Trotskij nell’Italia fascista del 1932 e l’assoluta inconsistenza del PCL

In un nuovo articolo, intitolato “Dalla tragedia alla farsa”, emerge per l’ennesima volta l’inconsistenza e il carattere involontariamente autodistruttivo della direzione del PCL, di un nucleo dirigente allo stesso tempo presuntuoso, inetto e sottoposto a continue scissioni: un caso da manuale di teoria e praxis della “scissione permanente”.

Infatti avevamo innanzitutto invitato per ben due volte il micro partitino in oggetto, a partire dal nostro articolo intitolato volutamente “Quattro sfide alla candida ignoranza del PCL sul caso Olberg”, a dare risposta alle questioni concrete da noi sollevate proprio rispetto al caso di Valentin Olberg.

Pur sapendo che non ci sarà risposta neanche stavolta, ripetiamo per la terza e ultima volta almeno tre delle domande da noi sottoposte al PCL già alla fine di novembre del 2018 e, non certo a caso, lasciate senza alcun contraddittorio e replica da parte di Ferrando, nel suo articolo del 3 dicembre.

“Prima sfida per il PCL: come può spiegare che Olberg non si dichiarò in nessun modo stalinista, e più precisamente una talpa e un agente provocatore stalinista, quando egli venne arrestato agli inizi di gennaio del 1936, proprio dalla polizia stalinista, ossia dal suo (presunto) “datore di lavoro”?

Seconda sfida. Proprio seguendo l’ipotesi avanzata dal PCL non si può spiegare in alcun modo perché Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non abbia affermato e dichiarato subito, nel gennaio 1936, sia verbalmente che per iscritto, che egli volontariamente si era finto trotzkista dal 1929 al gennaio 1936, su incarico della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca; che egli si era volontariamente presentato e fatto passare per trotzkista durante sette lunghi anni, dal 1929 fino all’inizio del 1936, su incarico e dietro ordini proprio della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca.

Terza sfida per il PCL: come può spiegare la distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg, il presunto agente stalinista, ricevette il falso passaporto honduregno nel 1935 dai nazisti e quello nel quale egli confessò tale elemento decisivo alla polizia stalinista nel maggio del 1936?

Infatti un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di più di un anno creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, ossia nel giugno del 1936.

Lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.

Seppur involontariamente, lo storico antistalinista Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: la falla emerge quasi subito, sempre accettando come veritiera tale ipotesi.

Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro e innegabile.

Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale clamoroso aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro elemento sicuro e riportato persino dall’antistalinista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi concreti rapporti logistici con Tukalevskij e i nazisti.

Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di circa cinquecento giorni tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936, dieci mesi dopo) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.

È solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i circa cinquecento giorni che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936, più di un anno dopo?

Per niente: si tratta invece di un’informazione sicura che demolisce ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente  l’ipotesi opposta, di una notizia sicura rispetto a una condotta di Olberg imperniata sul seguire scrupolosamente la “regola del silenzio” rispetto al nemico, nel caso specifico il regime stalinista.

I cinquecento giorni che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data  dell’ammissione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto che fa sparire anche i dubbi quasi irragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste”.

Creando, ovviamente, un’inevitabile domanda: perché la Gestapo e i nazisti fornirono un passaporto falso a un intellettuale ebreo, comunista e antistalinista, intenzionato e deciso a entrare in modo illegale nell’Unione Sovietica stalinista del 1935?”.

Anche nel nuovo articolo “Dalla tragedia alla farsa” la direzione del PCL riesce in modo farsesco e più che imbarazzante a non rispondere in alcun modo alle nostre sfide sul caso Olberg.

Nulla, zero e niente anche nella loro ultima pseudo risposta, e la ragione di tale silenzio risulta fin troppo semplice: chi con nulla ferisce, nel nulla perisce e si dissolve come neve al sole.

In secondo luogo avevamo dimostrato già in precedenza e con tutta una serie di argomenti, ivi compreso il significativo e lungo silenzio tenuto in merito dall’intelligente e preparato storico trotzkista Brouè, la concretissima realtà della ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Karl Radek all’inizio del 1932: si può ritrovare tale materiale nel nostro articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij”.

Cosa ha opposto di concreto il PCL, nell’articolo dell’8 gennaio 2019, ai “fatti testardi” (Lenin) che abbiamo presentato rispetto alla cocciuta ricevuta della lettera del 1932, conservata non a caso negli insospettabili archivi Trotskij di Harvard?

Ancora una volta, nulla. Zero. Niente.

In terza battuta avevamo sfidato Ferrando e il PCL almeno a entrare nel merito di “Linköping”: parola e città svedese riportata dallo stesso Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, che demolisce senza scampo la tradizionale tesi antistalinista sulla presunta e immaginaria impossibilità materiale del volo di Pjatakov, nel dicembre 1935.

Anche su questa tematica nell’articolo in oggetto emerge un patetico zero, un niente farsesco e un nulla paradossalmente estremamente rivelatore.

E per le coincidenze da noi evidenziate rispetto agli eventi del 1935, a partire dal fatto sicuro e innegabile che un aereo civile proveniente dall’estero era atterrato in quel mese nell’aeroporto norvegese di Kjeller, a soli  cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss e da dove risiedeva allora Trotskij?

 

Nulla, zero, niente anche in questo caso specifico.

 

Avevamo altresì chiarito che Ferrando, nel suo articolo dell’inizio di dicembre dello scorso anno, non aveva detto alcunché neanche sul terzo capitolo del nostro libro: seguito fedelmente, nella sua strada nichilista, anche dal disastroso articolo intitolato “Dalla tragedia alla farsa”.

E il quinto capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”? Anche in questo caso nulla emerge dall’articolo in oggetto, che da una farsa si trasforma ormai in una burla mal riuscita.

Zero, nulla e neanche una risposta anche nei confronti dell’apparentemente assurda “gita nel ghiaccio” compiuta da Trotskij dal 20 al 22 dicembre del 1935, in una gelida foresta norvegese e nonostante che egli si dichiarasse allora “malato”, stanco e febbricitante.

Nell’allucinato pezzo in via di esame non si può trovare ovviamente nulla neanche sulla miserevole figuraccia rimediata da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, sempre in relazione alla sopracitata “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935.

Infine avevamo sottolineato già nell’articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij” tutta una serie di indizi e prove indirette a favore dell’esistenza concreta dell’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, nella Norvegia del dicembre 1935.

Non si trattava certo di elementi di poco conto.

Ad esempio lo storico trotzkista Brouè aveva infatti ammesso che Lev Sedov, su incarico di Trotskij, mentì clamorosamente nel 1936 rispetto all’esistenza del concretissimo e indiscutibile Blocco delle opposizioni antistaliniste del 1932.

Inoltre erano venuti alla luce del sole i due viaggi compiuti apertamente da Trotskij, nel novembre e nel dicembre 1932, nell’Italia fascista di quel tempo; due viaggi senza avere guai e scocciature di alcun genere da parte della polizia del prototipo di quei regimi fascisti definiti correttamente dall’Internazionale Comunista di matrice stalinista, nel dicembre del 1933, come “la dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale finanziario”.

Bene, a questo punto ripubblichiamo e ripetiamo per la seconda volta tale sezione del nostro intervento precedente, a cui ovviamente nulla ha potuto obiettare la patetica direzione del PCL all’inizio di gennaio.

“Primi due flash.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey “di fronte alla domanda di Dewey avente per oggetto se egli tenesse “un diario”, Trotskij rispose: non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano. In questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.

Un’evidente bugia, visto che esiste un diario scritto sicuramente da Trotskij nel corso del 1935.

Tra l’altro Trotskij non scrisse unicamente il concretissimo diario del 1935, ma il leader in esilio della Quarta Internazionale ricordò con notevole precisione, in una nota del 9 febbraio contenuta proprio nel suo diario del 1935, che “ne tenni uno” (di diario) “per qualche settimana allo scoppio della guerra”, e cioè nell’agosto del 1914, e anche “un altro in Spagna, dopo la deportazione dalla Francia, nel 1916. Credo che sia tutto”.[1]

Quindi scopriamo l’esistenza di ben tre diari scritti da Trotskij, nel 1914, nel 1916 e nel 1935: niente male, per una persona che invece dichiarò nell’aprile del 1937 di non tenere “un diario”, a solo due anni di distanza dal momento in cui egli iniziò a scrivere il diario del 1935.

Sempre sotto l’aspetto dell’abilità di Trotskij nel produrre disinformazione va notato altresì che sempre nel suo diario “dimenticato” del 1935, e più precisamente il 9 aprile del 1935, il leader della Quarta Internazionale annotò che, “nei giorni scorsi, ho letto sulla “Veritè” (l’organo principale di informazione dei trotzkisti francesi, dal 1929 al 1936) “un saggio intitolato: Où va la France? Si tratta di un giornale che, come dicono i francesi, “se rèclame de Trotskij”. Nella sua analisi c’è molto di vero, ma anche molto di taciuto. Non so chi scriva questa serie di articoli” (ripetiamo volutamente: “non so chi scriva questa serie di articoli”) “comunque, uno che conosce a fondo il marxismo”.[2]

Pertanto Trotskij sottolineò il 9 aprile del 1935, e sempre sul suo diario, che egli non sapeva chi scrivesse “questa serie di articoli”, contenuti sotto il titolo di “Où va la France” e appena usciti su un periodico trotzkista: il problema deriva dal fatto che l’autore di quella “serie di articoli” risulta senza ombra di dubbio proprio lo stesso Trotskij, ossia l’autore delle note contenute nel suo diario del 1935, in data 9 aprile 1935.

In quella data, pertanto, Trotskij dichiarò di non conoscere l’identità dell’autore di un saggio scritto ed elaborato da lui stesso, ossia “uno che conosce a fondo il marxismo”: il leader della costituenda Quarta Internazionale non era diventato schizofrenico di colpo, giudici-lettori.

Essendo ormai in cattivi rapporti con le autorità francesi a partire dalla seconda metà del 1934, dopo la buona accoglienza invece ricevuta al suo arrivo come esule in Francia nel luglio del 1933, Trotskij temeva in quella fase storica un’eventuale perquisizione della polizia locale, che avrebbe potuto colpire e interessare anche il suo diario: non desiderando in alcun modo rivelarsi come l’autore degli articoli dal titolo “Où va la France”, egli dichiarò quindi di non conoscere la paternità di questi ultimi.

Un trucco e una forma sottile di disinformazione usata, per motivi comprensibili, dal leader in esilio della Quarta Internazionale? Certo, ma si tratta di un’ulteriore prova della capacità di Trotskij di produrre clamorose menzogne, in questo caso non prive d’arguzia e umorismo, quando tale particolare praxis gli faceva comodo e serviva i suoi bisogni concreti”.[3]

Passiamo ora a un terzo elemento illuminante, ossia la grande elasticità tattica dimostrata dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Un notevole grado di spregiudicatezza tattica nei confronti degli apparati statali borghesi era stato usato in ogni caso da Trotskij “già nel dicembre del 1932, rispetto all’orrendo regime fascista italiano allora al potere da dieci anni.

Tornando nel suo esilio in Turchia, dopo una conferenza da lui tenuta a Copenaghen il 27 novembre del 1932, Trotskij transitò infatti per la Francia al fine di imbarcarsi verso i lidi ottomani, ma egli ebbe allora uno scontro con le autorità di Parigi per banali questioni logistiche; al fine di risolvere la situazione Trotskij cercò e ottenne aiuto, invece che dalla vicina Spagna democratico-borghese del 1932, proprio dalla dittatura anticomunista di Mussolini che, secondo le testuali parole dello storico trotzkista Brouè, gli concesse un “visto italiano di transito”. Quest’ultimo ha notato in proposito che Trotskij, “ripartito il mattino del 2 dicembre,” (1932, da Copenaghen) “attraversa la Francia con Lev Sedov, che l’accompagna fino a Marsiglia: qui hanno luogo incidenti con la polizia francese che lo vuole imbarcare a forza su una vecchia tartana, la Campidoglio” (della serie: la comodità prima di tutto). “Ne nasce uno scandalo da cui esce grazie a un visto italiano di transito”, passando brevemente per Milano prima di imbarcarsi per la Turchia.[4]

Molto prima dei suoi spregiudicatissimi colloqui in Messico, nel giugno e luglio del 1940, con il funzionario statunitense Robert McGregor, Trotskij non ebbe in sostanza alcun problema politico e morale nel dicembre del 1932 a ricercare e ad acquisire un “visto italiano di transito” dalle autorità fasciste italiane, ossia da quella dittatura reazionaria di Mussolini che da dieci anni perseguitava ferocemente e senza interruzione i comunisti e le forze democratiche.

La sicura informazione sul viaggio italiano – legale e autorizzato dalle autorità fasciste – del leader in esilio della Quarta Internazionale va inoltre collegata e messa a confronto con la tesi, più volte esposta da Trotskij, secondo il quale egli non prese mai e in alcun caso “accordi”, e non avviò mai anche solo delle “trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Ad esempio anche nel suo testamento del febbraio-marzo del 1940, redatto poco prima della morte del leader della Quarta Internazionale, Trotskij scrisse: “Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v’è una macchia sul mio onore rivoluzionario. Né direttamente, né indirettamente non sono mai sceso ad accordi o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia.

Avendo conosciuto ormai sia il viaggio (legale, autorizzato) di Trotskij, nell’Italia fascista del 1932 sia le affermazioni contenute nel suo testamento del febbraio-marzo 1940, sono possibili a questo punto solo tre ipotesi.

Prima ipotesi: a giudizio del Trotskij che scriveva nel 1940, Mussolini e il regime fascista italiano del 1932 non risultavano dei “nemici della classe operaia”. Escludiamo subito tale tesi.

Seconda ipotesi: Trotskij, nel 1940, si era dimenticato completamente del suo viaggio legale nell’Italia fascista del dicembre 1932. Vista l’ottima memoria di Trotskij, sommata al carattere molto particolare sia dell’incidente di Marsiglia sia della sua successiva permanenza in Italia, dove egli tra l’altro si trovò allora attorniato e seguito da alcuni giornalisti fascisti che cercavano inevitabilmente di ottenere le sue dichiarazioni, escludiamo subito anche tale ipotesi.

A questo punto non rimane che una sola alternativa: Trotskij mentì clamorosamente, anche nel suo testamento del 1940, sul fatto di non essere “mai sceso ad accordi”, “né direttamente né indirettamente”, “o anche solo a trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Riteniamo che tale conclusione sia inattaccabile, visto che per entrare pubblicamente e legalmente nell’Italia fascista del dicembre del 1932 Trotskij doveva inevitabilmente “trattare” e “accordarsi”, “direttamente o indirettamente”, con la polizia fascista e le autorità fasciste italiane: per l’appunto egli doveva quindi “accordarsi” con inequivocabili e sicuri “nemici della classe operaia” come quel funzionario statunitense legato all’FBI, ossia Robert McGregor, a cui Trotskij fornì in Messico tutta una serie di succulente informazioni nell’estate del 1940, durante un colloquio tra i due su cui torneremo in seguito”.  

Un altro segmento “di prove indirette riguarda invece le innegabili ed evidenti bugie espresse nel 1936-37 dal leader della Quarta Internazionale e da suo figlio rispetto alle loro reali relazioni con molti imputati nei processi di Mosca, oltre ai casi sopra esaminati di Pjatakov e Radek.

Partiamo dalla clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, con l’autorizzazione e l’impulso diretto da parte del padre, rispetto alla reale posizione politica di I.N. Smirnov.

Lo storico trotzkista P. Brouè ci ha infatti informati che dopo il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 “Sedov, spinto dal padre che gli chiede di fare quel che ormai non può più fare di persona, comincia la preparazione di un opuscolo, che lo porta a definire meglio la linea di difesa e a condurre un esame critico molto accurato del verbale del processo. Per evidenti ragioni di sicurezza e per timore di nuocere alla difesa degli uomini nelle mani della GPU” (ossia della polizia stalinista) “che non hanno ancora negato, Sedov decide di negare tutto ciò che ha a che fare con il blocco delle opposizioni del 1932. Per le esigenze della difesa Smirnov, che Sedov ammette di aver incontrato, banalizzando però la conversazione, è trattato come un qualsiasi capitolazionista” (della corrente trotzkista) “del 1929, distinto da Zinoviev solo per sfumature; allo stesso modo, tutti gli imputati di Mosca vengono presentati come avversari politici di Trotskij quali effettivamente sono stati in una certa epoca, ma non erano più veramente nel 1932”.[5]

Focalizziamo innanzitutto l’attenzione sulla figura di I.N. Smirnov: lo stesso storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, per le “esigenze della difesa” e “spinto dal padre”, Lev Sedov mentì rispetto alla reale posizione e ruolo politico di I.N. Smirnov, e che cercò invece di farlo passare per un qualsiasi “capitolazionista” rispetto a Stalin, mentre sempre Brouè nel 1991 aveva invece stabilito che I.N. Smirnov fosse, senza dubbio e a tutti gli effetti, già nel corso del 1931 un dirigente politico antistalinista assai vicino alla Quarta Internazionale, come si è già citato in precedenza.

Siamo quindi in presenza di una plateale menzogna elaborata di comune accordo dal duo Sedov/Trotskij, certo sostenuta per le legittime “esigenze della difesa” della costituenda Quarta Internazionale (Brouè); ma se Sedov e Trotskij mentirono rispetto al reale ruolo politico svolto da Smirnov per le “esigenze della loro difesa”, per quale motivo non avrebbero potuto (e dovuto) pronunciare menzogne anche rispetto alla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, sempre “per le esigenze della difesa”? Si tratta in tutti i casi dell’esistenza (o non esistenza) di rapporti politici di matrice antistalinista, in entrambi negati con forza da Sedov/Trotskij.

La sequenza di bugie continuò con la clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, rispetto alla concreta e indiscutibile esistenza del “blocco delle opposizioni” nel 1932.

Nel passo sopracitato lo storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, sempre per le “esigenze della difesa” di Trotskij, suo figlio (e in seguito lo stesso Trotskij, davanti alla commissione Dewey e in altre occasioni) mentirono negando la realtà sicura e indubbia del “blocco delle opposizioni nel 1932”, alleanza politica invece realmente formatasi nel corso di quell’anno.

Di nuovo: se Sedov/Trotskij dissero bugie e raccontarono storie anche negando la concreta esistenza di un fronte unito delle opposizioni antistaliniste nel 1932, sempre per le (legittime) “esigenze della difesa”, perché non dedurne che essi raccontarono frottole anche sulla reale posizione politica di Pjatakov/Radek nel 1931-36 e sul volo di Pjatakov, sempre per le legittime “esigenze della difesa” di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale?

Un discorso identico va effettuato anche per la clamorosa menzogna pronunciata da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, (“spinto dal padre”) in relazione ai reali rapporti politici creatisi nel 1932 tra Trotskij e Zinoviev/Kamenev, principali imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Nel passo sopracitato lo storico trotzkista P. Brouè ci informa che, sempre per le “esigenze della difesa”, Sedov presentò “tutti gli imputati di Mosca” (al processo di Mosca dell’agosto 1936) “come avversari politici di Trotskij, quali effettivamente sono stati in una certa epoca ma non erano più veramente nel 1932”: tutti gli imputati quindi, ivi compresi Zinoviev e Kamenev, come del resto fece suo padre qualche mese dopo davanti alla commissione Dewey.[6]

Di nuovo: se Sedov/Trotskij mentivano sulla reale posizione politica di Zinoviev/Kamenev nel 1932, che allora operavano in qualità di astuti oppositori clandestini di Stalin, oltre che rispetto alla loro reale relazione (di alleanza politica) con Trotskij sempre nel 1932, per quale motivo non dedurre che essi produssero menzogne anche sulla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, oltre che sul volo di Pjatakov?”.

Sempre per le “esigenze della difesa”, certo.

Ultimi due flash rilevanti, rispettivamente su Robert McGregor e sulla gita di Trotskij a Pompei nel novembre del 1932, con un regime fascista allora dominante in Italia.

A giudizio di Trotskij si poteva infatti “diventare un informatore temporaneo dell’apparato statale degli USA, se le circostanze concrete l’avessero richiesto.

Trotskij giunse infatti fino al punto di incontrarsi due volte in Messico nel 1940 con un rappresentante del consolato statunitense nel paese latino-americano, un certo Robert G. McGregor, per un flusso di informazioni a senso unico sulle attività degli stalinisti in Messico, teso e finalizzato ad aprire uno spiraglio alla richiesta di visto per gli USA, espressa da tempo da parte del leader dell’ormai costituita Quarta Internazionale. Nel rapporto dell’FBI del 1940 risulta che “nel giugno, Robert Mc Gregor del consolato si è incontrato con Trotskij nella sua casa… Egli” (McGregor) “si incontrò di nuovo con Trotskij il 13 luglio… Egli diede a Mc Gregor i nomi di pubblicazioni messicane, di leader politici e sindacali e di funzionari governativi che, secondo quanto si asseriva, erano legati con il CPM” (Partito Comunista Messicano). “Egli” (Trotskij) “affermò che uno degli agenti principali del Komintern, Carlos Contreras” (l’italiano Vittorio Vidali) “era al servizio del Comitato Direttivo del CPM. Egli discusse anche i presunti sforzi di Narciso Bassols, ex ambasciatore messicano in Francia, che Trotskij sosteneva fosse un agente sovietico, per ottenere che egli” (Trotskij) “fosse espulso dal Messico”.

Il professor William Chase dell’università di Pittsburgh, che ha trovato il rapporto arrivato all’FBI nel 1940 proprio negli Us States archives-RG 84, notò giustamente che “col procurare al consolato USA informazioni sui loro comuni nemici, fossero essi messicani o comunisti americani o agenti sovietici, Trotskij sperava di provare il suo valore a un governo” (quello statunitense) “che non aveva desiderio di garantirgli un visto d’ingresso”: diventare momentaneamente un informatore e un confidente dell’FBI non costituiva pertanto un grosso ostacolo per lo spregiudicato e disinvolto Trotskij, sempre che tale azione fosse finalizzata a raggiungere un obiettivo politico da lui ritenuto importante.[7]

A giudizio di Trotskij, dunque, entrare in rapporti di collaborazione momentanea e tattica con nazioni e apparati statali capitalistici non costituiva certo un tabù e un grave problema politico, in certi casi: provi dunque Ferrando, se ci riesce, a dimostrare che i colloqui confidenziali del 1940 di Trotskij con un funzionario statale americano siano una “falsificazione stalinista”.

Si è inoltre già ricordato in precedenza come il leader in esilio della Quarta Internazionale fosse entrato in diretto e indiscutibile contatto “con le autorità fasciste italiane alla fine del 1932, nel suo viaggio di ritorno in Turchia dalla conferenza da lui tenuta a Copenaghen, e a questo punto si può aggiungere che Trotskij si fermò tranquillamente nell’Italia di Mussolini anche durante la tappa di andata del suo viaggio in Europa, visitando Pompei in compagnia della moglie e attorniato in tale escursione anche da quasi una decina di altre persone.

Avvocato del diavolo: “Servono prove indiscutibili, per questa vostra affermazione”.

Ce le fornisce lo stesso Trotskij che, in un’intervista del 23 novembre 1932 rilasciata al giornale danese Politiken, citò esplicitamente Pompei notando che proprio in quel luogo “noi” – ossia lui stesso e sua moglie – “abbiamo avuto una grande esperienza”.

Si tratta di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?

In ogni caso stiamo analizzando una “grande esperienza” di Trotskij che ovviamente si basava sul preventivo e indiscutibile assenso del governo fascista rispetto al suo passaggio sul suolo italiano, con i relativi contatti preliminari tra le due parti in causa necessari a tal fine.

Per ammissione dello stesso leader della Quarta Internazionale in via di costruzione, dunque, nel novembre del 1932 e durante il viaggio di andata verso Copenaghen Trotskij si fece una bella gitarella a Pompei con la moglie, mentre durante il ritorno in Turchia egli si fermò una seconda volta e di nuovo nell’Italia fascista di quel tempo, sempre volontariamente e sempre con l’accordo indispensabile delle autorità anticomuniste di Roma.

Spesso un’immagine vale più di mille parole, e su questa materia si può facilmente trovare un breve ma interessante filmato sulla gita di Trotskij a Pompei cliccando su internet “Leon Trotsky: Trotsky visits the ruins of Pompeii with his wife, Natalia Sedova” (online footage.tv, 18 giugno 2015); oppure si può osservare la foto con Trotskij e sua moglie a Pompei ricercando “Leon Trotsky Russian statesman, visiting Pompeii with his wife”.

Si tratta forse di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?”

È stato fin troppo facile evidenziare la totale vacuità e inconsistenza delle corbellerie partorite in questo caso specifico dalla fallimentare micro direzione del PCL: ma ormai, di fronte a un caso clinico di natura politica talmente disperato, conviene proprio pensare ad altro.

 

 

 

 

10 gennaio 2019

 

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

 

 

 

 

 

 

[1] L. Trotsky, “Diario d’esilio. 1935”, p. 21, ed. Il Saggiatore

[2] L. Trotsky, op. cit., p. 81

[3] L. Trotsky, op. cit.

[4] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 663, ed. Bollati Boringhieri

 

[5] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 808

[6] P. Broué, op. cit., p. 808

[7] Red Youth, “Trotskism revisited”, in Marxism.halkephesi.it;  “Healy’s big lie”,  p. 14, in http://www.marxists.org

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La grande menzogna di Trotskij

 

“La grande menzogna di Trotskij” tratto dal libro «Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti».

Il saggio può essere richiesto direttamente alla casa editrice PGreco Mimesis edizioni. Tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it  www.edizionipgreco.it.

Buona lettura.

 

Da che parte politica stavano Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 fino al settembre del 1936 e al momento del loro arresto: con Stalin o con Trotskij?

Subito dopo la questione dei mezzi e delle opportunità, si apre infatti la questione dell’atteggiamento di Pjatakov e Radek rispetto alla costituenda Quarta Internazionale.

Risulta infatti subito chiaro che se i due uomini politici in via d’esame fossero stati realmente e senza soluzione di continuità, a partire dal 1929 e fino al dicembre 1935, degli stalinisti e dei concreti nemici di Trotskij, come sostenne quest’ultimo con forza, svanirebbe inevitabilmente qualunque motivo plausibile per un loro ipotetico incontro in Norvegia con il leader della costituenda Quarta Internazionale. E viceversa, se risultasse invece che Radek e Pjatakov fossero tornati realmente ad essere, nel 1932-1936, dei dirigenti dell’organizzazione clandestina trotskista operante in Unione Sovietica, i due personaggi in esame avrebbero invece sicuramente avuto una predisposizione mentale e politica completamente favorevole nei confronti di un loro eventuale incontro diretto con il loro leader in esilio: sempre dovendo tener conto dei rischi politici e personali derivanti da un eventuale colloquio segreto, certo, ma con l’ottica di desiderare, volere e agognare una loro discussione ravvicinata, personale e “viso a viso” con Trotskij.

Lo stesso discorso vale ovviamente anche per Trotskij: attuare un incontro segreto con Pjatakov sarebbe stato assurdo, se quest’ultimo fosse stato davvero un suo nemico politico e uno stalinista a partire dal 1928, ma viceversa tale azione diventava perfettamente comprensibile, razionale e allo stesso tempo desiderabile nel dicembre del 1935, se Pjatakov fosse invece risultato uno dei leader dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva nell’Unione Sovietica stalinista del 1932-36.

Siamo pertanto in presenza di un punto assai importante per la nostra indagine storica rispetto al quale la traccia concreta e la prova fondamentale, come nel caso di Linköping, ci viene fornita sempre per il tramite di Trotskij che, per la seconda volta, tradisce e autodistrugge involontariamente le sue stesse posizioni negazioniste sul volo di Pjatakov procurandoci una clamorosa “pistola fumante” attraverso un inconfutabile documento del 1932.

Archivi Trotskij di Harvard, classificazione sotto “18 Trotskij Papers, 15821, seq. 17” (foto n. 1), nella sezione dedicata alle ricevute delle lettere spedite da Trotskij e dai suoi collaboratori ad altri soggetti, persone o organizzazioni politiche: quindi una fonte sicura, per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio segreto con Trotskij, da cui emerge una ricevuta di spedizione estremamente interessante, che riproduciamo per intero.[1]

 

foto n. 1

 

 

In un piccolo segmento dell’estesa raccolta di lettere e scritti elaborati via via da Trotskij sono apparse al pubblico, grazie a un accurato saggio elaborato dallo storico J. A. Getty nel 1986, le ricevute delle lettere spedite nel 1932 dal leader in esilio della Quarta Internazionale a G. Sokolnikov (un membro dell’Opposizione di sinistra, ancora legale all’interno del partito bolscevico nel biennio 1926/1927), a E. Preobrazhensky (un leader della frazione trotzkista del 1923-1927, durante la prima fase della lotta contro la nascente egemonia di Stalin) e soprattutto a Karl Radek.[2]

Troviamo quindi una nuova sorpresa e un nuovo colpo di scena, dopo Linköping.

Proprio dagli insospettabili archivi Trotskij di Harvard emerge un fatto clamoroso, con materiale probatorio scritto (come richiesto giustamente dallo stesso Trotskij nell’aprile del 1937, di fronte alla commissione Dewey): abbiamo infatti a disposizione la ricevuta di una lettera spedita in segreto a Ginevra nel marzo del 1932 da Trotskij (già in esilio, a partire dal 1929) a Karl Radek, residente invece di solito in Unione Sovietica, oltre che le ricevute di altre sue missive spedite nel 1932 a Preobrazensky e ad altri cittadini sovietici. Lettere segrete inviate nel 1932 da Trotskij a Karl Radek, a Preobrazhensky e altri soggetti: fatti sicuri e inequivocabili, che costituiscono quindi una prova certa sui reali rapporti politici esistenti tra Trotskij da un lato, e Radek e Pjatakov dall’altra nel periodo 1932-36.

Per quanto riguarda la lettera inviata da Trotskij a Radek, essa era stata spedita nel marzo del 1932 con cura e attenzioni speciali a quest’ultimo anche attraverso gli uffici postali di Parigi e Ginevra tramite il signor “Molinier”: e proprio i due fratelli Molinier, Raymond e Henry, risultavano all’inizio del 1932 tra i principali dirigenti dell’organizzazione trotzkista operante in terra francese, a cui allora Trotskij concedeva la sua fiducia politica e che si dimostreranno assai utili a quest’ultimo anche sul piano logistico e materiale nel 1933-35, quando Trotskij rimase legalmente e per quasi due anni in Francia.

E non solo: siamo in presenza di una missiva segreta inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932 di cui purtroppo non conosciamo direttamente il contenuto, perché di essa rimane negli archivi Trotskij di Harvard solo la ricevuta di spedizione. Nessuna fantomatica “mano di Stalin” ha creato tale sorprendente scomparsa: gli archivi di Trotskij erano stati infatti consegnati nel 1940 dallo stesso leader della Quarta Internazionale all’università di Harvard, con l’impegno che essi rimanessero segretati e chiusi ai visitatori fino al 1980. Nei quattro decenni compresi tra il 1940 e il dicembre del 1979 essi vennero visitati con regolarità solo da due fedeli militanti trotzkisti, ossia Isaac Deutscher e Jean Van Heijenoort.

Eppure le lettere spedite sicuramente nel 1932 da Trotskij a Radek e ad altri militanti trotzkisti, tra cui Preobrazhensky, sparirono nel nulla con il loro interessante contenuto, visto che di esse rimangono solo le ricevute di spedizione effettuate dall’esiliato Trotskij verso i loro destinatari rimasti in Unione Sovietica: siamo in presenza di un’anomalia interessante e che avrebbe incuriosito sicuramente il geniale Edgar Allan Poe, autore tra l’altro dello splendido racconto poliziesco intitolato “La lettera rubata”.

A questo punto andiamo al nocciolo della questione, cioè all’importanza che assume la ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek nel 1932 rispetto al volo di Pjatakov.

Su questo aspetto lasciamo volentieri la parola proprio all’insospettabile testimone (insospettabile per la “seconda versione”, certo) Trotskij. Quest’ultimo ci fornisce dell’altro materiale probatorio scritto, visto che già il 27 gennaio del 1937, come si è già ricordato in precedenza, Trotskij stesso si rivolse ai mass-media internazionali, oltre che agli stessi giudici del processo di Mosca del gennaio del 1937, proclamando solennemente che “Io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro ancora, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (quindi come minimo dal 1929) “non è stato mio amico ma uno dei miei nemici più feroci e infidi, e che non ci sarebbe potuto essere alcuna negoziazione o incontri tra noi”.[3]

Un’affermazione che non lascia spazio ad alcun dubbio o malinteso, quella espressa da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Queste chiarissime ed inequivocabili parole di Trotskij, ripetute tra l’altro nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey, hanno un solo ed unico significato: egli negò recisamente e senza mezzi termini di aver avuto alcun tipo di rapporto con Pjatakov e Radek dopo il 1928, oltre a rivelare allo stesso tempo come Pjatakov e Radek, sempre dopo il 1928, fossero ormai diventati tra i suoi “più feroci e infidi nemici”, con i quali risultava quindi fuori discussione, impossibile e assurdo tenere “negoziati” politici e incontri di alcun genere, in Norvegia o in altri posti. Siamo pertanto in presenza di tre tesi inequivocabili, tra l’altro rese per iscritto e ripetute più volte nel corso del 1937 dallo stesso Trotskij, ossia da una fonte sicura per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo/colloquio di Pjatakov.

Secondo Trotskij, in altri termini, egli non aveva avuto alcun rapporto politico e umano con Pjatakov e Radek, sia in modo diretto che sotto forma epistolare, nel 1929.

Nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel marzo del 1932.

Nel 1933, e così via fino ad arrivare al 1936.

Ma non solo: nel 1937 Trotskij dichiarò che, almeno a partire dal 1929 e senza alcuna interruzione, ivi compreso quindi il marzo 1932, Pjatakov e Radek erano diventati suoi nemici politici fino ad arrivare senza soluzione di continuità al gennaio del 1937.

Non solo: alla fine della terza sessione della commissione Dewey, Trotskij arrivò altresì a dichiarare, in relazione al caso Blumkin su cui torneremo tra poco, che dalla fine del 1929 “egli” (Radek) “era diventato la più odiosa figura per l’Opposizione di sinistra” (ossia per i trotzkisti) “perché egli non era solo un capitolatore” (di fronte a Stalin) “ma un traditore”.[4]

“Un traditore”, oltre che un “capitolatore”: giudizi estremamente pesanti, senza dubbio. Quindi, almeno secondo le testuali parole di Trotskij, a partire dalla fine del 1929 e per tutti i trotzkisti sovietici (ivi compreso il loro leader in esilio, Trotskij), Radek risultava “la figura più odiosa” e un “traditore” del movimento politico antistalinista, oltre che ovviamente un “capitolatore” e un disertore politico che aveva ceduto in precedenza di fronte a Stalin: nel 1930 come nel 1932, fino ad arrivare al gennaio del 1937.

Come vedremo meglio in seguito, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey Trotskij negò inoltre con estrema decisione che fosse mai esistita la lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932, e su cui invece si era soffermato quest’ultimo durante la sua testimonianza al processo di Mosca del gennaio del 1937: Trotskij invece definì tale lettera dell’inizio del 1932 come “presunta”, e quindi inventata, sottolineando altresì che nel maggio del 1932 egli stesso aveva invece definito Radek, intelligente uomo politico e fine umorista, come una persona affetta da “degenerazione ideologica e morale” in una sua missiva inviata ad Albert Weisbord.

Sempre nella tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij infine onorò a modo suo Radek definendolo “un vecchio capitolatore, il traditore di Blumkin, un’agente demoralizzato di Stalin e della GPU, e il più perfido dei miei nemici”.

A questo punto, mettiamo in contatto e facciamo “incontrare” reciprocamente tutte le dichiarazioni rese da Trotskij il 27 gennaio 1937 e nell’aprile del 1937, davanti alla commissione Dewey, con la ricevuta scritta della lettera spedita proprio da Trotskij e proprio a Karl Radek nel 1932: l’effetto risulta sicuramente devastante e clamoroso, sia a livello generale che per la questione dell’esistenza del volo di Pjatakov.

In primo luogo la concreta e indiscutibile ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek all’inizio del 1932 dimostra subito che Trotskij mentì spudoratamente durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, quando egli qualificò come “presunta” e quindi inesistente la – invece reale e concretissima – missiva da lui inviata a Karl Radek all’inizio di marzo del 1932: siamo quindi in presenza di una prima e gravissima menzogna da parte di Trotskij e che viene rilevata senza ombra di dubbio proprio mediante gli archivi Trotskij di Harvard, attraverso quella ricevuta di spedizione della lettera del 1932 che tradisce involontariamente Trotskij.

Simultaneamente emerge un elemento ancora più importante, per la nostra indagine storica: come risulta fin troppo evidente, la ricevuta scritta della lettera spedita clandestinamente da Trotskij a Radek nel 1932 mostra infatti che Trotskij mentiva clamorosamente anche quando sosteneva di non aver avuto più rapporti di alcun tipo con Radek/Pjatakov dopo il 1928, anche quando egli rilevava che questi ultimi erano divenuti dopo il 1928 “tra i suoi più accaniti e feroci nemici”.

A persone con cui davvero non si ha più, dal 1929 fino al 1936, alcun rapporto umano e politico, non si spediscono lettere, né tantomeno lettere segrete come quella invece inviata da Trotskij a Radek nel 1932 (e di cui ci resta solo la ricevuta di spedizione); e tantomeno si indirizzano delle missive clandestine a persone che sono diventate tra i nostri “più accaniti e perfidi nemici”; e tantomeno si mandano lettere segrete a persone che si valutano come dei “disertori” della propria causa, come almeno a suo dire Trotskij considerava Radek sia nel 1929 che nel 1937 (terza sessione della commissione Dewey); e ancora meno si inviano delle missive confidenziali a persone che si considerano addirittura dei “traditori” della propria causa politica, come almeno in pubblico Trotskij valutava Radek dalla fine del 1929 fino al 1937, sempre secondo le dichiarazioni rese dal leader della Quarta Internazionale durante la terza sessione della commissione Dewey.

Detto in altri termini, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto spedire nel marzo del 1932 una lettera, sempre in assenza di un ritorno del primo a un atteggiamento favorevole alla costituenda Quarta Internazionale e alla lotta segreta contro Stalin.

L’invio nel corso del 1932 di una missiva segreta, e con mezzi clandestini, a una persona come Radek ancora operante di regola nell’URSS stalinista di quel tempo, attraverso come minimo un certo sforzo materiale e un certo margine di rischio per il “postino” clandestino che doveva recapitare lo scritto di Trotskij a Radek, costituisce pertanto un atto concreto che può essere spiegato solo ed esclusivamente con l’esistenza all’inizio del 1932 di una relazione speciale di affinità politica tra i due soggetti in esame, complicità che demolisce ovviamente le tesi avanzate da Trotskij il 27 gennaio del 1937.

Entrando più nello specifico, l’esistenza di un rapporto di collaborazione politica tra Radek e Trotskij, via via consolidatosi nel corso del 1932, diventa ancora più sorprendente se si pensa che solo il 27 luglio del 1929, dopo che Radek, Preobrazensky e Smilga (con molti altri ex-trotzkisti) avevano abbandonato l’Opposizione antistalinista: in un suo scritto pubblico, Trotskij aveva definito in modo sprezzante proprio “Preobrazensky, Radek e Smilga” come “già da tempo anime morte”.[5]

La frase di Trotskij sulle “anime morte” non risultava certo un elogio, per Radek e Preobrazensky.

Trotskij poteva pertanto inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta all’“anima morta-Radek”, secondo il suo lapidario giudizio del luglio 1929, solo se quest’ultimo avesse smesso e cessato a suo avviso di essere un “superdisertore” della causa trotzkista, tornando invece a rappresentare nel 1932 prima un simpatizzante, e poi un dirigente (clandestino e doppiogiochista) della costituenda Quarta Internazionale in terra sovietica.

Sempre a giudizio di Trotskij e a partire dalla fine del 1929, come si è già sottolineato in precedenza, Radek non risultava inoltre solo un’“anima morta” e un disertore, ma anche il diretto complice (con le mani sporche di sangue) di Stalin e della sua polizia segreta rispetto all’arresto e alla fucilazione del trotzkista Yakov Grigoryevich Blumkin, avvenuta alla fine del 1929.

Chi era Blumkin? Secondo le ammissioni persino di Lev Sedov e di Brouè, Blumkin risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista che, nel corso del 1929, continuava simultaneamente a svolgere tutta una serie di funzioni di alto rango all’interno dei servizi segreti sovietici: dopo che Trotskij venne espulso dall’URSS nel febbraio del 1929 e arrivò in Turchia, Blumkin servì per alcuni mesi come prezioso “postino” per le relazioni epistolari tenute segretamente da Trotskij con i suoi seguaci sovietici, finché non venne arrestato dalla polizia stalinista nell’autunno del 1929 e quindi giustiziato per tradimento, agli inizi di novembre del 1929.

Torneremo anche in seguito sul “caso Blumkin”, ma per il momento ci interessa solo sottolineare che Trotskij nel 1929 sostenne che Blumkin fu tradito e denunciato alla polizia sovietica proprio da Karl Radek: l’insospettabile Brouè infatti ci informa nella sua opera che Blumkin fu “tradito da Radek, secondo Trotskij…”.[6]

“Tradito da Radek, secondo Trotskij”, e quindi a giudizio di Trotskij. Siamo quindi in presenza di una valutazione chiarissima e molto negativa di quest’ultimo, rispetto a Karl Radek e alla sua presunta delazione nel caso Blumkin; del resto ancora nell’aprile del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij riconfermò che, a suo avviso, proprio Radek era stato il “traditore” di Blumkin.

L’accusa rivolta da Trotskij contro Radek, alla fine del 1929, risultava come minimo gravissima e aveva tra l’altro come oggetto la fucilazione di un audace militante trotzkista, l’uccisione di Blumkin: da questi fatti sicuri e indiscutibili ne discende un’ovvia e scontata conclusione.

In assenza di un riavvicinamento di Radek alla militanza trotzkista all’inizio del 1932, diventava già come minimo improbabile che Trotskij inviasse nel 1932 una (costosa/rischiosa) lettera clandestina all’“anima morta” Radek, ormai dalla metà del 1929 e quindi da quasi tre anni passato nelle fila staliniste: ma diventa poi assolutamente incredibile e assurdo che Trotskij abbia inviato la lettera segreta del 1932 a un Radek che egli stesso, alla fine del 1929, considerava addirittura un traditore, un delatore e un complice diretto degli stalinisti nell’omicidio di Blumkin, sempre in assenza di un ritorno di Radek a una posizione politica antistalinista in terra sovietica e se non fossero cambiate radicalmente le loro relazioni politiche all’inizio del 1932, in un senso positivo e collaborativo tra di loro.

Senza questa essenziale precondizione, Radek costituiva l’ultima persona al mondo a cui Trotskij avrebbe dovuto inviare nel 1932 una missiva confidenziale, visti anche i vicini e pessimi precedenti della fine del 1929 derivanti dal caso Blumkin.

Stando infine alle dichiarazioni rese da Trotskij nel 1937 davanti alla commissione Dewey, Karl Radek rappresentava senza soluzione di continuità, dalla fine del 1929 per arrivare all’inizio del 1937, la “figura più odiosa” all’interno del movimento politico diretto e guidato da Trotskij: perché dunque egli mandò a quest’ultimo una lettera in segreto nel marzo del 1932, con l’aiuto di uno dei fratelli Molinier allora a capo dei trotzkisti francesi, a questa “figura odiosa”? La risposta è semplice: all’inizio del 1932, Radek non costituiva più in alcun modo una “figura odiosa” sul piano politico per Trotskij.

Non solo quindi la ricevuta della lettera del 1932 (non a caso sparita in seguito dall’archivio Trotskij di Harvard) risulta un fatto innegabile e concreto, ma la missiva inviata da Trotskij a Radek nel 1932 era stata indirizzata a un soggetto fisico e a una personalità politica che Trotskij, alla fine del 1929, riteneva:

  • un super-disertore e un “anima morta”;
  • un traditore e un delatore (di Blumkin);
  • un complice diretto di Stalin e della sua polizia, almeno rispetto all’arresto e fucilazione di Blumkin; e cioè un personaggio che, almeno secondo il giudizio del Trotskij del 1929, aveva le mani sporche di sangue rispetto alla cattura/morte del fedele trotzkista Blumkin.

Vista tale situazione del 1929, solo ed esclusivamente il ritorno di Radek a una vicinanza politica con il trotzkismo clandestino in Unione Sovietica, poteva spingere Trotskij a inviare nel marzo del 1932 una missiva segreta a quell’“anima morta”, a quello spregevole delatore/complice dell’uccisione di Blumkin di nome Karl Radek.

La ricevuta di spedizione della lettera spedita da Trotskij a Radek prova pertanto con assoluta sicurezza la grande menzogna del leader della Quarta Internazionale rispetto ai suoi reali rapporti con Radek, mostrando innanzitutto che Trotskij aveva (eccome se aveva!) “rapporti” con Radek dopo il 1928, e più precisamente a partire dall’inizio del 1932.

Dimostra altresì che per Trotskij, sempre a partire dal 1932, Radek risultava tutt’altro che un “nemico accanito e feroce”, ma altresì un referente importante nella lotta politica antistalinista, anche se costretto (per celare il suo doppiogioco rispetto a Stalin) a professare fedeltà al leader georgiano e a criticare in modo durissimo proprio Trotskij, anche nel 1932-36.

Attesta altresì che sia Radek, tornato via via alla militanza trotzkista nel corso del 1932, sia Trotskij avevano una predisposizione favorevole e un movente generale di natura politica per incontrarsi tra loro, nel 1932 come nel 1935 e nel dicembre del 1935.

La ricevuta di spedizione del 1932 fa inoltre cadere subito a zero il grado di attendibilità della testimonianza di Trotskij rispetto alla sua tesi di non aver incontrato Pjatakov nel dicembre del 1935 nei pressi di Oslo: l’esistenza concreta e materiale della ricevuta, assieme alla “misteriosa” sparizione della lettera di Trotskij a Radek di cui essa attesta in modo indiscutibile la realtà, comportano inevitabilmente che Trotskij risulti come minimo un testimone inaffidabile anche rispetto agli eventi del dicembre del 1935.

Infatti, non solo ormai è sicuro che Trotskij mentiva, ma che alterava la verità proprio parlando del volo di Pjatakov. Ricordiamo ai giudici-lettori che la dichiarazione sopracitata di Trotskij risale al 27 gennaio del 1937 e che in essa si sosteneva, subito dopo aver negato qualunque forma di legame con Pjatakov e Radek dopo il 1928, che “se fosse provato che realmente Pjatakov mi visitò, la mia posizione sarebbe compromessa senza speranza”: Trotskij in pratica non solo mentì, ma disse bugie proprio mentre stava negando l’esistenza del volo di Pjatakov.

Trotskij alterò completamente la verità proprio mentre stava affrontando il nodo importantissimo dei suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek nel periodo compreso tra il 1929 e il 1936, questione-chiave a sua volta strettamente connessa all’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov: pertanto già a questo punto la sua posizione sul volo di Pjatakov diventa “compromessa senza speranza”, per usare le stesse parole pronunciate nel gennaio del 1937 dal leader in esilio della Quarta Internazionale in via di costruzione.

Giudici-lettori: “Visto che stiamo analizzando un punto come minimo importante, vogliamo chiedervi se vi sia l’assoluta certezza che Trotskij abbia davvero negato l’esistenza della lettera inviata a Radek nel marzo del 1932”.

Assoluta e totale sicurezza.

Non solo Trotskij definì tale lettera “alleged”, ossia presunta, ma altresì durante la tredicesima sessione della commissione Dewey egli cercò a lungo e in tutti i modi di demolire la testimonianza di Vladimir Romm, uno dei testimoni sentiti durante il processo del gennaio del 1937, nella parte in cui quest’ultimo aveva affermato che la missiva in esame esisteva realmente e lui stesso l’aveva consegnata nelle mani di Radek, a Ginevra e all’inizio del 1932.

Avvocato del diavolo: “La lettera spedita segretamente da Trotskij a Radek nel 1932 poteva anche non avere un contenuto politico, ma essere solo di carattere personale e magari piena di insulti contro Radek”.

Spedire nel 1932 una lettera di carattere solo personale proprio a un “nemico accanito”, come Trotskij qualificò Radek nel gennaio del 1937? E a che pro? Per discutere forse con Radek del tempo in Russia? Tra l’altro stiamo parlando di una missiva che doveva essere recapitata in modo ovviamente clandestino a Radek, costando pertanto tempo e risorse materiali a Trotskij e ai suoi aiutanti: tale sforzo era stato effettuato solo per “motivi personali” o per inviare “insulti”?

Per di più, per quale motivo far sparire in seguito dagli archivi Trotskij di Harvard una lettera “personale” e/o “piena di insulti”? Per quale incomprensibile ragione, se essa era davvero inoffensiva sul piano politico per Trotskij, di carattere solo “personale” o magari piena di ingiurie contro Radek?

Avvocato del diavolo: “La lettera di Trotskij a Radek è stata sicuramente spedita all’inizio del 1932, ma non sussiste alcuna prova che vi sia stata una risposta positiva sul piano politico da parte di Radek, e l’onere della prova rimane sempre a vostro carico”.

Una prima prova della buona accoglienza fatta da Radek, dal presunto stalinista Radek, alla missiva segreta di Trotskij ci proviene dal fatto sicuro che Radek, nel periodo 1932-35, non denunciò in alcun modo alla polizia stalinista di aver ricevuto una lettera clandestina dal leader in esilio della Quarta Internazionale: solo dopo il suo arresto, avvenuto nella metà di settembre del 1936, e tra l’altro dopo quasi tre mesi di interrogatori Radek confessò all’NKVD stalinista, tra le altre cose, di aver avuto a disposizione all’inizio del 1932 la missiva di Trotskij in via d’esame.

Il totale silenzio mantenuto da Radek nel 1932-36 sulla lettera in oggetto di Trotskij risulta molto significativo, come venne ammesso in modo indiretto da Lev Sedov.

Proprio il figlio e aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, notò a tal proposito in una sua lettera inviata a Victor Serge all’inizio del 1937 che se “avessimo” (lui e suo padre, Trotskij) “tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo “loro una lettera provocatoria” – come quella lettera che essi realmente e sicuramente spedirono a Radek all’inizio del 1932 – “essi” (Pjatakov e Radek) “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, e cioè alla polizia stalinista: ma a dispetto e in totale contrasto con la tesi esposta da Sedov, Radek si guardò bene dal “denunciare il fatto” di aver ricevuto una lettera segreta di Trotskij alla polizia sovietica, sia “immediatamente”, ossia nel marzo del 1932, come anche nei quattro anni successivi e anche dopo il suo arresto.[7]

Un secondo indizio ci viene ovviamente dal fatto sicuro che proprio Trotskij negò con forza, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, l’esistenza stessa della missiva da lui realmente spedita a Radek all’inizio del 1932, qualificandola come una “presunta” e quindi inesistente lettera, frutto solo della fervida e malata immaginazione di Stalin e/o dell’NKVD.

Una negazione falsa ma certo non casuale da parte di Trotskij, che dimostra ulteriormente come Radek “rispose” positivamente sul piano politico alla missiva del primo, entrando direttamente nelle fila della costituenda Quarta Internazionale verso la fine del 1932.

Terza prova indiretta: perché Trotskij, o Deutscher, o Van Heijenoort fecero sparire dagli archivi Trotskij di Harvard la lettera dell’inizio del 1932 diretta a Radek, se quest’ultimo non avesse risposto positivamente sul piano politico al suo contenuto specifico, che guarda caso infatti ci è ancora ignoto?

Ricordiamo inoltre all’avvocato del diavolo che sussiste anche la ricevuta di una lettera spedita nel 1932 da Trotskij anche a Preobrazensky, un dirigente trotzkista del 1923-1927 ma che aveva abbandonato temporaneamente  il campo politico di Trotskij nel 1929, più o meno come Radek: tenendo bene a mente tale fatto, lasciamo subito la parola allo storico trotzkista Pierre Brouè rispetto al gruppo clandestino trotzkista (di trotzkisti che avevano capitolato di fronte a Stalin nel 1928/29, ma tornando in seguito a essere dei fedeli militanti trotzkisti che facevano il “doppio gioco” contro Stalin) guidato da I. N. Smirnov, limitandoci per ora a verificare solo chi vi faceva parte.

Sotto questo aspetto lo studioso trotzkista Brouè ci riferisce che nel maggio del 1931 I. N. Smirnov si incontrò a Berlino con Lev Sedov (il figlio e aiutante di Trotskij), facendo rientrare il suo gruppo a pieno titolo nell’alveo e nella corrente politica guidata da Trotskij: “le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929. Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazensky, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco”.[8]

Fermiamo l’attenzione solo su Preobrazensky, almeno per il momento.

Lo storico trotzkista Brouè ci informa che Preobrazensky faceva sicuramente parte di un “centro” e di un gruppo clandestino neo-trotzkista nel 1931/32, e a loro volta gli archivi Trotskij di Harvard ci informano, con le ormai famose ricevute delle lettere spedite da Trotskij nel 1932, che una delle missive spedite allora da Trotskij era diretta proprio a Preobrazensky.

Prima domanda: anche Preobrazensky, ritornato ormai nel 1932 alla militanza trotzkista (Brouè), non diede alcuna risposta politica a Trotskij? Seconda domanda: Trotskij continuava forse a mandare lettere clandestine quasi a caso?

Ogni possibile obiezione, anche poco ragionevole, cade del resto se teniamo altresì presente che verso la fine del 1932 Trotskij inviò un’altra serie di lettere ad altri suoi simpatizzanti in Unione Sovietica, e questa volta grazie al lavoro paziente di J. A. Getty siamo a conoscenza anche del contenuto principale di tali missive, conservate sempre negli archivi Trotskij di Harvard .[9]

Alla fine del 1932, Trotskij ribadì di proprio pugno ai suoi interlocutori e simpatizzanti sovietici che “io” (Trotskij) “non sono sicuro se tu conosci la mia calligrafia. Se no, tu probabilmente troverai qualcun altro che la conosce… I compagni che simpatizzano con l’Opposizione di Sinistra” (a Stalin) “sono obbligati a uscire fuori dal loro atteggiamento passivo in questo momento, mantenendo, naturalmente, tutte le precauzioni… Io” (Trotskij) “sono certo che la situazione minacciosa in cui il Partito” (bolscevico) “si trova spingerà tutti i compagni devoti alla rivoluzione a riunirsi attivamente attorno all’Opposizione di sinistra”.[10]

Si trattava quindi di missive segrete di carattere politico di Trotskij, e che invitavano nel corso del 1932 a uscire da un “atteggiamento passivo” – seppur con tutte le “precauzioni” del caso – contro il regime stalinista; di lettere del 1932 inviate da Trotskij non certo a caso e al buio, come del resto quelle spedite a Radek e Preobrazhensky all’inizio del 1932 e solo pochi mesi prima.

Superata dunque anche quest’obiezione, non rimane che la cruda verità.

Collegando la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con l’altrettanto sicura ma falsa negazione della sua sussistenza (la “presunta lettera”) da parte di Trotskij nel 1937, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta come minimo in buona parte.

Collegando inoltre la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le false affermazioni del Trotskij del 1937 sull’inesistenza di qualunque tipo di relazioni da parte sua con Radek e Pjatakov, a partire dal 1929, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene ormai chiarita completamente.

Collegando altresì la sicura e indiscutibile esistenza della missiva di Trotskij a Radek nel marzo del 1932 con il fatto, altrettanto sicuro, che nel 1929 e a giudizio del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale, Radek costituiva non solo un “disertore” politico della causa antistalinista, ma per di più un complice di Stalin nell’arresto e fucilazione di Blumkin, la questione della scelta di campo antistalinista di Radek nel 1932 viene risolta superando anche ogni dubbio ragionevole.

Collegando infine la sicura e indiscutibile esistenza della missiva spedita da Trotskij a Radek, nel marzo del 1932, con le affermazioni espresse da Trotskij nel 1937, e secondo le quali a partire dal 1929 Radek costituiva “la figura più odiosa” all’interno del movimento trotzkista, spariscono ormai anche i dubbi poco ragionevoli sulla questione della scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932.

A questo punto rimane solo da chiarire le ragioni dell’atteggiamento, bugiardo ma intelligente, tenuto da Trotskij rispetto alle sue relazioni con Radek nel corso del 1932.

Nel 1937, il leader in esilio della Quarta Internazionale elaborò ed espose via via una grande menzogna intorno agli eventi dell’inizio del 1932 che si articolò a sua volta in tre livelli, distinti anche se collegati tra loro:

  • Trotskij mentì quando, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, definì la lettera a Radek come “alleged”, e cioè presunta, sedicente e inesistente e inventata da Stalin e l’NKVD, mentre invece essa costituiva una concreta realtà;
  • Trotskij mentì anche quando sostenne più volte, all’inizio del 1937, di non aver avuto più alcun rapporto di nessun genere con Radek a partire dal 1929 (e invece li ebbe eccome, tali rapporti, come emerge dalla ricevuta della lettera del 1932);
  • Trotskij mentì infine anche quando sostenne più volte, sempre all’inizio del 1937, che Radek – come del resto Pjatakov – era un suo “nemico” dal 1929, e quindi anche nel 1932, nel 1933 ecc. dato che non si spediscono lettere segrete a “nemici” politici, a “disertori” e “anime morte”, oltre che a un “delatore” di Blumkin.

Il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale si mosse in ogni caso con grande abilità e un notevole acume, creando tale artificioso castello di bugie per un preciso scopo politico: infatti Trotskij nel 1937 ripeté più volte la sua grande menzogna rispetto alla reale collocazione politica di Pjatakov e Radek (finti stalinisti/reali trotzkisti) al fine di evitare un disastro gigantesco, per lui stesso e per l’organizzazione internazionale che allora dirigeva e orientava.

Se egli avesse ammesso che Pjatakov e Radek rappresentavano realmente dei dirigenti trotzkisti clandestini (e doppiogiochisti verso Stalin) nel 1932-36, anche l’esistenza del volo di Pjatakov sarebbe infatti diventata come minimo probabile, e proprio per evitare tale possibile catastrofe politica servivano dei mezzi “sporchi” ma necessari, quali per l’appunto negare ad ogni costo la neo-militanza trotzkista di Pjatakov e Radek e affermare pertanto il falso: sostenendo cioè che questi ultimi rientrassero invece, dal 1929 al 1937 e senza soluzione di continuità, nella schiera dei “nemici” più accaniti della costituenda Quarta Internazionale, arrivando fino al punto di sostenere nell’aprile del 1937 e durante la tredicesima sessione che Radek fosse sia “il traditore di Blumkin” che “il più perfido di tutti i miei nemici”.

Sfortunatamente per Trotskij e per la “seconda versione”, e per fortuna invece della verità storica, abbiamo in mano una “pistola fumante” e un fatto sicuro: cioè le ricevute delle lettere inviate clandestinamente nel corso del 1932 da Trotskij sia a Radek, e cioè al suo (presunto, immaginario) “nemico più perfido”, sia a Preobrazensky, quest’ultimo secondo lo stesso Brouè un militante trotzkista che operava clandestinamente nell’URSS stalinista del 1931-32.

Grazie alla ricevuta della lettera inviata segretamente da Trotskij nel corso del 1932 a Radek, ormai sappiamo anche che quest’ultimo nel corso del 1932 era ritornato via via ad essere un simpatizzante di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale, diventando in seguito uno dei dirigenti più autorevoli dell’organizzazione trotzkista operante allora clandestinamente in Unione Sovietica.

In questo contesto si possono valutare e apprezzare, come ulteriore “prova del nove” e verifica incrociata, le affermazioni rese da György Lukács nel 1971 rispetto proprio a Karl Radek, in base alle esperienze dirette e ai contatti personali da lui vissuti in prima persona in Unione Sovietica all’inizio degli anni Trenta, dove Lukács allora si trovava in esilio.

Infatti Lukács, nel suo “Testamento politico” del gennaio 1971, indicò chiaramente che “nei grandi processi russi” (i processi di Mosca del 1936-38) “furono condannati ingiustamente Zinoviev, Bucharin e Radek, ma è assolutamente indubitabile che Bucharin e Radek fossero oppositori”: cioè che fossero “oppositori” contro Stalin e il suo nucleo dirigente, durante gli anni Trenta.[11]

La dichiarazione di Lukács è significativa proprio perché egli era stato testimone diretto del coinvolgimento di Radek e Bucharin in segrete attività antistaliniste durante gli anni Trenta, visto che egli notò altresì che proprio all’inizio degli anni Trenta Radek e Bucharin avevano cercato di entrare in contatto con lui per sondare la sua disponibilità a un’azione politica collettiva contro Stalin, ma che Lukács si era invece rifiutato di incontrarli, come indicò quest’ultimo in un’intervista del 1971 a E. Vezer e I. Eorsi.[12]

Abbiamo quindi acquisito una testimonianza diretta di Lukács su un’esperienza vissuta in prima persona; una sua testimonianza rispetto a Radek espressa poi solo in tempi non sospetti, quasi due decenni dopo la morte di Stalin e nel gennaio del 1971; una testimonianza diretta e personale su Radek che Lukács tenne inoltre per sé, senza rivelarla in precedenza a Stalin e al mondo intero, per ben quarant’anni e dagli inizi degli anni Trenta fino al 1971; una testimonianza su Radek resa infine da un Lukács che, nel 1971, in ogni caso dichiarò che Radek era “stato condannato ingiustamente” al processo di Mosca del 1937.

Anche solo per tutti questi motivi combinati, si può quindi concludere che il testimone Lukács avesse affermato il vero sul ruolo di oppositore segreto di Stalin svolto allora da Radek: se poi si collegano le dichiarazioni di Lukács alla lettera segreta inviata da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, tali affermazioni risultano veritiere al di là di ogni dubbio, anche molto poco ragionevole.

Un ulteriore prova del nove rispetto alla concreta militanza trotzkista di Radek nel 1932 ci viene altresì dal fatto sicuro, citato dagli storici antistalinisti Getty e Naumov, che proprio alla fine del 1932 Karl Radek venne convocato assieme a Zinoviev e Kamenev dagli organismi disciplinari del partito comunista sovietico perché sospettato di essere in connessione con il “gruppo Rjutin”, un’organizzazione segreta di comunisti sovietici vicini alle posizioni di Bucharin e ne chiesero apertamente l’immediato allontanamento dal potere di Stalin.[13]

Se Radek riuscì in quel periodo ad allontanare da sé i sospetti del potere stalinista anche accusando il bucharinista A. P. Smirnov, un altro oppositore clandestino contro Stalin che a quel tempo era ormai già compromesso e sottoposto ad accurate indagini da parte della polizia sovietica, è significativo che sulla lealtà a Stalin del Radek del 1932 si fossero allora formati seri dubbi, anche se quasi subito rientrati, nell’apparato stalinista; rientrati tra l’altro anche attraverso la manovra assai spregiudicata compiuta allora da Radek, che diede un piccolo colpo al già inquisito e ormai compromesso bucharinista Smirnov proprio al fine di salvare sia la propria pelle, che il suo ruolo di importante “talpa” all’interno del regime stalinista di quel tempo.[14]

Terza verifica: se davvero Radek fosse stato un fedele stalinista nel marzo del 1932, quale avrebbe dovuto essere la sua reazione quando egli realmente ricevette la concretissima lettera inviatagli allora da Trotskij?

La giusta, corretta e inevitabile risposta a tale domanda è stata esposta proprio da Lev Sedov, nella sua discussione epistolare con Victor Serge: Radek, da fedele stalinista e accanito nemico di Trotskij, avrebbe sicuramente denunciato tale fatto e la lettera provocatoria dell’odiato Trotskij alla polizia stalinista. E visto che tale “denuncia della provocazione” trotzkista non avrebbe in alcun modo, nel marzo del 1932 né durante i quattro anni successivi. Ne discende e ne deriva una sola e inevitabile conclusione: nel marzo del 1932, come del resto nei quattro anni successivi, Radek non era e non agiva in alcun modo come un fedele stalinista, come un convinto adepto di Stalin.

Avvocato del diavolo: “Stiamo in ogni caso parlando del 1932: ma dopo il 1932 non sussistono ricevute scritte e altre prove inconfutabili di lettere inviate segretamente da Trotskij a Radek, e pertanto non vi è la certezza che Radek abbia continuato nelle sue “relazioni pericolose” con il leader della Quarta Internazionale anche nel 1933, nel 1934 e fino almeno al dicembre del 1935”.

Lasciamo parlare i fatti e le testimonianze disponibili su Radek, dopo il 1932 e fino all’agosto del 1936: una testimonianza minore come base preliminare e, subito dopo, le informazioni decisive fornite sia dal trotzkista Pierre Brouè che da Isaac Deutscher, anch’esso storico di matrice trotzkista e autore di una celebre biografia sempre su Trotskij.

Innanzitutto lo storico W. Laqueur, sicuramente antistalinista, riferì come nel 1934 proprio Radek, durante una sua conversazione con un giornalista tedesco, avesse affermato con enfasi che se “la Germania l’avesse voluto, avrebbe potuto avere un’aviazione più forte di quella della Francia in soli tre mesi”.[15]

Una dichiarazione che lascia perfettamente comprendere l’alto grado di valutazione espresso nel 1934 da Radek sulle grandi, e purtroppo reali potenzialità tecnico-belliche della Germania nazista, che non è certo in contrasto con le valutazioni fornite da Trotskij nell’ottobre del 1933, secondo le quali già allora la “bilancia” dei rapporti di forza pendeva ormai a favore della Germania nazista rispetto al paese dei soviet diretto da Stalin.

La prima “pistola fumante” sulle reali posizioni politiche del Radek post-1932 viene in ogni caso gentilmente offerta dall’insospettabile Isaac Deutscher, noto storico trotzkista, che si lasciò sfuggire il fatto estremamente interessante per cui, dopo la presa del potere di Hitler nel gennaio del 1933, fu proprio Karl Radek a indicare gli uffici di Stalin in presenza di un suo ospite e “comunista fidato”, sottolineando come in quel luogo e al Cremlino risiedessero a suo avviso i veri responsabili della vittoria dei nazisti. Infatti l’insospettabile Deutscher ci informò che “molti”, nel partito comunista sovietico e specialmente tra gli antichi oppositori trotzkisti del 1926-27, “seguivano con simpatia la campagna di Trotskij” sul pericolo che il nazismo arrivasse al potere in Germania, notando altresì che “la maggior parte di loro condivideva già l’opinione che Radek avrebbe espresso più tardi, nel 1933, quando, parlando con un comunista fidato, indicò l’ufficio di Stalin al Cremlino e disse: “Là dentro siedono i responsabili della vittoria di Hitler”.[16]

Notizia e informazione clamorosa: a giudizio del Radek del 1933, Stalin e il suo nucleo dirigente costituivano quindi “i responsabili della vittoria di Hitler”, nel suo caustico giudizio espresso davanti a un “comunista fidato” e sicuramente non stalinista.

La valutazione politica e le parole di Radek del 1933, riportate da Isaac Deutscher, non corrispondono di certo all’identikit del leale militante stalinista, mentre invece la tesi esposta da Radek aderiva e coincideva perfettamente con quella elaborata da Trotskij in quello stesso periodo rispetto all’individuazione del responsabile principale, e cioè Stalin, del devastante fenomeno dell’ascesa al potere da parte dei nazisti.

Basta solo pensare, a titolo di esempio, che nel luglio del 1933 e nell’articolo “Fascismo e parole d’ordine democratiche” Trotskij sostenne addirittura che secondo l’Internazionale comunista di quel tempo, diretta da fedeli stalinisti, “il fascismo, sembra, è diventato inaspettatamente la locomotiva della storia… La burocrazia stalinista assegna al fascismo” (al nazismo, pienamente al potere da qualche mese) “la risoluzione di quei compiti basilari che essa stessa si è dimostrata del tutto incapace di assolvere”, a partire dalla distruzione dell’influenza esercitata dalla socialdemocrazia sulla classe operaia.

Siamo quindi in presenza di un fatto eclatante: lo storico Isaac Deutscher, descrisse di suo pugno una conversazione riservata del 1933 nel quale Radek espresse apertamente delle valutazioni politiche antistaliniste e di matrice trotzkista, attribuendo proprio a Stalin la colpa principale rispetto alla disastrosa vittoria di Hitler in Germania con osservazioni politiche che, non certo casualmente, collimavano perfettamente con quelle espresse da Trotskij nello stesso periodo e sul medesimo argomento.

Avvocato del diavolo: “Forse Deutscher non era un “comunista fidato” e un vero trotzkista, ma un agente provocatore stalinista istruito ad arte per dichiarare il falso anche rispetto alle posizioni politiche di Radek del 1933”.

Il piccolo problema di questa tesi, già di per se assurda, è che un’ulteriore “pistola fumante” rispetto alla reale collocazione politica del Radek post-1932 ci viene fornita da un altro insospettabile storico trotzkista: questa volta Pierre Brouè, e sempre su un caso particolare riguardante Karl Radek.

Una volta scoppiata nel luglio del 1936 la sanguinosa rivolta delle alte gerarchie militari e della borghesia spagnola contro il (moderato) governo di Fronte Popolare, proprio Karl Radek scrisse infatti un mese prima del suo arresto e sull’autorevole quotidiano sovietico “Izvestia” alcuni articoli di analisi politica, esaminando a fondo la situazione esplosiva ormai venutasi a creare nella penisola iberica in quella caldissima estate del 1936.

A questo punto lasciamo volentieri la parola al documentato e intelligente storico Pierre Brouè, che ci fornisce l’ennesima prova concreta per questo punto particolare del giallo storico in via di esposizione: a suo esplicito giudizio, infatti, “l’articolo di Radek sull’Izvestia del 5 agosto del 1936, intitolato “I fautori della guerra preparano l’intervento contro la rivoluzione spagnola”, è in effetti una critica della politica staliniana”.[17]

“Una critica della politica staliniana”: parole chiare, quelle di Brouè, che tra l’altro ben descrivono l’essenza politica dell’articolo di Radek dell’agosto del 1936.

Secondo Brouè, sostenitore accanito della “seconda versione” tesa a negare l’esistenza del volo di Pjatakov, proprio Radek e in piena epoca stalinista, ossia il 5 agosto del 1936, effettuò su un’importante giornale stalinista quale l’Izvestia “una critica” (certo velata e cauta, ma una critica) “della politica staliniana”: ora, perché non credere su questo punto all’insospettabile storico trotzkista Brouè?

Seconda domanda, ancora più importante: risulta così strano dedurre che non solo nel 1932 e nel 1933, ma anche nell’agosto del 1936 Karl Radek avesse compiuto e mantenuto una scelta di campo antistalinista? Stiamo parlando dell’agosto del 1936, lontano più di otto mesi dal dicembre del 1935 e dal mese che ci interessa da vicino: proprio per tale ragione Brouè relegò la sua significativa e corretta valutazione dell’articolo di Radek del 5 agosto del 1936 in una brevissima nota ben nascosta alla fine della sua interessante biografia su Trotskij, e quindi quasi inaccessibile.

Detto in estrema sintesi, solo un militante trotzkista – e abile doppiogiochista – poteva nel 1933 ritenere Stalin come il principale responsabile dell’ascesa al potere di Hitler e in seguito, nell’agosto del 1936, anche “criticare” la “politica staliniana” addirittura su un quotidiano sovietico e stalinista, seppur per forza di cose in modo cauto e prudente.

Come già notato in precedenza, abbiamo in ogni caso a nostra disposizione tutta una serie di “prove del nove” sulla reale scelta di campo politica compiuta dal Radek post-1932.

Un’ulteriore verifica incrociata infatti proviene dalle eclatanti congratulazioni rivolte da Karl Radek nel marzo del 1936 all’allora incaricato militare nazista a Mosca, il generale Ernst Köstring: in quel periodo e dopo quattro mesi dal volo di Pjatakov a Kjeller, Karl Radek dimostrò infatti il suo dissenso segreto con il nucleo dirigente stalinista anche in occasione dell’occupazione nazista della Renania.

Prendendo a pretesto proprio la ratifica del patto d’alleanza franco-sovietico del 1936, Hitler infatti aveva violato allora apertamente una clausola del trattato imperialistico di Versailles del 1919 che imponeva la smilitarizzazione della zona tedesca di confine e procedette quindi all’occupazione militare della strategica regione industriale della Ruhr, sollevando subito la durissima reazione di condanna dell’URSS stalinista e la simultanea inerzia delle potenze liberaldemocratiche, Francia e Gran Bretagna in testa.

Di fronte a questo importante e tragico successo nazista, la reazione politica di Radek risultò a dir poco stupefacente: l’ebreo e marxista Radek, come accertò già nel 1974 e usando documenti ufficiali tedeschi degli anni Trenta lo storico anticomunista F. L. Carsten, subito dopo l’occupazione nazista della Renania andò infatti a congratularsi per l’importante successo politico riportato dalla croce uncinata nella Ruhr con il generale nazista Ernst Köstring, allora addetto militare tedesco a Mosca.[18]

Siamo in presenza dell’ennesima conferma dell’ostilità politica nascosta di Radek verso le scelte compiute dal nucleo dirigente sovietico negli anni compresi tra il 1932 e il 1936, vista l’opposta reazione di condanna espressa da Stalin e dal Comintern rispetto alla mossa strategica compiuta dai nazisti in Renania, nel marzo del 1936; e acquisiamo tra l’altro la certezza che nel marzo 1936 sussisteva un particolare tipo di relazione tra nazisti e dirigenti trotzkisti, uno speciale rapporto di collaborazione tattica tra le due parti che spiega il fatto, altresì incredibile, per cui il comunista ed ebreo Karl Radek potesse nel marzo del 1936 congratularsi con il nazista Köstring per la vittoria hitleriana nella Renania e per un importante successo ottenuto dai nazisti antisemiti e anticomunisti, che aveva giustamente provocato l’indignazione e l’inquietudine più che giustificata sia del nucleo dirigente stalinista che degli antifascisti di tutto il mondo.

La frase rivolta in via riservata a Ernst Köstring diventa altresì ancora più interessante se poi si viene a conoscenza che, in un articolo da lui scritto sulla stampa stalinista e per l’Izvestia dell’8 marzo del 1936, sempre Karl Radek aveva invece duramente condannato in pubblico l’occupazione nazista della Renania: l’ennesimo doppiogioco compiuto dall’astuto e coraggioso criptotrotzkista di nome Karl Radek, negli anni compresi tra il 1932 e il 1936.

L’intelligente storico antistalinista Silvio Pons ha infatti sottolineato a questo proposito che “la prima considerazione compiuta da Radek, l’8 marzo, fu che l’occupazione nazista della Renania stracciava l’ennesimo “pezzo di carta” e non costituiva una sorpresa, poiché “sin dal primo momento dell’avvento al potere del fascismo in Germania ha violato il patto di Locarno nei punti concernenti la zona demilitarizzata”.[19]

Sempre Radek, in un successivo articolo pubblicato sui giornali sovietici il 6 aprile del 1936 e sempre nella sua veste ufficiale di leale seguace di Stalin, notò inoltre che la crisi renana costituiva un “problema europeo” e un fatto importante che “cambia in misura significativa i rapporti di forza del dopoguerra”, nel senso di una sensibile crescita” delle “chances di un’aggressione militare tedesca”.[20]

Siamo in presenza di una chiara e inequivocabile duplicità, da parte di Radek.

Con il nazista Köstring abbiamo l’applauso del Radek trotzkista per la vittoria hitleriana del marzo 1936, che determinava una sensibile e simultanea crescita “delle chances” sia di un’aggressione militare tedesca” su scala europea che dell’arrivo del “giorno del leone” rivoluzionario, formulazione sempre di Radek e su cui torneremo tra poco; sulla stampa stalinista del marzo e aprile del 1936, viceversa, venne espressa una condanna senza mezzi termini dell’occupazione nazista della Renania da parte dello stesso Radek, ossia di un uomo diviso e sdoppiato sul piano politico, nel corso del 1932-36, tra finta lealtà stalinista e reale militanza trotzkista.

Un altro criterio di verifica ci viene dalle relazioni come minimo assai particolari intessute da Karl Radek con il gerarca nazista Theodor Oberlander nell’agosto del 1934 e a Mosca: nel corso del loro colloquio Radek pronunciò una frase e dei concetti che, per la loro gravità e implicazioni politiche, equivalgono alle congratulazioni da lui espresse direttamente a Köstring quasi due anni dopo e nel marzo del 1936.

Lo storico R. Tosstorff ha notato nel 2007 sulla rivista storica di matrice trotzkista “Revolutionary History”, recensendo una biografia di Radek scritta dallo studioso Jean-Francois Fayet, che durante la visita a Mosca del nazista Oberlander (più tardi ministro del governo conservatore e antisovietico di K. Adenauer, dal 1953 al 1960) proprio “Radek si incontrò con lui sperando con ciò, sicuramente commettendo un errore di giudizio, di stabilire un “canale nascosto” con la leadership nazista”; a sua volta anche A. A. Knoff, nell’edizione del 1961 del suo libro “Metapolitics: from the romantics to Hitler”, in un appendice intitolata “Rosenberg versus Hitler in Russia” (Ed. Putnam Capricorn, p. 480), aveva descritto il meeting riservato tenutosi nell’agosto del 1934 tra Radek e Oberlander.

Un incontro segreto tra Radek e Oberlander, per costruire un “canale nascosto” con i nazisti, era avvenuto sicuramente a Mosca nell’agosto del 1934: ma chi era Theodor Oberlander?

All’età di diciotto anni egli partecipò nel 1923 al putsch militare organizzato da Hitler a Monaco di Baviera; entrato nel partito nazista nel 1933, con una fulminea carriera Oberlander divenne nello stesso anno il leader del partito hitleriano nel distretto di Saxe-Meiningen oltre che un insegnante presso l’università di Greifswald, dove subito si fece notare nel rendere l’ambiente dei docenti “libero dagli ebrei”.

Intelligente e ambizioso, l’odioso Oberlander pose al centro dei suoi libri la necessità di “un’intervento” tedesco-nazista nei sistemi agricoli della Polonia e dell’Unione Sovietica, da lui considerati “non-economici”, diventando a soli trent’anni un “esperto” nazista rispetto alla “questione orientale”, tanto che nel marzo del 1935 egli guidò un seminario ristretto di gerarchi e studiosi hitleriani rispetto alle relazioni e l’azione di sovversione da tenere nei confronti dei paesi limitrofi alla Germania, a partire dalla Polonia e dell’Unione Sovietica.

Uno dei fulcri delle schifose teorizzazioni naziste di Oberlander, fin dal 1933, era costituita dalla descrizione degli ebrei come dei pericolosi “portatori di comunismo”, coniugata all’analisi dei benefici politici che, a suo avviso, l’antisemitismo dei contadini slavi avrebbe portato agli obiettivi imperialistici tedeschi nell’Europa orientale: analisi teorica trasformatasi in seguito in concreta pratica genocida, visto che Oberlander operò attivamente nel 1940-45 come dirigente nazista addetto alla pulizia etnica in Polonia e URSS, nell’ultimo caso guidando personalmente un battaglione di ucraini che partecipò a diversi orrendi  massacri di cittadini  sovietici, in particolar modo di etnia ebraica.[21]

Il colloquio riservato tra Radek e Oberlander fa risaltare non solo l’esistenza indiscutibile di un “canale nascosto” (Tosstorff) tra il primo e alcuni gerarchi nazisti, ma anche e soprattutto l’estrema particolarità delle posizioni politiche espresse da Radek nel 1933-36, già evidenziata dalle sue congratulazioni al nazista Kostring nel marzo del 1936.

Una parte significativa del dialogo tra il trotzkista ed ebreo Karl Radek e il nazista e antisemita Oberlander è stato infatti esposto dal diplomatico nazista Gustav Hilger, allora presente allo stupefacente colloquio tra i due e che in seguito riportò un segmento rivelatore delle affermazioni di Radek: quest’ultimo espresse contemporaneamente sia la sua strabiliante “ammirazione per la dedizione e per lo spirito organizzativo della gioventù nazista” (S. Pons) sia le sue più comprensibili, anche se purtroppo irreali, speranze nelle potenzialità rivoluzionarie dei giovani tedeschi di quel periodo.[22]

In un suo libro del 1953, intitolato “The incompatible allies”, Gustav Hilger sottolineò che a un certo punto del suo incontro del 1934 con Oberlander, Radek stupì i presenti affermando che “nei volti degli studenti tedeschi che marciano in camicia marrone”, e cioè con le divise hitleriane, antisemite e anticomuniste del 1934, “riconosco la stessa dedizione che una volta ha illuminato i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa” (i cadetti ufficiali dell’Armata Rossa una volta guidati da Trotskij, fino al 1924) “e dei volontari tedeschi del 1813” nella guerra antinapoleonica: Radek altresì aggiunse che comunque “ci sono molti nostri splendidi seguaci” (comunisti) “all’interno delle S.A. e delle S.S. che un bel giorno saranno ancora determinati a lanciare bombe a mano per noi”.[23]

Siamo ormai nella posizione di Alice nel paese delle – orrende – meraviglie, oltre che assai vicini alla “tana del Bianconiglio” di matrice trotzkista.

L’ammirazione esplicita e stupefacente espressa nel 1934 dal brillante rivoluzionario sovietico per la “dedizione” e l’idealismo dei giovani nazisti tedeschi, connessa alla sua simultanea fiducia nelle prospettive rivoluzionarie in Germania costituiscono infatti due elementi combinati che risultano perfettamente compatibili con l’identikit di un Karl Radek che, proprio nel 1934 e in qualità di dirigente trotzkista (e doppiogiochista) in terra sovietica, stava mettendo in atto assieme al suo leader in esilio Trotskij una particolare collaborazione tattica con l’antagonista hitleriano contro il loro comune nemico principale, e cioè il regime stalinista, dando per scontata e inevitabile l’apertura di un successivo scontro frontale tra nazismo e trotzkismo dopo la futura ma a suo avviso inevitabile distruzione dell’egemonia del nucleo dirigente stalinista. Collaborazione momentanea e di natura tattica che si rifletteva a sua volta anche nella parte sopracitata – altresì strabiliante e assurda – del suo colloquio con il gerarca nazista Oberlander. Del resto vedremo meglio in seguito come per Radek non risultasse certo una novità l’elogio del “coraggio” e dell’“idealismo” dei fascisti tedeschi, visto il caso eclatante del discorso da lui pronunciato in prima persona e pubblicamente nel giugno del 1923 in memoria del nazista Leo Schlageter.[24]

Un’altra prova del nove sulle reali posizioni politiche adottate da Radek nel 1933-36 proviene dall’articolo da lui scritto per l’autorevole quotidiano sovietico Izvestia, il primo maggio del 1936.

Al suo interno Radek espose, in forma appena velata, quel (presunto) nesso inscindibile tra guerra mondiale e rivoluzione planetaria che contraddistingueva – guarda caso – anche le analisi e previsioni politiche sviluppate da Trotskij nel 1933-36 e dopo l’ascesa al potere dei nazisti, su cui torneremo a lungo in seguito, riprendendo pertanto proprio sulle pagine di un giornale stalinista del 1936 sia “la tradizione catastrofista del comunismo” (Pons) che l’ottimismo di matrice trotzkista sul futuro “giorno del leone” della rivoluzione mondiale.

Come ha notato lucidamente Pons, il primo maggio del 1936 Radek “citò infatti recenti affermazioni del ministro della Difesa inglese, secondo le quali la situazione internazionale era ormai più aspra che nel 1914 e una guerra avrebbe significato la fine della civiltà umana. Radek non dissentì dalla prima tesi e polemizzò invece con la seconda. A suo giudizio, lungi dal comportare un crollo della civiltà, la prossima guerra avrebbe posseduto senza dubbio alcuno “ancora più influenza rivoluzionaria” della prima guerra mondiale, dato lo sconquasso del sistema capitalistico postbellico, la perdita di fiducia delle masse in esso, l’attrazione esercitata dall’URSS. Vane sarebbero state le speranze degli imperialisti più reazionari di evitare, con l’aiuto del fascismo, “le conseguenze rivoluzionarie di una nuova guerra mondiale”: “noi comunisti – precisava l’autore – non guardiamo in modo così pessimistico al futuro della civilizzazione”, perché “dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”. Radek si faceva così interprete della tradizione catastrofista del comunismo, che giungeva ora a vedere in una seconda guerra mondiale, ritenuta alle porte, un nuovo passaggio e una nuova occasione per l’abbattimento del sistema capitalistico”.[25]

“Dopo il giorno della iena viene il giorno del leone”: un “leone” comunista e rivoluzionario che, per il Radek del maggio 1936 come del 1932, era incarnato da Trotskij (con le sue lettere segrete spedite allo stesso Radek) e non certo da Stalin.

La tesi apocalittica di Radek sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario e anticapitalista diventa ancora più significativo se si considera che essa risultava in aperta contraddizione con la teoria invece esposta in un articolo pubblicato sui giornali sovietici sempre il primo maggio del 1936, ma scritto invece dal fedele stalinista G. M. Dimitrov, che allora risultava il capo autorevole della Terza Internazionale.

Nel suo scritto Dimitrov sottolineò sulla Pravda non solo che “il pericolo di guerra veniva dal fascismo e che essa riguardava anche l’Occidente, non solo l’URSS”, ma al contrario di Radek si assunse la paternità del concetto per cui una “pace cattiva” fosse preferibile alla guerra e “riaffermò la visione differenziata degli Stati capitalistici”, nonché la polemica contro i “critici di sinistra” cui attribuì “le idee fataliste sull’inevitabilità della guerra e l’impossibilità di conservare la pace”, proprie dei “dottrinari ossificati” e dei “ciarlatani”. Tale polemica appare anche rivolta contro il radicalismo e l’estremismo nelle fila comuniste, venuti allo scoperto dinanzi alla crisi renana. Dimitrov riprese inoltre una tesi che era contenuta nella risoluzione del 1° aprile e alla quale Ercoli (ossia Palmiro Togliatti) “non aveva riservato particolare attenzione nella sua relazione al Presidium: quella secondo la quale il “mantenimento della pace” avrebbe provocato la crisi e la sconfitta del fascismo in Germania. La capacità del movimento operaio di impedire lo scoppio della guerra ne avrebbe accresciuto la forza sino a configurare non solo “un pericolo mortale” per il fascismo, ma anche una minaccia per “le fondamenta del regime capitalistico”. Dimitrov presentò così la lotta per la pace come “una lotta rivoluzionaria”. Questa tesi non era originale ed era già stata avanzata da V. Knorin nel dibattito al “VII Congresso” dell’Internazionale Comunista, tenutosi a Mosca nell’agosto del 1935”.[26]

La differenza politica tra le tesi espresse da Dimitrov con quelle sostenute invece da Radek, rispetto al nesso guerra-rivoluzione e pace-rivoluzione, risulta fin troppo evidente. In sostanza l’abile, astuto e coraggioso Karl Radek riuscì a far passare un messaggio politico di matrice “catastrofista” (Pons) e criptotrotzkista sotto gli stessi occhi di Stalin e sui giornali stalinisti proprio il primo maggio del 1936, attuando pertanto un capolavoro di sagacia che gli riuscì del resto anche nell’agosto del 1936 e in quell’articolo sulla guerra civile spagnola che, persino secondo Brouè, costituiva una “critica della politica stalinista” attuata sempre sotto il naso di Stalin: non si può non ammirare l’astuta, sotterranea e rischiosa  “guerriglia teorica” che Radek attuò contro il nucleo dirigente stalinista, durante i primi otto mesi del 1936.

Un altro criterio di verifica delle nostre tesi su Radek deriva anche dal contenuto particolarissimo dell’incontro che quest’ultimo ebbe a Danzica, all’inizio del 1936, con un autorevole esponente del servizio segreto militare tedesco, Walter Nicolai (1873-1947), nel quale Radek manifestò la sua speranza di poter “sopravvivere” nel regime stalinista, a dispetto del fatto che egli fosse allora un emissario ritenuto fidato dal – troppo ingenuo e fiducioso – Stalin.

In quell’incontro Radek discusse e parlò troppo e con vicino a lui troppe orecchie indiscrete, visto che nel colloquio riservato tenuto per l’appunto a Danzica, nel sobborgo di Oliwa, secondo un testimone diretto di parte tedesca dell’incontro egli infatti affermò all’inizio del 1936 che “ora, in URSS tutto è possibile. Perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”.[27]

Il primo spunto di riflessione è che evidentemente il nucleo dirigente stalinista non solo non stava tramando e cospirando in alcun modo contro Radek all’inizio del 1936, a pochi mesi quindi di distanza dall’inizio dei processi di Mosca, ma che invece si fidava di Radek al punto di mandarlo all’estero in una missione politica di una certa importanza.

A partire dal 1929, Radek era dunque rientrato a poco a poco nelle grazie di Stalin e, all’inizio del 1936, il leader comunista georgiano aveva riaffermato nei fatti la sua (mal riposta) fiducia in Radek proprio mandandolo all’estero con un compito riservato; perché dunque questi temeva per la sua stessa sopravvivenza (“perché no, io stesso potrei anche sopravvivere”) sotto il regime stalinista, se egli non fosse implicato in un’azione e in una scelta politica pericolosissima per la sua sorte, come la militanza clandestina trotzkista e un doppio gioco (mortale, almeno potenzialmente) contro Stalin?

Altrettanto interessante risulta l’interlocutore di Radek nel colloquio di Danzica, città in cui già nel maggio 1933 il partito nazista aveva vinto le elezioni con il 57 percento dei voti, instaurando subito un regno del terrore contro comunisti ed ebrei.

Radek discusse infatti clandestinamente (ma con presenti troppi testimoni, per sua sfortuna) con il potente Walter Nicolai, uno dei capi del servizio segreto militare tedesco dal 1916 al 1927 e che nel 1936 costituiva ancora autorevole consigliere dello spionaggio tedesco. Nicolai conosceva benissimo Radek avendolo incontrato più volte nel 1919 e nel 1921-22, e accettò di incontrarlo in un colloquio riservato la cui esistenza è accertata mediante numerose testimonianze; a partire sia dal tedesco Roehner, che accompagnava allora Nicolai, che da A. Orlov, che fungeva allora da guardia del corpo di Radek, oltre che da una nota del giornale di Varsavia “Kurier Czerwony” del 22 febbraio 1936.[28]

Dopo aver via via riacquistato l’ingiustificata fiducia di Stalin, Radek era stato inviato nel corso del 1933 in Polonia per cercare di impedire l’alleanza (poi conclusasi realmente) tra quest’ultima e la Germania nazista. All’inizio del 1936 Radek venne invece mandato nella città-stato di Danzica per sondare gli umori di quella parte degli apparati statali tedeschi ritenuta da Mosca meno antirussa e antisovietica, e nella quale emergeva proprio W. Nicolai: solo che Stalin all’inizio del 1936 non era ancora a conoscenza di un piccolo “dettaglio”, e cioè che il “suo” emissario Radek in realtà era un abile doppiogiochista che serviva un altro e ben diverso referente politico, e cioè Trotskij, per conto del quale Radek anche a Danzica stava effettuando un “gioco” politico assai pericoloso, molto particolare e dall’esito finale devastante.[29]

Ulteriore prova del nove: il contenuto dell’articolo “radicale” (Pons) scritto il primo agosto del 1936 da Radek sull’importanza della guerra civile spagnola da poco scoppiata. Emergono infatti al suo interno, seppur in forma mascherata, alcune tesi politiche notoriamente care ed espresse pubblicamente dal Trotskij del 1933-36 rispetto:

  • al carattere rivelatore e di antesignano assunto dalla guerra civile spagnola;
  • alla possibilità concreta di “rivolte popolari” nei “paesi del fascismo”, a partire quindi dalla Germania hitleriana;
  • alla lotta rivoluzionaria delle masse popolari, “del mondo capitalistico” intesa come il solo mezzo di resistenza efficace contro lo scoppio di una nuova guerra mondiale;
  • alla richiesta che l’URSS intervenisse attivamente e “non restasse passiva”, usando quindi anche i mezzi militari, rispetto alla guerra civile spagnola e all’ormai incombente nuova guerra mondiale;
  • all’importanza decisiva attribuita da Radek “alla critica delle armi” e alla “rivoluzione” rispetto invece allo strumento, da lui ritenuto ormai inutile e spuntato, della “diplomazia”;
  • all’incombenza ormai inevitabile della seconda guerra mondiale, visto che sempre a giudizio di Radek la situazione nell’agosto del 1936 era ormai “ancora più grave dei mesi precedenti” alla prima guerra planetaria, scoppiata nel luglio-agosto del 1914.

Mettiamo subito a confronto le posizioni collimanti espresse da Radek e da Trotskij, rispetto al significato molto rilevante assunto dalla guerra civile spagnola anche sul piano planetario.

In un suo articolo del 1937, intitolato “Le lezioni della Spagna: l’ultimo avvertimento”, Trotskij rilevò ad esempio con chiarezza che la guerra civile spagnola costituiva, assieme alla guerra imperialistica italiana contro l’Etiopia, una sorta di prologo alla futura rivoluzione mondiale, sottolineando che “tutti gli stati maggiori stanno studiando attentamente le operazioni militari in Etiopia, in Spagna e nell’Estremo Oriente” (ossia in Cina, sottoposta allora a sua volta alla feroce aggressione giapponese) “in preparazione della grande guerra futura. Le battaglie del proletariato spagnolo emettono dei flash illuminanti sulla rivoluzione mondiale che sta arrivando …”, ossia sulla futura sollevazione degli operai e sul futuro “giorno del leone” rivoluzionario esteso su scala planetaria.

Passando invece all’analisi e alle previsioni effettuate a sua volta da Radek rispetto al significato “illuminante” e di portata mondiale assunto dalla guerra civile spagnola, lo storico antistalinista Silvio Pons ha notato giustamente che il primo agosto del 1936 “Radek tornò a sostenere le tesi radicali”, e cioè rivoluzionarie e bellicose, “da lui stesso delineate nella crisi renana” del marzo del 1936.

Radek infatti affermò che anche lo scoppio della guerra civile spagnola dimostrava che una nuova e seconda “guerra mondiale era ormai alle porte, che i fascisti la stavano accuratamente pianificando, che i sentimenti delle masse popolari costituivano il solo elemento di resistenza a tale catastrofico evento”. Occorreva prendere coscienza, secondo Radek, che negli ambienti politici e diplomatici del mondo capitalistico non era ormai più all’ordine del giorno la discussione “se sia possibile o meno evitare la guerra. Si discute il problema di quando scoppierà la guerra”. Ciò avrebbe costituito una rappresentazione del tutto fedele e realistica dell’attuale situazione internazionale: la tesi che il pericolo di guerra non era adesso inferiore a quello del 1914 poteva essere contestata “solo nel senso che oggi la situazione è ancora più grave che nei mesi precedenti la guerra mondiale”. È evidente che l’autore alludeva in realtà a discussioni oltremodo attuali in URSS, e intendeva significare che, a suo giudizio, esse erano superate dai fatti e che non era il caso di attardarsi in questo genere di dispute, tanto più dopo l’apertura della nuova crisi in Spagna. Quest’ultima venne, per il momento, ricordata solo quale teatro favorevole agli obiettivi imperialistici del fascismo italiano nell’Africa del nord. Così come aveva fatto tre mesi prima, Radek denunciò il tentativo del nazismo di creare “un blocco di potenze revisionistiche”, isolando Francia e URSS, e invitò le potenze occidentali ad assumere posizioni più ferme, costringendo la Germania a scegliere “tra l’accordo sull’organizzazione di una pace collettiva e l’isolamento”. Tuttavia il suo accento cadde sui movimenti di massa, che in una situazione sempre più conflittuale avrebbero accresciuto il loro carattere rivoluzionario: secondo l’autore, le premesse di rivolte popolari esistevano “in tutto il mondo capitalistico, e in primo luogo nei paesi del fascismo”.

In altre parole, secondo Radek la critica delle armi e della rivoluzione stava ormai decisamente soppiantando le armi della diplomazia e della politica. La sua richiesta di dare un colpo al fascismo e la sua affermazione che l’URSS “non è mai rimasta passiva” dinanzi al pericolo di guerra non pareva così confinata all’azione diplomatica. Ciò appariva di fatto suggerito proprio dallo scenario della guerra civile in Spagna. La tesi dell’attualità della guerra, della quale Radek si faceva nuovamente portavoce, veniva riproposta con forza. Egli pose in relazione diretta l’intervento dei fascismi contro la rivoluzione spagnola e la preparazione di una nuova guerra mondiale. Pur negando che in Spagna fosse all’ordine del giorno l’instaurazione di una dittatura del proletariato, egli fece appello a un movimento di solidarietà internazionalista dal carattere assai più concreto e fattivo di quello limitato alla raccolta di fondi e aiuti alimentari”.[30]

Ancora una volta l’astuto Radek riuscì a far passare sulla stampa stalinista dell’agosto 1936, seppur in forma cauta e solo parzialmente, almeno alcune delle tesi via via espresse nel 1933-36 dal suo vero leader in esilio, e cioè da Trotskij, rendendo quindi pubblica una prudente e limitata, ma concreta “critica della politica staliniana” (Brouè) in campo internazionale.

Passiamo infine a un diverso criterio di verifica sul ritorno di Radek alla militanza trotzkista: esso si basa su alcune dichiarazioni espresse proprio da Trotskij e da suo figlio Lev Sedov, l’abile braccio destro del padre dal 1929 al 1938, e più precisamente sulle bugie sostenute da entrambi rispetto al nodo politico in via d’esame.

Rispetto ai suoi reali rapporti politici con Radek nel 1932-36, Trotskij adottò infatti la tattica della menzogna permanente e sistematica: come si è già accennato in precedenza, tutta una serie di bugie vennero infatti pronunciate da Trotskij sia nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey, sia anche il 14 maggio del 1932 in una sua lettera indirizzata al militante antistalinista Albert Weisbord.

Da un lato Trotskij inviò sicuramente la sopracitata lettera clandestina a Radek nel marzo del 1932, ma dall’altro e nel 1937 egli negò con forza la sua esistenza e, allo stesso tempo, definì Radek come un personaggio contraddistinto da “degenerazione ideologica e morale” il 14 maggio del 1932, in una missiva inviata questa volta a Weisbord: per conoscere nel dettaglio tali aspetti particolari leggiamo assieme, giudici-lettori, le parole pronunciate in prima persona da Trotskij nell’aprile del 1937 durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, nell’ultima parte della sua lunga deposizione finale.

Trotskij, durante il processo di Mosca rilevò che, “Radek testimoniò nel febbraio del 1932: ho ricevuto una lettera da Trotskij […] Trotskij scrisse inoltre che da quando ha saputo che sono una persona attiva, era convinto che sarei tornato alla lotta. Tre mesi dopo questa presunta lettera” (presunta lettera) “il 14 maggio 1932 ho scritto” (io, Trotskij) “ad Albert Weisbord a New York: la degenerazione ideologica e morale di Radek testimonia il fatto che non solo Radek non è una persona corretta, ma anche che il regime stalinista si deve supportare su funzionari spersonalizzati o persone demoralizzate”[…]. “Tale era la mia vera valutazione di questa persona attiva!”[31]

Ancora una volta Trotskij si tradisce involontariamente e con le sue stesse parole, visto che ormai abbiamo a disposizione la “pistola fumante” avente per oggetto la ricevuta della lettera da lui spedita a Radek all’inizio del 1932.

Prima e già esposta menzogna di Trotskij: la lettera del 1932 a Radek sarebbe stata a suo avviso “presunta”, irreale e quindi inventata da Stalin e dalla sua polizia politica nel 1937, mentre invece tale missiva del 1932 non era per niente “presunta” ma invece un dato di fatto certo e concreto, sicuro e innegabile.

Seconda menzogna di Trotskij: egli scrisse al militante antistalinista americano Weisbord, nel maggio del 1932, che era affetto da “degenerazione ideologica e morale” proprio quel Radek al quale lo stesso Trotskij (forse anch’esso infettato dalla “degenerazione ideologica e morale”?) aveva inviato una missiva clandestina nel marzo del 1932 e che era tornato, fin dall’inizio del 1932, a tessere relazioni di collaborazione politica con la corrente trotzkista operante su scala internazionale.

Conoscendo ormai l’innegabile realtà della lettera segreta spedita proprio da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, si può capire perfettamente il livello sofisticato di menzogne, ripetute e plateali, espresse  già nel  maggio del 1932 dal primo rispetto ai suoi reali rapporti politici con il secondo; se da un lato Trotskij scrisse all’inizio del 1932 una lettera segreta a Radek, dall’altro lato proprio per coprire e nascondere le sue reali relazioni con quest’ultimo egli giunse fino al punto di definire Radek come un uomo corrotto e affetto da “degenerazione ideologica e morale”, in una sua lettera inviata nel maggio 1932 all’antistalinista statunitense Weisbord.

Quante menzogne e quanti trucchi vennero usati da parte dell’intelligente e astuto Trotskij, rispetto ai suoi effettivi legami con Radek nel periodo 1932-36!

Menzogne e trucchi che vennero altresì utilizzati sempre su tale tematica anche da Lev Sedov, in una lettera sopracitata che il figlio e aiutante politico di Trotskij scrisse all’antistalinista Victor Serge all’inizio del 1937, poco dopo la conclusione del secondo processo di Mosca del gennaio del 1937.

Nella sua missiva del 1937 a Victor Serge, che i giudici-lettori possono ritrovare nel libro di Rogovin intitolato “1937”, Lev Sedov parlò a modo suo della “lettera provocatoria” del 1932 che lui e Trotskij mai e poi mai, almeno a suo dire, avrebbero spedito a “persone del tipo Radek e Pjatakov”.

Notò infatti Lev Sedov che “le conversazioni di Pjatakov con L. D.” (e cioè Trotskij) “sono il prodotto della collaborazione tra Radek e Pjatakov; è chiaro che un idiota come Yezhov” (allora a capo dell’NKVD) “non sarebbe riuscito nemmeno ad immaginare un tale raffinato imbroglio. Inoltre l’amoralità di Radek, il suo cinismo, e altre qualità fanno di lui il più appropriato candidato, in mancanza del capo, a dirigere la cucina della GPU… Se avessimo tentato di coinvolgere persone del tipo di Radek e Pjatakov in una qualche forma di “cospirazione”, spedendo loro una lettera provocatoria, essi avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU. Chiunque conosca i due elementi e la situazione attuale dell’URSS su questo non può avere dubbi…”.

Lev Sedov si dimostrò bravissimo nell’inventare menzogne sfrontate e, almeno in questo campo specifico, risultò quasi all’altezza di suo padre.

A suo avviso costituiva infatti solo una “provocazione” e un’invenzione della polizia stalinista la concretissima lettera che Trotskij invece spedì realmente a Radek, nel marzo del 1932, e per di più Sedov sostenne che se lui e suo padre avessero spedito una “lettera provocatoria” – come quella del marzo 1932 – a “persone del tipo di Radek e Pjatakov”, i due personaggi in questione “avrebbero immediatamente denunciato il fatto alla GPU”, ossia alla polizia stalinista.

A questo punto “chiunque non può aver dubbi”, per usare la terminologia di Sedov, che proprio quest’ultimo e Trotskij mentissero sulla “lettera provocatoria” (ma reale) del 1932 a Radek con un “cinismo” e “amoralità” impressionanti, visto che all’inizio del 1932 proprio Trotskij spedì una missiva segreta a Radek e che quest’ultimo (“su questo non si può avere dubbi”) nel 1932-35 di certo non “denunciò il fatto alla GPU”, rivelando in tal modo anche “l’amoralità” di Lev Sedov, il “cinismo” lucido e intelligente con il quale quest’ultimo raccontò frottole e bugie a Serge sulla reale scelta di campo trotzkista compiuta dal Radek del 1932-36.

Se già la lettera inviata da Trotskij a Radek nel marzo del 1932, collegata alle affermazioni rilasciate da Trotskij sulla presunta assenza di relazioni di alcun tipo da parte sua con Pjatakov e Radek nel 1929-36, non lasciava spazio a dubbi razionali sulla scelta di campo antistalinista compiuta da Radek nel corso del 1932, ormai abbiamo accumulato tutta una serie di altre prove (le altrimenti inspiegabili congratulazioni espresse nel 1936 da Radek a Köstring in occasione dell’occupazione nazista nella Renania, la conversazione del 1933 di Radek con un “comunista fidato” sulle responsabilità di Stalin per la vittoria di Hitler in Germania, ecc.) e di altri indizi variegati ma concordanti, che indicano con sicurezza come Radek avesse lottato in segreto contro Stalin e a fianco di Trotskij anche negli anni compresi tra il 1933 e l’agosto del 1936, ivi compreso quindi quel dicembre del 1935 che ci interessa in modo particolare.

Avvocato del diavolo: “Ma avete qualche prova che sia davvero esistita in Unione Sovietica un’organizzazione clandestina trotzkista, dal 1931 al dicembre del 1935? Se non riuscite a dimostrare la presenza concreta di tale fattore materiale, tra Trotskij in esilio e Pjatakov/Radek in terra sovietica vi sarebbe stato in ogni caso un vuoto assoluto, con le inevitabili conseguenze negative rispetto alla loro concreta capacità di azione: anche se trotzkisti (clandestini) al 101 per cento essi sarebbero state in ogni caso delle voci isolate che gridavano a vuoto nel “deserto” stalinista, privi pertanto di qualsiasi margine di azione reale e concreto e lontani anni-luce dalla capacità di organizzare concretamente il viaggio segreto a Kjeller nel dicembre 1935”.

Ancora una volta lasciamo la parola all’intelligente e preparato storico trotzkista Brouè per risolvere anche questo problema, a svantaggio della “seconda versione” antistalinista.

In un suo saggio del gennaio del 1980, infatti, Brouè rilevò che gli “autentici trotzkisti” clandestini in Unione Sovietica “avevano una lunga storia”, anche se nel biennio 1931/32 “l’unico di quelli che i compagni deportati consideravano un leader ed era in libertà a Mosca in quel tempo era Andrei Kostantinov”, membro del partito bolscevico dal 1910 e “che non fu arrestato fino al dicembre del 1932; ma non c’è assolutamente alcun dubbio”, proseguì Brouè, “che un piccolo gruppo” (di trotzkisti clandestini) “esisteva ed era in comunicazione clandestina con Sedov” (il figlio di Trotskij) “a quel tempo”, nel 1930-1932.[32]

Inoltre Brouè attestò anche la formazione di un “blocco delle opposizioni” contro Stalin operante nell’URSS del 1932: genesi reale, concreta e attestata da una fonte sicura per la “seconda versione”, che risulterà un elemento e una prova assai importante quando andremo in seguito ad esaminare il grado di affidabilità delle confessioni-testimonianze di Pjatakov e Radek.

Fin dal 1980 Brouè sottolineò inoltre che, assieme a molti seguaci di Bucharin e di Zinoviev/Kamenev, nel 1932 i coraggiosi trotzkisti guidati da Kostantinov risultavano affiancati nel fronte e nel “blocco” delle opposizioni antistaliniste da un altro gruppo, composto da altri trotzkisti che essi invece si erano sottomessi a Stalin nel corso del biennio 1928/1929.

Si trattava di un nucleo diretto fin dal 1931 da Ivan Nikitic Smirnov, un vecchio bolscevico che aveva militato nelle fila trotzkiste durante il periodo compreso tra il 1923 e il 1928 e che, nel 1929, aveva tentato di capitolare di fronte a Stalin in modo meno disonorevole di “Radek, Smilga e Preobrazensky”.[33]

Grazie al Brouè del 1980, veniamo pertanto a conoscenza che nel 1930-32 esisteva un’organizzazione trotzkista guidata clandestinamente da Kostantinov in terra sovietica, in stretto contatto con Lev Sedov e (tramite lui) con Trotskij, mentre sempre rispetto al 1932 ormai sappiamo che operava simultaneamente un’altra organizzazione di “trotzkisti tornati alla lotta” dopo le capitolazioni da loro rese a Stalin nel 1928/29, guidata allora da Smirnov.

Sempre l’intelligente storico trotzkista pubblicò inoltre nel 1988 un’altra opera assai interessante, sia in generale che rispetto al volo di Pjatakov, intitolata “La rivoluzione perduta” avente per oggetto la biografia di Trotskij: e il Brouè del 1988 ci fornisce molte più informazioni, sia rispetto al “gruppo di Smirnov” che al “Blocco delle Opposizioni” antistalinista.

Sotto il primo aspetto Brouè sottolineò che “il ruolo decisivo”, nei raggruppamenti clandestini che via via si formarono nel 1931/32 all’interno del partito bolscevico ormai egemonizzato dal nucleo dirigente stalinista, “è svolto dal gruppo di Ivan Nikitic Smirnov”, che nel 1929 si era sforzato di redigere una dichiarazione di capitolazione a Stalin più onorevole di quella “di Radek, Smilga e Preobrazensky. Meno disonorevole tuttavia, la sua dichiarazione, i contatti che conserva, le cose che dice: il contegno che mantiene gli valgono una certa reputazione. Espulso dall’Urss nel 1930, Andrés Nin cita proprio Smirnov come personaggio rappresentativo di “una sorta di capitolazionisti che non hanno rinunciato alle proprie idee e per i quali la capitolazione non era che una manovra tattica”.

Dunque la parziale “resa” a Stalin per Smirnov rappresentava, già nel 1929/30, solo “una manovra tattica”: un nuovo elemento di fatto, di cui tener conto.

Brouè notò inoltre che “non si sa nulla dell’attività del gruppo Smirnov fino al 1931, né del modo sottile in cui sembra aver tentato di combinare l’opposizione clandestina e le affermazioni a doppio senso” (il doppio gioco contro Stalin, in parole semplici) “alla linea del partito. La svolta decisiva si verifica per lui nel maggio 1931, quando incontra a Berlino Lev Sedov. Non si è certamente trattato solo di una conversazione di carattere generale avvenuta per caso, come Sedov ha ovviamente cercato di far credere al momento del processo di Mosca. Tuttavia bisogna riconoscere che non c’è modo di sapere se l’incontro fu fortuito, come Sedov afferma o se al contrario fu preparato. Ci si deve accontentare di segnalare l’inverosimiglianza del racconto di Sedov, fatto dopo il primo processo di Mosca, a proposito di un dettaglio: egli avrebbe abbracciato Smirnov riconoscendolo per strada. Si può credere ad un simile comportamento con un “capitolazionista” vigorosamente denunciato da Trotskij?” (sicuramente no. Crederlo sarebbe come aver ancora fiducia nell’esistenza di Babbo Natale: l’incontro tra Sedov e Smirnov non fu certamente casuale, anche solo per il dettaglio molto significativo “dell’abbraccio”).

“Le informazioni pervenute a Sedov tramite Smirnov e poi, dopo il loro incontro, attraverso altri emissari e comunicazioni, lasciano trasparire l’esistenza di un “centro” del gruppo Smirnov, composto da alcuni degli amici firmatari della sua dichiarazione del 1929, Mrackovskij, Ter-Vaganian, Ufimcev e Ginzburg, ma anche da Preobrazensky, redattore della capitolazione “disonorevole” del luglio 1929: evidentemente, esso raggruppa gli ex oppositori che hanno compreso che la capitolazione è un vicolo cieco”.

“Nel settembre o nell’ottobre 1932 giunge in missione a Berlino un alto funzionario dell’apparato economico” (sovietico), “Holzman, legato a Smirnov, del quale accetta di fare l’intermediario presso Sedov. Porta notizie che il suo interlocutore considera d’importanza capitale. Esse dimostrano l’attività e l’importanza del gruppo che Sedov, nella sua corrispondenza con Trotskij chiama dei “trotzkisti ex capitolazionisti” e del quale scrive senza mezzi termini ai compagni della Segreteria internazionale” (della Quarta Internazionale) “Smirnov e altri, che ci avevano lasciati, sono ritornati”.

Essi erano quindi “ritornati” alla militanza antistalinista e anche Trotskij, parlando di questo gruppo, afferma che da esso si può “trarre il bilancio dell’esperienza della capitolazione onesta, sincera e non carrierista”.[34]

Fermiamoci solo un attimo per sottolineare come anche nel caso di  Smirnov, come del resto in quello del 1929 relativo a Blumkin, assistiamo alla dinamica consueta dell’”incontro casuale” di Sedov a Berlino con il trotzkista clandestino Smirnov, che passava “casualmente” sempre a Berlino nello stesso giorno/ora e nello stesso posto in cui si trovava sempre “casualmente” il figlio di Trotskij, che quindi entrava in contatto con un trotzkista che, almeno formalmente, si dichiarava fedele a Stalin appartenendo a pieno titolo all’apparato statale sovietico.

Grazie anche al pezzo sopra citato, sappiamo in ogni caso con sicurezza che esistevano in Unione Sovietica nel 1931-32 ben due organizzazioni parallele che si rifacevano a Trotskij e alla costituenda Quarta Internazionale: Radek e Pjatakov pertanto non erano assolutamente “isolati”, in estrema sintesi, negli anni compresi tra il 1931 e il 1932.

Il Brouè del 1991 ha comunque ancora molto da rivelarci rispetto alla coraggiosa azione espressa dall’organizzazione trotzkista che operava clandestinamente in terra sovietica, la quale comprendeva al suo interno fin dal maggio 1931 e in modo quasi organico anche il gruppo di Smirnov, come è stato ammesso apertamente persino dallo storico trotzkista francese: nel corso del 1932 si creò infatti una sorta di fronte unico, di alleanza politica e di “blocco” tra i diversi segmenti dell’opposizione antistalinista di matrice comunista, ivi compresi i trotzkisti, seppur mantenendo la loro rispettiva autonomia politica.

Oltre agli zinovievisti, dell’alleanza antistalinista formatasi via via nel 1932 faceva parte anche una parte significativa della vecchia corrente politica legata a Bucharin, e cioè la destra del partito bolscevico tra cui spiccava il gruppo legato a Rjutin e Slepkov, fino al 1929 schierati apertamente con Bucharin: nei confronti di questo nucleo di opposizione proprio i trotzkisti sovietici, con la benedizione di Trotskij, svilupparono una rete di connessioni e un fronte unico per una lotta comune contro il regime stalinista nel corso del 1932, a dispetto delle loro reciproche e serie divergenze politiche.

Si tratta forse di propaganda stalinista e di affermazioni prive di riscontro reale?

Assolutamente no, visto che possiamo utilizzare anche in questo campo specifico proprio le tesi enucleate dallo storico trotzkista Brouè, il quale tra l’altro si basa su dati di fatto sicuri ed inoppugnabili: solo rispetto all’argomento del terrore da usare contro Stalin egli sbaglia, ma per l’argomento in via d’esame si tratta di un elemento secondario.

Brouè sottolineò infatti che nel 1932 la principale iniziativa del gruppo di “Rjutin e Slepkov” fu l’elaborazione “di una piattaforma politica generalmente chiamata “di Rjutin”: tale “piattaforma si presentava come un tentativo di saldare le vecchie opposizioni di destra e di sinistra contro Stalin, cominciando con l’associarle in un programma comune. Movendo dalla necessità di una marcia indietro in campo economico si pronunciava poi a favore della restaurazione della democrazia nel partito, preceduta dalla reintegrazione di tutti gli espulsi, tra i quali Trotskij. Analizzava anche il ruolo di Stalin in una requisitoria serrata che lo presentava come “il genio malefico della Rivoluzione (…) mosso dalla sete di vendetta e dalla fame di potere”. Si spingeva fino a paragonarlo al famoso provocatore Azev, chiedendosi se la sua politica non fosse frutto di una “gigantesca provocazione cosciente”.[35]

Se Stalin costituiva davvero un emulatore cosciente e su scala gigantesca di un “famoso provocatore” della polizia zarista, e cioè di quell’Azev che realmente aveva fatto per anni il doppio gioco tra lo zarismo e i suoi oppositori, perché non eliminarlo fisicamente? Ma continuiamo.

“La circolazione di questo documento, largamente conosciuto nell’estate del 1932 nelle alte sfere del partito, portò a un’inchiesta della Commissione Centrale di controllo. Il 9 ottobre, il plenum del Comitato centrale decise di punire severamente, con l’espulsione dal partito, quanti erano venuti a conoscenza della piattaforma e non l’avevano denunciata: tra di essi figuravano significativamente Jan Sten, Zinoviev e Kamenev, cosi come Uglanov.

In effetti la comparsa della “destra rinnovata” di Rjutin e Slepkov aveva due significati. Il fatto che facesse propria la rivendicazione della democrazia operaia nel partito rappresentava il riconoscimento che Trotskij aveva avuto ragione a proposito del regime del partito. Il fatto poi che fosse stata accolta favorevolmente negli strati medi e inferiori della burocrazia alle prese con enormi difficoltà, mostrava che quest’ultima era sensibile a richieste che potevano allentare la tensione. Trotskij non sembra peraltro aver avuto dubbi sulle possibilità che, in un futuro non troppo lontano, essa aveva d’imporsi a detrimento di Stalin e di tenere il campo per un periodo abbastanza lungo da obbligare l’Opposizione di sinistra e fare un buon pezzo di strada al suo fianco”, ossia al fianco della “destra rinnovata” di Rjutin e soci, anche se in modo critico.

È difficile pensare che Sedov e Smirnov non abbiano discusso, nel loro incontro a Berlino nel 1931, di un’eventuale alleanza – un “blocco”, come dicono i russi – tra le varie opposizioni a Stalin. Tant’è che il ritorno di Smirnov è coinciso con la comparsa in URSS dell’idea di un “blocco delle opposizioni”, e che è stato seguito dai primi passi verso la sua realizzazione. Ma forse, per tutti questi gruppi, il fatto essenziale era il legame ormai stabilito con Trotskij, che dava consistenza alla loro iniziativa. Dall’ansia di Trotskij nel vedere il figlio impegnarsi in questi contatti si può vedere come egli non considerasse cose di poco conto né l’incontro né i progetti discussi.

L’essenziale è che, con l’incontro tra Sedov e Smirnov, quest’ultimo può ormai entrare direttamente in contatto con Trotskij, può consultarlo. Un “blocco delle opposizioni” è possibile senza di lui? Zinoviev ha visto moltiplicarsi le visite: da quella di Safarov, che aveva rotto con lui nel dicembre 1927, a quelle di Sten e Lominadze, che si erano schierati con Stalin contro di lui e che egli considera di sinistra, come Sljapnikov e Medvedev esponenti dell’Opposizione operaia dell’inizio degli anni Venti. Da parte sua, Smirnov ha informato le altre figure della nebulosa dell’Opposizione, a cominciare da Zinoviev, oltre che, naturalmente, i propri amici Mrackovskij e Ter-Vaganian; quest’ultimo ha messo al corrente Lominadze. Le trattative sono iniziate con ogni probabilità nel giugno 1932 e tutto si è svolto rapidamente, dopo gli incontri preliminari. Ter-Vaganian ha fatto da intermediario per numerosi sondaggi. Gli zinovievisti, che hanno inviato Evdokimov a discutere con il gruppo Smirnov, nel vagone ferroviario di Mrackovskij, si decidono nel corso di una riunione “tra amici” tenuta nella dacia di Zinoviev a Il’iskoe, con Kamenev, Bakaev, Karev, Kuklin e Evdokimov, che fa il relatore”.

Ormai il “blocco” delle opposizioni antistaliniste stava nascendo nel corso del 1932, come testimonia lo stesso Brouè: non solo l’organizzazione clandestina trotzkista operava allora concretamente in terra sovietica, ma proprio in quell’anno essa stava altresì tessendo una trama complessa di relazioni, più o meno strette, con gli altri gruppi comunisti-antistalinisti.

“È a settembre che Holzman si reca a Berlino, con l’incarico da parte di Smirnov e Mrackovskij d’incontrare Sedov e informarlo su ciò che accade in Unione Sovietica, per avere l’opinione di Trotskij. Dopo aver incontrato Holzman, che gli consegna una lettera di Smirnov e dei documenti molti dei quali vengono quasi immediatamente pubblicati sul “Bulleten Opposicij”, Sedov informa Trotskij della costituzione in Urss di un “blocco” con le altre opposizioni, e cioè gli zinovievisti, il gruppo di Smirnov dei “trotskisti ex capitolazionisti”, il gruppo Sten-Lominadze. Il gruppo Safarov-Tarchanov che ha, egli dice, una posizione “troppo estremista” non ha ancora aderito al blocco.

Qualche settimana dopo, Iuri Gaven, alto funzionario del Gosplan e membro del “gruppo O” (verosimilmente Osinskij), venuto in Germania a curarsi la tubercolosi, conferma per altra via le informazioni portate a Sedov da Holzman.

Per quel che si può sapere della risposta di Trotskij, questi si rallegra dell’esistenza del blocco, che per ora si limita ad uno scambio di informazioni. Sottolinea con vigore che si tratta di una semplice alleanza e non di una fusione, e ch’egli intende conservare per i propri compagni e per sé il pieno diritto di critica reciproca. Una divergenza appare chiara tra lui e i suoi alleati. Questi ultimi prospettano la possibilità di allargare il blocco verso destra, cioè fino al gruppo Rjutin-Slepkov, mentre Trotskij è nettamente contrario, pur non negando la necessità di un periodo di collaborazione con loro. La prima critica diretta ai nuovi alleati, è il rimprovero di condurre una politica “attendista” che lascia l’iniziativa alla “destra”.

La situazione che gli è stata descritta gli sembra peraltro talmente favorevole allo sviluppo dell’Opposizione ch’egli giunge a considerare vicina la possibilità di una dichiarazione politica comune, la cui portata sarebbe considerevole: essa sarebbe firmata dalle personalità più note del blocco, le quali ne assumerebbero cosi pubblicamente la responsabilità.

Si delinea un’altra polemica, che per il momento Trotskij conduce col solo Sedov. Si tratta della parola d’ordine che sta al centro dell’agitazione del gruppo Rjutin-Slepkov: “cacciate Stalin!”. Egli giudica pericolosa questa parola d’ordine, che a suo parere rischia di aprire la porta alla reazione capitalista e soprattutto di permettere al gruppo dirigente di sfruttare la paura che egli stesso ispira. Insiste particolarmente sulla necessità di non offrire appigli al timore di rappresaglie che gli stalinisti tentano di collegare ad un eventuale ritorno di Trotskij, come gli ha segnalato un corrispondente, probabilmente Smirnov”. (La parola d’ordine “cacciamo Stalin” era invece già stata adottata apertamente dallo stesso Trotskij quando gli era stata tolta la cittadinanza sovietica pochi mesi prima e nel marzo del 1932, come vedremo in seguito, ma per ora la questione non è centrale).

“Il blocco delle opposizioni, tuttavia, non è altro che una cornice destinata a restare vuota. Scompare di fatto qualche settimana dopo la sua nascita, in seguito ad avvenimenti che non riguardano la sua attività e che non sembrano aver condotto la GPU a conoscerne l’esistenza.

Il primo è la scoperta da parte della polizia segreta, della piattaforma del gruppo Slepkov-Rjutin, la cui circolazione non è stata denunciata da molti dei suoi eminenti lettori. Stalin – che si dice non abbia ottenuto dall’Ufficio Politico la pena di morte chiesta dalla GPU contro Rjutin – colpisce contemporaneamente i membri del gruppo e i loro complici: Zinoviev e Kamenev sono espulsi dal partito, il primo esiliato a Minusinsk, il secondo a Kustanaj, Sten, a sua volta, è esiliato a Akmolinsk.

Poco tempo dopo, il gruppo zinovievista decide di sospendere qualsiasi attività fino alla reintegrazione nel partito dei suoi due dirigenti. A Mosca circola voce di un’autocritica di Zinoviev, un capolavoro del doppio linguaggio che solo all’ultimo momento si sarebbe scoperto essere in realtà una critica di Stalin” (quindi doppio gioco, contro Stalin, ancora una volta).

“Trotskij, dal canto suo, stigmatizza la leggerezza dei due dirigenti, colpiti ora per aver preso conoscenza di una piattaforma che non era la loro, mentre avrebbero potuto difendere le proprie idee…

Nel settembre 1932, un primo arresto di un membro del gruppo Smirnov mette la GPU sulle tracce di quest’ultimo. Avvisato per tempo, Smirnov riesce a distruggere i documenti compromettenti e ad avvisare Trotskij. Ma Holzman si fa prendere alla frontiera mentre porta, nel doppio fondo della valigia, la “lettera aperta” ai dirigenti dell’URSS che Trotskij ha scritto dopo essere stato privato della nazionalità sovietica.

Arrestato a sua volta il 1° gennaio 1933 – contemporaneamente a Preobrazensky, Ufimcev e un centinaio di altri – Smirnov è giudicato a porte chiuse per “contatti con lo straniero”. Viene condannato a dieci anni di prigione, senza che il blocco sia stato scoperto, anzi senza che tutti i membri del suo gruppo siano stati identificati. Smilga, a lui vicino, è stato invitato a traslocare e a lasciare Mosca. Nei mesi successivi, Mrackovskij, che non è stato arrestato, fa circolare, con la collaborazione di Pereverzev, una piattaforma che Sedov ha trasmesso a Trotskij, ma il cui testo non è stato ritrovato negli archivi”.[36]

Dopo aver notato di sfuggita che anche la “piattaforma” elaborata nel 1933 da Mrackovskij e Pereverzev risulta guarda caso sparita dagli archivi Trotskij, come del resto le lettere di Trotskij a Radek e Preobrazensky. Possiamo a questo punto tirare le somme.

Stando persino a Brouè, non solo un’organizzazione clandestina trotzkista esisteva e operava coraggiosamente in Unione Sovietica proprio nel periodo preso in esame, anche se subì un duro colpo all’inizio di gennaio del 1933, ma essa era riuscita anche a creare un fronte unico antistalinista con le correnti politiche legate rispettivamente a Bucharin e Zinoviev/Kamenev: un “blocco” politico che, stando allo stesso Brouè, “non era stato scoperto del tutto dalla polizia stalinista alla fine del 1932-inizio del 1933”.

Tale organizzazione poteva altresì usufruire di coraggiosi corrieri e di emissari clandestini tra l’URSS e l’estero, come nel caso di Holzman e I. Gaven: parola (scritta) del trotzkista Brouè, basata su fatti certi e inoppugnabili.

Avvocato del diavolo: “Rimaniamo appunto al gennaio 1933: dopo tale data, l’organizzazione clandestina trotzkista risulta ormai distrutta”.

Non proprio, visto che persino l’abile Brouè ha dovuto ammettere con molta cautela – sapeva benissimo che descrivere  l’esistenza e l’azione clandestina dei trotzkisti in Unione Sovietica vicino al dicembre del 1935 diventava pericolosa per la “seconda versione”, anche e soprattutto rispetto al volo di Pjatakov – che “nei mesi successivi” al gennaio del 1933, “Mrackovskij, che non è stato arrestato, risulta ancora in azione” in qualità di dirigente clandestino trotzkista, e che quest’ultimo resterà attivo ancora nel 1934-35 e fino al momento del suo arresto.

La costituenda Quarta Internazionale quindi non morì e non scomparve in terra sovietica nel gennaio 1933: è un fatto sicuro che riguarda uno dei principali dirigenti trotzkisti in URSS e lo stesso Brouè inoltre ammise, alla fine del suo lungo pezzo sopracitato, che alcuni membri attivi del “gruppo Smirnov” non erano “stati identificati” nel 1932-33, risultando quindi ancora in libertà e in grado ancora di operare contro il nucleo dirigente stalinista.[37]

Nel 1933-35 non erano infatti in prigione, oltre ovviamente a Mrackovskij, importanti dirigenti trotzkisti quali E. A. Dreitzer, il vecchio e fedele capo della guardia del corpo di Trotskij dal 1918 fino al 1927, o il sopracitato Ter-Vaganian e neanche Muralov, un vecchio bolscevico che persino secondo Brouè non aveva mai sconfessato Trotskij dopo il 1927 e che venne arrestato solo nel 1936.[38]

Sempre Brouè, anche se di sfuggita, dovette inoltre ammettere che proprio Lev Sedov nell’aprile del 1934 si stupiva che i trotzkisti russi reggessero e resistessero ancora nella loro lotta clandestina, seppur affrontando difficoltà operative sempre crescenti in terra sovietica.[39]

E su questa tematica – l’esistenza e azione reale di un’organizzazione clandestina di matrice trotzkista in Unione Sovietica, nel 1933-36 – intervenne in modo decisivo anche il leader in esilio della Quarta Internazionale all’inizio del 1936, seppur con risultati involontariamente disastrosi per la “seconda versione”: ancora una volta invitiamo quindi al nostro simposio Trotskij, in qualità di testimone in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, rispetto al nodo in oggetto.

Infatti, proprio Trotskij, con una chiara e pubblica dichiarazione effettuata all’inizio del 1936, sottolineò a sua volta che sino ad allora “la Quarta Internazionale aveva in URSS la sua sezione più forte, la più numerosa e la più temprata”.

A giudizio del suo stesso leader mondiale, pertanto, all’inizio del 1936 la sezione “più numerosa”, più “temprata” e “più forte” su scala mondiale della Quarta Internazionale risultava collocata e operava proprio in Unione Sovietica, giudizio tra l’altro espresso pubblicamente da Trotskij poco dopo il fatidico dicembre del 1935.[40]

Grazie all’aiuto involontario del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale abbiamo ottenuto una precisa e inequivocabile “pistola fumante”: proprio il capo indiscusso di quest’ultima, che ovviamente conosceva meglio di chiunque altro il grado di forza o debolezza relativa delle diverse sezioni dell’organizzazione politica internazionale da lui diretta, ci ha infatti informati che il “più forte”, il più “temprato” e migliore ramo nazionale della Quarta Internazionale operava a quel tempo proprio nell’Unione Sovietica stalinista, venendo ovviamente formata e alimentata non certo da eterei fantasmi ma viceversa da uomini concreti, in carne e ossa.

Anche se Brouè, per ovvi motivi tesi a screditare in modo preventivo i processi di Mosca, rilevò che quella del Trotskij del gennaio del 1936 risultava “una conclusione che molti discuteranno”, dobbiamo a questo punto difendere Trotskij dai suoi interessati detrattori trotzkisti.

All’inizio del 1936 effettuò la dichiarazione sopracitata e Trotskij non risultava certo un vecchio vanaglorioso ma invece un esperto, abile e intelligentissimo uomo politico che aveva tra l’altro in mano il quadro d’insieme rispetto alla situazione reale e agli specifici punti di forza politico-sociali (oltre che di debolezza, certo) dell’organizzazione clandestina trotzkista attiva allora in Unione Sovietica: ormai poco radicata tra le masse popolari ma altresì ancora ben posizionata proprio all’interno della burocrazia dell’apparato statale sovietico, solo in larga parte – ma non totalmente – egemonizzato da Stalin in quegli anni.

A questo punto siamo a conoscenza che Radek, in piena epoca stalinista, scrisse sull’importante giornale sovietico Izvestia, il 5 agosto 1936, un articolo che lo stesso Brouè definì “una critica della politica staliniana”.

Sappiamo ormai, andando a ritroso nel tempo, che il lucido e intelligente Trotskij all’inizio del 1936 riteneva la sezione clandestina sovietica come la migliore nelle fila della costituenda Quarta Internazionale, ossia la più “forte”, “temprata” e “numerosa” al suo interno.

Sappiamo altresì che Lev Sedov, l’abile e astuto figlio di Trotskij, nell’aprile del 1934 era sorpreso e ovviamente felice della resistenza operativa nella clandestinità dimostrata allora dai trotzkisti sovietici.

Persino Brouè, seppur assai reticente su questo punto, è stato costretto a riconoscere come anche dopo il 1932 rimanessero dei “resti isolati” del movimento trotzkista, impegnati in una difficile e coraggiosa battaglia contro Stalin: come ad esempio fece Mrackovskij, in grado anche nel 1933 di elaborare una piattaforma politica della quale lo stesso Brouè attesta l’esistenza concreta.[41]

Proprio numerose fonti di matrice trotzkista portano pertanto a concludere con sicurezza assoluta che la sezione sovietica della Quarta Internazionale non scomparve di certo dopo gli arresti del gennaio del 1933: anche perché Radek e Pjatakov risultavano sicuramente liberi e ben posizionati nelle alte sfere sovietiche, durante il periodo compreso tra l’inizio del 1933 e il dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “Giusto, Pjatakov: quali prove sicure vi sono che Pjatakov fosse ritornato a essere un dirigente clandestino trotzkista, nel 1931-1936? In fin dei conti, le ricevute delle lettere contenute negli archivi di Harvard e spedite da Trotskij nel 1932 riguardavano solo Radek e Preobrazensky, ma non certo Pjatakov”.

Lo stesso Trotskij parlò correttamente di Radek e Pjatakov come di una sorta di duo inscindibile per gli eventi del 1932-36: se Radek era dunque ritornato ad essere un militante trotzkista nel 1932-36, lo stesso valeva quindi anche per Pjatakov: pertanto analizziamo tale tematica solo per eliminare eventuali dubbi sulla collocazione politica del Pjatakov del 1931-36.

Passato dalla parte di Stalin all’inizio del 1928 abbandonando simultaneamente l’opposizione trotzkista, Pjatakov dovette in ogni caso affrontare nella seconda metà del 1930 un duro scontro politico con Stalin, il quale giunse allora a definirlo un “commissario ambiguo” e un “comunista inaffidabile” durante quel “caso Bryukhanov” che provocò un’inevitabile reazione di allontanamento e di alienazione, sia politica sia personale, rispetto al duro nucleo dirigente stalinista da parte di Pjatakov: tale conflitto si collegò poi e si sommò ai fattori combinati quali la sua passata militanza trotzkista di alto livello nel periodo 1923-27 e la presenza concreta al suo fianco della seconda moglie, deportata proprio per attività trotzkista nel 1927 (e da cui Pjatakov si sarebbe separato solo dopo qualche anno) e soprattutto le gravi difficoltà economico-sociali che stava incontrando l’Unione Sovietica nel 1930/31.

Il “caso Bryukhanov” scoppiò nell’ottobre del 1930 e coinvolse direttamente anche Pjatakov, pochi mesi prima del suo soggiorno a Berlino su cui torneremo.

N.P. Bryukhanov (1878-1938) era un bolscevico che nel 1926 era stato nominato commissario del popolo (ministro) del dicastero delle finanze: ma nell’autunno del 1930 egli venne rimosso da tale carica dal nucleo dirigente stalinista perché ritenuto responsabile dell’aumento vertiginoso della speculazione monetaria e dell’inflazione sviluppatasi nell’URSS di quel periodo assieme a Pjatakov, che a sua volta fu allontanato dalla carica da lui allora detenuta di capo della Banca di Stato sovietica.[42]

Anche se Bryukhanov ottenne nel 1931-37 altre cariche relativamente prestigiose all’interno dell’apparato statale sovietico, lo scontro tra Stalin e Bryukhanov/Pjatakov assunse in ogni caso dei toni molto aspri.

Basandosi su documenti sovietici rimasti segreti per lungo tempo, lo storico anticomunista Sebag-Montefiore ha infatti sottolineato che nel settembre del 1930 Stalin “si volse quindi ad attaccare gli uomini di destra del governo. Ordinò una campagna contro la speculazione monetaria, dando la colpa di quest’ultima ai commissari delle finanze di Rykov, i “commissari ambigui” Pjatakov e Bryukhanov. Stalin era assetato di sangue, e ordinò al capo dell’OGPU Menzinskij, una persona particolarmente colta, di arrestare altri sabotatori. Disse quindi a Molotov di “fucilare due o tre dozzine di sabotatori infiltratisi all’interno di questi uffici”.

Stalin ci scherzò su durante una riunione del Politburo. Quando i leader criticarono Bryukhanov, scrisse a Valerij Mezlauk un biglietto che riportava, nell’interesse del Gosplan (l’ente centrale di pianificazione economica), che “per tutti i suoi peccati presenti e futuri, andrà appeso per le palle: se le sue palle saranno abbastanza forti e reggeranno il peso, sarà perdonato e gli daremo ragione, ma se si romperanno, lo getteremo nel fiume”. Mezlauk era anche un abile vignettista e fece un disegno di questa particolare tortura, con i testicoli e tutto il resto. Senza dubbio risero tutti a crepapelle. Bryukhanov, però, venne realmente licenziato e in seguito eliminato.[43]

Alla fine del 1930, Pjatakov si trovò pertanto in una posizione di scontro politico reale con il nucleo dirigente stalinista e questa contraddizione si trasformò presto in una decisiva separazione politica, effettuata ovviamente in segreto rispetto a Stalin, determinando il suo ritorno nella vecchia “casa madre” trotzkista di cui era stato in ogni caso uno dei principali dirigenti nel corso del 1923-27.

Scontrandosi politicamente con Stalin e vedendosi definire da quest’ultimo addirittura come un “commissario” e un comunista “ambiguo”, la precedente anima e tendenza trotzkista di Pjatakov riemerse alla luce, come del resto avvenne per i casi già citati di Smirnov e di Preobrazensky.

Avvocato del diavolo: “Il caso Bryukhanov non è una prova diretta della vostra tesi”.

Come prova concreta del neo-trotzkismo di Pjatakov, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo innanzitutto a disposizione la “pistola fumante” e la testimonianza insospettabile dell’ingegnere statunitense J. Littlepage, personaggio apolitico che rese la sua interessantissima testimonianza nel 1938, ben lontano dall’URSS di Stalin.

Littlepage constatò infatti di persona nel 1931 che Pjatakov era impegnato proprio a Berlino in attività assai sospette, rilevando nel suo libro autobiografico del 1938 che “nella primavera del 1931, Serebrovskij” (un alto funzionario sovietico del tempo) “mi parlò di una missione che era stata inviata a Berlino per fare grossi acquisti sotto la direzione di Jurij Pjatakov, che allora era vicecommissario per l’Industria pesante.

Arrivai a Berlino pressappoco nello stesso momento in cui arrivò la missione” di Pjatakov, che si prolungò per più di un mese nella capitale tedesca di quel periodo.

“Tra le varie proposte di acquisto, la missione fece quella di diverse dozzine di elevatori di potenze che andavano da cento a mille cavalli vapore. Questi elevatori sono composti abitualmente da tamburi, armature, porta-carichi, ingranaggi, ecc. posti su un basamento di barre d’acciaio…

La missione aveva chiesto il prezzo per chilogrammo in pfennig. Diverse ditte avevano fatto delle offerte, ma c’erano notevoli differenze – da cinque a sei pfennig per chilogrammo – tra la maggior parte delle offerte e quelle di due ditte, i cui prezzi erano decisamente inferiori. Queste differenze mi fecero esaminare attentamente le descrizioni in modo particolareggiato, e scoprii che queste ultime ditte avevano sostituito una base di ghisa a quella in acciaio leggero com’era richiesto; così se le loro offerte fossero state accettate, i Russi avrebbero in realtà pagato più caro, poiché la ghisa pesa molto di più dell’acciaio leggero, ma sarebbe sembrato loro di pagare di meno considerando il prezzo in pfennig al chilogrammo.

Ciò non sembrava altro che un trucco e naturalmente mi fece piacere fare questa scoperta. Informai i componenti russi della missione con soddisfazione. Con mia meraviglia, non furono per nulla contenti. Fecero persino pressioni su di me perché accettassi l’affare, dicendomi che avevo capito male ciò che si desiderava.

Non potevo spiegarmi il loro atteggiamento. Pensai che potesse esserci sotto qualche mazzetta”.

Tangenti e “mazzette”, certo, ma utilizzate per scopi politici e non certo a scopo di arricchimento personale di Pjatakov e dei suoi più stretti collaboratori.

Proprio Littlepage nel suo libro sottolineò ancora che “durante il processo del gennaio del 1937 Pjatakov in tribunale fece le dichiarazioni che seguono: “Nel 1931, ero in missione per servizio a Berlino. A metà estate del 1931, a Berlino, Smirnov Ivan Nikitic mi informò che in quel momento la lotta trotzkista contro il governo sovietico e la Direzione del Partito stava riprendendo con nuovo vigore, che egli stesso aveva avuto un appuntamento a Berlino con Sedov, il figlio di Trotskij, il quale, per incarico di suo padre, gli aveva dato nuove direttive. (…) Smirnov mi informò che Sedov desiderava molto vedermi. Acconsentii ad avere questo incontro. (…) Sedov mi disse che si era formato un nuovo centro trotzkista: si trattava di tutte le forze capaci di portare avanti la lotta contro la direzione staliniana. Si stava sondando la possibilità di ristabilire un’organizzazione comune con gli zinovievisti. Sedov disse anche che i “destri”, nelle persone di Tomskij, Bucharin e Rykov, non avevano, nemmeno loro, deposto le armi, che tacevano solo momentaneamente, e che era necessario stabilire un legame con loro. (…) Sedov disse che si voleva da me solo una cosa, che io facessi più ordinazioni possibili alle due ditte tedesche Borsig e Demag, e che egli stesso, Sedov, si sarebbe occupato dei mezzi per ottenere le somme necessarie, a condizione, naturalmente, che non insistessi troppo sui prezzi. Volendo decifrare la cosa, era chiaro che le maggiorazioni di prezzo che si sarebbero fatte sulle ordinazioni sovietiche sarebbero passate, interamente o in parte, nelle mani di Trotskij per servire ai suoi fini controrivoluzionari”.

Littlepage fece a questo proposito il seguente commento, lucido e razionale.

“Questo passaggio della confessione di Pjatakov, a mio avviso, è una spiegazione plausibile di ciò che era successo a Berlino nel 1931, quando avevo avuto dei sospetti perché i Russi che accompagnavano Pjatakov volevano indurmi ad approvare un acquisto di elevatori da miniera che erano non solo troppo cari, ma anche non utilizzabili per i giacimenti ai quali erano destinati. Mi era sembrato strano che questi uomini cercassero solamente delle mazzette. Ma erano abituati alle congiure di prima della rivoluzione e avevano corso rischi per quella che consideravano la loro causa”.[44]

Abbiamo quindi a disposizione le dichiarazioni pubbliche di un testimone insospettabile: un cittadino statunitense apartitico che descrisse le circostanze in via di esame lontano da Mosca, in grado di esporre senza mezzi termini un episodio reale del 1931 su acquisti ad alti prezzi di merci da parte dei sovietici che lo vide coinvolto involontariamente, ma in prima persona a Berlino e che mostra concretamente la vera attività cospirativa di matrice trotzkista di Pjatakov fin dalla seconda metà del 1931.

A sostegno della testimonianza di Littlepage subentra anche un ulteriore riscontro proveniente da fonte sicura, che attesta ulteriormente la familiarità di Pjatakov proprio con i finanziamenti occulti a favore delle forze politiche antistaliniste: già nel 1927 e prima “di capitolare” (Trotskij), Pjatakov aveva infatti effettuato in segreto dei modesti versamenti in denaro, per conto e in nome dell’opposizione antistalinista russa di quel biennio, a favore di un piccolo gruppo tedesco denominato Leninbund, alla cui guida si trovavano R. Fischer e A. Maslow e che iniziò a operare all’inizio del 1928.

Avvocato del diavolo: “Quali cosiddette fonti sicure avreste a vostra disposizione?”.

Trotskij stesso, naturalmente, dove in una sua lettera del 4 novembre 1929, sostenne infatti che “il Leninbund tedesco svolgeva la propria attività col denaro dato ai suoi leaders da Pjatakov prima della capitolazione” (a Stalin). “Tale attività era così ridotta da richiedere fondi quanto mai modesti”.[45]

Finora abbiamo riscontrato un trittico di prove imperniato sul “caso Bryukanov-Pjatakov”, sulla fondamentale testimonianza di Littlepage e sul resoconto di Trotskij rispetto alle precedenti attività “finanziarie” antistaliniste di Pjatakov, nel corso del 1927: ma rispetto al ritorno al trotzkismo di quest’ultimo, a partire dalla seconda metà del 1931, abbiamo a disposizione anche un’altra fonte sicura per la seconda versione quale l’intera famiglia di Trotskij, a partire dalla moglie di quest’ultimo, Natalia Sedova.

Sorpresa, sorpresa: tutti i componenti della famiglia Trotskij ammisero, tra mille reticenze e menzogne, che il figlio di Trotskij avesse incontrato a Berlino Pjatakov nel corso del 1931, seppur a loro avviso in modo assolutamente fortuito.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, tenutasi il 13 aprile del 1937, proprio il leader della Quarta Internazionale testimoniò infatti che suo figlio Lev Sedov realmente incontrò casualmente Pjatakov a Berlino, a suo avviso “verso la fine” del 1931 o “all’inizio del 1932”.

Il difensore di Trotskij davanti alla commissione Dewey, Albert Goldman, riportò infatti che rispetto all’incontro tra Pjatakov e Lev Sedov, il figlio di Trotskij allora residente in Berlino, “noi abbiamo una lettera proveniente da Leon Trotskij, durante il suo internamento in Norvegia, una lettera del 26 novembre 1936, nella quale egli riferisce i ricordi di Natalia Sedova su una lettera da Leon Sedov che era arrivata a Kadikoy, durante il 1931-32. Io cito testualmente” (la lettera di Sedov alla mamma) “Tu sai chi ho visto sotto Unter der Linden?” (celebre via di Berlino, su cui torneremo) “Proprio “Capelli rossi” (questo è il nome che i giovani avevano dato a Pjatakov, a causa del colore dei suoi capelli). L’ho guardato fermamente negli occhi, ma egli ha girato indietro la sua faccia come se non mi riconoscesse. Che persona miserabile!”[46]

Abbiamo pertanto a disposizione una testimonianza per così dire trilaterale, basata su tre fonti diverse ma interconnesse.

Prima testimonianza: la moglie di Trotskij, Natalia Sedova, aveva ricordato una precedente lettera del figlio Lev Sedov avente per oggetto un incontro casuale di quest’ultimo con Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Seconda testimonianza: in una sua lettera del 26 novembre 1936, mentre era a quel tempo sottoposto agli arresti domiciliari in Norvegia, Trotskij citò a sua volta per iscritto i ricordi di sua moglie e riportò in seguito tale testimonianza durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Terza testimonianza, la lettera scritta in prima persona da Lev Sedov, il figlio di Trotskij, avente per oggetto il suo incontro “casuale” con Pjatakov: anche la versione fornita da Sedov, mentre egli era interrogato a tal proposito dalla polizia norvegese, venne riportata da Trotskij sempre durante la sesta sessione della commissione Dewey.

Tre testimonianze sicure, almeno per la “seconda versione”: tutta la famiglia in esilio di Trotskij venne in pratica coinvolta, seppur in forma diversa, nella narrazione sull’incontro “casuale” del 1931 tra Pjatakov e Lev Sedov, e proprio la lettera di Trotskij del 26 novembre 1936 risulta materiale probatorio scritto, acquisito agli atti sia della commissione Dewey che del nostro testo.

Andiamo ora al nocciolo della questione: persino da tali testimonianze emerge come Pjatakov e il figlio-aiutante politico di Trotskij, Lev Sedov, si fossero sicuramente incontrati a Berlino.

Ma da un lato Pjatakov sostenne al processo di Mosca del 1937 di avere incontrato Sedov con il consenso di quest’ultimo e in modo assolutamente cosciente, per un colloquio voluto da entrambe le parti e preparato in anticipo, che avvenne nel locale Am Zoo di Berlino nell’estate del 1931; dall’altro lato della barricata, Lev Sedov – anche tramite sua madre e suo padre – dichiarò invece di avere incontrato Pjatakov assolutamente per caso, sulla famosa via Unter der Linden e alla fine del 1931, o all’inizio del 1932.

Dato che ormai sappiamo con assoluta certezza che l’incontro fisico, effettivo e personale a Berlino tra i due si verificò realmente e senza ombra di dubbio, per ammissione dello stesso Sedov e di Trotskij, a questo punto resta solo da accertare la reale natura di tale abboccamento: fu un incontro casuale, o invece esso fu voluto e ricercato da entrambe le parti? Davvero Sedov e Pjatakov passarono casualmente per la stessa strada di Berlino in un determinato momento, incrociandosi e vedendosi in modo fortuito?

Risulta facile escludere l’ipotesi della natura “casuale” e fortuita dell’avvicinamento fisico tra Sedov e Pjatakov.

In primo luogo sappiamo che Lev Sedov si incontrò a suo dire in modo “fortuito” a Istanbul con Blumkin nel corso del 1929, e con altrettanta certezza che l’incontro non fu casuale, come riconosciuto in sede privata dallo stesso figlio di Trotskij.

Rispetto a questo episodio particolare emergono con assoluta sicurezza sia il carattere non casuale dell’incontro tra Blumkin e Sedov che il tentativo, razionale e autodifensivo, di Trotskij e Sedov teso a presentare in modo bugiardo tale presa di contatto come fortuita agli occhi dell’opinione pubblica: ma lasciamo la parola a Brouè anche su questo punto specifico.

“Trotskij ha riconosciuto pubblicamente, alla fine del 1929, di aver ricevuto la visita di Blumkin, sempre agente dei servizi d’informazione dell’Armata Rossa. Stando alle sue dichiarazioni, Sedov l’avrebbe incontrato per strada a Istanbul, mentre proveniva dall’Estremo Oriente e rientrava in Unione Sovietica. L’avrebbe allora convinto a venire con lui, “a casa”, per incontrare “il Vecchio” (ossia Trotskij). “In realtà, un documento redatto da Blumkin, dichiarato autentico da Lev Sedov, datato 3 aprile 1929, ritrovato a Stanford tra le carte di Lev Sedov, mostra che i contatti di Trotskij con Blumkin non sono nati da un incontro fortuito, ma da un legame organizzato con l’Urss, nel quale l’agente segreto aveva evidentemente un ruolo importante”.[47]

Nella versione di copertura fornita in modo menzognero e pubblicamente da Lev Sedov, egli avrebbe quindi incontrato casualmente “per strada” Blumkin nelle strade di Istanbul, mentre invece nella realtà il contatto tra i due personaggi fu voluto coscientemente e non nacque certo “da un incontro fortuito”, come ammisero in via riservata sia Blumkin che lo stesso Sedov attraverso il documento riservato del 3 aprile 1929.

Oltre al caso Blumkin-Sedov, siamo inoltre a conoscenza con sicurezza che sempre lo stesso Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” con Smirnov a Berlino nel maggio del 1931, ma persino Brouè ammise almeno in parte che anche il colloquio tra i due non fu per niente casuale: ora sappiamo anche che Leon Sedov si incontrò a suo dire “casualmente” anche con Pjatakov, sempre a Berlino e “verso la fine” del 1931 o all’inizio del 1932.

Ovvia conclusione di questi tre fatti sicuri, una volta combinati e connessi tra loro: o Lev Sedov era diventato nel 1929/1931 l’uomo più fortunato del mondo, almeno in materia di incontri “fortuiti” con antichi dirigenti e militanti dell’opposizione trotzkista del 1923-27, passati in seguito almeno sul piano formale dalla parte di Stalin, oppure anche il suo terzo e presunto incontro “casuale”, ossia quello con Pjatakov non risultò certo un evento accidentale, come del resto i due precedenti.

In secondo luogo, il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Lev Sedov risulta sostanzialmente identico.

“Mi trovavo casualmente nella tal via di Berlino, o di Istanbul, alla tal ora”.

“Casualmente, proprio nella tal via e alla tal ora passava X (Blumkin), Y (Smirnov), oppure Z (Pjatakov).

“Gli incontri con X, Y e Z furono fortuiti e di carattere personale, non politici e non voluti in precedenza”.

Visto che abbiamo già la certezza sul fatto che gli incontri di Sedov con Blumkin e Smirnov non furono certo fortuiti e casuali, ma invece voluti e finalizzati a precisi scopi politici, per un preesistente “legame organizzativo” (Brouè); visto che sappiamo che Sedov mentiva sul piano pubblico, per ovvi e razionali scopi di copertura, rispetto alla natura politica e intenzionale dei suoi incontri con Blumkin e Smirnov; visto che sappiamo che il meccanismo di descrizione dei tre incontri da parte di Sedov risultava lo stesso (presunta casualità del passaggio simultaneo per la strada da entrambe le parti, oltre al presunto carattere non politico e accidentale degli incontri), da tali fatti si deduce subito come anche il terzo incontro di quest’ultimo con Pjatakov non fosse fortuito e casuale, e che pertanto il figlio di Trotskij mentì anche sulla reale natura di questo evento.

Terzo fattore. Abbiamo già verificato in precedenza il livello – pari a zero e inesistente – di credibilità delle dichiarazioni, bugiarde e menzognere, espresse sia da parte di Trotskij che dal suo astuto figlio rispetto alle reali posizioni politiche di Radek, attraverso le tesi da loro via via esposte sulla “presunta” lettera del 1932, sulla presunta “degenerazione” di quest’ultimo e sul presunto fatto che Radek avrebbe immediatamente consegnato una “presunta” lettera di Trotskij “alla GPU”, almeno secondo l’onestissimo e integerrimo Lev Sedov: la storia delle menzogne di Sedov si riprodusse quindi un’altra volta, ma in questo caso con protagonista Pjatakov e la Berlino della fine del 1931.

Quarto fatto sicuro, che esclude a priori la “casualità” dell’incontro tra Pjatakov e Sedov: proprio quest’ultimo era impegnato con assiduità a Berlino, secondo un testimone di provata fede antistalinista, al fine di cercare contatti e rapporti politici con i turisti, i funzionari e i diplomatici sovietici che giungevano via via nella capitale tedesca del 1931/32, e la fonte sicura di tale affermazione proviene dallo stesso Trotskij.

Secondo una fonte antistalinista assolutamente insospettabile, quindi, Lev Sedov a Berlino cercava senza sosta di creare in modo assolutamente intenzionale, voluto e non casuale una rete di rapporti di solidarietà politica tra la tendenza politica di matrice trotzkista a cui apparteneva e i cittadini sovietici che arrivavano via via nella principale città tedesca: cittadini sovietici come quel Pjatakov che Leon Sedov incontrò “casualmente”, almeno a suo dire, a Berlino alla fine del 1931 o all’inizio del 1932.

Lev Sedov quindi risultava “a caccia di prede” nella capitale tedesca di quel tempo e alla ricerca di nuovi militanti sovietici da reclutare alla causa trotzkista: dato di fatto sicuro e che rende ancora di più assurda la tesi del suo “incontro casuale” con Pjatakov.

Secondo lo stesso Trotskij dall’inizio del 1932 fino al febbraio del 1933, quando Sedov abbandonò Berlino e la Germania nazista, proprio suo figlio ricercava “informatori” (Trotskij) e nuovi seguaci di nazionalità sovietica nelle strade di Berlino, attraverso “canali segreti” e un’azione clandestina: lasciamo parlare a tal proposito Trotskij, attraverso un suo scritto del febbraio del 1938 intitolato “Leon Sedov” ed elaborato subito dopo la morte del figlio a Parigi. In esso Trotskij ammise esplicitamente che “durante i primi anni di emigrazione” Sedov “era impegnato in una vasta corrispondenza con oppositori in URSS. Ma dal 1932 la GPU ha distrutto praticamente tutti i nostri collegamenti” (ennesima menzogna da parte di Trotskij: anche Brouè ha ammesso che proprio nel corso del 1932 Gaven, Smirnov e Holtzman agivano come abili e attivi agenti di collegamento tra Trotskij in esilio, Sedov a Berlino e i loro coraggiosi seguaci che operavano in Unione Sovietica).

“Si è reso necessario cercare nuove informazioni attraverso canali segreti. Leon era sempre alla ricerca, avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia, cercando turisti di ritorno”, (dall’URSS) “studenti sovietici assegnati all’estero, o funzionari comprensivi nelle rappresentanze estere. Per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino e poi a Parigi per sfuggire alle spie della GPU che lo seguivano. In tutti questi anni non c’è stato un solo caso di una qualsiasi sofferenza come conseguenza di indiscrezione, disattenzione o imprudenza da parte sua”.[48]

Secondo le stesse dichiarazioni di suo padre, Sedov operava quindi a Berlino “avidamente alla ricerca di fili di collegamento con la Russia” stalinista e di “informatori”, cercando in modo costante di acquisire via via contatti e complicità con “turisti” e “funzionari comprensivi” sovietici giunti nella capitale tedesca di quel periodo, attraverso “canali segreti” e incontri clandestini: sono ammissioni chiare ed esplicite da parte di Trotskij, che non lasciano spazio a dubbi sul reale carattere dell’ottimo lavoro politico e organizzativo svolto in modo sotterraneo da Sedov a Berlino, agli inizi degli anni Trenta, con ben pochi spazi per la “casualità”.

La natura di abile “cacciatore” di “prede” sovietiche giunte a Berlino, assunta coscientemente da Lev Sedov nel corso del 1932 secondo le ammissioni dello stesso Trotskij, rende pertanto ancora più assurda la tesi della natura casuale dell’incontro tra Sedov e Pjatakov, che guarda caso costituiva nel 1931 uno dei “funzionari” sovietici inviati a Berlino dal nucleo dirigente stalinista.

Avvocato del diavolo: “Ma Trotskij parla del 1932, rispetto all’attività di Sedov”.

Rispetto all’inizio concreto dell’azione clandestina di reclutamento e di contatti segreti con i funzionari sovietici svolta da Sedov a Berlino, basta ricordare che il sopracitato colloquio “casuale” tra quest’ultimo e I. N. Smirnov si verificò anche secondo Brouè nel “maggio del 1931”: del 1931, e non certo del 1932.

Volendo poi dare per un istante valore e credibilità alle dichiarazioni di Trotskij sulla data dell’incontro tra Pjatakov e Sedov, Trotskij nel 1938 si era dimenticato che, persino nella loro versione comune fornita a fine del 1936, sia lui che suo figlio Sedov (e la mamma Natalia Sedova) fornirono come data per il presunto incontro casuale tra Pjatakov e Sedov la fine del 1931, o l’inizio del 1932: del 1932, quindi stando alla sua stessa versione, esso avvenne dunque quando il figlio era già a “caccia” di sovietici, attività che secondo Trotskij veniva svolta con continuità e grande efficienza da Sedov a partire dal “1932”.

La “casualità” dell’incontro Pjatakov/Sedov viene esclusa in ogni caso anche da un ulteriore fattore, e cioè le specificità combinate di Berlino, della via di Berlino in oggetto (l’Unter den Linden) e della stessa natura/durata della missione di Pjatakov a Berlino, alla fine del 1931 (almeno secondo la versione di Sedov).

Per quanto riguarda Berlino, tale città si mostrava anche nel 1931 come una grande metropoli, con circa due milioni di abitanti e migliaia di vie: in tale megalopoli, un incontro casuale tra due persone risultava un evento relativamente poco probabile nel breve periodo, diciamo in un mese, per due soggetti che non lavorassero assieme, non avessero hobby o partiti politici in comune e non abitassero nella stessa zona.

Ora, Pjatakov e Sedov, alla “fine del 1931” o “all’inizio del 1932” e a Berlino, almeno stando alla versione di Trotskij e di suo figlio:

  • non lavoravano per lo stesso “datore di lavoro”, ma viceversa erano dei nemici politici posti su due fronti opposti della “barricata” politica;
  • non abitavano nella stessa strada;
  • stando almeno alla “seconda versione”, essi non avevano neanche un partito politico in comune visto che Pjatakov era un trotzkista pentito e un neostalinista, mentre Sedov costituiva invece sicuramente un trotzkista, espulso da tempo dal partito bolscevico e ormai esiliato dall’Unione Sovietica.

Se aggiungiamo a tali elementi anche un altro fatto sicuro, e cioè che Pjatakov risultava nel 1931 senza ombra di dubbio un cittadino sovietico che non risiedeva certo in modo stabile a Berlino, ma che altresì si trovava a Berlino per un’impegnativa missione di lavoro politico-commerciale di circa un mese, descritta da Littlepage in precedenza; se in altri termini colleghiamo l’estensione gigantesca della capitale tedesca, in cui l’Unter den Linden non era certo l’unica e sola strada, alla relativa brevità della permanenza di Pjatakov a Berlino, siamo già ora in presenza di una combinazione di fattori che rende l’ipotesi dell’“incontro fortuito” come minimo improbabile, anche se non ancora impossibile.

Ma a ridurre ancora di più il grado concreto di verosimiglianza del “faccia a faccia fortuito” tra Sedov, abile “cacciatore” di puristi e funzionari sovietici e Pjatakov interviene subito un altro fattore oggettivo, e cioè una particolarità indiscutibile della celebre Unter den Linden: infatti anche nel 1931 la strada di Berlino in via d’esame risultava larga circa sessanta metri, lunga un chilometro e mezzo e affollata a quasi tutte le ore, di cui riproduciamo una foto di quel periodo.

Berlino: Unter der Linden, anno 1930

L’Unter den Linden non costituiva solo una via molto ampia, ma in senso orizzontale era formata da più sezioni e aree. Partendo da sinistra verso destra, nel 1930-32 e prima della sua ristrutturazione voluta da Hitler nel 1934/35, si trovava al suo interno una corsia pedonale subito affiancata da quella destinata al traffico di auto; a sua volta quest’ultima confinava con una prima fila di maestosi tigli, un passaggio centrale per i passanti e una seconda fila di alberi, e tale settore era costeggiato a sua volta da un’altra corsia destinata al traffico automobilistico oltre che, all’estrema destra, da un’altra corsia pedonale. Tra passanti, automobili, alberi e pedoni, le possibilità che un passante collocato ad esempio nella corsia pedonale di sinistra riuscisse a vedere casualmente una persona che invece passeggiasse nell’altro lato della strada risultavano, nel migliore dei casi, estremamente basse anche di giorno.

Se ipotizziamo una breve via, lunga ad esempio solo duecento metri e larga circa dieci metri, due persone che “casualmente” passino per essa, nella stessa ora e negli stessi due/tre minuti, difficilmente possono non vedersi, anche se solo di sfuggita; ma invece nell’Unter den Linden il calcolo delle probabilità gioca esattamente in senso inverso. Le stesse due persone, poste ai lati opposti della lunga strada in oggetto nel senso della larghezza, quasi sempre non potrebbero vedersi neanche incrociandosi nei due lati opposti, mentre altresì esse potrebbero facilmente essere collocate in punti diversi della via nel senso della lunghezza e da alcune centinaia di metri di distanza risulta evidentemente impossibile riconoscersi reciprocamente, specialmente con gli altri passanti a fare da velo e barriera visiva.

Aggiungiamo a questo punto anche il fattore dei carichi di impegni proprio sia della missione di Pjatakov a Berlino che della normale quotidianità di Lev Sedov nella capitale tedesca.

Partendo dal primo, non solo “Capelli rossi” non risiedeva stabilmente a Berlino, diversamente da Sedov che nello stesso anno operava quasi ininterrottamente nella capitale tedesca, ma altresì Pjatakov si trovava in missione diplomatica-ufficiale in terra tedesca e avendo quindi una parte come minimo consistente delle sue ore diurne impegnate nelle trattative commerciali: pertanto le probabilità di un incontro casuale con Sedov risultavano ancora più ridotte, rispetto ad un turista normale.

Anche ipotizzando che Sedov passasse le sue ore solo ed esclusivamente passeggiando per la Unter den Linden, le sue probabilità di vedere Pjatakov in tale via risultavano pertanto limitate dalle poche ore di (eventuale) riposo di Pjatakov, sempre ammesso e non concesso che a sua volta “Capelli rossi” utilizzasse il suo tempo libero solo passeggiando per la Unter den Linden.

Ma a sua volta anche Lev Sedov era occupato in attività impegnative, di natura scolastica, nella Berlino del 1931/32: impegni concreti che, stando all’insospettabile storico trotzkista Brouè, gli portavano via come minimo una parte significativa della giornata, dal lunedì al venerdì. Nel suo scritto del 1993, intitolato “In Germany for the International”, Brouè infatti sottolineò che quando Lev Sedov arrivò a Berlino all’inizio del 1931 si iscrisse a un istituto universitario berlinese, frequentandolo con regolarità: Sedov risultava infatti uno studente alla Technische Hochschule e, in quei due anni (1931/32), egli fu “uno studente studioso e puntuale”, tanto che “una visita a Parigi per un’operazione al suo strabismo causò la sua sola assenza” prolungata, nell’“anno accademico 1931/32”, dalla scuola politecnica che egli frequentava. Quindi di giorno, dal lunedì al venerdì e per una parte consistente della sua giornata, il figlio di Trotskij studiava e non poteva di conseguenza passeggiare liberamente per le vie di Berlino, in cerca di funzionari sovietici (Smirnov, Pjatakov, ecc.) giunti in terra tedesca per periodi più o meno lunghi.[49]

In estrema sintesi sia Pjatakov che Sedov erano molto impegnati almeno di giorno, nella Berlino del 1931.

Sussistono inoltre anche due motivi, da collegare e connettere tra loro, che rendono assurda anche l’ipotesi per cui Sedov, dopo aver compiuto i suoi studi descritti da Brouè, passeggiasse quasi senza sosta e in modo quasi maniacale sull’Unter den Linden e solo sull’Unter den Linden. Essa costituiva infatti una via e un posto splendido di Berlino, certo, ma ormai ben conosciuto da un Lev Sedov che risiedeva stabilmente a Berlino dall’inizio del 1931, molti mesi prima della “fine del 1931”; una strada magnifica, certo, ma che in ogni caso costituiva solo una delle numerose vie interessanti di Berlino.

Ma soprattutto, visto il pedinamento da parte stalinista a cui Lev Sedov era sottoposto senza sosta nella capitale tedesca del 1931/32, l’Unter den Linden costituiva proprio l’ultimo posto e l’ultima via di Berlino che il figlio di Trotskij, abile cospiratore e intelligente “cacciatore” di “prede” sovietiche, poteva e doveva utilizzare per le sue “passeggiate” assai poco casuali.

Proprio il padre di Sedov, e cioè Trotskij, ci ha infatti informati nel suo scritto del febbraio 1938 che suo figlio a Berlino era continuamente pedinato e spiato dagli agenti sovietici della GPU, in altri termini dalle spie staliniste che operavano a Berlino al fine di seguire le mosse e gli spostamenti di Lev Sedov. Visto che il centro operativo berlinese di questi attenti osservatori stalinisti era ovviamente collocato nell’ambasciata sovietica, per l’appunto posizionata sull’Unter den Linden, sembra subito come minimo molto improbabile che l’abile Sedov operasse principalmente nella via e nella zona in cui si trovava il covo principale dei suoi pedinatori fedeli a Stalin, facilitando il loro compito proprio stazionando vicino alla loro “tana del lupo” stalinista a Berlino.

Proprio Trotskij aveva del resto sottolineato, nel suo scritto sopracitato del 1938, che Sedov “per evitare di compromettere il suo informatore, lo inseguiva per ore per le strade di Berlino” al fine di “sfuggire alle spie della GPU” (della polizia stalinista) “che lo inseguivano”: un comportamento abile e professionale da parte del figlio di Trotskij, certo, che tuttavia escludeva simultaneamente una sua eventuale e irrazionale presenza ininterrotta proprio sull’Unter den Linden, ossia vicinissimo alle “spie del GPU” che “lo inseguivano” allora di frequente “per le strade di Berlino”.

Se colleghiamo tutti i fattori sopracitati con il concreto e indiscutibile ruolo di “cacciatore” svolto dal figlio di Trotskij, la possibilità di un incontro “casuale” e fortuito tra Sedov e Pjatakov risultano ormai pari a zero: abbiamo comunque a disposizione tutta una serie di altri elementi materiali che servono a eliminare anche i dubbi poco razionali sul carattere intenzionale e premeditato dell’incontro berlinese tra Sedov e Pjatakov.

Stando almeno alla testimonianza di Sedov il suo incontro casuale con Pjatakov sarebbe infatti avvenuto alla fine del 1931 o all’inizio del 1932, e quindi in un periodo nel quale a Berlino fa freddo e soprattutto nel quale il tramonto si verifica assai presto, con il buio che subentra nelle strade già attorno alle ore 16.00 e alle prime ore del pomeriggio e rende assai più difficile vedersi e salutarsi (più o meno amichevolmente) anche per due persone relativamente vicine, collocate a distanza di poche decine di metri.

L’Unter den Linden possedeva inoltre nel 1931, come del resto ai nostri giorni, la caratteristica di essere una strada piena di attrattive multiformi per un suo visitatore e un turista.

Negozi di vario genere, oltre a musei e siti storici come l’Arsenale e la Biblioteca Nazionale, aggiunti ai numerosi bar, caffè e ristoranti che circondavano anche nel 1931 la via berlinese e le sue strade laterali adiacenti ad essa costituivano degli elementi di (piacevole) “disturbo” che potevano attirare l’attenzione di un passante impegnato in una visita fortuita e occasionale, attraendolo al loro interno per un periodo di tempo non necessariamente breve; e di conseguenza, tali fattori di “disturbo” riducevano ancora di più il livello di probabilità di un incontro fortuito e occasionale tra Pjatakov e Lev Sedov.

Prendiamo comunque in considerazione, per amore di discussione, anche l’ipotesi più favorevole per un incontro casuale tra Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden, senza tenere conto dei precedenti incontri “casuali” tra Sedov e Blumkin/Smirnov e del ruolo di abile e astuto “cacciatore” di “prede” sovietiche assunto dal figlio di Trotskij nella capitale tedesca: per un istante astraiamo totalmente da tali fattori.

Pjatakov e Sedov nel 1931 si trovano casualmente proprio nella stessa ora e negli stessi minuti sull’Unter den Linden, solo una delle migliaia di vie di Berlino, e casualmente si muovono sullo stesso lato pedonale dell’amplissima strada in via d’esame.

Casualmente nessuno dei due si muove per la via pedonale centrale, in mezzo all’Unter den Linden: un “sentiero” centrale che riduceva di circa un terzo le probabilità di un incontro casuale sulla via berlinese in esame.

Casualmente Pjatakov e Sedov stazionano e rimangono nella stessa ora/ore sull’Unter den Linden e di giorno, quando la luce solare avrebbe permesso loro di riconoscersi più facilmente.

Casualmente nessuno dei due si ferma in un ristorante o in un altro luogo chiuso sull’Unter den Linden, ma viceversa entrambi si muovono all’aperto per la via in oggetto.

Casualmente e sempre sullo stesso lato della strada, essi si dirigono inoltre in direzione opposta: se andassero infatti nella stessa direzione, ossia sempre sullo stesso lato della via ma anche solo alla distanza di un centinaio di metri, con una velocità di passeggio quasi identica e tenendo conto degli altri passanti i due non si sarebbero infatti potuti incontrare né vedere, per forza di cose, in una strada di regola affollata come l’Unter den Linden.

Casualmente essi non sono impegnati in una conversazione impegnativa con altre persone, oppure sovrappensiero per altri motivi.

Ora, anche ammettendo l’esistenza di tale particolarissima combinazione – già di per sé eccezionale, come minimo – di elementi casuali e fortuiti, rimarrebbe il problema ulteriore della ramificazione della Unter den Linden: infatti non solo la gigantesca strada in esame anche nel 1931 risultava estesa per una lunghezza pari a circa un chilometro e mezzo, ma per di più nel suo raggio di estensione rientra anche la famosa Opernplatz, la piazza dell’Opera, ribattezzata dopo il 1947 con il nome di Bebelplatz.

L’ampia piazza in oggetto formava anche nel 1931, senza alcuna soluzione di continuità, una sorta di rientranza e di ramo secondario nell’Unter den Linden di forma rettangolare e il cui perimetro era lungo circa 900 metri; senza uscire pertanto dall’Unter den Linden, un passante (Pjatakov, ad esempio) avrebbe dovuto percorrere e senza fermarsi tale distanza diciamo in circa cinque minuti, non incontrando pertanto in quel preciso lasso di tempo un’altra persona (Sedov, ad esempio) che avesse percorso quel lato dell’Unter den Linden in senso opposto e venendogli incontro, senza tuttavia entrare nella piazza dell’Opera e in quella particolare ramificazione della via berlinese.

Anche ipotizzando la simultaneità della “casuale” passeggiata di Pjatakov e Sedov sull’Unter den Linden e che essi, in modo fortuito, procedessero in direzione opposta sullo stesso lato della gigantesca strada in esame; anche ipotizzando che Pjatakov o lo stesso Sedov non si fossero fermati a dare un’occhiata e visitare i musei, palazzi e vie laterali della Unter den Linden, un incontro casuale tra i due non sarebbe stato pertanto scontato persino in questa particolare tipologia di casualità concomitanti, già di per sé abnormi per le ragioni esposte in precedenza (Sedov “cacciatore” di visitatori sovietici, ecc.).

Avvocato del diavolo: “Trotskij e suo figlio potrebbero essersi sbagliati nell’indicare il periodo temporale dell’incontro tra Pjatakov e il figlio di Trotskij: esso potrebbe essere avvenuto invece nella primavera del 1931, quando il tempo a Berlino è invece clemente e invita alle passeggiate all’aria aperta”.

Tutta la famiglia Trotskij (padre, moglie e figlio) era stata coinvolta nel novembre del 1936 rispetto alla narrazione sull’incontro “casuale e fortuito” tra Sedov e Pjatakov, ed essi sbagliarono a indicare la stagione – non parliamo del mese o del giorno – in cui essa avvenne? Sedov non ricordava neanche se facesse freddo o caldo, quando egli incontrò “casualmente” Pjatakov sull’Unter den Linden, almeno a suo dire? Siamo in piena fantascienza: se anche fosse vero, allora verrebbe subito da pensare che la famiglia Trotskij commise uno “sbaglio” collettivo – molto più grave – anche nel sostenere il carattere “casuale” dell’incontro “fortuito” tra Sedov e Pjatakov.

Un ulteriore indizio contro la tesi dell’incontro casuale a Berlino proviene in ogni caso dalla versione fornita da Trotskij, visto che nella sua testimonianza egli fornì una versione diversa da quella espressa da sua moglie in due punti significativi.

Ricordando le dichiarazioni rese, in modo concordante, da lui stesso e da suo figlio Lev Sedov alla polizia norvegese che allora li stava interrogando anche sui loro rapporti con Pjatakov, oltre che al loro avvocato norvegese Puntervold nel dicembre del 1936, durante la sesta sessione della commissione Dewey Trotskij riferì infatti rispetto all’incontro “casuale” nella Berlino del 1931 che “Pjatakov tornò indietro da lui” (da Sedov). “Mio figlio gridò “traditore” a Pjatakov”.[50]

Sussistono due evidenti contraddizioni, tra questa seconda versione di Trotskij dell’incontro “casuale” tra Sedov e Pjatakov, e quella fornita invece da Natalia Sedova.

In quest’ultima, esposta poco sopra, la moglie di Trotskij affermava infatti che suo figlio gli scrisse che “io” (Lev Sedov) “l’ho guardato” (Pjatakov, sull’Unter den Linden) “fermamente negli occhi, ma egli” (Pjatakov) “girò indietro la sua faccia come se egli non mi riconoscesse. Che persona miserabile”.

Bene, questa è la versione di Natalia Sedova: ma invece suo figlio Lev Sedov dichiarò nel dicembre del 1936 all’avvocato Puntervold che invece fu proprio Pjatakov che “tornò indietro da lui”, quindi “riconoscendolo” benissimo come Lev Sedov; e che non solo Sedov “guardò” a sua volta Pjatakov “fermamente negli occhi”, ma gli gridò pure “traditore”.

Le contraddizioni tra le due versioni risultano quindi plateali e significative, e proprio le difformità tra le due versioni in esame rendono, se possibile, ancora meno credibile la natura “fortuita” dell’incontro tra Sedov e Pjatakov: si trattava quindi solo di una storia di copertura fantasiosa (una copertura con troppe falle e incongruenze, certo) elaborata dalla famiglia Trotskij rispetto a un reale e non casuale incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov, avvenuto con ben altro spirito e in ben altre condizioni rispetto a quelle invece descritte da Natalia Sedova da un lato, e Trotskij/Sedov dall’altra.

Ma per di più siamo in presenza di un comportamento non proprio professionale da parte di Sedov, stando almeno alle dichiarazioni di Trotskij-padre e di suo figlio rispetto all’incontro “casuale” con Pjatakov.

Siamo nel 1931 e con protagonista un Lev Sedov che costituiva già da tempo il principale aiutante e l’intelligente braccio destro del padre: almeno stando alla versione di Trotskij, Sedov incontrò casualmente il presunto “stalinista” Pjatakov ma, al posto di ignorarlo, lo affrontò e lo insultò in pubblico, facendo pertanto di tutto per attirare l’attenzione su di sé. Siamo ormai nel campo del paranormale con la descrizione di un comportamento assurdo da parte dell’esperto e abile Sedov, sempre se tale versione dei fatti fosse veritiera.

E non solo: risulta altresì poco credibile che Pjatakov, il quale almeno nella versione di Sedov/Trotskij costituiva nel 1931/32 un fedele stalinista, abbia accettato senza replicare le ingiurie lanciategli pubblicamente da Lev Sedov, dimostrandosi in tal modo passivo e inerte sia agli occhi dei passanti berlinesi che del personale dell’ambasciata sovietica, posizionata proprio nell’Unter den Linden.

Un ulteriore elemento sospetto è costituito dalla data e dai motivi delle sopracitate dichiarazioni del 1936 di Trotskij e Sedov, sempre rispetto al “casuale” incontro avvenuto tra Pjatakov e Sedov alla “fine del 1931” o all’inizio del 1932, almeno stando alla versione dei fatti riportata dalla famiglia Trotskij.

È infatti sicuro che Trotskij elaborò ed espose la sua testimonianza scritta sull’incontro berlinese in oggetto solo il 26 novembre del 1936, ossia circa cinque anni dopo il contatto diretto tra suo figlio e Pjatakov nella capitale tedesca di quel tempo.

Il problema e l’anomalia, altrettanto sicura, è che la versione di Trotskij rispetto all’incontro tra Pjatakov e Sedov venne manifestata proprio quando esso risultava in ogni caso un ricordo estremamente pericoloso: erano infatti già in corso, dall’agosto del 1936, i processi di Mosca e le indagini della polizia stalinista nelle quali ogni relazione concreta degli uomini politici sovietici con Trotskij o suo figlio Sedov, a partire dal 1929, diventava di per sé una prova accusatoria pesantissima a disposizione dell’apparato stalinista.

Ma allora per quale motivo Trotskij ammise davanti alla polizia norvegese, nel novembre del 1936, l’esistenza concreta del lontano ma compromettente incontro berlinese del 1931 tra suo figlio e Pjatakov, tra l’altro usando la via obliqua e contorta della “ritrovata memoria” di sua moglie N. Sedova?

L’unica spiegazione razionale possibile risulta che Trotskij riconobbe tale fatto al fine di poter fornire una versione di copertura almeno in parte plausibile e una spiegazione non completamente assurda per l’incontro (reale) tra Sedov e Pjatakov, necessità divenuta a sua volta urgente proprio nel novembre del 1936: nella prima metà del settembre 1936, infatti, erano stati arrestati sia Pjatakov che Radek, e soprattutto “Capelli rossi” iniziò a collaborare e “cantare” con la polizia di Stalin proprio alla fine di ottobre del 1936, anche rispetto alle sue relazioni politiche con Sedov e Trotskij e al suo incontro segreto del 1931 a Berlino con il principale aiutante del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Come risulta dalle stesse risposte fornite in Norvegia da Trotskij e Sedov, nel novembre del 1936 persino la polizia di Oslo – per non parlare poi dell’NKVD stalinista – risultava assai interessata a conoscere i reali rapporti creatisi in precedenza tra il figlio di Trotskij e Pjatakov, e certo non a caso: dopo le confessioni rese da quest’ultimo a fine ottobre del 1936, l’argomento in esame era ormai diventato una triste realtà con la quale Trotskij e suo figlio dovevano ormai confrontarsi per forza di cose, anche nel corso degli interrogatori a cui vennero sottoposti a quel tempo dai poliziotti norvegesi e sul cui sfondo aleggiava ormai lo spettro del volo segreto del dicembre 1935.

Pertanto, in modo rischioso ma intelligente, in quel periodo bisognava anticipare gli effetti negativi di qualunque notizia spiacevole sui reali rapporti Sedov/Pjatakov del 1931 e soprattutto neutralizzarli, prima che essi esplodessero contro il movimento trotzkista: tale fu sicuramente lo scopo della particolare “mossa scacchistica” compiuta da Trotskij nel novembre del 1936, con il suo carattere volutamente complicato (la moglie di Trotskij che riferì il contenuto di una precedente e ormai lontana lettera del figlio, con una testimonianza in seguito venuta in mente e ripresa dallo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale), le sue incongruenze oggettive e le contraddizioni tra le dichiarazioni di Natalia Sedova e quelle di suo figlio e di suo marito.

Attraverso le verifiche e gli indizi prima esposti, vengono superati anche i dubbi poco ragionevoli sul carattere voluto e sulla natura intenzionale dell’incontro berlinese tra Pjatakov e Sedov.

E a sua volta l’incrocio – assolutamente non casuale, oltre che assolutamente reale e innegabile – tra Lev Sedov e Pjatakov nella Berlino dell’estate del 1931 fa ulteriormente chiarezza sulla reale posizione politica adottata da Pjatakov nel 1931/1932, visto che alla testimonianza insospettabile di Littlepage sulle particolari attività finanziarie di “Capelli rossi” nell’estate del 1931 possiamo ora unire la prova sicura di un incontro intenzionale nel 1931 tra Sedov e Pjatakov, per niente fortuito ma ben mirato e di natura politica, come avvenne del resto nei precedenti “incontri casuali” di Sedov con Blumkin e Smirnov.

La conclusione inevitabile di tutti questi indizi concordanti consiste nel fatto che Pjatakov era tornato a partire dalla seconda metà del 1931 alla militanza trotzkista, in gran segreto e facendo un rischiosissimo doppio gioco rispetto al nucleo dirigente stalinista: il presunto “miserabile” e “traditore”, secondo l’equilibrato e compassato giudizio espresso nei suoi confronti su di esso da Lev Sedov e riportato dal trotzkista Deutscher, stava davvero svolgendo un ruolo particolare di “Giuda” e fin dalla seconda metà del 1931, ma contro Stalin.[51]

Avvocato del diavolo: “Tuttavia dopo il 1932 non sussistono prove che Pjatakov abbia continuato la sua militanza clandestina di matrice trotzkista”.

Si è già notato che persino Trotskij aveva sottolineato, davanti alla commissione Dewey, come rispetto agli eventi del dicembre 1935 Pjatakov e Radek formassero un duo inscindibile: e visto che Radek risultava un militante trotzkista nel 1933-1936, come risulta dagli indizi sopra esposti, anche rispetto a “Capelli rossi” per il primo livello di probabilità che fosse rimasto trotzkista nel 1933-1936 risultano subito molto alte.

Sappiamo inoltre che Pjatakov, come del resto Radek, era ritornato alla militanza trotzkista nel 1931/1932, dopo in precedenza aver capitolato rispetto a Stalin nel 1928-1930. Una terza giravolta, un ulteriore cambiamento di rotta di Pjatakov ci sembra un evento improbabile di per sé, oltre che rischioso a livello personale: riprendendo la militanza clandestina antistalinista nel 1931/1932, egli si era infatti sicuramente compromesso sul piano politico e umano e un’eventuale “terza svolta” non avrebbe trovato alcuna comprensione, né da parte stalinista né da parte trotzkista.

Inoltre va considerato come Pjatakov non fosse certo rimasto isolato politicamente e privo di contatti, anche dopo il gennaio del 1933.

Era ancora libero Radek, fino alla metà di settembre del 1935.

Fino al dicembre del 1934 risultavano ancora in libertà Zinoviev e Kamenev, mentre rimaneva ancora a piede libero Mrackovskij, un alto dirigente trotzkista anche secondo l’insospettabile Brouè.

Rimanevano inoltre in azione ancora i cosiddetti “resti isolati” (Brouè, 1991) della Quarta Internazionale in terra sovietica, anche dopo gli arresti del 1932/33; e proprio Brouè sottolineò come dagli archivi dell’NKVD di Smolensk, trovati dai nazisti nel 1941 e poi utilizzati in Occidente, emergano sia le tracce di quelle sacche di “scontento operaio” di cui si parlava nella prefazione che la sporadica presenza (più o meno organizzata) di simpatizzanti trotzkisti.

Da tali documenti risulta che ancora nel 1936, “alla domanda di un agitatore del partito che gli chiede chi consideri come “vecchio bolscevico”, un operaio di Smolensk risponde “Trotskij”. Un giovane lavoratore, membro del Komsomol, protesta in una riunione per le calunnie contro Zinoviev, che a suo parere “ha fatto molto per la rivoluzione”. Nel giugno del 1936 si scopre nell’abitazione di una kolchoziana del kolchoz Ottobre Rosso un ritratto di Trotskij.[52]

Nel gennaio del 1933 andò inoltre al potere Hitler, e proprio tale evento epocale e terrificante non poteva che consolidare la sfiducia in Stalin e la fede trotzkista dei militanti della Quarta Internazionale in terra sovietica, come del resto aveva notato anche l’insospettabile Deutscher nel sopracitato passo su Radek, Stalin e le responsabilità di quest’ultimo per l’ascesa al potere di Hitler.[53]

Almeno a giudizio dei seguaci di Trotskij, non solo si era verificata una tremenda sconfitta del movimento operaio con l’avvento al potere del nazismo ma essa era dovuta come minimo in larga parte alla disastrosa politica del “socialfascismo”, secondo cui la socialdemocrazia costituiva una sorta di variante del fascismo mascherata di “rosso”, imposta da Stalin nel 1929-33 alla Terza Internazionale comunista (anche a nostro giudizio la politica stalinista dell’identificazione del nemico principale nella socialdemocrazia, a livello internazionale e in Germania, risultò allora radicalmente sbagliata), mentre invece Trotskij aveva allora proposto una corretta linea politica di fronte unico anche dall’alto, tesa a creare un accordo politico con la socialdemocrazia tedesca per fermare il nazismo nella sua ascesa al potere.

Disastro operaio in Germania, nel gennaio/marzo del 1933; come minimo una forte responsabilità di Stalin (tramite la Terza Internazionale, che controllava già dall’inizio del 1929) per l’ascesa al potere di Hitler; corretta e inascoltata politica di Trotskij, tesa a proporre alla socialdemocrazia un fronte unico per fermare i nazisti. Si trattava di un trittico di argomenti che non potevano che consolidare la precedente scelta di campo trotzkista di ogni militante della costituenda Quarta Internazionale, sia fuori che dentro l’Unione Sovietica, ivi compreso J. Pjatakov e proprio a partire dal gennaio/marzo 1933.

Ma non solo: come aveva più volte notato giustamente Trotskij, già nel 1931/32, Hitler al potere significava guerra in Europa e, allo stesso tempo, guerra inevitabile della Germania fascista contro l’Unione Sovietica.

In questo possibile e prevedibile scenario, agli occhi di qualunque dirigente, militante o anche solo simpatizzante trotzkista in terra sovietica, chi poteva difendere l’Unione Sovietica meglio di Trotskij, il leader di quell’Armata Rossa risultata vittoriosa contro innumerevoli e potenti nemici, interni e internazionali, nella guerra civile del 1917-20?

Argomento valido ovviamente per Pjatakov, di sicuro uno dei principali dirigenti trotzkisti nel 1923-27 e  nuovamente un quadro dirigente della clandestina sezione sovietica della Quarta Internazionale, a partire dal 1931/32: perché egli avrebbe dovuto ritirarsi dalla lotta antistalinista proprio quando stava per arrivare una guerra disastrosa contro l’URSS promossa dalla Germania hitleriana, e quando proprio il leader politico in esilio scelto da Pjatakov risultava ad avviso di quest’ultimo il più adatto a battere la belva nazista?

In ogni caso possiamo fornire alcuni dati di fatto connessi a Pjatakov nel biennio 1935/36, che risultano incompatibili con la tesi che vede “Capelli rossi” in qualità di fedele militante stalinista e invece, simultaneamente, perfettamente comprensibili utilizzando l’ipotesi opposta, secondo la quale quest’ultimo costituiva dalla seconda metà del 1931 un abile e coraggioso militante trotzkista, una preziosa “talpa” della Quarta Internazionale all’interno delle alte sfere dell’URSS stalinista dei primi anni Trenta.

Partiamo innanzitutto dalla stranissima inattività di Pjatakov a partire dall’11 agosto del 1936 e fino al 12 settembre dello stesso anno, sia nei confronti di due arrestati che lo accusavano di attività trotzkista che rispetto a G. K. Ordzonikidze, detto “Sergo”, autorevole membro del Politburo e suo diretto superiore nel decisivo ministero dell’industria pesante sovietica.

Le premesse indispensabili per comprendere la vistosa anomalia di tale inattività sono le seguenti:

  • Pjatakov tra il 1930 e il 1936 risultava un uomo molto potente nella sfera economica sovietica, tanto da essere stato nominato fin dal 1934 vice-ministro dell’industria sovietica e membro dell’autorevole Comitato Centrale del PCUS: come ammesso anche dagli storici antistalinisti, per la sua intelligenza e il suo eccellente talento organizzativo “Capelli rossi” era inoltre molto apprezzato proprio dal potente ministro dell’industria pesante sovietica e membro del Politburo, Sergo Ordzonikidze. L’intelligente storico anticomunista (e sostenitore della “seconda versione”, rispetto al volo di Pjatakov) S. Sebag Montefiore riconobbe ad esempio senza problemi che “i due uomini” (Ordzonikidze e Pjatakov) “erano molto affezionati l’un l’altro e amavano lavorare insieme”; [54]
  • la seconda moglie di Pjatakov, da cui quest’ultimo si era separato da qualche anno, venne arrestata il 27 luglio del 1936 per attività trotzkista, confessando quasi subito la sua militanza segreta nelle fila della sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale: saputo dell’arresto della ex-moglie attraverso un telegramma inviatogli di persona da Ordzonikidze, “Capelli rossi” si limitò a dichiararsi stupefatto e incredulo rispetto alla prospettata militanza trotzkista della sua seconda consorte;
  • all’inizio di agosto del 1936, due cittadini sovietici arrestati per attività trotzkista, ossia I. I. Reingold e N. V. Golubenko, testimoniarono che Pjatakov era coinvolto in prima persona nell’attività clandestina dei trotzkisti sovietici, tra l’altro in qualità di loro importante dirigente; [55]
  • ancora libero e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista, l’11 agosto Pjatakov venne convocato a quel punto dalla polizia sovietica e informato direttamente da Ezhov, già allora uno dei capi dell’NKVD, delle gravissime accuse (di essere un trotzkista e un terrorista) che gli venivano già mosse da due delle persone arrestate nel corso del 1936: sempre l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa infatti che “poco prima del processo a Zinoviev” (il primo processo di Mosca, iniziato il 19 agosto del 1936) “Ezov convocò Pjatakov, gli lesse tutte le deposizioni giurate in cui si sostenevano i suoi legami con il terrorismo trotzkista e lo informò che era stato sollevato dal suo incarico di vice-commissario”, per intenderci vice-ministro all’industria pesante;[56]
  • Pjatakov rimase sicuramente per un mese ancora in libertà dopo l’incontro con Ezhov, dall’11 agosto all’11 settembre del 1936, mentre sempre Sebag Montefiore riconobbe che Ordzonikidze risultava un fedele stalinista ma che “si era sempre opposto all’arresto dei propri dirigenti”, e cioè dei manager che lavoravano nell’importantissimo ministero da lui diretto; [57]
  • oltre a respingere tutte le accuse a suo carico attraverso due lettere inviate una a Stalin e l’altra a Ordzonikidze, Pjatakov scrisse un durissimo attacco contro gli imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936 (Zinoviev, Kamenev, ecc.), che venne pubblicato sulla Pravda e su altri quotidiani sovietici il 21 agosto del 1936; ma Vysinskij, il responsabile della pubblica accusa stalinista al processo dell’agosto del 1936, dichiarò in ogni caso durante la sessione pomeridiana del 21 agosto dell’assise giudiziaria moscovita che, in seguito e a causa delle dichiarazioni rese precedentemente in aula da alcuni degli imputati, anche Pjatakov – come del resto Radek, Bucharin, Tomskij e altri cittadini sovietici – sarebbe stato sottoposto a un’indagine per verificare l’attendibilità delle accuse mosse nei suoi confronti;
  • Pjatakov venne arrestato il 12 settembre del 1936, ossia un mese dopo il suo drammatico confronto con Ezhov.

Ammettiamo a questo punto per un istante che Pjatakov nell’agosto del 1936 non fosse in alcun modo un militante trotzkista, e che quindi da molti anni avesse realmente rotto e spezzato qualsiasi legame politico con la costituenda Quarta Internazionale passando stabilmente al campo stalinista.

Egli risultava pertanto assolutamente innocente rispetto alle gravissime accuse di complotto e di trotzkismo che gli vennero mosse direttamente, a partire dall’11 agosto del 1936; l’11 agosto del 1936 egli era ancora libero e ancora membro dell’autorevole Comitato Centrale, avendo poi in Ordzonikidze non solo un protettore potente sul piano politico, ben conosciuto tra l’altro per la sua avversione agli arresti dei dirigenti che lavoravano con lui, ma anche un amico personale. Ora, fatte tutte queste premesse, perché un uomo intelligente come Pjatakov non cercò mai un incontro personale con Ordzonikidze, nel mese in cui era ancora a piede libero, chiedendogli inoltre come minimo di avere un confronto diretto, indispensabile e vitale, con gli arrestati che lo accusavano ingiustamente e che lo calunniavano, almeno nell’ipotesi che stiamo prendendo in esame? Pjatakov si limitò invece a mandare una lettera a Ordzonikidze e a Stalin professando la sua innocenza, ma senza in alcun modo chiedere di confrontarsi e confutare, in modo diretto e personale, coloro che lo accusavano.[58]

Non si riesce in pratica a comprendere per quale motivo, anche indipendente dall’amicizia che aveva creato con Ordzonikidze, Pjatakov non abbia chiesto subito e fin dall’11 agosto del 1936 un contradditorio personale e viso a viso con Reingold e Golubenko, dopo il suo drammatico colloquio con Ezov: visto che “Capelli rossi” era ancora libero e faceva ancora parte del Comitato Centrale, se egli fosse stato realmente innocente rispetto alle gravissime accuse che gli venivano mosse da Reingold e Golubenko la richiesta di un confronto chiarificatore con i suoi due accusatori diventava una mossa non solo utile, ma necessaria e vitale per la stessa sopravvivenza di “Capelli rossi”.

Tale strana anomalia non può essere in alcun modo spiegata con la versione del Pjatakov stalinista a partire dal 1928, ma solo ed esclusivamente ammettendo che nel 1936 Pjatakov fosse realmente ancora un trotzkista clandestino, che faceva il “doppio gioco” rispetto a Stalin: una particolare e rischiosissima posizione che gli rendeva assai rischioso chiedere un confronto aperto con i suoi due accusatori, Reingold e Golubenko, e invece assai preferibile l’opzione alternativa, tesa a cercare di continuare a ingannare Stalin sulla sua presunta fedeltà politica senza scontrarsi direttamente con Ezov e l’NKVD.

Ulteriore indizio: l’esagerata, tardiva e assurda reazione di Pjatakov rispetto alle accuse che gli vennero mosse da Ezov, l’11 agosto del 1936. Se infatti “Capelli rossi” non chiese mai di persona aiuto a Ordzonikidze né un confronto diretto con i suoi accusatori, viceversa e sempre nell’agosto del 1936 egli si offrì invece di far parte del plotone di esecuzione che avrebbe potuto giustiziare la sua ex-moglie, arrestata sotto l’accusa di trotzkismo alla fine di luglio del 1936.

Anche l’antistalinista Sebag Montefiore ci informa a questo proposito che, durante il sopracitato colloquio con Ezov, “Pjatakov si offrì di dimostrare la propria innocenza chiedendo che gli venisse “consentito di sparare personalmente a tutti coloro che fossero stati condannati a morte nel processo, inclusa sua moglie, e di pubblicare questa sua dichiarazione sulla stampa”. Da buon bolscevico, era disposto persino a giustiziare la propria consorte. “Gli ho fatto notare l’assurdità di questa sua proposta”, riferì freddamente Ezov a Stalin”.[59]

Risulta subito evidente il carattere tardivo e artefatto della “proposta assurda” di Pjatakov: se infatti quest’ultimo fosse stato realmente sincero, nella sua indignazione politica e morale contro la moglie indagata e sotto accusa per la sua militanza trotzkista, per quale inspiegabile ragione egli aspettò almeno quindici giorni per manifestare la sua “sincera” collera e indignazione nei confronti di quest’ultima, visto che la sua consorte era stata arrestata sotto la pesante accusa di trotzkismo il 27 luglio del 1936 mentre il colloquio con Ezov ebbe luogo invece l’11 agosto? [60]

Per quanto riguarda invece la proposta di Pjatakov di sparare personalmente alla sua seconda moglie, pensiamo non vi siano dubbi sul suo carattere come minimo abnorme: una “proposta indecente” e artificiosa, anche a prima vista.

Troppo esagerata, troppo forzata e troppo tardiva: questa è l’inevitabile valutazione da effettuare rispetto alla “proposta assurda” di Pjatakov rispetto alla sua seconda consorte, dovuta alla necessità vitale da parte di “Capelli rossi” di non farsi smascherare nel suo pericolosissimo doppiogioco di matrice trotzkista contro Stalin, anche usando a tal fine assurde dichiarazioni di valore solo retorico.

In ultimo, ma non certo per importanza: se Pjatakov risultava davvero innocente rispetto alle accuse di trotzkismo che gli vennero mosse già all’inizio dell’agosto del 1936 da Reingold e Golubenko, non si può che dedurre che questi ultimi mentirono nei suoi confronti e che lo fecero solo a causa di una diretta pressione dell’NKVD e di Stalin nei loro confronti, finalizzata a incastrare Pjatakov con la falsa accusa di attività trotzkista.

A catena, quindi, ne discende da tale tesi che esisteva simultaneamente un piano diabolico di Stalin e dell’NKVD già all’inizio di agosto del 1936 – se non prima – contro il povero, sventurato e innocente stalinista Pjatakov.

Bene, anzi male.

Ma ammettendo per un istante tale ipotesi, per quale assurdo e incredibile motivo Stalin e l’NKVD, gli ideatori del presunto “piano diabolico” contro l’innocente e fedele stalinista Pjatakov, lasciarono in libertà quest’ultimo anche dopo il suo drammatico colloquio con Ezov, per ben un mese e fino all’11 settembre del 1936? Libero per un mese, e ormai messo sull’avviso e a conoscenza delle gravissime accuse che gli venivano mosse; libero e ancora membro a pieno titolo dell’importante Comitato Centrale del partito comunista sovietico; libero e per di più ancora protetto da Ordzonikidze; libero e ben in grado, proprio perché innocente rispetto alle false accuse di trotzkismo che gli venivano mosse, di difendersi dalle calunnie di Reingold e Golubenko.

In sostanza, il sicuro e indiscutibile mese di libertà goduto da Pjatakov dall’11 agosto all’11 settembre del 1936 costituisce un fatto concreto che demolisce la tesi del presunto complotto di Stalin e dell’NKVD ai danni dell’innocente “Capelli rossi”, con tutte le evidenti ricadute del caso.

Ma non solo: anche uno storico antistalinista coma J. A. Getty ha altresì sottolineato che Pjatakov, nel luglio del 1936, era stato incaricato ufficialmente dal potere stalinista di assumere il ruolo di testimone dell’accusa nel futuro processo che ormai, proprio in quel tempo, si stava concretamente preparando a Mosca contro Zinoviev, Kamenev e altri uomini politici sovietici.[61]

Ancora nel luglio del 1936, quindi, il potente vice-commissario dell’industria pesante era così lontano da ipotetiche, presunte e inesistenti macchinazioni ai suoi danni da parte del nucleo dirigente stalinista da essere stato incaricato proprio da quest’ultimo di svolgere un ruolo significativo, pubblico e in prima persona contro famosi oppositori di Stalin quali Zinoviev e Kamenev.

Un diverso criterio di verifica delle nostre tesi rispetto alle posizioni politiche del Pjatakov del 1935-36 ci proviene per l’ennesima volta da parte trotzkista: più precisamente dal diario personale elaborato da Trotskij in persona nel 1935, in una sua nota datata 3 aprile 1935.

In quel giorno, e quindi pochi mesi prima del dicembre del 1935, Trotskij infatti citò Pjatakov , e lo nominò guarda caso senza nessuna critica di alcun tipo alla sua adesione (guarda caso falsa e ipocrita, dalla metà del 1931) alle politiche staliniste; senza avanzare alcun rilievo polemico sul fatto che Pjatakov all’inizio del 1928 avesse rotto politicamente con il movimento antistalinista, ma anzi lodando la capacità di previsione dimostrata da Pjatakov già nel lontano 1926 rispetto a Stalin e al suo carattere vendicativo, senza nemmeno accennare al fatto indiscutibile che proprio Pjatakov, dopo solo due anni e nel 1928, era passato a seguire un uomo così duro e vendicativo come Stalin, e non condannando “Capelli rossi” per tale scelta politica come minimo significativa.

In altri termini, Trotskij trattò e valutò nel 1935 il presunto stalinista Pjatakov in modo relativamente benevolo e con i “guanti bianchi”, a dispetto che quest’ultimo almeno in apparenza fosse ormai collocato a fianco del nucleo dirigente stalinista fin dal 1928 e, per di più, in una posizione molto importante all’interno dell’apparato statale e della burocrazia sovietica di quel periodo.

Qualche dubbio, giudici-lettori? Allora leggetevi direttamente le righe scritte da Trotskij sul suo diario, in data 3 aprile 1935.

“Natalia Sedova mi ha ricordato che, nel 1926, certi amici di quell’epoca si riunirono in casa nostra ad aspettare l’esito di una seduta del Politburo. Entrai con Pjatakov (in qualità di membro del Comitato Centrale, questi aveva il diritto di assistere alle riunioni del Politburo). Agitatissimo, Pjatakov illustrò il corso preso dagli “eventi”. Alla riunione, avevo detto che finalmente Stalin aveva posto la candidatura ufficiale al ruolo di becchino della Rivoluzione e del Partito… In segno di protesta, Stalin abbandonò la seduta, e gli sconcertati Ryzov e Rudzutak proposero e ottennero nei miei confronti una mozione di “censura”. Nel dir questo, Pjatakov si rivolse a me, e aggiunse con forza: “Non ve la perdonerà mai; né a voi, né ai vostri figli, né ai vostri nipoti”. A quei tempi, ricordava Natalia, l’accenno ai figli e ai nipoti suonava lontano, come un semplice giro di frase. Ma proprio a questo si è giunti: ai figli e persino ai nipoti”.[62]

Se veramente Pjatakov nel corso del 1935, nell’aprile del 1935, il 3 aprile del 1935 fosse stato realmente un nemico politico di Trotskij, un vero “miserabile” (giudizio di Lev Sedov) passato al servizio di Stalin senza soluzione di continuità dall’inizio del 1928, non risultano assolutamente comprensibili i motivi per cui il di regola combattivo e polemico Trotskij invece usò un tono così neutro verso Pjatakov, arrivando fino al punto di elogiare quasi esplicitamente la preveggenza dimostrata da quest’ultimo nel 1926; tono “soft”, mancanza di critiche e sommesso elogio a Pjatakov che risultano invece perfettamente compatibili e spiegabili con l’ipotesi opposta, ammettendo cioè che il 3 aprile del 1935 Trotskij e “Capelli rossi” facessero invece parte da tempo, e cioè dalla seconda metà del 1931, della stessa “ditta politica”, risultando entrambi tra i leader principali della costituenda Quarta Internazionale anche nel corso del 1935.

Avvocato del diavolo: “Manca in ogni caso nel diario di Trotskij del 1935 qualunque riferimento alla militanza neotrotzkista di Pjatakov, a partire dal 1931”.

Forse che qualche giudice-lettore, al posto dell’intelligente Trotskij, sarebbe stato così imprudente da mettere per iscritto, in un diario che poteva nel caso peggiore anche capitare “nelle mani sbagliate”, delle informazioni così importanti e pericolose sia per Pjatakov che per la costituenda Quarta Internazionale? Già Trotskij si prese un rischio, anche se minimale, il 3 aprile del 1935 non criticando direttamente Pjatakov, e invece quasi lodandolo per la sua preveggenza rispetto al carattere di Stalin.

Anche nel suo diario del 1935 Trotskij aveva espresso a chiare lettere dei giudizi durissimi contro la “burocrazia” stalinista: uno dei più “gentili” fu quello da lui scritto in data 5 aprile del 1935, nel quale egli accusò la burocrazia stalinista di diffondere tra i giovani “servilità, bizantinismo e una falsa saggezza”. Eppure Pjatakov, che rientrava a pieno titolo nel 1935 proprio nei ranghi più alti della “burocrazia” stalinista in qualità di potente vice-ministro dell’industria pesante, venne invece risparmiato dagli strali e invettive di Trotskij nelle sue note del 3 aprile del 1935: solo un caso?

Sempre Pjatakov era passato dalle fila trotzkiste a quelle staliniste all’inizio del 1928, in modo pubblico e ben conosciuto, risultando quindi uno dei primi “disertori” del movimento politico guidato da Trotskij: eppure quest’ultimo, il 3 aprile del 1935, non fece alcun riferimento alla passata “diserzione” di Pjatakov e non produsse neanche un breve accenno alle vicende politiche del 1928 riguardanti “Capelli rossi”, con il passaggio di quest’ultimo nelle fila degli odiati “burocrati” stalinisti. Solo una dimenticanza fortuita di Trotskij?

Nell’aprile del 1935 sempre Pjatakov, almeno in apparenza, stava agli ordini di quello stesso Stalin di cui aveva previsto, fin dal 1926, il carattere vendicativo: ma anche a tale riguardo, il Trotskij del 3 aprile 1935 non espresse alcun giudizio negativo contro un personaggio ondivago e inaffidabile come Pjatakov, capace di passare proprio al servizio dello stesso uomo, ossia di Stalin, che nel 1926 aveva giudicato invece come feroce e pieno di rancore. Solo un altro caso fortuito?

Se poi confrontiamo il durissimo giudizio esposto da Lev Sedov nel novembre del 1936, secondo cui Pjatakov costituiva “una persona miserabile”, con l’analisi invece pacata e come minimo neutrale elaborata in precedenza nell’aprile del 1935 da Trotskij rispetto a “Capelli rossi”, anche i dubbi meno ragionevoli vengono meno.

Un ultimo elemento di prova deriva dal carattere artefatto ed esagerato dell’articolo scritto da Pjatakov il 21 agosto del 1936 per l’autorevole Pravda, l’organo principale del partito comunista sovietico, quando egli condannò senza remissione (paragonandoli a “carogne”, a “banditi” e a “uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani”) proprio Trotskij e gli altri imputati al primo processo di Mosca iniziato il 19 agosto del 1936, accusati tra l’altro di essere militanti trotzkisti o stretti alleati politici di Trotskij, come nel caso di Zinoviev e Kamenev.

Dopo aver proposto l’11 agosto del 1936 a Ezhov di partecipare a un’eventuale fucilazione di sua moglie, sempre al fine di tentare di salvare la sua ormai pericolante posizione di importante “talpa” trotzkista nelle alte sfere staliniste Pjatakov giunse fino al punto di condannare pubblicamente pochi giorni dopo il suo vero capo politico, ossia Trotskij, definendolo addirittura come una delle “carogne” e dei “banditi” che stava avvelenando “l’aria pulita, l’aria vivificante del paese dei Soviet”, secondo i termini da lui stesso usati nell’articolo pubblicato sulla Pravda.

Siamo quindi in presenza di una mossa allo stesso tempo astuta e disperata da parte di Pjatakov, segnata sia da un abile doppio gioco che da un carattere artefatto che gli verranno rinfacciati in seguito anche da Vysinskij, ossia dal rappresentante della pubblica accusa al secondo processo di Mosca, usando toni oltraggiosi nei suoi confronti ma in quel caso smascherando correttamente la natura tardiva e artificiosa dell’autocritica espressa da Pjatakov sulla Pravda del 21 agosto 1936 (a differenza di Vysinskij riteniamo Pjatakov una figura complessa e tragica di comunista, anche per aver accettato di usare persino dei mezzi ripugnanti per realizzare i nobili fini e le aspirazioni prometeiche che lo animavano, ma su questo tema torneremo alla fine del libro).

Durante il processo del gennaio del 1937, Vysinskij sfruttò e utilizzò infatti proprio l’articolo di Pjatakov del 21 agosto del 1936 per evidenziare come “anche Pjatakov” (come del resto Radek, sempre nello stesso periodo e sullo stesso argomento) “ha scritto articoli sulla scoperta del centro trotzkista/zinovieviano unificato di banditi e di terroristi. Pjatakov scaglia fulmini contro l’attività controrivoluzionaria, abbietta, impregnata, come diceva, di un intollerabile lezzo di doppiezza, di menzogna e d’inganno. Che dirà oggi Pjatakov, per stigmatizzare la propria decadenza morale, il proprio “lezzo di menzogna e d’inganno?” Pjatakov troverà queste parole? E se anche le trovasse, che valore attribuire ad esse, chi le crederà vere?”

Pjatakov scriveva: “Non ho parole per esprimere pienamente la mia indignazione, il mio disgusto. Ecco degli uomini che hanno perso gli ultimi tratti umani. Bisogna distruggerli, distruggerli come una carogna che avveleni l’aria pura, l’aria vivificante del Paese dei Soviet, come una carogna pericolosa che può provocare la morte dei nostri capi e che ha già provocato la morte di uno degli uomini migliori del nostro paese, di quel bravo compagno e dirigente che fu S.M. Kirov”.

Pjatakov singhiozza sul corpo di Kirov, che egli stesso ha ucciso. “Il nemico del socialismo vittorioso nel nostro paese sa nascondersi”, scriveva Pjatakov, guardandosi allo specchio. “Si adatta alla situazione”, dice Pjatakov, facendo il bello davanti allo specchio. “Egli simula”, dice Pjatakov – ah! Che abile simulatore sono!… “Egli mente”. Hum! Pensa Pjatakov, come non mentire in una simile situazione. “Cancella le proprie tracce”… “Approfitta della fiducia”…

Ecco quanto scrive Pjatakov, cancellando la traccia sanguinante dei propri delitti: “Molti di noi e io tra questi, per la nostra indolenza, la nostra bonomia, la nostra disattenzione per quelli che ci circondano, senza accorgersene, hanno aiutato questi banditi nei loro tenebrosi intrighi”. Che trucco stupefacente! Pjatakov non vigilava abbastanza. Ecco, dunque, di che cosa si confessa colpevole Pjatakov. Anche questo è un sistema comune tra i criminali incalliti. Quando un uomo è accusato di assassinio per rapina, egli si confessa colpevole di rapina. Quando è accusato di furto con scasso, egli si riconosce colpevole soltanto di furto. Quando lo si accusa di furto, egli si riconosce colpevole, al massimo, di ricettazione.

È una vecchia tattica dei criminali di professione. Pjatakov teme di essere “pizzicato”, smascherato e scrive sui giornali, piomba sul nemico e non risparmia nemmeno sé stesso. Eccoti, dice Pjatakov a sé stesso, guardare in aria senza accorgerti di quello che accade intorno a te. Ma quel che si fa, non lo si fa attorno a te: sei tu che lo fai”.[63]

Forniamo subito una prima verifica incrociata anche di questa nostra tesi, utilizzando a tal fine l’articolo scritto da Preobrazensky e pubblicato sull’autorevole Pravda il 23 agosto del 1936, con cui quest’ultimo commentò a modo suo il primo processo di Mosca che si stava tenendo proprio in quei giorni nella capitale sovietica contro Zinoviev, Kamenev e altri imputati.

Si è già notato in precedenza che il ritorno clandestino di Preobrazensky alla militanza trotzkista, a partire dal 1931, risulta un fatto indiscutibile e ammesso persino dallo storico trotzkista Brouè. In base alla sua precisa e coraggiosa scelta di campo antistalinista, forse il neotrotzkista Preobrazensky difese sulla Pravda gli imputati dell’agosto del 1936 e soprattutto il suo leader politico reale anche se occulto, e cioè Trotskij, accusato in contumacia di crimini gravissimi anche durante il primo processo di Mosca?

Non proprio, visto che nel suo scritto dell’agosto del 1936 il dirigente trotzkista Preobrazensky giunse, con formidabile spudoratezza e per cercare di mascherare il suo rischiosissimo doppio gioco contro Stalin, fino al punto di valutare e considerare come “crimine massimo” dei “cospiratori” allora smascherati aver “cercato di colpire Stalin, il continuatore dell’opera di Lenin, l’organizzatore e ispiratore di tutte le vittorie nostre, il più grande uomo della nostra epoca”, augurando invece a Trotskij “cane arrabbiato del fascismo, la morte miserabile che merita”, maledicendo “tre volte” il proprio passato vergognoso” di trotzkista.[64]

Se a giudizio del Pjatakov del 21 agosto del 1936 Trotskij costituiva una “carogna” e un “bandito”, Preobrazensky lo definì a sua volta come “un cane arrabbiato del fascismo”: pur di salvare l’organizzazione clandestina di cui facevano parte, oltre che ovviamente la loro pelle, i due dirigenti neotrotzkisti – dal 1931 – usarono quindi nei confronti del loro leader politico in esilio dei termini e dei giudizi sicuramente poco lusinghieri.

A mali estremi, estremi rimedi.

In modo scaltro e molto spregiudicato, pertanto, un uomo coraggioso come Preobrazensky, la cui reale militanza trotzkista a partire dal 1931 era stata riconosciuta persino da Brouè, si sforzò di presentarsi in pubblico come un fedele stalinista e di conseguenza, il 23 agosto del 1936 e sull’autorevole Pravda, descrisse proprio Trotskij, ossia il suo reale capo politico, come “un cane arrabbiato del fascismo”; egli mentì coscientemente fino al punto di “maledire tre volte il suo passato vergognoso” (non certo un “passato” ma viceversa un suo “presente” molto concreto nell’agosto del 1936) di trotzkista, utilizzando quindi il 23 agosto del 1936 la stessa tattica difensiva adottata a sua volta anche da Pjatakov, il 21 agosto del 1936 e sempre sulla Pravda.

Seconda controprova della nostra tesi: sempre sulla Pravda e sempre durante lo svolgimento del primo processo di Mosca, anche Radek – lo stesso Karl Radek destinatario della lettera di Trotskij del marzo del 1932, colui che nel 1933 indicò Stalin come il principale responsabile della vittoria di Hitler, l’autore delle congratulazioni al nazista Ernst Köstring nel marzo 1936, ecc. – scrisse un articolo nel quale a sua volta egli scagliò tutta una serie di epiteti e di insulti contro Trotskij, ossia contro il suo reale (seppur segreto) leader politico; ancora una volta venne utilizzata nel 1936 in modo creativo la regola generale del “a mali estremi, estremi rimedi” da parte di un dirigente della sezione sovietica della Quarta Internazionale, come nei casi sopracitati di Pjatakov e Preobrazensky.

A questo punto si può ormai effettuare una breve sintesi dei risultati acquisiti finora.

Trotskij ha sicuramente spedito una lettera a Radek nel corso del 1932, come risulta dalla ricevuta di spedizione trovata nell’archivio Trotskij di Harvard.

Nel marzo 1932 Radek risultava pertanto un simpatizzante clandestino della Quarta Internazionale in terra sovietica (perché spedire una lettera al personaggio che, secondo Trotskij, aveva denunciato alla fine del 1929 Blumkin, ecc.).

Radek continuò ad essere un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale, che simultaneamente faceva il doppio gioco con Stalin anche dopo il 1932 (P. Brouè e l’articolo di Radek sulla Izvestia nell’agosto del 1936, testimonianza di Deutscher sul Radek del 1933 e dopo la vittoria di Hitler, ecc.)

A sua volta anche Pjatakov, nel corso del 1931, era tornato ad essere un dirigente clandestino della Quarta Internazionale (testimonianza di Littlepage, incontro “casuale” con Lev Sedov a Berlino e assoluta improbabilità della “casualità” dell’incontro, ecc.).

Pjatakov continuò ad essere in segreto un dirigente trotzkista della Quarta Internazionale che faceva il doppio gioco con Stalin anche dopo il 1932 (mancata richiesta diretta di aiuto a Ordzonikidze e di un confronto diretto con i suoi accusatori, nell’agosto-settembre del 1936 e prima di essere arrestato, ecc.).

Inoltre esisteva e operava realmente una sezione clandestina della Quarta Internazionale in terra sovietica sia nel 1928-32, come stabilito anche da Brouè, che anche dopo il 1932: Mrackovskij libero, la dichiarazione di Trotskij del gennaio 1936 rispetto alla “temprata” e “forte” sezione sovietica della costituenda Quarta Internazionale, ecc.

Come controprova di valore generale per le nostre tesi, abbiamo a disposizione anche la scomparsa materiale delle lettere sicuramente spedite da Trotskij a Radek e Preobrazensky, all’inizio del 1932. Tali misteriose ma sicure scomparse, dovute sicuramente a una “mano amica” trotzkista (forse lo stesso Trotskij, forse Deutscher), hanno come sola spiegazione possibile che “l’angelo custode” trotzkista che le eliminò materialmente agì in tal senso perché tali missive risultavano controproducenti sul piano politico rispetto alla Quarta Internazionale, rivelando dei segreti compromettenti di quest’ultima che dovevano restare invece nascosti all’opinione pubblica: a partire ovviamente dall’identità e dalle azioni concrete svolte in URSS da finti stalinisti, da reali trotzkisti e doppiogiochisti contro Stalin come per l’appunto erano Radek, Preobrazensky e Pjatakov a partire dal 1931/32.

Come sottoprodotto dell’analisi svolta finora, risulta inoltre che non solo Trotskij fosse il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale anche nella sua sezione allora operante in Unione Sovietica, elemento del resto non contestato neanche dalla “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov, ma altresì emerge anche come Trotskij risultasse in collegamento politico-organizzativo (segreto e clandestino, certo) con i suoi seguaci operanti in Unione Sovietica, come dimostrano tra l’altro sia le sue lettere a Radek e Preobrazhensky del 1932 che le sue dichiarazioni del gennaio del 1936 sul relativamente buono “stato di salute” della sezione sovietica della Quarta Internazionale: è ovvio che Trotskij, per poter effettuare tale giudizio, ricevette informazioni, contatti e notizie (per vie segrete e clandestine) dai suoi seguaci, dai dirigenti e militanti trotzkisti che operavano allora clandestinamente in Unione Sovietica.

Per la nostra indagine in via di sviluppo, questi risultati provenienti da fonti sicure e quasi tutte di matrice trotzkista acquisiscono subito una grande importanza: risulta infatti appena il caso di ripetere che se Pjatakov e Radek fossero stati dei “nemici accaniti” di Trotskij e del trotzkismo, come sostenne lo stesso leader della Quarta Internazionale nel gennaio e nell’aprile del 1937, non vi sarebbe infatti stato alcun movente politico di base e alcuna ragione plausibile perché Pjatakov volesse effettuare il suo reale/presunto volo verso Oslo, nel dicembre del 1935.

Ma visto che, contrariamente alla grande menzogna di Trotskij, Pjatakov e Radek risultavano realmente militanti trotzkisti (clandestini e doppiogiochisti nel 1932-36), tale fatto sicuro non solo ridefinisce la posizione politica concreta nel periodo in oggetto, ma fornisce altresì un movente sicuro, una ragione sicura e una sicura predisposizione soggettiva favorevole per il volo del dicembre del 1935, sia dalla parte di Trotskij che da quella di Radek e Pjatakov: con Pjatakov e Radek operanti come dirigenti di alto livello della clandestina organizzazione sovietica, e con Trotskij nel ruolo di leader mondiale della Quarta Internazionale, il bisogno di un incontro tra le due “parti” diventava un fatto ovvio e scontato, un desiderio ovvio e scontato.

Partendo dalla posizione reale di Trotskij, dopo la prova sicura della sua colossale menzogna rispetto ai suoi reali rapporti con Pjatakov e Radek la questione non è più “perché mai Trotskij avrebbe dovuto/potuto incontrare Pjatakov e Radek”, visto che essi erano degli stalinisti e suoi nemici giurati; la questione non risulta più domandarsi perché mai Trotskij avrebbe dovuto incontrare Pjatakov, estraneo al movimento della Quarta Internazionale e un “nemico” politico di quest’ultima, ma viceversa per quale motivo Trotskij non avrebbe dovuto e voluto incontrare un suo importante dirigente clandestino in terra sovietica, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

Un evento altrimenti assurdo (perché incontrare nel dicembre del 1935 Pjatakov, un “nemico” del trotzkismo dal 1928?), attraverso la ricevuta del 1932 e le bugie di Trotskij su Pjatakov e Radek si trasforma pertanto in un evento perfettamente razionale e desiderabile dal punto di vista di Trotskij, se le circostanze lo avessero permesso/richiesto e sempre calcolando il rapporto tra rischi e vantaggi.

Riesaminando a sua volta la questione dalla posizione di Pjatakov, dopo la grande menzogna di Trotskij il problema non risulta più per quale motivo il presunto stalinista Pjatakov avrebbe dovuto incontrare un suo presunto “nemico accanito”, alias Trotskij, ma viceversa perché mai Pjatakov non avrebbe voluto incontrare il suo leader politico in esilio, se le condizioni concrete lo avessero permesso e richiesto.

La colossale bugia di Trotskij rispetto alle sue reali relazioni con Radek e Pjatakov, nel corso del periodo compreso tra il 1932 e il 1936, cambia in sostanza tutta la prospettiva e l’orizzonte generale attraverso cui si deve analizzare la questione del volo di Pjatakov del dicembre 1935, visto che il leader in esilio e uno dei capi dell’organizzazione clandestina trotzkista in URSS avrebbe sicuramente voluto e desiderato vedersi e incontrarsi di persona, circostanze concrete permettendo e richiedendo.

Proprio per questo fondamentale motivo Trotskij, nel gennaio del 1937 e nell’aprile del 1937, cercò in tutti i modi di nascondere e negare categoricamente i suoi reali rapporti clandestini con Pjatakov e Radek, negli anni compresi tra il 1931 e il 1936: da persona molto intelligente, si rese conto benissimo delle enormi ricadute negative di tale sua (reale) interconnessione politica con i due personaggi in oggetto, ovviamente contro di sé e la costituenda Quarta Internazionale.

Pertanto Trotskij disconobbe sul piano politico Pjatakov, trasformandolo in un fedele stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Pertanto disconobbe sul piano politico Radek, trasformando anch’esso in un fedele stalinista ingiustamente condannato dal leader georgiano.

Sempre per nascondere la vera “casa madre” trotzkista di Radek e Pjatakov, nel periodo compreso tra il 1931 e il 1936, Trotskij in prima persona, oppure lo storico trotzkista Deutscher, o il fedele militante trotzkista Van Heijenoort fecero sparire dagli archivi di Trotskij le lettere inviate dal primo a Radek e Preobrazhensky.

La grande menzogna elaborata da Trotskij sui suoi rapporti reali (di collaborazione politica, e non certo di violenta e costante “inimicizia”) con Radek e Pjatakov altresì rende quasi nulla la credibilità della versione di Trotskij non solo rispetto ai suoi rapporti (reali e clandestini) con Radek e Pjatakov, ma anche e soprattutto rispetto al volo/colloquio di Pjatakov: la sua tesi “negazionista” rispetto al volo di Pjatakov e ai suoi rapporti con Radek, perde già ora gran parte della sua credibilità.

Chi ha mentito su un elemento importante di una determinata questione è probabile che dica bugie anche su un altro punto collegato al primo, se sussiste un legame immediato tra i due nodi in via d’esame (nessun rapporto di alcun genere tra Trotskij e Pjatakov/Radek, e quindi nessun volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij) che è fortissimo ed è stato riconosciuto dallo stesso Trotskij: di conseguenza, inevitabile e necessaria, la grande menzogna di Trotskij aumenta come minimo sensibilmente il livello di credibilità delle testimonianze rese da Pjatakov e Radek rispetto non solo all’esistenza dei loro rapporti (reali e clandestini) con Trotskij, ma anche al volo e colloquio segreto del dicembre 1935.

Abbiamo pertanto ottenuto un’importante prova indiretta a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov a Kjeller, nel dicembre del 1935: ma tale indizio concreto viene affiancato inevitabilmente da un’altra e diversa prova, se teniamo conto che dire volutamente bugie e mentire coscientemente su un punto fondamentale di un “delitto” costituisce un segnale chiaro, diretto e inequivocabile di colpevolezza del bugiardo e del mentitore, ossia dell’intelligente e astuto Trotskij nel caso specifico che stiamo esaminando.

In altri termini, riteniamo che la grande menzogna di Trotskij sui suoi reali rapporti politici con Pjatakov e Radek costituisca già di per sé una prova di colpevolezza a carico del leader in esilio della Quarta Internazionale riguardo al particolarissimo “delitto” di cui egli era stato accusato, e cioè il suo reale/presunto colloquio segreto con Pjatakov nel dicembre del 1935.

Approfondiamo tale questione: a nostro avviso non vi sono dubbi che un determinato soggetto, accusato di un particolare delitto, risulti quasi sicuramente colpevole quando e se egli elabori coscientemente delle bugie evidenti e lampanti rispetto a un punto importante del “delitto” in oggetto, in base anche solo al comune buon senso.

Se un soggetto T. afferma infatti che da molti anni non ha mai avuto relazioni di alcun tipo con i soggetti P. e R., sostenendo che essi risultano invece dei suoi nemici accaniti da lungo tempo; se poi l’inesistenza di rapporti di collaborazione con P. e R. costituisce a giudizio anche dello stesso soggetto T. una prova importante a favore della sua innocenza, ossia dell’inesistenza del “delitto” (ossia un colloquio segreto) di cui egli viene accusato; dati questi presupposti, una volta che venga invece dimostrata sia la bugia di T. che la reale esistenza di rapporti di collaborazione tra T. e il duo P./R. durante il periodo in via di esame, dal 1931 al 1936, il soggetto T. risulta probabilmente colpevole del “delitto” di cui viene accusato, ossia di aver realmente incontrato Pjatakov nel 1935.

Ogni accusato, ivi compreso il nostro soggetto T., ha ovviamente il diritto di mentire per difendere la propria posizione e i suoi interessi, ma tale lato della medaglia ha inevitabilmente il suo aspetto negativo: una volta dimostrate le menzogne di Trotskij su un punto come minimo importante per il “delitto” del quale venne accusato, la sua posizione risulta infatti indifendibile anche perché quest’ultimo non poteva non sapere e non ricordarsi di avere spedito a Radek la ormai famosa lettera dell’inizio del 1932, di cui ci resta – guarda caso – solo la ricevuta negli archivi Trotskij di Harvard; anche perché Trotskij ricordava benissimo, davanti alla commissione Dewey, di aver definito astutamente Radek un caso umano “di degenerazione ideologica e morale” nella sua lettera a Weisbord del 14 maggio 1932, e proprio cercando abilmente di negare di fronte ad essa l’esistenza della missiva segreta invece da lui realmente spedita a Radek, nel marzo di quello stesso anno.

Un ragionamento analogo va altresì effettuato anche rispetto all’esistenza indiscutibile della lettera inviata da Trotskij a Radek, all’inizio del 1933, definita invece “presunta” e quindi inesistente dal leader in esilio della Quarta Internazionale: troppe menzogne, da parte di Trotskij, e a cascata troppi indizi di colpevolezza a suo carico sono ormai emersi anche solo a questo punto della nostra indagine.

Dopo aver superato i dubbi ragionevoli, passiamo comunque al compito di sradicare di nuovo anche quelli decisamente poco razionali rispetto alla scelta di campo e alla posizione politica assunta da Pjatakov e Radek negli anni compresi tra il 1932 e l’agosto del 1936.

Utilizziamo a tale scopo, come criterio generale di verifica incrociata, una tipologia assai singolare di lotta politica: ossia la particolare e creativa forma di doppiogioco espressa da Radek più volte dal 1932 in poi,  sempre in senso antistalinista ma condita da una forte dose di umorismo e di satira politica, allo stesso tempo ben calibrata e mascherata.

La reale posizione e il livello di doppiogiochismo di Radek nei confronti di Stalin viene infatti comprovato ulteriormente dalla creazione da parte di Radek di numerose barzellette e scherzi antistalinisti, durante gli anni Trenta: in questo senso vanno tra le altre testimonianze del giornalista antistalinista J.B. Hurron, che visse a Mosca dal 1934 al 1938, oltre che del grande musicista sovietico D.D. Shostakovitch.[65]

Lo storico antistalinista W. Lerner, che aveva negato con forza la tesi che Radek fosse tornato alla militanza trotzkista clandestina nel 1932, aveva in ogni caso preso in esame un articolo di Radek pubblicato dall’autorevole Pravda in data 1° gennaio del 1934 e intitolato “L’architetto della società socialista”: proiettato in un futuro immaginario del 1967, esso descriveva Stalin non solo come il più grande leader del partito bolscevico e dell’Unione Sovietica, ma anche nel ruolo di migliore dirigente politico che il mondo avesse fino ad allora conosciuto, dipingendolo in tono enfatico come “una calma, invincibile figura” che aveva determinato “la prossima vittoria della rivoluzione mondiale”.[66]

Rispetto a tale scritto di Radek del 1934, che immaginava a modo suo il futuro del mondo nel 1967, Lerner fu costretto a notare che una “tale ovviamente insincera idolatria” nei confronti di Stalin “era completamente fuori linea dal carattere di Radek”, e che tale chiara falsità faceva a sua volta ipotizzare seriamente che l’articolo del 1° gennaio del 1934 costituisse “un colossale gioco d’azzardo” di Radek contro Stalin, ossia una sua sottile ma concreta satira e presa in giro del leader georgiano al potere.[67]

Condividiamo l’ipotesi avanzata molto cautamente da Lerner: mentre svolgeva abilmente il suo ruolo di infiltrato, prodigandosi anche in lodi esagerate e insincere verso il leader georgiano, l’astuto e brillante Radek simultaneamente mostrava cautamente la sua vera natura trotzkista elogiando da un lato Stalin in modo eccessivo e controproducente, e dall’altro utilizzando il suo innegabile senso dello humour nella produzione, apparentemente innocua e facilmente scusabile, di barzellette e motti di spirito antistalinisti.

Ma Radek, assieme al suo mandante Trotskij, si divertì alle spalle di Stalin anche durante il primo congresso degli scrittori sovietici, tenutosi a Mosca e sotto gli occhi di Stalin nell’agosto del 1934.

In quell’occasione, essendo esposto al diretto controllo del nucleo dirigente stalinista, Radek prese infatti una posizione quasi completamente “ortodossa” sui problemi del rapporto tra letteratura, socialismo e realismo socialista in campo artistico, elogiando tra l’altro più volte Stalin e la sua linea politica e autocriticandosi in pubblico per la sua precedente adesione al trotskismo nel corso del 1923-29: ma simultaneamente l’astuto Radek riuscì in ogni caso a inserire con prudenza, persino in quell’occasione, dei riferimenti spregiudicati almeno rispetto ad un autore molto particolare, ossia Ignazio Silone.

In questo caso Radek rilevò, nel corso del suo (tra l’altro molto interessante) intervento dell’agosto del 1934: “provate” (rivolto alla platea di scrittori sovietici e europei) “a trovare un grande artista contemporaneo che vi fornisca un libro veritiero rispetto alla nazione italiana, un libro che potrebbe convincere i contadini e noi che il fascismo ha portato la liberazione al paese Italia. Di sfuggita, esiste un libro veritiero rispetto alla vita di villaggio italiano: un libro scritto da Silone, un uomo che ha commesso grandi errori politici nella sua vita, ma che ha fornito un ritratto veritiero in questo caso, dato che egli è nemico del fascismo”.

Il libro “Fontamara” di Ignazio Silone costituì il testo letterario a cui fece riferimento Radek, che continuò il suo discorso sottolineando sempre “di sfuggita” che “la verità rispetto alla nazione italiana può essere solo questa: che il fascismo italiano non ha distrutto il potere dei latifondisti, non ha fatto cessare lo sfruttamento capitalista dei contadini, non ha distrutto, ma ha invece rafforzato l’oppressione della burocrazia nel paese fascista”.[68]

Avvocato del diavolo: “Ma cosa prova questa vostra citazione, rispetto alla valutazione positiva effettuata da Radek sul libro “Fontamara” di Silone?”

Nel luglio del 1931 Ignazio Silone era stato espulso dal partito comunista italiano per la sua complicità con due ex dirigenti del partito, F.L. Leonetti e P. Tresso, a loro volta espulsi dal PCI sotto l’accusa (veritiera, indiscutibile) di trotskismo, tanto che Tresso era diventato dal 1931 uno dei principali collaboratori dello stesso Trotskij all’interno del nucleo direttivo della costituenda Quarta Internazionale: Radek stava quindi lodando un libro scritto da un simpatizzante trotskista del 1930 quale era Silone, tra l’altro rimasto anche in seguito un accanito antistalinista, davanti a un congresso di scrittori organizzato con cura dal nucleo dirigente stalinista, definendo tale accanito avversario del leader georgiano come un “artista contemporaneo”, capace di produrre “un libro veritiero” rispetto all’Italia dell’inizio degli anni Trenta.

La situazione si fa ancora più chiara notando che nel libro Fontamara emerge, anche se in via secondaria, una critica al partito comunista italiano, allora schierato su posizioni staliniste. Nel libro, infatti, si descrive anche un funzionario clandestino del PCI che cerca di prendere contatto con i contadini in rivolta del posto e con il loro leader, Berardo Viola, ma quest’ultimo – l’eroe indiscusso del romanzo di Silone – si stanca presto di lui per la sua petulanza e lo butta in un fosso: la tesi (secondaria, ma reale) del libro di Silone è che il PCI stalinista di quel periodo risultava come minimo poco abile nel rapportarsi con i contadini italiani in rivolta.

Ma l’abile e astuto Radek riuscì anche a citare il tema dell’“oppressione burocratica”: certo solo rispetto all’Italia (stava dopotutto parlando sotto gli occhi di Stalin, che aveva voluto direttamente l’organizzazione del congresso di scrittori sovietici in oggetto), ma in ogni caso egli si riferì sottilmente anche a quell’”oppressione burocratica” che, secondo Trotskij, dal 1927 “la burocrazia stalinista” esercitava sull’Unione Sovietica e specialmente sui contadini, sempre a giudizio di Trotskij e fin dal 1930 danneggiati dalla collettivizzazione imposta da Stalin contro le campagne sovietiche.

Avvocato del diavolo: “Le vostre tesi costituiscono solo supposizioni paranoiche”.

Allora deve essere ugualmente una nostra “supposizione paranoica” anche lo scritto di Trotskij pubblicato nel dicembre del 1934 sulla rivista “New International”, e intitolato significativamente “Fontamara”: un breve articolo di Trotskij che segue solo di pochi mesi l’intervento di Radek al congresso degli scrittori sovietici dell’agosto 1934.

Forse tale titolo non ha alcun riferimento rispetto al libro di Silone? Leggiamo pertanto assieme l’inizio del breve scritto di Trotskij, giudici-lettori, rispetto a “Fontamara”.

“Questo è un libro rilevante. Dal suo inizio alla sua frase conclusiva è rivolto contro il regime fascista, le sue bugie, brutalità e abomini. Fontamara è un libro di appassionata propaganda politica. Ma in tale passione rivoluzionaria raggiunge tali vette da risultare una creazione genuinamente artistica… Silone possiede un’intima conoscenza dei contadini italiani”.[69]

Si, Trotskij stava sicuramente parlando e lodando Silone per il suo libro Fontamara, come il suo compare (e doppiogiochista) Radek: e come quest’ultimo, anche se usando questa volta espressioni non mascherate, Trotskij parlò di “burocrazia” e di “burocrazia ufficiale” sovietica. Nel suo breve scritto del 1934, infatti, Trotskij chiese retoricamente: “questo libro” (Fontamara) “è stato pubblicato in Unione Sovietica? È venuto a conoscenza delle case editrici della Terza Internazionale? Questo libro merita una circolazione di molti milioni di copie. Ma qualunque possa essere l’atteggiamento della burocrazia ufficiale” (stalinista, sovietica) “verso quelle opere che appartengono alla genuina letteratura rivoluzionaria, Fontamara ne siamo certi, troverà la sua via per le masse. È dovere di ogni rivoluzionario aiutare questo libro a circolare”.[70]

I vantaggi che il duo Trotskij-Radek si assicurava, con “l’operazione Fontamara” dell’agosto-dicembre 1934, non erano solo farsi beffa di Stalin e del suo regime, come con le barzellette antistaliniste di Radek, e allo stesso tempo “aiutare a circolare” (Trotskij) il libro in oggetto dell’antistalinista Silone, ma soprattutto mostrare la loro astuzia e il loro contropotere (“praticamente sotto gli occhi di quel babbeo di Stalin e della sua stupida polizia segreta, siamo riusciti a lodare pubblicamente un antistalinista dichiarato come Silone”) ai dirigenti e quadri trotskisti operanti allora in Unione Sovietica.

Ma si può evidenziare anche un’altra ricaduta positiva che l’abile coppia Radek-Trotskij trasse dall’“operazione Fontamara”.

Il libro Fontamara era stato infatti scritto da Silone nel 1930/31 e venne pubblicato in lingua tedesca nel 1933, raggiungendo un notevole successo di critica e di pubblico che arrivò via via a lambire anche la stessa Unione Sovietica stalinista di quel tempo. Come notò infatti lo storico D. Biocca, “la diffusione” (di Fontamara) “superò anche le più ottimistiche previsioni; si spinse fino a Mosca, dove i circoli sovietici degli scrittori proposero la pubblicazione del romanzo malgrado le posizioni politiche del suo autore” (antistaliniste) “fossero ormai ben note. Anche il dirigente comunista italiano Giovanni Germanetto, trasferitosi in Russia, si adoperò perché il libro fosse tradotto e diffuso nelle biblioteche dell’URSS”, arrivando a mandare una lettera a Silone nel 1934.[71]

A partire dal 1933, pertanto, si creò un contrasto secondario ma reale tra i molti scrittori sovietici che volevano la pubblicazione nel loro paese del libro Fontamara e le autorità di Mosca, che si opponevano invece a tale operazione soprattutto per i recenti trascorsi antistalinisti di Silone, emersi con chiarezza nel 1930/31. Tale contraddizione venne utilizzata nel 1934 in un modo abile dal duo Trotskij-Radek: quest’ultimo, seppur con estrema prudenza, evitando di citare il titolo del libro e sottolineando per forza di cose i “grandi errori politici” commessi da Silone, senza subire danni riuscì in ogni caso ad evidenziare i meriti di Fontamara davanti a una platea di scrittori sovietici, già interessati a conoscere l’opera in lingua russa: lasciati passare alcuni mesi dall’agosto del 1934, per non dare adito a eventuali sospetti di Stalin e dell’NKVD, Trotskij a sua volta completò il cauto lavoro di Radek, chiedendo apertamente la pubblicazione in terra sovietica del libro in oggetto scritto dell’antistalinista Silone.

Un’ottima divisione del lavoro tra i due, con una (piccola, ma reale) ricaduta politica antistalinista, ottenuta tra l’altro proprio sotto gli occhi di Stalin e durante un congresso di scrittori sovietici voluto fortemente dal leader comunista georgiano.

A questo punto va solo evidenziato che uno storico preparato come Dario Biocca, documenti della polizia italiana alla mano, ha provato senza lasciare spazio a dubbi che Ignazio Silone era diventato addirittura un informatore (con lo pseudonimo di “Silvestri”) dell’apparato repressivo italiano tra il 1919 e il 1930, in un rapporto costante che quest’ultimo costruì dopo il 1922 con un alto funzionario fascista, impegnato direttamente nella lotta contro i comunisti italiani: la frase del Radek del 1934 sull’Ignazio Silone “nemico del fascismo” deve essere pertanto corretta, e in modo profondo.[72]

Sempre a proposito di scherzi e “giochi” mentalmente pericolosi: anche Pjatakov, nel giugno-luglio del 1936, stava per ingannare in modo clamoroso il troppo fiducioso Stalin e il suo nucleo dirigente politico.

Si è già accennato che in quei mesi estivi del 1936, quando Stalin e l’NKVD stavano ancora preparando il primo processo pubblico di Mosca contro Zinoviev, Kamenev e J. Smirnov, il leader georgiano aveva previsto che l’importante ruolo di pubblica accusa stalinista contro gli imputati, accusati tra l’altro di far parte dell’underground antistalinista, sarebbe stato svolto proprio da Pjatakov: ossia proprio da quel Pjatakov che a sua volta, a partire dalla metà del 1931, faceva parte ed era un dirigente dell’organizzazione clandestina trotzkista in terra sovietica.

Se dunque non fosse stata scoperta l’occulta e segreta attività trotzkista di “Capelli rossi” nei primi dieci giorni dell’agosto del 1936, quest’ultimo avrebbe agito in pubblico come pubblica accusa stalinista contro i suoi stessi compagni d’armi e “colleghi” antistalinisti operanti in Unione Sovietica: uno “scherzo” e un azione di infiltrazione magistrale che Pjatakov, fino al momento del suo smascheramento, era ben disposto a mettere in scena davanti al mondo intero.

Complimenti, compagno Pjatakov.

Nessun dubbio, anche irragionevole, è possibile su questo tema specifico: anche degli storici antistalinisti come Karl Schlogel e Lorenz Erren hanno infatti confermato e attestato di recente l’importante posizione politica giudiziaria che Pjatakov era quasi in procinto di assumere, nel giugno/luglio del 1936 e a poche settimane di distanza dal processo pubblico di Mosca.[73]

Se connettiamo tale elemento indiscutibile con l’altrettanto sicura distanza temporale creatasi tra le prime accuse a Pjatakov (inizio di agosto) e il suo arresto (12 settembre), otteniamo come conseguenze inevitabili che “Capelli rossi” era considerato da Stalin un elemento politicamente fidato ancora nel luglio del 1936, e che ancora nel luglio del 1936 Pjatakov non era vittima di alcuna presunta “macchinazione” di Stalin e dell’NKVD nei suoi confronti.

Viceversa era proprio Pjatakov, e fin dal 1931, ad essere implicato direttamente in una particolare e rischiosa “macchinazione di Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista: partecipazione e opera di mistificazione condotta magistralmente e per alcuni anni da “Capelli rossi” e che venne portata alla luce  dagli organi repressivi stalinisti solo nell’agosto-prima metà di settembre del 1936, scoprendo l’abile e temeraria azione di una “talpa” di alto livello che portò Pjatakov vicinissimo e quasi a un soffio dall’assumere concretamente il ruolo paradossale e pirandelliano di pubblico accusatore contro una “congiura” politica nella quale lui stesso era concretamente coinvolto a partire dal 1931.

Passiamo a questo punto all’esame delle condizioni logistiche, materiali, soggettive e politiche che hanno reso possibile il volo/colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij, sia sul piano della fattibilità che su quello della sua segretezza.

 

 

[1] “What’s the deal with Karl Radek”, in http://www.revleft.com

[2] J.A. Getty, “Trotskij in exile: the founding of the Fourth Internazional”, Soviet Studies, vol. 38, n.1, gennaio 1986, pp. 24-35; J.A. Getty e O.N. Naumov, “The road to terror”, p. 38 e p. 256, ed Yale Course Book

[3] “The case of Leon Trotskij”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[4] “The case of Leon Trotskij “, op. cit., terza sessione

[5] P. Broué, op. cit., p. 612

[6] Op. cit., p. 616

[7] V. Rogovin, “1937. L’anno del terrore di Stalin”, cap. quindicesimo, in http://www.marxist.org

[8] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 681, ed. Bollati Boringheri

[9] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., pp. 38 e 256

[10] Op. cit., p. 38

[11] G. Lukács, “Testamento politico”, in gjorgylukacs.worldpress.com

[12] C. Cases. “Su Lukács”, pp. 90-91, ed. Einaudi

[13] J. A. Getty e O. N. Naumov, op. cit., p. 34

[14] Op. cit., pp. 52-53

[15] W. Lacquer, “Russia and Germany: a century of conflict”, p. 168, ed. Weidenfeld & Nicolson

[16] I. Deutscher, “Il profeta in esilio”, p. 221, Ed. Longanesi

[17] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pp. 1005 e 864, ed. Bollati Borighieri

[18] F. L. Carsten, “New evidence against Marshall Tuchacevskij”, in “Slavonic and East European Review”, n. 52, 1974; G. Furr, “New light on old stories about Marshall Tuchacevskij: some documents reconsidered”, estate del 1986

[19] S. Pons, “Stalin e la guerra inevitabile”, p. 33, ed. Einaudi

[20] S. Pons, op. cit., p. 36

[21] “Theodor Oberlander”, in wikipedia.it

[22] S. Pons, op. cit., p. 32

[23] H.W. Klausen, “Zum 120. Geburstag von Karl Radek”, in hanswernerklausen.wordpress.com

[24] K. Radek, “Leo Schlageter: the wanderer into the void”, giugno 1923, in http://www.marxists.org

[25] S. Pons, op. cit., pp. 62-63

[26] S. Pons, op. cit., pp. 60-61

[27] W. Lerner, “Karl Radek. The last internationalist”, p. 165, ed. Stanford University Press

[28] V. Alexandrov, “The Tuchacevsky Affair”, p. 52, ed. MacDonald e co., 1963

[29] Op. cit., p. 52-56

[30] S.Pons, op. cit., pp. 75-77

[31] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione, terza parte

[32] P. Broué, “The “Bloc” of the oppositions against Stalin in the USSR in 1932”, gennaio 1980, in http://www.marxist.org

[33] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., p. 681

[34] P. Broué, “La rivoluzione perduta, op. cit., p. 681

 

[35] P. Broué, op. cit., p. 683

[36] P. Broué, op. cit., pp. 683-686

[37] P. Broué, op. cit., p. 686

[38] P. Brouè, op. cit., p. 826;  “Chronicle of Ter-Vaganian’s life”, in sovlit.org; P. L. Contessi, op. cit., p. 82

[39] Op. cit., p. 687

[40] Op. cit., p. 789

[41] P. Broué, op. cit., p. 687

[42] “Bryukanov Nikolai Pavlovich”, in www.s9.com

[43] S. Sebag Montefiore, “Gli uomini di Stalin”, pp. 70-71, ed. Rizzoli

 

[44] L. Martens, “Stalin, un altro punto di vista”, pp. 196-197, ed. Zambon; J.D. Littlepage, “A la recerche des mines d’or de Siberie”, p. 98, ed. Payot, 1939

[45] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, op. cit., pp. 664-665

[46] “The case…”, op. cit., sesta sessione

[47] P. Broué, op. cit., p. 597

[48] L. Trotskij, “Leon Sedov: son, friend, fighter”, in http://www.marxists.org

[49] P. Broué, “In Germany for the International”, 1993, in www.marxists.org

[50] “The case of…….”, op. cit., sesta sessione

[51] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, p. 22, ed. Longanesi

[52] P. Broué, op. cit., p. 844

[53] I. Deutscher, op. cit., p. 221

[54] S. Sebag Montefiore “Gli uomini di Stalin” p. 208, ed. Rizzoli

[55] O. V. Khlevniuk, “In Stalin’s shadow”, p. 95, ed. Taylor and Francis

[56] S. Sebag Montefiore, op. cit. p. 208

[57] Op. cit. p. 208

[58] A. Getty e P. Naumov, “The road to terror”, p. .283, ed. Yale University Press

[59] S. Sebag Montefiore, op. cit. p. 228

[60] Op. cit. p. 228

[61] J. A. Getty e R. T. Manning, “Stalinist terror”, p. 54 ed. Cambridge University Press

[62] L. Trotskij, “Diario d’esilio 1935”, p. 73, ed. Garzanti

[63] P. L. Contessi, “I processi…”, op. cit., pp. 203-204

[64] P. Spriano, “Storia del partito comunista italiano”, volume terzo, p. 124, ed. Einaudi

[65] W. Lerner, op. cit., pp. 165-210; H. Rappoport, “Joseph Stalin, A Biographical companion”, p. 218, ed. ABC-Clio inc.

[66] W. Lerner, op. cit., p. 160

[67] Op. cit., p. 160

[68] K. Radek, “Contemporary world literature and the task of proletarian art”, agosto 1934, in http://www.marxists.org

[69] L. Trotskij, “Fontamara”, dicembre 1934, in http://www.marxists.org

[70] Op. cit.

[71] D. Biocca, “Silone. La doppia vita di un italiano”, pp. 179 e 340, ed. Rizzoli

[72] D. Biocca, op. cit., pp. 52-53, 65 e 329-330.

[73] K. Schlogel, “L’utopia e il terrore”, p. 198, ed. Rizzoli

McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij

Nel suo articolo intitolato “Il volo di Pjatakov e il negazionismo staliniano”, diviso in due parti, Marco Ferrando ha ripetuto senza sosta l’ormai vecchia litania di matrice trotzkista sulle malefatte e i crimini di Stalin: ma il processo di valutazione del leader comunista georgiano passa inevitabilmente attraverso l’unico criterio di verità disponibile per il genere umano, scoperto ed enunciato da Karl Marx fin dalle sue geniali “Tesi su Feuerbach” del 1845, e cioè la prassi.

La pratica umana.

La praxis collettiva.

La prova del budino sta nel mangiarlo, sosteneva giustamente Engels riprendendo un detto popolare, mentre Lenin approfondì la questione nel suo splendido libro “Materialismo ed empiriocriticismo” sottolineando che “per il materialista, il “successo” della pratica umana dimostra la corrispondenza delle nostre idee con la natura obiettiva delle cose che noi percepiamo”.

Si tratta di un criterio implacabile e molto duro, certo, ma altresì oggettivo e validissimo nel 1845 come nel 2018.

A questo proposito l’analisi materialistica della concreta praxis politico-sociale del 1925-1953, su scala sovietica e globale, ha già demolito e gettato nella pattumiera della storia la logora cantilena di matrice trotzkista intonata da Ferrando su Stalin, facendo emergere quattro colpi demolitori contro di essa.

In primo luogo è stato Stalin, e non certo Trotskij, a dirigere e stimolare il gigantesco processo di industrializzazione, collettivizzazione, alfabetizzazione di massa e creazione di un’industria bellica moderna (carri armati T-34, ecc.) che ha segnato la storia dell’Unione Sovietica dal 1928 al 1940, mentre il mondo capitalistico invece sprofondava nella spirale della grande depressione economica.

È stato Stalin, in secondo luogo, a dirigere quell’Armata Rossa che si è conquistata sul campo il merito principale per la vittoria sul nazifascismo. Proprio Stalin ha guidato quell’eroico popolo sovietico che ha spezzato il collo a Hitler; è stata l’Armata Rossa a liberare Auschwitz, il 27 gennaio del 1945; l’umanità ricorda ancora bene e ricorderà per sempre Stalingrado, non certo Trotskigrado.

Inoltre è stato il nucleo dirigente staliniano a dirigere la formidabile e rapidissima opera di ricostruzione postbellica dell’URSS, superando i danni materiali immani creati dal nazismo spietato e genocida sul suo territorio.

È stato infine il nucleo dirigente stalinista a progettare, promuovere e dirigere il processo di accumulazione di potenza bellica che ha permesso la creazione in pochi anni di un’efficace controforza militare sovietica, a partire dal decisivo settore nucleare (si pensi solo alla prima bomba atomica sovietica dell’agosto 1949): processo gravoso e complesso a cui si deve il contributo principale nell’aver sventato i concretissimi piani di dominio mondiale avviati nel secondo dopoguerra dall’imperialismo statunitense, dotato per quattro anni del monopolio assoluto degli ordigni nucleari e capace, nell’agosto del 1945, di compiere azioni genocide contro i civili inermi di Hiroshima e Nagasaki.

I reali errori politici, a volte molto gravi, commessi dal nucleo dirigente stalinista nel periodo compreso tra il 1925 e il 1953 non riducono e non diminuiscono la gigantesca ed epocale portata storica dei “quattro colpi”, cioè dei successi e delle vittorie politico-sociali conquistate sul campo dall’Unione Sovietica di Stalin.

Nel 1949 persino un trotzkista convinto come Isaac Deutscher, in una sua ostile ma interessante biografia avente per oggetto Stalin, riuscì almeno in parte a fornire una valutazione storica dialettica analizzando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi all’interno del processo di sviluppo della progettualità/praxis globale del leader comunista georgiano, riprendendo il concetto teorico elaborato da Hegel e secondo il quale “il vero è l’intero”.

Pur denunciando “l’inumano dispotismo” di Stalin, Deutscher infatti esaminò e notò con cura sia i successi concreti ottenuti da quest’ultimo sia il fatto che il dirigente georgiano fosse riuscito, almeno in una certa misura, a mettere “in pratica un principio fondamentalmente nuovo di organizzazione sociale”, e cioè a costruire insieme all’azione collettiva del partito comunista e di buona parte della classe operaia sovietica delle relazioni di produzione collettivistiche, seppur deformate.

 

«Si può dire con certezza che Stalin appartiene alla famiglia dei “grandi despoti rivoluzionari” a cui appartennero Cromwell, Robespierre e Napoleone. È opportuno valutare esattamente ogni parola di questa definizione. Stalin è grande se si misura la sua statura dall’ampiezza delle sue imprese, dall’impeto travolgente delle sue azioni, dalla vastità della scena che ha dominato. Stalin è rivoluzionario, non nel senso che sia rimasto fedele a tutte le idee originarie della rivoluzione, ma perché ha messo in pratica un principio fondamentalmente nuovo di organizzazione sociale, un principio che, qualunque sia per essere la sorte riservata a Stalin personalmente o al regime associato al suo nome, sopravvivrà certamente per fecondare l’esperienza umana e per orientarla verso nuove direzioni. Tra le vittorie di Stalin, senza dubbio, si può annoverare anche quella di aver provocato innumerevoli tentativi di imitazione: quanti altri governi hanno tentato di rubargli i suoi fulmini, affermando di aver adottato, anche loro, i metodi dell’economia pianificata? Infine il suo inumano dispotismo non solo ha viziato molte delle sue realizzazioni, ma può ancora suscitare una violenta reazione nella quale forse si potrà anche dimenticare quale sia il vero bersaglio della reazione stessa: se la tirannia dello stalinismo o la sua feconda rivoluzione sociale».[1]

 

Poche pagine dopo, Deutscher notò come «Stalin si accinse (per citare un detto famoso) a cacciare la barbarie della Russia con mezzi barbari. Data la natura dei mezzi impiegati la barbarie cacciata dalla porta è in parte rientrata dalla finestra.

Tuttavia la nazione ha fatto grandissimi progressi in quasi tutti i campi della sua esistenza. La sua attrezzatura produttiva, che intorno al 1930 era ancora inferiore a tutte le nazioni europee di media grandezza, si è dilatata in tale misura e con tale rapidità che oggi la Russia è la prima nazione industriale dell’Europa e la seconda del mondo. In poco più di un decennio il numero delle sue città grandi e piccole si è raddoppiato; e la sua popolazione urbana è aumentata di trenta milioni. Il numero delle scuole di tutti i gradi si è moltiplicato in misura impressionante.

Tutta la nazione è stata mandata a scuola. La sua mente si è risvegliata, e con un tale fervore che difficilmente si lascerà addormentare un’altra volta. La sua avidità di sapere, la sua passione per le scienze e le arti sono state stimolate a tal punto dal governo di Stalin da diventare addirittura insaziabili e preoccupanti. Va anche notato che Stalin, pur tenendo la Russia isolata dalle influenze contemporanee dell’Occidente, ha incoraggiato e promosso lo studio di quella che egli stesso ha definito l’”eredità culturale” dell’Occidente. Forse in nessun paese come in Russia i giovani sono stati educati a un così profondo amore e rispetto per la letteratura classica e l’arte delle altre nazioni…

Né si deve ignorare il fatto che l’ideale insito nello stalinismo (anche se espresso da Stalin in forme grossolane e contorte) non è la dominazione dell’uomo sugli uomini o della nazione sulle nazioni o della razza sulle razze, ma la loro fondamentale uguaglianza. Anche la dittatura del proletariato è intesa come fase di semplice transizione verso una società che dovrà essere senza classi; e il motivo ispiratore è rimasto quello di una comunità di esseri liberi e uguali, non quello di una dittatura».[2]

 

Chiariamo subito che è inutile discutere con Ferrando rispetto a Stalin usando il metodo materialista e  dialettico: sappiamo bene che in questa materia specifica quasi tutti i trotzkisti, con rare e parziali eccezioni del tipo di Deutscher, manifestano una stalinofobia permanente e ormai incurabile.

Il nostro scopo attuale è invece quello di analizzare e verificare le critiche di Ferrando al nostro libro sul tema della collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti: e in questo campo siamo di fronte quasi sempre a un deserto sconcertante.

Innanzitutto già il 28 novembre, di fronte a un articolo del PCL sul caso Olberg, abbiamo elaborato e pubblicato una nostra replica intitolata volutamente “Quattro sfide alla candida ignoranza del PCL sul caso Olberg”, pubblicizzandola in ogni modo e inviandola anche a tutti i siti a nostra disposizione del PCL. Ma quando Ferrando ha mostrato al mondo il suo articolo, pubblicato quasi una settimana dopo e il 3 dicembre 2018, egli non ha risposto in alcun modo alle nostre “quattro sfide” rispetto a Valentin Olberg; non ha affrontato in alcun modo le questioni che avevamo sollevato relativamente al caso Olberg, oltre che alla collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti che emerge da esso.

Siamo dunque in presenza di un chiaro segno di debolezza di Ferrando e di un pesante segnale di sconfitta, mascherata (molto male) dal silenzio.

Ripetiamo pertanto almeno le prime tre sfide in oggetto, rimaste senza alcuna risposta.

 

“Prima sfida per il PCL: come può spiegare che Olberg non si dichiarò in nessun modo stalinista, e più precisamente una talpa e un agente provocatore stalinista, quando egli venne arrestato agli inizi di gennaio del 1936, proprio dalla polizia stalinista, ossia dal suo (presunto) “datore di lavoro”?

Seconda sfida. Proprio seguendo l’ipotesi avanzata dal PCL non si può spiegare in alcun modo perché Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non abbia affermato e dichiarato subito, nel gennaio 1936, sia verbalmente che per iscritto, che egli volontariamente si era finto trotzkista dal 1929 al gennaio 1936, su incarico della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca; che egli si era volontariamente presentato e fatto passare per trotzkista durante sette lunghi anni, dal 1929 fino all’inizio del 1936, su incarico e dietro ordini proprio della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca.

Terza sfida per il PCL: come può spiegare la distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg, il presunto agente stalinista, ricevette il falso passaporto honduregno nel 1935 dai nazisti e quello nel quale egli confessò tale elemento decisivo alla polizia stalinista nel maggio del 1936?

Infatti un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di più di un anno creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, ossia nel giugno del 1936.

Lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.

Seppur involontariamente, lo storico antistalinista Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: la falla emerge quasi subito, sempre accettando come veritiera tale ipotesi.

Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro e innegabile.

Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale clamoroso aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro elemento sicuro e riportato persino dall’antistalinista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi concreti rapporti logistici con Tukalevskij e i nazisti.

Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di circa cinquecento giorni tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936, dieci mesi dopo) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.

È solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i circa cinquecento giorni che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936, più di un anno dopo?

Per niente: si tratta invece di un’informazione sicura che demolisce ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente  l’ipotesi opposta, di una notizia sicura rispetto a una condotta di Olberg imperniata sul seguire scrupolosamente la “regola del silenzio” rispetto al nemico, nel caso specifico il regime stalinista.

I cinquecento giorni che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data  dell’ammissione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto che fa sparire anche i dubbi quasi irragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste”.

Creando, ovviamente, un’inevitabile domanda: perché la Gestapo e i nazisti fornirono un passaporto falso a un intellettuale ebreo, comunista e antistalinista, intenzionato e deciso a entrare in modo illegale nell’Unione Sovietica stalinista nel 1935?

Un silenzio quasi assordante viene in ogni caso tenuto da Ferrando anche rispetto al secondo capitolo del nostro libro.

In tale sezione individuiamo come la città svedese di Linkoping, citata proprio da Trotskij, demolisca una volta  per sempre la tesi dell’impossibilità materiale del volo di Pjatakov in Norvegia, vero e proprio cavallo di battaglia degli antistalinisti di tutte le risme nella questione in oggetto per molti decenni,  dal 1937 fino al 2017.

Sul volo atterrato a Kjeller nel dicembre 1935 e su questo punto nevralgico Ferrando riesce solo a formulare una frase: “ammessa e non concessa tale ipotesi di fantasia”. Ma quale “fantasia”, Ferrando? Persino il direttore di Kjeller, Gulliksen, indicò la concretissima realtà e non certo la “fantasia” del velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 e proveniente dall’estero!

Sempre nel secondo capitolo evidenziamo come proprio seguendo la deposizione del dirigente dell’aeroporto norvegese di Kjeller, citata fedelmente dallo stesso Trotskij almeno nella tredicesima sessione della commissione Dewey che in Messico giudicava il suo caso, vengano a galla cinque clamorose coincidenze: la prima delle quali consiste nel fatto sicuro per cui nel dicembre del 1935 era atterrato e giunto un velivolo proveniente dall’estero all’aeroporto di Kjeller, ossia a soli cinquanta chilometri in linea d’aria dal luogo concreto in cui allora si trovava con assoluta sicurezza Trotskij, nel suo esilio norvegese.

Su tutte le cinque coincidenze in esame Ferrando non riesce a pronunciare neanche una parola, neanche una semplice sillaba, neanche un semplice “ma forse…”.

Sempre nel secondo capitolo indichiamo altresì che Trotskij e il suo avvocato difensore, durante la sesta sessione della commissione Dewey, falsificarono e alterarono la dichiarazione resa nel gennaio del 1937 dall’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller: dichiarazione invece riportata fedelmente e correttamente dallo stesso Trotskij sempre davanti alla commissione Dewey, ma solo nella tredicesima e ultima sessione e in assenza di contraddittori.

Anche su questo nodo rilevante e facile da verificare attraverso internet, dove si trovano in lingua inglese tutte e tredici le sessioni della commissione Dewey, da parte di Ferrando viene solo un altro assordante silenzio, come sul resto degli altri elementi contenuti nella sezione del libro in esame.

Ma forse Ferrando ha criticato almeno il terzo capitolo del nostro libro?

Per niente: anzi in questo caso specifico quasi si assiste ad un totale e completo silenzio da parte sua.

Finalmente, giunto ad affrontare il quarto capitolo, Ferrando è costretto a dire qualcosa sul merito: ma il disastro è tanto evidente da legittimare il silenzio da lui tenuto su quasi tutto il contenuto delle due sezione precedenti del libro “Il volo di Pjatakov”.

Stiamo parlando della concretissima ricevuta della lettera inviata da Trotskij, all’inizio del 1932, a un Karl Radek che, stando almeno allo stesso Trotskij, era un suo “accanito nemico” a partire dal 1929, e quindi ovviamente anche all’inizio del 1932, con evidenti e disastrose conseguenze proprio sulla veridicità delle dichiarazioni rese nel 1932-37 da Trotskij sui suoi reali rapporti con Radek: a un accanito nemico politico non si inviano infatti lettere, con le relative ricevute di spedizione.

Qual è stata la risposta di Ferrando alla ricevuta del 1932?

Semplice: secondo le sue stesse parole, la ricevuta in oggetto è di “assai dubbia fattura”.

Ferrando non ha avuto neanche il coraggio morale di affermare che essa è falsa e contraffatta, ma in ogni caso ha cercato di seminare dubbi: senza fornire e avere la minima prova della presunta contraffazione, ovviamente.

In seconda battuta, Ferrando ha tentato di “provare” che la missiva non era stata inviata da Trotskij a Radek.

Purtroppo per Ferrando, sono emerse e si sono trovate anche altre concretissime ricevute (sempre ricevute senza le lettere corrispondenti) dello stesso periodo del 1932, inviate ad esempio all’antistalinista Preobrazenskij e a Sokolnikov (ricevute del gennaio 1932) e contenute sempre negli archivi Trotskij di Harvard: seguendo l’assurda “logica” di Ferrando, dunque, anch’esse non sarebbero state spedite da Trotskij, ma … già, ma da chi, Ferrando?

Mistero della fede trotzkista.

Perché poi tali ricevute diverse da quella su Radek sarebbero state conservate proprio negli archivi Trotskij di Harvard, se le lettere corrispondenti non fossero state spedite da Trotskij e dai suoi collaboratori?

Nuovo mistero della fede trotzkista.

Rimane inoltre un mistero inspiegabile la ragione per cui per tali ricevute non siano state finora trovate le lettere corrispondenti: sempre ipotizzando per un attimo che tali missive scomparse non fossero state indirizzate da Trotskij a Radek o Preobrazenskij, e quindi risultassero inoffensive e innocue sul piano politico per Trotskij.

Infine risultano incomprensibili anche i motivi per i quali uno storico trotzkista preparato e intelligente come Brouè non cercò mai e per lunghi anni, dal 1986 fino alla sua morte, di contestare l’autenticità delle ricevute ritrovate negli archivi Trotskij di Harvard per le lettere spedite da Trotskij nel 1932 a Radek, Preobrazenskij, Sokolnikov, ecc.: ma forse egli volle generosamente lasciare tale compito a un pensatore e a uno storico del calibro di Ferrando …

La “logica” di Ferrando fa dunque acqua da tutte le parti, rivelandosi solo uno stratagemma disperato teso a creare confusione e dubbi rispetto alla ricevuta concretissima dell’inizio del 1932: ricevuta di una missiva inviata a Karl Radek (il presunto “nemico accanito” di Trotskij) e contenuta proprio nell’archivio Trotskij di Harvard, non certo negli archivi Stalin di Gori in Georgia.

La pessima prestazione fornita da Ferrando rispetto alla ricevuta del 1932 prepara e precede l’assordante silenzio tenuto da quest’ultimo su altre prove concretissime contenute sempre nel capitolo quarto: due delle quali fornite rispettivamente dallo stesso trotzkista Deutscher e dallo storico trotzkista Brouè, che attestano le reali relazioni createsi via via dal 1931 al settembre del 1936 tra Radek/Pjatakov e Trotskij, dimostrando come sia Radek che Pjatakov fossero progressivamente tornati, a partire dal 1931, a una coraggiosa e nascosta militanza trotzkista, spacciandosi e presentandosi in pubblico, per motivi fin troppo ovvi di sopravvivenza fisica, per dei fedeli stalinisti nell’Unione Sovietica di quel periodo storico.

Il silenzio assordante di Ferrando continua anche rispetto ai capitoli quinto, sesto e settimo del nostro libro.

Forse Ferrando non li ha letti, forse si è dimenticato di averli letti, o forse preferisce non nominarli: in ogni caso non è riuscito ad articolare neanche una riga critica, neanche un misero argomento contro gli elementi  fattuali che esprimevano nelle tre sezioni.

Non emerge infatti alcuna critica di Ferrando alla nostra descrizione sulla “malattia diplomatica”, sulla finta malattia inventata ad arte da Trotskij nel dicembre 1935.

Non viene a galla inoltre alcuna critica al nostro lavoro sull’abnorme “gita nel ghiaccio”, ossia sull’escursione nel freddo e nei ghiacci norvegesi effettuata da Trotskij dal 20 al 22 dicembre, in tre giorni e in un mese durante il quale egli si dichiarava pubblicamente “malato” febbricitante e debilitato.

Non emerge alcuna critica da parte di Ferrando neanche sulla parte del nostro libro nella quale descriviamo il tentativo, menzognero e fallimentare, da parte di Trotskij e teso a dimostrare che l’indiscutibile visita di Pjatakov a Berlino fosse iniziata non il 10 o 11 dicembre, come accadde nella realtà e come ammise alla fine allo stesso Trotskij, ma invece il 21 dicembre 1935: guarda caso, proprio quando Trotskij effettuò la sua abnorme “gita nel ghiaccio” norvegese.

Nessun commento da parte di Ferrando rispetto alla pessima figura riportata da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, proprio nella parte dedicata da quest’ultimo al volo di Pjatakov e alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre del 1935.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma passiamo ora ai capitoli successivi.

Si è già sottolineata l’assenza totale di reazione di Ferrando alle “quattro sfide” da noi lanciate sul caso di Valentin Olberg: forse la situazione cambia almeno rispetto al capitolo decimo del nostro libro, dedicato alle prove indirette sul volo di Pjatakov?

Per niente: silenzio totale da parte di Ferrando.

A titolo di esempio forniamo dunque alcuni altri indizi rilevanti sul tema in esame, che non sono stati in alcun modo considerati dal leader del PCL e che vengono ripresi testualmente dal nostro libro.

Primi due flash.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey “di fronte alla domanda di Dewey avente per oggetto se egli tenesse “un diario”, Trotskij rispose: non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano. In questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.

Un’evidente bugia, visto che esiste un diario scritto sicuramente da Trotskij nel corso del 1935.

Tra l’altro Trotskij non scrisse unicamente il concretissimo diario del 1935, ma il leader in esilio della Quarta Internazionale ricordò con notevole precisione, in una nota del 9 febbraio contenuta proprio nel suo diario del 1935, che “ne tenni uno” (di diario) “per qualche settimana allo scoppio della guerra”, e cioè nell’agosto del 1914, e anche “un altro in Spagna, dopo la deportazione dalla Francia, nel 1916. Credo che sia tutto”.[3]

Quindi scopriamo l’esistenza di ben tre diari scritti da Trotskij, nel 1914, nel 1916 e nel 1935: niente male, per una persona che invece dichiarò nell’aprile del 1937 di non tenere “un diario”, a solo due anni di distanza dal momento in cui egli iniziò a scrivere il diario del 1935.

Sempre sotto l’aspetto dell’abilità di Trotskij nel produrre disinformazione va notato altresì che sempre nel suo diario “dimenticato” del 1935, e più precisamente il 9 aprile del 1935, il leader della Quarta Internazionale annotò che, “nei giorni scorsi, ho letto sulla “Veritè” (l’organo principale di informazione dei trotzkisti francesi, dal 1929 al 1936) “un saggio intitolato: Où va la France? Si tratta di un giornale che, come dicono i francesi, “se rèclame de Trotskij”. Nella sua analisi c’è molto di vero, ma anche molto di taciuto. Non so chi scriva questa serie di articoli” (ripetiamo volutamente: “non so chi scriva questa serie di articoli”) “comunque, uno che conosce a fondo il marxismo”.[4]

Pertanto Trotskij sottolineò il 9 aprile del 1935, e sempre sul suo diario, che egli non sapeva chi scrivesse “questa serie di articoli”, contenuti sotto il titolo di “Où va la France” e appena usciti su un periodico trotzkista: il problema deriva dal fatto che l’autore di quella “serie di articoli” risulta senza ombra di dubbio proprio lo stesso Trotskij, ossia l’autore delle note contenute nel suo diario del 1935, in data 9 aprile 1935.

In quella data, pertanto, Trotskij dichiarò di non conoscere l’identità dell’autore di un saggio scritto ed elaborato da lui stesso, ossia “uno che conosce a fondo il marxismo”: il leader della costituenda Quarta Internazionale non era diventato schizofrenico di colpo, giudici-lettori.

Essendo ormai in cattivi rapporti con le autorità francesi a partire dalla seconda metà del 1934, dopo la buona accoglienza invece ricevuta al suo arrivo come esule in Francia nel luglio del 1933, Trotskij temeva in quella fase storica un’eventuale perquisizione della polizia locale, che avrebbe potuto colpire e interessare anche il suo diario: non desiderando in alcun modo rivelarsi come l’autore degli articoli dal titolo “Où va la France”, egli dichiarò quindi di non conoscere la paternità di questi ultimi.

Un trucco e una forma sottile di disinformazione usata, per motivi comprensibili, dal leader in esilio della Quarta Internazionale? Certo, ma si tratta di un’ulteriore prova della capacità di Trotskij di produrre clamorose menzogne, in questo caso non prive d’arguzia e umorismo, quando tale particolare praxis gli faceva comodo e serviva i suoi bisogni concreti”.[5]

Passiamo ora a un terzo elemento illuminante, ossia la grande elasticità tattica dimostrata dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Un notevole grado di spregiudicatezza tattica nei confronti degli apparati statali borghesi era stato usato in ogni caso da Trotskij “già nel dicembre del 1932, rispetto all’orrendo regime fascista italiano allora al potere da dieci anni.

Tornando nel suo esilio in Turchia, dopo una conferenza da lui tenuta a Copenaghen il 27 novembre del 1932, Trotskij transitò infatti per la Francia al fine di imbarcarsi verso i lidi ottomani, ma egli ebbe allora uno scontro con le autorità di Parigi per banali questioni logistiche; al fine di risolvere la situazione Trotskij cercò e ottenne aiuto, invece che dalla vicina Spagna democratico-borghese del 1932, proprio dalla dittatura anticomunista di Mussolini che, secondo le testuali parole dello storico trotzkista Brouè, gli concesse un “visto italiano di transito”. Quest’ultimo ha notato in proposito che Trotskij, “ripartito il mattino del 2 dicembre,” (1932, da Copenaghen) “attraversa la Francia con Lev Sedov, che l’accompagna fino a Marsiglia: qui hanno luogo incidenti con la polizia francese che lo vuole imbarcare a forza su una vecchia tartana, la Campidoglio” (della serie: la comodità prima di tutto). “Ne nasce uno scandalo da cui esce grazie a un visto italiano di transito”, passando brevemente per Milano prima di imbarcarsi per la Turchia.[6]

Molto prima dei suoi spregiudicatissimi colloqui in Messico, nel giugno e luglio del 1940, con il funzionario statunitense Robert McGregor, Trotskij non ebbe in sostanza alcun problema politico e morale nel dicembre del 1932 a ricercare e ad acquisire un “visto italiano di transito” dalle autorità fasciste italiane, ossia da quella dittatura reazionaria di Mussolini che da dieci anni perseguitava ferocemente e senza interruzione i comunisti e le forze democratiche.

La sicura informazione sul viaggio italiano – legale e autorizzato dalle autorità fasciste – del leader in esilio della Quarta Internazionale va inoltre collegata e messa a confronto con la tesi, più volte esposta da Trotskij, secondo il quale egli non prese mai e in alcun caso “accordi”, e non avviò mai anche solo delle “trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Ad esempio anche nel suo testamento del febbraio-marzo del 1940, redatto poco prima della morte del leader della Quarta Internazionale, Trotskij scrisse: “Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v’è una macchia sul mio onore rivoluzionario. Né direttamente, né indirettamente non sono mai sceso ad accordi o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia.

Avendo conosciuto ormai sia il viaggio (legale, autorizzato) di Trotskij, nell’Italia fascista del 1932 sia le affermazioni contenute nel suo testamento del febbraio-marzo 1940, sono possibili a questo punto solo tre ipotesi.

Prima ipotesi: a giudizio del Trotskij che scriveva nel 1940, Mussolini e il regime fascista italiano del 1932 non risultavano dei “nemici della classe operaia”. Escludiamo subito tale tesi.

Seconda ipotesi: Trotskij, nel 1940, si era dimenticato completamente del suo viaggio legale nell’Italia fascista del dicembre 1932. Vista l’ottima memoria di Trotskij, sommata al carattere molto particolare sia dell’incidente di Marsiglia sia della sua successiva permanenza in Italia, dove egli tra l’altro si trovò allora attorniato e seguito da alcuni giornalisti fascisti che cercavano inevitabilmente di ottenere le sue dichiarazioni, escludiamo subito anche tale ipotesi.

A questo punto non rimane che una sola alternativa: Trotskij mentì clamorosamente, anche nel suo testamento del 1940, sul fatto di non essere “mai sceso ad accordi”, “né direttamente né indirettamente”, “o anche solo a trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Riteniamo che tale conclusione sia inattaccabile, visto che per entrare pubblicamente e legalmente nell’Italia fascista del dicembre del 1932 Trotskij doveva inevitabilmente “trattare” e “accordarsi”, “direttamente o indirettamente”, con la polizia fascista e le autorità fasciste italiane: per l’appunto egli doveva quindi “accordarsi” con inequivocabili e sicuri “nemici della classe operaia” come quel funzionario statunitense legato all’FBI, ossia Robert McGregor, a cui Trotskij fornì in Messico tutta una serie di succulente informazioni nell’estate del 1940, durante un colloquio tra i due su cui torneremo in seguito”.

  

Un altro segmento “di prove indirette riguarda invece le innegabili ed evidenti bugie espresse nel 1936-37 dal leader della Quarta Internazionale e da suo figlio rispetto alle loro reali relazioni con molti imputati nei processi di Mosca, oltre ai casi sopra esaminati di Pjatakov e Radek.

Partiamo dalla clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, con l’autorizzazione e l’impulso diretto da parte del padre, rispetto alla reale posizione politica di I.N. Smirnov.

 

Lo storico trotzkista P. Brouè ci ha infatti informati che dopo il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 “Sedov, spinto dal padre che gli chiede di fare quel che ormai non può più fare di persona, comincia la preparazione di un opuscolo, che lo porta a definire meglio la linea di difesa e a condurre un esame critico molto accurato del verbale del processo. Per evidenti ragioni di sicurezza e per timore di nuocere alla difesa degli uomini nelle mani della GPU” (ossia della polizia stalinista) “che non hanno ancora negato, Sedov decide di negare tutto ciò che ha a che fare con il blocco delle opposizioni del 1932. Per le esigenze della difesa Smirnov, che Sedov ammette di aver incontrato, banalizzando però la conversazione, è trattato come un qualsiasi capitolazionista” (della corrente trotzkista) “del 1929, distinto da Zinoviev solo per sfumature; allo stesso modo, tutti gli imputati di Mosca vengono presentati come avversari politici di Trotskij quali effettivamente sono stati in una certa epoca, ma non erano più veramente nel 1932”.[7]

Focalizziamo innanzitutto l’attenzione sulla figura di I.N. Smirnov: lo stesso storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, per le “esigenze della difesa” e “spinto dal padre”, Lev Sedov mentì rispetto alla reale posizione e ruolo politico di I.N. Smirnov, e che cercò invece di farlo passare per un qualsiasi “capitolazionista” rispetto a Stalin, mentre sempre Brouè nel 1991 aveva invece stabilito che I.N. Smirnov fosse, senza dubbio e a tutti gli effetti, già nel corso del 1931 un dirigente politico antistalinista assai vicino alla Quarta Internazionale, come si è già citato in precedenza.

Siamo quindi in presenza di una plateale menzogna elaborata di comune accordo dal duo Sedov/Trotskij, certo sostenuta per le legittime “esigenze della difesa” della costituenda Quarta Internazionale (Brouè); ma se Sedov e Trotskij mentirono rispetto al reale ruolo politico svolto da Smirnov per le “esigenze della loro difesa”, per quale motivo non avrebbero potuto (e dovuto) pronunciare menzogne anche rispetto alla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, sempre “per le esigenze della difesa”? Si tratta in tutti i casi dell’esistenza (o non esistenza) di rapporti politici di matrice antistalinista, in entrambi negati con forza da Sedov/Trotskij.

La sequenza di bugie continuò con la clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, rispetto alla concreta e indiscutibile esistenza del “blocco delle opposizioni” nel 1932.

Nel passo sopracitato lo storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, sempre per le “esigenze della difesa” di Trotskij, suo figlio (e in seguito lo stesso Trotskij, davanti alla commissione Dewey e in altre occasioni) mentirono negando la realtà sicura e indubbia del “blocco delle opposizioni nel 1932”, alleanza politica invece realmente formatasi nel corso di quell’anno.

Di nuovo: se Sedov/Trotskij dissero bugie e raccontarono storie anche negando la concreta esistenza di un fronte unito delle opposizioni antistaliniste nel 1932, sempre per le (legittime) “esigenze della difesa”, perché non dedurne che essi raccontarono frottole anche sulla reale posizione politica di Pjatakov/Radek nel 1931-36 e sul volo di Pjatakov, sempre per le legittime “esigenze della difesa” di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale?

Un discorso identico va effettuato anche per la clamorosa menzogna pronunciata da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, (“spinto dal padre”) in relazione ai reali rapporti politici creatisi nel 1932 tra Trotskij e Zinoviev/Kamenev, principali imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Nel passo sopracitato lo storico trotzkista P. Brouè ci informa che, sempre per le “esigenze della difesa”, Sedov presentò “tutti gli imputati di Mosca” (al processo di Mosca dell’agosto 1936) “come avversari politici di Trotskij, quali effettivamente sono stati in una certa epoca ma non erano più veramente nel 1932”: tutti gli imputati quindi, ivi compresi Zinoviev e Kamenev, come del resto fece suo padre qualche mese dopo davanti alla commissione Dewey.[8]

Di nuovo: se Sedov/Trotskij mentivano sulla reale posizione politica di Zinoviev/Kamenev nel 1932, che allora operavano in qualità di astuti oppositori clandestini di Stalin, oltre che rispetto alla loro reale relazione (di alleanza politica) con Trotskij sempre nel 1932, per quale motivo non dedurre che essi produssero menzogne anche sulla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, oltre che sul volo di Pjatakov?”.

Sempre per le “esigenze della difesa”, certo.

Ultimi due flash rilevanti, rispettivamente su Robert McGregor e sulla gita di Trotskij a Pompei nel novembre del 1932, con un regime fascista allora dominante in Italia.

A giudizio di Trotskij si poteva infatti “diventare un informatore temporaneo dell’apparato statale degli USA, se le circostanze concrete l’avessero richiesto.

Trotskij giunse infatti fino al punto di incontrarsi due volte in Messico nel 1940 con un rappresentante del consolato statunitense nel paese latino-americano, un certo Robert G. McGregor, per un flusso di informazioni a senso unico sulle attività degli stalinisti in Messico, teso e finalizzato ad aprire uno spiraglio alla richiesta di visto per gli USA, espressa da tempo da parte del leader dell’ormai costituita Quarta Internazionale. Nel rapporto dell’FBI del 1940 risulta che “nel giugno, Robert Mc Gregor del consolato si è incontrato con Trotskij nella sua casa… Egli” (McGregor) “si incontrò di nuovo con Trotskij il 13 luglio… Egli diede a Mc Gregor i nomi di pubblicazioni messicane, di leader politici e sindacali e di funzionari governativi che, secondo quanto si asseriva, erano legati con il CPM” (Partito Comunista Messicano). “Egli” (Trotskij) “affermò che uno degli agenti principali del Komintern, Carlos Contreras” (l’italiano Vittorio Vidali) “era al servizio del Comitato Direttivo del CPM. Egli discusse anche i presunti sforzi di Narciso Bassols, ex ambasciatore messicano in Francia, che Trotskij sosteneva fosse un agente sovietico, per ottenere che egli” (Trotskij) “fosse espulso dal Messico”.

Il professor William Chase dell’università di Pittsburgh, che ha trovato il rapporto arrivato all’FBI nel 1940 proprio negli Us States archives-RG 84, notò giustamente che “col procurare al consolato USA informazioni sui loro comuni nemici, fossero essi messicani o comunisti americani o agenti sovietici, Trotskij sperava di provare il suo valore a un governo” (quello statunitense) “che non aveva desiderio di garantirgli un visto d’ingresso”: diventare momentaneamente un informatore e un confidente dell’FBI non costituiva pertanto un grosso ostacolo per lo spregiudicato e disinvolto Trotskij, sempre che tale azione fosse finalizzata a raggiungere un obiettivo politico da lui ritenuto importante.[9]

A giudizio di Trotskij, dunque, entrare in rapporti di collaborazione momentanea e tattica con nazioni e apparati statali capitalistici non costituiva certo un tabù e un grave problema politico, in certi casi: provi dunque Ferrando, se ci riesce, a dimostrare che i colloqui confidenziali del 1940 di Trotskij con un funzionario statale americano siano una “falsificazione stalinista”.

Si è inoltre già ricordato in precedenza come il leader in esilio della Quarta Internazionale fosse entrato in diretto e indiscutibile contatto “con le autorità fasciste italiane alla fine del 1932, nel suo viaggio di ritorno in Turchia dalla conferenza da lui tenuta a Copenaghen, e a questo punto si può aggiungere che Trotskij si fermò tranquillamente nell’Italia di Mussolini anche durante la tappa di andata del suo viaggio in Europa, visitando Pompei in compagnia della moglie e attorniato in tale escursione anche da quasi una decina di altre persone.

Avvocato del diavolo: “Servono prove indiscutibili, per questa vostra affermazione”.

Ce le fornisce lo stesso Trotskij che, in un’intervista del 23 novembre 1932 rilasciata al giornale danese Politiken, citò esplicitamente Pompei notando che proprio in quel luogo “noi” – ossia lui stesso e sua moglie – “abbiamo avuto una grande esperienza”.

Si tratta di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?

In ogni caso stiamo analizzando una “grande esperienza” di Trotskij che ovviamente si basava sul preventivo e indiscutibile assenso del governo fascista rispetto al suo passaggio sul suolo italiano, con i relativi contatti preliminari tra le due parti in causa necessari a tal fine.

Per ammissione dello stesso leader della Quarta Internazionale in via di costruzione, dunque, nel novembre del 1932 e durante il viaggio di andata verso Copenaghen Trotskij si fece una bella gitarella a Pompei con la moglie, mentre durante il ritorno in Turchia egli si fermò una seconda volta e di nuovo nell’Italia fascista di quel tempo, sempre volontariamente e sempre con l’accordo indispensabile delle autorità anticomuniste di Roma.

Spesso un’immagine vale più di mille parole, e su questa materia si può facilmente trovare un breve ma interessante filmato sulla gita di Trotskij a Pompei cliccando su internet “Leon Trotsky: Trotsky visits the ruins of Pompeii with his wife, Natalia Sedova” (online footage.tv, 18 giugno 2015); oppure si può osservare la foto con Trotskij e sua moglie a Pompei ricercando “Leon Trotsky Russian statesman, visiting Pompeii with his wife”.

Si tratta forse di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?

Ma forse in questa materia particolare, come per gli altri indizi da noi presentati poco sopra, per Ferrando vale il detto paolino secondo il quale “tutto è puro per i puri” (ossia Trotskij e i suoi seguaci), “ma per i contaminati e gli infedeli” (ovviamente gli infedeli stalinisti e i contaminati stalinisti) “nulla è puro, sono contaminate la loro mente e la loro coscienza”.

Tiriamo le conclusioni, a questo punto.

Con rarissime eccezioni, e tra l’altro ottenendo pessimi risultati in tali “deviazioni” dal suo percorso, Ferrando non è quasi mai entrato nel merito riguardo ai capitoli più importanti del nostro libro, almeno sul fronte delle prove concrete aventi per oggetto la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti.

Egli ha evitato inoltre di affrontare le “quattro sfide” sul caso Olberg, sottoposte a lui e al suo micropartito alcuni giorni prima della pubblicazione del suo articolo.

Ferrando ha inoltre usato nei nostri confronti tutta una serie di insulti che dimostrano a sufficienza il suo reale “valore”, come “pensatore” e “storico”.

Viste tali tristi ma innegabili premesse, a questo punto si può utilizzare nei confronti di Ferrando e dei dirigenti del PCL in via di disfacimento una celebre frase di uno dei più grandi poeti, quando affermò: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

 

 

11 dicembre 2018

 

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

[1] I. Deutscher, “Stalin”, pp. 790-791, ed. Longanesi

[2] I. Deutscher, op. cit., pp. 793-794

[3] L. Trotsky, “Diario d’esilio. 1935”, p. 21, ed. Il Saggiatore

[4] L. Trotsky, op. cit., p. 81

[5] L. Trotsky, op. cit., p. 174 e 15

 

[6] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 663, ed. Bollati Boringhieri

 

[7] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 808

[8] P. Broué, op. cit., p. 808

[9] Red Youth, “Trotskism revisited”, in Marxism.halkephesi.it;  “Healy’s big lie”,  p. 14, in http://www.marxists.org

QUATTRO SFIDE ALLA CANDIDA IGNORANZA DEL PCL SUL CASO OLBERG

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) costituisce un micropartito di matrice trotzkista che alle recenti elezioni politiche nazionali ha ottenuto una percentuale dello 0,08 % dei voti. Non a caso la sezione di Firenze del PCL abbandonando e uscendo a metà ottobre del 2018 dal partito, aveva notato senza mezzi termini che “… a dodici anni dalla fondazione del PCL riteniamo che sia doveroso ragionare in termini di bilancio sulle attività sin qui svolte e purtroppo, considerato l’attuale stato del PCL, bisogna dire che il tentativo intrapreso nel 2006 di costruire nel nostro paese un partito rivoluzionario si è rivelato un fallimento.

Sia la crisi della militanza nel partito (ormai ridotto all’osso) che i risultati elettorali (lo 0,08 % alle ultime elezioni politiche) avrebbero dovuto far riflettere l’attuale gruppo dirigente, invece niente, a fronte di tutto questo tutto rimane come prima e anzi si continua a percorrere la stessa strada ostinandosi a ripetere gli errori di sempre, continuando a trastullarsi in un vicolo cieco dal quale è oramai impossibile uscire.

Il PCL, come tutti gli altri micro gruppi dell’area marxista rivoluzionaria, è totalmente incapace di incidere, seppur minimamente, nelle lotte; assieme a tutti gli altri gruppi, è estraneo a tutte le lotte che si sono sviluppate negli ultimi anni nel nostro paese: dal movimento giovanile e studentesco ai settori più combattivi della classe lavoratrice.

Riteniamo che questo non sia la conseguenza di un momento storico negativo né l’epilogo di un destino cinico, riteniamo, invece, che la ragione si possa focalizzare nella natura stessa dei gruppi della sinistra marxista rivoluzionaria, gruppetti di poche decine di persone, il cui principale impegno politico è stato, sin ora, quello di promuovere e trascinare, nei vari ambiti, inutili e sterili dispute dogmatiche e ideologiche, incomprensibili sia per la classe lavoratrice sia per le avanguardie politiche e sindacali che si tengono sempre più alla larga da queste organizzazioni.

Ad oggi, nel nostro paese, contiamo ben nove organizzazioni politiche che si definiscono trotskiste e che si ritengono depositarie e continuatrici della tradizione politica di Lenin e Trotskij; a livello internazionale sono attive oltre dieci autoproclamate IV internazionali”.

 

Al posto di focalizzare l’attenzione rispetto a tale situazione politica disastrosa, il gruppo dirigente del PCL ha scelto invece di polemizzare con i contenuti espressi in un nostro libro intitolato “Il Volo di Pjatakov”.

Il PCL ha inoltre deciso di iniziare la polemica al libro “Il Volo di Pjatakov” partendo dal caso di Valentin Olberg, mediante il loro capitolo intitolato “Il caso Olberg. Anatomia di un falso”.

Chi era Valentin Olberg? Al primo processo di Mosca dell’agosto 1936, che vide come imputati tra gli altri Zinoviev e Kamenev, emerse infatti la figura di Valentin Olberg in qualità di testimone rispetto ai rapporti assai particolari creatisi tra Trotskij, suo figlio Lev Sedov e una parte dell’apparato statale hitleriano; e proprio il “caso Olberg”, relativo a Valentin P. Olberg (1907-1936) e alla sua famiglia, costituisce una prova formidabile a favore dell’esistenza di una reale collaborazione tattica, tra nemici giurati ma con un obiettivo politico temporaneo in comune, formatasi nel 1933-36 tra Trotskij e segmenti importanti del partito nazista, a partire da R. Hess e A. Rosenberg.

Valentin Olberg venne infatti arrestato senza alcun dubbio in Unione Sovietica all’inizio di gennaio del 1936, ove egli era entrato di propria volontà e in modo illegale alla fine di luglio del 1935, mediante un falso passaporto honduregno.

Altrettanto sicuro è che tale falso documento honduregno, esibito del resto al processo di Mosca dell’agosto del 1936, era stato procurato a Valentin Olberg all’inizio del 1935 dal consolato honduregno a Berlino, principalmente grazie all’aiuto dell’apparato statale nazista e di V. Tukalevskij.

Altrettanto indiscutibile è la notizia che Valentin Olberg si fosse presentato come un militante trotzkista tra il 1929 e il 1932, almeno nei confronti di Trotskij e di suo figlio Lev Sedov.

Siamo in presenza di tre informazioni che, anche a prima vista, sollevano subito dei seri interrogativi sui reali rapporti creatisi tra Trotskij e i nazisti, nel 1933-36: non a caso e proprio rispetto al caso Olberg sono emerse tre diverse tesi, assolutamente contrastanti tra loro.

La versione stalinista sostenne che il militante trotzkista Valentin Olberg entrò illegalmente e con una falsa nazionalità in Unione Sovietica nel luglio del 1935, su indicazione diretta di Lev Sedov, il figlio di Trotskij, soggiornando prima a Minsk e poi nella città russa di  Gorkij (odierna Niznij Novgorod), al fine di prendere contatto con altri militanti trotzkisti e di preparare un attentato contro Stalin; venne altresì sottolineato, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 in cui Valentin Olberg risultò uno degli imputati, che quest’ultimo era entrato in stretto contatto con i nazisti e la Gestapo, cioè la polizia segreta hitleriana, proprio nella sua azione tesa ad ottenere un falso passaporto honduregno al fine di entrare illegalmente in URSS.

La teoria alternativa fornita da Trotskij, a partire dall’estate del 1936, sostenne che viceversa Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, che si era infiltrato ad arte nelle fila del movimento trotzkista nel 1929-30 al solo fine di comprometterlo e di danneggiarlo dall’interno.

Secondo questa tesi, inoltre, Valentin Olberg realmente si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 mediante un finto passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto della Gestapo, ma egli agì in tal senso sempre in qualità di infiltrato stalinista operante contro il movimento trotzkista: anche nel 1935, quindi, Olberg agì per conto e al servizio del suo vero “datore di lavoro”, e cioè il regime stalinista, a cui va pertanto imputato direttamente anche l’acquisizione di un falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo e ai nazisti, azione per cui invece Trotskij e suo figlio Lev Sedov risultavano totalmente innocenti.

Secondo una terza e diversa tesi, proposta dal Manchester Guardian il 28 agosto del 1936, Valentin Olberg sarebbe stato invece nel 1933-35 un personaggio non legato ad alcuna fazione politica, né stalinista né trotzkista; un giovane che, incuriositosi della realtà sovietica e in serie difficoltà materiali durante il suo esilio a Praga del 1933-35, prese solo per motivi personali la decisione di recarsi nell’Unione Sovietica stalinista nel luglio del 1935, senza avere alcun contatto né con la polizia sovietica né con i trotzkisti.

Valentin Olberg: coraggioso militante trotzkista, oppure agente provocatore e infiltrato stalinista, o invece semplice curioso-apartitico?

Nel suo scritto collettivo, il PCL indica chiaramente che a suo avviso Valentin Olberg rappresentò un agente stalinista che cercava di infiltrarsi fin dal 1929 nelle fila della costituenda IV Internazionale; testualmente il PCL giudica Olberg “un intellettuale ebreo residente in Germania, assunto dalla GPU” (secondo la terminologia trotskista, la polizia sovietica del tempo) “nel 1929 per infiltrarsi nell’opposizione trotskista internazionale”.

A giudizio del PCL, quindi, Valentin Olberg fin dal 1929, e per sette anni, agì in qualità di “talpa” stalinista nelle fila trotskiste.

Secondo il PCL, dunque, fin dal 1929 e per sette anni Valentin Olberg costituì una figura stalinista infiltrata all’interno della costituenda IV Internazionale.

Bene, ma l’ipotesi “Olberg-infiltrato stalinista” all’interno del movimento trotskista viene demolita senza dubbio da una dichiarazione scritta rilasciata da Valentin Olberg all’inizio del gennaio 1936 e poco dopo il suo arresto a Gorkij, Gennaio del 1936, dirigenti del PCL, e non terza decade del 1936, quando invece iniziò il primo processo di Mosca: otto mesi separarono i due eventi, il secondo dei quali all’inizio del 1936 non era stato neanche messo in progettazione, come concordano persino gli storici antistalinisti contemporanei.

In tale dichiarazione scritta Valentin Olberg affermò: “È possibile che io possa autocalunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è un’ovvia menzogna, e cioè che sono un trotskista, un emissario di Trotskij ecc.”.

A questo punto esaminiamo la situazione di Valentin Olberg, quando egli venne arrestato all’inizio di gennaio del 1936 con altri professori e studenti di Gorkij, più di sette mesi prima dell’inizio del processo di Mosca, supponendo per un attimo che il PCL abbia ragione e che dunque Valentin Olberg fosse stato realmente e per sette anni, a partire dal 1929 e fino al gennaio 1936, un agente segreto stalinista infiltrato nelle fila della costituenda IV Internazionale.

Cosa avrebbe affermato sicuramente e senza ombra di dubbio il (presunto) agente stalinista Valentin Olberg nel gennaio 1936 di fronte agli investigatori della polizia stalinista che lo avevano arrestato, sempre ipotizzando per un attimo che egli realmente fosse un agente provocatore stalinista?

Valentin Olberg avrebbe sicuramente subito dichiarato, sia verbalmente che per iscritto: “Cari compagni della polizia sovietica, sono anche io uno stalinista come voi.

Sono uno stalinista che, tra l’altro, si è infiltrato nelle schiere trotskiste sia all’estero che a Gorkij.

Sono uno stalinista e un agente segreto stalinista che, tra l’altro, si è infiltrato tra i seguaci di Trotskji fin dal 1929, ossia per ben sette lunghi anni: chiedete subito informazioni ai dirigenti di Mosca della polizia sovietica, dove mi conoscono benissimo fin dal 1929 come un agente infiltrato”.

Se fosse vera l’ipotesi “Olberg-infiltrato stalinista”, sia verbalmente che per iscritto Valentin Olberg avrebbe sottolineato ed evidenziato il suo passato ruolo di infiltrato, di talpa, di spia stalinista dal 1929 nelle fila trotskiste. Viceversa, non avrebbe mai e poi mai scritto la dichiarazione da lui invece concretamente elaborata subito dopo il suo arresto e nel gennaio 1936, ben otto mesi prima dell’inizio del primo processo di Mosca dell’agosto 1936; una dichiarazione nella quale Olberg:

 

–          non menzionò in alcun modo di essere uno stalinista;

–          non menzionò in alcun modo di essere un infiltrato e una talpa stalinista nelle fila trotskiste;

–          non menzionò in alcun modo di essere un agente provocatore stalinista all’interno della costituenda IV Internazionale fin dal 1929, ossia (si era nel gennaio 1936) da ben sette lunghi anni.

 

Ma forse Valentin Olberg era diventato uno “smemorato”, anzi lo “smemorato” di Mosca nel gennaio del 1936, “dimenticandosi” di colpo di essere stato (seguiamo ancora, per un attimo, l’ipotesi del PCL) una spia stalinista nelle fila trotskiste per sette anni e fin dal 1929?

Anche ammettendo per un istante tale ipotesi, assurda oltre ogni limite accettabile, sarebbe bastata l’esistenza concretissima e la presenza materiale del falso passaporto honduregno che Olberg ancora possedeva e utilizzava un istante prima di essere arrestato il 5 gennaio del 1936, e la presunta memoria “perduta” sarebbe sicuramente tornata immediatamente al presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg: quest’ultimo avrebbe ritrovato sicuramente la sua autocoscienza di infiltrato stalinista, quando gli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato gli misero sotto il naso proprio il suo falso passaporto honduregno che avevano requisito al momento del suo arresto e che venne del resto esibito in seguito, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936.

La dichiarazione scritta di Olberg (“non credetemi, se mi autocalunnierò”) e la sua mancata collaborazione per più di un mese con l’NKVD stalinista, che l’aveva messo in prigione agli inizi di gennaio del 1936, rappresentano quindi due elementi concreti che devastano completamente la teoria “Olberg-infiltrato stalinista”, costituendo dei fatti abnormi e assurdi se interpretati con l’errata chiave di lettura dell’agente provocatore della polizia sovietica.

Prima sfida per il PCL: come può spiegare che Olberg non si dichiarò in nessun modo stalinista, e più precisamente una talpa e un agente provocatore stalinista, quando egli venne arrestato agli inizi di gennaio del 1936, proprio dalla polizia stalinista, ossia dal suo (presunto) “datore di lavoro”?

Seconda sfida. Proprio seguendo l’ipotesi avanzata dal PCL non si può spiegare in alcun modo perché Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non abbia affermato e dichiarato subito, nel gennaio 1936, sia verbalmente che per iscritto, che egli volontariamente si era finto trotzkista dal 1929 al gennaio 1936, su incarico della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca; che egli si era volontariamente presentato e fatto passare per trotzkista durante sette lunghi anni, dal 1929 fino all’inizio del 1936, su incarico e dietro ordini proprio della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca.

Terza sfida per il PCL: come può spiegare la distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg, il presunto agente stalinista, ricevette il falso passaporto honduregno nel 1935 dai nazisti e quello nel quale egli confessò tale elemento decisivo alla polizia stalinista nel maggio del 1936?

Infatti un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di più di un anno creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, ossia nel giugno del 1936.

Lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.

Seppur involontariamente, lo storico antistalinista Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: la falla emerge quasi subito, sempre accettando come veritiera tale ipotesi.

Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro e innegabile.

Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale clamoroso aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro elemento sicuro e riportato persino dall’antistalinista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi concreti rapporti logistici con Tukalevskij e i nazisti.[1]

Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di circa cinquecento giorni tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936, dieci mesi dopo) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.

È solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i circa cinquecento giorni che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936, più di un anno dopo?

Per niente: si tratta invece di un’informazione sicura che demolisce ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente  l’ipotesi opposta, di una notizia sicura rispetto a una condotta di Olberg imperniata sul seguire scrupolosamente la “regola del silenzio” rispetto al nemico, nel caso specifico il regime stalinista.

I cinquecento giorni che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data  dell’ammissione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto che fa sparire anche i dubbi quasi irragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste.

Prendiamo per buona e veritiera, almeno per un attimo, la teoria che Valentin Olberg fosse davvero un uomo che agisse dal 1933 al 1936 come un reale provocatore e un vero infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste, operando in apparenza come un militante della Quarta Internazionale.

Sempre prendendo per buona tale ipotesi, fin dall’inizio del 1935 il provocatore-stalinista Valentin Olberg aveva ormai ottenuto un successo professionale formidabile e come minimo un’impresa di notevole valore, sia per i suoi “padroni” e datori di lavoro della polizia sovietica che per la sua stessa carriera di agente provocatore al servizio di Stalin.

Egli si era infatti assicurato, grazie al passaporto falso dell’Honduras e all’aiuto fornitogli proprio in tale acquisizione da Tukalevskij/Gestapo, le prove materiali – concrete e innegabili – necessarie al fine di compromettere e infangare in modo serio la reputazione politica e l’onore della Quarta Internazionale: un militante trotzkista, almeno a prima vista e in apparenza, che avesse ottenuto un falso passaporto e un ingresso clandestino in URSS anche attraverso l’aiuto materiale dei nazisti, costituiva infatti un eccellente e concretissimo punto d’appoggio per la propaganda stalinista, oltre che una notevole spinta in avanti per la carriera dell’infiltrato stalinista Valentin Olberg.

Proprio dal momento stesso in cui egli aveva preso possesso del falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo, e cioè proprio all’inizio del 1935, Valentin Olberg aveva quindi già in mano – anche materialmente – una carta e un’arma molto valida contro Trotskij e il movimento politico da lui diretto, coinvolgendo infatti quest’ultimo come minimo in “relazioni pericolose” con Tukalevskij e la Gestapo rispetto al finto passaporto honduregno.

Eppure, agli inizi del 1935, il presunto agente provocatore di nome Valentin Olberg non comunicò niente dell’utilissima interconnessione logistica-materiale creatasi tra se stesso, Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno ai suoi presunti “datori di lavoro”, ai suoi presunti dirigenti dell’NKVD di Mosca.

Neanche un accenno e neanche una parola: siamo già nel campo dell’assurdo, fin dall’inizio del 1935.

Anche se ormai in possesso del falso passaporto honduregno (che usò per un altro viaggio illegale in URSS nel marzo del 1935, su cui torneremo), Valentin Olberg non passò e trasmise alcuna informazione sul falso documento honduregno, su Lucas Parades – console generale dell’Honduras a Berlino – e su Tukalevskij/Gestapo ai suoi presunti datori di lavoro e ai suoi presunti capi dell’NKVD di Mosca, all’inizio del 1935, al posto di affrettarsi a comunicare loro una notizia allo stesso tempo utilissima ed eclatante: fino al maggio del 1936, Olberg restò viceversa muto come un pesce con la polizia stalinista rispetto al falso documento honduregno.

Fatto sicuro, ma altresì abnorme e incredibile se Valentin Olberg fosse stato realmente un agente provocatore e un vero infiltrato stalinista – e dal 1930, poi – all’interno delle fila trotzkiste.

Ammettendo per un istante come vera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, saremmo inevitabilmente in presenza di un nuovo teatrino dell’assurdo da cui non si può certo uscire ipotizzando, ancora una volta, una presunta “smemoratezza” di Valentin Olberg, del presunto agente provocatore stalinista all’inizio del 1935; un presunto, irreale e inverosimile infiltrato stalinista, che si sarebbe quindi dimostrato tanto incapace e/o smemorato da dimenticarsi persino di riferire senza indugio ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD di Mosca la ghiotta, preziosa e utilissima informazione avente per oggetto la connessione concreta ed evidentissima tra Olberg, il falso passaporto honduregno (ormai in pieno possesso di Olberg), il console honduregno a Berlino, la Gestapo e Tukalevskij.

Ma non solo: anche dopo il luglio del 1935 e anche una volta entrato illegalmente in URSS grazie al falso passaporto honduregno, Valentin Olberg si prese addirittura altri nove lunghi mesi di silenzio rispetto alla connessione logistica con la Gestapo e Tukalevskij, e sempre nei confronti dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD.

Ancora una volta: che strano esemplare di agente provocatore era dunque Valentin Olberg?

Egli arrivò infatti nel luglio del 1935 in terra sovietica proprio grazie al falso passaporto honduregno, mediante un falso documento che tra l’altro aveva nelle sue mani e che stava utilizzando sia illegalmente che concretamente e anche una volta entrato in URSS e nella sua presunta “casa-madre”, Olberg non comunicò alcunché ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD rispetto al falso passaporto e, soprattutto, alle particolari modalità attraverso le quali egli lo aveva acquisito. Neanche una semplice e facilissima telefonata – per non parlare poi di un rapporto scritto – a Spiegelglass o un altro leader dell’NKVD, del tipo: “Caro compagno, prepara la vodka per festeggiare e una bella promozione a mio vantaggio. Ho a mia disposizione un falso passaporto honduregno procuratomi anche grazie ai nazisti, e che tra l’altro ho già usato per entrare illegalmente sul sacro suolo sovietico: visto che è dal 1929 che mi fingo trotzkista, abbiamo già ora in mano un’eccellente carta e un ottimo strumento per sputtanare quei controrivoluzionari di Trotskij e Sedov, con cui sono stato costretto a convivere e a rimanere in contatto nel corso degli ultimi anni”.

Invece il presunto infiltrato Valentin Olberg non inviò alcun rapporto e/o notizia al centro di Mosca, anche nell’estate del 1935 e una volta arrivato proprio sul suolo sovietico.

Lo stesso abnorme silenzio – abnorme se Olberg fosse stato davvero una “talpa” stalinista, certo – si ripeté infatti anche nell’agosto del 1935, quando tra l’altro Olberg era già ritornato stabilmente in Unione Sovietica e nella sua presunta “casa madre” di matrice stalinista: sempre più assurdo…

Identica omertà di Olberg, sempre rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, anche nel settembre 1935 e quando egli ormai risiedeva a Gorkij, lavorando all’istituto pedagogico di tale città: sempre bocca cucita da parte del presunto agente provocatore, rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD stalinista.

Totale mancanza di comunicazione da parte sua anche nell’ottobre del 1935, sempre rispetto all’interconnessione Tukalevskij-Gestapo-console honduregno-falso passaporto honduregno.

Novembre del 1935? Come sopra: silenzio di tomba, da parte di Valentin Olberg e del presunto infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste.

Dicembre del 1935? Niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg” e da parte del presunto agente provocatore stalinista, rispetto ai suoi presunti capi dell’NKVD stalinista.

Gennaio del 1936? Valentin Olberg venne arrestato dall’NKVD il 5 gennaio del 1936 (per finta, secondo la teoria che lo ritiene un agente infiltrato proprio di quest’ultima), ma anche una volta incarcerato egli si “dimenticò” ancora una volta di informare i suoi presunti “datori di lavoro” della polizia stalinista sull’importante connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno, nonostante tale documento materiale fosse ormai sotto gli occhi e nelle mani della polizia sovietica, che stava del resto iniziando proprio allora a interrogare in carcere il suo presunto agente provocatore e il suo presunto infiltrato all’interno delle fila trotzkiste.

Ancora una volta riemerge Valentin Olberg in qualità di (presunto) “smemorato di Mosca”, sempre seguendo la teoria dell’infiltrato stalinista.

Nel febbraio del 1936 la musica (o meglio, l’assenza di narrazione da parte di Valentin Olberg) non cambiò, visto che anche e persino in quel mese il presunto infiltrato stalinista non rivelò niente ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD sull’aiuto da lui ricevuto da Tukalevskij-Gestapo per l’acquisizione del falso passaporto honduregno, nonostante egli fosse sempre in un carcere sovietico e sempre sottoposto agli interrogatori della polizia stalinista, ossia dei suoi presunti padroni: egli confessò di essere trotzkista, certo, ma non invece il “dettaglio” estremamente importante delle sue connessioni con la Gestapo e il console honduregno operante a Berlino nel 1935, Lucas Parades.

Marzo del 1936? Come sopra: il presunto “smemorato” continuò a non riferire un’informazione come minimo preziosa per Stalin e i dirigenti dell’NKVD, una notizia eclatante che egli aveva avuto letteralmente in mano (tramite il falso passaporto honduregno, acquisito grazie anche all’aiuto di Tukalevskij e ai nazisti) fin dall’inizio del 1935 e da circa un anno.

Aprile 1936? Per l’ennesimo mese di fila, niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg”.

Solamente nel maggio del 1936 – nel giugno, secondo Rogovin – Olberg ammise la sua collusione con i nazisti e Tukalevskij rispetto al falso passaporto honduregno, dopo circa quattro lunghi mesi di interrogatori e di “sofferenze”.

Quindi solo nel maggio del 1936 Valentin Olberg, il presunto “infiltrato stalinista” nelle fila trotzkiste, si decise finalmente a rilevare all’NKVD le sue notizie-bomba rispetto a Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno: solo dopo circa cinquecento giorni da quando egli ebbe in mano e a sua completa disposizione il falso passaporto honduregno.

La sicura e inequivocabile distanza temporale di più di cinquecento giorni tra il periodo in cui Valentin Olberg ebbe a disposizione concretamente il falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e dei nazisti (inizi del 1935), e il momento nel quale egli invece rivelò tali fatti eclatanti all’NKVD nel maggio del 1936, demolisce già di per sé in modo irreversibile la tesi di “Olberg-infiltrato stalinista” nelle fila del movimento trotzkista, anche non considerando gli elementi presi già in esame (la fucilazione dello stesso Olberg ecc.).

La distanza temporale di circa cinquecento giorni in via d’esame risulta invece perfettamente spiegabile e compatibile con la teoria che valuta Olberg come un coraggioso militante trotzkista.

Valentin Olberg non rivelò, all’inizio del 1935, alcuna informazione all’NKVD stalinista sulla connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno per la semplice ragione che egli era un fedele seguace di Trotskij: l’ultima cosa al mondo che avrebbe fatto Olberg, per evidenti ragioni politiche (non danneggiare l’immagine e la reputazione di Trotskij, rivelando gli “sporchi” contatti con i nazisti) oltre che di incolumità personale (ossia non farsi scoprire dalla polizia stalinista, quando avrebbe cercato di entrare illegalmente in Unione Sovietica) era proprio “cantare” e dire la verità all’odiato nemico stalinista anche sulla “connessione tedesca” in via d’esame.

Anche in seguito, una volta entrato in URSS e nel periodo compreso tra il luglio 1935 e il 4 gennaio del 1936, ossia il giorno prima del suo arresto, Olberg non rivelò alcuna informazione alla polizia stalinista per le stesse ragioni appena esposte, aggravate dal fatto che egli ormai si trovava nella “tana del lupo” stalinista, con tutti i mortali pericoli derivanti da tale temerario posizionamento.

Quando infine venne arrestato, il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg non rivelò alcunché rispetto a Tukalevskij e alla Gestapo, e cioè su una notizia disastrosa per il movimento trotzkista, per circa cinque lunghi mesi e dal 5 gennaio fino al maggio del 1936, anche se sottoposto ai duri interrogatori della polizia sovietica: seguendo la “regola del silenzio”, ossia del non rivelare niente al nemico e a quel regime stalinista tanto odiato dai trotzkisti, egli riuscì a tenere duro almeno su questo punto specifico fino al mese di maggio del 1936.

Poi egli cedette e rivelò infine la sua connessione “logistica” con i nazisti, ma si tratta del fenomeno perfettamente comprensibile e che deriva dai limiti della resistenza umana. Olberg era stato del resto realmente arrestato in URSS, e non ad esempio a Parigi o Londra; il suo falso passaporto honduregno costituiva un dato di fatto innegabile, come del resto i suoi precedenti rapporti con Tukalevskij, e i nuovi interrogatori dell’NKVD, una volta riaperta l’indagine sul suo conto, non saranno certamente stati benevoli e gentili nei suoi confronti.

Quarta sfida per il PCL, ossia Mordka Zborovsky/Etienne: e più precisamente la richiesta di informazioni effettuata nel marzo del 1936 dalla polizia sovietica, allora denominata NKVD, e da M. Spiegelglass a Mordka Zborovsky  …  proprio nei confronti di Valentin Olberg.

Mordka Zborovsky a quel tempo costituiva una concreta, reale e abile “talpa” dell’NKVD (GPU, nella terminologia usata da Brouè) che a Parigi, nel corso del 1935, era riuscito a conquistarsi “a poco a poco la fiducia personale di L. Sedov” (Brouè), diventando uno dei collaboratori più fidati del figlio di Trotskij durante gli anni compresi tra 1935 e il 1937.

Cercando di utilizzare l’ottima posizione raggiunta ormai nelle fila trotzkiste da Zborovsky, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici, nella persona del loro alto funzionario S. M. Spiegelglass, chiesero al loro abile agente infiltrato (conosciuto dai trotzkisti con lo pseudonimo del tempo “Etienne”) di cercare di scoprire e rubare documenti, scritti e lettere contenute nell’archivio parigino del figlio di Trotskij in relazione a circa una ventina di nominativi di politici e attivisti, considerati dall’NKVD come sospetti di legami trotzkisti; un elenco assai particolare, di cui ancora nel 1955 “Etienne” ricorderà alcuni nomi.

Infatti nella primavera del 1936 Zborovsky, trasferitosi in seguito negli USA e sottoposto a processo dall’FBI per attività spionistica a favore dell’URSS verso la fine del 1955-inizio del 1956, si mise al lavoro in quella direzione, come ammise davanti a una corte giudiziaria statunitense nel 1955, ma ottenne pochi risultati concreti almeno sotto quel profilo. Stando alla ricostruzione effettuata dall’insospettabile storico trotzkista Brouè, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici misero infatti Zborovsky in “contatto con un personaggio importante, probabilmente l’alto funzionario della GPU Michail Spiegelglass evidentemente impegnato nella preparazione del processo di Mosca. Costui gli mostra una lista di una ventina di nomi – nel 1955 Zborovsky dirà di ricordarsi di quelli di Zinoviev, Smirnov, Olberg, Kurt Landau – dei quali deve cercare eventuali tracce nelle carte di Sedov. Spiegelglass gli spiega che si tratta di persone che cospirano contro l’Urss, che sono strettamente legate a Sedov e che la sorveglianza da lui esercitata potrebbe permettere di smascherarle. Zborovsky esegue l’incarico con tutto lo zelo possibile, ma non ottiene grandi risultati”.[2]

In questa sede non ci interessa soffermarci sull’elevato livello di penetrazione e infiltrazione ottenuto dall’NKVD/GPU all’interno delle fila trotzkiste europee, già nel corso del 1935-1936, ma viceversa vogliamo sottolineare la natura e l’obiettivo concreto delle informazioni richieste a Zborovsky nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD, per il tramite di Spiegelglass: esse risultavano infatti delle domande relative ad alcuni personaggi sospettati dalla polizia stalinista di attività trotzkiste o di essere in qualche modo legate al trotzkismo, tra cui emerge anche il nome di Valentin Olberg.

Proprio quel Valentin Olberg che, nel marzo del 1936, era già stato arrestato da circa due mesi proprio dall’NKVD in terra sovietica, come si è già notato in precedenza.

A questo punto supponiamo ancora una volta e per un istante come veritiera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”. Ammettendo tale ipotesi e collegandola subito con le informazioni ottenute da Brouè, otterremmo il seguente “quadretto”, allo stesso tempo esilarante e assolutamente incredibile:

 

–           l’NKVD/GPU infiltrò Olberg come agente provocatore stalinista nelle fila trotzkiste a partire dal 1929, sapendo dunque benissimo del ruolo reale svolto da quest’ultimo;

–           all’inizio del 1936 l’NKVD arrestò in URSS il suo presunto agente provocatore Olberg, che tuttavia si “dimenticò” di essere un agente provocatore stalinista una volta arrestato;

–           nel marzo del 1936, l’NKVD chiese altresì al suo agente provocatore e infiltrato stalinista Zborovsky delle informazioni anche sul conto del suo agente provocatore, ossia dello stalinista di nome Valentin Olberg, tra l’altro già arrestato dalla stessa NKVD il 5 gennaio del 1936 in una città sovietica.

 

Accettando per un attimo la tesi su “Olberg-agente stalinista”, avremmo dunque un reale infiltrato stalinista, ben conosciuto dai vertici dell’NKVD (= Zborovsky) che, per incarico della stessa polizia stalinista, indagò nel marzo del 1936 rispetto a un altro reale agente infiltrato e provocatore dell’NKVD (= Olberg), anch’esso ben conosciuto almeno a partire dal 1929 dai vertici dell’NKVD stalinista, e per di più già arrestato da essa nel gennaio del 1936.

Almeno seguendo la fallimentare tesi su un “Olberg-infiltrato stalinista”, si sarebbe quindi creata  all’inizio del 1936 una particolare e tragicomica situazione nella quale il reale e indiscutibile infiltrato e “talpa” stalinista Etienne/Zborovsky avrebbe dovuto investigare, e indagò realmente per conto dell’NKVD stalinista nei confronti di un altro infiltrato stalinista all’interno delle fila della costituenda Quarta internazionale, ossia di un altro suo “collega” stalinista.

Siamo già ora nel campo dell’assurdo.

L’infiltrato stalinista Etienne/Zborovsky dal marzo del 1936, e sempre per conto dell’NKVD stalinista inoltre indagò sull’infiltrato stalinista di nome Valentin Olberg che tra l’altro era già stato messo in prigione e interrogato proprio dall’NKVD stalinista e fin dal 5 gennaio del 1936, ossia due mesi prima: ancora più assurdo.

L’infiltrato stalinista Etienne/Zborovsky indagò infine per conto dell’NKVD stalinista sull’infiltrato stalinista Valentin Olberg a partire dal marzo del 1936, e cioè dopo che quest’ultimo aveva ormai ammesso – seppur dopo più di un mese di resistenza (assurda, senza senso) rispetto ai duri interrogatori dell’NKVD – almeno di essere trotzkista, confessando di essere un “emissario” di Trotskij e un militante trotzkista: sempre più assurdo e sempre più delirante, sempre prendendo per buona la teoria in via di demolizione.

Assurdità, delirio e follia che invece subito svaniscono accettando la tesi secondo cui Valentin Olberg non rappresentò assolutamente e in alcun modo un agente provocatore stalinista, ma viceversa un militante trotzkista.

Solo in quest’ottica diventa perfettamente spiegabile e razionale la richiesta di informazioni e di prove scritte rivolta nel marzo del 1936 dai dirigenti di Mosca dell’NKVD al loro (reale) infiltrato Zborovsky, affinché quest’ultimo fornisse ulteriori dati sicuri anche su un reale nemico di Stalin quale il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg, che già in quel periodo era considerato dai vertici dei servizi segreti leali a Stalin come un personaggio importante, al fine di scoprire i fili nascosti dell’attività clandestina della Quarta Internazionale in terra sovietica.

Grazie anche all’aiuto involontario di Brouè, l’ipotesi che Valentin Olberg fosse realmente un agente provocatore stalinista diventa pertanto ancora più assurda e incredibile, con le conseguenze inevitabili del caso esaminate in precedenza.

Un’agenzia di spionaggio può sicuramente chiedere a un suo reale infiltrato di indagare e fornire informazioni sul conto di un suo reale nemico, nel caso specifico un trotzkista di nome Valentin Olberg, trattandosi di un’azione razionale e sensata anche secondo il buon senso più elementare: non è certo verosimile e comprensibile il contrario, ossia che essa richieda e domandi a una sua reale “talpa” (Zborovsky) delle notizie e informazioni rispetto invece a un altro suo reale agente infiltrato, in questo caso Valentin Olberg, tra l’altro arrestato proprio dalla polizia stalinista due mesi prima del marzo 1936 e che, nella seconda metà del febbraio 1936, aveva almeno confessato di essere un “emissario” di Trotskij.

A meno di non supporre e ipotizzare, entrando ancora di più nel mondo dell’assurdo, che anche Spiegelglass e gli altri capi dell’NKVD di Mosca fossero diventati improvvisamente degli “smemorati” (forse imitando il loro presunto e “smemorato” agente provocatore, Valentin Olberg?) nel marzo del 1936, “dimenticandosi” pertanto di avere almeno dal 1930 alle loro (presunte) dipendenze Valentin Olberg, di averlo fatto infiltrare da ben sei anni nelle fila trotzkiste e di averlo fatto arrestare ad arte il 5 gennaio del 1936 a  Gorkij, ossia proprio in terra sovietica.

Ma a questo punto dovremmo entrare in un regno di follia e di mancanza di memoria collettiva degno per l’appunto di un manicomio allo sbando, e non certo degli efficienti servizi segreti sovietici del 1936.

Come criterio di verifica della nostra tesi va del resto sottolineato anche un altro nome citato da Zborovsky nel 1956, e cioè Kurt Landau.

Kurt Landau era stato un militante trotzkista vicino a Trotskij almeno dal 1929 fino al 1931, che tra l’altro aveva conosciuto e lavorato assieme proprio con Valentin Olberg nel corso del 1931: pur denunciando in seguito con veemenza il primo processo stalinista dell’agosto del 1936, in cui risultava imputato anche Valentin Olberg, Landau invece polemizzò apertamente con Trotskij e suo figlio Sedov proprio rispetto a Olberg, personaggio considerato da Landau non come un agente provocatore dell’NKVD ma, viceversa, come una “vittima di Stalin”.[3]

Nessun dubbio, anche da parte trotzkista, che Landau fosse a sua volta un infiltrato stalinista, visto che proprio la Quarta Internazionale lo considera un martire della repressione stalinista in Spagna, dove Landau si era trasferito aderendo subito all’organizzazione semitrotzkista del Poum e militandovi nel periodo compreso tra il 1935 e il 1937.

Il punto che ci interessa più da vicino è che proprio l’insospettabile Landau, che non credette mai alla versione che valutava Olberg come un infiltrato stalinista, divenne a sua volta oggetto dell’attenzione speciale di Spiegelglass e della NKVD nel marzo del 1936, con la loro richiesta a “Etienne-Zborovsky” di avere informazioni dettagliate anche sul suo conto, oltre che sulla posizione di Valentin Olberg: il fatto innegabile che i dirigenti della polizia stalinista allora avessero richiesto notizie sul conto di Landau si spiega con la semplice ragione che anche quest’ultimo, al pari di Valentin Olberg, costituiva un coraggioso militante antistalinista e non certo un infiltrato al servizio dell’NKVD.

Nel capitolo del libro “Il volo di Pjatakov” dedicato al caso Olberg emergono numerose altre prove che, simultaneamente, demoliscono l’ipotesi cara al PCL su un Valentin Olberg “infiltrato stalinista” e attestano invece che quest’ultimo era un uomo politico impegnato seriamente nella costituenda Quarta Internazionale e un acceso antistalinista che, con il supporto materiale dei nazisti e della Gestapo, entrò clandestinamente in Unione Sovietica nell’estate del 1935: con tutte le pesanti conseguenze politiche che ne discendono e ne derivano rispetto all’alleanza tattica tra Trotskij e i nazisti.

Ma per il momento ci limitiamo solo alle quattro sfide sopracitate, non mettendo in campo altri elementi di prova.

Quattro sfide sul piano storico: verranno affrontate o invece, più comodamente, evitate e ignorate dal PCL?

 

 

27 novembre 2018

 

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

 

 

Per consultare una parte del libro “Il volo di Pjatakov” si può utilizzare gratuitamente il sito http://www.robertosidoli.net

 

[1] “Moscow trials 1936, 19 (morning session)”, in art-bin.com

[2] P. Brouè, “La rivoluzione perduta”, pag. 840, Bollati Boringhieri

[3] P. Broué, “Kurt Landau”, in www.marxist.org, 1998

Tre novità a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov

Il compagno Marco Rizzo su “Tre novità a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov”.

Riceviamo dal compagno Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista, un giudizio rispetto al libro “Il volo di Pjatakov” e all’articolo “Tre novità sull’esistenza del volo di Pjatakov”.

 

”  Il vostro importante lavoro riscrive la storia del movimento Comunista e rende giustizia a Stalin.

Marco Rizzo.”

 

Tre novità a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov

 

16 febbraio del 1937: il secondo processo di Mosca, che vide come principali imputati Pjatakov e Radek, era ormai finito da più di due settimane.

Sempre 16 febbraio 1937: ormai quasi tre settimane erano trascorse da quando l’allora direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller, T. Gulliksen, aveva negato in un’intervista a un giornale norvegese che un aereo straniero fosse arrivato dall’estero nel suo aeroporto durante il dicembre 1935, smentendo quindi che Pjatakov fosse in alcun modo sbarcato nella struttura logistica da lui diretta nel mese in oggetto.

Allora era diventato tutto limpido e tutto chiaro, almeno per le autorità norvegesi e per il governo norvegese dell’inverno del 1937?

Per niente.

Proprio esaminando tale materia potremo ottenere e acquisire nuove prove consistenti, di cui non disponevamo prima del 14 agosto 2018, a favore dell’esistenza concreta del volo segreto di Pjatakov in Norvegia nel dicembre del 1935 e del colloquio clandestino tenuto da quest’ultimo con Trotskij: allora esiliato in Norvegia e residente a Honefoss, distante per via stradale solo ottanta chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

Cosa successe il 16 febbraio 1937? In tale giorno l’importante ministro degli esteri norvegese Halvdan Koht, evidentemente poco soddisfatto delle dichiarazioni di Gulliksen, chiese tramite l’ispettore generale dell’aeronautica norvegese e per iscritto alcune informazioni rispetto ai velivoli partiti e arrivati a Kjeller nel dicembre 1935; tale autorevole richiesta giunse dopo pochissimi giorni anche a Gulliksen e soci, come risulta da un documento datato 9 marzo 1937 e conservato negli archivi pubblici norvegesi.

Più precisamente il ministero degli esteri, tra l’altro, chiese alle autorità aeroportuali di Kjeller e alla dogana norvegese se fosse arrivato a Kjeller da Berlino un aereo, il 12 o il 13 dicembre 1935.

Niente male, come domanda!

Se si esamina lo scritto del 9 marzo 1937, conservato negli archivi norvegesi, risulta infatti che il 16 febbraio 1937 il ministero degli esteri norvegese, con un atto ufficiale, domandò alcune cose importanti: leggiamo assieme il documento del 9 marzo 1937.

 

“564/37.5.                                                                                                                                          9 marzo 1937

Il signor Ministro degli Esteri Halvdan Koht .

Voli per Kjeller nel dicembre 1935

Il signor Ministro degli Esteri ha richiesto le seguenti informazioni in una missiva datata 16 del mese scorso:

  1. Se siano arrivati aerei a Kjeller da Berlino il 12 o 13 dicembre 1935.
  2. Nel caso la risposta sia no, se siano arrivati voli da Berlino a Kjeller in altra data nello stesso anno.
  3. Nel caso anche questa risposta sia no, se siano arrivati voli da Copenaghen o da Malmö a Kjeller in uno dei giorni specificati nella domanda 1 o nei giorni precedenti o successivi.

Per quella ragione alleghiamo a questa lettera il rapporto richiesto al Comandante di Kjeller e un rapporto da parte delle Autorità Doganali di Kjeller, tramite l’Ispettore Generale delle Forze Aeree Norvegesi.

Come si può vedere dai rapporti la risposta alle tre domande di cui sopra è da considerarsi negativa.

Allegato”

 

Nel documento del 9 marzo 1937 si fa riferimento esplicito a Berlino/Kjeller e al 12/13 dicembre 1935, a Copenaghen/Malmö e ai velivoli atterrati a Kjeller, in quel periodo.

Dalla seconda metà del febbraio 1937, quindi, le autorità aeroportuali di Kjeller erano perfettamente a conoscenza e sapevano benissimo che l’importante ministero degli esteri norvegese – non certo Topolino, non certo un qualunque cittadino norvegese e neanche l’ufficio della dogana di Kjeller – aveva chiesto per iscritto anche a loro di fornire delle informazioni precise su tre punti rilevanti, riguardo al dicembre del 1935.

Innanzitutto il ministero degli esteri norvegese aveva domandato alle autorità aeroportuali di Kjeller,  e loro ne erano perfettamente a conoscenza dalla seconda metà del febbraio 1937, se nel dicembre del 1935 un aereo fosse atterrato a Kjeller provenendo da Berlino, ossia dalla Berlino nazista del 1935; in termini quasi espliciti, dunque, il ministero degli esteri norvegese aveva chiesto il 16 febbraio 1937 se Pjatakov (si trattava di lui, certo) fosse arrivato a Kjeller partendo dalla Berlino nazista nel dicembre del 1935, per di più indicando anche i giorni del 12 e 13 dicembre come le due date da cercare con particolare attenzione per un eventuale arrivo a Kjeller di un velivolo partito dalla capitale tedesca.

Bene: seppur di fronte a tale esplicita richiesta da parte dell’importante ministero degli esteri (non certo di Topolino, oppure di Paperino ecc.), le autorità aeroportuali di Kjeller non risposero alcunché a tal proposito nel loro “rapporto” del 25 febbraio 1937, citato nel terzo capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”.

Nel loro report del 25 febbraio 1937, come anche in un altro loro scritto del 1 marzo 1937, non sono contenute in alcun modo neanche poche parole del tipo: “non era arrivato alcun aereo a Kjeller da Berlino, nel dicembre 1935 e il 12-13 dicembre 1935”.

Sarebbero state solo poche e semplici parole, anzi solo pochissime e semplicissime parole di fronte a un’esplicita domanda dell’importante ministero degli esteri: eppure nel “rapporto” del 25 febbraio 1937, prodotto dalle autorità aeroportuali di Kjeller, non si trovano, non ci sono e non sono contenute in alcun modo persino concise e brevi affermazioni di tal genere.

Quindi si tratta di una clamorosa assenza.

Si tratta quindi di una clamorosa mancanza, sempre da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller e sempre nel loro “rapporto” del 25 febbraio 1937, per di più rispetto a una domanda precisa dell’importante ministero degli esteri.

Si tratta quindi di un nuovo “buco nero” da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018 e che solo ora possiamo esporre: un nuovo “buco nero” che si aggiunge a tutte le altre numerose omissioni da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che abbiamo invece già evidenziato sia nel secondo che nel terzo capitolo del nostro libro.

Bontà loro, in un documento del 1 marzo 1937 le autorità di Kjeller si degnavano di dire che la risposta era negativa, rispetto alla domanda del ministero degli esteri norvegese, ma si limitavano esclusivamente a tale laconica parola.

Sempre il ministero degli esteri norvegese, e sempre il 16 febbraio 1937 chiese altresì se fosse arrivato a Kjeller un velivolo proveniente da Malmö o da Copenaghen i giorni 12 o 13 dicembre 1935, oppure durante i giorni vicini alle due date in oggetto.

Le autorità aeroportuali di Kjeller erano dunque perfettamente a conoscenza, nella seconda metà del febbraio 1937, che l’importante ministero degli esteri norvegese – non certo Topolino, non certo Paperino – aveva chiesto espressamente delle informazioni precise rispetto ad eventuali velivoli giunti a Kjeller da Malmö e/o Copenaghen, sempre all’inizio di dicembre del 1935. Ma anche in questo caso specifico esse non scrissero neanche poche e misere parole, dovute e indispensabili, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937 e del tipo: “nessun velivolo è arrivato a Kjeller da Malmö o da Copenaghen, sempre nel dicembre del 1935”.

Quindi emerge una nuova omissione e un nuovo “buco nero”, che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018, da parte di Gulliksen e compagnia annessa.

Ma non solo.

Il ministero degli esteri norvegese aveva altresì richiesto alle autorità aeroportuali di Kjeller, sempre per iscritto e sempre in data 16 febbraio 1937, anche delle informazioni precise sul fatto se uno o più velivoli fossero arrivati a Kjeller da Berlino in qualunque altra occasione dello stesso periodo.

Anche in questo caso specifico, come nei due precedenti, le autorità aeroportuali di Kjeller erano dunque perfettamente a conoscenza che l’importante ministero degli esteri aveva richiesto in data 16 febbraio 1937 precise informazioni in merito. Ma anche in questo caso, come del resto nei due precedenti, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937 esse non scrissero e non elaborarono neanche due righe, neanche poche parole del tipo: “non sono arrivati aerei a Kjeller da Berlino per tutto il mese di dicembre 1935”; oppure una breve frase come “è arrivato un velivolo dall’estero a Kjeller del dicembre del 1935, ma esso proveniva da Linköping e non certo da Berlino”.

Bontà loro, in un documento dell’1 marzo del 1937 le autorità aeroportuali di Kjeller si degnarono di dire che la risposta alla domanda in oggetto era “negativa”, ma si limitarono esclusivamente a tale laconica parola.

Siamo quindi in presenza di un’altra omissione e di un altro “buco nero” da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, sempre esaminando il loro pseudorapporto del 25 febbraio 1937: un’altra anomalia che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018 e che si aggiunge non solo alle altre due novità sopracitate, ma anche alle numerose stranezze da noi invece già evidenziate e già sottolineate in precedenza nel corso del secondo e terzo capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”, sempre rispetto a Gulliksen e alle autorità aeroportuali di Kjeller.

Stiamo esaminando dunque tre ulteriori passi in avanti di notevole peso, a sostegno ulteriore e a ulteriore supporto dell’esistenza concreta del volo segreto compiuto da Pjatakov in Norvegia, durante il dicembre 1935.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

 

pgreco-burgio-volo-pjatakov (6)

Tre novità a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov

 

16 febbraio del 1937: il secondo processo di Mosca, che vide come principali imputati Pjatakov e Radek, era ormai finito da più di due settimane.

Sempre 16 febbraio 1937: ormai quasi tre settimane erano trascorse da quando l’allora direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller, T. Gulliksen, aveva negato in un’intervista a un giornale norvegese che un aereo straniero fosse arrivato dall’estero nel suo aeroporto durante il dicembre 1935, smentendo quindi che Pjatakov fosse in alcun modo sbarcato nella struttura logistica da lui diretta nel mese in oggetto.

Allora era diventato tutto limpido e tutto chiaro, almeno per le autorità norvegesi e per il governo norvegese dell’inverno del 1937?

Per niente.

Proprio esaminando tale materia potremo ottenere e acquisire nuove prove consistenti, di cui non disponevamo prima del 14 agosto 2018, a favore dell’esistenza concreta del volo segreto di Pjatakov in Norvegia nel dicembre del 1935 e del colloquio clandestino tenuto da quest’ultimo con Trotskij: allora esiliato in Norvegia e residente a Honefoss, distante per via stradale solo ottanta chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

Cosa successe il 16 febbraio 1937? In tale giorno l’importante ministro degli esteri norvegese Halvdan Koht, evidentemente poco soddisfatto delle dichiarazioni di Gulliksen, chiese tramite l’ispettore generale dell’aeronautica norvegese e per iscritto alcune informazioni rispetto ai velivoli partiti e arrivati a Kjeller nel dicembre 1935; tale autorevole richiesta giunse dopo pochissimi giorni anche a Gulliksen e soci, come risulta da un documento datato 9 marzo 1937 e conservato negli archivi pubblici norvegesi.

Più precisamente il ministero degli esteri, tra l’altro, chiese alle autorità aeroportuali di Kjeller e alla dogana norvegese se fosse arrivato a Kjeller da Berlino un aereo, il 12 o il 13 dicembre 1935.

Niente male, come domanda!

Se si esamina lo scritto del 9 marzo 1937, conservato negli archivi norvegesi, risulta infatti che il 16 febbraio 1937 il ministero degli esteri norvegese, con un atto ufficiale, domandò alcune cose importanti: leggiamo assieme il documento del 9 marzo 1937.

 

“564/37.5.                                                                                                              9 marzo 1937

 

Il signor Ministro degli Esteri Halvdan Koht .

Voli per Kjeller nel dicembre 1935

Il signor Ministro degli Esteri ha richiesto le seguenti informazioni in una missiva datata 16 del mese scorso:

  1. Se siano arrivati aerei a Kjeller da Berlino il 12 o 13 dicembre 1935.
  2. Nel caso la risposta sia no, se siano arrivati voli da Berlino a Kjeller in altra data nello stesso anno.
  3. Nel caso anche questa risposta sia no, se siano arrivati voli da Copenaghen o da Malmö a Kjeller in uno dei giorni specificati nella domanda 1 o nei giorni precedenti o successivi.

Per quella ragione alleghiamo a questa lettera il rapporto richiesto al Comandante di Kjeller e un rapporto da parte delle Autorità Doganali di Kjeller, tramite l’Ispettore Generale delle Forze Aeree Norvegesi.

Come si può vedere dai rapporti la risposta alle tre domande di cui sopra è da considerarsi negativa.

Allegato”

 

Nel documento del 9 marzo 1937 si fa riferimento esplicito a Berlino/Kjeller e al 12/13 dicembre 1935, a Copenaghen/Malmö e ai velivoli atterrati a Kjeller, in quel periodo.

Dalla seconda metà del febbraio 1937, quindi, le autorità aeroportuali di Kjeller erano perfettamente a conoscenza e sapevano benissimo che l’importante ministero degli esteri norvegese – non certo Topolino, non certo un qualunque cittadino norvegese e neanche l’ufficio della dogana di Kjeller – aveva chiesto per iscritto anche a loro di fornire delle informazioni precise su tre punti rilevanti, riguardo al dicembre del 1935.

Innanzitutto il ministero degli esteri norvegese aveva domandato alle autorità aeroportuali di Kjeller,  e loro ne erano perfettamente a conoscenza dalla seconda metà del febbraio 1937, se nel dicembre del 1935 un aereo fosse atterrato a Kjeller provenendo da Berlino, ossia dalla Berlino nazista del 1935; in termini quasi espliciti, dunque, il ministero degli esteri norvegese aveva chiesto il 16 febbraio 1937 se Pjatakov (si trattava di lui, certo) fosse arrivato a Kjeller partendo dalla Berlino nazista nel dicembre del 1935, per di più indicando anche i giorni del 12 e 13 dicembre come le due date da cercare con particolare attenzione per un eventuale arrivo a Kjeller di un velivolo partito dalla capitale tedesca.

Bene: seppur di fronte a tale esplicita richiesta da parte dell’importante ministero degli esteri (non certo di Topolino, oppure di Paperino ecc.), le autorità aeroportuali di Kjeller non risposero alcunché a tal proposito nel loro “rapporto” del 25 febbraio 1937, citato nel terzo capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”.

Nel loro report del 25 febbraio 1937, come anche in un altro loro scritto del 1 marzo 1937, non sono contenute in alcun modo neanche poche parole del tipo: “non era arrivato alcun aereo a Kjeller da Berlino, nel dicembre 1935 e il 12-13 dicembre 1935”.

Sarebbero state solo poche e semplici parole, anzi solo pochissime e semplicissime parole di fronte a un’esplicita domanda dell’importante ministero degli esteri: eppure nel “rapporto” del 25 febbraio 1937, prodotto dalle autorità aeroportuali di Kjeller, non si trovano, non ci sono e non sono contenute in alcun modo persino concise e brevi affermazioni di tal genere.

Quindi si tratta di una clamorosa assenza.

Si tratta quindi di una clamorosa mancanza, sempre da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller e sempre nel loro “rapporto” del 25 febbraio 1937, per di più rispetto a una domanda precisa dell’importante ministero degli esteri.

Si tratta quindi di un nuovo “buco nero” da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018 e che solo ora possiamo esporre: un nuovo “buco nero” che si aggiunge a tutte le altre numerose omissioni da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, che abbiamo invece già evidenziato sia nel secondo che nel terzo capitolo del nostro libro.

Bontà loro, in un documento del 1 marzo 1937 le autorità di Kjeller si degnavano di dire che la risposta era negativa, rispetto alla domanda del ministero degli esteri norvegese, ma si limitavano esclusivamente a tale laconica parola.

Sempre il ministero degli esteri norvegese, e sempre il 16 febbraio 1937 chiese altresì se fosse arrivato a Kjeller un velivolo proveniente da Malmö o da Copenaghen i giorni 12 o 13 dicembre 1935, oppure durante i giorni vicini alle due date in oggetto.

Le autorità aeroportuali di Kjeller erano dunque perfettamente a conoscenza, nella seconda metà del febbraio 1937, che l’importante ministero degli esteri norvegese – non certo Topolino, non certo Paperino – aveva chiesto espressamente delle informazioni precise rispetto ad eventuali velivoli giunti a Kjeller da Malmö e/o Copenaghen, sempre all’inizio di dicembre del 1935. Ma anche in questo caso specifico esse non scrissero neanche poche e misere parole, dovute e indispensabili, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937 e del tipo: “nessun velivolo è arrivato a Kjeller da Malmö o da Copenaghen, sempre nel dicembre del 1935”.

Quindi emerge una nuova omissione e un nuovo “buco nero”, che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018, da parte di Gulliksen e compagnia annessa.

Ma non solo.

Il ministero degli esteri norvegese aveva altresì richiesto alle autorità aeroportuali di Kjeller, sempre per iscritto e sempre in data 16 febbraio 1937, anche delle informazioni precise sul fatto se uno o più velivoli fossero arrivati a Kjeller da Berlino in qualunque altra occasione dello stesso periodo.

Anche in questo caso specifico, come nei due precedenti, le autorità aeroportuali di Kjeller erano dunque perfettamente a conoscenza che l’importante ministero degli esteri aveva richiesto in data 16 febbraio 1937 precise informazioni in merito. Ma anche in questo caso, come del resto nei due precedenti, all’interno del loro “rapporto” del 25 febbraio 1937 esse non scrissero e non elaborarono neanche due righe, neanche poche parole del tipo: “non sono arrivati aerei a Kjeller da Berlino per tutto il mese di dicembre 1935”; oppure una breve frase come “è arrivato un velivolo dall’estero a Kjeller del dicembre del 1935, ma esso proveniva da Linköping e non certo da Berlino”.

Bontà loro, in un documento dell’1 marzo del 1937 le autorità aeroportuali di Kjeller si degnarono di dire che la risposta alla domanda in oggetto era “negativa”, ma si limitarono esclusivamente a tale laconica parola.

Siamo quindi in presenza di un’altra omissione e di un altro “buco nero” da parte delle autorità aeroportuali di Kjeller, sempre esaminando il loro pseudorapporto del 25 febbraio 1937: un’altra anomalia che purtroppo non conoscevamo prima del 14 agosto 2018 e che si aggiunge non solo alle altre due novità sopracitate, ma anche alle numerose stranezze da noi invece già evidenziate e già sottolineate in precedenza nel corso del secondo e terzo capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”, sempre rispetto a Gulliksen e alle autorità aeroportuali di Kjeller.

Stiamo esaminando dunque tre ulteriori passi in avanti di notevole peso, a sostegno ulteriore e a ulteriore supporto dell’esistenza concreta del volo segreto compiuto da Pjatakov in Norvegia, durante il dicembre 1935.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

Losurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento ed alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia e sia in altri paesi. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e la serietà del contributo ideale ed intellettuale di Domenico.

Ora è il momento del lutto e del cordoglio ma ritorneremo, in maniera più sistematica, sul contributo elaborato da Losurdo con l’auspicio di mantenere viva la “battaglia delle idee” e la lotta a fondo ad ogni tentativo di voler affermare il modo di produzione capitalistico come “fine della storia”.

Rete dei Comunisti

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Dall’intervista che chiude il mio libro “L”humanité commune: Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo” (Delga, Paris 2012).

Grazie di tutto.
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Azzarà. Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? LEuropa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche lequilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo. Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dell’orrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni 70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e l’unica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. E paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».
Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nellanalizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, l’ideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con l’avvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt).

Se questa è l’origine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente un’iniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con l’empirismo e il problematicismo; prima ancora dell’avvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi.

Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è l’idea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (L’Anticristo, § 38). D’altro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole d’ordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo – ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione – mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.
Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sull’altare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt).

Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a «Empire» di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna l’idea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dell’assoggettamento e talvolta dell’annientamento delle «razze inferiori» ad opera dell’Occidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dell’imperialismo, letto e apprezzato da Lenin.

Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi all’insegna dell’idea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa all’insegna dell’idea di libertà. In realtà l’idea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche l’emancipazione degli schiavi, che è in effetti è sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dell’Ovest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.
Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce c’è un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro l’Urss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri lo proclamano Obama e Hillary Clinton «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.
Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un«analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione.

In Italia, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet null’altro che l’espressione politica di un’«orda» barbarica (estranea e ostile all’Occidente). A partire dagli anni 70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dall’altro marxisti che sono all’opposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico».

E’ una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dall’assoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dell’Occidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo all’insegna della costruzione di una società post-capitalistica?

* da Facebook

Pubblichiamo una recensione del ricercatore e storico marxista Davide Rossi rispetto al libro “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti”.

 

Pjatakov, Trotskij e gli altri, quando il trotskismo diventò antisovietico

di  Davide Rossi

 

“Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” (Pgreco), quasi seicento pagine, è un libro di storia avvincente come un romanzo, documentato e approfondito come deve essere un saggio storico, scritto da tre autori, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, radicati in una visione sinceramente antifascista, che hanno trovato da tempo nella forma divulgativa e accessibile a tutti la loro cifra stilistica.

Il bolscevico ucraino Georgij Leonidovič Pjatakov ha ventisette anni la notte della Rivoluzione d’Ottobre e dopo aver contribuito allo sviluppo dell’industria pesante sovietica, verrà condannato a morte nel 1937 per concrete e appurate responsabilità, come dimostrano i documenti riportati nel libro e reperiti per primo negli archivi Trotskij di Harvard a metà degli anni ’80 del passato secolo dallo storico statunitense John Archibald Getty, professore all’Università della California di Los Angeles.

Lev Davidovič Bronštejn detto Trotskij, l’uomo che in modo sanguinario ma efficace aveva vinto la guerra civile contro le forze reazionarie e che aveva dato, ancor prima, nel 1917 un contributo fondamentale per la vittoria della Rivoluzione bolscevica, con il capillare controllo della città di Pietrogrado, da lui realizzato attraverso il controllo dei Soviet dei lavoratori e dei militari, nel momento della sua espulsione dall’Unione Sovietica nei primi anni ’30 aveva iniziato a identificare nel potere sovietico un nemico da abbattere e rovesciare al pari degli altri poteri borghesi e fascisti del tempo. È evidente che se fosse riuscito in questo suo proposito, accecato dalla sua avversione contro Josif Stalin, il destino dell’Europa avrebbe potuto essere tragicamente diverso. Per fortuna le azioni sabotatrici e i tentativi di omicidio di Stalin, come quello progettato dal trotskista Valentin Olberg, già infiltrato nella KPD tedesca, non hanno avuto successo e l’Unione Sovietica guidata da Stalin ha assicurato la definitiva sconfitta del nazifascismo con la liberazione di Berlino il giorno della Vittoria che ancora viene festeggiato ogni anno il 9 maggio nella capitale tedesca al parco di Treptow e in tutte le città un tempo sovietiche, da Kalliningrad a Vladivostok.

Tra le azioni anticomuniste orchestrare da Trotskij, anche i contatti con Karl Radek all’inizio del 1932 e il volo di Pjatakov compiuto nel dicembre del 1935 dalla Berlino allora nazista fino all’aeroporto norvegese di Kjeller, con tappa nella cittadina svedese di Linkoping, a metà strada tra Goteborg e Stoccolma. Kjeller dista venti chilometri da Oslo e ottanta da Honefoss, cittadina norvegese nella quale trova asilo politico dal giugno 1935 all’agosto del 1936 proprio Trotskij. Tra le quattro casette di Kjeller, Pjatakov, viceministro sovietico, incontra Trotskij.

Da tutta questa triste storia si evince che le falsità abilmente propagandate in Occidente da Lev Sedov, il figlio di Trotskij, con il suo “Libro rosso sui Processi di Mosca”, editato a Parigi nel 1937, sono un’accozzaglia propagandistica ben distante dalla realtà. Tra l’altro Sedov era in costante contatto con Valentin Olberg e molti altri trotskisti che dall’interno e dall’estero provavano malauguratamente a distruggere l’Unione Sovietica.

La mole di documenti presentata dagli autori conferma che i processi di Mosca del 1937 non sono stati una farsa dettata da una volontà di egemonia politica, ma la necessaria risposta dello stato sovietico a un progetto di sovversione che, nella sua foga antistaliniana, non si rendeva contro che avrebbe portato alla catastrofe non solo della prima nazione socialista della storia, ma avrebbe creato le premesse per impedire la formazione di quella potenza militare e ideologicamente orientata che ha fortunatamente annientato il nazifascismo.

Il libro documenta inoltre come Trotskij e il suo avvocato difensore Albert Goldman, nel corso dei dibattimenti della commissione Dewey, istituita in quello stesso 1937 negli Stati Uniti per scagionare Trotskij dalle accuse emerse nei processi di Mosca, abbiano manipolato l’intervista rilasciata a un quotidiano laburista norvegese dal dottor Gulliksen, allora direttore dell’aeroporto di Kjeller.

La sorte di chi tradiva la patria sovietica non poteva certo essere sconosciuta a Pjatakov che era stato amico e collaboratore di Feliks Dzeržinskij, tanto nel progetto di indirizzamento dei prigionieri comuni e di quelli politici nel processo di edificazione delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo economico sovietico, quanto dal 1923 in veste di vicepresidente del VSNCh, il Consiglio Superiore dell’Economia Sovietica.

“Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” è un libro terribile e avvincente, tragico, veritiero e necessario. Un tassello importante nella demistificazione del mito antistalinista che tanti guasti ha portato al movimento progressivo mondiale.

 

 

Stachanov Blog: Il volo di Pjatakov: La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti.

https://stachanovblog.org/2018/06/09/il-volo-di-pjatakov-la-collaborazione-tattica-tra-trotskij-e-i-nazisti/

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“Il volo di Pjatakov” è un’opera estremamente importante nella storiografia italiana (e non solo italiana). Gli autori, facendo un uso sapiente di fonti note e altre più recenti (per le quali è stato fatto anche un originale e inedito lavoro di ricerca), mostrano le molteplici contraddizioni interne alla stessa storiografia liberale e trockijsta, riguardo alla classica “vulgata” che vede Stalin criminale e capo di un totalitarismo di contro ad un Trockij genuino e candido comunista. Il libro mostra in realtà senza ormai più alcun dubbio la collaborazione tattica stretta tra Trockij e settori dello Stato nazista tedesco, interessati entrambi, seppur per ragioni diverse, a distruggere il Governo sovietico guidato da Stalin. (Recensione del libro “Il volo di Pjatakov” da parte di Alessandro Pascale, autore del del libro “In Difesa del Socialismo Reale”, disponibile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/)

CAPITOLO PRIMO

La prima versione rispetto al volo di Pjatakov è stata fornita al processo di Mosca del gennaio del 1937 dagli stessi imputati, venendo sostanzialmente accettata (con alcune eccezioni rilevanti, ma non decisive) dalla pubblica accusa stalinista allora rappresentata da A. J. Vysinskij.

Secondo i due principali imputati, G. L. Pjatakov e K. Radek:

  • sussisteva e operava in Unione Sovietica, a partire dal dicembre del 1927, un’organizzazione clandestina trotzkista via via infiltratasi anche nei livelli elevati della nomenklatura economica e militare del paese e attiva, senza soluzione di continuità, fino al 1936;
  • sia Radek che Pjatakov non fecero parte dal 1928 al 1930 di questa struttura illegale, avendo allora rotto i legami politico-organizzativi intessuti in precedenza con Trotskij[1];
  • a partire dalla metà del 1931, i due uomini politici tuttavia si unirono di nuovo all’organizzazione trotzkista, ridiventando quasi subito dei leader di quest’ultima in terra sovietica[2].

Come notò Karl Radek nella sua arringa finale al processo di Mosca del 1937, dopo il dicembre del 1927 (quando Trotskij e molti suoi sostenitori vennero espulsi dal partito bolscevico) “in parte i miei coimputati” (al processo del gennaio 1937) “tornarono sulla via della lotta, da convinti trotzkisti, sostenitori della negazione permanente della possibilità di edificare il socialismo in un solo paese. Dopo aver perduto la fede in questa concezione di Trotcij, io mi ravvidi, ma, di fronte alle difficoltà del socialismo, negli anni dal 1931 al 1933 divenni vittima del timore. Ciò mostra soltanto che è più facile riconoscere teoricamente l’affermazione del socialismo, che avere la forza e la costanza che possono maturare solo in quegli uomini che abbiano proceduto col partito senza lotte, con la più profonda e intima convinzione.

Di fronte alla sfiducia e alla scarsa fiducia nei confronti dei quadri al potere e in condizioni di scarso contatto con i quadri, la teoria sola diventa lettera morta, resta un punto di partenza astratto e non pratico. M’imbattei in questa difficoltà e ritornai all’illegalità”[3];

  • tornati entrambi ad essere in segreto dei dirigenti autorevoli dei trotzkisti sovietici, Pjatakov e Radek nell’aprile del 1934 ricevettero una lettera di Trotskij nella quale il loro capo in esilio spiegò, oltre alla necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e usando ogni mezzo possibile, ivi compreso il sabotaggio e il terrorismo, l’esigenza di una collaborazione con l’imperialismo tedesco e il suo mandatario politico, il nazismo, anche in previsione dello scoppio della seconda guerra mondiale considerata come sicura e ormai imminente dallo stesso Trotskij;
  • di fronte alle novità contenute nella direttiva di quest’ultimo, si manifestarono dubbi e incertezze nel centro clandestino dei trotzkisti allora operanti in Unione Sovietica.

Sempre Radek notò che “dopo la direttiva di Trotskij del 1934, quando gli trasmisi la risposta del centro, vi aggiunsi di mia iniziativa che ero d’accordo di sondare il terreno” (con i nazisti), “ma non entrare in relazione direttamente, dissi, la situazione può mutare. Proposi allora che le trattative fossero condotte da Putna” (un alto ufficiale dell’Armata Rossa) “che ha relazioni nelle cerchie militari dominanti in Giappone e in Germania.

Trotskij rispose: “senza di voi non accetteremo nessuna condizione, non prenderemo alcuna decisione”. Tacque, poi, un anno. Dopo di che ci pose di fronte al fatto compiuto. Dovete comprendere, non è un mio merito se mi ribellai. È semplicemente un dato di fatto necessario perché comprendiate”[4];

  • con una lettera di Trotskij inviata all’inizio di dicembre del 1935 a Radek e al centro dirigente trotzkista operante in Unione Sovietica, arrivò infatti un’ulteriore novità da parte del loro leader in esilio, ormai giunto in Norvegia a partire dal giugno del 1935: l’accordo con i nazisti costituiva un dato di fatto ormai acquisito, nella tattica elaborata dal capo indiscusso della costituenda Quarta Internazionale;
  • di fronte al fatto compiuto del “patto con il diavolo” hitleriano, scoppiò il dissenso politico nelle file dei dirigenti trotzkisti clandestini. Di comune accordo, sia Pjatakov che Radek presero la decisione di incontrarsi direttamente con Trotskij, una volta possibile: e a tale scopo poté essere utilizzato il viaggio ufficiale di Pjatakov nella Germania nazista previsto attorno al 10 dicembre 1935, anche se sia quest’ultimo che Radek si rendevano conto dei gravi rischi che tale colloquio comportava per la loro stessa sopravvivenza fisica;
  • informato dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij a sua volta attivò un militante clandestino trotzkista di nazionalità sovietica che operava allora come giornalista proprio in Germania, e cioè D. P. Bukhartsev, per preparare e attuare il viaggio di Pjatakov in terra norvegese;
  • se l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, da parte tedesca esso venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav” e che rappresentava l’anello di collegamento tra le due parti;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con quest’ultimo, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner, e venne deciso di comune accordo il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo attorno alle 15,00 del pomeriggio, dopo un volo di circa tre ore e senza scalo, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto norvegese e quindi ritornò a Berlino;
  • giunto in seguito a Mosca, dopo la fine della sua missione diplomatica in Germania, Pjatakov espose i contenuti del suo incontro col loro leader in esilio a Radek e a pochi altri dirigenti del movimento clandestino trotzkista in Unione Sovietica: anche se non vi fu un’aperta rottura politica con Trotskij, i dubbi sulla nuova alleanza con i nazisti rimasero fortissimi, consolidando una relazione di sfiducia tra il leader in esilio della Quarta Internazionale e una parte dei dirigenti clandestini invece operanti in Unione Sovietica.

Nel suo discorso finale al processo di Mosca che lo vedeva imputato, Radek sottolineò che “infine, quando Pjatakov tornò dall’estero, riferendo il colloquio con Trotskij accennò al fatto che questi aveva disposto che “i quadri” (ossia i dirigenti dell’opposizione trotzkista in Unione Sovietica) “dovessero venire composti da persone che non fossero ancora corrotte dalla direzione staliniana”, quali ad esempio lo stesso Radek e Pjatakov[5];

  • nel corso del 1936 iniziarono gli arresti dei militanti di base del movimento trotzkista in Unione Sovietica: ad esempio Radek accennò nel suo discorso finale al clima di scoramento e paura che si diffuse tra i leader ancora liberi dell’organizzazione, notando: “sapevo io prima dell’arresto, che la faccenda sarebbe terminata proprio in questo modo? Come non potevo non saperlo, se il capo del reparto organizzativo del mio ufficio, Tivel, fu arrestato, se Friedland, con cui negli ultimi anni mi ero incontrato molto spesso, fu arrestato?[6]”;
  • dopo i primi arresti degli attivisti e dei quadri intermedi trotzkisti, furono proprio Pjatakov e Radek a venire incarcerati nel settembre del 1936: Pjatakov confessò il suo ruolo di dirigente clandestino trotzkista e il suo volo/incontro segreto in Norvegia con Trotskij dopo circa quaranta giorni dal suo fermo, mentre Radek iniziò invece a collaborare con le autorità di sicurezza staliniste solo dopo quasi tre mesi e all’inizio di dicembre del 1936.

Rispetto alla versione fornita dagli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, e in particolar modo da Pjatakov e Radek, il rappresentante della pubblica accusa A. J. Vysinskij prese nettamente le distanze su tre punti specifici, come si è accennato in precedenza.

In primo luogo Vysinskij negò precisamente che Pjatakov e Radek avessero effettivamente rivelato tutta la verità sulla loro attività clandestina, sottolineando nella sua arringa finale che “sono convinto che gli imputati non abbiano detto neppure la metà di tutta quella verità, che rappresenta la tremenda storia dei loro gravissimi delitti contro il nostro paese…[7];

Inoltre il rappresentante dell’accusa non diede alcun peso politico, morale e giuridico ai dissensi politici sorti tra Pjatakov e Radek da un lato, e Trotskij dall’altro proprio sul tema della collaborazione con i nazisti, conflitto che costituì invece a giudizio dei primi il motivo immediato del rischioso volo di Pjatakov a Oslo, mentre altresì Vysinskij sostenne che Pjatakov e Radek rappresentassero solo degli squallidi servi di Hitler, e quindi non affidabili in alcun modo.

Siamo quindi in presenza di divergenze non irrilevanti e che vennero notate apertamente anche dallo stesso Pjatakov quando, nel suo discorso finale, sottolineò pubblicamente che “non posso essere d’accordo con la tesi del Pubblico Ministero” (Vysinskij) “che io ancora oggi, al banco degli imputati, sia rimasto trotzkista”[8].

Ma tali asimmetrie, su cui si tornerà a lungo verso la fine di questo libro attraverso l’esame della veridicità/falsità delle confessioni esposte pubblicamente nel gennaio del 1937, non possono nascondere il fatto centrale per cui, almeno rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con Trotskij in Norvegia, la pubblica accusa diede fede completamente alle testimonianze di Radek, Pjatakov e Bukhartsev: la “prima versione” stalinista, scaturita dal processo di Mosca del gennaio 1937, risulta pertanto sostanzialmente unitaria riguardo al tema centrale che stiamo trattando, sostenendo senza esitazioni che il volo di Pjatakov si verificò realmente nel dicembre del 1935 così come l’incontro segreto di quest’ultimo con Trotskij nei dintorni di Oslo.

La “seconda versione” presenta un carattere ancora più monolitico della sua diretta antagonista, rispetto al viaggio clandestino di Pjatakov.

In estrema sintesi, essa afferma che si trattò di una delle più clamorose e infami menzogne espresse durante i già vergognosi processi di Mosca: a suo parere il volo di Pjatakov non solo non era mai avvenuto, come del resto il suo presunto incontro segreto con Trotskij, ma tale malvagia favola costituisse una delle bugie staliniste più facili da confutare, in modo inequivocabile e senza possibilità di appello.

La “seconda versione” iniziò a prendere forma già il 24 gennaio del 1937 per opera dello stesso Trotskij che, un solo giorno dopo la deposizione di Pjatakov al processo di Mosca, cominciò a impostare il suo controprocesso rispetto al presunto viaggio di Pjatakov.

In una dichiarazione rivolta alla stampa mondiale, Trotskij il 24 gennaio del 1937 elaborò infatti una serie di domande:

“Se Pjatakov viaggiò” (a Oslo) “sotto il suo nome, l’intera stampa norvegese sarebbe stata informata di ciò. Conseguentemente, egli viaggiò sotto un falso nome, qual era? Tutti i funzionari sovietici, quando sono all’estero, sono in costante contatto per telegrafo o telefono con le loro ambasciate o uffici di commercio, e non per una sola ora essi sfuggono alla sorveglianza del GPU” (acronimo che indicava in precedenza la polizia sovietica, che nel 1934/39 usava invece quello di NKVD):

“Come avrebbe potuto Pjatakov tenere il suo viaggio sconosciuto alle istituzioni sovietiche in Germania e Norvegia? Lasciatelo descrivere l’aspetto interno del mio appartamento. Ha visto mia moglie? Io avevo o non avevo una barba? Come ero vestito? L’entrata della mia stanza di lavoro era attraverso l’appartamento dei Knudsen” (dei simpatizzanti trotzkisti che ospitavano in Norvegia il leader della costituenda Quarta Internazionale) “e tutti i nostri visitatori, senza eccezione, erano introdotti nella casa della famiglia che ci ospitava. Pjatakov li ha incontrati?

Essi videro Pjatakov? Queste sono alcune delle questioni con l’aiuto delle quali sarebbe facile dimostrare davanti a qualunque corte giudiziaria onesta che Pjatakov ripete solamente le invenzioni del GPU”[9].

Il 27 gennaio del 1937 Trotskij elaborò e inviò altre tredici questioni sul volo di Pjatakov sia ai mass media che alla corte di Mosca che stava giudicando quest’ultimo e Radek, spiegando subito che “io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (dal 1928 al 1936) “non è stato un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici e che non sarebbe potuto sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi”.

Le prime domande riguardarono proprio la stessa presenza di Pjatakov a Berlino, visto che Trotskij chiese se Pjatakov fosse arrivato nella capitale tedesca legalmente o invece illegalmente, e nell’ultimo caso con quali mezzi di sostegno; tra le altre questioni di minore importanza, il leader in esilio della Quarta Internazionale pose domande sul passaporto di Pjatakov, sul perché Pjatakov non si fosse fermato a mangiare con lui dopo il loro presunto incontro, sull’impossibilità che quest’ultimo passasse una notte in Norvegia senza essere scoperto e in quale posto egli avesse trovato rifugio sul suolo scandinavo.

Torneremo mano a mano a rispondere a queste “domande minori”, ma il vero punto di forza di Trotskij era costituito dalla tematica già sollevata il 25 gennaio 1937 da un quotidiano norvegese, avente per oggetto l’impossibilità oggettiva del viaggio di Pjatakov da Berlino fino alla zona di Oslo.

Come riportò Trotskij anche nell’aprile del 1937 in Messico davanti alla commissione Dewey, un circolo d’intellettuali prevalentemente statunitensi, riunitosi principalmente su impulso del movimento trotzkista al fine di fornire un giudizio “imparziale” sui primi due processi di Mosca, il giornale conservatore Aftenposten dopo una breve indagine pubblicò infatti il 25 gennaio del 1937 la notizia clamorosa per cui “nel dicembre 1935 neanche un singolo aereo straniero atterrò a Oslo”[10].

Si trattava di uno scoop giornalistico da cui derivava inevitabilmente che a Pjatakov mancavano assolutamente sia i mezzi che le opportunità per trasferirsi da Berlino a Oslo, ossia due dei tre tradizionali criteri di prova utilizzati rispetto a qualunque “delitto”.

Ma non solo: il 29 gennaio del 1937 il giornale socialdemocratico norvegese Arbeiderbladet intervistò proprio T. Gulliksen, il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller posto vicino a Oslo. La sua testimonianza diventò particolarmente importante perché proprio Vysinskij, il rappresentante della pubblica accusa stalinista, aveva sottolineato nella seduta pubblica del 27 gennaio del 1937 (certo per parare gli effetti mediatici derivati dallo “scoop” dell’Aftenposten) che “l’aeroporto di Kjeller vicino a Oslo riceve” (aerei) “durante tutto l’anno, in accordo con i regolamenti internazionali, aeroplani di altri paesi, e che l’arrivo e la partenza di aerei è possibile anche nei mesi invernali”.

Nell’intervista al quotidiano Arbeiderbladet, Gulliksen confermò per telefono (e poi con una dichiarazione scritta, che attestava il suo apprezzamento per la fedeltà del resoconto giornalistico alle sue dichiarazioni verbali) che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (nel dicembre del 1935) “un solo aereo atterrò qui” (a Kjeller), “e esso era un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma questo aereo non portava passeggeri”.

Ricordiamoci il nome di Linköping, e andiamo avanti con la testimonianza di Gulliksen.

Alla domanda del giornale su quando fu “l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aereo straniero atterrò a Kjeller”, Gulliksen rispose che tale evento avvenne “il 19 settembre” del 1935. “Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un aviatore inglese, il signor Robertson, con il quale io ho buoni rapporti”.

Alla nuova domanda “e dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”, la risposta testuale di Gulliksen fu “il primo maggio del 1936”[11].

Se nessun aereo proveniente dall’estero era atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, ne derivava necessariamente:

  • l’assenza di mezzi materiali a disposizione di Pjatakov, per compiere il suo presunto viaggio aereo;
  • l’assenza assoluta di opportunità, sempre a tal fine;
  • la falsità, altrettanto assoluta, della testimonianza di Pjatakov sul suo presunto volo in Norvegia.

Partita persa per Stalin, quindi, avendo contro l’assenza assoluta di mezzi e opportunità sia per il presunto volo di Pjatakov che per il supposto incontro di quest’ultimo con Trotskij.

Inoltre la “seconda versione”, nella persona dello stesso Trotskij, pose in rilievo come la posizione politica concreta di Pjatakov (e Radek) nel 1929-36 togliesse qualunque tipo di credibilità al loro presunto incontro, escludendo a priori qualunque movente e motivo plausibile da parte di Pjatakov per incontrarsi nel 1935 in Norvegia con il leader indiscusso del movimento trotzkista operante su scala internazionale.

Se infatti Pjatakov e Radek non risultavano dei dirigenti clandestini trotzkisti in Unione Sovietica, ma viceversa degli stalinisti e dei “nemici giurati” del trotzkismo a partire dal 1929, come sottolineò Trotskij con enfasi già il 27 gennaio 1937 (e ripeté con forza davanti all’amichevole commissione Dewey, nell’aprile 1937), per quale ragione Pjatakov avrebbe dovuto far visita a Trotskij nel dicembre del 1935?

Per portargli dei fiori?

Per parlare del tempo?

Perché Pjatakov, se era davvero da alcuni anni uno stalinista e un “feroce nemico” politico di Trotskij, avrebbe corso il rischio enorme di essere scoperto dai servizi segreti stalinisti per incontrare Trotskij, espulso dall’URSS ormai dal 1929 e da molti anni un accanito nemico del nucleo dirigente stalinista?

Pertanto la “seconda versione” ritiene da molti decenni di avere a suo favore non solo l’assenza totale di mezzi e opportunità per il volo di Pjatakov, ma altresì l’assenza totale di moventi credibili da parte di quest’ultimo per avere in segreto un colloquio personale con Trotskij.

E, a sua volta, anche il leader in esilio della Quarta Internazionale non avrebbe avuto alcun motivo ragionevole per accogliere e ospitare un suo “nemico giurato”: perché incontrarsi e parlare con Pjatakov, ossia con un suo “nemico” schierato a partire dal 1928 al fianco di Stalin?

Forse per ricevere dei fiori da parte sua?

Per parlare del tempo in Norvegia?

Game over contro Stalin, anche sul fronte del movente.

Ma non solo. Riprendendo una dichiarazione resa realmente da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey sempre Trotskij sottolineò la totale assenza di materiale probatorio concreto, fisico e tangibile al processo di Mosca del gennaio del 1937, per tutti gli episodi denunciati/inventati da Vysinskij e in particolar modo rispetto al presunto volo di Pjatakov[12].

Foto del presunto incontro tra Trotskij e Pjatakov? Nessuna.

Registrazioni audio? Nessuna.

Lettere e corrispondenze tra Radek e Trotskij, tra Pjatakov e Trotskij presentate in aula? Nessuna.

Partita persa per Stalin anche sotto questo aspetto, pertanto.

Ma non solo: quale movente credibile avrebbe avuto Trotskij per vendersi ai nazisti e per diventare una “spia di Hitler”, come sostenevano i primi due processi di Mosca e tutta la propaganda stalinista?

Contro tale tesi strampalata parlava a gran voce la militanza marxista compiuta da Trotskij a partire dal 1898 e durata quindi per quasi quattro decenni, e contava altresì anche l’origine ebraica da tutti conosciuta (ovviamente anche da Hitler e dai nazisti) dello stesso Trotskij, da collegarsi dialetticamente con il noto e virulento antisemitismo sempre espresso dai fascisti tedeschi.

In altri termini, come poteva un marxista come Trotskij essere diventato un “servo” dei nazisti, ferocemente e sicuramente anticomunisti?

Come poteva un ebreo come Trotskij essere diventato un “servo” e una “spia” dei nazisti, ferocemente antisemiti?

Anche la teoria accusatoria di matrice stalinista rispetto ai moventi (presunti) di natura politica che avrebbero spinto il leader della Quarta Internazionale a svendersi a Hitler faceva quindi acqua da tutte le parti.

Rispetto invece alle confessioni degli imputati del processo di Mosca del 1937, la tesi espressa della “seconda versione” risultava chiara e semplice: essendo false, esse erano state estorte con l’utilizzo combinato della tortura e delle minacce nei confronti degli imputati e/o delle loro famiglie.

Non solo: essendo scontato per il movimento trotzkista che l’Unione Sovietica di Stalin risultava sicuramente una dittatura burocratica contro gli operai, che non assicurava alcuna forma di democrazia reale e di garanzie giuridiche anche ai comuni cittadini sovietici, a maggior ragione proprio degli imputati divenuti invisi al crudele leader georgiano a capo del paese sarebbero stati alla mercé della polizia segreta stalinista e dei suoi arbitri.

Estorte pertanto con l’utilizzo della coercizione/minaccia, le confessioni rese dagli imputati – a partire da Pjatakov e Radek, nel “giallo” storico che stiamo iniziando a esaminare – non facevano altro che ripetere “le invenzioni del GPU” e degli apparati repressivi sovietici, come rilevò Trotskij in diverse occasioni, risultando quindi prive di qualsiasi valore fattuale, politico e giuridico: false e menzognere in ogni caso, esse portavano altresì con loro il segno della violenza, delle minacce e delle torture irrogate dal regime stalinista contro imputati innocenti, ma ormai ridotti forzatamente al ruolo di meri strumenti e semplici burattini della volontà del dittatore georgiano.

In ultima analisi il volo di Pjatakov a Kjeller risultava solo ed esclusivamente una pietosa e squallida invenzione stalinista, sempre secondo la “seconda versione”, per tutta una serie di motivi diversi ma che si collegavano e rafforzavano reciprocamente tra loro.

Coloro che scrivono propongono invece una diversa e “terza versione”.

Concordiamo infatti con la tesi stalinista-ortodossa rispetto alla questione principale, ossia sull’esistenza concreta del volo di Pjatakov e del colloquio segreto tenuto da quest’ultimo con Trotskij in Norvegia, nel dicembre del 1935. Ma d’altro canto ci distacchiamo dalla “prima versione” rispetto a un nodo e a un punto importante, e cioè sulla (presunta e inesistente) svendita di Trotskij ai nazisti, proponendo viceversa un movente completamente diverso per la collaborazione tattica e momentanea creatasi tra le due parti nel 1934/36: e cioè la volontà politica, comune a due nemici giurati, tesa a eliminare l’antagonista principale comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime.

Prima di iniziare, serve tuttavia l’esposizione almeno di un elementare e sintetico inquadramento del contesto storico nel quale si svolse il (presunto/reale) volo di Pjatakov e il processo di Mosca del gennaio del 1937, dando assoluta priorità ai fatti, persone e istituzioni legate alla materia del nostro studio.

Sul piano interno dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1926 e il 1937:

  • dall’inizio del 1929 si era affermata l’egemonia piena (seppur non ancora totale) di Stalin all’interno del partito comunista, anche se fino all’inizio del 1937 il nucleo dirigente stalinista contava al suo interno anche delle personalità dotate di un certo grado di autonomia rispetto al leader georgiano, quali ad esempio G. K. Ordzonikidze;
  • il primo dicembre 1934 S. M. Kirov, leader del partito comunista nella città di Leningrado, venne ucciso da un ex-seguace dell’opposizione di sinistra formatasi nel 1926/27, e cioè L. Nikolaev;
  • esisteva sicuramente, come confermato dallo stesso Trotskij pubblicamente nel gennaio del 1936, un’organizzazione clandestina trotzkista che, dopo l’estate del 1933, si proponeva apertamente il rovesciamento violento e con la forza del gruppo dirigente stalinista;
  • tracce innegabili di opposizione a Stalin si manifestarono anche in quella che era stata la destra del partito bolscevico guidata nel 1924/29 da Bucharin, con quella “piattaforma Riutin” del 1932 nella quale era indicato chiaramente l’obiettivo di rimuovere l’odiato Stalin dal potere;
  • dal 1928 al 1937 il settore industriale sovietico aveva avuto uno sviluppo formidabile e tumultuoso, capace come minimo di triplicare in un decennio il processo produttivo sovietico. Lo studioso nipponico Hiroaky Kuromiya, nel suo stesso testo “Stalin’s Industrial Revolution”, edito nel 1988 dalla Cambridge University Press, a pag. 287 scrisse: “Il successo realizzato dalla rivoluzione nel periodo 1928-31 ha gettato le basi della straordinaria espansione industriale degli anni Trenta, che ha salvato il paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1932 il prodotto industriale, man mano che i progetti del primo piano quinquennale, uno dopo l’altro, diventavano operativi, conobbe un’espansione eccezionale. Nel corso degli anni 1934-36, l’indice ufficiale registrò un aumento dell’88% per la produzione industriale lorda. Nel corso del decennio del 1927-28 al 1937, la produzione industriale lorda aumentò da 18.300 milioni di rubli al 95.000 milioni; la produzione dell’acciaio era salita da 3,3 milioni di tonnellate a 14,5; quella del carbone da 35,4 milioni di metri cubi a 128; la potenza elettrica da 5,1 miliardi di chilowattora a 36,2; la produzione delle macchine utensili da 2098 unità a 36120. Anche eliminando le esagerazioni, si può dire con certezza che le realizzazioni davano le vertigini”;
  • tuttavia il potere d’acquisto reale degli operai sovietici era sceso notevolmente tra il 1929 e il 1932, risalendo ai livelli del 1928 solo poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando pertanto delle consistenti sacche di scontento tra i lavoratori sovietici, anche se l’eliminazione della disoccupazione, il basso costo delle abitazioni e dei trasporti costituirono delle conquiste sociali importanti del regime stalinista;
  • se il progetto di collettivizzazione delle campagne venne sostanzialmente portato a termine attorno al 1933, esso venne d’altro canto accompagnato da una durissima carestia nel biennio 1932-33 e dalla stagnazione del tenore di vita dei colcosiani, i membri delle cooperative rurali, anche dopo il 1933: oltre agli ex kulak, ossia i contadini ricchi espropriati nel dicembre del 1929/marzo del 1930, una parte significativa dei produttori rurali sovietici manifestava pertanto come minimo apatia e disinteresse collettivo verso il sistema politico-sociale stalinista;
  • nell’agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo contro l’opposizione antistalinista e che, oltre agli imputati quali Zinoviev e Kamenev (già oppositori di Stalin all’interno del partito bolscevico, nel 1925/27), chiamò in causa proprio Trotskij, accusato in contumacia di essere il capo di un fronte di opposizione che comprendeva al suo interno trotzkisti, seguaci di Zinoviev/Kamenev e la destra di Bucharin. Tutti gli imputati, ivi compreso l’assente Trotskij, furono accusati di aver preparato e compiuto atti terroristici contro i leader stalinisti, a partire dall’omicidio sopracitato di Kirov, oltre che di essere in combutta con i nazisti, venendo tutti fucilati dopo la fine del procedimento giudiziario in esame.

Sul piano internazionale, sempre negli anni 1926-37:

  • dopo il gennaio/marzo del 1933, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e il rapidissimo riarmo tedesco, le mire egemoniche del nazismo verso l’area slava e il suo accanito anticomunismo crearono quasi subito una grave e mortale minaccia per l’Unione Sovietica e il nucleo dirigente stalinista;
  • l’imperialismo britannico, partendo dal marzo del 1933 fino quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939, tenne una linea strategica avente per obiettivo la ricerca di un compromesso amichevole con Hitler in funzione antisovietica;
  • anche se l’Unione Sovietica dall’inizio del 1935 riuscì a stipulare dei fragili accordi di collaborazione politico-militare con la Francia e la Cecoslovacchia, l’influenza nefasta esercitata dai circoli conservatori al potere in Gran Bretagna impedì la costruzione di un solido fronte unico antinazista in Europa;
  • l’aggressione dell’imperialismo nipponico contro la Cina, iniziato nel 1931 e proseguita quasi ininterrottamente fino al 1937; l’invasione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo italiano (1935-36) e l’alleanza via via creatasi tra il regime fascista italiano e quello hitleriano; il sanguinario golpe scatenato dai militari e dalla grande borghesia spagnola nel luglio del 1936 contro il moderato governo del Fronte Popolare (luglio 1936), che aprì la strada alla guerra civile del 1936-39 in terra iberica, costituirono i tasselli di un processo sviluppatosi su scala planetaria e che contribuì a portare allo scoppio del secondo conflitto mondiale alla fine di agosto del 1939, con l’invasione nazista della Polonia e l’entrata in guerra contro quest’ultima da parte della Francia e della Gran Bretagna;
  • l’Unione Sovietica conobbe negli anni Trenta una notevole crescita nel suo livello di sviluppo degli armamenti, anche grazie al salto di qualità ormai avvenuto nell’industria pesante, ma tale dinamica non riuscì purtroppo a tenere il passo, nel periodo preso in esame, con il formidabile ritmo di aumento del potenziale bellico nazista.

Per quanto riguarda il processo pubblico tenutosi a Mosca dal 23 al 30 gennaio del 1937, nel quale venne esaminata a fondo anche la questione del volo e colloquio segreto con Trotskij di Pjatakov, la presidenza del tribunale era tenuta dal giudice militare d’armata V. V. Ulrich e i membri del tribunale furono invece O. I. Marulevic e N. M. Ryshkov; la pubblica accusa era sostenuta da A. J. Vysinskij; la difesa dell’imputato Knjazev era sostenuta dal membro del collegio di difesa Braude, quella dell’imputato Puscin venne assunta da Kommodov e la tutela legale dell’imputato Arnold invece da Kasnasceev.

Gli altri imputati, e cioè Pjatakov, Radek, Sokol’nikov, Serebrjakov, Livscits, Muralov, Drobnis, Bogulavskij, Rataishak, Norkin, Scestov, Stroilov, Turok e Hrasce avevano rinunciato invece a valersi di un avvocato, dichiarando che si sarebbero difesi da soli[13].

Tra gli imputati del processo di Mosca del gennaio 1937 spiccavano le figure di Pjatakov e Radek.

Georgij Leonidovic Pjatakov (1890-1937), indicato anche come Juri o Grigorij, era il figlio di un ricco imprenditore ucraino. Originariamente anarchico, egli aderì al partito bolscevico nel 1912: dopo aver avuto alcuni disaccordi politici con Lenin, gli si riavvicinò nel 1917 contribuendo con grande coraggio alla rivoluzione sovietica e mostrandosi molto attivo in Ucraina, durante la guerra civile. Dopo avere partecipato all’opposizione trotzkista dal 1923 al 1927, venne espulso dal partito comunista nel 1927 ma ottenne quasi subito di essere riammesso al suo interno all’inizio del 1928.

Una volta passato nelle file staliniste, Pjatakov acquisì rapidamente delle cariche molto importanti nell’apparato economico sovietico diventando nel 1930 il direttore della Gosbank, ossia della banca centrale dell’Unione Sovietica: in quel ruolo egli ebbe comunque in breve tempo un serio scontro di matrice politico-economica con il nucleo dirigente stalinista rispetto alle misure concrete da prendere per contrastare la crisi fiscale e il processo inflazionistico che si erano sviluppati allora in terra sovietica, conflitto che portò Stalin a definire Pjatakov come “un genuino trotzkista di destra” in una sua lettera inviata il 13 settembre del 1930 a Vjaceslav Molotov, allora il suo principale collaboratore politico[14].

Anche se a causa del suo dissenso con Stalin fu rimosso nell’autunno del 1930 dalla direzione della Gosbank, in ogni caso Pjatakov venne nominato responsabile dell’importante settore dell’industria chimica il 15 ottobre del 1930 e in seguito diventò il vicepresidente del decisivo commissariato (ministero) dell’industria pesante sovietica, svolgendo il ruolo di attivissimo braccio destro – e amico personale – di G. K. Ordzhonikidze, che sul piano formale ne era il responsabile[15].

Di nuovo espulso dal partito e arrestato nel settembre del 1936, Pjatakov venne processato nel gennaio del 1937 e fu condannato a morte.

Per quanto riguarda invece Karl B. Radek (1885-1939), nato in Galizia, in gioventù aveva militato nel partito socialdemocratico polacco e poi in quello tedesco, dal quale venne espulso nel 1912 per un presunto furto. Radek conobbe Lenin in Svizzera nel ’15 e con lui tornò in Russia nel ’17: esperto delle dinamiche politiche tedesche, egli diresse nel ’18 la propaganda bolscevica in Germania, dove fu arrestato all’inizio del ’19. Nel 1920 divenne segretario dell’Internazionale comunista, ma la sua aperta solidarietà con Trotskij lo condusse a un rapido declino politico, e a partire dall’inizio del 1925 venne nominato rettore di una università sovietica destinata ad addestrare i comunisti cinesi. Divenuto uno dei principali responsabili dell’Opposizione unificata antistalinista del 1926/27, Radek venne espulso dal partito nel 1927 ma meno di due anni dopo chiese e ottenne di esservi riammesso, e si trasformò a poco a poco in uno dei principali commentatori sovietici di politica estera: arrestato nel settembre del 1936 e condannato a dieci anni di reclusione nel gennaio del 1937, fu ucciso in prigionia da un altro detenuto all’inizio del 1939.

Va sottolineato come i due protagonisti presi in esame si conobbero personalmente nel 1918 e appartennero senza soluzione di continuità, dal 1923 al 1927, alla componente del partito bolscevico legato a Trotskij, tanto da essere impegnati direttamente e sotto la direzione di quest’ultimo in Germania durante il 1923, nel fallito tentativo promosso dall’Internazionale comunista per cercare di innescare un processo rivoluzionario in terra tedesca.

Tra il 1923 e la fine del 1927 Pjatakov e Radek risultavano quindi tra i principali dirigenti della frazione trotzkista in Unione Sovietica e combatterono apertamente, nei cinque anni presi in esame con il loro leader indiscusso – L. D. Bronstein/Trotskij – contro il nucleo dirigente sovietico, guidato allora principalmente da Stalin, tutta una serie di dure e significative battaglie politiche, tanto che nel capitolo ventesimo della sua biografia su Trotskij, Brouè inserì i due dirigenti in esame nell’empireo trotzkista di quel tempo ed entrambi parteciparono attivamente, dall’aprile del 1926 fino al novembre del 1927, a quella che si autodefinì l’opposizione unificata di sinistra del partito comunista[16].

Se Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), nato a Gori in Georgia nel dicembre del 1879, dall’inizio del 1925 era ormai diventato il principale leader del paese dei Soviet e del partito comunista, rimanendo in seguito in tale posizione egemone fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1953, il suo grande antagonista L. D. Bronstein, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Trotskij (1879-1940), aveva organizzato una prima aperta opposizione a Stalin e ai suoi alleati già nell’autunno del 1923. Sconfitto in quell’occasione e di nuovo battuto in occasione di un duro dibattito storico-politico sulla Rivoluzione d’Ottobre scatenatosi alla fine del 1924, egli scese in campo di nuovo contro Stalin al fianco di Zinoviev e Kamenev, due dirigenti bolscevichi di lunga data, dando vita a quell’”Opposizione di sinistra” che operò dal 1926 fino alla fine del 1927, quando essa si divise dopo essere stata sconfitta in modo clamoroso dal nucleo dirigente stalinista, allora ancora alleata con l’ala moderata del partito diretta da N. I. Bucharin.

Subito dopo la disfatta dell’opposizione di sinistra alla fine del 1927, Trotskij era stato allontanato dal partito comunista e venne in seguito espulso dall’URSS nel febbraio del 1929, in un esilio che lo vide via via in Turchia (1929-33) e in Francia (luglio 1933 – giugno 1935) prima della sua nuova tappa di transito, la Norvegia dove risiedette dal giugno 1935 fino al dicembre 1936 [17].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij era in esilio in Norvegia e venne ospitato dal deputato laburista K. Knudsen nel villaggio di Honefoss, posto poche decine di chilometri a nord-est di Oslo: ma il leader in esilio della Quarta Internazionale venne espulso anche dalle autorità norvegesi nel dicembre del 1936, poco dopo le prime confessioni di Pjatakov, trovando asilo in Messico all’inizio del 1937. Nell’agosto del 1940 Trotskij venne ucciso nella sua residenza di Coyocán da Ramon Mercader, un abile stalinista spagnolo che era riuscito a infiltrarsi nelle file degli aiutanti di Trotskij in terra messicana.

Tra i principali dirigenti stalinisti del periodo storico in via di esame ritroviamo invece V. M. Molotov (1890-1986), bolscevico dal 1906 e membro del Politburo dal 1926, oltre che principale aiutante di Stalin dal 1921 al 1946, S. M. Kirov, come si è già notato venne ucciso da un ex oppositore di Stalin nel dicembre del 1934, e “Sergo” Ordhonikidze.

  1. K. Ordzhonikidze nacque nel 1886 e morì a Mosca nel febbraio del 1937: divenuto nel 1903 un militante bolscevico, egli si mostrò subito assai attivo nel movimento rivoluzionario georgiano, ebbe funzioni di rilievo nella rivoluzione e nella guerra civile e quindi spalleggiò Stalin sia nell’azione di incorporazione della Georgia all’URSS nel 1921-23, che nella lotta tra le diverse frazioni del partito bolscevico che scoppiarono via via dopo la grave malattia che colpì Lenin all’inizio del 1923, divenendo tra i principali organizzatori dei primi piani quinquennali. Nel 1930 Ordzhonikidze entrò a far parte del Politburo: benché molto legato a Stalin, egli rappresentò un elemento moderato e conciliatore che, come ministro dell’industria pesante sovietica, aveva tra i suoi principali collaboratori proprio J. Pjatakov, tra l’altro divenuto suo amico personale.

Interessanti anche le figure di Jagoda e Ezhov. Se infatti il primo risultava ancora formalmente capo dell’NKVD (la polizia politica sovietica, in precedenza indicata con gli acronimi GPU e OGPU) tra il febbraio del 1935 e il settembre del 1936, mese della sua sostituzione con Ezhov, proprio nel febbraio del 1935 e poco dopo l’uccisione di Kirov (su cui indagheremo in un altro libro) Ezhov prese via via il controllo rispetto alle indagini promosse da Stalin proprio su tale omicidio e, in generale, sulle opposizioni al leader georgiano provenienti dall’interno del partito bolscevico.

Pertanto si creò un particolare “dualismo di poteri” all’interno della NKVD proprio nel periodo che comprende anche il dicembre del 1935, e in ogni caso fu Ezhov, e non Jagoda (caduto in disgrazia dopo la prima metà di settembre del 1936) a curare gli interrogatori e le indagini preliminari utilizzate in seguito durante il processo di Mosca del gennaio del 1937, anche ovviamente in riferimento al volo di Pjatakov.

Per quanto riguarda le loro biografie, Genrich Grigorevic Jagoda (1891-1938) diventò bolscevico dal 1907 e durante la guerra civile tra “rossi” e “bianchi” del 1918/20 operò sul fronte meridionale, trasformandosi in un alto funzionario della Ceka dal 1920: fu uno dei vicecapi dell’NKVD nel settembre del 1923 e ne divenne il dirigente all’inizio del 1934.  Destituito nel settembre 1936, venne destinato al commissariato del popolo per le comunicazioni: arrestato nell’aprile 1937 e accusato di aver partecipato all’organizzazione degli omicidi di Kirov, Menzhinskij e Gor’kij, fu tra gli imputati al “processo dei ventuno” e venne giustiziato nel 1938, subito dopo la fine del terzo dei processi pubblici di Mosca.

A sua volta Nikolaj I. Ezhov (1895-1940) diventò bolscevico nel 1917, mentre durante la guerra civile fu commissario politico presso un’unità dell’Armata Rossa. Dal 1935 segretario del Comitato Centrale bolscevico, nel settembre 1936 sostituì Jagoda alla direzione dell’NKVD e avviò la “grande purga” del 1937-38, che da lui prese il nome di “ezhovshcina”; alla fine del 1937 egli divenne membro candidato del Politburo, ma nel novembre del 1938 fu a sua volta destituito dalla direzione dell’NKVD finché, nel 1939, venne arrestato e fucilato l’anno successivo.

Passando invece al campo degli oppositori a Stalin all’interno del partito comunista nel periodo in esame, spiccano oltre a Trotskij le figure politiche di Bucharin, Zinoviev e Kamenev.

  1. I. Bucharin divenne invece un attivo militante bolscevico dal 1905 e un leader del partito fin dall’inizio del 1917. Collocato per alcuni anni su posizioni particolarmente aggressive ed estremiste, dal 1917 fino al 1923, dopo la morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924 Bucharin divenne invece il capo indiscusso della “destra”, ossia dell’ala più moderata del partito comunista sovietico: alleato di Stalin dal 1924 fino alla prima metà del 1928, Bucharin si scontrò apertamente con il leader georgiano nel 1929 e dopo la sua sconfitta perse gran parte del suo precedente potere politico. Ritornato almeno in apparenza in buoni rapporti con Stalin a partire dal 1934, venne accusato già nell’agosto del 1936 di attività clandestine contro la direzione stalinista; arrestato nel marzo del 1937, venne processato durante il terzo e ultimo processo di Mosca del marzo del 1938 e fucilato subito dopo la sua conclusione.

G.E. Zinoviev (1883-1940) e L.B. Kamenev (1887-1936) costituirono a loro volta due tra i più stretti collaboratori di Lenin nel periodo compreso tra il 1909 e il 1917, anche se essi si opposero con ogni mezzo alla vittoriosa insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917 (7 novembre del 1917, secondo il calendario giuliano). Tornati a essere nel 1918-23 tra i principali leader bolscevichi, i due si schierarono con Stalin e contro Trotskij dal 1923 fino all’inizio del 1925; entrati a loro volta in conflitto con Stalin e sconfitti, come si è già visto nel 1926-27 essi crearono un’alleanza politica con Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista. Tra il 1928 e l’inizio del 1936 Zinoviev e Kamenev vennero più volte espulsi dal partito comunista, sotto l’accusa di attività clandestine antistaliniste; arrestati nel dicembre del 1934 dopo l’uccisione di Kirov e condannati a dieci anni di carcere, nell’agosto del 1936 essi costituirono gli imputati principali al primo processo di Mosca e vennero condannati a morte e fucilati perché ritenuti colpevoli sia di attività terroristiche, a partire dall’organizzazione dell’omicidio di Kirov, che di collaborazione segreta con Trotskij, nella lotta ininterrotta contro il nucleo dirigente stalinista condotta da quest’ultimo.

Per quanto riguarda invece l’Internazionale Comunista, conosciuta anche come Comintern e Terza Internazionale, venne invece fondata a Mosca nel marzo del 1919 principalmente grazie alla lucida progettualità e all’azione creativa di Lenin, divenendo in pochi anni un’organizzazione ramificata in gran parte del mondo, dalla Norvegia fino al Cile e all’Australia; a partire dall’inizio del 1929, il Comintern venne egemonizzato sul piano politico e organizzativo da Stalin e dai suoi collaboratori, tra i quali spiccò l’azione intelligente e generosa svolta dal comunista bulgaro G. Dimitrov dal 1934 fino all’agosto del 1939.

Sul fronte antagonista, la Quarta Internazionale iniziò invece ad agire embrionalmente e in modo informale fin dall’inizio del 1929, dopo l’esilio in Turchia di Trotskij; a partire dal marzo del 1933 e dopo la tremenda vittoria del nazismo in Germania, Trotskij diede in ogni caso un impulso decisivo al processo di costruzione e cristallizzazione della nuova Quarta Internazionale che, nel settembre del 1938, venne fondata anche sul piano formale nel corso di una conferenza di dirigenti trotzkisti  tenutasi a Perigny, un sobborgo collocato appena fuori Parigi.

Sul piano teorico e politico, il fulcro fondamentale e l’asse centrale del dissenso tra Trotskij e Stalin era costituito, a partire dalla fine del 1924, dalla diversa valutazione sulla possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica, in assenza di una rivoluzione nelle principali nazioni capitalistiche.

Fin dal dicembre del 1924, con il suo saggio intitolato “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, Stalin sottolineò infatti che “la vittoria del socialismo in un solo paese, anche se questo paese è capitalisticamente meno sviluppato e il capitalismo continua a sussistere in altri paesi, sia pure capitalisticamente più sviluppati, è perfettamente possibile e probabile”; dal canto suo anche nel 1922 Trotskij sostenne invece la tesi secondo la quale “un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” affermando altresì, nel suo libro “1917” ripubblicato nel 1924, che era “assurdo pensare” che la “Russia rivoluzionaria” potesse “far fronte a un’Europa conservatrice”.

Ma Stalin e Trotskij si divisero aspramente anche su un’altra questione politica correlata strettamente alla precedente e non certo irrilevante, almeno nel 1924-29: ossia se Lenin avesse a sua volta ritenuto possibile il processo integrale di costruzione del socialismo nella Russia sovietica in mancanza di una rivoluzione internazionale, e quale fosse il reale significato da attribuire a celebri articoli di Lenin in materia quali ad esempio il suo scritto “Sulla cooperazione” del gennaio 1923[18].

E a questo punto serve almeno una brevissima descrizione della figura di V. I. Ulianov (1870-1924), di regola conosciuto sotto lo pseudonimo di Lenin, che a nostro avviso ha rappresentato il più grande uomo politico e il più lucido rivoluzionario del Ventesimo secolo.

Se già è stato notevole il processo di sviluppo del marxismo compiuto da Lenin in campo filosofico (si pensi solo a testi quali “Materialismo ed empiriocriticismo” e i “Quaderni filosofici”) e socioeconomico (“Chi sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”, e soprattutto il libro del 1916 intitolato “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), Lenin è stato simultaneamente l’ideatore e la forza motrice principale del progetto politico teso a costruire una nuova forma di partito rivoluzionario, a partire dal suo “Che fare?” del 1902: il principale teorico del bolscevismo e il leader, a partire dal 1903, di quel partito di rivoluzionari di professione che riuscì via via a compiere tutta una serie di “miracoli” laici quali l’abbattimento del potere politico-economico della borghesia russa nell’ottobre del 1917 e la creazione del nuovo potere sovietico, la vittoria nella durissima guerra civile del 1918-20 contro le forze anticomuniste interne sostenute dalle principali potenze capitalistiche del mondo e l’introduzione, nel marzo del 1921, della NEP,  di quella “Nuova Politica Economica” che permise alla Russia sovietica di superare rapidamente la gravissima crisi economica e politica che la scosse profondamente in quell’anno, con la combinazione tra l’insurrezione dei marinai di Kronstadt, le sommosse contadine e la tremenda carestia del 1921. La prematura scomparsa di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924 dopo una malattia durata quasi due anni, costituì pertanto una gravissima perdita per il giovane potere sovietico e aprì la strada a un periodo di lotta aperta e quasi incessante tra le diverse componenti e tendenze politiche esistenti all’interno del partito bolscevico, che durò dalla fine del 1923 fino al 1929.

Sul piano invece del glossario politico che via via utilizzeremo, la sigla URSS costituiva l’acronimo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sorta alla fine del 1922; il Politburo (o Politbjuro) a sua volta rappresentava a partire dal 1917 l’ufficio politico del partito bolscevico e, dal 1922, il suo principale organo di decisione politica, mentre il Comitato Centrale – eletto via via ad ogni congresso di partito – formava dal 1903 l’organismo politico principale per la nomina dei dirigenti e la selezione della linea politica del partito.

Il partito comunista sovietico costituì a sua volta lo sviluppo organico del bolscevismo e della tendenza politica rivoluzionaria guidata da V. I. Lenin fin dal 1903 all’interno del partito socialdemocratico russo: una corrente politica che si trasformò in un partito a sé stante e diviso anche sul piano formale dai menscevichi, ossia dall’ala moderata del socialismo russo, a partire dal 1912. L’organo ufficiale dell’organizzazione bolscevica, denominatasi comunista all’inizio del 1918, era costituito dalla Pravda; se l’Izvestia rappresentava l’organo ufficiale del potere sovietico, sorto in seguito alla rivoluzione dell’ottobre del 1917, la Tass costituiva invece l’agenzia di stampa di quest’ultimo.

Un accenno infine al problema della translitterazione dei cognomi russi in lingua italiana, operazione che crea a volte un certo margine di incertezza. Ad esempio il celebre pseudonimo usato per individuare L. D. Bronstein è stato tradotto in vari modi, da Trotskij passando a Trotsky fino a Trotckij, mentre il cognome Preobrazhenskj, uno dei leader della corrente trotzkista sovietica sia nel 1923/27 che nel 1931/36, in diversi testi viene riportato senza la lettera acca, come è avvenuto del resto nel caso di Ezov/Ezhov, e di altre personalità sovietiche

[1] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, p. 190 e 241, ed. Il Mulino

[2] “The Moscow Trial of 1937”, in http://www.red-channell.de

[3] P. L. Contessi, op. cit., pag. 247-248

[4] Op. cit., p. 248-249

[5] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, pag. 252, ed. Il mulino

[6] Op. cit., p. 252

[7] Op. cit., p. 237

[8] Op. cit., p. 243

[9] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, parte terza, op. cit.

[10] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[11] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[12] “The case…”, op. cit., tredicesima sessione, sezione diciottesima

[13] P. L. Contessi, op. cit., pag. 167/168

[14] L. T- Lih, O. V. Naumov e O. V. Khlevniuk, “Stalin’s letters to Molotov”, pag. 214, 56 e 188, ed. Yale University Press

[15] Op. cit., pag. 211

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 344, ed. Bollati Boringhieri

[17] P. Broué, op. cit., p. 397

[18] I. V. Stalin, “Letter to Slepkov”, 8 ottobre 1926, in www.marxists.org; V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 e 6 gennaio 1923, in http://www.marxists.org

 

 

Il volo di Pjatakov: La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

 

 

 

 

Una recensione critica sul libro “Il volo di Pjatakov” tratta dal sito www.pennatagliente.wordpress.com

«Il volo di Pjatakov» (Edizioni PGreco, 2017, pagine 598, Euro 28,00) è un corposo libro – scritto da tre autori non “stalinisti” quali Daniele Burgio, Massimo Leoni, e Roberto Sidoli – che ricostruisce storicamente la collaborazione tattica tra Trotzky ed i fascisti tedeschi; si tratta dell’esposizione minuziosa (effettuata con il metodo della requisitoria di un Pubblico Ministero) di un episodio che, se ne fosse accertata la reale esistenza, dimostrerebbe inequivocabilmente la vera natura del traditore ucraino.

Il nocciolo della questione è la visita effettuata, partendo dall’aeroporto di Berlino Templehof in uno dei due giorni 12 o 13 dicembre 1935, dall’allora vicecommissario del popolo all’Industria pesante sovietica, Georgij Leonidovič Pjatakov, a Lev Davidovič Bronstein (Trotzky) a Honefoss, in Norvegia – dove allora il leader della Quarta Internazionale viveva in esilio – in modo da ricevere ordini in merito alla prosecuzione della lotta politica clandestina contro il regime sovietico, e la persona di Stalin.

Ognuno dei 19 capitoli di prova affronta da una angolazione differente quella questione che, secondo le stesse parole del Trotzky – proferite nell’aprile del 1937 davanti alla commissione Dewey, una sorta di controprocesso tenutosi, in contemoranea con quelli di Mosca, a Coyocán, in Messico – se fosse provata renderebbe la sua «posizione, politica e personale, compromessa senza speranza».

Risulta chiara sin dalle prime battute dello scritto l’effettiva esistenza del volo/colloquio al centro di questa indagine storica, la cui accuratezza è dimostrata da tutta una serie di dichiarazioni rilasciate dai protagonisti della vicenda e da insospettabili fonti quali l’archivio Trotzky, presente nell’università statunitense di Harvard, nonché da storici di provata fede trotzkista quali Pierre Broué e Isaac Deutscher.

Al termine della lettura, l’unica possibile conclusione è che il tanto santificato politicante ucraino era niente di più di un bugiardo traditore che avrebbe fatto qualunque cosa, ivi compreso allearsi con la bestia hitleriana, per rovesciare il potere sovietico nelle mani del compagno Giuseppe Vissarionovič Stalin: per converso, questo tomo comincia a spazzare via tutto il letame che – sin dalla sua morte, avvenuta il 5 marzo 1953 – è stato gettato sul pensiero e l’opera del “magnifico georgiano”.