita pubblicamente da Lev Sedov, egli avrebbe quindi incontrato casualmente “per strada” Blumkin nelle strade di Istanbul, mentre invece nella realtà il contatto tra i due personaggi fu voluto coscientemente e non nacque certo “da un incontro fortuito”, come ammisero in via riservata sia Blumkin che Sedov attraverso il documento del 3 aprile 1929.

Oltre al caso di Blumkin-Sedov, siamo inoltre a conoscenza con sicurezza che sempre lo stesso Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” con I. N. Smirnov a Berlino nel maggio del 1931, ma persino Brouè ammise almeno in parte che anche il colloquio tra i due non fu per niente casuale: e ora sappiamo anche che Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” anche con Pjatakov, sempre a Berlino e “verso la fine” del 1931 o all’inizio del 1932.

Ovvia conclusione di questi tre fatti sicuri, una volta combinati e connessi tra loro: o Lev Sedov era diventato nel 1929/1931 l’uomo più fortunato del mondo, almeno in materia di incontri “fortuiti” con antichi dirigenti e militanti dell’opposizione trotzkista del 1923/27, passati in seguito almeno sul piano formale dalla parte di Stalin, oppure anche il suo terzo e presunto incontro “casuale”, ossia quello con Pjatakov non risultò certo un evento accidentale, come del resto i due precedenti.

In secondo luogo, il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Lev Sedov risulta sostanzialmente identico.

“Mi trovavo casualmente nella tal via di Berlino, o di Istanbul, alla tal ora”.

“Casualmente, proprio nella tal via e alla tal ora passava X (Blumkin), Y (Smirnov), oppure Z (Pjatakov).

“Gli incontri con X, Y e Z furono fortuiti e di carattere personale, non politici e non voluti in precedenza”.

Visto che abbiamo già la certezza sul fatto che gli incontri di Sedov con Blumkin e Smirnov non furono certo fortuiti e casuali, ma invece voluti e finalizzati a precisi scopi politici, per un preesistente “legame organizzativo” (Brouè); visto che sappiamo che Sedov mentiva sul piano pubblico, per ovvi e razionali scopi di copertura, rispetto alla natura politica e intenzionale dei suoi incontri con Blumkin e Smirnov; visto che sappiamo che il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Sedov risultava lo stesso (presunta casualità del passaggio per la strada da entrambe le parti, oltre al presunto carattere non politico e accidentale degli incontri), da tali fatti si deduce subito come anche il terzo incontro di quest’ultimo con Pjatakov non fosse fortuito e casuale, e che pertanto il figlio di Trotskij mentì anche sulla reale natura di questo evento.

Terzo fattore. Abbiamo già verificato in precedenza il livello – pari a zero e inesistente – di credibilità delle dichiarazioni, bugiarde e menzognere, espresse sia da parte di Trotskij che dal suo astuto figlio rispetto alle reali posizioni politiche di Radek, attraverso le tesi da loro via via esposte sulla “presunta” lettera del 1932, sulla presunta “degenerazione” di quest’ultimo e sul presunto fatto che Radek avrebbe immediatamente consegnato una “presunta” lettera di Trotskij “alla GPU”, almeno secondo l’onestissimo e integerrimo Lev Sedov: la storia delle menzogne di Sedov si riprodusse quindi un’altra volta, ma in questo caso con protagonista Pjatakov e la Berlino della fine del 1931.

Quarto fatto sicuro, che esclude a priori la “casualità” dell’incontro tra Pjatakov e Sedov: proprio quest’ultimo era impegnato con assiduità a Berlino, secondo un testimone di provata fede antistalinista, anche al fine di cercare contatti e rapporti politici con i turisti, i funzionari e i diplomatici sovietici che giungevano via via nella capitale tedesca del 1931/32, e la fonte sicura di tale affermazione proviene dallo stesso Trotskij.

Secondo una fonte antistalinista assolutamente insospettabile, quindi Lev Sedov a Berlino cercava senza sosta di creare in modo assolutamente intenzionale, voluto e non casuale una rete di rapporti di solidarietà politica tra la tendenza politica di matrice trotzkista a cui apparteneva e i cittadini sovietici che arrivavano via via nella principale città tedesca: cittadini sovietici come quel Pjatakov che Sedov incontrò “casualmente”, almeno a suo dire, a Berlino alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Lev Sedov quindi risultava “a caccia di prede” nella capitale tedesca del tempo e alla ricerca di nuovi militanti sovietici da reclutare alla causa trotzkista: dato di fatto sicuro, e che rende ancora di più assurda la tesi del suo “incontro casuale” con Pjatakov.

Secondo lo stesso Trotskij, dall’inizio del 1932 fino al febbraio del 1933, quando Sedov abbandonò Berlino e la Germania nazista, proprio suo figlio ricercava “informatori” (Trotskij) e nuovi seguaci di nazionalità sovietica nelle strade di Berlino, attraverso “canali segreti” e un’azione clandestina.

Lasciamo parlare a tal proposito Trotskij, attraverso un suo scritto del febbraio del 1938 intitolato “Leon Sedov” ed elaborato subito dopo la morte del figlio a Parigi: in esso egli ammise esplicitamente che “durante i primi anni di emigrazione” Sedov “era impegnato in una vasta corrispondenza con oppositori in URSS. Ma dal 1932 la GPU ha distrutto praticamente tutti i nostri collegamenti” (ennesima menzogna da parte di Trotskij: anche Brouè ha ammesso che proprio nel corso del 1932 Gaven, Smirnov e Holtzman agivano come abili e attivi agenti di collegamento tra Trotskij in esilio, Sedov a Berlino e i loro seguaci in URSS).

“Si è reso necessario cercare nuove informazioni attraverso canali segreti. Leon era sempre alla ricerca, avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia, cercando turisti di ritorno”, (dall’URSS) “studenti sovietici assegnati all’estero, o funzionari comprensivi nelle rappresentanze estere. Per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino e poi a Parigi per sfuggire alle spie della GPU che lo seguivano. In tutti questi anni non c’è stato un solo caso di una qualsiasi sofferenza come conseguenza di indiscrezione, disattenzione o imprudenza da parte sua”[47].

Secondo le dichiarazioni di suo padre, Sedov operava quindi a Berlino “avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia” stalinista e di “informatori”, cercando in modo costante di acquisire via via contatti e complicità con “turisti” e “funzionari comprensivi” sovietici giunti nella capitale tedesca di quel periodo, attraverso “canali segreti” e incontri clandestini: sono ammissioni chiare ed esplicite da parte di Trotskij, che non lasciano spazio a dubbi sul reale carattere dell’ottimo lavoro politico e organizzativo svolto in modo sotterraneo da Sedov a Berlino, agli inizi degli anni Trenta.

La natura di abile “cacciatore” di “prede” sovietiche giunte a Berlino, assunta coscientemente da Lev Sedov nel corso del 1932 secondo le ammissioni dello stesso Trotskij, rende pertanto ancora più assurda la tesi della natura casuale dell’incontro tra Sedov e Pjatakov, che guarda caso costituiva nel 1931 uno dei “funzionari” sovietici inviati a Berlino dal nucleo dirigente stalinista.

Avvocato del diavolo: “ma Trotskij parla del 1932, rispetto all’attività di Sedov”.

Rispetto all’inizio dell’azione clandestina di reclutamento e di contatti segreti con i funzionari sovietici svolta da Sedov a Berlino, basta ricordare che il sopracitato colloquio “casuale” tra quest’ultimo e I. N. Smirnov si verificò anche secondo Brouè nel “maggio del 1931”: del 1931, e non certo del 1932.

Volendo poi dare per un istante valore e credibilità alle dichiarazioni di Trotskij sulla data dell’incontro tra Pjatakov e Sedov, Trotskij nel 1938 si era dimenticato che, persino nella loro versione comune fornita a fine del 1936, sia lui che suo figlio Sedov (e la mamma Natalia Sedova) fornirono come data per il presunto incontro casuale tra Pjatakov e Sedov la fine del 1931, o l’inizio del 1932: del 1932.

Stando alla sua stessa versione, esso avvenne quindi quando il figlio era già a “caccia” di sovietici, attività che secondo Trotskij veniva svolta con continuità e grande efficienza da Sedov a partire dal “1932”.

La “casualità” dell’incontro Pjatakov/Sedov viene esclusa in ogni caso anche da un ulteriore fattore, e cioè le specificità combinate di Berlino, della via di Berlino in oggetto (l’Unter den Linden) e della stessa natura/durata della missione di Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 (almeno secondo la versione di Sedov).

Per quanto riguarda Berlino, tale città si mostrava anche nel 1931 come una grande metropoli, con circa due milioni di abitanti e migliaia di vie: in tale megalopoli, un incontro casuale tra due persone risultava un evento relativamente poco probabile nel breve periodo, diciamo in un mese, per due soggetti che non lavorassero assieme, non avessero hobby o partiti politici in comune e non abitassero nella stessa zona.

Ora, Pjatakov e Sedov, alla “fine del 1931” o “all’inizio del 1932” e a Berlino, almeno stando alla versione di Trotskij e di suo figlio:

  • non lavoravano per lo stesso “datore di lavoro”, ma viceversa erano dei nemici politici posti su due fronti opposti della “barricata” politica;
  • non abitavano nella stessa strada;
  • stando almeno alla “seconda versione”, essi non avevano neanche un partito politico in comune, visto che Pjatakov era un trotzkista pentito e un neostalinista, mentre Sedov costituiva invece sicuramente un trotzkista, espulso da tempo dal partito bolscevico e ormai esiliato dall’Unione Sovietica.

Se aggiungiamo a tali elementi anche un altro fatto sicuro, e cioè che Pjatakov risultava nel 1931 senza ombra di dubbio un cittadino sovietico che non risiedeva certo in modo stabile a Berlino, ma che altresì si trovava a Berlino solo per un’impegnativa missione di lavoro politico-commerciale di circa un mese, come quella descritta da Littlepage in precedenza; se in altri termini colleghiamo l’estensione gigantesca della capitale tedesca, in cui l’Unter den Linden non era certo l’unica e sola strada, alla relativa brevità della permanenza di Pjatakov a Berlino, siamo già ora in presenza di una combinazione di fattori che rende l’ipotesi dell’“incontro fortuito” come minimo improbabile, anche se non ancora impossibile.

Anche se sull’Unter den Linden era posizionata fin dal 1922 l’ambasciata sovietica a Berlino, le possibilità di un incontro casuale e fortuito tra il presunto stalinista Pjatakov e il trotzkista Lev Sedov risultano basse anche solo per tali fattori, persino non prendendo in considerazione gli incontri “casuali” di Sedov con Blumkin/Smirnov e il ruolo di “cacciatore” di “informatori” sovietici svolto nella capitale tedesca dal figlio di Trotskij. Ma a ridurre ancora di più il grado concreto di verosimiglianza del “faccia a faccia fortuito” tra Sedov e Pjatakov interviene subito un altro fattore oggettivo, e cioè una particolarità indiscutibile della celebre Unter den Linden: infatti anche nel 1931 la strada di Berlino in via d’esame risultava larga circa sessanta metri, lunga un chilometro e mezzo e affollata a quasi tutte le ore.

Berlino: Unter der Linden, anno 1930

 

L’Unter den Linden non costituiva infatti solo una strada molto ampia, ma in senso orizzontale era formata da più sezioni e aree. Partendo da sinistra verso destra, nel 1930-32 e prima della sua ristrutturazione voluta da Hitler nel 1934-35, si trovava al suo interno una corsia perdonale subito affiancata da quella destinata al traffico di auto; a sua volta quest’ultima confinava con una prima fila di maestosi tigli, un passaggio centrale per i passanti e una seconda fila di alberi, e tale settore era costeggiato a sua volta da un’altra corsia destinata al traffico automobilistico oltre che, all’estrema destra, da un’altra corsia pedonale. Tra passanti, automobili, alberi e pedoni, le possibilità che un passante collocato nella corsia pedonale di sinistra riuscisse a vedere casualmente una persona che invece passeggiasse nell’altro lato della strada risultavano, nel migliore dei casi, estremamente basse anche di giorno.

Se ipotizziamo ad esempio una breve via, lunga ad esempio solo duecento metri e larga circa dieci metri, due persone che “casualmente” passino per essa, nella stessa ora e negli stessi due/tre minuti, difficilmente possono non vedersi, anche se solo di sfuggita; ma invece nell’Unter den Linden il calcolo delle probabilità gioca esattamente in senso inverso. Le stesse due persone, poste ai lati opposti della strada nel senso della larghezza, quasi sempre non potrebbero vedersi neanche incrociandosi nei due lati opposti, mentre altresì esse potrebbero facilmente essere collocate in punti diversi della via nel senso della lunghezza: e da alcune centinaia di metri di distanza risulta evidentemente impossibile riconoscersi reciprocamente, specialmente con gli altri passanti a fare da velo e barriera visiva.

Aggiungiamo a questo punto anche la specificità del carico di impegni proprio della missione di Pjatakov a Berlino, avvenuto verso la “fine del 1931” secondo la versione di Sedov. Non solo “Capelli rossi” non risiedeva stabilmente a Berlino, diversamente da Sedov che nello stesso anno operava quasi ininterrottamente nella capitale tedesca, ma altresì Pjatakov si trovava in missione diplomatica-ufficiale in terra tedesca e avendo quindi una parte come minimo consistente delle sue ore diurne impegnate nell’ambasciata sovietica e nelle trattative commerciali: pertanto le probabilità di un incontro casuale con Sedov risultavano ancora più ridotte, rispetto ad un turista normale.

Anche ipotizzando che Sedov passasse le sue ore solo ed esclusivamente passeggiando per la Unter den Linden, le sue probabilità di vedere Pjatakov in tale via risultavano pertanto limitate dalle poche ore di (eventuale) riposo di Pjatakov, sempre ammesso e non concesso che a sua volta “Capelli rossi” utilizzasse il suo tempo libero solo passeggiando per la Unter den Linden.

Per di più anche Lev Sedov era occupato in attività impegnative ma di natura scolastica, nella Berlino del 1931-32: impegni concreti che, stando all’insospettabile storico trotzkista Brouè, gli portavano via come minimo una parte significativa della giornata, dal lunedì al venerdì: nel suo scritto del 1993, intitolato “In Germany for the International”, Brouè infatti sottolineò che quando Lev Sedov arrivò a Berlino all’inizio del 1931 si iscrisse a un istituto universitario berlinese, frequentandolo con regolarità. Sedov risultava infatti uno studente alla Technische Hochschule e, in quei due anni (1931/32), egli fu “uno studente studioso e puntuale”, tanto che “una visita a Parigi per un’operazione al suo strabismo causò la sua sola assenza” prolungata, nell’“anno accademico 1931/32”, dalla scuola politecnica che egli frequentava. Quindi di giorno, dal lunedì al venerdì e per una parte consistente della sua giornata, il figlio di Trotskij studiava e non poteva passeggiare liberamente per le vie di Berlino, in cerca di funzionari sovietici (Smirnov, Pjatakov, ecc.) giunti in terra tedesca per periodi più o meno lunghi[48].

In estrema sintesi, sia Pjatakov che Sedov erano molto impegnati almeno di giorno, nella Berlino del 1931.

Sussistono inoltre anche due motivi, da collegare e connettere tra loro, che rendono assurda anche l’ipotesi per cui Sedov, dopo aver compiuto i suoi studi descritti da Brouè, passeggiasse quasi senza sosta e in modo quasi maniacale sull’Unter den Linden e solo sull’Unter den Linden. Essa costituiva infatti una via e un posto splendido di Berlino, certo, ma ormai ben conosciuto da un Lev Sedov che risiedeva stabilmente a Berlino dall’inizio del 1931, molti mesi prima della “fine del 1931”; una strada magnifica, certo, ma che in ogni caso costituiva solo una delle numerose vie interessanti di Berlino.

Ma soprattutto, visto il pedinamento da parte stalinista a cui Lev Sedov era sottoposto senza sosta nella capitale tedesca del 1931/32, l’Unter den Linden costituiva proprio l’ultimo posto e l’ultima via di Berlino che il figlio di Trotskij, abile cospiratore e intelligente “cacciatore” di “prede” sovietiche, poteva e doveva utilizzare per le sue “passeggiate” assai poco casuali.

Proprio il padre di Sedov, e cioè Trotskij, ci ha infatti informati nel suo scritto del febbraio 1938 che suo figlio a Berlino era continuamente pedinato e spiato dagli agenti sovietici della GPU, in altri termini da poliziotti stalinisti che operavano a Berlino al fine di seguire le mosse e gli spostamenti di Lev Sedov. Visto che il centro operativo berlinese di queste spie e osservatori stalinisti era ovviamente collocato nell’ambasciata sovietica, che per l’appunto era posizionata sull’Unter den Linden, sembra subito come minimo molto improbabile che l’abile Sedov operasse principalmente nella via e nella zona in cui si trovava il covo dei suoi pedinatori e inseguitori fedeli a Stalin, facilitando il loro compito di ostili osservatori delle attività del figlio di Trotskij nella capitale tedesca proprio stazionando vicino alla “tana del lupo” stalinista a Berlino.

Proprio Trotskij aveva del resto sottolineato, nel suo scritto sopracitato del 1938, che Sedov “per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino” al fine di “sfuggire alle spie della GPU” (della polizia stalinista) “che lo inseguivano”: un comportamento abile e professionale da parte del figlio di Trotskij, che escludeva simultaneamente una sua eventuale e irrazionale presenza ininterrotta proprio sull’Unter den Linden, vicinissimo al covo di “quelle spie del GPU” che “lo inseguivano” allora di frequente “per le strade di Berlino”.

Se colleghiamo tutti i fattori sopracitati, la possibilità di un incontro “casuale” e fortuito tra Sedov e Pjatakov risultano ormai pari a zero, se si tiene ben a mente il ruolo di “cacciatore di prede” sovietiche assunto da Lev Sedov e i suoi precedenti incontri – non certo casuali, ma voluti e programmati in anticipo – con Blumkin e I. Smirnov: abbiamo a disposizione tutta una serie di altri elementi materiali che servono a eliminare anche i dubbi poco razionali sul carattere intenzionale e premeditato dell’incontro berlinese tra Sedov e Pjatakov.

Stando almeno alla testimonianza di Sedov, il suo incontro casuale con Pjatakov sarebbe infatti avvenuto alla fine del 1931 o all’inizio del 1932, e quindi in un periodo nel quale a Berlino fa freddo e soprattutto nel quale il tramonto si verifica assai presto, con il buio che subentra nelle strade già attorno alle ore 16.00 e alle prime ore del pomeriggio.

In quel periodo, quindi, almeno di sera e di notte risultava più difficile vedersi e salutarsi (più o meno amichevolmente) anche per due persone relativamente vicine, collocate a distanza di poche decine di metri.

L’Unter den Linden aveva inoltre nel 1931, come del resto ai nostri giorni, un’altra caratteristica particolare, e cioè di essere una strada piena di attrattive multiformi per un suo visitatore.

Negozi di vario genere, oltre a musei e siti storici come l’Arsenale e la Biblioteca Nazionale, aggiunti ai numerosi bar, caffè e ristoranti che circondavano anche nel 1931 la via berlinese e le sue strade laterali adiacenti ad essa costituivano degli elementi di (piacevole) “disturbo”, che potevano attirare l’attenzione di un passante impegnato in una visita fortuita e occasionale, attraendolo al loro interno per un periodo di tempo non necessariamente breve; e di conseguenza, tali fattori di “disturbo” riducevano ancora di più il livello di probabilità di un incontro fortuito e occasionale tra Pjatakov e Lev Sedov.

Prendiamo comunque in considerazione, per amore di discussione, anche l’ipotesi più favorevole per un incontro casuale tra Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden, senza tenere conto dei precedenti incontri “casuali” tra Sedov e Blumkin/Smirnov e del ruolo di abile e astuto “cacciatore” di “prede” sovietiche assunto dal figlio di Trotskij nella capitale tedesca: per un istante astraiamo totalmente da tali fattori.

Pjatakov e Sedov nel 1931 si trovano casualmente proprio nella stessa ora e negli stessi minuti sull’Unter den Linden, solo una delle migliaia di vie di Berlino, e casualmente si muovono sullo stesso lato dell’amplissima strada in via d’esame, in modo da potersi riconoscere.

Casualmente Pjatakov e Sedov entrano simultaneamente di giorno sull’Unter den Linden, quando la luce solare avrebbe permesso loro di rendersi più facilmente.

Casualmente nessuno dei due si ferma in un ristorante o in un altro luogo chiuso, ma viceversa entrambi si muovono all’aperto per la stessa via in oggetto.

Casualmente e sempre sullo stesso lato della strada, essi si dirigono inoltre in direzione opposta e in modo tale da potersi prima o poi incrociare e vedere; se andassero infatti nella stessa direzione, ossia sempre sullo stesso lato della via ma anche solo alla distanza di un centinaio di metri, con una velocità di passeggio quasi identica e tenendo conto degli altri passanti i due non si potrebbero incontrare né vedere, per forza di cose, in una strada di regola affollata come l’Unter den Linden.

Casualmente essi non sono impegnati in una conversazione impegnativa con altre persone e non sono sovrappensiero per altri motivi.

Casualmente non si interpone tra loro una massa molto consistente di passanti, tale da impedire la loro visione reciproca.

Ora, anche ammettendo l’esistenza di tale particolarissima combinazione – già di per sé eccezionale, come minimo – di elementi casuali e fortuiti, rimarrebbe il problema ulteriore della ramificazione della Unter den Linden: infatti non solo tale gigantesca strada anche nel 1931 risultava estesa per una lunghezza pari a circa un chilometro e mezzo, ma per di più nel suo raggio di estensione rientra anche la famosa Opernplatz, la piazza dell’Opera, ribattezzata dopo il 1947 con il nome di Bebelplatz.

L’ampia piazza dell’Opera anche nel 1931 formava, senza alcuna soluzione di continuità, una sorta di rientranza e di ramo secondario nella Unter den Linden di forma rettangolare e il cui perimetro era lungo circa 900 metri; senza uscire pertanto dall’Unter den Linden, un passante (Pjatakov, ad esempio) avrebbe dovuto percorrere (e senza fermarsi) tale distanza diciamo in circa cinque minuti, non incontrando pertanto in quel preciso lasso di tempo un’altra persona (Sedov, ad esempio) che avesse percorso quel lato dell’Unter den Linden in senso opposto e venendogli incontro, ma senza tuttavia entrare nella piazza dell’Opera e in quella particolare ramificazione della via berlinese.

Anche ipotizzando la simultaneità della “casuale” passeggiata di Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden e che essi, in modo fortuito, procedessero in direzione opposta sullo stesso lato della gigantesca strada in esame; anche ipotizzando che Pjatakov o lo stesso Sedov non si fossero fermati a dare un’occhiata e visitare i musei, palazzi e vie laterali della Unter den Linden, un incontro casuale tra i due non sarebbe stato pertanto scontato persino in questa tipologia di casualità incrociate e concomitanti, già di per sé abnormi per le ragioni esposte in precedenza.

Avvocato del diavolo: “Trotskij e suo figlio potrebbero essersi sbagliati nell’indicare il periodo temporale dell’incontro tra Pjatakov e il figlio di Trotskij: esso potrebbe essere avvenuto invece nella primavera del 1931, quando il tempo a Berlino è invece clemente e invita alle passeggiate all’aria aperta”.

Tutta la famiglia Trotskij (padre, moglie e figlio) era stata coinvolta nel novembre del 1936 rispetto alla narrazione sull’incontro “casuale e fortuito” tra Sedov e Pjatakov, ed essi sbagliarono a indicare la stagione – non parliamo del mese o del giorno – in cui essa avvenne? Sedov non ricordava neanche se facesse freddo o un relativo caldo, quando egli incontrò “casualmente” Pjatakov sull’Unter den Linden, almeno a suo dire? Siamo in piena fantascienza: e se anche fosse vero, allora verrebbe subito da pensare che la famiglia Trotskij avesse commesso uno “sbaglio” collettivo – molto più grave – anche nel sostenere il carattere “casuale” dell’incontro “fortuito” tra Sedov e Pjatakov.

Un ulteriore indizio contro la tesi dell’incontro casuale a Berlino proviene in ogni caso dalla versione fornita da Trotskij, visto che nella sua testimonianza egli fornì una versione diversa da quella espressa da sua moglie in due punti significativi.

Ricordando le dichiarazioni rese, in modo concordante, da lui stesso e da suo figlio Lev Sedov alla polizia norvegese che allora li stava interrogando, anche sui loro rapporti con Pjatakov, oltre che al loro avvocato norvegese Puntervold nel dicembre del 1936, durante la sesta sessione della commissione Dewey Trotskij riferì infatti rispetto all’incontro “casuale” nella Berlino del 1931 che “Pjatakov tornò indietro da lui” (da Sedov). “Mio figlio gridò “traditore” a Pjatakov[49].

Sussistono due evidenti contraddizioni, tra questa seconda versione di Trotskij dell’incontro “casuale” tra Sedov e Pjatakov, e quella fornita invece da Natalia Sedova.

In quest’ultima, esposta poco sopra, la moglie di Trotskij affermava infatti che suo figlio gli scrisse che “io” (Lev Sedov) “l’ho guardato” (Pjatakov, sull’Unter den Linden) “fermamente negli occhi, ma egli” (Pjatakov) “girò indietro la sua faccia come se egli non mi riconoscesse. Che persona miserabile”.

Bene, questa è la versione di Natalia Sedova: ma invece suo figlio Lev Sedov dichiarò nel dicembre del 1936 all’avvocato Puntervold che invece fu proprio Pjatakov che “tornò indietro da lui”, quindi “riconoscendolo” benissimo come Lev Sedov; e che non solo Sedov “guardò” a sua volta Pjatakov “fermamente negli occhi”, ma gli gridò pure “traditore”.

Le contraddizioni tra le due versioni risultano quindi plateali e significative, e proprio le difformità tra le due versioni in esame rendono, se possibile, ancora meno credibile la natura “fortuita” dell’incontro tra Sedov e Pjatakov: si trattava quindi solo di una storia di copertura fantasiosa (una copertura con troppe falle e incongruenze, certo) elaborata dalla famiglia Trotskij rispetto a un reale e non casuale incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov, avvenuto con ben altro spirito e in ben altre condizioni rispetto a quelle invece descritte da Natalia Sedova da un lato, e Trotskij/Sedov dall’altra.

Ma per di più siamo in presenza di un comportamento non proprio professionale da parte di Sedov, stando almeno alle dichiarazioni di Trotskij-padre e di suo figlio rispetto all’incontro “casuale” con Pjatakov.

Siamo nel 1931 e con protagonista un Lev Sedov che costituiva già da tempo il principale aiutante e l’intelligente braccio destro del padre: almeno stando alla versione di Trotskij, Sedov incontrò casualmente il presunto “stalinista” Pjatakov ma, al posto di ignorarlo, lo affrontò e lo insultò in pubblico, facendo pertanto di tutto per attirare l’attenzione su di sé. Siamo ormai nel campo del paranormale con la descrizione di un comportamento assurdo da parte dell’esperto e abile Sedov, se tale versione dei fatti fosse veritiera.

E non solo: risulta altresì poco credibile che Pjatakov, il quale almeno nella versione di Sedov/Trotskij risultava nel 1931/32 un fedele stalinista, abbia accettato senza replicare le ingiurie lanciategli pubblicamente da Lev Sedov, dimostrandosi in tal modo passivo e inerte sia agli occhi dei passanti berlinesi che, soprattutto, del personale dell’ambasciata sovietica, posizionata come si è già notato più volte proprio nell’Unter den Linden.

Un ulteriore elemento sospetto è costituito dalla data e dai motivi delle sopracitate dichiarazioni del 1936 di Trotskij e Sedov, sempre rispetto al “casuale” incontro avvenuto tra Pjatakov e Sedov alla “fine del 1931” o all’inizio del 1932, almeno stando alla versione dei fatti riportata dalla famiglia Trotskij.

È infatti sicuro che Trotskij elaborò ed espose la sua testimonianza scritta sull’incontro berlinese in oggetto solo il 26 novembre del 1936, ossia circa cinque anni dopo il contatto diretto tra suo figlio e Pjatakov nella capitale tedesca di quel tempo.

Il problema e l’anomalia, altrettanto sicura, è che la versione di Trotskij rispetto all’incontro tra Pjatakov e Sedov venne manifestata proprio quando esso risultava in ogni caso un ricordo estremamente pericoloso: erano infatti già in corso, dall’agosto del 1936, i processi di Mosca e le indagini della polizia stalinista ad esso connesse, nelle quali ogni minima relazione concreta di uomini politici sovietici con Trotskij, o suo figlio Sedov, diventava di per sé una prova accusatoria pesantissima a disposizione dell’apparato stalinista.

Ma allora per quale motivo Trotskij ammise davanti alla polizia norvegese, nel novembre del 1936, l’esistenza concreta del lontano ma compromettente incontro berlinese del 1931 tra suo figlio e Pjatakov, tra l’altro usando la via obliqua e contorta della “ritrovata memoria” di sua moglie N. Sedova?

L’unica spiegazione razionale possibile risulta che Trotskij riconobbe tale fatto al fine di poter fornire una versione di copertura almeno in parte plausibile e una spiegazione non completamente assurda per l’incontro (reale) tra Sedov e Pjatakov, necessità divenuta a sua volta urgente proprio nel novembre del 1936: nella prima metà del settembre 1936, infatti erano stati arrestati sia Pjatakov che Radek, e soprattutto “Capelli rossi” iniziò a collaborare e “cantare” con la polizia di Stalin proprio alla fine di ottobre del 1936, anche rispetto alle sue relazioni politiche con Sedov e Trotskij e al suo incontro segreto del 1931 a Berlino con il principale aiutante del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Come risulta dalle stesse risposte fornite in Norvegia da Trotskij e Sedov, nel novembre del 1936 persino la polizia di Oslo – per non parlare poi dell’NKVD stalinista – risultava assai interessata a conoscere i reali rapporti creatisi in precedenza tra il figlio di Trotskij e Pjatakov, e certo non a caso: dopo le confessioni rese da quest’ultimo a fine ottobre del 1936, l’argomento in esame era ormai diventato una triste realtà con la quale Trotskij e suo figlio dovevano ormai confrontarsi per forza di cose, anche nel corso degli interrogatori a cui vennero sottoposti a quel tempo dai poliziotti norvegesi e sul cui sfondo aleggiava ormai lo spettro del volo segreto del dicembre 1935.

Pertanto, in modo rischioso ma intelligente, in quel periodo bisognava anticipare gli effetti negativi di qualunque notizia spiacevole sui reali rapporti Sedov/Pjatakov del 1931 e soprattutto neutralizzarli, prima che essi esplodessero contro il movimento trotzkista: tale fu sicuramente lo scopo della particolare “mossa scacchistica” di Trotskij nel novembre del 1936, con il suo carattere volutamente complicato (la moglie di Trotskij che riferì il contenuto di una lettera del figlio, con una testimonianza in seguito venuta in mente e ripresa dallo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale), le sue incongruenze oggettive e le contraddizioni tra le dichiarazioni di Natalia Sedova e quelle di suo figlio e di suo marito.

Attraverso quest’ultima verifica incrociata e tutti gli indizi prima esposti, vengono superati anche i dubbi non ragionevoli sul carattere voluto e sulla natura intenzionale dell’incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov.

E a sua volta l’incontro – assolutamente non casuale, oltre che assolutamente reale e innegabile – tra Lev Sedov e Pjatakov nella Berlino del 1931 fa ulteriormente chiarezza sulla reale posizione politica adottata da Pjatakov nel 1931/1932, visto che alla lettera spedita da Trotskij a Radek nel 1932 e alla testimonianza di Littlepage possiamo ora unire la prova sicura di un incontro cosciente intenzionale nella Berlino del 1931 tra Sedov e Pjatakov, per niente fortuito ma ben mirato e di natura politica, come avvenne del resto nei precedenti “incontri casuali” di Sedov con Blumkin e Smirnov.

La conclusione inevitabile di tutti questi indizi concordanti risulta che Pjatakov era tornato a partire dalla seconda metà del 1931 alla militanza trotzkista, in gran segreto e facendo un rischiosissimo il doppio gioco rispetto al nucleo dirigente stalinista: il presunto “miserabile” e “traditore”, secondo l’equilibrato e compassato giudizio espresso nei suoi confronti su di esso da Lev Sedov e riportato dal trotzkista Deutscher, stava davvero svolgendo un ruolo particolare di “Giuda” e fin dalla seconda metà del 1931, ma contro Stalin[50].

Avvocato del diavolo: “tuttavia dopo il 1932 non sussistono prove che Pjatakov abbia continuato la sua presunta militanza trotzkista di tipo clandestino”.

Si è già notato che persino Trotskij aveva sottolineato, davanti alla commissione Dewey, come rispetto agli eventi del dicembre 1935 Pjatakov e Radek formassero un duo inscindibile: e visto che Radek risultava un militante trotzkista nel 1933/1936, come risulta dagli indizi sopra esposti, anche rispetto a “Capelli rossi” per il primo livello di probabilità che fosse rimasto trotzkista nel 1933/1936 risultano subito molto alte.

Sappiamo inoltre che Pjatakov, come del resto Radek, era ritornato alla militanza trotzkista nel 1931/1932, dopo in precedenza aver capitolato rispetto a Stalin nel 1928/1930. Una terza giravolta, un ulteriore cambiamento di rotta di Pjatakov ci sembra un evento improbabile di per sé, oltre che rischioso a livello personale: riprendendo la militanza clandestina antistalinista nel 1931/1932, egli si era infatti sicuramente compromesso sul piano politico e umano e un eventuale “terza svolta” non avrebbe trovato alcuna comprensione, né da parte stalinista né da parte trotzkista.

Inoltre va considerato come Pjatakov non fosse certo rimasto isolato politicamente e privo di contatti, anche dopo il gennaio del 1933.

Era ancora libero Radek, fino alla metà di settembre del 1935.

Fino al dicembre del 1934 risultavano ancora in libertà Zinoviev e Kamenev, mentre rimaneva ancora a piede libero Mrackovskij, un alto dirigente trotzkista anche secondo l’insospettabile Brouè.

Rimanevano inoltre in azione ancora i cosiddetti “resti isolati” (Brouè, 1991) della Quarta Internazionale in terra sovietica, anche dopo gli arresti del 1932/33; e proprio Brouè sottolineò come dagli archivi dell’NKVD di Smolensk, trovati dai nazisti nel 1941 e poi utilizzati in Occidente, emergano sia le tracce di quelle sacche di “scontento operaio” di cui si parlava nella prefazione, che le orme di una presenza (più o meno organizzata) di simpatizzanti trotzkisti.

Da tali documenti risulta che ancora nel 1936, “alla domanda di un agitatore del partito che gli chiede chi consideri come “vecchio bolscevico”, un operaio di Smolensk risponde “Trotskij”. Un giovane lavoratore, membro del Komsomol, protesta in una riunione per le calunnie contro Zinoviev, che a suo parere “ha fatto molto per la rivoluzione”. Nel giugno del 1936 si scopre nell’abitazione di una kolchoziana del kolchoz Ottobre Rosso un ritratto di Trotskij[51].

Nel gennaio del 1933 andò inoltre al potere Hitler, e proprio tale evento epocale e terrificante non poteva che consolidare la sfiducia in Stalin e la fede trotzkista dei militanti della Quarta Internazionale in terra sovietica, come del resto aveva notato anche l’insospettabile Deutscher nel sopracitato passo su Radek, Stalin e le responsabilità di quest’ultimo per l’ascesa al potere di Hitler[52].

Almeno a giudizio dei seguaci di Trotskij non solo si era verificata una tremenda sconfitta del movimento operaio con l’avvento al potere del nazismo ma essa era dovuta come minimo in larga parte alla disastrosa politica del “socialfascismo”, secondo cui la socialdemocrazia costituiva una sorta di variante del fascismo mascherata di “rosso”, imposta da Stalin nel 1929/33 alla Terza Internazionale comunista (anche a nostro giudizio la politica stalinista dell’identificazione del nemico principale nella socialdemocrazia, a livello internazionale e in Germania, risultò allora radicalmente sbagliata), mentre invece Trotskij aveva allora proposto una corretta linea politica di fronte unico anche dall’alto, tesa a creare un accordo politico con la socialdemocrazia tedesca per fermare il nazismo nella sua ascesa al potere.

Disastro operaio in Germania, nel gennaio/marzo del 1933; come minimo una forte responsabilità di Stalin (tramite la Terza Internazionale, che controllava già dall’inizio del 1929) per l’ascesa al potere di Hitler; corretta e inascoltata politica di Trotskij, tesa a proporre alla socialdemocrazia un fronte unico per fermare i nazisti. Si trattava di un trittico di argomenti che non potevano che consolidare la precedente scelta di campo trotzkista di ogni militante della costituenda Quarta Internazionale, sia fuori che dentro l’Unione Sovietica, ivi compreso J. Pjatakov e proprio a partire dal gennaio/marzo 1933.

Ma non solo: come aveva più volte notato giustamente Trotskij, già nel 1931/32, Hitler al potere significava guerra in Europa e, allo stesso tempo, guerra inevitabile della Germania fascista contro l’Unione Sovietica.

In questo possibile e prevedibile scenario, agli occhi di qualunque dirigente, militante o anche solo simpatizzante trotzkista in terra sovietica, chi poteva a loro avviso difendere l’Unione Sovietica meglio di Trotskij, il leader di quell’Armata Rossa risultata vittoriosa contro innumerevoli e potenti nemici, interni e internazionali, nella guerra civile del 1917/20?

Argomento valido ovviamente per Pjatakov, di sicuro uno dei principali dirigenti trotzkisti nel 1923/27 e di sicuro nuovamente un quadro dirigente della clandestina sezione sovietica della Quarta Internazionale, a partire dal 1931/32: perché egli avrebbe dovuto ritirarsi dalla lotta antistalinista proprio quando stava per arrivare una guerra disastrosa contro l’URSS promossa dalla Germania hitleriana, e quando proprio il leader politico in esilio scelto da Pjatakov risultava ad avviso di quest’ultimo il più adatto a battere la belva nazista?

In ogni caso possiamo fornire alcuni dati di fatto connessi a Pjatakov nel biennio 1935-36, che risultano incompatibili con la tesi che vede “Capelli rossi” in qualità di fedele militante stalinista e invece, simultaneamente, perfettamente comprensibili utilizzando l’ipotesi opposta, secondo la quale quest’ultimo costituiva dalla seconda metà del 1931 un abile e coraggioso militante trotzkista, una preziosa “talpa” della Quarta Internazionale all’interno delle alte sfere dell’URSS stalinista dei primi anni Trenta.

Partiamo innanzitutto dalla stranissima inattività di Pjatakov a partire dall’11 agosto del 1936 e fino al 12 settembre dello stesso anno, sia nei confronti di due arrestati che lo accusavano di attività trotzkista che rispetto a G. K. Ordzonikidze, detto “Sergo”, autorevole membro del Politbjuro e suo diretto superiore nel decisivo ministero dell’industria pesante sovietica.

Le premesse indispensabili per comprendere la vistosa anomalia di tale inattività sono le seguenti:

  • Pjatakov tra il 1930 e il 1936 risultava un uomo molto potente nella sfera economica sovietica, tanto da essere stato nominato fin dal 1934 vice-ministro dell’industria sovietica e membro dell’autorevole Comitato Centrale del PCUS: come ammesso anche dagli storici antistalinisti, per la sua intelligenza e il suo eccellente talento organizzativo “Capelli rossi” era inoltre molto apprezzato proprio dal potente ministro dell’industria pesante sovietica e membro del politburo, Sergo Ordzonikidze. L’intelligente storico anticomunista (e sostenitore della “seconda versione”, rispetto al volo di Pjatakov) S. Sebag Montefiore riconobbe ad esempio senza problemi che “i due uomini” (Ordzonikidze e Pjatakov) “erano molto affezionati l’un l’altro e amavano lavorare insieme”[53];
  • la seconda moglie di Pjatakov, da cui quest’ultimo si era separato da qualche anno, venne arrestata il 27 luglio del 1936 per attività trotzkista, confessando quasi subito la sua militanza segreta nelle file della sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale: saputo dell’arresto della ex-moglie da un telegramma inviatogli di persona da Ordzonikidze, “Capelli rossi” si limitò a dichiararsi stupefatto e incredulo rispetto alla prospettata militanza trotzkista della sua seconda consorte;
  • all’inizio di agosto del 1936, anche due cittadini sovietici arrestati per attività trotzkista, I. I. Reingold e N. V. Golubenko, testimoniarono che Pjatakov era coinvolto in prima persona nell’attività clandestina dei trotzkisti sovietici, tra l’altro in qualità di loro importante dirigente[54];
  • ancora libero e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista, l’11 agosto Pjatakov venne a quel punto informato direttamente da Ezhov, già allora uno dei capi dell’NKVD, delle gravissime accuse (di essere un trotzkista e un terrorista) che gli venivano già mosse da due delle persone arrestate nel corso del 1936: sempre l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa infatti che “poco prima del processo a Zinoviev” (il primo processo di Mosca, iniziato il 19 agosto del 1936) “Ezov convocò Pjatakov, gli lesse tutte le deposizioni giurate in cui si sostenevano i suoi legami con il terrorismo trotzkista e lo informò che era stato sollevato dal suo incarico di vice-commissario”, per intenderci vice-ministro all’industria pesante[55];
  • Pjatakov rimase sicuramente ancora in libertà dopo l’incontro con Ezhov, dall’11 agosto all’11 settembre del 1936, mentre sempre Sebag Montefiore riconobbe che Ordzonikidze risultava un fedele stalinista ma che “si era sempre opposto all’arresto dei propri dirigenti”, e cioè dei manager che lavoravano nell’importantissimo ministero da lui diretto[56];
  • oltre a respingere tutte le accuse a suo carico attraverso due lettere inviate una a Stalin e l’altra a Ordzonikidze, Pjatakov scrisse un durissimo attacco contro gli imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936 (Zinoviev, Kamenev, ecc.), che venne pubblicato sulla Pravda e su altri quotidiani sovietici il 21 agosto del 1936; ma Vysinskij, il responsabile della pubblica accusa stalinista al processo dell’agosto del 1936, dichiarò in ogni caso durante la sessione pomeridiana del 21 agosto dell’assise giudiziaria moscovita che, in seguito e a causa delle dichiarazioni rese precedentemente in aula da alcuni degli imputati, anche Pjatakov- come del resto Radek, Bucharin, Tomskij e altri cittadini sovietici – sarebbe stato sottoposto a un’indagine per verificare l’attendibilità delle accuse mosse nei suoi confronti;
  • Pjatakov venne arrestato solo il 12 settembre del 1936, un mese dopo il suo drammatico confronto con Ezhov.

Ammettiamo a questo punto per un istante che Pjatakov nell’agosto del 1936 non fosse in alcun modo un militante trotzkista, e che quindi da molti anni avesse realmente rotto con la costituenda Quarta Internazionale passando stabilmente al campo stalinista.

Egli risultava pertanto assolutamente innocente rispetto alle gravissime accuse di complotto e di trotzkismo che gli vennero mosse direttamente, a partire dall’11 agosto del 1936; l’11 agosto del 1936 egli era ancora libero e ancora membro dell’autorevole Comitato Centrale, avendo poi in Ordzonikidze non solo un protettore potente sul piano politico, ben conosciuto tra l’altro per la sua avversione agli arresti dei dirigenti che lavoravano con lui, ma anche un amico personale. Ora, fatte tutte queste premesse, perché un uomo intelligente come Pjatakov non cercò mai un incontro diretto con Ordzonikidze, nel mese in cui era ancora a piede libero, chiedendogli inoltre come minimo di avere un confronto diretto, indispensabile e vitale, con gli arrestati che lo accusavano ingiustamente e che lo calunniavano, almeno nell’ipotesi che stiamo prendendo in esame? Pjatakov si limitò invece a mandare una lettera a Ordzonikidze e a Stalin professando la sua innocenza, ma senza in alcun modo chiedere di confrontarsi, in modo diretto e personale, coloro che lo accusavano[57].

Non si riesce in pratica a comprendere per quale motivo, anche indipendente dall’amicizia che aveva creato con Ordzonikidze, Pjatakov non abbia chiesto subito e fin dall’11 agosto del 1936 un contradditorio personale e viso a viso con Reingold e Golubenko, dopo il suo drammatico colloquio con Ezov: visto che “Capelli rossi” era ancora libero e faceva ancora parte del Comitato Centrale, se egli fosse stato realmente innocente rispetto alle gravissime accuse che gli venivano mosse da Reingold e Golubenko la richiesta di un confronto chiarificatore, con i suoi due accusatori diventava una mossa non solo utile, ma necessaria e vitale per la stessa sopravvivenza di “Capelli rossi”.

Tale strana anomalia non può essere in alcun modo spiegata con la versione del Pjatakov stalinista e non-trotzkista a partire dal 1928, ma solo ed esclusivamente ammettendo che nel 1936 Pjatakov fosse realmente ancora un trotzkista clandestino, che faceva il “doppio gioco” rispetto a Stalin: una particolare posizione che gli rendeva assai rischioso chiedere un confronto aperto con i suoi due accusatori, Reingold e Golubenko, e invece assai preferibile l’opzione alternativa, tesa a cercare di continuare a ingannare Stalin sulla sua presunta fedeltà politica senza scontrarsi direttamente con Ezov e l’NKVD.

Ulteriore indizio: l’esagerata, tardiva e assurda reazione di Pjatakov rispetto alle accuse che gli vennero mosse da Ezov, verso la metà di agosto del 1936. Se infatti “Capelli rossi” non chiese mai di persona aiuto a Ordzonikidze, né un confronto diretto con i suoi accusatori, viceversa e sempre nell’agosto del 1936 egli si offrì invece di far parte del plotone di esecuzione che avrebbe potuto giustiziare sua ex-moglie, arrestata sotto l’accusa di trotzkismo alla fine di luglio del 1936.

Anche l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa a questo proposito che, durante il sopracitato colloquio con Ezov, “Pjatakov si offrì di dimostrare la propria innocenza chiedendo che gli venisse “consentito di sparare personalmente a tutti coloro che fossero stati condannati a morte nel processo, inclusa sua moglie, e di pubblicare questa sua dichiarazione sulla stampa”. Da buon bolscevico, era disposto persino a giustiziare la propria consorte. “Gli ho fatto notare l’assurdità di questa sua proposta”, riferì freddamente Ezov a Stalin”[58].

Risulta subito evidente il carattere tardivo e artefatto della “proposta assurda” di Pjatakov: se infatti quest’ultimo fosse stato realmente sincero, nella sua indignazione politica e morale contro la moglie indagata e sotto accusa per la sua militanza trotzkista, per quale inspiegabile ragione egli aspettò almeno quindici giorni per manifestare la sua “sincera” collera nei confronti di quest’ultima, visto che la sua consorte era stata arrestata sotto la pesante accusa di trotzkismo il 27 luglio del 1936 mentre il colloquio con Ezov ebbe luogo invece l’11 agosto?[59]

Per quanto riguarda invece la proposta di Pjatakov di sparare personalmente alla sua seconda moglie, pensiamo non vi siano dubbi sul suo carattere come minimo abnorme: una “proposta indecente” e artificiosa, anche a prima vista.

Troppo esagerata, troppo forzata e troppo tardiva: questa è l’inevitabile valutazione da effettuare rispetto alla “proposta assurda” di Pjatakov rispetto alla sua seconda consorte, dovuta alla necessità vitale da parte di “Capelli rossi” di non farsi smascherare nel suo pericolosissimo doppiogioco di matrice trotzkista contro Stalin, anche usando a tal fine assurde dichiarazioni di valore solo retorico e formale.

In ultimo, ma non certo per importanza: se Pjatakov risultava davvero innocente rispetto alle accuse di trotzkismo che gli vennero mosse già all’inizio dell’agosto del 1936 da Reingold e Golubenko, non si può che dedurre che questi ultimi mentivano nei suoi confronti e che lo fecero solo a causa di una diretta pressione dell’NKVD e di Stalin nei loro confronti, finalizzata a incastrare Pjatakov con la falsa accusa di attività trotzkista.

A catena, quindi, ne discende da tale tesi che esisteva simultaneamente un piano diabolico di Stalin e dell’NKVD già all’inizio di agosto del 1936 – se non prima – contro il povero, sventurato e innocente stalinista Pjatakov. Bene, anzi male.

Ma ammettendo per un istante tale ipotesi, per quale assurdo e incredibile motivo Stalin e l’NKVD, gli ideatori del presunto “piano diabolico” contro l’innocente e fedele stalinista Pjatakov, lasciarono in libertà quest’ultimo anche dopo il suo drammatico colloquio con Ezov, per ben un mese e fino all’11 settembre del 1936? Libero per un mese, e ormai messo sull’avviso e a conoscenza delle gravissime accuse che gli venivano mosse; libero a ancora membro a pieno titolo dell’importante Comitato Centrale del partito comunista sovietico; libero e per di più ancora protetto da Ordzonikidze; libero e ben in grado, proprio perché innocente rispetto alle false accuse di trotzkismo che gli venivano mosse, di difendersi dalle calunnie di Reingold e Golubenko.

In sostanza, il sicuro e indiscutibile mese di libertà goduto da Pjatakov dall’11 agosto all’11 settembre del 1936 costituisce un fatto concreto che demolisce la tesi del presunto complotto di Stalin e dell’NKVD ai danni dell’innocente “Capelli rossi”, con tutte le evidenti ricadute del caso.

Ma non solo: anche uno storico antistalinista coma J. A. Getty ha altresì sottolineato che Pjatakov, nel luglio del 1936, era stato incaricato ufficialmente dal potere stalinista di assumere il ruolo di testimone dell’accusa nel futuro processo che ormai, proprio in quel tempo, si stava preparando a Mosca contro Zinoviev, Kamenev e altri uomini politici sovietici[60].

Ancora nel luglio del 1936, quindi, il potente vice-commissario dell’industria pesante era così lontano dai sospetti e da ipotetiche, presunte macchinazioni ai suoi danni da parte del nucleo dirigente stalinista da essere stato incaricato da quest’ultimo a svolgere un ruolo significativo, pubblico e in prima persona contro dei famosi oppositori di Stalin quali Zinoviev e Kamenev.

Persino uno storico antistalinista come V. Rogovin, inoltre, ha ammesso esplicitamente all’inizio del decimo capitolo del suo libro “1937” che quando l’ex-moglie di Pjatakov venne arrestata per attività trotzkista, il 27 luglio del 1936, nel suo appartamento venne sequestrata dalla polizia sovietica la corrispondenza scritta dallo stesso Pjatakov, che guarda caso includeva anche del materiale e dei documenti connessi al periodo nel quale quest’ultimo faceva parte dell’opposizione antistalinista durante gli anni Venti: materiale anomalo e compromettente, almeno per un Pjatakov che si auto-presentava come un fedele stalinista a partire dall’inizio del 1928, ossia quasi nove anni prima del luglio 1936 in esame.

Un diverso criterio di verifica incrociata delle nostre tesi rispetto alle posizioni politiche del Pjatakov del 1935-36 ci proviene per l’ennesima volta da parte trotzkista: e più precisamente dal diario personale elaborato da Trotskij in persona nel 1935, in una sua nota datata 3 aprile 1935.

In quel giorno, e quindi pochi mesi prima del dicembre del 1935, Trotskij infatti citò Pjatakov , e lo nominò guarda caso senza nessuna critica di alcun tipo alla sua adesione (guarda caso falsa e ipocrita, dalla metà del 1931) alle politiche staliniste; senza avanzare alcun rilievo polemico sul fatto che Pjatakov all’inizio del 1928 avesse rotto politicamente con il movimento antistalinista, ma anzi lodando la capacità di previsione dimostrata da Pjatakov già nel lontano 1926 rispetto a Stalin e al suo carattere vendicativo, senza nemmeno accennare al fatto indiscutibile che proprio Pjatakov due anni dopo e nel 1928 era passato a seguire un uomo così duro e vendicativo come Stalin, e non condannando “Capelli rossi” per tale scelta politica, come minimo assai significativa.

In altri termini, Trotskij trattò e valutò nel 1935 il presunto stalinista Pjatakov in modo relativamente benevolo e con i “guanti bianchi” a dispetto che quest’ultimo almeno in apparenza fosse ormai collocato a fianco del nucleo dirigente stalinista fin dal 1928 e, per di più, in una posizione molto importante all’interno dell’apparato statale e della burocrazia sovietica di quel periodo.

Qualche dubbio, giudici-lettori? Allora leggetevi direttamente le righe scritte da Trotskij, sul suo diario, il 3 aprile del 1935.

“Natalia Sedova mi ha ricordato che, nel 1926, certi amici di quell’epoca si riunirono in casa nostra ad aspettare l’esito di una seduta del Politburo. Entrai con Pjatakov (in qualità di membro del Comitato Centrale, questi aveva il diritto di assistere alle riunioni del Politburo). Agitatissimo, Pjatakov illustrò il corso preso dagli “eventi”. Alla riunione, avevo detto che finalmente Stalin aveva posto la candidatura ufficiale al ruolo di becchino della Rivoluzione e del Partito… In segno di protesta, Stalin abbandonò la seduta, e gli sconcertati Ryzov e Rudzutak proposero e ottennero nei miei confronti una mozione di “censura”. Nel dir questo, Pjatakov si rivolse a me, e aggiunse con forza: “Non ve la perdonerà mai; né a voi, né ai vostri figli, né ai vostri nipoti”. A quei tempi, ricordava Natalia, l’accenno ai figli e ai nipoti suonava lontano, come un semplice giro di frase. Ma proprio a questo si è giunti: ai figli e persino ai nipoti”[61].

Se veramente Pjatakov nel corso del 1935, nell’aprile del 1935, il 3 aprile del 1935 fosse stato un nemico politico di Trotskij, un vero “miserabile” (giudizio di Lev Sedov) passato al servizio di Stalin senza soluzione di continuità dall’inizio del 1928, non risultano assolutamente comprensibili i motivi per cui il di regola combattivo e polemico Trotskij invece usò un tono così neutro verso Pjatakov, arrivando fino al punto di elogiare quasi esplicitamente la preveggenza dimostrata da quest’ultimo nel 1926; tono “soft”, mancanza di critiche e sommesso elogio a Pjatakov che risultano invece perfettamente compatibili e spiegabili con l’ipotesi opposta, ammettendo cioè che il 3 aprile del 1935 Trotskij e “Capelli rossi” facessero invece parte da tempo, e cioè dalla seconda metà del 1931, della stessa “ditta politica”, risultando entrambi tra i leader principali della costituenda Quarta Internazionale nel corso del 1935.

Avvocato del diavolo: “manca in ogni caso nel diario di Trotskij del 1935 qualunque riferimento alla militanza neotrotzkista di Pjatakov, a partire dal 1931”.

Forse che qualche giudice-lettore, al posto dell’intelligente Trotskij, sarebbe stato così imprudente da mettere per iscritto, in un diario che poteva nel caso peggiore capitare “nelle mani sbagliate”, delle informazioni così importanti e pericolose sia per Pjatakov che per la costituenda Quarta Internazionale? Già Trotskij si prese un rischio, anche se minimale, il 3 aprile del 1935 non criticando direttamente Pjatakov, e invece lodandolo per la sua preveggenza rispetto al carattere di Stalin.

Anche nel suo diario del 1935, Trotskij aveva espresso del resto dei giudizi durissimi contro la “burocrazia” stalinista: uno dei più “gentili” fu quello da lui scritto in data 5 aprile del 1935, nel quale egli accusò la burocrazia stalinista di diffondere tra i giovani “servilità, bizantinismo e una falsa saggezza”. Eppure Pjatakov, che rientrava a pieno titolo nel 1935 proprio nei ranghi della “burocrazia” stalinista, in qualità di potente vice-ministro dell’industria pesante, venne invece risparmiato dagli strali e invettive di Trotskij nelle sue precedenti note del 3 aprile del 1935: solo un caso?

Sempre Pjatakov era passato dalle file trotzkiste a quelle staliniste all’inizio del 1928, in modo pubblico e ben conosciuto, risultando quindi uno dei primi “disertori” del movimento politico guidato da Trotskij: eppure quest’ultimo, il 3 aprile del 1935, non fece alcun riferimento alla passata “diserzione” di Pjatakov, e non produsse neanche con un breve accenno alle vicende politiche del 1928 che riguardavano “Capelli rossi”, con il passaggio di quest’ultimo nelle file dei “burocrati” stalinisti. Solo una dimenticanza fortuita di Trotskij?

Sempre Pjatakov nel 1935, almeno in apparenza, stava agli ordini di quello stesso Stalin di cui aveva previsto, fin dal 1926, il carattere vendicativo: ma anche a tale riguardo, il Trotskij del 3 aprile 1935 non espresse alcun giudizio negativo contro un personaggio come Pjatakov, capace di passare proprio al servizio dello stesso uomo, ossia di Stalin, che nel 1926 aveva giudicato invece come feroce e pieno di rancore. Solo un altro caso fortuito?

Se poi confrontiamo il durissimo giudizio esposto da Lev Sedov nel novembre del 1936, secondo cui Pjatakov costituiva “una persona miserabile”, con l’analisi invece calma, pacata e quasi favorevole elaborata nell’aprile del 1935 da Trotskij sempre rispetto a “Capelli rossi”, anche i dubbi meno ragionevoli vengono meno.

Un ultimo elemento di prova deriva dal carattere artefatto ed esagerato dell’articolo scritto da Pjatakov il 21 agosto del 1936 per l’autorevole Pravda, l’organo principale del partito comunista sovietico, quando egli condannò senza remissione (paragonandoli a “carogne”, a “banditi” e a “uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani”) proprio Trotskij e gli altri imputati al primo processo di Mosca iniziato il 19 agosto del 1936, accusati tra l’altro di essere militanti trotzkisti o stretti alleati politici di Trotskij, come nel caso di Zinoviev e Kamenev.

Dopo aver proposto l’11 agosto del 1936 a Ezhov di partecipare a un’eventuale fucilazione di sua moglie, sempre al fine di tentare di salvare la sua ormai pericolante posizione di importante “talpa” trotzkista nelle alte sfere staliniste Pjatakov giunse fino al punto di condannare pubblicamente pochi giorni dopo il suo vero capo politico, ossia Trotskij, definendolo addirittura come una delle “carogne” e dei “banditi” che stava avvelenando “l’aria pulita, l’aria vivificante del paese dei Soviet”, secondo i termini da lui stesso usati nell’articolo pubblicato sulla Pravda.

Siamo quindi in presenza di una mossa allo stesso tempo astuta e disperata da parte di Pjatakov, segnata sia da un abile doppio gioco che da un carattere artefatto che gli verranno rinfacciati in seguito anche da Vysinskij, ossia dal rappresentante della pubblica accusa al secondo processo di Mosca, usando toni oltraggiosi nei suoi confronti ma in quel caso smascherando correttamente la natura tardiva e artificiosa dell’autocritica espressa da Pjatakov sulla Pravda del 21 agosto 1936 (a differenza di Vysinskij riteniamo Pjatakov una figura complessa e tragica di comunista, anche per aver accettato di usare persino dei mezzi ripugnanti per realizzare i nobili fini e le aspirazioni prometeiche che lo animavano, ma su questo tema torneremo alla fine del libro).

Durante il processo del gennaio del 1937, Vysinskij sfruttò e utilizzò infatti proprio l’articolo di Pjatakov del 21 agosto del 1936 per evidenziare come “anche Pjatakov” (come del resto Radek, sempre nello stesso periodo e sullo stesso argomento) “ha scritto articoli sulla scoperta del centro trotzkista-zinovieviano unificato di banditi e di terroristi. Pjatakov scaglia fulmini contro l’attività controrivoluzionaria, abbietta, impregnata, come diceva, di un intollerabile lezzo di doppiezza, di menzogna e d’inganno. Che dirà oggi Pjatakov, per stigmatizzare la propria decadenza morale, il proprio “lezzo di menzogna e d’inganno?” Pjatakov troverà queste parole? E se anche le trovasse, che valore attribuire ad esse, chi le crederà vere?”

Pjatakov scriveva: “Non ho parole per esprimere pienamente la mia indignazione, il mio disgusto. Ecco degli uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani. Bisogna distruggerli, distruggerli come una carogna che avveleni l’aria pura, l’aria vivificante del Paese dei Soviet, come una carogna pericolosa che può provocare la morte dei nostri capi e che ha già provocato la morte di uno degli uomini migliori del nostro paese, di quel bravo compagno e dirigente che fu S.M. Kirov”.

Pjatakov singhiozza sul corpo di Kirov, che egli stesso ha ucciso. “Il nemico del socialismo vittorioso nel nostro paese sa nascondersi”, scriveva Pjatakov, guardandosi allo specchio. “Si adatta alla situazione”, dice Pjatakov, facendo il bello davanti allo specchio. “Egli simula”, dice Pjatakov – ah! Che abile simulatore sono!… “Egli mente”. Hum! Pensa Pjatakov, come non mentire in una simile situazione’ “Cancella le proprie tracce”… “Approfitta della fiducia”…

Ecco quanto scrive Pjatakov, cancellando la traccia sanguinante dei propri delitti: “Molti di noi e io tra questi, per la nostra indolenza, la nostra bonomia, la nostra disattenzione per quelli che ci circondano, senza accorgersene, hanno aiutato questi banditi nei loro tenebrosi intrighi”. Che trucco stupefacente! Pjatakov non vigilava abbastanza. Ecco, dunque, di che cosa si confessa colpevole Pjatakov. Anche questo è un sistema comune tra i criminali incalliti. Quando un uomo è accusato di assassinio per rapina, egli si confessa colpevole di rapina. Quando è accusato di furto con scasso, egli si riconosce colpevole soltanto di furto. Quando lo si accusa di furto, egli si riconosce colpevole, al massimo, di ricettazione.

È una vecchia tattica dei criminali di professione. Pjatakov teme di essere “pizzicato”, smascherato e scrive sui giornali, piomba sul nemico e non risparmia nemmeno sé stesso. Eccoti, dice Pjatakov a sé stesso, guardare in aria senza accorgerti di quello che accade intorno a te. Ma quel che si fa, non lo si fa attorno a te: sei tu che lo fai”[62].

Forniamo subito una prima verifica incrociata anche di questa nostra tesi, utilizzando a tal fine l’articolo scritto da Preobrazenskij e pubblicato sull’autorevole Pravda il 23 agosto del 1936, commentando a modo suo il primo processo di Mosca che si stava tenendo proprio in quei giorni nella capitale sovietica contro Zinoviev, Kamenev e altri imputati.

Si è già notato in precedenza che il ritorno clandestino di Preobrazenskij alla militanza trotzkista, a partire dal 1931, risulta un fatto indiscutibile e ammesso persino dallo storico trotzkista Brouè. In base alla sua precisa scelta di campo antistalinista, forse il neotrotzkista Preobrazenskij difese sulla Pravda gli imputati dell’agosto del 1936 e soprattutto il suo leader politico reale, anche se occulto, e cioè Trotskij, accusato in contumacia di crimini gravissimi anche durante il primo processo di Mosca?

Non proprio, visto che nel suo scritto dell’agosto del 1936 il dirigente trotzkista Preobrazenskij giunse, con formidabile spudoratezza e per cercare di mascherare il suo doppio gioco contro Stalin, fino al punto di valutare e considerare come “crimine massimo” dei “cospiratori” allora smascherati aver “cercato di colpire Stalin, il continuatore dell’opera di Lenin, l’organizzatore e ispiratore di tutte le vittorie nostre, il più grande uomo della nostra epoca”, augurando invece a Trotskij “cane arrabbiato del fascismo, la morte miserabile che merita”, maledicendo “tre volte” il proprio passato vergognoso” di trotzkista[63].

Se a giudizio del Pjatakov del 21 agosto del 1936 Trotskij costituiva una “carogna” e un “bandito”, Preobrazenskij lo definì a sua volta come “un cane arrabbiato del fascismo”: pur di salvare l’organizzazione clandestina di cui facevano parte, oltre che ovviamente la loro pelle, i due dirigenti neotrotzkisti – dal 1931 – usarono quindi nei confronti del loro leader politico in esilio dei termini e dei giudizi sicuramente poco lusinghieri.

A mali estremi, estremi rimedi.

In modo astuto e molto spregiudicato, pertanto, un uomo coraggioso come Preobrazenskij, la cui reale militanza trotzkista a partire dal 1931 era stata riconosciuta persino da Brouè, si sforzò di presentarsi in pubblico come un fedele stalinista e, il 23 agosto del 1936 e sull’autorevole Pravda, descrisse proprio Trotskij, ossia proprio il suo reale capo politico, come “un cane arrabbiato del fascismo”: egli mentì coscientemente fino al punto di “maledire tre volte il suo passato vergognoso” (non certo un “passato”, ma invece un suo “presente” molto concreto nell’agosto del 1936) di trotzkista.

In sostanza, l’astuto militante trotzkista Preobrazenskij utilizzò il 23 agosto del 1936 la stessa tattica difensiva adottata a sua volta anche dall’astuto dirigente trotzkista Pjatakov, il 21 agosto del 1936 e sempre sulla Pravda.

Seconda controprova della nostra tesi: sempre sulla Pravda e sempre durante lo svolgimento del primo processo di Mosca, anche Radek – lo stesso Karl Radek destinatario della lettera di Trotskij del marzo del 1932, colui che nel 1933 indicò Stalin come il principale responsabile della vittoria di Hitler, l’autore delle congratulazioni al nazista Ernst Köstring nel marzo 1936, ecc. – scrisse un articolo nel quale egli a sua volta scagliò tutta una serie di epiteti e di insulti contro Trotskij, ossia contro il suo reale (seppur segreto) leader politico; ancora una volta venne utilizzata in modo creativo la regola generale del “a mali estremi, estremi rimedi” da parte di un dirigente del 1936 della costituenda Quarta Internazionale, come nei casi sopracitati di Pjatakov e Preobrazenskij.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei risultati acquisiti finora.

Trotskij ha sicuramente spedito una lettera a Radek nel corso del 1932, come risulta dalla ricevuta di spedizione trovata nell’archivio Trotskij di Harvard.

Nel marzo 1932 Radek risultava pertanto un simpatizzante clandestino della Quarta Internazionale in terra sovietica (perché spedire una lettera al personaggio che, secondo Trotskij, aveva denunciato alla fine del 1929 Blumkin, ecc.).

Radek continuò ad essere un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale anche nel 1936, che faceva il doppio gioco con Stalin anche dopo il 1932 (P. Brouè e l’articolo di Radek sulla Izvestia nell’agosto del 1936, testimonianza di Deutscher sul Radek del 1933 e dopo la vittoria di Hitler, ecc.)

A sua volta anche Pjatakov, nel corso del 1931, era tornato ad essere un dirigente clandestino della Quarta Internazionale (testimonianza di Littlepage, incontro “casuale” con Lev Sedov a Berlino e assoluta improbabilità della “casualità” dell’incontro, ecc.).

Pjatakov continuò ad essere un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale, che faceva il doppio gioco con Stalin, anche dopo il 1932 (mancata richiesta diretta di aiuto a Ordzonikidze e di un confronto diretto con i suoi accusatori, nell’agosto/settembre del 1936 e prima di essere arrestato, ecc.).

Inoltre esisteva e operava realmente una sezione clandestina della Quarta Internazionale in terra sovietica sia nel 1928/32, come stabilito anche da Brouè, che anche dopo il 1932: Mrackovskij libero, la dichiarazione di Trotskij del gennaio 1936 rispetto alla “temprata” e “forte” sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale, ecc.

Come controprova e verifica incrociata di valore generale delle nostre tesi, abbiamo a disposizione anche la scomparsa materiale delle lettere spedite da Trotskij a Radek e Preobrazenskij. Tali misteriose ma sicure scomparse, dovute sicuramente a una “mano amica” trotzkista (forse lo stesso Trotskij, forse Deutscher), hanno come sola spiegazione possibile che “l’angelo custode” trotzkista che le fece sparire materialmente agì in tal senso perché tali missive risultavano controproducenti sul piano politico rispetto alla Quarta Internazionale, rivelando dei segreti compromettenti di quest’ultima che dovevano restare invece nascosti all’opinione pubblica: a partire ovviamente dall’identità e dalle azioni concrete svolte in URSS da finti stalinisti, da reali trotzkisti e doppiogiochisti contro Stalin come per l’appunto Radek, Preobrazenskij e Pjatakov.

Come sottoprodotto dell’analisi svolta finora, risulta inoltre che non solo Trotskij fosse il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale anche nella sua sezione allora operante in Unione Sovietica, elemento del resto non contestato neanche dalla “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov, ma altresì emerge anche come Trotskij risultasse in collegamento politico-organizzativo (segreto e clandestino, certo) con i suoi seguaci operanti in Unione Sovietica, come dimostrano tra l’altro sia le sue lettere a Radek e Preobrazhensky del 1932 che le sue dichiarazioni del gennaio del 1936 sul relativamente buono “stato di salute” della sezione sovietica della Quarta Internazionale: è ovvio che Trotskij, per poter effettuare tale giudizio, ricevette informazioni, contatti e notizie (per vie segrete e clandestine) dai suoi seguaci, dai dirigenti e militanti trotzkisti che operavano allora clandestinamente in Unione Sovietica.

Per la nostra indagine in via di sviluppo, questi risultati provenienti da fonti sicure e quasi tutte di matrice trotzkista acquisiscono subito una grande importanza: risulta infatti appena il caso di ripetere che se Pjatakov e Radek fossero stati dei “nemici accaniti” di Trotskij e del trotzkismo, come sostenne lo stesso leader della Quarta Internazionale nel gennaio e nell’aprile del 1937, non vi sarebbe infatti stato alcun movente e alcuna ragione plausibile perché Pjatakov volesse effettuare il suo reale/presunto volo verso Oslo, nel dicembre del 1935.

Ma visto che, contrariamente alla grande menzogna di Trotskij, Pjatakov e Radek risultavano realmente militanti trotzkisti (clandestini e doppiogiochisti nel 1932/36), tale fatto sicuro non solo ridefinisce la posizione politica concreta nel periodo in oggetto, ma fornisce altresì un movente sicuro, una ragione sicura e una sicura predisposizione soggettiva favorevole per il volo del dicembre del 1935, sia dalla parte di Trotskij che da quella di Radek e Pjatakov: con Pjatakov e Radek operanti come dirigenti di alto livello della clandestina organizzazione sovietica, e con Trotskij nel ruolo di leader mondiale della Quarta Internazionale, il bisogno di un incontro tra le due “parti” diventava un fatto ovvio e scontato, un desiderio ovvio e scontato.

Partendo dalla posizione reale di Trotskij, dopo la prova sicura della sua colossale menzogna rispetto ai suoi reali rapporti con Pjatakov e Radek la questione non è più “perché mai Trotskij avrebbe dovuto/potuto incontrare Pjatakov” e Radek, visto che essi erano degli stalinisti e suoi nemici giurati; la questione non risulta più domandarsi perché mai Trotskij avrebbe potuto incontrare Pjatakov, estraneo al movimento della Quarta Internazionale e un “nemico” politico di quest’ultima, ma viceversa per quale motivo Trotskij non avrebbe dovuto e voluto incontrare un suo importante dirigente clandestino in terra sovietica, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

Un evento altrimenti assurdo (perché incontrare nel dicembre del 1935 Pjatakov, un “nemico” del trotzkismo dal 1928?), attraverso la ricevuta del 1932 e le bugie di Trotskij su Pjatakov e Radek si trasforma pertanto in un evento perfettamente razionale e desiderabile dal punto di vista di Trotskij, se le circostanze lo avessero permesso/richiesto e sempre calcolando il rapporto tra rischi e vantaggi.

Riesaminando a sua volta la questione dalla posizione concreta di Pjatakov, dopo la grande menzogna di Trotskij il problema non risulta più per quale motivo il presunto stalinista Pjatakov avrebbe dovuto incontrare un suo presunto “nemico accanito”, alias Trotskij, ma viceversa perché mai Pjatakov non avrebbe voluto incontrare il suo leader politico in esilio, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

La colossale bugia di Trotskij rispetto alle sue reali relazioni con Radek e Pjatakov, nel corso del periodo compreso tra il 1932 e il 1936, cambia in sostanza tutta la prospettiva e l’orizzonte generale attraverso cui si deve analizzare la questione del volo di Pjatakov del dicembre 1935, visto che il leader in esilio e uno dei capi dell’organizzazione clandestina trotzkista in URSS avrebbe sicuramente voluto e desiderato vedersi e incontrarsi di persona, circostanze concrete permettendo e richiedendo.

Proprio per questo fondamentale motivo Trotskij, nel gennaio del 1937 e nell’aprile del 1937, cercò in tutti i modi di nascondere e negare categoricamente i suoi reali rapporti clandestini con Pjatakov e Radek, negli anni compresi tra il 1931 e il 1936: da persona molto intelligente, si rese conto benissimo delle enormi ricadute negative di tale sua (reale) interconnessione, politica con i due personaggi in oggetto, ovviamente contro di sé e la costituenda Quarta Internazionale.

Pertanto Trotskij disconobbe sul piano politico Pjatakov, trasformandolo in uno stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Pertanto disconobbe sul piano politico Radek, trasformando anch’esso in uno stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Sempre per nascondere la vera “casa madre” trotzkista di Radek e Pjatakov, nel e per il periodo compreso tra il 1931 e il 1936, Trotskij in prima persona, oppure lo storico trotzkista Deutscher, o il fedele militante trotzkista Van Heijenoort fecero sparire le lettere inviate dal primo a Radek e Preobrazhensky dagli archivi Trotskij; si, perché il “giallo” costituito dal volo di Pjatakov contiene al suo interno un secondo e ulteriore mistero, abbastanza interessante.

Infatti Trotskij nel 1940 consegnò il suo voluminoso archivio all’Università di Harvard e in seguito, dal 1940 fino al 1979, entrarono regolarmente e per lungo tempo nell’archivio Trotskij ad Harvard solo due persone, e cioè lo storico trotzkista Deutscher e il dirigente trotzkista Van Heijenoort. Probabilmente non sapremo mai chi dei tre fece sparire le lettere del 1932 a Radek e Preobrazhensky con il loro contenuto compromettente e tra i pochi documenti finora spariti e svaniti dagli archivi Trotskij di Harvard, ma invece risulta facile scoprire i motivi che potevano indurre Trotskij, oppure uno due suoi fedeli seguaci, a far scomparire tali missive: esse infatti inchiodavano Trotskij e rendevano insostenibile la sua posizione politica, nel 1937 come negli anni successivi.

Tornando invece al nostro argomento principale, la grande menzogna elaborata da Trotskij sui suoi rapporti reali (di collaborazione politica, e non certo di violenta e costante “inimicizia”) con Radek e Pjatakov altresì rende quasi nulla la credibilità della versione di Trotskij non solo rispetto ai suoi rapporti (reali e clandestini) con Radek e Pjatakov, ma anche e soprattutto rispetto al volo/colloquio di Pjatakov: la sua tesi “negazionista” rispetto al volo di Pjatakov e ai suoi rapporti con Radek, perde già ora gran parte della sua credibilità.

Chi ha mentito su un punto e un elemento importante di una determinata questione è probabile che menta anche su un altro punto collegato al primo, se sussiste un legame immediato tra i due nodi in via d’esame (nessun rapporto di alcun genere tra Trotskij e Pjatakov/Radek, e quindi nessun volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij) che è fortissimo ed è stato riconosciuto dallo stesso Trotskij: di conseguenza, inevitabile e necessaria, la grande menzogna di Trotskij aumenta come minimo sensibilmente il livello di credibilità delle testimonianze rese da Pjatakov e Radek rispetto non solo all’esistenza dei loro rapporti (reali e clandestini) con Trotskij, ma anche al volo e colloquio segreto del dicembre 1935.

Abbiamo pertanto ottenuto un’importante prova indiretta a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935: ma tale indizio concreto viene affiancato inevitabilmente da un’altra e diversa prova, se teniamo conto che dire volutamente bugie e mentire coscientemente su un punto fondamentale di un “delitto” costituisce un segnale chiarissimo, diretto e inequivocabile di colpevolezza del bugiardo e del mentitore, ossia dell’intelligente e astuto Trotskij nel caso specifico che stiamo esaminando.

In altri termini, riteniamo che la grande menzogna di Trotskij sui suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek costituisca già di per sé una prova di colpevolezza a suo carico del leader in esilio della Quarta Internazionale riguardo al particolarissimo “delitto” di cui egli era stato accusato, e cioè il suo reale/presunto colloquio segreto con Pjatakov nel dicembre del 1935.

L’esistenza (o l’inesistenza) di rapporti reali di collaborazione politica tra Trotskij, Radek e Pjatakov costituisce infatti un punto come minimo assai importante per l’esistenza (o l’inesistenza) del volo di Pjatakov, anche sotto questo aspetto; e visto che Trotskij mentì consapevolmente e disse solo bugie su un nodo concreto come minimo importante per l’esistenza o meno del volo/colloquio segreto di Pjatakov, non solo crolla la sua credibilità ma, tenendo un comportamento ipersospetto e fraudolento, altresì egli rivela subito la sua responsabilità in merito al tema essenziale del nostro libro, ossia al volo clandestino di Pjatakov nel dicembre del 1935.

Approfondiamo tale questione: a nostro avviso non vi sono dubbi che un determinato soggetto, accusato di un particolare delitto, risulti probabilmente colpevole quando e se egli elabori coscientemente delle bugie rispetto a un punto importante del “delitto” in oggetto, in base anche solo al comune buon senso.

Se un soggetto T. afferma infatti che da molti anni non ha mai avuto relazioni di alcun tipo con i soggetti P. e R., sostenendo che essi risultano invece dei suoi nemici accaniti da lungo tempo; se poi l’inesistenza di rapporti di collaborazione con P. e R. costituisce a giudizio anche dello stesso soggetto T. una prova importante a favore della sua innocenza, ossia dell’inesistenza del “delitto” (ossia un colloquio segreto) di cui egli viene accusato; dati questi presupposti, una volta che venga invece dimostrata la reale esistenza di rapporti di collaborazione tra T. e il duo P./R. durante il periodo in via di esame, dal 1931 al 1936, il soggetto T. risulta probabilmente colpevole del “delitto” di cui viene accusato, ossia di aver realmente incontrato Pjatakov nel 1935.

Ogni accusato, ivi compreso il nostro soggetto T., ha ovviamente il diritto di mentire per difendere la propria posizione e i suoi interessi, ma tale lato della medaglia ha inevitabilmente il suo aspetto negativo: una volta dimostrate le menzogne di Trotskij su un punto come minimo importante per il “delitto” del quale venne accusato, la sua posizione risulta infatti indifendibile, anche perché Trotskij non poteva non sapere e non ricordarsi di avere spedito a Radek la ormai famosa lettera dell’inizio del 1932, di cui ci resta – guarda caso – solo la ricevuta negli archivi Trotskij di Harvard; anche perché Trotskij ricordava benissimo, davanti alla commissione Dewey, di aver definito astutamente Radek un caso umano “di degenerazione ideologica e morale” nella sua lettera a Weisbord del 14 maggio 1932, e proprio cercando abilmente di negare di fronte ad essa l’esistenza della missiva segreta invece da lui realmente spedita a Radek, nel marzo di quello stesso anno.

Troppe menzogne, da parte di Trotskij; e a cascata, troppi indizi di colpevolezza a suo carico sono ormai emersi già a questo punto della nostra indagine.

Dopo aver superato i dubbi ragionevoli rispetto alla nostra tesi, passiamo comunque al compito di sradicare di nuovo anche quelli poco razionali rispetto alla scelta di campo e alla posizione politica assunta da Pjatakov e Radek negli anni compresi tra il 1932 e l’agosto del 1936.

Utilizziamo a tale scopo, come criterio generale di verifica incrociata, una tipologia assai singolare di lotta politica: ossia la particolare e creativa forma di doppiogioco dimostrata più volte nel 1933 nel periodo successivo al 1932, sempre in senso antistalinista ma condita da una forte dose di umorismo e di satira politica, allo stesso tempo ben calibrata e mascherata.

La reale posizione e il livello di doppiogiochismo di Radek nei confronti di Stalin viene infatti comprovato ulteriormente dalla creazione da parte di Radek di numerose barzellette e scherzi antistalinisti, durante gli anni Trenta: in questo senso vanno tra le altre testimonianze del giornalista antistalinista J.B. Hurron, che visse a Mosca dal 1934 al 1938, oltre che del grande musicista sovietico D.D. Shostakovitch[64].

Lo storico antistalinista W. Lerner, che aveva negato con forza la tesi che Radek fosse tornato alla militanza trotzkista clandestina nel 1932, aveva in ogni caso preso in esame un articolo di Radek pubblicato dall’autorevole Pravda in data 1° gennaio del 1934 e intitolato “L’architetto della società socialista”: proiettato in un futuro immaginario del 1967, esso descriveva Stalin non solo come il più grande leader del partito bolscevico e dell’Unione Sovietica, ma anche in qualità di migliore dirigente politico che il mondo avesse fino ad allora conosciuto, dipingendolo in tono enfatico come “una calma, invincibile figura” che aveva determinato “la prossima vittoria della rivoluzione mondiale”[65].

Rispetto a tale scritto di Radek del 1934, che immaginava a modo suo il futuro del mondo nel 1967, Lerner fu costretto a notare che una “tale ovviamente insincera idolatria” nei confronti di Stalin “era completamente fuori linea dal carattere di Radek”, e che tale chiara insincerità faceva a sua volta ipotizzare seriamente che l’articolo del 1° gennaio del 1934 costituisse “un colossale gioco d’azzardo” di Radek contro Stalin, ossia una sua sottile ma concreta satira e presa in giro del leader georgiano al potere[66].

Condividiamo l’ipotesi avanzata molto cautamente da Lerner: mentre svolgeva abilmente il suo ruolo di infiltrato, prodigandosi anche in lodi esagerate e insincere verso il leader georgiano, l’astuto e brillante Radek simultaneamente mostrava cautamente la sua vera natura trotzkista elogiando da un lato Stalin in modo eccessivo e controproducente, e dall’altro utilizzando il suo innegabile senso dello humour nella produzione, apparentemente innocua e facilmente scusabile, di barzellette e motti di spirito antistalinisti.

Ma Radek, assieme al suo mandante Trotskij, si divertì alle spalle di Stalin anche durante il primo congresso degli scrittori sovietici, tenutosi a Mosca e sotto gli occhi di Stalin nell’agosto del 1934.

In quell’occasione, essendo esposto al diretto controllo del nucleo dirigente stalinista, Radek prese infatti una posizione quasi completamente “ortodossa” sui problemi del rapporto tra letteratura, socialismo e realismo socialista in campo artistico, elogiando tra l’altro più volte Stalin e la sua linea politica e autocriticandosi in pubblico per la sua precedente adesione al trotskismo nel corso del 1923/29: ma simultaneamente l’astuto Radek riuscì in ogni caso a inserire con prudenza, persino in quell’occasione, dei riferimenti spregiudicati almeno rispetto ad un autore molto particolare, ossia Ignazio Silone.

In questo caso Radek rilevò, nel corso del suo (tra l’altro molto interessante) intervento dell’agosto del 1934: “provate” (rivolto alla platea di scrittori sovietici e europei) “a trovare un grande artista contemporaneo che vi fornisca un libro veritiero rispetto alla nazione italiana, un libro che potrebbe convincere i contadini e noi che il fascismo ha portato la liberazione al paese Italia. Di sfuggita, esiste un libro veritiero rispetto alla vita di villaggio italiano: un libro scritto da Silone, un uomo che ha commesso grandi errori politici nella sua vita, ma che ha fornito un ritratto veritiero in questo caso, dato che egli è nemico del fascismo”.

Il libro “Fontamara” di Ignazio Silone costituì il testo letterario a cui fece riferimento Radek, che continuò il suo discorso sottolineando sempre “di sfuggita” che “la verità rispetto alla nazione italiana può essere solo questa: che il fascismo italiano non ha distrutto il potere dei latifondisti, non ha fatto cessare lo sfruttamento capitalista dei contadini, non ha distrutto, ma ha invece rafforzato l’oppressione della burocrazia nel paese fascista”[67].

Avvocato del diavolo: “ma cosa prova questa vostra citazione, rispetto alla valutazione positiva effettuata da Radek sul libro “Fontamara” di Silone?”

Nel luglio del 1931 Ignazio Silone era stato espulso dal partito comunista italiano per la sua complicità con due ex dirigenti del partito, F.L. Leonetti e P. Tresso, a loro volta espulsi dal PCI sotto l’accusa (veritiera, indiscutibile) di trotskismo, tanto che Tresso era diventato dal 1931 uno dei principali collaboratori dello stesso Trotskij all’interno del nucleo direttivo della costituenda Quarta Internazionale: Radek stava quindi lodando un libro scritto da un simpatizzante trotskista del 1930 quale era Silone, tra l’altro rimasto anche in seguito un accanito antistalinista, davanti a un congresso di scrittori organizzato con cura dal nucleo dirigente stalinista, definendo tale accanito avversario del leader georgiano come un “artista contemporaneo”, capace di produrre “un libro veritiero” rispetto all’Italia dell’inizio degli anni Trenta.

La situazione si fa ancora più chiara notando che nel libro Fontamara emerge, anche se in via secondaria, una critica al partito comunista italiano, allora schierato su posizioni staliniste. Nel libro, infatti, si descrive anche un funzionario clandestino del PCI che cerca di prendere contatto con i contadini in rivolta del posto e con il loro leader, Berardo Viola, ma quest’ultimo – l’eroe indiscusso del romanzo di Silone – si stanca presto di lui per la sua petulanza e lo butta in un fosso: la tesi (secondaria, ma reale) del libro di Silone è che il PCI stalinista di quel periodo risultava come minimo poco abile nel rapportarsi con i contadini italiani in rivolta.

Ma l’abile e astuto Radek riuscì anche a citare il tema dell’“oppressione burocratica”: certo solo rispetto all’Italia (stava dopotutto parlando sotto gli occhi di Stalin, che aveva voluto direttamente l’organizzazione del congresso di scrittori sovietici in oggetto), ma in ogni caso egli si riferì sottilmente anche a quell’”oppressione burocratica” che, secondo Trotskij, dal 1927 “la burocrazia stalinista” esercitava sull’Unione Sovietica e specialmente sui contadini, sempre a giudizio di Trotskij e fin dal 1930 danneggiati dalla collettivizzazione imposta da Stalin contro le campagne sovietiche.

Avvocato del diavolo: “le vostre tesi costituiscono solo supposizioni paranoiche”.

Allora deve essere ugualmente una nostra “supposizione paranoica” anche lo scritto di Trotskij pubblicato nel dicembre del 1934 sulla rivista “New International”, e intitolato significativamente “Fontamara”: un breve articolo di Trotskij che segue solo di pochi mesi l’intervento di Radek al congresso degli scrittori sovietici dell’agosto 1934.

Forse tale titolo non ha alcun riferimento rispetto al libro di Silone? Leggiamo pertanto assieme l’inizio del breve scritto di Trotskij, giudici-lettori, rispetto a “Fontamara”.

“Questo è un libro rilevante. Dal suo inizio alla sua frase conclusiva è rivolto contro il regime fascista, le sue bugie, brutalità e abomini. Fontamara è un libro di appassionata propaganda politica. Ma in tale passione rivoluzionaria raggiunge tali vette da risultare una creazione genuinamente artistica… Silone possiede un’intima conoscenza dei contadini italiani”[68].

Si, Trotskij stava sicuramente parlando e lodando Silone per il suo libro Fontamara, come il suo compare (e doppiogiochista) Radek: e come quest’ultimo, anche se usando questa volta espressioni non mascherate, Trotskij parlò di “burocrazia” e di “burocrazia ufficiale” sovietica. Nel suo breve scritto del 1934, infatti, Trotskij chiese retoricamente: “questo libro” (Fontamara) “è stato pubblicato in Unione Sovietica? E’ venuto a conoscenza delle case editrici della Terza Internazionale? Questo libro merita una circolazione di molti milioni di copie. Ma qualunque possa essere l’atteggiamento della burocrazia ufficiale” (stalinista, sovietica) “verso quelle opere che appartengono alla genuina letteratura rivoluzionaria, Fontamara ne siamo certi, troverà la sua via per le masse. È dovere di ogni rivoluzionario aiutare questo libro a circolare”[69].

I vantaggi che il duo Trotskij-Radek si assicurava, con “l’operazione Fontamara” dell’agosto/dicembre 1934, non erano solo farsi beffa di Stalin e del suo regime, come con le barzellette antistaliniste di Radek, e allo stesso tempo “aiutare a circolare” (Trotskij) il libro Fontamara dell’antistalinista Silone, ma soprattutto mostrare la loro astuzia e il loro contropotere (“praticamente sotto gli occhi di quel babbeo di Stalin e della sua stupida polizia segreta, siamo riusciti a lodare pubblicamente un’antistalinista dichiarato come Silone”) ai dirigenti e quadri trotskisti operanti allora in Unione Sovietica.

Ma si può evidenziare anche un’altra ricaduta positiva che l’abile coppia Radek/Trotskij trasse dall’”operazione Fontamara”.

Il libro Fontamara era stato infatti scritto da Silone nel 1930/31 e venne pubblicato in lingua tedesca nel 1933, raggiungendo un notevole successo di critica e di pubblico che arrivò via via a lambire anche la stessa Unione Sovietica stalinista di quel tempo. Come notò infatti lo storico D. Biocca, “la diffusione” (di Fontamara) “superò anche le più ottimistiche previsioni; si spinse fino a Mosca, dove i circoli sovietici degli scrittori proposero la pubblicazione del romanzo malgrado le posizioni politiche del suo autore” (antistaliniste) “fossero ormai ben note. Anche il dirigente comunista italiano Giovanni Germanetto, trasferitosi in Russia, si adoperò perché il libro fosse tradotto e diffuso nelle biblioteche dell’URSS”, arrivando a mandare una lettera a Silone nel 1934[70].

A partire dal 1933, pertanto, si creò un contrasto secondario ma reale tra i molti scrittori sovietici che volevano la pubblicazione nel loro paese del libro Fontamara e le autorità di Mosca, che si opponevano invece a tale operazione soprattutto per i recenti trascorsi antistalinisti di Silone, emersi con chiarezza nel 1930/31. Tale contraddizione venne utilizzata nel 1934 in un modo abile dal duo Trotskij-Radek: quest’ultimo, seppur con estrema prudenza, evitando di citare il titolo del libro e sottolineando per forza di cose i “grandi errori politici” commessi da Silone, senza subire danni riuscì in ogni caso ad evidenziare i meriti di Fontamara davanti a una platea di scrittori sovietici, già interessati a conoscere l’opera in lingua russa: e lasciati passare alcuni mesi dall’agosto del 1934, per non dare adito a eventuali sospetti di Stalin e dell’NKVD, Trotskij a sua volta completò il cauto lavoro di Radek, chiedendo apertamente la pubblicazione in terra sovietica del libro in oggetto scritto dell’antistalinista Silone.

Un’ottima divisione del lavoro tra i due, con una (piccola, ma reale) ricaduta politica antistalinista, ottenuta tra l’altro proprio sotto gli occhi di Stalin e durante un congresso di scrittori sovietici voluto fortemente dal leader comunista georgiano.

A questo punto va solo evidenziato che uno storico preparato come Dario Biocca, documenti della polizia italiana alla mano, ha provato senza lasciare spazio a dubbi che Ignazio Silone era diventato addirittura un informatore (con lo pseudonimo di “Silvestri”) dell’apparato repressivo italiano tra il 1919 e il 1930, in un rapporto costante che quest’ultimo costruì dopo il 1922 con un alto funzionario fascista, impegnato direttamente nella lotta contro i comunisti italiani: la frase del Radek del 1934 sull’Ignazio Silone “nemico del fascismo” deve essere pertanto corretta, e in modo profondo[71].

Passiamo a questo punto all’esame delle condizioni logistiche, materiali, soggettive e politiche che hanno reso possibile il volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij, sia sul piano della fattibilità che su quello della sua segretezza.

 

[1] “What’s the deal with Karl Radek”, in http://www.revleft.com

[2] J.A. Getty, “Trotskij in exile: the founding of the Fourth Internazional”, Soviet Studies, vol. 38, n.1, gennaio 1986, pag. 24-35; J.A. Getty e O.N. Naumov, “The road to terror”, pag. 38 e pag. 256, ed Yale Course Book

[3] “The case of Leon Trotskij”, op. cit., sesta sessione

[4] “The case of Leon Trotskij “, op. cit., terza sessione

[5] P. Broué, op. cit., pag. 612

[6] Op. cit., pag. 616

[7] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pag. 681, ed. Bollati Boringheri

[8] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., pag. 38 e 256

[9] Op. cit., pag. 38

[10] G. Lukács, “Testamento politico”, in gjorgylukacs.worldpress.com

[11] C. Cases. “Su Lukács”, pag. 90/91, ed. Einaudi

[12] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., pag. 34

[13] Op. cit., pag. 52 e 53

[14] W. Lacquer, “Russia and Germany: a century of conflict”, pag. 168, ed. Weidenfeld & Nicolson

[15] I. Deutscher, “Il profeta in esilio”, pag. 221, Ed. Longanesi

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pag. 1005 e 864, ed. Bollati Borighieri

[17] F. L. Carsten, “New evidence against Marshall Tuchacevskij”, in “Slavonic and East European Review”, n. 52, 1974; G. Furr, “New light on old Stories about Marshall Tuchacevskij: some documents reconsidered”, estate del 1986

[18] S. Pons, “Stalin e la guerra inevitabile”, pag. 33, ed. Einaudi

[19] S. Pons, op. cit., pag. 36

[20] “Theodor Oberlander”, in wikipedia.it

[21] S. Pons, op. cit., pag. 32

[22] H.W. Klausen, “Zum 120. Geburstag von Karl Radek”, in hanswernerklausen.wordpress.com

[23] K. Radek, “Leo Schlageter: the wanderer into the void”, giugno 1923, in http://www.marxists.org

[24] S. Pons, op. cit., pag. 62-63

[25] S. Pons, op. cit., pag. 60-61

[26] W. Lerner, “Karl Radek. The last internationalist”, p. 165, ed. Stanford University Press

[27] V. Alexandrov, “The Tuchacevsky Affair”, p. 52, ed. MacDonald e co., 1963

[28] Op. cit., p. 52-56

[29] S.Pons, op. cit., pag. 75-77

[30] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[31] P. Broué, “The Bloc of the oppositions against Stalin in the USSR in 1932”, gennaio 1980, in http://www.marxist.org

[32] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 681

[33] P. Broué, “La rivoluzione perduta, op. cit., pag. 681

 

[34] P. Broué, op. cit., pag. 683

[35] P. Broué, op. cit., pag. 683/686

[36] P. Broué, op. cit., pag. 686

[37] P. Brouè, op. cit., pag. 826, “Chronicle of Ter-Vaganian’s life”, in sovlit.org; P. L. Contessi, op. cit., pag. 82

[38] P. Broué, op. cit., pag. 687

[39] P. Broué, op. cit., pag. 789

[40] P. Broué, op. cit., pag. 687

[41] “Bryukanov Nikolai Pavlovich”, in www.s9.com

[42] S. Sebag Montefiore, “Gli uomini di Stalin”, pag. 70/71, ed. Rizzoli

 

[43] L. Martens, “Stalin, un altro punto di vista”, pag. 196/197, ed. Zambon; J.D. Littlepage, “A la recerche des mines d’or de Siberie”, pag. 98, ed. Payot, 1939

[44] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, op. cit., pag. 664/665

[45] “The case…”, op. cit., sesta sessione

[46] P. Broué, op. cit., pag. 597

[47] L. Trotskij, “Leon Sedov: son, friend, fighter”, in http://www.marxists.org

[48] P. Broué, “In Germany for the International”, 1993, in www.marxists.org

[49] “The case of…….”, op. cit., sesta sessione

[50] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, pag. 22, ed. Longanesi

[51] P. Broué, op. cit., pag. 844

[52] I. Deutscher, op. cit., pag. 221

[53] S. Sebag Montefiore “Gli uomini di Stalin” pag. 208, ed. Rizzoli

[54] O. V. Khlevniuk, “In Stalin’s shadow”, pag. 95, ed. Taylor and Francis

[55] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 208

[56] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 208

[57] A. Getty e P. Naumov, “The road to terror”, pag. .283, ed. Yale University Press

[58] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 228

[59] S. Sebag Montefiore, op. cit. pag. 228

[60] J. A. Getty e R. T. Manning, “Stalinist terror”, pag. 54 ed. Cambridge University Press

[61] L. Trotskij, “Diario d’esilio 1935”, pag. 73, ed. Garzanti

[62] P. L. Contessi, “I processi…”, op. cit., pag. 203/204

[63] P. Spriano, “Storia del partito comunista italiano”, volume terzo, pag. 124, Ed. Einaudi

[64] W. Lerner, op. cit., pag. 165 e 210; H. Rappoport, “Joseph Stalin, A Biographical companion”, pag. 218, ed. ABC-Clio inc.

[65] W. Lerner, op. cit., pag. 160

[66] W. Lerner, op. cit., pag. 160

[67] K. Radek, “Contemporary world literature and the task of proletarian art”, agosto 1934, in http://www.marxists.org

[68] L. Trotskij, “Fontamara”, dicembre 1934, in http://www.marxists.org

[69] L. Trotskij, “Fontamara”, dicembre 1934, in http://www.marxists.org

[70] D. Biocca, “Silone. La doppia vita di un italiano”, pag. 179 e 340, ed. Rizzoli

[71] D. Biocca, op. cit., pag. 52/53, 65 e 329/330.

IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO TERZO

Un aereo mai ripartito e un rapporto manipolato.

Una vera e propria “pistola fumante” a favore dell’esistenza concreta del volo clandestino in Norvegia di Pjatakov, nel dicembre del 1935, ci viene in ogni caso fornita, seppur in modo assolutamente involontario, da un particolarissimo rapporto  effettuato dalle autorità aeroportuali di Kjeller sugli eventi del dicembre del 1935 e datato 25 febbraio 1937: un rapporto riservato e non pubblico, ritrovato dopo molti anni grazie al lavoro encomiabile del ricercatore svedese Sven-Eric Holmström che lo ha gentilmente messo a nostra disposizione all’inizio del 2016.

Di cosa si tratta?

Nel febbraio del 1937 l’autorità doganale di Kjeller chiese con una certa “urgenza” tutte le “informazioni” disponibili ai dirigenti dell’aeroporto militare di Kjeller sui “voli” arrivati e partiti nel dicembre del 1935, manifestando il suo “interesse” in merito a tale periodo di attività della struttura aeroportuale di Kjeller: si noti bene, non rispetto a mesi del 1935 diversi da dicembre, oppure nei confronti dei primi mesi del 1936, ma solo ed esclusivamente sui “voli” arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935.

Di fronte a tale richiesta ufficiale dell’ufficio doganale di Kjeller, le autorità aeroportuali di Kjeller scrissero, in data 25 febbraio del 1937, un incredibile ed abnorme pseudorapporto, contraddistinto da tutta una serie di inconfondibili manipolazioni e di reticenze indiscutibili.

Infatti il documento riservato in oggetto non contiene alcuna vera relazione, anche brevissima, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sui voli di natura civile atterrati in loco nel dicembre del 1935 che interessavano allora l’ufficio doganale di Kjeller.

Dai tabulati forniti non risulta inoltre mai ripartito, almeno fino al 2 maggio del 1936, proprio il misterioso aereo contraddistinto dalla sigla identificativa LN-HAO che sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia il velivolo del mese “caldo” per il volo clandestino di Pjatakov.

Per il momento fermiamoci e forniamo ai lettori lo pseudorapporto in oggetto in originale, in lingua norvegese.

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Ora passiamo alla traduzione delle righe iniziali del rapporto in via d’esame, ivi compresa la registrazione del volo atterrato a Kjeller il 30/08/1935.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto

sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo

all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

——————————————————————————————————————————-

       Data.               Arrivo Partenza   Sigla             Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                            Aeromobile. aeromobile.

 

 

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  30/8 – 35 18:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
4/9 –  35 14:18 LN-BAE                    “                   “

Prima di iniziare il processo di analisi dello pseudorapporto in oggetto, abbiamo estrapolato da esso i voli per così dire sicuramente “spaiati” in esso contenuti, nei quali emerge un’evidente anomalia rispetto agli altri voli a causa della mancata registrazione del loro arrivo o partenza in loco.

  • Gli aerei con sigla identificativa LN-BAE del 6 settembre 1935 e del 14 settembre: essi partirono da Kjeller, ma non risulta dai tabulati il giorno del loro atterraggio in loco.

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  6/9 – 35 13:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
14/9 – 35 11:10 LN-BAE Widerø A/S
  • L’aereo (centrale e decisivo, per la nostra indagine) del dicembre 1935: esso non ripartì da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, stando ai tabulati in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12-35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
  • L’aereo LN-ABW del 28 marzo 1936, che ripartì da Kjeller senza che fosse segnalato il suo arrivo in loco nei tabulati in oggetto.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

28/3 – 36 17:10 LN-ABW Norvegia A/S Widerøe
  • L’aereo LN-BAO arrivato il 17 aprile 1936, pilotato da Jaquet: non risulta la sua ripartenza, almeno fino al 2 maggio 1936 e fino a quando finiscono i dati forniti dai tabulati.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In seconda battuta, forniamo l’elenco dei velivoli della Norsk Lufttrafikk arrivati a Kjeller nel periodo in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla            nazionalità              velivolo/responsabile

18/10 – 35 12:00 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafkk
18/10 – 35 12:12 LN-BAS Norsk Lufttrafkk
??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk LufttrafikkA/S v/ Jaquet
15/2 – 36 11:10 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttraffikk v/ Aas
??/2 – 36 11:55 LN-BAO Norsk Lufttraffikk v/ Aas
17/2 – 36 10:20 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
17/2 – 36 10:30 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
??/4 – 36 15:05 LN-ABN Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Lassen-Urdahl
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In terzo luogo presentiamo l’elenco dei voli compiuti a Kjeller da Jaquet, partendo dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
2/2 – 36 13:00 LN-BAS Norvegia Jaquet
2/4 –  36 11:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
2/4 –  36 12:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Jaquet

Forniamo anche la traduzione dal norvegese delle tre parole finali del rapporto in esame, dopo le lunghe pagine di arrivi/partenze e poco sopra la firma illeggibile in fondo: esse sono “Riktig utskrift bevidnes”, traducibili in “Copia conforme certificata”.

I tabulati sugli arrivi/partenze di velivoli civili a Kjeller, dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936, costituirono dunque una “copia conforme” prodotta dalle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto ai dati originali sul flusso aereo in loco: “copia conforme” scritta a macchina, la cui autenticità rispetto a questi ultimi venne “certificata” proprio da Gulliksen e dai suoi sottoposti, nel caso specifico “l’Ufficio del Comandante a Kjeller”.

Dunque il rapporto in via d’esame non costituì il testo originale degli arrivi/partenze di aerei civili (e non militari) in loco, nei mesi compresi tra la fine dell’agosto 1935 e l’inizio di maggio del 1936, che erano stati invece via via descritti e presentati dalle stesse compagnie aeree civili agli operatori e impiegati di Kjeller in una sorta di diario di bordo gestito dalle prime.

A tal proposito basti anche pensare che, come si evince anche dalle righe iniziali della loro relazione scritta, le autorità dell’aeroporto militare di Kjeller elencarono solo ed esclusivamente i voli di natura civile atterrati in loco nel periodo in esame, e non invece quelli militari – pochi o tanti che fossero – che in ogni caso atterrarono e partirono da Kjeller durante i lunghi otto mesi in esame, facendo e dovendo quindi effettuare tra tutti i voli (civili e non militari) una sorta di selezione, con relativa trascrittura sulla macchine da scrivere degli originali.

Inoltre il cortese e preparato studioso olandese Rob Mulder ci ha comunicato che durante gli anni Trenta, la regola operativa era che le cartelle e gli scritti sugli arrivi/partenze negli aeroporti norvegesi fossero compilati dalle stesse compagnie aeree, a cui appartenevano i velivoli operanti allora nel paese scandinavo.

Nella sua e-mail del 20 maggio 2016, infatti, Rob Mulder ci ha informato cortesemente, secondo le sue parole testuali, che in Norvegia in quegli anni “No, non c’erano registri negli aeroporti. L’archivio di Kjeller (landplane airport) è stato perso durante la guerra e un registro di Gressholmen ha mostrato solo: “ore 08.42 – partenza idrovolante”. L’aeroporto di Fornebu (Oslo) non usava un giornale di bordo, ma aveva le carte per ogni compagnia aerea, mentre aerei privati compilavano una carta speciale”.

Sempre Rob Mulder ci ha inviato gentilmente due copie originali di esemplari delle cartelle e delle registrazioni sugli arrivi e partenze di velivoli in Norvegia, che riproduciamo sotto dopo la loro traduzione in italiano.

La prima (1) riguarda l’aeroporto di Oslo/Fornebu.

Dichiarazione sulla scuola di pilotaggio

Coi nostri sottocitati aeromobili è stato effettuato il seguente numero di atterraggi e lezioni:

Aeromobile___________ Allievo_________ Atterraggi_____________ Ora______________

Fornebu il (data)

_____________________________

(Proprietario/Società)

Invece la seconda (2) ha per oggetto la Linea 1621          Proprietario: Linee Aeree Norvegesi (Det Norske Luftartselskap)     Giugno  mese  1939

Tassa d’atterraggio (al lordo): Corone………….

Giorno_________ Tassa d’atterraggio____________ Tassa d’atterraggio ridotta______________ Tassa illuminazione_________ Fattura numero_______

  • (1)     unnamed.png
  • (2) unnamed (1).png

Produciamo infine, per motivi che diventeranno molto chiari tra poche pagine, il rapporto in oggetto tradotto in italiano ma togliendo volutamente il flusso di informazioni sui voli che non riguardano quel mese di dicembre del 1935 che, invece, nel febbraio del 1937, tanto interessava gli uffici doganali norvegesi, allora dipendenti e controllati dal ministero delle finanze.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

——————————————————————————————————————————-

Data.         Arrivo       Partenza        Sigla                   Nazionalità              Responsabile aeromobile.

aeromobile.       aeromobile.

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norsk Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet

Ormai in possesso di alcune informazioni sicure, passiamo dunque al processo di demolizione della presunta credibilità dello pseudorapporto in via d’esame.

Innanzitutto si è già notato che il documento del 25 febbraio del 1937 era stato elaborato come “questione urgente” dalle autorità aeroportuali di Kjeller per far fronte all’“interesse” espresso a quel tempo dall’ufficio doganale sul flusso di arrivi/partenze in loco degli aerei nel dicembre del 1935. A tal proposito viene subito da interrogarsi rispetto ai reali motivi di tale “interesse”, visto che nel febbraio 1937 erano ormai trascorsi più di tredici mesi dalla fine del 1935, oltre che almeno un paio di settimane dalle dichiarazioni rese da Pjatakov il 23 gennaio del 1937 sul suo volo in Norvegia, mentre Gulliksen aveva a sua volta effettuato un’intervista al quotidiano Arbeiderbladet già il 27 gennaio del 1937, dichiarando allora in modo volutamente tranquillizzante che “un solo aereo” era atterrato a Kjeller in quel periodo e che esso comunque non aveva “alcun passeggero a bordo” ivi compreso ovviamente Pjatakov.

Probabilmente non sapremo mai le vere cause dell’interesse espresso nel febbraio del 1937 dall’ufficio doganale di Kjeller, ma esso costituisce in ogni caso una realtà da tener conto e che inoltre riguardava solo ed esclusivamente il dicembre del 1935: fin dal titolo del rapporto in esame, il suo oggetto specifico risultava infatti i voli del dicembre 1935 e non, ad esempio, quelli dell’agosto 1935 e/o dell’aprile del 1936, sempre per quanto riguarda il traffico aereo di natura civile all’interno della struttura aeroportuale di Kjeller.

In ogni caso, stando persino alle   righe iniziali del report in via d’esame, la dogana norvegese richiese esplicitamente “informazioni” e quindi dati di fatto sicuri, non aria fritta o chiacchiere, sui voli del dicembre che avevano suscitato il suo “interesse”.

Un “interesse” ancora più significativo se si tiene a mente che, secondo il ricercatore Rob Mulder, negli anni Trenta l’ufficio doganale doveva essere avvisato in anticipo e doveva essere presente con il suo personale in caso di atterraggio di velivoli provenienti dall’estero, da paesi non norvegesi. Ma se davvero tali funzionari della dogana fossero stati presenti a Kjeller nel dicembre del 1935, quando arrivò l’unico aereo civile di quel mese, si comprende ancora meno la ragione dell’interesse della dogana per il solitario velivolo del dicembre 1935, oltre che la sua richiesta di informazioni su tale solitario velivolo.

Seconda nota dissonante: non si riesce proprio a capire per quale misteriosa ragione il rapporto e i tabulati in oggetto risultassero allora tanto riservati e “top secret” da essere richiesti subito indietro, seppur “cortesemente”, dalle autorità aeroportuali di Kjeller agli uffici doganali collocati nella stessa località.

Innanzitutto le autorità aeroportuali di Kjeller fornirono alla dogana solo dei tabulati sui velivoli civili, e non certo sugli arrivi e partenze di quelli militari, delle forze armate norvegesi.

Stando almeno alla versione del gennaio 1937 di Gulliksen, non era inoltre successo alcunché di particolare nel dicembre del 1935, visto che almeno secondo le sue parole era arrivato in quel mese a Kjeller un solo aereo, di nazionalità norvegese e senza alcun passeggero a bordo, a partire da Pjatakov; e nel febbraio del 1937 erano inoltre passati ben tredici mesi dal dicembre del 1935, trasformando pertanto gli ormai vetusti registri delle partenze/arrivi in loco in una massa di informazioni assolutamente banali e inoffensive, sulle quali si poteva quindi senza problemi lasciare almeno una copia battuta a macchina dei tabulati per l’allora apprensivo ufficio doganale di Kjeller.

Ma proprio in base a tali presupposti, come si spiega dunque il carattere estremamente riservato del rapporto in esame e come si può comprendere la richiesta di avere subito indietro la “relazione” e i tabulati in oggetto riguardo a dati di fatto e a voli di natura civile, di per sé banalissimi e assolutamente “innocenti”, partendo addirittura dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936?

Sul piano tecnico, inoltre, fin dagli inizi dell’Ottocento era disponibile la tecnologia della carta carbone che permetteva a qualunque operatore – anche in Norvegia e anche nella Norvegia/Kjeller del febbraio 1937 – di produrre almeno due copie dello stesso scritto battuto a macchina; senza ulteriore fatica, quindi, l’ufficio aereoportuale di Kjeller poteva scrivere nel febbraio del 1937 almeno due copie dello pseudorapporto in oggetto, e di conseguenza poteva lasciarne una di essa senza alcun problema all’ufficio doganale di Kjeller senza doverne chiedere “gentilmente” la restituzione.

Terza nota dissonante: anche un esame superficiale del documento del febbraio del 1937 dimostra subito un vuoto clamoroso di informazioni e un “buco nero” incredibile, almeno a prima vista, e cioè che le autorità aeroportuali di Kjeller non produssero in alcun modo né un vero rapporto, né almeno una “microrelazione” sugli aerei arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre 1935.

Come dimostrano le poche righe iniziali da loro elaborate, esse non erano certamente analfabete e sapevano sicuramente scrivere a macchina, oltre a essere informate per forza di cose e ad ammettere anche per iscritto il fatto innegabile per cui la dogana chiedeva delle “informazioni” proprio rispetto al traffico aereo avvenuto in loco nel dicembre 1935. Eppure, in modo apparentemente inspiegabile, i dirigenti dell’aeroporto di Kjeller non produssero in alcun modo un rapporto almeno dignitoso di una pagina, sui voli del dicembre del 1935, nel quale essi almeno e come minimo affermassero per iscritto e co precisione che in base alle indagini da loro svolte e ai testimoni da loro sentiti, oltre che ai tabulati forniti come allegato, “un unico aereo civile era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre del 1935”;  che esso apparteneva alla compagnia aerea privata “ABC”; che in base alle informazioni da loro raccolte, tale velivolo “proveniva dalla località e dall’aeroporto di ……” ; che l’unico volo decembrino era stato effettuato “dall’aviatore “XY”, di nazionalità “Z”; che tale velivolo era ripartito da Kjeller in data “XY”, oppure in alternativa che esso era rimasto negli hangar di Kjeller per un certo periodo, a causa di un motivo “XY”, come “da testimonianze dei meccanici di Kjeller e della compagnia aerea ABC”.

Gulliksen e i suoi sottoposti in fin dei conti non dovevano certo scrivere l’Iliade o La Divina Commedia, ma solamente i fatti relativi a un solo e isolato velivolo, ossia all’unico aereo civile giunto a Kjeller nel dicembre del 1935: ma niente di tutto ciò si concretizzò e venne messo nero su bianco da parte loro, anche se sapevano benissimo – e attestarono per iscritto, all’inizio del loro report – che la dogana chiedeva loro “informazioni” scritte proprio e solo sui voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Le autorità aeroportuali di Kjeller infatti non produssero in alcun modo un rapporto dettagliato e specifico, anche solo minimamente accettabile e con un minimo di informazioni scritte al suo interno, rispetto al traffico aereo in loco nel dicembre 1935, seppur esse sapessero benissimo che questa era l’unico oggetto delle informazioni che chiedeva loro la dogana di Kjeller in quel periodo e fossero perfettamente a conoscenza dello scalpore che avevano provocato anche in Norvegia le dichiarazioni pubbliche di Pjatakov sul suo volo da Berlino a un aeroporto vicino a Oslo, oltre che dal fatto che la pubblica accusa stalinista aveva indicato espressamente e pubblicamente proprio Kjeller come luogo dell’atterraggio di Pjatakov in terra scandinava.

Ma non solo: le autorità aeroportuali di Kjeller non vollero né poterono produrre neanche una “microrelazione”, brevissima e ipersintetica, sul flusso aereo in loco nel dicembre 1935, nonostante che esso si riducesse in ultima analisi a un solo velivolo e a un’isolata “aquila del cielo”. Esse non scrissero in alcun modo neanche poche righe iperconcentrate, nel quale si affermasse e si informasse la dogana di Kjeller almeno che:

  • “l’aereo del tipo LN-HAO è l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935;
  • “tale velivolo è atterrato a Kjeller il giorno “XY” alle ore “XY”;
  • “tale aereo proveniva dall’aeroporto “XY”, situato in Norvegia/all’estero”;
  • “il pilota era “XY”, di nazionalità “Z”;
  • “l’aereo in oggetto non ripartì da Kjeller, fino al 2 maggio del 1936”.

Anche ipotizzando per assurdo dei funzionari norvegesi semi-analfabeti, serviva in ogni caso ai dirigenti aeroportuali di Kjeller pochi minuti e poche parole per scrivere e mettere nero su bianco uno stringatissimo “microrapporto” sul traffico aereo – limitatissimo, ristretto a un solo velivolo – creatosi in loco nel dicembre 1935: eppure essi non vollero né poterono produrre neanche poche righe, al fine di informare la dogana di Kjeller rispetto all’unico velivolo che incuriosiva quest’ultima, perché legato a quel dicembre del 1935 che “interessava” allora gli uffici doganali norvegesi.

Risulta fin troppo chiaro che siamo in presenza di un “buco nero” clamoroso da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che a sua volta può essere spiegato solo ed esclusivamente con la loro cosciente volontà di non compromettersi in alcun modo fornendo in prima persona delle informazioni precise ai loro colleghi della dogana sul volo isolato del dicembre 1935, oltre che di non procurare loro alcuna notizia su eventuali fonti scritte e indagini da loro svolte sulla solitaria “aquila del cielo” giunta sicuramente a Kjeller nel dicembre 1935, a partire dalla data esatta di atterraggio del velivolo solitario in esame.

Si tratta di un elemento cruciale, per ovvi motivi.

Dalla testimonianza pubblica resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, emergevano infatti con assoluta chiarezza (come venne del resto rilevato persino durante la sesta sessione dell’antistalinista Commissione Dewey) due date per il viaggio compiuto da quest’ultimo in terra norvegese: il 12 o il 13 dicembre 1935.

Dodici o tredici dicembre del 1935, quindi come date “calde”.

Risultava quindi fin troppo evidente, anche e soprattutto alle autorità aeroportuali e alla dogana di Kjeller, l’importanza della datazione esatta dell’attivo dell’unico solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, sul quale tra l’altro lo stesso Gulliksen aveva già ammesso (la sua intervista all’Arbeidetbladet del 1937) in modo indiretto che fosse giunto dall’estero e da fuori dai confini norvegesi, a suo dire dalla svedese “Linköping”.

La posta in palio era quindi alta rispetto alla data di arrivo del velivolo decembrino, oltre che perfettamente a conoscenza dell’ufficio aeroportuale di Kjeller: eppure quest’ultimo non si dilungò in merito, anzi su di essa produsse solo il “buco bianco” su cui ci dilungheremo tra poco.

E proprio tale loro indiscutibile omissione nel fornire informazioni chiave e dettagliate, a partire dalla data di atterraggio, ossia la loro cosciente “disattenzione” e il “buco nero” in oggetto, fornisce già di per sé un indizio su chi fosse realmente a bordo dell’aereo decembrino in oggetto, oltre che sull’aeroporto (tedesco, berlinese) da cui proveniva l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Siamo in presenza di un “buco nero” e un indizio che diventa poi ancora più significativo se si tiene a mente che le autorità aeroportuali di Kjeller trascrissero  con molte ore di lavoro e con una macchina da scrivere le relazioni elaborate e consegnate dalle stesse compagnie aeree civili sugli arrivi e partenze dei loro velivoli a Kjeller: documentazione quindi bisognosa di spiegazioni, delucidazioni e chiarimenti da parte di Gulliksen e dei suoi sottoposti almeno sull’unico e sul solitario velivolo civile pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935, e cioè nell’unico mese che interessava allora la dogana.

Se invece si ipotizza per un attimo che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, Gulliksen e le autorità aeroportuali avrebbero avuto tutto l’interesse a produrre un dettagliato e scrupoloso rapporto, o almeno e come minimo una microrelazione scritta sul flusso di voli a Kjeller nel dicembre del 1935 e sul solitario, unico velivolo atterrato in loco nel mese “caldo” in via d’esame: non avendo alcunché da nascondere ed essendo quindi candidi come gigli in merito al volo/aereo di Pjatakov, il loro evidente interesse sarebbe stato di far luce sulla questione con il massimo di precisione, trasparenza e dettagli rivelatori inoppugnabili per chiunque.

Non avvenne niente di tutto ciò, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco nero” sopracitato.

Si tratta in sostanza del criterio di verifica “dell’innocente”, che utilizzeremo anche in seguito, in base al quale quest’ultimo non ha alcuna ragione di nascondere delle informazioni su un “reato” (di aver fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel caso specifico) del quale viene ingiustamente accusato, e anzi tale soggetto innocente ha tutto da guadagnare a dire la verità e a fornire tutte le notizie, tutti i dettagli che comprovino che il fatto specifico per il quale viene accusato non è mai successo, non si è mai verificato; egli ha tutto l’interesse, proprio perché realmente innocente, a non usare trucchi, reticenze o menzogne rispetto a un presunto evento che non si è mai verificato e che non l’ha mai coinvolto, direttamente o indirettamente.

Ovviamente vale anche il contrario se veramente il soggetto interessato (ossia Gulliksen e le autorità aeroportuali di Kjeller) avessero invece realmente fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935 che interessava allora e nel febbraio del 1937 la dogana norvegese.

Ma non solo: si può evidenziare subito un secondo buco nero quasi altrettanto clamoroso quanto il primo, visto che la richiesta di informazioni sui voli del dicembre 1935 veniva dalla dogana, dagli uffici doganali di Kjeller e non certo dai vigili urbani, oppure da Topolino.

E la dogana per definizione è interessata da sempre, come suo compito principale, a conoscere il traffico, il trasferimento di persone e merci da e per l’estero, da e per i paesi stranieri: nel caso specifico in oggetto, e va quindi per sua natura interessata a sapere se il traffico aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 fosse avvenuto da aerei giunti dall’estero, da paesi diversi dalla Norvegia.

Ora, emerge subito che nel rapporto in oggetto non venne fatto alcun riferimento all’informazione se gli aerei, anzi l’unico velivolo civile giunto a Kjeller nel dicembre 1935, fosse pervenuto dall’estero e da fuori della Norvegia; non emerge in alcun modo l’aeroporto di provenienza del solitario velivolo decembrino; sempre nel rapporto in oggetto, non emerge in alcun modo se a bordo dell’unico velivolo in esame vi fossero passeggeri o merci provenienti dall’estero.

Siamo di fronte a un nuovo buco nero incredibile, proprio perché la richiesta di informazioni alle autorità aeroportuali di Kjeller era stata inoltrata dalla dogana di Kjeller, dagli uffici doganali norvegesi: struttura burocratica per la quale risultava ovviamente basilare e fondamentale crescere e avere le “informazioni” scritte su alcuni semplici e basilari fatti: se il velivolo del dicembre del 1935 fosse giunto a Kjeller dall’estero, quale fosse l’aeroporto da cui esso era partito (Narvik? Linkoping? Berlino?) e se il solitario aereo in esame trasportasse a bordo passeggeri e/o merci.

Nello pseudorapporto in oggetto, tali elementi concreti e come minimo importantissimi – sia in se, che per la dogana norvegese che chiedeva informazioni sui voli del dicembre 1935 – mancano totalmente: controllate pure voi, giudici-lettori, e provate a trovare nel report in esame anche solo il nome dell’aeroporto di provenienza del solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Noi non ci siamo riusciti, seppur rileggendolo decine di volte.

A questo punto riutilizziamo il criterio delle ipotesi alternative, rispetto alla presenza/assenza di Pjatakov a Kjeller nel dicembre del 1935.

Se Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, quale difficoltà avrebbero avuto le autorità aeroportuali di quel luogo a scrivere nero su bianco che il solitario aereo del dicembre 1935 era davvero giunto dall’estero, ma che in ogni caso non arrivava certo da Berlino e non portava con sé alcun passeggero, sempre di fronte all’interessata (per ovvi motivi, per forza di cose) dogana norvegese?

Se invece Pjatakov fosse davvero arrivato a Kjeller, nel dicembre 1935 tutto cambiava anche per questo segmento specifico di informazioni: una cosa tirava l’altra, per così dire una “ciliegia” tirava l’altra.

Infatti se l’aereo del dicembre del 1935 fosse arrivato dall’estero, stando alle stesse autorità aeroportuali di Kjeller a quel punto esse dovevano spiegare e scrivere, nero su bianco, alla dogana di Kjeller anche da quale luogo estero e da quale aeroporto straniero tale velivolo decembrino fosse partito.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana (la dogana, non i vigili urbani o Topolino) se tale aereo decembrino avesse a bordo passeggeri, oppure no.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana di Kjeller se tale velivolo avesse a bordo delle merci, e quale tipologia di oggetti trasportasse concretamente.

In pratica se l’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel suo pseudo rapporto, avesse iniziato a scrivere rispetto a tale argomento, non si sarebbe potuto fermare a metà strada: almeno e come minimo, esso doveva fornire alla dogana delle informazioni precise almeno sul luogo e aeroporto di provenienza (estero o norvegese) del velivolo del dicembre del 1935, oltreché sulla presenza/assenza di passeggeri e di merci a bordo di quest’ultimo.

Niente di tutto ciò avvenne: nel report in via d’esame non si può trovare in alcun modo luogo/aeroporto di provenienza del velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 oltre che dati e informazioni sulla presenza/assenza di passeggeri e merci a bordo di quest’ultimo.

Siamo quindi di fronte a un secondo buco nero più specifico e legato ai compiti ufficiali della dogana di Kjeller, ma che rafforza in ogni caso il precedente.

Terzo e ulteriore “buco nero”: mentre nel report del 25 febbraio 1937 e nell’unica riga di esso dedicato al dicembre 1935 emerge sicuramente il nominativo di Jaquet, come pilota (reale-presunto) dell’unico velivolo civile atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ufficio aeroportuale di Kjeller non disse invece alcunché su Jaquet, a partire dal suo nome esatto, dallo scopo del suo volo e dall’aeroporto da cui Jaquet sarebbe partito per arrivare a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ma non solo. Nello pseudorapporto in via d’esame non risulta in alcun modo (controllate con cura giudici-lettori) una dichiarazione scritta dallo stesso Jaquet, nella quale quest’ultimo riferisse e testimoniasse in modo anche ipersintetico sul giorno del suo atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, sullo scopo del suo volo decembrino e sull’aeroporto di provenienza, oltre che sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo.

In altri termini, nel report in via d’esame manca ed è assente totalmente anche una breve dichiarazione di Jaquet (ossia del presunto pilota a bordo dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935) in cui, ad esempio, quest’ultimo attestasse che: “sono atterrato a Kjeller poco prima del Natale del 1935, credo il 22 dicembre del 1935, partendo dall’aeroporto svedese di Linköping. Lo scopo del mio volo Linköping-Kjeller era xyz, e in ogni caso a bordo del mio velivolo del dicembre del 1935 non si trovava alcun passeggero, tantomeno di nazionalità non norvegese.

In fede.

E.H.O. Jaquet”.

Nulla di tutto ciò.

A questo punto sorge subito la domanda: se veramente Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 e se davvero fosse stato “Jaquet” il pilota del velivolo decembrino in oggetto, per quale motivo le autorità aeroportuali di Kjeller non si soffermarono in alcun modo su Jaquet, nel loro report del febbraio del 1937?

Avvocato del diavolo: “forse Jaquet era scomparso dalla scena norvegese oppure morto, a fine febbraio 1937, ossia quando le autorità aeroportuali di Kjeller stesero e scrissero il loro rapporto destinato alla dogana norvegese”.

Edmond H. O. Jaquet era vivo e vegeto all’inizio del 1937, visto che morì dopo una lunga esistenza solo nell’aprile del 2006; inoltre proprio nel gennaio del 1937, come vedremo meglio in seguito, egli era diventato il giovanissimo vicepresidente di un’associazione di piloti militari norvegesi, non risultando quindi in alcun modo entrato in clandestinità o fuggito in Nepal.

Ma pur essendo ben vivo ed operante nella Norvegia laburista e socialdemocratica dell’inizio del 1937, in quello stesso periodo le autorità aeroportuali di Kjeller non si degnarono in alcun modo di chiedere una deposizione a Jaquet rispetto al suo presunto atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia all’unico mese che “interessava” gli uffici doganali di Kjeller all’inizio del 1937.

Sesta e clamorosa anomalia nello pseudorapporto in via d’esame: il “buco bianco” connesso al giorno di atterraggio dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia dell’unico aereo che interessava alla dogana di Kjeller nel febbraio 1937.

Non contente di non aver prodotto in alcun modo né un rapporto dignitoso né almeno una “microrelazione” sul flusso di traffico aereo in loco nel dicembre del 1935, le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono infatti simultaneamente a compiere anche il capolavoro di presentare una pseudorelazione composta solo ed esclusivamente da tabulati, ma nella quale la riga decisiva delle registrazioni dei tabulati in oggetto vedeva comunque cancellata quasi totalmente proprio la data di atterraggio dell’aereo decembrino in via d’esame.

Siamo quindi in presenza di un “buco bianco” incredibile a prima vista, e che diventa ancor più abnorme se lo si collega al primo “buco nero”: se cioè si pensa che attraverso esso e il primo “buco nero” sopracitato le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono nell’impresa, voluta e cosciente, di non informare in modo corretto la dogana di Kjeller nemmeno rispetto al giorno esatto di atterraggio del misterioso aereo del dicembre 1935. Mancando infatti una loro relazione scritta (o almeno una loro microrelazione), basandosi sullo pseudorapporto in esame la dogana di Kjeller non sarebbe riuscita a sapere con esattezza, con sicurezza e senza usare la lente di ingrandimento neanche il giorno dell’atterraggio dell’unico velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935: ossia dell’unico aereo atterrato in loco in quel mese e dell’unica transvolata che, di conseguenza, interessava le autorità doganali di Kjeller nel febbraio del 1937.

Riesaminiamo i tabulati già forniti in precedenza, prendendo questa volta in esame la sola riga che riguarda il dicembre 1935, prima nell’originale in norvegese (ingrandito ad arte) e poi con la traduzione in italiano:

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       Data.           Arrivo Partenza   Sigla              Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                          aeromobile. aeromobile.

———————————————————————————————————————————

?? /12 – 35            11:30                    LN-HAO         Norvegia          Norsk LufttrafikkA/S  v/  Jaquet

La riga scritta a macchina in via d’esame parla chiaro: è indiscutibile che il giorno di arrivo del volo del dicembre 1935 sia quasi completamente cancellato, lasciando solo due trattini finali, distinguibili nelle loro forme concrete solo con la lente di ingrandimento del 1937 (e con un computer del 2016 in grado di ingrandirli) e da cui sembra – ma è tutt’altro che sicuro – il numero “22”, ossia il 22 dicembre.

Siamo quindi in presenza di un clamoroso “buco bianco”, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller: non solo nel loro pseudorapporto esse non scrissero una relazione/microrelazione sul traffico aereo del dicembre 1935, limitandosi in modo apparentemente inspiegabile a fornire solo i tabulati scritti a macchina degli arrivi/partenze, ma persino da tali registrazioni sparì e scomparve quasi totalmente la data di arrivo del volo decembrino in esame cancellata quasi del tutto e i cui trattini rimasti erano leggibili e interpretabili solo con la lente di ingrandimento del 1937.

Ipotizziamo per un istante, ancora una volta, che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

In questo caso, le autorità aereoportuali di Kjeller avrebbero avuto tutto l’interesse a indicare, a mettere per iscritto con esattezza e precisione il giorno esatto dell’atterraggio dell’unico velivolo arrivato in loco nel mese “caldo” in via d’esame, ad esempio il 22 dicembre; indicando esplicitamente il 22 dicembre esse avrebbero avuto cura di evitare il “buco bianco” in oggetto, che faceva sparire quasi totalmente la data esatta dell’atterraggio del solitario velivolo decembrino giunto nell’aeroporto di Kjeller, e anzi si sarebbero soffermate e dilungate senza problemi su tale elemento fattuale che escludeva di fatto la presenza di Pjatakov nel loro snodo logistico visto che quest’ultimo dichiarò di essere arrivato in Norvegia al massimo il 13 dicembre.

Invece non successe niente del genere, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco bianco” sopracitato all’interno del “rapporto” in via d’esame.

Fermiamoci per un momento, a questo punto.

Quali informazioni, quali notizie dovevano come minimo fornire le autorità aereoportuali di Kjeller agli uffici doganali, attraverso una relazione/microrelazione e con delle “pezze giustificative” materiali, ossia con delle prove scritte?

Innanzitutto se l’aereo del dicembre 1935 giunse a Kjeller dall’estero, o viceversa da un aeroporto norvegese: e tale informazione manca completamente nel documento del febbraio del 1937 in oggetto, anche se la dogana norvegese chiedeva allora informazioni proprio sui voli arrivati e partiti da Kyeller nel dicembre 1935.

In secondo luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller su quale fosse l’aeroporto di partenza del velivolo in oggetto: e anche tale notizia manca completamente nel loro documento del febbraio 1937, anche la dogana chiedeva loro informazioni sui voli del dicembre 1935.

In terza battuta dovevano informare sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quarto luogo, le autorità aeroportuali di Kjeller dovevano informare la dogana di Kjeller sulla presenza/assenza di merci a bordo dell’aereo del dicembre del 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quinto luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller sul giorno nel quale il solitario aereo civile del dicembre 1935 ripartì dall’aeroporto in oggetto, o in alternativa, sui motivi per cui tale aereo non prese il volo da Kjeller: e anche tale notizia non emerge in alcun modo dal report in esame, come vedremo meglio in seguito.

Il nome esatto del pilota, di quel “Jaquet” che avrebbe pilotato il solitario velivolo del dicembre del 1935? Come sopra ancora una volta.

La data esatta di arrivo a Kjeller dell’aereo in esame? Anche su tale punto specifico, la particolare combinazione tra il “buco bianco” e la totale assenza di una relazione/microrelazione rispetto a tale elemento materiale privò la dogana di Kjeller di una chiara informazione, senza bisogno di lente di ingrandimento e di fare ipotesi, su un dato sicuramente non di poco conto.

Primo criterio di verifica incrociata, prima prova del nove della nostra tesi.

Proviamo solo a immaginare quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento” il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga. Da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller: queste ultime risolsero astutamente il problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta alla dogana norvegese.

A volte una sola immagine vale molto di più di cento parole e ragionamenti.

Pertanto a questo punto proponiamo il rapporto in esame, nella sua stesura originale e scritto in norvegese, mantenendo al suo interno le righe iniziali e quella relativa al dicembre 1935 ma togliendo invece da esso il flusso di dati (non richiesti dalla dogana norvegese) sui voli arrivati e partiti da Kjeller dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936: vediamo cosa rimane del report in questione.

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Siamo in presenza di un ben misero “rapporto”, non è vero? Come “risposta” – e si fa per dire, certo – alla richiesta dell’ufficio doganale sui voli a Kjeller nel dicembre 1935, abbiamo stimato osservando sul mese in esame una sola riga prodotta da Gulliksen e dai suoi sottoposti, tra l’altro con un vistoso “buco bianco” iniziale sulla data del volo del dicembre 1935, ossia sull’unica transvolata che interessava allora la dogana di Kjeller.

Leggere e rileggere con i propri occhi, al fine di controllare la nostra tesi.

Seconda verifica: l’evidente e clamorosa asimmetria esistente fra lo sforzo notevole e prolungato, richiedente come minimo molte ore di lavoro, effettuato dall’ufficio aeroportuale di Kjeller nel preparare e trascrivere i tabulati dei numerosi voli compresi fra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936 (decine e decine di voli, in arrivo e partenza)  e la misera, solitaria e isolata riga invece scritta e dedicata al volo del dicembre 1935, ossia proprio all’unica transvolata che interessava a quel tempo la dogana di Kjeller e proprio all’unico mese che suscitava l’attenzione di quest’ultima nel febbraio del 1937.

L’asimmetria in oggetto risulta incontestabile e clamorosa, anzi così vistosa da poter sfuggire a prima vista: le conseguenze da trarre da essa sono a loro volta fin troppo chiare, e cioè che Gulliksen e soci cercarono per così dire di “annegare” in un flusso esteso di informazioni inoffensive proprio l’unico volo realmente richiesto dalla dogana di Kjeller, ovviamente relativo al dicembre 1935. Su tale questione torneremo  meglio in seguito.

Un’altra prova del nove: secondo la stessa definizione delle autorità aeroportuali di Kjeller, esse stavano producendo nel febbraio del 1937 un “rapporto” (opgave, in lingua norvegese).

Un “rapporto” quindi; un resoconto, quindi; una relazione scritta, quindi e non invece una pura e semplice elencazione dei voli partiti e arrivati da e a Kjeller nell’agosto del 1935 all’inizio di maggio del 1936, senza tra l’altro mai indicare l’aeroporto di provenienza dei velivoli atterrati in loco in quel periodo.

Come quarta prova del nove, si può inoltre usare il criterio di verifica “dell’innocenza” su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Quinto criterio di verifica incrociata: la combinazione e connessione tra tutte le note dissonanti sopra elencate, a partire dall’interesse della dogana di Kjeller per i voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Se infatti le prime due anomalie registrate possono ancora essere interpretate come fattori casuali e non determinanti, la loro unione con il primo buco nero (l’assenza di una relazione/microrelazione) rende tale trio di indizi incompatibile con l’ipotesi della buona fede da parte degli estensori del report scritto il 25 febbraio 1937. Se poi a tale trinità, molto concreta e profana, si aggiunge il secondo buco nero (alla dogana di Kjeller non venne riferito neanche se il velivolo del dicembre 1935 fosse arrivato dall’estero, con o senza passeggeri, ecc.), la teoria della “buona fede” e correttezza di Gulliksen e sottoposti diventa sempre meno credibile, inabissandosi e crollando poi del tutto se connettiamo i dati di fatto già esposti attraverso il terzo buco nero e il “buco bianco” sopracitati, che attestano l’assoluta reticenza e mancanza di informazioni da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto al volo solitario e della sua data esatta di atterraggio in loco nel dicembre 1935.

Già ora abbiamo come minimo superato la soglia di tolleranza per i fenomeni strani, ma la situazione diventa ancora più abnorme se si prende in esame la settima anomalia: e cioè che l’aereo LN-HAO del dicembre del 1935 non ripartì mai da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, rimanendo quindi in loco almeno e come minimo per più di quattro mesi sempre secondo i tabulati forniti dalle autorità aereoportuali di Kjeller alla fine di febbraio del 1937.

Se li si esamina con cura, emerge infatti da essi con assoluta sicurezza una novità clamorosa: l’unico aereo e il solo velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, indicato sotto la sigla LN-HAO e di proprietà della compagnia aerea privata Norsk Lufttrafikk A/S, non ripartì dall’aeroporto di Kjeller almeno e come minimo fino al 2 maggio del 1936, quando finisce il materiale trattato dai registri in oggetto.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: se si effettua una suddivisione delle partenze e degli arrivi dei diversi aerei che giunsero a Kjeller, dal 30 agosto del 1935 fino al 2 maggio 1936, otteniamo un processo di scomposizione che dimostra con assoluta sicurezza come il velivolo LN-HAO, pervenuto in loco nel dicembre del 1935, non sia più partito da Kjeller almeno fino al 2 maggio del 1936, rimanendo quindi almeno stando ai tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, per più di quattro mesi fermo, inattivo e immobile a Kjeller.

In altri termini, il velivolo LN-HAO del dicembre 1935 figura come una sorta di “scarpa spaiata” e solitaria, sempre stando ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller; una “scarpa” isolata di cui risulta solo il presunto arrivo in loco ma non invece la sua ripartenza, reale o immaginaria.

Si tratta di un fatto eclatante per motivi fin troppo evidenti e una “coincidenza” talmente anomala da non poter essere una casualità, dato che la regola generale per gli aerei consisteva nel 1935, e lo è tuttora, nell’atterrare in un certo aeroporto e di ripartire da esso in tempi relativamente brevi, salvo la creazione di eventi gravi o catastrofici quali un eventuale incidente all’arrivo, dei seri guasti meccanici e la necessità derivata di un’ampia revisione del velivolo.

La regola generale in oggetto non si basa del resto solo sul buon senso comune, ma è supportata anche da precisi motivi economici: infatti un aereo, nel 1935 come nel 2016, risulta essere un oggetto e un bene molto costoso che, una volta lasciato inutilizzato, non solo non produce alcuna utilità e servizi concreti sia per la collettività che per i proprietari, ma viceversa si deteriora con il passare del tempo a causa della costante azione logoratrice della natura.

Tale regola generale viene inoltre confermata del resto anche dalla pratica concreta verificatasi nell’aeroporto di Kjeller dal 30 agosto 1935 al 2 maggio del 1936. In tale periodo e negli otto mesi in oggetto, si verificarono via via infatti in loco 57 arrivi e 54 partenze per un totale di 111 operazioni di volo, ivi compreso gli aerei arrivati dall’estero, e quasi tutti i velivoli in oggetto atterrarono e ripartirono da Kjeller in tempo relativamente rapidi e di solito entro alcuni giorni, escludendo due sole eccezioni: l’aereo che rimase più tempo a Kjeller, stando ai tabulati, è il velivolo LN-ABW (proprietà AS/ WiderØe), con un atterraggio non segnalato nel report e che ripartì il giorno 28 marzo 1936.

Anche nel periodo compreso tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936, quindi, di regola e con due sole eccezioni gli aerei atterravano e ripartivano da Kjeller entro pochi giorni.

Bene: ma una delle rarissime eccezioni alla regola generale venne costituita proprio dal misterioso e solitario aereo del dicembre 1935, ossia dall’unico aereo che interessava la dogana di Kjeller e tutti coloro che si occupano del volo di Pjatakov, e di un velivolo che non ripartì in alcun modo dall’aeroporto di Kjeller dal dicembre 1935 fino al 2 maggio del 1936. Tale aereo non prese il volo da Kjeller come minimo fino al 2 maggio del 1936, data nel quale finiscono i tabulati in via d’esame, rimanendo pertanto inattivo e fermo per più di quattro mesi in loco e per di più nel periodo primaverile di marzo-aprile, stando almeno ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali locali all’ufficio doganale.

Una compagnia aerea privata e di tipo capitalistico, quale era la Norsk Lufttrafikk, tenne fermo un costoso aereo per più di quattro mesi? Un costoso aereo come il presunto LN-HAO rimase dunque inattivo non solo nei mesi propriamente invernali ma anche a marzo e aprile del 1936, ossia nel periodo in cui il traffico aereo aumentava inevitabilmente anche nella nordica Kjeller, come si evince esaminando il flusso di arrivi e partenze in loco nei due mesi in esame?

Si tratta di una vistosa anomalia visto che anche l’aereo LN-ABW, che era rimasto a Kjeller per alcuni mesi, in ogni caso ripartì il 26 marzo del 1936 da Kjeller, quando la stagione invernale era ormai superata.

Siamo quindi in presenza di un fenomeno di “parcheggiamento” e di stazionamento di un velivolo a Kjeller anche nei mesi più propizi per il traffico aereo che risulta abnorme e assurdo, in assenza di un eventuale guasto e/o di un eventuale danno subìto dall’aereo decembrino LN-HAO in via d’esame: ma su tale eventuale e ipotetico danneggiamento non si viene a sapere niente dalla sponda dello pseudorapporto delle autorità aeroportuali di Kjeller, con il colossale “buco nero” intrinseco al report e quindi con il loro interessato silenzio su tutto ciò che avesse riguardato il flusso di traffico aereo nel dicembre 1935, inclusi anche gli eventuali guasti e gli ipotetici danneggiamenti subìti dall’unico  velivolo giunto a Kjeller, nell’unico mese che interessava l’ufficio doganale del luogo nel febbraio del 1937.

Risulta in ogni caso più che sospetto che proprio la solitaria “aquila del cielo” e l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 non sia ripartito dalla struttura aeroportuale in oggetto come minimo fino al due maggio del 1936, stando almeno ai tabulati e ai registri delle partenze /arrivi forniti da Gulliksen e dai suoi aiutanti. Il fatto sicuro che proprio il solitario e unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, in modo assolutamente contrario alla regola generale della coppia atterraggio-ripartenza, non si sia levato in volo e non sia mai ripartito per più di quattro mesi e fino al 2 maggio 1936 da Kjeller, costituisce dunque un vero e proprio “pugno nell’occhio”, tanto vistoso ed eclatante da suscitare subito una conclusione in merito molto probabile: ossia che se persino dai tabulati in oggetto l’aereo con sigla identificativa LN-HAO non risulta ripartito dall’aeroporto di Kjeller e come minimo per più di quattro mesi, molto probabilmente tale specifico modello di aereo – con il relativo pilota, alias “Jaquet” – non era mai arrivato davvero in loco e il suo presunto atterraggio era stato inventato di sana pianta da Gulliksen e soci, dalle autorità aeroportuali di Kjeller nel loro “rapporto” del febbraio 1937.

Abbiamo ormai a disposizione un pesante indizio a favore della manipolazione dei tabulati in esame e, in via derivata ma allo stesso tempo inevitabile, della presenza concreta di Pjatakov a bordo dell’aereo decembrino in esame: un indizio concreto che si trasforma subito in una vera e propria “pistola fumante” se viene collegato e connesso alla coppia “buchi neri/buco bianco” esaminata poco sopra.

Analizziamo in ogni caso la mancata ripartenza in oggetto da un’altra prospettiva, ossia prendendo in esame sia l’ipotesi che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 che quella opposta.

Se Pjatakov non fosse mai giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre 1935, e se quindi Gulliksen e soci si fossero realmente trovati in una posizione intoccabile e in una sorta di “botte di ferro” rispetto a un reale non-evento, non si riesce proprio a comprendere i motivi per i quali le autorità aeroportuali di Kjeller non si dilungarono, alla fine di febbraio del 1937, anche sulla data esatta nel quale l’aereo decembrino del 1935 si allontanò dal loro snodo logistico: avrebbero avuto tutto da guadagnare e niente da perdere, nel fornire tutte le informazioni in loro possesso sulla ripartenza (o, al limite, sulla mancata ripartenza) del velivolo che giunse a Kjeller nel periodo “caldo” in esame.

Ma ora supponiamo invece che Pjatakov fosse realmente a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935, e che egli fosse realmente/ripartito da tale aeroporto in tardo pomeriggio del 12 o 13 dicembre.

In questo caso e in questa ipotesi, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero potuto dare informazioni (false, bugiarde e menzognere, certo…) sulla data di ripartenza del velivolo del dicembre del 1935?

Assolutamente no, e per tutta una serie di buone ragioni.

Innanzitutto inventarsi una finta data di partenza (diciamo il 22 dicembre, tanto per fare un esempio non casuale) costituiva un reato penale per cui esse avrebbero potuto essere perseguite eventualmente in seguito: un reato scritto e registrato nero su bianco, con le loro stesse mani e parole scritte nello pseudorapporto in via d’esame.

In secondo luogo, inventarsi una finta data di ripartenza (diciamo sempre il 22 dicembre…) significativa/inequivocabilmente rischiare eventualmente di essere smentiti dal “meccanico di Brecht”, ossia dagli addetti alla manutenzione e al rifornimento, oppure dalle guardie o dagli impiegati dell’aeroporto di Kjeller, se essi sfortunatamente avessero potuto ricordare almeno che il solitario del dicembre del 1935 non era arrivato vicino e sotto al periodo natalizio, ma invece almeno una decina di giorni prima delle – facilmente ricordabile, nel 1937 – festività della fine del 1935.

Inoltre una cosa tirava l’altra: inventandosi infatti una finta data di ripartenza, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto altresì inventarsi anche il nome del presunto pilota che fosse/ripartito da Kjeller con il velivolo decembrino in esame.

Si, ma chi?

“Jaquet”? Una mossa e un’invenzione per loro rischiosa, come minimo. Potevano, non citare, per la ripartenza in esame, alcun aviatore? Ma allora sarebbe emersa subito la contraddizione tra il “Jaquet” da loro evidenziato come pilota per l’arrivo del velivolo del dicembre del 1935 a Kjeller, e l’assenza di un nominativo per l’aviatore – inventato di sana pianta – che avrebbe guidato e portato il velivolo in oggetto lontano da Kjeller.

In quarto luogo, se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero citato ed evidenziato per iscritto nel loro pseudorapporto la data della (presunta, finta) ripartenza del velivolo decembrino, sarebbe emersa con ancora maggior evidenza il “buco bianco” sopracitato e relativo alla data di atterraggio di arrivo del velivolo in esame. Non solo tale problema non era insignificante, ma per di più Gulliksen e soci non avrebbero potuto neanche creare ad arte un nuovo e secondo “buco bianco” anche per il giorno della ripartenza del velivolo in oggetto, se non esponendosi a un’anomalia e una contraddizione così plateale ed evidente da non poter essere non notata, anche dall’osservatore più distratto o meglio disposto nei loro confronti.

In estrema sintesi, per tutti i motivi sopracitati le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero incontrato dei rischi e dei pericoli come minimo abbastanza seri ad inventarsi una finta data di ripartenza per il velivolo giunto in loco nel dicembre del 1935: e guarda caso esse non scrissero alcunché, nel loro pseudorapporto, in riferimento alla data di partenza del velivolo giunto a Kjeller nel mese e periodo “caldo” in oggetto. Ottava nota dissonante: l’unica volta che la compagnia aerea Norsk Lufttrafikk A/S usò a Kjeller il modello aereo LN-HAO dal 30 agosto 1935 al 17 aprile 1936, e quindi per ben otto mesi, fu proprio e solo nel dicembre 1935, mentre la compagnia aerea in oggetto utilizzò invece nello stesso periodo altri velivoli con sigla identificativa LN-BAO e LN-BAS, per un totale di dieci tra arrivi e partenze.

Nona anomalia: il presunto pilota del dicembre 1935, ossia Jaquet, sicuramente non ripartì da Kjeller con lo stesso aereo con il quale egli sarebbe arrivato in loco nel mese “caldo” in esame. Infatti Jaquet, sempre stando ai tabulati in oggetto, ripartì da Kjeller e stavolta senza dubbio ripartì da Kjeller solo il 2 febbraio 1936 alle ore 13:00, ma utilizzando e pilotando in ogni caso un diverso velivolo: ossia un aereo la cui compagnia aerea non è stata descritta e con una sigla identificativa del tipo LN-BAS, diversa quindi da quella che venne indicata nei tabulati in oggetto nei confronti del solitario aereo del dicembre 1935 del tipo LN-HAO su cui ci siamo soffermati in precedenza.

Otteniamo quindi una nuova coppia di note dissonanti: una sola e unica volta la Norsk Lufttrafikk si servì a Kjeller del modello aereo LN-HAO a partire dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936, e cioè proprio nel dicembre 1935, e allo stesso tempo il velivolo LN-HAO che sarebbe arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 non venne in alcun caso utilizzato e fatto decollare, in data 2 febbraio 1936, da quel presunto pilota e da quel Jaquet che lo avrebbe fatto atterrare in loco nel dicembre 1935, il quale invece ripartì da Kyeller con un aereo contraddistinto dalla sigla LN-BAS.

Ulteriore stranezza: solo ed esclusivamente rispetto al volo del dicembre 1935 appare la denominazione “Norsk Lufttrafikk A/S”, all’interno dei tabulati di volo consegnati dalle autorità aeroportuali di Kjeller all’ufficio doganale di Kjeller.

Se li si prende in esame con attenzione, si può notare che dei sette aerei arrivati in quei mesi a Kjeller e di proprietà della Norsk Lufttrafikk quest’ultima venne indicata solo come “Norsk Lufttrafikk” per ben sei volte, dal 18 ottobre 1935 al 17 aprile 1936, mentre l’unica eccezione tra i sette velivoli in esame riguarda proprio il dicembre 1935.

Nella sola riga dei tabulati in oggetto che si riferisce al mese “caldo” in esame, la società proprietaria del velivolo atterrato a Kjeller in quei trentuno giorni risulta infatti la “Norsk Lufttrafikk A/S”: in tale riga venne quindi aggiunto alla denominazione Norsk Lufttrafikk un particolare “A/S” che invece manca totalmente negli altri voli in esame, arrivati in loco sia prima che dopo il dicembre 1935.

Ulteriore elemento singolare e curioso, che fa saltare in aria la regolarità procedurale e tecnica del report in esame: quest’ultimo era stato scritto quasi interamente a macchina con un’unica e sola eccezione, e cioè quattro cifre invece inserite manualmente.

Ora, tali numeri vergati a mano sembrano essere in numero 1330.

Bene, ma in quale posto e in quale posizione del report in via d’esame si ritrova tale numero scritto manualmente?

Avete indovinato, giudici-lettori: proprio sotto all’unica riga dedicata dalle autorità aeroportuali di Kjeller al volo del dicembre del 1935: un ennesima “coincidenza” e anomalia.

Non vi fidate? Fate bene, e del resto anche Marx scrisse che bisogna dubitare di ogni cosa, ivi compreso lo stesso dubbio. Pertanto vi proponiamo con il massimo dell’ingrandimento possibile le righe scritte a macchina sul dicembre 1935 e sul volo successivo del gennaio 1936, con in mezzo i numeri sopracitati invece vergati a mano.

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Ennesima, diversa e gigantesca anomalia: la sigla LN-HAO, che compare proprio nella riga dei tabulati in oggetto riferita al dicembre del 1935, non è mai stata usata in Norvegia prima del 1944 e della fine della seconda guerra mondiale.

Sorpresa, sorpresa: siamo in presenza di una sigla usata nel dicembre 1935, almeno secondo i tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, che tuttavia stando a tutti i riscontri concreti è stata utilizzata in Norvegia solo molti anni dopo il dicembre 1935 e dopo il “mese caldo” in via d’esame.

Stiamo sempre di più entrando nel mondo del paranormale, e più precisamente nell’universo dei viaggi nel tempo, almeno se seguiamo e diamo validità alla riga dei tabulati in oggetto dedicata al dicembre del 1935; stando almeno allo pseudorapporto in esame, l’aereo solitario giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 sarebbe stato del tipo LN-HAO, ma invece la sigla LN-HAO iniziò a essere utilizzata solo dopo il 1944 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Vista la sua importanza, soffermiamoci su questo punto iniziando a esporre tutti i riscontri oggettivi e i criteri di verifica oggettivi della nostra tesi, rispetto alla sigla LN-HAO.

Innanzitutto lo studioso olandese Rob Mulder ci ha informati, con l’e-mail del 22 aprile 2016, che la sigla LN-HAO non è mai stata usata prima del 1940: e a riscontro di tale affermazione, si può facilmente trovare nei registri delle compagnie aeree norvegesi che le sigle LN-HAB e LN-HAD, quindi precedenti in ordine alfabetico la denominazione LN-HAO, sono state utilizzate solo nell’aprile del 1940.

In terzo luogo sempre Rob Mulder, il 22 aprile 2016, ci ha fornito le sigle usate via via dalla società Widerøe per i suoi aerei: e in tale elenco, la sigla LN-HAO è stata impiegata dalla compagnia aerea Widerøe solo dopo il 1944, e quindi molti anni dopo il dicembre del 1935 che ci interessa da vicino.

Ma non solo. Grazie a un e-mail dell’aprile del 2016 inviataci dalla gentile redazione del sito Flyhistorie.no, abbiamo appreso che la registrazione LN-HAO è stata utilizzata su tre aeromobili nel corso degli anni, e il primo uso in ordine temporale di questi tre casi è stato il 1946; e cioè l’aereo  Fairchild UC-61K-FC Argus III, c / n 930, es. 43-14966 (USAAF) / HB692 (RAF), registrato il 13 dicembre del 1946 come Lufttransport, Ålesund; diversi proprietari fino al 1959 e annullato il 16 settembre del 1959.

Dicembre del 1946, quindi: undici anni dopo il dicembre del 1935, è appena il caso di rilevare a tal proposito.

Tredicesima nota dissonante: all’interno e nelle più immediate vicinanze dell’unica e isolata riga dello pseudorapporto dedicata al flusso aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 sono emerse ben quattro anomalie.

L’anomalia del sopracitato “buco bianco”, in primo luogo.

L’anomalia del “LN-HAO”, sigla invece utilizzata in Norvegia solo dopo il 1944.

L’anomalia sopracitata delle lettere “A/S”, dopo la parola Norsk Lufttrafikk.

L’anomalia sopracitata del “1330” scritto a mano, proprio sotto l’unica riga dedicata al volo del dicembre 1935.

Se è vero che tre indizi fanno una prova, anche quattro anomalie – tra l’altro collegate tra loro perché vicinissime nei tabulati in oggetto – rappresentano e diventano una sorta di “superanomalia” troppo vistosa per essere ignorata e passata sotto silenzio; e a questo punto, quasi per forza di cose, passiamo a connettere tra loro anche tutte le numerose note dissonanti via via esposte e che riguardano sia l’aereo decembrino del 1935 che il suo presunto pilota.

Prima stranezza, già notata in precedenza: tale velivolo costituiva sicuramente l’unico e solitario aereo civile atterrato a Kjeller, nel dicembre 1935 e nel mese “caldo” per la nostra indagine.

Seconda nota dissonante, anch’essa già sottolineata in precedenza: tale velivolo civile proveniva dall’estero persino secondo Gulliksen, e guarda caso Pjatakov affermò di essere giunto arrivando in aereo in Norvegia partendo da fuori dei confini del paese scandinavo in oggetto, ossia dalla Berlino nazista del dicembre 1935.

Terza anomalia: il solitario velivolo LN-HAO del dicembre 1935 non ripartì più da Kjeller, almeno stando ai tabulati dei voli in oggetto e almeno fino al 2 maggio 1936.

Inoltre il presunto pilota, il presunto “Jaquet” del dicembre 1935 non ripartì da Kjeller con lo stesso tipo di velivolo con cui egli sarebbe arrivato in loco nel dicembre del 1935, ma viceversa con un altro modello di aereo e più di un mese dopo il periodo “caldo” in via d’esame, ossia il 2 febbraio del 1936 con l’aereo del tipo LN-BAS.

Ma non solo: sempre controllando i tabulati in oggetto, l’aereo decembrino con sigla identificativa LN-HAO costituì l’unico e solitario velivolo di proprietà della sopracitata compagnia aerea Norsk Lufttrafikk che giunse e operò a Kjeller per più di tre mesi e per più di novanta giorni, ossia dal 28 ottobre 1935 al 31 gennaio del 1936. In altri termini, se la Norsk Lufttrafikk sicuramente non inviò alcun aereo a Kjeller né nel novembre del 1935 né nel gennaio del 1936 invece risulta, almeno stando ai tabulati forniti da Gulliksen e soci, che tale società avrebbe rappresentato l’unica e sola compagnia aerea che, in modo fortuito e “casuale”, avrebbe inviato un velivolo nell’aeroporto di Kjeller durante il dicembre 1935 che ci interessa, e in ogni caso senza farlo ripartire almeno fino al 2 maggio 1936.

Per di più il modello di aereo contrassegnato dalla sigla LN-HAO era stato usato a Kjeller solo una volta dalla compagnia aerea Norsk Lufttrafikk, durante gli otto mesi compresi tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio del 1936, e guarda caso tale utilizzo “singolo” e molto particolare avvenne solo ed esclusivamente nel dicembre 1935 che ci interessa da vicino.

Per di più proprio la sigla LN-HAO, che nei tabulati in oggetto indicò e individuò il solitario velivolo del dicembre 1935, non venne mai utilizzato in Norvegia prima del 1944, ossia molti anni dopo il periodo “caldo” che ci interessa da vicino.

Quante anormalità e quante strane “coincidenze” stanno ormai venendo a galla, rispetto al volo solitario del dicembre 1935! Ma l’elenco delle anomalie non è certo finito, visto che di tale velivolo non sappiamo neanche il giorno esatto di ripartenza/decollo grazie alla particolare (e voluta) combinazione tra le reticenze di Gulliksen del gennaio 1937 (intervista all’Arbeiderbladet), il “buco bianco” sopracitato e l’assenza di una relazione/microrelazione anche su tale essenziale dato di fatto da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937.

Non sappiamo infine neanche lo scopo del volo solitario del dicembre 1935, vista la presunta assenza di passeggeri a bordo sottolineata da Gulliksen il 27 gennaio del 1937 e il carattere abnorme del trasporto di merci, in un mese invernale, evidenziato da noi in precedenza.

Siamo ormai in presenza di troppe note dissonanti, per un unico volo aereo e per un unico pilota.

Quattordicesima ed ennesima anomalia: lo pseudorapporto in via di demolizione conteneva un evidente surplus di informazioni inutili e una marea di dati superflui, tra l’altro non richiesti in alcun modo dall’ufficio doganale di Kjeller, sulle partenze/arrivi in loco a partire dalla fine di agosto 1935 fino al 2 maggio 1936.

L’ufficio doganale di Kjeller chiese infatti delle notizie e “informazioni” ai colleghi dell’aeroporto solo ed esclusivamente rispetto al traffico aereo del dicembre 1935, non domandando quindi in alcun modo delle informazioni riguardo invece ai voli arrivati a Kjeller nell’agosto 1935, oppure nel gennaio 1936, o in alternativa nel febbraio 1936, e così via.

Ma invece, e non certo per caso, le autorità aeroportuali di Kjeller costruirono volutamente e coscientemente il loro particolarissimo pseudorapporto cercando per così dire di “affogare”, di annegare e di sommergere l’unica notizia importante che interessava la dogana di Kjeller, ossia il traffico del dicembre 1935, attraverso un fiume esteso di dati – non richiesti, non voluti – sugli inoffensivi e innocui voli avvenuti in loco durante i sette mesi, compresi tra la fine dell’agosto del 1935 e l’inizio di maggio 1936, che “circondano” il dicembre del 1935.

Abbiamo infatti sotto gli occhi ben sette mesi di informazioni inutili, almeno rispetto alla semplice e precisa richiesta di dati dell’ufficio doganale di Kjeller; risaltano e spiccano nei tabulati in oggetto ben sette mesi di arrivi/partenze all’aeroporto di Kjeller che non avevano alcuna attinenza con il periodo il mese di dicembre del 1935 che interessava allora la dogana di Kjeller.

Non siamo di certo di fronte a un fenomeno casuale e a un’azione fortuita da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, di Gulliksen e dei suoi superiori.

La ragione di tale voluta e cosciente “inondazione”, compiuta mediante l’erogazione di una massa  notevole di informazioni inutili e non richieste, risulta subito molto chiara: Gulliksen e soci tentarono in tal modo di occultare, in modo indiretto e astuto, l’unica notizia “calda” e in ogni caso esplicitamente richiesta dalle autorità doganali norvegesi rispetto al flusso di voli durante il dicembre del 1935, ma sulla quale esse erano impossibilitate a dire la verità perché, scegliendo la via dell’onestà e tale opzione, essi avrebbero svelato la presenza in loco dello scomodissimo – per loro – Pjatakov nel mese “caldo” in via d’esame.

Se si vuole una prima controprova della nostra tesi, basta rilevare che persino nella riga iniziale dello pseudorapporto in oggetto la frase testuale “voli su Kjeller nel dicembre 1935” era stata addirittura sottolineata  dall’autore del report in esame: quest’ultimo aveva quindi evidenziato di propria iniziativa che l’oggetto della sua relazione era costituito dai voli civili arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935, ma a dispetto di tale sottolineatura egli inserì in ogni caso nel rapporto ben cinque pagine piene di tabulati  sugli arrivi e partenze di velivoli e su voli non solo inoffensivi, ma che non avevano alcuna relazione con il flusso aereo di velivoli a Kjeller nel  dicembre 1935 con una sola e unica eccezione.

Inoltre abbiamo già evidenziato quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento”, il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga, da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto sicuramente una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche se ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller. Queste ultime risolsero astutamente il serio problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta; sempre avendo come presupposto il primo “buco nero” sopracitato e soprattutto che esse non potevano fornire delle informazioni veritiere sull’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre per la semplice ragione che a bordo di quest’ultimo si trovava Pjatakov.

Ulteriore nota dissonante: all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937 sono contenute ancora meno informazioni – ed è tutto dire – di quelle già scarne e limitate fornite viceversa da Gulliksen il 27 gennaio 1937, nel corso della sua intervista al quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet.

Alla fine del gennaio 1937, infatti, l’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller si degnò almeno di riferire al giornale laburista che l’aereo decembrino del 1935 era pervenuto a suo dire da “Linkoping”, ossia dall’estero e da una città svedese, osservando altresì anche che a bordo del velivolo in questione non si trovavano passeggeri.

Linkoping, da un lato, e dall’altro l’assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre del 1935: almeno Gulliksen fornì due notizie specifiche sul volo del dicembre del 1935, nella sua sopracitata intervista all’Arbeiderbladet.

Bene: ma ora analizzate con cura e diligenza lo pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, giudici-lettori. Non troverete in alcun modo, non avrete in alcun modo l’occasione di ottenere e acquisire attraverso quest’ultimo almeno le due informazioni in esame, elargite con parsimonia da Gulliksen solo un mese prima e il 27 gennaio del 1937, durante la sua intervista telefonica con il giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Anche tale innegabile dato di fatto attesta ulteriormente che siamo dunque in presenza di uno pseudo rapporto, tra l’altro manipolato con cura rispetto agli eventi del dicembre del 1935 dall’aeroporto di Kjeller: le dichiarazioni di Gulliksen del gennaio 1937 servono in pratica da involontaria ma significativa cartina di tornasole sulla paurosa debolezza dello pseudorapporto del febbraio del 1937.

Quattordicesima anomalia: lo pseudorapporto del febbraio 1937 non venne mai reso pubblico dalle autorità aeroportuali di Kjeller, venendo – per breve tempo e con l’obbligo di restituzione – solo nelle mani degli uffici doganali norvegesi.

Ma per quale motivo tale report venne tenuto segreto da Gulliksen e i suoi sottoposti, se veramente esso avesse dimostrato l’inesistenza del volo di Pjatakov nel dicembre 1935?

Come controprova si può notare subito che anche da un esame superficiale sarebbe invece emersa la sua indiscutibile fragilità e inconsistenza intrinseca, a partire dal gigantesco “buco nero” e dall’altrettanto evidente “buco bianco” sottolineati in precedenza, e via elencando: una serie di ragioni più che sufficienti per tenere riservato e per non pubblicare in alcun modo il documento in oggetto, redatto alla fine di febbraio del 1937.

Sedicesima nota dissonante: la quasi totale assenza di informazioni rispetto a “Jaquet”, all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937.

Il cognome Jaquet emerse sicuramente dai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller, ma lo pseudorapporto non ci fornisce in alcun modo:

  • il nome di Jaquet;
  • la nazionalità di Jaquet;
  • lo scopo del suo presunto volo decembrino fino a Kjeller;
  • l’aeroporto da cui sarebbe partito Jaquet, prima di arrivare a Kjeller con il suo velivolo.

Anche tale “silenzio” in merito allo pseudorapporto del 1937 fa emergere, ancora una volta e con sempre maggiore forza, il “buco nero” che lo corrode dall’interno e lo rende totalmente privo di credibilità.

Ma non solo: un’altra anomalia consiste nel fatto indiscutibile per cui Gulliksen, durante la sua intervista del gennaio del 1937 all’Arbeiderbladet, invece non citò mai e in alcun caso Jaquet, ossia il pilota che avrebbe fatto atterrare a Kjeller l’unico aereo del dicembre 1935.

Riesaminiamo a questo punto per intero la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Rispondendo per via telefonica, alla fine di gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”.

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.

“Si”.

Ora, qualcuno riesce a trovare la parola e il cognome Jaquet, in tale intervista di Gulliksen? Noi, no.

Il primo e colossale problema che sorge a questo punto è che, supponendo per un istante che il tabulato in oggetto nella riga relativa al dicembre del 1935 fosse corretto e non manipolato, Gulliksen nel gennaio del 1937 aveva davanti a sé e a sua completa disposizione dei dati di fatto che indicavano per l’appunto Jaquet, come pilota dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Tuttavia egli non indicò in alcun modo Jaquet come l’aviatore che guidò tale velivolo, nella sua intervista all’Arbeiderbladet: ma per quale motivo? Forse perché era distratto e/o aveva altre faccende da sbrigare, durante la sua intervista telefonica al quotidiano norvegese socialdemocratico?

Secondo problema: come si è già ricordato più volte, Gulliksen citò espressamente “il signor Robertson” (che però nei tabulati a nostra disposizione è segnalato come “signor Robinson”) come il pilota dell’inoffensivo velivolo del 19 settembre 1935, un “signor Robertson” con cui tra l’altro egli “era in buoni rapporti”, ma invece Gulliksen non citò e non nominò mai Jaquet, ossia il (presunto) pilota dell’interessantissimo aereo pervenuto a Kjeller nell’interessantissimo dicembre del 1935. Per quale motivo? C’è un solo motivo ragionevole e plausibile: Gulliksen non voleva in alcun modo fornire alla stampa e al mondo intero il cognome di Jaquet per la semplice ragione che Jaquet non era il pilota, non era in alcun modo alla guida del velivolo che giunse realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, realmente provenendo dall’estero ma da Berlino e non certo da “Linkoping”, e non certo avendo come aviatore il Jaquet del report del febbraio 1937.

L’incredibile fragilità della pseudorelazione in oggetto diventa ancora più evidente se poi si tiene a mente un’altra anomalia, e cioè che nella sola riga dei tabulati riguardante il dicembre del 1935 non risulta chiaro ed evidente neanche il modello e la tipologia dell’unico velivolo atterrato in quel mese a Kjeller.

Se infatti si ingrandisce e si esamina a fondo la sigla contenuta nello pseudorapporto in riferimento al dicembre 1935, la “H” maiuscola di LN-HAO sembra abbastanza simile e può essere anche confusa a prima vista con la “B”, e quindi come LN-HAO può essere confusa con LN-BAO, come emerge dalla riga in oggetto allargata al massimo e paragonando la “H” ingrandita del rapporto con la “B”: ingigantiamo quindi tale riga, come fece l’investigatore Harrison Ford/Dekker nell’eccellente film Blade Runner seppur usando tecniche molto più sofisticate, e collochiamo sotto ad essa le parole LN-BAO come emergono dai tabulati in esame in altri mesi e periodi.

 

 

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Acca maiuscola e bi maiuscola, entrambe battute a macchina nei tabulati in oggetto del 25 febbraio 1937: due lettere maiuscole molto simili, vero?

Sembra proprio che il curatore e l’estensore reale della riga dei tabulati in oggetto abbia voluto creare confusione e incertezze anche in questo campo specifico, come del resto fece anche rispetto al “buco bianco” sopracitato. Sembra proprio che egli abbia voluto scrivere la consonante “acca” maiuscola nel corso della battitura a macchina, in modo tale da permettere alle autorità aeroportuali di Kjeller di affermare, in caso eventuale di bisogno e di emergenza, che la “H” di HAO potesse essere invece la  “B” di BAO; in modo tale da permettere a Gulliksen e ai suoi superiori di dichiarare, in caso eventuale di emergenza, che partendo dai tabulati non si poteva essere sicuri al cento per cento del modello e tipo di aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935; in modo tale, quindi, da creare loro una comoda via di fuga, in presenza di una sempre possibile situazione potenziale di necessità e in caso eventuale di ulteriori sollecitazioni/domande da parte dell’ufficio doganale di Kjeller relative all’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ancora una volta emerge la portata e il peso multilaterale del “buco nero” sopracitato. Nella pseudorelazione del febbraio 1937 manca infatti del tutto, tra le altre “dimenticanze”, anche una brevissima ma esatta descrizione del modello dell’aereo decembrino del 1935 da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, e cioè una brevissima enunciazione scritta da parte loro e che avrebbe dissipato almeno eventuali dubbi sulla “H” e sulla “B”, ossia sulla natura e tipologia del velivolo giunto in loco nel mese “caldo” in via d’esame.

Ennesima nota dissonante: il calcolo delle probabilità, utilizzato e applicato al “buco bianco” sopracitato sulla data di arrivo a Kjeller dell’aereo del dicembre del 1935.

Quest’ultimo è dovuto sicuramente a una graffettazione dei fogli. Ma a questo punto bisogna chiedersi quali probabilità sussistessero che tale opera di graffettazione, su un foglio normale di carta, cadesse proprio sullo spazio del giorno di arrivo del dicembre del 1935 e non invece:

  • un centimetro sopra/pochi millimetri sopra;
  • un centimetro sotto/pochi millimetri sotto;
  • un centimetro/pochi millimetri a destra;
  • un centimetro/pochi millimetri a sinistra.

La risposta a tale domanda risulta semplice: le probabilità di tale evento erano molto basse, sempre riferendosi alla pagina in oggetto.

Infatti in tutti i quattro casi e nelle situazioni sopra elencate, l’opera di graffettazione avrebbe creato un “buco bianco” che non avrebbe in alcun modo coperto e sommerso il giorno di atterraggio dell’aereo decembrino: eppure, a dispetto del calcolo di probabilità sfavorevole, è proprio quello che successe nel report del febbraio 1937, tanto che l’opera di graffettazione in oggetto “colpì” e “affondò” proprio lo spazio occupato dal giorno d’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, ossia colpi e occultò proprio una delle informazioni richieste dall’ufficio doganale di Kjeller.

Del resto le operazioni di manipolazioni dell’ufficio aereoportuale di Kjeller da parte loro erano facilitate notevolmente dalla trascrittura nel report in oggetto degli originali degli arrivi/partenze in loco, scritti invece a mano nell’agosto 1935-maggio 1936 e ricopiati a macchina in seguito dai sottoposti di Gulliksen nell’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel febbraio del 1937.

Terz’ultima anomalia: nello pseudorapporto in via d’esame sussiste un’unica e sola aggiunta a mano ai tabulati degli arrivi/partenze, diversa quindi dalle pagine scritte invece con la macchina da scrivere e tra l’altro dotata di una certa rilevanza. Guarda caso, questa vistosa eccezione risulta infatti posizionata proprio sotto l’unica riga dei tabulati dedicata all’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, con un abbozzo di numeri poco comprensibili che sembrano forse indicare il numero 13:30: forse l’orario di arrivo o ripartenza del velivolo decembrino che tanto interessava l’ufficio doganale di Kjeller, nel febbraio del 1937. Un’altra presunta coincidenza?

Ulteriore anomalia: dagli elementi acquisti durante la nostra ricerca, e confermati da Rob Mulder, nel 1935 le schede venivano compilate manualmente dai piloti e consegnate a mano all’ufficio predisposto in aeroporto. Dunque l’elenco compilato in seguito alla richiesta della dogana era stato battuto a macchina prima di spedirlo alla stessa: ci viene da chiedere a questo punto, per quale motivo l’aeroporto di Kjeller non trascrisse la sola scheda dell’unico pilota e dell’unico volo di dicembre, trasmettendola con tutti i dati che il pilota aveva fornito. Non era forse più semplice, più corretto e più veloce, dato che tale semplice azione avrebbe sicuramente fornito i dati mancanti? E se per regolamento dell’aeroporto la scheda in questione non potevano spedirla, perché non trascriverla a macchina, come avevano fatto sui sei mesi forniti alla dogana?

A questo punto va inoltre evidenziata un’altra clamorosa nota dissonante, e cioè che nello pseudorapporto in esame non emerse in alcun modo il nome di Linköping, la città di Linköping e l’aeroporto di Linköping, a differenza di ciò che invece avvenne con le precedenti affermazioni di Gulliksen, di solo un mese prima.

Esaminiamo infatti due fatti innegabili, connettendoli poi tra loro.

Primo elemento indiscutibile: nella sua dichiarazione al quotidiano Arbeiderbladet del 27 gennaio del 1937, Gulliksen affermò che un unico aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo da Linköping e dall’aeroporto di tale centro urbano.

Secondo fatto sicuro: nel rapporto del 25 febbraio 1937 che stiamo esaminando, non emerse invece in alcun modo e non appare in alcuna forma la parola Linköping, l’aeroporto e la città di Linköping.

I giudici-lettori possono riguardare con cura due, dieci e cento volte il rapporto in via d’esame, ma non troveranno la parola in oggetto, le poche sillabe (Lin-kö-ping) di cui stiamo discutendo: provare per credere.

Bene, a questo punto colleghiamo tra loro e connettiamo le due informazioni – indiscutibili, sicure – di cui siamo ormai in possesso e ragioniamo su di esse. Utilizzando tale pratica riflessiva, la domanda che sorge quasi inevitabile è la seguente: su quali basi, usando quali fonti Gulliksen dichiarò allora che l’aereo (sicuramente, indiscutibilmente) atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era arrivato in loco partendo da Linköping, dall’aeroporto di Linköping?

Per quale ragione, inoltre, nel rapporto in oggetto non compare Linköping?

Forse Gulliksen citò Linköping nel gennaio del 1937, nella sua intervista con l’Arbeiderbladet, basandosi e trovando la sua fonte in una inchiesta condotta in precedenza dalle autorità aeroportuali di Kjeller, e/o dalle forze armate norvegesi e/o dalla polizia norvegese e/o dal governo norvegese?

Ma in questo caso, dunque perché nel rapporto del 25 febbraio del 1937 non emerge alcunché di questa precedente e presunta indagine, pre-27 gennaio 1937? E ancora: per quale misterioso e inspiegabile motivo, all’interno del “rapporto” del 25 febbraio del 1937 non si fece alcun riferimento a una precedente e presunta indagine pre-27 gennaio 1937, che avrebbe dunque indicato Linköping – e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo giunto realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, dando quindi ragione ai norvegesi e torto marcio a Stalin?

Forse allora, come seconda ipotesi, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una precedente e presunta dichiarazione di Jaquet, del presunto pilota dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 al fine di attestare che fosse Linköping il luogo di partenza del velivolo in oggetto?

Ma anche in questo caso, dunque, perché nel “rapporto” del 25 febbraio 1937 non emerse alcunché, non si mostrò alcunché di questa precedente e presunta dichiarazione di “Jaquet”? E ancora: per quale motivo misterioso nel “rapporto” del 25 febbraio del 1937, non si fece alcun riferimento a una precedente, presunta dichiarazione di Jaquet pre-27 gennaio del 1937, che avrebbe indicato Linköping e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo realmente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935?

Forse che, in terzo luogo, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio 1937 una precedente e presunta testimonianza di un meccanico, e/o di una guardia, e/o di un addetto al rifornimento di Kjeller?

In questo caso ipotetico valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare la testimonianza del meccanico/guardia/addetto al rifornimento/ecc. di Kjeller”) con due ulteriori problemi aggiuntivi.

Da chi avrebbero dunque saputo il luogo di provenienza del velivolo decembrino, il meccanico/guardia/addetto al rifornimento?

E se l’avessero saputo da “Jaquet” perché non citare tale fatto all’interno del “rapporto del 25 febbraio del 1937? Perché non indicare “Jaquet” come fonte delle presunte informazioni acquisite dal meccanico/guardia/ecc.?

Forse allora, in quarta battuta, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una sua personale e presunta memoria diretta degli eventi del dicembre del 1935 a Kjeller?

Anche in questo caso ipotetico, valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare, nello pseudo rapporto del 25 febbraio del 1937, la testimonianza diretta e personale di Gulliksen”), con tre ulteriori problemi aggiuntivi.

Se Gulliksen fosse stato presente direttamente, quando arrivò il solitario aereo del dicembre del 1935, perché allora egli non comunicò tale ghiotta e rassicurante informazione al quotidiano Arbeiderbladet e al mondo intero, il 27 gennaio del 1937?

E ancora: da chi egli ebbe e ascoltò in prima persona l’informazione che il velivolo in oggetto era arrivato da Linköping se non dal presunto “Jaquet”, dal presunto pilota del dicembre del 1935?

E in questo caso, perché dunque non citare la “fonte Jaquet” all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, un Jaquet (Edmond H. O. Jaquet) ben vivo e in buona salute sia nel gennaio che nel febbraio del 1937 e che terminò la sua lunga esistenza nell’aprile del 2006?

Forse allora Gulliksen e l’ufficio aeroportuale di Kjeller, come quinta ipotesi, utilizzarono in data 27 gennaio del 1937 e nella sua intervista all’Arbeiderbladet dei documenti scritti, ovviamente datati dicembre 1935, che attestassero che Linköping (e non Berlino) costituiva il luogo di partenza reale dell’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935?

In primo luogo, non esiste alcuna prova dell’esistenza di tale presunto documento/documenti: e almeno per una volta l’onere della prova cade e grava su chi dovesse fare tale affermazione e sostenere tale teoria.

In secondo luogo, per quale motivo tale presunto documento scritto su Linköping non venne citato in alcun modo e in alcuna forma, né da Gulliksen in data 27 gennaio del 1937 durante l sua intervista con l’Arbeiderbladet né all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937?

In sostanza emerge un nuovo e particolare “buco nero” all’interno del documento del febbraio del 1937, se si mette in relazione e in connessione quest’ultimo con le dichiarazioni rese quasi un mese prima da Gulliksen su “Linköping” durante la sua intervista all’Arbeiderbladet: e l’unica spiegazione possibile per tale nota dissonante è che l’aereo del dicembre del 1935 non giunse a Kjeller partendo dall’aeroporto di Linköping, ma da un altro nodo logistico, berlinese e tedesco.

Avvocato del diavolo: “ho letto anch’io con attenzione i tabulati di Kjeller in esame, e innanzitutto mi sono accorto che vi sono due aerei “mai arrivati” nel settembre 1935: e cioè l’aereo del tipo LN-ABE, che partì il 12 settembre 1935, e l’altro velivolo LN-ABE che ripartì – sempre senza alcuna registrazione in loco – il 14 settembre 1935, di proprietà sempre della compagnia aerea Widerøe A/S”.

Sono aerei di nessuna importanza rispetto agli eventi successivi del dicembre del 1935, la cui mancata registrazione del loro arrivo risulta in ogni caso spiegata facilmente dal fatto che i tabulati in oggetto partivano solo dal 30 agosto 1935: se, come pensiamo, i due velivoli in oggetto erano giunti a Kjeller il 29 agosto, oppure il 28 agosto, e via retrocedendo nel tempo, essi non sarebbero ovviamente rientrati nei registri forniti il 25 febbraio del 1937. A supporto di tale tesi, sussiste altresì il fatto sicuro che il velivolo del 12 settembre 1935 risultava di proprietà della compagnia aerea tedesca D-IVOA, ossia di una società straniera e non norvegese, con quindi meno possibilità di utilizzare con rapidità l’aereo di sua proprietà collocato allora nel paese scandinavo.

Lo stesso discorso vale anche per l’ininfluente aereo LN-BAO del 17 aprile 1936, atterrato in quella data con a bordo Jaquet e che non risulta ripartito, almeno dai tabulati in oggetto: la ragione di tale mancata ripartenza è per l’appunto che le registrazioni in via d’esame finiscono il 2 maggio del 1936 e non prendono quindi inevitabilmente in considerazione una ripartenza dell’LN-BAO in oggetto il 3 maggio, o il 4 maggio, e via avanzando nel tempo.

Avvocato del diavolo: “l’aereo LN-ABW partì in ogni caso nel marzo del 1936, e anche di esso non risulta in alcun modo l’arrivo a Kjeller”.

Anche tale velivolo non ha in alcun modo attinenza con il dicembre del 1935, e in ogni caso esso realmente ripartì sicuramente da Kjeller nel periodo più favorevole per i voli e una volta finito l’inverno, a differenza – evidente e plateale – dei velivoli del 26 novembre e del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “l’aereo del dicembre 1935, ossia del volo decisivo, potrebbe essere del tipo LN-BAO e non LN-HAO: infatti la acca maiuscola in oggetto di LN-HAO quasi sembra una bi maiuscola, se esaminata attentamente”.

Innanzitutto abbiamo già notato che la sigla in oggetto, anche e proprio se la ingrandiamo al massimo, risulta HAO e non BAO.

Ma anche se si volesse sostenere – senza basi concrete – che il modello dell’aereo che risulta dai tabulati di Kjeller fosse invece del tipo LN-BAO, sorgerebbe subito il gravissimo problema per cui avremmo un aereo LN-BAO del 15 febbraio del 1936 che risulterebbe in tal caso “spaiato”, visto che dai tabulati in oggetto esso risulterebbe arrivato due volte a Kjeller.

Se si esaminano con cura i tabulati in oggetto, risulta infatti che effettivamente un velivolo del tipo LN-BAO atterrò – atterrò, non ripartì – a Kjeller il 15 febbraio del 1936, alle ore 11,10: ma tale aereo per l’appunto atterrò e giunse a Kjeller, e quindi non “ripartì” e non si levò in volo da Kjeller. E visto che nessun altro aereo del tipo LN-BAO giunse a Kjeller dal dicembre 1935 fino al 14 febbraio 1936, stando sempre ai tabulati in oggetto, il velivolo LN-BAO del 15 febbraio risulta pertanto un diverso aeroplano rispetto all’aereo del dicembre del 1935, anche volendo ammettere per un istante che la sigla in oggetto di quest’ultimo fosse “LN-BAO” e non “LN-HAO”.

Se invece si volesse sostenere la tesi opposta, ossia che fosse lo stesso aereo, si otterrebbe subito l’inevitabile ma assurda conseguenza per cui tale velivolo sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 senza ripartire in alcun modo dall’aeroporto in oggetto, ma per poi atterrare di nuovo e una seconda volta in loco senza essersi mai allontanato dallo snodo logistico di Kjeller: sarebbero necessari troppi miracoli e troppi fenomeni paranormali, ossia un “doppio atterraggio” senza una preventiva ripartenza tra i due arrivi.

Controprova ulteriore: l’aereo LN-BAO del 15 febbraio 1936 ripartì da Kjeller in poco tempo, presumibilmente il giorno stesso o i due giorni seguenti, e cioè il 16 febbraio o il 17 febbraio, in una data impossibile da conoscere con sicurezza in quanto coperta da un altro “buco bianco” che emerge dal report in oggetto.

Avvocato del diavolo: “è possibile che l’aereo con la presunta/reale sigla LN-BAO sia stato demolito per motivi tecnici all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, e che tale sigla sia stata successivamente immatricolata su un altro aereo decollato da un altro aeroporto, successivamente atterrato ancora a Kjeller il 15 febbraio del 1936. Ecco spiegato il doppio atterraggio!”

Siamo ormai tornati ancora una volta nel campo del paranormale, oltre che del ridicolo. Ma, tornando seri, possiamo tranquillamente dimostrare che l’aereo atterrato nel dicembre del 1935 con sigla LN-BAO era del modello Security Airster S-1A di proprietà della compagnia aerea Hesselberg-Mayer & Arnesen/Oslo >Norsk Lufttrafikk Erling Jensen >Vest-Norges Flyveselskap/Bergen, immatricolato l’8 febbraio del 1935 e demolito perché precipitato il 3 marzo del 1938. Nel marzo del 1938, quindi, e non nel dicembre del 1935, come risulta chiaramente dai documenti a nostra disposizione.

Avvocato del diavolo: “riflettendo ancora sulle trascrizioni dei voli dall’originale alla battitura a macchina è possibile che l’addetto d’ufficio quando trascrisse la ripartenza del velivolo LN-BAO avesse sbagliato e così, accanto alla data del 2 febbraio, invece di LN-BAO avesse trascritto LN-BAS. Un errore umano e più che comprensibile”.

Quindi le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero sbagliato nel scrivere “LN-HAO” invece di “LN-BAO” e subito dopo, sempre per un presunto errore umano “comprensibile”, avrebbero errato anche trasformando “LN-BAO” in “LN-BAS”, vincendo in tal modo, sempre “comprensibilmente”, il Guinness dei primati degli errori di battitura: siamo rientrati nel mondo del paranormale, per l’ennesima volta.

Avvocato del diavolo: “le autorità aeroportuali di Kjeller usarono la frase “cortesemente rimandato indietro”, ossia chiesero all’ufficio doganale di restituire loro il rapporto in via d’esame, semplicemente perché Kjeller era un aeroporto di tipo militare, con tutti i vincoli di segretezza derivanti da ciò”.

Innanzitutto Gulliksen e soci fornirono alla dogana di Kjeller solo l’elenco dei voli civili, e non di quelli militari: per gli otto mesi in esame non emergeva quindi alcun “segreto militare”, di alcun tipo o natura.

In secondo luogo era ormai passato più di un anno dal dicembre 1935, oltre che da un volo che – stando almeno a Gulliksen – non aveva nulla di strano o illegale: perché dunque richiedere indietro alla dogana di Kjeller lo pseudorapporto in oggetto e i tabulati e non invece lasciare ad essa almeno una copia, se tali documenti non nascondevano nulla di losco e di strano? Tanto più che il report in oggetto costituiva solamente una “copia conforme certificata” degli originali sulle partenze/arrivi di velivoli a Kjeller nei mesi che vanno dalla fine dell’agosto del 1935 al 2 maggio del 1936: una copia, e non quindi il testo originale degli aerei civili – e non militari – arrivati in loco durante i mesi in oggetto.

Avvocato del diavolo: “ma se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero davvero voluto manipolare e manomettere il report, non sarebbe bastato loro modificare i dati sul volo di dicembre, o addirittura farle scomparire del tutto quest’ultimo?”

Le autorità aeroportuali di Kjeller non potevano “far sparire” i meccanici, i controllori e le guardie che lavoravano a Kjeller nel dicembre del 1935, vista la natura liberaldemocratica della Norvegia  del 1937.

Esse invece realmente manipolarono i dati sull’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, visto sia il “buco bianco” sopracitato che l’assurda sigla LN-HAO, sigla che venne invece usata solo dopo il 1944. Per coprire la loro manipolazione, esse evitarono inoltre con cura di scrivere anche poche righe dettagliate sul solitario velivolo del dicembre 1935, creando dunque il “buco nero” esaminato in precedenza, oltre a far sparire del tutto i dati sulla ripartenza di tale velivolo (il presunto LN-HAO) da Kjeller, che avrebbe sempre potuto essere ricordato dai meccanici, dalle guardie e dei controllori di volo in loco, visto il “difetto” insito in ogni aereo, alias la necessaria presenza umana: oltre a ciò, sempre per cercare di nascondere le loro astute manomissioni, Gulliksen e i suoi sottoposti “annegarono” il rapporto in oggetto con il flusso di informazioni inutili sui voli dell’agosto 1935, settembre 1935 e così via.

Avvocato del diavolo: “alcuni elementi da voi citati possono essere interpretati come semplici e innocenti errori burocratici, semplici e innocenti errori tecnici e di battitura”.

Innanzitutto non fu certo un “errore”, tecnico o burocratico, la totale assenza di una relazione/microrelazione da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sull’unico aereo civile pervenuto in loco nel dicembre 1935, ma bensì una scelta lucida, cosciente e deliberata.

Inoltre siamo ormai in presenza di troppo presunti “errori”, tecnici e burocratici, per credere alla tesi avanzata dall’avvocato del diavolo.

Il presunto “errore” costituito dal “buco bianco” sopracitato.

Il presunto errore sull’LN-HAO, sigla su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Il presunto errore “Norsk Lufttrafikk A/S.

Troppi errori “tecnici”, tra l’altro e per la sola riga dedicata al solitario volo del dicembre 1935: ossia al solo velivolo che interessava la dogana di Kjeller nel febbraio del 1935, e di conseguenza all’unico aereo/volo sul quale le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto relazionare con la massima precisione, con la massima cura e diligenza tecnica e per così dire “burocratica”.

Se poi il giorno fosse stato realmente il 22 dicembre, e cioè quasi dieci giorni dalla data (12 o 13 dicembre 1935, al massimo) che risulta dalla testimonianza processuale di Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese, Gulliksen e i suoi sottoposti non l’avrebbero segnalato in modo chiaro e senza ombra di dubbio “tecnici”

Avvocato del diavolo: “non potremo mai sapere se l’elenco dei voli in via d’esame sia stato archiviato e bucato prima o dopo averlo inviato all’ufficio doganale, e quindi c’è la possibilità che all’inizio il famoso e oscurato numero 22 fosse chiaro e leggibile”.

Si, è molto difficile che viene subito da pensare, per logica, che proprio quella dogana che richiese informazioni solo e unicamente rispetto all’arrivo di aerei del mese di dicembre del 1935 possa avere fatto un buco proprio nei dati dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935.

Inoltre abbiamo già notato che il problema principale è che il “buco bianco” avrebbe avuto pochissima rilevanza se (se…) vi fosse stata una relazione/microrelazione di Gulliksen e sottoposta anche sulla data esatta di atterraggio del volo decembrino del 1935: relazione/microrelazione specifica che invece mancò totalmente e non certo per colpa e responsabilità delle dogane norvegesi, ma viceversa delle astute autorità aeroportuali di Kjeller e dei loro superiori.

Superate le obiezioni dell’avvocato del diavolo, passiamo a riesaminare la figura di Edmond H. O. Jaquet, ossia del presunto pilota del dicembre 1935 a Kjeller.

Edmond H. O. Jaquet nacque nell’agosto del 1914 in Svizzera e, trasferitosi in Norvegia con la famiglia, si interessò fin da giovanissimo di volo aereo.

Nel 1935 egli era diventato ormai un pilota, che tra l’altro aveva effettuato il servizio militare in Norvegia: come si evince dalla rivista “Fly Luftfartsbladet”, numero 1 del 1937 pagina 14, proprio il 21 gennaio del 1937 e solo due giorni prima dell’inizio del secondo processo di Mosca nel quale testimoniò Pjatakov, Jaquet era diventato anche il vicepresidente di un’associazione di piloti militari a soli ventidue anni, venendo citato nell’articolo in esame con la qualifica di “fenrik”, ossia di sottotenente delle forze armate norvegesi.

Edmond H. O. Jaquet era stato dunque un sottotenente dell’aviazione norvegese ed era legato ai circoli militari del paese scandinavo: e a questo proposito è appena il caso di ricordare che l’aeroporto di Kjeller era destinato a scopi prevalentemente militari, oltre che gestito allora da un militare come il maggiore T. Gulliksen, uno degli esponenti di quelle forze armate norvegesi con le quali Jaquet era in stretto contatto anche il 21 gennaio del 1937.

Interessante e molto stimolante anche un’altra informazione relativa a Edmond H. O. Jaquet, che emerge dal sito http://www.lokalhistorye.wiki.no, alla voce “Edmond Jaquet”: quest’ultimo era infatti diventato proprio durante gli anni Trenta co-proprietario della Norsk Lufttrafikk A/S, ossia guarda caso proprio di quella società aerea – fondata nel 1925 – a cui i tabulati del 25 febbraio 1937 attribuivano la proprietà dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935. Un’altra “coincidenza” interessante, a nostro avviso.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei numerosi risultati che abbiamo via via acquisito: e l’insieme dei dati di fatto oggettivi che si sono via via accumulati dimostra con assoluta sicurezza come il rapporto in oggetto sia stato manipolato con astuzia, ma senza alcun ritegno da parte delle autorità aeroportuali di KJeller.

Proprio tale opera di falsificazione diventa subito una concretissima “pistola fumante” a sostegno della tesi per cui Pjatakov arrivò proprio a Kjeller nel dicembre del 1935, con un velivolo decollato da Berlino e ripartito dall’aeroporto di Kjeller nel giro di poche ore il 12 o 13 dicembre del 1935.

IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO SECONDO

 

Linköping e gli otto “buchi neri” di Gulliksen

 

 

Partiamo dall’esame critico della “seconda versione” proprio nella sua tradizionale roccaforte, e cioè la tesi secondo cui il volo clandestino di Pjatakov non era avvenuto (e non poteva in ogni caso avvenire) nel dicembre del 1935 per la semplice ragione che nessun aereo straniero era giunto in volo dall’estero in Norvegia nel mese preso in esame, né tanto meno nell’aeroporto di Kjeller posto vicino a Oslo, indicato dalla pubblica accusa stalinista nel gennaio del 1937 come punto di scalo e di arrivo di Pjatakov sul suolo norvegese: pertanto mancavano totalmente i mezzi materiali e l’opportunità concreta affinché quest’ultimo potesse compiere, partendo da Berlino, il suo presunto volo/colloquio segreto con Trotskij, che a sua volta nel dicembre del 1935 sicuramente risiedeva nella cittadina di Honefoss, collocata nella parte meridionale della Norvegia e a circa cinquanta chilometri di distanza da Kjeller.

Anche per noi risulta evidente l’importanza del problema, ma lo poniamo in modo diverso: se nessun velivolo proveniente dall’estero e da paesi stranieri fosse arrivato sul suolo norvegese nel dicembre del 1935, se nessun aereo – senza far distinzione di nazionalità tra i vettori aereonautici – fosse giunto negli aeroporti norvegesi nel dicembre del 1935, se nessun aereo proveniente dall’estero – sempre senza far distinzione di nazionalità tra i velivoli – fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, allora il volo di Pjatakov non è mai esistito. E a catena, non sarebbe mai potuto avvenire l’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij; e a catena, Pjatakov avrebbe detto clamorosamente il falso, e Trotskij invece la verità sul (presunto) volo a Kjeller; e di conseguenza, cadrebbe subito la tesi sull’esistenza di rapporti di collaborazione politica tra Trotskij e alcuni gerarchi nazisti.

Siamo pertanto in presenza di un punto nodale, per la questione dell’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935. Se questa fosse stata realmente la situazione in Norvegia nel fatidico mese di dicembre del 1935, per Pjatakov sarebbe stato assolutamente impossibile raggiungere la zona vicino a Oslo partendo da Berlino, in cui egli si trovava a quel tempo in visita ufficiale, visto che qualunque altra forma di trasporto avrebbe portato via all’allora viceministro sovietico per l’industria pesante troppo tempo per il viaggio di andata e ritorno, e cioè due giorni di andirivieni (treno/auto per i confini settentrionali della Germania, traghetto per le coste norvegesi, treno/auto per la zona norvegese di Honefoss dove allora risiedeva Trotskij, ritorno a Berlino per via terrestre/marittima, ecc.); tale ipotetica modalità di viaggio avrebbe comportato inoltre troppi controlli doganali e troppi possibili testimoni lungo il tragitto, oltre a un’assenza eccessivamente prolungata e vistosa da Berlino, dal personale sovietico operante in loco e dagli obblighi diplomatici, dagli incontri ufficiali che comporta inevitabilmente una missione politico-commerciale in paesi esteri.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: in questo caso a Pjatakov sarebbero mancati in modo assoluto sia i mezzi materiali che l’opportunità per compiere il suo volo a Kjeller e quindi per vedere Trotskij, e sia i mezzi che l’opportunità risultano di sicuro due elementi centrali, al fine di verificare l’esistenza di un particolare “delitto” quale il volo clandestino in via d’esame.

E’ questa la premessa fondamentale del punto di forza (apparente) della “seconda versione” rispetto al quale vogliamo confrontarci, specificando ancora che la frase e il concetto “nessun aereo proveniente dall’estero in Norvegia, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935” non deve assolutamente far distinzione di nazionalità tra gli aerei: deve comprendere infatti gli aerei di nazionalità estera e non norvegese (argentini, finlandesi, cubani, britannici e via elencando, senza eccezione) come anche gli stessi aerei norvegesi, i velivoli di nazionalità norvegese.

Se invece emergesse che anche un solo velivolo proveniente dall’estero fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, sempre senza alcun riguardo rispetto alla nazionalità dell’aereo proveniente da fuori dei confini della Norvegia, crollerebbe subito il caposaldo della “seconda versione”, ossia l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov e l’assoluta mancanza di mezzi e opportunità per il volo di quest’ultimo, a causa dell’assenza di aeroplani giunti da paesi stranieri sul suolo norvegese e a Kjeller nel mese in via di esame: a Pjatakov bastava infatti usare un solo e unico aereo, per compiere il viaggio di andata e ritorno da Berlino alla Norvegia.

Sembra solo una banale specificazione, assolutamente ragionevole e quasi scontata, ma non risulta né banale né scontata e, come vedremo, assumerà subito una certa importanza: non fu infatti un caso che sia l’intelligente e astuto Trotskij che l’astuto Gulliksen non abbiano parlato mai di “un volo proveniente dall’estero” ma invece di un “aereo straniero”, giunto a Kjeller ovviamente provenendo dall’estero, concentrando da abili illusionisti proprio su tale punto l’attenzione.

A questo punto andiamo al sodo esaminando proprio la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Si tratta di una testimonianza accettata come assolutamente valida da Trotskij, dai sostenitori della “seconda versione” e dagli storici occidentali in genere, con il protagonista (Gulliksen) che si trovava in Norvegia, non certo a Mosca e pertanto fuori dalle grinfie di Stalin: non vi è alcun sospetto che egli fosse un simpatizzante nascosto di Stalin e anzi, come si vedrà tra poco, egli risulta come minimo un testimone assai reticente e molto sospetto, ma tuttavia proprio Gulliksen, e con le sue stesse parole, ci fornisce involontariamente tutta una serie di prove concrete che demoliscono dalla radice la tesi dell’impossibilità materiale (nessun mezzo, nessuna opportunità) del volo di Pjatakov.

Rispondendo per via telefonica, alla fine del gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”[1].

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.

“Si”[2].

Poche parole e tante prove emergono dalla testimonianza di Gulliksen, ma con una sorta di involontario “fuoco amico” contro la tesi che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Prima prova sicura fornita da Gulliksen: l’aeroporto di Kjeller risultò sicuramente aperto e funzionante nel dicembre del 1935, visto che “solo un aereo atterrò qui”. Lasciando stare per un attimo la frase “solo un aereo”, secondo lo stesso Gulliksen perlomeno un “aereo atterrò qui”, a Kjeller e nel dicembre del 1935, e pertanto l’aeroporto di Kjeller risultava certamente operativo e funzionante nel dicembre del 1935. Parola di Gulliksen, e non certo di Stalin: l’aeroporto di Kjeller, situato vicino a Oslo, accoglieva aerei e non risultava certo chiuso, nel dicembre del 1935, come del resto risulta dal rapporto scritto che venne elaborato dalle autorità aeroportuali di Kjeller a fine febbraio del 1937 e su cui ritorneremo.

Seconda prova sicura fornita da Gulliksen: come minimo un aereo viaggiava e volava realmente nei cieli della Norvegia, nel dicembre del 1935. In altri termini, con la sua affermazione Gulliksen ha provato senza alcun dubbio che la Norvegia meridionale del dicembre del 1935 non si era in alcun modo trasformata in una sorta di “triangolo delle Bermude”, ossia in una zona in cui era impossibile volare e atterrare per gli aerei operanti e attivi nel 1935.

Terza prova sicura fornita da Gulliksen: almeno un aereo era realmente atterrato nell’aeroporto di Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia nello stesso mese in cui si svolse (secondo la tesi stalinista) il volo di Pjatakov e il colloquio segreto tra quest’ultimo e Trotskij.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: Gulliksen disse chiaramente che “nel dicembre del 1935” – dicembre – “un aereo” (certo, un solo aereo: ma ci torneremo) “atterrò qui” a Kjeller, mentre Pjatakov a sua volta affermò che il suo viaggio ufficiale diplomatico a Berlino era avvenuto proprio nel dicembre del 1935 e poco dopo il suo arrivo nella capitale tedesca in data 10 o 11 dicembre 1935, verificandosi quindi proprio nel mese indicato da Gulliksen.

Forniamo inoltre altre prove sicure (non fornite questa volta da Gulliksen, ma su cui Gulliksen avrebbe concordato) di carattere tecnico-logistico, e cioè che:

  • a Berlino, nel dicembre del 1935, esisteva un aeroporto di buona qualità come quello di Tempelhof;
  • nel 1935 a Berlino esistevano aerei (tedeschi o di marca straniera) capaci di effettuare lunghe distanze, assai più prolungate di quella Berlino-Oslo (nel 1927 e otto anni prima del 1935, C. Lindberg aveva ad esempio trasvolato senza sosta l’Atlantico coprendo una distanza di ben 5860 chilometri);
  • Berlino dista da Oslo 839 chilometri in linea diretta, con una rotta aerea invece pari a 1031 chilometri;
  • il viaggio aereo tra Berlino e Oslo richiedeva nel 1935 circa quattro ore per un aereo di trasporto di medie prestazioni in condizioni metereologiche normali, senza compiere uno scalo intermedio;
  • lo statunitense J. H. Doolittle nel settembre del 1929 aveva simulato con successo un volo solo strumentale, mentre nel maggio del 1932 era stato compiuto il primo volo strumentale in solitaria;
  • fin dal 1931 proprio i piloti tedeschi erano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, oltre ad avere una radio a bordo ;[3]
  • esistevano altresì aerei che portavano più di due passeggeri a bordo, come ad esempio l’aereo tedesco Junkers JU 52 del 1931, capace di portare fino a diciotto passeggeri da Berlino a Roma senza scalo e volando sopra le Alpi in otto ore[4].
  • esistevano altresì aerei come il tedesco Messerschmitt BF 108 versione B, capace di portare tre passeggeri oltre al pilota e con un’autonomia di volo di circa 1000 km, che entrò in servizio proprio nel 1935[5].
  • la Norvegia stessa acquistò alcuni aerei tedeschi del modello Messerschmitt BF 108, prima del 1939[6].

Giudici-lettori: “d’accordo, diamo per assodati e sicuri i dati di fatto geografici e tecnici di cui sopra, ma arriviamo al punto, per favore: infatti abbiamo verificato che in Norvegia si poteva volare e atterrare, nel dicembre del 1935, oltre che un aereo risulta atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935 e nel mese in cui si sarebbe svolto il presunto/reale volo di Pjatakov.

Ma la sostanza della questione è diversa, come ammesso da voi in precedenza, e riguarda invece l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, derivata a sua volta dal fatto che nessun aereo era giunto in Norvegia da fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: e Gulliksen dice chiaramente che nessun aereo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che nel suo aeroporto era arrivato solo un aereo norvegese sempre in quel periodo”.

No, cari giudici-lettori: l’astuto Gulliksen certo ci informa che nessun aereo straniero era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ma anche (seppur in modo assolutamente reticente) è costretto a rivelarci che l’aereo “norvegese” di cui parla era partito da Linköping[7].

E’ questa la quarta e decisiva prova testimoniale – sicura e inequivocabile – che ci fornisce Gulliksen: l’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva a suo dire da Linköping. Dall’aeroporto di Linköping.

Un fatto sicuro: Linköping, la città di Linköping.

Avvocato del diavolo: “ma cosa avrebbero di tanto particolare Linköping, la città e l’aeroporto di Linköping?”.

Linköping ha di particolare per il nostro “giallo” il fatto, sicuro e incontestabile, di non essere una città norvegese, nel 2016 come nel 1935: viceversa Linköping risultava nel dicembre del 1935 ed è tuttora un centro urbano svedese, collocato fuori dai confini della Norvegia.

Colpo di scena, giudici-lettori.

Linköping è una città svedese, e lo era anche nel 1935: non si tratta di un’informazione fasulla proveniente dalla “scuola stalinista di falsificazione” (Trotskij rispetto ai processi di Mosca), ma viceversa di una realtà sicura e certa, come del resto l’esistenza e l’operatività di un aeroporto nel centro urbano svedese di Linköping anche nel dicembre del 1935.

Se dunque Linköping risultava nel 1935 una città svedese (controlla pure su Internet, avvocato del diavolo), anche seguendo la testimonianza di Gulliksen l’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: fatto sicuro, certo e inequivocabile, tra l’altro fornito dall’insospettabile (per la “seconda versione”) Gulliksen e riportato dallo stesso Trotskij, nella sua deposizione della commissione Dewey e durante la tredicesima sessione di quest’ultima. Controlla pure su Internet, avvocato del diavolo, anche su tale punto specifico.

Logica, sicura e inevitabile conseguenza: dato per assodato che Linköping risultava nel dicembre del 1935 una città svedese e con un aeroporto in loco, l’aereo norvegese proveniente “da Linköping” giungeva pertanto dall’estero e da fuori dei confini norvegesi, anche e proprio in base alla testimonianza del reticente Gulliksen.

E a catena, visto che tale aereo proveniva sicuramente da fuori dei confini norvegesi, diventa subito falsa la tesi secondo cui nessun aereo proveniente dall’estero fosse arrivato in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935; in altri termini, crolla subito e totalmente la tesi sull’impossibilità materiale per Pjatakov di compiere un viaggio da Berlino a Oslo, inattuabilità che come si è già notato costituiva a sua volta il punto forte della “seconda versione”, almeno finora.

Bisognava provare innanzitutto che il volo di Pjatakov a Oslo non fosse impossibile nel dicembre del 1935, e che quindi Pjatakov avesse mezzi e opportunità per compiere il suo volo nella zona di Oslo nel dicembre del 1935: sotto questo aspetto cosa abbiamo finora trovato, grazie a Gulliksen?

Abbiamo avuto l’informazione in base alla quale l’aeroporto di Kjeller era certamente aperto e operativo, nel dicembre del 1935.

Abbiamo scoperto che realmente si volava, viaggiava e atterrava in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935: nessun “triangolo delle Bermude” proiettato in terra nordica, pertanto, nel mese in esame.

Abbiamo scoperto che un aereo risultava realmente atterrato a Kjeller, proprio nel dicembre del 1935 e proprio nel mese in cui Pjatakov era arrivato in missione diplomatica a Berlino.

Abbiamo soprattutto ottenuto la rivelazione che l’unico aereo, il solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: da Linköping e dalla Svezia, se non altro secondo le dichiarazioni dell’ufficiale militare T.G. Gulliksen.

Inoltre ormai sappiamo che nel dicembre del 1935 l’aereo proveniente dall’estero e atterrato a Kjeller risultava distante solo cinquanta chilometri da Honefoss e dalla cittadina norvegese nella quale risiedeva indubbiamente Trotskij, durante il mese che ci interessa.

Sappiamo inoltre con sicurezza che a Berlino, nel dicembre del 1935, esistevano aerei e aeroporti moderni, e abbiamo appreso che a Kjeller, punto d’arrivo norvegese del presunto/reale volo di Pjatakov, esisteva ed era soprattutto operativo un aeroporto; sappiamo che il volo da Berlino a Oslo (circa mille chilometri) risultava più che fattibile sul piano tecnico nel 1935, e a tal fine basta solo ricordare la celebre transvolata oceanica di Lindbergh del maggio 1927 e avvenuta circa otto anni prima del dicembre 1935.

Conclusione inevitabile, a Pjatakov quindi non mancavano né i mezzi né le opportunità per compiere un volo da Berlino a Oslo (e ritorno), nel dicembre del 1935: non solo non sussisteva alcuna impossibilità assoluta rispetto al viaggio aereo, ma anzi erano ben presenti tutti i presupposti e le condizioni concrete per il trasferimento dell’allora viceministro dell’industria pesante sovietica da Berlino a Kjeller, in terra norvegese, a partire proprio dall’arrivo a Kjeller dall’estero di quel misterioso velivolo del dicembre 1935 su cui torneremo tra poco.

Addio per sempre, quindi, all’ormai defunta teoria sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov verso la Norvegia nel dicembre del 1935, e più precisamente il 12 o 13 dicembre.

Perché comunque fermarsi solo a questi elementi di fatto e alla demolizione di una tesi divenuta ormai insostenibile? Abbiamo già notato che involontariamente Gulliksen risulta una ricca fonte di informazioni, ma a vantaggio dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov.

Un altro elemento sicuro, fornito dall’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller, consiste nel fatto certo in base al quale un solo aereo (e uno solo) atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, e guarda caso esso proveniva dall’estero, mentre la quota risultava viceversa pari a zero per gli aerei invece provenienti dalla stessa Norvegia e diretti/atterrati a Kjeller, sempre nei trentun giorni in via d’esame.

Rileggiamo infatti attraverso una prospettiva diversa le dichiarazioni di Gulliksen, giudici-lettori. Gulliksen rilevò testualmente che a Kjeller, nel dicembre del 1935, “solo un aereo atterrò qui”: frase apparentemente innocua, se staccata e avulsa dal fatto (sicuro) che tale aereo proveniva dal di fuori dei confini norvegesi, ma che va ora invece letta e interpretata in una luce molto sfavorevole per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Stando alle affermazioni dello stesso Gulliksen, infatti, nessun velivolo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 provenendo dagli altri aeroporti norvegesi, a parte per l’appunto la clamorosa eccezione del volo giunto dall’estero, e almeno a suo dire da “Linköping”.

In altri termini: aerei provenienti a Kjeller dagli altri aeroporti norvegesi = zero, nel dicembre 1935.

Aerei invece giunti nel dicembre del 1935 a Kjeller partendo da aeroporti esteri, non-norvegesi: uno.

Si tratta di un’asimmetria notevole, che fa pensare inevitabilmente: “ma non è un fatto strano che l’unico e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse dall’estero e dal di fuori dei confini norvegesi, mentre sappiamo che il presunto/reale viaggio di Pjatakov è collocato temporaneamente proprio nel dicembre del 1935?”.

Ulteriore elemento sicuro, fornito involontariamente da Gulliksen: il fatto sicuro per cui dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936, e quindi per più di sette lunghi mesi, e quindi per circa duecentoventi giorni, pochissimi aerei provenienti dall’estero erano atterrati a Kjeller. In quasi sette mesi e mezzo, dal 18 settembre del 1935 fino al 30 aprile del 1936, secondo Gulliksen solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo da stati stranieri, da aeroporti stranieri: e una di queste rare, solitarie “aquile del cielo” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, e cioè in concomitanza temporale (su scala mensile, certo) con il presunto/reale volo di Pjatakov del dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “si può trattare solo di una coincidenza fortuita…”.

No, signor avvocato del diavolo: siamo in presenza di cinque “coincidenze fortuite”, non di una sola.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese, nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava funzionante nel dicembre del 1935, anche secondo il suo direttore T. Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta in loco per tutto il mese di dicembre del 1935: e tale aereo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando almeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè il giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, ben pochi aerei giunsero all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per circa duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie”, di questi pochi velivoli atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, ossia nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dopo il dicembre del 1935, e dal primo gennaio 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen e “in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto” non atterrò a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando sempre alla versione di Gulliksen – e sicuramente arrivato a Kjeller da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”. Il misterioso aereo in esame atterrò provenendo dall’estero all’aeroporto di Kjeller, località che guarda caso dista solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, ossia dalla cittadina della Norvegia meridionale nella quale indubbiamente risiedeva Trotskij nel dicembre del 1935: in pratica solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, separavano Kjeller da Honefoss e dalla zona nella quale era allora collocato Trotskij.

Una sola “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un determinato evento, ma cinque “coincidenze fortuite”, cinque “casualità” sullo stesso fatto-volo risultano come minimo molto sospette, anche se considerate isolatamente e senza altri elementi sicuri di prova. Secondo il principio individuato dal criminologo francese E. Locard, quando una persona nell’ambito di un crimine entra in contatto con un’altra persona o un oggetto (= l’aeroporto di Kjeller, nel caso specifico), lascia sempre delle tracce sull’oggetto del suo delitto: una traccia come quella ad esempio lasciata dal misterioso e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo sicuramente dall’estero.

La tesi delle “cinque coincidenze fortuite” sullo stesso evento-volo si rivela subito insostenibile e indifendibile: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 risalta ed emerge infatti come una grossa macchia di inchiostro nero schizzata su un foglio bianco, anche perché la combinazione di presunte casualità in via d’esame deriva inevitabilmente dalle dichiarazioni rese da un testimone antistalinista, oltre che – come vedremo tra poco – come minimo molto reticente.

Avvocato del diavolo: “d’accordo, un aereo è arrivato dall’estero a Kjeller nel dicembre del 1935. Ma in ogni caso tale velivolo norvegese non arrivava da Berlino ma viceversa dalla città svedese di Linköping, e inoltre non aveva a bordo passeggeri: non avete quindi provato niente di importante”.

Ormai caduta e crollata per sempre la tesi sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, alla “seconda versione” rimane solo la parola del militare norvegese T. Gulliksen per poter affermare che l’aereo realmente arrivato dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, provenisse proprio da Linköping, fosse di nazionalità norvegese e che esso inoltre non avesse a bordo alcun passeggero, ad esempio un certo signor Pjatakov.

Stiamo quindi affrontando un problema molto diverso da quello affrontato in precedenza, dovendo a questo punto “solo” verificare se si può prestare fede alle affermazioni e alla tesi di Gulliksen sul fatto che l’aereo in esame fosse norvegese e provenisse da Linköping, e non invece da Berlino, non avendo poi a bordo alcun passeggero: ma a questo proposito risulta relativamente facile dimostrare che Gulliksen mentì in modo abile su questi nodi ed elementi decisivi, utilizzando a tal fine proprio una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Gulliksen.

Anche tralasciando per il momento le “cinque coincidenze” fortuite sopra esaminate, è infatti Gulliksen in prima persona ad autodistruggere involontariamente la veridicità e il livello di credibilità delle sue stesse dichiarazioni attraverso otto clamorosi “buchi neri” e due asimmetrie incredibili, che emergono proprio mentre egli fornì dati e informazioni sui voli arrivati via via a Kjeller, dal settembre 1935 fino al 1 maggio 1936.

A questo proposito va subito sottolineato che nelle sue dichiarazioni telefoniche, rese al giornale laburista norvegese Arbeiderbladet e riportate per esteso proprio da Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, alla fine di gennaio del 1937 Gulliksen non fornì né il giorno dell’atterraggio del volo dicembrino proveniente a suo dire da Linköping, né l’identità del pilota dell’aereo a suo dire norvegese proveniente dall’aeroporto svedese, né la tipologia del velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935.

Fatto innegabile, ma allo stesso tempo assai singolare e anzi assurdo, se Gulliksen fosse stato un testimone in buona fede.

Avvocato del diavolo: “perché strano? Forse si è trattato solo di una banale dimenticanza, oppure la dichiarazione di Gulliksen risultava molto breve e concisa…”.

Non proprio. Sempre grazie a Trotskij e alle sue affermazioni, espresse durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, veniamo infatti a conoscenza che proprio lo stesso Gulliksen, e sempre nella sua dichiarazione telefonica del 29 gennaio del 1937, con grande diligenza e abbondanza di dettagli sottolineò invece rispetto all’ultimo aeroplano straniero atterrato a Kjeller nel 1935 che esso atterrò “il 19 settembre” del 1935, notando anche che “era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Esso era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”[8].

Un aereo atterrato a Kjeller “il 19 settembre” del 1935.

Un velivolo britannico e pilotato dal “signor Robertson”.

Un aereo “inglese SACSF”.

Un velivolo con a bordo il “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Ma quante informazioni! Bravo, signor Gulliksen: un funzionario molto preciso, pignolo e inappuntabile, almeno rispetto all’innocuo volo e all’atterraggio del 19 settembre 1935. Peccato che in merito all’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, egli si dimentichi invece di aggiungere: l’aereo del tipo “xy” è atterrato il giorno “x” del dicembre 1935, e il suo pilota era “xyz”.

Soffermiamoci su questo nodo assai importante, perché a modo suo e indirettamente Gulliksen ci fornisce subito tre indizi fondamentali, e combinati tra loro, a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov, anche se tutti e tre in forma negativa e mediante tre “dimenticanze” assurde e abnormi, se Pjatakov non fosse realmente atterrato all’aeroporto di Kjeller provenendo dalla Berlino nazista del dicembre del 1935.

Ma per capire bene la loro importanza dobbiamo innanzitutto tener presente che un aereo risulta un oggetto molto ingombrante, impossibile da nascondere a testimoni diretti quali ad esempio i meccanici, gli addetti al rifornimento di carburante e le guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; dobbiamo avere altresì ben presente che nel gennaio del 1937 era passato solo poco più di un anno dal dicembre del 1935 e che inoltre un solo e unico aereo, dalla Norvegia o dall’estero, era atterrato nel dicembre del 1935 a Kjeller, rimanendo quindi potenzialmente “esposto” e ben impresso nella memoria collettiva dei lavoratori e delle guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; quindi di troppi testimoni potenziali, in un mese di dicembre nel quale tra l’altro esistevano nel 1935 (come ai nostri giorni) due precise date di riferimento per questi ultimi, ossia il 25 e il 31, Natale e Capodanno.

In terzo luogo va ancora sottolineato e ricordato che, nella sua deposizione in via d’esame, Gulliksen descrisse invece senza alcun problema il giorno dell’arrivo dell’ultimo aereo straniero e giunto dall’estero prima del dicembre del 1935 (il 19 settembre del 1935), il modello dell’aereo (un aereo britannico SACSF) e il pilota dello stesso, un certo “Robertson”, specificando anche che con quest’ultimo egli aveva buoni rapporti[9].

Infine si deve tenere a mente che il governo laburista in carica dal marzo del 1935 al gennaio del 1937 aveva a quel tempo relazioni poco felici con l’Unione Sovietica, anche a causa dell’asilo politico concesso dalle autorità di Oslo nel giugno del 1935 a un celebre nemico di Stalin come Trotskij, oltre ad essere ovviamente sotto pressione all’inizio del 1937 per le rivelazioni fornite da Pjatakov sul suo viaggio clandestino e sotto falso nome in terra norvegese.

A questo punto possiamo tornare all’esame dei primi tre “buchi neri” della testimonianza, di Gulliksen, attentamente studiata da quest’ultimo (e probabilmente dal governo norvegese) e pubblicata il 29 gennaio del 1937 sull’Arbeiderbladet.

Prima e fondamentale “dimenticanza”: Gulliksen non ci fornisce il giorno dell’atterraggio del volo proveniente a suo dire dalla Svezia, a differenza del caso dell’aereo inglese giunto a Kjeller il 19 settembre del 1935, e siamo subito in piena fantascienza.

In pratica un solo e unico aereo era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, non certo cento o mille; Gulliksen aveva perfettamente a sua disposizione i registri degli arrivi (anzi, dell’unico arrivo) di aerei a Kjeller nel dicembre del 1935; nella sua intervista telefonica all’Arbeiderbladet egli dichiarò testualmente di aver “esaminato il registro giornaliero” degli arrivi a Kjeller, prima di effettuare le sue dichiarazioni; Gulliksen sapeva inoltre benissimo che era in questione l’esistenza o meno del volo dicembrino di Pjatakov, anche attraverso la sua testimonianza; e avendo tutto ciò bene in mente, egli non fornì come minimo il giorno esatto dell’arrivo a Kjeller dell’aereo proveniente, a suo dire, dalla città svedese di Linköping?

Eppure è ciò che accadde, con un primo “buco nero” incredibile: in altri termini, Gulliksen non ci informò, con poche e semplici parole, sul semplice fatto che l’aereo in esame fosse atterrato a Kjeller ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il giorno di Natale del 1935, o altresì l’ultimo dell’anno, e così via. Era un atto facilissimo da compiersi e sintetizzabile in sole tre sillabe (ad esempio, “primo dicembre 1935”, oppure “sette dicembre 1935”, ecc.); eppure tale semplicissima azione non venne compiuta da Gulliksen, nella sua studiata e ben meditata deposizione rilasciata per via telefonica al giornale Arbeiderbladet.

Per quale motivo Gulliksen non indicò il giorno d’arrivo del volo da Linköping, mentre l’aveva fatto invece con ammirevole e notevole precisione rispetto all’innocuo e insignificante aereo britannico giunto a Kjeller, il 19 settembre del 1935?

Secondo buco nero: Gulliksen non ci dice niente neanche del modello dell’aereo “norvegese” giunto a suo dire “da Linköping” a Kjeller, mentre invece aveva fornito con precisione e senza problemi tutta una serie di informazioni (“aereo britannico SACSF”) in merito al velivolo britannico giunto nell’aeroporto da lui diretto il 19 settembre del 1935. Per quale motivo Gulliksen non ci fornisce neanche il semplice e banale dettaglio rispetto alla tipologia dell’aereo, a suo dire norvegese?

Terzo “buco nero”: Gulliksen si “dimentica” altresì di indicarci il nome (o i nomi) del pilota (o dei piloti) che aveva guidato l’aereo “norvegese” da Linköping fino a Kjeller, aprendo subito la caccia ai motivi di tale (non certo casuale) rimozione di un ulteriore elemento materiale banale, semplicissimo per lui da ricordare o almeno da reperire, utilizzando a tale scopo anche i registri del tempo dell’aeroporto di Kjeller a sua piena e completa disposizione. Sappiamo infatti dell’esistenza del “signor Robertson”, ossia del pilota britannico dell’ininfluente volo arrivato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma invece nulla del pilota (o dei piloti) dell’influente e interessantissimo velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, in una data non specificata, non indicata e non citata da Gulliksen; sappiamo addirittura, sempre grazie a Gulliksen, che egli era “in buoni rapporti con il signor Robertson” e quindi con il pilota atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma Gulliksen non rivela invece alcunché sull’identità dell’aviatore giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, con un presunto “aereo norvegese” e quindi quasi sicuramente anche con un pilota norvegese, della stessa nazionalità di Gulliksen.

In sostanza del solo, unico, solitario aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, proprio durante il mese “caldo” per il volo di Pjatakov e proprio nel mese (gennaio 1937) in cui la Norvegia si trovava sotto i riflettori dei giornali di buona parte del mondo, Gulliksen si “dimentica” di fornirci perlomeno e come minimo la data esatta dell’atterraggio del dicembre del 1935, mentre invece subito e con precisione ci informa che non c’era alcun passeggero a bordo. Siamo nel campo dell’assurdo, specialmente se teniamo sempre a mente che invece Gulliksen rilevò senza problemi data di atterraggio, modello di aereo e pilota (il sig. Robertson) dell’insignificante e innocuo aereo britannico del 19 settembre 1935, creando pertanto una dissonanza e un’asimmetria clamorosa, palpabile e indiscutibile tra le informazioni fornite rispetto ai due diversi voli/atterraggi presi in esame, e tra l’altro per gli ultimi quattro mesi del 1935, dallo stesso Gulliksen.

Oltre a questa prima e fondamentale asimmetria, risulta subito facile scoprirne anche una seconda: infatti Gulliksen, con ammirevole precisione, si era ricordato e aveva dato notizia ai giornali e al mondo intero anche del primo volo arrivato dall’estero nel suo aeroporto durante il 1936, sottolineando come si è già visto con notevole pignoleria che esso era giunto a Kjeller “il 1 maggio del 1936”.

Di nuovo bravo, signor Gulliksen: quando voleva, egli costituiva un funzionario statale impeccabile e molto attento alle date e ai dettagli, in questo caso al “1 maggio del 1936”.

Peccato che lo stesso Gulliksen si sia invece – e non certo casualmente – “dimenticato” di informare il globo terrestre sulla data esatta di atterraggio del velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935. In altri termini Gulliksen ha messo a conoscenza tutto il mondo, con indiscutibile precisione, delle date di arrivo riguardanti sia il volo del 19 settembre 1935 che quello del 1 maggio 1936 ma, guarda caso, egli non ha invece fornito alcuna informazione precisa (se non riferire che “nessun passeggero era a bordo”) in merito all’aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935: siamo quindi in presenza di due asimmetrie, e non di una sola, aventi per oggetto in ogni caso sempre i giorni esatti di atterraggio dei velivoli nell’aeroporto norvegese in quel periodo diretto da Gulliksen.

Ma non ci basta rilevare i tre clamorosi “buchi neri” di Gulliksen e le due asimmetrie appena indicate, visto che simultaneamente possiamo anche mostrare le reali ragioni che spiegano tali fenomeni e fatti indiscutibili, altrimenti assurdi e quasi inconcepibili.

Per quanto riguarda il primo “buco nero”, relativo alla mancata esposizione della data dell’atterraggio, la semplice e unica risposta è che l’aereo che atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 non solo proveniva dall’estero, ma altresì che il velivolo era giunto in loco proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, e cioè proprio nei giorni indicati da Pjatakov rispetto al suo volo in Norvegia.

Una brutta notizia per le autorità norvegesi, e un dato di fatto molto spiacevole che esse dovevano neutralizzare e rendere innocuo a tutti i costi di fronte all’opinione pubblica, norvegese e internazionale: ma come?

Gulliksen non poté ovviamente citare una di tali date, perché esse simultaneamente avrebbero messo in crisi il governo norvegese e fatto invece trionfare il detestabile (per i laburisti norvegesi) Stalin, ma allo stesso tempo egli non poteva far sparire del tutto il volo giunto dall’estero: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 rappresentava infatti un mezzo vistoso e ingombrante, l’avevano visto meccanici, guardie e addetti alla fornitura di carburante ed esso risultava tra l’altro l’unico velivolo atterrato (proveniente dall’estero) nel dicembre del 1935, il cui arrivo costituiva pertanto un evento ricordabile con relativa facilità da questi ultimi.

L’unica soluzione possibile per Gulliksen e il governo laburista norvegese risultava pertanto quella di citare brevemente il volo del dicembre 1935, ma senza dichiarare in alcun modo la data precisa di arrivo e il giorno esatto di atterraggio a Kjeller del velivolo arrivato dall’estero.

Visto che Pjatakov affermò di essere atterrato in Norvegia e in un aeroporto norvegese proprio nel dicembre del 1935, il silenzio totale di Gulliksen sulla data esatta di arrivo del misterioso velivolo sicuramente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 risulta già di per sé estremamente significativo: ma a questo primo elemento concreto si possono subito aggiungere alcune verifiche incrociate sul carattere rivelatore del primo “buco nero” di Gulliksen.

Prima prova del nove: ovviamente la precisione dimostrata invece da Gulliksen sul 19 settembre del 1935, sulla data di arrivo dell’aereo inglese SACSF pilotato “dal signor Robertson”. Se l’aereo fosse arrivato ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il 25 dicembre, o il 31 dicembre di quell’anno, Gulliksen avrebbe fornito la notizia sulla data di arrivo con la stessa tranquillità, con la medesima sicurezza e con la stessa pignoleria usate invece rispetto all’atterraggio dell’innocuo aereo britannico giunto in Norvegia nel settembre del 1935, il “19 settembre” del 1935 con “il signor Robertson” a bordo, oltre che per il volo del 1 maggio del 1936.

Seconda controprova: la rapidità ed “efficienza” con cui Gulliksen rilevò che sull’aereo in via di esame non vi erano a bordo “passeggeri”. Se il velivolo in oggetto era arrivato davvero da Linköping e in un giorno diverso dal 12 e 13 dicembre del 1935, che bisogno c’era di fornire tale (precisa, per una volta) informazione da parte di Gulliksen?

Terza verifica. Gulliksen ci informa altresì, nella sua intervista telefonica, che a Kjeller stazionavano e agivano delle “guardie”, e che quindi era “assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”. Ma il volo di Pjatakov, stando alla versione di quest’ultimo, atterrò a Kjeller nelle prime ore del pomeriggio: il riferimento alla “notte” da parte di Gulliksen, pertanto, non ha alcun senso se non quello di cercare di rendere per forza impossibile il volo di Pjatakov.

Anche in questo caso, come nei precedenti, siamo in presenza di un surplus e di una sovrabbondanza di dettagli e informazioni quasi inutili, tese solo a mascherare il problema decisivo della data di arrivo su cui invece Gulliksen, viceversa assai loquace su elementi irrilevanti, non ci dice niente.

Quarta verifica incrociata della nostra tesi: Gulliksen addirittura ci fornisce delle informazioni banali ma precise sulle sue relazioni personali con il “signor Robertson”, con cui egli era “in buoni rapporti”, ma invece tiene un totale silenzio sulla notizia decisiva nel caso in via d’esame, e cioè sulla data esatta di arrivo dal misterioso velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

Quinta “prova del nove”: per quale motivo Gulliksen e i suoi superiori non fecero testimoniare il pilota – o i piloti – dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935? Se realmente il velivolo in oggetto proveniva da Linköping e senza passeggeri a bordo, il suo pilota (o i piloti) avrebbero potuto facilmente confermare almeno con una deposizione scritta non solo tali elementi di fatto, ma altresì ricordarsi anche del periodo in cui avvenne il volo, seppur a grandi linee: ad esempio notando che esso era avvenuto all’incirca all’inizio del mese, oppure poco prima di Natale o negli ultimi giorni di dicembre del 1935. Ma non vi fu invece alcuna deposizione, telefonica o scritta, né alcuna conferenza stampa da parte del pilota sconosciuto – o dei piloti ignoti – alla guida dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, in data non meglio precisata.

Effettuate queste particolari verifiche, non vi possono essere dubbi che l’unica spiegazione possibile per comprendere il silenzio tombale, altrimenti assurdo e abnorme, di Gulliksen, sulla data esatta di atterraggio dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, è che tale velivolo pervenne in loco in un giorno terribilmente scomodo e inopportuno per le autorità norvegesi e per Gulliksen: il 12 o 13 dicembre, e cioè proprio in una delle date che emergevano dal resoconto fornito da Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese.

Se la nostra tesi non fosse vera, il silenzio dell’astuto Gulliksen costituirebbe infatti non solo un fatto incomprensibile e abnorme, ma sarebbe andato poi contro gli stessi interessi di quest’ultimo e del governo norvegese del tempo, di matrice laburista: un esecutivo in carica dall’inizio del 1935 e quindi responsabile anche degli atti commessi da funzionari statali del loro paese nel dicembre 1935, oltre che ovviamente attento a non darla vinta al detestato regime stalinista e alle sue accuse in merito al volo clandestino di Pjatakov a Kjeller, in terra norvegese.

Se l’aereo misterioso non fosse atterrato a Kjeller il 12 o il 13 dicembre del 1935, ma viceversa e  ad esempio il 2, il 10, il 16, il 24, il 31 dicembre del 1935, affermando la pura e semplice verità e fornendo il dato veritiero del giorno di arrivo dell’aereo giunto “da Linköping”, Gulliksen avrebbe reso un ottimo servizio al suo governo, facendo saltare tutto l’impianto dei processi di Mosca del gennaio del 1937 e mostrando con sicurezza che esso costituiva solo una farsa, screditando pertanto davanti a tutto il mondo la dirigenza dell’Unione Sovietica del tempo; eppure Gulliksen non disse proprio niente, in merito al giorno esatto dell’atterraggio del misterioso aereo proveniente (a suo dire..) da Linköping, creando tuttavia in tal modo un’anomalia e una nota dissonante clamorosa e abnorme ma, allo stesso tempo, relativamente facile da comprendere e interpretare.

Gulliksen non rivelò l’informazione sul giorno di arrivo del misterioso aereo proveniente da “Linköping” per una sola e semplice ragione, e cioè che tale data risultava per l’appunto il 12 o 13 dicembre del 1935: le due date che emergono dalla testimonianza resa da Pjatakov al processo di Mosca del gennaio del 1937. Ma indirettamente, e proprio non rivelando la data in cui il misterioso velivolo giunse da “Linköping” a Kjeller, Gulliksen forzatamente riconobbe, seppur in modo obliquo e parziale, tale realtà di fatto: non rivelare – volutamente e coscientemente – il giorno di atterraggio dell’anomalo aereo dicembrino proveniente, almeno a suo dire, da Linköping, equivaleva infatti a un’indiretta, parziale ma inequivocabile ammissione rispetto a tale elemento decisivo. Spesso le migliori menzogne avvengono infatti per omissione, ma esse vengono scoperte se vengono filtrate e decodificate attraverso altri elementi, quali ad esempio la sovrabbondanza di informazioni fornite invece su altri aspetti assolutamente secondari, come il volo del “19 settembre del 1935” del “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Rispetto al secondo “buco nero”, relativo invece alla tipologia dell’aereo proveniente dall’estero, il personale tecnico di un aeroporto anche nel 1935 risultava sufficientemente esperto e dotato di cognizioni tali da poter riconoscere un modello di velivolo dall’altro: Gulliksen era pertanto costretto, per forza di cose, a glissare e passare sotto silenzio anche tale punto rimanendo forzatamente sul vago, a differenza dell’ammirevole precisione da lui dimostrata invece quando descrisse l’innocuo e insignificante “aereo inglese, SACSF” pilotato dal “signor Robertson”, e l’altrettanto innocuo volo del 1 maggio del 1936.

E il terzo “buco nero”, sul nome del pilota? Dare un nome e cognome preciso, fornire un’identità precisa al pilota risultava in ogni caso un’azione evidentemente rischiosissima per le autorità politiche di Oslo.

Se esse e Gulliksen avessero infatti dichiarato che quest’ultimo era di nazionalità norvegese, tale aviatore avrebbe potuto essere facilmente rintracciato e negare tutto, contribuendo in tal modo a rivelare come minimo la data dell’isolato, unico e solitario atterraggio compiuto a Kjeller nel dicembre del 1935: e cioè l’elemento fattuale basilare che Gulliksen e il governo norvegese non potevano né volevano in alcun modo svelare alla stampa e a Stalin, pena la perdita della faccia e una gigantesca crisi politica interna (“ma allora è vero che il nostro governo ha mentito, sul volo di Pjatakov”). Se invece Gulliksen avesse ammesso che il pilota non era di nazionalità norvegese, il solo fatto di rivelare la sua identità straniera avrebbe provocato l’immediato e devastante collasso della tesi ufficiale, facendo infatti subito nascere una domanda molto semplice: “perché un aereo norvegese, o spacciato per norvegese, aveva alla sua guida un pilota straniero e non invece un aviatore norvegese?”.

Per quanto riguarda invece le due asimmetrie in esame, esse derivano in modo inevitabile e necessario dal confronto tra l’obbligato – e rivelatore – silenzio di Gulliksen sulla scottante data di arrivo dell’aereo dicembrino e la viceversa, tranquilla, precisa enunciazione da parte sua delle innocue informazioni sugli inoffensivi aerei del 19 settembre 1935 e del 1 maggio 1936.

Tre buchi neri clamorosi di Gulliksen, sull’aereo arrivato a suo dire da Linköping.

Tre dati di fatto non forniti da quest’ultimo, in maniera a prima vista inspiegabile.

Due evidenti asimmetrie tra le scarne informazioni sull’aereo dicembrino e le notizie invece fornite in abbondanza da Gulliksen, sia sull’insignificante e inoffensivo aereo britannico SACSF, arrivato il 19 settembre del 1935 a Kjeller e guidato dal “signor Robertson” con il quale egli “aveva buoni rapporti” che rispetto all’aereo del 1 maggio del 1936.

Una sola spiegazione possibile, per tale trio combinato di “buchi neri” e simultaneamente anche le asimmetrie in via d’esame: il volo era arrivato a Kjeller nei giorni (12 o 13 dicembre) indicati da Pjatakov al processo di Mosca, in un periodo quindi “caldissimo” per il povero Gulliksen e per le autorità di Oslo, mentre l’aereo britannico del 19 settembre del 1935 era tutto, meno che pericoloso per loro, cosi come il velivolo del 1 maggio 1936.

Inevitabile conseguenza: l’aereo atterrò nei giorni “caldi” indicati da Pjatakov e soprattutto non proveniva da Linköping, ma viceversa da Berlino e proprio con Pjatakov a bordo.

Avanziamo subito una sfida ai giudici-lettori: trovate un’interpretazione plausibile diversa da quella da noi fornita che spieghi, allo stesso tempo, sia i tre “buchi neri” sopracitati, che le due asimmetrie esposte poco sopra.

Per aiutarvi in questa operazione, affrontiamo di nuovo la questione utilizzando il criterio di esclusione delle opzioni a disposizione di Gulliksen e dei suoi superiori, mettendoci nei loro panni.

Accettiamo per un istante l’ipotesi dell’inesistenza del volo/atterraggio di Pjatakov in Norvegia e a Kjeller.

Dato per assodato questo presupposto, abbiamo già notato che se davvero Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 Gulliksen e i suoi superiori non avrebbero avuto alcun problema a esporre che l’aereo norvegese del tipo xy, guidato dal pilota norvegese xyz, era atterrato in loco in un giorno qualunque del mese in via d’esame: il 1 dicembre del 1935, o il 7 dicembre oppure la vigilia di Natale, e così via.

Essi avrebbero potuto anche far testimoniare davanti alla stampa proprio il pilota norvegese xyz, in grado di dichiarare – in perfetta buona fede e in accordo con il reale svolgimento dei fatti – che egli aveva davvero pilotato un velivolo del tipo xy da Linköping a Kjeller, in un giorno x del dicembre del 1935 e senza avere a bordo alcun passeggero: e più precisamente, senza alcun passeggero con un passaporto tedesco, alto e con quei capelli rossicci che contraddistinguevano sul piano fisico un certo Pjatakov.

Ma invece le autorità norvegesi e Gulliksen non lo fecero e non fornirono tali informazioni: otteniamo quindi la prima prova logica, rispetto al volo e atterraggio di Pjatakov in terra norvegese nel dicembre del 1935.

Se invece, nel caso opposto, Pjatakov fosse atterrato davvero a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935 verso le 15,00 del pomeriggio, seguendo tale premessa le autorità statali norvegesi e Gulliksen avrebbero invece avuto a loro disposizione solo tre possibilità, e cioè:

  • non fornire alcuna informazione precisa sul giorno dell’atterraggio, oltre che sul pilota e modello dell’aereo atterrato a Kjeller;
  • mentire sul giorno/pilota/aereo del dicembre del 1935;
  • dichiarare che nessun aereo era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

In merito a quest’ultima opzione, basta ricordarsi la bella poesia di Brecht intitolata “Generale, il tuo carro armato”, nella parte in cui recita “Generale, il tuo bombardiere è potente, vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare”.

Si tratta di uno splendido concetto e di un’idea che calza a pennello per il nostro caso in via d’esame.

Il gravissimo difetto dell’ipotesi volta a negare qualunque atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935 era infatti che “il meccanico” di Kjeller, l’operaio addetto al rifornimento di carburante, la guardia dell’aeroporto, ecc., avrebbero potuto benissimo rammentare nel 1937 che nel dicembre del 1935 era giunto nell’aeroporto in cui lavoravano un isolato, e quindi eccezionale e ben ricordabile, velivolo; essi potevano sempre “pensare” (Brecht) a tale aereo del dicembre del 1935, e “pensare” eventualmente di rivelare al mondo tale informazione.

Ipotesi da scartare quindi, per Gulliksen e le autorità governative norvegesi del gennaio del 1937, a meno di correre rischi troppo gravi di fronte ai mass media norvegesi e internazionali.

Per quanto riguarda invece l’opzione alternativa di mentire sul giorno dell’atterraggio, innanzitutto esistevano pur sempre i registri degli atterraggi (anzi, dell’unico atterraggio) avvenuti a Kjeller nel dicembre del 1935: registri certo falsificabili, ma solo correndo un rischio di scoperta ed esposizione al pubblico non irrilevante, nel migliore dei casi, per Gulliksen e i suoi superiori, in una Norvegia con parlamento, opposizione, mass media conservatori ecc.

In secondo luogo, rimaneva sempre la complicazione che i “meccanici” di brechtiana memoria potessero sempre ricordarsi che il solitario volo del dicembre del 1935 non era atterrato a Kjeller nei primi giorni di dicembre e nel periodo pre-post natalizio: un pericolo modesto, ma non irrilevante.

Inoltre sappiamo altresì che non esiste merce più importante del carburante in un aeroporto e che sicuramente anche gli addetti al rifornimento dell’aeroporto di Kjeller, come di qualsiasi altro aeroporto, non potevano far mancare questa preziosa risorsa.

Detto questo, si può dedurre con quasi assoluta certezza che le “entrate” e “uscite” di questo prezioso carburante fossero e dovessero essere registrate per il semplice motivo che esso era indispensabile, oltre che come minimo esisteva una “memoria collettiva” degli addetti al rifornimento. Anche se essi non avessero segnato la data e il consumo per il rifornimento dell’aereo del dicembre 1935, lo avevano come minimo presente nella memoria; a distanza di un anno dal dicembre del 1935, difficilmente si poteva risalire alla data esatta del rifornimento, ma almeno a grandi linee tale operazione risultava possibile, con tutti i rischi correlati per Gulliksen e soci.

Infine, falsificare il giorno esatto dell’atterraggio comportava soprattutto una conseguenza potenzialmente molto grave e spiacevolissima, sia per le autorità norvegesi che per Gulliksen: e cioè dover fornire e falsificare, per forza di cose e necessariamente, anche i dati relativi al pilota “norvegese” che, nella loro eventuale e falsa versione, sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, tra l’altro in un giorno diverso da quello in cui avvenne realmente l’atterraggio del  velivolo con Pjatakov a bordo. Era un’azione troppo rischiosa, anche perché significava convincere comunque un pilota norvegese a dichiarare il falso, ossia di aver effettuato un volo ed atterraggio mai esistito.

Per tali ragioni, combinate tra loro, anche l’opzione del “mentire sul giorno dell’atterraggio” risultava quindi esclusa per Gulliksen e le autorità norvegesi del gennaio 1937.

Non restava quindi loro che un’unica alternativa, e cioè non fornire alcuna informazione precisa su data di atterraggio, pilota e modello dell’aereo, rispetto al velivolo atterrato realmente a Kjeller nel dicembre del 1935; guarda caso, l’opzione che essi realmente utilizzarono nel gennaio del 1937 e che corrisponde alle dichiarazioni rese da Gulliksen alla fine gennaio del 1937, nella sua intervista telefonica al giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Abbiamo quindi ottenuto una seconda “prova logica” che si collega a quella esposta in precedenza, quando invece abbiamo ipotizzato che Pjatakov non fosse in alcun caso atterrato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

La testimonianza resa da Gulliksen, in ogni caso, non ha certo finito di produrre involontariamente degli effetti significativi, sempre a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov e contro la tesi che l’aereo fosse atterrato “da Linköping” e “senza passeggeri” a bordo.

Ulteriore elemento sicuro (e nuova anomalia) fornito dall’allora direttore di Kjeller: sempre Gulliksen non ci specifica da dove provenisse in prima istanza l’aereo norvegese, atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “come, non ce lo dice? Ci dice invece chiaramente che esso proveniva da Linköping”.

Da Linköping, secondo Gulliksen: ma prima, da quale località era arrivato “l’aereo norvegese” (secondo Gulliksen, certo) ripartito poi da Linköping? Da dove era partito e spuntato, atterrando poi a Linköping? Dal nulla? Dalla nebbia? Ricordiamo che stiamo parlando di Norvegia e Svezia, nel dicembre del 1935: un mese in cui grazie a Gulliksen (e a Trotskij, certo…) sappiamo che un solo e unico aereo era atterrato in uno degli aeroporti più importanti della Norvegia, collocato vicino alla capitale Oslo.

Cerchiamo di indagare per un attimo, sullo strano destino del misterioso “aereo norvegese” in via d’esame.

Fase due: secondo Gulliksen, l’aereo parte da Linköping, Svezia.

Fase tre: esso atterra a Kjeller, Norvegia.

Ma la “fase uno”, alias da dove esso arrivava prima di Linköping?

Arrivava a Linköping da… non si sa da dove.

Era atterrato in precedenza a Linköping il giorno…, il mese…: non si sa quando.

Era partito dalla Norvegia, per arrivare a Linköping? Se si, era partito prima dei mesi invernali e prima dell’ottobre del 1935, quando (sempre stando a Gulliksen) i voli in partenza dalla Norvegia (e in arrivo) si assottigliavano tremendamente? Era partito forse proprio da Kjeller, per andare a Linköping e poi ritornare alla “casa madre”?

Siamo in presenza di un altro “buco nero” e di una nuova “dimenticanza” di Gulliksen, meno importante delle precedenti ma degna in ogni caso di essere sottolineata e tenuta a mente.

Ma passiamo a un altro punto centrale di questo capitolo, e cioè al quinto “buco nero” di Gulliksen: si tratta della questione del contenuto del volo in esame e dei motivi del viaggio, ossia dello scopo e delle finalità del volo Linköping-Kjeller avvenuto (secondo Gulliksen) nel dicembre del 1935.

Per ben intendere tale tema, forniamo però prima alcuni dati preliminari di carattere logistico relativi alla Svezia e alla Norvegia del 1935, oltre che sugli aerei da trasporto merci (i “cargo”).

Linköping dista da Kjeller, nel 1935 come nel 2016, circa trecento chilometri in linea d’aria.

A Linköping nel 1935 non si trovava solo un aeroporto, ma anche un’importante stazione e uno scalo ferroviario svedese.

Nel 1935 come nel 2016, una linea ferroviaria partiva da Linköping e arrivava fino a Oslo, e sempre nel 1935 un’altra linea ferroviaria collegava inoltre Oslo con la stazione ferroviaria di Lillestrøm, distante solo circa cinque chilometri da Kjeller e dall’aeroporto di Kjeller: quindi solo pochi chilometri separavano tale scalo ferroviario dall’aeroporto che ci interessa.

In quarto luogo, nel 1935 il traffico di merci per via aerea era ancora molto limitato, tanto che il primo vero aereo-cargo, destinato e concepito solo per compiti di trasporto di merci, diventò operativo solo nel giugno del 1941: era l’aereo tedesco Arado Ar 232[10].

Ricordiamo infine che secondo Gulliksen non (non…) vi erano passeggeri a bordo, nel volo – a suo dire – giunto a Kjeller da Linköping e con un velivolo di nazionalità norvegese.

In possesso di tali informazioni, verificabili facilmente su internet per quanto riguarda i collegamenti ferroviari tra Linköping-Oslo-Lilleström (e Kjeller), ammettiamo per un istante che Gulliksen dicesse il vero sull’assenza di passeggeri nello stesso volo proveniente dall’estero; e concediamo pure per un attimo che esso provenisse realmente da Linköping, e non da Berlino, e che l’aereo fosse norvegese.

Ma proprio ammettendo per un istante tali elementi, sorge subito un problema devastante: quale era allora lo scopo e la finalità del volo Linköping-Kjeller in oggetto, sempre accettando per un momento la veridicità delle dichiarazioni di Gulliksen?

L’aereo in oggetto non portava passeggeri, almeno secondo Gulliksen, e quindi non era assolutamente finalizzato al trasporto di persone: in caso contrario, Gulliksen avrebbe certamente mentito, con le inevitabili e devastanti conseguenze del caso e rispetto all’arrivo di Pjatakov a Kjeller.

Escludiamo pertanto tale tesi, sempre ammettendo per un istante che Gulliksen avesse riferito la verità sugli eventi del dicembre del 1935.

Ma allora, l’aereo norvegese trasportava solo merci svedesi, o immagazzinate in Svezia, trasferendole da Linköping a Kjeller?

Se erano davvero merci svedesi o immagazzinate in Svezia, la soluzione logica era farle trasportare da un aereo svedese, e non norvegese, che partisse da Linköping.

Visto poi la vicinanza della stazione ferroviaria di Lilleström da Kjeller, distante dalla prima località soli cinque chilometri, risultava inoltre ancora più comodo, facile e logico far trasportare queste ipotetiche merci svedesi da un treno svedese, che partissero dalla comoda stazione ferroviaria di Linköping per giungere a pochi chilometri da Kjeller.

In terzo luogo, come al solito, Gulliksen non fornì alcuna informazione in merito alle presunte merci “svedesi” trasportate, in una data e con un pilota non specificato, da Linköping a Kjeller.

Detto in altro termini, un aereo norvegese che avesse trasportato delle merci dal suo paese fino al territorio svedese costituiva un fatto di per sé comprensibile anche nel 1935; molto meno, viceversa, che sempre un velivolo norvegese avesse spostato oggetti dalla città svedese di Linköping fino alla località norvegese di Kjeller.

Ma che tipologia di oggetti/merci, poi?

Andiamo più a fondo della questione del presunto scopo del viaggio dell’aereo “norvegese” da Linköping a Kjeller, sempre supponendo che esso portasse con sé solo ed esclusivamente cose e materiali.

Come si è già notato, stiamo prendendo in esame il dicembre del 1935 e in due paesi nordici, in un mese dove per ragioni tecniche e meteorologiche allora si volava assai poco, visto che proprio Gulliksen ci ha detto che un solo aereo era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre.

Stiamo inoltre parlando di due nazioni civili e avanzate quali la Svezia e la Norvegia del 1935, in cui oltre al trasporto aereo esistevano il trasporto per via automobile e ferroviaria. Ad esempio una linea ferroviaria che, nel 1935 come nel 2016, parte da Linköping e arriva a Oslo, passando poi con un’altra diramazione per l’antica stazione ferroviaria norvegese di Lillestrøm, distante solo cinque chilometri da Kjeller; inoltre Linköping distava in linea d’aria solo circa trecento chilometri da Kjeller, allora come nel 2016, con una stazione ferroviaria in loco pienamente agibile e funzionante.

In terzo luogo stiamo esaminando la situazione esistente all’interno del traffico aereo durante il 1935: e in quell’anno il trasporto di merci per via aerea risultava ancora poco sviluppato, tanto che i primissimi aerei-cargo destinati esclusivamente al trasferimento di merci sarebbero stati costruiti solo a partire dal 1941, mentre solo per la posta i velivoli costituivano un mezzo di trasporto relativamente diffuso in Europa. Specialmente nei mesi invernali, pertanto il traffico di merci per via aerea costituiva una rarità, nell’Europa e nella Norvegia del 1935: un’ulteriore prova inconfutabile di tale dato di fatto è che proprio all’aeroporto di Kjeller arrivò solo un velivolo, nel dicembre del 1935.

Quale motivo allora poteva giustificare l’uso di un costoso viaggio aereo da Linköping a Kjeller, per un volo adibito solo ed esclusivamente al trasporto di oggetti e materiali e per soli trecento chilometri?

Quale tipologia di trasporto di merci poteva giustificare il costo (benzina, usura dell’aereo, rischio comportato dallo stesso volo, utilizzo dell’aeroporto di Kjeller per un solo volo) di un viaggio aereo da Linköping a Kjeller, se adibito solo ed esclusivamente al trasporto di cose, oggetti (ivi comprese lettere e documenti) e materiali, rispetto al meno caro e più sicuro viaggio per via ferroviaria e sempre per superare una distanza di trecento chilometri?

Risposta facile: nessun motivo, nessuno scopo razionale o anche solo minimamente razionale.

Andiamo di nuovo per esclusione, un passo alla volta.

Esisteva forse un’esigenza imperiosa, un’urgenza assoluta di trasportare da Linköping a Kjeller delle preziose notizie segrete, informazioni segrete o eventuali codici cifrati strappati in modo clandestino a potenze straniere, portati con sé da un eventuale agente segreto norvegese?

A parte il carattere romanzesco dell’ipotesi in esame, proprio Gulliksen ci ha informati che “non c’era alcun passeggero” a bordo (e per un istante stiamo prendendo per buona la sua tesi): quindi anche nessun “passeggero–agente segreto”, secondo la sua stessa versione.

Forse l’aereo “senza passeggeri” da Linköping a Kjeller conteneva informazioni segrete, portate con sé dallo stesso pilota o dallo stesso equipaggio?

A parte il carattere ancora più romanzesco dell’ipotesi, se ne dovrebbe dedurre che per risparmiare poche ore di tempo (il volo Linköping-Kjeller risultava sicuramente più veloce del trasporto ferroviario Linköping-Kjeller ma solo di poche ore, vista la distanza relativamente modesta tra i due luoghi in esame) i servizi segreti norvegesi avrebbero fatto correre al loro presunto “corriere-pilota-spia”, una specie di James Bond ante-litteram, il rischio (minimale, certo, ma sempre presente) di un volo, con relativi decollo e atterraggio, nel freddo dicembre nordico.

Tra l’altro, dovremmo anche ipotizzare in questo caso che il pilota dell’aereo in esame fosse anch’essa una persona legata, o almeno assai fidata per i servizi segreti norvegesi: piena fantascienza, in pratica, anche perché l’ipotetico “pilota-spia” norvegese sarebbe dovuto partire da un aeroporto svedese come Linköping, essendo quindi sottoposto alla possibilità di un controllo da parte delle autorità aeroportuali svedesi.

Forse nel dicembre del 1935 risultava necessario un presunto, eventuale trasporto urgentissimo di merce facilmente deteriorabile, oltre che preziosa e di alto valore; un trasporto di merce avariabile e costosa, che si sarebbe deteriorata se trasportata per via ferroviaria, invece che con un aereo?

Basti solo pensare, contro tale tesi, che la Svezia e la Norvegia (nel dicembre del 1935, come negli anni successivi) costituiscono di per sé delle “ghiacciaie” e dei “frigoriferi” naturali durante i mesi invernali, oltre a tenere a mente che anche nei treni del 1935 si potevano collocare facilmente degli strumenti di refrigerazione.

Forse l’aereo in via d’esame trasportava armi e/o munizioni, visto che in fin dei conti l’aeroporto di Kjeller era anche e soprattutto una struttura logistica usata dai militari norvegesi?

Se si fosse trattato di un solo, ma prezioso prototipo di arma, perché correre il rischio (minimale, ma reale) che esso si distruggesse per un incidente per via aerea, invece di scegliere il più sicuro (quasi al 100%) trasporto ferroviario, che tra l’altro comportava solo qualche ora di ritardo nell’arrivo rispetto all’uso del mezzo aereo?

Se invece non si trattava di prototipi, non poteva certo trattarsi di un carro armato e/o di un altro aereo, ossia oggetti che nel 1935 potevano essere trasportati solo per via terrestre o marittima.

Un carico di fucili, pistole o altri ordigni bellici (non prototipi) simili, ad uso militare ma relativamente leggeri? Facile risposta: perché non usare anche in questo caso la ferrovia, per trasportare tutto ciò? Risultava assurdo spendere e rischiare di più senza poi alcun motivo di urgenza, visto tra l’altro che la Norvegia si trovava indubbiamente in stato di pace nel dicembre del 1935.

Forse il traffico postale?

Abbiamo già notato che sarebbe stata principalmente posta svedese, inviata dalla Svezia verso la Norvegia: e per trasportare la posta svedese, principalmente prodotta dai cittadini svedesi, si sarebbe forse usato un aereo norvegese, almeno secondo la versione di Gulliksen?

E ancora: nel dicembre del 1935 era forse proibito in Svezia, per trasportare posta svedese, usare aerei svedesi?

E ancora: sempre nel dicembre del 1935 era forse vietato in Svezia usare treni svedesi, al fine di trasportare la posta?

Si trattava forse di un carico di medicinali urgenti, da consegnare in qualche ospedale della zona di Oslo? Ma che differenza c’era tra le strutture sanitarie e la disponibilità di medicinali svedesi e norvegesi, tali da giustificare il costo e il rischio di trasportare medicine dalla Svezia per via aerea? Di sfuggita: nella Norvegia del dicembre del 1935, non erano scoppiate epidemie di alcuna sorta che giustificassero un volo aereo d’emergenza, da Linköping a Kjeller.

A questo punto si possono tirare le prime conclusioni, sullo scopo del volo decembrino da Linköping a Kjeller.

Niente passeggeri a bordo, perlomeno seguendo Gulliksen e la sua versione.

Ma allo stesso tempo, nessuna ragione plausibile per un trasporto di oggetti (ivi comprese ipotetiche “informazioni segrete”) attraverso la via aerea nel dicembre del 1935, avendo a disposizione una stazione ferroviaria distante solo pochi chilometri da Kjeller a Lillestrøm e costruita tra l’altro nel lontano 1854.

Di conseguenza, l’aereo proveniente secondo Gulliksen da Linköping volava senza scopo e senza alcun motivo plausibile, almeno stando alla sua versione dei fatti.

Se la cittadina di Kjeller fosse stata nel 1935 un centro urbano con un aeroporto distante centinaia di chilometri da strade e ferrovie/stazioni ferroviarie, il trasporto di oggetti per via aerea avrebbe avuto una sua giustificazione: ma la situazione logistica risultava invece assolutamente diversa, con la stazione ferroviaria di Lillestrøm posta a pochi chilometri da Kjeller e dal suo aeroporto, comoda pertanto per il trasporto sia di oggetti che di persone.

A rendere ancora più inverosimile la tesi del “trasporto di oggetti” subentra poi anche il fattore climatico: il presunto trasferimento di cose (ma quali?) non avveniva certo nella tarda primavera o nell’estate scandinava, ma viceversa nel dicembre del 1935, fattore logistico che rendeva ancora più anomalo l’utilizzo di un veicolo aereonautico per il trasferimento di oggetti, specie in presenza della comoda stazione di Lillestrøm.

Si è già sottolineato che un’ulteriore controprova in tal senso ci viene dal fatto sicuro, sottolineato anche dallo stesso Gulliksen, per cui un unico e solitario aereo atterrò a Kjeller per tutto il dicembre del 1935, fatto eloquente che dimostra al di là di ogni dubbio l’assoluta rarità, l’assoluta scarsità di traffico aereo proveniente dall’estero nella Norvegia del dicembre 1935.

Se (se…) all’aeroporto di Kjeller fossero atterrati perlomeno un certo numero di voli provenienti dall’estero, nazionali o esteri, nel dicembre del 1935; se Kjeller fosse stato un posto isolato, distante decine e decine di chilometri dalla più vicina stazione ferroviaria (o strada asfaltata); se il periodo in esame fosse stato l’estate del 1935, in presenza di questi tre fattori la tesi del “trasporto di merci/oggetti” da un paese straniero avrebbe potuto forse acquisire un minimo – ma proprio un minimo – di plausibilità: ma la situazione risultava ben diversa nel dicembre del 1935, con un unico aereo atterrato a Kjeller in tutto il mese in via d’esame e con la vicina stazione ferroviaria di Lillestrøm a piena disposizione.

Ma non solo: nel dicembre del 1935 anche il trasporto di merci interno e nazionale risultava sicuramente inesistente e pari a zero, almeno tra Kjeller e gli altri aeroporti della Norvegia.

Esaminiamo bene anche tale questione.

Tra Linköping e Kjeller, come si è già notato in precedenza, sussisteva nel 1935 come nel 2016 una distanza in linea d’aria pari a circa 320 chilometri: poco più della distanza esistente tra Milano e Venezia, per dare solo un’idea, visto che le due città nordiche prese in esame sono tra le località più vicine nella zona di confine meridionale esistente tra lo stato svedese e quello norvegese. Anche nel 1935 e nel dicembre del 1935, in base agli standard di sviluppo dei mezzi di trasporto allora esistenti nell’Europa occidentale, si trattava di una distanza relativamente breve e, in ogni caso, molto diversa da quella invece viceversa esistente ad esempio tra le città norvegesi di Oslo e Narvik, posta quest’ultima nel nord del paese: una distanza invece pari a 1000 chilometri, sempre in linea d’aria.

Sorge subito una domanda: non è forse un’anomalia che, nel dicembre del 1935, si fosse alzato in volo un – solitario, eccezionale, isolato – aereo destinato solo ed esclusivamente al fine di trasportare delle merci, degli oggetti e non delle persone tra Linköping e Kjeller, come affermò in sostanza Gulliksen nel gennaio del 1937, quando invece nello stesso periodo e nello stesso mese non vi sono tracce di traffico aereo interno tra la zona centro-settentrionale della Norvegia e Kjeller? Quando invece non sussiste alcuna traccia di trasporti di merci tra gli aeroporti del centro-nord della Norvegia, e quindi nella stessa nazione, e lo scalo di Kjeller, sempre nel dicembre del 1935? Quando poi dei veri e propri aerei-cargo non esistevano ancora, come si è già visto, e sarebbero diventati operativi solo nel 1941?

Siamo quindi in presenza di un’asimmetria oggettiva e assai interessante, per la nostra indagine.

Zero merci e nessun oggetto trasportato per via aerea e fino a Kjeller dalle zone centro-settentrionali della Norvegia, nel dicembre del 1935: partendo ad esempio dall’aeroporto di Vaernes nella zona di Trondheim, a circa quattrocento chilometri in linea d’aria da Kjeller, una struttura logistica tra l’altro attiva fin dal 26 marzo del 1914[11].

Invece almeno un trasporto di merci, sempre in base a ciò che si ricava inevitabilmente dalle dichiarazioni di Gulliksen, sarebbe partito dalla relativamente vicina città svedese di Linköping e da uno stato estero per arrivare all’aeroporto norvegese di Kjeller, sempre nel mese di dicembre del 1935.

Siamo in presenza quindi di un’asimmetria che diventa ancora più interessante se si viene a conoscenza che, nell’aeroporto di Jonsvaten, vicino a Trondheim, era attivo un servizio aereo di trasporto postale fin dal 7 luglio del 1935, e la posta risulta indubbiamente un tipo di merce che viene prodotta, spedita e trasportata anche nei mesi invernali: anche in Norvegia e anche nel dicembre del 1935, per fare solo un esempio assolutamente voluto e non casuale[12].

Il problema consiste tuttavia nel fatto sicuro, e ammesso anche da Gulliksen, per cui nel dicembre del 1935 nessun pacco postale si spostò in direzione di Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: nel gennaio del 1937, infatti quest’ultimo dichiarò che un solo aereo era atterrato a Kjeller durante il tutto dicembre del 1935, ma provenendo a suo dire da “Linköping” e quindi non da un altro centro aeroportuale della Norvegia. Quindi, per logica e inevitabile conseguenza, non si verificò alcun trasferimento di oggetti postali a Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: ennesima dimostrazione concreta di quanto fosse raro l’uso del mezzo aereo per il trasporto di merci, nella Norvegia del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “tuttavia fino al 1937 tutti gli aeroporti norvegesi risultavano di natura militare, e non civile”.

Ragione in più, e non in meno, per rendere ancora più sospetto il volo dicembrino da “Linköping” a Kjeller, sempre accettando per un istante la versione fornita da Gulliksen e quindi sempre ammettendo per un momento che a bordo dell’aereo arrivato “da Linköping” non vi fossero dei passeggeri. Per quale motivo il velivolo dicembrino si era alzato in volo, allora? Forse per trasportare fucili, pistole e/o munizioni da Linköping a Kjeller, senza che i capi militari decidessero invece di usare a tal fine il comodo e sicuro mezzo ferroviario?

Avvocato del diavolo: “esiste anche un’altra ipotesi, e cioè che il pilota/i piloti del volo Linköping-Kjeller si fossero solo voluti divertire a fare un volo invernale, magari per tornare più alla svelta in Norvegia e a casa loro, in patria”.

Evidentemente sicuri dell’approvazione entusiastica dei loro superiori, di fronte a tale ipotetica bravata: per risparmiare solo poche ore, correre un rischio (seppur minimale) di avere un incidente e subire delle sanzioni disciplinari quasi inevitabili rappresenta una notevole idiozia, che ci porta ancora una volta nel campo dell’assurdo.

Avvocato del diavolo: “forse i piloti norvegesi dovevano svolgere una missione di addestramento militare, in condizioni invernali relativamente difficili”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, ma emerge subito il fatto evidente che la base di partenza di questa ipotetica “missione di addestramento” era Linköping, almeno secondo Gulliksen.

Linköping, in Svezia: la svedese Linköping.

Per quale motivo far partire dalla Svezia un’ipotetica missione di addestramento di un aereo norvegese e con equipaggio norvegese, perlomeno stando alla versione di Gulliksen (che stiamo sempre prendendo per buona, per un istante), e non invece da un punto di partenza norvegese, da un aeroporto norvegese? Siamo sempre nel campo dell’assurdo e fuori “dai confini della realtà”.

Avvocato del diavolo: “forse l’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era guidato da un innocuo turista e/o appassionato di volo, da un cittadino straniero…”.

Ma allora per quale motivo Gulliksen non rivelò il suo nome e la sua identità, come del resto fece con l’innocuo signor Robertson del 19 settembre del 1935?

E ancora: per quale motivo egli non comunicò la data di arrivo di questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece in merito al giorno di arrivo dell’innocuo signor Robertson?

E ancora: per quale motivo Gulliksen non informò sul tipo di aereo usato da questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece rispetto al velivolo “inglese SACSF” del 19 settembre del 1935?

Proprio l’obiezione in via di demolizione serve a illustrare ancora più chiaramente la portata reale, ossia la gravità dei primi tre “buchi neri” che emergono dalla deposizione di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “forse il pilota o i piloti norvegesi portavano semplicemente un aereo acquistato dalla Norvegia in Svezia e proprio a Linköping, dalla fabbrica/aeroporto di Linköping, alla casa madre degli acquirenti, per l’appunto la Norvegia, nell’aeroporto norvegese di Kjeller”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, rispetto all’ipotetico acquisto in Svezia di un aereo svedese nel dicembre del 1935, ma un ulteriore elemento contro tale tesi è che proprio Gulliksen aveva invece sottolineato (e per un istante ancora, prendiamo la sua versione per valida) che l’aereo era norvegese. Non disse “era un aereo svedese e costruito in Svezia, acquistato dalla Norvegia”, ma invece parlò solo di un aereo “norvegese”.

Una svista, una dimenticanza? Una svista e una dimenticanza proprio in una dichiarazione con il valore di ufficialità, resa dal responsabile di Kjeller in veste ufficiale?

Se ammettiamo questa ipotetica “svista e/o dimenticanza”, dobbiamo allora anche supporre che Gulliksen abbia commesso altre “sviste e/o dimenticanze”, a partire proprio dalla data di arrivo (1 dicembre 1935? 31 dicembre 1935? 12 dicembre 1935?) dell’aereo “norvegese proveniente da Linköping”, e infine del luogo di partenza del volo arrivato a Kjeller: quindi crollerebbe fino a zero il suo livello di credibilità.

Ma non solo: non risulta come minimo strano che l’aereo (ipoteticamente…) acquistato dalla Norvegia in Svezia, e giunto ipoteticamente dalla Svezia (Linköping) in Norvegia in seguito a un presunto acquisto e a una presunta transazione commerciale, sia atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia proprio nel mese che interessa il nostro giallo? Troppe coincidenze.

Ma non solo: proprio a Kjeller, nelle adiacenze dell’aeroporto, operava nel 1935 proprio una fabbrica aeronautica, che produceva per l’appunto aerei: velivoli prodotti quindi in Norvegia e non a Linköping, proprio a Kjeller e nella zona che ci interessa.

Superate anche queste obiezioni, proponiamo infine noi stessi tre semplici domande ai giudici-lettori.

Primo quesito. Dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936 solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi: e proprio una di queste rarissime “aquile del cielo”, ossia quella giunta nel dicembre del 1935, non portava passeggeri a bordo?

Seconda domanda. Nel dicembre del 1935 un solo ed unico aereo atterrò a Kjeller: e proprio questa solitaria e misteriosa “aquila del cielo” non portava passeggeri a bordo?

Terzo interrogativo. Nel dicembre del 1935 l’unico velivolo atterrato a Kjeller proveniva sicuramente dall’estero: e proprio questa eroica e misteriosa “aquila del cielo”, giunta da un paese straniero, non portava passeggeri a bordo?

Il funzionamento concreto della stazione ferroviaria di Lillestrøm, nel 1935 e nel dicembre del 1935, per il traffico di merci e con uno snodo logistico collegato proprio vicino a Kjeller, rende assai facile la risposta alle domande sopra esposte, una volta connessa all’eccezionalità del misterioso e solitario volo del dicembre 1935; alla relativa vicinanza geografica tra Kjeller e  Linköping; all’assenza totale di traffico merci diretto a Kjeller e proveniente dagli altri aeroporti norvegesi, sempre nel dicembre del 1935 e, infine, all’ancora limitatissimo ed embrionale sviluppo degli aerei-cargo, sempre prendendo l’anno in esame.

Tiriamo le somme: stando perlomeno alle dichiarazioni di Gulliksen sull’assenza di passeggeri, il viaggio aereo da Linköping a Kjeller del dicembre del 1935 risulta privo di qualunque ragione e scopo plausibile, costituendo un fatto assurdo e un vero e proprio “pugno nell’occhio”.

Sorpresa, sorpresa: non solo dell’aeroplano “norvegese” non sappiamo quasi nulla da parte di Gulliksen, a partire dal giorno esatto del suo atterraggio, ma abbiamo ormai appreso, usando assieme dati di fatto sicuri, logica e buon senso, che l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 volava senza scopo e come una sorta di “vagabondo del cielo”, almeno stando alla versione fornita da Gulliksen (“non c’erano a bordo passeggeri”) e alla contemporanea mancanza di motivi plausibili per il trasporto di cose e oggetti.

Quella di Gulliksen si rivela una tesi assurda e da escludere? Certo, ma allora bisogna dedurne le logiche e inevitabili conseguenze.

La prima è che, contrariamente alle affermazioni di Gulliksen, l’aereo “norvegese” atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 conteneva e portava a bordo dei passeggeri.

La seconda è che Gulliksen mentì clamorosamente, quando affermò che sull’aeroplano in oggetto “non portava passeggeri”, secondo le sue testuali parole.

La terza è che tra i passeggeri, la cui esistenza/presenza a bordo Gulliksen cercò con tutte le sue forze di negare, si trovava proprio la persona che il direttore di Kjeller e i suoi superiori norvegesi, militari e politici, volevano a tutti i costi far credere non fosse mai arrivata in Norvegia, a Kjeller, nell’aeroporto di Kjeller: un certo Pjatakov, in altri termini, un passeggero sotto falsa identità estremamente “scomodo” per le autorità statali norvegesi del tempo.

In pratica Gulliksen cercò di evitare il “guaio” (un grosso guaio, sia per lui che per i suoi superiori norvegesi, militari e politici) della reale presenza e atterraggio di Pjatakov a Kjeller mettendo subito le mani avanti: “non c’erano passeggeri a bordo” sull’aereo in via d’esame. Mossa obbligata per turare la “falla”, certo, ma che allo stesso tempo implicava una menzogna che apriva simultaneamente un altro “buco nero” gravissimo seppur di tipo diverso: se il velivolo dicembrino in via d’esame non portava passeggeri, allora qual era lo scopo del suo volo?

Quale era dunque il fine, l’obiettivo del volo dell’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, se esso non portava passeggeri?

Non a caso un vecchio detto popolare recita che il diavolo fa le pentole, ossia le menzogne, ma non i coperchi, e cioè bugie che resistano e tengano realmente se ben esaminate: si adatta perfettamente, alle dichiarazioni rese da Gulliksen nel gennaio del 1937.

A questo punto sorge ormai un’altra questione: cosa c’era di interessante a Linköping, oltre all’aeroporto? Perché Gulliksen citò Linköping?

Nuova sorpresa e nuovo colpo di scena: Linköping voleva dire, dal 1921 e nel 1935, un’industria aeronautica svedese… che parlava tedesco; strettamente collegata proprio con la Germania dal 1921 al 1941, l’industria aeronautica svedese aveva infatti fortissimi contatti e delle relazioni dirette con l’industria aeronautica tedesca, nel 1921 come nel dicembre del 1935.

Non si tratta certo di un fatto casuale. Quando la Germania venne sconfitta alla fine della prima guerra mondiale, le clausole del Trattato di Versailles del 1919 che la repubblica di Weimar fu costretta a firmare, escludevano tra l’altro esplicitamente che la Germania potesse possedere un’aeronautica militare e fosse autorizzata a produrre aerei con caratteristiche militari: proprio per aggirare tale ostacolo, le autorità tedesche utilizzarono quindi alcune vie di fuga creative, a partire da quella svedese.

La prima industria aeronautica svedese, la Svenska Aero, era stata infatti fondata nel 1921 dal tedesco/svedese Carl Clemens Bucker a Lindingo (vicino a Stoccolma) e aveva come progettista Sven Blomberg, lavorando all’inizio solo con brevetti tedeschi e concessioni tedesche, più specificamente dell’Heinkel e della Caspar-Werke; anche la società Asja, fondata nel 1930 ma con sede questa volta a Linköping, ebbe tra le sue file il duo Bucker e Blomberg.

Interessante la storia di Carl Clemens Bucker. Nato in Germania (non in Svezia…) nel 1895, ex cadetto della marina imperiale nel 1912, nel 1915 iniziò corsi di volo e venne promosso come luogotenente della marina tedesca alla fine dello stesso anno; nel 1918 egli testò i nuovi aeroplani specializzati nei voli su mare fino alla fine della prima guerra mondiale, mentre nel 1920 si trasferì in Svezia e lavorò per la marina svedese, diventando nel 1921 cittadino svedese, oltre che pilota di aerei per la marina svedese. Egli fondò quindi la Svenska Aero e, dal 1922 al 1928, l’azienda in oggetto lavorò su licenza per la costruzione di aerei per conto della Heinkel, mentre Bucker solo nel 1927 iniziò a progettare e costruire aerei propri, in particolare idrovolanti; nel 1932 egli venne decorato con la medaglia reale per meriti per l’industria aereonautica svedese e quasi subito dopo vendette l’azienda, che divenne la Asja e successivamente, nel 1938, la SAAB.

Bucker tornò quindi in Germania dove nel 1933 e sotto il regime nazista, fondò la Bucker Aircraft GmbH a Berlino, azienda specializzata nella produzione di aerei scuola e sportivi, ma nel 1935 a Linköping rimaneva in ogni caso sempre Sven Blomberg, capace di avere preziosi contatti sul posto utilizzabili in caso di bisogno dalle autorità tedesche.

Sempre a Linköping, tra l’altro, aveva grandi interessi e proprietà la potentissima famiglia svedese dei Wallenberg, la quale negli anni Trenta aveva al suo interno un esponente autorevole come Jacob Wallenberg: un ricco magnate che, secondo l’insospettabile Congresso Mondiale Ebreo, collaborò a lungo attraverso le sue banche proprio con i nazisti[13].

Pertanto negli anni Trenta una sezione molto significativa (seppur non certo la globalità) della potente dinastia dei Wallenberg aveva come minimo delle solide relazioni con I gerarchi politici e il gotha finanziario hitleriano, in una situazione complessa che in parte ricorda quella descritta dall’autore svedese Stieg Larsson, nel suo celebre giallo “Uomini che odiano le donne”.

Un’altra piccola e forse insignificante coincidenza: la ditta svedese Bofors acquistò a un certo punto l’Asja e tale operazione avvenne guarda caso nel gennaio del 1937, ossia proprio nel mese in cui a Mosca si tenne il secondo processo con imputati e testimoni Pjatakov e Radek, tra gli altri.

Una coincidenza forse non proprio piccola né fortuita, visto che la Bofors, una delle principali multinazionali svedesi nel campo degli armamenti, era interessata fin dal 1934 alla fusione (anche con l’interessamento della banca Stockholm Enskilda Bank, gestita allora da Jacob Wallenberg) con la sopracitata Asja; e come il settore aereonautico svedese del tempo, anche la Bofors costituiva del resto un’azienda ad alta influenza nazista dopo il marzo del 1933, avendo degli azionisti di riferimento e dei proprietari di carattere molto particolare[14].

Ancora una volta torna in gioco la “connessione tedesca”.

A partire dal 1921, una quota importante della Bofors era stata infatti acquistata dalla Krupp tedesca, divenuta famosa a sua volta anche per i suoi finanziamenti a favore di Hitler fin dalla metà degli anni Venti; e dopo il 1934, anche per aggirare le nuove leggi svedesi, la compartecipazione della Krupp nella Bofors almeno in parte era stata ceduta ad un altro grande capitalista svedese, Axel Wenner-Gren.

Si trattava forse di un ricco borghese di sicura fede antifascista? Sicuramente no, visto che Wenner-Gren prese più volte posizione a favore di un accordo tra la Germania nazista e le democrazie occidentali in funzione antisovietica, arrivando fino al punto di incontrarsi più volte a cavallo degli anni Trenta con il famigerato gerarca nazista H. Goehring e a essere, come minimo, in buoni rapporti anche con Benito Mussolini[15].

Esaminando la potente Bofors, oltre a Jacob Wallenberg e alla sua grande banca, per non parlare poi di Wenner-Gren, siamo pertanto in presenza di una fitta rete di miliardari, banche e multinazionali svedesi che negli anni Trenta avevano forti interessi rispetto a Linköping e al settore dell’aeronautica di Linköping, oltre ad avere costruito a partire dal 1933 come minimo delle buone relazioni con il regime nazista, con Hitler e i suoi gerarchi.

La “neutrale” Svezia degli anni Trenta costituiva pertanto un paese assai contradditorio, nel quale da un lato si erano formati dal 1932 dei governi socialdemocratici che, con la breve eccezione del giugno-settembre 1936, avrebbero guidato quasi ininterrottamente la Svezia in quel decennio turbolento, ma in cui allo stesso tempo Walter Sommerlath, marito della regina svedese del tempo, si era iscritto al partito nazista già nel 1934; nella stessa famiglia Wallenberg di quel periodo esisteva e operava una figura come Raoul Wallenberg, certamente antifascista e molto probabilmente legato all’apparato statale degli USA, ma anche il sopracitato Jacob Wallenberg che ebbe il dubbio “onore” di vedersi assegnare dal regime nazista, nell’ottobre del 1941 e durante la seconda guerra mondiale, un’alta onorificenza proprio per i “servizi” da lui resi in precedenza alle orrende belve hitleriane[16].

Avvocato del diavolo: “d’accordo: nella famiglia Wallenberg esistevano negli anni Trenta dei simpatizzanti nazisti e a Linköping, sede nel 1935 di industrie aeronautiche oltre che di un aeroporto, tali aziende risultavano in stretti legami con la Germania. Ma quale connessione poteva mai esistere, tra tali fatti e il presunto volo di Pjatakov?”

Semplice. Proprio attraverso le aziende aeree svedesi di Linköping legate alla Germania, sul piano logistico/materiale risultava sicuramente alla portata dei nazisti di Berlino far comunicare a Gulliksen (o a un suo assistente) da un loro “amico” e uomo di fiducia collocato a Linköping, diciamo ad esempio il giorno prima del volo di Pjatakov, che il giorno dopo sarebbe probabilmente arrivato a Kjeller un velivolo proveniente da Linköping con dei passeggeri tedeschi che, partendo dalla Svezia, dovevano fermarsi brevemente in Norvegia per motivi d’affari e per poche (e innocue) ore.

Massima semplicità, massima efficacia: le autorità di Kjeller sarebbero state a conoscenza solo di un volo proveniente dalla pacifica e confinante Svezia, non dalla già temuta Germania nazista del dicembre 1935, con passeggeri tedeschi e muniti di regolare passaporto tedesco, che comunque Gulliksen avrebbe ritenuto fossero realmente arrivati da Linköping.

Il fatto che l’aereo fosse poi di nazionalità tedesca e guidato da un pilota tedesco non avrebbe certo sorpreso né incuriosito le autorità aereoportuali di Kjeller, vista la comunicazione giunta da Linköping: e del resto anche le aziende aereonautiche norvegesi, come quelle svedesi, allora producevano velivoli principalmente attraverso brevetti stranieri, ivi compresi ovviamente quelli della Germania, senza poi contare gli aerei acquistati direttamente da aziende tedesche dal governo di Oslo, come nel caso del sopracitato Messerschmitt BF 108.

Non risulta pertanto casuale che il reticente Gulliksen abbia nominato proprio Linköping, e non ad esempio Stoccolma, come presunta base di partenza del misterioso velivolo del dicembre del 1935; furono Gulliksen e i suoi superiori, e non certo Stalin oppure la NKVD, che parlarono di Linköping; fu proprio Gulliksen a pronunciare il nome della città svedese, non certo le autorità sovietiche.

Tornando invece alle dichiarazioni di Gulliksen, un’ulteriore anomalia nella sua testimonianza è il fatto che quest’ultimo non rilevò il dato banale per cui la città di Linköping era collocata in Svezia, e non in Norvegia: in qualità di norvegese e di direttore di un aeroporto norvegese, Gulliksen non poteva assolutamente non sapere questo banale, ma importante dato di fatto.

Avvocato del diavolo: “perché doveva notarlo e sottolinearlo, se si trattava di una dichiarazione resa a un giornale norvegese?”

Visto il clamore suscitato in tutto il mondo dal processo di Mosca del gennaio 1937, non risultava certo una dichiarazione resa solo ai giornali norvegesi, ma con il loro tramite invece si era in presenza di un’informazione indirizzata ai mezzi di comunicazione di tutto il mondo: e Gulliksen, proprio perché norvegese, sapeva benissimo che il suo paese era suo malgrado nell’occhio del ciclone, sia per avere ospitato Trotskij per circa due anni che soprattutto per il reale/presunto volo di Pjatakov.

Se non ci fosse stato una precisa e intenzionale reticenza da parte di Gulliksen a fine gennaio del 1937, non ci sarebbe stato alcun problema da parte sua ad aggiungere alla sua dichiarazione una sola, semplice e breve parola dopo Linköping, e cioè…”Svezia”?

Siamo quindi in presenza di un nuovo “buco nero”, anche se di minore importanza.

Sia Gulliksen che i suoi superiori sapevano benissimo che in quel periodo le domande, sia dei giornalisti norvegesi che di buona parte del mondo, erano rivolte ad appurare proprio se fossero giunti aerei dall’estero nel dicembre 1935, con ovvie ricadute sulla credibilità della testimonianza resa da Pjatakov a Mosca rispetto al suo viaggio (presunto/reale) in Norvegia: e, guarda caso, il direttore dell’aeroporto di Kjeller omise di pronunciare la parola “Svezia”, “Linköping posta in Svezia”, o termini affini.

Se si vuole una controprova di tale tesi, basta ricordare che Gulliksen nella sua deposizione sottolineò invece che l’aereo in via di esame era di nazionalità norvegese, e quindi non un velivolo straniero: consentendo pertanto ai giornali norvegesi e di mezzo mondo, oltre che a Trotskij, di evidenziare come nessun aeroplano straniero fosse pervenuto in Norvegia/a Kjeller nel dicembre del 1935, giocando sulla facile confusione tra aereo straniero e aereo proveniente dall’estero.

Un abile lavoro da illusionisti, in cui si concentra di solito l’attenzione dello spettatore su un dettaglio irrilevante per riuscire a effettuare con successo il trucco programmato e voluto in anticipo, contro i giudici-lettori del 1937/2016 nel caso specifico; invece, e proprio per smascherare gli “illusionisti”, abbiamo già notato come in merito alla questione dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov nulla cambia in base alla nazionalità (norvegese o straniera) dell’aereo pervenuto a Kjeller, mentre conta solo se esso sia (o non sia) giunto realmente dal di fuori del territorio norvegese, dall’estero e da un paese straniero rispetto alla Norvegia.

Avvocato del diavolo: “resta comunque sempre la parola di Gulliksen, sul velivolo norvegese e sulla mancanza di passeggeri a bordo dell’aereo”.

Come si fa a non credere subito a un testimone così integerrimo, a un vero e proprio “uomo d’onore”, degno erede della tragedia di Shakespeare, come il (militare) direttore dell’aeroporto di Kjeller, T.G. Gulliksen? Siamo infatti in presenza di un testimone che ci dice tutto del volo (inglese, con il signor Robertson, ecc.) e dell’aereo straniero arrivato a Kjeller il 19 settembre 1935, ma che invece sull’aereo atterrato nel dicembre del 1935 non vuole neanche fornire i dati essenziali del suo giorno di arrivo, del modello di aereo e del pilota del velivolo.

Gulliksen risulta quindi a tutti gli effetti un “testimone reticente”, anzi assolutamente subdolo e reticente, e pertanto privo di credibilità quando ci fornisce invece l’informazione che “non c’erano passeggeri sull’aereo arrivati a Kjeller nel dicembre” del 1935: anche perché, tra l’altro, si “dimentica” di informarci sul fatto se egli fosse presente di persona al momento dell’atterraggio a dicembre del misterioso velivolo, o se viceversa il “controllo” sull’aereo proveniente da Linköping fosse stato effettuato da un suo subordinato/dai suoi subordinati, operanti all’aeroporto di Kjeller.

Gulliksen non ci indica inoltre neanche se l’aereo norvegese atterrato a Kjeller fosse di natura civile o militare: si, perché proprio a Kjeller sussisteva e operava nel 1935 una base aerea militare, dell’aeronautica militare norvegese. Controlli pure, signor avvocato del diavolo, su Internet alla voce “Kjeller Airplane”, specialmente rispetto alla notizia per cui nel 1935 sussisteva accanto all’aeroporto una piccola fabbrica aeronautica, che produceva aerei militari per le forze armate norvegesi.

Lo stesso Gulliksen risultava infine un militare nel 1935, e più precisamente un maggiore delle forze armate norvegesi: i militari risultavano pertanto “di casa” a Kjeller anche nel dicembre del 1935, ma persino in merito a questo piccolo “dettaglio”, da Gulliksen non veniamo a sapere niente.

Avvocato del diavolo: “ma proprio perché Gulliksen risultava un militare, egli poteva non aver fornito le normali informazioni sul volo del dicembre del 1935 perché esso risultava un volo militare e segreto, proveniente da Linköping”.

Ammettiamo per un istante, per amore di discussione, che Gulliksen dicesse il vero su Linköping e che il volo del dicembre fosse destinato a uno scopo militare segreto.

Ma in che senso, segreto?

La Norvegia non era in guerra ma invece in stato di pace, nel dicembre del 1935.

Non solo: stando a Gulliksen, tale velivolo “segreto” veniva da Linköping, Svezia. Quindi si tratterebbe di un presunto volo segreto, di un presunto segreto che la Norvegia avrebbe condiviso per forza di cose con la Svezia e gli operatori aeroportuali di Linköping: e una notizia confidenziale condivisa tra due nazioni indipendenti non risulta certo un gran segreto, soprattutto in tempo di pace.

Gulliksen rese inoltre la sua testimonianza per via telefonica al quotidiano laburista di Oslo alla fine di gennaio del 1937, quindi ben tredici mesi dopo il presunto “volo segreto” del dicembre del 1935: ormai ne era passato di tempo e di acqua sotto i ponti, anche per il presunto “segreto” della fine del 1935.

Infine, ma non certo per importanza, almeno la data di arrivo dell’aereo “proveniente da Linköping” – secondo Gulliksen, certo – non costituiva in alcun modo un’informazione vitale per lo stato norvegese, mentre invece per il suo governo – e per lo stesso Gulliksen – nel gennaio del 1937 rappresentava un fenomeno come minimo importante, sul piano politico e propagandistico, smentire Pjatakov e la sua testimonianza rispetto al volo in Norvegia, sia per non passare per fessi (“Pjatakov arriva in incognito in Norvegia, e noi non ci accorgiamo di niente”) che per demolire le accuse sovietiche sull’argomento.

Motivi fortissimi, quindi: eppure Gulliksen non ci informò neanche su quella specifica e concreta data di arrivo dell’aereo in via di esame che, se fosse stata realmente diversa dal 12 o 13 dicembre del 1935 (ad esempio: 24 dicembre e vigilia di Natale del 1935, 1 dicembre del 1935, ecc.), avrebbe demolito la veridicità della testimonianza di Pjatakov sul tema in oggetto. Niente di tutto questo, anzi solo un muro di silenzio, da parte di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “tutto molto interessante, ma l’onere della prova sul viaggio clandestino di Pjatakov rimane a carico dell’accusa: per ora sussiste solo la prova che il volo ci possa essere stato, oltre che i mezzi e opportunità per il viaggio fossero potenzialmente disponibili, ma non ancora la prova che esso si sia verificato realmente”.

L’onere della prova rimane sicuramente a nostro carico, ma va tenuto innanzitutto presente che se il tema dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov era la roccaforte tradizionale della “seconda versione”, tale dogma infondato risulta ormai demolito per sempre e proprio attraverso una certa fonte di prove quale la deposizione di Gulliksen.

Già questo elemento avrebbe potuto essere sufficiente, ma in senso positivo e come ulteriori indizi abbiamo già acquisito i seguenti fatti:

  • realmente un aereo volava nei cieli norvegesi e atterrava a Kjeller, nel dicembre 1935;
  • un velivolo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nei mesi invernali del 1935;
  • l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero;
  • prendendo in esame il periodo compreso tra il 18 settembre del 1935 (“il signor Robertson…”) e il 30 aprile del 1936, in più di sette mesi uno dei rarissimi aerei giunti dall’estero a Kjeller era arrivato proprio nel dicembre 1935, e non nel novembre del 1935, oppure nel gennaio del 1936, nel febbraio del 1936, nel marzo del 1936 ecc.;
  • il volo dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 non ha alcuno scopo anche solo minimamente credibile, proprio stando alla deposizione di Gulliksen sulla “assenza di passeggeri” a bordo di esso;
  • Gulliksen risulta come minimo un “testimone reticente” su molte questioni, a partire proprio dalla data precisa di atterraggio del misterioso aereo giunto a Kjeller dall’estero.

Abbiamo quindi a disposizione molti indizi sicuri e concordanti, tanto che risulta facile a questo punto comprendere quale informazione possa fornirci una prova ancora più decisiva su questo campo d’analisi rispetto al volo di Pjatakov: e cioè conoscere il giorno esatto dell’arrivo dell’aeroplano “norvegese” arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Risulta infatti che Pjatakov arrivò sicuramente in missione ufficiale a Berlino il 10 o 11 dicembre del 1935, e che il suo volo reale/presunto sia avvenuto (o sia stato inventato da Stalin e dalla NKVD) il 12 dicembre, oppure il 13 dicembre.

Dodici dicembre, oppure tredici dicembre.

Se dai registri dell’aeroporto di Kjeller risultasse che l’aereo “norvegese” fosse arrivato a Kjeller proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, avremmo pertanto sull’esistenza del volo di Pjatakov una particolare e indiscutibile “pistola fumante”: pertanto abbiamo rivolto alcune semplici domande alla Direzione Generale dell’Aeroporto di Kjeller, chiedendole essenzialmente se esistevano ancora i tabulati ufficiali sugli arrivi degli aerei a Kjeller nel dicembre del 1935 e, in caso positivo, quale fosse stato il giorno e l’ora dell’arrivo dell’unico velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

La risposta è stata la seguente: con email del 25 febbraio 2014, il direttore generale dell’aeroporto rispondeva che non sono conservati i registri dei voli degli anni Trenta e del 1935. Non contenti di tale verifica, abbiamo reiterato la nostra domanda in data 23 febbraio 2015 ma la risposta questa volta non c’è stata, non ci è mai pervenuta.

Rispetto all’aeroporto di Linköping, abbiamo chiesto a sua volta alla Direzione Generale se fossero ancora conservati i registri: la risposta da noi ricevuta, in data 16 settembre 2013, è stata che non si sono conservati i registri dell’epoca e a questo punto abbiamo dovuto, per sfortuna dei giudici-lettori, continuare il nostro scritto ancora per qualche paginetta.

Avvocato del diavolo: “Linköping, l’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ecc.: sono forse notizie interessanti. Ma allora come spiegate che proprio l’intelligente e astuto (per vostra stessa ammissione) Trotskij e il suo avvocato Goldman citarono loro stessi, durante le sessioni della commissione Dewey, “Linköping” e “l’unico aereo”? Non era forse un fatto controproducente per la loro causa, come avete mostrato voi stessi, e soprattutto non potevano sorgere dei dubbi in proposito ai giudici/giurati della commissione Dewey del tipo: “mi scusi, signor Trotskij, ma Linköping non è in Svezia?” Non potevano poi sorgere sospetti in proposito almeno ai giornalisti oppure agli osservatori che assistevano alle sedute della commissione Dewey, ivi compresa la sesta?”

Il punto fondamentale è che sia Albert Goldman, un avvocato di fede trotzkista, che il suo assistito Trotskij citarono in modo volutamente fraudolento il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Nuovo colpo di scena: Goldman e Trotskij non citarono, durante la sopracitata sesta sessione, la parte dell’articolo del giornale Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 quando esso parlava di “Linköping” e del “solo” aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre del 1935”; Goldman e Trotskij in pratica mutilarono e censurarono volutamente l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, nel punto in cui esso descriveva le parole (telefoniche) di Gulliksen su “Linköping”, durante la sesta sessione della commissione Dewey e quando essi avevano di fronte dei possibili (o reali) antagonisti.

Proprio nel corso della sesta sessione della commissione Dewey, venne da essi volutamente tagliato e non citato, tra le altre omissioni, soprattutto il pezzo dell’Arbeiderbladet su “Linköping”, quando Trotskij e Goldman avevano di fronte i giudici di quest’ultima (specialmente l’ostile C. Beals) e quando era possibile un contradditorio; quando era quindi possibile che un giurato della commissione (Beals, ad esempio) chiedesse semplicemente “ma Linköping non è in Svezia?”, o “ma non è strano che l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 venisse dall’estero?”

Trotskij invece citò correttamente, per intero e in modo esatto, e quindi con Linköping, il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 solo quando egli tenne il suo discorso conclusivo alla tredicesima sessione: un’arringa finale che avveniva senza possibili contradditori e possibili domande imbarazzanti da parte dei membri della commissione Dewey, oltre che al termine di un suo lungo intervento di alcune ore nel quale il riferimento a “Linköping” sarebbe andato inevitabilmente sommerso, dimenticato e perso nel nulla (almeno fino ad ora, certo, perlomeno fino al 2016), con i verbali del controprocesso Dewey che vennero inoltre pubblicati solo nell’agosto del 1937, a circa quattro mesi di distanza dalla conclusione del particolare procedimento giudiziario tenutosi in Messico alla presenza di Trotskij[17].

Siamo quindi in presenza di un taglio e di una censura di matrice trotzkista rispetto all’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio del 1937: un brutto colpo, per le teorie che negano l’esistenza del volo di Pjatakov.

Forse non ci credete, giudici-lettori? Bene, allora giudicate con i vostri occhi leggendo in prima battuta l’intero e completo articolo dell’Arbeiderbladet, riferito correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione, e dopo invece analizzate il pezzo riportato (scorrettamente, in modo mutilato) dall’avvocato di Trotskij, Albert Goldman, alla sesta sessione (con contradditorio, possibili obiezioni, ecc.) della commissione Dewey.

Partiamo dal testo numero uno dell’Arbeiderbladet, quello riportato esattamente da Trotskij durante la tredicesima sessione e già esposto in precedenza.

“Pjatakov insistette nella sua confessione sul fatto che egli arrivò con un aereo in Norvegia e atterrò all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935. Il Commissariato russo agli affari esteri ha intrapreso un’indagine intesa a confermarlo. Le autorità aeroportuali di Kjeller hanno categoricamente escluso che alcun aereo straniero sia atterrato nel dicembre del 1935 mentre Konrad Knudsen, che ospitava Trotskij e membro dello Storting” (il parlamento norvegese) “ha rilasciato una dichiarazione per cui Trotskij non aveva ricevuto nessuna visita durante quel periodo”. “Un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”. [18]

Bene, ora invece leggiamo assieme il “testo numero due”, quello invece riportato in modo falso e mutilato da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

A un certo punto della sesta sessione Goldman, l’avvocato difensore di Trotskij, dichiarò: “C’è un articolo sull’Arbeiderbladet di Oslo del 29 gennaio del 1937, dove il direttore dell’aeroporto, Direttore Gulliksen, dice “Nessun aereo straniero a Kjeller”. Leggerò dall’Arbeiderbladet come segue:

“Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro doganale, che è tenuto giornalmente, prima di rendere questa informazione, e in risposta alle nostre domande ha aggiunto che non c’è dubbio che nessun aereo è potuto atterrare a Kjeller senza essere osservato”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando un aereo straniero ad atterrò a Kjeller per la prima volta?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”[19].

Tralasciando le diversità marginali (“registro doganale” contro “registro giornaliero”, ecc.), quale risulta la differenza principale tra i due testi, giudici-lettori?

Si, è proprio quella: Goldman (e Trotskij, il suo mandante) non citò la parte dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” che atterrò a Kjeller, “nel dicembre del 1935”.

L’articolo dell’Arbeiderbladet era lo stesso, nei due casi in esame; Goldman aveva in mano lo stesso articolo, poi riportato correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione: ma Goldman e Trotskij scelsero volutamente, coscientemente e in modo fraudolento di far sparire il pezzo dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” del “dicembre del 1935”.

Erano appena tre righe, quelle non citate da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Erano tre righe che Goldman e Trotskij non potevano non aver letto, visto che furono loro stessi a portare la traduzione dell’articolo dell’Arbeiderbladet davanti alla commissione Dewey.

Erano appena tre righe la cui citazione, sul piano meramente tecnico, non portava via tempo prezioso a Goldman, né arrecavano fastidio e fatica mentale all’avvocato difensore di Trotskij: solo pochi secondi in più di lettura, al massimo.

Erano appena tre righe che in ogni caso costituivano il vero incipit, il vero inizio dell’articolo dell’Arbeiderbladet.

Erano appena tre righe che portavano con sé alcune informazioni importanti, almeno rispetto al volo di Pjatakov.

Erano appena tre righe che riguardavano direttamente proprio il volo di Pjatakov, quindi perfettamente in tema.

Eppure (fatto sicuro, indiscutibile) tali “tre righe” vennero volutamente e coscientemente censurate e tagliate da Goldman e dal suo difeso/mandante Trotskij, durante la sesta sessione.

Il perché? I giudici-lettori sicuramente avranno già saputo dare la risposta per conto loro: quelle “tre righe” contenevano troppe informazioni contro le tesi di Trotskij, contro le tesi negazioniste del volo di Pjatakov. Linköping e la città svedese Linköping, l’unico aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre 1935”: troppe informazioni potenzialmente pericolose, per Trotskij e Goldman.

Meglio tagliare. Meglio censurare. Meglio evitare la citazione. Meglio mentire in modo abile ed elegante, tagliando un punto assai pericoloso (per Trotskij e la tesi negazionista del volo di Pjatakov) delle dichiarazioni di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “si tratta di un solo taglio e di una sola omissione, non sufficiente pertanto a giustificare la vostra tesi sulla malafede di Goldman e Trotskij”.

Invece possiamo subito evidenziare la seconda omissione e il secondo “taglio” operato da Goldman e Trotskij, in merito alla deposizione di Gulliksen: durante la sesta sessione, Goldman (e il suo assistito/mandante, Trotskij) non citò neanche il passo di Gulliksen in cui quest’ultimo notava che il velivolo atterrato a Kjeller nel settembre del 1935 “era un aereo inglese, SACSF, che proveniva da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”. Un pezzo anch’esso tagliato, anch’esso fatto scomparire dal duo Goldman/Trotskij durante la sesta sessione.

In sé stesse e da sole, quelle fornite da Gulliksen sull’aeroplano atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935 risultavano delle informazioni (“aereo inglese” del tipo “SACSF”, il pilota inglese “Robertson” con il quale Gulliksen “era in buoni rapporti”) assolutamente innocue e inoffensive per la tesi di Trotskij, finalizzata a negare l’esistenza del volo di Pjatakov: il problema era che se esse non fossero state prese isolatamente, ma invece messe in connessione con il – già di per sé strano – silenzio totale di Gulliksen sul tipo di velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che sull’identità del pilota del volo dicembrino, tali dati combinati tra loro avrebbero potuto forse rivelare a un membro della commissione Dewey (o a un osservatore/giornalista presente alle sue sessioni) le asimmetrie da noi già esposta in precedenza, tra le informazioni fornite con precisione da Gulliksen sul “19 settembre 1935” e sul “1 maggio del 1936” e quelle invece da lui taciute rispetto al volo del dicembre 1935.

Meglio tagliare, meglio manipolare il testo di Gulliksen anche sotto questo profilo: ma così facendo, involontariamente Trotskij e Goldman ci hanno procurato un altro indizio e prova indiretta contro la tesi “negazionista” in merito al volo clandestino di Pjatakov.

Non solo: dal resoconto di Goldman vennero tagliate anche le righe sul “visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”, nella frase di Gulliksen con la quale si parlava dell’impossibilità – reale – che un aereo atterrasse a Kjeller “senza essere osservato”. Il motivo di tale nuova omissione è stato da noi accennato in precedenza, parlando della data di arrivo del volo dicembrino a Kjeller e dell’abnorme silenzio di Gulliksen su di essa, anche dovuto e determinato dai possibili testimoni – “guardie” diurne e notturne incluse – sulla effettiva, e difficilmente occultabile presenza di un velivolo nell’aeroporto di Kjeller, nel dicembre del 1935 e soprattutto di giorno.

Giudici-lettori: “avevate in ogni caso parlato di otto “buchi neri di Gulliksen”, ma fino ad ora ci risulta che abbiate esposto solo sei anomalie e incongruenze…”.

Si, il settimo “buco nero”: ce ne eravamo quasi scordati.

Si tratta della forma particolare assunta dall’intervista rilasciata il 29 gennaio del 1937 da Gulliksen al quotidiano di Oslo Arbeiderbladet, visto che le dichiarazioni del maggiore T.G. Gulliksen al giornale laburista vennero infatti rese per via telefonica e non attraverso un contatto fisico, diretto e personale tra Gulliksen e il giornalista che lo intervistava. La comunicazione tra le parti avvenne attraverso l’uso del telefono: alla tredicesima sessione della commissione Dewey, infatti, venne citato l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 in cui si dichiarava testualmente che “il direttore Gulliksen confermò per telefono che nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre 1935…”.

“Per telefono”.

Strano, molto strano; ma per comprendere bene tale anomalia, analizziamo prima i dati di fatto che rendono a prima vista inspiegabile la “via telefonica” usata dal responsabile dell’aeroporto di Kjeller, per fornire la sua versione dei fatti rispetto al dicembre 1935.

Prima informazione sicura a nostra disposizione: il quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet decise di intervistare Gulliksen, a fine gennaio del 1937.

Secondo elemento indiscutibile: si trattava di un’ottima decisione dal punto di vista giornalistico e in grado di produrre quello che in gergo viene chiamato uno “scoop”, acquisendo nuove informazioni su un evento (il volo di Pjatakov, reale o presunto) che stava allora interessando l’opinione pubblica e i lettori, sia norvegesi che di buona parte del mondo.

Terzo dato di fatto: nel gennaio del 1937 il quotidiano Arbeiderbladet aveva sede a Oslo, e quindi con almeno alcuni giornalisti a sua disposizione nella capitale norvegese.

Quarto fatto indiscutibile: Gulliksen aveva acconsentito, ed era stato autorizzato dai suoi superiori, a rilasciare dichiarazioni in merito al dicembre 1935 al giornale Arbeiderbladet.

Quinto elemento sicuro: nel 1937 come nel 2016, Kjeller distava da Oslo solo venti chilometri. Anche nel freddo dicembre norvegese, servivano pertanto circa tre ore per andare e tornare da Kjeller partendo dalla capitale norvegese, usando l’auto o il treno: ricordiamo la stazione ferroviaria di LillestrØm, come si è già visto collocata a pochi chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

A questo punto sorge inevitabilmente una domanda molto semplice: per quale motivo il quotidiano Arbeiderbladet non mandò uno dei suoi giornalisti a Kjeller per intervistare di persona Gulliksen, e invece usò il mezzo telefonico per procurarsi lo scoop in questione?

Proponiamo alcune opzioni alternative ai nostri giudici-lettori:

  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano terrorizzati alla sola idea di incontrarsi personalmente con il maggiore Gulliksen, ritenuto evidentemente una sorta di pazzo sanguinario e quindi capace (ricordate il film “Il dottor Stranamore” di Kubrick?) di sequestrare il cronista tanto stupido da avvicinarsi alla sua augusta e bellicosa presenza;
  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano diventati molto pigri, alla fine di gennaio del 1937;
  • il direttore del tempo dell’Arbeiderbladet risultava un emerito taccagno, assolutamente incapace di concedere anche a un suo giornalista il rimborso spese per il lunghissimo e interminabile tragitto di ben venti chilometri da Oslo a Kjeller;
  • fu invece Gulliksen, e/o i suoi superiori, a imporre la via telefonica per la sua intervista al fine di meglio controllare le domande che gli sarebbero state poste dal quotidiano laburista, oltre che per evitare a priori qualunque “incontro ravvicinato del terzo tipo” tra un eventuale cronista giunto a Kjeller e il personale dell’aeroporto; potendo poi eventualmente smentire/correggere con più facilità il testo dell’intervista, nel caso in cui fossero sorti dei problemi (“il giornalista non ha ben compreso il senso delle mie affermazioni, date del resto per via telefonica”).

Se i giudici-lettori dovessero selezionare quest’ultima opzione, crediamo sia quasi inevitabile che essi si pongano anche la domanda successiva: e cioè quale fosse il motivo dell’evidente prudenza usata da Gulliksen e dai suoi superiori in merito all’intervista resa al quotidiano Arbeiderbladet, se il volo di Pjatakov non si fosse mai verificato nel dicembre del 1935 e se Gulliksen si trovasse pertanto in una botte di ferro, preventivamente al sicuro da qualsiasi possibile insidia.

La nostra risposta risulta fin troppo evidente, alla luce delle pagine precedenti e dei nostri “piccoli dubbi” sulla veridicità delle dichiarazioni rese da Gulliksen.

Vale inoltre la pena di notare, sempre rispetto all’intervista telefonica di Gulliksen, che anche il giornalista norvegese dell’Arbeiderbladet che fece le domande non chiese alcunché (o, in subordine non riferì nulla in proposito) sulla data di arrivo del misterioso aeroplano atterrato a Kjeller proveniente da Linköping nel dicembre del 1935. Una curiosità professionale pari quindi a zero su tale punto specifico da parte sua, oltre che a catena sul pilota/modello dell’aereo/scopo del volo dicembrino del 1935; e di conseguenza una ulteriore nota dissonante, che va collegata subito con la strana forma (telefonica)  di intervista accettata guarda caso dal quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet, guarda caso uno dei principali giornali posseduti dal partito laburista al potere nel gennaio del 1937, ossia di una formazione politica assolutamente interessata a negare in ogni caso l’esistenza del volo di Pjatakov.

Giudici-lettori: “e l’ottavo “buco nero” di Gulliksen, dell’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller?”

Semplice: Gulliksen non fornì neanche la data di ripartenza da Kjeller del misterioso velivolo “norvegese” che, a suo dire, era arrivato dalla città svedese di Linkoping nell’aeroporto da lui diretto nel dicembre del 1935.

In altri termini, egli non riportò neanche la semplice informazione rispetto al momento in cui l’aereo in esame lasciò Kjeller, rilevando ad esempio che “l’aereo arrivato da Linkoping rimase nell’aeroporto di Kjeller per poche ore”, o per un giorno, oppure per due, o tre, quattro o più giorni, e “ripartì da Kjeller in data 1 dicembre 1935”, o il 3 dicembre, o il 7 dicembre o il 31 dicembre del 1935, sempre a titolo di esempio.

Oltre a comprovare ulteriormente il carattere estremamente e volutamente vago delle informazioni fornite da Gulliksen sull’aereo misterioso arrivato (dall’estero) a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ottavo “buco nero” di Gulliksen risulta interessante perché proprio non fornendo la data di partenza di tale velivolo dal suo aeroporto, quest’ultimo si auto-impedì di fornire un’altra prova devastante contro Stalin e la deposizione resa da Pjatakov nel gennaio del 1937, sempre se realmente nell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non vi fosse stato a bordo Pjatakov.

Ipotizziamo infatti per un attimo che Pjatakov non fosse mai salito e sceso dall’apparecchio giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, e diamo per scontato e sicuro che Gulliksen e il governo norvegese fossero assolutamente interessati, sia per evidenti ragioni politiche che per affermare il vero, a demolire la tesi opposta di Pjatakov/Stalin sull’esistenza del volo da Berlino a Kjeller, con il relativo ritorno e con la derivante ripartenza (inevitabile e necessaria) dell’aereo da Kjeller in direzione della Germania.

Dati questi due assiomi e ipotizzando per un istante l’inesistenza dell’arrivo/partenza di Pjatakov a/da Kjeller, sorge subito immediata la domanda sulle ragioni per cui Gulliksen e il governo norvegese non fornirono neanche la data di partenza da Kjeller del misterioso velivolo giunto dall’estero in Norvegia, nel dicembre 1935.

A Gulliksen bastava ad esempio affermare: “l’aereo giunto da Linkoping a Kjeller ripartì dal mio aeroporto in data 1 dicembre 1935”, sempre ipotizzando che tale fosse la realtà. Con questa sua semplice dichiarazione, le testimonianze rese da Pjatakov venivano infatti demolite alla radice e in modo preventivo, visto che prima del 10 dicembre Pjatakov non si trovava a Berlino ma viceversa era ancora in Unione Sovietica, posto e nazione dal quale risultava assolutamente impensabile che Pjatakov potesse organizzare (e tanto meno organizzare senza essere subito scoperto dall’NKVD stalinista) il suo volo segreto, con evidenti finalità antistaliniste; una data, quella del primo dicembre 1935, che tra l’altro risultava in stridente e clamorosa contraddizione con le dichiarazioni rese proprio da Pjatakov al processo di Mosca del 1937, e che indicavano invece il 12 o 13 dicembre come giorno del suo volo/colloquio segreto con Trotskij.

Proseguendo con il metodo dell’esclusione dei giorni di partenza, per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller dell’aereo in oggetto era avvenuta in una data compresa tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935? Anche nel caso di una reale ripartenza da Kjeller dell’aereo in via d’esame in una delle date comprese tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935, valevano le identiche (e positive, per Gulliksen e il governo norvegese) ragioni esposte poco sopra, con la sola aggiunta che il 10 dicembre Pjatakov era appena giunto a Berlino e risultava quindi impossibilitato, per forza di cosa, a partire per Kjeller.

Proseguiamo: per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller del velivolo in oggetto fosse avvenuto in una data compresa tra il 15 e il 31 dicembre del 1935?

Sempre ipotizzando che la ripartenza dell’aereo fosse avvenuta realmente in una di queste date, ossia in uno dei giorni compresi tra il 15 e il 31 dicembre del 1935, la semplice esposizione di tale dato di fatto (“la ripartenza dell’aeroplano in oggetto è avvenuta il 31 dicembre 1935”, ad esempio) demoliva alla radice proprio la ricostruzione temporale degli eventi effettuata da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, in base alla quale – come abbiamo sottolineato più volte – le date del volo risultavano essere il 12, o al massimo il 13 dicembre del 1935.

Niente di tutto ciò, rispetto ai tre periodi temporali presi in esame.

Risulta evidente che la sola e unica ragione per cui Gulliksen e il governo norvegese non comunicarono la data della ripartenza del volo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 era che fornire tale informazione andava contro i loro interessi, finalizzati ovviamente a demolire la veridicità del volo di Pjatakov: e tutto ciò per il semplice motivo che l’allontanamento dell’aereo era avvenuto realmente e concretamente o il 12 o il 13 dicembre 1935, e cioè proprio nei giorni indicati dalla testimonianza resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937 (il criterio proposto vale ovviamente anche per le date di arrivo del velivolo misterioso a Kjeller…).

Avvocato del diavolo: “vi siete dimenticati la possibilità che l’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non fosse invece ripartito – per motivi logistici o di altra natura – dall’aeroporto norvegese, rimanendo invece per tutto il mese di dicembre in uno dei suoi hangar e spazi coperti”.

Meglio ancora, per Gulliksen e il governo norvegese!

Ipotizziamo infatti per un attimo che tale tesi sia vera: in questo caso, Gulliksen avrebbe potuto dichiarare trionfalmente che “l’aereo arrivato da Linköping a Kjeller rimase nell’aeroporto da me diretto, per tutti i giorni restanti di dicembre”.

Gulliksen e il governo norvegese avrebbero subito ottenuto, in tal modo, che qualunque persona dotata di un minimo di intelligenza si sarebbe chiesta: “ma allora Pjatakov come avrebbe potuto tornare a Berlino, sempre ammesso che il suo volo fosse una realtà: con l’autostop? Attraversando forse a nuoto, nel freddo dicembre del 1935, il mare che separava la Norvegia dalla Germania?”

La tesi “dell’aereo mai ripartito” avrebbe quindi giocato, se fosse stata vera, solo a favore e a vantaggio di Gulliksen e del governo norvegese, e viceversa contro le tesi di Pjatakov e del regime stalinista.

Giudici-lettori: “ma allora per quale motivo Gulliksen e il governo norvegese non s’inventarono una data fittizia, per la ripartenza dell’aereo da Kjeller?”

Valgono, in questo caso specifico, gli stessi motivi che non permisero la manipolazione della data di arrivo del velivolo a Kjeller e che sono stati evidenziati in precedenza.

Il carattere inevitabilmente ingombrante di un aereo; sommato alla singolare presenza fisica di un solo e un unico aeroplano a Kjeller nel dicembre del 1935, secondo le stesse dichiarazioni dello stesso Gulliksen; sommato alla presenza inevitabile di meccanici, manovali e controllori di volo a Kjeller, nel dicembre in oggetto; tali fattori, combinati tra loro, sconsigliavano e rendevano troppo pericolosa per Gulliksen e il governo norvegese l’eventuale invenzione di una finta data di ripartenza (come di arrivo, certo) per il velivolo in esame, a distanza di soli tredici mesi dal dicembre del 1935 e cioè nel gennaio del 1937, quando Pjatakov effettuò le sue esplosive dichiarazioni al processo di Mosca che lo vedeva alla sbarra con Radek e altri quindici imputati.

L’unica soluzione alternativa possibile, per Gulliksen e il governo norvegese, risultava pertanto quella della reticenza e del non dichiarare la data di arrivo e di partenza del volo in oggetto, oltre che nel non indicare la tipologia dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 e l’identità dei suoi piloti; troppi meccanici, manovali e controllori di volo erano impegnati all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, troppi potenziali testimoni e troppe bocche potevano pertanto ricordare e parlare rispetto all’unico, al solo, al solitario e quindi facilmente ricordabile aeroplano giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

E’ appena il caso di rilevare, infine, come il super-reticente Gulliksen non abbia comunicato neanche l’eventuale destinazione dell’aereo giunto a Kjeller, una volta che esso fosse eventualmente ripartito dall’aeroporto norvegese: esso era forse diretto a Linkoping, ritornando nella sua presunta base di partenza svedese? Mistero…

Oppure il misterioso velivolo giunto a Kjeller da Linkoping aveva un’altra destinazione, ad esempio… Berlino? Mistero.

In estrema sintesi, il supertestimone Gulliksen non ci ha fornito quasi nessuna informazione sul solitario velivolo arrivato a Kjeller, se non (bontà sua…) che esso era arrivato nel dicembre del 1935, era norvegese e “non conteneva passeggeri”: la sua evidente reticenza si coniuga inoltre con il suo tentativo di rendere innocuo e neutralizzare il fatto plateale (e che non poteva negare, per la presenza di meccanici, guardie, operai addetti al rifornimento di carburante e alla pulizia dell’aeroporto, controllori di volo, ecc.) per cui un solo aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 ed esso proveniva dall’estero, non dal suolo norvegese.

Un ulteriore elemento di prova, oltre che di verifica incrociata della nostra tesi, arriva adottando il già accennato criterio del “cui prodest” e degli interessi in gioco.

Sotto questo aspetto risulta subito chiaro che Gulliksen aveva tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio in Norvegia e a Kjeller di Pjatakov, per evidenti motivi personali e politici (“è arrivato Pjatakov a Kjeller in incognito e con una falsa identità, e non me ne sono neanche accorto: sia come norvegese che in qualità di direttore dell’aeroporto, ci faccio proprio una bella figura di malta”).

Risulta altresì evidente che allo stesso tempo anche il governo e gli apparati statali norvegesi avevano a loro volta tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio di Pjatakov a Kjeller e sul suolo norvegese, per pesanti ed evidenti motivi politici. “È arrivato Pjatakov a Kjeller, in incognito e sotto una falsa identità, e non ce ne siamo neanche accorti: facciamo proprio una bella figura e per di più nei confronti dell’odioso regime stalinista, oltre che rispetto a tutto il mondo”.

Ora, solo la combinazione tra questi interessi concreti e l’arrivo reale di un velivolo giunto dall’estero a Kjeller proprio il 12 o 13 dicembre del 1935 può spiegare il fatto veritiero, ma incredibile, per cui nella sua dichiarazione di fine gennaio 1937 Gulliksen non abbia fornito tali informazioni, in tutti gli altri casi utili e favorevoli alla sua causa (e del governo di Oslo), sulla data di arrivo del misterioso aereo giunto a dicembre nell’aeroporto di Kjeller.

Se tale velivolo non fosse arrivato il 12 o 13 dicembre del 1935 a Kjeller, Gulliksen e le autorità norvegesi avevano tutto l’interesse a informare il mondo intero almeno e come minimo della data dell’atterraggio, del giorno di atterraggio dell’aereo “giunto da Linköping”, anche solo per evitare malintesi; ma invece non lo fecero, fatto altrettanto sicuro. La conseguenza inevitabile, qualunque giudice-lettore può trarla da solo.

Giudici-lettori: “e se l’aeroplano fosse invece realmente partito da Linköping, con Pjatakov a bordo e arrivando da Berlino?”

Si tratta di un’ipotesi che ovviamente non inficia in alcun modo il nostro ragionamento sulla reale esistenza del viaggio di Pjatakov, ma la troviamo tuttavia molto meno probabile perché innanzitutto essa avrebbe allungato di almeno tre ore il viaggio da Berlino. Linköping si colloca infatti ad est di Kjeller e dista da quest’ultima circa 300 chilometri, da moltiplicare poi per due (= 600 chilometri), più il tempo necessario per l’atterraggio, le pratiche doganali e il decollo; in secondo luogo tale eventuale scelta avrebbe comportato il raddoppio dei possibili testimoni e dei possibili controlli aeroportuali e sarebbe andata quindi a sfavore della segretezza del viaggio con un falso passaporto, quindi già di per sé rischioso, di Pjatakov in terra norvegese.

L’ultimo elemento di prova è rappresentato dalle “cinque coincidenze” sopracitate, che avevamo lasciato momentaneamente da parte e che a questo punto vanno riutilizzate, collegandole e mettendole in contatto con gli indizi finora raccolti.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava aperta e funzionante nel dicembre del 1935 anche secondo Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935 partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta a Kjeller per tutto il mese di dicembre del 1935: e per giunta, tale velivolo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando perlomeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè dal giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, pochissimi e rarissimi aerei atterrarono all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per almeno duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dal primo gennaio del 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen non atterrò più a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando almeno alla versione di Gulliksen – e sicuramente da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”: il misterioso aereo in via d’esame atterrò a Kjeller che, guarda caso, dista solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, dalla cittadina norvegese di Honefoss nella quale senz’altro risiedeva Trotskij durante il dicembre del 1935.

Si è già notato che una “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un certo evento, ma cinque “coincidenze fortuite” e “casualità” sullo stesso evento/volo risultano come minimo molto sospette, se analizzate in modo combinato e interconnesso: già solo il fatto eclatante per cui l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse da fuori dei confini norvegesi dà molto da pensare, anche come elemento isolato e staccato dai rimanenti.

Ipotizziamo per un attimo l’impensabile, e cioè che Goldman e Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, al posto di manipolare le dichiarazioni rese da Gulliksen avessero invece dichiarato la pura e semplice verità: ossia che nel dicembre del 1935 un velivolo era arrivato a Kjeller provenendo sicuramente dall’estero, che tale aereo era atterrato a soli cinquanta chilometri da Honefoss, dal luogo allora di residenza di Trotskij e che infine il direttore dell’aeroporto norvegese in oggetto non aveva fornito neppure il giorno di atterraggio del misterioso velivolo decembrino, in evidente contrasto con le numerose informazioni viceversa da lui rese rispetto al “19 settembre” e al “Signor Robertson”.

E’ ragionevole pensare che, in questo caso ipotetico, persino l’amichevole – verso Trotskij – commissione Dewey avrebbe avuto dei seri dubbi in proposito e avrebbe chiesto a Gulliksen, con un telegramma e/o per via telefonica di comunicare a loro e al mondo intero almeno e come minimo il giorno esatto di atterraggio del velivolo “proveniente a suo dire da Linköping”: ma ovviamente, e per motivi più che comprensibili, Trotskij e Goldman si guardarono bene dal dichiarare la pura e semplice verità sul volo decembrino giunto a Kjeller.

Se a questo punto connettiamo le presunte “coincidenze” con gli altri elementi che abbiamo via via acquisito, otteniamo subito un mosaico di fatti e indizi diversi tra loro ma che portano tutti a un’unica conclusione: il volo certamente atterrato nel dicembre 1935 a Kjeller e sicuramente proveniente dall’estero, arrivava da Berlino e al suo interno era presente proprio Pjatakov, a differenza di quello che cercò di far credere Gulliksen sostenendo che “a bordo non c’erano passeggeri”.

Riguardiamo insieme il mosaico di indizi finora accumulati, giudici-lettori.

La fattibilità tecnica del volo, a partire dalla concreta operatività della struttura aeroportuale di Kjeller nel dicembre del 1935.

L’arrivo indiscutibile di un aereo proveniente dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, con il derivato crollo della teoria avente per oggetto l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov.

I numerosi “buchi neri” di Gulliksen, a partire dall’incredibile sua “dimenticanza” in merito alla data esatta dell’atterraggio del misterioso velivolo proveniente, a suo dire, da “Linköping”.

L’evidente asimmetria tra le informazioni fornite con precisione da Gulliksen sull’innocuo volo del 19 settembre 1935 oltre che su quello del 1 maggio del 1936 e il suo evidente silenzio innanzitutto sulla data di arrivo dell’aereo del dicembre del 1935.

I tagli e le omissioni, coscienti e volute, operate da Goldman e Trotskij rispetto alla stessa intervista telefonica di Gulliksen.

Il criterio del “cui prodest”, e cioè dell’interesse di Gulliksen e dalle autorità statali norvegesi a negare ad ogni costo il volo di Pjatakov, coniugato con l’incredibile loro “dimenticanza” in merito al giorno esatto dell’atterraggio del misterioso velivolo proveniente, a loro dire, “da Linköping”.

La particolare “connessione tedesca” operante nel settore aeronautico di Linköping, negli anni compresi tra il 1921 e il 1937.

Infine le cinque presunte “coincidenze fortuite” sopra esaminate, che dimostrano ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo di quel volo misterioso e dell’unico volo pervenuto nell’aeroporto di Kjeller nel mese che ci interessa da vicino, in una località guarda caso lontana solo cinquanta chilometri da Honefoss e dal luogo in cui allora risiedeva Trotskij.

Connettendo tra loro tutti questi elementi diversificati e tutti questi indizi, si deve pertanto concludere che il misterioso ma reale, innegabile e concretissimo aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 sia giunto nel periodo indicato da Pjatakov e con proprio quest’ultimo a bordo, seppur con un passaporto falso e un’identità fittizia: non solo il volo di quest’ultimo non era per niente “impossibile”, ma già a questo punto emergono tutta una serie di prove indirette che attestano la sua concreta esistenza.

Avvocato del diavolo: “un attimo: voi state sostenendo la tesi della malafede intenzionale di Gulliksen, ma è stato proprio quest’ultimo a parlare di Linköping e quindi di un volo giunto dall’estero. Tale fatto sicuro fa a pugni proprio con la teoria dell’inganno da parte sua: se infatti Gulliksen fosse stato realmente in malafede, avrebbe parlato di un aereo arrivato a Kjeller da un aeroporto norvegese, chiudendo in tal modo subito ogni problema, ogni illazione e dubbio sull’atterraggio solitario del dicembre del 1935 in via d’esame”.

Gulliksen innanzitutto non poteva nascondere l’ingombrante aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Si è già notato che un velivolo non è una penna o un orologio, oggetti relativamente facili da nascondere, e che vi erano inoltre troppi testimoni potenziali a Kjeller (meccanici, addetti al rifornimento di carburante, personale di guardia, ecc.); troppo vicino risultava poi il dicembre del 1935 dal gennaio del 1937, mentre l’unico aereo atterrato in loco, nel mese dicembrino in esame, costituiva un evento eccezionale a Kjeller nel periodo che ci interessa da vicino.

Gulliksen non poteva inoltre neanche dichiarare di non sapere niente dell’“aquila solitaria” in oggetto, per ovvie ragioni: doveva infatti dare almeno un minimo di spiegazioni in merito all’aereo solitario del dicembre del 1935 a Kjeller, aeroporto statale di cui egli era da alcuni anni il direttore e il responsabile principale.

Infine era evidente, nel gennaio del 1937 e nel momento in cui Gulliksen rilasciò la sua dichiarazione, l’interesse della stampa e dell’opinione pubblica, sia norvegese che mondiale, per il volo di Pjatakov: un interesse che poteva spingere facilmente giornalisti e politici, sia norvegesi che di altre nazionalità, a fare domande pericolose e compiere indagini private in merito a tale questione.

Fatte tutte queste premesse, si possono facilmente comprendere i motivi per cui Gulliksen e i suoi superiori non poterono in alcun modo utilizzare la “carta norvegese”, dichiarando che l’aereo atterrato a Linkoping nel dicembre del 1935 fosse partito da un aeroporto norvegese in direzione Kjeller.

Non solo infatti non era in alcun modo la verità, ma sussisteva simultaneamente il rischio più o meno elevato, ma pur sempre reale, che qualcuno – giornalisti, comunisti-stalinisti, ecc. – potesse indagare proprio in terra norvegese e negli altri aeroporti norvegesi diversi da Kjeller, riuscendo quindi venire a conoscenza del fatto che nessun aereo, né norvegese né di altra nazionalità, era partito da una struttura aeroportuale norvegese diretto a Kjeller, sempre nel dicembre del 1935.

Si trattava quindi di una strada sbarrata, chiusa e impraticabile per Gulliksen e i suoi superiori, a meno di correre dei rischi eccessivi in terra norvegese e sotto gli occhi di tutto il mondo, di un pubblico planetario che, nel gennaio del 1937, provava come minimo un certo interesse alle vicende per così dire aeree del dicembre 1935 sviluppatesi nei cieli norvegesi.

Avvocato del diavolo: “ma gli stessi rischi sussistevano, perlomeno dal punto di vista di Gulliksen e dei suoi superiori, anche citando Linköping e l’aeroporto di Linköping”.

Assolutamente no, e per diverse ragioni.

Innanzitutto la Svezia non era la terra e la nazione in cui Pjatakov dichiarò si fosse svolto il colloquio segreto con Trotskij, e quindi nel gennaio del 1937 essa risultava fuori dall’occhio di quel ciclone che coinvolgeva invece la Norvegia e il suo governo laburista, in quel particolare momento storico.

In secondo luogo le autorità aeroportuali di Linköping non avevano alcun obbligo, giuridico o politico o morale, di essere informati nel gennaio del 1937 rispetto a un volo che sarebbe partito da Linköping nel dicembre 1935, a differenza di Gulliksen e dei suoi superiori; esse non avevano inoltre alcun obbligo, giuridico o politico o di immagine, di conservare anche nel gennaio del 1937 i registri degli arrivi e delle partenze di velivoli verificatesi nel dicembre del 1935, ossia tredici mesi prima.

In terzo luogo, l’aeroporto di Linköping aveva una particolare caratteristica, nel 1935 come all’inizio del 1937: esso infatti era stato costruito proprio da privati e società private agli inizi degli anni Trenta, al fine di testare e controllare i voli degli aerei prodotti prima dalla Asja e poi dalla Saab, come emerge dalle informazioni prese dal sito ufficiale dell’aeroporto di Linköping, www.Linköpingsfly.flygpalts.se.

Quindi l’aeroporto di Linköping costituiva un’area privata negli anni Trenta dello scorso secolo, e non viceversa un luogo pubblico e sottoposto quindi al diretto controllo statale, a differenza dell’aeroporto (principalmente di natura militare) di Kjeller: la “carta svedese” e la citazione di Linköping costituiva quindi una strada e via di fuga che poteva essere ben utilizzata da Gulliksen e dai suoi superiori, per crearsi un’utile copertura adatta eventualmente alle loro esigenze.

In ultimo, ma non certo per importanza, si è già accennato in precedenza che le sopracitate società che parteciparono alla costruzione dell’aeroporto di Linköping avevano forti relazioni e interessi economici con la Germania, ivi compresa la Germania nazista del 1935/37 costituendo quindi amici comprensivi e ben disposti verso i nazisti: anzi, amici molto ben disposti verso il regime hitleriano, con tutte le conseguenze del caso.

Del resto anche in Norvegia sussisteva, nel corso degli anni Trenta, un certo grado di collaborazione con il settore aereonautico tedesco: oltre all’acquisto da parte delle autorità di Oslo di velivoli prodotti in Germania, va ad esempio sottolineato a questo proposito come un famoso aviatore norvegese quale Johan Koren Christie (1909-1995) si fosse diplomato, proprio nel 1935, in ingegneria aereonautica presso la Technische Hochschule di Berlino, andando subito dopo a lavorare presso la fabbrica di aerei di Kjeller[20].

A questo punto passiamo all’analisi dettagliata del rapporto elaborato per iscritto dalle autorità aeroportuali di Kjeller e datato 25 febbraio 1937, avente per oggetto fin dal suo titolo i voli effettuati a Kjeller nel dicembre 1935.

[1] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, terza parte, in http://www.marxists.org

[2] “The case of….”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[3] “Storia dell’aviazione”, in it.wikipedia.org, sezione “L’età dell’oro”.

[4]  http://it.wikipedia.org/wiki/Junkers_Ju_52.

[5]  http://it.wikipedia.org/wiki/Messerschmitt_BF_108.

[6] “Messerschmitt BF 108 Taifun”, in http://www.aviationmilitaries.net.

[7] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[8] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[9] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[10] “Aereo da trasporto”, in it.wikipedia.it

[11] “Trondheim Airport, Vaernes”, in en.wikipedia.org

[12] “Trondheim Airport, Jonsvaten”, in en.wikipedia.org

[13]  H. Camlot, “Did Wallenberg’s family aid Nazis while he saved Jews?”, 14/06/1996, in www.jweekly.com

[14] “Jacob Wallenberg, 1899-1982”, en.wikipedia.org

[15] Rachel Bell “Fortune’s end: the mysterious murder of sir. Harry Oakes”, in www.crimelibrary.com; J. Ruchenau e W. H. Beezley, “State governors in the Mexican Revolution, 1910-1952”, pag. 171, ed. Rowman & Littlefield Publishers, in books.google.it

[16] “Svezia, la regina ammette: “Mio padre era un nazista.” 2 dicembre 2010, in www.corriere.it; G. Aalders e C. Wieber, “The art of cloaking, The case of Sweden ownership”, pag. 32, ed. Amsterdam University Press; J. Nadler, “Unraveling Raoul Wallenberg’s secrets”, 19 maggio 2008, in http://www.raoulwallenberg.net

[17] P. Brouè, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 832, ed. Bollati Boringhieri

[18] Op. cit.

[19] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[20] “Johan Christie”, in nbl.sln.no/Johan_Christie

IL volo di Pjatakov. Capitolo primo

Rashomon: tre versioni diverse

 

 

La prima versione rispetto al volo di Pjatakov è stata fornita al processo di Mosca del gennaio del 1937 dagli stessi imputati, venendo sostanzialmente accettata (con alcune eccezioni rilevanti, ma non decisive) dalla pubblica accusa stalinista allora rappresentata da A. J. Vysinskij.

Secondo i due principali imputati, G. L. Pjatakov e K. Radek:

  • sussisteva e operava in Unione Sovietica, a partire dal dicembre del 1927, un’organizzazione clandestina trotzkista via via infiltratasi anche nei livelli elevati della nomenklatura economica e militare del paese e attiva, senza soluzione di continuità, fino al 1936;
  • sia Radek che Pjatakov non fecero parte dal 1928 al 1930 di questa struttura illegale, avendo allora rotto i legami politico-organizzativi intessuti in precedenza con Trotskij[1];
  • a partire dalla metà del 1931, i due uomini politici tuttavia si unirono di nuovo all’organizzazione trotzkista, ridiventando quasi subito dei leader di quest’ultima in terra sovietica[2].

Come notò Karl Radek nella sua arringa finale al processo di Mosca del 1937, dopo il dicembre del 1927 (quando Trotskij e molti suoi sostenitori vennero espulsi dal partito bolscevico) “in parte i miei coimputati” (al processo del gennaio 1937) “tornarono sulla via della lotta, da convinti trotzkisti, sostenitori della negazione permanente della possibilità di edificare il socialismo in un solo paese. Dopo aver perduto la fede in questa concezione di Trotcij, io mi ravvidi, ma, di fronte alle difficoltà del socialismo, negli anni dal 1931 al 1933 divenni vittima del timore. Ciò mostra soltanto che è più facile riconoscere teoricamente l’affermazione del socialismo, che avere la forza e la costanza che possono maturare solo in quegli uomini che abbiano proceduto col partito senza lotte, con la più profonda e intima convinzione.

Di fronte alla sfiducia e alla scarsa fiducia nei confronti dei quadri al potere e in condizioni di scarso contatto con i quadri, la teoria sola diventa lettera morta, resta un punto di partenza astratto e non pratico. M’imbattei in questa difficoltà e ritornai all’illegalità”[3];

  • tornati entrambi ad essere in segreto dei dirigenti autorevoli dei trotzkisti sovietici, Pjatakov e Radek nell’aprile del 1934 ricevettero una lettera di Trotskij nella quale il loro capo in esilio spiegò, oltre alla necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e usando ogni mezzo possibile, ivi compreso il sabotaggio e il terrorismo, l’esigenza di una collaborazione con l’imperialismo tedesco e il suo mandatario politico, il nazismo, anche in previsione dello scoppio della seconda guerra mondiale considerata come sicura e ormai imminente dallo stesso Trotskij;
  • di fronte alle novità contenute nella direttiva di quest’ultimo, si manifestarono dubbi e incertezze nel centro clandestino dei trotzkisti allora operanti in Unione Sovietica.

Sempre Radek notò che “dopo la direttiva di Trotskij del 1934, quando gli trasmisi la risposta del centro, vi aggiunsi di mia iniziativa che ero d’accordo di sondare il terreno” (con i nazisti), “ma non entrare in relazione direttamente, dissi, la situazione può mutare. Proposi allora che le trattative fossero condotte da Putna” (un alto ufficiale dell’Armata Rossa) “che ha relazioni nelle cerchie militari dominanti in Giappone e in Germania.

Trotskij rispose: “senza di voi non accetteremo nessuna condizione, non prenderemo alcuna decisione”. Tacque, poi, un anno. Dopo di che ci pose di fronte al fatto compiuto. Dovete comprendere, non è un mio merito se mi ribellai. È semplicemente un dato di fatto necessario perché comprendiate”[4];

  • con una lettera di Trotskij inviata all’inizio di dicembre del 1935 a Radek e al centro dirigente trotzkista operante in Unione Sovietica, arrivò infatti un’ulteriore novità da parte del loro leader in esilio, ormai giunto in Norvegia a partire dal giugno del 1935: l’accordo con i nazisti costituiva un dato di fatto ormai acquisito, nella tattica elaborata dal capo indiscusso della costituenda Quarta Internazionale;
  • di fronte al fatto compiuto del “patto con il diavolo” hitleriano, scoppiò il dissenso politico nelle file dei dirigenti trotzkisti clandestini. Di comune accordo, sia Pjatakov che Radek presero la decisione di incontrarsi direttamente con Trotskij, una volta possibile: e a tale scopo poté essere utilizzato il viaggio ufficiale di Pjatakov nella Germania nazista previsto attorno al 10 dicembre 1935, anche se sia quest’ultimo che Radek si rendevano conto dei gravi rischi che tale colloquio comportava per la loro stessa sopravvivenza fisica;
  • informato dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij a sua volta attivò un militante clandestino trotzkista di nazionalità sovietica che operava allora come giornalista proprio in Germania, e cioè D. P. Bukhartsev, per preparare e attuare il viaggio di Pjatakov in terra norvegese;
  • se l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, da parte tedesca esso venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav” e che rappresentava l’anello di collegamento tra le due parti;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con quest’ultimo, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner, e venne deciso di comune accordo il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo attorno alle 15,00 del pomeriggio, dopo un volo di circa tre ore e senza scalo, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto norvegese e quindi ritornò a Berlino;
  • giunto in seguito a Mosca, dopo la fine della sua missione diplomatica in Germania, Pjatakov espose i contenuti del suo incontro col loro leader in esilio a Radek e a pochi altri dirigenti del movimento clandestino trotzkista in Unione Sovietica: anche se non vi fu un’aperta rottura politica con Trotskij, i dubbi sulla nuova alleanza con i nazisti rimasero fortissimi, consolidando una relazione di sfiducia tra il leader in esilio della Quarta Internazionale e una parte dei dirigenti clandestini invece operanti in Unione Sovietica.

Nel suo discorso finale al processo di Mosca che lo vedeva imputato, Radek sottolineò che “infine, quando Pjatakov tornò dall’estero, riferendo il colloquio con Trotskij accennò al fatto che questi aveva disposto che “i quadri” (ossia i dirigenti dell’opposizione trotzkista in Unione Sovietica) “dovessero venire composti da persone che non fossero ancora corrotte dalla direzione staliniana”, quali ad esempio lo stesso Radek e Pjatakov[5];

  • nel corso del 1936 iniziarono gli arresti dei militanti di base del movimento trotzkista in Unione Sovietica: ad esempio Radek accennò nel suo discorso finale al clima di scoramento e paura che si diffuse tra i leader ancora liberi dell’organizzazione, notando: “sapevo io prima dell’arresto, che la faccenda sarebbe terminata proprio in questo modo? Come non potevo non saperlo, se il capo del reparto organizzativo del mio ufficio, Tivel, fu arrestato, se Friedland, con cui negli ultimi anni mi ero incontrato molto spesso, fu arrestato?[6]”;
  • dopo i primi arresti degli attivisti e dei quadri intermedi trotzkisti, furono proprio Pjatakov e Radek a venire incarcerati nel settembre del 1936: Pjatakov confessò il suo ruolo di dirigente clandestino trotzkista e il suo volo/incontro segreto in Norvegia con Trotskij dopo circa quaranta giorni dal suo fermo, mentre Radek iniziò invece a collaborare con le autorità di sicurezza staliniste solo dopo quasi tre mesi e all’inizio di dicembre del 1936.

Rispetto alla versione fornita dagli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, e in particolar modo da Pjatakov e Radek, il rappresentante della pubblica accusa A. J. Vysinskij prese nettamente le distanze su tre punti specifici, come si è accennato in precedenza.

In primo luogo Vysinskij negò precisamente che Pjatakov e Radek avessero effettivamente rivelato tutta la verità sulla loro attività clandestina, sottolineando nella sua arringa finale che “sono convinto che gli imputati non abbiano detto neppure la metà di tutta quella verità, che rappresenta la tremenda storia dei loro gravissimi delitti contro il nostro paese…[7];

Inoltre il rappresentante dell’accusa non diede alcun peso politico, morale e giuridico ai dissensi politici sorti tra Pjatakov e Radek da un lato, e Trotskij dall’altro proprio sul tema della collaborazione con i nazisti, conflitto che costituì invece a giudizio dei primi il motivo immediato del rischioso volo di Pjatakov a Oslo, mentre altresì Vysinskij sostenne che Pjatakov e Radek rappresentassero solo degli squallidi servi di Hitler, e quindi non affidabili in alcun modo.

Siamo quindi in presenza di divergenze non irrilevanti e che vennero notate apertamente anche dallo stesso Pjatakov quando, nel suo discorso finale, sottolineò pubblicamente che “non posso essere d’accordo con la tesi del Pubblico Ministero” (Vysinskij) “che io ancora oggi, al banco degli imputati, sia rimasto trotzkista”[8].

Ma tali asimmetrie, su cui si tornerà a lungo verso la fine di questo libro attraverso l’esame della veridicità/falsità delle confessioni esposte pubblicamente nel gennaio del 1937, non possono nascondere il fatto centrale per cui, almeno rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con Trotskij in Norvegia, la pubblica accusa diede fede completamente alle testimonianze di Radek, Pjatakov e Bukhartsev: la “prima versione” stalinista, scaturita dal processo di Mosca del gennaio 1937, risulta pertanto sostanzialmente unitaria riguardo al tema centrale che stiamo trattando, sostenendo senza esitazioni che il volo di Pjatakov si verificò realmente nel dicembre del 1935 così come l’incontro segreto di quest’ultimo con Trotskij nei dintorni di Oslo.

La “seconda versione” presenta un carattere ancora più monolitico della sua diretta antagonista, rispetto al viaggio clandestino di Pjatakov.

In estrema sintesi, essa afferma che si trattò di una delle più clamorose e infami menzogne espresse durante i già vergognosi processi di Mosca: a suo parere il volo di Pjatakov non solo non era mai avvenuto, come del resto il suo presunto incontro segreto con Trotskij, ma tale malvagia favola costituisse una delle bugie staliniste più facili da confutare, in modo inequivocabile e senza possibilità di appello.

La “seconda versione” iniziò a prendere forma già il 24 gennaio del 1937 per opera dello stesso Trotskij che, un solo giorno dopo la deposizione di Pjatakov al processo di Mosca, cominciò a impostare il suo controprocesso rispetto al presunto viaggio di Pjatakov.

In una dichiarazione rivolta alla stampa mondiale, Trotskij il 24 gennaio del 1937 elaborò infatti una serie di domande:

“Se Pjatakov viaggiò” (a Oslo) “sotto il suo nome, l’intera stampa norvegese sarebbe stata informata di ciò. Conseguentemente, egli viaggiò sotto un falso nome, qual era? Tutti i funzionari sovietici, quando sono all’estero, sono in costante contatto per telegrafo o telefono con le loro ambasciate o uffici di commercio, e non per una sola ora essi sfuggono alla sorveglianza del GPU” (acronimo che indicava in precedenza la polizia sovietica, che nel 1934/39 usava invece quello di NKVD):

“Come avrebbe potuto Pjatakov tenere il suo viaggio sconosciuto alle istituzioni sovietiche in Germania e Norvegia? Lasciatelo descrivere l’aspetto interno del mio appartamento. Ha visto mia moglie? Io avevo o non avevo una barba? Come ero vestito? L’entrata della mia stanza di lavoro era attraverso l’appartamento dei Knudsen” (dei simpatizzanti trotzkisti che ospitavano in Norvegia il leader della costituenda Quarta Internazionale) “e tutti i nostri visitatori, senza eccezione, erano introdotti nella casa della famiglia che ci ospitava. Pjatakov li ha incontrati?

Essi videro Pjatakov? Queste sono alcune delle questioni con l’aiuto delle quali sarebbe facile dimostrare davanti a qualunque corte giudiziaria onesta che Pjatakov ripete solamente le invenzioni del GPU”[9].

Il 27 gennaio del 1937 Trotskij elaborò e inviò altre tredici questioni sul volo di Pjatakov sia ai mass media che alla corte di Mosca che stava giudicando quest’ultimo e Radek, spiegando subito che “io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (dal 1928 al 1936) “non è stato un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici e che non sarebbe potuto sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi”.

Le prime domande riguardarono proprio la stessa presenza di Pjatakov a Berlino, visto che Trotskij chiese se Pjatakov fosse arrivato nella capitale tedesca legalmente o invece illegalmente, e nell’ultimo caso con quali mezzi di sostegno; tra le altre questioni di minore importanza, il leader in esilio della Quarta Internazionale pose domande sul passaporto di Pjatakov, sul perché Pjatakov non si fosse fermato a mangiare con lui dopo il loro presunto incontro, sull’impossibilità che quest’ultimo passasse una notte in Norvegia senza essere scoperto e in quale posto egli avesse trovato rifugio sul suolo scandinavo.

Torneremo mano a mano a rispondere a queste “domande minori”, ma il vero punto di forza di Trotskij era costituito dalla tematica già sollevata il 25 gennaio 1937 da un quotidiano norvegese, avente per oggetto l’impossibilità oggettiva del viaggio di Pjatakov da Berlino fino alla zona di Oslo.

Come riportò Trotskij anche nell’aprile del 1937 in Messico davanti alla commissione Dewey, un circolo d’intellettuali prevalentemente statunitensi, riunitosi principalmente su impulso del movimento trotzkista al fine di fornire un giudizio “imparziale” sui primi due processi di Mosca, il giornale conservatore Aftenposten dopo una breve indagine pubblicò infatti il 25 gennaio del 1937 la notizia clamorosa per cui “nel dicembre 1935 neanche un singolo aereo straniero atterrò a Oslo”[10].

Si trattava di uno scoop giornalistico da cui derivava inevitabilmente che a Pjatakov mancavano assolutamente sia i mezzi che le opportunità per trasferirsi da Berlino a Oslo, ossia due dei tre tradizionali criteri di prova utilizzati rispetto a qualunque “delitto”.

Ma non solo: il 29 gennaio del 1937 il giornale socialdemocratico norvegese Arbeiderbladet intervistò proprio T. Gulliksen, il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller posto vicino a Oslo. La sua testimonianza diventò particolarmente importante perché proprio Vysinskij, il rappresentante della pubblica accusa stalinista, aveva sottolineato nella seduta pubblica del 27 gennaio del 1937 (certo per parare gli effetti mediatici derivati dallo “scoop” dell’Aftenposten) che “l’aeroporto di Kjeller vicino a Oslo riceve” (aerei) “durante tutto l’anno, in accordo con i regolamenti internazionali, aeroplani di altri paesi, e che l’arrivo e la partenza di aerei è possibile anche nei mesi invernali”.

Nell’intervista al quotidiano Arbeiderbladet, Gulliksen confermò per telefono (e poi con una dichiarazione scritta, che attestava il suo apprezzamento per la fedeltà del resoconto giornalistico alle sue dichiarazioni verbali) che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (nel dicembre del 1935) “un solo aereo atterrò qui” (a Kjeller), “e esso era un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma questo aereo non portava passeggeri”.

Ricordiamoci il nome di Linköping, e andiamo avanti con la testimonianza di Gulliksen.

Alla domanda del giornale su quando fu “l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aereo straniero atterrò a Kjeller”, Gulliksen rispose che tale evento avvenne “il 19 settembre” del 1935. “Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un aviatore inglese, il signor Robertson, con il quale io ho buoni rapporti”.

Alla nuova domanda “e dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”, la risposta testuale di Gulliksen fu “il primo maggio del 1936”[11].

Se nessun aereo proveniente dall’estero era atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, ne derivava necessariamente:

  • l’assenza di mezzi materiali a disposizione di Pjatakov, per compiere il suo presunto viaggio aereo;
  • l’assenza assoluta di opportunità, sempre a tal fine;
  • la falsità, altrettanto assoluta, della testimonianza di Pjatakov sul suo presunto volo in Norvegia.

Partita persa per Stalin, quindi, avendo contro l’assenza assoluta di mezzi e opportunità sia per il presunto volo di Pjatakov che per il supposto incontro di quest’ultimo con Trotskij.

Inoltre la “seconda versione”, nella persona dello stesso Trotskij, pose in rilievo come la posizione politica concreta di Pjatakov (e Radek) nel 1929-36 togliesse qualunque tipo di credibilità al loro presunto incontro, escludendo a priori qualunque movente e motivo plausibile da parte di Pjatakov per incontrarsi nel 1935 in Norvegia con il leader indiscusso del movimento trotzkista operante su scala internazionale.

Se infatti Pjatakov e Radek non risultavano dei dirigenti clandestini trotzkisti in Unione Sovietica, ma viceversa degli stalinisti e dei “nemici giurati” del trotzkismo a partire dal 1929, come sottolineò Trotskij con enfasi già il 27 gennaio 1937 (e ripeté con forza davanti all’amichevole commissione Dewey, nell’aprile 1937), per quale ragione Pjatakov avrebbe dovuto far visita a Trotskij nel dicembre del 1935?

Per portargli dei fiori?

Per parlare del tempo?

Perché Pjatakov, se era davvero da alcuni anni uno stalinista e un “feroce nemico” politico di Trotskij, avrebbe corso il rischio enorme di essere scoperto dai servizi segreti stalinisti per incontrare Trotskij, espulso dall’URSS ormai dal 1929 e da molti anni un accanito nemico del nucleo dirigente stalinista?

Pertanto la “seconda versione” ritiene da molti decenni di avere a suo favore non solo l’assenza totale di mezzi e opportunità per il volo di Pjatakov, ma altresì l’assenza totale di moventi credibili da parte di quest’ultimo per avere in segreto un colloquio personale con Trotskij.

E, a sua volta, anche il leader in esilio della Quarta Internazionale non avrebbe avuto alcun motivo ragionevole per accogliere e ospitare un suo “nemico giurato”: perché incontrarsi e parlare con Pjatakov, ossia con un suo “nemico” schierato a partire dal 1928 al fianco di Stalin?

Forse per ricevere dei fiori da parte sua?

Per parlare del tempo in Norvegia?

Game over contro Stalin, anche sul fronte del movente.

Ma non solo. Riprendendo una dichiarazione resa realmente da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey sempre Trotskij sottolineò la totale assenza di materiale probatorio concreto, fisico e tangibile al processo di Mosca del gennaio del 1937, per tutti gli episodi denunciati/inventati da Vysinskij e in particolar modo rispetto al presunto volo di Pjatakov[12].

Foto del presunto incontro tra Trotskij e Pjatakov? Nessuna.

Registrazioni audio? Nessuna.

Lettere e corrispondenze tra Radek e Trotskij, tra Pjatakov e Trotskij presentate in aula? Nessuna.

Partita persa per Stalin anche sotto questo aspetto, pertanto.

Ma non solo: quale movente credibile avrebbe avuto Trotskij per vendersi ai nazisti e per diventare una “spia di Hitler”, come sostenevano i primi due processi di Mosca e tutta la propaganda stalinista?

Contro tale tesi strampalata parlava a gran voce la militanza marxista compiuta da Trotskij a partire dal 1898 e durata quindi per quasi quattro decenni, e contava altresì anche l’origine ebraica da tutti conosciuta (ovviamente anche da Hitler e dai nazisti) dello stesso Trotskij, da collegarsi dialetticamente con il noto e virulento antisemitismo sempre espresso dai fascisti tedeschi.

In altri termini, come poteva un marxista come Trotskij essere diventato un “servo” dei nazisti, ferocemente e sicuramente anticomunisti?

Come poteva un ebreo come Trotskij essere diventato un “servo” e una “spia” dei nazisti, ferocemente antisemiti?

Anche la teoria accusatoria di matrice stalinista rispetto ai moventi (presunti) di natura politica che avrebbero spinto il leader della Quarta Internazionale a svendersi a Hitler faceva quindi acqua da tutte le parti.

Rispetto invece alle confessioni degli imputati del processo di Mosca del 1937, la tesi espressa della “seconda versione” risultava chiara e semplice: essendo false, esse erano state estorte con l’utilizzo combinato della tortura e delle minacce nei confronti degli imputati e/o delle loro famiglie.

Non solo: essendo scontato per il movimento trotzkista che l’Unione Sovietica di Stalin risultava sicuramente una dittatura burocratica contro gli operai, che non assicurava alcuna forma di democrazia reale e di garanzie giuridiche anche ai comuni cittadini sovietici, a maggior ragione proprio degli imputati divenuti invisi al crudele leader georgiano a capo del paese sarebbero stati alla mercé della polizia segreta stalinista e dei suoi arbitri.

Estorte pertanto con l’utilizzo della coercizione/minaccia, le confessioni rese dagli imputati – a partire da Pjatakov e Radek, nel “giallo” storico che stiamo iniziando a esaminare – non facevano altro che ripetere “le invenzioni del GPU” e degli apparati repressivi sovietici, come rilevò Trotskij in diverse occasioni, risultando quindi prive di qualsiasi valore fattuale, politico e giuridico: false e menzognere in ogni caso, esse portavano altresì con loro il segno della violenza, delle minacce e delle torture irrogate dal regime stalinista contro imputati innocenti, ma ormai ridotti forzatamente al ruolo di meri strumenti e semplici burattini della volontà del dittatore georgiano.

In ultima analisi il volo di Pjatakov a Kjeller risultava solo ed esclusivamente una pietosa e squallida invenzione stalinista, sempre secondo la “seconda versione”, per tutta una serie di motivi diversi ma che si collegavano e rafforzavano reciprocamente tra loro.

Coloro che scrivono propongono invece una diversa e “terza versione”.

Concordiamo infatti con la tesi stalinista-ortodossa rispetto alla questione principale, ossia sull’esistenza concreta del volo di Pjatakov e del colloquio segreto tenuto da quest’ultimo con Trotskij in Norvegia, nel dicembre del 1935. Ma d’altro canto ci distacchiamo dalla “prima versione” rispetto a un nodo e a un punto importante, e cioè sulla (presunta e inesistente) svendita di Trotskij ai nazisti, proponendo viceversa un movente completamente diverso per la collaborazione tattica e momentanea creatasi tra le due parti nel 1934/36: e cioè la volontà politica, comune a due nemici giurati, tesa a eliminare l’antagonista principale comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime.

Prima di iniziare, serve tuttavia l’esposizione almeno di un elementare e sintetico inquadramento del contesto storico nel quale si svolse il (presunto/reale) volo di Pjatakov e il processo di Mosca del gennaio del 1937, dando assoluta priorità ai fatti, persone e istituzioni legate alla materia del nostro studio.

Sul piano interno dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1926 e il 1937:

  • dall’inizio del 1929 si era affermata l’egemonia piena (seppur non ancora totale) di Stalin all’interno del partito comunista, anche se fino all’inizio del 1937 il nucleo dirigente stalinista contava al suo interno anche delle personalità dotate di un certo grado di autonomia rispetto al leader georgiano, quali ad esempio G. K. Ordzonikidze;
  • il primo dicembre 1934 S. M. Kirov, leader del partito comunista nella città di Leningrado, venne ucciso da un ex-seguace dell’opposizione di sinistra formatasi nel 1926/27, e cioè L. Nikolaev;
  • esisteva sicuramente, come confermato dallo stesso Trotskij pubblicamente nel gennaio del 1936, un’organizzazione clandestina trotzkista che, dopo l’estate del 1933, si proponeva apertamente il rovesciamento violento e con la forza del gruppo dirigente stalinista;
  • tracce innegabili di opposizione a Stalin si manifestarono anche in quella che era stata la destra del partito bolscevico guidata nel 1924/29 da Bucharin, con quella “piattaforma Riutin” del 1932 nella quale era indicato chiaramente l’obiettivo di rimuovere l’odiato Stalin dal potere;
  • dal 1928 al 1937 il settore industriale sovietico aveva avuto uno sviluppo formidabile e tumultuoso, capace come minimo di triplicare in un decennio il processo produttivo sovietico. Lo studioso nipponico Hiroaky Kuromiya, nel suo stesso testo “Stalin’s Industrial Revolution”, edito nel 1988 dalla Cambridge University Press, a pag. 287 scrisse: “Il successo realizzato dalla rivoluzione nel periodo 1928-31 ha gettato le basi della straordinaria espansione industriale degli anni Trenta, che ha salvato il paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1932 il prodotto industriale, man mano che i progetti del primo piano quinquennale, uno dopo l’altro, diventavano operativi, conobbe un’espansione eccezionale. Nel corso degli anni 1934-36, l’indice ufficiale registrò un aumento dell’88% per la produzione industriale lorda. Nel corso del decennio del 1927-28 al 1937, la produzione industriale lorda aumentò da 18.300 milioni di rubli al 95.000 milioni; la produzione dell’acciaio era salita da 3,3 milioni di tonnellate a 14,5; quella del carbone da 35,4 milioni di metri cubi a 128; la potenza elettrica da 5,1 miliardi di chilowattora a 36,2; la produzione delle macchine utensili da 2098 unità a 36120. Anche eliminando le esagerazioni, si può dire con certezza che le realizzazioni davano le vertigini”;
  • tuttavia il potere d’acquisto reale degli operai sovietici era sceso notevolmente tra il 1929 e il 1932, risalendo ai livelli del 1928 solo poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando pertanto delle consistenti sacche di scontento tra i lavoratori sovietici, anche se l’eliminazione della disoccupazione, il basso costo delle abitazioni e dei trasporti costituirono delle conquiste sociali importanti del regime stalinista;
  • se il progetto di collettivizzazione delle campagne venne sostanzialmente portato a termine attorno al 1933, esso venne d’altro canto accompagnato da una durissima carestia nel biennio 1932-33 e dalla stagnazione del tenore di vita dei colcosiani, i membri delle cooperative rurali, anche dopo il 1933: oltre agli ex kulak, ossia i contadini ricchi espropriati nel dicembre del 1929/marzo del 1930, una parte significativa dei produttori rurali sovietici manifestava pertanto come minimo apatia e disinteresse collettivo verso il sistema politico-sociale stalinista;
  • nell’agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo contro l’opposizione antistalinista e che, oltre agli imputati quali Zinoviev e Kamenev (già oppositori di Stalin all’interno del partito bolscevico, nel 1925/27), chiamò in causa proprio Trotskij, accusato in contumacia di essere il capo di un fronte di opposizione che comprendeva al suo interno trotzkisti, seguaci di Zinoviev/Kamenev e la destra di Bucharin. Tutti gli imputati, ivi compreso l’assente Trotskij, furono accusati di aver preparato e compiuto atti terroristici contro i leader stalinisti, a partire dall’omicidio sopracitato di Kirov, oltre che di essere in combutta con i nazisti, venendo tutti fucilati dopo la fine del procedimento giudiziario in esame.

Sul piano internazionale, sempre negli anni 1926-37:

  • dopo il gennaio/marzo del 1933, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e il rapidissimo riarmo tedesco, le mire egemoniche del nazismo verso l’area slava e il suo accanito anticomunismo crearono quasi subito una grave e mortale minaccia per l’Unione Sovietica e il nucleo dirigente stalinista;
  • l’imperialismo britannico, partendo dal marzo del 1933 fino quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939, tenne una linea strategica avente per obiettivo la ricerca di un compromesso amichevole con Hitler in funzione antisovietica;
  • anche se l’Unione Sovietica dall’inizio del 1935 riuscì a stipulare dei fragili accordi di collaborazione politico-militare con la Francia e la Cecoslovacchia, l’influenza nefasta esercitata dai circoli conservatori al potere in Gran Bretagna impedì la costruzione di un solido fronte unico antinazista in Europa;
  • l’aggressione dell’imperialismo nipponico contro la Cina, iniziato nel 1931 e proseguita quasi ininterrottamente fino al 1937; l’invasione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo italiano (1935-36) e l’alleanza via via creatasi tra il regime fascista italiano e quello hitleriano; il sanguinario golpe scatenato dai militari e dalla grande borghesia spagnola nel luglio del 1936 contro il moderato governo del Fronte Popolare (luglio 1936), che aprì la strada alla guerra civile del 1936-39 in terra iberica, costituirono i tasselli di un processo sviluppatosi su scala planetaria e che contribuì a portare allo scoppio del secondo conflitto mondiale alla fine di agosto del 1939, con l’invasione nazista della Polonia e l’entrata in guerra contro quest’ultima da parte della Francia e della Gran Bretagna;
  • l’Unione Sovietica conobbe negli anni Trenta una notevole crescita nel suo livello di sviluppo degli armamenti, anche grazie al salto di qualità ormai avvenuto nell’industria pesante, ma tale dinamica non riuscì purtroppo a tenere il passo, nel periodo preso in esame, con il formidabile ritmo di aumento del potenziale bellico nazista.

Per quanto riguarda il processo pubblico tenutosi a Mosca dal 23 al 30 gennaio del 1937, nel quale venne esaminata a fondo anche la questione del volo e colloquio segreto con Trotskij di Pjatakov, la presidenza del tribunale era tenuta dal giudice militare d’armata V. V. Ulrich e i membri del tribunale furono invece O. I. Marulevic e N. M. Ryshkov; la pubblica accusa era sostenuta da A. J. Vysinskij; la difesa dell’imputato Knjazev era sostenuta dal membro del collegio di difesa Braude, quella dell’imputato Puscin venne assunta da Kommodov e la tutela legale dell’imputato Arnold invece da Kasnasceev.

Gli altri imputati, e cioè Pjatakov, Radek, Sokol’nikov, Serebrjakov, Livscits, Muralov, Drobnis, Bogulavskij, Rataishak, Norkin, Scestov, Stroilov, Turok e Hrasce avevano rinunciato invece a valersi di un avvocato, dichiarando che si sarebbero difesi da soli[13].

Tra gli imputati del processo di Mosca del gennaio 1937 spiccavano le figure di Pjatakov e Radek.

Georgij Leonidovic Pjatakov (1890-1937), indicato anche come Juri o Grigorij, era il figlio di un ricco imprenditore ucraino. Originariamente anarchico, egli aderì al partito bolscevico nel 1912: dopo aver avuto alcuni disaccordi politici con Lenin, gli si riavvicinò nel 1917 contribuendo con grande coraggio alla rivoluzione sovietica e mostrandosi molto attivo in Ucraina, durante la guerra civile. Dopo avere partecipato all’opposizione trotzkista dal 1923 al 1927, venne espulso dal partito comunista nel 1927 ma ottenne quasi subito di essere riammesso al suo interno all’inizio del 1928.

Una volta passato nelle file staliniste, Pjatakov acquisì rapidamente delle cariche molto importanti nell’apparato economico sovietico diventando nel 1930 il direttore della Gosbank, ossia della banca centrale dell’Unione Sovietica: in quel ruolo egli ebbe comunque in breve tempo un serio scontro di matrice politico-economica con il nucleo dirigente stalinista rispetto alle misure concrete da prendere per contrastare la crisi fiscale e il processo inflazionistico che si erano sviluppati allora in terra sovietica, conflitto che portò Stalin a definire Pjatakov come “un genuino trotzkista di destra” in una sua lettera inviata il 13 settembre del 1930 a Vjaceslav Molotov, allora il suo principale collaboratore politico[14].

Anche se a causa del suo dissenso con Stalin fu rimosso nell’autunno del 1930 dalla direzione della Gosbank, in ogni caso Pjatakov venne nominato responsabile dell’importante settore dell’industria chimica il 15 ottobre del 1930 e in seguito diventò il vicepresidente del decisivo commissariato (ministero) dell’industria pesante sovietica, svolgendo il ruolo di attivissimo braccio destro – e amico personale – di G. K. Ordzhonikidze, che sul piano formale ne era il responsabile[15].

Di nuovo espulso dal partito e arrestato nel settembre del 1936, Pjatakov venne processato nel gennaio del 1937 e fu condannato a morte.

Per quanto riguarda invece Karl B. Radek (1885-1939), nato in Galizia, in gioventù aveva militato nel partito socialdemocratico polacco e poi in quello tedesco, dal quale venne espulso nel 1912 per un presunto furto. Radek conobbe Lenin in Svizzera nel ’15 e con lui tornò in Russia nel ’17: esperto delle dinamiche politiche tedesche, egli diresse nel ’18 la propaganda bolscevica in Germania, dove fu arrestato all’inizio del ’19. Nel 1920 divenne segretario dell’Internazionale comunista, ma la sua aperta solidarietà con Trotskij lo condusse a un rapido declino politico, e a partire dall’inizio del 1925 venne nominato rettore di una università sovietica destinata ad addestrare i comunisti cinesi. Divenuto uno dei principali responsabili dell’Opposizione unificata antistalinista del 1926/27, Radek venne espulso dal partito nel 1927 ma meno di due anni dopo chiese e ottenne di esservi riammesso, e si trasformò a poco a poco in uno dei principali commentatori sovietici di politica estera: arrestato nel settembre del 1936 e condannato a dieci anni di reclusione nel gennaio del 1937, fu ucciso in prigionia da un altro detenuto all’inizio del 1939.

Va sottolineato come i due protagonisti presi in esame si conobbero personalmente nel 1918 e appartennero senza soluzione di continuità, dal 1923 al 1927, alla componente del partito bolscevico legato a Trotskij, tanto da essere impegnati direttamente e sotto la direzione di quest’ultimo in Germania durante il 1923, nel fallito tentativo promosso dall’Internazionale comunista per cercare di innescare un processo rivoluzionario in terra tedesca.

Tra il 1923 e la fine del 1927 Pjatakov e Radek risultavano quindi tra i principali dirigenti della frazione trotzkista in Unione Sovietica e combatterono apertamente, nei cinque anni presi in esame con il loro leader indiscusso – L. D. Bronstein/Trotskij – contro il nucleo dirigente sovietico, guidato allora principalmente da Stalin, tutta una serie di dure e significative battaglie politiche, tanto che nel capitolo ventesimo della sua biografia su Trotskij, Brouè inserì i due dirigenti in esame nell’empireo trotzkista di quel tempo ed entrambi parteciparono attivamente, dall’aprile del 1926 fino al novembre del 1927, a quella che si autodefinì l’opposizione unificata di sinistra del partito comunista[16].

Se Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), nato a Gori in Georgia nel dicembre del 1879, dall’inizio del 1925 era ormai diventato il principale leader del paese dei Soviet e del partito comunista, rimanendo in seguito in tale posizione egemone fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1953, il suo grande antagonista L. D. Bronstein, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Trotskij (1879-1940), aveva organizzato una prima aperta opposizione a Stalin e ai suoi alleati già nell’autunno del 1923. Sconfitto in quell’occasione e di nuovo battuto in occasione di un duro dibattito storico-politico sulla Rivoluzione d’Ottobre scatenatosi alla fine del 1924, egli scese in campo di nuovo contro Stalin al fianco di Zinoviev e Kamenev, due dirigenti bolscevichi di lunga data, dando vita a quell’”Opposizione di sinistra” che operò dal 1926 fino alla fine del 1927, quando essa si divise dopo essere stata sconfitta in modo clamoroso dal nucleo dirigente stalinista, allora ancora alleata con l’ala moderata del partito diretta da N. I. Bucharin.

Subito dopo la disfatta dell’opposizione di sinistra alla fine del 1927, Trotskij era stato allontanato dal partito comunista e venne in seguito espulso dall’URSS nel febbraio del 1929, in un esilio che lo vide via via in Turchia (1929-33) e in Francia (luglio 1933 – giugno 1935) prima della sua nuova tappa di transito, la Norvegia dove risiedette dal giugno 1935 fino al dicembre 1936 [17].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij era in esilio in Norvegia e venne ospitato dal deputato laburista K. Knudsen nel villaggio di Honefoss, posto poche decine di chilometri a nord-est di Oslo: ma il leader in esilio della Quarta Internazionale venne espulso anche dalle autorità norvegesi nel dicembre del 1936, poco dopo le prime confessioni di Pjatakov, trovando asilo in Messico all’inizio del 1937. Nell’agosto del 1940 Trotskij venne ucciso nella sua residenza di Coyocán da Ramon Mercader, un abile stalinista spagnolo che era riuscito a infiltrarsi nelle file degli aiutanti di Trotskij in terra messicana.

Tra i principali dirigenti stalinisti del periodo storico in via di esame ritroviamo invece V. M. Molotov (1890-1986), bolscevico dal 1906 e membro del Politburo dal 1926, oltre che principale aiutante di Stalin dal 1921 al 1946, S. M. Kirov, come si è già notato venne ucciso da un ex oppositore di Stalin nel dicembre del 1934, e “Sergo” Ordhonikidze.

  1. K. Ordzhonikidze nacque nel 1886 e morì a Mosca nel febbraio del 1937: divenuto nel 1903 un militante bolscevico, egli si mostrò subito assai attivo nel movimento rivoluzionario georgiano, ebbe funzioni di rilievo nella rivoluzione e nella guerra civile e quindi spalleggiò Stalin sia nell’azione di incorporazione della Georgia all’URSS nel 1921-23, che nella lotta tra le diverse frazioni del partito bolscevico che scoppiarono via via dopo la grave malattia che colpì Lenin all’inizio del 1923, divenendo tra i principali organizzatori dei primi piani quinquennali. Nel 1930 Ordzhonikidze entrò a far parte del Politburo: benché molto legato a Stalin, egli rappresentò un elemento moderato e conciliatore che, come ministro dell’industria pesante sovietica, aveva tra i suoi principali collaboratori proprio J. Pjatakov, tra l’altro divenuto suo amico personale.

Interessanti anche le figure di Jagoda e Ezhov. Se infatti il primo risultava ancora formalmente capo dell’NKVD (la polizia politica sovietica, in precedenza indicata con gli acronimi GPU e OGPU) tra il febbraio del 1935 e il settembre del 1936, mese della sua sostituzione con Ezhov, proprio nel febbraio del 1935 e poco dopo l’uccisione di Kirov (su cui indagheremo in un altro libro) Ezhov prese via via il controllo rispetto alle indagini promosse da Stalin proprio su tale omicidio e, in generale, sulle opposizioni al leader georgiano provenienti dall’interno del partito bolscevico.

Pertanto si creò un particolare “dualismo di poteri” all’interno della NKVD proprio nel periodo che comprende anche il dicembre del 1935, e in ogni caso fu Ezhov, e non Jagoda (caduto in disgrazia dopo la prima metà di settembre del 1936) a curare gli interrogatori e le indagini preliminari utilizzate in seguito durante il processo di Mosca del gennaio del 1937, anche ovviamente in riferimento al volo di Pjatakov.

Per quanto riguarda le loro biografie, Genrich Grigorevic Jagoda (1891-1938) diventò bolscevico dal 1907 e durante la guerra civile tra “rossi” e “bianchi” del 1918/20 operò sul fronte meridionale, trasformandosi in un alto funzionario della Ceka dal 1920: fu uno dei vicecapi dell’NKVD nel settembre del 1923 e ne divenne il dirigente all’inizio del 1934.  Destituito nel settembre 1936, venne destinato al commissariato del popolo per le comunicazioni: arrestato nell’aprile 1937 e accusato di aver partecipato all’organizzazione degli omicidi di Kirov, Menzhinskij e Gor’kij, fu tra gli imputati al “processo dei ventuno” e venne giustiziato nel 1938, subito dopo la fine del terzo dei processi pubblici di Mosca.

A sua volta Nikolaj I. Ezhov (1895-1940) diventò bolscevico nel 1917, mentre durante la guerra civile fu commissario politico presso un’unità dell’Armata Rossa. Dal 1935 segretario del Comitato Centrale bolscevico, nel settembre 1936 sostituì Jagoda alla direzione dell’NKVD e avviò la “grande purga” del 1937-38, che da lui prese il nome di “ezhovshcina”; alla fine del 1937 egli divenne membro candidato del Politburo, ma nel novembre del 1938 fu a sua volta destituito dalla direzione dell’NKVD finché, nel 1939, venne arrestato e fucilato l’anno successivo.

Passando invece al campo degli oppositori a Stalin all’interno del partito comunista nel periodo in esame, spiccano oltre a Trotskij le figure politiche di Bucharin, Zinoviev e Kamenev.

  1. I. Bucharin divenne invece un attivo militante bolscevico dal 1905 e un leader del partito fin dall’inizio del 1917. Collocato per alcuni anni su posizioni particolarmente aggressive ed estremiste, dal 1917 fino al 1923, dopo la morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924 Bucharin divenne invece il capo indiscusso della “destra”, ossia dell’ala più moderata del partito comunista sovietico: alleato di Stalin dal 1924 fino alla prima metà del 1928, Bucharin si scontrò apertamente con il leader georgiano nel 1929 e dopo la sua sconfitta perse gran parte del suo precedente potere politico. Ritornato almeno in apparenza in buoni rapporti con Stalin a partire dal 1934, venne accusato già nell’agosto del 1936 di attività clandestine contro la direzione stalinista; arrestato nel marzo del 1937, venne processato durante il terzo e ultimo processo di Mosca del marzo del 1938 e fucilato subito dopo la sua conclusione.

G.E. Zinoviev (1883-1940) e L.B. Kamenev (1887-1936) costituirono a loro volta due tra i più stretti collaboratori di Lenin nel periodo compreso tra il 1909 e il 1917, anche se essi si opposero con ogni mezzo alla vittoriosa insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917 (7 novembre del 1917, secondo il calendario giuliano). Tornati a essere nel 1918-23 tra i principali leader bolscevichi, i due si schierarono con Stalin e contro Trotskij dal 1923 fino all’inizio del 1925; entrati a loro volta in conflitto con Stalin e sconfitti, come si è già visto nel 1926-27 essi crearono un’alleanza politica con Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista. Tra il 1928 e l’inizio del 1936 Zinoviev e Kamenev vennero più volte espulsi dal partito comunista, sotto l’accusa di attività clandestine antistaliniste; arrestati nel dicembre del 1934 dopo l’uccisione di Kirov e condannati a dieci anni di carcere, nell’agosto del 1936 essi costituirono gli imputati principali al primo processo di Mosca e vennero condannati a morte e fucilati perché ritenuti colpevoli sia di attività terroristiche, a partire dall’organizzazione dell’omicidio di Kirov, che di collaborazione segreta con Trotskij, nella lotta ininterrotta contro il nucleo dirigente stalinista condotta da quest’ultimo.

Per quanto riguarda invece l’Internazionale Comunista, conosciuta anche come Comintern e Terza Internazionale, venne invece fondata a Mosca nel marzo del 1919 principalmente grazie alla lucida progettualità e all’azione creativa di Lenin, divenendo in pochi anni un’organizzazione ramificata in gran parte del mondo, dalla Norvegia fino al Cile e all’Australia; a partire dall’inizio del 1929, il Comintern venne egemonizzato sul piano politico e organizzativo da Stalin e dai suoi collaboratori, tra i quali spiccò l’azione intelligente e generosa svolta dal comunista bulgaro G. Dimitrov dal 1934 fino all’agosto del 1939.

Sul fronte antagonista, la Quarta Internazionale iniziò invece ad agire embrionalmente e in modo informale fin dall’inizio del 1929, dopo l’esilio in Turchia di Trotskij; a partire dal marzo del 1933 e dopo la tremenda vittoria del nazismo in Germania, Trotskij diede in ogni caso un impulso decisivo al processo di costruzione e cristallizzazione della nuova Quarta Internazionale che, nel settembre del 1938, venne fondata anche sul piano formale nel corso di una conferenza di dirigenti trotzkisti  tenutasi a Perigny, un sobborgo collocato appena fuori Parigi.

Sul piano teorico e politico, il fulcro fondamentale e l’asse centrale del dissenso tra Trotskij e Stalin era costituito, a partire dalla fine del 1924, dalla diversa valutazione sulla possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica, in assenza di una rivoluzione nelle principali nazioni capitalistiche.

Fin dal dicembre del 1924, con il suo saggio intitolato “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, Stalin sottolineò infatti che “la vittoria del socialismo in un solo paese, anche se questo paese è capitalisticamente meno sviluppato e il capitalismo continua a sussistere in altri paesi, sia pure capitalisticamente più sviluppati, è perfettamente possibile e probabile”; dal canto suo anche nel 1922 Trotskij sostenne invece la tesi secondo la quale “un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” affermando altresì, nel suo libro “1917” ripubblicato nel 1924, che era “assurdo pensare” che la “Russia rivoluzionaria” potesse “far fronte a un’Europa conservatrice”.

Ma Stalin e Trotskij si divisero aspramente anche su un’altra questione politica correlata strettamente alla precedente e non certo irrilevante, almeno nel 1924-29: ossia se Lenin avesse a sua volta ritenuto possibile il processo integrale di costruzione del socialismo nella Russia sovietica in mancanza di una rivoluzione internazionale, e quale fosse il reale significato da attribuire a celebri articoli di Lenin in materia quali ad esempio il suo scritto “Sulla cooperazione” del gennaio 1923[18].

E a questo punto serve almeno una brevissima descrizione della figura di V. I. Ulianov (1870-1924), di regola conosciuto sotto lo pseudonimo di Lenin, che a nostro avviso ha rappresentato il più grande uomo politico e il più lucido rivoluzionario del Ventesimo secolo.

Se già è stato notevole il processo di sviluppo del marxismo compiuto da Lenin in campo filosofico (si pensi solo a testi quali “Materialismo ed empiriocriticismo” e i “Quaderni filosofici”) e socioeconomico (“Chi sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”, e soprattutto il libro del 1916 intitolato “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), Lenin è stato simultaneamente l’ideatore e la forza motrice principale del progetto politico teso a costruire una nuova forma di partito rivoluzionario, a partire dal suo “Che fare?” del 1902: il principale teorico del bolscevismo e il leader, a partire dal 1903, di quel partito di rivoluzionari di professione che riuscì via via a compiere tutta una serie di “miracoli” laici quali l’abbattimento del potere politico-economico della borghesia russa nell’ottobre del 1917 e la creazione del nuovo potere sovietico, la vittoria nella durissima guerra civile del 1918-20 contro le forze anticomuniste interne sostenute dalle principali potenze capitalistiche del mondo e l’introduzione, nel marzo del 1921, della NEP,  di quella “Nuova Politica Economica” che permise alla Russia sovietica di superare rapidamente la gravissima crisi economica e politica che la scosse profondamente in quell’anno, con la combinazione tra l’insurrezione dei marinai di Kronstadt, le sommosse contadine e la tremenda carestia del 1921. La prematura scomparsa di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924 dopo una malattia durata quasi due anni, costituì pertanto una gravissima perdita per il giovane potere sovietico e aprì la strada a un periodo di lotta aperta e quasi incessante tra le diverse componenti e tendenze politiche esistenti all’interno del partito bolscevico, che durò dalla fine del 1923 fino al 1929.

Sul piano invece del glossario politico che via via utilizzeremo, la sigla URSS costituiva l’acronimo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sorta alla fine del 1922; il Politburo (o Politbjuro) a sua volta rappresentava a partire dal 1917 l’ufficio politico del partito bolscevico e, dal 1922, il suo principale organo di decisione politica, mentre il Comitato Centrale – eletto via via ad ogni congresso di partito – formava dal 1903 l’organismo politico principale per la nomina dei dirigenti e la selezione della linea politica del partito.

Il partito comunista sovietico costituì a sua volta lo sviluppo organico del bolscevismo e della tendenza politica rivoluzionaria guidata da V. I. Lenin fin dal 1903 all’interno del partito socialdemocratico russo: una corrente politica che si trasformò in un partito a sé stante e diviso anche sul piano formale dai menscevichi, ossia dall’ala moderata del socialismo russo, a partire dal 1912. L’organo ufficiale dell’organizzazione bolscevica, denominatasi comunista all’inizio del 1918, era costituito dalla Pravda; se l’Izvestia rappresentava l’organo ufficiale del potere sovietico, sorto in seguito alla rivoluzione dell’ottobre del 1917, la Tass costituiva invece l’agenzia di stampa di quest’ultimo.

Un accenno infine al problema della translitterazione dei cognomi russi in lingua italiana, operazione che crea a volte un certo margine di incertezza. Ad esempio il celebre pseudonimo usato per individuare L. D. Bronstein è stato tradotto in vari modi, da Trotskij passando a Trotsky fino a Trotckij, mentre il cognome Preobrazhenskj, uno dei leader della corrente trotzkista sovietica sia nel 1923/27 che nel 1931/36, in diversi testi viene riportato senza la lettera acca, come è avvenuto del resto nel caso di Ezov/Ezhov, e di altre personalità sovietiche.

Finito questo breve e sommario excursus storico può iniziare l’indagine relativa al volo di Pjatakov, affrontando subito il punto forte della tesi che sostiene l’inesistenza del viaggio che quest’ultimo affermò di aver compiuto in direzione della Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino e dalla Germania fascista di quel periodo.

[1] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, p. 190 e 241, ed. Il Mulino

[2] “The Moscow Trial of 1937”, in http://www.red-channell.de

[3] P. L. Contessi, op. cit., pag. 247-248

[4] Op. cit., p. 248-249

[5] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, pag. 252, ed. Il mulino

[6] Op. cit., p. 252

[7] Op. cit., p. 237

[8] Op. cit., p. 243

[9] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, parte terza, op. cit.

[10] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[11] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[12] “The case…”, op. cit., tredicesima sessione, sezione diciottesima

[13] P. L. Contessi, op. cit., pag. 167/168

[14] L. T- Lih, O. V. Naumov e O. V. Khlevniuk, “Stalin’s letters to Molotov”, pag. 214, 56 e 188, ed. Yale University Press

[15] Op. cit., pag. 211

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 344, ed. Bollati Boringhieri

[17] P. Broué, op. cit., p. 397

[18] I. V. Stalin, “Letter to Slepkov”, 8 ottobre 1926, in www.marxists.org; V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 e 6 gennaio 1923, in http://www.marxists.org

 

Prefazione al libro “Il volo di Pjatakov”

 

Trotskij tradito da… Trotskij

Durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 G. L. Pjatakov, viceministro dell’industria pesante sovietica dal 1932 fino all’agosto del 1936, testimoniò di essere partito in segreto con un aereo dalla Berlino nazista del dicembre del 1935 anche grazie all’aiuto degli hitleriani al potere, per atterrare dopo poche ore in Norvegia e incontrarsi subito dopo in modo clandestino con Trotskij, di cui sostenne di essere, a partire dalla seconda metà del 1931, un sostenitore nascosto e un abile “talpa”, ben inserita da tempo ai massimi livelli dell’apparato economico dell’URSS stalinista.

Pjatakov disse la verità sugli eventi del dicembre del 1935? Oppure si trattò di un’orrenda invenzione stalinista rispetto a un viaggio presunto e a un colloquio mai avvenuto? Siamo forse in presenza di una sinistra e bugiarda macchinazione stalinista ai danni dell’innocente Pjatakov, di Radek (un altro imputato al processo del gennaio del 1937) e soprattutto di Trotskij, falsamente accusato (in contumacia) anche attraverso tale episodio di essere diventato un “servo di Hitler”?

Non ci sono vie di mezzo: o il volo segreto di Pjatakov ( con il relativo colloquio clandestino con Trotskij ) è realmente avvenuto nel dicembre del 1935, oppure non si è mai verificato.

Si tratta di un enigma concreto che richiede una soluzione altrettanto concreta: non solo dal punto di vista morale e storico, ma anche e soprattutto da quello politico, visto che la posta in palio rispetto al volo di Pjatakov (reale o presunto) anche ai nostri giorni mantiene un certo spessore e una sua consistenza, sia per gli storici che per i militanti anticapitalisti del mondo occidentale.

Lasciamo parlare sotto questo aspetto lo stesso Trotskij, in una sua dichiarazione del 27 gennaio del 1937 rilasciata proprio in contemporanea con il processo pubblico che a Mosca vedeva allora come imputati principali proprio Pjatakov, Karl Radek e, in sua assenza fisica, lo stesso Trotskij: una dichiarazione poi ripresa sempre dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale al controprocesso tenutosi nell’aprile del 1937 nella città messicana di Coyocán, sotto la supervisione di una commissione di indagine presieduta da John Dewey.

Nel gennaio del 1937, infatti, Trotskij sottolineò come dalla testimonianza di Pjatakov al processo di Mosca emerse che “egli” (Pjatakov) “mi incontrò in Norvegia nel dicembre del 1935 per un colloquio tra cospiratori. Si è supposto che Pjatakov sia venuto da Berlino a Oslo in aereo. L’immensa importanza” (parole di Trotskij: “l’immensa importanza”) “di questa testimonianza risulta subito evidente. Io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro ancora, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (e cioè dal 1928: la matematica non è un’opinione) “non fu un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici, e che non sarebbe potuta sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi. Se fosse provato che Pjatakov realmente mi avesse fatto visita, la mia posizione diventerebbe compromessa senza speranza”[1].

“La mia posizione”, politica e personale, “diventerebbe compromessa senza speranza”: parole corrette e chiarissime di Trotskij.

Sempre secondo il leader della costituenda Quarta Internazionale e dell’opposizione antistalinista dal 1926 al 1940, “e al contrario, se io dimostrassi che il racconto della visita (di Pjatakov) è falso dall’inizio alla fine, sarebbe lo stesso sistema delle confessioni volontarie” (e i processi di Mosca del 1936/1937) “che sarebbe compromesso” in via definitiva e sicura, senza possibilità di smentita: un’altra tesi chiara, inoppugnabile e corretta di Trotskij.

Fin dal gennaio 1937, pertanto, anche lo stesso Trotskij fece comprendere che se egli avesse davvero incontrato Pjatakov vicino a Oslo ne sarebbe derivato senza ombra di dubbio che:

  • Pjatakov era giunto in Norvegia dalla Berlino nazista del dicembre del 1935 solo grazie all’accordo e attraverso l’appoggio logistico dei nazisti, allora signori incontestati della Germania;
  • Trotskij era a conoscenza sia del viaggio di Pjatakov, che dell’appoggio materiale fornito dai fascisti tedeschi al volo di quest’ultimo;
  • Trotskij collaborava quindi in qualche modo con i nazisti, almeno in quel periodo;
  • Trotskij mentiva, negando il suo incontro clandestino con Pjatakov.

Se quest’ultimo avesse incontrato davvero il leader in esilio della Quarta Internazionale in via di costruzione, la credibilità politico-morale di Trotskij crollerebbe quindi completamente e senza appello.

Nel caso opposto, viceversa, la falsa testimonianza di Pjatakov sul suo presunto viaggio non solo distruggerebbe completamente l’attendibilità di ogni dichiarazione resa da quest’ultimo, ma anche di quelle espresse da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937 e che, come vedremo, appoggiavano in pieno le tesi di Pjatakov sul suo colloquio segreto con Trotskij: e a catena, quelle effettuate dagli altri imputati sulla stessa tematica durante il procedimento giudiziario del 1937.

In questo caso Trotskij risulterebbe sicuramente assolto con formula piena da qualunque accusa di collaborazione con i nazisti, mentre simultaneamente si assisterebbe al crollo totale della veridicità dei processi di Mosca almeno e come minimo sul tema della (a questo punto fasulla e inventata di sana pianta) collaborazione tra trotzkisti e nazisti, visto che anche la testimonianza di Karl Radek – un altro imputato al secondo processo di Mosca, considerato dall’accusa il “numero due” dell’organizzazione clandestina trotzkista in Unione Sovietica – era incentrata in larga parte sulla presunta/reale collusione tra nazionalsocialisti e trotzkisti.

Risultano quindi a disposizione solo due opposte e inconciliabili opzioni rispetto al volo di Pjatakov, impegnato senz’ombra di dubbio in una missione diplomatica sovietica nella Germania nazista del dicembre del 1935.

O Pjatakov volò realmente da Berlino fino all’aeroporto norvegese di Kjeller per incontrarsi con il suo vero leader politico allora in esilio a Honefoss, cittadina norvegese nella quale Trotskij trovò asilo politico dal giugno 1935 all’agosto del 1936; o viceversa l’allora vice-ministro dell’industria pesante sovietica non abbandonò mai la Germania e non volò mai verso la Norvegia, nel dicembre del 1935.

E ancora: o Pjatakov mentì su questo punto specifico, o su di esso invece mentì Trotskij. Non ci sono alternative, vie di mezzo e verità al 10 percento o al 90 percento, mentre vale invece la regola del tutto o niente almeno per questo caso storico particolare.

E ancora: o Pjatakov e Radek tornarono nel 1932-36 alla militanza segreta all’interno della tendenza trotzkista in URSS, a cui erano sicuramente appartenuti nel periodo compreso tra il 1923 e il 1927, oppure essi non fecero mai tale scelta clandestina. Nessuna via di mezzo sussiste, anche in questo punto nodale strettamente collegato al primo, come venne riconosciuto dallo stesso Trotskij nella sua sopracitata dichiarazione del 27 gennaio del 1937.

Si tratta di un particolare e complesso nodo gordiano che, tra il 1937 e il 1955, gran parte dei comunisti sciolse a favore della tesi stalinista, da noi denominata la “prima versione”, fidandosi più o meno completamente della prospettiva offerta dal processo di Mosca del gennaio 1937; in una seconda fase, dopo il febbraio del 1956 e fino ai nostri giorni, è risultata invece quasi totalmente egemone sia tra gli storici che nella sinistra occidentale proprio la “seconda versione”, di matrice trotzkista o invece anticomunista, ossia la tesi sull’assoluta inesistenza sia del volo di Pjatakov che di legami di qualsiasi tipo tra Trotskij e l’orrendo stato nazista, nei suoi diversi settori e frazioni politiche.

Questione quindi chiusa, in questo campo?

Per niente.

Grazie alla ricerca di J. A. Getty, fin dal 1986 siamo infatti a conoscenza dell’eclatante ricevuta di una lettera clandestina spedita proprio da Trotskij a Karl Radek il 4 marzo del 1932, conservata tra l’altro presso gli archivi Trotskij depositati a partire dal 1940 all’università di Harvard: una lettera del 1932, e scritta pertanto in un anno nel quale Radek costituiva un “feroce e infido” nemico di Trotskij, almeno a giudizio di quest’ultimo.

A partire dal 2008, la “seconda versione” venne inoltre direttamente intaccata anche dall’opera lucida ed esauriente compiuta dal meticoloso studioso svedese Sven-Eric Holmström rispetto al caso dell’Hotel Bristol, già dibattuto fin dai tempi del primo processo di Mosca dell’agosto del 1936.

L’Hotel Bristol era un albergo di Copenaghen in cui sarebbe avvenuto nel 1932 un incontro segreto tra lo stesso Trotskij e un suo seguace in Unione Sovietica, Holtzmann (Gol’tsman), e sia la socialdemocrazia che i trotzkisti rilevarono che esso era stato invece demolito fin dal 1916, derivandone pertanto sia l’inesistenza dell’incontro segreto in esame che l’assoluta mancanza di veridicità dei processi di Mosca, a partire dal primo di essi che si tenne nell’agosto del 1936. Ma Holmström dimostrò chiaramente, con l’aiuto di materiale documentale e fotografico inoppugnabile, che proprio a fianco di un albergo denominato “Grand Hotel” esisteva anche nel 1932 una caffetteria denominata “Konditory Bristol” e contraddistinta proprio dall’insegna Bristol, oltre che da una porta in comune con l’albergo adiacente, facendo crollare pertanto lo schema antistalinista in uno dei suoi tradizionali punti di forza[2].

Prendendo spunto anche dal lavoro encomiabile di Holmström, lo studioso Grover Furr ha affrontato a sua volta nel 2009 con notevoli capacità analitiche proprio il tema spinoso della collaborazione tra trotzkisti e nazisti, accumulando in modo intelligente una massa assai estesa di materiale empirico e di indizi (a volte significativi) attraverso un’azione paziente e minuziosa, collegata tra l’altro a un efficace spirito polemico contro il paradigma della “seconda versione” attualmente dominante; tuttavia anche Furr non ha finora affrontato, se non di sfuggita, il nodo centrale del volo di Pjatakov[3].

Entrando in questo particolare fronte di scontro politico-storico, crediamo di poter portare delle novità significative basate molto spesso su delle fonti assolutamente non contestabili per la “seconda versione”, e cioè materiale e prove provenienti dagli stessi esponenti della Quarta Internazionale: in altri termini, sono gli stessi trotzkisti a demolire involontariamente la teoria che nega in modo categorico l’esistenza del volo di Pjatakov in Norvegia, nel dicembre del 1935.

Si è già accennato alla ricevuta della lettera segreta spedita nel 1932 da Trotskij a Radek e scoperta da J. A. Getty, proprio grazie all’involontaria complicità degli archivi Trotskij di Harvard.

A tale già notevole scoperta va connessa un’informazione sottolineata e riportata proprio da Trotskij nel 1937 davanti alla commissione Dewey e che, come vedremo tra poco, smentisce senza ombra di dubbio la tesi secondo la quale aerei provenienti dall’estero non fossero mai atterrati in Norvegia nel dicembre del 1935: infatti proprio Trotskij rivelò un nome di città, e cioè Linköping, che demolisce la “seconda versione” nel suo presunto punto di forza fornendo involontariamente un prezioso indizio su cui torneremo a lungo.

Numerose anomalie emergono inoltre proprio dal comportamento di Trotskij nel dicembre 1935, a partire da quella “gita nel ghiaccio” del 20/22 di dicembre del 1935 su cui ci soffermeremo per molte pagine.

In altri termini proprio Trotskij, oltre a suo figlio Lev Sedov e agli storici trotzkisti quali P. Brouè e I. Deutscher, ci ha involontariamente procurato i principali strumenti che useremo al fine di confermare l’esistenza concreta del volo di Pjatakov in Norvegia nel dicembre del 1935, a partire dalla sua precondizione politica fondamentale: e cioè che quest’ultimo e Radek, a partire dal 1931, fossero realmente ritornati alla militanza clandestina di matrice trotzkista trasformandosi in “talpe” importanti operanti in terra sovietica a favore di quella Quarta Internazionale allora in via di costruzione, ossia di infiltrati e doppiogiochisti inseriti molto vicino al livello più elevato della direzione politica stalinista del 1931-36.

Prima di entrare nel vivo dell’inchiesta storica in via d’esame servono tuttavia alcune precisazioni preliminari, partendo innanzitutto dalla necessità di distinguere il nostro schema interpretativo (d’ora in poi, la “terza versione”) da quello di matrice stalinista, ossia la “prima versione”.

Come Stalin e gli stalinisti doc, riteniamo infatti che vi siano tutti gli elementi per comprovare la realtà concreta del volo di Pjatakov in Norvegia ma, a differenza della componente “ortodossa” della variegata galassia stalinista, siamo convinti che Trotskij nel 1933-40 non costituisse assolutamente un presunto “servo di Hitler” o una “spia nazista”, ma viceversa rappresentasse sul piano soggettivo un sincero comunista che cercò nel 1933-36 una tragica e distruttiva alleanza, seppur tattica e momentanea, con il nemico nazista contro l’avversario politico principale comune ad entrambi: e cioè contro l’odiato regime stalinista che entrambe le parti allora ritenevano il loro principale antagonista su scala mondiale, seppur per motivi politici diversi e opposti.

A nostro avviso non vi fu pertanto alcuna svendita o sottomissione politica di Trotskij a Hitler, ma “solo” (un “solo” estremamente negativo e devastante, sotto tutti gli aspetti immaginabili) la creazione di un patto di matrice faustiana e di un’alleanza tattica tra nemici giurati, uniti dalla momentanea ma ancora più forte ostilità politica contro il personaggio storico che entrambe le parti ritenevano il “loro” avversario principale di quella fase storica, e cioè Stalin, specialmente in previsione di una futura guerra nazista contro l’Unione Sovietica e di una possibile e nuova “Brest-Litovsk”.

In secondo luogo  l’eventuale dimostrazione – sicura e certa, al di là di ogni dubbio ragionevole o anche solo parzialmente ragionevole – dell’esistenza del volo di Pjatakov non giustifica in alcun modo l’uccisione o l’incarceramento di centinaia di migliaia di comunisti avvenuta durante le “grandi purghe” del ’36-’38: comunisti che, nella loro grande maggioranza, risultavano privi di qualsiasi legame politico-organizzativo con le variegate forme di opposizione antistalinista che operavano clandestinamente in Unione Sovietica, nel corso degli anni Trenta dello scorso secolo.

Si trattò pertanto di un bagno di sangue inutile e assurdo, risultato subito controproducente per gli stessi interessi politico-materiali di riproduzione del potere sovietico, sia nel breve che lungo periodo: rispetto a questa tragica dinamica di massa, il nucleo dirigente stalinista mantiene la sua piena e completa responsabilità.

Tuttavia non si può non notare, allo stesso tempo, che la dimostrazione dell’esistenza reale del volo di Pjatakov e della reale collaborazione creatasi tra trotzkisti e nazisti fornisce un’ampia giustificazione alla repressione stalinista almeno nei confronti dei dirigenti della Quarta Internazionale, con il crollo della tesi dell’innocenza degli imputati al secondo processo pubblico di Mosca del gennaio del 1937. Come notò del resto lo stesso Trotskij nell’aprile 1937, davanti alla commissione Dewey, “se fosse provato che Pjatakov realmente mi avesse fatto visita, la mia posizione diventerebbe compromessa senza speranza”: una conclusione lucida e valida non solo per Trotskij, ma anche per gli altri accusati del secondo processo di Mosca del gennaio del 1937.

L’eventuale dimostrazione dell’esistenza del volo di Pjatakov e del colloquio segreto di quest’ultimo con Trotskij costringerebbe inoltre a riscrivere, almeno in parte, i libri di storia sugli anni Trenta dello scorso secolo rispetto a protagonisti importanti come Stalin, Trotskij e il gerarca nazista Rudolf Hess, erede designato di Hitler dal 1933 al 10 maggio del 1941, oltre che riguardo alle loro concrete e particolari interrelazioni reciproche.

Più nello specifico, la verifica concreta della nostra tesi comporterebbe e determinerebbe tra le altre cose che:

  • Stalin non prefabbricò né inventò di sana pianta l’accusa più grande e infamante che venne rivolta a partire dal 1936 contro Trotskij e i suoi quadri dirigenti che operavano clandestinamente in URSS, ossia di aver concluso un patto politico con il “diavolo” nazista;
  • Pjatakov e Radek costituirono dal 1932 al settembre del 1936 dei coraggiosi dirigenti trotzkisti, impegnati per anni in un rischiosissimo doppio gioco contro il nucleo dirigente stalinista;
  • Trotskij cercò di ingannare il mondo, ivi compresi i suoi seguaci in buona fede, anche quando disconobbe e negò con tutte le sue forze la segreta militanza di Pjatakov e Radek nelle file della costituenda Quarta Internazionale, dal 1931 al 1936;
  • un importante gerarca nazista come Rudolf Hess non ebbe particolari problemi a concludere un’alleanza, tattica e momentanea, con un odiato ebreo e un detestato marxista come Trotskij.

Vista la notevole posta in palio, ogni lettore del presente libro si trasforma sia in un investigatore storico che in un giudice, rispetto a un “giallo” che verte su un enigma concreto riguardante “uomini in carne e ossa” (Gramsci) del passato che, come vedremo, operarono in un quadro geopolitico che spaziava da Mosca all’assolata città messicana di Coyocán, passando per Berlino, la Norvegia e la Francia: la soluzione da noi proposta, pertanto, deve risultare assolutamente valida e la nostra “terza versione” deve rivelarsi convincente al di là di ogni dubbio ragionevole rispetto al volo-colloquio segreto di Pjatakov, pena il sostanziale fallimento del nostro sforzo di indagine storica.

Dobbiamo innanzitutto dimostrare che vi erano i mezzi materiali, politico-materiali e l’opportunità per compiere l’incontro tra Pjatakov e Trotskij vicino a Oslo.

Dobbiamo anche provare che Pjatakov e Radek fossero entrambi militanti trotzkisti nel dicembre del 1935, oltre che un’organizzazione clandestina trotzkista operasse realmente in Unione Sovietica nel periodo compreso tra il 1931 e il 1936.

Dobbiamo altresì comprovare in modo positivo, attraverso la “gita nel ghiaccio” e “l’alibi tardivo” di Trotskij, che il colloquio segreto del dicembre 1935 tra quest’ultimo e Pjatakov costituì una realtà innegabile e indiscutibile.

A tal fine potremo utilizzare solo prove non contestabili, e cioè fornite da fonti sicure: a partire da documenti e dichiarazioni di matrice trotzkista, come ad esempio gli archivi Trotskij di Harvard.

Utilizzeremo anche le “anomalie” come materiale probatorio, e cioè tutti i fatti che contraddicono e mettono in crisi la “seconda versione”, purché tali “anomalie” provengano da una documentazione sicura e preferibilmente di matrice trotzkista; ci serviremo altresì delle menzogne contenute nella “seconda versione” dei fatti in via d’esame, sempre a patto che esse siano verificate e attestate in modo sicuro.

Per il processo di verifica multilaterale della nostra tesi utilizzeremo anche il metodo dell’“avvocato del diavolo”, impiegando un soggetto virtuale che mano a mano avanzi obiezioni, dubbi e critiche rispetto alla nostra versione dei fatti durante la loro esposizione.

In seguito passeremo all’esame della motivazione politica generale che portò Trotskij a ricercare e accettare l’avvio di una collaborazione tattica con gli odiati nazisti, a partire dall’individuazione da parte sua del principale ostacolo al successo del processo rivoluzionario (Stalin, e non Hitler) e dalla sua previsione sulla sconfitta inevitabile dell’Unione Sovietica diretta da Stalin, in caso di guerra contro la Germania nazista e in assenza di una rivoluzione in Europa.

Solo dopo tali passaggi arriveremo finalmente a esaminare la questione della veridicità/falsità delle testimonianze/confessioni rese da Pjatakov, Radek e altri imputati di minor importanza durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 rispetto agli eventi del dicembre del 1935.

Dovremo dimostrare che, in quella particolare sede giudiziaria, le confessioni/testimonianze sul volo di Pjatakov a Oslo furono:

  • supportate da riscontri oggettivi e inconfutabili;
  • molteplici;
  • concordanti;
  • fornite in un processo pubblico e tenutosi alla presenza di giornalisti/diplomatici stranieri;
  • rese dai diversi imputati di fronte agli altri co-imputati;
  • fornite da accusati in grado di intendere e volere;
  • pronunciate con l’utilizzo di numerosi dettagli;
  • fornite da imputati capaci di tenere un atteggiamento critico e di differenziazione nei confronti di alcune tesi dell’accusa stalinista;
  • rese da imputati con alle spalle una lunga militanza politica.

A questo punto possiamo esaminare nel dettaglio le tre diverse versioni esistenti sul volo clandestino di Pjatakov, oltre a fornire un breve inquadramento del periodo storico in via di esame e una rapida descrizione dei suoi principali protagonisti, concentrandoci per forza di cose su ciò che accadde (o non accadde, secondo la “seconda versione”) nel dicembre 1935 tra Pjatakov e Trotskij.

[1] “The case of Leon Trotsky”, tredicesima sessione, parte terza, in http://www.marxist.org

[2] Sven-Eric Holmström, “New evidence concerning the “Hotel Bristol”, Question in the First Moscow Trial of 1936”, in clogic.eserver.org

[3] G. Furr, “Evidence of Leon Trotsky’s collaboration with Germany and Japan”, in clogic.eserver.org

Nuovo libro “Il volo di Pjatakov”.

 

Prefazione al libro “Il volo di Pjatakov”.

Pubblichiamo la prefazione al nuovo libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli intitolato “Il volo di Pjatakov”, composto da 19 capitoli che saranno pubblicati via via ogni settimana a partire dal 20/23 gennaio. 80° anniversario dall’avvio del secondo processo pubblico di Mosca tenutosi nel gennaio del 1937.

Buona lettura.

IL VIAGGIO DI PJATAKOV

  • PARTE TERZA –

Una vera e propria “pistola fumante” a favore dell’esistenza concreta del volo clandestino in Norvegia di Pjatakov, nel dicembre del 1935, ci viene in ogni caso fornita, seppur in modo assolutamente involontario, da un particolarissimo rapporto  effettuato dalle autorità aeroportuali di Kjeller sugli eventi del dicembre del 1935 e datato 25 febbraio 1937: un rapporto riservato e non pubblico, ritrovato dopo molti anni grazie al lavoro encomiabile del ricercatore svedese Sven-Eric Holmström che lo ha gentilmente messo a nostra disposizione all’inizio del 2016.

Di cosa si tratta?

Nel febbraio del 1937 l’autorità doganale di Kjeller chiese con una certa “urgenza” tutte le “informazioni” disponibili ai dirigenti dell’aeroporto militare di Kjeller sui “voli” arrivati e partiti nel dicembre del 1935, manifestando il suo “interesse” in merito a tale periodo di attività della struttura aeroportuale di Kjeller: si noti bene, non rispetto a mesi del 1935 diversi da dicembre, oppure nei confronti dei primi mesi del 1936, ma solo ed esclusivamente sui “voli” arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935.

Di fronte a tale richiesta ufficiale dell’ufficio doganale di Kjeller, le autorità aeroportuali di Kjeller scrissero, in data 25 febbraio del 1937, un incredibile ed abnorme pseudorapporto, contraddistinto da tutta una serie di inconfondibili manipolazioni e di reticenze indiscutibili.

Infatti il documento riservato in oggetto non contiene alcuna vera relazione, anche brevissima, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sui voli di natura civile atterrati in loco nel dicembre del 1935 che interessavano allora l’ufficio doganale di Kjeller.

Dai tabulati forniti non risulta inoltre mai ripartito, almeno fino al 2 maggio del 1936, proprio il misterioso aereo contraddistinto dalla sigla identificativa LN-HAO che sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia il velivolo del mese “caldo” per il volo clandestino di Pjatakov.

Per il momento fermiamoci e forniamo ai lettori lo pseudorapporto in oggetto in originale, in lingua norvegese.

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Ora passiamo alla traduzione delle righe iniziali del rapporto in via d’esame, ivi compresa la registrazione del volo atterrato a Kjeller il 30/08/1935.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto

sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo

all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

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       Data.               Arrivo Partenza   Sigla             Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                            Aeromobile. aeromobile.

 

 

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  30/8 – 35 18:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
4/9 –  35 14:18 LN-BAE                    “                   “

Prima di iniziare il processo di analisi dello pseudorapporto in oggetto, abbiamo estrapolato da esso i voli per così dire sicuramente “spaiati” in esso contenuti, nei quali emerge un’evidente anomalia rispetto agli altri voli a causa della mancata registrazione del loro arrivo o partenza in loco.

  • Gli aerei con sigla identificativa LN-BAE del 6 settembre 1935 e del 14 settembre: essi partirono da Kjeller, ma non risulta dai tabulati il giorno del loro atterraggio in loco.

Data           arrivo          partenza         sigla               nazionalità                velivolo/responsabile

  6/9 – 35 13:10 LN-BAE Norvegia D. Schmith (Eier Widerøe)
14/9 – 35 11:10 LN-BAE Widerø A/S
  • L’aereo (centrale e decisivo, per la nostra indagine) del dicembre 1935: esso non ripartì da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, stando ai tabulati in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12-35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
  • L’aereo LN-ABW del 28 marzo 1936, che ripartì da Kjeller senza che fosse segnalato il suo arrivo in loco nei tabulati in oggetto.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

28/3 – 36 17:10 LN-ABW Norvegia A/S Widerøe
  • L’aereo LN-BAO arrivato il 17 aprile 1936, pilotato da Jaquet: non risulta la sua ripartenza, almeno fino al 2 maggio 1936 e fino a quando finiscono i dati forniti dai tabulati.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In seconda battuta, forniamo l’elenco dei velivoli della Norsk Lufttrafikk arrivati a Kjeller nel periodo in esame.

Data              arrivo        partenza         sigla            nazionalità              velivolo/responsabile

18/10 – 35 12:00 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafkk
18/10 – 35 12:12 LN-BAS Norsk Lufttrafkk
??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk LufttrafikkA/S v/ Jaquet
15/2 – 36 11:10 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttraffikk v/ Aas
??/2 – 36 11:55 LN-BAO Norsk Lufttraffikk v/ Aas
17/2 – 36 10:20 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
17/2 – 36 10:30 LN-BAS Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Aas
??/4 – 36 15:05 LN-ABN Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Lassen-Urdahl
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk  v/ Jaquet

In terzo luogo presentiamo l’elenco dei voli compiuti a Kjeller da Jaquet, partendo dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936.

Data              arrivo        partenza         sigla              nazionalità              velivolo/responsabile

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norvegia Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet
2/2 – 36 13:00 LN-BAS Norvegia Jaquet
2/4 –  36 11:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
2/4 –  36 12:25 LN-BAO Norvegia Jaquet
17/4 – 36 15:15 LN-BAO Norvegia Norsk Lufttrafikk v/ Jaquet

Forniamo anche la traduzione dal norvegese delle tre parole finali del rapporto in esame, dopo le lunghe pagine di arrivi/partenze e poco sopra la firma illeggibile in fondo: esse sono “Riktig utskrift bevidnes”, traducibili in “Copia conforme certificata”.

I tabulati sugli arrivi/partenze di velivoli civili a Kjeller, dal 30 agosto 1935 al 2 maggio 1936, costituirono dunque una “copia conforme” prodotta dalle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto ai dati originali sul flusso aereo in loco: “copia conforme” scritta a macchina, la cui autenticità rispetto a questi ultimi venne “certificata” proprio da Gulliksen e dai suoi sottoposti, nel caso specifico “l’Ufficio del Comandante a Kjeller”.

Dunque il rapporto in via d’esame non costituì il testo originale degli arrivi/partenze di aerei civili (e non militari) in loco, nei mesi compresi tra la fine dell’agosto 1935 e l’inizio di maggio del 1936, che erano stati invece via via descritti e presentati dalle stesse compagnie aeree civili agli operatori e impiegati di Kjeller in una sorta di diario di bordo gestito dalle prime.

A tal proposito basti anche pensare che, come si evince anche dalle righe iniziali della loro relazione scritta, le autorità dell’aeroporto militare di Kjeller elencarono solo ed esclusivamente i voli di natura civile atterrati in loco nel periodo in esame, e non invece quelli militari – pochi o tanti che fossero – che in ogni caso atterrarono e partirono da Kjeller durante i lunghi otto mesi in esame, facendo e dovendo quindi effettuare tra tutti i voli (civili e non militari) una sorta di selezione, con relativa trascrittura sulla macchine da scrivere degli originali.

Inoltre il cortese e preparato studioso olandese Rob Mulder ci ha comunicato che durante gli anni Trenta, la regola operativa era che le cartelle e gli scritti sugli arrivi/partenze negli aeroporti norvegesi fossero compilati dalle stesse compagnie aeree, a cui appartenevano i velivoli operanti allora nel paese scandinavo.

Nella sua e-mail del 20 maggio 2016, infatti, Rob Mulder ci ha informato cortesemente, secondo le sue parole testuali, che in Norvegia in quegli anni “No, non c’erano registri negli aeroporti. L’archivio di Kjeller (landplane airport) è stato perso durante la guerra e un registro di Gressholmen ha mostrato solo: “ore 08.42 – partenza idrovolante”. L’aeroporto di Fornebu (Oslo) non usava un giornale di bordo, ma aveva le carte per ogni compagnia aerea, mentre aerei privati compilavano una carta speciale”.

Sempre Rob Mulder ci ha inviato gentilmente due copie originali di esemplari delle cartelle e delle registrazioni sugli arrivi e partenze di velivoli in Norvegia, che riproduciamo sotto dopo la loro traduzione in italiano.

La prima (1) riguarda l’aeroporto di Oslo/Fornebu.

Dichiarazione sulla scuola di pilotaggio

Coi nostri sottocitati aeromobili è stato effettuato il seguente numero di atterraggi e lezioni:

Aeromobile___________ Allievo_________ Atterraggi_____________ Ora______________

Fornebu il (data)

_____________________________

(Proprietario/Società)

Invece la seconda (2) ha per oggetto la Linea 1621          Proprietario: Linee Aeree Norvegesi (Det Norske Luftartselskap)     Giugno  mese  1939

Tassa d’atterraggio (al lordo): Corone………….

Giorno_________ Tassa d’atterraggio____________ Tassa d’atterraggio ridotta______________ Tassa illuminazione_________ Fattura numero_______

  • (1)     unnamed.png
  • (2) unnamed (1).png

Produciamo infine, per motivi che diventeranno molto chiari tra poche pagine, il rapporto in oggetto tradotto in italiano ma togliendo volutamente il flusso di informazioni sui voli che non riguardano quel mese di dicembre del 1935 che, invece, nel febbraio del 1937, tanto interessava gli uffici doganali norvegesi, allora dipendenti e controllati dal ministero delle finanze.

Voli su Kjeller nel dicembre 1935.

Si trasmette alle autorità doganali di Kjeller in seguito a invito a fornire informazioni in quanto hanno mostrato interesse a riguardo.

Viene allegato un rapporto sui voli civili in scalo a Kjeller nel periodo compreso tra il 1/9 1935 e il 30/4 1936.

La questione è urgente. La presente deve essere cortesemente rimandata indietro.

Ufficio del Comandante a Kjeller. Kjeller, 25 febbraio 1937.

Rapporto sugli aeromobili (eccetto i voli dell’Aeronautica Militare) che hanno fatto scalo all’aeroporto di Kjeller nel periodo dal 1/9-35 al 30/4-36.

——————————————————————————————————————————-

Data.         Arrivo       Partenza        Sigla                   Nazionalità              Responsabile aeromobile.

aeromobile.       aeromobile.

??/12 – 35 11:30 LN-HAO Norsk Norsk Lufttrafikk A/S v/ Jaquet

Ormai in possesso di alcune informazioni sicure, passiamo dunque al processo di demolizione della presunta credibilità dello pseudorapporto in via d’esame.

Innanzitutto si è già notato che il documento del 25 febbraio del 1937 era stato elaborato come “questione urgente” dalle autorità aeroportuali di Kjeller per far fronte all’“interesse” espresso a quel tempo dall’ufficio doganale sul flusso di arrivi/partenze in loco degli aerei nel dicembre del 1935. A tal proposito viene subito da interrogarsi rispetto ai reali motivi di tale “interesse”, visto che nel febbraio 1937 erano ormai trascorsi più di tredici mesi dalla fine del 1935, oltre che almeno un paio di settimane dalle dichiarazioni rese da Pjatakov il 23 gennaio del 1937 sul suo volo in Norvegia, mentre Gulliksen aveva a sua volta effettuato un’intervista al quotidiano Arbeiderbladet già il 27 gennaio del 1937, dichiarando allora in modo volutamente tranquillizzante che “un solo aereo” era atterrato a Kjeller in quel periodo e che esso comunque non aveva “alcun passeggero a bordo” ivi compreso ovviamente Pjatakov.

Probabilmente non sapremo mai le vere cause dell’interesse espresso nel febbraio del 1937 dall’ufficio doganale di Kjeller, ma esso costituisce in ogni caso una realtà da tener conto e che inoltre riguardava solo ed esclusivamente il dicembre del 1935: fin dal titolo del rapporto in esame, il suo oggetto specifico risultava infatti i voli del dicembre 1935 e non, ad esempio, quelli dell’agosto 1935 e/o dell’aprile del 1936, sempre per quanto riguarda il traffico aereo di natura civile all’interno della struttura aeroportuale di Kjeller.

In ogni caso, stando persino alle   righe iniziali del report in via d’esame, la dogana norvegese richiese esplicitamente “informazioni” e quindi dati di fatto sicuri, non aria fritta o chiacchiere, sui voli del dicembre che avevano suscitato il suo “interesse”.

Un “interesse” ancora più significativo se si tiene a mente che, secondo il ricercatore Rob Mulder, negli anni Trenta l’ufficio doganale doveva essere avvisato in anticipo e doveva essere presente con il suo personale in caso di atterraggio di velivoli provenienti dall’estero, da paesi non norvegesi. Ma se davvero tali funzionari della dogana fossero stati presenti a Kjeller nel dicembre del 1935, quando arrivò l’unico aereo civile di quel mese, si comprende ancora meno la ragione dell’interesse della dogana per il solitario velivolo del dicembre 1935, oltre che la sua richiesta di informazioni su tale solitario velivolo.

Seconda nota dissonante: non si riesce proprio a capire per quale misteriosa ragione il rapporto e i tabulati in oggetto risultassero allora tanto riservati e “top secret” da essere richiesti subito indietro, seppur “cortesemente”, dalle autorità aeroportuali di Kjeller agli uffici doganali collocati nella stessa località.

Innanzitutto le autorità aeroportuali di Kjeller fornirono alla dogana solo dei tabulati sui velivoli civili, e non certo sugli arrivi e partenze di quelli militari, delle forze armate norvegesi.

Stando almeno alla versione del gennaio 1937 di Gulliksen, non era inoltre successo alcunché di particolare nel dicembre del 1935, visto che almeno secondo le sue parole era arrivato in quel mese a Kjeller un solo aereo, di nazionalità norvegese e senza alcun passeggero a bordo, a partire da Pjatakov; e nel febbraio del 1937 erano inoltre passati ben tredici mesi dal dicembre del 1935, trasformando pertanto gli ormai vetusti registri delle partenze/arrivi in loco in una massa di informazioni assolutamente banali e inoffensive, sulle quali si poteva quindi senza problemi lasciare almeno una copia battuta a macchina dei tabulati per l’allora apprensivo ufficio doganale di Kjeller.

Ma proprio in base a tali presupposti, come si spiega dunque il carattere estremamente riservato del rapporto in esame e come si può comprendere la richiesta di avere subito indietro la “relazione” e i tabulati in oggetto riguardo a dati di fatto e a voli di natura civile, di per sé banalissimi e assolutamente “innocenti”, partendo addirittura dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936?

Sul piano tecnico, inoltre, fin dagli inizi dell’Ottocento era disponibile la tecnologia della carta carbone che permetteva a qualunque operatore – anche in Norvegia e anche nella Norvegia/Kjeller del febbraio 1937 – di produrre almeno due copie dello stesso scritto battuto a macchina; senza ulteriore fatica, quindi, l’ufficio aereoportuale di Kjeller poteva scrivere nel febbraio del 1937 almeno due copie dello pseudorapporto in oggetto, e di conseguenza poteva lasciarne una di essa senza alcun problema all’ufficio doganale di Kjeller senza doverne chiedere “gentilmente” la restituzione.

Terza nota dissonante: anche un esame superficiale del documento del febbraio del 1937 dimostra subito un vuoto clamoroso di informazioni e un “buco nero” incredibile, almeno a prima vista, e cioè che le autorità aeroportuali di Kjeller non produssero in alcun modo né un vero rapporto, né almeno una “microrelazione” sugli aerei arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre 1935.

Come dimostrano le poche righe iniziali da loro elaborate, esse non erano certamente analfabete e sapevano sicuramente scrivere a macchina, oltre a essere informate per forza di cose e ad ammettere anche per iscritto il fatto innegabile per cui la dogana chiedeva delle “informazioni” proprio rispetto al traffico aereo avvenuto in loco nel dicembre 1935. Eppure, in modo apparentemente inspiegabile, i dirigenti dell’aeroporto di Kjeller non produssero in alcun modo un rapporto almeno dignitoso di una pagina, sui voli del dicembre del 1935, nel quale essi almeno e come minimo affermassero per iscritto e co precisione che in base alle indagini da loro svolte e ai testimoni da loro sentiti, oltre che ai tabulati forniti come allegato, “un unico aereo civile era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre del 1935”;  che esso apparteneva alla compagnia aerea privata “ABC”; che in base alle informazioni da loro raccolte, tale velivolo “proveniva dalla località e dall’aeroporto di ……” ; che l’unico volo decembrino era stato effettuato “dall’aviatore “XY”, di nazionalità “Z”; che tale velivolo era ripartito da Kjeller in data “XY”, oppure in alternativa che esso era rimasto negli hangar di Kjeller per un certo periodo, a causa di un motivo “XY”, come “da testimonianze dei meccanici di Kjeller e della compagnia aerea ABC”.

Gulliksen e i suoi sottoposti in fin dei conti non dovevano certo scrivere l’Iliade o La Divina Commedia, ma solamente i fatti relativi a un solo e isolato velivolo, ossia all’unico aereo civile giunto a Kjeller nel dicembre del 1935: ma niente di tutto ciò si concretizzò e venne messo nero su bianco da parte loro, anche se sapevano benissimo – e attestarono per iscritto, all’inizio del loro report – che la dogana chiedeva loro “informazioni” scritte proprio e solo sui voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Le autorità aeroportuali di Kjeller infatti non produssero in alcun modo un rapporto dettagliato e specifico, anche solo minimamente accettabile e con un minimo di informazioni scritte al suo interno, rispetto al traffico aereo in loco nel dicembre 1935, seppur esse sapessero benissimo che questa era l’unico oggetto delle informazioni che chiedeva loro la dogana di Kjeller in quel periodo e fossero perfettamente a conoscenza dello scalpore che avevano provocato anche in Norvegia le dichiarazioni pubbliche di Pjatakov sul suo volo da Berlino a un aeroporto vicino a Oslo, oltre che dal fatto che la pubblica accusa stalinista aveva indicato espressamente e pubblicamente proprio Kjeller come luogo dell’atterraggio di Pjatakov in terra scandinava.

Ma non solo: le autorità aeroportuali di Kjeller non vollero né poterono produrre neanche una “microrelazione”, brevissima e ipersintetica, sul flusso aereo in loco nel dicembre 1935, nonostante che esso si riducesse in ultima analisi a un solo velivolo e a un’isolata “aquila del cielo”. Esse non scrissero in alcun modo neanche poche righe iperconcentrate, nel quale si affermasse e si informasse la dogana di Kjeller almeno che:

  • “l’aereo del tipo LN-HAO è l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935;
  • “tale velivolo è atterrato a Kjeller il giorno “XY” alle ore “XY”;
  • “tale aereo proveniva dall’aeroporto “XY”, situato in Norvegia/all’estero”;
  • “il pilota era “XY”, di nazionalità “Z”;
  • “l’aereo in oggetto non ripartì da Kjeller, fino al 2 maggio del 1936”.

Anche ipotizzando per assurdo dei funzionari norvegesi semi-analfabeti, serviva in ogni caso ai dirigenti aeroportuali di Kjeller pochi minuti e poche parole per scrivere e mettere nero su bianco uno stringatissimo “microrapporto” sul traffico aereo – limitatissimo, ristretto a un solo velivolo – creatosi in loco nel dicembre 1935: eppure essi non vollero né poterono produrre neanche poche righe, al fine di informare la dogana di Kjeller rispetto all’unico velivolo che incuriosiva quest’ultima, perché legato a quel dicembre del 1935 che “interessava” allora gli uffici doganali norvegesi.

Risulta fin troppo chiaro che siamo in presenza di un “buco nero” clamoroso da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che a sua volta può essere spiegato solo ed esclusivamente con la loro cosciente volontà di non compromettersi in alcun modo fornendo in prima persona delle informazioni precise ai loro colleghi della dogana sul volo isolato del dicembre 1935, oltre che di non procurare loro alcuna notizia su eventuali fonti scritte e indagini da loro svolte sulla solitaria “aquila del cielo” giunta sicuramente a Kjeller nel dicembre 1935, a partire dalla data esatta di atterraggio del velivolo solitario in esame.

Si tratta di un elemento cruciale, per ovvi motivi.

Dalla testimonianza pubblica resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, emergevano infatti con assoluta chiarezza (come venne del resto rilevato persino durante la sesta sessione dell’antistalinista Commissione Dewey) due date per il viaggio compiuto da quest’ultimo in terra norvegese: il 12 o il 13 dicembre 1935.

Dodici o tredici dicembre del 1935, quindi come date “calde”.

Risultava quindi fin troppo evidente, anche e soprattutto alle autorità aeroportuali e alla dogana di Kjeller, l’importanza della datazione esatta dell’attivo dell’unico solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, sul quale tra l’altro lo stesso Gulliksen aveva già ammesso (la sua intervista all’Arbeidetbladet del 1937) in modo indiretto che fosse giunto dall’estero e da fuori dai confini norvegesi, a suo dire dalla svedese “Linköping”.

La posta in palio era quindi alta rispetto alla data di arrivo del velivolo decembrino, oltre che perfettamente a conoscenza dell’ufficio aeroportuale di Kjeller: eppure quest’ultimo non si dilungò in merito, anzi su di essa produsse solo il “buco bianco” su cui ci dilungheremo tra poco.

E proprio tale loro indiscutibile omissione nel fornire informazioni chiave e dettagliate, a partire dalla data di atterraggio, ossia la loro cosciente “disattenzione” e il “buco nero” in oggetto, fornisce già di per sé un indizio su chi fosse realmente a bordo dell’aereo decembrino in oggetto, oltre che sull’aeroporto (tedesco, berlinese) da cui proveniva l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Siamo in presenza di un “buco nero” e un indizio che diventa poi ancora più significativo se si tiene a mente che le autorità aeroportuali di Kjeller trascrissero  con molte ore di lavoro e con una macchina da scrivere le relazioni elaborate e consegnate dalle stesse compagnie aeree civili sugli arrivi e partenze dei loro velivoli a Kjeller: documentazione quindi bisognosa di spiegazioni, delucidazioni e chiarimenti da parte di Gulliksen e dei suoi sottoposti almeno sull’unico e sul solitario velivolo civile pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935, e cioè nell’unico mese che interessava allora la dogana.

Se invece si ipotizza per un attimo che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, Gulliksen e le autorità aeroportuali avrebbero avuto tutto l’interesse a produrre un dettagliato e scrupoloso rapporto, o almeno e come minimo una microrelazione scritta sul flusso di voli a Kjeller nel dicembre del 1935 e sul solitario, unico velivolo atterrato in loco nel mese “caldo” in via d’esame: non avendo alcunché da nascondere ed essendo quindi candidi come gigli in merito al volo/aereo di Pjatakov, il loro evidente interesse sarebbe stato di far luce sulla questione con il massimo di precisione, trasparenza e dettagli rivelatori inoppugnabili per chiunque.

Non avvenne niente di tutto ciò, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco nero” sopracitato.

Si tratta in sostanza del criterio di verifica “dell’innocente”, che utilizzeremo anche in seguito, in base al quale quest’ultimo non ha alcuna ragione di nascondere delle informazioni su un “reato” (di aver fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel caso specifico) del quale viene ingiustamente accusato, e anzi tale soggetto innocente ha tutto da guadagnare a dire la verità e a fornire tutte le notizie, tutti i dettagli che comprovino che il fatto specifico per il quale viene accusato non è mai successo, non si è mai verificato; egli ha tutto l’interesse, proprio perché realmente innocente, a non usare trucchi, reticenze o menzogne rispetto a un presunto evento che non si è mai verificato e che non l’ha mai coinvolto, direttamente o indirettamente.

Ovviamente vale anche il contrario se veramente il soggetto interessato (ossia Gulliksen e le autorità aeroportuali di Kjeller) avessero invece realmente fatto atterrare Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935 che interessava allora e nel febbraio del 1937 la dogana norvegese.

Ma non solo: si può evidenziare subito un secondo buco nero quasi altrettanto clamoroso quanto il primo, visto che la richiesta di informazioni sui voli del dicembre 1935 veniva dalla dogana, dagli uffici doganali di Kjeller e non certo dai vigili urbani, oppure da Topolino.

E la dogana per definizione è interessata da sempre, come suo compito principale, a conoscere il traffico, il trasferimento di persone e merci da e per l’estero, da e per i paesi stranieri: nel caso specifico in oggetto, e va quindi per sua natura interessata a sapere se il traffico aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 fosse avvenuto da aerei giunti dall’estero, da paesi diversi dalla Norvegia.

Ora, emerge subito che nel rapporto in oggetto non venne fatto alcun riferimento all’informazione se gli aerei, anzi l’unico velivolo civile giunto a Kjeller nel dicembre 1935, fosse pervenuto dall’estero e da fuori della Norvegia; non emerge in alcun modo l’aeroporto di provenienza del solitario velivolo decembrino; sempre nel rapporto in oggetto, non emerge in alcun modo se a bordo dell’unico velivolo in esame vi fossero passeggeri o merci provenienti dall’estero.

Siamo di fronte a un nuovo buco nero incredibile, proprio perché la richiesta di informazioni alle autorità aeroportuali di Kjeller era stata inoltrata dalla dogana di Kjeller, dagli uffici doganali norvegesi: struttura burocratica per la quale risultava ovviamente basilare e fondamentale crescere e avere le “informazioni” scritte su alcuni semplici e basilari fatti: se il velivolo del dicembre del 1935 fosse giunto a Kjeller dall’estero, quale fosse l’aeroporto da cui esso era partito (Narvik? Linkoping? Berlino?) e se il solitario aereo in esame trasportasse a bordo passeggeri e/o merci.

Nello pseudorapporto in oggetto, tali elementi concreti e come minimo importantissimi – sia in se, che per la dogana norvegese che chiedeva informazioni sui voli del dicembre 1935 – mancano totalmente: controllate pure voi, giudici-lettori, e provate a trovare nel report in esame anche solo il nome dell’aeroporto di provenienza del solitario velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Noi non ci siamo riusciti, seppur rileggendolo decine di volte.

A questo punto riutilizziamo il criterio delle ipotesi alternative, rispetto alla presenza/assenza di Pjatakov a Kjeller nel dicembre del 1935.

Se Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, quale difficoltà avrebbero avuto le autorità aeroportuali di quel luogo a scrivere nero su bianco che il solitario aereo del dicembre 1935 era davvero giunto dall’estero, ma che in ogni caso non arrivava certo da Berlino e non portava con sé alcun passeggero, sempre di fronte all’interessata (per ovvi motivi, per forza di cose) dogana norvegese?

Se invece Pjatakov fosse davvero arrivato a Kjeller, nel dicembre 1935 tutto cambiava anche per questo segmento specifico di informazioni: una cosa tirava l’altra, per così dire una “ciliegia” tirava l’altra.

Infatti se l’aereo del dicembre del 1935 fosse arrivato dall’estero, stando alle stesse autorità aeroportuali di Kjeller a quel punto esse dovevano spiegare e scrivere, nero su bianco, alla dogana di Kjeller anche da quale luogo estero e da quale aeroporto straniero tale velivolo decembrino fosse partito.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana (la dogana, non i vigili urbani o Topolino) se tale aereo decembrino avesse a bordo passeggeri, oppure no.

E a catena, bisognava anche chiarire per iscritto e per forza di cose alla dogana di Kjeller se tale velivolo avesse a bordo delle merci, e quale tipologia di oggetti trasportasse concretamente.

In pratica se l’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel suo pseudo rapporto, avesse iniziato a scrivere rispetto a tale argomento, non si sarebbe potuto fermare a metà strada: almeno e come minimo, esso doveva fornire alla dogana delle informazioni precise almeno sul luogo e aeroporto di provenienza (estero o norvegese) del velivolo del dicembre del 1935, oltreché sulla presenza/assenza di passeggeri e di merci a bordo di quest’ultimo.

Niente di tutto ciò avvenne: nel report in via d’esame non si può trovare in alcun modo luogo/aeroporto di provenienza del velivolo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 oltre che dati e informazioni sulla presenza/assenza di passeggeri e merci a bordo di quest’ultimo.

Siamo quindi di fronte a un secondo buco nero più specifico e legato ai compiti ufficiali della dogana di Kjeller, ma che rafforza in ogni caso il precedente.

Terzo e ulteriore “buco nero”: mentre nel report del 25 febbraio 1937 e nell’unica riga di esso dedicato al dicembre 1935 emerge sicuramente il nominativo di Jaquet, come pilota (reale-presunto) dell’unico velivolo civile atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ufficio aeroportuale di Kjeller non disse invece alcunché su Jaquet, a partire dal suo nome esatto, dallo scopo del suo volo e dall’aeroporto da cui Jaquet sarebbe partito per arrivare a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ma non solo. Nello pseudorapporto in via d’esame non risulta in alcun modo (controllate con cura giudici-lettori) una dichiarazione scritta dallo stesso Jaquet, nella quale quest’ultimo riferisse e testimoniasse in modo anche ipersintetico sul giorno del suo atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, sullo scopo del suo volo decembrino e sull’aeroporto di provenienza, oltre che sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo.

In altri termini, nel report in via d’esame manca ed è assente totalmente anche una breve dichiarazione di Jaquet (ossia del presunto pilota a bordo dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935) in cui, ad esempio, quest’ultimo attestasse che: “sono atterrato a Kjeller poco prima del Natale del 1935, credo il 22 dicembre del 1935, partendo dall’aeroporto svedese di Linköping. Lo scopo del mio volo Linköping-Kjeller era xyz, e in ogni caso a bordo del mio velivolo del dicembre del 1935 non si trovava alcun passeggero, tantomeno di nazionalità non norvegese.

In fede.

E.H.O. Jaquet”.

Nulla di tutto ciò.

A questo punto sorge subito la domanda: se veramente Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 e se davvero fosse stato “Jaquet” il pilota del velivolo decembrino in oggetto, per quale motivo le autorità aeroportuali di Kjeller non si soffermarono in alcun modo su Jaquet, nel loro report del febbraio del 1937?

Avvocato del diavolo: “forse Jaquet era scomparso dalla scena norvegese oppure morto, a fine febbraio 1937, ossia quando le autorità aeroportuali di Kjeller stesero e scrissero il loro rapporto destinato alla dogana norvegese”.

Edmond H. O. Jaquet era vivo e vegeto all’inizio del 1937, visto che morì dopo una lunga esistenza solo nell’aprile del 2006; inoltre proprio nel gennaio del 1937, come vedremo meglio in seguito, egli era diventato il giovanissimo vicepresidente di un’associazione di piloti militari norvegesi, non risultando quindi in alcun modo entrato in clandestinità o fuggito in Nepal.

Ma pur essendo ben vivo ed operante nella Norvegia laburista e socialdemocratica dell’inizio del 1937, in quello stesso periodo le autorità aeroportuali di Kjeller non si degnarono in alcun modo di chiedere una deposizione a Jaquet rispetto al suo presunto atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia all’unico mese che “interessava” gli uffici doganali di Kjeller all’inizio del 1937.

Sesta e clamorosa anomalia nello pseudorapporto in via d’esame: il “buco bianco” connesso al giorno di atterraggio dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ossia dell’unico aereo che interessava alla dogana di Kjeller nel febbraio 1937.

Non contente di non aver prodotto in alcun modo né un rapporto dignitoso né almeno una “microrelazione” sul flusso di traffico aereo in loco nel dicembre del 1935, le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono infatti simultaneamente a compiere anche il capolavoro di presentare una pseudorelazione composta solo ed esclusivamente da tabulati, ma nella quale la riga decisiva delle registrazioni dei tabulati in oggetto vedeva comunque cancellata quasi totalmente proprio la data di atterraggio dell’aereo decembrino in via d’esame.

Siamo quindi in presenza di un “buco bianco” incredibile a prima vista, e che diventa ancor più abnorme se lo si collega al primo “buco nero”: se cioè si pensa che attraverso esso e il primo “buco nero” sopracitato le autorità aeroportuali di Kjeller riuscirono nell’impresa, voluta e cosciente, di non informare in modo corretto la dogana di Kjeller nemmeno rispetto al giorno esatto di atterraggio del misterioso aereo del dicembre 1935. Mancando infatti una loro relazione scritta (o almeno una loro microrelazione), basandosi sullo pseudorapporto in esame la dogana di Kjeller non sarebbe riuscita a sapere con esattezza, con sicurezza e senza usare la lente di ingrandimento neanche il giorno dell’atterraggio dell’unico velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935: ossia dell’unico aereo atterrato in loco in quel mese e dell’unica transvolata che, di conseguenza, interessava le autorità doganali di Kjeller nel febbraio del 1937.

Riesaminiamo i tabulati già forniti in precedenza, prendendo questa volta in esame la sola riga che riguarda il dicembre 1935, prima nell’originale in norvegese (ingrandito ad arte) e poi con la traduzione in italiano:

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       Data.           Arrivo Partenza   Sigla              Nazionalità    Responsabile aeromobile.

                                                          aeromobile. aeromobile.

———————————————————————————————————————————

?? /12 – 35            11:30                    LN-HAO         Norvegia          Norsk LufttrafikkA/S  v/  Jaquet

La riga scritta a macchina in via d’esame parla chiaro: è indiscutibile che il giorno di arrivo del volo del dicembre 1935 sia quasi completamente cancellato, lasciando solo due trattini finali, distinguibili nelle loro forme concrete solo con la lente di ingrandimento del 1937 (e con un computer del 2016 in grado di ingrandirli) e da cui sembra – ma è tutt’altro che sicuro – il numero “22”, ossia il 22 dicembre.

Siamo quindi in presenza di un clamoroso “buco bianco”, da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller: non solo nel loro pseudorapporto esse non scrissero una relazione/microrelazione sul traffico aereo del dicembre 1935, limitandosi in modo apparentemente inspiegabile a fornire solo i tabulati scritti a macchina degli arrivi/partenze, ma persino da tali registrazioni sparì e scomparve quasi totalmente la data di arrivo del volo decembrino in esame cancellata quasi del tutto e i cui trattini rimasti erano leggibili e interpretabili solo con la lente di ingrandimento del 1937.

Ipotizziamo per un istante, ancora una volta, che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

In questo caso, le autorità aereoportuali di Kjeller avrebbero avuto tutto l’interesse a indicare, a mettere per iscritto con esattezza e precisione il giorno esatto dell’atterraggio dell’unico velivolo arrivato in loco nel mese “caldo” in via d’esame, ad esempio il 22 dicembre; indicando esplicitamente il 22 dicembre esse avrebbero avuto cura di evitare il “buco bianco” in oggetto, che faceva sparire quasi totalmente la data esatta dell’atterraggio del solitario velivolo decembrino giunto nell’aeroporto di Kjeller, e anzi si sarebbero soffermate e dilungate senza problemi su tale elemento fattuale che escludeva di fatto la presenza di Pjatakov nel loro snodo logistico visto che quest’ultimo dichiarò di essere arrivato in Norvegia al massimo il 13 dicembre.

Invece non successe niente del genere, e viceversa nel febbraio del 1937 venne alla luce il “buco bianco” sopracitato all’interno del “rapporto” in via d’esame.

Fermiamoci per un momento, a questo punto.

Quali informazioni, quali notizie dovevano come minimo fornire le autorità aereoportuali di Kjeller agli uffici doganali, attraverso una relazione/microrelazione e con delle “pezze giustificative” materiali, ossia con delle prove scritte?

Innanzitutto se l’aereo del dicembre 1935 giunse a Kjeller dall’estero, o viceversa da un aeroporto norvegese: e tale informazione manca completamente nel documento del febbraio del 1937 in oggetto, anche se la dogana norvegese chiedeva allora informazioni proprio sui voli arrivati e partiti da Kyeller nel dicembre 1935.

In secondo luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller su quale fosse l’aeroporto di partenza del velivolo in oggetto: e anche tale notizia manca completamente nel loro documento del febbraio 1937, anche la dogana chiedeva loro informazioni sui voli del dicembre 1935.

In terza battuta dovevano informare sulla presenza/assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quarto luogo, le autorità aeroportuali di Kjeller dovevano informare la dogana di Kjeller sulla presenza/assenza di merci a bordo dell’aereo del dicembre del 1935: e ancora una volta, anche tale notizia manca completamente.

In quinto luogo, esse dovevano informare la dogana di Kjeller sul giorno nel quale il solitario aereo civile del dicembre 1935 ripartì dall’aeroporto in oggetto, o in alternativa, sui motivi per cui tale aereo non prese il volo da Kjeller: e anche tale notizia non emerge in alcun modo dal report in esame, come vedremo meglio in seguito.

Il nome esatto del pilota, di quel “Jaquet” che avrebbe pilotato il solitario velivolo del dicembre del 1935? Come sopra ancora una volta.

La data esatta di arrivo a Kjeller dell’aereo in esame? Anche su tale punto specifico, la particolare combinazione tra il “buco bianco” e la totale assenza di una relazione/microrelazione rispetto a tale elemento materiale privò la dogana di Kjeller di una chiara informazione, senza bisogno di lente di ingrandimento e di fare ipotesi, su un dato sicuramente non di poco conto.

Primo criterio di verifica incrociata, prima prova del nove della nostra tesi.

Proviamo solo a immaginare quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento” il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga. Da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller: queste ultime risolsero astutamente il problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta alla dogana norvegese.

A volte una sola immagine vale molto di più di cento parole e ragionamenti.

Pertanto a questo punto proponiamo il rapporto in esame, nella sua stesura originale e scritto in norvegese, mantenendo al suo interno le righe iniziali e quella relativa al dicembre 1935 ma togliendo invece da esso il flusso di dati (non richiesti dalla dogana norvegese) sui voli arrivati e partiti da Kjeller dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936: vediamo cosa rimane del report in questione.

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Siamo in presenza di un ben misero “rapporto”, non è vero? Come “risposta” – e si fa per dire, certo – alla richiesta dell’ufficio doganale sui voli a Kjeller nel dicembre 1935, abbiamo stimato osservando sul mese in esame una sola riga prodotta da Gulliksen e dai suoi sottoposti, tra l’altro con un vistoso “buco bianco” iniziale sulla data del volo del dicembre 1935, ossia sull’unica transvolata che interessava allora la dogana di Kjeller.

Leggere e rileggere con i propri occhi, al fine di controllare la nostra tesi.

Seconda verifica: l’evidente e clamorosa asimmetria esistente fra lo sforzo notevole e prolungato, richiedente come minimo molte ore di lavoro, effettuato dall’ufficio aeroportuale di Kjeller nel preparare e trascrivere i tabulati dei numerosi voli compresi fra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936 (decine e decine di voli, in arrivo e partenza)  e la misera, solitaria e isolata riga invece scritta e dedicata al volo del dicembre 1935, ossia proprio all’unica transvolata che interessava a quel tempo la dogana di Kjeller e proprio all’unico mese che suscitava l’attenzione di quest’ultima nel febbraio del 1937.

L’asimmetria in oggetto risulta incontestabile e clamorosa, anzi così vistosa da poter sfuggire a prima vista: le conseguenze da trarre da essa sono a loro volta fin troppo chiare, e cioè che Gulliksen e soci cercarono per così dire di “annegare” in un flusso esteso di informazioni inoffensive proprio l’unico volo realmente richiesto dalla dogana di Kjeller, ovviamente relativo al dicembre 1935. Su tale questione torneremo  meglio in seguito.

Un’altra prova del nove: secondo la stessa definizione delle autorità aeroportuali di Kjeller, esse stavano producendo nel febbraio del 1937 un “rapporto” (opgave, in lingua norvegese).

Un “rapporto” quindi; un resoconto, quindi; una relazione scritta, quindi e non invece una pura e semplice elencazione dei voli partiti e arrivati da e a Kjeller nell’agosto del 1935 all’inizio di maggio del 1936, senza tra l’altro mai indicare l’aeroporto di provenienza dei velivoli atterrati in loco in quel periodo.

Come quarta prova del nove, si può inoltre usare il criterio di verifica “dell’innocenza” su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Quinto criterio di verifica incrociata: la combinazione e connessione tra tutte le note dissonanti sopra elencate, a partire dall’interesse della dogana di Kjeller per i voli del dicembre del 1935 a Kjeller.

Se infatti le prime due anomalie registrate possono ancora essere interpretate come fattori casuali e non determinanti, la loro unione con il primo buco nero (l’assenza di una relazione/microrelazione) rende tale trio di indizi incompatibile con l’ipotesi della buona fede da parte degli estensori del report scritto il 25 febbraio 1937. Se poi a tale trinità, molto concreta e profana, si aggiunge il secondo buco nero (alla dogana di Kjeller non venne riferito neanche se il velivolo del dicembre 1935 fosse arrivato dall’estero, con o senza passeggeri, ecc.), la teoria della “buona fede” e correttezza di Gulliksen e sottoposti diventa sempre meno credibile, inabissandosi e crollando poi del tutto se connettiamo i dati di fatto già esposti attraverso il terzo buco nero e il “buco bianco” sopracitati, che attestano l’assoluta reticenza e mancanza di informazioni da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller rispetto al volo solitario e della sua data esatta di atterraggio in loco nel dicembre 1935.

Già ora abbiamo come minimo superato la soglia di tolleranza per i fenomeni strani, ma la situazione diventa ancora più abnorme se si prende in esame la settima anomalia: e cioè che l’aereo LN-HAO del dicembre del 1935 non ripartì mai da Kjeller almeno fino al 2 maggio 1936, rimanendo quindi in loco almeno e come minimo per più di quattro mesi sempre secondo i tabulati forniti dalle autorità aereoportuali di Kjeller alla fine di febbraio del 1937.

Se li si esamina con cura, emerge infatti da essi con assoluta sicurezza una novità clamorosa: l’unico aereo e il solo velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, indicato sotto la sigla LN-HAO e di proprietà della compagnia aerea privata Norsk Lufttrafikk A/S, non ripartì dall’aeroporto di Kjeller almeno e come minimo fino al 2 maggio del 1936, quando finisce il materiale trattato dai registri in oggetto.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: se si effettua una suddivisione delle partenze e degli arrivi dei diversi aerei che giunsero a Kjeller, dal 30 agosto del 1935 fino al 2 maggio 1936, otteniamo un processo di scomposizione che dimostra con assoluta sicurezza come il velivolo LN-HAO, pervenuto in loco nel dicembre del 1935, non sia più partito da Kjeller almeno fino al 2 maggio del 1936, rimanendo quindi almeno stando ai tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, per più di quattro mesi fermo, inattivo e immobile a Kjeller.

In altri termini, il velivolo LN-HAO del dicembre 1935 figura come una sorta di “scarpa spaiata” e solitaria, sempre stando ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller; una “scarpa” isolata di cui risulta solo il presunto arrivo in loco ma non invece la sua ripartenza, reale o immaginaria.

Si tratta di un fatto eclatante per motivi fin troppo evidenti e una “coincidenza” talmente anomala da non poter essere una casualità, dato che la regola generale per gli aerei consisteva nel 1935, e lo è tuttora, nell’atterrare in un certo aeroporto e di ripartire da esso in tempi relativamente brevi, salvo la creazione di eventi gravi o catastrofici quali un eventuale incidente all’arrivo, dei seri guasti meccanici e la necessità derivata di un’ampia revisione del velivolo.

La regola generale in oggetto non si basa del resto solo sul buon senso comune, ma è supportata anche da precisi motivi economici: infatti un aereo, nel 1935 come nel 2016, risulta essere un oggetto e un bene molto costoso che, una volta lasciato inutilizzato, non solo non produce alcuna utilità e servizi concreti sia per la collettività che per i proprietari, ma viceversa si deteriora con il passare del tempo a causa della costante azione logoratrice della natura.

Tale regola generale viene inoltre confermata del resto anche dalla pratica concreta verificatasi nell’aeroporto di Kjeller dal 30 agosto 1935 al 2 maggio del 1936. In tale periodo e negli otto mesi in oggetto, si verificarono via via infatti in loco 57 arrivi e 54 partenze per un totale di 111 operazioni di volo, ivi compreso gli aerei arrivati dall’estero, e quasi tutti i velivoli in oggetto atterrarono e ripartirono da Kjeller in tempo relativamente rapidi e di solito entro alcuni giorni, escludendo due sole eccezioni: l’aereo che rimase più tempo a Kjeller, stando ai tabulati, è il velivolo LN-ABW (proprietà AS/ WiderØe), con un atterraggio non segnalato nel report e che ripartì il giorno 28 marzo 1936.

Anche nel periodo compreso tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio 1936, quindi, di regola e con due sole eccezioni gli aerei atterravano e ripartivano da Kjeller entro pochi giorni.

Bene: ma una delle rarissime eccezioni alla regola generale venne costituita proprio dal misterioso e solitario aereo del dicembre 1935, ossia dall’unico aereo che interessava la dogana di Kjeller e tutti coloro che si occupano del volo di Pjatakov, e di un velivolo che non ripartì in alcun modo dall’aeroporto di Kjeller dal dicembre 1935 fino al 2 maggio del 1936. Tale aereo non prese il volo da Kjeller come minimo fino al 2 maggio del 1936, data nel quale finiscono i tabulati in via d’esame, rimanendo pertanto inattivo e fermo per più di quattro mesi in loco e per di più nel periodo primaverile di marzo-aprile, stando almeno ai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali locali all’ufficio doganale.

Una compagnia aerea privata e di tipo capitalistico, quale era la Norsk Lufttrafikk, tenne fermo un costoso aereo per più di quattro mesi? Un costoso aereo come il presunto LN-HAO rimase dunque inattivo non solo nei mesi propriamente invernali ma anche a marzo e aprile del 1936, ossia nel periodo in cui il traffico aereo aumentava inevitabilmente anche nella nordica Kjeller, come si evince esaminando il flusso di arrivi e partenze in loco nei due mesi in esame?

Si tratta di una vistosa anomalia visto che anche l’aereo LN-ABW, che era rimasto a Kjeller per alcuni mesi, in ogni caso ripartì il 26 marzo del 1936 da Kjeller, quando la stagione invernale era ormai superata.

Siamo quindi in presenza di un fenomeno di “parcheggiamento” e di stazionamento di un velivolo a Kjeller anche nei mesi più propizi per il traffico aereo che risulta abnorme e assurdo, in assenza di un eventuale guasto e/o di un eventuale danno subìto dall’aereo decembrino LN-HAO in via d’esame: ma su tale eventuale e ipotetico danneggiamento non si viene a sapere niente dalla sponda dello pseudorapporto delle autorità aeroportuali di Kjeller, con il colossale “buco nero” intrinseco al report e quindi con il loro interessato silenzio su tutto ciò che avesse riguardato il flusso di traffico aereo nel dicembre 1935, inclusi anche gli eventuali guasti e gli ipotetici danneggiamenti subìti dall’unico  velivolo giunto a Kjeller, nell’unico mese che interessava l’ufficio doganale del luogo nel febbraio del 1937.

Risulta in ogni caso più che sospetto che proprio la solitaria “aquila del cielo” e l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 non sia ripartito dalla struttura aeroportuale in oggetto come minimo fino al due maggio del 1936, stando almeno ai tabulati e ai registri delle partenze /arrivi forniti da Gulliksen e dai suoi aiutanti. Il fatto sicuro che proprio il solitario e unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, in modo assolutamente contrario alla regola generale della coppia atterraggio-ripartenza, non si sia levato in volo e non sia mai ripartito per più di quattro mesi e fino al 2 maggio 1936 da Kjeller, costituisce dunque un vero e proprio “pugno nell’occhio”, tanto vistoso ed eclatante da suscitare subito una conclusione in merito molto probabile: ossia che se persino dai tabulati in oggetto l’aereo con sigla identificativa LN-HAO non risulta ripartito dall’aeroporto di Kjeller e come minimo per più di quattro mesi, molto probabilmente tale specifico modello di aereo – con il relativo pilota, alias “Jaquet” – non era mai arrivato davvero in loco e il suo presunto atterraggio era stato inventato di sana pianta da Gulliksen e soci, dalle autorità aeroportuali di Kjeller nel loro “rapporto” del febbraio 1937.

Abbiamo ormai a disposizione un pesante indizio a favore della manipolazione dei tabulati in esame e, in via derivata ma allo stesso tempo inevitabile, della presenza concreta di Pjatakov a bordo dell’aereo decembrino in esame: un indizio concreto che si trasforma subito in una vera e propria “pistola fumante” se viene collegato e connesso alla coppia “buchi neri/buco bianco” esaminata poco sopra.

Analizziamo in ogni caso la mancata ripartenza in oggetto da un’altra prospettiva, ossia prendendo in esame sia l’ipotesi che Pjatakov non fosse mai arrivato a Kjeller nel dicembre 1935 che quella opposta.

Se Pjatakov non fosse mai giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre 1935, e se quindi Gulliksen e soci si fossero realmente trovati in una posizione intoccabile e in una sorta di “botte di ferro” rispetto a un reale non-evento, non si riesce proprio a comprendere i motivi per i quali le autorità aeroportuali di Kjeller non si dilungarono, alla fine di febbraio del 1937, anche sulla data esatta nel quale l’aereo decembrino del 1935 si allontanò dal loro snodo logistico: avrebbero avuto tutto da guadagnare e niente da perdere, nel fornire tutte le informazioni in loro possesso sulla ripartenza (o, al limite, sulla mancata ripartenza) del velivolo che giunse a Kjeller nel periodo “caldo” in esame.

Ma ora supponiamo invece che Pjatakov fosse realmente a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935, e che egli fosse realmente/ripartito da tale aeroporto in tardo pomeriggio del 12 o 13 dicembre.

In questo caso e in questa ipotesi, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero potuto dare informazioni (false, bugiarde e menzognere, certo…) sulla data di ripartenza del velivolo del dicembre del 1935?

Assolutamente no, e per tutta una serie di buone ragioni.

Innanzitutto inventarsi una finta data di partenza (diciamo il 22 dicembre, tanto per fare un esempio non casuale) costituiva un reato penale per cui esse avrebbero potuto essere perseguite eventualmente in seguito: un reato scritto e registrato nero su bianco, con le loro stesse mani e parole scritte nello pseudorapporto in via d’esame.

In secondo luogo, inventarsi una finta data di ripartenza (diciamo sempre il 22 dicembre…) significativa/inequivocabilmente rischiare eventualmente di essere smentiti dal “meccanico di Brecht”, ossia dagli addetti alla manutenzione e al rifornimento, oppure dalle guardie o dagli impiegati dell’aeroporto di Kjeller, se essi sfortunatamente avessero potuto ricordare almeno che il solitario del dicembre del 1935 non era arrivato vicino e sotto al periodo natalizio, ma invece almeno una decina di giorni prima delle – facilmente ricordabile, nel 1937 – festività della fine del 1935.

Inoltre una cosa tirava l’altra: inventandosi infatti una finta data di ripartenza, le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto altresì inventarsi anche il nome del presunto pilota che fosse/ripartito da Kjeller con il velivolo decembrino in esame.

Si, ma chi?

“Jaquet”? Una mossa e un’invenzione per loro rischiosa, come minimo. Potevano, non citare, per la ripartenza in esame, alcun aviatore? Ma allora sarebbe emersa subito la contraddizione tra il “Jaquet” da loro evidenziato come pilota per l’arrivo del velivolo del dicembre del 1935 a Kjeller, e l’assenza di un nominativo per l’aviatore – inventato di sana pianta – che avrebbe guidato e portato il velivolo in oggetto lontano da Kjeller.

In quarto luogo, se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero citato ed evidenziato per iscritto nel loro pseudorapporto la data della (presunta, finta) ripartenza del velivolo decembrino, sarebbe emersa con ancora maggior evidenza il “buco bianco” sopracitato e relativo alla data di atterraggio di arrivo del velivolo in esame. Non solo tale problema non era insignificante, ma per di più Gulliksen e soci non avrebbero potuto neanche creare ad arte un nuovo e secondo “buco bianco” anche per il giorno della ripartenza del velivolo in oggetto, se non esponendosi a un’anomalia e una contraddizione così plateale ed evidente da non poter essere non notata, anche dall’osservatore più distratto o meglio disposto nei loro confronti.

In estrema sintesi, per tutti i motivi sopracitati le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero incontrato dei rischi e dei pericoli come minimo abbastanza seri ad inventarsi una finta data di ripartenza per il velivolo giunto in loco nel dicembre del 1935: e guarda caso esse non scrissero alcunché, nel loro pseudorapporto, in riferimento alla data di partenza del velivolo giunto a Kjeller nel mese e periodo “caldo” in oggetto. Ottava nota dissonante: l’unica volta che la compagnia aerea Norsk Lufttrafikk A/S usò a Kjeller il modello aereo LN-HAO dal 30 agosto 1935 al 17 aprile 1936, e quindi per ben otto mesi, fu proprio e solo nel dicembre 1935, mentre la compagnia aerea in oggetto utilizzò invece nello stesso periodo altri velivoli con sigla identificativa LN-BAO e LN-BAS, per un totale di dieci tra arrivi e partenze.

Nona anomalia: il presunto pilota del dicembre 1935, ossia Jaquet, sicuramente non ripartì da Kjeller con lo stesso aereo con il quale egli sarebbe arrivato in loco nel mese “caldo” in esame. Infatti Jaquet, sempre stando ai tabulati in oggetto, ripartì da Kjeller e stavolta senza dubbio ripartì da Kjeller solo il 2 febbraio 1936 alle ore 13:00, ma utilizzando e pilotando in ogni caso un diverso velivolo: ossia un aereo la cui compagnia aerea non è stata descritta e con una sigla identificativa del tipo LN-BAS, diversa quindi da quella che venne indicata nei tabulati in oggetto nei confronti del solitario aereo del dicembre 1935 del tipo LN-HAO su cui ci siamo soffermati in precedenza.

Otteniamo quindi una nuova coppia di note dissonanti: una sola e unica volta la Norsk Lufttrafikk si servì a Kjeller del modello aereo LN-HAO a partire dal 30 agosto 1935 fino al 2 maggio 1936, e cioè proprio nel dicembre 1935, e allo stesso tempo il velivolo LN-HAO che sarebbe arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 non venne in alcun caso utilizzato e fatto decollare, in data 2 febbraio 1936, da quel presunto pilota e da quel Jaquet che lo avrebbe fatto atterrare in loco nel dicembre 1935, il quale invece ripartì da Kyeller con un aereo contraddistinto dalla sigla LN-BAS.

Ulteriore stranezza: solo ed esclusivamente rispetto al volo del dicembre 1935 appare la denominazione “Norsk Lufttrafikk A/S”, all’interno dei tabulati di volo consegnati dalle autorità aeroportuali di Kjeller all’ufficio doganale di Kjeller.

Se li si prende in esame con attenzione, si può notare che dei sette aerei arrivati in quei mesi a Kjeller e di proprietà della Norsk Lufttrafikk quest’ultima venne indicata solo come “Norsk Lufttrafikk” per ben sei volte, dal 18 ottobre 1935 al 17 aprile 1936, mentre l’unica eccezione tra i sette velivoli in esame riguarda proprio il dicembre 1935.

Nella sola riga dei tabulati in oggetto che si riferisce al mese “caldo” in esame, la società proprietaria del velivolo atterrato a Kjeller in quei trentuno giorni risulta infatti la “Norsk Lufttrafikk A/S”: in tale riga venne quindi aggiunto alla denominazione Norsk Lufttrafikk un particolare “A/S” che invece manca totalmente negli altri voli in esame, arrivati in loco sia prima che dopo il dicembre 1935.

Ulteriore elemento singolare e curioso, che fa saltare in aria la regolarità procedurale e tecnica del report in esame: quest’ultimo era stato scritto quasi interamente a macchina con un’unica e sola eccezione, e cioè quattro cifre invece inserite manualmente.

Ora, tali numeri vergati a mano sembrano essere in numero 1330.

Bene, ma in quale posto e in quale posizione del report in via d’esame si ritrova tale numero scritto manualmente?

Avete indovinato, giudici-lettori: proprio sotto all’unica riga dedicata dalle autorità aeroportuali di Kjeller al volo del dicembre del 1935: un ennesima “coincidenza” e anomalia.

Non vi fidate? Fate bene, e del resto anche Marx scrisse che bisogna dubitare di ogni cosa, ivi compreso lo stesso dubbio. Pertanto vi proponiamo con il massimo dell’ingrandimento possibile le righe scritte a macchina sul dicembre 1935 e sul volo successivo del gennaio 1936, con in mezzo i numeri sopracitati invece vergati a mano.

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Ennesima, diversa e gigantesca anomalia: la sigla LN-HAO, che compare proprio nella riga dei tabulati in oggetto riferita al dicembre del 1935, non è mai stata usata in Norvegia prima del 1944 e della fine della seconda guerra mondiale.

Sorpresa, sorpresa: siamo in presenza di una sigla usata nel dicembre 1935, almeno secondo i tabulati – manipolati e artefatti – in oggetto, che tuttavia stando a tutti i riscontri concreti è stata utilizzata in Norvegia solo molti anni dopo il dicembre 1935 e dopo il “mese caldo” in via d’esame.

Stiamo sempre di più entrando nel mondo del paranormale, e più precisamente nell’universo dei viaggi nel tempo, almeno se seguiamo e diamo validità alla riga dei tabulati in oggetto dedicata al dicembre del 1935; stando almeno allo pseudorapporto in esame, l’aereo solitario giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 sarebbe stato del tipo LN-HAO, ma invece la sigla LN-HAO iniziò a essere utilizzata solo dopo il 1944 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Vista la sua importanza, soffermiamoci su questo punto iniziando a esporre tutti i riscontri oggettivi e i criteri di verifica oggettivi della nostra tesi, rispetto alla sigla LN-HAO.

Innanzitutto lo studioso olandese Rob Mulder ci ha informati, con l’e-mail del 22 aprile 2016, che la sigla LN-HAO non è mai stata usata prima del 1940: e a riscontro di tale affermazione, si può facilmente trovare nei registri delle compagnie aeree norvegesi che le sigle LN-HAB e LN-HAD, quindi precedenti in ordine alfabetico la denominazione LN-HAO, sono state utilizzate solo nell’aprile del 1940.

In terzo luogo sempre Rob Mulder, il 22 aprile 2016, ci ha fornito le sigle usate via via dalla società Widerøe per i suoi aerei: e in tale elenco, la sigla LN-HAO è stata impiegata dalla compagnia aerea Widerøe solo dopo il 1944, e quindi molti anni dopo il dicembre del 1935 che ci interessa da vicino.

Ma non solo. Grazie a un e-mail dell’aprile del 2016 inviataci dalla gentile redazione del sito Flyhistorie.no, abbiamo appreso che la registrazione LN-HAO è stata utilizzata su tre aeromobili nel corso degli anni, e il primo uso in ordine temporale di questi tre casi è stato il 1946; e cioè l’aereo  Fairchild UC-61K-FC Argus III, c / n 930, es. 43-14966 (USAAF) / HB692 (RAF), registrato il 13 dicembre del 1946 come Lufttransport, Ålesund; diversi proprietari fino al 1959 e annullato il 16 settembre del 1959.

Dicembre del 1946, quindi: undici anni dopo il dicembre del 1935, è appena il caso di rilevare a tal proposito.

Tredicesima nota dissonante: all’interno e nelle più immediate vicinanze dell’unica e isolata riga dello pseudorapporto dedicata al flusso aereo a Kjeller durante il dicembre del 1935 sono emerse ben quattro anomalie.

L’anomalia del sopracitato “buco bianco”, in primo luogo.

L’anomalia del “LN-HAO”, sigla invece utilizzata in Norvegia solo dopo il 1944.

L’anomalia sopracitata delle lettere “A/S”, dopo la parola Norsk Lufttrafikk.

L’anomalia sopracitata del “1330” scritto a mano, proprio sotto l’unica riga dedicata al volo del dicembre 1935.

Se è vero che tre indizi fanno una prova, anche quattro anomalie – tra l’altro collegate tra loro perché vicinissime nei tabulati in oggetto – rappresentano e diventano una sorta di “superanomalia” troppo vistosa per essere ignorata e passata sotto silenzio; e a questo punto, quasi per forza di cose, passiamo a connettere tra loro anche tutte le numerose note dissonanti via via esposte e che riguardano sia l’aereo decembrino del 1935 che il suo presunto pilota.

Prima stranezza, già notata in precedenza: tale velivolo costituiva sicuramente l’unico e solitario aereo civile atterrato a Kjeller, nel dicembre 1935 e nel mese “caldo” per la nostra indagine.

Seconda nota dissonante, anch’essa già sottolineata in precedenza: tale velivolo civile proveniva dall’estero persino secondo Gulliksen, e guarda caso Pjatakov affermò di essere giunto arrivando in aereo in Norvegia partendo da fuori dei confini del paese scandinavo in oggetto, ossia dalla Berlino nazista del dicembre 1935.

Terza anomalia: il solitario velivolo LN-HAO del dicembre 1935 non ripartì più da Kjeller, almeno stando ai tabulati dei voli in oggetto e almeno fino al 2 maggio 1936.

Inoltre il presunto pilota, il presunto “Jaquet” del dicembre 1935 non ripartì da Kjeller con lo stesso tipo di velivolo con cui egli sarebbe arrivato in loco nel dicembre del 1935, ma viceversa con un altro modello di aereo e più di un mese dopo il periodo “caldo” in via d’esame, ossia il 2 febbraio del 1936 con l’aereo del tipo LN-BAS.

Ma non solo: sempre controllando i tabulati in oggetto, l’aereo decembrino con sigla identificativa LN-HAO costituì l’unico e solitario velivolo di proprietà della sopracitata compagnia aerea Norsk Lufttrafikk che giunse e operò a Kjeller per più di tre mesi e per più di novanta giorni, ossia dal 28 ottobre 1935 al 31 gennaio del 1936. In altri termini, se la Norsk Lufttrafikk sicuramente non inviò alcun aereo a Kjeller né nel novembre del 1935 né nel gennaio del 1936 invece risulta, almeno stando ai tabulati forniti da Gulliksen e soci, che tale società avrebbe rappresentato l’unica e sola compagnia aerea che, in modo fortuito e “casuale”, avrebbe inviato un velivolo nell’aeroporto di Kjeller durante il dicembre 1935 che ci interessa, e in ogni caso senza farlo ripartire almeno fino al 2 maggio 1936.

Per di più il modello di aereo contrassegnato dalla sigla LN-HAO era stato usato a Kjeller solo una volta dalla compagnia aerea Norsk Lufttrafikk, durante gli otto mesi compresi tra il 30 agosto 1935 e il 2 maggio del 1936, e guarda caso tale utilizzo “singolo” e molto particolare avvenne solo ed esclusivamente nel dicembre 1935 che ci interessa da vicino.

Per di più proprio la sigla LN-HAO, che nei tabulati in oggetto indicò e individuò il solitario velivolo del dicembre 1935, non venne mai utilizzato in Norvegia prima del 1944, ossia molti anni dopo il periodo “caldo” che ci interessa da vicino.

Quante anormalità e quante strane “coincidenze” stanno ormai venendo a galla, rispetto al volo solitario del dicembre 1935! Ma l’elenco delle anomalie non è certo finito, visto che di tale velivolo non sappiamo neanche il giorno esatto di ripartenza/decollo grazie alla particolare (e voluta) combinazione tra le reticenze di Gulliksen del gennaio 1937 (intervista all’Arbeiderbladet), il “buco bianco” sopracitato e l’assenza di una relazione/microrelazione anche su tale essenziale dato di fatto da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937.

Non sappiamo infine neanche lo scopo del volo solitario del dicembre 1935, vista la presunta assenza di passeggeri a bordo sottolineata da Gulliksen il 27 gennaio del 1937 e il carattere abnorme del trasporto di merci, in un mese invernale, evidenziato da noi in precedenza.

Siamo ormai in presenza di troppe note dissonanti, per un unico volo aereo e per un unico pilota.

Quattordicesima ed ennesima anomalia: lo pseudorapporto in via di demolizione conteneva un evidente surplus di informazioni inutili e una marea di dati superflui, tra l’altro non richiesti in alcun modo dall’ufficio doganale di Kjeller, sulle partenze/arrivi in loco a partire dalla fine di agosto 1935 fino al 2 maggio 1936.

L’ufficio doganale di Kjeller chiese infatti delle notizie e “informazioni” ai colleghi dell’aeroporto solo ed esclusivamente rispetto al traffico aereo del dicembre 1935, non domandando quindi in alcun modo delle informazioni riguardo invece ai voli arrivati a Kjeller nell’agosto 1935, oppure nel gennaio 1936, o in alternativa nel febbraio 1936, e così via.

Ma invece, e non certo per caso, le autorità aeroportuali di Kjeller costruirono volutamente e coscientemente il loro particolarissimo pseudorapporto cercando per così dire di “affogare”, di annegare e di sommergere l’unica notizia importante che interessava la dogana di Kjeller, ossia il traffico del dicembre 1935, attraverso un fiume esteso di dati – non richiesti, non voluti – sugli inoffensivi e innocui voli avvenuti in loco durante i sette mesi, compresi tra la fine dell’agosto del 1935 e l’inizio di maggio 1936, che “circondano” il dicembre del 1935.

Abbiamo infatti sotto gli occhi ben sette mesi di informazioni inutili, almeno rispetto alla semplice e precisa richiesta di dati dell’ufficio doganale di Kjeller; risaltano e spiccano nei tabulati in oggetto ben sette mesi di arrivi/partenze all’aeroporto di Kjeller che non avevano alcuna attinenza con il periodo il mese di dicembre del 1935 che interessava allora la dogana di Kjeller.

Non siamo di certo di fronte a un fenomeno casuale e a un’azione fortuita da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, di Gulliksen e dei suoi superiori.

La ragione di tale voluta e cosciente “inondazione”, compiuta mediante l’erogazione di una massa  notevole di informazioni inutili e non richieste, risulta subito molto chiara: Gulliksen e soci tentarono in tal modo di occultare, in modo indiretto e astuto, l’unica notizia “calda” e in ogni caso esplicitamente richiesta dalle autorità doganali norvegesi rispetto al flusso di voli durante il dicembre del 1935, ma sulla quale esse erano impossibilitate a dire la verità perché, scegliendo la via dell’onestà e tale opzione, essi avrebbero svelato la presenza in loco dello scomodissimo – per loro – Pjatakov nel mese “caldo” in via d’esame.

Se si vuole una prima controprova della nostra tesi, basta rilevare che persino nella riga iniziale dello pseudorapporto in oggetto la frase testuale “voli su Kjeller nel dicembre 1935” era stata addirittura sottolineata  dall’autore del report in esame: quest’ultimo aveva quindi evidenziato di propria iniziativa che l’oggetto della sua relazione era costituito dai voli civili arrivati e partiti da Kjeller nel dicembre del 1935, ma a dispetto di tale sottolineatura egli inserì in ogni caso nel rapporto ben cinque pagine piene di tabulati  sugli arrivi e partenze di velivoli e su voli non solo inoffensivi, ma che non avevano alcuna relazione con il flusso aereo di velivoli a Kjeller nel  dicembre 1935 con una sola e unica eccezione.

Inoltre abbiamo già evidenziato quale sarebbe risultato il “rapporto” in oggetto, senza e in mancanza del flusso di informazioni sui voli arrivati e partiti dall’agosto 1935 al 2 maggio del 1936.

La risposta è semplice: senza tale abile operazione di “annegamento”, il report in esame sarebbe stato composto da un’unica riga, da una sola riga, da una misera e solitaria riga.

Un’unica e sola riga che avrebbe fatto sicuramente una squallida figura agli occhi di qualunque osservatore, anche se ben disposto nei confronti delle autorità aeroportuali di Kjeller. Queste ultime risolsero astutamente il serio problema in oggetto inserendo nel loro “rapporto” circa cinque pagine di tabulati sugli inoffensivi voli atterrati e partiti a Kjeller dall’agosto del 1935 al 2 maggio dell’anno successivo, per così dire “riempiendo” il loro report ed evitando il boomerang della sola misera riga di risposta; sempre avendo come presupposto il primo “buco nero” sopracitato e soprattutto che esse non potevano fornire delle informazioni veritiere sull’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre per la semplice ragione che a bordo di quest’ultimo si trovava Pjatakov.

Ulteriore nota dissonante: all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937 sono contenute ancora meno informazioni – ed è tutto dire – di quelle già scarne e limitate fornite viceversa da Gulliksen il 27 gennaio 1937, nel corso della sua intervista al quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet.

Alla fine del gennaio 1937, infatti, l’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller si degnò almeno di riferire al giornale laburista che l’aereo decembrino del 1935 era pervenuto a suo dire da “Linkoping”, ossia dall’estero e da una città svedese, osservando altresì anche che a bordo del velivolo in questione non si trovavano passeggeri.

Linkoping, da un lato, e dall’altro l’assenza di passeggeri a bordo del velivolo del dicembre del 1935: almeno Gulliksen fornì due notizie specifiche sul volo del dicembre del 1935, nella sua sopracitata intervista all’Arbeiderbladet.

Bene: ma ora analizzate con cura e diligenza lo pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, giudici-lettori. Non troverete in alcun modo, non avrete in alcun modo l’occasione di ottenere e acquisire attraverso quest’ultimo almeno le due informazioni in esame, elargite con parsimonia da Gulliksen solo un mese prima e il 27 gennaio del 1937, durante la sua intervista telefonica con il giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Anche tale innegabile dato di fatto attesta ulteriormente che siamo dunque in presenza di uno pseudo rapporto, tra l’altro manipolato con cura rispetto agli eventi del dicembre del 1935 dall’aeroporto di Kjeller: le dichiarazioni di Gulliksen del gennaio 1937 servono in pratica da involontaria ma significativa cartina di tornasole sulla paurosa debolezza dello pseudorapporto del febbraio del 1937.

Quattordicesima anomalia: lo pseudorapporto del febbraio 1937 non venne mai reso pubblico dalle autorità aeroportuali di Kjeller, venendo – per breve tempo e con l’obbligo di restituzione – solo nelle mani degli uffici doganali norvegesi.

Ma per quale motivo tale report venne tenuto segreto da Gulliksen e i suoi sottoposti, se veramente esso avesse dimostrato l’inesistenza del volo di Pjatakov nel dicembre 1935?

Come controprova si può notare subito che anche da un esame superficiale sarebbe invece emersa la sua indiscutibile fragilità e inconsistenza intrinseca, a partire dal gigantesco “buco nero” e dall’altrettanto evidente “buco bianco” sottolineati in precedenza, e via elencando: una serie di ragioni più che sufficienti per tenere riservato e per non pubblicare in alcun modo il documento in oggetto, redatto alla fine di febbraio del 1937.

Sedicesima nota dissonante: la quasi totale assenza di informazioni rispetto a “Jaquet”, all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio 1937.

Il cognome Jaquet emerse sicuramente dai tabulati forniti dalle autorità aeroportuali di Kjeller, ma lo pseudorapporto non ci fornisce in alcun modo:

  • il nome di Jaquet;
  • la nazionalità di Jaquet;
  • lo scopo del suo presunto volo decembrino fino a Kjeller;
  • l’aeroporto da cui sarebbe partito Jaquet, prima di arrivare a Kjeller con il suo velivolo.

Anche tale “silenzio” in merito allo pseudorapporto del 1937 fa emergere, ancora una volta e con sempre maggiore forza, il “buco nero” che lo corrode dall’interno e lo rende totalmente privo di credibilità.

Ma non solo: un’altra anomalia consiste nel fatto indiscutibile per cui Gulliksen, durante la sua intervista del gennaio del 1937 all’Arbeiderbladet, invece non citò mai e in alcun caso Jaquet, ossia il pilota che avrebbe fatto atterrare a Kjeller l’unico aereo del dicembre 1935.

Riesaminiamo a questo punto per intero la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Rispondendo per via telefonica, alla fine di gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”.

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.

“Si”.

Ora, qualcuno riesce a trovare la parola e il cognome Jaquet, in tale intervista di Gulliksen? Noi, no.

Il primo e colossale problema che sorge a questo punto è che, supponendo per un istante che il tabulato in oggetto nella riga relativa al dicembre del 1935 fosse corretto e non manipolato, Gulliksen nel gennaio del 1937 aveva davanti a sé e a sua completa disposizione dei dati di fatto che indicavano per l’appunto Jaquet, come pilota dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Tuttavia egli non indicò in alcun modo Jaquet come l’aviatore che guidò tale velivolo, nella sua intervista all’Arbeiderbladet: ma per quale motivo? Forse perché era distratto e/o aveva altre faccende da sbrigare, durante la sua intervista telefonica al quotidiano norvegese socialdemocratico?

Secondo problema: come si è già ricordato più volte, Gulliksen citò espressamente “il signor Robertson” (che però nei tabulati a nostra disposizione è segnalato come “signor Robinson”) come il pilota dell’inoffensivo velivolo del 19 settembre 1935, un “signor Robertson” con cui tra l’altro egli “era in buoni rapporti”, ma invece Gulliksen non citò e non nominò mai Jaquet, ossia il (presunto) pilota dell’interessantissimo aereo pervenuto a Kjeller nell’interessantissimo dicembre del 1935. Per quale motivo? C’è un solo motivo ragionevole e plausibile: Gulliksen non voleva in alcun modo fornire alla stampa e al mondo intero il cognome di Jaquet per la semplice ragione che Jaquet non era il pilota, non era in alcun modo alla guida del velivolo che giunse realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, realmente provenendo dall’estero ma da Berlino e non certo da “Linkoping”, e non certo avendo come aviatore il Jaquet del report del febbraio 1937.

L’incredibile fragilità della pseudorelazione in oggetto diventa ancora più evidente se poi si tiene a mente un’altra anomalia, e cioè che nella sola riga dei tabulati riguardante il dicembre del 1935 non risulta chiaro ed evidente neanche il modello e la tipologia dell’unico velivolo atterrato in quel mese a Kjeller.

Se infatti si ingrandisce e si esamina a fondo la sigla contenuta nello pseudorapporto in riferimento al dicembre 1935, la “H” maiuscola di LN-HAO sembra abbastanza simile e può essere anche confusa a prima vista con la “B”, e quindi come LN-HAO può essere confusa con LN-BAO, come emerge dalla riga in oggetto allargata al massimo e paragonando la “H” ingrandita del rapporto con la “B”: ingigantiamo quindi tale riga, come fece l’investigatore Harrison Ford/Dekker nell’eccellente film Blade Runner seppur usando tecniche molto più sofisticate, e collochiamo sotto ad essa le parole LN-BAO come emergono dai tabulati in esame in altri mesi e periodi.

 

 

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Acca maiuscola e bi maiuscola, entrambe battute a macchina nei tabulati in oggetto del 25 febbraio 1937: due lettere maiuscole molto simili, vero?

Sembra proprio che il curatore e l’estensore reale della riga dei tabulati in oggetto abbia voluto creare confusione e incertezze anche in questo campo specifico, come del resto fece anche rispetto al “buco bianco” sopracitato. Sembra proprio che egli abbia voluto scrivere la consonante “acca” maiuscola nel corso della battitura a macchina, in modo tale da permettere alle autorità aeroportuali di Kjeller di affermare, in caso eventuale di bisogno e di emergenza, che la “H” di HAO potesse essere invece la  “B” di BAO; in modo tale da permettere a Gulliksen e ai suoi superiori di dichiarare, in caso eventuale di emergenza, che partendo dai tabulati non si poteva essere sicuri al cento per cento del modello e tipo di aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935; in modo tale, quindi, da creare loro una comoda via di fuga, in presenza di una sempre possibile situazione potenziale di necessità e in caso eventuale di ulteriori sollecitazioni/domande da parte dell’ufficio doganale di Kjeller relative all’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Ancora una volta emerge la portata e il peso multilaterale del “buco nero” sopracitato. Nella pseudorelazione del febbraio 1937 manca infatti del tutto, tra le altre “dimenticanze”, anche una brevissima ma esatta descrizione del modello dell’aereo decembrino del 1935 da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, e cioè una brevissima enunciazione scritta da parte loro e che avrebbe dissipato almeno eventuali dubbi sulla “H” e sulla “B”, ossia sulla natura e tipologia del velivolo giunto in loco nel mese “caldo” in via d’esame.

Ennesima nota dissonante: il calcolo delle probabilità, utilizzato e applicato al “buco bianco” sopracitato sulla data di arrivo a Kjeller dell’aereo del dicembre del 1935.

Quest’ultimo è dovuto sicuramente a una graffettazione dei fogli. Ma a questo punto bisogna chiedersi quali probabilità sussistessero che tale opera di graffettazione, su un foglio normale di carta, cadesse proprio sullo spazio del giorno di arrivo del dicembre del 1935 e non invece:

  • un centimetro sopra/pochi millimetri sopra;
  • un centimetro sotto/pochi millimetri sotto;
  • un centimetro/pochi millimetri a destra;
  • un centimetro/pochi millimetri a sinistra.

La risposta a tale domanda risulta semplice: le probabilità di tale evento erano molto basse, sempre riferendosi alla pagina in oggetto.

Infatti in tutti i quattro casi e nelle situazioni sopra elencate, l’opera di graffettazione avrebbe creato un “buco bianco” che non avrebbe in alcun modo coperto e sommerso il giorno di atterraggio dell’aereo decembrino: eppure, a dispetto del calcolo di probabilità sfavorevole, è proprio quello che successe nel report del febbraio 1937, tanto che l’opera di graffettazione in oggetto “colpì” e “affondò” proprio lo spazio occupato dal giorno d’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, ossia colpi e occultò proprio una delle informazioni richieste dall’ufficio doganale di Kjeller.

Del resto le operazioni di manipolazioni dell’ufficio aereoportuale di Kjeller da parte loro erano facilitate notevolmente dalla trascrittura nel report in oggetto degli originali degli arrivi/partenze in loco, scritti invece a mano nell’agosto 1935-maggio 1936 e ricopiati a macchina in seguito dai sottoposti di Gulliksen nell’ufficio aeroportuale di Kjeller, nel febbraio del 1937.

Terz’ultima anomalia: nello pseudorapporto in via d’esame sussiste un’unica e sola aggiunta a mano ai tabulati degli arrivi/partenze, diversa quindi dalle pagine scritte invece con la macchina da scrivere e tra l’altro dotata di una certa rilevanza. Guarda caso, questa vistosa eccezione risulta infatti posizionata proprio sotto l’unica riga dei tabulati dedicata all’unico volo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, con un abbozzo di numeri poco comprensibili che sembrano forse indicare il numero 13:30: forse l’orario di arrivo o ripartenza del velivolo decembrino che tanto interessava l’ufficio doganale di Kjeller, nel febbraio del 1937. Un’altra presunta coincidenza?

Ulteriore anomalia: dagli elementi acquisti durante la nostra ricerca, e confermati da Rob Mulder, nel 1935 le schede venivano compilate manualmente dai piloti e consegnate a mano all’ufficio predisposto in aeroporto. Dunque l’elenco compilato in seguito alla richiesta della dogana era stato battuto a macchina prima di spedirlo alla stessa: ci viene da chiedere a questo punto, per quale motivo l’aeroporto di Kjeller non trascrisse la sola scheda dell’unico pilota e dell’unico volo di dicembre, trasmettendola con tutti i dati che il pilota aveva fornito. Non era forse più semplice, più corretto e più veloce, dato che tale semplice azione avrebbe sicuramente fornito i dati mancanti? E se per regolamento dell’aeroporto la scheda in questione non potevano spedirla, perché non trascriverla a macchina, come avevano fatto sui sei mesi forniti alla dogana?

A questo punto va inoltre evidenziata un’altra clamorosa nota dissonante, e cioè che nello pseudorapporto in esame non emerse in alcun modo il nome di Linköping, la città di Linköping e l’aeroporto di Linköping, a differenza di ciò che invece avvenne con le precedenti affermazioni di Gulliksen, di solo un mese prima.

Esaminiamo infatti due fatti innegabili, connettendoli poi tra loro.

Primo elemento indiscutibile: nella sua dichiarazione al quotidiano Arbeiderbladet del 27 gennaio del 1937, Gulliksen affermò che un unico aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo da Linköping e dall’aeroporto di tale centro urbano.

Secondo fatto sicuro: nel rapporto del 25 febbraio 1937 che stiamo esaminando, non emerse invece in alcun modo e non appare in alcuna forma la parola Linköping, l’aeroporto e la città di Linköping.

I giudici-lettori possono riguardare con cura due, dieci e cento volte il rapporto in via d’esame, ma non troveranno la parola in oggetto, le poche sillabe (Lin-kö-ping) di cui stiamo discutendo: provare per credere.

Bene, a questo punto colleghiamo tra loro e connettiamo le due informazioni – indiscutibili, sicure – di cui siamo ormai in possesso e ragioniamo su di esse. Utilizzando tale pratica riflessiva, la domanda che sorge quasi inevitabile è la seguente: su quali basi, usando quali fonti Gulliksen dichiarò allora che l’aereo (sicuramente, indiscutibilmente) atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era arrivato in loco partendo da Linköping, dall’aeroporto di Linköping?

Per quale ragione, inoltre, nel rapporto in oggetto non compare Linköping?

Forse Gulliksen citò Linköping nel gennaio del 1937, nella sua intervista con l’Arbeiderbladet, basandosi e trovando la sua fonte in una inchiesta condotta in precedenza dalle autorità aeroportuali di Kjeller, e/o dalle forze armate norvegesi e/o dalla polizia norvegese e/o dal governo norvegese?

Ma in questo caso, dunque perché nel rapporto del 25 febbraio del 1937 non emerge alcunché di questa precedente e presunta indagine, pre-27 gennaio 1937? E ancora: per quale misterioso e inspiegabile motivo, all’interno del “rapporto” del 25 febbraio del 1937 non si fece alcun riferimento a una precedente e presunta indagine pre-27 gennaio 1937, che avrebbe dunque indicato Linköping – e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo giunto realmente a Kjeller nel dicembre del 1935, dando quindi ragione ai norvegesi e torto marcio a Stalin?

Forse allora, come seconda ipotesi, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una precedente e presunta dichiarazione di Jaquet, del presunto pilota dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 al fine di attestare che fosse Linköping il luogo di partenza del velivolo in oggetto?

Ma anche in questo caso, dunque, perché nel “rapporto” del 25 febbraio 1937 non emerse alcunché, non si mostrò alcunché di questa precedente e presunta dichiarazione di “Jaquet”? E ancora: per quale motivo misterioso nel “rapporto” del 25 febbraio del 1937, non si fece alcun riferimento a una precedente, presunta dichiarazione di Jaquet pre-27 gennaio del 1937, che avrebbe indicato Linköping e non Berlino, non la Berlino nazista del 1935 – come punto e luogo di partenza dell’aereo realmente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935?

Forse che, in terzo luogo, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio 1937 una precedente e presunta testimonianza di un meccanico, e/o di una guardia, e/o di un addetto al rifornimento di Kjeller?

In questo caso ipotetico valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare la testimonianza del meccanico/guardia/addetto al rifornimento/ecc. di Kjeller”) con due ulteriori problemi aggiuntivi.

Da chi avrebbero dunque saputo il luogo di provenienza del velivolo decembrino, il meccanico/guardia/addetto al rifornimento?

E se l’avessero saputo da “Jaquet” perché non citare tale fatto all’interno del “rapporto del 25 febbraio del 1937? Perché non indicare “Jaquet” come fonte delle presunte informazioni acquisite dal meccanico/guardia/ecc.?

Forse allora, in quarta battuta, Gulliksen utilizzò in data 27 gennaio del 1937 una sua personale e presunta memoria diretta degli eventi del dicembre del 1935 a Kjeller?

Anche in questo caso ipotetico, valgono quasi le stesse ragioni esposte poco sopra (“per quale motivo non citare, nello pseudo rapporto del 25 febbraio del 1937, la testimonianza diretta e personale di Gulliksen”), con tre ulteriori problemi aggiuntivi.

Se Gulliksen fosse stato presente direttamente, quando arrivò il solitario aereo del dicembre del 1935, perché allora egli non comunicò tale ghiotta e rassicurante informazione al quotidiano Arbeiderbladet e al mondo intero, il 27 gennaio del 1937?

E ancora: da chi egli ebbe e ascoltò in prima persona l’informazione che il velivolo in oggetto era arrivato da Linköping se non dal presunto “Jaquet”, dal presunto pilota del dicembre del 1935?

E in questo caso, perché dunque non citare la “fonte Jaquet” all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937, un Jaquet (Edmond H. O. Jaquet) ben vivo e in buona salute sia nel gennaio che nel febbraio del 1937 e che terminò la sua lunga esistenza nell’aprile del 2006?

Forse allora Gulliksen e l’ufficio aeroportuale di Kjeller, come quinta ipotesi, utilizzarono in data 27 gennaio del 1937 e nella sua intervista all’Arbeiderbladet dei documenti scritti, ovviamente datati dicembre 1935, che attestassero che Linköping (e non Berlino) costituiva il luogo di partenza reale dell’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935?

In primo luogo, non esiste alcuna prova dell’esistenza di tale presunto documento/documenti: e almeno per una volta l’onere della prova cade e grava su chi dovesse fare tale affermazione e sostenere tale teoria.

In secondo luogo, per quale motivo tale presunto documento scritto su Linköping non venne citato in alcun modo e in alcuna forma, né da Gulliksen in data 27 gennaio del 1937 durante l sua intervista con l’Arbeiderbladet né all’interno dello pseudorapporto del 25 febbraio del 1937?

In sostanza emerge un nuovo e particolare “buco nero” all’interno del documento del febbraio del 1937, se si mette in relazione e in connessione quest’ultimo con le dichiarazioni rese quasi un mese prima da Gulliksen su “Linköping” durante la sua intervista all’Arbeiderbladet: e l’unica spiegazione possibile per tale nota dissonante è che l’aereo del dicembre del 1935 non giunse a Kjeller partendo dall’aeroporto di Linköping, ma da un altro nodo logistico, berlinese e tedesco.

Avvocato del diavolo: “ho letto anch’io con attenzione i tabulati di Kjeller in esame, e innanzitutto mi sono accorto che vi sono due aerei “mai arrivati” nel settembre 1935: e cioè l’aereo del tipo LN-ABE, che partì il 12 settembre 1935, e l’altro velivolo LN-ABE che ripartì – sempre senza alcuna registrazione in loco – il 14 settembre 1935, di proprietà sempre della compagnia aerea Widerøe A/S”.

Sono aerei di nessuna importanza rispetto agli eventi successivi del dicembre del 1935, la cui mancata registrazione del loro arrivo risulta in ogni caso spiegata facilmente dal fatto che i tabulati in oggetto partivano solo dal 30 agosto 1935: se, come pensiamo, i due velivoli in oggetto erano giunti a Kjeller il 29 agosto, oppure il 28 agosto, e via retrocedendo nel tempo, essi non sarebbero ovviamente rientrati nei registri forniti il 25 febbraio del 1937. A supporto di tale tesi, sussiste altresì il fatto sicuro che il velivolo del 12 settembre 1935 risultava di proprietà della compagnia aerea tedesca D-IVOA, ossia di una società straniera e non norvegese, con quindi meno possibilità di utilizzare con rapidità l’aereo di sua proprietà collocato allora nel paese scandinavo.

Lo stesso discorso vale anche per l’ininfluente aereo LN-BAO del 17 aprile 1936, atterrato in quella data con a bordo Jaquet e che non risulta ripartito, almeno dai tabulati in oggetto: la ragione di tale mancata ripartenza è per l’appunto che le registrazioni in via d’esame finiscono il 2 maggio del 1936 e non prendono quindi inevitabilmente in considerazione una ripartenza dell’LN-BAO in oggetto il 3 maggio, o il 4 maggio, e via avanzando nel tempo.

Avvocato del diavolo: “l’aereo LN-ABW partì in ogni caso nel marzo del 1936, e anche di esso non risulta in alcun modo l’arrivo a Kjeller”.

Anche tale velivolo non ha in alcun modo attinenza con il dicembre del 1935, e in ogni caso esso realmente ripartì sicuramente da Kjeller nel periodo più favorevole per i voli e una volta finito l’inverno, a differenza – evidente e plateale – dei velivoli del 26 novembre e del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “l’aereo del dicembre 1935, ossia del volo decisivo, potrebbe essere del tipo LN-BAO e non LN-HAO: infatti la acca maiuscola in oggetto di LN-HAO quasi sembra una bi maiuscola, se esaminata attentamente”.

Innanzitutto abbiamo già notato che la sigla in oggetto, anche e proprio se la ingrandiamo al massimo, risulta HAO e non BAO.

Ma anche se si volesse sostenere – senza basi concrete – che il modello dell’aereo che risulta dai tabulati di Kjeller fosse invece del tipo LN-BAO, sorgerebbe subito il gravissimo problema per cui avremmo un aereo LN-BAO del 15 febbraio del 1936 che risulterebbe in tal caso “spaiato”, visto che dai tabulati in oggetto esso risulterebbe arrivato due volte a Kjeller.

Se si esaminano con cura i tabulati in oggetto, risulta infatti che effettivamente un velivolo del tipo LN-BAO atterrò – atterrò, non ripartì – a Kjeller il 15 febbraio del 1936, alle ore 11,10: ma tale aereo per l’appunto atterrò e giunse a Kjeller, e quindi non “ripartì” e non si levò in volo da Kjeller. E visto che nessun altro aereo del tipo LN-BAO giunse a Kjeller dal dicembre 1935 fino al 14 febbraio 1936, stando sempre ai tabulati in oggetto, il velivolo LN-BAO del 15 febbraio risulta pertanto un diverso aeroplano rispetto all’aereo del dicembre del 1935, anche volendo ammettere per un istante che la sigla in oggetto di quest’ultimo fosse “LN-BAO” e non “LN-HAO”.

Se invece si volesse sostenere la tesi opposta, ossia che fosse lo stesso aereo, si otterrebbe subito l’inevitabile ma assurda conseguenza per cui tale velivolo sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 senza ripartire in alcun modo dall’aeroporto in oggetto, ma per poi atterrare di nuovo e una seconda volta in loco senza essersi mai allontanato dallo snodo logistico di Kjeller: sarebbero necessari troppi miracoli e troppi fenomeni paranormali, ossia un “doppio atterraggio” senza una preventiva ripartenza tra i due arrivi.

Controprova ulteriore: l’aereo LN-BAO del 15 febbraio 1936 ripartì da Kjeller in poco tempo, presumibilmente il giorno stesso o i due giorni seguenti, e cioè il 16 febbraio o il 17 febbraio, in una data impossibile da conoscere con sicurezza in quanto coperta da un altro “buco bianco” che emerge dal report in oggetto.

Avvocato del diavolo: “è possibile che l’aereo con la presunta/reale sigla LN-BAO sia stato demolito per motivi tecnici all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, e che tale sigla sia stata successivamente immatricolata su un altro aereo decollato da un altro aeroporto, successivamente atterrato ancora a Kjeller il 15 febbraio del 1936. Ecco spiegato il doppio atterraggio!”

Siamo ormai tornati ancora una volta nel campo del paranormale, oltre che del ridicolo. Ma, tornando seri, possiamo tranquillamente dimostrare che l’aereo atterrato nel dicembre del 1935 con sigla LN-BAO era del modello Security Airster S-1A di proprietà della compagnia aerea Hesselberg-Mayer & Arnesen/Oslo >Norsk Lufttrafikk Erling Jensen >Vest-Norges Flyveselskap/Bergen, immatricolato l’8 febbraio del 1935 e demolito perché precipitato il 3 marzo del 1938. Nel marzo del 1938, quindi, e non nel dicembre del 1935, come risulta chiaramente dai documenti a nostra disposizione.

Avvocato del diavolo: “riflettendo ancora sulle trascrizioni dei voli dall’originale alla battitura a macchina è possibile che l’addetto d’ufficio quando trascrisse la ripartenza del velivolo LN-BAO avesse sbagliato e così, accanto alla data del 2 febbraio, invece di LN-BAO avesse trascritto LN-BAS. Un errore umano e più che comprensibile”.

Quindi le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero sbagliato nel scrivere “LN-HAO” invece di “LN-BAO” e subito dopo, sempre per un presunto errore umano “comprensibile”, avrebbero errato anche trasformando “LN-BAO” in “LN-BAS”, vincendo in tal modo, sempre “comprensibilmente”, il Guinness dei primati degli errori di battitura: siamo rientrati nel mondo del paranormale, per l’ennesima volta.

Avvocato del diavolo: “le autorità aeroportuali di Kjeller usarono la frase “cortesemente rimandato indietro”, ossia chiesero all’ufficio doganale di restituire loro il rapporto in via d’esame, semplicemente perché Kjeller era un aeroporto di tipo militare, con tutti i vincoli di segretezza derivanti da ciò”.

Innanzitutto Gulliksen e soci fornirono alla dogana di Kjeller solo l’elenco dei voli civili, e non di quelli militari: per gli otto mesi in esame non emergeva quindi alcun “segreto militare”, di alcun tipo o natura.

In secondo luogo era ormai passato più di un anno dal dicembre 1935, oltre che da un volo che – stando almeno a Gulliksen – non aveva nulla di strano o illegale: perché dunque richiedere indietro alla dogana di Kjeller lo pseudorapporto in oggetto e i tabulati e non invece lasciare ad essa almeno una copia, se tali documenti non nascondevano nulla di losco e di strano? Tanto più che il report in oggetto costituiva solamente una “copia conforme certificata” degli originali sulle partenze/arrivi di velivoli a Kjeller nei mesi che vanno dalla fine dell’agosto del 1935 al 2 maggio del 1936: una copia, e non quindi il testo originale degli aerei civili – e non militari – arrivati in loco durante i mesi in oggetto.

Avvocato del diavolo: “ma se le autorità aeroportuali di Kjeller avessero davvero voluto manipolare e manomettere il report, non sarebbe bastato loro modificare i dati sul volo di dicembre, o addirittura farle scomparire del tutto quest’ultimo?”

Le autorità aeroportuali di Kjeller non potevano “far sparire” i meccanici, i controllori e le guardie che lavoravano a Kjeller nel dicembre del 1935, vista la natura liberaldemocratica della Norvegia  del 1937.

Esse invece realmente manipolarono i dati sull’arrivo dell’aereo del dicembre 1935, visto sia il “buco bianco” sopracitato che l’assurda sigla LN-HAO, sigla che venne invece usata solo dopo il 1944. Per coprire la loro manipolazione, esse evitarono inoltre con cura di scrivere anche poche righe dettagliate sul solitario velivolo del dicembre 1935, creando dunque il “buco nero” esaminato in precedenza, oltre a far sparire del tutto i dati sulla ripartenza di tale velivolo (il presunto LN-HAO) da Kjeller, che avrebbe sempre potuto essere ricordato dai meccanici, dalle guardie e dei controllori di volo in loco, visto il “difetto” insito in ogni aereo, alias la necessaria presenza umana: oltre a ciò, sempre per cercare di nascondere le loro astute manomissioni, Gulliksen e i suoi sottoposti “annegarono” il rapporto in oggetto con il flusso di informazioni inutili sui voli dell’agosto 1935, settembre 1935 e così via.

Avvocato del diavolo: “alcuni elementi da voi citati possono essere interpretati come semplici e innocenti errori burocratici, semplici e innocenti errori tecnici e di battitura”.

Innanzitutto non fu certo un “errore”, tecnico o burocratico, la totale assenza di una relazione/microrelazione da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller sull’unico aereo civile pervenuto in loco nel dicembre 1935, ma bensì una scelta lucida, cosciente e deliberata.

Inoltre siamo ormai in presenza di troppo presunti “errori”, tecnici e burocratici, per credere alla tesi avanzata dall’avvocato del diavolo.

Il presunto “errore” costituito dal “buco bianco” sopracitato.

Il presunto errore sull’LN-HAO, sigla su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

Il presunto errore “Norsk Lufttrafikk A/S.

Troppi errori “tecnici”, tra l’altro e per la sola riga dedicata al solitario volo del dicembre 1935: ossia al solo velivolo che interessava la dogana di Kjeller nel febbraio del 1935, e di conseguenza all’unico aereo/volo sul quale le autorità aeroportuali di Kjeller avrebbero dovuto relazionare con la massima precisione, con la massima cura e diligenza tecnica e per così dire “burocratica”.

Se poi il giorno fosse stato realmente il 22 dicembre, e cioè quasi dieci giorni dalla data (12 o 13 dicembre 1935, al massimo) che risulta dalla testimonianza processuale di Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese, Gulliksen e i suoi sottoposti non l’avrebbero segnalato in modo chiaro e senza ombra di dubbio “tecnici”

Avvocato del diavolo: “non potremo mai sapere se l’elenco dei voli in via d’esame sia stato archiviato e bucato prima o dopo averlo inviato all’ufficio doganale, e quindi c’è la possibilità che all’inizio il famoso e oscurato numero 22 fosse chiaro e leggibile”.

Si, è molto difficile che viene subito da pensare, per logica, che proprio quella dogana che richiese informazioni solo e unicamente rispetto all’arrivo di aerei del mese di dicembre del 1935 possa avere fatto un buco proprio nei dati dell’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre 1935.

Inoltre abbiamo già notato che il problema principale è che il “buco bianco” avrebbe avuto pochissima rilevanza se (se…) vi fosse stata una relazione/microrelazione di Gulliksen e sottoposta anche sulla data esatta di atterraggio del volo decembrino del 1935: relazione/microrelazione specifica che invece mancò totalmente e non certo per colpa e responsabilità delle dogane norvegesi, ma viceversa delle astute autorità aeroportuali di Kjeller e dei loro superiori.

Superate le obiezioni dell’avvocato del diavolo, passiamo a riesaminare la figura di Edmond H. O. Jaquet, ossia del presunto pilota del dicembre 1935 a Kjeller.

Edmond H. O. Jaquet nacque nell’agosto del 1914 in Svizzera e, trasferitosi in Norvegia con la famiglia, si interessò fin da giovanissimo di volo aereo.

Nel 1935 egli era diventato ormai un pilota, che tra l’altro aveva effettuato il servizio militare in Norvegia: come si evince dalla rivista “Fly Luftfartsbladet”, numero 1 del 1937 pagina 14, proprio il 21 gennaio del 1937 e solo due giorni prima dell’inizio del secondo processo di Mosca nel quale testimoniò Pjatakov, Jaquet era diventato anche il vicepresidente di un’associazione di piloti militari a soli ventidue anni, venendo citato nell’articolo in esame con la qualifica di “fenrik”, ossia di sottotenente delle forze armate norvegesi.

Edmond H. O. Jaquet era stato dunque un sottotenente dell’aviazione norvegese ed era legato ai circoli militari del paese scandinavo: e a questo proposito è appena il caso di ricordare che l’aeroporto di Kjeller era destinato a scopi prevalentemente militari, oltre che gestito allora da un militare come il maggiore T. Gulliksen, uno degli esponenti di quelle forze armate norvegesi con le quali Jaquet era in stretto contatto anche il 21 gennaio del 1937.

Interessante e molto stimolante anche un’altra informazione relativa a Edmond H. O. Jaquet, che emerge dal sito http://www.lokalhistorye.wiki.no, alla voce “Edmond Jaquet”: quest’ultimo era infatti diventato proprio durante gli anni Trenta co-proprietario della Norsk Lufttrafikk A/S, ossia guarda caso proprio di quella società aerea – fondata nel 1925 – a cui i tabulati del 25 febbraio 1937 attribuivano la proprietà dell’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935. Un’altra “coincidenza” interessante, a nostro avviso.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei numerosi risultati che abbiamo via via acquisito: e l’insieme dei dati di fatto oggettivi che si sono via via accumulati dimostra con assoluta sicurezza come il rapporto in oggetto sia stato manipolato con astuzia, ma senza alcun ritegno da parte delle autorità aeroportuali di KJeller.

Proprio tale opera di falsificazione diventa subito una concretissima “pistola fumante” a sostegno della tesi per cui Pjatakov arrivò proprio a Kjeller nel dicembre del 1935, con un velivolo decollato da Berlino e ripartito dall’aeroporto di Kjeller nel giro di poche ore il 12 o 13 dicembre del 1935.

IL VIAGGIO DI PJATAKOV

(PARTE SECONDA)

Ormai caduta e crollata per sempre la tesi sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, alla “seconda versione” rimane solo la parola del militare norvegese T. Gulliksen per poter affermare che l’aereo realmente arrivato dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, provenisse proprio da Linköping, fosse di nazionalità norvegese e che esso inoltre non avesse a bordo alcun passeggero, ad esempio un certo signor Pjatakov.

Stiamo quindi affrontando un problema molto diverso da quello affrontato in precedenza, dovendo a questo punto “solo” verificare se si può prestare fede alle affermazioni e alla tesi di Gulliksen sul fatto che l’aereo in esame fosse norvegese e provenisse da Linköping, e non invece da Berlino, non avendo poi a bordo alcun passeggero: ma a questo proposito risulta relativamente facile dimostrare che Gulliksen mentì in modo abile su questi nodi ed elementi decisivi, utilizzando a tal fine proprio una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Gulliksen.

Anche tralasciando per il momento le “cinque coincidenze” fortuite sopra esaminate, è infatti Gulliksen in prima persona ad autodistruggere involontariamente la veridicità e il livello di credibilità delle sue stesse dichiarazioni attraverso otto clamorosi “buchi neri” e due asimmetrie incredibili, che emergono proprio mentre egli fornì dati e informazioni sui voli arrivati via via a Kjeller, dal settembre 1935 fino al 1 maggio 1936.

A questo proposito va subito sottolineato che nelle sue dichiarazioni telefoniche, rese al giornale laburista norvegese Arbeiderbladet e riportate per esteso proprio da Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, alla fine di gennaio del 1937 Gulliksen non fornì né il giorno dell’atterraggio del volo dicembrino proveniente a suo dire da Linköping, né l’identità del pilota dell’aereo a suo dire norvegese proveniente dall’aeroporto svedese, né la tipologia del velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935.

Fatto innegabile, ma allo stesso tempo assai singolare e anzi assurdo, se Gulliksen fosse stato un testimone in buona fede.

Avvocato del diavolo: “perché strano? Forse si è trattato solo di una banale dimenticanza, oppure la dichiarazione di Gulliksen risultava molto breve e concisa…”.

Non proprio. Sempre grazie a Trotskij e alle sue affermazioni, espresse durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, veniamo infatti a conoscenza che proprio lo stesso Gulliksen, e sempre nella sua dichiarazione telefonica del 29 gennaio del 1937, con grande diligenza e abbondanza di dettagli sottolineò invece rispetto all’ultimo aeroplano straniero atterrato a Kjeller nel 1935 che esso atterrò “il 19 settembre” del 1935, notando anche che “era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Esso era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”[1].

Un aereo atterrato a Kjeller “il 19 settembre” del 1935.

Un velivolo britannico e pilotato dal “signor Robertson”.

Un aereo “inglese SACSF”.

Un velivolo con a bordo il “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Ma quante informazioni! Bravo, signor Gulliksen: un funzionario molto preciso, pignolo e inappuntabile, almeno rispetto all’innocuo volo e all’atterraggio del 19 settembre 1935. Peccato che in merito all’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, egli si dimentichi invece di aggiungere: l’aereo del tipo “xy” è atterrato il giorno “x” del dicembre 1935, e il suo pilota era “xyz”.

Soffermiamoci su questo nodo assai importante, perché a modo suo e indirettamente Gulliksen ci fornisce subito tre indizi fondamentali, e combinati tra loro, a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov, anche se tutti e tre in forma negativa e mediante tre “dimenticanze” assurde e abnormi, se Pjatakov non fosse realmente atterrato all’aeroporto di Kjeller provenendo dalla Berlino nazista del dicembre del 1935.

Ma per capire bene la loro importanza dobbiamo innanzitutto tener presente che un aereo risulta un oggetto molto ingombrante, impossibile da nascondere a testimoni diretti quali ad esempio i meccanici, gli addetti al rifornimento di carburante e le guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; dobbiamo avere altresì ben presente che nel gennaio del 1937 era passato solo poco più di un anno dal dicembre del 1935 e che inoltre un solo e unico aereo, dalla Norvegia o dall’estero, era atterrato nel dicembre del 1935 a Kjeller, rimanendo quindi potenzialmente “esposto” e ben impresso nella memoria collettiva dei lavoratori e delle guardie di sicurezza dell’aeroporto di Kjeller; quindi di troppi testimoni potenziali, in un mese di dicembre nel quale tra l’altro esistevano nel 1935 (come ai nostri giorni) due precise date di riferimento per questi ultimi, ossia il 25 e il 31, Natale e Capodanno.

In terzo luogo va ancora sottolineato e ricordato che, nella sua deposizione in via d’esame, Gulliksen descrisse invece senza alcun problema il giorno dell’arrivo dell’ultimo aereo straniero e giunto dall’estero prima del dicembre del 1935 (il 19 settembre del 1935), il modello dell’aereo (un aereo britannico SACSF) e il pilota dello stesso, un certo “Robertson”, specificando anche che con quest’ultimo egli aveva buoni rapporti[2].

Infine si deve tenere a mente che il governo laburista in carica dal marzo del 1935 al gennaio del 1937 aveva a quel tempo relazioni poco felici con l’Unione Sovietica, anche a causa dell’asilo politico concesso dalle autorità di Oslo nel giugno del 1935 a un celebre nemico di Stalin come Trotskij, oltre ad essere ovviamente sotto pressione all’inizio del 1937 per le rivelazioni fornite da Pjatakov sul suo viaggio clandestino e sotto falso nome in terra norvegese.

A questo punto possiamo tornare all’esame dei primi tre “buchi neri” della testimonianza, di Gulliksen, attentamente studiata da quest’ultimo (e probabilmente dal governo norvegese) e pubblicata il 29 gennaio del 1937 sull’Arbeiderbladet.

Prima e fondamentale “dimenticanza”: Gulliksen non ci fornisce il giorno dell’atterraggio del volo proveniente a suo dire dalla Svezia, a differenza del caso dell’aereo inglese giunto a Kjeller il 19 settembre del 1935, e siamo subito in piena fantascienza.

In pratica un solo e unico aereo era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, non certo cento o mille; Gulliksen aveva perfettamente a sua disposizione i registri degli arrivi (anzi, dell’unico arrivo) di aerei a Kjeller nel dicembre del 1935; nella sua intervista telefonica all’Arbeiderbladet egli dichiarò testualmente di aver “esaminato il registro giornaliero” degli arrivi a Kjeller, prima di effettuare le sue dichiarazioni; Gulliksen sapeva inoltre benissimo che era in questione l’esistenza o meno del volo dicembrino di Pjatakov, anche attraverso la sua testimonianza; e avendo tutto ciò bene in mente, egli non fornì come minimo il giorno esatto dell’arrivo a Kjeller dell’aereo proveniente, a suo dire, dalla città svedese di Linköping?

Eppure è ciò che accadde, con un primo “buco nero” incredibile: in altri termini, Gulliksen non ci informò, con poche e semplici parole, sul semplice fatto che l’aereo in esame fosse atterrato a Kjeller ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il giorno di Natale del 1935, o altresì l’ultimo dell’anno, e così via. Era un atto facilissimo da compiersi e sintetizzabile in sole tre sillabe (ad esempio, “primo dicembre 1935”, oppure “sette dicembre 1935”, ecc.); eppure tale semplicissima azione non venne compiuta da Gulliksen, nella sua studiata e ben meditata deposizione rilasciata per via telefonica al giornale Arbeiderbladet.

Per quale motivo Gulliksen non indicò il giorno d’arrivo del volo da Linköping, mentre l’aveva fatto invece con ammirevole e notevole precisione rispetto all’innocuo e insignificante aereo britannico giunto a Kjeller, il 19 settembre del 1935?

Secondo buco nero: Gulliksen non ci dice niente neanche del modello dell’aereo “norvegese” giunto a suo dire “da Linköping” a Kjeller, mentre invece aveva fornito con precisione e senza problemi tutta una serie di informazioni (“aereo britannico SACSF”) in merito al velivolo britannico giunto nell’aeroporto da lui diretto il 19 settembre del 1935. Per quale motivo Gulliksen non ci fornisce neanche il semplice e banale dettaglio rispetto alla tipologia dell’aereo, a suo dire norvegese?

Terzo “buco nero”: Gulliksen si “dimentica” altresì di indicarci il nome (o i nomi) del pilota (o dei piloti) che aveva guidato l’aereo “norvegese” da Linköping fino a Kjeller, aprendo subito la caccia ai motivi di tale (non certo casuale) rimozione di un ulteriore elemento materiale banale, semplicissimo per lui da ricordare o almeno da reperire, utilizzando a tale scopo anche i registri del tempo dell’aeroporto di Kjeller a sua piena e completa disposizione. Sappiamo infatti dell’esistenza del “signor Robertson”, ossia del pilota britannico dell’ininfluente volo arrivato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma invece nulla del pilota (o dei piloti) dell’influente e interessantissimo velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, in una data non specificata, non indicata e non citata da Gulliksen; sappiamo addirittura, sempre grazie a Gulliksen, che egli era “in buoni rapporti con il signor Robertson” e quindi con il pilota atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935, ma Gulliksen non rivela invece alcunché sull’identità dell’aviatore giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, con un presunto “aereo norvegese” e quindi quasi sicuramente anche con un pilota norvegese, della stessa nazionalità di Gulliksen.

In sostanza del solo, unico, solitario aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, proprio durante il mese “caldo” per il volo di Pjatakov e proprio nel mese (gennaio 1937) in cui la Norvegia si trovava sotto i riflettori dei giornali di buona parte del mondo, Gulliksen si “dimentica” di fornirci perlomeno e come minimo la data esatta dell’atterraggio del dicembre del 1935, mentre invece subito e con precisione ci informa che non c’era alcun passeggero a bordo. Siamo nel campo dell’assurdo, specialmente se teniamo sempre a mente che invece Gulliksen rilevò senza problemi data di atterraggio, modello di aereo e pilota (il sig. Robertson) dell’insignificante e innocuo aereo britannico del 19 settembre 1935, creando pertanto una dissonanza e un’asimmetria clamorosa, palpabile e indiscutibile tra le informazioni fornite rispetto ai due diversi voli/atterraggi presi in esame, e tra l’altro per gli ultimi quattro mesi del 1935, dallo stesso Gulliksen.

Oltre a questa prima e fondamentale asimmetria, risulta subito facile scoprirne anche una seconda: infatti Gulliksen, con ammirevole precisione, si era ricordato e aveva dato notizia ai giornali e al mondo intero anche del primo volo arrivato dall’estero nel suo aeroporto durante il 1936, sottolineando come si è già visto con notevole pignoleria che esso era giunto a Kjeller “il 1 maggio del 1936”.

Di nuovo bravo, signor Gulliksen: quando voleva, egli costituiva un funzionario statale impeccabile e molto attento alle date e ai dettagli, in questo caso al “1 maggio del 1936”.

Peccato che lo stesso Gulliksen si sia invece – e non certo casualmente – “dimenticato” di informare il globo terrestre sulla data esatta di atterraggio del velivolo pervenuto a Kjeller nel dicembre del 1935. In altri termini Gulliksen ha messo a conoscenza tutto il mondo, con indiscutibile precisione, delle date di arrivo riguardanti sia il volo del 19 settembre 1935 che quello del 1 maggio 1936 ma, guarda caso, egli non ha invece fornito alcuna informazione precisa (se non riferire che “nessun passeggero era a bordo”) in merito all’aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935: siamo quindi in presenza di due asimmetrie, e non di una sola, aventi per oggetto in ogni caso sempre i giorni esatti di atterraggio dei velivoli nell’aeroporto norvegese in quel periodo diretto da Gulliksen.

Ma non ci basta rilevare i tre clamorosi “buchi neri” di Gulliksen e le due asimmetrie appena indicate, visto che simultaneamente possiamo anche mostrare le reali ragioni che spiegano tali fenomeni e fatti indiscutibili, altrimenti assurdi e quasi inconcepibili.

Per quanto riguarda il primo “buco nero”, relativo alla mancata esposizione della data dell’atterraggio, la semplice e unica risposta è che l’aereo che atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 non solo proveniva dall’estero, ma altresì che il velivolo era giunto in loco proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, e cioè proprio nei giorni indicati da Pjatakov rispetto al suo volo in Norvegia.

Una brutta notizia per le autorità norvegesi, e un dato di fatto molto spiacevole che esse dovevano neutralizzare e rendere innocuo a tutti i costi di fronte all’opinione pubblica, norvegese e internazionale: ma come?

Gulliksen non poté ovviamente citare una di tali date, perché esse simultaneamente avrebbero messo in crisi il governo norvegese e fatto invece trionfare il detestabile (per i laburisti norvegesi) Stalin, ma allo stesso tempo egli non poteva far sparire del tutto il volo giunto dall’estero: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 rappresentava infatti un mezzo vistoso e ingombrante, l’avevano visto meccanici, guardie e addetti alla fornitura di carburante ed esso risultava tra l’altro l’unico velivolo atterrato (proveniente dall’estero) nel dicembre del 1935, il cui arrivo costituiva pertanto un evento ricordabile con relativa facilità da questi ultimi.

L’unica soluzione possibile per Gulliksen e il governo laburista norvegese risultava pertanto quella di citare brevemente il volo del dicembre 1935, ma senza dichiarare in alcun modo la data precisa di arrivo e il giorno esatto di atterraggio a Kjeller del velivolo arrivato dall’estero.

Visto che Pjatakov affermò di essere atterrato in Norvegia e in un aeroporto norvegese proprio nel dicembre del 1935, il silenzio totale di Gulliksen sulla data esatta di arrivo del misterioso velivolo sicuramente giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 risulta già di per sé estremamente significativo: ma a questo primo elemento concreto si possono subito aggiungere alcune verifiche incrociate sul carattere rivelatore del primo “buco nero” di Gulliksen.

Prima prova del nove: ovviamente la precisione dimostrata invece da Gulliksen sul 19 settembre del 1935, sulla data di arrivo dell’aereo inglese SACSF pilotato “dal signor Robertson”. Se l’aereo fosse arrivato ad esempio il primo dicembre del 1935, oppure il 25 dicembre, o il 31 dicembre di quell’anno, Gulliksen avrebbe fornito la notizia sulla data di arrivo con la stessa tranquillità, con la medesima sicurezza e con la stessa pignoleria usate invece rispetto all’atterraggio dell’innocuo aereo britannico giunto in Norvegia nel settembre del 1935, il “19 settembre” del 1935 con “il signor Robertson” a bordo, oltre che per il volo del 1 maggio del 1936.

Seconda controprova: la rapidità ed “efficienza” con cui Gulliksen rilevò che sull’aereo in via di esame non vi erano a bordo “passeggeri”. Se il velivolo in oggetto era arrivato davvero da Linköping e in un giorno diverso dal 12 e 13 dicembre del 1935, che bisogno c’era di fornire tale (precisa, per una volta) informazione da parte di Gulliksen?

Terza verifica. Gulliksen ci informa altresì, nella sua intervista telefonica, che a Kjeller stazionavano e agivano delle “guardie”, e che quindi era “assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”. Ma il volo di Pjatakov, stando alla versione di quest’ultimo, atterrò a Kjeller nelle prime ore del pomeriggio: il riferimento alla “notte” da parte di Gulliksen, pertanto, non ha alcun senso se non quello di cercare di rendere per forza impossibile il volo di Pjatakov.

Anche in questo caso, come nei precedenti, siamo in presenza di un surplus e di una sovrabbondanza di dettagli e informazioni quasi inutili, tese solo a mascherare il problema decisivo della data di arrivo su cui invece Gulliksen, viceversa assai loquace su elementi irrilevanti, non ci dice niente.

Quarta verifica incrociata della nostra tesi: Gulliksen addirittura ci fornisce delle informazioni banali ma precise sulle sue relazioni personali con il “signor Robertson”, con cui egli era “in buoni rapporti”, ma invece tiene un totale silenzio sulla notizia decisiva nel caso in via d’esame, e cioè sulla data esatta di arrivo dal misterioso velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

Quinta “prova del nove”: per quale motivo Gulliksen e i suoi superiori non fecero testimoniare il pilota – o i piloti – dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935? Se realmente il velivolo in oggetto proveniva da Linköping e senza passeggeri a bordo, il suo pilota (o i piloti) avrebbero potuto facilmente confermare almeno con una deposizione scritta non solo tali elementi di fatto, ma altresì ricordarsi anche del periodo in cui avvenne il volo, seppur a grandi linee: ad esempio notando che esso era avvenuto all’incirca all’inizio del mese, oppure poco prima di Natale o negli ultimi giorni di dicembre del 1935. Ma non vi fu invece alcuna deposizione, telefonica o scritta, né alcuna conferenza stampa da parte del pilota sconosciuto – o dei piloti ignoti – alla guida dell’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, in data non meglio precisata.

Effettuate queste particolari verifiche, non vi possono essere dubbi che l’unica spiegazione possibile per comprendere il silenzio tombale, altrimenti assurdo e abnorme, di Gulliksen, sulla data esatta di atterraggio dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, è che tale velivolo pervenne in loco in un giorno terribilmente scomodo e inopportuno per le autorità norvegesi e per Gulliksen: il 12 o 13 dicembre, e cioè proprio in una delle date che emergevano dal resoconto fornito da Pjatakov sul suo viaggio in terra norvegese.

Se la nostra tesi non fosse vera, il silenzio dell’astuto Gulliksen costituirebbe infatti non solo un fatto incomprensibile e abnorme, ma sarebbe andato poi contro gli stessi interessi di quest’ultimo e del governo norvegese del tempo, di matrice laburista: un esecutivo in carica dall’inizio del 1935 e quindi responsabile anche degli atti commessi da funzionari statali del loro paese nel dicembre 1935, oltre che ovviamente attento a non darla vinta al detestato regime stalinista e alle sue accuse in merito al volo clandestino di Pjatakov a Kjeller, in terra norvegese.

Se l’aereo misterioso non fosse atterrato a Kjeller il 12 o il 13 dicembre del 1935, ma viceversa e  ad esempio il 2, il 10, il 16, il 24, il 31 dicembre del 1935, affermando la pura e semplice verità e fornendo il dato veritiero del giorno di arrivo dell’aereo giunto “da Linköping”, Gulliksen avrebbe reso un ottimo servizio al suo governo, facendo saltare tutto l’impianto dei processi di Mosca del gennaio del 1937 e mostrando con sicurezza che esso costituiva solo una farsa, screditando pertanto davanti a tutto il mondo la dirigenza dell’Unione Sovietica del tempo; eppure Gulliksen non disse proprio niente, in merito al giorno esatto dell’atterraggio del misterioso aereo proveniente (a suo dire..) da Linköping, creando tuttavia in tal modo un’anomalia e una nota dissonante clamorosa e abnorme ma, allo stesso tempo, relativamente facile da comprendere e interpretare.

Gulliksen non rivelò l’informazione sul giorno di arrivo del misterioso aereo proveniente da “Linköping” per una sola e semplice ragione, e cioè che tale data risultava per l’appunto il 12 o 13 dicembre del 1935: le due date che emergono dalla testimonianza resa da Pjatakov al processo di Mosca del gennaio del 1937. Ma indirettamente, e proprio non rivelando la data in cui il misterioso velivolo giunse da “Linköping” a Kjeller, Gulliksen forzatamente riconobbe, seppur in modo obliquo e parziale, tale realtà di fatto: non rivelare – volutamente e coscientemente – il giorno di atterraggio dell’anomalo aereo dicembrino proveniente, almeno a suo dire, da Linköping, equivaleva infatti a un’indiretta, parziale ma inequivocabile ammissione rispetto a tale elemento decisivo. Spesso le migliori menzogne avvengono infatti per omissione, ma esse vengono scoperte se vengono filtrate e decodificate attraverso altri elementi, quali ad esempio la sovrabbondanza di informazioni fornite invece su altri aspetti assolutamente secondari, come il volo del “19 settembre del 1935” del “signor Robertson”, con il quale Gulliksen era “in buoni rapporti”.

Rispetto al secondo “buco nero”, relativo invece alla tipologia dell’aereo proveniente dall’estero, il personale tecnico di un aeroporto anche nel 1935 risultava sufficientemente esperto e dotato di cognizioni tali da poter riconoscere un modello di velivolo dall’altro: Gulliksen era pertanto costretto, per forza di cose, a glissare e passare sotto silenzio anche tale punto rimanendo forzatamente sul vago, a differenza dell’ammirevole precisione da lui dimostrata invece quando descrisse l’innocuo e insignificante “aereo inglese, SACSF” pilotato dal “signor Robertson”, e l’altrettanto innocuo volo del 1 maggio del 1936.

E il terzo “buco nero”, sul nome del pilota? Dare un nome e cognome preciso, fornire un’identità precisa al pilota risultava in ogni caso un’azione evidentemente rischiosissima per le autorità politiche di Oslo.

Se esse e Gulliksen avessero infatti dichiarato che quest’ultimo era di nazionalità norvegese, tale aviatore avrebbe potuto essere facilmente rintracciato e negare tutto, contribuendo in tal modo a rivelare come minimo la data dell’isolato, unico e solitario atterraggio compiuto a Kjeller nel dicembre del 1935: e cioè l’elemento fattuale basilare che Gulliksen e il governo norvegese non potevano né volevano in alcun modo svelare alla stampa e a Stalin, pena la perdita della faccia e una gigantesca crisi politica interna (“ma allora è vero che il nostro governo ha mentito, sul volo di Pjatakov”). Se invece Gulliksen avesse ammesso che il pilota non era di nazionalità norvegese, il solo fatto di rivelare la sua identità straniera avrebbe provocato l’immediato e devastante collasso della tesi ufficiale, facendo infatti subito nascere una domanda molto semplice: “perché un aereo norvegese, o spacciato per norvegese, aveva alla sua guida un pilota straniero e non invece un aviatore norvegese?”.

Per quanto riguarda invece le due asimmetrie in esame, esse derivano in modo inevitabile e necessario dal confronto tra l’obbligato – e rivelatore – silenzio di Gulliksen sulla scottante data di arrivo dell’aereo dicembrino e la viceversa, tranquilla, precisa enunciazione da parte sua delle innocue informazioni sugli inoffensivi aerei del 19 settembre 1935 e del 1 maggio 1936.

Tre buchi neri clamorosi di Gulliksen, sull’aereo arrivato a suo dire da Linköping.

Tre dati di fatto non forniti da quest’ultimo, in maniera a prima vista inspiegabile.

Due evidenti asimmetrie tra le scarne informazioni sull’aereo dicembrino e le notizie invece fornite in abbondanza da Gulliksen, sia sull’insignificante e inoffensivo aereo britannico SACSF, arrivato il 19 settembre del 1935 a Kjeller e guidato dal “signor Robertson” con il quale egli “aveva buoni rapporti” che rispetto all’aereo del 1 maggio del 1936.

Una sola spiegazione possibile, per tale trio combinato di “buchi neri” e simultaneamente anche le asimmetrie in via d’esame: il volo era arrivato a Kjeller nei giorni (12 o 13 dicembre) indicati da Pjatakov al processo di Mosca, in un periodo quindi “caldissimo” per il povero Gulliksen e per le autorità di Oslo, mentre l’aereo britannico del 19 settembre del 1935 era tutto, meno che pericoloso per loro, cosi come il velivolo del 1 maggio 1936.

Inevitabile conseguenza: l’aereo atterrò nei giorni “caldi” indicati da Pjatakov e soprattutto non proveniva da Linköping, ma viceversa da Berlino e proprio con Pjatakov a bordo.

Avanziamo subito una sfida ai giudici-lettori: trovate un’interpretazione plausibile diversa da quella da noi fornita che spieghi, allo stesso tempo, sia i tre “buchi neri” sopracitati, che le due asimmetrie esposte poco sopra.

Per aiutarvi in questa operazione, affrontiamo di nuovo la questione utilizzando il criterio di esclusione delle opzioni a disposizione di Gulliksen e dei suoi superiori, mettendoci nei loro panni.

Accettiamo per un istante l’ipotesi dell’inesistenza del volo/atterraggio di Pjatakov in Norvegia e a Kjeller.

Dato per assodato questo presupposto, abbiamo già notato che se davvero Pjatakov non fosse mai atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 Gulliksen e i suoi superiori non avrebbero avuto alcun problema a esporre che l’aereo norvegese del tipo xy, guidato dal pilota norvegese xyz, era atterrato in loco in un giorno qualunque del mese in via d’esame: il 1 dicembre del 1935, o il 7 dicembre oppure la vigilia di Natale, e così via.

Essi avrebbero potuto anche far testimoniare davanti alla stampa proprio il pilota norvegese xyz, in grado di dichiarare – in perfetta buona fede e in accordo con il reale svolgimento dei fatti – che egli aveva davvero pilotato un velivolo del tipo xy da Linköping a Kjeller, in un giorno x del dicembre del 1935 e senza avere a bordo alcun passeggero: e più precisamente, senza alcun passeggero con un passaporto tedesco, alto e con quei capelli rossicci che contraddistinguevano sul piano fisico un certo Pjatakov.

Ma invece le autorità norvegesi e Gulliksen non lo fecero e non fornirono tali informazioni: otteniamo quindi la prima prova logica, rispetto al volo e atterraggio di Pjatakov in terra norvegese nel dicembre del 1935.

Se invece, nel caso opposto, Pjatakov fosse atterrato davvero a Kjeller il 12 o 13 dicembre del 1935 verso le 15,00 del pomeriggio, seguendo tale premessa le autorità statali norvegesi e Gulliksen avrebbero invece avuto a loro disposizione solo tre possibilità, e cioè:

  • non fornire alcuna informazione precisa sul giorno dell’atterraggio, oltre che sul pilota e modello dell’aereo atterrato a Kjeller;
  • mentire sul giorno/pilota/aereo del dicembre del 1935;
  • dichiarare che nessun aereo era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

In merito a quest’ultima opzione, basta ricordarsi la bella poesia di Brecht intitolata “Generale, il tuo carro armato”, nella parte in cui recita “Generale, il tuo bombardiere è potente, vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare”.

Si tratta di uno splendido concetto e di un’idea che calza a pennello per il nostro caso in via d’esame.

Il gravissimo difetto dell’ipotesi volta a negare qualunque atterraggio a Kjeller nel dicembre del 1935 era infatti che “il meccanico” di Kjeller, l’operaio addetto al rifornimento di carburante, la guardia dell’aeroporto, ecc., avrebbero potuto benissimo rammentare nel 1937 che nel dicembre del 1935 era giunto nell’aeroporto in cui lavoravano un isolato, e quindi eccezionale e ben ricordabile, velivolo; essi potevano sempre “pensare” (Brecht) a tale aereo del dicembre del 1935, e “pensare” eventualmente di rivelare al mondo tale informazione.

Ipotesi da scartare quindi, per Gulliksen e le autorità governative norvegesi del gennaio del 1937, a meno di correre rischi troppo gravi di fronte ai mass media norvegesi e internazionali.

Per quanto riguarda invece l’opzione alternativa di mentire sul giorno dell’atterraggio, innanzitutto esistevano pur sempre i registri degli atterraggi (anzi, dell’unico atterraggio) avvenuti a Kjeller nel dicembre del 1935: registri certo falsificabili, ma solo correndo un rischio di scoperta ed esposizione al pubblico non irrilevante, nel migliore dei casi, per Gulliksen e i suoi superiori, in una Norvegia con parlamento, opposizione, mass media conservatori ecc.

In secondo luogo, rimaneva sempre la complicazione che i “meccanici” di brechtiana memoria potessero sempre ricordarsi che il solitario volo del dicembre del 1935 non era atterrato a Kjeller nei primi giorni di dicembre e nel periodo pre-post natalizio: un pericolo modesto, ma non irrilevante.

Inoltre sappiamo altresì che non esiste merce più importante del carburante in un aeroporto e che sicuramente anche gli addetti al rifornimento dell’aeroporto di Kjeller, come di qualsiasi altro aeroporto, non potevano far mancare questa preziosa risorsa.

Detto questo, si può dedurre con quasi assoluta certezza che le “entrate” e “uscite” di questo prezioso carburante fossero e dovessero essere registrate per il semplice motivo che esso era indispensabile, oltre che come minimo esisteva una “memoria collettiva” degli addetti al rifornimento. Anche se essi non avessero segnato la data e il consumo per il rifornimento dell’aereo del dicembre 1935, lo avevano come minimo presente nella memoria; a distanza di un anno dal dicembre del 1935, difficilmente si poteva risalire alla data esatta del rifornimento, ma almeno a grandi linee tale operazione risultava possibile, con tutti i rischi correlati per Gulliksen e soci.

Infine, falsificare il giorno esatto dell’atterraggio comportava soprattutto una conseguenza potenzialmente molto grave e spiacevolissima, sia per le autorità norvegesi che per Gulliksen: e cioè dover fornire e falsificare, per forza di cose e necessariamente, anche i dati relativi al pilota “norvegese” che, nella loro eventuale e falsa versione, sarebbe atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, tra l’altro in un giorno diverso da quello in cui avvenne realmente l’atterraggio del  velivolo con Pjatakov a bordo. Era un’azione troppo rischiosa, anche perché significava convincere comunque un pilota norvegese a dichiarare il falso, ossia di aver effettuato un volo ed atterraggio mai esistito.

Per tali ragioni, combinate tra loro, anche l’opzione del “mentire sul giorno dell’atterraggio” risultava quindi esclusa per Gulliksen e le autorità norvegesi del gennaio 1937.

Non restava quindi loro che un’unica alternativa, e cioè non fornire alcuna informazione precisa su data di atterraggio, pilota e modello dell’aereo, rispetto al velivolo atterrato realmente a Kjeller nel dicembre del 1935; guarda caso, l’opzione che essi realmente utilizzarono nel gennaio del 1937 e che corrisponde alle dichiarazioni rese da Gulliksen alla fine gennaio del 1937, nella sua intervista telefonica al giornale socialdemocratico Arbeiderbladet.

Abbiamo quindi ottenuto una seconda “prova logica” che si collega a quella esposta in precedenza, quando invece abbiamo ipotizzato che Pjatakov non fosse in alcun caso atterrato a Kjeller, nel dicembre del 1935.

La testimonianza resa da Gulliksen, in ogni caso, non ha certo finito di produrre involontariamente degli effetti significativi, sempre a favore dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov e contro la tesi che l’aereo fosse atterrato “da Linköping” e “senza passeggeri” a bordo.

Ulteriore elemento sicuro (e nuova anomalia) fornito dall’allora direttore di Kjeller: sempre Gulliksen non ci specifica da dove provenisse in prima istanza l’aereo norvegese, atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “come, non ce lo dice? Ci dice invece chiaramente che esso proveniva da Linköping”.

Da Linköping, secondo Gulliksen: ma prima, da quale località era arrivato “l’aereo norvegese” (secondo Gulliksen, certo) ripartito poi da Linköping? Da dove era partito e spuntato, atterrando poi a Linköping? Dal nulla? Dalla nebbia? Ricordiamo che stiamo parlando di Norvegia e Svezia, nel dicembre del 1935: un mese in cui grazie a Gulliksen (e a Trotskij, certo…) sappiamo che un solo e unico aereo era atterrato in uno degli aeroporti più importanti della Norvegia, collocato vicino alla capitale Oslo.

Cerchiamo di indagare per un attimo, sullo strano destino del misterioso “aereo norvegese” in via d’esame.

Fase due: secondo Gulliksen, l’aereo parte da Linköping, Svezia.

Fase tre: esso atterra a Kjeller, Norvegia.

Ma la “fase uno”, alias da dove esso arrivava prima di Linköping?

Arrivava a Linköping da… non si sa da dove.

Era atterrato in precedenza a Linköping il giorno…, il mese…: non si sa quando.

Era partito dalla Norvegia, per arrivare a Linköping? Se si, era partito prima dei mesi invernali e prima dell’ottobre del 1935, quando (sempre stando a Gulliksen) i voli in partenza dalla Norvegia (e in arrivo) si assottigliavano tremendamente? Era partito forse proprio da Kjeller, per andare a Linköping e poi ritornare alla “casa madre”?

Siamo in presenza di un altro “buco nero” e di una nuova “dimenticanza” di Gulliksen, meno importante delle precedenti ma degna in ogni caso di essere sottolineata e tenuta a mente.

Ma passiamo a un altro punto centrale di questo capitolo, e cioè al quinto “buco nero” di Gulliksen: si tratta della questione del contenuto del volo in esame e dei motivi del viaggio, ossia dello scopo e delle finalità del volo Linköping-Kjeller avvenuto (secondo Gulliksen) nel dicembre del 1935.

Per ben intendere tale tema, forniamo però prima alcuni dati preliminari di carattere logistico relativi alla Svezia e alla Norvegia del 1935, oltre che sugli aerei da trasporto merci (i “cargo”).

Linköping dista da Kjeller, nel 1935 come nel 2016, circa trecento chilometri in linea d’aria.

A Linköping nel 1935 non si trovava solo un aeroporto, ma anche un’importante stazione e uno scalo ferroviario svedese.

Nel 1935 come nel 2016, una linea ferroviaria partiva da Linköping e arrivava fino a Oslo, e sempre nel 1935 un’altra linea ferroviaria collegava inoltre Oslo con la stazione ferroviaria di Lillestrøm, distante solo circa cinque chilometri da Kjeller e dall’aeroporto di Kjeller: quindi solo pochi chilometri separavano tale scalo ferroviario dall’aeroporto che ci interessa.

In quarto luogo, nel 1935 il traffico di merci per via aerea era ancora molto limitato, tanto che il primo vero aereo-cargo, destinato e concepito solo per compiti di trasporto di merci, diventò operativo solo nel giugno del 1941: era l’aereo tedesco Arado Ar 232[3].

Ricordiamo infine che secondo Gulliksen non (non…) vi erano passeggeri a bordo, nel volo – a suo dire – giunto a Kjeller da Linköping e con un velivolo di nazionalità norvegese.

In possesso di tali informazioni, verificabili facilmente su internet per quanto riguarda i collegamenti ferroviari tra Linköping-Oslo-Lilleström (e Kjeller), ammettiamo per un istante che Gulliksen dicesse il vero sull’assenza di passeggeri nello stesso volo proveniente dall’estero; e concediamo pure per un attimo che esso provenisse realmente da Linköping, e non da Berlino, e che l’aereo fosse norvegese.

Ma proprio ammettendo per un istante tali elementi, sorge subito un problema devastante: quale era allora lo scopo e la finalità del volo Linköping-Kjeller in oggetto, sempre accettando per un momento la veridicità delle dichiarazioni di Gulliksen?

L’aereo in oggetto non portava passeggeri, almeno secondo Gulliksen, e quindi non era assolutamente finalizzato al trasporto di persone: in caso contrario, Gulliksen avrebbe certamente mentito, con le inevitabili e devastanti conseguenze del caso e rispetto all’arrivo di Pjatakov a Kjeller.

Escludiamo pertanto tale tesi, sempre ammettendo per un istante che Gulliksen avesse riferito la verità sugli eventi del dicembre del 1935.

Ma allora, l’aereo norvegese trasportava solo merci svedesi, o immagazzinate in Svezia, trasferendole da Linköping a Kjeller?

Se erano davvero merci svedesi o immagazzinate in Svezia, la soluzione logica era farle trasportare da un aereo svedese, e non norvegese, che partisse da Linköping.

Visto poi la vicinanza della stazione ferroviaria di Lilleström da Kjeller, distante dalla prima località soli cinque chilometri, risultava inoltre ancora più comodo, facile e logico far trasportare queste ipotetiche merci svedesi da un treno svedese, che partissero dalla comoda stazione ferroviaria di Linköping per giungere a pochi chilometri da Kjeller.

In terzo luogo, come al solito, Gulliksen non fornì alcuna informazione in merito alle presunte merci “svedesi” trasportate, in una data e con un pilota non specificato, da Linköping a Kjeller.

Detto in altro termini, un aereo norvegese che avesse trasportato delle merci dal suo paese fino al territorio svedese costituiva un fatto di per sé comprensibile anche nel 1935; molto meno, viceversa, che sempre un velivolo norvegese avesse spostato oggetti dalla città svedese di Linköping fino alla località norvegese di Kjeller.

Ma che tipologia di oggetti/merci, poi?

Andiamo più a fondo della questione del presunto scopo del viaggio dell’aereo “norvegese” da Linköping a Kjeller, sempre supponendo che esso portasse con sé solo ed esclusivamente cose e materiali.

Come si è già notato, stiamo prendendo in esame il dicembre del 1935 e in due paesi nordici, in un mese dove per ragioni tecniche e meteorologiche allora si volava assai poco, visto che proprio Gulliksen ci ha detto che un solo aereo era atterrato a Kjeller nel mese di dicembre.

Stiamo inoltre parlando di due nazioni civili e avanzate quali la Svezia e la Norvegia del 1935, in cui oltre al trasporto aereo esistevano il trasporto per via automobile e ferroviaria. Ad esempio una linea ferroviaria che, nel 1935 come nel 2016, parte da Linköping e arriva a Oslo, passando poi con un’altra diramazione per l’antica stazione ferroviaria norvegese di Lillestrøm, distante solo cinque chilometri da Kjeller; inoltre Linköping distava in linea d’aria solo circa trecento chilometri da Kjeller, allora come nel 2016, con una stazione ferroviaria in loco pienamente agibile e funzionante.

In terzo luogo stiamo esaminando la situazione esistente all’interno del traffico aereo durante il 1935: e in quell’anno il trasporto di merci per via aerea risultava ancora poco sviluppato, tanto che i primissimi aerei-cargo destinati esclusivamente al trasferimento di merci sarebbero stati costruiti solo a partire dal 1941, mentre solo per la posta i velivoli costituivano un mezzo di trasporto relativamente diffuso in Europa. Specialmente nei mesi invernali, pertanto il traffico di merci per via aerea costituiva una rarità, nell’Europa e nella Norvegia del 1935: un’ulteriore prova inconfutabile di tale dato di fatto è che proprio all’aeroporto di Kjeller arrivò solo un velivolo, nel dicembre del 1935.

Quale motivo allora poteva giustificare l’uso di un costoso viaggio aereo da Linköping a Kjeller, per un volo adibito solo ed esclusivamente al trasporto di oggetti e materiali e per soli trecento chilometri?

Quale tipologia di trasporto di merci poteva giustificare il costo (benzina, usura dell’aereo, rischio comportato dallo stesso volo, utilizzo dell’aeroporto di Kjeller per un solo volo) di un viaggio aereo da Linköping a Kjeller, se adibito solo ed esclusivamente al trasporto di cose, oggetti (ivi comprese lettere e documenti) e materiali, rispetto al meno caro e più sicuro viaggio per via ferroviaria e sempre per superare una distanza di trecento chilometri?

Risposta facile: nessun motivo, nessuno scopo razionale o anche solo minimamente razionale.

Andiamo di nuovo per esclusione, un passo alla volta.

Esisteva forse un’esigenza imperiosa, un’urgenza assoluta di trasportare da Linköping a Kjeller delle preziose notizie segrete, informazioni segrete o eventuali codici cifrati strappati in modo clandestino a potenze straniere, portati con sé da un eventuale agente segreto norvegese?

A parte il carattere romanzesco dell’ipotesi in esame, proprio Gulliksen ci ha informati che “non c’era alcun passeggero” a bordo (e per un istante stiamo prendendo per buona la sua tesi): quindi anche nessun “passeggero–agente segreto”, secondo la sua stessa versione.

Forse l’aereo “senza passeggeri” da Linköping a Kjeller conteneva informazioni segrete, portate con sé dallo stesso pilota o dallo stesso equipaggio?

A parte il carattere ancora più romanzesco dell’ipotesi, se ne dovrebbe dedurre che per risparmiare poche ore di tempo (il volo Linköping-Kjeller risultava sicuramente più veloce del trasporto ferroviario Linköping-Kjeller ma solo di poche ore, vista la distanza relativamente modesta tra i due luoghi in esame) i servizi segreti norvegesi avrebbero fatto correre al loro presunto “corriere-pilota-spia”, una specie di James Bond ante-litteram, il rischio (minimale, certo, ma sempre presente) di un volo, con relativi decollo e atterraggio, nel freddo dicembre nordico.

Tra l’altro, dovremmo anche ipotizzare in questo caso che il pilota dell’aereo in esame fosse anch’essa una persona legata, o almeno assai fidata per i servizi segreti norvegesi: piena fantascienza, in pratica, anche perché l’ipotetico “pilota-spia” norvegese sarebbe dovuto partire da un aeroporto svedese come Linköping, essendo quindi sottoposto alla possibilità di un controllo da parte delle autorità aeroportuali svedesi.

Forse nel dicembre del 1935 risultava necessario un presunto, eventuale trasporto urgentissimo di merce facilmente deteriorabile, oltre che preziosa e di alto valore; un trasporto di merce avariabile e costosa, che si sarebbe deteriorata se trasportata per via ferroviaria, invece che con un aereo?

Basti solo pensare, contro tale tesi, che la Svezia e la Norvegia (nel dicembre del 1935, come negli anni successivi) costituiscono di per sé delle “ghiacciaie” e dei “frigoriferi” naturali durante i mesi invernali, oltre a tenere a mente che anche nei treni del 1935 si potevano collocare facilmente degli strumenti di refrigerazione.

Forse l’aereo in via d’esame trasportava armi e/o munizioni, visto che in fin dei conti l’aeroporto di Kjeller era anche e soprattutto una struttura logistica usata dai militari norvegesi?

Se si fosse trattato di un solo, ma prezioso prototipo di arma, perché correre il rischio (minimale, ma reale) che esso si distruggesse per un incidente per via aerea, invece di scegliere il più sicuro (quasi al 100%) trasporto ferroviario, che tra l’altro comportava solo qualche ora di ritardo nell’arrivo rispetto all’uso del mezzo aereo?

Se invece non si trattava di prototipi, non poteva certo trattarsi di un carro armato e/o di un altro aereo, ossia oggetti che nel 1935 potevano essere trasportati solo per via terrestre o marittima.

Un carico di fucili, pistole o altri ordigni bellici (non prototipi) simili, ad uso militare ma relativamente leggeri? Facile risposta: perché non usare anche in questo caso la ferrovia, per trasportare tutto ciò? Risultava assurdo spendere e rischiare di più senza poi alcun motivo di urgenza, visto tra l’altro che la Norvegia si trovava indubbiamente in stato di pace nel dicembre del 1935.

Forse il traffico postale?

Abbiamo già notato che sarebbe stata principalmente posta svedese, inviata dalla Svezia verso la Norvegia: e per trasportare la posta svedese, principalmente prodotta dai cittadini svedesi, si sarebbe forse usato un aereo norvegese, almeno secondo la versione di Gulliksen?

E ancora: nel dicembre del 1935 era forse proibito in Svezia, per trasportare posta svedese, usare aerei svedesi?

E ancora: sempre nel dicembre del 1935 era forse vietato in Svezia usare treni svedesi, al fine di trasportare la posta?

Si trattava forse di un carico di medicinali urgenti, da consegnare in qualche ospedale della zona di Oslo? Ma che differenza c’era tra le strutture sanitarie e la disponibilità di medicinali svedesi e norvegesi, tali da giustificare il costo e il rischio di trasportare medicine dalla Svezia per via aerea? Di sfuggita: nella Norvegia del dicembre del 1935, non erano scoppiate epidemie di alcuna sorta che giustificassero un volo aereo d’emergenza, da Linköping a Kjeller.

A questo punto si possono tirare le prime conclusioni, sullo scopo del volo decembrino da Linköping a Kjeller.

Niente passeggeri a bordo, perlomeno seguendo Gulliksen e la sua versione.

Ma allo stesso tempo, nessuna ragione plausibile per un trasporto di oggetti (ivi comprese ipotetiche “informazioni segrete”) attraverso la via aerea nel dicembre del 1935, avendo a disposizione una stazione ferroviaria distante solo pochi chilometri da Kjeller a Lillestrøm e costruita tra l’altro nel lontano 1854.

Di conseguenza, l’aereo proveniente secondo Gulliksen da Linköping volava senza scopo e senza alcun motivo plausibile, almeno stando alla sua versione dei fatti.

Se la cittadina di Kjeller fosse stata nel 1935 un centro urbano con un aeroporto distante centinaia di chilometri da strade e ferrovie/stazioni ferroviarie, il trasporto di oggetti per via aerea avrebbe avuto una sua giustificazione: ma la situazione logistica risultava invece assolutamente diversa, con la stazione ferroviaria di Lillestrøm posta a pochi chilometri da Kjeller e dal suo aeroporto, comoda pertanto per il trasporto sia di oggetti che di persone.

A rendere ancora più inverosimile la tesi del “trasporto di oggetti” subentra poi anche il fattore climatico: il presunto trasferimento di cose (ma quali?) non avveniva certo nella tarda primavera o nell’estate scandinava, ma viceversa nel dicembre del 1935, fattore logistico che rendeva ancora più anomalo l’utilizzo di un veicolo aereonautico per il trasferimento di oggetti, specie in presenza della comoda stazione di Lillestrøm.

Si è già sottolineato che un’ulteriore controprova in tal senso ci viene dal fatto sicuro, sottolineato anche dallo stesso Gulliksen, per cui un unico e solitario aereo atterrò a Kjeller per tutto il dicembre del 1935, fatto eloquente che dimostra al di là di ogni dubbio l’assoluta rarità, l’assoluta scarsità di traffico aereo proveniente dall’estero nella Norvegia del dicembre 1935.

Se (se…) all’aeroporto di Kjeller fossero atterrati perlomeno un certo numero di voli provenienti dall’estero, nazionali o esteri, nel dicembre del 1935; se Kjeller fosse stato un posto isolato, distante decine e decine di chilometri dalla più vicina stazione ferroviaria (o strada asfaltata); se il periodo in esame fosse stato l’estate del 1935, in presenza di questi tre fattori la tesi del “trasporto di merci/oggetti” da un paese straniero avrebbe potuto forse acquisire un minimo – ma proprio un minimo – di plausibilità: ma la situazione risultava ben diversa nel dicembre del 1935, con un unico aereo atterrato a Kjeller in tutto il mese in via d’esame e con la vicina stazione ferroviaria di Lillestrøm a piena disposizione.

Ma non solo: nel dicembre del 1935 anche il trasporto di merci interno e nazionale risultava sicuramente inesistente e pari a zero, almeno tra Kjeller e gli altri aeroporti della Norvegia.

Esaminiamo bene anche tale questione.

Tra Linköping e Kjeller, come si è già notato in precedenza, sussisteva nel 1935 come nel 2016 una distanza in linea d’aria pari a circa 320 chilometri: poco più della distanza esistente tra Milano e Venezia, per dare solo un’idea, visto che le due città nordiche prese in esame sono tra le località più vicine nella zona di confine meridionale esistente tra lo stato svedese e quello norvegese. Anche nel 1935 e nel dicembre del 1935, in base agli standard di sviluppo dei mezzi di trasporto allora esistenti nell’Europa occidentale, si trattava di una distanza relativamente breve e, in ogni caso, molto diversa da quella invece viceversa esistente ad esempio tra le città norvegesi di Oslo e Narvik, posta quest’ultima nel nord del paese: una distanza invece pari a 1000 chilometri, sempre in linea d’aria.

Sorge subito una domanda: non è forse un’anomalia che, nel dicembre del 1935, si fosse alzato in volo un – solitario, eccezionale, isolato – aereo destinato solo ed esclusivamente al fine di trasportare delle merci, degli oggetti e non delle persone tra Linköping e Kjeller, come affermò in sostanza Gulliksen nel gennaio del 1937, quando invece nello stesso periodo e nello stesso mese non vi sono tracce di traffico aereo interno tra la zona centro-settentrionale della Norvegia e Kjeller? Quando invece non sussiste alcuna traccia di trasporti di merci tra gli aeroporti del centro-nord della Norvegia, e quindi nella stessa nazione, e lo scalo di Kjeller, sempre nel dicembre del 1935? Quando poi dei veri e propri aerei-cargo non esistevano ancora, come si è già visto, e sarebbero diventati operativi solo nel 1941?

Siamo quindi in presenza di un’asimmetria oggettiva e assai interessante, per la nostra indagine.

Zero merci e nessun oggetto trasportato per via aerea e fino a Kjeller dalle zone centro-settentrionali della Norvegia, nel dicembre del 1935: partendo ad esempio dall’aeroporto di Vaernes nella zona di Trondheim, a circa quattrocento chilometri in linea d’aria da Kjeller, una struttura logistica tra l’altro attiva fin dal 26 marzo del 1914[4].

Invece almeno un trasporto di merci, sempre in base a ciò che si ricava inevitabilmente dalle dichiarazioni di Gulliksen, sarebbe partito dalla relativamente vicina città svedese di Linköping e da uno stato estero per arrivare all’aeroporto norvegese di Kjeller, sempre nel mese di dicembre del 1935.

Siamo in presenza quindi di un’asimmetria che diventa ancora più interessante se si viene a conoscenza che, nell’aeroporto di Jonsvaten, vicino a Trondheim, era attivo un servizio aereo di trasporto postale fin dal 7 luglio del 1935, e la posta risulta indubbiamente un tipo di merce che viene prodotta, spedita e trasportata anche nei mesi invernali: anche in Norvegia e anche nel dicembre del 1935, per fare solo un esempio assolutamente voluto e non casuale[5].

Il problema consiste tuttavia nel fatto sicuro, e ammesso anche da Gulliksen, per cui nel dicembre del 1935 nessun pacco postale si spostò in direzione di Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: nel gennaio del 1937, infatti quest’ultimo dichiarò che un solo aereo era atterrato a Kjeller durante il tutto dicembre del 1935, ma provenendo a suo dire da “Linköping” e quindi non da un altro centro aeroportuale della Norvegia. Quindi, per logica e inevitabile conseguenza, non si verificò alcun trasferimento di oggetti postali a Kjeller partendo dagli altri aeroporti norvegesi: ennesima dimostrazione concreta di quanto fosse raro l’uso del mezzo aereo per il trasporto di merci, nella Norvegia del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “tuttavia fino al 1937 tutti gli aeroporti norvegesi risultavano di natura militare, e non civile”.

Ragione in più, e non in meno, per rendere ancora più sospetto il volo dicembrino da “Linköping” a Kjeller, sempre accettando per un istante la versione fornita da Gulliksen e quindi sempre ammettendo per un momento che a bordo dell’aereo arrivato “da Linköping” non vi fossero dei passeggeri. Per quale motivo il velivolo dicembrino si era alzato in volo, allora? Forse per trasportare fucili, pistole e/o munizioni da Linköping a Kjeller, senza che i capi militari decidessero invece di usare a tal fine il comodo e sicuro mezzo ferroviario?

Avvocato del diavolo: “esiste anche un’altra ipotesi, e cioè che il pilota/i piloti del volo Linköping-Kjeller si fossero solo voluti divertire a fare un volo invernale, magari per tornare più alla svelta in Norvegia e a casa loro, in patria”.

Evidentemente sicuri dell’approvazione entusiastica dei loro superiori, di fronte a tale ipotetica bravata: per risparmiare solo poche ore, correre un rischio (seppur minimale) di avere un incidente e subire delle sanzioni disciplinari quasi inevitabili rappresenta una notevole idiozia, che ci porta ancora una volta nel campo dell’assurdo.

Avvocato del diavolo: “forse i piloti norvegesi dovevano svolgere una missione di addestramento militare, in condizioni invernali relativamente difficili”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, ma emerge subito il fatto evidente che la base di partenza di questa ipotetica “missione di addestramento” era Linköping, almeno secondo Gulliksen.

Linköping, in Svezia: la svedese Linköping.

Per quale motivo far partire dalla Svezia un’ipotetica missione di addestramento di un aereo norvegese e con equipaggio norvegese, perlomeno stando alla versione di Gulliksen (che stiamo sempre prendendo per buona, per un istante), e non invece da un punto di partenza norvegese, da un aeroporto norvegese? Siamo sempre nel campo dell’assurdo e fuori “dai confini della realtà”.

Avvocato del diavolo: “forse l’aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 era guidato da un innocuo turista e/o appassionato di volo, da un cittadino straniero…”.

Ma allora per quale motivo Gulliksen non rivelò il suo nome e la sua identità, come del resto fece con l’innocuo signor Robertson del 19 settembre del 1935?

E ancora: per quale motivo egli non comunicò la data di arrivo di questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece in merito al giorno di arrivo dell’innocuo signor Robertson?

E ancora: per quale motivo Gulliksen non informò sul tipo di aereo usato da questo presunto “pilota-turista”, come del resto fece rispetto al velivolo “inglese SACSF” del 19 settembre del 1935?

Proprio l’obiezione in via di demolizione serve a illustrare ancora più chiaramente la portata reale, ossia la gravità dei primi tre “buchi neri” che emergono dalla deposizione di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “forse il pilota o i piloti norvegesi portavano semplicemente un aereo acquistato dalla Norvegia in Svezia e proprio a Linköping, dalla fabbrica/aeroporto di Linköping, alla casa madre degli acquirenti, per l’appunto la Norvegia, nell’aeroporto norvegese di Kjeller”.

Non solo Gulliksen non riferì niente in proposito, rispetto all’ipotetico acquisto in Svezia di un aereo svedese nel dicembre del 1935, ma un ulteriore elemento contro tale tesi è che proprio Gulliksen aveva invece sottolineato (e per un istante ancora, prendiamo la sua versione per valida) che l’aereo era norvegese. Non disse “era un aereo svedese e costruito in Svezia, acquistato dalla Norvegia”, ma invece parlò solo di un aereo “norvegese”.

Una svista, una dimenticanza? Una svista e una dimenticanza proprio in una dichiarazione con il valore di ufficialità, resa dal responsabile di Kjeller in veste ufficiale?

Se ammettiamo questa ipotetica “svista e/o dimenticanza”, dobbiamo allora anche supporre che Gulliksen abbia commesso altre “sviste e/o dimenticanze”, a partire proprio dalla data di arrivo (1 dicembre 1935? 31 dicembre 1935? 12 dicembre 1935?) dell’aereo “norvegese proveniente da Linköping”, e infine del luogo di partenza del volo arrivato a Kjeller: quindi crollerebbe fino a zero il suo livello di credibilità.

Ma non solo: non risulta come minimo strano che l’aereo (ipoteticamente…) acquistato dalla Norvegia in Svezia, e giunto ipoteticamente dalla Svezia (Linköping) in Norvegia in seguito a un presunto acquisto e a una presunta transazione commerciale, sia atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia proprio nel mese che interessa il nostro giallo? Troppe coincidenze.

Ma non solo: proprio a Kjeller, nelle adiacenze dell’aeroporto, operava nel 1935 proprio una fabbrica aeronautica, che produceva per l’appunto aerei: velivoli prodotti quindi in Norvegia e non a Linköping, proprio a Kjeller e nella zona che ci interessa.

Superate anche queste obiezioni, proponiamo infine noi stessi tre semplici domande ai giudici-lettori.

Primo quesito. Dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936 solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi: e proprio una di queste rarissime “aquile del cielo”, ossia quella giunta nel dicembre del 1935, non portava passeggeri a bordo?

Seconda domanda. Nel dicembre del 1935 un solo ed unico aereo atterrò a Kjeller: e proprio questa solitaria e misteriosa “aquila del cielo” non portava passeggeri a bordo?

Terzo interrogativo. Nel dicembre del 1935 l’unico velivolo atterrato a Kjeller proveniva sicuramente dall’estero: e proprio questa eroica e misteriosa “aquila del cielo”, giunta da un paese straniero, non portava passeggeri a bordo?

Il funzionamento concreto della stazione ferroviaria di Lillestrøm, nel 1935 e nel dicembre del 1935, per il traffico di merci e con uno snodo logistico collegato proprio vicino a Kjeller, rende assai facile la risposta alle domande sopra esposte, una volta connessa all’eccezionalità del misterioso e solitario volo del dicembre 1935; alla relativa vicinanza geografica tra Kjeller e  Linköping; all’assenza totale di traffico merci diretto a Kjeller e proveniente dagli altri aeroporti norvegesi, sempre nel dicembre del 1935 e, infine, all’ancora limitatissimo ed embrionale sviluppo degli aerei-cargo, sempre prendendo l’anno in esame.

Tiriamo le somme: stando perlomeno alle dichiarazioni di Gulliksen sull’assenza di passeggeri, il viaggio aereo da Linköping a Kjeller del dicembre del 1935 risulta privo di qualunque ragione e scopo plausibile, costituendo un fatto assurdo e un vero e proprio “pugno nell’occhio”.

Sorpresa, sorpresa: non solo dell’aeroplano “norvegese” non sappiamo quasi nulla da parte di Gulliksen, a partire dal giorno esatto del suo atterraggio, ma abbiamo ormai appreso, usando assieme dati di fatto sicuri, logica e buon senso, che l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 volava senza scopo e come una sorta di “vagabondo del cielo”, almeno stando alla versione fornita da Gulliksen (“non c’erano a bordo passeggeri”) e alla contemporanea mancanza di motivi plausibili per il trasporto di cose e oggetti.

Quella di Gulliksen si rivela una tesi assurda e da escludere? Certo, ma allora bisogna dedurne le logiche e inevitabili conseguenze.

La prima è che, contrariamente alle affermazioni di Gulliksen, l’aereo “norvegese” atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 conteneva e portava a bordo dei passeggeri.

La seconda è che Gulliksen mentì clamorosamente, quando affermò che sull’aeroplano in oggetto “non portava passeggeri”, secondo le sue testuali parole.

La terza è che tra i passeggeri, la cui esistenza/presenza a bordo Gulliksen cercò con tutte le sue forze di negare, si trovava proprio la persona che il direttore di Kjeller e i suoi superiori norvegesi, militari e politici, volevano a tutti i costi far credere non fosse mai arrivata in Norvegia, a Kjeller, nell’aeroporto di Kjeller: un certo Pjatakov, in altri termini, un passeggero sotto falsa identità estremamente “scomodo” per le autorità statali norvegesi del tempo.

In pratica Gulliksen cercò di evitare il “guaio” (un grosso guaio, sia per lui che per i suoi superiori norvegesi, militari e politici) della reale presenza e atterraggio di Pjatakov a Kjeller mettendo subito le mani avanti: “non c’erano passeggeri a bordo” sull’aereo in via d’esame. Mossa obbligata per turare la “falla”, certo, ma che allo stesso tempo implicava una menzogna che apriva simultaneamente un altro “buco nero” gravissimo seppur di tipo diverso: se il velivolo dicembrino in via d’esame non portava passeggeri, allora qual era lo scopo del suo volo?

Quale era dunque il fine, l’obiettivo del volo dell’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, se esso non portava passeggeri?

Non a caso un vecchio detto popolare recita che il diavolo fa le pentole, ossia le menzogne, ma non i coperchi, e cioè bugie che resistano e tengano realmente se ben esaminate: si adatta perfettamente, alle dichiarazioni rese da Gulliksen nel gennaio del 1937.

A questo punto sorge ormai un’altra questione: cosa c’era di interessante a Linköping, oltre all’aeroporto? Perché Gulliksen citò Linköping?

Nuova sorpresa e nuovo colpo di scena: Linköping voleva dire, dal 1921 e nel 1935, un’industria aeronautica svedese… che parlava tedesco; strettamente collegata proprio con la Germania dal 1921 al 1941, l’industria aeronautica svedese aveva infatti fortissimi contatti e delle relazioni dirette con l’industria aeronautica tedesca, nel 1921 come nel dicembre del 1935.

Non si tratta certo di un fatto casuale. Quando la Germania venne sconfitta alla fine della prima guerra mondiale, le clausole del Trattato di Versailles del 1919 che la repubblica di Weimar fu costretta a firmare, escludevano tra l’altro esplicitamente che la Germania potesse possedere un’aeronautica militare e fosse autorizzata a produrre aerei con caratteristiche militari: proprio per aggirare tale ostacolo, le autorità tedesche utilizzarono quindi alcune vie di fuga creative, a partire da quella svedese.

La prima industria aeronautica svedese, la Svenska Aero, era stata infatti fondata nel 1921 dal tedesco/svedese Carl Clemens Bucker a Lindingo (vicino a Stoccolma) e aveva come progettista Sven Blomberg, lavorando all’inizio solo con brevetti tedeschi e concessioni tedesche, più specificamente dell’Heinkel e della Caspar-Werke; anche la società Asja, fondata nel 1930 ma con sede questa volta a Linköping, ebbe tra le sue file il duo Bucker e Blomberg.

Interessante la storia di Carl Clemens Bucker. Nato in Germania (non in Svezia…) nel 1895, ex cadetto della marina imperiale nel 1912, nel 1915 iniziò corsi di volo e venne promosso come luogotenente della marina tedesca alla fine dello stesso anno; nel 1918 egli testò i nuovi aeroplani specializzati nei voli su mare fino alla fine della prima guerra mondiale, mentre nel 1920 si trasferì in Svezia e lavorò per la marina svedese, diventando nel 1921 cittadino svedese, oltre che pilota di aerei per la marina svedese. Egli fondò quindi la Svenska Aero e, dal 1922 al 1928, l’azienda in oggetto lavorò su licenza per la costruzione di aerei per conto della Heinkel, mentre Bucker solo nel 1927 iniziò a progettare e costruire aerei propri, in particolare idrovolanti; nel 1932 egli venne decorato con la medaglia reale per meriti per l’industria aereonautica svedese e quasi subito dopo vendette l’azienda, che divenne la Asja e successivamente, nel 1938, la SAAB.

Bucker tornò quindi in Germania dove nel 1933 e sotto il regime nazista, fondò la Bucker Aircraft GmbH a Berlino, azienda specializzata nella produzione di aerei scuola e sportivi, ma nel 1935 a Linköping rimaneva in ogni caso sempre Sven Blomberg, capace di avere preziosi contatti sul posto utilizzabili in caso di bisogno dalle autorità tedesche.

Sempre a Linköping, tra l’altro, aveva grandi interessi e proprietà la potentissima famiglia svedese dei Wallenberg, la quale negli anni Trenta aveva al suo interno un esponente autorevole come Jacob Wallenberg: un ricco magnate che, secondo l’insospettabile Congresso Mondiale Ebreo, collaborò a lungo attraverso le sue banche proprio con i nazisti[6].

Pertanto negli anni Trenta una sezione molto significativa (seppur non certo la globalità) della potente dinastia dei Wallenberg aveva come minimo delle solide relazioni con I gerarchi politici e il gotha finanziario hitleriano, in una situazione complessa che in parte ricorda quella descritta dall’autore svedese Stieg Larsson, nel suo celebre giallo “Uomini che odiano le donne”.

Un’altra piccola e forse insignificante coincidenza: la ditta svedese Bofors acquistò a un certo punto l’Asja e tale operazione avvenne guarda caso nel gennaio del 1937, ossia proprio nel mese in cui a Mosca si tenne il secondo processo con imputati e testimoni Pjatakov e Radek, tra gli altri.

Una coincidenza forse non proprio piccola né fortuita, visto che la Bofors, una delle principali multinazionali svedesi nel campo degli armamenti, era interessata fin dal 1934 alla fusione (anche con l’interessamento della banca Stockholm Enskilda Bank, gestita allora da Jacob Wallenberg) con la sopracitata Asja; e come il settore aereonautico svedese del tempo, anche la Bofors costituiva del resto un’azienda ad alta influenza nazista dopo il marzo del 1933, avendo degli azionisti di riferimento e dei proprietari di carattere molto particolare[7].

Ancora una volta torna in gioco la “connessione tedesca”.

A partire dal 1921, una quota importante della Bofors era stata infatti acquistata dalla Krupp tedesca, divenuta famosa a sua volta anche per i suoi finanziamenti a favore di Hitler fin dalla metà degli anni Venti; e dopo il 1934, anche per aggirare le nuove leggi svedesi, la compartecipazione della Krupp nella Bofors almeno in parte era stata ceduta ad un altro grande capitalista svedese, Axel Wenner-Gren.

Si trattava forse di un ricco borghese di sicura fede antifascista? Sicuramente no, visto che Wenner-Gren prese più volte posizione a favore di un accordo tra la Germania nazista e le democrazie occidentali in funzione antisovietica, arrivando fino al punto di incontrarsi più volte a cavallo degli anni Trenta con il famigerato gerarca nazista H. Goehring e a essere, come minimo, in buoni rapporti anche con Benito Mussolini[8].

Esaminando la potente Bofors, oltre a Jacob Wallenberg e alla sua grande banca, per non parlare poi di Wenner-Gren, siamo pertanto in presenza di una fitta rete di miliardari, banche e multinazionali svedesi che negli anni Trenta avevano forti interessi rispetto a Linköping e al settore dell’aeronautica di Linköping, oltre ad avere costruito a partire dal 1933 come minimo delle buone relazioni con il regime nazista, con Hitler e i suoi gerarchi.

La “neutrale” Svezia degli anni Trenta costituiva pertanto un paese assai contradditorio, nel quale da un lato si erano formati dal 1932 dei governi socialdemocratici che, con la breve eccezione del giugno-settembre 1936, avrebbero guidato quasi ininterrottamente la Svezia in quel decennio turbolento, ma in cui allo stesso tempo Walter Sommerlath, marito della regina svedese del tempo, si era iscritto al partito nazista già nel 1934; nella stessa famiglia Wallenberg di quel periodo esisteva e operava una figura come Raoul Wallenberg, certamente antifascista e molto probabilmente legato all’apparato statale degli USA, ma anche il sopracitato Jacob Wallenberg che ebbe il dubbio “onore” di vedersi assegnare dal regime nazista, nell’ottobre del 1941 e durante la seconda guerra mondiale, un’alta onorificenza proprio per i “servizi” da lui resi in precedenza alle orrende belve hitleriane[9].

Avvocato del diavolo: “d’accordo: nella famiglia Wallenberg esistevano negli anni Trenta dei simpatizzanti nazisti e a Linköping, sede nel 1935 di industrie aeronautiche oltre che di un aeroporto, tali aziende risultavano in stretti legami con la Germania. Ma quale connessione poteva mai esistere, tra tali fatti e il presunto volo di Pjatakov?”

Semplice. Proprio attraverso le aziende aeree svedesi di Linköping legate alla Germania, sul piano logistico/materiale risultava sicuramente alla portata dei nazisti di Berlino far comunicare a Gulliksen (o a un suo assistente) da un loro “amico” e uomo di fiducia collocato a Linköping, diciamo ad esempio il giorno prima del volo di Pjatakov, che il giorno dopo sarebbe probabilmente arrivato a Kjeller un velivolo proveniente da Linköping con dei passeggeri tedeschi che, partendo dalla Svezia, dovevano fermarsi brevemente in Norvegia per motivi d’affari e per poche (e innocue) ore.

Massima semplicità, massima efficacia: le autorità di Kjeller sarebbero state a conoscenza solo di un volo proveniente dalla pacifica e confinante Svezia, non dalla già temuta Germania nazista del dicembre 1935, con passeggeri tedeschi e muniti di regolare passaporto tedesco, che comunque Gulliksen avrebbe ritenuto fossero realmente arrivati da Linköping.

Il fatto che l’aereo fosse poi di nazionalità tedesca e guidato da un pilota tedesco non avrebbe certo sorpreso né incuriosito le autorità aereoportuali di Kjeller, vista la comunicazione giunta da Linköping: e del resto anche le aziende aereonautiche norvegesi, come quelle svedesi, allora producevano velivoli principalmente attraverso brevetti stranieri, ivi compresi ovviamente quelli della Germania, senza poi contare gli aerei acquistati direttamente da aziende tedesche dal governo di Oslo, come nel caso del sopracitato Messerschmitt BF 108.

Non risulta pertanto casuale che il reticente Gulliksen abbia nominato proprio Linköping, e non ad esempio Stoccolma, come presunta base di partenza del misterioso velivolo del dicembre del 1935; furono Gulliksen e i suoi superiori, e non certo Stalin oppure la NKVD, che parlarono di Linköping; fu proprio Gulliksen a pronunciare il nome della città svedese, non certo le autorità sovietiche.

Tornando invece alle dichiarazioni di Gulliksen, un’ulteriore anomalia nella sua testimonianza è il fatto che quest’ultimo non rilevò il dato banale per cui la città di Linköping era collocata in Svezia, e non in Norvegia: in qualità di norvegese e di direttore di un aeroporto norvegese, Gulliksen non poteva assolutamente non sapere questo banale, ma importante dato di fatto.

Avvocato del diavolo: “perché doveva notarlo e sottolinearlo, se si trattava di una dichiarazione resa a un giornale norvegese?”

Visto il clamore suscitato in tutto il mondo dal processo di Mosca del gennaio 1937, non risultava certo una dichiarazione resa solo ai giornali norvegesi, ma con il loro tramite invece si era in presenza di un’informazione indirizzata ai mezzi di comunicazione di tutto il mondo: e Gulliksen, proprio perché norvegese, sapeva benissimo che il suo paese era suo malgrado nell’occhio del ciclone, sia per avere ospitato Trotskij per circa due anni che soprattutto per il reale/presunto volo di Pjatakov.

Se non ci fosse stato una precisa e intenzionale reticenza da parte di Gulliksen a fine gennaio del 1937, non ci sarebbe stato alcun problema da parte sua ad aggiungere alla sua dichiarazione una sola, semplice e breve parola dopo Linköping, e cioè…”Svezia”?

Siamo quindi in presenza di un nuovo “buco nero”, anche se di minore importanza.

Sia Gulliksen che i suoi superiori sapevano benissimo che in quel periodo le domande, sia dei giornalisti norvegesi che di buona parte del mondo, erano rivolte ad appurare proprio se fossero giunti aerei dall’estero nel dicembre 1935, con ovvie ricadute sulla credibilità della testimonianza resa da Pjatakov a Mosca rispetto al suo viaggio (presunto/reale) in Norvegia: e, guarda caso, il direttore dell’aeroporto di Kjeller omise di pronunciare la parola “Svezia”, “Linköping posta in Svezia”, o termini affini.

Se si vuole una controprova di tale tesi, basta ricordare che Gulliksen nella sua deposizione sottolineò invece che l’aereo in via di esame era di nazionalità norvegese, e quindi non un velivolo straniero: consentendo pertanto ai giornali norvegesi e di mezzo mondo, oltre che a Trotskij, di evidenziare come nessun aeroplano straniero fosse pervenuto in Norvegia/a Kjeller nel dicembre del 1935, giocando sulla facile confusione tra aereo straniero e aereo proveniente dall’estero.

Un abile lavoro da illusionisti, in cui si concentra di solito l’attenzione dello spettatore su un dettaglio irrilevante per riuscire a effettuare con successo il trucco programmato e voluto in anticipo, contro i giudici-lettori del 1937/2016 nel caso specifico; invece, e proprio per smascherare gli “illusionisti”, abbiamo già notato come in merito alla questione dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov nulla cambia in base alla nazionalità (norvegese o straniera) dell’aereo pervenuto a Kjeller, mentre conta solo se esso sia (o non sia) giunto realmente dal di fuori del territorio norvegese, dall’estero e da un paese straniero rispetto alla Norvegia.

Avvocato del diavolo: “resta comunque sempre la parola di Gulliksen, sul velivolo norvegese e sulla mancanza di passeggeri a bordo dell’aereo”.

Come si fa a non credere subito a un testimone così integerrimo, a un vero e proprio “uomo d’onore”, degno erede della tragedia di Shakespeare, come il (militare) direttore dell’aeroporto di Kjeller, T.G. Gulliksen? Siamo infatti in presenza di un testimone che ci dice tutto del volo (inglese, con il signor Robertson, ecc.) e dell’aereo straniero arrivato a Kjeller il 19 settembre 1935, ma che invece sull’aereo atterrato nel dicembre del 1935 non vuole neanche fornire i dati essenziali del suo giorno di arrivo, del modello di aereo e del pilota del velivolo.

Gulliksen risulta quindi a tutti gli effetti un “testimone reticente”, anzi assolutamente subdolo e reticente, e pertanto privo di credibilità quando ci fornisce invece l’informazione che “non c’erano passeggeri sull’aereo arrivati a Kjeller nel dicembre” del 1935: anche perché, tra l’altro, si “dimentica” di informarci sul fatto se egli fosse presente di persona al momento dell’atterraggio a dicembre del misterioso velivolo, o se viceversa il “controllo” sull’aereo proveniente da Linköping fosse stato effettuato da un suo subordinato/dai suoi subordinati, operanti all’aeroporto di Kjeller.

Gulliksen non ci indica inoltre neanche se l’aereo norvegese atterrato a Kjeller fosse di natura civile o militare: si, perché proprio a Kjeller sussisteva e operava nel 1935 una base aerea militare, dell’aeronautica militare norvegese. Controlli pure, signor avvocato del diavolo, su Internet alla voce “Kjeller Airplane”, specialmente rispetto alla notizia per cui nel 1935 sussisteva accanto all’aeroporto una piccola fabbrica aeronautica, che produceva aerei militari per le forze armate norvegesi.

Lo stesso Gulliksen risultava infine un militare nel 1935, e più precisamente un maggiore delle forze armate norvegesi: i militari risultavano pertanto “di casa” a Kjeller anche nel dicembre del 1935, ma persino in merito a questo piccolo “dettaglio”, da Gulliksen non veniamo a sapere niente.

Avvocato del diavolo: “ma proprio perché Gulliksen risultava un militare, egli poteva non aver fornito le normali informazioni sul volo del dicembre del 1935 perché esso risultava un volo militare e segreto, proveniente da Linköping”.

Ammettiamo per un istante, per amore di discussione, che Gulliksen dicesse il vero su Linköping e che il volo del dicembre fosse destinato a uno scopo militare segreto.

Ma in che senso, segreto?

La Norvegia non era in guerra ma invece in stato di pace, nel dicembre del 1935.

Non solo: stando a Gulliksen, tale velivolo “segreto” veniva da Linköping, Svezia. Quindi si tratterebbe di un presunto volo segreto, di un presunto segreto che la Norvegia avrebbe condiviso per forza di cose con la Svezia e gli operatori aeroportuali di Linköping: e una notizia confidenziale condivisa tra due nazioni indipendenti non risulta certo un gran segreto, soprattutto in tempo di pace.

Gulliksen rese inoltre la sua testimonianza per via telefonica al quotidiano laburista di Oslo alla fine di gennaio del 1937, quindi ben tredici mesi dopo il presunto “volo segreto” del dicembre del 1935: ormai ne era passato di tempo e di acqua sotto i ponti, anche per il presunto “segreto” della fine del 1935.

Infine, ma non certo per importanza, almeno la data di arrivo dell’aereo “proveniente da Linköping” – secondo Gulliksen, certo – non costituiva in alcun modo un’informazione vitale per lo stato norvegese, mentre invece per il suo governo – e per lo stesso Gulliksen – nel gennaio del 1937 rappresentava un fenomeno come minimo importante, sul piano politico e propagandistico, smentire Pjatakov e la sua testimonianza rispetto al volo in Norvegia, sia per non passare per fessi (“Pjatakov arriva in incognito in Norvegia, e noi non ci accorgiamo di niente”) che per demolire le accuse sovietiche sull’argomento.

Motivi fortissimi, quindi: eppure Gulliksen non ci informò neanche su quella specifica e concreta data di arrivo dell’aereo in via di esame che, se fosse stata realmente diversa dal 12 o 13 dicembre del 1935 (ad esempio: 24 dicembre e vigilia di Natale del 1935, 1 dicembre del 1935, ecc.), avrebbe demolito la veridicità della testimonianza di Pjatakov sul tema in oggetto. Niente di tutto questo, anzi solo un muro di silenzio, da parte di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “tutto molto interessante, ma l’onere della prova sul viaggio clandestino di Pjatakov rimane a carico dell’accusa: per ora sussiste solo la prova che il volo ci possa essere stato, oltre che i mezzi e opportunità per il viaggio fossero potenzialmente disponibili, ma non ancora la prova che esso si sia verificato realmente”.

L’onere della prova rimane sicuramente a nostro carico, ma va tenuto innanzitutto presente che se il tema dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov era la roccaforte tradizionale della “seconda versione”, tale dogma infondato risulta ormai demolito per sempre e proprio attraverso una certa fonte di prove quale la deposizione di Gulliksen.

Già questo elemento avrebbe potuto essere sufficiente, ma in senso positivo e come ulteriori indizi abbiamo già acquisito i seguenti fatti:

  • realmente un aereo volava nei cieli norvegesi e atterrava a Kjeller, nel dicembre 1935;
  • un velivolo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nei mesi invernali del 1935;
  • l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero;
  • prendendo in esame il periodo compreso tra il 18 settembre del 1935 (“il signor Robertson…”) e il 30 aprile del 1936, in più di sette mesi uno dei rarissimi aerei giunti dall’estero a Kjeller era arrivato proprio nel dicembre 1935, e non nel novembre del 1935, oppure nel gennaio del 1936, nel febbraio del 1936, nel marzo del 1936 ecc.;
  • il volo dell’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 non ha alcuno scopo anche solo minimamente credibile, proprio stando alla deposizione di Gulliksen sulla “assenza di passeggeri” a bordo di esso;
  • Gulliksen risulta come minimo un “testimone reticente” su molte questioni, a partire proprio dalla data precisa di atterraggio del misterioso aereo giunto a Kjeller dall’estero.

Abbiamo quindi a disposizione molti indizi sicuri e concordanti, tanto che risulta facile a questo punto comprendere quale informazione possa fornirci una prova ancora più decisiva su questo campo d’analisi rispetto al volo di Pjatakov: e cioè conoscere il giorno esatto dell’arrivo dell’aeroplano “norvegese” arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935.

Risulta infatti che Pjatakov arrivò sicuramente in missione ufficiale a Berlino il 10 o 11 dicembre del 1935, e che il suo volo reale/presunto sia avvenuto (o sia stato inventato da Stalin e dalla NKVD) il 12 dicembre, oppure il 13 dicembre.

Dodici dicembre, oppure tredici dicembre.

Se dai registri dell’aeroporto di Kjeller risultasse che l’aereo “norvegese” fosse arrivato a Kjeller proprio il 12 o il 13 dicembre del 1935, avremmo pertanto sull’esistenza del volo di Pjatakov una particolare e indiscutibile “pistola fumante”: pertanto abbiamo rivolto alcune semplici domande alla Direzione Generale dell’Aeroporto di Kjeller, chiedendole essenzialmente se esistevano ancora i tabulati ufficiali sugli arrivi degli aerei a Kjeller nel dicembre del 1935 e, in caso positivo, quale fosse stato il giorno e l’ora dell’arrivo dell’unico velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

La risposta è stata la seguente: con email del 25 febbraio 2014, il direttore generale dell’aeroporto rispondeva che non sono conservati i registri dei voli degli anni Trenta e del 1935. Non contenti di tale verifica, abbiamo reiterato la nostra domanda in data 23 febbraio 2015 ma la risposta questa volta non c’è stata, non ci è mai pervenuta.

Rispetto all’aeroporto di Linköping, abbiamo chiesto a sua volta alla Direzione Generale se fossero ancora conservati i registri: la risposta da noi ricevuta, in data 16 settembre 2013, è stata che non si sono conservati i registri dell’epoca e a questo punto abbiamo dovuto, per sfortuna dei giudici-lettori, continuare il nostro scritto ancora per qualche paginetta.

Avvocato del diavolo: “Linköping, l’unico aeroplano atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ecc.: sono forse notizie interessanti. Ma allora come spiegate che proprio l’intelligente e astuto (per vostra stessa ammissione) Trotskij e il suo avvocato Goldman citarono loro stessi, durante le sessioni della commissione Dewey, “Linköping” e “l’unico aereo”? Non era forse un fatto controproducente per la loro causa, come avete mostrato voi stessi, e soprattutto non potevano sorgere dei dubbi in proposito ai giudici/giurati della commissione Dewey del tipo: “mi scusi, signor Trotskij, ma Linköping non è in Svezia?” Non potevano poi sorgere sospetti in proposito almeno ai giornalisti oppure agli osservatori che assistevano alle sedute della commissione Dewey, ivi compresa la sesta?”

Il punto fondamentale è che sia Albert Goldman, un avvocato di fede trotzkista, che il suo assistito Trotskij citarono in modo volutamente fraudolento il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Nuovo colpo di scena: Goldman e Trotskij non citarono, durante la sopracitata sesta sessione, la parte dell’articolo del giornale Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 quando esso parlava di “Linköping” e del “solo” aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre del 1935”; Goldman e Trotskij in pratica mutilarono e censurarono volutamente l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937, nel punto in cui esso descriveva le parole (telefoniche) di Gulliksen su “Linköping”, durante la sesta sessione della commissione Dewey e quando essi avevano di fronte dei possibili (o reali) antagonisti.

Proprio nel corso della sesta sessione della commissione Dewey, venne da essi volutamente tagliato e non citato, tra le altre omissioni, soprattutto il pezzo dell’Arbeiderbladet su “Linköping”, quando Trotskij e Goldman avevano di fronte i giudici di quest’ultima (specialmente l’ostile C. Beals) e quando era possibile un contradditorio; quando era quindi possibile che un giurato della commissione (Beals, ad esempio) chiedesse semplicemente “ma Linköping non è in Svezia?”, o “ma non è strano che l’unico velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 venisse dall’estero?”

Trotskij invece citò correttamente, per intero e in modo esatto, e quindi con Linköping, il pezzo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 solo quando egli tenne il suo discorso conclusivo alla tredicesima sessione: un’arringa finale che avveniva senza possibili contradditori e possibili domande imbarazzanti da parte dei membri della commissione Dewey, oltre che al termine di un suo lungo intervento di alcune ore nel quale il riferimento a “Linköping” sarebbe andato inevitabilmente sommerso, dimenticato e perso nel nulla (almeno fino ad ora, certo, perlomeno fino al 2016), con i verbali del controprocesso Dewey che vennero inoltre pubblicati solo nell’agosto del 1937, a circa quattro mesi di distanza dalla conclusione del particolare procedimento giudiziario tenutosi in Messico alla presenza di Trotskij[10].

Siamo quindi in presenza di un taglio e di una censura di matrice trotzkista rispetto all’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio del 1937: un brutto colpo, per le teorie che negano l’esistenza del volo di Pjatakov.

Forse non ci credete, giudici-lettori? Bene, allora giudicate con i vostri occhi leggendo in prima battuta l’intero e completo articolo dell’Arbeiderbladet, riferito correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione, e dopo invece analizzate il pezzo riportato (scorrettamente, in modo mutilato) dall’avvocato di Trotskij, Albert Goldman, alla sesta sessione (con contradditorio, possibili obiezioni, ecc.) della commissione Dewey.

Partiamo dal testo numero uno dell’Arbeiderbladet, quello riportato esattamente da Trotskij durante la tredicesima sessione e già esposto in precedenza.

“Pjatakov insistette nella sua confessione sul fatto che egli arrivò con un aereo in Norvegia e atterrò all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935. Il Commissariato russo agli affari esteri ha intrapreso un’indagine intesa a confermarlo. Le autorità aeroportuali di Kjeller hanno categoricamente escluso che alcun aereo straniero sia atterrato nel dicembre del 1935 mentre Konrad Knudsen, che ospitava Trotskij e membro dello Storting” (il parlamento norvegese) “ha rilasciato una dichiarazione per cui Trotskij non aveva ricevuto nessuna visita durante quel periodo”. “Un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, il signor Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”. [11]

Bene, ora invece leggiamo assieme il “testo numero due”, quello invece riportato in modo falso e mutilato da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

A un certo punto della sesta sessione Goldman, l’avvocato difensore di Trotskij, dichiarò: “C’è un articolo sull’Arbeiderbladet di Oslo del 29 gennaio del 1937, dove il direttore dell’aeroporto, Direttore Gulliksen, dice “Nessun aereo straniero a Kjeller”. Leggerò dall’Arbeiderbladet come segue:

“Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro doganale, che è tenuto giornalmente, prima di rendere questa informazione, e in risposta alle nostre domande ha aggiunto che non c’è dubbio che nessun aereo è potuto atterrare a Kjeller senza essere osservato”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”

“Il 19 settembre”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando un aereo straniero ad atterrò a Kjeller per la prima volta?”

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”

“Si”[12].

Tralasciando le diversità marginali (“registro doganale” contro “registro giornaliero”, ecc.), quale risulta la differenza principale tra i due testi, giudici-lettori?

Si, è proprio quella: Goldman (e Trotskij, il suo mandante) non citò la parte dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” che atterrò a Kjeller, “nel dicembre del 1935”.

L’articolo dell’Arbeiderbladet era lo stesso, nei due casi in esame; Goldman aveva in mano lo stesso articolo, poi riportato correttamente da Trotskij durante la tredicesima sessione: ma Goldman e Trotskij scelsero volutamente, coscientemente e in modo fraudolento di far sparire il pezzo dell’articolo riguardante “Linköping” e il “solo aereo” del “dicembre del 1935”.

Erano appena tre righe, quelle non citate da Goldman durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Erano tre righe che Goldman e Trotskij non potevano non aver letto, visto che furono loro stessi a portare la traduzione dell’articolo dell’Arbeiderbladet davanti alla commissione Dewey.

Erano appena tre righe la cui citazione, sul piano meramente tecnico, non portava via tempo prezioso a Goldman, né arrecavano fastidio e fatica mentale all’avvocato difensore di Trotskij: solo pochi secondi in più di lettura, al massimo.

Erano appena tre righe che in ogni caso costituivano il vero incipit, il vero inizio dell’articolo dell’Arbeiderbladet.

Erano appena tre righe che portavano con sé alcune informazioni importanti, almeno rispetto al volo di Pjatakov.

Erano appena tre righe che riguardavano direttamente proprio il volo di Pjatakov, quindi perfettamente in tema.

Eppure (fatto sicuro, indiscutibile) tali “tre righe” vennero volutamente e coscientemente censurate e tagliate da Goldman e dal suo difeso/mandante Trotskij, durante la sesta sessione.

Il perché? I giudici-lettori sicuramente avranno già saputo dare la risposta per conto loro: quelle “tre righe” contenevano troppe informazioni contro le tesi di Trotskij, contro le tesi negazioniste del volo di Pjatakov. Linköping e la città svedese Linköping, l’unico aereo atterrato a Kjeller “nel dicembre 1935”: troppe informazioni potenzialmente pericolose, per Trotskij e Goldman.

Meglio tagliare. Meglio censurare. Meglio evitare la citazione. Meglio mentire in modo abile ed elegante, tagliando un punto assai pericoloso (per Trotskij e la tesi negazionista del volo di Pjatakov) delle dichiarazioni di Gulliksen.

Avvocato del diavolo: “si tratta di un solo taglio e di una sola omissione, non sufficiente pertanto a giustificare la vostra tesi sulla malafede di Goldman e Trotskij”.

Invece possiamo subito evidenziare la seconda omissione e il secondo “taglio” operato da Goldman e Trotskij, in merito alla deposizione di Gulliksen: durante la sesta sessione, Goldman (e il suo assistito/mandante, Trotskij) non citò neanche il passo di Gulliksen in cui quest’ultimo notava che il velivolo atterrato a Kjeller nel settembre del 1935 “era un aereo inglese, SACSF, che proveniva da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”. Un pezzo anch’esso tagliato, anch’esso fatto scomparire dal duo Goldman/Trotskij durante la sesta sessione.

In sé stesse e da sole, quelle fornite da Gulliksen sull’aeroplano atterrato a Kjeller il 19 settembre del 1935 risultavano delle informazioni (“aereo inglese” del tipo “SACSF”, il pilota inglese “Robertson” con il quale Gulliksen “era in buoni rapporti”) assolutamente innocue e inoffensive per la tesi di Trotskij, finalizzata a negare l’esistenza del volo di Pjatakov: il problema era che se esse non fossero state prese isolatamente, ma invece messe in connessione con il – già di per sé strano – silenzio totale di Gulliksen sul tipo di velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che sull’identità del pilota del volo dicembrino, tali dati combinati tra loro avrebbero potuto forse rivelare a un membro della commissione Dewey (o a un osservatore/giornalista presente alle sue sessioni) le asimmetrie da noi già esposta in precedenza, tra le informazioni fornite con precisione da Gulliksen sul “19 settembre 1935” e sul “1 maggio del 1936” e quelle invece da lui taciute rispetto al volo del dicembre 1935.

Meglio tagliare, meglio manipolare il testo di Gulliksen anche sotto questo profilo: ma così facendo, involontariamente Trotskij e Goldman ci hanno procurato un altro indizio e prova indiretta contro la tesi “negazionista” in merito al volo clandestino di Pjatakov.

Non solo: dal resoconto di Goldman vennero tagliate anche le righe sul “visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”, nella frase di Gulliksen con la quale si parlava dell’impossibilità – reale – che un aereo atterrasse a Kjeller “senza essere osservato”. Il motivo di tale nuova omissione è stato da noi accennato in precedenza, parlando della data di arrivo del volo dicembrino a Kjeller e dell’abnorme silenzio di Gulliksen su di essa, anche dovuto e determinato dai possibili testimoni – “guardie” diurne e notturne incluse – sulla effettiva, e difficilmente occultabile presenza di un velivolo nell’aeroporto di Kjeller, nel dicembre del 1935 e soprattutto di giorno.

Giudici-lettori: “avevate in ogni caso parlato di otto “buchi neri di Gulliksen”, ma fino ad ora ci risulta che abbiate esposto solo sei anomalie e incongruenze…”.

Si, il settimo “buco nero”: ce ne eravamo quasi scordati.

Si tratta della forma particolare assunta dall’intervista rilasciata il 29 gennaio del 1937 da Gulliksen al quotidiano di Oslo Arbeiderbladet, visto che le dichiarazioni del maggiore T.G. Gulliksen al giornale laburista vennero infatti rese per via telefonica e non attraverso un contatto fisico, diretto e personale tra Gulliksen e il giornalista che lo intervistava. La comunicazione tra le parti avvenne attraverso l’uso del telefono: alla tredicesima sessione della commissione Dewey, infatti, venne citato l’articolo dell’Arbeiderbladet del 29 gennaio 1937 in cui si dichiarava testualmente che “il direttore Gulliksen confermò per telefono che nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre 1935…”.

“Per telefono”.

Strano, molto strano; ma per comprendere bene tale anomalia, analizziamo prima i dati di fatto che rendono a prima vista inspiegabile la “via telefonica” usata dal responsabile dell’aeroporto di Kjeller, per fornire la sua versione dei fatti rispetto al dicembre 1935.

Prima informazione sicura a nostra disposizione: il quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet decise di intervistare Gulliksen, a fine gennaio del 1937.

Secondo elemento indiscutibile: si trattava di un’ottima decisione dal punto di vista giornalistico e in grado di produrre quello che in gergo viene chiamato uno “scoop”, acquisendo nuove informazioni su un evento (il volo di Pjatakov, reale o presunto) che stava allora interessando l’opinione pubblica e i lettori, sia norvegesi che di buona parte del mondo.

Terzo dato di fatto: nel gennaio del 1937 il quotidiano Arbeiderbladet aveva sede a Oslo, e quindi con almeno alcuni giornalisti a sua disposizione nella capitale norvegese.

Quarto fatto indiscutibile: Gulliksen aveva acconsentito, ed era stato autorizzato dai suoi superiori, a rilasciare dichiarazioni in merito al dicembre 1935 al giornale Arbeiderbladet.

Quinto elemento sicuro: nel 1937 come nel 2016, Kjeller distava da Oslo solo venti chilometri. Anche nel freddo dicembre norvegese, servivano pertanto circa tre ore per andare e tornare da Kjeller partendo dalla capitale norvegese, usando l’auto o il treno: ricordiamo la stazione ferroviaria di LillestrØm, come si è già visto collocata a pochi chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

A questo punto sorge inevitabilmente una domanda molto semplice: per quale motivo il quotidiano Arbeiderbladet non mandò uno dei suoi giornalisti a Kjeller per intervistare di persona Gulliksen, e invece usò il mezzo telefonico per procurarsi lo scoop in questione?

Proponiamo alcune opzioni alternative ai nostri giudici-lettori:

  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano terrorizzati alla sola idea di incontrarsi personalmente con il maggiore Gulliksen, ritenuto evidentemente una sorta di pazzo sanguinario e quindi capace (ricordate il film “Il dottor Stranamore” di Kubrick?) di sequestrare il cronista tanto stupido da avvicinarsi alla sua augusta e bellicosa presenza;
  • tutti i giornalisti dell’Arbeiderbladet erano diventati molto pigri, alla fine di gennaio del 1937;
  • il direttore del tempo dell’Arbeiderbladet risultava un emerito taccagno, assolutamente incapace di concedere anche a un suo giornalista il rimborso spese per il lunghissimo e interminabile tragitto di ben venti chilometri da Oslo a Kjeller;
  • fu invece Gulliksen, e/o i suoi superiori, a imporre la via telefonica per la sua intervista al fine di meglio controllare le domande che gli sarebbero state poste dal quotidiano laburista, oltre che per evitare a priori qualunque “incontro ravvicinato del terzo tipo” tra un eventuale cronista giunto a Kjeller e il personale dell’aeroporto; potendo poi eventualmente smentire/correggere con più facilità il testo dell’intervista, nel caso in cui fossero sorti dei problemi (“il giornalista non ha ben compreso il senso delle mie affermazioni, date del resto per via telefonica”).

Se i giudici-lettori dovessero selezionare quest’ultima opzione, crediamo sia quasi inevitabile che essi si pongano anche la domanda successiva: e cioè quale fosse il motivo dell’evidente prudenza usata da Gulliksen e dai suoi superiori in merito all’intervista resa al quotidiano Arbeiderbladet, se il volo di Pjatakov non si fosse mai verificato nel dicembre del 1935 e se Gulliksen si trovasse pertanto in una botte di ferro, preventivamente al sicuro da qualsiasi possibile insidia.

La nostra risposta risulta fin troppo evidente, alla luce delle pagine precedenti e dei nostri “piccoli dubbi” sulla veridicità delle dichiarazioni rese da Gulliksen.

Vale inoltre la pena di notare, sempre rispetto all’intervista telefonica di Gulliksen, che anche il giornalista norvegese dell’Arbeiderbladet che fece le domande non chiese alcunché (o, in subordine non riferì nulla in proposito) sulla data di arrivo del misterioso aeroplano atterrato a Kjeller proveniente da Linköping nel dicembre del 1935. Una curiosità professionale pari quindi a zero su tale punto specifico da parte sua, oltre che a catena sul pilota/modello dell’aereo/scopo del volo dicembrino del 1935; e di conseguenza una ulteriore nota dissonante, che va collegata subito con la strana forma (telefonica)  di intervista accettata guarda caso dal quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet, guarda caso uno dei principali giornali posseduti dal partito laburista al potere nel gennaio del 1937, ossia di una formazione politica assolutamente interessata a negare in ogni caso l’esistenza del volo di Pjatakov.

Giudici-lettori: “e l’ottavo “buco nero” di Gulliksen, dell’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller?”

Semplice: Gulliksen non fornì neanche la data di ripartenza da Kjeller del misterioso velivolo “norvegese” che, a suo dire, era arrivato dalla città svedese di Linkoping nell’aeroporto da lui diretto nel dicembre del 1935.

In altri termini, egli non riportò neanche la semplice informazione rispetto al momento in cui l’aereo in esame lasciò Kjeller, rilevando ad esempio che “l’aereo arrivato da Linkoping rimase nell’aeroporto di Kjeller per poche ore”, o per un giorno, oppure per due, o tre, quattro o più giorni, e “ripartì da Kjeller in data 1 dicembre 1935”, o il 3 dicembre, o il 7 dicembre o il 31 dicembre del 1935, sempre a titolo di esempio.

Oltre a comprovare ulteriormente il carattere estremamente e volutamente vago delle informazioni fornite da Gulliksen sull’aereo misterioso arrivato (dall’estero) a Kjeller nel dicembre del 1935, l’ottavo “buco nero” di Gulliksen risulta interessante perché proprio non fornendo la data di partenza di tale velivolo dal suo aeroporto, quest’ultimo si auto-impedì di fornire un’altra prova devastante contro Stalin e la deposizione resa da Pjatakov nel gennaio del 1937, sempre se realmente nell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non vi fosse stato a bordo Pjatakov.

Ipotizziamo infatti per un attimo che Pjatakov non fosse mai salito e sceso dall’apparecchio giunto a Kjeller nel dicembre del 1935, e diamo per scontato e sicuro che Gulliksen e il governo norvegese fossero assolutamente interessati, sia per evidenti ragioni politiche che per affermare il vero, a demolire la tesi opposta di Pjatakov/Stalin sull’esistenza del volo da Berlino a Kjeller, con il relativo ritorno e con la derivante ripartenza (inevitabile e necessaria) dell’aereo da Kjeller in direzione della Germania.

Dati questi due assiomi e ipotizzando per un istante l’inesistenza dell’arrivo/partenza di Pjatakov a/da Kjeller, sorge subito immediata la domanda sulle ragioni per cui Gulliksen e il governo norvegese non fornirono neanche la data di partenza da Kjeller del misterioso velivolo giunto dall’estero in Norvegia, nel dicembre 1935.

A Gulliksen bastava ad esempio affermare: “l’aereo giunto da Linkoping a Kjeller ripartì dal mio aeroporto in data 1 dicembre 1935”, sempre ipotizzando che tale fosse la realtà. Con questa sua semplice dichiarazione, le testimonianze rese da Pjatakov venivano infatti demolite alla radice e in modo preventivo, visto che prima del 10 dicembre Pjatakov non si trovava a Berlino ma viceversa era ancora in Unione Sovietica, posto e nazione dal quale risultava assolutamente impensabile che Pjatakov potesse organizzare (e tanto meno organizzare senza essere subito scoperto dall’NKVD stalinista) il suo volo segreto, con evidenti finalità antistaliniste; una data, quella del primo dicembre 1935, che tra l’altro risultava in stridente e clamorosa contraddizione con le dichiarazioni rese proprio da Pjatakov al processo di Mosca del 1937, e che indicavano invece il 12 o 13 dicembre come giorno del suo volo/colloquio segreto con Trotskij.

Proseguendo con il metodo dell’esclusione dei giorni di partenza, per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller dell’aereo in oggetto era avvenuta in una data compresa tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935? Anche nel caso di una reale ripartenza da Kjeller dell’aereo in via d’esame in una delle date comprese tra il 2 dicembre e il 10 dicembre del 1935, valevano le identiche (e positive, per Gulliksen e il governo norvegese) ragioni esposte poco sopra, con la sola aggiunta che il 10 dicembre Pjatakov era appena giunto a Berlino e risultava quindi impossibilitato, per forza di cosa, a partire per Kjeller.

Proseguiamo: per quale motivo Gulliksen non affermò che l’allontanamento da Kjeller del velivolo in oggetto fosse avvenuto in una data compresa tra il 15 e il 31 dicembre del 1935?

Sempre ipotizzando che la ripartenza dell’aereo fosse avvenuta realmente in una di queste date, ossia in uno dei giorni compresi tra il 15 e il 31 dicembre del 1935, la semplice esposizione di tale dato di fatto (“la ripartenza dell’aeroplano in oggetto è avvenuta il 31 dicembre 1935”, ad esempio) demoliva alla radice proprio la ricostruzione temporale degli eventi effettuata da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937, in base alla quale – come abbiamo sottolineato più volte – le date del volo risultavano essere il 12, o al massimo il 13 dicembre del 1935.

Niente di tutto ciò, rispetto ai tre periodi temporali presi in esame.

Risulta evidente che la sola e unica ragione per cui Gulliksen e il governo norvegese non comunicarono la data della ripartenza del volo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 era che fornire tale informazione andava contro i loro interessi, finalizzati ovviamente a demolire la veridicità del volo di Pjatakov: e tutto ciò per il semplice motivo che l’allontanamento dell’aereo era avvenuto realmente e concretamente o il 12 o il 13 dicembre 1935, e cioè proprio nei giorni indicati dalla testimonianza resa da Pjatakov durante il processo di Mosca del gennaio 1937 (il criterio proposto vale ovviamente anche per le date di arrivo del velivolo misterioso a Kjeller…).

Avvocato del diavolo: “vi siete dimenticati la possibilità che l’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 non fosse invece ripartito – per motivi logistici o di altra natura – dall’aeroporto norvegese, rimanendo invece per tutto il mese di dicembre in uno dei suoi hangar e spazi coperti”.

Meglio ancora, per Gulliksen e il governo norvegese!

Ipotizziamo infatti per un attimo che tale tesi sia vera: in questo caso, Gulliksen avrebbe potuto dichiarare trionfalmente che “l’aereo arrivato da Linköping a Kjeller rimase nell’aeroporto da me diretto, per tutti i giorni restanti di dicembre”.

Gulliksen e il governo norvegese avrebbero subito ottenuto, in tal modo, che qualunque persona dotata di un minimo di intelligenza si sarebbe chiesta: “ma allora Pjatakov come avrebbe potuto tornare a Berlino, sempre ammesso che il suo volo fosse una realtà: con l’autostop? Attraversando forse a nuoto, nel freddo dicembre del 1935, il mare che separava la Norvegia dalla Germania?”

La tesi “dell’aereo mai ripartito” avrebbe quindi giocato, se fosse stata vera, solo a favore e a vantaggio di Gulliksen e del governo norvegese, e viceversa contro le tesi di Pjatakov e del regime stalinista.

Giudici-lettori: “ma allora per quale motivo Gulliksen e il governo norvegese non s’inventarono una data fittizia, per la ripartenza dell’aereo da Kjeller?”

Valgono, in questo caso specifico, gli stessi motivi che non permisero la manipolazione della data di arrivo del velivolo a Kjeller e che sono stati evidenziati in precedenza.

Il carattere inevitabilmente ingombrante di un aereo; sommato alla singolare presenza fisica di un solo e un unico aeroplano a Kjeller nel dicembre del 1935, secondo le stesse dichiarazioni dello stesso Gulliksen; sommato alla presenza inevitabile di meccanici, manovali e controllori di volo a Kjeller, nel dicembre in oggetto; tali fattori, combinati tra loro, sconsigliavano e rendevano troppo pericolosa per Gulliksen e il governo norvegese l’eventuale invenzione di una finta data di ripartenza (come di arrivo, certo) per il velivolo in esame, a distanza di soli tredici mesi dal dicembre del 1935 e cioè nel gennaio del 1937, quando Pjatakov effettuò le sue esplosive dichiarazioni al processo di Mosca che lo vedeva alla sbarra con Radek e altri quindici imputati.

L’unica soluzione alternativa possibile, per Gulliksen e il governo norvegese, risultava pertanto quella della reticenza e del non dichiarare la data di arrivo e di partenza del volo in oggetto, oltre che nel non indicare la tipologia dell’aereo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 e l’identità dei suoi piloti; troppi meccanici, manovali e controllori di volo erano impegnati all’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, troppi potenziali testimoni e troppe bocche potevano pertanto ricordare e parlare rispetto all’unico, al solo, al solitario e quindi facilmente ricordabile aeroplano giunto a Kjeller nel dicembre del 1935.

E’ appena il caso di rilevare, infine, come il super-reticente Gulliksen non abbia comunicato neanche l’eventuale destinazione dell’aereo giunto a Kjeller, una volta che esso fosse eventualmente ripartito dall’aeroporto norvegese: esso era forse diretto a Linkoping, ritornando nella sua presunta base di partenza svedese? Mistero…

Oppure il misterioso velivolo giunto a Kjeller da Linkoping aveva un’altra destinazione, ad esempio… Berlino? Mistero.

In estrema sintesi, il supertestimone Gulliksen non ci ha fornito quasi nessuna informazione sul solitario velivolo arrivato a Kjeller, se non (bontà sua…) che esso era arrivato nel dicembre del 1935, era norvegese e “non conteneva passeggeri”: la sua evidente reticenza si coniuga inoltre con il suo tentativo di rendere innocuo e neutralizzare il fatto plateale (e che non poteva negare, per la presenza di meccanici, guardie, operai addetti al rifornimento di carburante e alla pulizia dell’aeroporto, controllori di volo, ecc.) per cui un solo aereo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 ed esso proveniva dall’estero, non dal suolo norvegese.

Un ulteriore elemento di prova, oltre che di verifica incrociata della nostra tesi, arriva adottando il già accennato criterio del “cui prodest” e degli interessi in gioco.

Sotto questo aspetto risulta subito chiaro che Gulliksen aveva tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio in Norvegia e a Kjeller di Pjatakov, per evidenti motivi personali e politici (“è arrivato Pjatakov a Kjeller in incognito e con una falsa identità, e non me ne sono neanche accorto: sia come norvegese che in qualità di direttore dell’aeroporto, ci faccio proprio una bella figura di malta”).

Risulta altresì evidente che allo stesso tempo anche il governo e gli apparati statali norvegesi avevano a loro volta tutto l’interesse a negare, comunque e in ogni caso, l’esistenza del volo e dell’atterraggio di Pjatakov a Kjeller e sul suolo norvegese, per pesanti ed evidenti motivi politici. “È arrivato Pjatakov a Kjeller, in incognito e sotto una falsa identità, e non ce ne siamo neanche accorti: facciamo proprio una bella figura e per di più nei confronti dell’odioso regime stalinista, oltre che rispetto a tutto il mondo”.

Ora, solo la combinazione tra questi interessi concreti e l’arrivo reale di un velivolo giunto dall’estero a Kjeller proprio il 12 o 13 dicembre del 1935 può spiegare il fatto veritiero, ma incredibile, per cui nella sua dichiarazione di fine gennaio 1937 Gulliksen non abbia fornito tali informazioni, in tutti gli altri casi utili e favorevoli alla sua causa (e del governo di Oslo), sulla data di arrivo del misterioso aereo giunto a dicembre nell’aeroporto di Kjeller.

Se tale velivolo non fosse arrivato il 12 o 13 dicembre del 1935 a Kjeller, Gulliksen e le autorità norvegesi avevano tutto l’interesse a informare il mondo intero almeno e come minimo della data dell’atterraggio, del giorno di atterraggio dell’aereo “giunto da Linköping”, anche solo per evitare malintesi; ma invece non lo fecero, fatto altrettanto sicuro. La conseguenza inevitabile, qualunque giudice-lettore può trarla da solo.

Giudici-lettori: “e se l’aeroplano fosse invece realmente partito da Linköping, con Pjatakov a bordo e arrivando da Berlino?”

Si tratta di un’ipotesi che ovviamente non inficia in alcun modo il nostro ragionamento sulla reale esistenza del viaggio di Pjatakov, ma la troviamo tuttavia molto meno probabile perché innanzitutto essa avrebbe allungato di almeno tre ore il viaggio da Berlino. Linköping si colloca infatti ad est di Kjeller e dista da quest’ultima circa 300 chilometri, da moltiplicare poi per due (= 600 chilometri), più il tempo necessario per l’atterraggio, le pratiche doganali e il decollo; in secondo luogo tale eventuale scelta avrebbe comportato il raddoppio dei possibili testimoni e dei possibili controlli aeroportuali e sarebbe andata quindi a sfavore della segretezza del viaggio con un falso passaporto, quindi già di per sé rischioso, di Pjatakov in terra norvegese.

L’ultimo elemento di prova è rappresentato dalle “cinque coincidenze” sopracitate, che avevamo lasciato momentaneamente da parte e che a questo punto vanno riutilizzate, collegandole e mettendole in contatto con gli indizi finora raccolti.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava aperta e funzionante nel dicembre del 1935 anche secondo Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935 partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta a Kjeller per tutto il mese di dicembre del 1935: e per giunta, tale velivolo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando perlomeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè dal giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, pochissimi e rarissimi aerei atterrarono all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per almeno duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dal primo gennaio del 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen non atterrò più a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando almeno alla versione di Gulliksen – e sicuramente da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”: il misterioso aereo in via d’esame atterrò a Kjeller che, guarda caso, dista solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, dalla cittadina norvegese di Honefoss nella quale senz’altro risiedeva Trotskij durante il dicembre del 1935.

Si è già notato che una “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un certo evento, ma cinque “coincidenze fortuite” e “casualità” sullo stesso evento/volo risultano come minimo molto sospette, se analizzate in modo combinato e interconnesso: già solo il fatto eclatante per cui l’unico aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse da fuori dei confini norvegesi dà molto da pensare, anche come elemento isolato e staccato dai rimanenti.

Ipotizziamo per un attimo l’impensabile, e cioè che Goldman e Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, al posto di manipolare le dichiarazioni rese da Gulliksen avessero invece dichiarato la pura e semplice verità: ossia che nel dicembre del 1935 un velivolo era arrivato a Kjeller provenendo sicuramente dall’estero, che tale aereo era atterrato a soli cinquanta chilometri da Honefoss, dal luogo allora di residenza di Trotskij e che infine il direttore dell’aeroporto norvegese in oggetto non aveva fornito neppure il giorno di atterraggio del misterioso velivolo decembrino, in evidente contrasto con le numerose informazioni viceversa da lui rese rispetto al “19 settembre” e al “Signor Robertson”.

E’ ragionevole pensare che, in questo caso ipotetico, persino l’amichevole – verso Trotskij – commissione Dewey avrebbe avuto dei seri dubbi in proposito e avrebbe chiesto a Gulliksen, con un telegramma e/o per via telefonica di comunicare a loro e al mondo intero almeno e come minimo il giorno esatto di atterraggio del velivolo “proveniente a suo dire da Linköping”: ma ovviamente, e per motivi più che comprensibili, Trotskij e Goldman si guardarono bene dal dichiarare la pura e semplice verità sul volo decembrino giunto a Kjeller.

Se a questo punto connettiamo le presunte “coincidenze” con gli altri elementi che abbiamo via via acquisito, otteniamo subito un mosaico di fatti e indizi diversi tra loro ma che portano tutti a un’unica conclusione: il volo certamente atterrato nel dicembre 1935 a Kjeller e sicuramente proveniente dall’estero, arrivava da Berlino e al suo interno era presente proprio Pjatakov, a differenza di quello che cercò di far credere Gulliksen sostenendo che “a bordo non c’erano passeggeri”.

Riguardiamo insieme il mosaico di indizi finora accumulati, giudici-lettori.

La fattibilità tecnica del volo, a partire dalla concreta operatività della struttura aeroportuale di Kjeller nel dicembre del 1935.

L’arrivo indiscutibile di un aereo proveniente dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, con il derivato crollo della teoria avente per oggetto l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov.

I numerosi “buchi neri” di Gulliksen, a partire dall’incredibile sua “dimenticanza” in merito alla data esatta dell’atterraggio del misterioso velivolo proveniente, a suo dire, da “Linköping”.

L’evidente asimmetria tra le informazioni fornite con precisione da Gulliksen sull’innocuo volo del 19 settembre 1935 oltre che su quello del 1 maggio del 1936 e il suo evidente silenzio innanzitutto sulla data di arrivo dell’aereo del dicembre del 1935.

I tagli e le omissioni, coscienti e volute, operate da Goldman e Trotskij rispetto alla stessa intervista telefonica di Gulliksen.

Il criterio del “cui prodest”, e cioè dell’interesse di Gulliksen e dalle autorità statali norvegesi a negare ad ogni costo il volo di Pjatakov, coniugato con l’incredibile loro “dimenticanza” in merito al giorno esatto dell’atterraggio del misterioso velivolo proveniente, a loro dire, “da Linköping”.

La particolare “connessione tedesca” operante nel settore aeronautico di Linköping, negli anni compresi tra il 1921 e il 1937.

Infine le cinque presunte “coincidenze fortuite” sopra esaminate, che dimostrano ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo di quel volo misterioso e dell’unico volo pervenuto nell’aeroporto di Kjeller nel mese che ci interessa da vicino, in una località guarda caso lontana solo cinquanta chilometri da Honefoss e dal luogo in cui allora risiedeva Trotskij.

Connettendo tra loro tutti questi elementi diversificati e tutti questi indizi, si deve pertanto concludere che il misterioso ma reale, innegabile e concretissimo aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 sia giunto nel periodo indicato da Pjatakov e con proprio quest’ultimo a bordo, seppur con un passaporto falso e un’identità fittizia: non solo il volo di quest’ultimo non era per niente “impossibile”, ma già a questo punto emergono tutta una serie di prove indirette che attestano la sua concreta esistenza.

Avvocato del diavolo: “un attimo: voi state sostenendo la tesi della malafede intenzionale di Gulliksen, ma è stato proprio quest’ultimo a parlare di Linköping e quindi di un volo giunto dall’estero. Tale fatto sicuro fa a pugni proprio con la teoria dell’inganno da parte sua: se infatti Gulliksen fosse stato realmente in malafede, avrebbe parlato di un aereo arrivato a Kjeller da un aeroporto norvegese, chiudendo in tal modo subito ogni problema, ogni illazione e dubbio sull’atterraggio solitario del dicembre del 1935 in via d’esame”.

Gulliksen innanzitutto non poteva nascondere l’ingombrante aereo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Si è già notato che un velivolo non è una penna o un orologio, oggetti relativamente facili da nascondere, e che vi erano inoltre troppi testimoni potenziali a Kjeller (meccanici, addetti al rifornimento di carburante, personale di guardia, ecc.); troppo vicino risultava poi il dicembre del 1935 dal gennaio del 1937, mentre l’unico aereo atterrato in loco, nel mese dicembrino in esame, costituiva un evento eccezionale a Kjeller nel periodo che ci interessa da vicino.

Gulliksen non poteva inoltre neanche dichiarare di non sapere niente dell’“aquila solitaria” in oggetto, per ovvie ragioni: doveva infatti dare almeno un minimo di spiegazioni in merito all’aereo solitario del dicembre del 1935 a Kjeller, aeroporto statale di cui egli era da alcuni anni il direttore e il responsabile principale.

Infine era evidente, nel gennaio del 1937 e nel momento in cui Gulliksen rilasciò la sua dichiarazione, l’interesse della stampa e dell’opinione pubblica, sia norvegese che mondiale, per il volo di Pjatakov: un interesse che poteva spingere facilmente giornalisti e politici, sia norvegesi che di altre nazionalità, a fare domande pericolose e compiere indagini private in merito a tale questione.

Fatte tutte queste premesse, si possono facilmente comprendere i motivi per cui Gulliksen e i suoi superiori non poterono in alcun modo utilizzare la “carta norvegese”, dichiarando che l’aereo atterrato a Linkoping nel dicembre del 1935 fosse partito da un aeroporto norvegese in direzione Kjeller.

Non solo infatti non era in alcun modo la verità, ma sussisteva simultaneamente il rischio più o meno elevato, ma pur sempre reale, che qualcuno – giornalisti, comunisti-stalinisti, ecc. – potesse indagare proprio in terra norvegese e negli altri aeroporti norvegesi diversi da Kjeller, riuscendo quindi venire a conoscenza del fatto che nessun aereo, né norvegese né di altra nazionalità, era partito da una struttura aeroportuale norvegese diretto a Kjeller, sempre nel dicembre del 1935.

Si trattava quindi di una strada sbarrata, chiusa e impraticabile per Gulliksen e i suoi superiori, a meno di correre dei rischi eccessivi in terra norvegese e sotto gli occhi di tutto il mondo, di un pubblico planetario che, nel gennaio del 1937, provava come minimo un certo interesse alle vicende per così dire aeree del dicembre 1935 sviluppatesi nei cieli norvegesi.

Avvocato del diavolo: “ma gli stessi rischi sussistevano, perlomeno dal punto di vista di Gulliksen e dei suoi superiori, anche citando Linköping e l’aeroporto di Linköping”.

Assolutamente no, e per diverse ragioni.

Innanzitutto la Svezia non era la terra e la nazione in cui Pjatakov dichiarò si fosse svolto il colloquio segreto con Trotskij, e quindi nel gennaio del 1937 essa risultava fuori dall’occhio di quel ciclone che coinvolgeva invece la Norvegia e il suo governo laburista, in quel particolare momento storico.

In secondo luogo le autorità aeroportuali di Linköping non avevano alcun obbligo, giuridico o politico o morale, di essere informati nel gennaio del 1937 rispetto a un volo che sarebbe partito da Linköping nel dicembre 1935, a differenza di Gulliksen e dei suoi superiori; esse non avevano inoltre alcun obbligo, giuridico o politico o di immagine, di conservare anche nel gennaio del 1937 i registri degli arrivi e delle partenze di velivoli verificatesi nel dicembre del 1935, ossia tredici mesi prima.

In terzo luogo, l’aeroporto di Linköping aveva una particolare caratteristica, nel 1935 come all’inizio del 1937: esso infatti era stato costruito proprio da privati e società private agli inizi degli anni Trenta, al fine di testare e controllare i voli degli aerei prodotti prima dalla Asja e poi dalla Saab, come emerge dalle informazioni prese dal sito ufficiale dell’aeroporto di Linköping, www.Linköpingsfly.flygpalts.se.

Quindi l’aeroporto di Linköping costituiva un’area privata negli anni Trenta dello scorso secolo, e non viceversa un luogo pubblico e sottoposto quindi al diretto controllo statale, a differenza dell’aeroporto (principalmente di natura militare) di Kjeller: la “carta svedese” e la citazione di Linköping costituiva quindi una strada e via di fuga che poteva essere ben utilizzata da Gulliksen e dai suoi superiori, per crearsi un’utile copertura adatta eventualmente alle loro esigenze.

In ultimo, ma non certo per importanza, si è già accennato in precedenza che le sopracitate società che parteciparono alla costruzione dell’aeroporto di Linköping avevano forti relazioni e interessi economici con la Germania, ivi compresa la Germania nazista del 1935/37 costituendo quindi amici comprensivi e ben disposti verso i nazisti: anzi, amici molto ben disposti verso il regime hitleriano, con tutte le conseguenze del caso.

Del resto anche in Norvegia sussisteva, nel corso degli anni Trenta, un certo grado di collaborazione con il settore aereonautico tedesco: oltre all’acquisto da parte delle autorità di Oslo di velivoli prodotti in Germania, va ad esempio sottolineato a questo proposito come un famoso aviatore norvegese quale Johan Koren Christie (1909-1995) si fosse diplomato, proprio nel 1935, in ingegneria aereonautica presso la Technische Hochschule di Berlino, andando subito dopo a lavorare presso la fabbrica di aerei di Kjeller[13].

A questo punto passiamo all’analisi dettagliata del rapporto scritto elaborato dalle autorità aeroportuali di Kjeller, in data 25 febbraio 1937, avente per oggetto fin dal titolo i voli verificatisi a Kjeller nel dicembre del 1935.

 

Continua…

[1] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[2] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[3] “Aereo da trasporto”, in it.wikipedia.it

[4] “Trondheim Airport, Vaernes”, in en.wikipedia.org

[5] “Trondheim Airport, Jonsvaten”, in en.wikipedia.org

[6]  H. Camlot, “Did Wallenberg’s family aid Nazis while he saved Jews?”, 14/06/1996, in www.jweekly.com

[7] “Jacob Wallenberg, 1899-1982”, en.wikipedia.org

[8] Rachel Bell “Fortune’s end: the mysterious murder of sir. Harry Oakes”, in www.crimelibrary.com; J. Ruchenau e W. H. Beezley, “State governors in the Mexican Revolution, 1910-1952”, pag. 171, ed. Rowman & Littlefield Publishers, in books.google.it

[9] “Svezia, la regina ammette: “Mio padre era un nazista.” 2 dicembre 2010, in www.corriere.it; G. Aalders e C. Wieber, “The art of cloaking, The case of Sweden ownership”, pag. 32, ed. Amsterdam University Press; J. Nadler, “Unraveling Raoul Wallenberg’s secrets”, 19 maggio 2008, in http://www.raoulwallenberg.net

[10] P. Brouè, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 832, ed. Bollati Boringhieri

[11] Op. cit.

[12] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[13] “Johan Christie”, in nbl.sln.no/Johan_Christie

IL VIAGGIO DI PJATAKOV

 

DICEMBRE 1935: IL VIAGGIO DI PJATAKOV

 

Parte prima

 

 

 

Durante il secondo processo pubblico di Mosca, tenutosi nel gennaio del 1937, G. L. Pjatakov – fino all’agosto del 1936 vice responsabile dell’industria pesante sovietica – dichiarò non solo di essere stato in incognito a partire dal 1931, un militante trozkista all’interno dell’Unione Sovietica stalinista, ma altresì affermò di essere partito con un aereo dalla Berlino nazista e di essersi incontrato in seguito nel dicembre del 1935 con lo stesso Trotskij in Norvegia, dove quest’ultimo aveva trovato esilio da qualche mese; nel corso del loro breve colloquio clandestino, sempre secondo Pjatakov, proprio Trotskij tra le altre cose lo ha  informato di avere raggiunto in seguito un accordo politico con i nazisti e con  R. Hess, nel 1934-35, uno dei più potenti gerarchi hitleriani.

Contro la testimonianza di Pjatakov è stato utilizzato principalmente l’argomento in base al quale nessun aereo arrivato in Norvegia provenendo dall’estero nel dicembre del 1935, e di conseguenza a Pjatakov mancavano completamente sia i mezzi materiali che le opportunità concrete per potere raggiungere Trotskij, il leader mondiale della costituenda Quarta Internazionale, in terra norvegese; e a catena, tale elemento logistico e dato di fatto determina ovviamente e necessariamente la falsità assoluta di tutte le affermazioni pubbliche rese da Pjatakov nel gennaio del 1937 sul suo presunto volo/incontro segreto con Trotskij in Norvegia.

Ora, intendiamo dimostrare che la tesi dell’assenza di mezzi/opportunità per Pjatakov risulta assolutamente falsa; assolutamente bugiarda e menzognera.

 

 

Daniele Burgio

 

Massimo Leoni

 

Roberto Sidoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Partiamo dall’esame critico della “seconda versione” proprio nella sua tradizionale roccaforte, e cioè la tesi secondo cui il volo clandestino di Pjatakov non era avvenuto (e non poteva in ogni caso avvenire) nel dicembre del 1935 per la semplice ragione che nessun aereo straniero era giunto in volo dall’estero in Norvegia nel mese preso in esame, né tanto meno nell’aeroporto di Kjeller posto vicino a Oslo, indicato dalla pubblica accusa stalinista nel gennaio del 1937 come punto di scalo e di arrivo di Pjatakov sul suolo norvegese: pertanto mancavano totalmente i mezzi materiali e l’opportunità concreta affinché quest’ultimo potesse compiere, partendo da Berlino, il suo presunto volo/colloquio segreto con Trotskij, che a sua volta nel dicembre del 1935 sicuramente risiedeva nella cittadina di Honefoss, collocata nella parte meridionale della Norvegia e a circa cinquanta chilometri di distanza da Kjeller.

Anche per noi risulta evidente l’importanza del problema, ma lo poniamo in modo diverso: se nessun velivolo proveniente dall’estero e da paesi stranieri fosse arrivato sul suolo norvegese nel dicembre del 1935, se nessun aereo – senza far distinzione di nazionalità tra i vettori aereonautici – fosse giunto negli aeroporti norvegesi nel dicembre del 1935, se nessun aereo proveniente dall’estero – sempre senza far distinzione di nazionalità tra i velivoli – fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, allora il volo di Pjatakov non è mai esistito. E a catena, non sarebbe mai potuto avvenire l’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij; e a catena, Pjatakov avrebbe detto clamorosamente il falso, e Trotskij invece la verità sul (presunto) volo a Kjeller; e di conseguenza, cadrebbe subito la tesi sull’esistenza di rapporti di collaborazione politica tra Trotskij e alcuni gerarchi nazisti.

Siamo pertanto in presenza di un punto nodale, per la questione dell’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935. Se questa fosse stata realmente la situazione in Norvegia nel fatidico mese di dicembre del 1935, per Pjatakov sarebbe stato assolutamente impossibile raggiungere la zona vicino a Oslo partendo da Berlino, in cui egli si trovava a quel tempo in visita ufficiale, visto che qualunque altra forma di trasporto avrebbe portato via all’allora viceministro sovietico per l’industria pesante troppo tempo per il viaggio di andata e ritorno, e cioè due giorni di andirivieni (treno/auto per i confini settentrionali della Germania, traghetto per le coste norvegesi, treno/auto per la zona norvegese di Honefoss dove allora risiedeva Trotskij, ritorno a Berlino per via terrestre/marittima, ecc.); tale ipotetica modalità di viaggio avrebbe comportato inoltre troppi controlli doganali e troppi possibili testimoni lungo il tragitto, oltre a un’assenza eccessivamente prolungata e vistosa da Berlino, dal personale sovietico operante in loco e dagli obblighi diplomatici, dagli incontri ufficiali che comporta inevitabilmente una missione politico-commerciale in paesi esteri.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: in questo caso a Pjatakov sarebbero mancati in modo assoluto sia i mezzi materiali che l’opportunità per compiere il suo volo a Kjeller e quindi per vedere Trotskij, e sia i mezzi che l’opportunità risultano di sicuro due elementi centrali, al fine di verificare l’esistenza di un particolare “delitto” quale il volo clandestino in via d’esame.

E’ questa la premessa fondamentale del punto di forza (apparente) della “seconda versione” rispetto al quale vogliamo confrontarci, specificando ancora che la frase e il concetto “nessun aereo proveniente in Norvegia dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935” non deve assolutamente far distinzione di nazionalità tra gli aerei: deve comprendere infatti gli aerei di nazionalità estera e non norvegese (argentini, finlandesi, cubani, britannici e via elencando, senza eccezione) come anche gli stessi aerei norvegesi, i velivoli di nazionalità norvegese.

Se invece emergesse che anche un solo velivolo proveniente dall’estero fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, sempre senza alcun riguardo rispetto alla nazionalità dell’aereo proveniente da fuori dei confini della Norvegia, crollerebbe subito il caposaldo della “seconda versione”, ossia l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov e l’assoluta mancanza di mezzi e opportunità per il volo di quest’ultimo, a causa dell’assenza di aeroplani giunti da paesi stranieri sul suolo norvegese e a Kjeller nel mese in via di esame: a Pjatakov bastava infatti usare un solo e unico aereo, per compiere il viaggio di andata e ritorno da Berlino alla Norvegia.

Sembra solo una banale specificazione, assolutamente ragionevole e quasi scontata, ma non risulta né banale né scontata e, come vedremo, assumerà subito una certa importanza: non fu infatti un caso che sia l’intelligente e astuto Trotskij che l’astuto Gulliksen non abbiano parlato mai di “un volo proveniente dall’estero” ma invece di un “aereo straniero”, giunto a Kjeller ovviamente provenendo dall’estero, concentrando da abili illusionisti proprio su tale punto l’attenzione.

A questo punto andiamo al sodo esaminando proprio la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Si tratta di una testimonianza accettata come assolutamente valida da Trotskij, dai sostenitori della “seconda versione” e dagli storici occidentali in genere, con il protagonista (Gulliksen) che si trovava in Norvegia, non certo a Mosca e pertanto fuori dalle grinfie di Stalin: non vi è alcun sospetto che egli fosse un simpatizzante nascosto di Stalin e anzi, come si vedrà tra poco, egli risulta come minimo un testimone assai reticente e molto sospetto, ma tuttavia proprio Gulliksen, e con le sue stesse parole, ci fornisce involontariamente tutta una serie di prove concrete che demoliscono dalla radice la tesi dell’impossibilità materiale (nessun mezzo, nessuna opportunità) del volo di Pjatakov.

Rispondendo per via telefonica, alla fine di gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del giornale socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”[1].

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1 maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.

“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.

“Il primo di maggio del 1936”.

“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”, come risulta dal rapporto del febbraio del 1937 di cui parleremo in seguito.

“Si”[2].

Poche parole e tante prove emergono dalla testimonianza di Gulliksen, ma con una sorta di involontario “fuoco amico” contro la tesi che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Prima prova sicura fornita da Gulliksen: l’aeroporto di Kjeller risultò sicuramente aperto e funzionante nel dicembre del 1935, visto che “solo un aereo atterrò qui”. Lasciando stare per un attimo la frase “solo un aereo”, secondo lo stesso Gulliksen perlomeno un “aereo atterrò qui”, a Kjeller e nel dicembre del 1935, e pertanto l’aeroporto di Kjeller risultava certamente operativo e funzionante in quel mese specifico. Parola di Gulliksen, e non certo di Stalin: l’aeroporto di Kjeller, situato vicino a Oslo, accoglieva quindi aerei e non risultava certo chiuso, nel dicembre del 1935, come del resto risulta dal rapporto scritto che venne elaborato dalle autorità aeroportuali di Kjeller a fine febbraio del 1937 e su cui ritorneremo.

Seconda prova sicura fornita da Gulliksen: come minimo un aereo viaggiava e volava realmente nei cieli della Norvegia, nel dicembre del 1935. In altri termini, con la sua affermazione Gulliksen ha provato senza alcun dubbio che la Norvegia meridionale del dicembre del 1935 non si era in alcun modo trasformata in una sorta di “triangolo delle Bermude”, ossia in una zona in cui era impossibile volare e atterrare per gli aerei operanti e attivi nel 1935.

Terza prova sicura fornita da Gulliksen: almeno un aereo era realmente atterrato nell’aeroporto di Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia nello stesso mese in cui si svolse (secondo la tesi stalinista) il volo di Pjatakov e il colloquio segreto tra quest’ultimo e Trotskij.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: Gulliksen disse chiaramente che “nel dicembre del 1935” – dicembre – “un aereo” (certo, un solo aereo: ma ci torneremo) “atterrò qui” a Kjeller, mentre Pjatakov a sua volta affermò che il suo viaggio ufficiale diplomatico a Berlino era avvenuto proprio nel dicembre del 1935 e poco dopo il suo arrivo nella capitale tedesca in data 10 o 11 dicembre 1935, verificandosi quindi proprio nel mese indicato da Gulliksen.

Forniamo inoltre altre prove sicure (non fornite questa volta da Gulliksen, ma su cui Gulliksen avrebbe concordato) di carattere tecnico-logistico, e cioè che:

  • a Berlino, nel dicembre del 1935, esisteva un aeroporto di buona qualità come quello di Tempelhof;
  • nel 1935 a Berlino esistevano aerei (tedeschi o di marca straniera) capaci di effettuare lunghe distanze, assai più prolungate di quella Berlino-Oslo (nel 1927 e otto anni prima del 1935, C. Lindberg aveva ad esempio trasvolato senza sosta l’Atlantico coprendo una distanza di ben 5860 chilometri);
  • Berlino dista da Oslo 839 chilometri in linea diretta, con una rotta aerea invece pari a 1031 chilometri;
  • il viaggio aereo tra Berlino e Oslo richiedeva nel 1935 circa quattro ore per un aereo di trasporto di medie prestazioni in condizioni metereologiche normali, senza compiere uno scalo intermedio;
  • lo statunitense J. H. Doolittle nel settembre del 1929 aveva simulato con successo un volo solo strumentale, mentre nel maggio del 1932 era stato compiuto il primo volo strumentale in solitaria;
  • fin dal 1931 proprio i piloti tedeschi erano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, oltre ad avere una radio a bordo[3];
  • esistevano altresì aerei che portavano più di due passeggeri a bordo, come ad esempio l’aereo tedesco Junkers JU 52 del 1931, capace di portare fino a diciotto passeggeri da Berlino a Roma senza scalo e volando sopra le Alpi in otto ore[4].
  • esistevano altresì aerei come il tedesco Messerschmitt BF 108 versione B, capace di portare tre passeggeri oltre al pilota e con un’autonomia di volo di circa 1000 km, che entrò in servizio proprio nel 1935[5].
  • la Norvegia stessa acquistò alcuni aerei tedeschi del modello Messerschmitt BF 108, prima del 1939[6].

Giudici-lettori: “d’accordo, diamo per assodati e sicuri i dati di fatto geografici e tecnici di cui sopra, ma arriviamo al punto, per favore: infatti abbiamo verificato che in Norvegia si poteva volare e atterrare, nel dicembre del 1935, oltre che un aereo risulta atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935 e nel mese in cui si sarebbe svolto il presunto/reale volo di Pjatakov.

Ma la sostanza della questione è diversa, come ammesso da voi in precedenza, e riguarda invece l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, derivata a sua volta dal fatto che nessun aereo era giunto in Norvegia da fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: e Gulliksen dice chiaramente che nessun aereo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che nel suo aeroporto era arrivato solo un aereo norvegese sempre in quel periodo”.

No, cari giudici-lettori: l’astuto Gulliksen certo ci informa che nessun aereo straniero era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ma anche (seppur in modo assolutamente reticente) è costretto a rivelarci che l’aereo “norvegese” di cui parla era partito da Linköping[7].

E’ questa la quarta e decisiva prova testimoniale – sicura e inequivocabile – che ci fornisce Gulliksen: l’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva a suo dire da Linköping. Dall’aeroporto di Linköping.

Un fatto sicuro: Linköping, la città di Linköping.

Avvocato del diavolo: “ma cosa avrebbero di tanto particolare Linköping, la città e l’aeroporto di Linköping?”.

Linköping ha di particolare per il nostro “giallo” il fatto, sicuro e incontestabile, di non essere una città norvegese, nel 2016 come nel 1935: viceversa Linköping risultava nel dicembre del 1935 ed è tuttora un centro urbano svedese, collocato fuori dai confini della Norvegia.

Colpo di scena, giudici-lettori.

Linköping è una città svedese, e lo era anche nel 1935: non si tratta di un’informazione fasulla proveniente dalla “scuola stalinista di falsificazione” (Trotskij rispetto ai processi di Mosca), ma viceversa di una realtà sicura e certa, come del resto l’esistenza e l’operatività di un aeroporto nel centro urbano svedese di Linköping anche nel dicembre del 1935.

Se dunque Linköping risultava nel 1935 una città svedese (controlla pure su Internet, avvocato del diavolo), anche seguendo la testimonianza di Gulliksen l’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: fatto sicuro, certo e inequivocabile, tra l’altro fornito dall’insospettabile (per la “seconda versione”) Gulliksen e riportato dallo stesso Trotskij, nella sua deposizione della commissione Dewey e durante la tredicesima sessione di quest’ultima. Controlla pure su Internet, avvocato del diavolo, anche su tale punto specifico.

Logica, sicura e inevitabile conseguenza: dato per assodato che Linköping risultava nel dicembre del 1935 una città svedese e con un aeroporto in loco, l’aereo norvegese proveniente “da Linköping” giungeva pertanto dall’estero e da fuori dei confini norvegesi, anche e proprio in base alla testimonianza del reticente Gulliksen.

E a catena, visto che tale aereo proveniva sicuramente da fuori dei confini norvegesi, diventa subito falsa la tesi secondo cui nessun aereo proveniente dall’estero fosse arrivato in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935; in altri termini, crolla subito e totalmente la tesi sull’impossibilità materiale per Pjatakov di compiere un viaggio da Berlino a Oslo, inattuabilità che come si è già notato costituiva a sua volta il punto forte della “seconda versione”, almeno finora.

Bisognava provare innanzitutto che il volo di Pjatakov a Oslo non fosse impossibile nel dicembre del 1935, e che quindi Pjatakov avesse mezzi e opportunità per compiere il suo volo nella zona di Oslo nel dicembre del 1935: sotto questo aspetto cosa abbiamo finora trovato, grazie a Gulliksen?

Abbiamo avuto l’informazione in base alla quale l’aeroporto di Kjeller era certamente aperto e operativo, nel dicembre del 1935.

Abbiamo scoperto che realmente si volava, viaggiava e atterrava in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935: nessun “triangolo delle Bermude” proiettato in terra nordica, pertanto, nel mese in esame.

Abbiamo scoperto che un aereo risultava realmente atterrato a Kjeller, proprio nel dicembre del 1935 e proprio nel mese in cui Pjatakov era arrivato in missione diplomatica a Berlino.

Abbiamo soprattutto ottenuto la rivelazione che l’unico aereo, il solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: da Linköping e dalla Svezia, se non altro secondo le dichiarazioni dell’ufficiale militare T. Gulliksen.

Inoltre ormai sappiamo che nel dicembre del 1935 l’aereo proveniente dall’estero e atterrato a Kjeller risultava distante solo cinquanta chilometri da Honefoss e dalla cittadina norvegese nella quale risiedeva indubbiamente Trotskij, durante il mese che ci interessa.

Sappiamo inoltre con sicurezza che a Berlino, nel dicembre del 1935, esistevano aerei e aeroporti moderni, e abbiamo appreso che a Kjeller, punto d’arrivo norvegese del presunto/reale volo di Pjatakov, esisteva ed era soprattutto operativo un aeroporto; sappiamo che il volo da Berlino a Oslo (circa mille chilometri) risultava più che fattibile sul piano tecnico nel 1935, e a tal fine basta solo ricordare la celebre transvolata oceanica di Lindbergh del maggio 1927 e avvenuta circa otto anni prima del dicembre 1935.

Conclusione inevitabile, a Pjatakov quindi non mancavano né i mezzi né l’opportunità per compiere un volo da Berlino a Oslo (e ritorno), nel dicembre del 1935: non solo non sussisteva alcuna impossibilità assoluta rispetto al viaggio aereo, ma anzi erano ben presenti tutti i presupposti e le condizioni concrete per il trasferimento dell’allora viceministro dell’industria pesante sovietica da Berlino a Kjeller, in terra norvegese, a partire proprio dall’arrivo a Kjeller dall’estero di quel misterioso velivolo del dicembre 1935 su cui torneremo tra poco.

Addio per sempre, quindi, all’ormai defunta teoria sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov verso la Norvegia nel dicembre del 1935, e più precisamente il 12 o 13 dicembre.

Perché comunque fermarsi solo a questi elementi di fatto e alla demolizione di una tesi divenuta ormai insostenibile? Abbiamo già notato che involontariamente Gulliksen risulta una ricca fonte di informazioni, ma a vantaggio dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov.

Un altro elemento sicuro, fornito dall’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller, consiste nel fatto certo in base al quale un solo aereo (e uno solo) atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, e guarda caso esso proveniva dall’estero, mentre la quota risultava viceversa pari a zero per gli aerei invece provenienti dalla stessa Norvegia e diretti/atterrati a Kjeller, sempre nei trentun giorni in via d’esame.

Rileggiamo infatti attraverso una prospettiva diversa le dichiarazioni di Gulliksen, giudici-lettori. Gulliksen rilevò testualmente che a Kjeller, nel dicembre del 1935, “solo un aereo atterrò qui”: frase apparentemente innocua, se staccata e avulsa dal fatto (sicuro) che tale aereo proveniva dal di fuori dei confini norvegesi, ma che va ora invece letta e interpretata in una luce molto sfavorevole per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Stando alle affermazioni dello stesso Gulliksen, infatti, nessun velivolo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 provenendo dagli altri aeroporti norvegesi, a parte per l’appunto la clamorosa eccezione del volo giunto dall’estero, e almeno a suo dire da “Linköping”.

In altri termini: aerei provenienti a Kjeller dagli altri aeroporti norvegesi = zero, nel dicembre 1935.

Aerei invece giunti nel dicembre del 1935 a Kjeller partendo da aeroporti esteri, non-norvegesi: uno.

Si tratta di un’asimmetria notevole, che fa pensare inevitabilmente: “ma non è un fatto strano che l’unico e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse dall’estero e dal di fuori dei confini norvegesi, mentre sappiamo che il presunto/reale viaggio di Pjatakov è collocato temporaneamente proprio nel dicembre del 1935?”.

Ulteriore elemento sicuro, fornito involontariamente da Gulliksen: il fatto sicuro per cui dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936, e quindi per più di sette lunghi mesi, e quindi per circa duecentoventi giorni, pochissimi aerei provenienti dall’estero erano atterrati a Kjeller. In quasi sette mesi e mezzo, dal 18 settembre del 1935 fino al 30 aprile del 1936, secondo Gulliksen solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo da stati stranieri, da aeroporti stranieri: e una di queste rare, solitarie “aquile del cielo” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, e cioè in concomitanza temporale (su scala mensile, certo) con il presunto/reale volo di Pjatakov del dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “si può trattare solo di una coincidenza fortuita…”.

No, signor avvocato del diavolo: siamo in presenza di cinque “coincidenze fortuite”, non di una sola.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese, nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava funzionante nel dicembre del 1935, anche secondo il suo direttore T. Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino, e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta in loco per tutto il mese di dicembre del 1935: e tale aereo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando almeno alla versione di Gulliksen) e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè il giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, ben pochi aerei giunsero all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per circa duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie”, di questi pochi velivoli atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, ossia nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dopo il dicembre del 1935, e dal primo gennaio 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen e “in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto” non atterrò a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linkoping” – stando sempre alla versione di Gulliksen – e sicuramente arrivato a Kjeller da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”. Il misterioso aereo in esame atterrò provenendo dall’estero all’aeroporto di Kjeller, località che guarda caso dista solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, ossia dalla cittadina della Norvegia meridionale nella quale indubbiamente risiedeva Trotskij nel dicembre del 1935: in pratica solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, separavano Kjeller da Honefoss e dalla zona nella quale era allora collocato Trotskij.

Una sola “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un determinato evento, ma cinque “coincidenze fortuite”, cinque “casualità” sullo stesso fatto-volo risultano come minimo molto sospette, anche se considerate isolatamente e senza altri elementi sicuri di prova. Secondo il principio individuato dal criminologo francese E. Locard, quando una persona nell’ambito di un crimine entra in contatto con un’altra persona o un oggetto (= l’aeroporto di Kjeller, nel caso specifico), lascia sempre delle tracce sull’oggetto del suo delitto: una traccia come quella ad esempio lasciata dal misterioso e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo sicuramente dall’estero.

La tesi delle “cinque coincidenze fortuite” sullo stesso evento-volo si rivela subito insostenibile e indifendibile: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 risalta ed emerge infatti come una grossa macchia di inchiostro nero schizzata su un foglio bianco, anche perché la combinazione di presunte casualità in via d’esame deriva inevitabilmente dalle dichiarazioni rese da un testimone antistalinista, oltre che – come vedremo tra poco – come minimo molto reticente.

Avvocato del diavolo: “d’accordo, un aereo è arrivato dall’estero a Kjeller nel dicembre del 1935. Ma in ogni caso tale velivolo norvegese non arrivava da Berlino ma viceversa dalla città svedese di Linköping, e inoltre non aveva a bordo passeggeri: non avete quindi provato niente di importante”.

Ormai caduta e crollata per sempre la tesi sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, alla “seconda versione” rimane solo la parola del militare norvegese T. Gulliksen per poter affermare che l’aereo realmente arrivato dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, provenisse proprio da Linköping, fosse di nazionalità norvegese e che esso inoltre non avesse a bordo alcun passeggero, ad esempio un certo signor Pjatakov.

Stiamo quindi affrontando un problema molto diverso da quello affrontato in precedenza, dovendo a questo punto “solo” verificare se si può prestare fede alle affermazioni e alla tesi di Gulliksen sul fatto che l’aereo in esame fosse norvegese e provenisse da Linköping, e non invece da Berlino, non avendo poi a bordo alcun passeggero: ma a questo proposito risulta relativamente facile dimostrare che Gulliksen mentì in modo abile su questi nodi ed elementi decisivi, utilizzando a tal fine proprio una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Gulliksen.

 

Continua…

 

[1] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, terza parte, in http://www.marxists.org

[2] “The case of….”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[3] “Storia dell’aviazione”, in it.wikipedia.org, sezione “L’età dell’oro”.

[4]  http://it.wikipedia.org/wiki/Junkers_Ju_52.

[5]  http://it.wikipedia.org/wiki/Messerschmitt_BF_108.

[6] “Messerschmitt BF 108 Taifun”, in http://www.aviationmilitaries.net.

[7] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

 

Il 19 agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo pubblico contro una serie di importanti personaggi pubblici sovietici, a partire da Zinoviev e Kamenev (due dirigenti dell’opposizione antistalinista che operò alla luce del sole all’interno del partito comunista sovietico dal 1925 alla fine del 1927), Ivan Nikitic Smirnov (un fedele e coraggioso dirigente trotzkista) e soprattutto Trotskji (pseudonimo di Lev Davidovic Bronstein, 1879-1940) e suo figlio Lev Sedov, imputati in contumacia perché in esilio, a quel tempo rispettivamente in Norvegia e in Francia.

I reati e i capi d’imputazione posti a carico degli imputati dalla pubblica accusa e dal suo rappresentante, A. Vysinskij, erano gravissimi: essi vennero accusati tra l’altro di aver complottato in segreto per rovesciare il nucleo dirigente stalinista alla guida del paese dei Soviet dal 1925, creando a tale scopo a partire dal 1932 una sorta di fronte unico e un “Blocco delle Opposizioni” guidato da Trotskji e Zinoviev/Kamenev, di aver organizzato il primo dicembre 1934 l’assassinio di S. M. Kirov, in quel periodo uno dei principali leader sovietici, di aver preparato una serie di attentati terroristici contro i più alti esponenti del potere sovietico e di essere alleati del regime nazista, nella lotta comune contro l’apparato stalinista.

In particolare uno dei sedici imputati presenti  al primo processo, Valentin Olberg, cittadino tedesco dal 1919 al 1939 e in seguito apolide, sostenne pubblicamente il 20 agosto del 1936 di essere stato in segreto un militante trotzkista a partire dal 1928 e di essere entrato in modo clandestino, in pieno accordo con Trotskij e Lev Sedov, in Unione Sovietica nel luglio del 1935 al fine di preparare un attentato contro Stalin, utilizzando a tal scopo un falso passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto del regime hitleriano e della sua polizia politica, la Gestapo; Olberg dichiarò altresì che solo l’arresto suo e di altri militanti antistalinisti, avvenuto il 5 gennaio del 1936 nella città sovietica di Gorky e compiuto da parte dell’NKVD, acronimo allora utilizzato per indicare la polizia sovietica, aveva impedito lo sviluppo e la concretizzazione del piano terroristico diretto contro Stalin.

Intendiamo dimostrare e provare, dati concreti alla mano che:

  • Valentin Olberg costituì realmente e senza soluzione di continuità un coraggioso militante trotzkista dal 1929 al 5 gennaio del 1936, data del suo arresto a Gorky e in territorio sovietico, oltre che un uomo politico in stretto contatto con Trotskij e suo figlio Lev Sedov;
  • Valentin Olberg si recò di sua libera iniziativa in Unione Sovietica nel luglio del 1935, con un falso passaporto honduregno che aveva ottenuto all’inizio del 1935 mediante il pagamento di una tangente dall’allora console dell’Honduras a Berlino, anche grazie all’appoggio logistico fornitogli a tal scopo dalla Gestapo;
  • che esisteva quindi nel corso del 1935 una collaborazione tattica tra il regime nazista e i più alti dirigenti del movimento trotzkista, ossia Trotskij e Lev Sedov, anche a causa della lotta comune contro il regime stalinista, odiato e detestato per opposte ragioni politico-sociali da entrambe le parti in esame (il nemico del mio nemico è il mio alleato temporaneo, in estrema sintesi).

A tale scopo utilizzeremo e ci serviremo non solo di tutta una serie di dati concreti, provenienti quasi sempre da fonti e autori antistalinisti, ma anche il particolare strumento dialettico dell’«avvocato del diavolo» al fine di esporre via via dubbi e critiche alla tesi da noi elaborate su questa particolare materia d’interesse non solo storico, ma anche di natura politica e con una valenza ancora attuale.

 

Daniele Burgio

Massimo Leoni

Giovanni Pluchino

Roberto Sidoli

 

 

Valentin Olberg (1907-1936) venne arrestato senza alcun dubbio in Unione Sovietica all’inizio di gennaio del 1936, ove egli era entrato di propria volontà e soprattutto in modo illegale nel luglio del 1935, mediante un falso passaporto honduregno.

Altrettanto sicuro è che tale falso documento, esibito del resto durante il processo di Mosca dell’agosto 1936, era stato procurato a Valentin Olberg all’inizio del 1935 dal consolato honduregno a Berlino principalmente grazie all’aiuto dell’apparato statale nazista e di V. Tukalevskij, un esule anticomunista dalla Russia sovietica.

Altrettanto indiscutibile è la notizia che Valentin Olberg avesse agito come un militante trotzkista tra il 1929 e il 1932 e che fosse allora in rapporto personale con Lev Sedov, uno dei principali dirigenti della costituenda Quarta Internazionale, allora guidata e diretta da Trotskij.

Siamo in presenza di alcune informazioni che, anche a prima vista, sollevano subito dei seri interrogativi sui reali rapporti tra Trotskij e i nazisti, nel 1933-36: ma proprio rispetto al caso Olberg sono emerse finora tre diverse tesi, assolutamente contrastanti tra loro.

La versione stalinista sostenne che il militante trotzkista Valentin Olberg entrò illegalmente e con una falsa nazionalità in Unione Sovietica nel luglio del 1935, su indicazione diretta di Lev Sedov, il figlio di Trotskij, soggiornando prima a Minsk e poi nella città russa di  Gorkij (odierna Nižnij Novgorod), al fine di prendere contatto con altri militanti trotzkisti e di preparare un attentato contro Stalin; e venne altresì sottolineato, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 nel quale Valentin Olberg risultò uno degli imputati, che quest’ultimo era stato in stretto contatto con i nazisti e la Gestapo, la polizia segreta hitleriana, proprio nella sua azione tesa ad ottenere un falso passaporto honduregno al fine di entrare illegalmente in URSS.

La versione alternativa, quella invece fornita da Trotskij e suo figlio Lev Sedov a partire dall’estate del 1936, sostenne che Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, che si era infiltrato ad arte nelle file del movimento trotzkista a partire dal 1929 al solo fine di comprometterlo e di danneggiarlo. Secondo questa tesi, inoltre, Valentin Olberg realmente si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 mediante un finto passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto della Gestapo, ma egli agì in tal senso sempre in qualità di infiltrato stalinista operante contro il movimento trotzkista: anche nel 1935, quindi, Olberg agì per conto e al servizio del suo vero “datore di lavoro”, e cioè il regime stalinista, a cui va pertanto imputato direttamente anche l’acquisizione di un falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo e ai nazisti, azione per cui invece Trotskij e suo figlio Lev Sedov risultavano totalmente innocenti.

Secondo una terza e diversa tesi, proposta dal Manchester Guardian il 28 agosto del 1936, Valentin Olberg sarebbe stato invece nel 1933-35 un personaggio non legato ad alcuna fazione politica, né stalinista né trotzkista; un giovane ebreo che, incuriositosi della realtà sovietica e in serie difficoltà materiali durante il suo esilio a Praga del 1933-35, prese solo per motivi personali la decisione di recarsi nell’Unione Sovietica stalinista nel luglio del 1935, senza avere alcun contatto né con la polizia sovietica né con i trotzkisti.

Valentin Olberg: coraggioso militante trotzkista, oppure agente provocatore stalinista, o invece semplice curioso-apartitico?

Rispetto a queste tre teorie alternative intendiamo dimostrare, superando i dubbi ragionevoli e anche quelli poco razionali, che Valentin Olberg risultava realmente un ardito e sincero militante trotzkista nel 1930 come nel 1935, quando entrò illegalmente in Unione Sovietica. In tal modo otterremo la prova sicura che si sia realmente sviluppata una collaborazione diretta (a nostro avviso tattica e limitata tra nemici, con un obiettivo momentaneamente in comune) tra Trotskij e alcuni settori del partito nazista guidati da R. Hess, che aveva portato all’appoggio logistico dell’apparato statale hitleriano nell’acquisizione del finto passaporto honduregno a vantaggio del trotzkista Valentin Olberg: aiuto materiale del resto indiscutibile, ammesso anche da Trotskij (ma da lui interpretato invece come un aiuto di matrice nazista a un provocatore stalinista), rispetto a un falso passaporto honduregno altrettanto indiscutibile.

Prima di entrare nel merito, tuttavia, forniamo tutta una serie di elementi indiscutibili e sicuri rispetto al “caso Olberg” che permetteranno di far luce sull’intera vicenda.

Partiamo innanzitutto dal background familiare e politico di Valentin Olberg: sappiamo che il padre di Valentin Olberg, (nato a Zurigo nel 1907) e di Pavel Olberg (nato invece a Helsinki, nel 1909) era Paul Olberg, fino dal 1903 un noto esponente politico e un teorico dei menscevichi, la frazione più moderata dei marxisti russi che operò dal 1903 al 1921, in tale area geopolitica.

Paul Olberg nacque nel 1878 da una famiglia ebrea della Lettonia, allora parte dell’impero russo, e dal 1906 rimase in esilio prima in Svizzera e in seguito in Finlandia, tornando in Russia solo all’inizio del 1918: avversario accanito del partito di Lenin, dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 egli subito criticò in modo durissimo il neonato partito sovietico e il governo bolscevico qualificandolo nel 1919 come un regime di “terrore, corruzione e mancanza di cibo” che, a suo avviso, risultava persino peggiore dello zarismo costituendo una dittatura sul e contro il proletariato[1].

Alla fine del 1918 Paul Olberg lasciò la Russia sovietica assieme alla moglie Frida Markovna e ai figli Valentin e Pavel, per trasferirsi con la sua famiglia a Berlino dove il suo nucleo familiare rimase dal 1919 all’inizio del 1933; egli fece parte della corrente menscevica, che ormai operava quasi esclusivamente fuori dai confini sovietici a partire dal 1921, iscrivendosi allo stesso tempo alla socialdemocrazia tedesca. Dopo l’ascesa al potere del nazismo, nel gennaio-marzo del 1933, Paul Olberg si trasferì in Svezia mentre invece la moglie si recò per qualche tempo in Lettonia dove, secondo la sua testimonianza scritta conservata negli archivi Trotskij di Harvard, lavorava come massaggiatrice[2].

Per quanto riguarda invece Valentin Olberg, fin dal 1926 egli si professò comunista senza soluzione di continuità, come ammesso anche dalla madre nella sopracitata deposizione scritta.

Dal 1928 al 1930 Valentin Olberg, allora iscritto al KPD (il partito comunista tedesco), scrisse tra l’altro una serie di articoli sulla rivista “International Press Corrispondance” dell’Internazionale Comunista, fondata nel 1919 e con sede a Mosca, ma come minimo dal 1929 egli prese contatto e poi entrò a far parte del movimento internazionale trotzkista, il cui leader indiscusso era stato espulso dall’inizio del 1929 dall’URSS, adottando già in quegli anni una posizione apertamente ostile a Stalin e al suo nucleo dirigente politico che, proprio all’inizio del 1929, avevano ormai assunto la piena egemonia politica all’interno dell’Unione Sovietica.

L’insospettabile Max Shachtman, che nel 1936 era ancora un militante trotzkista, scrisse proprio in quel periodo un libro contro il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 e intitolato “Behind the Moscow trial”, notando a questo proposito che nel luglio del 1930 proprio Valentin Olberg elaborò un breve articolo con il titolo “Epochè Stalin”, che venne non a caso pubblicato sulla rivista dei trotzkisti tedeschi “Der Kommunist”[3].

Come prova inconfutabile dell’appartenenza di Valentin Olberg al movimento trotzkista a partire dall’inizio del 1930 – vedremo in seguito se come coraggioso militante della costituenda Quarta Internazionale diretta da Trotskij, oppure in qualità di infiltrato della polizia stalinista – emerge del resto anche il fitto carteggio intessuto dal 1930 al 1931 tra Valentin, lo stesso Trotskij e il figlio di quest’ultimo Lev Sedov, conservato negli archivi Trotskij di Harvard.

Ad esempio Trotskij scrisse una lettera molto amichevole al “compagno Olberg”, ossia a Valentin Olberg, il 27 aprile del 1930, nella quale egli esordì definendolo “caro compagno” e trattando con lui alcuni problemi politici che allora affliggevano il movimento trotzkista: la si può trovare in internet cliccando su Trotskij-Oeuvres-27 avril 1930, “Au camarade Olberg”.

Una lettera di Trotskij al “compagno Olberg”, sempre nell’archivio Trotskij di Harvard è altresì conservata la corrispondenza tra Valentin Olberg e Lev Sedov, il figlio e braccio destro politico di Trotskij, che durò fino al 1931, e nell’ultima lettera inviata a Lev Sedov da Valentin Olberg, datata 23 febbraio del 1931, si può leggere all’inizio la frase “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la tua lettera a suo tempo”. Sempre nella stessa missiva, Valentin Olberg non solo discusse le contraddizioni politiche createsi a quel tempo all’interno del milieu trotzkista di Berlino con il figlio e braccio destro politico di Trotskij, ma altresì concluse con le parole testuali: “Io aspetto le tue direttive” (le direttive politiche di Sedov e di suo padre, di un Trotskij allora ancora confinato in Turchia) “e ti rimango fedele. Compagno Olberg. 23 febbraio 1931”.

Quindi Valentin Olberg manifestò una chiara e aperta fedeltà politica a Trotskij e Sedov poco prima che quest’ultimo arrivasse a Berlino, e quindi nella stessa metropoli in cui egli viveva da molti anni, dichiarando senza mezzi termini di aspettare le “direttive” e le istruzioni politiche di Sedov e di Trotskij.

Connettendo tali dati, emerge l’inevitabile conclusione che Valentin Olberg si presentava e agiva come un dirigente trotzkista anche alla fine di febbraio del 1931; egli costituiva quindi un quadro politico che in seguito venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932 proprio per la sua attività trotzkista, e che compirà poi il suo primo viaggio segreto, sotto falsa identità e con un falso passaporto, nell’URSS stalinista del marzo-luglio del 1933.

Lo storico antistalinista Firsov ci informa infatti che sicuramente Valentin Olberg venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932, e proprio per attività trotzkista: durante una perquisizione illegale e segreta di militanti della KPD nell’appartamento berlinese di Valentin Olberg, i “ladri” politici allora entrati in azione avevano infatti ritrovato al suo interno alcune lettere e cartoline inviate da Trotskij e Lev Sedov a Valentin Olberg, conservate con cura da quest’ultimo.

In seguito a tale perquisizione, Olberg venne pertanto espulso dal KPD e il partito comunista tedesco comunicò subito le nuove informazioni acquisite su di esso alla sede centrale di Mosca dell’Internazionale Comunista: grazie al lavoro di Firsov, sappiamo ormai che tutti i dati del 1932 rispetto a Olberg vennero conservati negli archivi di Mosca, risultando quindi a disposizione della polizia sovietica[4].

Altro dato sicuro: sempre verso la metà del 1932 la prima moglie di Valentin Olberg, la cittadina tedesca Sulamith Braun (1906-1937), si separò dal marito e quasi subito si spostò a Mosca, come stenografa e traduttrice presso l’Internazionale Comunista: ella rimase nella capitale sovietica fino agli inizi del 1936 e al suo arresto per attività trotzkista, a cui seguì una condanna a vent’anni di carcere duro e la sua fucilazione nel 1937[5].

Valentin Olberg, in ogni caso, nel 1933 si risposò con un’altra cittadina tedesca di nome Betty Siermann, figlia di un funzionario statale che a sua volta mandò nel corso del 1934-35 delle piccole somme di denaro a favore di Valentin Olberg e di sua figlia, ormai in esilio a Praga. Entrata in Unione Sovietica assieme con Olberg, Betty Siermann fu a sua volta arrestata agli inizi del 1936 e in seguito condannata a dieci anni di carcere, venendo in seguito riconsegnata dalle autorità sovietiche ai nazisti nel 1940: dopo tale data, di lei si perse ogni traccia[6].

Due mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, avvenuta alla fine del gennaio 1933, Valentin Olberg in ogni caso iniziò alla fine di marzo del 1933 un viaggio clandestino in Unione Sovietica con un falso passaporto tedesco, sulla cui esistenza concreta esiste anche la deposizione scritta della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, rilasciata verso la fine del 1936 e conservata presso gli archivi Trotskij di Harvard.

Proprio quest’ultima testimoniò sull’esistenza concreta del viaggio clandestino del figlio in URSS, notando nella sua deposizione scritta che a fine luglio del 1933, di ritorno dalla città sovietica di Stalinabad (odierna Dushanbe, in Asia centrale), il figlio Valentin si incontrò in Lettonia proprio con lei e con la sua seconda moglie, la sopracitata Betty Siermann.

Anche Vladimir Tukalevskij, un esule ucraino e anticomunista che conosceremo meglio tra poco, accennò più volte in un suo articolo scritto per un quotidiano di Praga alla fine dell’agosto del 1936, che Valentin Olberg più volte gli aveva riferito di essere stato un insegnante di storia a Stalinabad: del resto l’autenticità del viaggio di Valentin Olberg in URSS, dalla fine di marzo alla fine di luglio del 1933, è stata ammessa perfino dallo stesso Trotskij nel 1937 oltre che riportata persino da una rivista della Cia, in un articolo del 1972 intitolato “Leon Trotskij: the dupe of the NKVD”[7].

Dato altrettanto indiscutibile: dopo una permanenza clandestina a Mosca di poche settimane, dall’aprile al luglio del 1933 Valentin Olberg lavorò per circa tre mesi come insegnante di storia a Stalinabad, ma una irregolarità riscontrata dalle autorità sovietiche rispetto al suo falso passaporto tedesco, intestato a un’altra persona, lo costrinsero ad allontanarsi rapidamente da Stalinabad e dall’Unione Sovietica.

Dalla fine di luglio del 1933 al marzo del 1935, Valentin Olberg soggiornò invece quasi sempre a Praga assieme alla seconda moglie Betty Siermann e al fratello Pavel, prima che quest’ultimo partisse legalmente e con un regolare passaporto tedesco proprio per l’Unione Sovietica stalinista, nel novembre del 1934; e nel 1934 a Praga, Valentin Olberg ottenne la tessera di accesso come lettore alla Biblioteca Slavica di Praga, diretta dal 1929 dall’esule anticomunista Vladimir Tukalevskij, come riconosciuto da quest’ultimo nella sua dichiarazione scritta al Prager Tageblatt nell’agosto del 1936 e riportata da Shachtman nel libro “Behind the Moscow trial”.

Dopo aver cercato invano e più volte di ottenere un visto legale dì ingresso per l’Unione Sovietica, come ammesso anche dalla madre Frida Markovna, Valentin Olberg riuscì finalmente a procurarsi all’inizio del 1935 un passaporto honduregno che gli attribuiva la fittizia nazionalità di tale paese grazie a Lucas Parades, che lavorava a Berlino in qualità di console dell’Honduras presso la Germania nazista, pagando a quest’ultimo una tangente di alcune migliaia di corone ceche per entrare in possesso di tale documento; e proprio nell’acquisizione del falso documento in esame, Valentin Olberg venne aiutato direttamente anche dallo stesso Vladimir Tukalevskij, come riconobbe anche la stessa madre di Olberg.

Altri fatti sicuri e non contestati neanche da Trotskij: l’anticomunista Vladimir Tukalevskij era sospettato di legami segreti con i nazisti, venendo licenziato dalle autorità ceche dal suo incarico di direttore della Biblioteca slava poco tempo dopo l’agosto del 1936 e la conclusione del primo processo di Mosca, mentre sempre l’anticomunista Tukalevskij spedì al comunista ed ebreo Valentin Olberg nell’estate del 1935 una cartolina in terra sovietica, documento scritto di notevole rilevanza che verrà esibito pubblicamente assieme al falso passaporto honduregno dalle autorità staliniste durante il processo dell’agosto del 1936.

Munito della sua nuova e fittizia cittadinanza honduregna, Valentin Olberg nel luglio del 1935 riuscì infatti a entrare clandestinamente in Unione Sovietica assieme alla seconda moglie, Betty Siermann e, dopo una breve permanenza a Minsk, arrivò nella città russa di Gorkij alla fine di agosto del 1936, dove trovò subito lavoro come insegnante di storia nell’istituto pedagogico della sopracitata località sovietica.

Dall’agosto del 1935 al 4 gennaio del 1936, Valentin Olberg visse quindi a Gorkij per circa cinque mesi in modo illegale grazie al suo falso passaporto e cittadinanza honduregna, assieme a Betty Siermann e proprio nella stessa città in cui da alcuni anni risiedeva suo fratello Pavel: quest’ultimo, infatti, poco dopo essere giunto in URSS nel novembre del 1934 si recò a Gorkij, dove trovò lavoro come ingegnere in un grande complesso chimico di tale centro urbano.

Nessun dubbio, inoltre, che il 5 gennaio del 1936 sia Valentin che Pavel Olberg, assieme a Betty Siermann, vennero arrestati a Gorkij dalla polizia sovietica assieme ad altri cittadini sovietici accusati di attività trotzkista. In base agli archivi sovietici desegretati dopo il 1991, lo storico antistalinista V. Rogovin nel suo libro “1937” ha sottolineato a questo proposito che, una volta arrestato, Valentin Olberg quasi subito spedì ai responsabili della polizia sovietica una dichiarazione scritta in cui egli affermò testualmente: “è possibile che io possa auto-calunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[8].

Altresì Valentin Olberg si rifiutò di collaborare con la polizia sovietica fino alla seconda metà del febbraio del 1936: solo dopo più di un mese di interrogatori egli ammise la sua militanza trotzkista e che, assieme agli altri accusati, stava preparando un attentato contro Stalin a Mosca in occasione del corteo del primo maggio.

Altro fatto indiscutibile: a dispetto dell’esistenza concreta del suo falso passaporto honduregno, ritrovato del resto dall’NKVD subito dopo il suo arresto del 5 gennaio del 1936, Valentin Olberg confessò la sua connessione con V. Tukalevskij, i nazisti e il console honduregno Lucas Parades solo nel maggio del 1936. Lo storico antistalinista V. Rogovin ammise tale fatto nel suo libro intitolato “1937”, notando che Valentin Olberg fece la sua confessione in merito al nesso Tukalevskij-nazisti-passaporto honduregno solo in giugno e per di più dopo che l’inchiesta contro lui e gli altri arrestati era stata dichiarata chiusa dall’NKVD nel maggio del 1936, venendo riaperta solo dopo un mese[9].

Ennesima informazione incontestabile: nelle dichiarazioni rese da Olberg al primo processo di Mosca, tenutosi nell’agosto del 1936, quest’ultimo attestò nel corso di un interrogatorio tenuto alla presenza anche di giornalisti e di diplomatici stranieri che egli era entrato clandestinamente in Unione Sovietica in qualità di militante trotzkista, per preparare un attentato contro Stalin; che il suo falso passaporto honduregno gli era stato procurato anche con l’aiuto della Gestapo e dei nazisti e, infine, che esisteva una collaborazione costante tra questi ultimi e i più alti dirigenti trotzkisti, a partire da Lev Sedov, figlio e braccio destro di Trotskij (che a sua volta, dal giugno del 1935 al dicembre del 1936 aveva trovato asilo in Norvegia). Le dichiarazioni rese da Valentin Olberg al processo di Mosca, durante la sessione del 20 agosto del 1936, sono consultabili facilmente sul sito www.marxists.org, mentre ovviamente si dovrà verificare punto per punto la corrispondenza delle sue affermazioni con la realtà concreta.

Al termine del processo di Mosca dell’agosto del 1936 Valentin Olberg, come gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) venne condannato a morte dalla corte giudicante sovietica e fu fucilato il 25 agosto, come del resto gli altri accusati[10].

A sua volta Paul Olberg, il fratello di Valentin, venne giudicato a Mosca agli inizi dell’ottobre del 1936 in un altro processo, questa volta a porte chiuse e non pubblico: come notò anche Rogovin, egli venne condannato a morte e subito fucilato assieme ad altri cittadini sovietici, arrestati all’inizio del 1936 per attività trotzkiste a Gorkij e in altre zone dell’URSS.

Fin qui i fatti sicuri, ivi comprese le dichiarazioni che Valentin Olberg sicuramente rese pubbliche ed esplicitò durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936: tuttavia, come si è già notato, rispetto al caso Olberg sono stati via via presentati tre diversi schemi di interpretazione dei fatti, quasi come nel geniale film Rashomon di Kurosawa, e tre diverse teorie che risultano in conflitto antagonistico tra loro, escludendosi a vicenda.

Una prima tesi è quella relativa a un Olberg “curioso-apartitico”, avanzata dal quotidiano britannico Manchester Guardian il 28 agosto del 1936.

Secondo quest’ipotesi, Valentin Olberg costituiva solo un giovane ebreo non affiliato a nessuna organizzazione politica, stalinista o trotzkista, che si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 spinto solo dalle difficoltà economiche e dalla simultanea curiosità di conoscere la realtà sovietica di quel tempo; tale tesi venne riportata di sfuggita anche dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial”[11].

La seconda tesi, che invece denomineremo d’ora in poi “Olberg-infiltrato stalinista” all’interno delle file trotzkiste, venne avanzata quasi apertamente da Trotskij fin dal 20 agosto del 1936, subito dopo la deposizione pubblica di Olberg al primo processo di Mosca. In una breve dichiarazione, Trotskij scrisse infatti in data 20 agosto di non aver mai incontrato di persona Valentin Olberg ma che fin dall’inizio del 1930, quando stava cercando un segretario personale, Trotskij ricevette una comunicazione da Franz Pfemfert (uno dei suoi seguaci) che lo informava che Olberg era disposto a recarsi in “Turchia per assumere il ruolo di assistente personale del leader in esilio della Quarta Internazionale. Nella sua dichiarazione del 20 agosto 1936, Trotskij aggiunse inoltre che “il primo aprile 1930, Franz Pfemfert mi scrisse: “Olberg produce la più sfavorevole impressione”, e a parere di Trotskij sempre Pfemfert ventilò la possibilità che Olberg potesse anche appartenere alla “clique di Stalin”[12].

Secondo la teoria in esame, Valentin Olberg prese realmente contatto con il movimento trotzkista, e in seguito anche con Trotskij e con Lev Sedov all’inizio del 1930; realmente egli entrò con due diversi e falsi passaporti in Unione Sovietica, sia nel 1933 che nel luglio del 1935; realmente Olberg si procurò nel 1935 un falso passaporto honduregno dal console generale Lucas Parades, operante allora nella Germania nazista per conto del paese latinoamericano in via d’esame, anche attraverso l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo. Ma egli compì tali azioni in base agli ordini e alle indicazioni dirette della polizia stalinista che lo utilizzò in qualità di agente provocatore nelle file trotzkiste fin dal 1929/30, quando Olberg prese contatti con i trotzkisti di Berlino e con uno dei loro leader, Anton Grylewicz, operando come infiltrato dell’NKVD stalinista dal 1930 fino all’agosto del 1936 e senza soluzione di continuità.

Di conseguenza la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” scagiona completamente Trotskij, Lev Sedov e gli altri dirigenti trotzkisti da qualunque responsabilità, anche indiretta, rispetto alle azioni svolte invece da Valentin Olberg nel 1930/35 in base alle direttive e in base a ordini della polizia sovietica, ossia della GPU (acronimo della polizia sovietica, dal 1923 al 1933) e dell’NKVD (nuovo acronimo della polizia sovietica, a partire dal 1934).

La terza tesi, che condividiamo e che dimostreremo come veritiera fatti alla mano, sostiene invece che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista che arrivò clandestinamente in Unione Sovietica nel luglio del 1935 con l’aiuto anche della Gestapo, nell’ambito di una collaborazione tra una parte dei vertici nazisti e Trotskij, al fine di uccidere Stalin; tuttavia non condividiamo invece le conclusioni staliniste del 1936/37 su un presunto e inesistente asservimento di Trotskij ai fascisti tedeschi, antisemiti e anticomunisti, visto che tutta una serie di fatti concreti (ad esempio Trotskij era un ebreo con un ego fortissimo, e fin dal 1898 si rivelò senza soluzione di continuità un convinto marxista) portano invece a concludere che tra le due parti esistesse solo una collaborazione tattica e limitata, tra nemici giurati, contro un loro nemico comune (Stalin e il suo regime) anche in vista del secondo conflitto mondiale, il cui futuro scoppio stava ormai avvicinandosi con grande rapidità proprio dopo l’ascesa al potere dei nazisti.

In ogni caso chi ha ragione, sul caso Olberg?

Il Manchester Guardian, con la teoria “Olberg-curioso apartitico”?

Trotskij nel 1936/37 con la sua tesi “Olberg-infiltrato stalinista”?

Stalin e l’NKVD, con l’ipotesi “Olberg-militante trotskista”?

Ormai in possesso di una serie di dati di fatto sicuri rispetto al “caso Olberg”, possiamo innanzitutto demolire la tesi assurda e incongruente che giudica Olberg come una persona “apartitica e innocente”, distante nel 1933-35 da qualunque contatto diretto sia con il movimento trotzkista che con la polizia stalinista.

Per demolire subito tale tesi senza lasciare spazio ad alcun dubbio ragionevole, è sufficiente anche solo tenere a mente che Valentin Olberg non entrò legalmente in Unione Sovietica nel luglio del 1935, ma viceversa in modo illegale e clandestino, utilizzando a tal proposito di sua libera iniziativa un passaporto honduregno che lo presentava sotto una falsa nazionalità: honduregna, per l’appunto, e non certo tedesca o europea.

Lo stesso Olberg evidenziò, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 e di fronte alle domande di Vysinskij, ossia della pubblica accusa stalinista, che egli non aveva in alcun modo “congiunti” e parenti in Honduras, né del resto degli “antenati” che provenissero dalla piccola repubblica centroamericana, sostenendo invece e senza tema di smentite che egli risultava viceversa “nativo di Riga”, ossia di una città della Lettonia distante alcune migliaia di chilometri dal continente americano.

Sempre di sua libera iniziativa, Valentin Olberg altresì pagò sicuramente una tangente e una somma di denaro a Lucas Parades, console honduregno nella Berlino nazista del 1935: un altro atto illegale – e costoso, sul piano materiale – finalizzato a compiere un viaggio illegale all’interno dell’Unione Sovietica stalinista del 1935.

Il Valentin Olberg che entrò clandestinamente e con mezzi illegali in territorio sovietico stava pertanto commettendo nel luglio del 1935 un reato evidente, chiaro e innegabile contro lo stato sovietico da cui egli sarebbe stato “incuriosito”, almeno secondo la tesi strampalata in via d’esame, compiendo quindi fin dall’inizio del suo viaggio sia un atto ostile contro il regime stalinista che un particolare reato di cui Valentin Olberg era sicuramente a conoscenza, visto l’impegno e i soldi che gli costarono l’azione tesa a procurarsi in segreto il passaporto falso dell’Honduras.

Ma non solo: a demolire ancora di più la tesi su “Valentin Olberg–innocente curioso” interviene il fattore aggiuntivo per cui a quest’ultimo, come del resto a qualunque persona con un minimo di intelligenza, risultava chiaro ed evidente che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del luglio 1935, ossia usare nel 1935 un passaporto con falsa identità nazionale per arrivare nel paese sovietico e soggiornarvi anche solo per pochi giorni, comportava dei pericoli significativi: rischi come minimo di arresto e di detenzione per un periodo più o meno lungo nelle prigioni sovietiche, se non peggio. A un uomo intelligente come Valentin Olberg, come del resto per qualunque persona dotata di un minimo di buon senso, risultava chiaro che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935 determinava come minimo dei seri pericoli per la propria incolumità personale, ivi compreso il rischio concreto di poter essere accusato di essere una spia straniera con tutte le ricadute negative del caso.

Il gioco – ossia l’ipotetica soddisfazione della presunta curiosità di Olberg – non valeva quindi la “candela”, e cioè la prospettiva tutt’altro che remota di finire prima o poi nelle carceri staliniste.

Inoltre Valentin Olberg, a partire dal luglio del 1935, non rimase sotto falsa identità nell’URSS stalinista di quel periodo solo per pochi giorni, diciamo per una settimana: egli risiedette invece in terra sovietica per circa cinque mesi, dal luglio 1935 al 5 gennaio del 1936, quando venne scoperto e arrestato dall’NKVD. Detto in altri termini, durante i circa cinque mesi in cui egli stazionò illegalmente in Unione Sovietica i rischi derivanti dalla sua permanenza clandestina aumentavano costantemente, e quasi giorno per giorno: Valentin Olberg infatti cercò – e trovò, guarda caso – lavoro presso l’istituto pedagogico di  Gorkij in modo illegale, visto che si presentò con una falsa identità nazionale e con un falso passaporto, e lavorò inoltre realmente per alcuni mesi presso tale istituto, continuando pertanto a commettere ulteriori reati contro la legge sovietica e il potere stalinista durante la sua permanenza nel paese dei Soviet.

Pensare che Valentin Olberg fosse incosciente e ignaro di tutti i reati evidenti che stava via via commettendo in terra sovietica, dal luglio del 1935 fino al 4 gennaio del 1936, significa cadere nel campo dell’assurdo: un presunto “curioso” e un presunto giovane “apartitico”, come venne dipinto dalla tesi in via di demolizione, non avrebbe mai commesso tutta questa serie diversificata di – prolungate, plurimensili – azioni illegali e rischiose e non si sarebbe mai comportato in modo come minimo assai simile a una spia, penetrata illegalmente in una nazione straniera.

Un vero e reale “curioso-apartitico”, non ostile a priori rispetto al nucleo dirigente stalinista, non avrebbe inoltre mai effettuato un viaggio clandestino nel paese verso cui provava una certa attrazione; non avrebbe mai cercato prima di acquisire una falsa nazionalità e un passaporto (honduregno) contraffatto per viaggiare in Unione Sovietica cercando di sfuggire al controllo delle autorità locali, né tanto meno avrebbe usato concretamente in seguito il falso documento dell’Honduras per recarsi sul posto presentando alle autorità staliniste la sua nazionalità fittizia.

Ma a devastare completamente la teoria su “Olberg-curioso e apartitico”, senza lasciare spazio a dubbi anche poco ragionevoli, interviene altresì il primo e lungo viaggio clandestino già compiuto da Valentin Olberg nel marzo/luglio del 1933 e sempre in Unione Sovietica, penetrando illegalmente e per lungo tempo all’interno del regime stalinista già nel marzo-luglio 1933.

Stiamo infatti prendendo in esame un soggiorno di Olberg in terra sovietica altrettanto sicuro e altrettanto clandestino di quello successivo, effettuato a partire dal luglio del 1935; un primo viaggio di Valentin Olberg nell’URSS del 1933 che venne compiuto, anche secondo la testimonianza della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, sempre con un falso passaporto, anche se quella volta di provenienza tedesca; un soggiorno sempre illegale e rischioso come quello successivo del 1935, e sempre di lunga durata (circa quattro mesi) all’interno del paese dei Soviet.

Se risultava già assurdo che un presunto “curioso apartitico” compisse un viaggio illegale e prolungato nell’URSS stalinista del luglio 1935, diventa subito abnorme e inconcepibile che sempre il presunto “curioso apartitico” di nome Valentin Olberg avesse effettuato anche il precedente e lungo soggiorno illegale nell’URSS stalinista del 1933 sempre senza secondi fini, sempre senza alcun collegamento politico né con i trotzkisti né con la polizia stalinista.

Siamo quindi in presenza di due viaggi illegali di Valentin Olberg, compiuti nella chiusa e dura Unione sovietica del 1933-35; di due viaggi clandestini e tra l’altro prolungati; di due viaggi illegali, prolungati e compiuti attraverso due diversi passaporti falsi.

Già a questo punto l’ipotesi del “curioso-apartitico” evapora ormai come neve al sole d’agosto: ma basta esaminare anche la storia personale e il background politico di Valentin Olberg perché la tesi del “curioso-apartitico” crolli e si dissolva in modo ancora più plateale.

Valentin Olberg non solo veniva da una famiglia ebrea molto politicizzata, nella quale il padre Paul Olberg era fin dal 1903 un autorevole menscevico e un teorico dell’ala moderata e antibolscevica dei marxisti operanti nell’impero zarista e in Occidente, ma altresì egli entrò in prima persona nelle file comuniste ancora in giovane età; fin dal 1928 e appena ventenne, scrisse infatti su una rivista stalinista autorevole come l’International Press Correspondance tutta una “serie di articoli sulla Lettonia” (paese in cui vissero per lungo tempo i suoi genitori), come venne ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman nel suo scritto “Behind the Moscow Trial”.

Sempre lo stesso Valentin Olberg, il presunto “apartitico” e “curioso”, fin dal 1930 entrò inoltre in segreto nel movimento trotzkista internazionale, scrivendo tra l’altro un articolo pubblicato nel luglio del 1930 sul mensile trotzkista tedesco Der Kommunist, intitolato “Epoché Stalin”: fatto ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro sopracitato[13].

Non solo Valentin Olberg si dichiarò sempre comunista, come riconobbe del resto anche sua madre nella sua deposizione contenuta negli archivi Trotskij di Harvard, ma egli inoltre non si limitò a far parte come semplice militante di base del movimento trotzkista, visto che almeno dal 1930 – vedremo in seguito se in qualità di fedele trotzkista o di infiltrato stalinista – Olberg invece entrò in contatto diretto con lo stesso Trotskij e soprattutto con suo figlio Lev Sedov, a cui scrisse (e da cui ricevette) numerose lettere nel corso del 1930 e dei primi mesi del 1931 conservate nell’archivio Trotskij di Harvard, dimostrando come minimo un notevole interesse per le idee e pratiche politiche espresse allora da Trotskij.

Nell’ultima missiva che scrisse a Lev Sedov, datata 23 febbraio 1931 e conservata negli archivi Trotskij di Harvard, non a caso Valentin Olberg esordì affermando: “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la vostra lettera a suo tempo”, e continuò la sua missiva criticando apertamente Kurt Landau, allora uno dei dirigenti trotzkisti tedeschi, notando che “non capisco per niente in quale gioco di Landau siamo coinvolti… Io aspetto le tue direttive e ti rimango fedele.  Compagno Olberg, 23 febbraio 1931”.

Anche nel febbraio del 1931, quindi, Olberg era inserito in un livello come minimo abbastanza elevato del quadro dirigente del movimento trotzkista internazionale e non risultava certo un “apartitico” e uno sprovveduto in campo politico: pertanto la teoria fantasiosa su un Valentin Olberg valutato in qualità di semplice “curioso” della realtà sovietica del 1935, oltre che del 1933, non sta assolutamente in piedi anche solo per il livello assai elevato di impegno e attivismo politico mostrato da quest’ultimo, nel periodo compreso tra il 1928 e la fine del 1932.

Ma non solo: Valentin Olberg costituiva così poco nel 1931-32 un “curioso-apartitico” che persino Trotskij, pubblicamente e durante la quarta sessione della commissione Dewey, ammise che quando suo figlio Lev Sedov arrivò e soggiornò per due anni a Berlino, dalla fine di febbraio del 1931, egli si incontrò più volte con Olberg e che quest’ultimo a sua volta era entrato all’interno della cerchia di amici di Lev Sedov nella capitale tedesca del 1931-32.

Ma non solo: abbiamo già notato in precedenza che nel 1932 Valentin Olberg, allora cittadino tedesco, era iscritto al KPD, ossia al partito comunista tedesco, e che venne espulso nel giugno del 1932 dal KPD stalinista sotto l’accusa esplicita di trotzkismo. Nella sopracitata intrusione illegale, effettuata da militanti clandestini del KPD nell’abitazione berlinese di Valentin Olberg, vennero infatti trovate una serie di lettere di Trotskij e di Lev Sedov che Valentin Olberg custodiva anche nel 1932 con cura, seppur con poca fortuna.

Valentin Olberg venne in pratica espulso dal KPD nell’estate del 1932 per attività trotzkista e pertanto egli sapeva benissimo, nel marzo 1933 come nel luglio del 1935, di essere stato espulso in precedenza dal partito comunista tedesco a causa della sua militanza trotzkista.

Ora, dipingere il Valentin Olberg del marzo del 1933 e del luglio del 1935 come un soggetto “apartitico” e un “semplice curioso” dell’URSS risulta un’assurdità incredibile anche solo per questa semplice ragione, risalente alla metà del 1932 e quindi a pochi mesi prima del suo primo viaggio illegale del marzo-luglio 1933. Inoltre persino un presunto “curioso-apartitico” come Valentin Olberg non poteva non sapere che, nell’Unione Sovietica del 1933-35, il trotzkismo costituiva già da alcuni anni un movimento politico illegale e aspramente combattuto dalle autorità staliniste; non poteva altresì non sapere, sia nel marzo del 1933 che nel luglio del 1935, che la sua precedente e ancora fresca espulsione dal KPD per attività trotzkista non costituiva in alcun modo un buon biglietto di presentazione, per la polizia e il governo stalinista. Eppure, a dispetto della presenza di questi elementi certi e innegabili, il presunto “curioso-apartitico” di nome Valentin Olberg entrò – tra l’altro illegalmente – nella tana del lupo stalinista: evidentemente fiducioso di ricevere, sia nel 1933 che nel 1935, le congratulazioni dell’NKVD stalinista, sia per i suoi precedenti politici di matrice trotzkista in Germania che per la sua entrata con una nazionalità fittizia in terra sovietica.

Si è già notato inoltre in precedenza come Valentin Olberg, dopo esser giunto illegalmente a Gorkij nell’estate del 1935, avesse ottenuto quasi subito un lavoro in qualità di insegnante nell’istituto pedagogico della città sovietica in via d’esame.

È vero che nell’Unione Sovietica del 1935 non esisteva da tempo la disoccupazione. Ma che un uomo di nazionalità straniera, appena arrivato in URSS con un passaporto honduregno e ancora in giovane età (nel 1935 Valentin Olberg aveva solo 28 anni) ottenesse quasi subito un lavoro a  Gorkij non come semplice manovale, ma invece in qualità di intellettuale assunto in un qualificato istituto sovietico, costituisce un anomalia così  vistosa da essere stata notata e individuata persino da uno studioso antistalinista come F. Firsov, nel suo saggio contenuto nel libro “Reflection on the Gulag”. Firsov giustamente rilevò a questo proposito come fosse assai strano che proprio Valentin Olberg, “collegato con Trotskij” e “espulso dal partito comunista tedesco” nel 1932, “potesse andare in URSS” (illegalmente, aggiungiamo noi) “e ottenere un buon lavoro” nel 1935 all’istituto pedagogico di Gorkij[14].

Giudizio e osservazione assolutamente incontestabile, quello di Firsov, proprio perché basata su fatti reali e innegabili.

L’assunzione del presunto “honduregno” Valentin Olberg all’istituto pedagogico di Gorkij, nell’estate del 1935, costituisce un fatto così clamoroso da demolire, anche se preso isolatamente, la tesi su Olberg “curioso-apartitico”: un presunto “curioso-apartitico” così “fortunato” da aver ottenuto, “casualmente” e quasi subito, un “buon lavoro” (Firsov) a  Gorkij e nell’URSS stalinista, appena arrivato in terra sovietica come straniero, e per di più avendo un passaporto falso ed esibendo una falsa nazionalità, costituirebbe un caso eccezionale di “fortuna” – si fa per dire, certo – degno di entrare nel Guinness dei primati.

Ma non solo: proprio al fine di acquisire in modo illegale il falso passaporto honduregno, l’ebreo e comunista Valentin Olberg all’inizio del 1935 sicuramente si rivolse e pagò senza ombra di dubbio una tangente al console generale dell’Honduras – Lucas Parades – che operava a Berlino, nella Germania nazista di quel tempo.

Ora, risultano subito poco comprensibili i motivi per cui un presunto “curioso e apartitico” come Valentin Olberg, ossia uno dei tanti ebrei così odiati dai nazisti in modo esplicito e fin dal sorgere del partito nazionalsocialista, avrebbe dovuto rivolgersi per ottenere un falso passaporto al rappresentante diplomatico di un paese centroamericano che operava proprio nella tana del lupo hitleriana, nella Germania nazista, antisemita e anticomunista del 1935.

In altri termini l’ebreo e comunista Valentin Olberg, al fine di entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935, si mise in contatto volutamente con il console di un paese latinoamericano che – guarda caso – aveva la sua sede di lavoro proprio nella Germania nazista e anticomunista, hitleriana e antisemita del 1935, e  cioè nel posto meno salubre al mondo per un ebreo comunista: una connessione di elementi come minimo molto anomala, e che contribuisce a demolire ancora più profondamente la tesi che ritiene Valentin Olberg un “curioso-apartitico”.

Dopo l’ascesa al potere dei nazisti, nel gennaio-marzo del 1933, Valentin Olberg era stato inoltre costretto ad emigrare dalla Germania proprio per la sua scomoda posizione di ebreo e di comunista: e nel 1935 proprio il presunto “curioso-apartitico” Olberg cercò prima, e ottenne in seguito un documento illegale dal console honduregno attivo nella stessa nazione fascista che lo aveva messo in fuga e costretto all’esilio, solo due anni prima? I conti non tornano anche per questa sola ragione, e a questo punto possiamo tirare le somme.

Ciascuno dei fatti sopra indicati (l’impegno politico di matrice trotzkista di Olberg nel 1928-32, la sua entrata illegale in URSS nel 1933, il suo nuovo viaggio illegale in terra sovietica nel 1935, ecc.) demolisce subito la tesi fantasiosa su Olberg “curioso-apartitico”, anche se preso isolatamente e non messo in contatto con gli altri indizi: ma se si effettua invece tale interconnessione e si uniscono tra loro le tessere del mosaico, svanisce del tutto qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, sulla falsità assoluta della teoria in via d’esame.

E a questo punto rimangono sul campo solo due tesi alternative, ossia quella su “Olberg infiltrato stalinista” e la sua diretta antagonista, che vede Olberg invece operante dal 1930 all’inizio del 1936 nel ruolo di fedele e coraggioso militante trotzkista. Andiamo dunque a verificare quale delle due ipotesi sia giusta, corretta e corrispondente alla realtà storica, utilizzando a tal fine tutti i fatti sicuri a nostra disposizione: ossia una serie di elementi innegabili che se da un lato annientano e demoliscono l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, simultaneamente comprovano in modo altrettanto sicuro la tesi opposta.

È sufficiente tenere a mente che la teoria che ritiene Valentin Olberg un infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale esige e richiede, per forza di cose e in modo inevitabile, di presumere che quest’ultimo fosse un agente provocatore della polizia stalinista almeno dal 1930 all’agosto del 1936, senza soluzione di continuità: e cioè che Valentin Olberg svolgesse tale particolare ruolo nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel 1933.

Nel 1934.

Nel 1935.

Nel gennaio del 1936, quando quest’ultimo venne arrestato nella città sovietica di Gorkij.

E infine anche nell’agosto del 1936, quando Olberg testimoniò al primo processo di Mosca.

Partiamo innanzitutto riesaminando un fatto sicuro e innegabile, che avvenne proprio nell’estate del 1936: l’imputato Valentin Olberg fu sicuramente condannato a morte alla fine del processo dell’agosto 1936, come tutti gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) in quel procedimento giudiziario, venendo fucilato subito dopo la conclusione di quest’ultimo assieme a tutti gli altri condannati.

La condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg, rispettivamente il 24 e 25 agosto 1936, costituiscono due fatti innegabili che si scontrano frontalmente con l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, per motivi fin troppo evidenti. Se Valentin Olberg fosse stato realmente un infiltrato stalinista nelle file della Quarta Internazionale e per alcuni anni, dal 1930 al 4 gennaio del 1936 e se avesse realmente svolto un duro e ingrato lavoro segreto di “talpa” stalinista nelle file trotzkiste, operando come agente provocatore anche durante il processo dell’agosto 1936, sarebbe stato assurdo e incomprensibile per Stalin e l’NKVD “premiare” e gratificare il loro fedele dipendente Valentin Olberg, il loro fedele “agente provocatore”, con la “ricompensa” e la particolarissima gratificazione della pena di morte, con il “regalino” della sua irreversibile fucilazione subito dopo il processo dell’agosto del 1936.

Stalin e l’NKVD potevano benissimo far condannare il loro (presunto) agente provocatore Valentin Olberg ad alcuni anni di carcere duro e poi liberarlo in segreto dopo qualche tempo, passata la ventata dei processi di Mosca: ma invece “premiarono” il loro (presunto) fedele agente provocatore, il loro presunto “dipendente” Valentin Olberg con la durissima “ricompensa” della pena di morte e della fucilazione immediata, dopo la fine del processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Una fucilazione irreversibile e irrevocabile, è appena il caso di notare: pertanto la tesi su “Olberg-provocatore stalinista”, sul presunto infiltrato stalinista per lunghi anni nelle file trotzkiste, viene subito messa in crisi dal dato di fatto inequivocabile costituito dall’esecuzione del presunto “agente provocatore stalinista” di nome Valentin Olberg.

Viceversa risulta fin troppo facile notare come la condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg risultino invece perfettamente corrispondenti e compatibili con l’ipotesi opposta in via di esame, con la tesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”. Per un uomo come Valentin Olberg, che era entrato in Unione Sovietica in modo illegale e in qualità di militante trotzkista; con un passaporto falso procurato anche grazie all’aiuto logistico della Gestapo e dei nazisti; con l’intento di organizzare un attentato proprio contro Stalin; per un uomo e per un imputato del genere, per un coraggioso militante trotzkista impegnatosi a uccidere Stalin l’unica pena applicabile, nell’URSS stalinista del 1936, consisteva per l’appunto nella pena di morte e nella fucilazione immediata, senza alcuna possibilità di grazia o di carcerazione, anche lunga.

Secondo elemento concreto: qualunque (reale) agente provocatore che fosse stato davvero capace di infiltrarsi con successo nelle file della Quarta Internazionale, e per di più dal 1930 al 1935; in grado per di più di procurare all’NKVD il fatto eclatante (e l‘informazione eclatante) della connessione tra falso passaporto honduregno, Tukalevskij e la Gestapo, avrebbe meritato come minimo una medaglia al valore da parte di Stalin e dei capi della polizia sovietica, anche se consegnata in segreto.

Viceversa Valentin Olberg, il presunto “agente provocatore” stalinista, ottenne al contrario la bella ricompensa della pena di morte da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” di Mosca, da parte dei suoi presunti capi dell’NKVD: a dispetto del lungo periodo speso nella sua presunta opera d’infiltrazione nelle file trotzkiste e degli eccellenti risultati da lui ottenuti innescando e favorendo la connessione, utilissima alla propaganda stalinista tra Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno.

Se si segue la teoria “Olberg-agente infiltrato stalinista”, se ne dovrebbe inevitabilmente dedurre che proprio i migliori stachanovisti dell’NKVD venissero “ricompensati” da Stalin nel 1936 con il presunto incentivo della pena di morte, e proprio nel caso avessero svolto il loro compito con efficienza

Terza prova: la condanna a morte di Pavel Olberg, ossia il fratello di Valentin, nell’ottobre del 1936.

Lo storico Rogovin, simpatizzante trotzkista, ci ha informati che proprio nell’ottobre del 1936 e circa due mesi dopo il processo di Mosca venne condannato a morte e fucilato dall’NKVD anche Pavel Olberg, assieme ad altri uomini accusati di attività trotzkista a Gorkij e in altre zone della Russia: e anche questo fatto sicuro contribuisce a demolire ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”.

Se Valentin Olberg fosse stato davvero un infiltrato dell’NKVD stalinista nelle file trotzkiste, dal 1930 al 1936, alla sua già assurda condanna a morte si sommerebbe a questo punto anche l’esecuzione di suo fratello, di Pavel Olberg. Stalin e l’NKVD avrebbero quindi espresso un abnorme e ancora più originale modo di ricompensare i loro agenti provocatori, non solo fucilandoli in prima persona ma per di più uccidendo anche i loro familiari, nel caso specifico il fratello Pavel Olberg, oltre a incarcerare sia la prima che la seconda moglie di Valentin Olberg, come si è già notato in precedenza, sempre per “ricompensarlo” in modo adeguato dei preziosi e faticosi servizi svolti da quest’ultimo a vantaggio dello stato sovietico e contro la detestata e aborrita – dal nucleo dirigente stalinista – Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Ancora una volta siamo entrati in un teatro dell’assurdo e del delirio, seguendo la tesi interpretativa in via di discussione, mentre invece l’esecuzione di Pavel Olberg risulta perfettamente corrispondente e compatibile con l’ipotesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”, che si avvalse anche della collaborazione del fratello Pavel nella città di  Gorkij al fine di cercare di organizzare il tentativo di uccisione di Stalin: per un reato di quel tipo, nell’Unione Sovietica stalinista del 1936 risultava infatti inevitabile e sicura la condanna a morte dei principali cospiratori, ivi compresi ovviamente anche Valentin e Pavel Olberg.

Ma passiamo a un’altra prova e a un’altra “pistola fumante” visto che V. Rogovin, storico russo molto vicino alle posizioni trotzkiste e che negli anni Novanta ha scritto un’opera intitolata “1937”, nella quale cercò di sostenere che i processi di Mosca risultavano solo delle tragiche farse inscenate da Stalin, ha contribuito involontariamente a decidere una volta per tutte la “questione Olberg” a favore di Stalin e contro le tesi sostenute da Trotskij, fin dall’agosto del 1936.

Prendendo spunto da documenti contenuti negli archivi sovietici del tempo e desegretati dopo il 1991 e il crollo dell’URSS, Rogovin infatti ci informa che Olberg venne arrestato il 5 gennaio del 1936, assieme ad altri trotzkisti di Gorkij.  Ora, il presunto agente provocatore di Stalin di nome Valentin Olberg, al posto di confessare subito o quasi subito la sua militanza (fittizia) trotzkista e in tal modo dare il via libera alle presunte montature poliziesco-giuridiche di Stalin, spedì invece agli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato e sottoposto a un primo interrogatorio un’incredibile ma indiscutibile dichiarazione scritta, nella quale Valentin Olberg affermò testualmente: “è possibile che io possa autocalunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[15].

E questo sarebbe il comportamento tipico di un vero infiltrato stalinista, di un reale agente provocatore stalinista, il cui compito sarebbe stato costituito proprio dal presentarsi al mondo sotto le (false, stiamo ora supponendo) vesti e nel ruolo di trotzkista, di seguace ed “emissario di Trotskij”?

La dichiarazione di Valentin Olberg, effettuata per iscritto dopo il suo arresto e ben meditata, risulta abnorme, incredibile e assurda se si accetta la già pericolante teoria per cui Valentin Olberg agisse fin dal 1930 come un agente provocatore di Stalin, inviato nelle file della costituenda Quarta Internazionale proprio per acquistarsi via via la fama di trotzkista, con un lungo lavoro di infiltrazione durato alcuni anni e che egli continuava a svolgere anche nel gennaio del 1936.

Aderendo per un istante a tale tesi Valentin Olberg, agente provocatore di Stalin, venne arrestato dall’NKVD evidentemente per finta (erano già d’accordo, le due parti) il 5 gennaio del 1936: ma, fatto clamoroso e abnorme, invece di “cantare” e parlare subito o quasi subito, confessando di essere un agente segreto di Trotskij in URSS, viceversa egli rilasciò una dichiarazione scritta in cui invece sostenne innanzitutto di non essere in alcun modo un seguace di Trotskij, di non essere in alcun modo un “emissario” di Trotskij. Sarebbe il primo caso mondiale finora conosciuto di un presunto agente provocatore/infiltrato di Stalin che, una volta “arrestato” (si far per dire, certo), abbia dimenticato proprio di essere un agente infiltrato (da Stalin) nelle file trotzkiste e che si autopresentava al mondo come antistalinista, smettendo quindi di fare il suo lavoro di provocatore proprio quando serviva e al momento decisivo: “lo smemorato di Mosca”, in estrema sintesi.

Ma non solo: Olberg, con la dichiarazione, avvisò altresì per iscritto e in modo preventivo di non credere alle sue eventuali e future confessioni (estorte attraverso “le sue sofferenze”) rispetto all’essere un agente e un “emissario” di Trotskij.

In pratica il presunto agente provocatore di Stalin, inviato nelle file trotzkiste per una missione prolungata di infiltrazione e provocazione, indicò di non credergli assolutamente se e quando in futuro egli avesse affermato, in prigione e sotto tortura, di essere un “emissario” di Trotskij. Saremmo quindi in presenza anche del primo caso mondiale di un agente provocatore stalinista che dichiarò, tra l’altro per iscritto e in modo preventivo, di non voler essere assolutamente creduto se egli avesse confessato in futuro di essere un trotzkista: e cioè di non prestargli fede in alcun modo, se egli avesse esposto e confessato in futuro proprio il fatto (essere un trotzkista, anche se per finta) che costituiva lo scopo essenziale della sua lunga missione di infiltrazione, avente per oggetto proprio il presentarsi in qualità di militante trotzkista, almeno dal 1930 e fino ad arrivare senza soluzione di continuità al 1936 .

Non solo “smemorato”, quindi, ma anche un (presunto) agente provocatore stalinista di tipo autodistruttivo per sé e per i suoi presunti mandanti, questo Valentin Olberg!

Secondo l’insospettabile Rogovin, Valentin Olberg inoltre iniziò a collaborare parzialmente con l’NKVD, ammettendo di essere un trotzkista, solo nel febbraio 1936 e quindi dopo almeno un mese di resistenza alle “sue sofferenze”. In estrema sintesi troviamo sia un supersmemorato che un supermasochista, nelle vesti del presunto agente provocatore di Stalin e dell’NKVD: un presunto e irreale supermasochista che, sebbene dovesse quasi per forza di cose collaborare con i suoi presunti “datori di lavoro” stalinisti, avrebbe invece scelto di resistere e restare in silenzio per più di un mese, di non dire niente per più di un mese e di subire in modo assurdo e masochistico per più di un mese proprio gli interrogatori dei suoi presunti capi, dei suoi presunti mandanti e datori di lavoro dell’NKVD.

Non è certo per caso che l’allora trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial” sopracitato, abbia affermato con presuntuosa sicurezza, quando sostenne la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, che c’era “una buona ragione di credere che Olberg, di tutti quelli arrestati” (nel gennaio del 1936) “fu tra i primi, se non il primo” che confessarono la loro militanza e azione antistalinista[16].

Proprio magnifica e rivelatrice, la “credenza” di Schachtman sul fatto che Olberg fosse stato “tra i primi, se non il primo” a collaborare con le autorità staliniste, tra gli arrestati del gennaio del 1936.

Purtroppo per il trotzkista (del 1936) Schachtman, l’inequivocabile e sicura dichiarazione scritta rilasciata da Valentin Olberg (e riportata anche dallo storico antistalinista Rogovin) attesta invece, senza ombra di dubbio, che il coraggioso trotzkista Olberg riferì per iscritto all’NKVD dopo il suo arresto di:

  • non essere un trotzkista;
  • di non credergli, se in futuro si fosse “autocalunniato” confessando forzatamente di essere un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.;
  • di voler dunque resistere, rispetto alle accuse di essere un militante trotzkista.

Siamo d’accordo su un solo punto, ma decisivo, con il trotzkista Schachtman. Se Valentin Olberg fosse stato davvero un reale agente provocatore stalinista, egli sarebbe stato sicuramente “tra i primi, se non il primo” degli arrestati del 5 gennaio 1936 a confessare di essere un trotzkista, e soprattutto mai e poi mai avrebbe prodotto la sua dichiarazione scritta sul “non credetemi, se in futuro mi autocalunnierò” ammettendo di essere trotzkista, un “emissario di Trotskij”, ecc.: ma tale dichiarazione scritta esiste realmente ed è stata ritrovata negli archivi sovietici dopo il 1991, per grande sfortuna di Schachtman.

Avendo a disposizione la dichiarazione scritta da Olberg all’inizio di gennaio 1936 e accettando per un istante la tesi di Trotskij e di Rogovin, Olberg risultava pertanto un agente provocatore smemorato, seppur infiltrato da lungo tempo nelle file trotzkiste; e per di più un provocatore che, fin dalla sua dichiarazione scritta iniziale, mandò all’aria subito la sua presunta “missione”, e cioè per l’appunto fingersi un infiltrato trotzkista in Unione Sovietica, con la frase “non credetemi, se dirò di essere un trotzkista”.

Un elemento e un individuo supersmemorato, autodistruttivo e per di più masochista, visto che Olberg sopportò senza parlare né rivelare alcunché più di un mese di interrogatori da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD; un supermasochista che infine venne fucilato dai suoi stessi presunti mandanti proprio dopo aver compiuto il suo dovere, alias dopo essersi trasformato a partire dal 1929 in un infiltrato stalinista, operante sia all’estero che in URSS.

Siamo ormai a conoscenza di quattro innegabili anomalie da Guinness dei primati, di quattro asimmetrie combinate e devastanti, ciascuna delle quali basterebbe anche da sola a distruggere la tesi relativa a Olberg agente provocatore di Stalin; siamo ormai in presenza di quattro note dissonanti comprovate tra l’altro dal semi-trotzkista Rogovin attraverso l’uso di documenti riservati degli archivi sovietici del tempo e resi pubblici solo dopo il 1991, in una fase successiva al crollo dell’Unione Sovietica.

Sono quattro presunte anomalie viceversa inesistenti, seguendo invece l’ipotesi che vede Olberg come un coraggioso militante trotzkista. Negare con decisione la sua appartenenza alla Quarta Internazionale, anche per ovvi motivi di sopravvivenza personale, risultava infatti in questa prospettiva un’azione inevitabile per Olberg, come del resto cercare di resistere agli interrogatori dell’NKVD e di delegittimare in anticipo sue eventuali e future confessioni; come del resto diventa perfettamente spiegabile che l’NKVD abbia alla fine fucilato Valentin Olberg, proprio a causa della sua temeraria attività clandestina di matrice trotzkista in terra sovietica.

La teoria che ritiene Valentin Olberg un coraggioso militante trotzkista comprende e spiega senza alcuna difficoltà gli elementi di fatto sopra esposti, a partire dall’altrimenti assurda e abnorme dichiarazione scritta elaborata da quest’ultimo subito dopo essere stato arrestato, trasformandosi pertanto già da ora nell’unica chiave di lettura realistica rispetto al “caso Olberg”.

Risulta credibile, anche solo in minima parte, che un vero e reale agente provocatore stalinista, infiltrato realmente almeno dal 1930 nelle file trotzkiste, abbia negato anche per iscritto, una volta arrestato nel 1936 dai suoi “datori di lavoro” dell’NKVD, di essere per l’appunto un militante trotzkista, ossia il ruolo specifico che egli aveva volutamente assunto a scopi di provocazione e nell’interesse del nucleo dirigente stalinista?

Ma che assurdo tipo di agente infiltrato stalinista era Olberg, allora?

Risulta inoltre credibile che un vero, un reale e un concreto agente provocatore stalinista abbia affermato per iscritto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, appena arrestato: “non credetemi se mi autocalunnierò” in futuro, sotto tortura e/o minacce, dichiarando di essere trotzkista e un’“emissario” di Trotskij?

Ma allora, quale varietà abnorme di agente provocatore stalinista era rappresentata da Valentin Olberg?

Risulta inoltre credibile, anche solo in minima parte, che il presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg abbia resistito per più di un mese, dal 5 gennaio fino almeno alla seconda metà di febbraio del 1936, agli interrogatori dell’NKVD stalinista e dei suoi presunti “datori di lavoro”, non rivelando neanche che egli era un trotzkista a dispetto delle sue “sofferenze”?

Ma allora, che tipo di agente provocatore stalinista assolutamente anomalo era Olberg?

Per quale incomprensibile motivo tale presunto informatore stalinista non collaborò subito con i suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD che, tra l‘altro, l’avevano arrestato proprio in terra sovietica trovando subito il suo falso passaporto honduregno?

Avvocato del diavolo: “forse Valentin Olberg era davvero diventato un infiltrato stalinista disorientato e smemorato, il 5 gennaio del 1936 e il giorno del suo arresto”.

Anche ammettendo per un istante tale ipotesi, assurda oltre ogni limite accettabile, sarebbe bastata l’esistenza concretissima del falso passaporto honduregno che Olberg ancora possedeva e utilizzava un istante prima di essere arrestato il 5 gennaio del 1936, e la presunta memoria “perduta” sarebbe sicuramente tornata al presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg: quest’ultimo avrebbe ritrovato sicuramente la sua precedente autocoscienza di infiltrato stalinista, quando gli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato gli misero sotto il naso proprio il suo falso passaporto honduregno, che essi avevano requisito al momento del suo arresto e che venne del resto esibito in seguito, durante il processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936.

La dichiarazione scritta di Olberg (“non credetemi, se mi autocalunnierò”) e la sua mancata collaborazione per più di un mese con l’NKVD sovietica, che l’aveva arrestato agli inizi di gennaio del 1936, rappresentano quindi due elementi concreti che devastano completamente la teoria “Olberg-infiltrato stalinista”, costituendo dei fatti abnormi e assurdi se interpretati con la chiave di lettura dell’agente provocatore dei servizi segreti di Stalin.

Se poi colleghiamo tali assurdità – eventi abnormi e incredibili, ma solo prendendo per buona la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste – alla reale, concreta e innegabile fucilazione del presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg da parte dell’NKVD stalinista, nell’agosto del 1936, qualunque dubbio ragionevole già a questo punto svanisce: Olberg risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista infiltratosi nell’URSS stalinista del 1935 e che venne arrestato, per sua sfortuna, dalla polizia sovietica il 5 gennaio del 1936, mentre le pagine che seguono serviranno solo per far evaporare i dubbi invece poco ragionevoli e razionali rispetto alla concreta selezione tra le due tesi antagoniste poste a confronto.

Rispetto al caso Olberg abbiamo infatti a disposizione tutta una serie di altri indizi, a partire dalla richiesta di informazioni rispetto a Valentin Olberg effettuata dall’NKVD e da S.M. Spiegelglass a Mordka Zborovski, nel marzo 1936.

Zborovski a quel tempo costituiva una concreta, reale e abile “talpa” dell’NKVD (GPU, nella terminologia usata da Brouè) che a Parigi, nel corso del 1935, era riuscito a conquistarsi “a poco a poco la fiducia personale di L. Sedov” (Brouè), diventando uno dei collaboratori più fidati del figlio di Trotskij durante gli anni compresi tra 1935 e il 1937.

Cercando di utilizzare l’ottima posizione raggiunta ormai da Zborovski all’interno delle file trotzkiste, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici, nella persona del loro alto funzionario S. M. Spiegelglass, chiesero al loro  agente infiltrato (conosciuto allora dai trotzkisti con lo pseudonimo di “Etienne”) di cercare di scoprire documenti, scritti e lettere contenute nell’archivio parigino del figlio di Trotskij in relazione a circa una ventina di nominativi di politici e attivisti, considerati dall’NKVD come sospetti di legami con i trotzkisti; un elenco assai particolare, di cui ancora nel 1955 “Etienne” ricorderà alcuni nomi.

Infatti nella primavera del 1936 Zborovski, trasferitosi in seguito negli USA e sottoposto a processo per attività spionistica a favore dell’URSS verso la fine del 1955/inizio del 1956, si mise al lavoro in quella direzione, come ammise davanti a una corte giudiziaria statunitense nel 1955, ma ottenne pochi risultati concreti almeno in quel campo specifico della sua attività di talpa e informatore. Stando anche alla ricostruzione effettuata dall’insospettabile storico trotzkista Brouè, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici misero infatti Zborovski “in contatto con un personaggio importante, probabilmente l’alto funzionario della GPU Michail Spiegelglass evidentemente impegnato nella preparazione del processo di Mosca. Costui gli mostra una lista di una ventina di nomi – nel 1955 Zborovski dirà di ricordarsi di quelli di Zinov’ev, Smirnov, Olberg, Kurt Landau – dei quali deve cercare eventuali tracce nelle carte di Sedov. Spiegelglass gli spiega che si tratta di persone che cospirano contro l’Urss, che sono strettamente legate a Sedov e che la sorveglianza da lui esercitata potrebbe permettere di smascherarle. Zborovski esegue l’incarico con tutto lo zelo possibile, ma non ottiene grandi risultati”[17].

In questa sede non ci interessa soffermarci sull’elevato livello di penetrazione ottenuto dall’NKVD/GPU all’interno delle file trotzkiste europee già nel corso del 1935/36, ma viceversa vogliamo sottolineare la natura e l’obiettivo concreto delle informazioni richieste a Zborovski nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD, per il tramite di Spiegelglass: esse risultavano infatti delle domande relative ad alcuni personaggi sospettati dalla polizia stalinista di attività trotzkiste o in qualche modo legate al trotzkismo, tra i quali emerge anche il nome di Valentin Olberg.

Proprio quel Valentin Olberg che, nel marzo del 1936, era già stato arrestato da circa due mesi proprio dall’NKVD in terra sovietica, come si è già notato in precedenza.

A questo punto supponiamo ancora una volta e per un istante che sia veritiera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”. Ammettendo tale ipotesi e collegandola subito con le informazioni ottenute involontariamente da Brouè, otterremmo il seguente “quadretto”, allo stesso tempo esilarante e assolutamente incredibile:

  • – l’NKVD/GPU infiltrò Olberg come agente provocatore stalinista nelle file trotzkiste, a partire dal 1929;
  • – all’inizio del 1936 l’NKVD arrestò in URSS il suo presunto agente provocatore Olberg, che tuttavia si “dimenticò” di essere un agente provocatore stalinista una volta che venne arrestato;
  • – nel marzo del 1936, l’NKVD chiese altresì al suo (questa volta reale) agente provocatore e infiltrato stalinista Zborowski delle informazioni anche sul conto del suo (presunto) agente provocatore Valentin Olberg, tra l’altro già arrestato dalla stessa NKVD il 5 gennaio del 1936 e in una città sovietica.

Accettando per un attimo la tesi su “Olberg-infiltrato stalinista”, avremmo quindi un infiltrato stalinista reale e ben conosciuto dai vertici dell’NKVD (=Zborowski) che, per incarico della stessa NKVD, indagò nel marzo del 1936 rispetto a un altro agente infiltrato e provocatore dell’NKVD (=Olberg), anch’esso ben conosciuto almeno a partire dal 1929 dai vertici dell’NKVD stalinista e, per di più, già arrestato da quest’ultima nel gennaio del 1936.

Almeno seguendo la fallimentare tesi di un “Olberg-infiltrato stalinista”, si sarebbe quindi creata all’inizio del 1936 una particolare e tragicomica situazione nella quale il reale infiltrato e l’indiscutibile “talpa” stalinista Etienne/Zborowsky avrebbe dovuto investigare, e indagò realmente per conto dell’NKVD stalinista, rispetto a un altro infiltrato stalinista all’interno delle file della costituenda Quarta internazionale: siamo già ora nel campo dell’assurdo.

Inoltre l’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky, dal marzo del 1936 e sempre per conto dell’NKVD stalinista, indagò su un presunto infiltrato stalinista di nome Valentin Olberg che tra l’altro era già stato arrestato proprio dall’NKVD stalinista, fin dal 5 gennaio del 1936 e solo due mesi prima: ancora più assurdo.

L’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky indagò infine per conto dell’NKVD stalinista sull’infiltrato stalinista Valentin Olberg a partire dal marzo del 1936, e cioè dopo che quest’ultimo aveva ormai ammesso – seppur dopo più di un mese di resistenza rispetto agli interrogatori dell’NKVD – almeno di essere trotzkista, un “emissario” di Trotskij e un militante trotzkista: sempre più assurdo e delirante, sempre se si segue e si accetta l’ipotesi che Olberg agisse in qualità di infiltrato stalinista all’interno della Costituenda Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Assurdità e delirio che invece subito svaniscono, accettando la tesi che Valentin Olberg non fosse assolutamente e in alcun modo un agente provocatore stalinista, ma viceversa un militante trotzkista.

Solo in quest’ottica diventa perfettamente spiegabile e razionale la richiesta di informazioni e di prove scritte rivolta nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD/GPU al loro (reale) infiltrato Zborowski, affinché quest’ultimo fornisse ulteriori dati sicuri anche su un reale nemico di Stalin quale il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg, che già in quel periodo era considerato dai vertici dei servizi segreti leali a Stalin come un personaggio antistalinista importante, al fine di scoprire i fili nascosti della vera attività clandestina della Quarta Internazionale e degli emissari di Trotskij in terra sovietica.

Grazie anche a Brouè, l’ipotesi che Valentin Olberg fosse realmente un agente provocatore stalinista diventa pertanto ancora più assurda e incredibile, con le conseguenze inevitabili del caso esaminate in precedenza.

Un’agenzia di spionaggio può sicuramente chiedere a un suo reale infiltrato nelle file avversarie di indagare e fornire informazioni sul conto di un suo particolare nemico, nel caso specifico un militante trotzkista di nome Valentin Olberg: si tratta di un’azione razionale e sensata, anche secondo il buon senso più elementare. Ma non è certo verosimile e comprensibile il contrario, ossia che essa richieda e domandi a una sua reale “talpa” (Zborowski) delle informazioni rispetto a un suo altro reale agente infiltrato, in questo caso Valentin Olberg, tra l’altro arrestato proprio dalla polizia stalinista due mesi prima del marzo 1936 e che, nella seconda metà del febbraio 1936, aveva almeno confessato di essere un “emissario” di Trotskij.

A meno di non supporre e ipotizzare, entrando ancora di più nel mondo dell’assurdo, che anche Spiegelglass e gli altri capi dell’NKVD di Mosca fossero diventati improvvisamente anch’essi degli “smemorati” (forse imitando il loro presunto e “smemorato” agente provocatore, Valentin Olberg?) nel marzo del 1936, “dimenticandosi” pertanto di avere almeno dal 1930 alle loro (presunte) dipendenze Valentin Olberg, di averlo fatto infiltrare da ben sei anni all’interno delle file trotzkiste e di averlo fatto arrestare ad arte il 5 gennaio del 1936 a  Gorkij, in terra sovietica.

Ma dovremmo entrare in un presunto regno di follia e di mancanza di memoria collettiva degno per l’appunto di un manicomio allo sbando, e non certo degli efficienti servizi segreti sovietici degli anni Trenta.

A questo punto possiamo finalmente uscire dal teatro dell’assurdo e tornare invece alla realtà concreta.

Risulta fin troppo chiaro che a Spiegelglass, o a qualunque altro alto dirigente dell’NKVD di quel periodo e dell’inizio del 1936, erano sufficienti al massimo pochi giorni di tempo per conoscere la reale posizione politica e il ruolo concreto svolto da Valentin Olberg dal 1930 al gennaio del 1936, e cioè per accertarsi attraverso un semplice controllo e un’ “inchiesta” interna se quest’ultimo rappresentasse davvero dal 1930 un infiltrato, un informatore e un provocatore dell’organizzazione da loro guidata all’interno della costituenda Quarta Internazionale: e il solo fatto, semplice e innegabile, per cui nel marzo del 1936 essi invece chiesero al loro – reale, concreto – agente di nome Zborowski delle informazioni sul conto di Valentin Olberg costituisce un ulteriore, particolare ma indiscutibile “pistola fumante” sulla matrice trotzkista e antistalinista di Valentin Olberg, durante gli anni presi in esame.

Come criterio di verifica di tale fatto testardo va del resto sottolineato anche un altro nome citato da Zborowski nel 1955, e cioè Kurt Landau.

Kurt Landau era stato un militante antistalinista vicino sul piano politico a Trotskij almeno dal 1929 fino al 1931, che tra l’altro aveva conosciuto e lavorato assieme proprio con Valentin Olberg nel corso del 1931: pur denunciando in seguito con veemenza il primo processo stalinista dell’agosto del 1936, in cui risultava imputato anche Valentin Olberg, Landau invece polemizzò apertamente con Trotskij e suo figlio Sedov proprio rispetto a Olberg, personaggio considerato da Landau non come un agente provocatore dell’NKVD ma, viceversa, come una “vittima di Stalin”[18].

Nessun dubbio, anche da parte trotzkista, che Landau fosse a sua volta un infiltrato stalinista, visto che proprio la Quarta Internazionale lo considera un martire della repressione stalinista in Spagna, dove Landau si era trasferito aderendo all’organizzazione semi trotzkista del Poum e militandovi nel periodo compreso tra il 1935 e il 1937.

Il punto che ci interessa più da vicino è che proprio l’insospettabile Landau, che non credette mai alla versione che reputava Olberg un infiltrato stalinista, divenne a sua volta oggetto dell’attenzione speciale di Spiegelglass e della NKVD nel marzo del 1936, con la loro richiesta a “Etienne-Zborowsky” di avere informazioni dettagliate anche sul suo conto, oltre che sulla posizione di Valentin Olberg: e il fatto innegabile che i dirigenti della polizia stalinista allora richiedessero a Etienne notizie certe e dettagliate sul conto di Landau si spiega con la semplice ragione che anche quest’ultimo, al pari di Valentin Olberg, costituiva un coraggioso militante trotzkista e non certo un provocatore infiltrato al servizio dell’NKVD.

Anche grazie alle informazioni richieste nel marzo del 1936 da Spiegelglass e dall’NKVD rispetto a Olberg, possiamo a questo punto analizzare e comprendere un’ulteriore indizio che demolisce nuovamente la tesi su “Olberg-infiltrato stalinista”.

Ancora a metà del 2016 e a ben 24 anni di distanza dal dicembre del 1991, e cioè dalla caduta dell’URSS e dall’apertura al pubblico degli archivi sovietici, prima tenuti segreti, non è emerso infatti alcun documento che attesti le presunte relazioni di cooperazione e di dipendenza di Valentin Olberg con la polizia stalinista, nel 1929-1935. Non è emerso finora neanche un solo, isolato e solitario atto scritto che attesti, per il lungo periodo compreso tra il 1929 e il 1935, rapporti di collaborazione tra Olberg e la polizia sovietica, attraverso relazioni e memorandum inviati da quest’ultimo alla GPU/NKVD; dal 1991 fino ad ora non è stata altresì ritrovata neanche una sola lettera della GPU/NKVD a Valentin Olberg, ossia al suo presunto infiltrato stalinista, prima del suo arresto del 5 gennaio del 1936, o almeno un memorandum dei servizi segreti stalinisti del periodo 1929-35 che indicasse Valentin Olberg come un loro agente, un loro infiltrato e un loro informatore.

Non a caso due intelligenti storici antistalinisti come Getty e Naumov, nell’edizione del 2010 del loro ottimo libro “The road to terror”, sono stati costretti a riconoscere, seppur tra mille cautele, che fino a quel momento “nessun documento” di quel periodo storico “è stato trovato” per supportare le tesi che Olberg fosse “un doppio agente o un informatore della polizia” sovietica[19].

“Nessun documento”, e non certo per caso, “è stato trovato” negli archivi sovietici riguardo alla presunta collaborazione tra Olberg e la polizia stalinista per la stessa ragione per cui, nel marzo del 1936, Spiegelglass e l’NKVD di Mosca chiesero delle informazioni sul conto di Olberg alla loro reale talpa, ben collocata nelle file trotzkiste, di nome Etienne/Zborowski.

Va inoltre sottolineato come persino lo storico antistalinista Rogovin abbia a sua volta evidenziato, nel primo capitolo del suo libro sopracitato, che G.A. Molchanov, ossia uno dei principali dirigenti dell’NKVD nel 1935/36, sostenne apertamente ancora nell’aprile/maggio del 1936 di considerare Olberg un “emissario isolato”, ossia un’attivista antistalinista ma privo di relazioni significative sia con il mondo sovietico che con Trotskij: in pieno accordo con Jagoda, allora ancora il capo della polizia sovietica, egli ritenne che Olberg dovesse essere portato a processo rapidamente ma che, “senza dubbio, Trotskij non aveva alcun legame diretto” con Valentin Olberg, oltre che con I.N. Smirnov.

Quindi due capi e responsabili della polizia sovietica quali Jagoda e Molchanov, ancora nell’aprile/maggio del 1936 non solo non indicarono in alcun modo che Valentin Olberg fosse un loro agente provocatore e un infiltrato dell’NKVD, all’interno della costituenda Quarta Internazionale, ma altresì rifiutarono simultaneamente persino l’idea che quest’ultimo fosse stato un militante in rapporto con Trotskij. Stiamo esaminando due altri fatti testardi che rendono ancora più assurda la teoria in base alla quale Valentin Olberg fosse stato fin dal 1930 un agente della polizia stalinista: una presunta talpa, un presunto infiltrato del cui presunto ruolo persino Jagoda e Molchanov, i due principali responsabili dell’NKVD dal gennaio all’agosto del 1936, dichiararono di non sapere alcunché ancora nella primavera del 1936.

In quel periodo a Molchanov e a Jagoda bastavano alcune ore, al massimo pochi giorni di tempo per conoscere la reale posizione politica di Valentin Olberg, ossia per accertarsi attraverso un controllo e un “inchiesta” interna se quest’ultimo costituisse una talpa e un’agente provocatore dell’organizzazione da loro diretta all’interno del movimento trotzkista: ma nulla emerse in questo senso, nella primavera del 1936, da parte di due tra i più alti dirigenti dell’NKVD di quel preciso momento storico.

Un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di quasi un anno e mezzo creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, nel giugno del 1936 e dopo circa un anno e mezzo.

Si è già ricordato che lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.

Seppur involontariamente, Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: e la falla emerge quasi subito, proprio accettando come veritiera tale ipotesi almeno per un istante.

Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro, innegabile e certo.

Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro fatto sicuro e riportato persino dal trotzkista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi rapporti di collaborazione logistica con Tukalevskij e i nazisti[20].

Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, ossia l’inizio del 1935, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.

Non è solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i lunghi mesi che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936.

Si  tratta invece di un informazione che demolisce ulteriormente e con forza devastante la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente  l’ipotesi opposta sulla precisa, coraggiosa scelta di campo trotzkista di quest’ultimo: proprio i circa cinquecento giorni di tempo che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data di confessione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto e sicuro che fa sparire anche i dubbi poco ragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato della polizia stalinista nelle file trotzkiste.

Prendiamo per buona e veritiera, almeno per un attimo, la teoria che Valentin Olberg costituisse davvero un uomo che agì, dal 1930 al 1936, come un reale provocatore e un vero infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale, ma almeno in apparenza operando come trotzkista.

Sempre accertando tale ipotesi, ne discende che fin dall’inizio del 1935 il provocatore-stalinista di nome Valentin Olberg aveva ormai ottenuto un eccezionale successo professionale e un’impresa di notevole valore, sia per i suoi “padroni” e datori di lavoro della polizia sovietica che per la sua carriera.

Egli si era infatti assicurato, grazie al passaporto falso dell’Honduras e all’aiuto fornitogli proprio in tale acquisizione da Tukalevskij/Gestapo, le prove materiali – concrete e innegabili – necessarie al fine di compromettere e infangare in modo serio la reputazione politica e l’onore della Quarta Internazionale: un militante trotzkista, almeno a prima vista e solo in apparenza, che avesse ottenuto un falso passaporto e un ingresso clandestino in URSS anche attraverso l’aiuto materiale dei nazisti, costituiva infatti un eccellente e concretissimo punto d’appoggio per la propaganda stalinista, oltre che una notevole spinta in avanti per la carriera dell’infiltrato stalinista Valentin Olberg.

Proprio dal momento stesso in cui egli aveva preso possesso del falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo, e cioè proprio all’inizio del 1935, Valentin Olberg aveva quindi già in mano – anche materialmente – una carta concreta e un’arma assai valida da utilizzare contro Trotskij e il movimento politico da lui diretto, coinvolgendo infatti quest’ultimo come minimo in “relazioni pericolose” con Tukalevskij e la Gestapo rispetto al finto passaporto honduregno.

Eppure agli inizi del 1935 il presunto agente provocatore di nome Valentin Olberg non comunicò niente dell’utilissima interconnessione logistica-materiale creatasi tra sé stesso, Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno ai suoi presunti “datori di lavoro”, ai suoi presunti dirigenti dell’NKVD di Mosca.

Neanche un accenno, neanche una parola: e siamo già nel campo dell’assurdo, fin dall’inizio del 1935.

Anche se ormai in possesso del falso passaporto honduregno (che usò per un altro viaggio illegale in URSS, nel marzo del 1935, su cui torneremo), Valentin Olberg non passò e trasmise alcuna informazione sul falso documento honduregno, su Lucas Parades – console generale dell’Honduras a Berlino – e su Tukalevskij/Gestapo ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD di Mosca, all’inizio del 1935, al posto di affrettarsi a comunicare loro una notizia allo stesso tempo utilissima ed eclatante per il nucleo dirigente stalinista e il suo apparato repressivo.

Un mutismo e un silenzio indiscutibile ma altresì abnorme e incredibile, se Valentin Olberg fosse stato realmente un agente provocatore e un vero infiltrato stalinista – e dal 1930, poi – all’interno delle file trotzkiste.

Ammettendo per un istante come vera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, saremmo inevitabilmente in presenza di un nuovo teatrino dell’assurdo da cui non si può certo uscire ipotizzando, ancora una volta, una presunta “smemoratezza” di Valentin Olberg, del presunto agente provocatore stalinista all’inizio del 1935; e cioè di un presunto, irreale e inverosimile infiltrato stalinista, dimostratosi tanto incapace e/o smemorato da dimenticarsi di riferire subito e senza indugio ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD di Mosca persino la ghiotta, preziosa e utilissima informazione avente per oggetto la connessione concreta ed evidentissima tra Olberg, il falso passaporto honduregno (ormai in pieno possesso di Olberg), il console honduregno a Berlino, la Gestapo e Tukalevskij.

Ma non solo: anche dopo il luglio del 1935 e anche una volta entrato illegalmente in URSS grazie al falso passaporto honduregno, Valentin Olberg si prese addirittura altri nove mesi di silenzio rispetto alla connessione concreta Gestapo e Tukalevskij, e sempre nei confronti dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD.

Ancora una volta: ma che strano esemplare di agente provocatore era dunque Valentin Olberg?

Egli arrivò infatti nel luglio del 1935 in terra sovietica con il falso passaporto honduregno, mediante un falso documento che tra l’altro aveva nelle sue stesse mani e che stava utilizzando concretamente: ma anche una volta entrato in URSS e nella sua presunta “casa-madre”, Olberg non comunicò alcunché ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD rispetto al falso passaporto e alle particolari modalità attraverso le quali egli lo aveva acquisito. Neanche una semplice e facilissima telefonata – per non parlare poi di un rapporto scritto – a Spiegelglass o un altro leader dell’NKVD, del tipo: “caro compagno, prepara la vodka per festeggiare e una bella promozione per me. Ho infatti a mia disposizione un falso passaporto honduregno procuratomi anche grazie all’aiuto dei nazisti, e che tra l’altro ho già usato per entrare illegalmente sul sacro suolo sovietico: visto che è dal 1929 che mi fingo trotzkista, abbiamo già ora in mano un’eccellente carta e un ottimo strumento per calunniare con grande efficacia quei controrivoluzionari di Trotskij e Sedov, con cui sono stato costretto a rimanere in contatto nel corso degli ultimi anni”.

Invece il presunto infiltrato Valentin Olberg non inviò alcun rapporto al centro di Mosca, anche nell’estate del 1935 e anche una volta arrivato in Russia.

Lo stesso abnorme silenzio – abnorme se Olberg fosse stato davvero una “talpa” stalinista, certo – si ripeté infatti anche nell’agosto del 1935, quando tra l’altro Olberg era già ritornato stabilmente in Unione Sovietica e nella sua presunta “casa madre” stalinista: sempre più assurdo…

Identica omertà di Olberg, sempre rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, anche nel settembre 1935 e quando egli ormai risiedeva a Gorkij, lavorando all’istituto pedagogico di tale città: sempre bocca cucita da parte del presunto agente provocatore, rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD stalinista.

Totale mancanza di comunicazione da parte sua anche nell’ottobre del 1935, sempre rispetto all’interconnessione Tukalevskij-Gestapo-console honduregno a Berlino-falso passaporto honduregno.

Novembre del 1935? Come sopra: silenzio di tomba, da parte di Valentin Olberg e del presunto infiltrato stalinista nelle file trotzkiste.

Dicembre del 1935? Niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg” e da parte del presunto agente provocatore stalinista, rispetto ai suoi presunti capi dell’NKVD stalinista.

Gennaio del 1936? Valentin Olberg venne arrestato dall’NKVD il 5 gennaio del 1936 (per finta, secondo la teoria che lo ritiene un agente infiltrato proprio di quest’ultima), ma anche una volta incarcerato egli si “dimenticò” ancora una volta di informare i suoi presunti “datori di lavoro” della polizia stalinista sull’importante connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno, nonostante che almeno tale documento materiale fosse ormai sotto gli occhi e nelle mani della polizia sovietica, che stava del resto iniziando allora ad interrogare in carcere proprio il suo presunto agente provocatore e il suo presunto infiltrato all’interno delle file trotzkiste.

Ancora una volta riemerge Valentin Olberg in qualità di (presunto) “smemorato di Mosca”, sempre se seguiamo la teoria dell’infiltrato stalinista.

Nel febbraio del 1936 la musica (o meglio, l’assenza di narrazione da parte di Valentin Olberg) non cambiò visto che persino in quel mese Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non rivelò niente ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD sull’aiuto da lui ricevuto da Tukalevskij-Gestapo per l’acquisizione del falso passaporto honduregno, nonostante egli fosse sempre in un carcere sovietico e sottoposto agli interrogatori della polizia stalinista, dei suoi presunti padroni; egli confessò di essere trotzkista, certo, ma non invece il “dettaglio” essenziale delle sue connessioni con la Gestapo e il console honduregno operante a Berlino nel 1935, Lucas Parades.

Marzo del 1936? Come sopra: il presunto “smemorato” continuò a non riferire un’informazione come minimo preziosa a Stalin e ai dirigenti dell’NKVD, una notizia eclatante che egli aveva letteralmente in mano (il falso passaporto honduregno acquisito grazie anche all’aiuto di Tukalevskij e ai nazisti) fin dall’inizio del 1935.

Aprile 1936? Ancora e per l’ennesimo mese di fila, niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg”.

Solamente nel maggio del 1936 – nel giugno, secondo Rogovin – Olberg ammise la sua collusione con i nazisti e Tukalevskij anche rispetto al falso passaporto honduregno, dopo circa quattro mesi di interrogatori.

Quindi solo nel maggio del 1936 Valentin Olberg, il presunto “infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste, si decise finalmente a rilevare all’NKVD le sue notizie-bomba su Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno: ma solo dopo circa cinquecento giorni dal momento in cui egli ebbe in mano e a sua completa disposizione il falso passaporto honduregno, anche grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo.

La sicura e inequivocabile distanza temporale di più di un anno tra il periodo in cui Valentin Olberg ebbe a disposizione concretamente il falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e dei nazisti (inizi del 1935), e il momento nel quale egli invece rivelò tali fatti eclatanti all’NKVD nel maggio del 1936, demolisce già di per sé in modo irreversibile la tesi di “Olberg-infiltrato stalinista” nelle file del movimento trotzkista, anche non considerando gli elementi presi già in esame (la fucilazione dello stesso Olberg, ecc.).

La distanza temporale dei cinquecento giorni in via d’esame risulta invece perfettamente spiegabile e compatibile con la teoria “Olberg-coraggioso militante trotzkista”.

Valentin Olberg non rivelò, all’inizio del 1935, alcuna informazione all’NKVD stalinista sulla reale connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno per la semplice ragione che egli era un fedele seguace di Trotskij: l’ultima cosa al mondo che avrebbe fatto Olberg, per evidenti ragioni politiche (non danneggiare l’immagine e la reputazione di Trotskij, rivelando gli “sporchi” e spregiudicati contatti con i nazisti) oltre che di incolumità personale (ossia non farsi scoprire dalla polizia stalinista, quando avrebbe cercato di entrare illegalmente in Unione Sovietica) era proprio quella di “cantare” e dire la verità all’odiato nemico stalinista.

E anche in seguito, una volta entrato in URSS e nel periodo compreso tra il luglio 1935 e il 4 gennaio del 1936, il giorno prima del suo arresto, Olberg non rivelò alcuna informazione alla polizia stalinista per le stesse ragioni appena esposte, aggravate dal fatto che egli ormai si trovava nella “tana del lupo” stalinista e in terra sovietica.

Quando infine venne arrestato, il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg non rivelò alcunché rispetto a Tukalevskij e alla Gestapo, e cioè su una notizia disastrosa per il movimento trotzkista per ben cinque mesi, dal 5 gennaio fino al maggio del 1936, anche se sottoposto ai duri interrogatori della polizia sovietica; seguendo la “regola del silenzio” rivoluzionaria, ossia del non rivelare niente al nemico e nel caso specifico a quel regime stalinista tanto odiato ai trotzkisti, egli riuscì a tenere duro almeno su questo punto specifico fino al maggio del 1936.

Poi egli cedette, ma si tratta del fenomeno perfettamente comprensibile che deriva anche dai limiti della resistenza umana. Olberg era stato del resto realmente arrestato in URSS, e non ad esempio a Parigi; il suo falso passaporto honduregno costituiva altresì un dato di fatto innegabile, come del resto i suoi precedenti rapporti con Tukalevskij e con il console honduregno a Berlino, e i nuovi interrogatori dell’NKVD, una volta riaperta l’indagine sul suo conto, non saranno certamente stati benevoli nei suoi confronti…

Inoltre si può altresì applicare un ragionamento quasi analogo anche per il primo viaggio clandestino ed effettuato sotto falso nome sempre da Olberg, nel marzo-luglio 1933.

Ipotizziamo ancora una volta, per un istante, che Olberg fosse un infiltrato e una talpa stalinista anche in quell’anno e in quei mesi.

Seguendo tale ipotesi Olberg quindi entrò in URSS, nella sua “casa madre” utilizzando per ben quattro mesi un falso nome e un falso passaporto tedesco, come venne ammesso anche da sua madre Frida Markovna: ma egli non comunicò alcunché di tale fatto, di tale falso passaporto e di tale sua presenza clandestina ai suoi presunti datori di lavoro della polizia stalinista, visto che dagli archivi sovietici non è finora emerso alcun ipotetico rapporto scritto nell’aprile-luglio del 1933 dai suoi presunti responsabili e “controllori”, o dal presunto agente provocatore di nome Valentin Olberg, in cui quest’ultimo informasse i suoi superiori di Mosca, ossia i dirigenti del 1933 della GPU/NKVD, almeno che egli era giunto illegalmente in terra sovietica e on un falso passaporto tedesco, tra l’altro partendo proprio dalla Berlino ormai nazista di fine marzo 1933: una serie di ghiotte notizie sia per la GPU/NKVD che per la carriera di Olberg.

Siamo quindi in presenza di un’al