Una discussione con il professore Luigi Ferrari sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento e sull’individualismo/collettivismo.

Collettivismo, individualismo ed effetto di sdoppiamento: “L’ascesa dell’individualismo economico”.

Con il suo libro, intitolato “L’ascesa dell’individualismo economico”, Luigi Ferrari ha elaborato un testo potente ed efficace, colmo di innumerevoli riferimenti fattuali e bibliografici, oltre che introdotto dalla brillante prefazione di Giorgio Galli, con un’analisi autonoma e originale che tra l’altro risulta perfettamente compatibile con la teoria dell’effetto di sdoppiamento, costituendone a nostro avviso una sua traduzione concreta sul piano delle ideologie e della mentalità collettiva, durante il periodo che parte dalla fine del Quattrocento per arrivare ai nostri giorni.

L’asse centrale dell’opera di Ferrari, rispetto ai cinque secoli presi in esame, consiste nella tesi per cui si è assistito nel corso degli ultimi cinque secoli a una continua coesistenza dialettica, a una particolare combinazione di unità e lotta tra la tendenza individualistico-economica e la controtendenza collettiva (“collettivismo”, secondo la terminologia utilizzata dall’autore) sul piano della psicologia di gruppo, della mentalità e della visione del mondo sociale adottata mano a mano dalle diverse classi e frazioni di classe, dai diversi gruppi sociali lungo il periodo in esame.

La tendenza individualistico-economica è sorta, a giudizio dell’autore, all’inizio del Sedicesimo secolo, mediante e attraverso quello che viene efficacemente definito come “l’urlante peccato dell’Inghilterra”: ossia il primo plurisecolare e gigantesco processo di privatizzazione e di esproprio delle enormi terre pubbliche (boschi, pascoli, stagni comunali, poderi collettivi, ecc.) avviato a partire dal 1480 dall’arida borghesia britannica ai danni dei comuni rurali e dei piccoli contadini del paese in esame.

Il nucleo di questa tendenza, divenuta via via sempre più egemone nel mondo occidentale, consiste ovviamente nel primato assoluto, attribuito all’individuo singolo (e alla sua proprietà, alla sua “roba”) rispetto a qualunque organizzazione collettiva, a qualsivoglia vincolo e obbligo verso la collettività e altri gruppi organizzati, oltre che nel presunto antagonismo irriducibile di ciascun uomo con i suoi simili.

Luigi Ferrari produce ed espone una lunga e splendida caratterizzazione degli ideologi e dei teorici principali: questa particolare tendenza sociopolitica, partendo da Grozio e Hobbes (con il suo “Homo nomini lupus”) e passando via via per grandi romanzieri borghesi come D. Defoe (con il suo Robinson) e all’“egoismo puntellato di benevolenza” di Adam Smith e di Mandeville, fino ad arrivare al superegoismo di autori purtroppo divenuti celebri nel mondo occidentale quali Ayn Rand, secondo la quale “il capitalismo e l’altruismo sono incompatibili, essi non possono coesistere nella stessa persona e nella stessa società” (L. Ferrari, op. cit., p. 383).

L’antagonista principale della tendenza individualistica, divenuta sempre più centrale e opprimente nel corso degli ultimi tre decenni, viene individuata da Ferrari nella controtendenza collettiva (collettivistica) che segna e attraversa a giudizio dell’autore tutte le classi e i gruppi sociali del mondo moderno e contemporaneo, qualsiasi importante gruppo e cultura durante gli ultimi secoli.

Il cardine della “tendenza collettivistica” e dei “soggetti allocentrici” risulta la centralità attribuita ai destini e interessi da un gruppo più o meno ampio, che può essere vanamente individuato nella famiglia o in una “comunità di pari” (amici, membri dello stesso villaggio o città, ecc.), oppure in una classe o in un partito, o nella patria/nazione, dimostrando “lealtà organizzativa profonda” ed empatia costante con le sorti e i bisogni del collettivo più o meno ristretto, più o meno esteso, di appartenenza e di riferimento.

Le origini e la genesi della “tendenza collettivistica” vengono fatti risalire dall’autore al medioevo e alle società protofeudali–feudali, con i “legami reciproci” e di “dipendenza reciproca” tra le diverse classi sociali, tanto che a giudizio di Ferrari in quella lunga fase storica (600-1050 a.C.) “nessuno allora era libero secondo i nostri canoni, sebbene vi fossero ovunque grandi dislivelli di potere” (op. cit., p. 116).

Siamo in presenza di una categoria storico-teorica molto importante, oltre che supportata da una montagna di fatti storici: tanto rilevante e pregnante che risulta scusabile anche la principale sua carenza e debolezza, ossia non aver subito evidenziato la distinzione essenziale e la differenza fondamentale tra la “tendenza collettiva” dei padroni delle condizioni della produzione e quella invece espressa dagli esclusi di tali forme di proprietà, ossia degli oppressi e degli sfruttati.

E cioè, in altri termini, non aver effettuato una precisa linea di divisione tra “spirito di gruppo” delle classi privilegiate e degli sfruttatori, feudali o capitalistici, e “spirito di gruppo” invece via via espresso dalle classi oppresse (servi della gleba, operai e salariati nel modo di produzione capitalistico) e dai produttori diretti delle diverse società classiste; una precisa linea di distinzione tra la solidarietà collettiva mostrata via via dalle classi sfruttatrici (a partire dai solidalissimi schiavisti spartani, ad esempio) e quelle invece praticate e attuate dalle classi sfruttate (come ad esempio nel caso dei combattenti iloti-schiavi di Sparta, non a caso temuti costantemente dai loro spietati padroni).

In ogni caso l’opus magnum di Ferrari si rileva importante e molto positiva anche perché focalizza con estrema efficacia l’attenzione sul “comunismo medioevale”: ossia su quell’indiscutibile dominio collettivo sulle risorse naturali che costituì un elemento importante delle comunità rurali e di villaggio durante il lungo periodo feudale, così come (in forma parzialmente diverse) avvenne nei villaggi del modo di produzione asiatico, come nel caso degli ayllu andini.

A pagina 90 del libro in oggetto viene ad esempio acutamente rilevato che “l’altro basilare e antico soggetto medioevale di controllo fondiario, incompatibile con ogni definizione individualista dell’io “proprietario”, era la comunità del villaggio che regolava le colture di ciascuna famiglia e garantiva a tutti gli abitanti del territorio, soprattutto ai più deboli, il libero e collettivo utilizzo dei boschi (diritto di legnatico), delle acque, degli stagni comunali (cioè non appartenenti a singoli), dei pascoli e dei poderi comuni. Vedremo meglio poi questa particolare materia. Per ora, precisiamo che queste garanzie per i più deboli riguardavano anche le città, con le loro complesse reti di protezioni sociali che emergevano dal forte contenuto relazionale e personale del rapporto di appartenenza (Bloch 1933), per cui il mero abitare nelle città si configurava come un vero e proprio «fatto sociale totale» (Barbot 2007) – tutt’altra cosa dal nostro welfare basato sull’astrattezza e generalità moderne dei diritti di cittadinanza.

Dal complesso di queste considerazioni sintetizziamo una fondamentale peculiarità della “proprietà” medioevale. Nella mentalità medioevale non c’erano le nostre nette cesure nell’organizzazione dei rapporti politici, sociali e produttivi. Esisteva, invece, una sorta di continuità senza fratture e con un’interdipendenza tra il dominio politico, il dominio fondamentale sulle persone e quello sulle cose, con estese garanzie di utilizzo delle risorse naturali alla parte debole della popolazione, che ben poco avevano da spartire con le nostre relazioni familiari e di proprietà”.

Molti altri sono gli spunti interessanti (a volte non sempre condivisibili integralmente, come nei casi dell’analisi di Marx e della dinamica storica sovietica) che emergono in ogni caso dal gigantesco lavoro di Ferrari, all’interno di un libro di cui consigliamo la lettura anche per l’eleganza e la chiarezza dello stile espositivo.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

 

 

 

La risposta del professore Luigi Ferrari.

 

Grazie per la vostra bella recensione al mio lavoro.

Concordo con la piena compatibilità con l’effetto sdoppiamento, che, del resto, avevo segnalato nel nostro ultimo incontro.

Vi ringrazio anche per i rilievi critici sul giudizio circa il Medioevo: effettivamente il mio testo può suggerire letture ambigue,

ma il motivo di questa impostazione sta nella necessità di una profonda revisione storica di quel periodo, che viene liquidato con troppa

superficialità.

Vi ringrazio anche per la segnalazione delle vostre divergenze su Marx e sull’URSS. Avete giustamente evitato quelle recensioni stucchevoli e del tutto sterili che imperano.

Se abbiamo in comune la nostra ammirazione per Marx e per la sua dialettica, non abbiamo certo avversione al confronto o paure di esso. Il confronto è, anzi,  la vera garanzia di progresso intellettuale.

Senza di esso, il pensiero “soffoca” e insterilisce.

Vi segnalo, nella copia della recensione allegata, due refusi evidenziati in giallo.

Di nuovo grazie e, speriamo, a presto.

 

Luigi Ferrari.

 

 

 

 

Caro Luigi, ti ringraziamo per la tua bella risposta, oltre che per i suggerimenti che ci hai fornito: avremo sicuramente occasione in futuro di sviluppare e arricchire la discussione teorico-storica sia sulle tue tesi che sull’effetto di sdoppiamento, nella loro interconnessione dialettica.

Cordiali saluti a risentirci presto.

 

Daniele Burgio, Massimo leoni e Roberto Sidoli

 

 

 

 

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Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Cuba e la Cina continuano unite ad aderire al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore

Granma
Compagno Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del

Partido Comunista di Cuba;

Compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di

Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba;

Compagno Esteban Lazo Hernández, Presidente dell’Assemblea Nazionale del

Potere Popolare;

Compagno Chen Xi, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della

Republica Popolare della Cina;

Compagni del Burò Politico del Comitato Centrale;

Distinti invitati:

Il 1º ottobre del 1949 è una data di speciale significato per la storia

dell’ umanità. In questo giorno, davanti a centinaia di migliaia di persone riunite in Piazza Tiananmén, il presidente Mao Zedong, i cui apporti alla lotta rivoluzionaria e il valore saranno sempre ricordati con rispetto e ammirazione, annunciò al mondo la fondazione de un nuovo Stato socialista: la Repubblica Popolare della Cina.

Il trionfo rivoluzionario fu il momento culminante di un lungo processo di lotta antifeudale e antimperialista, e segnò l’inizio di una nuova era di sviluppo e progresso per una nazione millenaria.

La storia moderna dell’umanità sarebbe stata diversa senza il trionfo della Rivoluzione Cinese.

Questo paese la cui popolazione era soprattutto contadina, conquistò la desiderata sovranità e indipendenza che a loro volta permisero la costruzione del socialismo, partendo da un ancestrale sottosviluppo, combattendo contro l’isolamento e un blocco economico imposto per 28 anni. Molti ostacoli resero più difficile, ma non impossibile il suo sviluppo.

La Cina del 2019 è molto differente da quella del 1949, già non è più il paese povero e sottosviluppato che era 70 anni fa.

La sua economia, con una crescita sostenuta, ha consolidato notoriamente il potere e il prestigio di questa nazione. Oggi conta con una solida base economica dopo 41 anni di riforma e apertura, con politiche verificate, una memoria storica preservata ed esperienze accumulate nel processo di costruzione del socialismo.

Conta con un popolo laborioso e unito, un immenso mercato interno, una cultura millenaria e un Partito che ha percorso il cammino socialista e ha saputo collocare lo sviluppo integrale, l’istituzionalità, la legalità al popolo al centro delle sue preoccupazioni.

È diventata la seconda più forte economia a livello mondiale. Negli anni ’70 ha ottenuto una crescita media annuale del PIL superiore al 8% ed ha tolto dalla povertà più di 800 milioni di persone una conquista sena precedenti nella storia dell’umanità.

La Cina è la principale produttrice mondiale di alimenti ed è stata capace d’alimentare il 24 % della popolazione mondiale con solo il 7 % delle terre coltivabili.

Con la preziosa direzione del Segretario Generale, il compagno Xi Jinping e del Partito Comunista, il paese avanza in una tappa decisiva per la consecuzione degli obiettivi compresi nelle mete del «doppio centenario», che consistono nel raddoppiare per il 2020 il PIL e le entrate pro cpaite rispeto al 2010, e nel 2019 divenire un paese socialista moderno, coincidendo con il centenario della Repubblica Popolare.

Cuba saluta e appressa altamente l’ascesa di una Cina socialista e Nella difficile congiuntura internazionale attuale il suo sviluppo costituisce un fattore di stabilità, equilibrio e opportunità per tutto il pianeta e, in particolare, per i paesi in via di sviluppo e la regione dell’ America Latina e i Caraibi.

Permettetemi in un’occasione tanto speciale come questa, di ricordare il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, quando nel suo prologo all’edizione in cinese di /Cento Ore con Fidel/ aveva previsto: «Dovremo contare con la Cina nel panorama mondiale del XX secolo e molte delle grandi sfide dell’umanità non avranno soluzioni senza la sua attiva e imprescindibile partecipazione».

Valutiamo positivamente che i vincoli della Cina con la Russia, come con l’America Latina e i Caraibi, si sono stretti e ampliati come non era mai avvenuto prima.

Il XIX Congresso del Partito Comunista della Cina ha appoggiato l’iniziativa della Striscia e della Rotta della Seta fatta conoscere dal segretario generale Xi Jinping nel 2013, e in virtù della quale la Cina ha proposta di condividere in maniera inclusiva e integrale le opportunità che genera il suo sviluppo , con una messa a fuoco sulla cooperazione, verso le infrastrutture e la connettività per le vie terrestri, aeree, marittime e digitali.

L’ampliamento di questo progetto verso l’America Latina e i Caraibi evidenzia che non è precisamente la Cina quella che non rispetta le norme del commercio internazionale, costruendo muri o imponendo misure di protezione o sanzioni unilaterali. Non è nemmeno quella che sta bloccando l’adozione di determinate tecnologie, chiudendo il suo mercato o frenando gli investimenti.

Distinti invitati:

L’amicizia tra Cuba e la Cina iniziò con l’arrivo a Cuba dei primi emigranti cinesi 172 anni fa, che apportarono tanta lealtà, coraggio e patriottismo nelle nostre guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, e si legge scritta in lettere indelebili sul Monumento eretto in una parco centrale della capitale, la frase di Gonzalo de Quesada, stretto collaboratore ed esecutore del testamento letterario di José Martí: «Non c’è stato un cinese cubano disertore. Non c’è stato un cinese cubano traditore».

Questa immigrazione ha contribuito a forgiare la nazionalità cubana e a ridurre la distanza geografica che ci separa.

 

 

Eredi di queste tradizioni, nelle nostre lotte più recenti, tre discensenti diretti di cinesi hanno raggiunto il grado di generale delle gloriose Forze Armate Rivoluzionarie.I due popoli abbiamo conosciuto attraverso simili esperienza storiche la tragedia e l’oltraggio che rappresenta per un paese esser invaso, occupato da truppe straniere e sottoposto a trattati disuguali o emendamenti onerosi.

Ugualmente abbiamo dovuto affrontare il blocco, le aggressioni di ogni tipo, tentativi d’isolamento, sovversione, e una patologica diffamazione mediatica.

A Cuba e in Cina sono germogliate rivoluzioni autoctone nel XX secolo, nate dalle ardue lotte per l’indipendenza e la liberazione nazionale, di fronte a forze superiori e appoggiate dagli Stati Uniti.

In uno o un altro processo sono state realizzate importanti prodezze militari che hanno contribuito decisamente a dimostrare che il potere dell’impero e dei suoi lacchè ha dei limiti.

Solo dieci anni hanno separato i trionfi rivoluzionari nei due paesi, che in questo 2019 hanno compiuto i loro anniversari 60 e 70, rispettivamente. E nel 2020 commemoreremo sei decenni dal momento in cui la giovane Rivoluzione Cubana adottò la decisione storica e sovrana di rompere le relazioni con Taiwán e stabilirle con la Repubblica Popolare della Cina, divenendo così il primo paese dell’emisfero occidentale che riconosceva il Governo della nuova Cina come suo unico rappresentante legittimo.

Il presidente Mao Zedong, in quel lontano 7 maggio del 1960, apprezzò altamente il fatto che un piccolo paese come Cuba avesse osato realizzare una Rivoluzione così vicino agli Stati Uniti e nello stesso tempo considerava che era davvero necessario investigare la sua esperienza,

data l’importanza della Rivoluzione Cubana a livello mondiale.

L’unica e indivisibile Cina non fu riconosciuta come membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d Sicurezza sino a 22 anni dopo la proclamazione della Repubblica Popolare, con l’appoggio fondamentale dei paesi in via di sviluppo, includendo Cuba.

Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del campo socialista, Cuba e la Cina abbiamo affrontato con fermezza numerosi avversari e preservato il cammino socialista, partendo dalle realtà specifiche di ogni paese.

Questo accattivante paese asiatico è stato uno dei migliori amici di Cuba durante quel duro periodo in cui nessuno credeva che la Rivoluzione cubana potesse sopravvivere.

L’allora presidente Jiang Zemin fu l’unico Capo di Stato che ci onorò con la sua visita nel 1993 , fatto che non scorderemo mai.

Reiteriamo il nostro fermo e assoluto appoggio al principio di «una sola Cina», così come la condanna dell’ingerenza nei temi interni, dei tentativi di danneggiare l’integrità territoriale e la sovranità.

Cuba, come la Cina condanna l’egemonismo, l’unilateralismo, i blocchi, il protezionismo, le politiche di forza, le doppie morali nella lotta contro il terrorismo e l’imposizione di un modello unico nel mondo e difendiamo i principi del Diritto Internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite.

Inoltre apprezziamo altamente il valore della sovranità, l’indipendenza, l’unità, i principi e la dignità conquistati al costo di molte vite umane preziose e di enormi sacrifici.

Distinti invitati:

Il Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri Miguel Díaz-Canel Bermúdez meno di un anno fa ha realizzato un positiva visita nella Repubblica Popolare della Cina. Desideriamo segnalare gli importanti consensi ottenuti durante i suoi indimenticabili incontri con il compagno Xi Jinping e i principali dirigenti cinesi, alla cui implementazione lavoriamo con sforzo e dedizione.

Dopo circa 60 anni di relazioni diplomatiche ininterrotte, i vincoli tra i nostri due paesi sono diventati un esempio dei legami tra le nazioni socialiste della cooperazione sud – sud e delle relazioni tra un grande paese e uno piccolo, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto mutuo.

Come espressione della fiducia politica reciproca e della maturità che caratterizzano i nostri vincoli bilaterali, abbiamo scambiato esperienze sulla costruzione del socialismo. I due processi si complementano con le loro proprie forze.

Permettemi, prima di concludere, di ringraziare a nome del popolo, del Partito e del Governo cubani, per la decisione di concedere al Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, la Medaglia dell’Amicizia, il più alto onore che la Cina concede agli amici di altre nazioni per il loro contributo e l’appoggio alla modernizzazione socialista, agli scambi e la cooperazione tra questa nazione e altri paesi.

Apprezziamo questo nuovo gesto di fraternità e di riconoscimento al ruolo della direzione storica della Rivoluzione Cubana, in particolare del compagno Raúl, nella promozione dei vincoli bilaterali.

Il Generale d’Esercito ha mantenuto una straordinaria relazione con la Cina, nazione per la quale ha sempre sentito una speciale ammirazione e rispetto, ed ha concesso nello stesso tempo un’alta priorità alle relazioni bilaterali.

Ha visitato questo grande paese nel 1997, nel 2005 e nel 2012, occasioni nelle quali ha potuto dialogare con i massimi dirigenti sulle esperienze nella costruzione del socialismo e temi d’interesse comune dell’agenda internazionale. È un onore per Cuba che sia stata scelta la data della commemorazione del 70º anniversario per consegnargli una così alta decorazione.

I due paesi continuano uniti nell’adesione al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore. Le presenti e future generazioni di cubani e cinesi sapranno preservare il prezioso legato della nostra amicizia.

Che viva la profonda amicizia tra Cuba e la Cina! (Esclamazioni di: «Viva!»)

Molte grazie! (Applausi).

(Versioni stenografiche del Consiglio di Stato/ GM – Granma Int.)

Notizia del: 

Marxismo creativo, libertà e linea rossa.

[Quella che segue è la relazione tenuta da Alessandro Pascale in occasione dell’assemblea pubblica sull’effetto di sdoppiamento svoltasi al Centro culturale Concetto Marchesi (Milano), il 14 settembre 2019 a Milano. All’assemblea, moderata da Massimo Leoni, hanno partecipato come relatori anche Roberto Sidoli, Giorgio Galli, Marco Rizzo. Nella foto da sx a dx: Sidoli, Leoni, Rizzo, Galli, Pascale]

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CONTRO IL DETERMINISMO ECONOMICO

La teoria dell’effetto di sdoppiamento pone la questione di una rivalutazione della Politica sull’Economia. Ad un primo sguardo superficiale sembrerebbe una messa in discussione del materialismo storico ma questa, per l’appunto, non è altro che una visione volgare della questione. In realtà, come emerso in maniera netta dalla relazione di Roberto Sidoli, tale teoria non è altro se non un’adeguata interpretazione che si innesta nel solco tracciato dal pensiero dei grandi classici del socialismo scientifico.

Per mostrare queste affermazioni leggiamo un breve estratto del Dizionario dei termini marxisti, curato da Ernesto Mascitelli nel 1977 e disponibile gratuitamente sul sito Resistenze.org. Alla voce “determinismo economico” ecco quanto si riporta:

«È la concezione che ritiene che lo sviluppo storico sia rigidamente ed esclusivamente determinato dallo sviluppo delle forze produttive e delle componenti “tecniche” della società. Il determinismo economico esclude la possibilità che l’organizzazione cosciente della classe operaia possa in qualche modo influire sullo sviluppo storico. È il fondamento teorico di alcune delle più importanti correnti opportuniste della II Internazionale. La teoria secondo cui avrebbe dovuto verificarsi “il crollo inevitabile del capitalismo” per motivi esclusivamente economici, ampiamente diffusa nella socialdemocrazia tedesca negli ultimi anni dell’Ottocento, fu una delle espressioni più classiche di questa concezione. Il determinismo economico fu criticato dai principali esponenti del movimento comunista in quanto rappresentava un’incomprensione dei fondamentali principi del materialismo storico. Spesso si accompagnava all’affermazione della necessità di una “revisione” del marxismo. Inoltre, dal punto di vista politico, si manifestò come rinuncia alla difesa degli interessi della classe operaia».

IL MARXISMO DEGENERATO DI KAUTSKY

In questa definizione si ricorda come il determinismo economico si sia particolarmente diffuso nel periodo della II Internazionale, ossia dal 1889 al 1914. Come e perché ciò è stato possibile? È stato possibile perché mentre Marx era in vita le sue opere hanno avuto una scarsissima diffusione e il marxismo, come tale, è stato conosciuto soprattutto attraverso le opere e la divulgazione datane da Kautsky, che però ha imbastardito il materialismo storico con il positivismo e l’evoluzionismo di Darwin. Kautsky ha trasmesso insomma un’interpretazione deterministica ed economicista del marxismo, con una conseguente ottica fatalistica della Storia, che vedeva appunto come inesorabile l’avvento del socialismo. Ciò ha paradossalmente favorito la diffusione stessa del marxismo, che prometteva in maniera certa un avvenire radioso per la classe operaia, ma ha portato sul lungo termine al rigetto di una Politica radicale e rivoluzionaria, favorendo invece atteggiamenti di passivismo sociale e attendismo.

La maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche dell’epoca ha quindi imparato il marxismo non leggendo i testi di Marx, bensì le vulgate di Kautsky, che dagli anni ’80 diventa uno dei nomi più in vista della socialdemocrazia europea. Per fortuna c’era invece chi, come Lenin, studiava i testi originali, e ciò costituisce una prima fondamentale lezione per tutti noi. Fino alla prima guerra mondiale però Lenin è un personaggio secondario nello scenario internazionale socialista, considerato da molti un avventurista, un folle, un settario, e chi più ne ha più ne metta.

IL RAPPORTO TRA STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA IN MARX

I sostenitori del determinismo economico hanno quindi avuto a lungo l’egemonia nel campo socialista, appoggiandosi proprio sui testi di Marx. In particolare hanno ampiamente sfruttato la Prefazione all’opera Per la critica dell’economia politica (1859), in cui Marx ha scritto che

«nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».

Queste righe sono in contraddizione con la teoria dello sdoppiamento? Io non credo.

I marxisti hanno avuto, nel corso della Storia, una brutta abitudine: quella di giustificare le proprie teorie facendo riferimento ai testi sacri dei maestri del socialismo. Non intendo certo ridimensionare l’opera di Marx e di altri grandi autori, la cui rilettura ci insegna ancora moltissimo. Occorre però studiare sempre storicizzando, mantenendo un occhio alle evoluzioni successive, problematizzando e sapendo cogliere le sfumature di significato e di lessico. Soprattutto occorre trarre lezione dai fatti storici, perché la realtà è più forte delle parole, e la teoria va sempre verificata nella prassi. Da segnalare che fino a quel momento Marx aveva fatto prevalentemente studi di filosofia e di economia. Sarà solo nei decenni successivi che si dedicherà alla storia delle società primitive e agli studi antropologici, ammettendo ad esempio la possibilità dell’affermazione del socialismo anche in paesi arretrati come la Russia.

Negli anni ’50 del XIX secolo Marx ed Engels sono tra i pochi pensatori ad affermare il ruolo decisivo della struttura economica nel condizionamento degli individui, mentre prevalgono nel resto del pensiero occidentale le correnti che loro stessi definiscono “idealiste”.

Gli idealisti non tengono in debito conto le condizioni in cui si trova ad agire un individuo e giudicano le azioni e i ragionamenti in maniera astratta rispetto al contesto in cui nascono. Marx ed Engels hanno condannato aspramente gli idealisti, le cui teorie erano, e sono tuttora, fatte proprie dai padroni per giustificare l’idea che noi siamo completamente liberi del nostro destino, e che quindi se siamo dei poveracci, ciò dipende da noi, non da come sia strutturata la società.

SIAMO LIBERI?

Introduciamo qui un tema nuovo, quello della libertà, che si scontra nettamente con il tema del determinismo e del fatalismo. La questione è antica e prettamente filosofica. Machiavelli ad esempio sosteneva che la nostra vita dipenda per il 50% dalla fortuna (il caso), per il restante 50% dalla virtù. Il protestantesimo nasce invece in opposizione al cattolicesimo nella convinzione che le buone opere non bastino ad ottenere la salvezza dell’anima, per la quale sia invece indispensabile la grazia divina, che viene concessa da Dio in maniera imperscrutabile.

Il marxismo afferma che noi non siamo completamente liberi, perché siamo oppressi da un sistema che ci condiziona fin dalla nostra infanzia nel modo di pensare e di vivere. Allo stesso tempo non siamo completamente determinati. Abbiamo dei margini di manovra, dovuti alla possibilità di singoli e gruppi organizzati di acquisire consapevolezza dei meccanismi del sistema. In una società capitalista il lavoratore può acquisire coscienza di classe, superando l’ideologia dominante, emancipandosi dalle idee delle classi dominanti e da quello che si può definire il senso comune, tendenzialmente conservatore del sistema dato. Emancipandosi mentalmente diventa possibile l’azione Politica rivoluzionaria, ossia la possibilità di trasformare la realtà superando i limiti posti dalla struttura economico-sociale vigente. È evidente che questo processo non è immediato, semplice o automatico: dipende in una certa misura dalle stesse contraddizioni che derivano dalla conformazione sociale dominante, ma da solo un lavoratore in conflitto può arrivare solo ad un certo grado di consapevolezza politica.

Per fare un esempio radicale: in un totalitarismo un individuo è indottrinato e controllato in ogni fase della propria vita ed è certamente più portato ad introiettare mentalmente l’idea che il modo in cui funziona la società sia l’unico possibile. Un individuo che viene educato all’obbedienza molto difficilmente è in grado di comprendere il significato della libertà, o la ricondurrà automaticamente al rispetto delle norme vigenti.

Il discorso rischia di allungarsi molto per cui vado al dunque: il punto è che una teoria rivoluzionaria dell’esistente, senza la quale non c’è Politica, non sorge dal nulla, ma dalle contraddizioni stesse create dalla struttura economica e da una serie di altri fenomeni più o meno casuali che è difficile elencare in maniera completa.

In un sistema capitalista, come in qualsiasi altro regime sociale, c’è sempre un margine di libertà per l’individuo, anche se questo aumenta in corrispondenza dei rapporti di forza di cui dispone. Da solo evidentemente l’individuo può fare ben poco, a meno che non sia ricco e membro della classe dominante. Riunito in gruppo può invece cominciare a fare Politica, costruendo rapporti di forza tali da determinare, ad un certo livello, un cambiamento del regime vigente, o per via riformista o rivoluzionaria. Soltanto una “linea rossa”, tesa ad affermare un nuovo ordine collettivista ed egualitario, garantisce a tutti una maggiore libertà.

L’ANALISI DIALETTICA E L’INDECIFRABILITÀ DELLA STORIA

Citavo prima il peso che ha avuto Kautsky nel deformare e diffondere un’errata concezione di tali questioni. Fino al 1895 Engels ha cercato di correggere questi difetti di interpretazione: nelle ultime lettere scritte negli anni ’90, poco prima di morire, ha ribadito l’importanza di non considerare la struttura economica come l’unico fattore determinante la Storia. Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è molto più complesso e articolato, dice l’ultimo Engels, in conflitto con le tendenze positiviste dell’epoca. Engels trova anche una spiegazione a queste “deviazioni”: la mancata acquisizione della dialettica. La dialettica incarna in sé l’idea del movimento, dell’azione e della reazione, dello sviluppo e della regressione. Una mente dialettica è l’opposto di una mente statica. Dialettica significa non concepire nulla come automatico e definitivo.

La Storia non va quindi inevitabilmente verso una direzione prestabilita. Una concezione dialettica comporta anzi il rifiuto di qualsiasi filosofia della storia statica e fissa, di qualsiasi tipo di teleologia. Non esiste una provvidenza divina, non è detto che la realtà coincida con la razionalità né tantomeno che la Storia proceda verso un ineluttabile progresso.

Un marxista sa invece che tutto può cambiare e che niente è determinato completamente, ma al limite, come ricorda Marx, è condizionato in modo tale da offrire sempre un bivio: Rosa Luxemburg diceva “o socialismo o barbarie”; Sidoli dice una “linea rossa” o una “linea nera”. La sostanza del discorso è la stessa.

Per un marxista non c’è quindi Politica senza un’adeguata cognizione della dialettica e della capacità di interpretare la realtà utilizzando certe categorie analitiche che poggino sulla consapevolezza del costante movimento della Storia.

Si pongono a questo punto alcuni problemi pratici, politici, per il nostro presente.

ATTUALITÀ E LIMITI DEL MARXISMO-LENINISMO

Se la realtà è in movimento anche la capacità di interpretarla in maniera adeguata deve essere costantemente aggiornata, e può raggiungere una conoscenza solo parziale e approssimativa della contemporaneità; la prassi in movimento pone insomma dei limiti intrinseci alla capacità della teoria di dare risposte definitive; ciò non vuol dire accettare l’agnosticismo cronico in cui scadono correnti come il kantismo o i seguaci di Popper; occorre però partire dalla consapevolezza che anche il marxismo-leninismo, che è il sistema teorico più avanzato mai elaborato finora dall’umanità, vada maneggiato con molta cautela, perché le sue formule sono state codificate ormai quasi un secolo fa.

L’essenza del marxismo-leninismo, che mantiene la sua piena validità, è il metodo, ossia l’applicazione del materialismo dialettico ad una determinata epoca storica, che in una certa misura è ancora la stessa di quella odierna, ossia l’età dell’imperialismo, anche se con alcune differenze. Il marxismo-leninismo non offre solo un metodo, ma anche dei princìpi teorici e politici su cui occorre ragionare in termini pragmatici. Occorre un riesame complessivo sulla base dei dati empirici e storici dell’ultimo secolo, altrimenti la riproposizione rigida del marxismo-leninismo classico rischia di diventare un limite ed un intralcio alla nostra capacità di dare risposte politiche per il nostro presente. Un processo di “revisione” della teoria è evidentemente pericoloso ed è scaduto molto spesso in passato nel tradimento dell’ottica socialista. Più che di revisione quindi proporrei la necessità di un aggiornamento storico, attraverso un esame critico delle esperienze acquisite dal movimento comunista internazionale. Occorre ricordare che il “leninismo” stesso nasce dalla rottura con quello che al tempo era giudicato il marxismo ortodosso, trovando nuove soluzioni a questioni rimaste inevase o non adeguatamente affrontate.

INSEGNAMENTI DEL ‘900

Nel corso dell’ultimo secolo si sono verificati diversi cicli rivoluzionari in varie aree del mondo. Oltre al 1917 c’è stato il periodo 1945-49, il 1959, il processo della decolonizzazione (fino agli anni ’70), e così via. Nessuna di queste rivoluzioni si è verificata, come pensava Marx, in un Paese sviluppato economicamente. Si può dire che esse siano dovute in primo luogo all’affermazione della Politica sull’Economia, o, per dirla alla Stalin, di un marxismo creativo rispetto al marxismo ortodosso? Io credo che si possa dire, il che deve farci riflettere sulla necessità di adattamento alla realtà concreta e sociale contingente, ossia all’identificazione di un percorso rivoluzionario che raramente si ripete uguale nel corso del tempo.

L’esperienza fallimentare della via italiana al socialismo mostra però quanto questo “adattamento” sia difficile da realizzare, rischiando di andare ad intaccare princìpi tuttora validi e dimostratisi imprescindibili per qualsiasi esperimento vincente di emancipazione sociale.

Riguardo all’URSS ci è stato detto per decenni che la sua caduta abbia sancito inevitabilmente il fallimento inevitabile del modello economico socialista, incancrenito da difetti strutturali irrisolvibili. La teoria dell’effetto di sdoppiamento smentisce questo assunto, mostrando invece come il tracollo non fosse obbligatorio, ma sia stato causato da una serie di errati provvedimenti politici stratificatisi nel tempo, fino alla perversione raggiunta dalle riforme della perestrojka, attuate da molti personaggi loschi che possiamo con ragione e coscientemente oggi chiamare traditori.

LA LINEA ROSSA CINESE

Una delle questioni oggi più spinose che divide oggi i comunisti è il giudizio sulla Repubblica Popolare Cinese, che costituisce il più evidente esempio di sviluppo di un marxismo creativo rispetto a quello ortodosso. La questione si collega allo strapotere che oggi hanno nel mondo le 400 multinazionali più potenti. All’interno di questo numero sempre maggiore è la quota di quelle cinesi. La domanda che occorre farsi è la seguente: vogliamo la “linea nera” delle multinazionali controllate in una certa misura da Washington, con amministratori delegati che si alternano alle cariche governative e di Wall Street, oppure vogliamo una globalizzazione “rossa” in cui le multinazionali facciano riferimento, per lo meno mediato, al popolo, attraverso la mediazione dello Stato o del Partito? Chi dice “non vogliamo la globalizzazione rischia di cadere nella categoria marxiana del “socialismo feudale”. Ormai la globalizzazione è un dato di fatto e non è possibile eliminarla; si può però gestirla in maniera differente rispetto a come è stato fatto finora. Il PCC ha saputo costruire un percorso politico differente dall’iter sovietico, perché non ha potuto e voluto ripetere per determinate condizioni storiche diverse. La via cinese al socialismo non è chiaramente l’unico percorso possibile (ad esempio non è adatto al nostro Paese), ma si è rivelata particolarmente adatta per garantire un poderoso sviluppo sociale non solo del popolo cinese (700 milioni di persone tolte dalla povertà), ma sta favorendo la possibilità di costruire una “linea rossa” anche per i popoli di altri continenti.

Le politiche intraprese a livello internazionale da Pechino, che stanno portando il Partito Comunista Cinese a prendere la leadership della globalizzazione, stanno mettendo in crisi l’imperialismo occidentale (in particolar modo quello statunitense), creando contraddizioni potenzialmente esplosive che non sono state previste dal marxismo-leninismo ortodosso nell’analisi dell’imperialismo. Lenin non poteva certo prevedere simili sviluppi, anche perché al tempo della sua analisi sul tema (1916) era ancora convinto che la rivoluzione in un paese arretrato (quale la Russia dell’epoca) avrebbe dato avvio ad una catena rivoluzionaria nel resto dei paesi sviluppati. È evidente quindi che le categorie analitiche del leninismo non sono applicabili integralmente al caso cinese odierno, ma che necessitano di uno sforzo di adattamento e rielaborazione. Il progetto infrastrutturale della Nuova via della Seta costituisce in tal senso una possibilità per i comunisti occidentali di rafforzare la proposta di una “linea rossa” capace di emancipare i propri Paesi dal blocco imperialista nord-atlantico, dando concretezza alla progettualità di un nuovo ordine sociale che veda protagonista e alla direzione la classe lavoratrice. Una Politica comunista oggi non può quindi più permettersi di fare errori teorici catastrofici, anti-dialettici e schematici, come quelli che equiparano la Cina ad un blocco imperialista.

PROBLEMI DERIVANTI DAL TOTALITARISMO LIBERALE

Ci sono altre questioni problematiche in Italia, e più in generale in Occidente.

Io ritengo che il regime borghese abbia assunto tinte totalitarie che cercano di eliminare il campo della Politica vera, quella cioè capace davvero di cambiare la struttura economico-sociale vigente. Il totalitarismo liberale in cui viviamo e ci troviamo ad agire è particolarmente ostico non solo perché pone il mantra di ricette politiche obbligate (perché imposte da Bruxelles o dai mercati finanziari) ma anche perché spinge il condizionamento strutturale a condizioni tali da determinare un’alienazione di massa spaventosa (molto maggiore rispetto ad un secolo fa), favorita dalla conformazione di un social-imperialismo capace di garantire la sopravvivenza agli strati più degradati del sottoproletariato (vd in tal senso il ruolo del reddito di cittadinanza). La stragrande maggioranza della popolazione è convinta che sia impossibile una società diversa da quella in cui viviamo e non è in grado di immaginare un’alternativa concreta. Le società socialiste sono state scientemente screditate e perfino molti sedicenti “marxisti” hanno accolto l’idea che siano state dei fallimenti. È evidente che in questo clima diventa difficile proporre un’alternativa socialista della società, eppure è quanto dobbiamo e possiamo fare, attrezzandoci in maniera adeguata, a partire dall’internità nelle lotte sociali, ma anche da una seria lotta al revisionismo storico tesa a decolonizzare l’immaginario collettivo dalle falsità propagandate dall’ideologia dominante. Senza questa lotta culturale continueranno a prevalere le tendenze libertarie, movimentiste e anarcoidi che non si sono dimostrate in grado di costruire un’alternativa politica credibile.

CONSEGUENZE PRATICHE DELL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

La questione dell’effetto di sdoppiamento, ossia la rivalutazione della Politica sull’Economia, mi sembra che abbia due conseguenze pratiche fondamentali:

1) sono futili tutti i discorsi degli idealisti e dei borghesi che continuano a predicare il TINA (There is no alternative), specie se declinato in salsa europeista, ritenendo impossibile pensare ad un’uscita dall’Unione Europea. Chi rifiuta a priori tale possibilità è un reazionario o un compagno che non ha compreso l’essenza del materialismo dialettico. Chi pretende di poter predeterminare con precisione le tappe di un’ipotetica uscita da sinistra dall’Unione Europea rischia ugualmente di scadere nell’astrattismo o nel passivismo politico: sono infatti impossibili da prevedere le reazioni della borghesia, e quindi gli scenari politici, non solo economici, che si andrebbero a determinare nel resto del mondo ad un’uscita dell’Italia dall’UE. Quello che noi possiamo fare è un’analisi il più possibile dialettica della realtà odierna e delle forze in campo, tracciando dei possibili macro-scenari condizionati dall’evoluzione delle strutture economiche, sapendo però che in fin dei conti la Politica è imprevedibile, proprio perché le sue istanze derivano dalla capacità di incidere sulla realtà delle classi subalterne, ma anche di quelle dominanti, che non restano certo passive, ma studiano le nostre mosse e imparano spesso meglio di noi.

Noi possiamo e dobbiamo cercare di sfruttare e ampliare le contraddizioni presenti nel campo avversario ma dobbiamo essere consapevoli che al momento è molto più forte l’azione del nemico sulle nostre fila piuttosto che il contrario. Come possiamo allora tornare ad essere influenti nella società, tornando a fare Politica?

2) Oggi, ancora più di un secolo fa, si pone la necessità di costruire un soggetto politico capace di fungere da avanguardia non solo politica, ma anzitutto culturale e sociale.

Abbiamo bisogno di casematte in cui offrire anzitutto la visione corretta della realtà, squarciando il velo della menzogna che ci circonda nell’ambito della vita quotidiana.

Dobbiamo ragionare sul fatto che il Capitale cerca di riproporre in continuazione il mantra del determinismo economico, sfiduciando i più deboli di spirito dall’azione politica rivoluzionaria, dipingendola come astratta, corrotta o distante dalle esigenze popolari.

La capacità di rafforzare l’organizzazione politica, attirando nuovi militanti, nasce certamente dalla reazione alla durezza delle condizioni materiali vigenti, ma la costruzione di forme sempre più raffinate di egemonia culturale e controllo sociale (si veda il potere di Google, Facebook, ecc.) pone soprattutto la necessità di una formazione attiva e continua di tutti i militanti dell’organizzazione politica. Dato che le bugie che vengono raccontate dal regime sono sempre più grandi, è sempre più difficile mostrare la verità alle persone a cui ci rivolgiamo. Dobbiamo saper mostrare tutti i meccanismi usati dal nemico e diffondere la concezione che per raggiungere qualsivoglia obiettivo occorrono organizzazione e rapporti di forza. La costruzione di una comunità nuova che sappia uscire dal paradigma dominante non significa sognare ad occhi aperti, ma ricercare quell’equilibrio tra concretezza e orizzonte utopico di una realtà oggi non inesistente ma ancora parziale, non impossibile da realizzarsi.

L’identificazione corretta della “linea rossa” nel contesto attuale del totalitarismo liberale, non è compito agevole, ma può costituire il mix decisivo capace di stimolare l’azione di milioni di uomini e donne, ridando slancio alla questione comunista in Occidente.

Alessandro Pascale

Le tre diverse fasi di sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

Le tre diverse fasi d sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

 

Ringrazio innanzitutto il compagno Paolo Selmi per le sue interessanti osservazioni relative all’effetto di sdoppiamento, che mi hanno dato alcuni spunti su cui riflettere e studiare in futuro.

Per quanto riguarda invece la notevole analisi elaborata dal compagno Mario Galati, sottolineo ancora una volta che l’effetto di sdoppiamento costituisce il concreto frutto e il materialissimo sottoprodotto di quello sviluppo delle forze produttive (agricoltura, allevamento e protourbanesimo: Gerico 8500 a.C.) che ha generato e cristallizzato da un lato l’era storica del surplus costante e accumulabile sconosciuto nel paleolitico, ma dall’altro lato con un plusprodotto non ancora giunto e arrivato a quel livello di crescita (automazione, Intelligenza Artificiale, robotica, genetica, ecc.) che renderà tra qualche decennio possibile il comunismo sviluppato dell’abbondanza, della gratuità, del tempo libero e della regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, guerre nucleari mondiali permettendo.

Sintetizzo al massimo grado possibile.

Fase 1 del genere umano = basso sviluppo delle forze produttive, nessun surplus e quindi inevitabile comunismo primitivo.

Fase 3 dell’umanità = formidabile livello di sviluppo delle forze produttive, gigantesco surplus disponibile e quasi totale automazione, con derivato comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finalmente inizio “della vera storia” (Marx) della nostra specie.

Fase 2 (9000 a.C.-2019 e oltre): livello di sviluppo delle forze produttive capace di produrre surplus costante, ma non quella massa di plusprodotto indispensabile per il processo di riproduzione del comunismo sviluppato, e quindi … effetto di sdoppiamento plurimillenario.

Lo sviluppo delle forze produttive risulta quindi determinante, ma solo in ultima analisi e con modalità diversa a seconda delle tre megafasi storiche in oggetto e sopracitate.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

Paolo Selmi

Caro Roberto,

la tua spiegazione dell’effetto di sdoppiamento è molto affascinante, tanto quanto il tuo commento sulle civiltà arcaiche. Del resto, il “chi vincerà?” (кто победит?) proprio di Lenin, assume nuova luce in questo senso. Tuttavia mi piacerebbe, per un attimo, guardare un attimo al passato di ciascuna cultura che ha provato, in modi e tempi diversi, a “tradurre” il marxismo. Nella mia tesi di dottorato, incentrata sul substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao, questo esercizio si è rivelato estremamente fecondo non solo per la realtà estremorientale, ma anche per casa nostra. Il linguaggio è indicativo di ciò che siamo e, attraverso l’etimologia e lo studio delle fonti, di ciò che eravamo.

 

Prendiamo la parola “compagno”, che a noi dovrebbe dire qualcosa, e qualcosa di estremamente importante. Andiamo a vedere ogni cultura come l’ha declinata.

 

Partiamo da noi: “compagno”, com’è noto, latino “cum panis”, spezzare insieme, condividere il pane… qualche retroterra dovrebbe farcelo venire in mente. Tra l’altro, secondo il dizionario storico della Svizzera (DSS https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/016415/2005-08-25/) “va ricondotto al franc. compagnon.”

 

Calco linguistico da un francese, che però a un certo punto si distacca per “camarade”, da cui l’anglofono “comrade”: che divide la stessa camerata. Esercito moderno, caserme in muratura, camerate (e non tende come, per esempio, negli accampamenti antichi).

 

I tedeschi, “Genosse”, protogermanico ganautaz, “condividere insieme” (senza specificare il cristologico pane), si richiamano, come ci informa sempre la voce sul dizionario svizzero, al loro medioevo: ” Nel ME e nell’età moderna, Genosse designava genericamente persone della medesima condizione giur. che esercitavano diritti d’uso in comune (Comunità). L’espressione aveva quindi una connotazione sia egualitaria, sia democratica.” (ibidem)

 

Torniamo, tuttavia, ai “camerati”. Ai samurai giapponesi mandati ex abrupto in Europa, quasi due secoli fa, a “recuperare il tempo perduto”, non sarà sicuramente passata in secondo piano la tensione morale, lo spirito di abnegazione e sacrificio, la forza di volontà dei primi militanti del movimento operaio: ecco nascere dōshi (同志(どうし)), “colui che ha la stessa volontà”, in un gruppo denotato da una fermissima unità di intenti, sulla scia delle società, più o meno segrete, più o meno di ispirazione laica o religiosa, di cui la millenaria storia giapponese è particolarmente ricca, con intenti rivoluzionari, riformatori, millenaristici. I segni cinesi con cui fu scritto furono poi accettati paro paro dai cinesi stessi, quando qualche decennio più tardi si trovarono a imparare il marxismo tradotto dai giapponesi: tóngzhì altro non è che la pronuncia in mandarino degli stessi segni. Stesso tragitto per il Đồng chí vietnamita, mentre il 동료 (dongnyo) coreano è la traslitterazione nel loro alfabeto dei segni 同僚, dove il primo è sempre tóng di “stesso”, ma il secondo è liáo cinese di “lavorare insieme nello stesso ufficio” (旧指同在一起做官的 “anticamente indica stare insieme nello stesso ufficio” https://www.zdic.net/hans/%E5%83%9A … la burocrazia più antica del mondo!), insomma “collega”!

 

Arriviamo quindi al russo Товарищ (Tovarišč), domanda da studente di primissimo pelo… ma se merce in russo si dice “tovar”, c’è qualche attinenza? Ebbene si… Torniamo alle antiche carovane che percorrevano in lungo e in largo le steppe. I primi tovarišči erano proprio i carovanieri che, come gli autisti russi di oggi che girano in lungo e in largo il suolo italico per caricare mobili e materiale illuminazione, sviluppano fra loro un rapporto particolare di solidarietà, passandone insieme di cotte e di crude. Un po’ il senso della “Canzone del fronte meridionale”, più nota come Davaj zakurim («Давай закурим» dai fumiamocene una https://tekst-pesni.info/davai-zakurim-tovarishh/) o altre ancora, fra cui la stessa Товарищ (Tovarišč) nella versione di Lev Leščenko o Aida Vediščeva.

 

Le stesse vie carovaniere ci portano anche in Turchia, dove Yoldaş viene proprio da “yol” strada, quindi “compagno di strada”, da intendersi in quel passato. Stesso termine per il turcofono Azərbaycan.

 

Il resto delle lingue esaminate in questa breve carrellata, ci portando direttamente allа “amicizia”

serbo e croato drug (друг), bulgaro drugar другар

ma anche ebraico haver חָבֵר

e arabo rafi رفيق

oltre che hindi sāthī साथी (sinonimo di dost दोस्त che è la parola più usata per amico)

I compagni sono “amici”… rapporto amicale, comunitarismo, solidarietà, ecc. Mi convince, ma fino a un certo punto. Come ho provato a dimostrare brevissimamente, con qualche cenno, dietro ogni parola c’è un vissuto. Chi era veramente il “drug” fra gli Slavi del sud e fra gli antichi popoli slavi? E haver nelle comunità Yiddish, per esempio? o rafi nel mondo islamico? E perché sāthī e non dost? Magari, seguendo qualcuna di queste piste… arriveremmo fino a Gerico! Perché no?

 

Grazie per le suggestioni che mi ha offerto il tuo lavoro e che ho voluto condividere.

 

 

Mario Galati

Osservo che la teoria rivoluzionaria leninista prevedeva la possibilità di rivoluzione e di costruzione del socialismo nell’anello debole della catena imperialistica. Pertanto, presupponeva lo sviluppo capitalistico, seppure a livello mondiale (credo che vi sia qualcosa dell’hegeliana storia universale in ciò. Ma c’era anche qualcos’altro: lo studio molto concreto e “strutturale” sullo sviluppo del capitalismo in Russia). Non si trattava di una teoria puramente volontaristica delle possibilità e delle alternative sganciate da una base materiale, strutturale, e, soprattutto, di classe. Non era una teoria indeterministica, ma, in perfetta linea con Marx, determinista dialettica. Ovvero, possibilità del mutamento attraverso l’azione (l’interazione) entro un quadro oggettivo determinato che contiene in sé i germi della sua dissoluzione. Non una dissoluzione meccanica, ma un superamento come risultato della lotta delle forze che vi agiscono, in un rapporto soggetto (le forze sociali in campo, le classi)-oggetto (la totalità sociale, il modo di produzione storicamente determinato nel suo complesso). In fondo, ogni rivoluzione non è altro che un’attività maieutica, che trae alla luce le possibilità insite nella situazione storica oggettiva (anche la morale rivoluzionaria, la vera morale storicamente legittima, secondo Gramsci sulla scia di Hegel e Marx, non è altro che questo).

Ora, nella riflessione di Marx il socialismo moderno non è la ripetizione di qualsiasi collettivismo o comunitarismo, ma presuppone un alto sviluppo delle forze produttive (V. il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels. E questo non perché non conoscessero l’esperienza storica di Gerico, ma perché al socialismo scientifico è sottesa una concezione storica e una visione del mondo e dell’uomo specifica). Non necessariamente questo sviluppo deve sussistere direttamente nel paese in cui si fa la rivoluzione, perchè, come fa giustamente notare Lenin, in un paese sottosviluppato, con la rivoluzione si prende il potere statale e si determina questa crescita delle forze produttive. Ma questa crescita deve essere possibile, allo stato e allo stadio in cui si trova la storia universale, alla quale attingere e i cui germi sono presenti anche nelle realtà arretrate (ecco perché l’anello debole può fare la rivoluzione e crearsi le condizioni materiali necessarie alla costruzione del socialismo: perché queste condizioni esistono nella realtà mondiale e, in germe, nella propria realtà specifica).

Nella lettera di Marx a Vera Zasulic vi è la conferma di ciò, non la smentita:

“È precisamente grazie alla sua contemporaneità con la produzione capitalistica, che essa potrebbe appropriarsene tutte le acquisizioni positive senza passare da quelle terribili peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno; e nemmeno è preda della conquista straniera alla stessa maniera delle Indie Orientali”. E’ questo il senso del possibilismo di Marx circa la costruzione del socialismo in Russia senza passare necessariamente per lo sviluppo russo del capitalismo.

Alla base ci troviamo il concetto hegeliano della storia universale e dell’esperienza storica universale, della sua acquisizione per via culturale senza necessariamente passare dalla loro esperienza materiale. C’è il concetto della totalità e dei necessari rapporti tra i vari elementi che si instaurano al suo interno. Lo sviluppo capitalistico è comunque necessario per il passaggio al socialismo, solo che non deve necessariamente coincidere con la realtà nazionale in cui si fa la rivoluzione. Come si vede, il determinismo nel passaggio tra modi di produzione non scompare, ma perde quell’immediatezza meccanica che è propria di tanti loro interpreti, non di Marx e di Engels.

Dice bene Sidoli quando rimarca che per Marx l’attività violenta è attività economica (solo l’ideologia borghese ritiene propriamente economico soltanto il “libero” scambio mercantile). Certo, anche l’attività predatoria tribale è un’attività economica (“Guerra, commercio e pirateria sono un’inseparabile trinità”, diceva Goethe nel suo Faust, con riferimento alla realtà moderna borghese).

Però, io andrei oltre questa semplice constatazione, tentando di sottrarre la rivoluzione proletaria dalla sfera puramente volontaristica (dalla quale il concetto di politica-struttura suggerito da Sidoli non mi sembra tenti di uscire) e di mantenerla nell’ambito dello schema marxiano che prevede la necessità di una modificazione strutturale come base della modificazione della sovrastruttura e dell’intero modo di produzione nel suo complesso.

Quando il proletariato fa la rivoluzione e usa la violenza statale come strumento della sua riorganizzazione sociale, si tratta semplicemente di riconoscere che siamo in presenza di una attività di politica-struttura (ossia, si tratta soltanto di riconoscere il ruolo attivo della politica, della sovrastruttura organizzativa istituzionale, di non ridurla a semplice riflesso e registrazione di rapporti esistenti in una sfera “economica” indipendente? Oppure, detto in altri termini, si tratta solo di riconoscere che l’organizzazione politica determina l’organizzazione sociale produttiva e sia, per questo, in se stessa “strutturale”?) o si tratta di riconoscere, invece, che siamo in presenza di una modificazione strutturale delle forze produttive, della quale la rivoluzione è l’espressione, non il puro atto volontaristico che sceglie tra due possibilità?

La risposta prende forma già nelle Tesi su Feuerbach. La conoscenza è forza materiale in quanto la stessa teoria è prassi. L’attività intellettuale, teorica, è attività materiale sul piano pratico-sociale.

L’attività mentale, il lavoro intellettuale, la teoria, la conoscenza, l’ideologia, plasmano e modificano il modo di essere del soggetto e lo predispongono all’ulteriore attività. Il modo di essere sociale è una forza materiale, lavorativa, pratica, concreta. Perciò, l’ideologia marxista, per es., che si diffonde nel proletariato, modifica e forgia una forza produttiva (il proletariato) in modo nuovo. Provoca quella modificazione del livello delle forze produttive che è condizione della rivoluzione, poiché il proletariato è una forza produttiva. Tutto ciò non è compreso da coloro che rinvengono una contraddizione tra la teoria della rivoluzione e il materialismo storico in Marx. Essi affermano che in Marx il passaggio dal capitalismo al socialismo per via rivoluzionaria sarebbe un atto volontaristico, non una conseguenza della modificazione del livello delle forze produttive, come sostenuto nella concezione del materialismo storico. Una interpretazione economicista di Marx, che non tiene conto del fatto che la teoria è prassi e che la modificazione ideologica, del modo di essere, del proletariato è modificazione di una forza produttiva che modifica il livello delle forze produttive.

Orbene, questa maturazione rivoluzionaria, però, per Marx non avviene arbitrariamente, in virtù dello sviluppo di un pensiero astratto. Essa avviene come presa di coscienza indotta dalla posizione occupata dal proletariato nel sistema produttivo. E’ la concentrazione di fabbrica, nello specifico, che determina questa presa di coscienza (“Non è la coscienza che determina l’essere, ma l’essere sociale che determina la coscienza”); è la crescente socializzazione e concentrazione del processo produttivo che consente di acquisire una coscienza generale e organizzativa complessiva anche ai ceti subalterni. In Lenin tutto ciò non è assente: i contadini sono un pilastro della rivoluzione, ma la guida è operaia.

Mi sembra che tutto ciò non sia valutato adeguatamente nella teorizzazione dello sdoppiamento e nel giudizio sull’alternativa storicamente inveratasi nel collettivismo/comunitarismo della città di Gerico.

Non nego che nella storia ci siano state queste realtà opposte a quelle dominanti. Ma è un normale effetto della lotta delle forze contrapposte (è normale che vi sia stata una resistenza, ma la linea storicamente prevalente è stata un’altra. Gerico è caduta. Non si può sottovalutare questo dato tacciandolo semplicemente di giustificazionismo storico). Ciò che bisogna provare è: quali erano queste forze contrapposte in campo? Quali le forze sociali che hanno dato vita all’organizzazione collettivistica di Gerico? Quali, invece, quelle che hanno generato il corso classista che ha prevalso? Quali erano i ceti e le classi sociali, seppure in germe e in formazione, in lotta? Altrimenti la teoria dello sdoppiamento si riduce alla teorizzazione astratta delle astratte possibilità di scelta nelle biforcazioni della storia (o, addirittura, non solo in questi periodi cruciali). Cioè, si riduce a pura teoria astratta volontaristica e soggettivistica.

A meno che essi non si ritenga che, approssimativamente, il livello tecnologico raggiunto in una certa epoca rappresenti in toto il suo livello delle forze produttive e che, perciò, non vi erano differenze sociali e la scelta alla biforcazione della storia sia stata determinata dalla pura volontà soggettiva. Ciò si può fare solo se si prescinde dalle forze produttive “umane” in campo, dalla loro differente collocazione nella struttura sociale produttiva e dal loro conseguente modo di essere. Ci sono studi abbastanza precisi sulla differenziazione sociale di queste società antiche? Ci sono studi sulle peculiarità che potevano generare differenza di ceto o di classe dietro la facciata comune dello sviluppo generale dell’epoca? Si tratta di trovare non solo il tratto comune di un’epoca, ma le differenze al suo interno. E’ fondamentale un’analisi concreta della situazione concreta, la quale deve preservare da una generalizzazione astratta fuorviante.

E se storicamente ha prevalso un determinato modello che non ha retto l’urto con la “politica-struttura” violenta avversa (Gerico è caduta), non è il segno che non esistevano le condizioni sufficientemente mature per la sua affermazione e il suo mantenimento? Condizioni da ricercare non soltanto nella sua struttura interna ma anche, per così dire, nei rapporti internazionali, ovvero, nel’urto con altri popoli predatori.

Da notare che io non muovo la critica di Eros Barone che in questa teorizzazione non trovano spazio la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Il fatto è che forse, per quanto riguarda la rivoluzione, indirettamente ne trova anche troppo e in modo distorto, poiché, forse (confesso di non aver ancora letto i lavori sull’effetto di sdoppiamento), ne allarga fortemente gli ambiti e le possibilità, sulla base di una interpretazione volontaristica e indeterministica (non semplicemente antimeccanicistica. Il determinismo dialettico non è meccanicismo). Quanto alla dittatura del proletariato, invece, forse ha ragione Eros Barone, se si accetta la sua critica sulla indeterminatezza storica di uno schema interpretativo generalissimo, mentre la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato hanno una connotazione storica ben determinata, come ho cercato anch’io di evidenziare sopra.

In definitiva, se la teoria dello sdoppiamento si limita a criticare il determinismo e l’economismo meccanicista e la teoria della passività, se si limita a valorizzare l’attività e l’organizzazione politica, nulla aggiunge o arricchisce rispetto alla teoria e alla concezione di Marx. Se, invece, intende sganciare la teoria del socialismo dallo sviluppo delle forze produttive, opera una distorsione del marxismo. E mi sembra che colga nel segno Eros Barone quando nota un’assonanza con il comunitarismo previano o, aggiungerei, con i socialismi no global o di pura (anche se sacrosanta, spesso) resistenza localistica che, a volte, guardano indietro.

Queste mie osservazioni nulla tolgono alla stima e al rispetto per Sidoli, Burgio e Leoni e per l’utilità delle loro ricerche (una lode particolare per “Il volo di Pjatakov”).

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Eros Barone ha parlato di “centone metafisico” a proposito dell’effetto di sdoppiamento, ma è viceversa proprio la sua valutazione e il suo atteggiamento a dimostrarsi metafisico e tipico di quel marxismo dogmatico denunciato giustamente con forza da Stalin, ancora nel luglio 1917: valutazioni metafisiche e dogmatiche soprattutto perché assolutamente incapaci di confrontarsi con i fatti concreti.

Assolutamente incapaci di relazionarsi almeno in parte, con la praxis collettiva plurimillenaria del genere umano, a partire dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare all’inizio del terzo millennio.

Assolutamente incapaci di confrontarsi, almeno in parte, con le novità e con le sorprese offerte proprio dalla pratica storica e dalla moderna ricerca storica (in quest’ultimo caso, specialmente rispetto all’epoca neolitico-calcolitica): a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico dell’8500 a.C.

Visto che al marxismo creativo risulta totalmente estranea la famigerata categoria del “tanto peggio per i fatti, se non si accordano con la teoria”, invito pertanto Eros Barone a scendere dalle nuvole del suo marxismo dogmatico e confrontarsi finalmente con la concreta dialettica materialistica dei “fatti testardi” (Lenin), delle novità e delle sorprese che ci ha offerto e mostrato la storia concreta dopo il marzo 1883 e dopo la morte del geniale Karl Marx.

Prima sorpresa. In un lungo periodo, dal 9000 a.C. e fino al 3900 a.C. (epoca neolitica e calcolitica), sono spesso coesistite nello stesso periodo, nella medesima area geopolitica e a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive, due diverse forme di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere: quella protoclassista, fondata sull’appropriazione da parte di una minoranza di uomini del surplus e dei mezzi di produzione, e quella collettivistica, basata invece sull’appropriazione collettiva ed egualitaria delle forze produttive e della ricchezza prodotta in molte culture e civiltà del periodo neolitico/calcolitico.

Due opposte tendenze e “linee” socioproduttive, la “linea rossa” collettivistica e la “linea nera” protoclassista, sono convissute negli stessi archi temporali e nelle medesime zone geopolitiche per circa cinque millenni all’interno dell’area eurasiatica, ma anche in Africa, America, Corea, Giappone, ecc.

Ne deriva che lo sviluppo dell’agricoltura, allevamento ed artigianato, tipico del periodo neolitico, e la conseguente produzione di un surplus costante ed accumulabile non hanno portato inevitabilmente al sorgere di società con al loro interno delle classi sfruttatrici e degli apparati statali, come pensava Engels nel 1878-1884 (in modo corretto, visto l’insieme di dati empirici allora a sua disposizione), mentre hanno determinato l’emergere sia di un campo di potenzialità/alternative, a disposizione della pratica complessiva del genere umano, che di una sorta di “effetto di sdoppiamento” nei rapporti sociali di produzione e di distribuzione, via via riprodottisi in quel lungo e plurimillenario periodo, per cui poterono esistere e coesistere fianco a fianco sia rapporti di produzione collettivistici che classisti durante il periodo in esame.

Seconda sorpresa. Nella fase neolitica e calcolitica, le civiltà più avanzate dal punto di vista tecnologico e dello sviluppo qualitativo delle forze produttive e sociali appartenevano alla “linea rossa”, dalla città di Gerico (8400 a.C.) fino agli Ubaid (5000-3900 a.C.): eppure spesso esse vennero soppiantate da invasori nomadi molto più arretrati dal punto di vista economico, ma più potenti invece sul piano militare e tecnologico-militare.

La pratica politica, la sfera politica ed i rapporti di forza politici (e politico-militari) tra società diverse svolsero frequentemente un ruolo decisivo nel determinare il successo/insuccesso nella riproduzione delle due “linee” socioproduttive, sempre in base all’effetto di sdoppiamento, formatosi in conseguenza del processo di produzione di un surplus costante ed accumulabile da parte del lavoro collettivo impiegato nelle attività agricole.

Terza sorpresa. Più volte Marx rilevò che sia nel modo di produzione asiatico che in quello feudale assunse costantemente un ruolo importante la proprietà collettiva del suolo, oltre che il lavoro sociale nella riproduzione delle condizioni della produzione (irrigazione, strade, ecc.) ed il lavoro collettivo nella stessa attività agricola, seppure in proporzioni diverse secondo le situazioni storiche concrete.

Quindi, anche dopo il 3900 a.C. e dopo la fine del periodo neolitico/calcolitico, la “linea rossa” dei rapporti di produzione collettivistici ha giocato una funzione rilevante (seppur subordinata) all’interno di molte formazioni economico-sociali classiste, dimostrando nei fatti la riproduzione e resistenza di quell’effetto di sdoppiamento sopra citato.

Non a caso. Anche dopo il 3900 a.C., la “linea rossa” trovò dei punti d’appoggio materiali e concreti su cui appoggiare per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale poiché:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali, all’interno delle società classiste, non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò fino al punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia tipica dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui s’intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).
  • il ”bene immateriale della conoscenza” (E. Grazzini, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori in seguito all’uso, è un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere d’irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia.
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.
  • anche dopo il 3900 a.C., si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.
  • anche dopo il 3900 a.C., almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Quarta sorpresa. In una lettera del 1881 a Vera Zasulich, Marx notò la coesistenza conflittuale tra “linea rossa” e “linea nera” nella formazione economico-sociale feudale russa e nella comune rurale russa, sottolineando tra l’altro come all’interno di quest’ultima vi fosse una sorta di “dualismo intrinseco” che ammetteva e consentiva la riproduzione di un variegato campo di potenzialità storiche e di due soluzioni (Marx, 1881): “o il suo elemento” (della comune rurale russa) “di proprietà privata prevale il suo elemento collettivo o questo si impone su quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili”.

In altri termini, Marx aveva notato già nell’inverno del 1881 una dualità all’interno di una determinata formazione economico-sociale, la Russia del tempo; l’emergere sincronico di due “linee” e tendenze socioproduttive alternative tra loro, ma che coesistevano in modo conflittuale, ed il non-determinismo nell’esito finale della loro coesistenza (poco) pacifica.

Si tratta della prima formulazione dell’effetto di sdoppiamento, effettuata tra l’altro senza poter conoscere i dati empirici emersi nell’ultimo secolo rispetto al periodo neolitico/calcolitico, a partire dalla sua grande estensione temporale.

Quinta sorpresa. Dopo il 1770-1810 si è affermato progressivamente il capitalismo (prima industriale, poi monopolistico-finanziario) su scala mondiale e fino ai nostri giorni: ma allo stesso tempo, oltre ai fenomeni della cooperazione produttiva e del capitalismo di stato, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso il mondo inaspettatamente si “sdoppiò” e si divise essenzialmente tra due sistemi socioproduttivi e politici alternativi, capitalismo (monopolistico di Stato) e socialismo (più o meno deformato).

Addirittura si possono trovare alcune nazioni che si sono “sdoppiate” concretamente in campo socioproduttivo e politico, nelle relazioni sociali di produzione e distribuzione:

  • Germania, dal 1945 al 1989.
  • Corea, dal 1945 fino ai nostri giorni
  • Vietnam, dal 1954 al 1975
  • Cina, dal 1949 fino ai nostri giorni (si pensi alla dinamica socioproduttiva assunta dalle aree cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan, dal 1949 fino ad oggi).

Ancora una volta si è assistito ad una riproduzione specifica di quell’effetto di sdoppiamento sorto dopo il 9000 a.C., con la produzione continua di un surplus produttivo accumulabile (grazie all’agricoltura/allevamento/artigianato in una prima fase, ed alla manifattura/grande industria in seguito) per la prima volta nel processo di sviluppo del genere umano; ancora una volta il controllo della sfera politica e degli apparati statali è stato ed è tuttora decisivo nel determinare l’esito del confronto/scontro tra le due “linee”, volta per volta (si pensi solo all’URSS/Russia nel periodo 1989-1992).

In estrema sintesi, dopo il 9000 a.C. e l’effetto di sdoppiamento, non sussiste alcuna forma di determinismo storico nel processo di sviluppo del genere umano, ma viceversa un campo di potenzialità socioproduttive alternative tra loro.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

 

 

 

 Eros Barone

A me non sembra affatto che la cosiddetta “teoria dello sdoppiamento” sia compatibile con il marxismo, e il fatto che sia condivisa da Giorgio Galli non credo, pur con tutto il rispetto per questo politologo quasi centenario, che ne confermi il valore storico e filosofico. Per quanto concerne, ad esempio, il secondo aspetto, l’autore si è segnalato per il suo sforzo di revisionare il marxismo elaborando un centone metafisico di carattere evoluzionistico del tutto estraneo alla dialettica materialistica e in sintonia con gli esiti antimarxisti delle teorizzazioni elaborate dai vari Preve e La Grassa. E in effetti si tratta di un’impostazione definibile come un curioso esempio, da un lato, di neo-lorianesimo e, dall’altro, di neo-bucharinismo. Nonostante il riferimento retorico al primato leniniano della prassi politica e perfino a Stalin, il cui richiamo al “marxismo creativo” viene spacciato come istanza revisionista, il carattere ancipite di questa teorizzazione è, peraltro, il prezzo pagato alla mancata comprensione del carattere dirimente, sul piano teorico, ideologico, storico e politico, della categoria di revisionismo e, nella fattispecie, di “moderno revisionismo”. Insomma, questo biribissi accade quando ci si ingegna a mettere le brache alla storia del mondo, procedendo nella disàmina dei diversi periodi storici a forza di schemi generalissimi e di astrazioni indeterminate (le famose “leggi storiche universali”). In tal modo, l’enfasi sul primato leniniano della politica rischia di sfociare in un politicismo ‘bon marché’, la critica dell’economia politica rischia di ridursi a politica economica e la pianificazione a programmazione, mentre il socialismo scientifico viene fatto regredire al socialismo utopistico. In queste caramellose teorizzazioni manca però un “trascurabile dettaglio”: la necessità della rivoluzione socialista e della dittatura proletaria per abbattere il capitalismo e spezzare lo Stato borghese. Non è certo una novità: oggi come nel passato, i revisionisti e gli opportunisti si caratterizzano per il loro disinteresse alla questione della rivoluzione, per la sua negazione.

Grande successo, con almeno 60 compagni presenti, all’assemblea tenutasi a Milano sabato 14 settembre sulla Teoria dell’effetto di sdoppiamento, con relatori il professor Giorgio Galli, Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista), Alessandro Pascale e Roberto Sidoli.

 

Relazione tenuta da Roberto Sidoli durante l’assemblea del 14 settembre 2019 a Milano.

 

Il “paradosso di Lenin” la politica-struttura e l’effetto di sdoppiamento.

 

 

 

 

Voglio focalizzare l’attenzione sul collegamento esistente tra lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento e il “paradosso di Lenin”, avente per oggetto il rapporto generale tra la sfera politica e quella economica, oltre che sullo sdoppiamento della stessa sfera politica in politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica intesa come espressione concentrata dell’economia.

Secondo la tesi dello sdoppiamento, dopo il 9000 a.C. e con l’inizio della rivoluzione tecnologica neolitica, non solo il genere umano è entrato nell’era del surplus, costante e accumulabile, ma altresì si è creato e consolidato un campo di potenzialità alternative, di matrice produttiva e politico-sociale, determinando quindi la simultanea genesi e cristallizzazione plurimillenaria – fino ad arrivare ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio – sia di una “linea rossa” collettivistica, gilanica e cooperativa (a partire dalla protocittà egualitaria di Gerico, 8500 a.C.) che invece di una variegata e alternativa “linea nera” di matrice classista, militarista e patriarcale, come nel lontano caso di quei predoni Kurgan che, con le loro sanguinose invasioni, infestarono l’Eurasia dal 4000 a.C. e per molti secoli.

Giorgio Galli recentemente si è chiesto: “la teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si”.

Il celebre studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico, a partire dall’8500 a.C. e quindi dieci millenni or sono.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.), durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus e pluspro-dotto, costante e accumulabile, a vantaggio di ipotetici sfruttatori del paleolitico.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo perfettamente praticabile, sul piano materiale, e l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli stessi apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, sorta a partire dalla rivoluzione produttiva del neolitico e attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti oppure avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è venuta alla luce a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico, per dirla in altri termini, tuttora in via di sviluppo.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità sociali ed economiche, cooperative o classiste, si rivelarono nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture e protocittà collettivistiche.

Per fornire alcuni esempi concreti della teoria dello sdoppiamento, a partire dal 9000 a.C., si può subito notare che durante il neolitico-calcolitico le millenarie civiltà collettivistiche degli Ubaid, nell’odierno Iraq, e di Vinca nei Balcani si scontrarono con i feroci predoni kurgan prima, e indoeuropei in seguito.

Abbiamo inoltre la “città del sole” di Aristonico e quella in seguito guidata dallo schiavo Euno, in Sicilia, contrapposte all’impero schiavistico romano.

Le comuni rurali, sorte in tutto il mondo e con forti tendenze collettivistiche, furono sia unite che soggiogate dal feudalesimo e dal modo di produzione asiatico, a cui fornivano il surplus produttivo per le élites laiche o religiose.

Passando all’epoca contemporanea e in presenza di casi concreti con uno sviluppo qualitativo simile delle forze produttive, pensiamo alla Russia bolscevica, contrapposta alla Russia “bianca” e borghese del 1917-20.

Unione Sovietica contro Stati Uniti, dal 1945 al 1990: sdoppiamento planetario tra capitalismo e socialismo.

Corea del Nord contro Corea del Sud, dal 1945 ad oggi.

Cuba socialista e la vergognosa base USA di Guantanamo, sempre sul suolo cubano.

Il Venezuela di Maduro contro il corrotto Venezuela di Guaidò, eterodiretto dall’imperialismo americano.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati facilmente, a partire dalla NEP leninista del 1921-28 e dai suoi eredi odierni e dell’inizio del terzo millennio, in importantissime aree del mondo quali la Cina.

Ma a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni?

Se tale schema generale corrisponde approssimativamente alla verità, e cioè al processo dinamico e contraddittorio di sviluppo del genere umano dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, esso svolgerebbe un ruolo positivo intrinseco innanzitutto perché, come aveva rilevato Lenin, “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Per trasformare la realtà, infatti, bisogna ben comprenderla e ben interpretarla. E a tale scopo serve costantemente una diretta pratica politico-sociale, individuale e collettiva, ma anche e simultaneamente un processo di analisi della pratica collettiva presente e passata, con un ininterrotto processo di esame critico e autocritico del passato recente e meno recente, delle sue diverse tendenze e controtendenze, della dialettica storica creatasi all’interno delle multiformi formazioni economico-sociali sviluppatesi negli ultimi millenni.

La celebre e geniale undicesima tesi su Feuerbach, elaborata nel 1845 da Marx, afferma infatti correttamente che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: si tratta però di trasformarlo»; ma essa non implica in alcun caso che bisogna smettere di conoscere e interpretare il processo di sviluppo del mondo e che tale forma di pratica umana sia inutile, se non addirittura dannosa.

Altrimenti non si riuscirebbe assolutamente a capire, se non chiamando in causa la categoria del masochismo, per quale ragione Marx avesse passato più di vent’anni al British Museum di Londra, al solo scopo di elaborare la critica dell’economia politica borghese; perché egli avesse scritto nel 1875 la splendida Critica al programma di Gotha, o per quale ragione in seguito egli si fosse affannato a scrivere e riscrivere più volte la lettera a Vera Zasulich nell’inverno del 1881, sempre al fine di “interpretare il mondo”.

In seconda battuta la teoria dell’effetto di sdoppiamento può svolgere una duplice funzione, ossia di legittimazione di alcune pratiche positive dei militanti anticapitalistici e di delegittimazione invece di altre modalità d’azione (e atteggiamenti mentali) negative, da essi sviluppate di frequente nel corso degli ultimi due secoli.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento aiuta infatti a stimolare e sostenere:

  • le pratiche politiche (politico-sociali, politico-sindacali ecc.) degli attivisti anticapitalisti: far politica serve e diventa decisivo proprio perché la sfera politica è diventata l’anello centrale dell’attività umana dopo il 9000 a.C., con la genesi dell’era del surplus costante-accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento;
  • l’assunzione di una responsabilità diretta delle forze anticapitalistiche per il futuro del genere umano, visto che la nostra pratica politica collettiva contribuisce direttamente a indirizzarla in un senso o nell’altro, a sfruttare oppure non sfruttare le potenzialità socioproduttive offerte dall’effetto di sdoppiamento, a spostare “l’ago della bilancia storica” in un senso o nell’altro.

La migliore Rosa Luxemburg, quella del 1914-17, ha evidenziato il ruolo decisivo svolto dalla pratica politico-sociale nell’indirizzare il destino del genere umano notando, durante il primo macello interimperialistico che, «noi» (noi esseri umani e movimento anticapitalistico del tempo) «ci troviamo oggi, proprio come F. Engels aveva presagito una generazione addietro, quarant’anni fa, davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà come nell’antica Roma, spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo, cioè dell’azione cosciente di lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è un dilemma della storia mondiale, un’alternativa, in cui i piatti della bilancia oscillano tremando davanti alla decisione del proletariato cosciente.

Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dal fatto che il proletariato sappia, con decisione virile, gettare la sua spada rivoluzionaria sulla bilancia… Tutta la desolazione e la vergogna» (in cui era caduta la socialdemocrazia tedesca, dopo il 4 agosto 1914 e la sua approvazione della guerra imperialistica) «possono essere controbilanciati soltanto se noi dalla guerra e nella guerra impariamo come il proletariato può redimersi dal ruolo di un servo nelle mani delle classi dominanti a quello di padrone del suo destino».

Parole valide non solo per il 1916-17, a mio avviso, sull’alternativa storica in oggetto, ma anche all’inizio del terzo millennio.

La teoria in esame serve altresì a legittimare anche la resistenza offerta costantemente, seppur con alterno successo, dal movimento anticapitalistico contro l’avversario di classe, a dispetto della sua apparente strapotenza e invincibilità: secondo la teoria in esame, niente è conquistato per sempre ma allo stesso tempo niente è perso per sempre sul piano politico-sociale, guerra atomica mondiale permettendo.

Infatti anche alcune colossali sconfitte storiche incontrate dal movimento operaio rivoluzionario, come quella subita nel 1914-16, a determinate condizioni lasciarono il campo a colossali vittorie di quest’ultimo (Russia, 1917-20); già B. Brecht, nella sua splendida poesia intitolata “Lode della dialettica”, notò che i “vinti di oggi sono i vincitori del domani e il mai diventa oggi!”.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento serve invece a criticare e delegittimare:

  • l’economicismo, inteso come culto ingiustificato del livello di maturità delle forze produttive. Le condizioni oggettive per l’affermazione della “linea rossa”, ossia a favore di un processo di sviluppo di matrice collettivistica del genere umano, esistevano già nel 9000 a.C., anche se allora solo in alcune aree geopolitiche all’avanguardia nella grandiosa rivoluzione produttiva del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” ed egualitaria di Gerico;
  • il disinteresse per la lotta politica e per l’acquisizione rivoluzionaria del controllo degli apparati statali, con forme pacifiche oppure violente a seconda delle condizioni storiche concrete;
  • la fiducia nel determinismo storico, giustamente detestato da W. Benjamin e inteso soprattutto come “inevitabile vittoria delle forze del progresso”. Una volta smentita e falsificata da dure sconfitte (1989-91), tale credenza tra l’altro si trasforma inevitabilmente nella tacita acquiescenza di massa di fronte alla “presunta fine nella storia” (Fukuyama) e al trionfo dei soliti “ricchi e potenti”, facendo sì che “tra gli oppressi molti dicano ora: quel che vogliamo, non verrà mai” (B. Brecht, ancora “Lode della dialettica”).

Inoltre la teoria dell’effetto di sdoppiamento prevede, anche per il presente e per i nostri tempi, che una radicale trasformazione dei decisivi rapporti di forza politici (ivi compresi quelli politico-militari, il grado di consenso di massa rispetto alle strutture socioproduttive dominanti ecc.) comporti e determini simultaneamente e a cascata un radicale mutamento anche nei precedenti rapporti sociali di produzione e di distribuzione, sia nelle società capitalistiche che in quelle (almeno in parte) ancora oggi collettivistiche.

Un’anticipazione e una prognosi che proprio la dinamica politica futura e su scala planetaria potrà confermare o smentire, verificare o falsificare, a partire da quel particolare “laboratorio politico”, di portata mondiale, costituito dal Venezuela bolivariano di Chavez e Maduro.

Ma non solo: lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento può essere usato anche per fornire una solida base di riferimento al “paradosso di Lenin”.

In cosa consiste tale “paradosso di Lenin”? La politica al posto di comando, in estrema sintesi.

Se si analizzano infatti le relazioni collettive riprodottesi negli ultimi seimila anni, proprio lo sviluppo (fondamentale solo in ultima istanza) dalle forze produttive sociali non ha fatto altro che consolidare il primato del “politico”, ossia il ruolo decisivo della sfera politica e degli apparati statali per la stessa riproduzione dei rapporti sociali di produzione, classisti o collettivistici, e per i risultati delle dinamiche socioproduttive.

Se si esamina il complesso multiforme di relazioni formatesi negli ultimi sei millenni tra sfera politica e interessi economici di classe, tra sfera politica e lotte di classe economiche, tra sfera politica e lotte materiali di frazioni e segmenti della stessa classe privilegiata, tra sfera politica e guerre-riarmo, tra sfera politica e tasse-moneta, tra sfera politica e la difesa-attacco alla proprietà privata (o pubblica), tra sfera politica e gli indirizzi generali della politica economica, via via affermatesi all’interno delle società classiste (o del socialismo deformato), emerge infatti un paradosso storico-teorico di grande rilevanza: e cioè che il “mezzo”, alias la sfera politica, ha assunto costantemente il primato e l’egemonia sul “fine”, ossia sulla sfera economica dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe.

Si tratta di un paradosso della scienza politica scoperto fin dal “Che fare?” del 1902: e a tal proposito si deve fare riferimento proprio al contributo teorico di Lenin che, forte di una lunghissima esperienza politica e di governo dall’ottobre 1917, trovò nel gennaio 1921 la soluzione più creativa e veritiera a uno dei nodi centrali della scienza politica, superando una delle contraddizioni presenti nella praxis teorica secolare del marxismo.

Durante un’accesa discussione sviluppatasi all’interno del partito bolscevico sul ruolo generale e sulle funzioni dei sindacati in uno stato post-rivoluzionario, Lenin descrisse infatti la sfera politica come “espressione concentrata dell’economia”, che tra l’altro non può che avere il “primato” e la supremazia “sull’economia”, ossia sugli interessi economici via via espressi dalle diverse classi sociali.

Lenin sottolineò con chiarezza che «è strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire” un problema ad un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice. L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca ad un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

In altre parole, l’impostazione politica significa: se noi trattiamo i sindacati in modo errato, sarà la fine del potere sovietico, della dittatura del proletariato (Una scissione tra il partito e i sindacati, se il partito avesse torto, farebbe certamente crollare il potere sovietico in un paese contadino come la Russia). Si può (e si deve) verificare a fondo questa considerazione, cioè esaminare, approfondire, decidere se questa impostazione è giusta o no. Ma dire: io “apprezzo” la vostra impostazione politica, “ma” essa è soltanto politica, mentre a noi ne occorre “anche una economica”, è come dire: io “apprezzo” la vostra considerazione secondo la quale facendo un determinato passo vi romperete il collo, ma tenete anche conto che è meglio essere sazi e vestiti anziché affamati e nudi.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione».

La sfera politica, la “politica non può non avere il primato sull’economia”, secondo Lenin.

A giudizio di Lenin la sfera politica, il potere decisionale-repressivo e l’azione degli apparati statali costituiscono infatti almeno in parte l’espressione concentrata dell’economia, dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe, sia di carattere generale che corporativo, visto che a suo corretto avviso nelle società di classe (oppure collettivistiche e post-rivoluzionarie) si riproduce ininterrottamente un rapporto dialettico tra politica ed economia, creando una forma di simbiosi inscindibile tra questi due importanti segmenti della pratica umana, nel quale il politico assume costantemente un ruolo egemonico.

Anche se si esamina un passo del suo Che fare  del 1902 si può concludere, senza forzature, che a giudizio di Lenin la sfera e le lotte politiche nella società di classe rappresentano un’espressione concentrata e di grado superiore rispetto alle lotte economiche, che si svolgono per determinati interessi materiali di classi in conflitto tra di loro, visto che in polemica con il menscevico B. Kricevski egli affermava: «A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx ed Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice”. Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non conseguente affatto che lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti soltanto con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto soltanto con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevski ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia ecc.) e dei bersteniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica)».

Concetti chiari, quelli esposti già nel 1902 da Lenin: “gli interessi essenziali, decisivi delle classi possono essere soddisfatti solo con trasformazioni politiche radicali”.

Non solo: essendo ben conosciuto l’apprezzamento espresso giustamente da Lenin per la nota definizione di Clausewitz, che descrisse sinteticamente la guerra come “prosecuzione della politica con altri mezzi”, si può concludere come anche a giudizio del grande rivoluzionario russo la politica costituisse l’espressione concentrata delle lotte internazionali, aperte o latenti, violente o “pacifiche” (commerciali, diplomatiche, finanziarie) via via sviluppatesi tra le diverse formazioni statali, classiste o del socialismo deformato, che si sono presentate sull’arena storica mondiale negli ultimi sei millenni, a partire dal primo stato teocratico sumero fino all’inizio del terzo millennio e alla politica interstatale dei nostri giorni.

Non solo: la teorizzazione “eretica” prodotta da Lenin sul rapporto fra sfera politica ed economica prese lo spunto proprio da un acceso scontro politico interno che divise nel 1920-21 il partito bolscevico, mandatario politico di larghi settori di una sola classe sociale, la classe operaia urbana e rurale. E proprio lo stesso sviluppo di un’importante discussione politica sul ruolo dei sindacati all’interno dei bolscevichi, ossia della frazione maggioritaria e relativamente “disciplinata” di una particolare classe, a sua volta relativamente omogenea dal punto di vista produttivo-sociale, prova immediatamente e attesta con particolare evidenza come la politica costituisca altresì anche l’espressione concentrata delle lotte e degli scontri tra le diverse opzioni e scelte di priorità politiche che si manifestino nel seno di una medesima classe sociale e/o forza politica su determinate tematiche economiche, sociali e di politica internazionale, di rilevanza generale per la gestione degli affari comuni di una formazione statale per l’acquisizione e conquista del controllo del potere decisionale/repressivo.

Si può pertanto concludere che, a giudizio di Vladimir Ilic Ulianov, la politica costituisce l’espressione concentrata dell’economia e dei rapporti sociali di produzione, delle lotte economico-materiali di classe e dei conflitti tra formazioni statali, oltre che dello scontro tra opzioni alternative in campo socio-economico (o di altra natura) sostenute da segmenti politico-sociali di classi sociali diverse, o della stessa classe; la politica in pratica diventa il “riassunto degli antagonismi” delle società di classe, come notò Marx nel lontano 1847.

Nel luglio del 1917 e in un suo importante discorso come relatore ufficiale al sesto congresso del partito bolscevico, poco prima dell’Ottobre Rosso, Stalin dichiarò con chiarezza e lucidità che “esiste un marxismo creativo e un marxismo dogmatico”, e che lui stava dalla parte del primo.

Anch’io la penso come Stalin.

E penso che sia ormai tempo che si torni a sviluppare un marxismo creativo e antidogmatico, partendo ad esempio da fatti testardi e concreti come la rossa citta collettivistica di Gerico, nell’8500 a.C.; come la civiltà collettivistica degli Ubaid; come le comuni rurali, gli Ayllu andini, l’obscina e il mir russo ecc.; come il processo di riproduzione pluridecennale dell’URSS, o di Cuba socialista e via elencando, a partire dal glorioso Ottobre Rosso del 1917.

Per affrontare in anticipo possibili accuse di politicismo, leggiamoci assieme un passo di uno splendido scritto di Lenin avente per oggetto niente di meno che la stessa valutazione della rivoluzione bolscevica.

Si tratta dell’articolo “Sulla nostra rivoluzione”, elaborato dal geniale Lenin nel gennaio del 1923 in polemica con il menscevico e “marxista” (marxista-economicista) N. Suchanov e, simultaneamente, in difesa della praxis politico-sociale che i comunisti adottarono nel 1917-23, demolendo le teorie economiciste e “marxiste” sull’immaturità oggettiva della Russia per il socialismo.

Lenin sottolineò infatti che “Per esempio, è infinitamente banale il loro argomento, studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori “scienziati” che militano nelle loro fila, le premesse economiche obiettive per il socialismo. E non viene in mente a nessuno di domandarsi: ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria, quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto l’imminenza di questa situazione senza via di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Suchanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l’apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l’originalità della situazione ha innanzi tutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell’Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo – nei confini della rivoluzione iniziantesi e in parte già iniziata in oriente – condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della “guerra dei contadini” con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un “marxista” come Marx, nei 1856, a proposito della Prussia?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo “grado di cultura”, dato che esso è diverso in ogni Stato dell’Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito – sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico – metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso li socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni di forma nello svolgimento storico ordinario sono inammissibili o impossibili?

Napoleone, se ben ricordo, scrisse “On s’engage et puis… on voit”. Liberamente tradotto, ciò significa: “Prima bisogna impegnarsi in un combattimento serio e poi si vedrà”. Ed ecco che anche noi, nell’ottobre 1917, ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia mondiale, questi sono indubbiamente dei particolari), come la pace di Brest, o la Nuova politica economica, ecc. E oggi non v’è più alcun dubbio che, in linea generale, noi abbiamo ottenuto la vittoria”.

Un Lenin geniale, anche nella sua polemica contro l’economicismo “ortodosso” e pseudomarxista della socialdemocrazia e di Suchanov, costruendo e cristallizzando una categoria politica molto creativa, quale la centralità della sfera politica e del controllo degli apparati statali anche nel creare le sopracitate “premesse della civiltà” mediante la “via rivoluzionaria”, nel generare quel “certo grado di cultura” mediante la “via rivoluzionaria”.

Siamo in presenza di un particolare processo politico-sociale, allo stesso tempo efficace e antidogmatico, che venne riprodotto in seguito su scala planetaria, seppur con alcune significative varianti, nella Corea del Nord del 1945 come nella Cina del 1925-49, a Cuba nel 1957-59, in Angola e Mozambico dal 1957 al 1975; stiamo dunque analizzando una particolare dialettica rivoluzionaria di portata mondiale, nella quale non certo gli stati più avanzati sul piano economico e tecnologico, ma invece proprio quelli arretrati rispetto al livello di sviluppo produttivo passarono all’avanguardia e acquisirono il primato nella lotta per il socialismo/comunismo, nel processo di sviluppo dei rapporti sociali di produzione e distribuzione del genere umano.

Va infine almeno esposta, seppur in maniera ipersintetica, un’altra novità teorica avente per oggetto lo sdoppiamento e la suddivisione tra politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica-espressione concentrata dell’economia. Uno sdoppiamento e una suddivisione che, almeno nei fatti e implicitamente, era già perfettamente chiara a Karl Marx almeno da quando egli scrisse il meraviglioso ventiquattresimo capitolo del primo libro del suo Capitale, dedicato all’accumulazione originaria del capitalismo: senza che purtroppo quasi mai i suoi eredi e i suoi successori sviluppassero, esplicitamente e sul piano dell’elaborazione teorica, tale particolare biforcazione per il non certo breve periodo di circa centocinquanta anni, dal 1867 fino ad arrivare ai nostri giorni.

Cosa rientra nella categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste?

In essa rientrano le teorie ideologie e utopie politico-sociali, in primo luogo.

In seconda battuta, le lotte per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali.

In terzo luogo, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali, tra stati o blocchi di stati più o meno consolidati (Unione Europea, ecc.).

E ancora, le lotte costituzionali e quelle riguardanti la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali (repubblica o monarchia? Brexit o non Brexit? E così via.).

L’elenco può essere facilmente allungato, ma passiamo ora invece all’analisi delle coordinate della politica-struttura, ossia del secondo lato e aspetto generale del “continente politica”: ovviamente tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e apparati sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

Per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx nel sopracitato ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale, pubblicato nel lontano 1867.

Politica-struttura intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815. Si può benissimo utilizzare tale snodo teorico e soprattutto materiale anche per il processo d’indagine all’inizio del terzo millennio, seppur con una serie di modifiche rispetto al 1867, riguardo ai processi contemporanei di privatizzazione delle risorse, ricchezze e proprietà pubbliche.

Politica-struttura intesa altresì come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico, e soprattutto materiale, per il processo d’indagine sui nostri giorni, seppur come una serie di modifiche rispetto al 1867…

Politica-struttura intesa come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico materiale, per l’esame della situazione creata all’inizio del terzo millennio su scala mondiale ed europeo.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale.

Politica-struttura come politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale.

Politica-struttura che si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e in un campo variegato ove, nelle società capitalistiche, è particolarmente forte la simbiosi tra poteri politici e profitti privati (si pensi solo alle vicende della TAV italo-francese e delle autostrade italiane).

Politica-struttura da intendersi anche come appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per il processo di riproduzione di quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961, nel suo discorso di addio da presidente statunitense.

L’elenco dei tasselli multiformi delle pratiche e oggettivazioni sociali da me comprese, incluse e sintetizzate sotto la categoria teorica di politica-struttura (e politica-espressione concentrata dell’economia) può essere facilmente ampliata e allargata: ma esiste qualche analista, studioso, quadro politico e militante marxista che voglia iniziare ad elaborare teoria sullo sdoppiamento tra politica-struttura e politica-sovrastruttura?

Oppure sulle interconnessioni sussistenti tra i due segmenti in oggetto, a partire dalla carsica trasformazione della politica-sovrastruttura in politica-espressione concentrata dell’economia, e viceversa.

Bisognerà riesaminare con molta attenzione, in ogni caso, lo splendido concetto elaborato da Marx – e sempre contenuto nel sopracitato capitolo ventiquattresimo – secondo il quale la “violenza” dello stato, la violenza del potere dello stato risulta essere “essa stessa una potenza economica”.

Dunque violenza statale come “potenza economica”.

Dunque azione dei poteri statali intesa come “potenza economica”.

In embrione, dunque, emersione della categoria di “politica-struttura” e di politica-espressione concentrata dell’economia fin dal primo libro del Capitale e fin dal 1867.

 

 

 

Assemblea pubblica 14 settembre 2019 c/o Centro culturale Concetto Marchesi

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DISCUSSIONE CON GIORGIO GALLI SULL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Ringraziamo i compagni di Marx21 per aver pubblicato la discussione relativa alla teoria dell’effetto di sdoppiamento.

DISCUSSIONE CON GIORGIO GALLI SULL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Nel corso degli ultimi mesi si è avviata una discussione multilaterale fra l’autore del libro I rapporti di forza e il professor Giorgio Galli, dibattito che fra le altre cose ha avuto come oggetto anche lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento e la centralità della sfera politica, intesa in senso leninistico come “espressione concentrata dell’economia”, all’interno del processo di riproduzione delle variegate e diverse società via via apparse sull’arena storica nel corso degli ultimi undicimila anni, a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico. Il risultato e il sottoprodotto del confronto avviato in questo ultimo periodo è costituito dallo scambio epistolare sotto riprodotto, che spera e intende avviare un percorso di confronto teorico su tali temi nella sinistra antagonista.
Daniele Burgio

 

marx pietra

 

 

 

Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette  libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.

 

Giorgio Galli

 

 

 

 

 

Gerico, il comunismo sviluppato e l’Intelligenza Artificiale.

 

 

 

Innanzitutto ringrazio il professor Giorgio Galli, celebre storico e politologo, per aver analizzato con la consueta cura lo schema teorico secondo cui negli ultimi dodicimila anni risulta centrale e prioritario lo scontro dialettico, la proteiforme unità/lotta tra una “linea rossa” socioproduttiva di tipo cooperativo ed egualitario (partendo dalla Gerico collettivistica dell’8500 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni) e un’antagonista “linea nera” sociale e politica di matrice classista, cominciando con l’anatolica protocittà di Nevali Cori (8000 a.C.) e i predoni nomadi Kurgan del 4000 a.C. fino ad arrivare via via al capitalismo di stato contemporaneo, con la sua regola della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite delle multinazionali e banche private e i legami speciali tra apparati statali, nuclei dirigenti politici e monopoli privati.

Giorgio Galli pone subito con chiarezza una domanda importante, ossia: “La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si.”

Lo studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico a partire dall’8500 a.C.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.) durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus/pluspro-dotto, costante accumulabile, a vantaggio di ipotetici e paleolitici sfruttatori.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile e inevitabile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo praticabile sul piano materiale e necessario (catastrofi politico-naturali permettendo) l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e all’avvio di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.[1]

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti/avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è avvenuta a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità, cooperative o classiste, si rivelano nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del Neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture/protocittà collettivistiche.

Cosa successe in concreto, a partire dal 9000 a.C.?

La costante continuità economica e tecnologica della lunghissima epoca paleolitica e dell’età della pietra venne spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito, con modalità autonome, in Cina (prima dell’8800 a.C.) e in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata a sua volta, alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, raccolta iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), oltre che resa possibile dalla produzione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta, e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona palestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti proprio dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzitutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del paleolitico: Jared Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: dunque un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile durante il neolitico rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano, dopo l’8000 a.C., iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), oltre che per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali, come maiali, galline, pecore e buoi.

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse ormai diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e di conservarlo con una certa efficacia, mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” e animale su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma.[6]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica, con il progresso gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro, furono realmente enormi confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti sociali di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati quindi rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando quindi nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a “mero strumento” parlante dei proprietari degli schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari tedeschi  riaffermando, nell’“Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato”, il carattere necessario e “progressista” della controrivoluzione affermatasi nei rapporti sociali di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati».[7]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico.

È stato stimato del resto che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni e almeno fino al 1830.[8]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dal processo continuo di riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.[9]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico ormai non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. durante il Neolitico e il Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce infatti con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su diverse coordinate teoriche di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola. Tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti, in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma viceversa nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere, all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due diverse forme generali di rapporti sociali di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa), sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del neolitico produsse invece la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione invece di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza della popolazione delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva infatti che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del neolitico-calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro, a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono e ai tempi della protocittà neolitica di Gerico.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferie” dal 9000-3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nella civiltà Chavin e nelle Ande.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

 

 

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

 

 

Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali ecc.)

 

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato, nel marxismo ortodosso, al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

↙                  ↘

 

Primo sbocco potenziale:                                                                                          Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                                                                              Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                                                                                     e distribuzione classisti

 

 

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione), presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

 

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta.

Proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro: dal 9000 al 3500 a.C. e in Eurasia, ossia per cinque millenni, si confrontarono e a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono invece sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive.

La “Fase due” del genere umano risulta dunque composta non solo dalla coesistenza dialettica plurimillenaria tra surplus/plusprodotto e penuria relativa (rispetto alla massa di bisogni materiali e culturali), ma altresì anche da uno sdoppiamento costante, almeno sul piano potenziale, dei rapporti sociali di produzione e distribuzione.

Inoltre l’esperienza storica del 9000-3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella netta superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti sociali di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance economiche del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüyuk, la cultura Ubaid e quella di Vinca (Europa) costituirono dunque i punti più avanzati nello sviluppo storico e nel progresso produttivo del genere umano, durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria in oggetto, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento e il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il neolitico-calcolitico (e non solo…): paradossal-mente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

In altri termini: dal 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio, si è affermato per via “produttiva” un particolare primato della sfera politica, ivi compresa quella politico-militare, da intendersi con Lenin come “espressione concentrata dell’economia”, in senso lato.

Visto che infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale, e si sono poi manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro”, tra i due litiganti, non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il neolitico-calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza”, e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento e determinato da cause squisitamente economiche, ha creato a sua volta come suo paradossale sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione (quelli classisti) meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato ma più bellicoso modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

 

↙               ↘

 

 

Possibili rapporti di produzione   collettivistici                           Possibili rapporti di produzione classisti

 

↘                                                                        ↙

 

 

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

 

 

 

Rapporti di produzione dominanti volta per volta (collettivistici o classisti).

 

 

Le concrete relazioni di potere e di forza, le correlazioni di potenza politico-militare hanno determinato volta per volta, quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture, protocittà e gruppi organizzati durante il neolitico-calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione proprio nei rapporti di potenza politici, e politico-militari, creatisi via via nelle diverse collettività umane post-8500 a.C.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, ossia la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried, al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui e in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferie la novità economico-politica principale, rispetto alle tribù paleolitiche, consistette soprat-tutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva e in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il neolitico-calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’èlite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [10]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferie. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)».[11]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo neolitico-calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo neolitico-calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani. [12]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia: dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea Madre, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C.: uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava, per dimensioni, quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale ancora durante il XV secolo della nostra era.[13]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[14]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[15]

L’esperienza concreta e plurimillenaria di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[16]

Per questioni di spazio non posso dilungarmi nella discussione di molte altre meravigliose protocittà e culture neolitiche di matrice collettivistica, con ad esempio Katal Hüyuk (Anatolia, 5000 a.C.), Ubaid (Mesopotamia, 5000-4000 a.C.), Yangshao (Cina, 4900-1800 a.C.), Anasazi (odierni Stati Uniti) e Harappa (India, 4000-3000 a.C.): va evidenziato invece che la “linea rossa” socioproduttiva e politico-sociale in ogni caso non scomparve da continente-storia dopo l’affermarsi delle feroci e violente società di classe, a partire da quel modo di produzione asiatico che si cristallizzò in terra sumera e nell’odierno Iraq a partire dal 3700 a.C., come emerge anche dalle splendide analisi effettuate carsicamente dal Marx rispetto alle concretissime e plurimillenarie “comuni rurali”.

Infatti l’effetto di sdoppiamento e la tendenza socioproduttiva e politico-sociale “rossa”, collettivistica e gilanica non cessarono di esercitare la loro influenza sul processo storico su scala planetaria anche dopo la fine del neolitico-calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, ossia dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la tendenza socioproduttiva collettivistica è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociali necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopracitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò pertanto dei punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, sia a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus;
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale;
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4);
  • il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico;
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia;[17]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta;
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico;
  • anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo;
  • anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa;
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale;
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

 

Risulta possibile verificare l’esistenza di alcune prove e “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici.

La prima “orma” concreta riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), suolo che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era infatti formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi le comuni fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[18]

Siamo in piena “linea rossa”, quindi.

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[19]

Lo sdoppiato e contraddittorio modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampi, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.

Ad esempio la prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all’”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà precolombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi e sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico, all’interno delle  loro relazioni sociali di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

Passando poi all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[22]

Va rilevato subito come le comuni rurali, con le loro forti tendenze collettivistiche, si riprodussero per secoli anche a fianco e alla stessa base materiale della formazione economico-sociale feudale, come nel caso eclatante della Russia analizzato proprio da Marx nelle splendide e variegata versione della lettera da lui inviata a Vera Zasulich, all’inizio del 1881.

Per ragioni di spazio non posso affrontare tali argomenti, ma almeno rimango nell’area geopolitica sopracitata grazie a una parte del breve saggio elaborato da Galli sull’effetto di sdoppiamento.

Con la consueta lucidità intellettuale Giorgio Galli ha infatti sollevato l’importante questione teorica relativa alla natura sociale dell’Unione Sovietica, dal 1929 (inizio della “rivoluzione dall’alto” promossa dal nuovo dirigente stalinista attraverso il processo accelerato di industrializzazione e i piani quinquennali, l’eliminazione sociale della borghesia russa urbana/i nepman e dei kulak, la collettivizzazione delle campagne) fino al crollo finale del 1989/91: e proprio l’Unione Sovietica del 1929/91 costituisce un caso particolarmente interessante di sdoppiamento (al suo stesso interno) dei rapporti sociali di produzione e distribuzione, o se si vuole un esempio di complessa e articolata “società di transizione” verso il socialismo/comunismo descritta da Istvan Meszaros.

Per quanto riguarda la componente “rossa” e collettivistica dell’Unione Sovietica, essa è stata contestata e negata con forza dai variegati sostenitori della teoria dell’equazione URSS=capitalismo di stato: Korsch, Bordiga, Laurat, Weil e Rizzi, per citarne solo alcuni: ma si tratta di una teoria demolita dalla praxis concreta, specialmente del 1989-2019.

Ricordando innanzitutto come anche solo in base all’indiscutibile e sicura assenza, dal 1929 al 1991, sia di un fondo di accumulazione privata che della trasmissibilità della proprietà dei mezzi sociali di produzione agli eredi, ai figli, ai familiari, la presunta “borghesia di stato” sovietica inizia a evaporare come neve al sole, l’equazione URSS = capitalismo di stato naufraga miseramente e senza scampo per altri tre motivi fondamentali.

Innanzitutto per il carattere ridotto e limitato della differenziazione sociale tra alti dirigenti del PCUS e operai/impiegati sovietici, fra i direttori di impresa sovietici e la forza-lavoro delle imprese dirette da questi ultimi.

Nelle metropoli capitaliste, i grandi capitalisti e gli azionisti di riferimento dei principali monopoli e banche ottengono di solito redditi superiori di almeno mille volte a quelli dei loro operai, mentre i manager di alto livello godono di un differenziale almeno di cento a uno rispetto ai salari dei dipendenti delle aziende da loro dirette, senza poi tener conto dei (frequenti) bonus speciali da loro percepiti, in termini di opzioni di acquisto a prezzi eccezionali delle aziende da loro dirette e di partecipazioni personali ai loro utili. Facciamo invece i “conti della serva” agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, dei quadri dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese: per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese oltre a 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.

Secondo il politologo antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico».[23]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo dunque quasi misero e limitato per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza». [24]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, ossia L. I. Breznev?

Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la fallimentare teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura, ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, ossia solo dieci volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [25]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio: ma sotto un altro e decisivo aspetto, si trattò di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’élite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, infatti un salumiere della Brianza o un negoziante di alimentari della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

In secondo luogo, la presunta “borghesia di stato” sovietica non aveva alcuna garanzia di una stabile riproduzione del proprio potere, anche ai suoi livelli superiori, viste le periodiche epurazioni che colpivano gli strati alti della nomenklatura, facendo si che i privilegi speciali di cui essa godeva “dipendessero dalla funzione” da essa svolta concretamente come dirigenti politici e solo finché essi rimanevano quadri politici: “non erano garantiti” (Graziosi) né a vita, e spesso neanche nel medio periodo.[26]

Basta solo pensare alle sanguinose purghe eseguite da Stalin, tra il 1936 ed il 1952, anche e specialmente contro ogni livello della nomenklatura sovietica; oppure che, con Chruscev al comando, vennero allontanati (senza spargimenti di sangue) dalle posizioni di potere molti dei più alti quadri dirigenti civili e militari (Molotov, Malenkov, Serov, Zhukov, ecc.), mentre tra il 1961/62 vennero epurati circa 145000 funzionari ai più vari livelli per reati di corruzione, concussione ed appropriazione indebita.[27]

Se si passa alla nuova direzione gorbacioviana, tra il 1986 ed il 1989 vennero allontanati a loro volta dalle cariche politiche detenute in precedenza circa l’85%’ ed i cinque sesti dei vecchi membri del Comitato Centrale, ben il 90,8% dei segretari regionali del partito ed l’82% di quelli cittadini e distrettuali: una pacifica ecatombe di funzionari ed alti quadri, che si scontra (come le altre purghe) frontalmente con la teoria che vede la nomenklatura sovietica nelle vesti di una “casta sfruttatrice” stabile, capace di consolidarsi nel tempo.[28]

In terzo luogo, gli alti dirigenti ed i funzionari del partito non riuscivano quasi mai ad introdurre la loro amata prole nelle fila della nomenklatura, ai suoi livelli superiori: da Stalin fino a Gorbaciov, quasi tutti i membri del Politburo e del Comitato Centrale risultarono invece figli di operai e contadini, spesso loro stessi operai, diventati in seguito funzionari abili al punto giusto da scalare le vette del potere sovietico.[29]

Detto in altri termini, i figli di Stalin, Malenkov, Chruscev, Breznev, Andropov e Cernenkov non diventarono mai alti dirigenti del PCUS, come del resto avvenne alla prole di decine di migliaia di altri esponenti della nomenklatura del partito e degli apparati statali.

Con un’asimmetria di reddito modesta, se paragonata alle reali classi sfruttatrici del passato e del presente, rispetto al livello di vita dei produttori diretti; non garantita nei suoi modesti privilegi sociopolitici ed impossibilitata quasi in ogni caso a trasmetterli ai figli, la nomenklatura sovietica risultava distante anni luce dalla reale borghesia (Buffet, Walton, Berlusconi ecc.) che egemonizza i reali capitalismi di stato, non solo rispetto al fondo di accumulazione ed al possesso dei mezzi di produzione ma anche al fondo di consumo. Non a caso una sezione minoritaria, ma consistente dei quadri del PCUS e dei manager delle aziende ricorse via via allo strumento illegale e rischioso, ma potenzialmente lucroso, dell’appropriazione illecita di fondi e mezzi di produzioni statali e della connessione organica con i trafficanti e gli speculatori che operavano clandestinamente nell’URSS: si formò in tale modo il reale e concreto capitalismo di stato nella sua particolare variante sovietica, un settore socioproduttivo consistente – seppur nettamente subordinato all’egemone “linea rossa”, ed ai rapporti produzione/distribuzione collettivistici – su cui tornerò in seguito.

L’ultima “prova del nove” deriva proprio dalle gigantesche trasformazioni dei rapporti sociali di produzione che si sono verificati nella Russia post-comunista, tra il 1992 ed il 2002: la teoria del capitalismo di stato sovietico non può infatti spiegare ed interpretare in alcun modo i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle risorse naturali verificatisi in tutta l’area ex-sovietica, a partire dalla Russia di Eltsin e Putin, con la creazione al suo interno di una borghesia reale, in carne e ossa ed egemone ad ogni livello.

Ammettendo per un attimo infatti come valida l’equazione URSS = capitalismo di stato, per quale arcana ragione era necessario avviare un enorme e plateale processo di privatizzazione in terra sovietica di quei beni pubblici che, stando alla teoria in esame, erano già prima in possesso di una ristretta oligarchia e dello strato superiore della nomenklatura? Perché privatizzare ricchezze e mezzi di produzione, di cui la (presunta) borghesia di stato sovietica aveva già prima il possesso reale, stando almeno alla tesi in via di esame critico? Ed ancora: visto che nessuno può negare che la Russia post-sovietica e contemporanea sia una struttura economica dominata dal capitalismo di stato, come si spiegano (sempre secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico) le enormi differenze che la realtà socioproduttiva post-comunista rivela rispetto alla fase precedente dell’URSS, all’era del socialismo reale? Come si spiegano fenomeni quali l’apparire e consolidarsi di una classe di miliardari russi ancora più sfacciati nelle loro ostentazioni del lusso dei loro “cugini” occidentali, quali le continue compravendite di aziende e azioni (elementi materiali prima sconosciuti in URSS), la creazione delle diverse borse-valori russe e l’enorme quota della ricchezza globale della Russia accumulata dalla nuova borghesia russa, collegata strettamente ai nuovi nuclei dirigenti al potere? Oppure quell’immane processo di privatizzazioni delle risorse pubbliche russe, attraverso il quale i “nuovi ricchi” sotto Eltsin potevano con soli mille  (1000…) dollari “comprare proprietà ed attività dello stato russo del valore contabile di 300 mila dollari”, come notò Monde Diplomatique nel gennaio del 1993 ed in piena era post-sovietica?

Troppe differenze importanti sussistono tra la formazione economico-sociale sovietica del 1929-90, e quella invece post-sovietica del 1992-2010: un capitalismo di stato reale, contraddistinto da plateali ed evidenti rapporti di collaborazione tra la grande maggioranza dei monopoli privati, russi o stranieri, e gli apparati statali, segnato dalle relazioni “speciali” via via cristallizzatesi tra grandi imprese private da un lato, e nuclei dirigenti russi dall’altro.

La complessa e variegata formazione economico-sociale sovietica del 1929-90 era caratterizzata dall’egemonia esercitata al suo interno dalla “linea rossa”, dai rapporti di produzione collettivistici (di matrice statale o cooperativa, come nel caso dei colcos), visto che  circa quattro quinti del processo di produzione sviluppatosi tra il 1930 ed il 1990, nella variegata formazione economico-sociale sovietica, risultarono sotto l’egemonia del socialismo deformato, ivi comprese le cooperative agricole (i kolkoz); ma sussisteva anche un’altra sezione, minoritaria ma consistente, dell’economia sovietica in cui vigevano delle forme alternative di rapporti sociali di produzione e di distribuzione, ossia la “linea nera” e classista.

Le tipologie principali che costituivano questo particolare settore socioproduttivo erano in sostanza due:

  • le “mafie” sovietiche, dedite al traffico su larga scala ed alla speculazione sui beni di consumo, al cambio illegale di valute occidentali e soprattutto all’appropriazione illecita dei fondi pubblici e dei mezzi sociali di produzione, statali oppure cooperativi, in stretta connessione con la parte corrotta dei manager e dei funzionari del PCUS: spesso creando delle “reti di piccole aziende clandestine” (Graziosi), germogli dell’accumulazione primitiva capitalistica;
  • la sezione minoritaria, ma consistente dei dirigenti d’azienda e dei quadri politici della nomenklatura sovietica impegnati in attività economiche illegali, ossia nell’utilizzo clandestino per scopi di accumulazione privata sia delle risorse naturali del paese che dei fondi pubblici e del capitale fisso delle aziende di stato/cooperative: o direttamente ed in prima persona, oppure facendosi corrompere dai gruppi criminali del paese dediti a pratiche produttive illecite, sopra menzionati.

Come aveva già notato la sociologa sovietica T. Zaslavskaja nei primi anni Ottanta, la “linea nera” socioproduttiva (subordinata e minoritaria, ma consistente) in URSS e la variante sovietica del capitalismo di stato all’interno della variegata formazione economico-sociale in esame era formata proprio dalla connessione, via via sviluppatasi, tra le mafie protocapitalistiche e i segmenti corrotti dell’apparato politico-statale della gigantesca nazione eurasiatica: il vero settore (minoritario). del capitalismo di stato in terra sovietica, molto diverso da quello immaginato dai vari Bordiga, Rizzi, Korsch ecc.[30]

Il “connubio” mafia-burocrazia corrotta si era formato su larga scala fin dalla metà degli anni Quaranta, arginato e combattuto solo in parte da Stalin e da alti quadri del partito come A. Kuznecov.

Nelle difficilissime condizioni materiali del dopoguerra, «l’arte di arrangiarsi, ormai da anni indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale. Stalin era regolarmente informato dello stile di vita dei suoi collaboratori, dei loro festini, delle bottiglie che vi si bevevano e così via, e sapeva bene che la corruzione economica dei dirigenti intermedi già conosceva “proporzioni assai vaste”.

Kuznecov cercò di porvi rimedio mettendo fine ai premi e ai benefici offerti ai quadri del partito dalle altre amministrazioni, nonché alle appropriazioni indebite, di prodotti agricoli, materiale e forza lavoro, su cui, specie in provincia, si fondava il benessere dei signorotti locali.

Dal 1945 al 1947 quasi il 40% degli espulsi dal partito lo fu per corruzione, degenerazione, dissolutezza, ubriachezza e condotta disordinata (rispetto a un 30% accusato di aver vissuto nei territori occupati senza combattere)».[31]

La connessione dialettica tra queste due sotto-sfere dell’economia sovietica continuò anche negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che Chruscev nel 1960/62 scatenò una lunga campagna politico-giudiziaria contro i “peculiari imprenditori privati” (Graziosi) e i quadri politici/ manager corrotti: i casi di corruzione, concussione e appropriazione indebita da parte di funzionari, poco meno di 40.000 nel 1956 e scesi nel 1959 a meno di 28.000, balzarono così nel 1961 a 63.400 e a 73.350 nel 1962.

  1. Graziosi ha notato che il bersaglio principale della nuova campagna era l’economia sommersa, «sviluppatasi ai margini dell’economia ufficiale, di cui si nutriva. Tuttavia, non va dimenticato che di regola lo sviluppo della prima dipendeva dall’incapacità della seconda di far fronte ai bisogni dei cittadini e che quindi l’economia “nera” era parte integrante del sistema sovietico, al cui funzionamento contribuiva smussandone le asperità e colmandone anche se solo in parte e in maniera distorta, le lacune. Accanto ai funzionari corrotti, che affidavano la distribuzione dei beni scarsi da loro controllati a canali diversi da quelli ufficiali, c’erano anche peculiari imprenditori privati. I più intraprendenti , che in altri paesi sarebbero diventati grandi capitani di industria, riuscivano a mettere in piedi, in condizioni difficilissime, reti di piccole aziende clandestine la cui pochezza era un’altra testimonianza dello spreco di energie umane proprio del sistema sovietico. Il bisogno di procurarsi illegalmente materie prime e semilavorati li spingeva a legare con funzionari corrotti, mentre quello di ricorrere solo a denaro liquido e a promesse di pagamento, e quindi a persone in grado di farle rispettare, li poneva in contatto con il mondo della malavita. Simis ha parlato della presenza di clan famigliari, spesso appartenenti alle minoranze ebree o caucasiche, proprietari di dozzine di fabbrichette e di reti di vendita tentacolari, nelle quali erano investiti milioni di rubli. Le loro attività avevano talvolta avuto origine dopo la guerra, a partire dal commercio dei beni presi ai paesi vinti, e si erano poi sviluppate nel settore dei servizi e nella produzione dei beni di consumo.

Tra i settori colpiti nel 1961 vi fu quello dei cambiavalute illegali, che compravano i dollari a un tasso di diverse volte superiore a quello ufficiale, fornendo così implicitamente un coefficiente di deflazione, certo impreciso ma migliore di tante stime ufficiali, utile a calcolare le dimensioni effettive dell’economia sovietica. Essi erano alimentati dal crescente flusso di turisti e dalla comunità di studenti stranieri, specie del Terzo mondo, presenti nel paese. Le aperture seguite al 1956 fecero cioè emergere i primi segni di una nuova dollarizzazione dell’economia sovietica destinata ad assumere negli anni dimensioni sempre più vaste, a testimonianza dello spontaneo movimento di individui e agenti economici verso relazioni più rispondenti alle loro preferenze di quelle imposte dal regime, in base alle sue priorità e alle sue considerazioni di status».[32]

La pratica relativamente diffusa dell’appropriazione indebita di fondi e di mezzi statali, e della parallela produzione/distribuzione illegale di mezzi di consumo, continuò con ancora maggiore vigore nell’epoca brezneviana, dato che la base materiale della «diffusione di questi comportamenti era la maglia di una rete che si estendeva dai favori reciproci che regolavano il lavoro di funzionari e dirigenti (ed erano spesso loro necessari per mandare avanti le loro imprese) e dalla corruzione di molti di essi fino alle attività illegali e criminali». Essa minava le fondamenta del concetto di proprietà pubblica e alimentava sentimenti anticomunisti: già nel 1970, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin, «circolarono tra la popolazione battute crudeli sul fondatore dello stato sovietico, che spinsero alcuni osservatori occidentali a parlare del prevalere in URSS di rassegnato pessimismo e passività ideologica».[33]

In ogni caso risulta subito evidente come la coesistenza asimmetrica e conflittuale tra i rapporti di produzione collettivistici (egemoni), e quelli capitalistici di stato (illegali e subordinati), nell’URSS del 1929-91, rappresenti involontariamente una manna dal cielo per lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento, inteso come possibilità di coesistenza (in proporzioni quasi sempre asimmetriche) della “linea rossa” e della “linea nera” nello stesso paese/area geopolitica.

Va infine affrontato anche un altro importante nodo teorico sollevato acutamente dal professor Galli, e cioè la natura del legame sussistente sul piano storico tra guerra (da leggersi: guerra militare tra stati sovrani) e rivoluzione durante l’epoca contemporanea.

Anche in questo campo concreto e stimolante di indagine vale il detto di Hegel, secondo cui “il vero è l’intero”.

Da un lato risulta infatti pesante e indiscutibile il nesso causale, seppur mediato, sussistente tra sconfitte militari e processi rivoluzionari verificatosi non solo a Parigi con l’eroica Comune del 1871 ma anche in Russia e nell’ex impero zarista dal 1914 al 1918, in Cina dal 1931 (invasione della Manciuria da parte dell’impero giapponese) fino al 1945, oltre che in Europa orientale nel 1944-1948: tuttavia questa è solo una parte, seppur molto importante, della realtà globale politico-sociale e delle esperienza storiche che sono via via maturate sul piano planetario negli ultimi due secoli.

Sull’altro versante, infatti, va ricordato come la Francia non fosse certo in guerra con altre nazioni indipendenti dal 1946 al 1954, quando perse il controllo delle “sue” colonie in Indocina grazie all’eroica e leggendaria rivoluzione antimperialista promossa dai comunisti vietnamiti e da un grande leader come Ho Chi Minh.

Un discorso analogo vale anche per l’imperialismo statunitense che, nel 1964-73, non era in guerra in modo stabile con altre nazioni se non proprio in Indocina, a partire dal “suo” stato-fantoccio del Vietnam del Sud: come nel caso precedente, bisogna liberarsi da una visione eurocentrica ed esaminare i processi rivoluzionari extraoccidentali innanzitutto dal punto di vista dei popoli in rivolta, e non solo da quello dei loro vecchi dominatori.

Anche il Portogallo fascista di Salazar non era in conflitto bellico con altre nazioni indipendenti dal 1956 al 1974, quando a sua volta perse il controllo delle “sue” colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau sempre durante gli anni in esame.

Anche Cuba non risultava certo in guerra con altri stati dal 1956 al gennaio del 1959, quando il “Davide” composto da eroici e giovani barbudos cubani, con l’aiuto di un altro giovane argentino ucciso poi in Bolivia nel 1967, riuscì a battere il “Golia” rappresentato dalla dittatura militare di Batista appoggiato dalle armi, soldi e consiglieri forniti dall’imperialismo statunitense; e un ragionamento analogo può essere effettuato anche per la splendida rivoluzione sandinista del 1961-1979.

Ma non solo.

Non è ancora abbastanza noto che, dal 1776 fino a oggi, la vera e unica “nazione guerriera” su scala mondiale è stata rappresentata dagli Stati Uniti, visto che dal 1777 gli USA sono stati in guerra (ivi comprese le cosiddette “guerre indiane” contro i nativi americani, i “pellerossa” dei film di Hollywood) per circa il novantatré percento del tempo dalla loro creazione come stato indipendente: vale a dire ben 223 dei 243 anni di esistenza come stato sovrano.

Gli anni di tregua goduti dai “pacifici” Stati Uniti sono stati solo 28 su 243, partendo dal 1776 fino ad arrivare a un 2019 che vede ancora impegnato militarmente l’imperialismo a stelle e strisce in nazioni quali l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, per citare solo i casi principali: l’unico ed eccezionale periodo nel quale gli USA rimasero addirittura cinque anni senza fare una guerra è stato quello compreso tra il 1935 e il 1940, in seguito alle ricadute della grande depressione post-1929.

Eppur… non si mosse alcunché, sul fronte rivoluzionario.

A dispetto di guerre continue, per più di due secoli e ormai da tempo combattute in giro a tutto il globo, da collegarsi tra l’altro alla pesante sconfitta subita dall’imperialismo a stelle e strisce in Vietnam e Indocina dal 1964 al 1975, finora non si è mai assistito a processi rivoluzionari su vasta scala negli Stati Uniti con la parziale e limitata eccezione dell’eroica ribellione dei contadini guidati da Daniel Shays in Massachussetts, Connecticut e Rhode Island nel 1786, rivolta contro la fiscalità repressiva (chi era più ricco pagava meno di chi era più povero) e contro la borghesia mercantile di Boston.

Se si vuole poi scavare ancora più a fondo in questo settore, il periodo storico in cui la sinistra antagonista e i movimenti di massa sono risultati più forti e organizzati negli USA è stato finora proprio quello del 1934-38, in corrispondenza temporale con l’unico e sopracitato quinquennio pacifico espresso fino ad oggi dal bellicoso stato con capitale Washington.

Ovviamente la relazione mutevole tra guerra e rivoluzione si collega strettamente a un rapporto politico ancora più generale avente per oggetto l’interconnessione tra politica ed economia, tra sfera politica ed economica.

E in questo settore specifico gran parte dei marxisti occidentali, almeno sul piano teorico, ha purtroppo dimenticato proprio l’abc dello stesso marxismo, nonostante che Lenin:

  • Nel 1922 e nel suo geniale “Che fare?” avesse notato con estrema chiarezza che “dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi” delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali”.
  • Nel gennaio 1921 sempre Lenin, nel suo splendido scritto polemico intitolato “Ancora sui sindacati”, sottolineò in modo lucido e appassionato che “la politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbicci del marxismo”.

Ormai è stata messa molta “carne al fuoco”, e serve forse una breve pausa in attesa di nuove ed eventuali “portate”, ossia dall’ampio dibattito auspicato giustamente da Giorgio Galli.

 

 

Roberto Sidoli

[1] M. Beccari, “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo”, in http://www.lacittafutura.it

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  p. 73, ed. Einaudi

[3] R. Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[4] J. Diamond, op. cit., p. 62

[5] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”,  cap. IX, Editori Riuniti

[6] J. Diamond, op. cit. p. 66

[7] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, cap. IX,  Editori Riuniti

[8] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[9] F. Engels, op. cit., cap. IX

[10] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[11] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[12] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[13] D. H. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[14] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[15] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[16] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[17]G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[18] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[19] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[23] M. S. Voslensky, Nomenklatura, pp. 208-209, ed. Rizzoli.

[24] M. S. Voslensky, op. cit., p. 245.

[25] A. Graziosi,” L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino.

[26] Op. cit., p. 429.

[27] Op. cit., pp. 215, 218, 243.

[28] Op. cit., p. 544.

[29] Op. cit., pp. 141 e 215.

[30] Op. cit., p. 439.

[31] Op. cit., p. 441.

[32] Op. cit., pp. 245-246.

[33] Op. cit., p. 378.

Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

 Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette  libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.

Giorgio Galli

 

Gerico, il comunismo sviluppato e l’Intelligenza Artificiale.

 Innanzitutto ringrazio il professor Giorgio Galli, celebre storico e politologo, per aver analizzato con la consueta cura lo schema teorico secondo cui negli ultimi dodicimila anni risulta centrale e prioritario lo scontro dialettico, la proteiforme unità/lotta tra una “linea rossa” socioproduttiva di tipo cooperativo ed egualitario (partendo dalla Gerico collettivistica dell’8500 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni) e un’antagonista “linea nera” sociale e politica di matrice classista, cominciando con l’anatolica protocittà di Nevali Cori (8000 a.C.) e i predoni nomadi Kurgan del 4000 a.C. fino ad arrivare via via al capitalismo di stato contemporaneo, con la sua regola della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite delle multinazionali e banche private e i legami speciali tra apparati statali, nuclei dirigenti politici e monopoli privati.

Giorgio Galli pone subito con chiarezza una domanda importante, ossia: “La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si.”

Lo studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico a partire dall’8500 a.C.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.) durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus/pluspro-dotto, costante accumulabile, a vantaggio di ipotetici e paleolitici sfruttatori.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile e inevitabile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo praticabile sul piano materiale e necessario (catastrofi politico-naturali permettendo) l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e all’avvio di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.[1]

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti/avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è avvenuta a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità, cooperative o classiste, si rivelano nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del Neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture/protocittà collettivistiche.

Cosa successe in concreto, a partire dal 9000 a.C.?

La costante continuità economica e tecnologica della lunghissima epoca paleolitica e dell’età della pietra venne spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito, con modalità autonome, in Cina (prima dell’8800 a.C.) e in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata a sua volta, alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, raccolta iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), oltre che resa possibile dalla produzione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta, e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona palestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti proprio dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzitutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del paleolitico: Jared Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: dunque un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile durante il neolitico rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano, dopo l’8000 a.C., iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), oltre che per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali, come maiali, galline, pecore e buoi.

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse ormai diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e di conservarlo con una certa efficacia, mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” e animale su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma.[6]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica, con il progresso gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro, furono realmente enormi confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti sociali di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati quindi rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando quindi nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a “mero strumento” parlante dei proprietari degli schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari tedeschi  riaffermando, nell’“Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato”, il carattere necessario e “progressista” della controrivoluzione affermatasi nei rapporti sociali di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati».[7]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico.

È stato stimato del resto che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni e almeno fino al 1830.[8]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dal processo continuo di riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.[9]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico ormai non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. durante il Neolitico e il Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce infatti con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su diverse coordinate teoriche di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola. Tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti, in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma viceversa nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere, all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due diverse forme generali di rapporti sociali di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa), sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del neolitico produsse invece la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione invece di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza della popolazione delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva infatti che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del neolitico-calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro, a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono e ai tempi della protocittà neolitica di Gerico.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferie” dal 9000-3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nella civiltà Chavin e nelle Ande.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

 

 

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

 

 

Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali ecc.)

 

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato, nel marxismo ortodosso, al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

↙                  ↘

 

Primo sbocco potenziale:                                                                                          Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                                                                              Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                                                                                     e distribuzione classisti

 

 

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione), presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

 

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta.

Proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro: dal 9000 al 3500 a.C. e in Eurasia, ossia per cinque millenni, si confrontarono e a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono invece sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive.

La “Fase due” del genere umano risulta dunque composta non solo dalla coesistenza dialettica plurimillenaria tra surplus/plusprodotto e penuria relativa (rispetto alla massa di bisogni materiali e culturali), ma altresì anche da uno sdoppiamento costante, almeno sul piano potenziale, dei rapporti sociali di produzione e distribuzione.

Inoltre l’esperienza storica del 9000-3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella netta superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti sociali di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance economiche del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüyuk, la cultura Ubaid e quella di Vinca (Europa) costituirono dunque i punti più avanzati nello sviluppo storico e nel progresso produttivo del genere umano, durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria in oggetto, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento e il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il neolitico-calcolitico (e non solo…): paradossal-mente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

In altri termini: dal 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio, si è affermato per via “produttiva” un particolare primato della sfera politica, ivi compresa quella politico-militare, da intendersi con Lenin come “espressione concentrata dell’economia”, in senso lato.

Visto che infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale, e si sono poi manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro”, tra i due litiganti, non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il neolitico-calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza”, e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento e determinato da cause squisitamente economiche, ha creato a sua volta come suo paradossale sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione (quelli classisti) meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato ma più bellicoso modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

 

↙               ↘

 

 

Possibili rapporti di produzione   collettivistici                           Possibili rapporti di produzione classisti

 

↘                                                                        ↙

 

 

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

 

 

 

Rapporti di produzione dominanti volta per volta (collettivistici o classisti).

 

 

Le concrete relazioni di potere e di forza, le correlazioni di potenza politico-militare hanno determinato volta per volta, quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture, protocittà e gruppi organizzati durante il neolitico-calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione proprio nei rapporti di potenza politici, e politico-militari, creatisi via via nelle diverse collettività umane post-8500 a.C.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, ossia la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried, al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui e in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferie la novità economico-politica principale, rispetto alle tribù paleolitiche, consistette soprat-tutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva e in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il neolitico-calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’èlite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [10]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferie. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)».[11]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo neolitico-calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo neolitico-calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani. [12]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia: dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea Madre, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C.: uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava, per dimensioni, quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale ancora durante il XV secolo della nostra era.[13]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[14]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[15]

L’esperienza concreta e plurimillenaria di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[16]

Per questioni di spazio non posso dilungarmi nella discussione di molte altre meravigliose protocittà e culture neolitiche di matrice collettivistica, con ad esempio Katal Hüyuk (Anatolia, 5000 a.C.), Ubaid (Mesopotamia, 5000-4000 a.C.), Yangshao (Cina, 4900-1800 a.C.), Anasazi (odierni Stati Uniti) e Harappa (India, 4000-3000 a.C.): va evidenziato invece che la “linea rossa” socioproduttiva e politico-sociale in ogni caso non scomparve da continente-storia dopo l’affermarsi delle feroci e violente società di classe, a partire da quel modo di produzione asiatico che si cristallizzò in terra sumera e nell’odierno Iraq a partire dal 3700 a.C., come emerge anche dalle splendide analisi effettuate carsicamente dal Marx rispetto alle concretissime e plurimillenarie “comuni rurali”.

Infatti l’effetto di sdoppiamento e la tendenza socioproduttiva e politico-sociale “rossa”, collettivistica e gilanica non cessarono di esercitare la loro influenza sul processo storico su scala planetaria anche dopo la fine del neolitico-calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, ossia dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la tendenza socioproduttiva collettivistica è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociali necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopracitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò pertanto dei punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, sia a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus;
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale;
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4);
  • il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico;
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia;[17]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta;
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico;
  • anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo;
  • anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa;
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale;
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

 

Risulta possibile verificare l’esistenza di alcune prove e “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici.

La prima “orma” concreta riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), suolo che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era infatti formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi le comuni fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[18]

Siamo in piena “linea rossa”, quindi.

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[19]

Lo sdoppiato e contraddittorio modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampi, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.

Ad esempio la prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all’”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà precolombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi e sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico, all’interno delle  loro relazioni sociali di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

Passando poi all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[22]

Va rilevato subito come le comuni rurali, con le loro forti tendenze collettivistiche, si riprodussero per secoli anche a fianco e alla stessa base materiale della formazione economico-sociale feudale, come nel caso eclatante della Russia analizzato proprio da Marx nelle splendide e variegata versione della lettera da lui inviata a Vera Zasulich, all’inizio del 1881.

Per ragioni di spazio non posso affrontare tali argomenti, ma almeno rimango nell’area geopolitica sopracitata grazie a una parte del breve saggio elaborato da Galli sull’effetto di sdoppiamento.

Con la consueta lucidità intellettuale Giorgio Galli ha infatti sollevato l’importante questione teorica relativa alla natura sociale dell’Unione Sovietica, dal 1929 (inizio della “rivoluzione dall’alto” promossa dal nuovo dirigente stalinista attraverso il processo accelerato di industrializzazione e i piani quinquennali, l’eliminazione sociale della borghesia russa urbana/i nepman e dei kulak, la collettivizzazione delle campagne) fino al crollo finale del 1989/91: e proprio l’Unione Sovietica del 1929/91 costituisce un caso particolarmente interessante di sdoppiamento (al suo stesso interno) dei rapporti sociali di produzione e distribuzione, o se si vuole un esempio di complessa e articolata “società di transizione” verso il socialismo/comunismo descritta da Istvan Meszaros.

Per quanto riguarda la componente “rossa” e collettivistica dell’Unione Sovietica, essa è stata contestata e negata con forza dai variegati sostenitori della teoria dell’equazione URSS=capitalismo di stato: Korsch, Bordiga, Laurat, Weil e Rizzi, per citarne solo alcuni: ma si tratta di una teoria demolita dalla praxis concreta, specialmente del 1989-2019.

Ricordando innanzitutto come anche solo in base all’indiscutibile e sicura assenza, dal 1929 al 1991, sia di un fondo di accumulazione privata che della trasmissibilità della proprietà dei mezzi sociali di produzione agli eredi, ai figli, ai familiari, la presunta “borghesia di stato” sovietica inizia a evaporare come neve al sole, l’equazione URSS = capitalismo di stato naufraga miseramente e senza scampo per altri tre motivi fondamentali.

Innanzitutto per il carattere ridotto e limitato della differenziazione sociale tra alti dirigenti del PCUS e operai/impiegati sovietici, fra i direttori di impresa sovietici e la forza-lavoro delle imprese dirette da questi ultimi.

Nelle metropoli capitaliste, i grandi capitalisti e gli azionisti di riferimento dei principali monopoli e banche ottengono di solito redditi superiori di almeno mille volte a quelli dei loro operai, mentre i manager di alto livello godono di un differenziale almeno di cento a uno rispetto ai salari dei dipendenti delle aziende da loro dirette, senza poi tener conto dei (frequenti) bonus speciali da loro percepiti, in termini di opzioni di acquisto a prezzi eccezionali delle aziende da loro dirette e di partecipazioni personali ai loro utili. Facciamo invece i “conti della serva” agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, dei quadri dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese: per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese oltre a 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.

Secondo il politologo antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico».[23]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo dunque quasi misero e limitato per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza». [24]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, ossia L. I. Breznev?

Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la fallimentare teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura, ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, ossia solo dieci volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [25]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio: ma sotto un altro e decisivo aspetto, si trattò di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’élite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, infatti un salumiere della Brianza o un negoziante di alimentari della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

In secondo luogo, la presunta “borghesia di stato” sovietica non aveva alcuna garanzia di una stabile riproduzione del proprio potere, anche ai suoi livelli superiori, viste le periodiche epurazioni che colpivano gli strati alti della nomenklatura, facendo si che i privilegi speciali di cui essa godeva “dipendessero dalla funzione” da essa svolta concretamente come dirigenti politici e solo finché essi rimanevano quadri politici: “non erano garantiti” (Graziosi) né a vita, e spesso neanche nel medio periodo.[26]

Basta solo pensare alle sanguinose purghe eseguite da Stalin, tra il 1936 ed il 1952, anche e specialmente contro ogni livello della nomenklatura sovietica; oppure che, con Chruscev al comando, vennero allontanati (senza spargimenti di sangue) dalle posizioni di potere molti dei più alti quadri dirigenti civili e militari (Molotov, Malenkov, Serov, Zhukov, ecc.), mentre tra il 1961/62 vennero epurati circa 145000 funzionari ai più vari livelli per reati di corruzione, concussione ed appropriazione indebita.[27]

Se si passa alla nuova direzione gorbacioviana, tra il 1986 ed il 1989 vennero allontanati a loro volta dalle cariche politiche detenute in precedenza circa l’85%’ ed i cinque sesti dei vecchi membri del Comitato Centrale, ben il 90,8% dei segretari regionali del partito ed l’82% di quelli cittadini e distrettuali: una pacifica ecatombe di funzionari ed alti quadri, che si scontra (come le altre purghe) frontalmente con la teoria che vede la nomenklatura sovietica nelle vesti di una “casta sfruttatrice” stabile, capace di consolidarsi nel tempo.[28]

In terzo luogo, gli alti dirigenti ed i funzionari del partito non riuscivano quasi mai ad introdurre la loro amata prole nelle fila della nomenklatura, ai suoi livelli superiori: da Stalin fino a Gorbaciov, quasi tutti i membri del Politburo e del Comitato Centrale risultarono invece figli di operai e contadini, spesso loro stessi operai, diventati in seguito funzionari abili al punto giusto da scalare le vette del potere sovietico.[29]

Detto in altri termini, i figli di Stalin, Malenkov, Chruscev, Breznev, Andropov e Cernenkov non diventarono mai alti dirigenti del PCUS, come del resto avvenne alla prole di decine di migliaia di altri esponenti della nomenklatura del partito e degli apparati statali.

Con un’asimmetria di reddito modesta, se paragonata alle reali classi sfruttatrici del passato e del presente, rispetto al livello di vita dei produttori diretti; non garantita nei suoi modesti privilegi sociopolitici ed impossibilitata quasi in ogni caso a trasmetterli ai figli, la nomenklatura sovietica risultava distante anni luce dalla reale borghesia (Buffet, Walton, Berlusconi ecc.) che egemonizza i reali capitalismi di stato, non solo rispetto al fondo di accumulazione ed al possesso dei mezzi di produzione ma anche al fondo di consumo. Non a caso una sezione minoritaria, ma consistente dei quadri del PCUS e dei manager delle aziende ricorse via via allo strumento illegale e rischioso, ma potenzialmente lucroso, dell’appropriazione illecita di fondi e mezzi di produzioni statali e della connessione organica con i trafficanti e gli speculatori che operavano clandestinamente nell’URSS: si formò in tale modo il reale e concreto capitalismo di stato nella sua particolare variante sovietica, un settore socioproduttivo consistente – seppur nettamente subordinato all’egemone “linea rossa”, ed ai rapporti produzione/distribuzione collettivistici – su cui tornerò in seguito.

L’ultima “prova del nove” deriva proprio dalle gigantesche trasformazioni dei rapporti sociali di produzione che si sono verificati nella Russia post-comunista, tra il 1992 ed il 2002: la teoria del capitalismo di stato sovietico non può infatti spiegare ed interpretare in alcun modo i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle risorse naturali verificatisi in tutta l’area ex-sovietica, a partire dalla Russia di Eltsin e Putin, con la creazione al suo interno di una borghesia reale, in carne e ossa ed egemone ad ogni livello.

Ammettendo per un attimo infatti come valida l’equazione URSS = capitalismo di stato, per quale arcana ragione era necessario avviare un enorme e plateale processo di privatizzazione in terra sovietica di quei beni pubblici che, stando alla teoria in esame, erano già prima in possesso di una ristretta oligarchia e dello strato superiore della nomenklatura? Perché privatizzare ricchezze e mezzi di produzione, di cui la (presunta) borghesia di stato sovietica aveva già prima il possesso reale, stando almeno alla tesi in via di esame critico? Ed ancora: visto che nessuno può negare che la Russia post-sovietica e contemporanea sia una struttura economica dominata dal capitalismo di stato, come si spiegano (sempre secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico) le enormi differenze che la realtà socioproduttiva post-comunista rivela rispetto alla fase precedente dell’URSS, all’era del socialismo reale? Come si spiegano fenomeni quali l’apparire e consolidarsi di una classe di miliardari russi ancora più sfacciati nelle loro ostentazioni del lusso dei loro “cugini” occidentali, quali le continue compravendite di aziende e azioni (elementi materiali prima sconosciuti in URSS), la creazione delle diverse borse-valori russe e l’enorme quota della ricchezza globale della Russia accumulata dalla nuova borghesia russa, collegata strettamente ai nuovi nuclei dirigenti al potere? Oppure quell’immane processo di privatizzazioni delle risorse pubbliche russe, attraverso il quale i “nuovi ricchi” sotto Eltsin potevano con soli mille  (1000…) dollari “comprare proprietà ed attività dello stato russo del valore contabile di 300 mila dollari”, come notò Monde Diplomatique nel gennaio del 1993 ed in piena era post-sovietica?

Troppe differenze importanti sussistono tra la formazione economico-sociale sovietica del 1929-90, e quella invece post-sovietica del 1992-2010: un capitalismo di stato reale, contraddistinto da plateali ed evidenti rapporti di collaborazione tra la grande maggioranza dei monopoli privati, russi o stranieri, e gli apparati statali, segnato dalle relazioni “speciali” via via cristallizzatesi tra grandi imprese private da un lato, e nuclei dirigenti russi dall’altro.

La complessa e variegata formazione economico-sociale sovietica del 1929-90 era caratterizzata dall’egemonia esercitata al suo interno dalla “linea rossa”, dai rapporti di produzione collettivistici (di matrice statale o cooperativa, come nel caso dei colcos), visto che  circa quattro quinti del processo di produzione sviluppatosi tra il 1930 ed il 1990, nella variegata formazione economico-sociale sovietica, risultarono sotto l’egemonia del socialismo deformato, ivi comprese le cooperative agricole (i kolkoz); ma sussisteva anche un’altra sezione, minoritaria ma consistente, dell’economia sovietica in cui vigevano delle forme alternative di rapporti sociali di produzione e di distribuzione, ossia la “linea nera” e classista.

Le tipologie principali che costituivano questo particolare settore socioproduttivo erano in sostanza due:

  • le “mafie” sovietiche, dedite al traffico su larga scala ed alla speculazione sui beni di consumo, al cambio illegale di valute occidentali e soprattutto all’appropriazione illecita dei fondi pubblici e dei mezzi sociali di produzione, statali oppure cooperativi, in stretta connessione con la parte corrotta dei manager e dei funzionari del PCUS: spesso creando delle “reti di piccole aziende clandestine” (Graziosi), germogli dell’accumulazione primitiva capitalistica;
  • la sezione minoritaria, ma consistente dei dirigenti d’azienda e dei quadri politici della nomenklatura sovietica impegnati in attività economiche illegali, ossia nell’utilizzo clandestino per scopi di accumulazione privata sia delle risorse naturali del paese che dei fondi pubblici e del capitale fisso delle aziende di stato/cooperative: o direttamente ed in prima persona, oppure facendosi corrompere dai gruppi criminali del paese dediti a pratiche produttive illecite, sopra menzionati.

Come aveva già notato la sociologa sovietica T. Zaslavskaja nei primi anni Ottanta, la “linea nera” socioproduttiva (subordinata e minoritaria, ma consistente) in URSS e la variante sovietica del capitalismo di stato all’interno della variegata formazione economico-sociale in esame era formata proprio dalla connessione, via via sviluppatasi, tra le mafie protocapitalistiche e i segmenti corrotti dell’apparato politico-statale della gigantesca nazione eurasiatica: il vero settore (minoritario). del capitalismo di stato in terra sovietica, molto diverso da quello immaginato dai vari Bordiga, Rizzi, Korsch ecc.[30]

Il “connubio” mafia-burocrazia corrotta si era formato su larga scala fin dalla metà degli anni Quaranta, arginato e combattuto solo in parte da Stalin e da alti quadri del partito come A. Kuznecov.

Nelle difficilissime condizioni materiali del dopoguerra, «l’arte di arrangiarsi, ormai da anni indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale. Stalin era regolarmente informato dello stile di vita dei suoi collaboratori, dei loro festini, delle bottiglie che vi si bevevano e così via, e sapeva bene che la corruzione economica dei dirigenti intermedi già conosceva “proporzioni assai vaste”.

Kuznecov cercò di porvi rimedio mettendo fine ai premi e ai benefici offerti ai quadri del partito dalle altre amministrazioni, nonché alle appropriazioni indebite, di prodotti agricoli, materiale e forza lavoro, su cui, specie in provincia, si fondava il benessere dei signorotti locali.

Dal 1945 al 1947 quasi il 40% degli espulsi dal partito lo fu per corruzione, degenerazione, dissolutezza, ubriachezza e condotta disordinata (rispetto a un 30% accusato di aver vissuto nei territori occupati senza combattere)».[31]

La connessione dialettica tra queste due sotto-sfere dell’economia sovietica continuò anche negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che Chruscev nel 1960/62 scatenò una lunga campagna politico-giudiziaria contro i “peculiari imprenditori privati” (Graziosi) e i quadri politici/ manager corrotti: i casi di corruzione, concussione e appropriazione indebita da parte di funzionari, poco meno di 40.000 nel 1956 e scesi nel 1959 a meno di 28.000, balzarono così nel 1961 a 63.400 e a 73.350 nel 1962.

  1. Graziosi ha notato che il bersaglio principale della nuova campagna era l’economia sommersa, «sviluppatasi ai margini dell’economia ufficiale, di cui si nutriva. Tuttavia, non va dimenticato che di regola lo sviluppo della prima dipendeva dall’incapacità della seconda di far fronte ai bisogni dei cittadini e che quindi l’economia “nera” era parte integrante del sistema sovietico, al cui funzionamento contribuiva smussandone le asperità e colmandone anche se solo in parte e in maniera distorta, le lacune. Accanto ai funzionari corrotti, che affidavano la distribuzione dei beni scarsi da loro controllati a canali diversi da quelli ufficiali, c’erano anche peculiari imprenditori privati. I più intraprendenti , che in altri paesi sarebbero diventati grandi capitani di industria, riuscivano a mettere in piedi, in condizioni difficilissime, reti di piccole aziende clandestine la cui pochezza era un’altra testimonianza dello spreco di energie umane proprio del sistema sovietico. Il bisogno di procurarsi illegalmente materie prime e semilavorati li spingeva a legare con funzionari corrotti, mentre quello di ricorrere solo a denaro liquido e a promesse di pagamento, e quindi a persone in grado di farle rispettare, li poneva in contatto con il mondo della malavita. Simis ha parlato della presenza di clan famigliari, spesso appartenenti alle minoranze ebree o caucasiche, proprietari di dozzine di fabbrichette e di reti di vendita tentacolari, nelle quali erano investiti milioni di rubli. Le loro attività avevano talvolta avuto origine dopo la guerra, a partire dal commercio dei beni presi ai paesi vinti, e si erano poi sviluppate nel settore dei servizi e nella produzione dei beni di consumo.

Tra i settori colpiti nel 1961 vi fu quello dei cambiavalute illegali, che compravano i dollari a un tasso di diverse volte superiore a quello ufficiale, fornendo così implicitamente un coefficiente di deflazione, certo impreciso ma migliore di tante stime ufficiali, utile a calcolare le dimensioni effettive dell’economia sovietica. Essi erano alimentati dal crescente flusso di turisti e dalla comunità di studenti stranieri, specie del Terzo mondo, presenti nel paese. Le aperture seguite al 1956 fecero cioè emergere i primi segni di una nuova dollarizzazione dell’economia sovietica destinata ad assumere negli anni dimensioni sempre più vaste, a testimonianza dello spontaneo movimento di individui e agenti economici verso relazioni più rispondenti alle loro preferenze di quelle imposte dal regime, in base alle sue priorità e alle sue considerazioni di status».[32]

La pratica relativamente diffusa dell’appropriazione indebita di fondi e di mezzi statali, e della parallela produzione/distribuzione illegale di mezzi di consumo, continuò con ancora maggiore vigore nell’epoca brezneviana, dato che la base materiale della «diffusione di questi comportamenti era la maglia di una rete che si estendeva dai favori reciproci che regolavano il lavoro di funzionari e dirigenti (ed erano spesso loro necessari per mandare avanti le loro imprese) e dalla corruzione di molti di essi fino alle attività illegali e criminali». Essa minava le fondamenta del concetto di proprietà pubblica e alimentava sentimenti anticomunisti: già nel 1970, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin, «circolarono tra la popolazione battute crudeli sul fondatore dello stato sovietico, che spinsero alcuni osservatori occidentali a parlare del prevalere in URSS di rassegnato pessimismo e passività ideologica».[33]

In ogni caso risulta subito evidente come la coesistenza asimmetrica e conflittuale tra i rapporti di produzione collettivistici (egemoni), e quelli capitalistici di stato (illegali e subordinati), nell’URSS del 1929-91, rappresenti involontariamente una manna dal cielo per lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento, inteso come possibilità di coesistenza (in proporzioni quasi sempre asimmetriche) della “linea rossa” e della “linea nera” nello stesso paese/area geopolitica.

Va infine affrontato anche un altro importante nodo teorico sollevato acutamente dal professor Galli, e cioè la natura del legame sussistente sul piano storico tra guerra (da leggersi: guerra militare tra stati sovrani) e rivoluzione durante l’epoca contemporanea.

Anche in questo campo concreto e stimolante di indagine vale il detto di Hegel, secondo cui “il vero è l’intero”.

Da un lato risulta infatti pesante e indiscutibile il nesso causale, seppur mediato, sussistente tra sconfitte militari e processi rivoluzionari verificatosi non solo a Parigi con l’eroica Comune del 1871 ma anche in Russia e nell’ex impero zarista dal 1914 al 1918, in Cina dal 1931 (invasione della Manciuria da parte dell’impero giapponese) fino al 1945, oltre che in Europa orientale nel 1944-1948: tuttavia questa è solo una parte, seppur molto importante, della realtà globale politico-sociale e delle esperienza storiche che sono via via maturate sul piano planetario negli ultimi due secoli.

Sull’altro versante, infatti, va ricordato come la Francia non fosse certo in guerra con altre nazioni indipendenti dal 1946 al 1954, quando perse il controllo delle “sue” colonie in Indocina grazie all’eroica e leggendaria rivoluzione antimperialista promossa dai comunisti vietnamiti e da un grande leader come Ho Chi Minh.

Un discorso analogo vale anche per l’imperialismo statunitense che, nel 1964-73, non era in guerra in modo stabile con altre nazioni se non proprio in Indocina, a partire dal “suo” stato-fantoccio del Vietnam del Sud: come nel caso precedente, bisogna liberarsi da una visione eurocentrica ed esaminare i processi rivoluzionari extraoccidentali innanzitutto dal punto di vista dei popoli in rivolta, e non solo da quello dei loro vecchi dominatori.

Anche il Portogallo fascista di Salazar non era in conflitto bellico con altre nazioni indipendenti dal 1956 al 1974, quando a sua volta perse il controllo delle “sue” colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau sempre durante gli anni in esame.

Anche Cuba non risultava certo in guerra con altri stati dal 1956 al gennaio del 1959, quando il “Davide” composto da eroici e giovani barbudos cubani, con l’aiuto di un altro giovane argentino ucciso poi in Bolivia nel 1967, riuscì a battere il “Golia” rappresentato dalla dittatura militare di Batista appoggiato dalle armi, soldi e consiglieri forniti dall’imperialismo statunitense; e un ragionamento analogo può essere effettuato anche per la splendida rivoluzione sandinista del 1961-1979.

Ma non solo.

Non è ancora abbastanza noto che, dal 1776 fino a oggi, la vera e unica “nazione guerriera” su scala mondiale è stata rappresentata dagli Stati Uniti, visto che dal 1777 gli USA sono stati in guerra (ivi comprese le cosiddette “guerre indiane” contro i nativi americani, i “pellerossa” dei film di Hollywood) per circa il novantatré percento del tempo dalla loro creazione come stato indipendente: vale a dire ben 223 dei 243 anni di esistenza come stato sovrano.

Gli anni di tregua goduti dai “pacifici” Stati Uniti sono stati solo 28 su 243, partendo dal 1776 fino ad arrivare a un 2019 che vede ancora impegnato militarmente l’imperialismo a stelle e strisce in nazioni quali l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, per citare solo i casi principali: l’unico ed eccezionale periodo nel quale gli USA rimasero addirittura cinque anni senza fare una guerra è stato quello compreso tra il 1935 e il 1940, in seguito alle ricadute della grande depressione post-1929.

Eppur… non si mosse alcunché, sul fronte rivoluzionario.

A dispetto di guerre continue, per più di due secoli e ormai da tempo combattute in giro a tutto il globo, da collegarsi tra l’altro alla pesante sconfitta subita dall’imperialismo a stelle e strisce in Vietnam e Indocina dal 1964 al 1975, finora non si è mai assistito a processi rivoluzionari su vasta scala negli Stati Uniti con la parziale e limitata eccezione dell’eroica ribellione dei contadini guidati da Daniel Shays in Massachussetts, Connecticut e Rhode Island nel 1786, rivolta contro la fiscalità repressiva (chi era più ricco pagava meno di chi era più povero) e contro la borghesia mercantile di Boston.

Se si vuole poi scavare ancora più a fondo in questo settore, il periodo storico in cui la sinistra antagonista e i movimenti di massa sono risultati più forti e organizzati negli USA è stato finora proprio quello del 1934-38, in corrispondenza temporale con l’unico e sopracitato quinquennio pacifico espresso fino ad oggi dal bellicoso stato con capitale Washington.

Ovviamente la relazione mutevole tra guerra e rivoluzione si collega strettamente a un rapporto politico ancora più generale avente per oggetto l’interconnessione tra politica ed economia, tra sfera politica ed economica.

E in questo settore specifico gran parte dei marxisti occidentali, almeno sul piano teorico, ha purtroppo dimenticato proprio l’abc dello stesso marxismo, nonostante che Lenin:

  • Nel 1922 e nel suo geniale “Che fare?” avesse notato con estrema chiarezza che “dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi” delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali”.
  • Nel gennaio 1921 sempre Lenin, nel suo splendido scritto polemico intitolato “Ancora sui sindacati”, sottolineò in modo lucido e appassionato che “la politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbicci del marxismo”.

Ormai è stata messa molta “carne al fuoco”, e serve forse una breve pausa in attesa di nuove ed eventuali “portate”, ossia dall’ampio dibattito auspicato giustamente da Giorgio Galli.

 

 

Roberto Sidoli

[1] M. Beccari, “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo”, in http://www.lacittafutura.it

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  p. 73, ed. Einaudi

[3] R. Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[4] J. Diamond, op. cit., p. 62

[5] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”,  cap. IX, Editori Riuniti

[6] J. Diamond, op. cit. p. 66

[7] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, cap. IX,  Editori Riuniti

[8] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[9] F. Engels, op. cit., cap. IX

[10] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[11] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[12] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[13] D. H. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[14] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[15] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[16] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[17]G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[18] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[19] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[23] M. S. Voslensky, Nomenklatura, pp. 208-209, ed. Rizzoli.

[24] M. S. Voslensky, op. cit., p. 245.

[25] A. Graziosi,” L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino.

[26] Op. cit., p. 429.

[27] Op. cit., pp. 215, 218, 243.

[28] Op. cit., p. 544.

[29] Op. cit., pp. 141 e 215.

[30] Op. cit., p. 439.

[31] Op. cit., p. 441.

[32] Op. cit., pp. 245-246.

[33] Op. cit., p. 378.