La CIA e il primato economico cinese

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Si è ormai affermato un nuovo “numero uno economico”, in campo mondiale.

Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina contemporanea, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.

Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.

Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.[1]

Ora, se si prende in esame il World Factbook della CIA per il 2016, alla voce “country comparison-GDP (purchasing power parity)” emerge con chiarezza come la centrale di spionaggio di Langley abbia calcolato, utilizzando a modo suo il criterio della parità del potere d’acquisto, che:

  • la Cina nel 2016 risultava indiscutibilmente prima in tale graduatoria mondiale, con un prodotto interno lordo (non nominale, ma acquisito mediante l’uso del PPA) equivalente a 21.290 miliardi di dollari;
  • sempre nel 2016 gli Stati Uniti esprimevano invece un prodotto interno lordo (PPA) pari a 18.570 miliardi di dollari.[2]

Prodotto interno lordo della Cina nel 2016 uguale a 21.290 miliardi di dollari, impiegando il metodo PPA usato dalla CIA.

Prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari, sempre con il metodo PPA utilizzato dalla CIA.

Siamo quindi in presenza indiscutibile di un prodotto interno lordo cinese che già nel 2016 superava di più del 10 percento, di più di un decimo quello statunitense: del 15 percento e di quasi un sesto, per essere più precisi, mentre un gap quasi analogo tra Pechino e Washington emerge anche prendendo in esame i dati forniti dalla CIA sulla stessa questione per l’anno 2015.[3]

Il sensibile differenziale di potenza tra i rispettivi prodotti interni lordi (PIL) di Pechino e di Washington sta inoltre aumentando a vista d’occhio a favore della Cina, vista l’asimmetria nel tasso annuale di crescita del PIL delle due nazioni in via d’esame, in tutti gli anni compresi tra il 2016 e il 2020.

Se infatti nel 2017 il PIL cinese è cresciuto del 6,9 percento rispetto all’anno precedente, l’economia statunitense l’anno scorso ha visto invece un tasso di crescita pari solo al 3 percento: facciamo ora qualche facile calcolo, non tenendo conto delle fluttuazioni (del resto molto modeste) nel tasso di cambio tra yuan e dollari.

Il PIL cinese nel 2017, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto proposto dalla CIA, è aumentato dai 21.290 miliardi di dollari del 2016 fino ai 22.752 miliardi di dollari del 2017 (21.290 + 6,9% di 21.290).

Invece il PIL statunitense è passato dai sopracitati 18,570 miliardi di dollari del 2016 ai 19.127 miliardi di dollari (18.570 + 3% di 18.570).

In estrema sintesi:

PIL cinese del 2017 = 22.752 miliardi di dollari.

PIL degli USA nel 2017 = 19.127 miliardi di dollari.

Il differenziale, e la distanza tra i prodotti interni lordi di Pechino e Washington, sta via via crescendo in modo più che evidente, come si può notare con facilità dal semplice e banale calcolo proposto poco sopra.

Non vogliamo annoiare i lettori con altri aridi conti rispetto al periodo 2018-2020, ma possiamo subito sottolineare che la potenza economica reale cinese supererà di circa il 50 percento, ossia sorpasserà di circa la metà quella invece espressa dagli Stati Uniti già alla fine del 2021, sempre usando i dati della CIA e la sua applicazione del criterio della parità del potere d’acquisto.

Si tratta di calcoli effettuati esclusivamente dalla CIA di Langley, si potrebbe obiettare: quindi forse di operazioni mentali arbitrarie e scorrette.

Errore, grave sbaglio, notevole abbaglio teorico-concreto.

Fin dal 2014 un’altra struttura di intelligence a egemonia occidentale, ossia la Banca Mondiale in una delle sue sezioni di ricerca, aveva infatti rilasciato uno studio nel quale si riconosceva che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già nell’anno ancora in corso. Alla fine di aprile del 2014 proprio l’autorevole – nei circoli occidentali, certo – quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.[4]

Banca Mondiale e 2014, CIA e 2015: persino due dei più saldi strumenti operativi e delle migliori menti collettive dell’imperialismo occidentale hanno quindi ammesso e dunque riconosciuto, tra l’altro prima di gran parte della sinistra occidentale, un fenomeno economico-sociale certo di non poco conto.

A questo punto entriamo più nel concreto, ossia nell’analisi dei settori produttivi nei quali si sostanzia e si cristallizza la nuova superiorità cinese su scala mondiale in campo produttivo e logistico.

Si può prendere il via dal settore automobilistico nel quale inaspettatamente il gigante asiatico ha superato da tempo come produttore/consumatore il vecchio e stanco ex-numero uno statunitense.

La ragione del sorpasso cinese sugli USA in questo campo risulta subito chiara e comprensibile: se nel 2005 nel mercato cinese erano state vendute meno di cinque milioni di autovetture, il loro numero era salito in soli undici anni alla quota di 23,6 milioni di veicoli nel 2016 e a quella di 30 milioni nel 2020, pari al doppio del mercato statunitense, mentre il numero di veicoli commerciali venduti all’interno del gigante asiatico risultava ormai equivalente a quattro milioni e mezzo di unità. [5]

Tali risultati non cadono certo dal cielo, avrebbe potuto notare Mao Zedong, ma derivano invece da precise scelte di politica economica: non è un caso che all’inizio del 2017 il governo cinese abbia fissato delle scadenze molto precise al fine di incentivare e stimolare il processo di crescita anche della produzione e vendita delle auto ibride ed elettriche, la cui quota sul giro di affari globale dovrà arrivare almeno all’8% nel 2018 per passare poi al 12% del 2020 e al 20% del 2025.[6]

La Cina vanta ormai da molto tempo un primato indiscutibile su scala mondiale anche nel processo di produzione di altri importanti beni di consumo, a partire dai settori dei computer e dei cellulari ormai monopolizzati da tempo da parte del gigante asiatico.

Secondo uno studio accurato dell’insospettabile – di simpatie per Pechino, ovviamente – Commissione Europea relativa all’anno 2016, la Cina produceva infatti nell’anno preso in esame:

Il 28% delle automobili del mondo, ossia quasi un veicolo su tre;

  • Il 90% di tutti i cellulari;
  • L’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;
  • L’80% di tutti i condizionatori del pianeta;
  • Il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;
  • Il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;
  • Più del 40% delle navi costruite nel 2016 sulla terra.[7]

Anche senza tenere conto degli ulteriori progressi realizzati dalla Cina negli ultimi quattro anni, siamo di fronte a dati impressionanti che attestano l’egemonia indiscutibile di Pechino all’interno del processo mondiale di produzione dei mezzi di consumo, che trova come unica pietra di paragone moderna solo quello goduto dagli Stati Uniti tra il 1944 e il 1960: ma anche rispetto al marxiano settore A, ossia al segmento della produzione di mezzi di produzione, la supremazia di Pechino si rivela molto solida e multilaterale.

La Cina da un paio di decenni si è ormai realmente trasformata nella “fabbrica del mondo”; e sempre lo studio sopracitato della Commissione Europea ha stabilito con estrema chiarezza come quasi la metà, quasi il 50% dell’acciaio prodotto su scala planetaria sia stato prodotto in Cina durante l’anno 2016, testimoniando il semi-monopolio di quest’ultima anche all’interno di questo settore economico ancora dotato di un certo peso specifico, seppur declinante.[8]

Per quanto riguarda invece la massa globale di energia consumata all’interno della dinamica produttiva, la Cina è diventata fin dal 2012 il principale consumatore di energia, come venne rilevato anche da Francesco Tamburini nel febbraio del 2013 in un suo interessante articolo su Il Fatto Quotidiano, su cui torneremo tra poco.[9]

Non sorprende, viste queste premesse, come ormai da alcuni anni la Cina sia diventata il principale produttore ed esportatore di pannelli solari su scala planetaria, raggiungendo un semi-monopolio anche in questo particolare anello del processo produttivo globale.

La superiorità cinese risulta altresì indiscutibile anche nel complesso “cemento/case”, ossia nella produzione di materie prime a scopo abitativo e nel correlato processo di urbanizzazione: dando per assodato da molto tempo il primato di Pechino anche nella produzione di cemento e degli articoli legati al settore abitativo (rubinetterie, bagni, ecc.), vogliamo focalizzare l’attenzione invece sul secondo lato della connessione dialettica sopracitata.

Come ha notato giustamente il ricercatore Giuliano Marrucci, nel suo eccellente libro intitolato “Cemento Rosso”, uno dei fenomeni socioproduttivi più rilevanti su scala planetaria durante gli ultimi quattro decenni è stato il rapido ma pianificato e controllato spostamento di oltre 500 milioni di esseri umani dalle campagne alle città, verificatosi in Cina a partire dal 1978 e creando via via il più ampio e veloce processo di urbanizzazione della storia umana.[10]

Ancora nel 1978 e all’inizio della lunga stagione di riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e dal partito comunista cinese, la Cina si trovava nella situazione sgradevole di paese agricolo: circa l’80% della popolazione e quattro cinesi su cinque risultavano infatti in quell’anno ancora insediati nelle aree rurali, mentre i cinesi che invece vivevano a quel tempo in città erano appena 172 milioni e solo il 20% della popolazione totale.

Meno di quarant’anni dopo e nel 2016, il numero di cinesi residenti nelle città era invece salito a 770 milioni di persone, circa il 56% della popolazione del gigante asiatico in meno di quattro decenni più di 500 milioni di cinesi si sono dunque spostati dalle campagne creando un processo di urbanizzazione senza precedenti: per dare un termine di confronto stiamo parlando di una massa di esseri umani pari a circa nove volte all’attuale popolazione italiana, tanto che il risultato finale è che oggi delle dieci città al mondo con maggior numero di abitanti ben cinque sono cinesi, e in tutto il paese asiatico ormai si trovano cento città con oltre un milione di abitanti, ossia come o più di Milano.

Giuliano Marrucci ha sottolineato, in modo lucido e corrispondente alla verità storica, che se la Cina in termini di reddito pro-capite ha raggiunto il livello delle egemonie di medio-basso livello solo attorno al 2005, «in termini di infrastrutture urbane questo livello era già stato raggiunto dieci anni prima. A partire dalla rete di metropolitane, che entro il 2020 sarà presente in 40 città, e che con i suoi 7000 chilometri di estensione sarà 5 volte più grande di quella statunitense. Una straordinaria capacità di investimento resa possibile dal fatto che in Cina non esiste proprietà privata dei terreni. Tutti i terreni sono di proprietà pubblica e vengono dati in concessione per periodi limitati ai costruttori, che se li aggiudicano nell’ambito di agguerritissime aste pubbliche. Sono proprio gli introiti di queste aste che finanziano ormai l’80% delle attività delle amministrazioni locali, e che permettono di alzare continuamente il livello delle infrastrutture.

E grazie all’impetuoso boom economico, nonostante la gigantesca pressione demografica che ha riguardato in particolar modo le città principali, lo spazio residenziale a disposizione di ogni cittadino urbano è passato da meno di 4 metri quadrati negli anni ’80 ai 35 metri quadrati attuali.

Ecco come si spiega il fatto che nel solo biennio che va dal 2011 al 2013 la Cina ha consumato una volta e mezzo il cemento che gli Stati Uniti hanno impiegato durante tutto il Ventesimo secolo».[11]

In estrema sintesi la Cina è diventata il più grande costruttore-architetto del pianeta, e non solo la “fabbrica del mondo”.

Anche nelle principali aree produttive nelle quali Pechino è rimasta indietro rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, a partire ovvia-mente dagli Stati Uniti, si sta assistendo da alcuni anni a una formidabile e ben pianificata rincorsa della Cina (prevalentemente) socialista rispetto ad alcuni settori dell’hi-tech.

Tralasciando per il momento il settore dell’automazione e della robotica, che analizzeremo a fondo in un prossimo capitolo, primo esempio concreto della particolare “rincorsa” produttiva attuata dal gigante asiatico nell’ultimo quinquennio è quello della produzione degli strategici chip, di semiconduttori.

Come ha notato Manolo De Agostini nel novembre del 2015, Pechino in quell’anno aveva programmato di investire nel medio termine una pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nel chip. «La Cina cerca di entrare con forza nel settore tecnologico con ingenti investimenti nel settore di semiconduttori.»

È perciò molto interessante che Tsinghua Unigroup, un conglomerato tecnologico statale che fa capo alla Tsinghua University, voglia investire qualcosa come 47 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per «costruire il terzo più grande produttore di chip al mondo dopo Intel e Samsung. A dirlo Zhao Weiguo, presidente dell’azienda, in un’intervista con l’agenzia Reuters.»[12]

Un’altra rincorsa della Cina in campo economico ha per oggetto invece il settore aeronautico civile, in precedenza appaltato alle principali imprese aeree statunitensi ed europee: e non è un caso che nel maggio del 2017 sia diventato operativo, dopo lunghi anni di progettazione e ricerca, l’aereo C 919, ossia il primo aereo commerciale prodotto autonomamente nel gigantesco paese asiatico.

L’avanzato velivolo C 919, dal costo più basso rispetto a quelli venduti da Boeing e Airbus, viene spinto da due motori del tipo CFM Leap 1C e può ospitare da 158 a 168 passeggeri in una configurazione standard da due classi, essendo in grado di percorre-re distanze comprese tra i 4 mila e i 5.600 chilometri: fino ad oggi ha ricevuto 570 ordini da 23 compagnie, quasi tutte asiatiche e cinesi in particolare.[13]

Il particolare processo di inseguimento cinese può essere altresì analizzato anche attraverso la gigantesca espansione da parte di Pechino nel settore delle batterie per auto elettriche, nel quale fino a pochi anni fa erano completamente egemoni gli americani e la Tesla di Elon Musk. Il giornale Il Fatto Quotidiano, collocato saldamente su posizioni anticomuniste, a tal proposito ha notato come la Cina stia convogliando iniziative «per costituire un autentico impero di accumulatori di ultima e prossima generazione. Un vero e proprio maremoto di energia “in scatola”, pronta effettiva-mente a travolgere la concorrenza. Quantomeno sulla carta.

Alla fine di giugno del 2017 le aziende cinesi avevano i piani per ulteriori fabbriche di accumulatori di ultima tecnologia, per una capacità produttiva complessiva superiore ai 120 gigawattora l’anno entro il 2021, secondo un rapporto da fonte interna dell’agenzia (Bloomberg Intelligence) pubblicato questa settimana.

Una quantità enorme, sufficiente ad esempio a equipaggiare di batterie, ogni anno, addirittura 1,5 milioni di veicoli Tesla Model S (che impiegano quelle più grandi) o ben 13,7 milioni di veicoli ibridi Toyota Prius Plug-In. Al confronto, quando sarà completato nel 2018, la famosa Gigafactory di Tesla riuscirà a produrre celle accumulatrici per una capacità massima entro i 35 gigawattora ogni anno».[14]

A questo punto possiamo quasi sentire già le voci dei soliti avvocati del diavolo, più o meno in buona fede: “D’accordo, state citando fatti reali, ma tutti questi miracoli produttivi si basano sui salari da fame delle tute blu cinesi”.

Si tratta di una volgare menzogna, che è stata smentita per l’enne-sima volta e in modo inconfutabile da un istituto di ricerca come l’Euromonitor International, non certo accusabili per simpatie comuniste e/o filocinesi.

Cosa contiene tale ricerca, rispetto alla sorte degli operai cinesi del Ventunesimo secolo?

Il dato eclatante della triplicazione del salario degli operai cinesi dal 2005 al 2016, l’aumento di tre volte degli stipendi nominali percepiti dalle tute blu cinesi negli undici anni compresi tra il 2005 e il 2016.

Nel 2016 il salario medio orario degli operai manifatturieri in Cina risultava infatti pari a euro 3,60, con un incremento enorme rispetto all’1,20 euro all’ora del 2005, superando tra l’altro quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e avvicinandosi rapidamente a quello delle tute blu greche e portoghesi.[15]

Se si vuole una controprova, un’indagine condotta dall’insospettabile banca svizzera Credit Suisse e pubblicata nel gennaio del 2013 ha rivelato come il salario medio mensile dei trentenni cinesi, a parità di potere d’acquisto, fosse superiore di quello dei loro coetanei italiani.

Passiamo ora al processo di analisi di altri importanti segmenti produttivi nei quali la Cina Popolare ha acquisito un ruolo egemonico, nel corso degli ultimi anni.

Va innanzitutto evidenziato come, contrariamente al senso comune che vede i cinesi come semplici imitatori delle conquiste del libero mondo occidentale, il gigante asiatico sia invece di gran lunga il primo innovatore e il “genio creativo” tra i paesi del mondo, specialmente in settori come le telecomunicazioni, l’informatica e la tecnologia medica, raggiungendo da solo la quota di un terzo delle richieste di nuovi brevetti su scala mondiale nel corso del 2015.

Tale fenomeno sorprendente ma indiscutibile viene certificato tra gli altri dal “World Intellectual Property Indicators – 2016”, l’annuale rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), che assegna alla Cina il ruolo di paese all’avanguardia con la bellezza di 1.010.406 richieste di nuovi brevetti, nel 2015: in pratica un terzo di tutte le richieste mondiali. «Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina – ha dichiarato il direttore generale della WIPO, Francis Gurry – È la prima volta in assoluto al mondo che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste. In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della protezione dei diritti di proprietà intellettuale ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014, e la Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285).

Per quanto riguarda i settori innovativi a maggior tasso di sviluppo, in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9% del totale), macchine elettriche (7,3%) e comunicazione digitale (4,9%): e anche nelle domande per nuovi marchi si è assistito a un significativo balzo in avanti della Cina che primeggia anche in questa classifica, con 2,83 milioni domande di registrazione sui 6 milioni e poco oltre di richieste in tutto il mondo.»[16]

Anche rispetto ai rapporti di forza planetari creatasi all’interno del campo del commercio internazionale la Cina ha ormai accumulato, a partire dal 2013, una superiorità abbastanza sensibile rispetto al numero due e al concorrente statunitense.

Nell’articolo sopracitato del febbraio 2013, Francesco Tamburini ha ammesso che nel 2012 la Cina aveva superato gli Stati Uniti, diventando la prima potenza commerciale del mondo.

«Mentre Washington perde un primato che deteneva dalla fine della Seconda guerra mondiale, Pechino diventa il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia.

Il totale delle importazioni ed esportazioni americane nel 2012, secondo i dati pubblicati dal dipartimento del Commercio, ammonta a 3.820 miliardi di dollari, contro i 3.870 miliardi riportati da Pechino. Gli Stati Uniti perdono così un primato che detenevano dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La battaglia tra le due superpotenze mondiali, come sempre, porta a chiare conseguenze anche in Europa. Pechino sta infatti diventando il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia. “Per molti Paesi in tutto il mondo la Cina sta diventando rapidamente il partner commerciale più importante”, ha spiegato O’Neill a Bloomberg, sottolineando che andando avanti di questo passo sempre più paesi europei privilegeranno una partnership con Pechino, snobbando le nazioni più vicine.»[17]

E la correlazione di potenza su scala mondiale in campo bancario? Almeno in questo settore gli Stati Uniti hanno forse mantenuto il loro precedente primato su scala planetaria?

No, non esattamente.

Stando infatti a un rapporto dell’insospettabile istituto Mediobanca, elaborato alla metà del 2017, nel 2016 si ormai assistito al sorpasso cinese anche nel campo bancario come ha dovuto riconoscere con tristezza persino Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria.

Infatti al primo posto della classifica mondiale delle banche, in termini di redditività, si è ormai installata la statale e cinese ICBC (Industrial and Commercial Bank of China), scalzando bruscamente dal primato la statunitense JP Morgan; al terzo posto della classifica di Mediobanca si trova un altro istituto finanziario pubblico di Pechino, ossia la China Construction Bank, seguita da un’altra banca di Pechino, l’Agricultural Bank of China; se al quinto posto della classifica in esame risulta ancora occupato dalla statunitense BOFA, al sesto spunta invece la cinesissima e statale Bank of China.[18]

In questo campo di analisi spicca inoltre un altro dato illuminante, fornito dall’insospettabile società Brand Finance all’inizio del 2017: sempre nel 2016 i marchi delle banche statali cinesi avevano superato per la prima volta in valore e reputazione quelli americani, ancora di proprietà privata anche se salvati nel 2008/2009 dai soldi pubblici e della regola del capitalismo di stato, per cui vige “la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”.

Secondo l’analisi di Brand Finance, «principale società mondiale di valutazione del marchio (maggiore cespite intangibile delle imprese), la banca col brand più ricco è l’Industrial and Commercial Bank of China: 47,8 miliardi di dollari (Icbc, +32% su 2016, il 20% della capitalizzazione complessiva) che supera l’americana Wells Fargo (41,6 miliardi, -6%) marcata stretta da China Construction Bank (41,3 miliardi, +17%). Usa e Cina si alternano fino all’ottavo posto: JP Morgan Chase, Bank of China, Bank of America, Agricultural Bank of China, Citi. Se 20 anni fa sui primi 100 marchi la Cina era lo 0,2% del valore complessivo, oggi batte gli States 24% a 23%. La Gran Bretagna valeva il 16%, oggi il 6, la Francia il 5% oggi il 4, l’Italia l’1%.

Brand Finance valuta su tre criteri: investimenti diretti o indiretti sul marchio (pubblicità, personale, ricerca e sviluppo); ritorno di immagine presso clienti e stakeholder in genere (tramite sondaggio); volume d’affari. Le banche cinesi hanno una reputazione che quelle occidentali «possono solo sognare». Questi istituti hanno vissuto marginalmente la bufera finanziaria del 2008, hanno una platea di (fiduciosi) clienti e potenziali tali proporzionale alla crescita del benessere nel Paese, su impulso del governo sono al centro di grandi investimenti, domestici e non.»[19]

Cina: il primato “della crescita del benessere del paese”, per l’appunto, e non dell’1% della popolazione.


[1] “USA contro Cina: qual è la prima economia del mondo?”, 1 settembre 2017, in http://www.risparmiamocelo.it

[2] Central Intelligence Agency, “The World Factbook”, 2016, voce “Country comparison – GDP (Purchasing Power parity)

[3] “USA contro Cina…” op. cit.

[4] “La Cina prima economia al mondo già nel 2014”, 30 aprile 2014, in http://www.rainews.it

[5] “Un bilancio del mercato cinese dell’auto nel 2016”, 24 gennaio 2017, in http://www.alvolante.it

[6] M. Ecchelli, “Auto elettriche, la Cina è leader nel mondo”, 18 ottobre 2017, in http://www.omniaauto.it

[7] “La Cina produce il 90% dei cellulari, l’80% dei computer”, 31 ottobre 2017, in http://www.truenumbers.it

[8] “La Cina produce il 90% dei …”, op. cit.

[9] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti, ora è la prima potenza commerciale del mondo”, 10 febbraio 2013, in http://www.ilfattoquotidiano.it

[10] G. Marrucci, “Cemento Rosso”, ed. Mimesis

[11] “Cemento Rosso a Lo Quarter: come la Cina ha trasferito 500 milioni di persone dalle campagne alle città”, 17 giugno 2016

[12] M. De Agostini, “Cina: pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nei chip”, 16 novembre 2015, in http://www.tiomshw.com

[13] L. Cillis, “Spicca il volo il C 919, primo aereo commerciale cinese”, 5 maggio 2017, la Repubblica

[14] A. Savasini, “Cina, in rampa di lancio le mega fabbriche di batterie. E Elon Musk trema”, 30 giugno 2017, in Il Fatto Quotidiano

[15] “In dieci anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo”, 28 febbraio 2017, in http://www.sinistra.ch

[16] “Innovazione e marchi, la Cina prima nel mondo”, 11 giugno 2017, in http://www.centonove.it

[17] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti…”, op cit.

[18] A. Fontano, “Banche globali, sorpasso della cinese ICBC su JP. Morgan”, 13 luglio 2017, Il Sole 24 Ore

[19] A. Quarati, “Banche, il marchio cinese vale più di quello USA”, 1 febbraio 2017, in http://www.themeditelegraph.com

Fiducia nel partito comunista cinese: gli undici criteri

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

L’elemento politico principale che funge da legame, collante e da “cemento armato” per i comunisti e i loro simpatizzanti (un’analisi in parte diversa va invece effettuata rispetto alle masse popolari), risulta ormai da più di un secolo “il grado di fiducia collettiva e individuale nel partito rivoluzionario e nei suoi dirigenti, la convinzione che essi operino realmente nell’interesse generale dei lavoratori e al fine di costruire il socialismo/comunismo sia nel loro paese di appartenenza sia su scala mondiale.”

Tale fattore si rivela fondamentale, visto che se un rivoluzionario non crede che il suo partito di riferimento sia comunista e che lotti concretamente e con efficacia per il socialismo, non ha ragione di impegnarsi a erogare tempo ed energie per esso: più nello specifico e prendendo spunto dal centesimo anniversario della fondazione del partito comunista cinese, per quale motivo bisognerebbe appoggiare (criticamente) e difendere la Cina del 2021, se essa non risulta socialista almeno nelle sue linee principali?

Il criterio generale che deve adottare un comunista per accordare – o togliere – fiducia e appoggio concreto a un partito e/o stato, almeno a livello molto generale, risulta semplice visto che in questo campo diventa decisiva la pratica, la praxis collettiva del particolare partito e/o stato preso in esame; già Marx notò, nelle sue celebri e geniali “Tesi su Feuerbach” del 1845, che “nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica” (seconda tesi su Feuerbach).

Ma come possono i comunisti declinare e usare, nel caso concreto in esame (fiducia/non fiducia), tale canone e criterio generale rispetto a un partito e/o stato?

Emergono undici criteri, combinati tra loro, da utilizzare nel processo di verifica della praxis/lotta.

Si deve dunque osservare con spirito obiettivo se un partito e/o stato:

  1. si esprimano, pubblicamente e a livello di massa, a favore del comunismo e del marxismo-leninismo, difendendo pubblicamente i suoi principali leader politici (Marx, Engels, Lenin) e soprattutto diffondendo costantemente il pensiero marxista, la sempre attuale concezione materialistico-dialettica del mondo e del genere umano;
  2. lottino senza soluzione di continuità per conquistare il potere e il controllo degli apparati statali o per conservare tale egemonia, nel caso abbiano già effettuato con successo il salto di qualità rivoluzionario, al fine di attuare la socializzazione dei principali mezzi di produzione sociali;
  3. promuovano con successo un processo di accumulazione continua di forze (politiche, economiche, organizzative, di consenso, ecc.) nel loro paese di appartenenza, attraverso lotte concrete e vittorie sul campo;
  4. lottino per migliorare le condizioni di vita materiali e culturali delle masse popolari, ottenendo a loro vantaggio il massimo possibile, in base ai rapporti di forza politico-sociali e al livello di sviluppo delle forze produttive esistenti;
  5. lottino contro l’imperialismo e pertanto siano circondati dall’ostilità politica e ideologica-culturale della borghesia mondiale e dei suoi mandatari politici, socialdemocrazia inclusa;
  6. promuovano con una propaganda a livello di massa, oltre che con forme di azioni più concrete i “quattro anti”, e cioè:
    • antifascismo;
    • antimperialismo (lotta allo sfruttamento/dominio su scala mondiale);
    • antirazzismo, compresa la lotta contro l’antisemitismo e il sionismo;
    • antisessismo, lotta contro lo sciovinismo maschilista, ecc.;
  7. esprimano dei dirigenti preparati sul piano pratico e ideologico, che si impegnino con continuità nell’azione politica e teorica non godendo di netti ed evidenti privilegi materiali rispetto a un lavoratore qualificato del loro paese;
  8. siano in grado di esprimere una reale unità di azione e di direzione al loro interno, oltre che di effettuare una seria autocritica rispetto agli errori già commessi individuandone le cause e rimediando con rapidità ad esse, come sottolineò Lenin nel 1920 nel suo “Estremismo, malattia infantile del comunismo”;
  9. sappiano affrontare e risolvere con successo e spirito creativo i nuovi problemi, le nuove contraddizioni e le sfide inedite che vengono via via presentate dalla dinamica costante del processo storico (si pensi a Lenin e ai bolscevichi del 1902-1917 rispetto alla nuova era dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria e della controrivoluzione borghese);
  10. riescano a conquistare il consenso almeno delle sezioni più avanzate della classe operaia, delle masse popolari e dei giovani del loro paese;
  11. sussista una linea di continuità, di resilienza e di persistenza storica (il “fattore tempo”) sia nella loro riproduzione politico-materiale che nel grado di successo nell’affrontare le questioni proposte in precedenza.

Ora, solo la combinazione dialettica e simultanea tra tutti i criteri indicati può fornire una reale risposta al dubbio “cartesiano” sulla fiducia/non fiducia, permettendo pertanto di “dubitare del dubbio” (Marx): un solo criterio sicuramente non basta e a tale scopo serve un processo di verifica incrociata, con molti passaggi e analisi sulla praxis di un determinato partito e/o stato.

In ogni caso i primi quattro criteri in esame (diffusione tra le masse dell’identità comunista e della concezione leninista; lotta efficace per conquistare/difendere il potere; successo nell’azione tesa ad accumulare forze e azione efficace di massa rivolta nel migliorare le condizioni di vita delle masse popolari) risultano i principali strumenti utilizzabili, ma anche i rimanenti acquisiscono un certo spessore e valore intrinseco, sia sul piano direttamente politico che su quello teorico. Verifichiamo tale efficacia nel caso specifico della Cina (prevalentemente) socialista sul piano socioproduttivo e politico-sociale.

In primo luogo il partito comunista cinese (PCC) sicuramente si esprime pubblicamente, senza sosta e davanti a centinaia di milioni di cinesi a favore del socialismo e del marxismo, tanto che la situazione della Cina risulta assai chiara sotto questo punto.

Nel gennaio del 2014 il comitato Centrale del PCC confermò ad esempio la decisione di sviluppare le riforme in Cina “sotto la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguendo la guida del marxismo-leninismo del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping, dell’importante pensiero delle “Tre rappresentanze” e della concezione scientifica dello sviluppo”: tale dichiarazione, pubblicata il 29 gennaio 2014, venne diffusa attraverso tutti i mass-media cinesi raggiungendo centinaia di milioni di persone nel gigantesco subcontinente asiatico.

Il 21 luglio del 2014 il Dipartimento organizzativo del PCC ribadì, sempre per fare un altro esempio, che i quadri e i funzionari del governo e del partito “devono tenere ferma la convinzione nel marxismo per evitare di perdersi nei clamori della democrazia occidentale”, sempre in un atto pubblico e conosciuto (attraverso la stampa e le televisioni) da molte decine di milioni di cinesi; il 23 dicembre del 2013, commentando i 120 anni dalla nascita del grande comunista Mao Zedong, sull’importantissimo “Quotidiano del Popolo” il segretario generale del PCC Xi Jinping, sottolineò altresì l’importanza decisiva del pensiero-praxis di Mao, sia per il processo di sviluppo creativo del marxismo che per la “sinizzazione” del marxismo, oltre a ribadire che gli “errori commessi non tolgono niente alla grandezza di Mao e ai suoi contributi” alla causa del comunismo: parole testuali di Xi Jinping, conosciute anche esse a livello di massa.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati a dismisura: ci limitiamo solo a far notare che il 7 settembre 2012 sempre il “Quotidiano del Popolo” pubblicò un articolo in cui si sottolineava, con evidente soddisfazione, che “il leninismo è ancora importante in Cina” davanti alle decine di milioni di suoi lettori (“Leninism still relevant to China: CPC Think tank”, in english.peopledaily.com.cn, 27 settembre 2012), oppure che all’inizio del 2015 sempre il compagno Xi Jinping ha evidenziato l’importanza del materialismo dialettico e del suo uso creativo per il PCC.

Passando al secondo criterio di verifica della praxis, nessuno al mondo ha dubbi sul fatto che in Cina si sia riprodotta dal 1949 ad oggi un’egemonia solida del partito comunista cinese sul piano politico-sociale, che dura ormai da più di 65 anni.

Rispetto invece ai rapporti sociali di produzione basta sottolineare come dai dati forniti nel luglio del 2014 dalla rivista USA “Fortune”, arciborghese e ipercapitalistica, rispetto alle 500 più grandi imprese cinesi emerga con chiarezza come le prime 10 imprese della classifica cinese siano tutte di proprietà pubblica e statale: tutte e dieci, senza eccezioni. (“Top 10 companies in China all state owned”, 14 luglio 2014, in http://www.china.org.cn).

Un sito anticomunista, il “World Crunch”, notò a sua volta con disgusto come nel 2013 ben 85 imprese cinesi risultassero inserite nella lista di Fortune sulle 500 più grandi imprese a livello mondiale (su scala planetaria, si noti bene…), e che proprio tra le 85 “big” della Cina Popolare “il 90%” – quindi nove decimi –  “sono imprese statali”, e cioè ben “77 su 85”. (“Why more chinese firm on the Fortune 500 is bad news for China”, 24 luglio 2013).

Se si passa invece alla classifica di Fortune per il 2020 sempre riguardo alle 500 più grandi aziende mondiali, sulle 124 imprese cinesi in quell’anno comprese nella lista ben 91, cioè il 73%, erano di proprietà statale, identificate in inglese con l’acronimo SOE e a cui apparteneva contando il 78% del fatturato totale delle aziende cinesi.

Secondo l’anticomunista Center for Strategic & International studies, infatti, “le più grandi aziende cinesi nella maggior parte dei settori sono SOE e 91 dei 124 membri cinesi dell’ultima Fortune Global 500 sono SOE. Vale la pena notare che il nostro conteggio differisce da quello di Fortune, che classifica solo il 68% (84) delle aziende cinesi come SOE. Sono stati ordinati esclusivamente in base al fatto che un’entità statale detenga più del 50% di proprietà formale; la nostra decisione ha tenuto conto anche dell’effettivo controllo aziendale. Ad esempio Fortune etichetta Gree, un produttore di elettrodomestici con sede a Zhuhai, come privato, ma sul suo sito Gree afferma chiaramente che si tratta di una SOE di proprietà locale”.[1]

Sono dati forniti da insospettabili fonti anticomuniste, rivista Fortune in testa, ma che non si trovano invece nei mass-media e nei siti che in Italia si autodefiniscono comunisti, a partire dal “Manifesto” e con rare eccezioni.

Sui siti e sulle riviste “antagoniste”, italiane e occidentali, non si troverà quasi mai, ad esempio, un’altra notizia eclatante: la rivista anticomunista Fortune ha ammesso che le banche cinesi, inserite nel luglio del 2014 nella sua classifica sulle 500 aziende cinesi, risultano tutte e senza eccezione di proprietà statale, mentre tali istituti finanziari pubblici, statali e collettivi, hanno ottenuto la metà dei profitti totali dei 500 “big” della Cina Popolare. Una massa formidabile di profitti per la collettività e che ammonta a 205 miliardi di dollari, pari a più di un decimo dell’intero prodotto interno lordo dell’Italia nel 2013. (“Top 10 companies in China are all state owned”, 14 luglio 2014).

Quelli citati sono “fatti testardi” (Lenin), ma ancora oggi troppi compagni in buona fede non ne sono a conoscenza, con inevitabili e negative ricadute politiche sulla già disastrata sinistra antagonista italiana.

Rispetto al criterio, quello dell’accumulazione di forze e della modifica a favore del socialismo della correlazione di potenza interna/internazionale, persino la CIA di Langley nel 2017 ammise che, nel corso del 2016, la Cina Popolare era diventata la prima potenza economica mondiale a parità di potere di acquisto, scavalcando e superando gli Stati Uniti; tutti i comunisti sono a conoscenza della disastrosa situazione economico-sociale della Cina nel 1948, ossia prima che il PCC guidato da Mao Zedong prendesse il potere.

Per quanto riguarda invece la lotta e la praxis collettiva tesa al miglioramento concreto delle condizioni di vita materiali e culturali degli operai, dei contadini e delle masse popolari cinesi, il PCC del 1977 fino ad oggi ha ottenuto risultati clamorosi e successi eclatanti, ammessi persino da alcuni commentatori anticomunisti occidentali. Prendendo ad esempio un libro di Fareed Zakarìa, sicuro anticomunista, intitolato “L’era post-americana”, il suo autore ammise che dal 1976 il potere d’acquisto reale dei cinesi risultava aumentato come minimo di sei volte e nel giro di poco più di tre decenni, mentre a sua volta un politico conservatore e borghesissimo come Henry Kissinger ha ammesso a malincuore che “la Cina ha ottenuto risultati eccezionali sul piano economico”.[2]

Basta ricordare, come ulteriore fatto testardo, che persino istituti di ricerca occidentali hanno ammesso che dal 2005 al 2016 si è assistito alla triplicazione del salario medio degli operai cinesi; un aumento di ben tre volte.

Rispetto invece alla posizione e alla proiezione su scala internazionale di Pechino, risulta chiaro che la Cina Popolare:

  • non fa parte della NATO e del blocco occidentale, ma anzi subisce un lungo embargo sull’alta tecnologia e sulle armi militari da parte degli USA che è iniziato dopo il giugno 1989, e che dura fino ad ora;
  • è in ottimi rapporti con Cuba socialista da più di tre decenni;
  • è in ottime relazioni con la Corea del Nord, un’altra “parìa” rispetto agli occhi occidentali;
  • dal 1999 ha contribuito a creare il patto di Shanghai e il BRICS, due alleanze politiche nelle quali per fortuna non sono presenti le potenze imperialiste;
  • dal 1999 ha creato via via delle relazioni di alleanza strategica con la Russia di Putin, un altro pugno nell’occhio per l’imperialismo occidentale;
  • si è opposta, nell’estate del 2013 e in seguito, alla minaccia di intervento imperialista in Siria;
  • ha ottime relazioni con l’Iran, invece sottoposto all’embargo occidentale;
  • ha costituito rapporti economici e politici reciprocamente vantaggiosi con le nazioni africane, a partire dal Sudafrica;
  • ha creato mano a mano paritarie e ottime relazioni con quasi tutte le nazioni dell’America latina, rapporti che costituiscono un vero e proprio fumo negli occhi per l’imperialismo statunitense (si pensi al Venezuela).

Viste tali interconnessioni non risulta certo casuale che la Cina (prevalentemente) socialista non sia amata dai circoli dirigenti occidentali: da parte di questi ultimi – oltre che da gran parte della disastrata sinistra occidentale – sono state espresse continuamente simpatie, appoggi politici e finanziari per l’ex-feudatario (fortunatamente espropriato) Dalai Lama, per i separatisti e terroristi islamici dello Xinjiang, per le forze indipendentiste che a Taiwan e Hong Kong lavorano contro il processo di riunificazione della Cina oltre che, ovviamente, per il dissenso anticomunista che agisce all’interno del subcontinente cinese.

Passando invece al processo di analisi del sesto criterio proposto in precedenza, l’antimperialismo e l’antifascismo fanno parte del codice genetico politico della Cina contemporanea, visto che dal 1839 (dalla famigerata “guerra dell’oppio” anglofrancese) fino al 1948 essa ha dovuto sopportare una serie di interminabili e sanguinose aggressioni straniere, tra cui emerge il tentativo di conquista del territorio cinese da parte del fascismo nipponico, che provocò venti milioni di morti cinesi  tra il 1931 e il 1945: un Giappone in cui i leader vanno ancora in pellegrinaggio in un famigerato cimitero nel quale sono onorati anche alcuni dei feroci criminali di guerra nipponici, protagonisti delle aggressioni dell’imperialismo del Sol Levante contro molti popoli asiatici, a partire da quello cinese.

Il popolo e il governo cinese, inoltre, nutrono una tradizionale e ipergiustificata avversione e ripugnanza dello sciovinismo razzista, spesso impiegato in terra occidentale contro i “gialli”, come ad esempio avviene tuttora negli Stati Uniti, la patria del Ku Klux Klan e di atti bestiali di razzismo contro gli afroamericani che perdurano anche ai nostri giorni.

Per quanto riguarda invece le capacità politiche e umane dei dirigenti del PCC, a partire dal compagno Xi Jinping, esse risultano ammesse persino dagli avversari più intelligenti di Pechino, come del resto la capacità di autocritica (ad esempio rispetto ai gravi errori commessi durante la “Rivoluzione culturale” del 1966-1976), l’unità d’azione e lo spirito creativo espresso via via dal comunismo cinese dal 1977 ad oggi, con rare eccezioni.

Non è dunque casuale che il PCC (partito comunista cinese) sia divenuto il partito più numeroso del mondo, forte di ben 92 milioni di iscritti e l’espressione politico-sociale degli operai, contadini e intellettuali più avanzati del grande paese asiatico; un partito che, dal 1921 ad oggi, per un secolo ha tracciato una precisa “linea rossa” ben apprezzata (pur con i suoi inevitabili difetti e limiti) dalle masse popolari cinesi e da sezioni più estese dei comunisti occidentali, costruendo una dinamica “linea rossa” in cui emerge la reiterata e dichiarata fedeltà all’obiettivo finale del comunismo sviluppato, nel 1921 come nel 2021.

Un albero lo si vede dai suoi frutti” e dai suoi risultati concreti, in Italia come in Cina, almeno secondo il criterio gnoseologico fondamentale del materialismo dialettico, elaborato da Marx fin dalle sue geniali Tesi su Feuerbach del lontano 1845.

APPENDICE

Nel 2020 ben ventidue (22!) delle venticinque più grandi imprese cinesi risultavano principalmente di proprietà pubblica, statale o municipalizzata.

1) Gruppo Sinopec Pechino 407.009 6.793,2 317.515,7 582.648 Petrolio Di proprietà statale

2)  State Grid Corporation of China Pechino 383.906 7.970.0 596.616,3 907.677 Utilità elettrica Di proprietà statale

3) China National Petroleum Pechino 379.130 4.443.2 608.085,6 1.344.410 Petrolio Di proprietà statale

4) China State Construction Engineering Pechino 205.839 3.333.0 294.070,0 335.038 Costruzione Di proprietà statale

5) Ping An Insurance Shenzhen 184.280 21.626,7 1.180.488,5 372.194 Assicurazione Pubblico

6) Banca Industriale e Commerciale Cinese Pechino 177.069 45.194,5 4.322.528,4 445.106 Banca commerciale Di proprietà statale

7) China Construction Bank Pechino 158.884 38.609,7 3.651.644,6 370.169 Banca commerciale Di proprietà statale

8) Banca Agricola della Cina Pechino 147.313 30.701,2 3.571.541,7 467.631 Banca commerciale Di proprietà statale

9) Banca di Cina Pechino 135.091 27.126,9 3.268.837,9 309.384 Banca commerciale Di proprietà statale

10) China Life Insurance Pechino 131.244 4.660,3 648.393,2 180.401 Assicurazione Di proprietà statale

11) Huawei Shenzhen 124.316 9.062.1 123.269.9 194.000 Apparecchiature per le telecomunicazioni Limitato (privato)

12) China Railway Engineering Corporation Pechino 123.324 1.535,3 152.982,5 302.394 Costruzione Di proprietà statale

13) Motore SAIC Shanghai 122.071 3.706,1 121.930,8 151.785 Settore automobilistico Di proprietà statale

14) China Railway Construction Pechino 120.302 1.359,2 155.597,9 364.907 Costruzione Di proprietà statale

15) China National Offshore Oil Pechino 108.687 6.957,2 184.922,2 92.080 Petrolio Di proprietà statale

16) compagnia telefonica cinese Pechino 108.527 12.145,1 266.190,3 457.565 Telecomunicazioni Di proprietà statale

17) Pacific Construction Group Ürümqi 97.536 3.455 63.694.6 453.635 Costruzione Privato

18) China Communications Construction Pechino 95.096 1.332,6 232.053,4 197.309 Costruzione Di proprietà statale

19) China Resources Hong Kong 94.758 3.571,6 232,277,1 396.456 Farmaceutico Di proprietà statale

20) FAW Group Changchun 89.417 2.847,8 70.353,7 129.580 Settore automobilistico Di proprietà statale

21) China Post Pechino 89.347 4.440,9 1.518.542,8 927.171 Corriere Di proprietà statale

22) Gruppo Amer International Shenzhen 88.862 1.807,3 23.170,8 18.103 Metallo Privato

23) China Minmetals Pechino 88.357 230.1 133.441,7 199.486 Metallo Di proprietà statale

24) Dongfeng Motor Wuhan 84.049 1.328,4 71.423,3 154.641 Settore automobilistico Di proprietà statale

25) JD.com Pechino 83.505 1.763,7 37.286,1 227.730 E-commerce Pubblico.[3]


[1] S. Kennedy, “The biggest but not the strongest: China’s Place in the Fortune Global 500”, 18 agosto 2020, in csis.org

[2] N. Ferguson, D. D. L., H. Kissinger e F. Zakarìa, “Il XXI secolo appartiene alla Cina?”, p. 21, ed. Mondadori

[3] “Elenco delle più grandi società cinesi”, in it.qaz.wiki

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

Per il centesimo anniversario del partito comunista cinese

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

36228974. UY385 SS385 Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico-sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Žižek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e micro sette di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo, poi, l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode, infatti, di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece, ad esempio, lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sei milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km²: la Cina rappresenta il terzo paese nel mondo, dopo Russia e Canada, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta, inoltre, collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina a nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno” a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato “Spostamento del centro di gravità mondiale”.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata, come minimo fin dal 2014, la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudo teorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Žižek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense “Fortune”, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava, quindi, di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da solo undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato “La grande iniziativa”, che “la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta”.

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

• i supercomputer;

• le comunicazioni quantistiche;

• il settore spaziale;

• le nanotecnologie;

• l’intelligenza artificiale;

• la produzione e utilizzo di robot;

• treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);

• le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai, il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi “non accettò più i sacrifici imposti dal comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche.

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto, le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells.

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (in cui i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un suo particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del “Decreto sulla pace” del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che “la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa”.

“Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali, petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale” (Alfred McCoy, “Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo”), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un’enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione, non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese “International Critical Thought”, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma “assume il volto di una iniziativa di edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale”.

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente: quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?

La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Zizek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa, che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e microsette  di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo poi l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode infatti di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece ad esempio lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sette milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km2: la Cina rappresenta il quarto paese nel mondo, dopo Russia, Canada e Stati Uniti, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta inoltre collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina, con nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno”  a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato Spostamento del centro di gravità mondiale.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata come minimo fin dal 2014 la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudoteorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Zizek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense Fortune, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da soli undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato La grande iniziativa, che «la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta».

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

  • i supercomputer;
  • le comunicazioni quantistiche;
  • il settore spaziale;
  • le nanotecnologie;
  • l’intelligenza artificiale;
  • la produzione e utilizzo di robot;
  • treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);
  • le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi «non accettò più i sacrifici imposti dal “comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche».

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells,

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (nelle quali i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un  proprio particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del Decreto sulla pace del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che «la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa.

Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali: petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale» (Alfred McCoy, Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese International Critical Thought, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma «assume il volto di una iniziativa di “edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale».

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente, quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?

L’assalto al cielo e il “mondo nuovo”.

Pubblichiamo il capitolo undicesimo “L’assalto al cielo e il “mondo nuovo” tratto dal libro Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?  di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

CAPITOLO UNDICESIMO

L’assalto al cielo e il “mondo nuovo”.

La principale modalità operativa assunta all’interno del mondo occidentale del prometeismo di matrice collettivistico durante gli ultimi due secoli, a partire dal 1789 e dalla rivoluzione francese, è costituita dalla titanica lotta collettiva condotta da frazioni più o meno consistenti di operai e lavoratori salariati (oltre che di intellettuali) e tesa ad abbattere i rapporti di produzione classisti lottando con gravi problemi, contraddizioni interne più o meno acute e soprattutto contro nemici assai più potenti sul piano materiale per creare e costruire un “mondo nuovo”: ossia una formazione economico-sociale di matrice cooperativa e socialista, in una linea rossa che parte dagli Arrabbiati guidati da Jacques Roux e dalla congiura degli Eguali da Babeuf-Buonarroti per arrivare mano a mano all’inizio del nostro terzo millennio.

Come sottoprodotto di tale fenomeno politico-sociale, inoltre, un’altra forma importante di espressione non teorica del prometeismo rosso si è sostanziata nella speranza collettiva riposta da segmenti più o meno ampi delle masse popolari occidentali, ivi compresa la Russia, rispetto a leader politici ed “eroi rossi” (Ernst Bloch) ritenuti in possesso di eccezionali doti politiche, intellettuali e morali, tali da trasformarli più o meno completamente in supereroi agli occhi dei suoi seguaci.

Partiamo comunque dall’analisi del “prometeismo della rivolta”, ossia del titanismo insito nei processi insurrezionali popolari che sono stati purtroppo sbaragliati e annientati nel mondo occidentale, immediatamente al loro sorgere oppure dopo solo un breve istante storico di conquista del potere, dopo solo una “breve estate” (H. M. Enzensberger) di inebriante vittoria.

Il prototipo di tale fenomeno fu ovviamente l’esperienza della Comune di Parigi del 1871, finito in un bagno di sangue e nelle migliaia di fucilazioni di comunardi da parte del governo borghese di Thiers: e un cantore della rivoluzione fu proprio quel Marx che, in una lettera del 12 aprile del 1871 indirizzata al socialista tedesco L. Kugelmann, esaltò gli insorti parigini pronti “ad attaccare il cielo” notando “quale coraggio, quanta intraprendenza storica, quale capacità di donarsi hanno questi parigini! La storia non ha ancora visto un uguale eroismo”.[1]

Gli operai e le masse popolari parigine furono realmente eroiche nel marzo-maggio 1871!

La loro sollevazione momentaneamente vittoriosa, la loro eroica difesa contro lo strapotere reazionario borghese e, infine, il loro martirio (ventimila i morti sulle barricate, decine di migliaia fucilati dopo la sconfitta o condannati ai lavori forzati) costituirono una sorta di modello del moderno prometeismo collettivistico, solidale e altruistico.

Tra l’altro va sottolineato come Karl Marx, in piena sintonia con il fedele amico Engels, più volte e alcuni mesi prima della gloriosa insurrezione avesse messo in guardia (già nel settembre del 1870) i proletari francesi dal rischio di una rivolta prematura e destinata alla sconfitta, visti i rapporti di forza esistenti allora sia in Francia che a livello europeo.

Ma l’eroismo, a volte, consiste proprio nell’andare contro la logica razionale e il calcolo freddo dei rapporti di forza, visto che il “prometeismo della rivolta” ha come suo elemento costitutivo la ricerca cosciente della conflittualità e dello scontro aperto contro un nemico di regola più potente e agguerrito sul piano materiale, anche solo per i suoi molteplici legami internazionali con le borghesie di altri paesi.

Non siamo comunque in presenza di rarissime eccezioni, visto che almeno fino al 1968-69 il prometeismo della ribellione collettiva ebbe via via tutta una serie di importanti epifanie di massa all’interno della classe operaia occidentale.

Per rimanere al suolo italiano, lo storico Renzo Del Carria ha elencato la lunga e sfortunata serie di sollevazioni e di sanguinosi scontri con gli apparati statali che avevano via via visto come protagonisti gli operai, i braccianti e i contadini poveri, a partire dalla tentata insurrezione dei “barabba” (operai e sottoproletari) milanesi del febbraio 1853 e dalla guerriglia di massa promossa da decine di migliaia di contadini dell’Italia meridionale (i cosiddetti “briganti”), tra il 1861 e il 1865, fino ad arrivare al grandioso sciopero generale del luglio 1948, avviato in seguito all’attentato subìto dal leader del partito comunista italiano Palmiro Togliatti, per mano di un fascista.[2]

Anche se mai vittoriose e (finora) impegnate in uno scontro impari, minoranze significative del proletariato occidentale, più o meno ampie a seconda dei casi, hanno in passato e tuttora esprimono passioni e desideri di rivolta in aperto conflitto con il sistema capitalistico nel suo complesso, impegnandosi in prima persona, seppur con livelli molto diversificati di militanza e di coscienza politica, in una lotta molto spesso sfortunata contro la borghesia occidentale, rimasta egemone in tutte le sfere politico-sociale durante gli ultimi due secoli.

Una seconda forma di espressione pratico-collettivistica del titanismo di matrice cooperativa si è materializzata nella valorosa e impari lotta condotta dall’avanguardia rivoluzionaria del proletariato occidentale contro quelle dure repressioni, statali e/o padronali, che hanno carsicamente colpito il processo di sviluppo dei movimenti socialisti e comunisti, creando ancora oggi un formidabile titanismo “della resilienza”.

Si tratta di una lunga, eroica e secolare “resistenza rossa” contro multiformi serie di arresti, licenziamenti, torture, uccisioni e sparizioni che, per restare alla sola Germania, comprende al suo interno la battaglia sostenuta dalla socialdemocrazia (allora su posizioni prevalentemente rivoluzionarie) contro le leggi antisocialiste di Bismarck dal 1878 al 1890, l’eroico lavorio sotterraneo del partito comunista tedesco contro Hitler (1933-1945) e l’azione clandestina di quest’ultimo anche nella “libera” Germania di Adenauer, dal 1956 al 1966.[3]

Ma la principale modalità di riproduzione del prometeismo rosso del corso degli ultimi due secoli è rappresentata in ogni caso dal gigantesco processo di costruzione (e difesa) del “mondo nuovo”, avviato dagli operai russi con il leggendario Ottobre Rosso, in una dinamica proseguita in seguito in Occidente anche da nazioni quali la parte orientale della Germania, la Polonia e la Bulgaria, la regione ceca e la Slovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia tra il 1948 e il 1989-91.

Si è trattato di una grande ed epocale esperienza storica che ha posto esplicitamente il tema di una rivoluzione socialista e che in tutto il mondo, a partire dall’ambito occidentale, “ha raccolto, per decenni, attorno a questa impresa milioni e milioni di uomini, ha combattuto e vinto una guerra mondiale plasmando la società e influendo direttamente le vicende del mondo” proseguendo in America latina (Cuba, Venezuela) e in Asia il suo cammino anche dopo il tragico triennio di controrivoluzione 1989-91.[4]

Come ha notato lo storico G. Piretto, durante i primi anni del processo rivoluzionario sovietico si affermò la prometeica parola d’ordine del “far tabula rasa del passato” per costruire simultaneamente il “mondo nuovo”, assieme all’indispensabile e titanica difesa del “Nuovo Eden” da parte dell’Armata Rossa.

Piretto ha giustamente notato che proprio “tempo e spazio furono tra le categorie più direttamente influenzate dalla Rivoluzione. Quelle a cui con maggiore attenzione e virulenza ci si rivolge nei primissimi tempi dopo l’Ottobre, per costruire un mondo nuovo, “il nostro mondo”, come recita, in russo, un verso della più straordinaria canzone di speranza mai scritta finora, nonché primo inno nazionale della Russia sovietica, l’Internazionale:

Costruiremo un mondo nuovo, il nostro mondo,

Chi era nulla, diventerà tutto!

La parola d’ordine dominante fu: fare a pezzi il passato (“distruggeremo tutto il mondo della violenza, fino alle fondamenta”, scandiva l’Internazionale), per ripartire dalla tabula rasa con un mondo inedito (più esatto sarebbe parlare di una volontà di mondo), fondato su principi e valori diversi e opposti ai precedenti, irrimediabilmente inquinati: autocrazia zarista, economia rurale stagnante, terrorismo, violenza, repressione. Non era la prima volta che nella storia russa si pensava di farla finita con un vecchio sistema e ripartire da zero. Fin dall’avvento del Cristianesimo (989) e, più tardi, dalle riforme petrine (inizio del XVIII secolo), l’aspetto più macroscopicamente evidente del rinnovamento era stato il brusco e ostentato distacco da ogni forma di tradizione.

Per riuscire a fare piazza pulita delle usanze era necessario imparare a guardare ad usi e costumi come a pregiudizi, a vedere nella tradizione nient’altro che superstizione.

In altre parole bisognava rendersi estraneo, straniero nel proprio paese.

La rivoluzione d’ottobre non costituì eccezione. Nel 1918 dichiarazioni come quella che segue (per voce di una compositrice, N. Brjusova, membro del Conservatorio moscovita) aprivano ogni relazione, intervento, articolo o saggio della fazione bolscevica più estremista e convinta:

E’ impossibile costruire una vita su ideali vecchi e forme antiquate. Ciò che la vita ha distrutto, ciò che è invecchiato, è morto e non servirà mai più come base per qualcosa di vivo.

“Il conflitto di classe all’interno del partito” (comunista-bolscevico) “portò a una grande tensione sulla base dei traumi politici ed economici degli anni 1921-22 (carestia, lotte intestine, privazioni, morti): anni e realtà del cosiddetto comunismo di guerra.

Momento in cui, nonostante le immense difficoltà e privazioni, in nome dell’utopia milioni di cittadini sovietici aderirono al progetto e si fecero coinvolgere massicciamente, convinti ed entusiasti di partecipare alla costruzione di quel famoso mondo nuovo. Utopia in questi anni significò negazione dell’ordine presente, profonda critica alla società come insieme e alle sue singole componenti. Di conseguenza, iconoclastia rivoluzionaria corrispose a distruzione dell’odiato passato e apertura di strade per il futuro, sotto forma di eliminazione di immagini e simboli inquinati: idoli, figure e strutture. Vittime designate furono tradizionalmente statue, edifici, suppellettili, parole, nomi, oggetti d’arte, insegne, emblemi, stemmi, icone religiose e politiche”.[5]

Anche un convinto e lucido antistalinista come Piretto ha altresì riconosciuto che, dopo il letargo in cui era caduto durante la NEP (Nuova Politica Economica) del 1921-27, il prometeismo sovietico si risvegliò in modo impetuoso a partire dal 1928 e dal lancio, in quello stesso anno, del primo piano quinquennale da parte del nucleo dirigente sovietico guidato da Stalin, conoscendo proprio in quel quinquennio, a partire dagli anni Venti, una seconda giovinezza e una fase di eccezionale slancio creativo.

Proprio dopo aver notato che, a suo avviso, nella nuova fase di sviluppo dell’Unione Sovietica non vi era più posto per l’autore come Majakovskij, suicidatosi il 14 aprile del 1930, Piretto ha comunque ammesso onestamente che il titanismo industrial-bolscevico e “l’operazione politico-culturale lanciata da Stalin procedette parallela a quelle che, sul fronte economico, riguardarono la trasformazione dell’agricoltura (collettivizzazione delle terre, eliminazione della classe dei kulaki, promozione diffusa e forzata delle fattorie collettive) e i massicci investimenti nell’industrializzazione, ivi comprese le sfide alla natura (la steppa si ritira, cede all’uomo, diventa d’acciaio), le edificazioni non già di semplici nuove fabbriche, ma di gigant-kombinat (complesso industriale gigante), quale l’immensa struttura metallurgica di Magnitogorsk, così carica di significati simbolici, o di progetti ancor più ambiziosi, volti anche a dimostrare la raggiunta onnipotenza del popolo sovietico. Anche il complesso di Magnitogorsk, come la cultura dei tempi comandava, ebbe la sua celebrazione letteraria, seppure indiretta, nelle pagine di un romanzo di Valentin Kataev, Vremja, vpered! (Tempo, avanti!) scritto tra il 1931 e il 1932, ispirato dalle molte spedizioni documentaristiche che, sulla base delle teorie della literatura fakta (letteratura dei fatti), l’autore aveva compiuto nelle sedi di vari cantieri sovietici. Il letterato doveva documentarsi sul campo, acquisire competenze, utilizzare e inserire materiali autentici e originali nelle opere che avessero come soggetto la produzione, l’edificazione, la costruzione di nuove realtà industriali, edili o geo-topografiche. Implicito, anche se non sempre dichiarato, era il processo di storicizzazione che la dignità letteraria avrebbe fornito al progetto in questione. Nel romanzo che Kataev definì chronika (cronaca), l’attenzione è tutta concentrata su una retorica contrapposizione tra chi già è entrato a far parte della nuova realtà e chi ancora ne è fuori, ma deve essere capito e aiutato a penetrarla: Fenja depose il sacco sui binari e prese fiato. Chiese a un ferroviere che passava: – Compagno, dov’è la citta? – E’ qui, e dove dovrebbe essere? Ma dov’era la città se intorno non c’era nulla che assomigliasse a una città: né chiese, né negozi, né tram, né case di pietra?

D’altro tono sarà un libello descrittivo-celebrativo pubblicato nel 1933, in cui s’ipotizza il futuro della costruenda città socialista che sarebbe nata come emanazione del complesso industriale. Vi venivano presentati concetti che erano stati alla base anche del piano di ricostruzione di Mosca (basta con la struttura medievale, con tortuosi vicoli, largo ad ampie e rettilinee strade maestre), ma che riguardo alla capitale sarebbero stati accantonati solo parzialmente, vista la centralità simbolica del Cremlino che non poteva prescindere dalla struttura ad anelli della pianta moscovita. Per Magnitogorsk, invece, la città non conoscerà vie tortuose, lerci cortili, fosse di purulenti rifiuti, sovraffollamento, chiasso di strade e cortili, scenate familiari in corridoi o cucine comunitarie, insopportabile sporcizia nei gabinetti in condivisione. […] A Magnitogorsk non ci saranno vie o vicoli tradizionali. La vita si svilupperà all’interno di isolati costituiti da case di tipo individuale, collettivo e case-comuni”.[6]

Anche dopo la fine del primo piano quinquennale, conclusosi in anticipo nel 1932, il prometeismo pratico-sovietico continuò a svilupparsi diventando “titanismo del benessere materiale”.

Sempre l’ostile Piretto ha notato come, secondo la propaganda stalinista, durante il secondo piano quinquennale (1933-37) “la vita sovietica stava diventando «la migliore del mondo», modello per l’umanità intera. II cittadino sovietico sarebbe stato il più felice dell’universo. Si andava costituendo quel territorio virtuale, mitico-ideale che chiamerò convenzionalmente Stalinland: terra (antistoricamente) del benessere, della gioia, dell’abbondanza per antonomasia. Continuavano a esistere problemi irrisolti, eredità di un pesante passato: una variante in stile 1934 di una situazione già nota (ma questa volta senza didascalie sotto il ritratto di Marx) tornerà su una copertina di «Krokodil». A dieci anni dalla precedente, a rivoluzione culturale compiuta, a realismo socialista proclamato, a stalinismo sulla rampa di lancio verso il trionfo. A fare da musa un trafiletto che cita «Izvestija», il quotidiano organo del Consiglio dei ministri dell’Urss: II compagno Soldatov ha così spiegato il suo desiderio di iscriversi al partito: – io come dire, sono comunista da un pezzo, perchè in tempo di guerra ho mandato i miei figli al fronte come volontari nell’Armata rossa, e a casa ne ho di tutti i colori di iscritti al Komsomol e di pionieri. Fuori dal partito rimarranno solo mia moglie e la gatta”.[7]

Inoltre durante gli anni Trenta dello scorso secolo venne altresì promosso, in modo massiccio e continuo, il prometeismo collettivo degli “eroi del lavoro e della cultura”.

Queste due categorie erano composte da donne e uomini sovietici capaci di compiere grandi imprese, come i migliori operai, piloti, esploratori, scienziati, scrittori o sportivi: segmento particolare che acquisì un’enorme popolarità in ampi strati della popolazione anche grazie ai numerosi stachanovisti, il cui archetipo originario divenne la celebre impresa produttiva (ossia 102 tonnellate di carbone da lui ottenuta in solo sei ore di lavoro) effettuata dal giovane minatore A. G. Stachanov, il 31 agosto del 1935.[8]

In questo clima infuocato diventava comprensibile come persino N. I. Bucharin, dirigente e teorico sovietico caduto in disgrazia nel 1929 e non sospettabile certo di simpatie per la direzione di Stalin, delineasse nell’agosto del 1934, un caldo elogio del prometeismo sovietico, con la sua autocoscienza in via di sviluppo.

Sia gli artisti che tutto il popolo sovietico, sottolineò infatti Bucharin nella sua celebre allocuzione al primo congresso degli scrittori sovietici, dovevano avere ben chiara la complessa “problematica dell’autocoscienza della nostra epoca”.

“Stiamo infatti attraversando un periodo fuori del comune. L’Unione Sovietica rappresenta oggi una sommità mondiale, e noi formiamo lo scheletro dell’umanità futura. Stiamo guardando verso millenni a venire; la nostra idea penetra in ogni angolo della terra, non viviamo più nelle dichiarazioni, nei sogni di poche menti eccelse, siamo una forza reale, più reale di ogni. Potenzialmente siamo tutti: siamo gli eredi dei millenni, della cultura di tanti secoli; siamo i continuatori della lotta combattuta da centinaia e centinaia di generazioni di sfruttati che hanno tentato di abbattere il gioco loro imposto; siamo la personificazione della ragione storica, siamo il motore della storia  mondiale”.[9]

“Siamo il motore della storia umana”: titanismo allo stato puro e di matrice collettivistica, come ai tempi del Prometeo di Esiodo.

“Potenzialmente siamo tutto”: il prometeismo cooperativo e solidaristico di Bucharin era anche quello dei comunisti sovietici di quel periodo, nonostante le dure difficoltà e la penuria di generi di consumo, venendo condiviso da essi con entusiasmo “faustiano” e di massa.

La progettualità espressa in questo particolare settore dalla direzione sovietica, fin dai tempi di Lenin, costantemente si articolò su tre livelli, distinti ma interconnessi, di “titanismo rosso”.

In primo luogo venne riprodotto costantemente, anche nella propaganda quotidiana dell’URSS, l’obiettivo finale di creare un “uomo nuovo” di tipo socialista, contraddistinto sia di un alto livello di istruzione che dal primato dell’altruismo e dalla cooperazione rispetto alle tendenze egoistiche individualistiche, al “noi” rispetto all’“io”, come venne evidenziato anche dalla poesia di D. Majakovskj nella quale si sosteneva che il numero “1”, inteso come essere singolo e isolato, contava e pensava ben poco.[10]

Tale “uomo nuovo” acquisiva e allo stesso tempo mostrava concretamente le sue nuove qualità prometeico-cooperative sia attraverso un la praxis sociale, tesa e diretta alla creazione di grande imprese produttive superando enormi ostacoli e limiti endogeni/esogeni, che mediante un terzo livello: ossia l’avvio concreto del parallelo e simultaneo processo di costruzione dei nuovi rapporti sociali di produzione di matrice collettivistica sempre vincendo contro difficoltà gigantesche, di tipo esogeno (i nemici di classe interni ed esterni) ma anche endogeni, quali ad esempio la forza dell’abitudine individualistica e le contraddizioni che emergevano nello stesso popolo sovietico.

Il principale manifesto programmatico e la matrice originaria del prometeismo di tipo sovietico si ritrova nel celebre scritto di Lenin “La grande iniziativa”, elaborato nel giugno del 1919 proprio analizzando un’esperienza concreta, nata spontaneamente e dal basso tra i ferrovieri russi operanti sulla linea Mosca-Kazan, i quali autonomamente avevano deciso di lavorare gratuitamente per un sabato festivo al fine di cercare di superare le gravissime difficoltà nelle quali allora si dibatteva la rete dei trasporti pubblici sovietici, ottenendo tra l’altro eccellenti risultati.

Nel geniale articolo di Lenin del 1919 si ritrovano facilmente, interconnessi tra loro, i tre livelli del “prometeismo sovietico” di cui si è accennato: altruismo e processo di automiglioramento individuale/collettivo, azione collettiva eroica su larga scala in campo produttivo ed oltre l’estensione di nuove e magnifiche relazioni umane, sia in campo economico che negli altri segmenti della vita umana.

Nel testo in esame Lenin notava innanzitutto che “accanto al compito di vincere con le armi in pugno la controrivoluzione borghese, ormai nel 1919 si imponeva altrettanto impietosamente – e quanto più si va avanti, tanto più si imporrà – un altro compito vitale, quello dell’edificazione comunista positiva, della creazione di nuovi rapporti economici, della creazione di una nuova società.

La dittatura del proletariato – come spesso ebbi occasione di indicare, e fra l’altro nel mio discorso alla seduta del 12 marzo del Soviet dei deputati di Pietrogrado – non è soltanto violenza contro gli sfruttatori, e neppure principalmente violenza. Base economica di questa violenza rivoluzionaria, garanzia della sua vitalità e del suo successo è il fatto che il proletariato rappresenta e realizza un tipo più alto, rispetto al capitalismo, di organizzazione sociale del lavoro. Questa garanzia è la sostanza, qui sta la sorgente della forza e la garanzia della ineluttabile vittoria completa del comunismo.

L’organizzazione feudale del lavoro sociale poggiava sulla disciplina imposta dalla fame, e la grandissima massa dei lavoratori, nonostante tutto il progresso della cultura borghese e della democrazia borghese, restava anche nelle repubbliche più avanzate, civili e democratiche, una massa ignorante e abbrutita di schiavi salariati o di contadini schiacciati, spogliati e vessati da un pugno di capitalisti. L’organizzazione comunista del lavoro sociale, il primo passo verso la quale è il socialismo, poggia – e più si va avanti, sempre più poggerà – sulla disciplina libera e cosciente dei lavoratori stessi, che hanno scosso il giogo sia dei grandi proprietari fondiari che dei capitalisti

Questa nuova disciplina non cade dal cielo e non nasce da pii desideri; essa sorge dalle condizioni materiali create dalla grande produzione capitalistica e soltanto da essa. Senza queste condizioni essa non è possibile. Chi apporta tali condizioni materiali o le realizza e una determinata classe storica che è stata creata, organizzata, raggruppata, istruita, educata e temprata dal capitalismo. Questa classe è il proletariato.

Per vincere, per creare e consolidare il socialismo, il proletariato deve assolvere un compito duplice, un compito che ne racchiude due: deve innanzitutto attrarre, col suo eroismo senza riserve, nella lotta rivoluzionaria contro il capitale tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati attrarla organizzarla e dirigerla per abbattere la borghesia e reprimere qualsiasi sua resistenza; in secondo luogo, il proletariato deve trascinare dietro di se l’intera massa dei lavoratori e degli sfruttati, nonché tutti’ gli strati piccolo-borghesi, sulla via della nuova edificazione economica; sulla via della creazione di un nuovo vincolo sociale, di una nuova disciplina del lavoro, di una nuova organizzazione del lavoro, che racchiuda in sé l’ultima parola della scienza e della tecnica capitalistica, e l’unione in massa dei lavoratori coscienti che creano la grande produzione socialista.

Questo secondo compito e più difficile del primo, perché non può in nessun modo essere adempiuto per mezzo di slanci isolati di eroismo, ma esige l’eroismo più prolungato, più tenace, più difficile del lavoro quotidiano e di massa. Ma questo compito e ancor più importante del primo, perché in ultima analisi la più profonda sorgente di forza per vincere la borghesia e l’unica garanzia della solidità e della sicurezza di tale vittoria può essere soltanto un sistema sociale di produzione nuovo e più elevato, la sostituzione della produzione capitalistica e piccolo-borghese con la grande produzione socialista”.

E ancora Lenin sottolineò, rispetto all’eroismo di massa dei soldati comunisti, che essi “hanno una così grande importanza perché ne sono stati iniziatori operai i quali non si trovano in condizioni particolarmente buone, ma sono stati operai di diverse qualifiche, e anche operai non qualificati, manovali, i quali si trovano nelle condizioni comuni, cioè delle più cattive. Le cause fondamentali della diminuzione della produttività del lavoro, che si osserva non soltanto in Russia ma in tutto il mondo, ci sono ben note. Esse sono la rovina e l’impoverimento, l’esasperazione e lo spossamento causati dalla guerra imperialistica, le malattie e la denutrizione. Quest’ultimo per la sua importanza occupa il primo posto. La carestia: ecco la causa! Ma per eliminare la carestia bisogna elevare la produttività del lavoro, tanto nell’agricoltura quanto nei trasporti e nell’industria. Si ha quindi la produttività del lavoro, bisogna salvarsi dalla fame, e per salvarsi dalla fame, bisogna elevare la produttività del lavoro.

È noto che nella pratica tali contraddizioni vengono risolte rompendo questo circolo vizioso, provocando una svolta nello stato d’animo delle masse, con l’eroica iniziativa di singoli gruppi, iniziativa che talora, nello sfondo di quella svolta, ha spesso una funzione decisiva. I manovali e i ferrovieri di Mosca (parliamo naturalmente della maggioranza e non di quel pugno di speculatori, burocrati ed altri complici delle guardie bianche) sono dei lavoratori che vivono in condizioni disperatamente difficili. Costante denutrizione, e ora, prima del nuovo raccolto, col generale peggioramento della situazione alimentare, vera fame! E questi operai affamati, attorniati dalla maligna agitazione controrivoluzionaria della borghesia, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, organizzano dei “sabati comunisti”, fanno ore straordinarie senza nessuna paga e ottengono un prodigioso aumento della produttività del lavoro, sebbene siano stanchi, spossati, esauriti dalla denutrizione. Non è forse questo il massimo eroismo? Non è forse questo l’inizio di una svolta di importanza storica mondiale?

La produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo ha creato una produttività del lavoro sconosciuta nel feudalesimo. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta. È un processo molto difficile e molto lungo, ma esso è incominciato: l’essenziale è in questo. Se nell’estate 1919, in una Mosca affamata, degli operai affamati, che hanno vissuto i quattro anni penosi della guerra imperialistica e poi un anno e mezzo di guerra civile ancor più penosa, sono stati in grado di iniziare questa grande opera, quale sarà lo sviluppo ulteriore, quando saremo usciti vincitori dalla guerra civile e avremo conquistato la pace?

In confronto al capitalismo, il comunismo è la più elevata produttività del lavoro di operai volontari, coscienti e uniti, che si servono della tecnica più progredita. I sabati comunisti sono straordinariamente preziosi come inizio effettivo del comunismo: e ciò è una grandissima rarità, perché ci troviamo in uno stadio in cui “si compiono soltanto i primi passi verso la transizione del capitalismo al comunismo” (come è detto in modo assolutamente giusto, nel programma del nostro partito.

Il comunismo comincia là dove appare la preoccupazione disinteressata, che sormonta il duro lavoro, dei semplici operai di aumentare la produttività del lavoro, di salvaguardare ogni pud di grano, di carbone, di ferro e di altri prodotti che non sono destinati agli operai stessi e alle persone a loro “prossime”, ma alle “lontane”, cioè alla società nel suo complesso, alle decine e centinaia di milioni di uomini raggruppati dapprima in un singolo Stato socialista e poi in una Unione di Repubbliche Sovietiche”.[11]

La spinta eroica, presente o latente in ampi segmenti della popolazione sovietica, comunque si esaltò e si diffuse enormemente durante la grande guerra patriottica condotta contro la bestiale e genocida aggressione nazifascista, tra il giugno del 1941 e il 1945, producendo come sottoprodotto anche un “prometesimo bellico” di enorme dimensione quantitativa e di grande intensità, sia a livello razionale che emotivo. Quasi un intero popolo, con l’eccezione di una scarsa minoranza di apatici e/o disfattisti, si trasformò infatti in una sorta di “supereroe collettivo” patriottico, oggettivamente di matrice comunista, capace di difendere con successo le mura della “cittadella rossa” sovietica e, dopo scontri epici, di portare il fuoco prometeico della giusta vendetta sovietica nella fetida tana dei lupi imperialisti e nazisti.

Gli esempi di eroismo collettivo espressi dal popolo sovietico durante la gloriosa Guerra Patriottica, in difesa non solo “della patria russa ma anche del mondo nuovo” in via di (difficile, contraddittoria, a volte tragica( costruzione, risultano innumerevoli, partendo dalla leggendaria e lunga difesa della fortezza di Brest-Litovsk nei primi giorni dell’aggressione nazifascista per arrivare infine alle decine e decine di migliaia di sovietici che si sacrificarono, tra il 18 aprile ed il 2 maggio del 1945, al fine di occupare finalmente il covo berlinese degli hitleriani.

L’epopea dell’eroica Leningrado, assediata per quasi mille giorni ma capace di resistere a una prova disumana al prezzo di milioni di morti; dei difensori indimenticabili dalle strade e fabbriche di Stalingrado dal tragico agosto del 1942 fino all’esaltante vittoria del gennaio 1943 che risuonò con forza in tutto il mondo, le centinaia di migliaia di soldati sovietici morti nella difesa del cuneo di Kursk e in una delle più grandi battaglie di carri armati della storia, nel luglio/agosto 1943, oltre agli splendidi partigiani sovietici costituiscono solo le vette più alte di un immenso mosaico e di un’epopea mitica, scritta con il sudore e il sangue versati con coraggio, altruismo e sacrificio dal popolo sovietico per una giusta e nobile causa, che ha cambiato il destino dell’intera umanità.[12]

Il “vulcano rosso” non aveva ancora finito di eruttare lava e zampilli prometeici, seppur in quantità via via decrescente dopo il picco estremo del 1941-45.

Il grande progetto chrusceviano di dissodamento delle “terre vergini” dell’area Kazhakistan, individuato a partire dal 1954 come una sorta di “Far East” socialista, costituì infatti la prima epifania post stalinista del titanismo sovietico, venendo inserito in un progetto globale che in seguito portò in orbita lo Sputnik, Juri Gagarin e la Soyuz a partire dal leggendario ottobre del 1957, battendo per più di un decennio la strapotenza tecnologica e materiale del capitalismo statunitense, uscito addirittura rafforzato dal secondo conflitto mondiale.

Il “titanismo spaziale” e l’immersione eroica del genere umano nel cosmo nacque dunque “rossa” e collettivistica: risultato prezioso e indistruttibile, riflesso ed esaltato anche nella diffusa fantascienza sovietica.

“La strada era stata aperta nel 1957 (stesso anno del lancio del primo Sputnik) dal romanzo Tumannost Andromeda (La nebulosa Androeda) dell’accademico Ivan Efremov, competente e attendibile autore, visto il suo passato di geologo, paleontologo e uomo di mare. La storia segnò il ritorno dell’utopia, dopa la messa al bando staliniana. La proiezione fantascientifica comunista narrata da Efremov coinvolgeva lo spazio, la fantasia tecnologica, i dubbi dell’animo umano e si concludeva con una vittoria del comunismo, una visione idilliaca del futuro dell’umanità, non escludendo forti attacchi al recente passato del paese: le classiche componenti che, dopo Stalin, potevano tornare alla luce, vista anche la solidità delle promesse concrete del nuovo partito. Utopia, termine rifiutato in quanto sinonimo di sogno irrealizzabile, poteva ora nuovamente significare speranza e aspettativa, ora che era sorretta da attendibili guide. La fantascienza ne incarnò un aspetto. I già noti fratelli Strugackij, autori di numerosi romanzi fantascientifici, divennero protagonisti della scena letteraria. I loro personaggi coniugavano fantasia e realtà rispettando appieno le pose e le formule del nuovo discorso diventando eroi sempre più a cavallo tra impegno scientifico e impegno civile, in quell’entusiastico tentativo (e convincimento) di raggiungere e superare l’Occidente, gli Stati Uniti in prima istanza, sul fronte della conquista spaziale, della produttività”.[13]

Purtroppo la marea planetaria proprio allora si stava ormai invertendo, a favore dell’imperialismo.

Dopo il 1968-78 e una fase decennale di transizione, le tendenza di crisi presenti all’interno della formazione economico-sociale e del sistema politico sovietico presero infatti via via il sopravvento, determinando in tal modo le condizioni preliminari (scontento di massa sia per la pluridecennale penuria di generi di consumo che per le continue code, ecc.) dell’arrivo del processo di disgregazione dell’Unione Sovietica e degli altri paesi del patto di Varsavia, trascinando ovviamente nel gorgo anche il pluridecennale prometeismo di matrice collettivistica e la progettualità faustiana sul “nuovo mondo”, iniziata nel 1917.

Non prima, però, di aver influenzato sensibilmente alcuni dei segmenti significativi della classe operaia e degli intellettuali occidentali, a partire soprattutto da alcune zone dell’Europa occidentale (Francia e Italia in testa): la forza attrattiva dell’Unione Sovietica su scala internazionale rimase notevole almeno fino al 1968 e all’intervento armato in Cecoslovacchia, essendo basata sia su elementi reali di positività che su aspetti “di mito” leggendario che in ogni caso, come ha notato Lucio Magri, produsse almeno in parte risultati positivi elettrizzando e mettendo in moto settori operai consistenti all’interno di quasi tutto il mondo occidentale.[14]

Il titanismo della praxis inoltre venne, almeno sotto alcuni aspetti (costanza ed eroismo nella lotta, attenzione minuziosa al processo di accumulazione di potenza per battere nemici assai più potenti, ecc.) esportato anche in ampie zone extra europee, a partire dalla Cina sottoposta a un pesantissimo al dominio semicoloniale, tra il 1921 (data di fondazione del partito comunista cinese) ed il 1949: non risulta pertanto casuale che proprio l’impegnativo anno delle Olimpiadi in Cina, ossia il 2008, sia stato concluso sul piano culturale da un proficuo interscambio cino-greco, che è culminato il 18 settembre del 2008 nella rappresentazione in pompa magna, al teatro di Pechino, del “Prometeo liberato” di Eschilo, rivissuto in chiave ecologista ma ancora basato sulle eroiche vicissitudini del titano ribelle.[15]

E non si può non fare un brevissimo accenno anche all’America Latina, e al prometeismo dei “barbudos” cubani, di Fidel Castro e del guerriero eroico per antonomasia, Che Guevara, all’eroica e sessantennale resistenza del popolo cubano contro l’infame blocco economico promosso dall’imperialismo statunitense; all’eroica rivoluzione sandinista in Nicaragua, nel 1927-34 come nel 1975-89 e nel 2016-19; alla lotta antimperialista promossa da Chavez e Maduro in Venezuela negli ultimi due decenni, oltre ai tanti altri esempi di azione rivoluzionaria condotta ai limiti dell’impossibile”.[16]  

Rimanendo sempre sul piano dell’azione, il prometeismo rosso si è incarnato anche in quell’esaltazione collettiva del leader eccezionale che ha attraversato una sezione importante della storia del movimento operaio antagonista in occidente, partendo da Ferdinand Lassalle per arrivare fino al periodo stalinista.

Il primo elemento di condensazione e di cristallizzazione politica del “culto rosso della personalità” divenne Fernand Lassalle, ossia il primo leader della socialdemocrazia tedesca e l’uomo politico che, tra il 1861 e il 1864, seppur tra mille contraddizioni e gravi errori pose le fondamenta della prima formazione politica di natura operaia e socialista in Germania.

La leadership esercitata da Lassalle risultò profondamente autoritaria, non ammettendo infatti fin dall’inizio alcuna forma di dissenso e contestazione interna e venendo simultaneamente basata anche sul processo di esaltazione delle capacità personali (a partire da quelle oratorie) del capo e “fuhrer” indiscusso da parte dei militanti della socialdemocrazia tedesca, come notò con una certa indulgenza F. Mehring.[17]

La seconda ondata di culto della personalità fu quella espressa spontaneamente e “dal basso”, ossia da grandi masse di lavoratori, verso Lenin dopo la sua morte avvenuta nel gennaio del 1924, fenomeno quasi subito incanalato e utilizzato sul piano politico dalla direzione del partito bolscevico: un affetto collettivo scaturito, in ogni caso, proprio dalle sincere e più profonde emozioni delle masse popolari russe del tempo.

Già il 22 gennaio e solo un giorno dopo la morte del grande leader rivoluzionario, una didascalia riprese infatti un messaggio ormai ben presente nel pensiero collettivo di decine di milioni di lavoratori sovietici.

“Altrettanto pregnante, tra i molti prevedibili e scontati, è un disegno che propone il concetto che diverrà leit-motiv nei decenni a seguire: Lenin è vivo a milioni. La didascalia, tratta dal messaggio del II Congresso dei Soviet ai lavoratori dell’umanità intera commenta: «Lenin è morto… Ma Lenin è vivo in milioni di cuori. Vive nel flusso delle masse… Centinaia di discepoli di Vladimir Ilic reggono saldamente le grandi insegne. A milioni si serrano attorno a loro»”.[18]

“Lenin è vivo”: vittoria prometeica contro la morte, grazie al ricordo collettivo e duraturo di milioni di esseri umani.

Non è certo un caso che, anche indipendentemente dalla (reale) pressione esercitata dal partito comunista sovietico, un’immagine fotografica stilizzata di Lenin (“lubok”) ottenesse subito un enorme diffusione di massa, fin dai primi giorni della morte del titanico leader russo.

“All’irrisorietà del prezzo del lubok leniniano (le solite cinque copeche) si aggiungeva la decoratività della presentazione: formato ovale e cornicetta ornamentale. La presentazione estetica del lubok di Lenin ricordava molto da vicino quella dei suoi predecessori pre-rivoluzionari: il serto che circondava l’ovale, la violenta vivacità dei colori, l’inespressività del viso. Tutti fattori che, per il fruitore-contadino non ancora dotato di sensibilità artistica, costituivano elemento di attrazione e gradimento.

Uno stornello (castuska) degli anni Trenta, variante sovietica del folclore tradizionale russo, avrebbe ribadito cantando:

Comprerò un ritratto di Lenin,

dalla cornice dorata.

Lui ha portata luce,

a me, oscura contadinella.

Nonostante le posizioni rigorose di una certa intelligencija, la diffusione del lubok leniniano fu immensa: in ogni parte del paese andò esaurito in poche decine di minuti, indipendentemente dalle tirature che venivano messe in circolazione. Scriveva all’editore un giovane contadino:

Dal momento in cui vi ho inviato l’ordine per Lenin, ho aspettato con impazienza che mi arrivasse il ritratto di Lenin. Ogni consegna di posta che arrivava da noi al villaggio di Konstantinovo era una festa, perché mi avrebbe potuto consegnare il ritratto. E, finalmente, è arrivato. Il 30 marzo, venerdì, mi hanno consegnato

un pacchetto di cartone giallo, arrotolato come un tubo. Quando ho scartato questo tubo, ci ho trovato con gioia due ritratti di Lenin, ben disegnati. E grazie, allora, che mi avete mandato il capo dei lavoratori del globo terrestre, V. I. Lenin.

Grazie… Grazie…”.[19]

A sua volta il celeberrimo mausoleo di Lenin, la cui costruzione iniziò già nel 1924, incarnò alla perfezione il processo di esaltazione e semidivinizzazione della figura di Lenin.

“Il 25 gennaio” (del 1924) si iniziò a parlare della tomba di Lenin e s’inaugurò il processo di immortalizzazione con un articolo di «Petrogradskaja Pravda», che apriva con un’apparente spiazzante contraddizione, ma preparava il terreno ai dogmi, più o meno fideistici, su un non meglio identificato «dopo», ancora vago dal punto di vista cronologico e scientifico, ma incombente e consolatorio:

LENIN E’ IMMORTALE:

Lenin è morto, Lenin è immortale. Un giorno, quando esisterà una prospettiva storica, sarà scientificamente dimostrato che Lenin ha costituito un punto di cambiamento nella storia dell’umanità. L’umanità prima di Lenin, l’umanità dopo Lenin”.

Non ritorno su dati e fatti già ampiamente studiati e noti quali le ragioni ispiratrici dell’imbalsamazione, i possibili rimandi alle dottrine filosofiche di Fedorov, che prevedevano la resurrezione dei padri perché si riunissero ai figli, il movimento dei bogostroiteli, la coincidenza con le notizie recenti relative alia scoperta della tomba del faraone Tutankhamon, lo scempio che fu fatto del corpo prima di arrivare a un risultato accettabile per l’esposizione della salma nel mausoleo. Rimando ai dibattiti, agli interventi e alle interpretazioni già esistenti e oggetto di studio, a proposito dell’immortalità, della «resurrezione» in generale, affidando ancora una volta a Masing-Delic il compito di sintetizzare alla perfezione:

Così il Lenin sepolto è imbalsamato, Redentore di classe, fu circondato sia da un’aura cristologica che faraonica, visto che doveva diventare il primo a tornare dal regno dei morti secondo il vangelo ideologico del marxismo sovietico”.[20]

Tuttavia il principale flusso collettivo avente per oggetto il culto della personalità all’interno del movimento antagonista occidentale riguarda la figura di Stalin.

Le prime manifestazioni su larga scala di glorificazione del leader georgiano avvennero nel dicembre del 1929, in occasione del cinquantesimo genetliaco del leader georgiano, anche se già nel 1925 la città di Tsaritsin assume il nome di Stalingrado; fu solo l’inizio di un lungo processo che si estese e acutizzò fino alla sua morte, dato che già durante la prima metà degli anni Trenta l’esaltazione delle (in parte reali e innegabili) straordinarie, multilaterali ed eccezionali qualità intellettuali, morali e fisiche di Stalin, a partire dalla sua formidabile resistenza a duri ritmi lavorativi, era entrata nell’iconografia popolare sovietica ed era accettata da una sezione come minimo molto consistente della popolazione sovietica, oltre che dei comunisti occidentali.

Ha notato Piretto che mentre “procedeva a gran voce la propaganda relativa a record e stimoli produttivi”, diventava simultaneamente plateale che “spettatore unico e ispiratore massimo di queste epopee, estraneo per cause di forza maggiore, ma virtualmente presente in ogni singola manifestazione, restava Stalin. Condannato peraltro a ulteriore distanza presa dal popolo suo, a un forzato isolamento. Per ragioni di sicurezza, prima di tutto, ma comunque circondato da folle o a stretto contatto fisico con i rappresentanti delle più diverse categorie, nell’iconografia ufficiale, o in soluzioni che oggi definiremmo virtuali, legate alle diverse mitologie che lo riguardavano. La più nota e (all’epoca) più sentita fra tutte, era costruita sull’instancabile attività di Stalin, testimoniata da una lucetta perennemente accesa in una stanza del Cremlino, visibile dalla Piazza rossa, ideale collegamento (virtuale, appunto) tra il popolo e il suo dio”.[21]

Rinforzato notevolmente dalla grande vittoria ottenuta dai sovietici nella loro lotta mortale contro il nazifascismo, impresa titanica nella quale a partire dal novembre 1941 Stalin svolse un ruolo di direzione positivo e di alto livello, il culto popolare del leader georgiano continuò ininterrottamente fino al marzo del 1953: certo alimentato massicciamente “dall’alto” e dal partito comunista, ma trovando un’ampia risonanza all’interno di un vasto segmento del popolo sovietico, ben disposto ad accettare la narrazione ufficiale sulle superdoti e sulle qualità eccezionali possedute, in tutti i campi, dal “supereroe rosso” incarnato da Stalin, autodefinitosi non a caso (e con notevole lucidità politica) il “vendicatore degli oppressi” su scala mondiale.

La sincera e spontaneità del culto collettivo della personalità di Stalin, via via espressa da larghi segmenti di lavoratori sovietici, trovò una sua verifica e conferma indiscutibile nell’enorme ondata di dolore emotivo che attraversò larga parte dell’Unione Sovietica il 5 marzo del 1953, quando venne annunciata la morte del leader comunista georgiano, propagandosi subito su scala planetaria, nel campo socialista (con al significativa eccezione della Jugoslavia), nei partiti comunisti e in un significativo settore della classe operaia europea.

Persino Paolo Spriano, storico antistalinista, ha ammesso a denti stretti la “straordinaria commozione” che colpì ampie masse popolari, italiane ed europee al momento della morte dell’amato “Baffone”.

E a sua volta il lucido e disincantato Lucio Magri ammise che l’amore e l’idolatria per Stalin durò alcuni anni, e che tale fenomeno tra il 1945 ed il 1953 non solo perdurò ma raggiunse la sua vetta.

“Paolo Spriano, nell’ultimo e per alcuni aspetti il più acuto dei suoi scritti, dedica un intero capitolo a questo tema, partendo dall’indubbiamente straordinaria commozione di fronte alla morte di Stalin e cercandone una spiegazione. Non fu un mito – dice Spriano – ma un amore cieco, assoluto, desideroso di una conferma dell’oggetto amato. E per spiegarlo si appoggia da un lato su una citazione di Gramsci: «Nelle masse in quanto tali la filosofia non può essere vissuta che come una fede»; dall’ altro su un contesto storico, il ricordo indelebile della vittoria sul fascismo, tanto più necessario da custodire in un momento di dure sconfitte”.[22]


[1] K. Marx, lettera a Ludwig Kugelmann, 12 settembre 1871

[2] R. Del Carria, “Proletari senza rivoluzione”, due volumi, ed. Samonà e Savelli

[3] T. Derbent, “Resistenza comunista in Germania”, pp. 46-47, ed. Zambon; F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia tedesca”, vol. terzo, p. 134, Editori Riuniti

[4] L. Magri, “Il sarto di Ulm”, p. 22, ed. Il Saggiatore

[5] G. Piretto, “Il radioso avvenire”, pp. 3-5, ed. Einaudi

[6] Op. cit., pp. 84-85

[7] Op. cit., p. 85

[8] J. Ellenstein, “Storia dell’URSS”, p. 37, Editori Riuniti; Sebag Montefiore, “Gli uomini di Stalin”, p. 259, ed. Rizzoli

[9] N. I. Bucharin, “Teoria del materialismo storico”, p. XXXII, ed. La Nuova Italia

[10] H. e E. Alt, “The new soviet man: his upbringing and character development” ed. Bookman Associates

[11] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, 28 giugno 1919

[12] L. Magri, op. cit., p. 46; V. Ciujkov, “La battaglia di Stalingrado”, pp. 375-376, ed. Progress

[13] Piretto,  op. cit., pp. 231-232

[14] L. Magri, “Il sarto di Ulm”, p. 74, ed. Il Saggiatore

[15] “Prometeheus bound concludes Cultural Year of Greece in China”, 18 settembre 2008, in english.cri.cn

[16] Paco Ignazio Taibo II, “Senza perdere la tenerezza, vita e morte di Ernesto Che Guevara”, pp. 18 e 294, ed. Il Saggiatore

[17] F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia”, volume secondo, p. 654, Editori Riuniti

[18] G. P. Piretto, op. cit., p. 65

[19] Op. cit., p. 63

[20] Op. cit., pp. 67-67

[21] Op. cit., p. 134

[22] L. Magri, op. cit., p. 106; P. Spriano, “I comunisti italiani e Stalin, p. 142, Editori Riuniti

Quattro modeste proposte per l’unità concreta delle forze comuniste

Nessuno si preoccupi: non vogliamo certo copiare l’inimitabile Jonathan Swift del 1729, quando quest’ultimo suggerì in modo genialmente provocatorio di ingrassare i comunisti – scusate, i bambini denutriti, per darli in seguito da mangiare agli avidi e ricchi latifondisti angloirlandesi.

Chiediamo solo, molto più banalmente, che si costituisca subito un comitato unitario tra le forze comuniste rivolto a smascherare e combattere le aggressioni e le provocazioni di matrice imperialista già in atto in tutto il globo: attacchi che si intensificheranno tra l’altro, in modo più che prevedibile, contro una nazione quale il Venezuela nei prossimi mesi, in occasione delle elezioni legislative previste per l’inizio di dicembre nell’indomito e coraggioso paese latinoamericano.

Seguendo l’utile consiglio del compagno Fosco Giannini, invitiamo inoltre tutte le forze di matrice terzinternazionalista a celebrare in modo unitario il centesimo anniversario della fondazione del glorioso Partito comunista italiano a gennaio, come anche, questa volta invece a fine giugno, quella dell’altrettanto eroico Partito comunista cinese.

Avanziamo altresì, in quarta battuta, l’idea di riprodurre su ampia scala, in modo creativo e ancora più efficace, la positiva e concretissima esperienza unitaria sviluppata di recente dai comunisti delle Marche rispetto all’elezione del loro consiglio regionale, utilizzandola almeno per alcune delle scadenze elettorali che – catastrofi mondiali permettendo – si presenteranno nel nostro paese durante il 2021.

In quinto luogo…

No, nessun “quinto luogo”, compagni.

Uno dei numerosi errori politici che abbiamo infatti commesso come militanti comunisti, nel corso del “trentennio triste” che si è aperto con il lugubre crollo del Muro di Berlino nel 1989, è stata proprio la mancanza da parte nostra di un utile, sano e sobrio realismo: dobbiamo quindi autocriticare pubblicamente tale sbaglio, per una volta seguendo le corrette indicazioni del compagno Stalin secondo cui “l’autocritica è un’arma del bagaglio del bolscevismo, da tenere continuamente presente e che agisce continuamente; essa è inseparabilmente legata con l’intera natura del bolscevismo, con il suo spirito rivoluzionario”.[1]

Pertanto, almeno per una volta, vogliamo essere davvero sobri e realisti: e questa nostra nuova moderazione e senso della misura ci porta a concludere che, se non riusciremo ad unirci come comunisti neanche su un paio delle modeste proposte di cui sopra, dell’unità tra marxisti è meglio riparlare (e, abbiamo paura, solo parlare e riparlare…) tra qualche anno, sempre catastrofi mondiali permettendo.

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli


[1] J. V. Stalin, “Contro la volgarizzazione della parola d’ordine dell’autocritica”, in paginerosse.worldpress.com

Il prometeismo rosso da Weishaupt a Stalin

CAPITOLO DECIMO

Il prometeismo rosso da Weishaupt a Stalin

Dopo Campanella, Adam Weishaupt (1748-1830) diede nuovo vigore sul piano teorico al titanismo di matrice cooperativa.

Attorno al 1776 il giovane Weishaupt, infatti, formò, nello stato clericale della Baviera la setta segreta degli “Illuminati di Baviera”; al pari delle organizzazioni massoniche, essa aveva una rigida gerarchia interna mediante la creazione di diversi livelli di adesione, sotto la guida indiscussa di Weishaupt, ma a differenza di quasi tutte le altre associazioni laiche e anticlericali di quel periodo il suo principale promotore espresse inequivocabili tendenze allo stesso tempo prometeiche e comuniste, formando la matrice per una  dinamica di sviluppo degli Illuminati che rimase invariata per quasi un decennio, prima della stretta  repressiva contro l’organizzazione avviata  nel 1787 da parte degli apparati di repressione bavarese.

Il creativo Weishaupt, che non a caso all’interno dell’organizzazione aveva preso l’eroica denominazione glorioso di Spartacus, manifestò chiaramente ai seguaci più stretti le due finalità principali degli Illuminati.

Se all’inizio il leader si limitò solo ad avviare un’azione capillare di diffusione delle opere e libri dell’illuminismo, visto che la Baviera proibiva gran parte di tali scritti, in realtà il pensiero panteista di Adam Weishaupt era molto più profondo e sosteneva che “ogni uomo capace di trovare in se stesso la Luce interiore… diventa uguale a Gesù, ossia Uomo-Re…”. Infatti l’insegnamento segreto che veniva impartito agli adepti asseriva che “… tutte le religioni si fondano sull’impostura e le chimere, che tutte finiscono per rendere l’uomo debole, strisciante e superstizioso, che tutto, nel mondo, è materia e che Dio e il mondo non sono che un’unica cosa”.

“Diventare uguale a Gesù”, e cioè “un uomo-re”.

Prometeismo allo stato puro, quindi, che sosteneva la capacità effettiva di ciascun uomo di trasformarsi in una sorta di divinità, seppur a determinate condizioni e attraverso l’aiuto di una guida illuminata; riprendendo l’insegnamento clandestino spagnolo degli Alumbrados, condannato dall’Inquisizione nel 1525 e a cui Weishaupt faceva esplicito riferimento.

In campo politico-sociale, la direzione di marcia del gruppo in esame emerse chiaramente dai suoi documenti segreti, pubblicati dal sacerdote reazionario Augustin Barruel nel 1797, sottolineando esplicitamente che “l’eguaglianza e la libertà sono i diritti essenziali, che l’uomo, nella sua originaria, primitiva perfezione, ricevette dalla natura. La prima lesione alla libertà fu portata dalle società politiche,

ossia dai governi; la prima lesione all’eguaglianza fu fatta dalla proprietà; i soli appoggi della proprietà, e dei governi sono le leggi religiose e civili. Dunque per ristabilire l’uomo ne’ suoi primitivi diritti di libertà ed eguaglianza, bisogna cominciare dal distruggere ogni religione, ogni società civile, e finire con l’abolizione d’ogni proprietà”.[1]

“Abolizione d’ogni proprietà”: un messaggio inequivocabile dato che la missione degli Illuminati, secondo il loro leader, consisteva proprio nel creare un nuovo ordine planetario comunista instaurando un unico governo mondiale, in grado di dimostrare i conflitti internazionali e costruire via via nuovi rapporti di produzione collettivistici, solidali e cooperativi.

Pace e comunismo, cosmopolitismo e giustizia sociale, ateismo e lotta alle alte gerarchie religiose: il pensiero di Rosseau, con la sua esaltazione dell’egualitario “stato di natura”, venne portato alle sue estreme conseguenze da Weishaupt, legandolo inoltre strettamente ad un prometeismo esaltante.

L’azione di Weishaupt rimase ben conosciuta per quasi un secolo, anche perché la particolare concezione del mondo ed il progetto politico-sociale comunista degli Illuminati di Baviera venne considerato da alcuni segmenti delle forze reazionarie del clero e della nobiltà come la vera matrice occulta della stessa rivoluzione francese, seguendo le teorie complottiste del sopracitato abate A. Barruel (1741-1870).

Secondo lo storico Sironi, nella particolare visione del mondo di Barruel “in ultima analisi, la filosofia dei Lumi e la Rivoluzione giacobina non furono altro che l’espressione culturale e politica di un unico e segreto progetto massonico degli Illuminati di Baviera, che intendeva rifondare la società umana su parametri precristiani, basati sulla libertà individuale, sul ritorno al primordiale rapporto tra uomo e natura e sull’uguaglianza come valore fondamentale di una nuova comunità di individui liberi senza più differenze di “nascita” e senza più principi e governi. Altro aspetto interessante, sviluppato nel cap. X, è l’analisi della figura di Gesù nell’interpretazione dello stesso Weishaupt, che sembra, appunto, scaturire dal suo “apprendimento” delle concezioni gnostiche. Secondo il fondatore dell’ordine, infatti, la predicazione e la dottrina di Gesù vennero alterate e strumentalizzate ad arte per essere asservite a ben altri fini rispetto a quelli originari. Gesù, pertanto, viene considerato non come il fondatore di una nuova religione bensì come colui che voleva ristabilire la “religione naturale” dell’uomo, basata sulla libertà e sull’uguaglianza. Cristo venne ad insegnare la dottrina della ragione e per renderla comprensibile la eresse a religione: Weishaupt individua perciò nel Nazareno una specie di Gran Maestro antenato della sua setta.

Il secondo volume della Storia del giacobinismo, negli anni successivi alla pubblicazione suscitò, ovviamente roventi polemiche e accuse da parte non solo delle logge massoniche ma anche di esponenti del mondo intellettuale. Alcuni tacciarono Barruel di avere scritto un libro inattendibile, le cui tesi erano prive di fondamento; altri, invece, lo attaccarono scandalizzati per aver rivelato ciò che non avrebbe dovuto rivelare. Del resto, non poteva essere altrimenti, vista la delicatezza degli argomenti trattati”.[2]

Il filo conduttore del prometeismo di matrice collettivistica venne ripreso in ogni caso dopo pochi decenni da Karl Marx, che creò un decisivo salto di qualità al suo interno.

Si è già notato in precedenza che, ancora prima di diventare comunista, il giovane Marx avesse manifestato una speciale e infuocata forma di ateismo, ben individuata e sottolineata dal colto gesuita J. Calvez.

“Fin dalla sua tesi di laurea, nel 1841, Marx manifestò delle posizioni radicali in materia religiosa. Esse meritano di essere messe in evidenza da tutto ciò che, nella sua opera, concerne da vicino o da lontano il problema religioso.

Si tratta di osservazioni a proposito di Gassendi, che si è lanciato, pensa Marx, nella vana impresa di conciliare la filosofia atea di Epicuro con il cristianesimo: «Si sforza, dice Marx, di conciliare la sua coscienza cattolica con la sua scienza pagana, Epicuro con la Chiesa. Fatica sprecata peraltro. È come voler gettare il mantello smesso di una monaca cristiana sul corpo splendido e fiorente della Laide greca». La filosofia, spiega poi Marx, non è tenuta a comparire in tal modo davanti al tribunale della religione e della teologia: “La filosofia, finché una goccia di sangue farà battere il suo cuore assolutamente libero e padrone dell’universo, non cesserà di lanciare ai suoi avversari il grido di Epicuro: l’empio, non è chi disprezza gli dèi della folla, ma chi aderisce all’idea che la folla si fa degli dèi. La filosofia non si nasconde. Essa fa sua la professione di fede di Prometeo: in una parola, odio tutti gli dèi! E questo motto, essa l’oppone a tutti gli dèi del cielo e della terra che non riconoscono la coscienza umana come la divinità suprema. Essa non tollera rivali. E ai tristi figuri che si rallegrano del fatto che in apparenza la situazione sociale della filosofia sia peggiorata, essa dà a sua volta la risposta che Prometeo diede a Ermes, servitore degli dèi: Mai, stanne certo, scambierei la mia miserabile sorte con il tuo servaggio; valuto di più, infatti, l’essere inchiodato a questa roccia che l’essere il valletto fedele e il messaggero del Padre Zeus. Nel calendario filosofico, Prometeo occupa il primo posto tra i santi e i martiri».

Queste righe contengono i temi principali della critica della religione da parte di Marx e del suo ateismo. La religione della “folla” diverrà “l’oppio del popolo”. Prometeo inchiodato alla sua roccia e che disprezza gli dèi è l’uomo inchiodato al compito della propria creazione, della propria produzione, che sfida ogni dio creatore. Forse anche l’opposizione a “tutti gli dèi del cielo e della terra” annuncia che la critica dell’alienazione religiosa deve sfociare in una critica della situazione terrena dell’uomo, causa dell’alienazione religiosa”.[3]

Calvez ha perfettamente ragione, visto che Marx porterà a una splendida fioritura i semi di un pensiero prometeico contenuti nella sua spettacolare tesi di laurea del 1841; ad esempio già nelle sue geniali e splendide “Tesi su Feuerbach” del marzo 1845, Marx rilevò apertamente che “il punto di vista del nuovo materialismo” (alias del materialismo comunista) “è la società umana, l’umanità socialista”.[4]

Siamo quindi in presenza di una teoria politico-filosofica che ha per oggetto ultimo la specie umana risultando di matrice comunista, fondata sulla centralità della specie umana e del comunismo, e proprio la pratica sociale dell’uomo (politica, produttiva, scientifico-tecnologica, artistica ecc.) risultava capace di produrre veri e propri “miracoli” prometeici, laici e concretissimi, per il Marx delle “Tesi su Feuerbach”, visto che tale praxis collettiva:

  • diventava, a determinate condizioni, capace di trasformare il mondo naturale e umano, e all’undicesima sezione Marx rilevò che “i filosofi hanno finora solo interpretato diversamente il mondo: ma si tratta di trasformarlo”;[5]
  • risultava, sempre a determinate condizioni, capace di trasformare l’uomo e di modificarlo, specialmente con “la prassi rivoluzionaria”. Nella quarta tesi su Feuerbach, infatti, Marx sottolineò che “la dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dall’educazione, dimentica che proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è perciò costretta a separare la società in due parti, una delle quali sta al di sopra dell’altra. La coincidenza nel variare delle circostanze dell’attività umana, o autotrasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria”;[6]
  • diventava, a determinate condizioni, capace altresì di acquisire via via “la verità” (Marx), alias “la realtà ed il potere” del suo pensiero collettivo. Nella seconda tesi Marx notò infatti “la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. È nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero isolato dalla prassi è una questione puramente scolastica”.

E ancora, nell’ottava tesi, il geniale pensatore tedesco ribadì che “la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di questa prassi”.[7]

La praxis sociale, per Marx ed Engels, poteva produrre incredibili meraviglie, anche all’interno delle società classiste, determinando la genesi dell’umanesimo prometeico.

Nel 1848 e nel Manifesto del Partito Comunista Marx, assieme al fedele amico e compagno di lotta Engels, sottolineò infatti come il capitalismo industriale e la borghesia, dopo J. Watt ed il 1770, avesse saputo compiere grandi imprese socioproduttive, a partire dal prometeico “soggiogamento delle forze naturali”, mostrando “che cosa possa compiere l’attività dell’uomo” creando “meraviglie” di fronte alle quali quasi sparivano “piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche”.[8]

La categoria teorica delle grandi potenzialità future e dei notevoli poteri attuali del genere umano venne sviluppata anche in un celebre discorso tenuto da Marx nel 1856 durante l’esilio inglese, all’assemblea del quotidiano People’s Paper e nel quale Marx indicò chiaramente la superpotenza “prometeica” insita nello sviluppo scientifico-tecnologico, capace di avviare una riproduzione allargata e a spirale all’interno del futuro del genere umano una volta finalmente eliminato il “tappo” e le “catene” imposte su di esso dai rapporti sociali di produzione capitalistici, ancora egemoni nei paesi più avanzati alla metà del diciannovesimo secolo.[9]

Il filo rosso di matrice prometeico-attivistico che permeò sia il processo di elaborazione teorica che l’azione pratica di Marx si dipanò anche nel (prometeico e titanico) “Capitale”.

Non solo. Come si è già notato nella prefazione, Marx individuò la natura prometeica dell’uomo (“nonostante la Bibbia”) ma altresì in un meraviglioso passo del terzo libro del Capitale, da connettere dialetticamente anche con la “Critica del programma di Gotha”, egli pose l’accento sul decisivo e fondamentale “sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà umana”; un processo di sviluppo potenzialmente infinito e omnilaterale dell’umanità socializzata” (“Tesi su Feuerbach”) e delle sue libere individualità, una dinamica infinita al cui interno rientrava sicuramente l’inesauribile processo di sviluppo delle conoscenze umane, ivi comprese ovviamente quelle tecnico-scientifiche.

“Di fatto il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e in tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il bisogno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la naturale, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi seguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire solo sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa”.[10]

Non solamente, a giudizio di Marx, la futura umanità socializzata avrebbe regolato il processo di ricambio organico con la natura (= lavoro/produzione) portandolo sotto il suo “comune controllo”, attuando così un primo livello di prometeismo, ma essa proprio sulla base dell’umanizzato e controllato “regno della necessità”, avrebbe sviluppato via via “il regno della libertà”, ossia un titanismo comunista e cooperativo nel quale il processo di sviluppo delle conoscenze in tutti i campi avrebbero interagito con lo sviluppo omnilaterale delle capacità umane: artistiche, erotiche, ludiche, mentali e scientifico-tecnologiche.

Persino il comunismo, secondo Marx, costituiva pertanto un mezzo e uno strumento sociale, per il “fine” e lo scopo fondamentale del genere umano, rappresentato invece dall’azione sociale tesa allo “sviluppo delle capacità” (e conoscenze) uman: in ultima analisi Marx considera senza soluzione di continuità, dalla sua tesi di laurea del 1841 fino alla sua morte, come decisivo e prioritario il processo di “sviluppo delle capacità” e della pratica sociale potenzialmente infinita e inesauribile.

Engels, nel celebre AntiDühring scritto da lui in stretta collaborazione con Marx, sottolineò “la capacità cognitiva” e potenzialmente “illimitata” del genere umano: almeno per la sua “vocazione” e potenzialità, almeno per la sua “meta finale” e prometeica.

“In altre parole: la sovranità del pensiero si realizza in una serie di uomini che pensano in un modo assolutamente privo di sovranità; la conoscenza che ha incondizionata pretesa di verità.

Abbiamo qui la stessa contraddizione che si aveva già sopra, tra il carattere, rappresentato necessariamente come assoluto, del pensiero umano e il suo realizzarsi in singoli individui il suo pensiero è limitato, contraddizione che può risolversi solo nel progredire infinito, nella successione delle generazioni umane che, almeno per noi, è praticamente infinita. In questo senso il pensiero umano è, nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilità, la sua meta finale nella storia; non sovrano e limitato nella sua espressione singola e nella sua realtà di ogni momento”.[11]

Si tratta di un passo spesso trascurato dell’AntiDühring ma che ribadisce e riconferma una tendenza prometeica che parte dal 1841, recuperando nella nuova cornice dell’Umanità sociale” e del comunismo la più importante conquista (Burckhardt) dell’Umanesimo rinascimentale: ossia il “senso dell’infinita potenza umana”, di un uomo “produttore di se stesso”.[12]

L’“umanismo prometeico” e il progetto prometeico (Calvez), il senso delle “infinite potenzialità umane” e della titanica capacità collettiva umana di autoprodursi e di autotrasformarsi si rivelò dunque, come ammise l’onesto Calvez, il sotterraneo ma decisivo filo conduttore della concezione del mondo marxiano, di una “linea rossa” capace di esprimere “un’esaltante visione” di matrice umanista sempre secondo la corretta definizione dello stesso Calvez.

“In realtà, l’umanesimo è stato il progetto della filosofia di Marx fin da quando mise in moto la sua riflessione personale. Fin dalla sua tesi di dottorato, annunciava, come abbiamo visto, che la “professione di fede” della filosofia è quella di Prometeo: “In una parola, odio tutti gli dei”. Il “discorso che tiene e terrà” la filosofia è diretto contro gli dei del cielo e della terra “che non riconoscono la coscienza umana come la più alta divinità”. E Marx, in tal modo faceva sua l’affermazione di Prometeo a Hermes, servitore degli dei: “Preferisco essere incatenato a questa roccia piuttosto che essere il fedele servitore, il messaggero del Padre Zeus”.

Un po’ prima, nella lettera a suo padre del 1837, aveva scritto: “una cortina era caduta, il mio santuario era demolito e bisognava installarvi nuovi dei. Partendo dall’idealismo che… avevo confrontato e alimentato con quello di Kant e di Fichte, giungevo a cercare l’idea nel reale stesso. Se gli dei avevano un tempo abitato al di sopra della terra, ne erano ora diventati il centro”.

Tutta la filosofia di Marx non è dunque stata che il compimento di questo progetto. Solo l’ideale prometeico che egli si proponeva agli inizi aveva ancora qualcosa di teso. Marx rifiutava le soluzioni idealiste ottimistiche, ma ostentava ancora un certo pessimismo. Nella realizzazione del suo progetto, Marx ha trovato al contrario la fonte di un nuovo ottimismo, che però non contraddice la sua volontà di non uscire dall’immanenza. Si rifà all’uomo, ma crede di trovare questo capace di superare l’alienazione che lo vizia e capace di svilupparsi in ogni dimensione e di divenire l’universale concreto.

La formula-chiave è che l’uomo è produttore, e produttore di se stesso. L’attività è il rapporto fondamentale del reale, la mediazione della relazione immediata dell’uomo con la natura, base di ogni realtà. Di qui, per Marx, l’importanza della vita economica è quella dell’evoluzione storica dei modi di produzione e delle forme sociali che li accompagnano. L’uomo trasforma la natura producendo un oggetto naturale atto alla soddisfazione del suo bisogno: con ciò, riproduce la natura e la rende umana. Nel comunismo, inoltre, la rende sociale. II prodotto è il mio prodotto, ma è anche il prodotto dell’altro uomo, dunque oggetto sociale. Riproducendo la natura, facendo di essa una nuova natura, una natura umana e sociale, l’uomo produce se stesso.

In questo atto essenziale, l’uomo si appropria del suo essere. Era il senso della proprietà, fenomeno che domina la storia umana. Certo, la proprietà ha potuto essere fonte di alienazione divenendo proprietà privata. L’appropriazione si è allora effettuata contro l’uomo. Invece di appropriarsi di se stesso appropriandosi del proprio prodotto, l’uomo si perdeva. Ma la rivoluzione comunista apre la porta ad una nuova appropriazione del prodotto sociale e con ciò dell’essere dell’uomo. L’uomo può cosi cogliere la sua essenza. Tutta la sua storia non è perciò che la storia dell’appropriazione da parte sua del suo proprio essere: essa in ogni caso è tale nell’istante privilegiato della rivoluzione comunista, che la riassume, e nell’appropriazione da parte dell’uomo sociale dei mezzi di produzione sociali, risultato pratico essenziale di questa rivoluzione.

Con questo atto storico, l’uomo si genera. Crea se stesso, nel senso più pieno che può rivestire questa espressione secondo la definizione teologica: productio ex nihilo sui et subjecti, fermo restando che il «se» e il «subjectum» sono per Marx in ultima analisi identici. C’è dunque generazione spontanea (generatio aequivoca) dell’uomo, unica soluzione, secondo Marx, al problema dell’origine radicale dell’uomo.

L’uomo è quindi essere totale, insieme essere generico (il che caratterizza il suo rapporto con la natura, cioè con ogni alterità) ed essere sociale (il che caratterizza il suo rapporto con l’altro uomo). L’uomo al lavoro opera secondo le leggi della specie, secondo le leggi della sua specie e di ogni specie. Opera al tempo stesso socialmente, cioè come uomo sociale, che ha per bisogno unico l’uomo. «Sebbene sia un individuo particolare – ed è precisamente la sua particolarità che fa di lui un individuo e un essere sociale realmente individuale – l’uomo è del pari la totalità, la totalità ideale (in idea), l’esistenza soggettiva della società pensata e avvertita in sé, al modo stesso che esiste nella realtà tanto come rappresentazione che come spirito reale dell’esistenza sociale, quanto come totalità di una manifestazione umana di sé» Nell’Ideologia tedesca, Marx scriveva anche, a proposito della rivoluzione proletaria: «Non è che in questo stadio dello sviluppo che l’autoaffermazione degli individui si confonderà con la loro vita materiale, fusione che corrisponde alla trasformazione progressiva degli individui in individui totali e all’abbandono di ciò che avevano di primitivo. Allora, ci sarà corrispondenza perfetta tra la trasformazione del lavoro in autoaffermazione, e la trasformazione del commercio finora limitato in commercio degli individui come tali».

Non è certo la filosofia astratta che ha realizzato tutto questo. E’ l’uomo concreto che si realizza e si crea come uomo totale: «La critica critica non crea niente, scriveva Marx nella Sacra Famiglia; l’operaio crea tutto e a tal punto che, con le creazioni del suo spirito, suscita vergogna in tutta la critica: gli operai francesi e inglesi possono testimoniare in questa senso. L’operaio crea perfino l’uomo».

Appropriandosi dei suoi prodotti, cioè della natura riprodotta e dell’uomo sociale stesso, l’uomo diventa ad

un tempo universale. La categoria di appropriazione deve pertanto essere intesa ormai in un senso più ampio. Non è più un atto particolare dell’uomo, ma il suo atto unico, completo, universale. L’uomo si sbarazza dell’esclusiva categoria dell’avere che costituiva fino a quel momento tutto il suo rapporto con le cose: è ora in rapporto con le cose e con gli uomini in sensi molteplici e diversi che non possono ridursi al semplice senso dell’avere e del possedere. «Ognuna delle sue relazioni umane con il mondo, per esempio, comprendere, sentire, gustare, toccare, pensare, contemplare, essere toccato, volere, essere attivo, amare, insomma tutti gli organi della sua individualità, proprio come gli organi che sono immediatamente nella loro forma come organi comunitari, sono nel loro rapporto oggettivo o nel loro rapporto con l’oggetto l’appropriazione di questo». Ognuno degli atti dell’uomo diventa atto umano, vertente sull’uomo e proveniente dall’uomo in tutte le sue dimensioni. L’uomo sociale ha sensi nuovi, universali nella loro recettività: in blocco costituiscono l’unico «senso umano». Senso dell’uomo, senso che verte sull’uomo: passione dell’uomo immanente all’uomo, come l’abbiamo incontrato nella descrizione della società comunista.

Sempre il gesuita Calvez ammise che “davanti all’esaltante visione quale è l’umanesimo di Marx, non ci si stupirà che un Lefebvre abbia cercato nella storia spirituale dell’umanità delle analogie di questa «nascita dell’uomo». «Si possono trovare, egli dice, nei poemi più mistici certi presentimenti di quest’atto totale che fu chiamato il Divino o il Sovrumano e che si è sempre proiettato fuori dell’uomo in nome di sentimenti cosmici ardenti e oscuri… esso evoca il lungo presentimento nella storia dell’umanità di un «uomo totale» e di un «atto totale» … «Al limite, l’atto totale sarebbe supremamente coestensivo alle energie vitali, supremamente lucido e al tempo stesso supremamente spontaneo. Immerso nei ritmi della natura, sarebbe non di meno una presenza unica». L’atto totale è creazione dell’uomo da parte dell’uomo. Al tempo stesso questo atto è suprema passività, l’uomo è passione dell’uomo nei riguardi dell’uomo».[13]

Sempre Calvez sottolineò inoltre chiaramente come, nella concezione materialistico-prometeica di Marx, anche l’ateismo era inglobato in una sintesi superiore, fin dal 1844 e dai “Manoscritti economico-filosofici”.

“L’esperienza inconfutabile dell’oggettività, del carattere dialettico del reale, contraddice, secondo Marx, l’esistenza di un Dio creatore in modo irrecusabile. Oppure, occorrerebbe che Dio non fosse pienamente inoggettivo, che vi fossero degli oggetti di fronte a lui, che vi fosse un’alterità in rapporto a lui, che vi fosse un’alterità per lui. Ma allora questo essere non sarebbe Dio, sarebbe semplicemente l’uomo. Non c’è dunque Dio, c’è al contrario un creatore, ma questo creatore non può essere che un essere «oggettivo»: è l’uomo.

Per l’uomo comunista, l’ateismo stesso diventa in tal modo superato.

«L’ateismo come negazione di questa inessenzialità (dell’uomo), non ha più senso, perché l’ateismo è una negazione di Dio e pone con questa negazione l’esistenza dell’uomo; ma il socialismo come socialismo non ha più bisogno di una tale negazione; esso prende le mosse dalla coscienza teoricamente e praticamente sensibile dell’uomo e della natura come dall’essenza. E’ la coscienza di sé dell’uomo positivo e non più mediato dalla soppressione della religione, proprio come la vita reale è la realtà positiva dell’uomo che non ha più bisogno della mediazione con la soppressione della proprietà privata ad opera del comunismo». Come il comunismo quale atto rivoluzionario di instaurazione della società comunista è superato non appena è compiuto, cosi la negazione atea è superata nel momento stesso in cui l’ateismo è realizzato. Gli atti di ateismo e di comunismo si sopprimono nello stato di ateismo e di comunismo. II cerchio si chiude su questo uomo, che, nei suoi rapporti dialettici con la natura e con l’oggetto, è tutto”.[14]

“Noi saremo tutto”: un molto che costituisce un’ottima sintesi del prometeismo marxiano e che venne utilizzato dagli Industrial Workers of the World” (IWW), un combattivo movimento sindacale statunitense degli inizi del Novecento.[15]

Il prometeismo collettivistico venne ripreso ed estremizzato in forme “eterodosse” dai Bogdanov e dai “Costruttori di Dio” rappresentati da M. Gorkij e Lunacharskij; tutti intellettuali di innegabile matrice comunista ma influenzati sul piano filosofico, in modo abbastanza sensibili, dal cosmismo russo e dal suo fondatore, l’ascetico e generoso teorizzatore della “filosofia della causa comune” N. F. Fedorov (1828-1903).

Aleksandr Bogdanov (1873-1928) è stato per un breve periodo, tra il 1903 e il 1907, uno dei più stretti collaboratori di Lenin; dopo aver rotto politicamente con i bolscevichi, si dedicò principalmente al processo di elaborazione teorico e filosofico, oltre a scrivere dei romanzi di fantascienza politica quali “La stella rossa” e ”L’ingegner Manni”), il primo dei quali divenne nel 1909 un grande successo editoriale.

Per la materia in via d’esposizione diventa interessante rilevare l’iperprometeismo manifestato in più occasioni da Bogdanov. Nel libro “La stella rossa” egli prefigurò una società extraterrestre collocato su Marte, nella quale si era già da tempo realizzato il socialismo e nella quale simultaneamente, attraverso un elevatissimo livello di sviluppo scientifico-tecnologico, il comunismo era riuscito a creare l’uomo-dio e ad acquisire un’immortalità quasi illimitata grazie ad avanzati processi di purificazione del sangue, inteso come elemento fondamentale sotto questo prometeico profilo.[16]

A fianco del titanismo di matrice tecnologica sostenuto da Bogdanov, si sviluppò quasi nello stesso periodo il prometeismo para-religioso sostenuto dal movimento dei “Costruttori di Dio”, che trasse ispirazione sia dall’umanesimo di Feuerbach che della filosofia empiriocriticista di Ernst Mach.

L’asse portante del movimento dei “Costruttori di Dio” consisteva nella tesi relativa alla necessità di non abolire la religione in se stessa, ma viceversa di avviare il processo di costruzione di una nuova forma di spiritualità nella quale non venisse riconosciuta l’esistenza di esseri soprannaturali e divini, ma viceversa si venerasse ed esaltasse proprio il genere umano conservando, allo stesso tempo, molti degli aspetti socioculturali tipici delle religioni tradizionali: una sorta di “evemerismo” dell’epoca contemporanea, in altri termini.

Uno dei principali teorici dei “Costruttori di Dio”, Anatoly Lunacharkij, bolscevico a volte in contrasto con Lenin e futuro Commissario del Popolo per l’educazione nel primo governo sovietico del 1917, sostenne che mentre la forma tradizionale di religione era falsa e veniva usata da millenni per sostenere i processi (diversificati) di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in ogni caso essa conteneva emozioni, valori morali e desideri sociali importanti per qualunque struttura umana, che tra l’altro potevano essere trasformati in spunti e tasselli di una nuova moralità comunista, all’interno di una nuova visione del genere umano. [17]

In questa prospettiva generale l’intellettuale comunista russo intendeva cambiare radicalmente il tradizionale comandamento religioso sull’ “amore di Dio” in ben altra direzione, ossia nell’alternativo precetto “tu devi amare e deificare la materia sopra ogni cosa, amare e deificare la natura corporea o la vita del tuo corpo come la causa primaria di tutte le cose esistenti, come un’esistenza senza inizio né fine”.

Sviluppando la descrizione di questo prometeico (ma illusorio) processo di apoteosi e di autodeificazione collettiva del genere umano, Lunacharskij scrisse a chiare lettere che “Dio è l’umanità al suo più alto potenziale… Dobbiamo amare il potenziale del genere umano, le nostre potenzialità, e rappresentarle in una fascia di gloria per amarle ancora maggiormente”.[18]

Siamo in presenza di un progetto di matrice titanica a cui aderì per alcuni anni anche il grande scrittore rivoluzionario M. Gorkij, influenzando anche un suo libro intitolato “Confessione”, dedicata al caro amico d’infanzia e di tante battaglie Fjodor Saljapin, nel quale ci presentava lo scontro violento, nell’anima del protagonista Matvej, tra l’ansioso bisogno di fede e la ferma volontà d’essere marxista.

Il magma dello spirito edificava un poema in prosa con un vivo turbamento, insorgente da comprensione, partecipazione, commiserazione, pietà per il dolore altrui, riscoperta di una natura piena di meraviglie e di lirismo. Fra una prosa, adagiata in ritmi religiosi, peccato veniale del gran narratore russo (Dillon, E.J. Maxim Gorky, his life and writings, London, 1902).

La trama si dipanava con il racconto della storia di un uomo. Un bambino abbandonato era scoperto e soccorso dal diacono Larion, uomo meraviglioso, solitario ed affascinante (simbolo della Provvidenza), che lo portava in canonica. Con il passare del tempo, il piccolo, a cui era stato dato il nome di Matvej, si appassionava al padre putativo che, con una voce angelica, intonava canti liturgici in chiesa. II trovatello cresceva in un mondo incantato tra bellissime giornate passate in chiesa, in un’atmosfera divina, e quelle delle passeggiate e dei giochi nella foresta (motivi che In seguito troveremo in “Detstvo”).

Matvej, diventato adulto, chiese al diacono: “Perché Dio aiuta così poco gli uomini? …” II tormento della durezza della vita, i quesiti dell’età e le domande senza risposte all’Eterno fecero del giovane un “Cercatore di Dio”.

“Questi, dopo tre anni dl vita in convento e dopo aver consultato monaci, eremiti, starez, diventava un pellegrino illuminato, senza aver trovato la risposta al suo tormento.

Matvej, nel contempo, registrava l’aggravarsi del dolore nel mondo (tirannia della società classista/borghese) e la sua fede, nel Dio giusto ed onnipotente, vacillava precipitosamente.

Un giorno, sul limitare di un bosco, il giovane incontrava un allegro vecchio forestiero di nome Jehudillus (pseudonimo dl Gor’kij agli esordi nel giornalismo). II viandante non parlava di verità ma insegnò al giovane tormentato che Dio era ancora da creare. “Da creare… ? Chiese esterrefatto il giovane cercatore di Dio. I costruttori di Dio, chi erano? Gli operai! La fabbrica era la loro chiesa o luogo di pellegrinaggio!”.

II simbolismo, qui, rappresentava lo sdoppiamento dell’anima di Gor’kij-Matvej, che cercava Dio e che lo trovava costruita dallo storicismo cosciente del Marxisrno. Jehudillus-Gor’kij era l’inviato, il messaggero, l’angelo del Socialismo (l’altra parte dell’anima d’Allioscia-Matvej), che annunciava la gloria dell’umanità socialista, il suo Dio sociale e la costruzione dell’Eden.

Ricalcando il principio evangelico che l’amore per il prossimo era l’amore per Dio, l’amore tra le masse dell’umanità socialista risultava l’amore per il loro Dio (il proletariato), signore della vita e dell’eternità.

il secondo simbolismo, usato dallo scrittore russo, ineriva alla persecuzione poliziesca di Matvej e degli operai socialisti, che chiudeva il periodo della “Ricerca di Dio” ed apriva il processo storico della “Costruzione dl Dio”.

L’edificazione della Trascendenza avveniva quando il giovane operaio abbandonava la fabbrica (chiesa e luogo di ricerca contemplativa di Dio) per costruire, con la parola, l’azione, l’anima, la vita, la storia, la sua filosofia ed il positivismo, il proletariato socialista (Dio sociale).

Il terzo simbolismo, presente in quest’opera, rappresentava il potere del Dio socialista dl operare miracoli. Una paralitica, stesa su una barella, alle porte di un convento, attendeva che il Dio della vita e padre della storia compisse un miracolo. AI passaggio del corteo dei dimostranti socialisti, che chiedevano giustizia sociale, l’inferma, percorsa da un forte entusiasmo per questi giovani ed attraversata da una forza misteriosa e divina, si alzava dal giaciglio e si metteva a camminare, andando felice incontro al corteo.

“Va, la tua fede ti ha salvato!”. “Avrebbe detto il Rabbi Jeshoua, il Figlio dell’Uomo e padre della storia. La fede e l’amore nel socialismo, invece, avevano salvato la giovane paralitica, miracolata dal Dio socialista, figlio della storia”.[19]

Basandosi su un ben diverso livello di realismo e sobrietà, spunti e tendenze prometeiche emersero nella progettualità-praxis e nella focalizzazione ideologico-culturale attuata da V. I. Lenin (1870-1924).

Innanzitutto il grande progetto leninista, delineato già nel “Che fare?” del 1902 era fondato su due livelli impegnativi e titanici di analisi, previsione e progettualità, attraverso:

  • la costruzione di una forte e coesa organizzazione di rivoluzionari per innescare e far affermare il processo rivoluzionario in Russia, trasformando radicalmente l’impero zarista;
  • l’abbattimento rivoluzionario di quest’ultimo, allora vera e propria “roccaforte” della reazione mondiale, avrebbe a sua volta agevolato enormemente il processo rivoluzionario su scala planetaria: il “centro di gravità dell’azione rivoluzionaria (Lenin/Kautsky del 1902) risiedeva ormai da tempo nei “paesi slavi” e soprattutto in Russia, ossia il nuovo “Prometeo rivoluzionario” diventa slavo per una lunga fase.

Nel 1902 come nel 1920 Lenin approvò infatti un brano affascinante di Karl Kaustky, allora ancora prevalentemente su posizioni marxiste, nel quale quest’ultimo aveva sottolineato l’assoluta centralità per la lotta di classe su scala planetaria della vittoria operaia e popolare contro lo zarismo. Nel suo celebre lavoro “Estremismo, malattia infantile del comunismo” Lenin riportò infatti che “quando era ancora un marxista, e non un rinnegato, Kautsky affrontando la questione da storico previde la possibilità di una situazione in cui lo spirito rivoluzionario del proletariato russo sarebbe stato di esempio all’Europa occidentale. Questo accadeva nel 1902, quando Kautsky pubblicò nella rivoluzionaria Iskra un articolo intitolato Gli slavi e la rivoluzione. In quell’articolo Kautsky scriveva:

«Oggi» (in antitesi al 1848) «si può ammettere non soltanto che gli slavi sono entrati nel novero dei popoli rivoluzionari, ma che anche il centro di gravità del pensiero e dell’azione rivoluzionari si sposta sempre più verso gli slavi. II centro rivoluzionario si sposta da Occidente a Oriente. Nella prima metà dell’Ottocento questo centro era in Francia e, talora, in Inghilterra. Nel 1848 anche la Germania si è schierata tra le nazioni rivoluzionarie… II nuovo secolo si apre con avvenimenti i quali inducono a pensare che ci stiamo avvicinando a un ulteriore spostamento del centro rivoluzionario, cioè al suo trasferimento in Russia… La Russia, che ha attinto dall’Occidente tanta iniziativa rivoluzionaria, è forse oggi pronta a diventare essa stessa una fonte di energia rivoluzionaria per l’Occidente. II rinfocolato movimento rivoluzionario russo sarà forse il mezzo più potente per sradicare lo spirito di infrollito filisteismo e superficiale politicantismo che comincia a diffondersi nelle nostre fila e farà nuovamente divampare in vivida fiamma l’ardore della lotta e l’appassionata dedizione ai nostri grandi ideali. Da molto tempo ormai la Russia non è più per l’Europa occidentale semplicemente il baluardo della reazione e dell’assolutismo. Oggi invece avviene forse l’opposto. L’Europa occidentale sta diventando il baluardo della reazione e dell’assolutismo in Russia…”. Forse già da un pezzo i rivoluzionari russi l’avrebbero fatta finita con lo zar, se non dovessero lottare al tempo stesso contro il suo alleato, contro il capitale europeo. Vogliamo sperare che questa volta riusciranno ad avere la meglio su entrambi i nemici e che la nuova “Santa Alleanza” crollerà più rapidamente di quelle che l’hanno preceduta. Ma, comunque si concluda la lotta divampante attualmente in Russia, non saranno vani il sangue e le sofferenze dei martiri che essa genererà, purtroppo, in numero più che sufficiente. Il sangue e le sofferenze feconderanno i germogli del rivolgimento sociale in tutto il mondo civile e ne renderanno più rigoglioso e più rapido lo sviluppo. Nel 1848 gli slavi sono stati il rigido gelo che ha stroncato i fiori della primavera dei popoli. Oggi forse è loro riservato di essere l’uragano che spezzerà il ghiaccio della reazione e apporterà irrefrenabilmente ai popoli una nuova e felice primavera” (Karl Kautsky). Gli slavi e la rivoluzione, art. pubblicato dell’Iskra, giornale socialdemocratico rivoluzionario russo, n. 18, 10 marzo 1902.

Scriveva bene Karl Kautsky, diciott’anni fa!”.[20]

Almeno a partire dal 1900/1902, pertanto, Lenin non solo riuscì ad elaborare un progetto politico-sociale di portata planetaria, ma sostenne sempre, in modo prometeico, la reale possibilità di rovesciare e abbattere dei nemici estremamente più potenti sul piano materiale rispetto ai rivoluzionari russi (zarismo, borghesia autoctona e grandi proprietari fondiari), a determinate condizioni e con una praxis adeguata alla situazione concreta.

Il “Davide proletario” può sconfiggere il “Golia borghese”, con la “massima tensione delle forze” e lucida intelligenza strategico-tattica.

Il prometeismo teorico di Lenin, vivo e pulsante nel 1900/1902 come nel 1920/1923, si espresse soprattutto nella lucida coscienza, nell’ardente fiducia e nella concreta capacità del proletariato, moderno “Prometeo incatenato alla rupe”, di sconfiggere nemici e antagonisti ancora dotati di una forza d’urto materiale assai superiore.

Sintetizzando la sua precedente concezione della lotta politico-sociale, Lenin nel 1920 e sempre nell’”Estremismo, malattia infantile del comunismo”, rilevò che anche dopo il felice (ma raro) evento di una rivoluzione vittoriosa in un singolo paese, ossia anche “dopo aver realizzato la prima rivoluzione socialista, dopo aver abbattuto  la borghesia in un paese, il proletariato di questo paese rimane ancora a lungo più debole della borghesia, già solo in virtù dei formidabili legami internazionale della classe borghese e inoltre, a causa della spontanea e continua ricostituzione e rinascita del capitalismo e della borghesia ad opera dei piccoli produttori di merci nel paese stesso che ha abbattuto il dominio borghese. Si può vincere un nemico più potente soltanto con la massima tensione delle forze e all’immancabile condizione di utilizzare nel modo più diligente, accurato, cauto e abile ogni benché minima “incrinatura” tra i nemici, ogni contrasto di interessi tra la borghesia dei diversi paesi, tra i vari gruppi e le varie specie di borghesia all’interno di ogni singolo paese, ogni benché minima possibilità di conquistare un alleato numericamente forte, pur se momentaneo, esitante, instabile, infido, condizionato. Chi non ha capito questo non ha capito un’acca né del marxismo né del moderno socialismo scientifico in generale. Chi non ha dimostrato nella pratica, per un periodo di tempo abbastanza lungo e in situazioni politiche abbastanza diverse, di saper applicare in concreto questa verità, non ha ancora imparato ad aiutare la classe rivoluzionaria nella sua lotta di emancipazione di tutta l’umanità lavoratrice dagli sfruttatori. E quanto si è detto vale in ugual misura sia per il periodo che precede sia per periodo che segue alla conquista del potere politico da parte del proletariato”.[21]

Ma non solo. Sempre Lenin elaborò altresì nel corso degli anni compresi tra il 1915 e il 1921 la teoria della costruzione del socialismo in un solo paese, a dispetto dello strapotente materiale della borghesia mondiale e dell’oggettiva arretratezza socioproduttiva sia della Russia sia delle altre aree geopolitiche dell’ex impero zarista, oltre che della presenza di una forte borghesia rurale rappresentata dai kulaki.

Lenin individuò dunque una possibilità concreta, a determinate condizioni e utilizzando le cooperative ed il processo di riproduzione allargata all’industria pesante, per la classe operaia e i comunisti sovietici di compiere in condizioni assai difficili e con enormi sforzi collettivi un nuovo “miracolo laico”, dopo quello dell’Ottobre Rosso del 1917, costruendo con successo il socialismo in un sesto del globo e in un’area geopolitica di grande valore strategico-planetario, pari a un sesto del globo terrestre.

Ancora una volta Lenin riuscì a produrre una lucida visione prometeica di lunga durata rispetto al ruolo concreto che avrebbero potuto assumere le masse popolari e l’avanguardia rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, ancora una volta superando tremendi problemi e potentissimi nemici, seppur in parte diversi da quelli sconfitti nel 1900/1920.

Proprio il 4 gennaio del 1923, nel suo splendido scritto “Sulla cooperazione”, Lenin rilevò che “infatti, da noi, una volta che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, una volta che a questo potere dello Stato appartengono tutti i mezzi di produzione, effettivamente, non resta altro che organizzare la popolazione nelle cooperative. Se la popolazione è largamente organizzata nelle cooperative, si arriva automaticamente a quel socialismo che prima aveva suscitato un’ironia legittima, dei sorrisi, del disprezzo fra le persone convinte a giusta ragione della necessità della lotta di classe, della lotta per il potere politico, ecc. Ed ecco che non tutti i compagni si rendono conto dell’importanza gigantesca, incommensurabile che acquista ora  per noi la cooperazione in Russia. Con la Nep abbiamo fatto una concessione al contadino in quanto mercante, al principio del commercio privato; appunto da ciò deriva (contrariamente a quanto si crede) l’importanza gigantesca della cooperazione. In sostanza, l’organizzare in misura sufficientemente ampia e profonda la popolazione russa in cooperative nel periodo della Nep, è tutto quanto ci occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell’interesse privato,  dell’interesse commerciale privato con la verifica e il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell’interesse privato all’interesse generale, che prima rappresentava una pietra d’inciampo per molti e molti socialisti. In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato è nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non e forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questa tutto ciò che e necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista  integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per tale scopo.

Ed è appunto ciò che viene sottovalutato nel loro lavoro pratico da molti dei nostri attivisti. Da noi si guarda alla cooperazione con disprezzo, non comprendendo l’importanza esclusiva che questa ha, anzitutto, dal punto di vista di principio (i mezzi di produzione appartengono allo Stato), in secondo luogo, dal punto di vista del passaggio a un nuovo ordinamento per la via che sia possibilmente la più semplice, la più facile e la più accessibile ai contadini.

Appunto in ciò sta ancora una volta l’essenziale. Una cosa è fantasticare su ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare il socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa opera.

Tale stadio noi l’abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente”.[22]

Nel suo scritto “Meglio meno, ma meglio”, Lenin si chiese: “Non sarà questo il regno della grettezza contadina?”, e rispose con impeto titanico:

“No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far si che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, ecc.

Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia adatto ad un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletario cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione della centrale elettrica del Volkhov, ecc.”.[23]

Analizzando criticamente il terzo libro della “Scienza della logica” di Hegel, nella sezione da quest’ultimo dedicata alla dinamica del processo di conoscenza, Lenin notò altresì che proprio in questo campo Marx si era ricollegato “direttamente a Hegel, quando introduce il criterio della pratica nella teoria della conoscenza: vedi le Tesi su Feuerbach”.[24]

Subito Lenin sottolineò quindi che “la coscienza umana” (e la pratica sociale umana) “non solo rispecchia il mondo oggettivo, ma lo crea anche”.[25]

Come nel Faust di Goethe, tanto amato da Lenin, il genere umano dunque ricostruisce e “crea” il mondo esterno proprio trasformandolo radicalmente attraverso il lavoro sociale, la pratica scientifico-tecnologica, i processi rivoluzionari sociopolitici, l’arte ecc.; più avanti il grande rivoluzionario russo annotò che “cioè il mondo non soddisfa l’uomo e l’uomo concepisce il proposito di trasformarlo mediante la sua attività”, e “la prassi è superiore alla conoscenza (teorica), giacché ha in sé non solo la dignità dell’universale ma anche la dignità della realtà immediata”.[26]

In un passo successivo, Lenin sottolineò e valorizzò invece la funzione positiva svolta dal sogno e dalla fantasia, purché collegate al “duro lavoro” e alla pratica concreta, all’interno del processo di evoluzione del genere umano.

L’accostarsi dell’intelletto (umano) alla singola cosa, la messa a punto di una sua riproduzione ( = di un suo concetto), non è un atto semplice, immediato, inerte come l’immagine riflessa in uno specchio, ma un atto complesso, discorde, a zig zag, un atto che include in sé la possibilità che la fantasia voli via dalla vita; nonché la possibilità della trasformazione (e di una trasformazione impercettibile, che sfugge alla coscienza dell’uomo) del concetto astratto, dell’idea in una fantasia (in ultima istanza Dio). Giacché anche nella generalizzazione più semplice, nell’idea universale più elementare (“il tavolo” in generale) vi è un certo briciolo di fantasia. (Viceversa: è assurdo negare il ruolo della fantasia anche nella scienza più rigorosa: vedi Pisarev sul sogno utile, come sprone al lavoro, e sulla vuota fantasticheria)”.[27]

Lenin esaltò sempre la capacità di “sognare ad occhi aperti”, trasformando il desiderio onirico in realtà concreta.

Il concetto prometeico enucleato nel 1864 dal grande scienziato russo Pisarev, a cui Lenin fece più volte riferimento rispetto alla questione della connessione dialettica esistente tra sogno umano e progettualità/pratica, chiariva infatti che “il mio fantasticare può anticipare il corso naturale delle cose, oppure può spingersi in direzioni che nessun corso delle cose potrà mai toccare. Nel primo caso, il sogno, la fantasticheria, non arreca alcun danno; esso può, anzi, sorreggere e rafforzare l’energia dell’uomo operoso. Se all’uomo fosse tolta la capacità di sognare a questo modo, se egli non potesse prefigurare e contemplare, con la fantasia, in tutta la sua compiuta bellezza l’opera cui egli prende a metter mano, non potrei immaginarmi allora quale impulso dovrebbe spingere l’uomo a intraprendere e portare a compimento lavori di vasta e profonda portata nel campo dell’arte, della scienza e della vita pratica … conseguentemente la separazione tra sogno e realtà non produce alcun danno, se la personalità che sogna crede seriamente al suo sogno, se considera attentamente la vita, se confronta le sue osservazioni con i suoi castelli in aria e se, insomma, lavora seriamente alla realizzazione delle sue fantasie. Quando sogno e vita stanno l’uno con l’altra in reciproco contatto, tutto è bene. Allora o la vita asseconderà il sogno, oppure il sogno si frantumerà dinanzi alle realtà della vita, in conclusione si avrà un comporsi reciproco del sogno e della vita … ma vi sono fantasticherie di ben altro tipo, fantasticherie che fanno addormentare l’uomo, fantasticherie che nascono in momenti di vacuità e di debolezza e che con la loro influenza ribadiscono il vuoto e l’assopimento da cui sono sorte. Son queste le fantasticherie di Malinov” (personaggio delle Anime morte di Gogol. N.d.T.). “Sogni del primo tipo possono paragonarsi a un sorso di buon vino, che ridà forze all’uomo durante un lavoro sfibrante. Gli altri somigliano, invece, all’oppio, che mentre fa vedere all’uomo immagini meravigliose, gli stronca al tempo stesso il sistema nervoso”.[28]

Nel “Che fare?” del 1902, come nei Quaderni filosofici del 1914-16, dunque, a giudizio di Lenin il tenace sogno ad occhi aperti si trasformava progressivamente in pratica concreta, in grado di “portare a compimento lavori di vasta e profonda portata nel campo dell’arte, della scienza e della vita pratica”, dell’economia come della politica, rappresentando una dei componenti più nobili ed utili all’interno del mosaico di gigantesche potenzialità insite nel genere umano.

Non solo la pratica umana, ma anche il sogno/progetto realistico ricreano e trasformano la realtà esterna e la riproducono, più o meno profondamente trasformata: si può concludere che proprio il prometeismo “faustiano” di Goethe trovò in Lenin un suo sistematizzatore in campo filosofico, ottenendo una splendida sintesi teorica.

In uno dei suoi ultimi scritti e in vibrante polemica con il raffinato menscevico N. Sukhanov, nel gennaio del 1923 Lenin ribadì la sua convinzione prometeica nell’enorme forza d’urto della praxis umana, in presenza di determinate condizioni storiche.

Scrivendo l’articolo “Sulla nostra rivoluzione”, Lenin infatti rilevò che per la componente riformista del movimento operaio “la Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forme produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Sukhanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l’apprezzamento della nostra rivoluzione.

E se invece l’originalità della situazione ha innanzitutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell’Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo – nei confini delle rivoluzioni iniziatesi e in parte già iniziate dell’Oriente – condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della “guerra dei contadini” con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un “marxista” come Marx nel 1856, a proposito della Prussia?

Ma se la situazione, assolutamente senza vie d’uscita, decuplicava le forze degli operai e dei contadini e ci apriva la possibilità di procedere alla creazione delle premesse fondamentali della civiltà in modo diverso che in tutti gli altri Stati dell’Europa occidentale? Forse che per questo la linea generale dello sviluppo della storia mondiale si è modificata? Si sono forse perciò cambiati i rapporti fondamentali tra le classi principali di ogni stato che viene coinvolto o è stato già coinvolto nel corso generale della storia mondiale?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo “grado di cultura”, dato che esso è diverso in ogni Stato dell’Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare prima con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito – sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico – metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni nello svolgimento storico ordinario sono inammissibili o impossibili?

Napoleone, se ben ricordo, scrisse “On s’engage et puis… on voit”. Liberamente tradotto, ciò significa: “Prima bisogna impegnarsi in un combattimento e poi si vedrà”. Ed ecco che anche noi nell’ottobre 1917 ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia mondiale, questi sono indubbiamente dei particolari), come la pace di Brest, o la Nep, ecc. E oggi non v’è più alcun dubbio, che, in linea generale, noi abbiamo riportato la vittoria”.[29]

I prometeici Spartaco, Dolcino e Giordano Bruno sarebbero stati orgogliosi di queste geniali, vibranti e titaniche parole di Lenin, a nostro avviso aventi per oggetto la prometeica e collettivistica volontà di “procedere alla creazione delle premesse fondamentali della civiltà” per “via rivoluzionaria”.

Analizzando il campo variegato del bolscevismo post-1917, lo studioso R. A. Campa ha notato come  tematiche delle potenzialità della tecnica e della costruzione dell’“uomo nuovo” costituivano delle costanti teoriche “nella pubblicistica marxista di inizio secolo. Guardando alle posizioni epimeteiche di alcuni intellettuali militanti della sinistra post-sessantottina, il contrasto con i classici del socialismo – a partire da

Marx, Engels, Lenin e Trotsky – appare più che evidente. II socialismo originario, essendo una grande visione prometeica dell’uomo, non si poneva a difesa di modi di vita tecnologicamente arretrati, soltanto perché la minaccia ad essi giungeva dal capitalismo arrembante. II socialismo originario difendeva i deboli dallo sfruttamento, ma non chiudendoli in un ghetto neolitico o feudale. Non la politica della riserva, ma la politica dell’emancipazione, della dignità, dell’integrazione internazionale, del progresso scientifico e dell’innovazione tecnologica – questa era, per i marxisti del passato, la strada che l’umanità doveva seguire.

Nell’immaginario degli intellettuali marxisti, il socialismo realizzato non era infatti soltanto una società senza classi, ma anche una società scientificamente e tecnologicamente avanzata, più di ogni altra storicamente esistita. In questo aspetto, si notano legami profondi con il futurismo”.[30]

Sotto questo profilo l’iperprometeismo del miglior Trotsky, e cioè quello del 1917-23, giunse fino a prevedere la creazione di un uomo “liberato dalle leggi oscure dell’ereditarietà”.

Sempre Campa ha innanzitutto notato che “almeno due temi accomunano il socialismo trotskista al futurismo: il dinamismo (o fuga dalla noia) e la tecnofilia. Scrive Trotsky in “Arte rivoluzionaria e arte socialista” (1958: 95) “io non so se per il momento abbiamo bisogno sulla scena della biomeccanica, cioè se la biomeccanica si pone in prima linea come urgenza storica …”. Trotsky sta parlando del teatro. Dice di non sapere se la biomeccanica debba diventare già da ora un tema dell’arte teatrale, ma – come vedremo – è convinto che in futuro la biomeccanica sarà una protagonista assoluta della vita sociale e non solo dell’arte. Per quanto riguarda la società, Trotsky (1958: 106) profetizza un futuro eccitante: “La vita quotidiana, se perderà la sua natura elementare, cesserà pure di essere stagnante. L’uomo, che sarà in grado di spostare i fiumi e le montagne, di costruire palazzi popolari sulla cima del monte Bianco o nel fondo dell’Atlantico, saprà pure assicurare alla sua vita quotidiana non solo la ricchezza, la varietà e l’intensità, ma anche la dinamica più elevata. L’involucro della vita quotidiana, appena sorto, sarà infranto dall’affluire di sempre nuove invenzioni e conquiste tecnico-culturali. La vita del futuro non sarà monotona”.

“Quello che continua ad unire il comunismo al futurismo è lo spirito prometeico rivoluzionario”.[31]

Il teorico transumanista Campa ha evidenziato altresì come, nel suo scritto  intitolato “Arte rivoluzionaria e arte socialista” del 1923, “dopo aver profetizzato che l’essere umano riuscirà anche a superare il sentimento religioso e la paura della morte, grazie a modifiche biomeccaniche del proprio organismo, Trotsky (1958: 107) conclude affermando che l’«uomo si porrà il compito di diventare padrone dei suoi sentimenti, di elevare i suoi istinti al livello della coscienza, di renderli di una chiarezza cristallina, di portare i fili conduttori della volontà oltre le soglie della coscienza e con ciò di innalzare se stesso a un livello più elevato di tipo socio-biologico o, se si vuole, un superuomo».

Ecco infine la parola magica: il superuomo. Trotsky la pronuncia pur sapendo che essa, sulla scorta del pensiero di Nietzsche, è un elemento fondamentale del lessico e dell’ideologia della destra fascista e nazionalista. Evidentemente, prima degli esiti catastrofici delle dittature nazifasciste, della seconda guerra mondiale, dell’eugenetica realizzata, dei campi di sterminio, si trattava di un concetto ancora nobile, anche per la sinistra.

Naturalmente, rimangono distanze ideologiche riguardo la questione sociale, l’emancipazione della classe operaia.

Tuttavia, anche su questo punto, non vediamo un abisso tra Nietzsche e Trozkij. AI contrario di quello che è lo stereotipo del comunismo (avvalorato dalle successive esperienze del socialismo reale), il fondatore dell’Armata Rossa non sta prospettando una società completamente egualitaria, ovvero caratterizzata da totale immobilità, appiattimento, omologazione. Questo era l’incubo di Nietzsche e di altri critici del comunismo. Ma e anche l’incubo di Trotsky.

L’intellettuale russo (1958: 88-89) si chiede: «Ma un eccesso di solidarietà non nasconde il pericolo che l’uomo degeneri in un essere gregario sentimentalmente passivo, come temono i seguaci di Nietzsche?». Dunque, Trotsky si confronta direttamente con il filosofo tedesco, e dal confronto emerge una certa consonanza di valori. La differenza sta nella previsione dei fatti, non tanto nella loro valutazione. Così risponde alla domanda che si è posta: «Niente affatto. La forza potente dell’emulazione, che nella società borghese acquista il carattere della concorrenza di mercato, nell’ordine sociale socialista non sparirà, ma, per parlare con il linguaggio della psicanalisi, si sublimerà, cioè assumerà una forma più elevata e più feconda: si porrà sul piano della lotta per le proprie opinioni, i propri progetti, i propri gusti. Via via che la lotta politica si esaurirà – di lotta politica non ce ne sarà nella società senza classi – le passioni liberate si indirizzeranno sul piano della tecnica e della costruzione».

Insomma, il comunismo è inteso come un futurismo al quadrato, nel senso che in questo tipo di società (per il momento soltanto idealizzata) tutte le energie competitive vengono indirizzate verso l’innovazione scientifica, tecnologica, artistica.

Le persone più innovative, creative, dinamiche emergono, si elevano al di sopra delle altre, in qualche modo dominano la scena e decidono la direzione futura della società, ma sempre attraverso forme di partecipazione collettiva”.[32]

A questo punto vale la pena di leggere il punto centrale dell’appassionato scritto di Trotskij, nel quale quest’ultimo sottolineò che “nel modo di vita comunista” si sarebbe progressivamente creato “un tipo biologico-sociale superiore, un superuomo, se volete”.[33]

Nel futuro ma prossimo comunismo sviluppato, dominato dalla regola fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, secondo l’iperprometeismo di Trotskij “oltre alla tecnica la pedagogia – nel senso ampio della formazione psicofisica delle nuove generazioni – diventerà la regina del pensiero sociale. I sistemi pedagogici raccoglieranno intorno a sé potenti «partiti». Le esperienze educativo-sociali e l’emulazione dei diversi metodi avranno uno slancio che ora è impossibile persino immaginare. II modo di vita comunista non si formerà in modo cieco come i banchi di corallo, ma sarà creato in modo cosciente, sarà verificato dal pensiero, sarà diretto e  corretto. II modo di vita, cessando di essere spontaneo, cesserà anche di essere stagnante. L’uomo, che imparerà a spostare i fiumi e le montagne e ad edificare palazzi del popolo sulla cima del Monte Bianco e sul fondo dell’Oceano Atlantico, saprà naturalmente conferire al proprio modo di vita ricchezza, colore, tensione e insieme il dinamismo più alto. Non appena si sarà costituito, l’involucro della vita scoppierà sotto la pressione delle nuove invenzioni e realizzazioni tecnico-culturali. La vita del futuro non sarà monotona.

Non basta. L’uomo comincerà, finalmente, ad armonizzare sul serio se stesso. Si porrà il compito di portare nel movimento dei propri organi – durante il lavoro, il cammino, il gioco – una chiarezza, una funzionalità, un’economia e quindi una bellezza superiori. Egli vorrà rendersi padrone dei processi semiconsci e inconsci del proprio organismo: la respirazione, la circolazione del sangue, la digestione, la fecondazione e, nei limiti del necessario, li sottometterà al controllo della ragione e della volontà. La vita, anche quella puramente fisiologica, assumerà un carattere collettivo-sperimentale. II genere umano, il cristallizzato homo sapiens, entrerà di nuovo in una rielaborazione radicale e diventerà – sotto le proprie dita – l’oggetto dei metodi più

complessi della selezione artificiale e dell’allenamento psicofisico. Questa prospettiva si trova interamente sulla linea dello sviluppo in atto. L’uomo dapprima ha bandito l’oscura spontaneità dalla produzione e dall’ideologia, soppiantando la barbarica routine con la tecnica scientifica e la religione con la scienza. Ha bandito poi l’inconscio dalla politica, rovesciando la monarchia e le caste con la democrazia e il parlamentarismo razionalistico e poi con la cristallina dittatura sovietica. Nel modo più greve la cieca spontaneità si è stabilita nei rapporti economici, ma anche di li l’uomo la sta cacciando con l’organizzazione socialistica dell’economia. Si rende così possibile una ricostruzione radicale della struttura familiare tradizionale. Infine, nell’angolo più profondo e buio dell’inconscio, dello spontaneo e del sotterraneo si è celata la natura dell’uomo. Non è chiaro che la saranno diretti i massimi sforzi del pensiero indagatore e dell’iniziativa creatrice? L’umano genere smetterà di strisciare carponi davanti a Dio, i re e il capitale non per piegarsi docilmente davanti alle leggi oscure dell’ereditarietà e della cieca selezione sessuale! L’uomo liberato vorrà raggiungere un maggior equilibrio nel lavoro dei suoi organi e uno sviluppo e un logorio più regolare dei suoi tessuti affinché già così il tenore della morte sia portato ai limiti di una reazione razionale dell’organismo a un pericolo. Non vi può essere dubbio, infatti, che proprio l’estrema disarmonicità –  anatomica, fisiologica – dell’uomo e la straordinaria irregolarità dello sviluppo  e del logorio gli organi e dei tessuti conferiscano all’istinto vitale la forza isterica, morbosa, frustrata del terrore della morte, terrore che oscura la ragione e nutre le fantasie umilianti e sciocche sulla vita d’oltretomba.

L’uomo si porrà il fine di diventare padrone dei propri sensi, di elevare gli istinti alla vetta della coscienza, di renderli limpidi, di portare i fili della volontà fin dentro la sfera dell’occulto e del sotterraneo e così di elevarsi a un nuovo livello e di creare un tipo biologico-sociale superiore, un superuomo, se volete.

Dire fino a quali limiti di autodirezione si porterà l’uomo del futuro e altrettanto difficile che predire le altezze cui egli porterà la sua tecnica. L’edificazione sociale e l’autoeducazione psicofisica diventeranno due lati dl uno stesso processo. Le arti – quella letteraria, teatrale, figurativa, musicale e architettonica – conferiranno a questo processo una forma perfetta. O meglio: l’involucro di cui si rivestirà il processo di edificazione culturale e di autoeducazione dell’uomo comunista, dispiegherà al più alto grado tutti gli elementi vitali delle arti odierne. L’uomo diventerà infinitamente più forte, più intelligente, più raffinato; il  suo corpo più armonioso, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più musicale. Le forme della vita quotidiana acquisteranno una teatralità dinamica. II tipo umano medio si eleverà al livello di Aristotele, Goethe, Marx. Su questo crinale si eleveranno nuove cime”.[34]

Anche il titanico teorico, oltre che pratico di Stalin, non lascia spazio a dubbi di sorta: uno Stalin secondo il quale il marxismo era, e doveva essere “creativo” e antidogmatico (luglio 1917), rendendo in tal modo capace i bolscevichi russi fin dal 1917 di aprire, primi nel mondo, “la strada del socialismo” per l’umanità, come ribadì con forza il rivoluzionario georgiano – in pieno accordo con Lenin – durante il sesto congresso del partito comunista bolscevico e soli tre mesi di distanza.

Come prospettiva generale, enucleata progressivamente nel corso del 1924, Stalin riprese e sviluppò il sopracitato “grande progetto” leninista avente per oggetto l’epocale costruzione del socialismo in Unione Sovietica collegandolo strettamente, come ha dovuto notare anche l’antistalinista Campa, con parole d’ordine e categorie tipicamente prometeiche quali scienze e progresso, “tecnologia, industria e potenza” (Campa), e “non riconoscimento di alcuna barriera” (Stalin) insuperabile per sempre.

In un suo celebre scritto dell’aprile del 1924, intitolato “Principi del leninismo”, il “magnifico georgiano” (Lenin, 1912) infatti sottolineò con enfasi il “carattere speciale del leninismo”, sintesi dialettica formidabile e titanica tra “slancio rivoluzionario russo” e “spirito pratico americano”, rendendo i comunisti sovietici allo stesso tempo “una forza vivificatrice” e un’onda d’urto che “non sa e non riconosce nessuna barriera”, seguendo fedelmente l’essenza del prometeismo.

“Il leninismo è una scuola teorica e pratica, la quale forma un tipo speciale di militante del partito e dello Stato, la quale crea uno stile speciale di lavoro, uno stile leninista. In che cosa consistono i tratti caratteristici di questo stile? Quali sono le sue particolarità?

Queste particolarità sono due: a) lo slancio rivoluzionario russo e b) lo spirito pratico americano. Lo stile del leninismo consiste nell’unione di queste due particolarità nel lavoro di partito e di Stato.

Lo slancio rivoluzionario russo è un antidoto contro l’inerzia, lo spirito abitudinario e di conservazione, la stagnazione del pensiero, la sottomissione servile alle tradizioni degli avi. Lo slancio rivoluzionario è una forza vivificatrice, che sprona il pensiero, che spinge in avanti, che distrugge il passato, che dà una prospettiva. Senza di esso non è possibile nessun movimento in avanti. Ma v’e ogni probabilità che esso degeneri, all’atto pratico, in un vuoto manilovismo “rivoluzionario”, se non lo si unisce, nel lavoro, con lo spirito pratico americano.

A corretto giudizio di Stalin “lo spirito pratico americano è invece l’antidoto contro il manilovismo “rivoluzionario” e contro il miracolismo fantastico. Lo spirito pratico americano è una forza indomabile, che non sa e non riconosce nessuna barriera, che rimuove con la sua tenacia pratica ogni sorta di ostacoli, che, a sua volta, incominciato un lavoro, anche piccolo, non può non portarlo a termine, una forza senza la quale è inconcepibile un serio lavoro costruttivo. Ma lo spirito pratico americano ha tutte le probabilità di degenerare in un affarismo gretto e senza principii se non lo si unisce con lo slancio rivoluzionario russo. Chi non conosce la malattia del praticismo ristretto e dell’affarismo senza principii, che porta non di rado certi “bolscevichi” alla degenerazione e all’abbandono della causa della rivoluzione”.[35]

Lo spirito di Stalin e il suo prometeico “non riconoscere alcuna barriera” insuperabile venne confermato in diverse altre occasioni, rappresentando una sorta di costante nella concezione del mondo e nella progettazione-praxis politico-sociale del dirigente comunista georgiano.

È assai nota la frase di Stalin, ripetuta costantemente dalla propaganda sovietica, per cui “non esistono fortezze che i bolscevichi non possono espugnare”, e nel 1934, tenendo il rapporto al 17° congresso del partito comunista, il leader sovietico ribadì altresì la centralità della praxis e dell’azione (a partire da quella organizzativa) nel determinare il successo/insuccesso degli uomini, una volta date e fissate certe condizioni oggettive.

“Bisogna comprendere che la forza e l’autorità delle nostre organizzazioni di partito, delle nostre organizzazioni sovietiche, economiche e d’ogni altro genere, nonché dei loro dirigenti, sono salite a un livello senza precedenti. E appunto perché la loro forza e la loro autorità sono salite a un livello senza precedenti, tutto o quasi tutto dipende oggi dal loro lavoro. Invocare le cosiddette condizioni oggettive non

è più ammissibile. Dopo che la giustezza della linea politica del partito è stata confermata dall’esperienza di molti anni, e la volontà degli operai e dei contadini di appoggiare questa linea non lascia più dubbio, la funzione delle cosiddette condizioni oggettive si è ridotta al minimo, mentre la funzione delle nostre organizzazioni e dei loro dirigenti è diventata decisiva, eccezionale. Che cosa significa questo? Significa che oggi la responsabilità per le nostre lacune e per le insufficienze nel lavoro risiede nove volte su dieci non nelle cause “oggettive”, ma in noi stessi e solo in noi stessi”.[36]

La tendenza prometeica era tanto forte in Stalin, fedele marxista-leninista, da fargli perfettamente comprendere la natura dinamica, creativa ed in continuo sviluppo del marxismo, “onnipotente” perché giusto (secondo la definizione prodotta da Lenin nel 1913 nel suo scritto “Tre fonti e tre parti integranti del marxismo”) e “giusto, anche perché capace di riflettere e riprodurre non il grigiore, ma  viceversa “il verde dell’albero eterno della vita”, come sottolineò Lenin nelle sue “Lettere da lontano” del marzo 1917, citando il Faust di Goethe.

Pertanto anche uno studioso antistalinista come Franz  Marek ammise che “sarebbe però errato credere che Stalin abbia sempre presentato le parole di Marx e di Lenin come dei dogmi. Durante il sesto congresso del partito bolscevico nel 1917, aveva dichiarato: «esiste un marxismo dogmatico ed un marxismo creativo. II mio campo è quest’ultimo”.

Ed alla fine del 1926 egli pontificava – polemizzando – sull’abuso della parola «revisionismo».

«Secondo Zinovief, ogni miglioramento ed ogni messa a punto delle vecchie forme e di singole proposizioni dottrinarie di Marx o di Engels, e più ancora la loro sostituzione con altre formule meglio rispondenti alle nuove condizioni, volevano dire revisionismo. Mi chiedo perché. Non è forse il marxismo una scienza, e la scienza non si evolve arricchendosi con nuove esperienze e migliorando le vecchie formule? Ma poiché revisione significa riesame, e d’altronde non è possibile attuare un miglioramento ed una messa a punto delle vecchie formule senza, in certo qual modo, riesaminarle, ogni messa a punto o miglioramento delle vecchie formule ed ogni arricchimento del marxismo con formule nuove e nuove esperienze, sarebbe dunque revisionismo. Naturalmente tutto ciò è ridicolo”.[37]

Nel suo libro sulla glottologia del 1952, ormai alla fine della sua esistenza Stalin sottolineò nuovamente che “il marxismo come scienza non può arrestarsi, ma si sviluppa e si perfeziona. Nello svilupparsi, esso deve ovviamente arricchirsi di nuove esperienze e di nuove conoscenze, e conseguentemente anche le sue singole formule e conclusioni devono modificarsi nel tempo, essere rimpiazzate da formule e conclusioni nuove, adeguate ai nuovi obiettivi storici. Il marxismo non conosce conclusioni e formule immutabili, obbligatorie per ogni epoca e periodo. Il marxismo avversa ogni dogmatismo”.[38]

Il processo di elaborazione di matrice prometeica avviato da Stalin si trasformò quasi subito, a partire dalla fine del 1925, in concreta e titanica pratica in campo socioproduttivo.

Persino Campa, che valuta Stalin come “uno spietato dittatore”, è stato subito costretto a riconoscere che Stalin rappresentò allo stesso tempo un “altrettanto spietato modernizzatore. Ben noti sono i suoi piani quinquennali, il cui scopo consisteva «nel far passare il nostro paese … a una tecnica nuova… nel trasformare I’U.R.S.S. da paese agrario e debole, dipendente dai capricci dei paesi capitalistici, in un paese industriale e potente, interamente libero e indipendente dai capricci del capitalismo mondiale». Tecnica, industria, potenza. Queste sono le parole chiave dei discorsi di Stalin. E, negli anni Trenta, I’U.R.S.S. era talmente fiera dei suoi rapidi progressi che spalancava le porte a visitatori e giornalisti. E i giornali di tutto il mondo, anche quelli borghesi, erano pieni di ammirazione. Avevano visto la Russia dello Zar e ora trovavano un paese completamente cambiato in soli quattro anni. Scriveva, per esempio, la rivista americana Nation, nel novembre 1932 (ovvero quando gli USA cercavano ancora di uscire faticosamente dalla crisi del 1929).

“I quattro anni del piano quinquennale hanno apportato in verità delle realizzazioni magnifiche. L’Unione Sovietica ha lavorato con una intensità da tempi di guerra per realizzare il compito creativo di costruire le basi di una nuova vita. II volto del paese si trasforma letteralmente, in modo che diventa impossibile riconoscerlo… Ciò è vero per Mosca con le sue centinaia di vie e di corsi da poco asfaltati, di nuovi edifici, di nuovi sobborghi e un anello di nuove fabbriche alla periferia. Ciò è vero anche per le città meno importanti. Nuove citta sono sorte nelle steppe e nei deserti, e non poche città senza importanza, ma almeno cinquanta città con una popolazione da 50 a 250 mila abitanti. Tutte sono sorte negli ultimi quattro anni, ognuna di esse è il centro di una nuova azienda o di una serie di aziende costruite per lo sfruttamento delle ricchezze naturali. Centinaia di nuove centrali elettriche locali e numerosi giganti come la centrale elettrica del Dniepr fanno gradualmente diventare una reaItà la formula di Lenin: “II socialismo è il potere sovietico più l’elettrificazione» … L’Unione Sovietica ha organizzato la produzione in serie di un numero infinito di oggetti, che la Russia prima non aveva mai prodotto: trattori, mieto-trebbiatrici, acciai fini, caucciù sintetico, cuscinetti a sfere, potenti motori Diesel, turbine di 50 mila chilowatt, materiale telefonico, macchine elettriche per l’industria mineraria, aeroplani, automobili, biciclette e centinaia di tipi di nuove macchine. Per la prima volta nella storia la Russia produce alluminio, magnesite, apatite, iodio, potassio e molti altri prodotti preziosi. I punti di riferimento nelle pianure sovietiche non sono più le croci e le cupole delle chiese, ma gli elevatori di grano e le torri dei sili. I colcos costruiscono case, stalle, porcili. L’elettricità penetra nel villaggio, la radio e il giornale lo hanno conquistato. Gli operai imparano a lavorare sulle macchine più moderne. I giovani contadini costruiscono e mettono in azione macchine agricole più grosse e più complicate di quelle che l’America non abbia mai visto. La Russia comincia a ‘pensare per macchine’. La Russia passa rapidamente dal secolo del legno al secolo del ferro, dell’acciaio, del cemento e dei motori”.[39]

A questo punto passiamo dunque proprio al bruciante tema della traduzione concreta del prometeismo collettivistico sul piano pratico e materiale, passando ad esaminare il titanico assalto al cielo dell’Ottobre Rosso del 1917 con le sue dinamiche e ricadute, rispetto sia all’ex impero zarista che all’intero globo terrestre.


[1] A. Barruel, “Gli Illuminati di Baviera”, p. 26, ed. Mondadori

[2] D. Sironi, prefazione a “Gli Illuminati di Baviera”, op. cit., pp. XI, XII, ed. Mondadori

[3] J. I. Calvez, “Il pensiero di Karl Marx”, pp. 35-36, ed. Città Nuova

[4] K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, decima tesi

[5] Op. cit., undicesima tesi

[6] Op. cit., quarta tesi

[7] Op. cit., seconda e ottava tesi

[8] K. Marx e F. Engels, “Manifesto del Partito Comunista”, cap. secondo

[9] K. Marx, “Speech at anniversary of the People’s Paper”, in http://www.marxist.org

[10] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. terzo

[11] F. Engels, “AntiDühring”, p. 113, Editori Riuniti

[12] E. Garin, “Il rinascimento italiano”, p. 97, ed. Cappello

[13] I. Calvez, “Il pensiero di Karl Marx”, pp, 313-318 ed. Città Nuova

[14] Op. cit., p. 320

[15] V. Evangelisti, “Noi saremo tutto”, ed. Baldini e Castoldi

[16] A. A. Bogdanov, “La stella rossa”,  ed. Sellerio

[17] D.V. Pospielovskij, “A history of Soviet Atheisim in theory, practice and believe”, p. 94, vol. primo, ed. St’ Martin Press, 1987

[18] Op. cit., p. 94

[19] G. N. Tufarolo, “Il Costruttore di Dio nel tormento dello Storicismo Cosciente”, 2005, in http://www.literary.it

[20] V. I. Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, cap. primo

[21] Op. cit., cap. ottavo

[22] V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 gennaio 1923

[23] V. I. Lenin, “Meglio meno, ma meglio”, 2 marzo in http://www.marxist.org

[24] V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 206, ed. Einaudi

[25] Op. cit., p. 206

[26] Op. cit., p. 207

[27] Op. cit., p. 357

[28] Op. cit., p. 508

[29] V.I. Lenin, “Sulla nostra rivoluzione”, 16 e 17 gennaio 1923

[30] R. Campa, “L’utopia di Trotsky. Un socialismo dal volto transumano”, in http://www.divenire.org

[31] Op. cit., in http://www.divenire.org

[32] Op. cit.

[33] Op. cit.

[34] L. D. Trotskij, “Letteratura e rivoluzione”, pp. 224-226, ed. Einaudi

[35] I. V. Stalin, “Principi del leninismo”, cap. nono, aprile 1924, in http://www.resistenze.org

[36] I. V. Stalin, “Rapporto al XVII congresso del partito”, gennaio 1934

[37] F. Marek, “Che cosa ha veramente detto Stalin”, p. 23, ed. Ubaldini

[38] Op. cit., p. 24

[39] R. Campa, “L’utopia di Trotzky”, op. cit.

La matrice di Bazarov-Kautsky e il trotzkismo mediatico

https://www.cumpanis.net/la-matrice-di-bazarov-kautsky-e-il-trotzkismo-mediatico.html

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Dopo più di nove decenni di vita stentata si rivelano sempre più evidenti la crescente debolezza, i continui fallimenti politici e le acute divisioni esistenti tra i diversi e rissosi gruppi che compongono il frastagliato microarcipelago del trotzkismo contemporaneo: non è certo casuale che ai nostri giorni sussistano almeno una dozzina di autoproclamate “Internazionali” che affermano di agire su scala planetaria, rimanendo spesso quasi sconosciute persino ai sempre più rari militanti di base del milieu trotzkista.

L’estrema sinistra di natura trotzkista, come del resto quella di altre correnti politiche (anarcocomunista, bordighiana, ecc.) non solo non ha fatto alcuna rivoluzione, ma non ci si è avvicinata nemmeno da lontano; la sua esperienza su scala internazionale durante circa nove decenni, a partire dal 1928, rappresenta dunque la storia di un fallimento permanente, contraddistinto dall’assoluta incapacità di incidere seriamente sulla realtà politica e sui rapporti di potenza concreti, mancando quasi ovunque persino di avviare processi concreti di accumulazione di forza in grado di far superare la soglia critica dell’irrilevanza politico-sociale.

Ma simultaneamente continua invece da molti decenni l’utilizzo quasi costante su larga scala, da parte dei mass media della borghesia occidentale, specie se di “sinistra”, del principale asse politico e del più importante segno distintivo comune ai gruppi che fanno riferimento alla Quarta Internazionale: elemento facilmente individuabile nell’ostilità e nella sfiducia politico-sociale da essi mostrata in modo quasi permanente, a partire dal 1926, contro i nuclei dirigenti politici dei paesi socialisti e delle nazioni antimperialiste sotto il manto di una fraseologia rivoluzionaria, partendo dall’Unione Sovietica dopo la morte di Lenin fino ad arrivare alla Cina Popolare, a Cuba socialista e al Venezuela bolivariano dei nostri giorni.

Del resto nel processo di produzione di strategia e praxis politico sociale da parte della CIA di Langley era stato in passato, ed è tuttora ben presente il tassello dell’alleanza – ritenuta necessaria e possibile – tra la sinistra antistalinista a livello mondiale e i circoli dirigenti più lucidi del potere statunitense.

Come ha notato infatti la storica antistalinista F. Stonor Saunders, in un suo ottimo saggio intitolato “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”, fin dall’inizio del 1948 e quindi solo pochi mesi dopo la fondazione della Central Intelligence Agency “da qualche tempo l’Agenzia accarezzava una certa idea. Chi avrebbe potuto combattere meglio contro i comunisti di un ex comunista? Dopo i colloqui con Koestler, quest’idea cominciò a prendere forma. La distruzione dei miti del comunismo, egli argomentava, poteva essere raggiunta soltanto con la partecipazione, in una campagna di persuasione, di personalità della sinistra che non fossero comuniste. Al dipartimento di Stato e nei circoli dell’intelligence, le persone cui Koestler faceva riferimento erano già indicate come gruppo, la “sinistra non comunista”. Nel corso di quella che Arthur Schlesinger descrisse come una “rivoluzione silenziosa”, elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo.

In effetti, la strategia di promuovere la sinistra non comunista doveva diventare “il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo, per i successivi vent’anni”. La base ideologica di questa strategia, in cui la CIA stabiliva una convergenza, quasi un’identità, con gli intellettuali di sinistra, fu presentata da Schlesinger in The Vital Center (“Il Centro Vitale”), uno dei tre libri fondamentali che videro la luce nel 1949 (gli altri due erano Il Dio che è fallito, e 1984 di Orwell). Schlesinger registrava il declino della sinistra e, infine, la sua paralisi morale sulla scia della rivoluzione corrotta del 1917, e tracciava l’evoluzione della “sinistra non comunista” come “modello di mobilitazione per i gruppi che lottano per costruire un’area per la libertà”. Era all’interno di questo gruppo che “la restaurazione di una radicale vitalità” avrebbe potuto aver luogo, non lasciando “alcuna lampada alla finestra per i comunisti”. Questa nuova resistenza, argomentava Schlesinger, aveva bisogno di “una base indipendente a partire dalla quale operare. Richiedeva riservatezza, denaro, tempo, giornali, benzina, libertà di parola, libertà di unione, libertà di paura”.

“La tesi che animava tutta questa [mobilitazione della] sinistra non comunista era quella che Chip Bohlen, Isaiah Berlin, Nicolas Nabokov, Averell Harriman e George Kennan sostenevano tutti con passione”, avrebbe in seguito ricordato Schlesinger. “Tutti noi sentivamo che il socialismo democratico era il baluardo più efficace contro il totalitarismo. Questo divenne il tema sotteso – o addirittura occulto – della politica estera americana del periodo”. La sigla che designava la sinistra non comunista, NCL (Non-Comunist Left), diventò presto di uso comune nel linguaggio della burocrazia di Washington. «Era quasi un gruppo di tesserati», osservò uno storico.

Questo “gruppo di quasi tesserati” si riunì per la prima volta attorno al libro “Il Dio che è fallito”, una raccolta di saggi che testimoniavano il fallimento dell’idea comunista. Lo spirito animatore del libro fu Arthur Koestler, tornato a Londra in stato di grande eccitazione dopo i suoi colloqui con William Donovan e gli altri strateghi dell’intelligence americana. La storia della sua successiva pubblicazione costituisce il modello del contratto stipulatosi tra la sinistra non comunista e l’“angelo nero” del governo americano. Prima dell’estate 1948, Koestler ne aveva discusso con Richard Crossman, che durante il conflitto era stato a capo della PWD, la Psychological Warfare Division, il quale riteneva di poter “manipolare intere masse di persone” e di possedere inoltre “la giusta combinazione di prestidigitazione intellettuale per poter essere considerato un perfetto propagandista di professione”. (F. Stonor Saunders, “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”).

I potenti mezzi di propaganda delle diverse frazioni della borghesia mondiale, specialmente (ma non solo) di matrice “progressista”, utilizzano di frequente un cavallo di battaglia di matrice trotzkista, e cioè quello della corruzione e della crescente degenerazione politico-sociale dei dirigenti dei paesi prevalentemente socialisti, ritenuti invece definitivamente imborghesiti.

Essi inoltre diffondono spesso tra i loro utenti, soprattutto dopo il 1991, uno dei pilastri post-sovietici dei gruppi legati alla tradizione della Quarta Internazionale, secondo il quale da tempo stati e formazioni economico-sociali quali Cuba, Vietnam e la Cina hanno ormai abbandonato i rapporti di produzione socialisti per trasformarsi in nazioni più o meno completamente capitaliste, omologabili dunque a quelle occidentali nelle loro principali linee-guida socioproduttive.

I mezzi di comunicazione dell’ala progressista della borghesia riprendono altresì carsicamente un’altra tematica cara al trotzkismo e ai suoi simpatizzanti, avente per oggetto la tesi di un presunto abbandono del marxismo e del comunismo da parte dei quadri dirigenti dei partiti delle nazioni facenti capo a Pechino, Avana e Hanoi, Pyongyang e Vientiane.

Infine gli strumenti di propaganda di “sinistra” delle metropoli imperialistiche diffondono di frequente notizie e informazioni sull’appoggio fornito da quasi tutti i gruppi trotzkisti a favore dei proteiformi protagonisti delle diverse “rivoluzioni colorate” via via diffusesi su scala mondiale a partire dal 1989, acquisendo pertanto un utile sostegno politico anche da parte dell’estrema sinistra a favore dei loro strumenti e mandatari attivi in giro per il mondo.

Per fare l’esempio più rilevante su scala planetaria, risulta abbastanza conosciuto l’appoggio inequivocabile fornito dalle principali formazioni politiche legate alla tradizione della Quarta Internazionale agli studenti anticomunisti e occidentalofili di piazza Tienanmen, durante la primavera del 1989. Oppure alla causa del separatismo tibetano nel corso degli ultimi tre decenni, riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama. Oppure agli studenti – anch’essi anticomunisti e filoccidentali – di Hong Kong, nel corso del 2019: senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce “guerra dell’oppio” contro la Cina nel 1839-1842.

L’elenco potrebbe essere facilmente allungato passando all’analisi dell’America Latina e del quadrante mediorientale: Siria, Iran, Libia di Gheddafi, ecc.

A tal proposito l’analista S. Zecchinelli, totalmente distante da qualunque forma di simpatia per Stalin, ha descritto con lucida tristezza all’inizio del 2018 il processo di degenerazione che ha interessato gran parte della sinistra antistalinista, trasformatasi via via in “sinistra imperiale” e “sinistra del capitale”.

Zecchinelli ha infatti evidenziato che tale sinistra «è diventata l’emblema dell’anticomunismo. Si tratta di una sinistra post-moderna vicinissima a Noske e lontanissima dai vecchi riformisti socialisti dei primi del novecento. Una sinistra delle élite, con la puzza sotto il naso, narcisista e senza scrupoli, che disprezza il popolo bollando, in quanto a suo dire “populiste’’, le critiche radicali al neoliberismo. Gli operai, i salariati, i ceti popolari colpiti dalla globalizzazione capitalistica gli sono avversi, ed è per questa ragione che gli intellettuali “post-modernisti” non perdono occasione per offenderli, umiliarli, colpirli con politiche liberticide. Hanno sciolto il popolo reale, aderito alla globalizzazione dei valori anglosassoni fondati sull’individualismo e lo spirito anti-comunitario, costruendo un popolo e un mondo immaginario fatto di femminismo, diritti lgbt e naturalmente di associazioni private. La sinistra del capitale non contempla il mondo del lavoro.

Il sociologo marxista James Petras ha criticato non soltanto la subalternità di questa sinistra all’imperialismo USA, ma anche la funzionalità del trotskismo dogmatico ai progetti neo-coloniali statunitensi. Un tempo i comunisti non avevano dubbi nel difendere tutti i paesi aggrediti dall’imperialismo; oggi il movimentismo trotskista, in Siria ed in Venezuela, si schiera dalla parte della CIA. […] Il movimento socialista, comunista e antimperialista non può perdere tempo con le elucubrazioni di questi gruppetti e con i loro sproloqui funzionali, per dirla con Guy Debord, alla ‘’degradazione spettacolare-mondiale (americana) di ogni cultura’’ “Americanismo” e sinistra sono diventati la stessa cosa, prendiamone atto e liberiamocene prima che sia troppo tardi» (S. Zecchinelli, “La sinistra transgenica e antisocialista”, 22 aprile 2018, in linterferenza.info).

Comunque la domanda fondamentale riguarda la ragione per la quale gli strateghi più intelligenti della borghesia e le loro reti mediatiche operanti per il mondo adoperavano e usano tuttora, da molti decenni e fino ai nostri giorni, tutta una serie di tematiche trotzkiste come loro utili strumenti nella lotta mondiale contro il comunismo; e la risposta risiede nel tassello della “sinistra eterna”, categoria teorica e fenomeno storico concreto, allo stesso tempo odiato e conosciuto dalla frazione più intelligente dei mandatari politici e dai teorici della borghesia (Nietzsche, ma non solo), fin dal 1880 e dai tempi della Comune di Parigi e della vittoriosa lotta della socialdemocrazia tedesca, allora principalmente su posizioni rivoluzionarie, contro il regime reazionario di Bismarck (D. Losurdo, “Nietzsche, il ribelle aristocratico”, ed. Bollati Boringhieri).

Per “sinistra eterna” lo storico Ernst Nolte, reazionario e antistalinista intendeva, seguendo la scia di Nietzsche, quella frazione delle masse popolari, delle classi sfruttate e degli intellettuali, più o meno estesa e attiva a seconda dei casi, schierata su posizioni apertamente egualitarie ed antagoniste rispetto alla disuguaglianza sociale tipica di tutte le formazioni classiste, in una linea di sostanziale continuità plurimillenaria che andava dai profeti ribelli della Bibbia (Amos, Isaia, ecc.) passando da Spartaco, Thomas Muntzer, il giacobinismo più estremo e Babeuf per poi arrivare al bolscevismo e a Lenin (E. Nolte, “Controversie”, pagg. 81-88, ed. Corbaccio).

Che fare rispetto all’elemento di catalizzazione formato da questa “sinistra irriducibile” per la borghesia post-1890?

Utilizzare “bastone e carota”, ossia due tradizionali metodi di governo usati, secondo l’analisi corretta di Lenin, dalle classi sfruttatrici.

La repressione a volte non poteva essere (ancora) usata, o viceversa non risultava più sufficiente come nel caso esemplare della Germania di Bismarck.

La “carota” del benessere crescente era un metodo a sua volta d’aiuto rispetto alla massa dei lavoratori, ma non tanto da convertire buona parte dei combattivi e idealisti seguaci della “sinistra eterna” alle sorti meravigliose e progressive del capitalismo.

Che fare, dunque?

Una terza via, un terzo strumento generale di lotta contro il socialismo e il marxismo venne in ogni caso trovato e utilizzato su vasta scala dopo l’Ottobre Rosso del 1912: e cioè “usare i rossi per combattere i rossi”, impiegare proprio la vittoria dei bolscevichi nell’ex-impero zarista al fine di convincere, o almeno per far dubitare seriamente gran parte della “sinistra eterna” rispetto alla validità del socialismo/comunismo, oltre che della soluzione rivoluzionaria per arrivarci.

Per convertirla a più miti consigli.

Per demoralizzarla e farle perdere fiducia nelle proprie forze.

Per convincerla che non c’era alternativa alla “gabbia d’acciaio” (Max Weber) del capitalismo, magari migliorato e riformato molto gradualmente.

Per farle penetrare in profondità, nella sua mentalità collettiva, che anche i nuovi governanti, “rossi” almeno a parole, viceversa non agivano meglio degli sfruttatori borghesi, e che quindi, attraverso un’ipotetica rivoluzione si passava solo da un giogo all’altro, da una “fattoria degli animali” all’altra.

Si trattava – e si tratta tuttora – di una forma particolare di apologetica indiretta, descritta da Lukács nella sua opera “La distruzione della ragione”, la cui essenza consiste nel trasformare gli innegabili lati negativi e difetti connaturati organicamente al capitalismo in proprietà eterne, inevitabili e ineliminabili di qualsiasi forma di organizzazione sociopolitica umana, di qualunque tipologia possibile di rapporti sociali di produzione e di potere: “tutti gli uomini, sempre e dovunque, vogliono soldi e potere: non ci si può fare nulla”, “l’uomo è per natura egoista”, e così via.

Per quest’operazione continua di lavaggio del cervello, tesa almeno a neutralizzare al massimo grado possibile la “sinistra eterna” oltre che, a cascata, gli altri lavoratori salariati, i migliori testimonial possibili risultavano ovviamente gli esponenti progressisti, meglio ancora se con un passato rivoluzionario e in buona fede: tali “utili idioti” e involontari apologeti (indiretti) del capitale risultavano in grado di convincere, o almeno di seminare dubbi collettivi come nessun politico o intellettuale moderato avrebbe mai potuto fare, almeno rispetto al particolare target sociopolitico in via di esame (G. Lukács, “La distruzione della ragione”, pagg. 206-207, ed. Einaudi)

La prima tappa di questo processo politico-sociale si creò fin dal 14 dicembre del 1917 e a meno di due mesi di distanza dall’Ottobre Rosso, quando Vladimir Bazarov, bolscevico dal 1904 all’inizio del 1917 e collaboratore dell’influente giornale di sinistra Novaya Zizn, diretto dallo scrittore marxista M. Gorky, pubblicò sul quotidiano sopracitato un articolo nel quale egli dichiarò a chiare lettere che “la dittatura bolscevica non contiene neanche un atomo di socialismo, mentre le sue forme “di stato” non erano “solo aliene al socialismo, ma diametralmente opposte a esso, e poteva essere caratterizzato come una scuola per la perversione dei lavoratori” (V. Bazarov, “What is needed for socialism?”, 14 dicembre 1917, in http://www.marxist.org).

Primo elemento della matrice di Bazarov: il socialismo bolscevico “non conteneva neanche un atomo di socialismo”, ossia non era per niente socialismo ma invece uno “statalismo” alieno ed estraneo al vero comunismo.

Seconda sezione: si trattava quindi di una dittatura contro il proletariato, e non certo una dittatura del proletariato diretta da un partito al cui interno allora occupava alcune posizioni politiche importanti lo stesso Trotskij.

Terzo elemento: tale dittatura costituiva un male ed era “perversione” sia contro la classe operaia che gli insegnamenti di Marx, e doveva essere pertanto combattuta con forza proprio dai veri marxisti e dalla “sinistra eterna”.

La matrice di Bazarov venne ripresa dopo soli quattro mesi da I. A. Isuv e da Bucharin.

Menscevico e “marxista-ortodosso”, nell’aprile del 1918 Isuv espose l’equazione Russia sovietica = capitalismo di stato dopo soli sei mesi dallo scoppio della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Isuv sostenne infatti sul giornale menscevico Vperiod (25 aprile del 1918) che “priva fin dall’inizio di un carattere veramente proletario, la politica del potere dei Soviet si inoltra sempre più apertamente, negli ultimi tempi, sulla via della conciliazione con la borghesia e assume un carattere antioperaio. Sotto la bandiera della nazionalizzazione dell’industria si persegue una politica di impianto di trust industriali, con il pretesto di ricostruire le forze produttive del paese si cerca di abolire la giornata di otto ore, di introdurre il lavoro a cottimo e il sistema Taylor, le liste nere e i fogli di via. Questa politica minaccia di togliere al proletariato le sue principali conquiste nel campo economico e di farne la vittima di uno sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. V, 12 maggio 1918).

Già nella primavera del 1918, i “discorsi provocatori della borghesia” del tipo di Isuv, denunciati con forza da Lenin nel suo articolo “Sull’infantilismo di sinistra”, vennero tra l’altro ripresi in buona fede dalla tendenza dei “comunisti di sinistra” (Bucharin, Osinsky, ecc). Essi scrissero in polemica con Lenin, sulla loro rivista Kommunist, che l’introduzione da parte del potere sovietico “della disciplina del lavoro legata alla reintegrazione di capitalisti alla direzione della produzione, mentre non può aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, diminuirà l’iniziativa di classe, l’attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento sia degli strati arretrati che dell’avanguardia del proletariato. Per attuare questo sistema, dato l’odio che regna nei ceti proletari verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrebbe appoggiarsi sulla piccola borghesia contro gli operai, e così suicidarsi come partito del proletariato” (V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, ibidem)

Quindi fin dall’aprile del 1918, solo sei mesi dopo l’inizio della rivoluzione bolscevica, intellettuali marxisti in buona fede come Bucharin, o in mala fede come Isuv, parlavano della Russia sovietica come di un “capitalismo di stato”, contraddistinto da uno “sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (Isuv).

La ragione politica che stava dietro alle tesi borghesi e raffinate alla Isuv risultava fin troppo evidente e chiara: “perché avete fatto la rivoluzione, operai russi, perché ancora sostenete i bolscevichi se il potere sovietico vi offre solo un capitalismo di stato ancora peggiore di quello pre-rivoluzionario, oltre alle privazioni tipiche di ogni processo rivoluzionario?”.

Più in generale, se si convincono i lavoratori che fanno realmente le rivoluzioni che la loro azione collettiva porta solo a casa il vecchio capitalismo, si toglie almeno una parte del loro sostegno al nuovo regime politico e socioproduttivo. E se poi nemmeno si convincono i lavoratori dei paesi che non hanno ancora fatto le rivoluzioni che “il sol dell’avvenire” risulta fin dall’inizio, o si è trasformato più o meno rapidamente nel vecchio capitalismo, seppur di stato e parzialmente modificato (si pensi solo alla “morale” che stava dietro l’abile ed astuta fattoria degli animali di Orwell), si toglie non solo gran parte del loro sostegno e simpatia alle nuove formazioni statali rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, ma soprattutto gran parte della loro volontà rivoluzionaria. “Perché pensate di fare la rivoluzione, se tanto i padroni ci saranno sempre anche se sotto la maschera dello Stato, come insegna l’esempio russo del 1917/22 e poi quello sovietico, l’esperienza cinese, cubana e vietnamita, ecc.?” (M. Waldenberg, “Il papa rosso Karl Kautsky”, vol. secondo, pag. 825, Editori Riuniti)

Questa è la vera e gigantesca posta politica che si ritrova dietro le discussioni (apparentemente astratte, astruse e noiose) sulla natura socioproduttiva degli stati e delle formazioni economico-sociali sviluppatisi dopo l’Ottobre Rosso del 1917, ivi compresa ovviamente l’esperienza cinese del 1925/2020

Comunque il salto di qualità per la matrice elaborata in parte da Bazarov, oltre che per la sua diffusione su scala planetaria attraverso l’azione combinata della socialdemocrazia internazionale e dei mass media borghesi, avvenne attraverso l’apporto decisivo di Karl Kautsky: testimonial che nel 1918 godeva di una parziale e declinante, ma ancora reale fama di marxista ortodosso e di “papa rosso”[1], ossia di massimo esponente teorico del marxismo a partire dal 1895 e dopo la morte di Engels.

Proprio Kautsky nel 1918 scrisse infatti un saggio intitolato “La dittatura del proletariato”, nel quale egli sviluppò e completò l’operazione anticomunista di Bazarov combinandola con due ulteriori snodi storico-teorici.

Innanzitutto il “papa rosso” nel 1918 sostenne che la presente dittatura del proletariato in Russia era in flagrante “contraddizione con gli insegnamenti di Marx”, perché il socialismo risultava impossibile e impraticabile nell’arretrato ex-impero zarista, in miseria e con forze produttive poco sviluppate.

Inoltre Kautsky indicò che nel regime autoritario di dittatura sul proletariato implementato dai bolscevichi stava già emergendo una nuova classe privilegiata, ossia una nuova classe sfruttatrice in embrione (K. Kautsky, “The dictatorship of the proletariat”, capitolo IX e X, in http://www.marxist.org).

Se in un suo libro del 1919, intitolato “Terrorismo e comunismo”, Kautsky impiegò coscientemente per definire il regime sovietico termini e categorie quali “capitalismo di stato”, “nuova classe di funzionari” (bolscevichi, ovviamente), e “nuova classe dominante” (comunista, ovviamente), sempre nel 1919 Bazarov aggiunse un altro mattoncino al processo di costruzione del mantra antileninista del “tutto è rimasto come prima, salvo una verniciatura di rosso” esponendo a sua volta la tesi della degenerazione burocratica del comunismo, attraverso la progressiva formazione di una “casta” (Bazarov) organizzata di natura tecnico-intellettuale (J. Biggart, «Aleksander Bogdanov and the theory of a “New Class”», pagg. 266-267, in The Russian Review, vol. 49, 1990).

Risulta a questo punto fin troppo semplice evidenziare il pesantissimo debito contratto via via sia dal Trotskij del 1926-1940, con la sua teoria della “casta burocratica” reazionaria e parassitaria di natura sovietica, sia dal movimento trotzkista vecchio e nuovo rispetto alla matrice di Bazarov-Kautsky; diventa meno facile, ma molto più importante comprendere invece le ragioni dell’innegabile successo secolare di quest’ultima, ancora viva e vegeta nei suoi tratti fondamentali ai giorni nostri e alimentato carsicamente dalla potente macchina mediatica della borghesia contemporanea.

La ragione immediata di tale diffusione risiede nella natura astutamente e intelligentemente demagogica della matrice di Bazarov-Kautsky: e i demagoghi, aveva sottolineato con forza il geniale e preveggente Lenin nel suo “Che fare” del 1902, costituiscono il “peggiore nemico della classe operaia”; non uno degli avversari, non uno dei tanti antagonisti, ma proprio i peggiori nemici della classe operaia (V. I. Lenin, “Che fare”, capitolo IV).

La causa fondamentale si trova tuttavia nel fatto che, nel caso concreto in esame, la demagogia si basa purtroppo su alcuni elementi concreti e reali, sintetizzabili con la teoria delle tre asimmetrie via via formatesi durante il processo concreto di passaggio dal capitalismo al comunismo.

La prima riguarda la profonda differenza sussistente, in modo inevitabile e necessario, tra il socialismo (inteso come prima e immatura fase della formazione economico-sociale comunista) e il comunismo sviluppato: è sufficiente leggere la marxiana “Critica del programma di Gotha” del 1875 per assimilare rapidamente la grande distanza che separa il socialismo del “a ciascuno secondo il suo lavoro” (con apparato statale annesso, notò giustamente Lenin nel suo “Stato e rivoluzione” del 1917) dalla generosa gratuità e abbondanza derivante dalla praxis socioproduttiva e dalla regola del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, in felice assenza di apparati statali via via deperiti ed estinti nel corso del tempo.

Vista tale grande distanza diventa dunque possibile per demagoghi del tipo di Zizek, Negri (“Goodbye, Mr. socialism”) e del Trotskij del 1926-40 respingere, ovviamente “da sinistra” e “in nome del comunismo”, la dura regola socioproduttiva della distribuzione socialista del prodotto sociale in base al lavoro erogato, qualificandola spesso come un sistema di natura borghese.

La seconda asimmetria riguarda invece il differenziale concreto tra un socialismo affermatosi nei paesi più avanzati sul piano tecnologico-socioproduttivo e quello invece che ha finora vinto concretamente, nelle nazioni meno avanzate quali le regioni dell’ex-impero zarista del 1917, la poverissima Cina del 1949 e così via.

Fermo restando che, seguendo con piacere G. Lukács, a nostro avviso il peggior socialismo risulta migliore del migliore capitalismo, fino ad ora e quindi per più di un secolo le società socialiste sono state via via gravate e penalizzate proprio dal pesante handicap di essere partite, nella gara planetaria contro l’imperialismo, in una situazione di schiacciante inferiorità rispetto alle formazioni economico-sociali capitalistiche in campi decisivi: ossia il livello di sviluppo delle forze produttive, il potere reale d’acquisto degli operai e il grado di avanzamento del binomio scientifico-tecnologico, costituendo pertanto un “supermarket” meno attraente e magnetico rispetto a quello borghese, almeno per larga parte dei produttori diretti del nord del nostro pianeta.

La terza asimmetria riguarda invece il dislivello indiscutibile che si è creato tra un processo ipotetico-ottimale di costruzione del socialismo, seppur partendo da nazioni poco sviluppate, e quello invece attuatosi concretamente in mezzo a guerre civili e aggressioni imperialiste, sommate agli errori spesso pesanti – e a volte tragici – compiuti carsicamente dai nuclei dirigenti politici dei partiti comunisti al potere dopo il 1917: tale ulteriore handicap politico-sociale non poteva che rafforzare e consolidare ulteriormente la presa concreta e il fascino attrattivo esercitato dalla matrice di Bazarov-Kautsky, nelle sue varianti e aggiornamenti più o meno creativi, rispetto a sezioni significative della “sinistra eterna” e, più in generale, delle masse popolari del nostro pianeta.

Che fare per i comunisti del Ventunesimo secolo, rispetto al trotzkismo mediatico?

In estrema sintesi, far emergere e denunciare la particolare connessione dialettica creatasi tra trotzkismo e borghesia contro i paesi socialisti, rompendo allo stesso tempo qualunque rapporto politico con forze che sul piano oggettivo rientrano a pieno titolo tra i demagoghi, quindi tra i peggiori nemici della classe operaia.


SDOPPIAMENTO

Pubblichiamo l’introduzione di Giorgio Galli, intitolata “Sdoppiamento” al libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?” che uscirà a novembre con la casa editrice Aurora.

Giorgio Galli

SDOPPIAMENTO

Gli elaboratori della teoria dello sdoppiamento, che l’hanno utilizzata per una originale interpretazione della successione dei modi produzione, si impegnano, in questo  libro, ad applicarla ad una ricostruzione storica che, appunto, a quella basata sul succedersi dei modi di produzione, può efficacemente accompagnarsi, ma che presenta forti tratti di novità. Il succedersi millenario dei modi di produzione, sino all’odierno capitalismo globalizzato delle multinazionali, ha costantemente dato luogo a società nelle quali gruppi privilegiati sfruttavano maggioranze sottomesse e talvolta ribelli, con relative contese (la marxiana lotta di classe): è quella che nella teoria dello sdoppiamento viene definita linea nera, la società classista fondata sullo sfruttamento, nella quale però coesisteva, pur molto minoritaria, una linea rossa del collettivismo egualitario.

  Mentre questa linea interpretativa, a mio avviso un arricchimento di quella marxista, è occasione di ulteriori approfondimenti, i suoi autori propongono un secondo sdoppiamento, questa volta a livello culturale e, quindi, marxisticamente, sovrastrutturale livello che definiscono prometeico, del quale danno questa iniziale definizione: “Una complessa e contradditoria corrente culturale e politica che risale all’era paleolitica e che ha accumulato quasi tremila anni di storia scritta in Europa, che ai nostri giorni si materializza anche nelle avanzate scoperte scientifiche sul potenziamento genetico della nostra specie, col processo di sdoppiamento verificatosi sin dalle origini fra la corrente fraterno-cooperativa e quella del titanismo elitario-classista”: anche a questo livello, dunque, una linea nera prevalente e una linea rossa minoritaria, che hanno ritmato lo sviluppo umano per ben trentamila anni”. In precedenza, come detto, la tesi era stata avanzata a livello economico in due libri dell’editrice Aurora, “Microsoft o Linux?” e “Effetto di sdoppiamento,  il ‘paradosso di Lenin’ e la politica struttura”, quest’ultimo con mio intervento al quale voglio aggiungere qualche considerazione circa “Microsoft o Linux?”.

Gli autori scrivono: “Le caratteristiche principali del ‘modello Linux’, della forma collettivistica di utilizzo universale del lavoro risultano essere: 1.Uso a vantaggio comune e per gli interessi generali degli uomini, senza esclusione pregiudiziale di nessun settore della popolazione, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche via via acquisite. 2.La riproducibilità, gratuita e senza limite di sorta, essenzialmente per fini produttivi e, di queste ultime, con l’unica e parziale eccezione del settore militare. 3.La libera e migliore agibilità di queste ultime, attraverso la pratica degli scienziati e tecnici interessati, anche se ‘dilettanti’, come le splendide ed anonime donne che verso il 9000 a.C. inventarono in Medio Oriente l’agricoltura e provocarono la rivoluzione neolitica. 4.La destinazione del processo di utilizzo del lavoro esclusivamente per fini produttivi e/o per la produzione di generi di consumo potenzialmente accessibili ai membri delle società collettivistiche. 5.L’utilizzo illimitato delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, perché esso vada concretamente nell’interesse generale della collettività. 6.L’utilizzo difensivo delle scoperte scientifiche e tecnologiche collegate al campo militare e alla produzione di mezzi di distruzione” (pagg.193-94). Senza togliere importanza a questo esempio, negli ultimi anni, grazie a collaboratori, ho dedicato studi al capitalismo delle multinazionali sufficienti per ritenere che, con esse, la prevalenza della “linea nera” ha assunto dimensioni senza precedenti. Si tratta quindi di vedere quanto la categoria del prometeico possa giovare a capovolgere la tendenza, a favore della “linea rossa”.

   Prima di affrontare questo tema cruciale, è opportuno registrare  che, pur con la loro spiccata originalità, i nostri Autori giungono all’apice di una svolta culturale contraddistinta da tre date a cavallo del cambiamento di secolo e di millennio: il 1985, il 1996 e il 2004. L’originalità è conferita, come vedremo, da due elementi: la grande sistematicità e il saldo aggancio al marxismo.

  Veniamo alle tre date. Nel dicembre 1985 William McNeill, presidente della American Historical Association, presenta, alla sua assemblea annuale, un  saggio dal titolo “Mitostoria o verità, mito, storia e storici” , un capitolo del libro pubblicato nello  stesso anno: “Mythohistory and others essays”.

Autore di testi importanti (”La peste nella storia”, trad. it. Einaudi, 1981; “A World History”; “The pursuit of power”; “The Rise of the West”; “The Human Condition”), McNeill era uno storico di impostazione classica e quindi suscitò sorpresa l’uso da parte sua, forse influenzato dalla New Age, che rilanciava i miti, l’uso del termine “mytohistory”, per sostenere la tesi che “la linea di confine tra storia e mito non è del tutto determinata”; e aggiungeva che la tesi sarebbe stata seguita dal silenzio, perchè i colleghi storici non l’avrebbero accettata, ma non si sarebbero sentiti di confutarla. Ed effettivamente passarono vent’anni perché fosse ripresa dallo storico austriaco Chris Lorenz (cfr. “La linea di confine – la storia ‘scientifica’ fra costruzione decostruzione del mito”, in “Quaderni storici”, aprile 2006): citando storici dell’ultimo decennio, quali Ragen Schulz, Eric Hobsbawm e Etienne Françoise, Lorenz sostiene che, con i fondatori della storia ‘scientifica’, “Leopold von Ranke e Wilhelm von Humboldt, i miti nazionali sono stati travestiti troppo spesso da verità ‘scientifiche’, per cui la visione cristiana del mondo, ‘mito religioso’, è presente nella formazione stessa della storia ‘scientifica’. Secondo i due storici tedeschi, la funzione pratica della storia è garantita dal fatto che gli storici, mostrando la realtà ‘effettiva’ degli eventi, permettono ai lettori di vedere la ‘tendenza’ e agire di conseguenza”.

    È dunque mentre dura un ventennio di silenzio sulla “microstoria” (1985-2006), che, con  Pierre A. Riffard, che pubblica “L’esoterismo – Antologia dell’esoterismo occidentale” (ed. italiana Rizzoli, la seconda data, il 1996, il cui confronto  con la tesi dello sdoppiamento parte dalla  constatazione di Riffard che “nella misura in cui non esiste fino ad oggi una storia dell’esoterismo davvero attendibile, non disponiamo nemmeno di una rilevazione esaustiva dei vari esoterismi” (pag.275). Riffard precisa: “Nessun esoterista accetterebbe di rispondere alla domanda ‘che cos’è l’esoterismo?’. Se non vuol parlare si può tentare di fargli dire qualcosa del suo enigma” (pag.25), perché “eccoci alla questione ultima del mistero. Dell’ultima parola. A un certo momento ci si trova di fronte all’enigma: ‘c’è un segreto nel mondo? Chi lo possiede? Come lo si può condividere?’. E’ questo il punto estremo. L’intelletto non può spingersi oltre. L’esoterismo è questo: spingere il proprio pensiero alle estreme conseguenze per ritrovarsi nel suo cuore e da questo intimo centro lanciarsi all’estremo opposto, perché il centro contiene l’insieme” (pag.11).

 Riffard distingue tra l’esoterista (partecipe di questa cultura) e l’esoteriologo (che la analizza); ma, in questo caso, i due linguaggi sembrano confondersi. Ma poi l’Autore giunge allo specifico del suo lavoro: “Un’antologia per definizione si propone di divulgare. L’esoterismo per natura cerca il segreto. Il problema è tutto qui. Abbiamo preferito fare in modo che l’esoterista parlasse di sé direttamente. Abbiamo dunque privilegiato le pagine che parlano dell’esoterismo in generale, rispetto a quelle dedicate a singoli aspetti (pag.597), perché “un’antologia sull’esoterismo non sarebbe davvero tale se a un certo punto non diventasse anche un’antologia esoterica. Bisogna a un certo punto raggiungere il nucleo interno dei testi esoterici” (pag. 1369). Su questa base, Riffard costruisce anche una serie di elenchi cronologici e di tavole sinottiche che dell’esoterismo forniscono una vera e propria storia, che si estende nello spazio oltre l’occidente del titolo e che risale nel tempo sino all’”esoterismo preistorico dei misteri della donna-madre, 5.5 milioni di anni a.C.” (pag.276) e che passa dall’esoterismo “palese” della Francia di Eliphas Levi (e quivi termina con la rivista “La Tour Saint Jacques” di Robert Amadou), all’esoterismo diffuso”, nato sempre in Francia con la rivista “Pianèye” di Louis Pauwels, per culminare in una “concezione radicalmente nuova che si sviluppa attorno agli anni Sessanta (dello scorso secolo, ndr), floridi  ricchi di successi tecnologici” (pag-97), con “The New Age” (pag.1409). i temi vengono elencati in quadri riassuntivi:

   “I dodici grandi personaggi dell’esoterismo occidentale: Orfeo, Pitagora, Odino, Ermes Trismegisto, Giambico di Calci, Roger Bacon, Paracelso, Jakob Böhme, Rudolf Steiner, Georges Gurdijeff, René Guenon, Omraaam Mikhael Aivanhov”. “Le dodici grandi donne: la Pizia di Delfi, Veglia, Sibilla degli Etruschi, Veleda, sacerdotessa dei Germani, Maria l’Ebrea alchimista, Ipazia, Hildegarda di Bingen, Marguerite Porete, Catherina Regina von Greiffenberg, Helena Petrovna Blavatsky, Alessandra David Neal, Alice Bailey”. “Le dodici grandi opere teoriche: I Versi d’Oro di Pitagora, Il Corpus Hermeticum, I Misteri d’Egitto, La Tabula Smeragdina, Il libro delle figure geroglifiche di Nicolas Flamel, L’Aurora si leva di J. Böhme, La scienza dell’occulto di R. Steiner, Il Trattato sistematico di scienza occulta di Papus, Fama Fraterntatis, Il simbolismo della Croce di R. Guenon, Frammenti di insegnamento sconosciuto di P. D .Uspemsky su Gurdijeff, La Magia delle Golden Down di  I. Regardis”. “Le dodici grandi organizzazioni: I Misteri di Eleusi, Le Baccanti, gli Uomini Lupo daci, i Lucerci romani,  i bersekir germanici; la comunità pitagorica di Crotone,I Misteri romani di Mitra, I Catari, i Fratelli del Libero Spirito, I  compagnonnages, I primi Rosa Croce, The Hermetic Order of the Golden Down”.

Queste ultime associazioni sono dei tempi storici, ma, come ricordato nella prima parte, l’associazionismo esoterico post-glaciale per la trasmissione dei saperi sull’energia solare è ben più antico, e se ne parla alle pagg. 275 e segg., con riferimento anche a riti “solstiziali”. Questa storia dell’esoterismo è anticipata da una “storia primordiale: per ‘primhistoire’ intendiamo il periodo della vita dell’umanità che precede la protostoria, parallela alla protostoria, ma diversa nel senso che presuppone l’esistenza a quei tempi di civiltà avanzate. Come i teosofi, gli autori di questa corrente alludono ad Atlantide, ad Iperborea, a Tule, a Mu, interpretano Mosè come un extraterrestre, un alchimista o un mutante. Il carro di Ezechiele diventa un astronave spaziale. “Questa scuola ha avuto il grande merito di attirare l’attenzione su opere archeologiche fino ad allora trascurate, ma l’ipotesi di partenza si modifica a confronto con le varie scoperte” (pagg. 97-98).

   La terza data è il 2004, quando viene pubblicato il “Dictionary of Gnosis & Western Esotericism”,  ed. Brill, Leiden-Boston; e gli editori precisano: “L’idea nacque nel 1996. Dal 1999, il Dipartimento di Storia della Filosofia Ermetica e Correnti Connesse dell’Università di Amsterdam operò come centro amministrativo del processo editoriale”.  E’ una significativa coincidenza che ad Amsterdam vi sia anche il più ricco archivio di storia del movimento operaio, al quale gli Autori della tesi dello sdoppiamento sono strettamente legati. Il Dizionario, millecinquecento pagine di grande formato, stile Enciclopedia Britannica, è, a sua volta, una vera e propria enciclopedia della cultura esoterica, edita da Wouter J. Hanegraaf, con la collaborazione di Antoine Faivre, Roelof van den Boek e Jean-Pierre Brach, tutti illustri esoteriologi. Con Faivre, che insegna alla Sorbona storia dell’esoterismo cristiana, disciplina di un pensiero del quale la chiesa nega l’esistenza, Hanegraaf ha scritto “On the Constructions of Esoteric Traditions. Egli conclude così l’introduzione all’opera, utile per il successivo confronto con lo sdoppiamento: “ Gli editori sono consci che i loro tentativi di raccogliere un’enorme quantità di correnti e personalità sotto il generale cappello di ‘Gnosi’ e ‘Esoterismo occidentale’ può suscitare un errore sulla loro intenzione come un tentativo di semplificazione, suggerendo l’esistenza di una ‘gnosi universale’ o di una ‘verità esoterica’.

  Fortunatamente il contenuto del Dizionario fornisce un antidoto contro questa erronea interpretazione: piuttosto che una ripetitiva serie di variazioni di una identica essenziale ‘verità’, il lettore vi troverà una grande varietà di idee e di pratiche, riflettenti diversi contesti storici ed evidenziando la creatività dell’immaginazione religiosa. Vogliamo offrire un riferimento ai lettori non solo perché si ispirino (se è lecito citare Gene Rodddenberry della saga ‘Star Trek’) non solo “ad andare arditamente dove nessuno era mai andato prima’, ma anche a visitare territori inesplorati e scoprire quanto ancora abbiamo da imparare su di essi” (traduzione mia, come le seguenti. Non condivido il termine “religiosa” dopo “immaginazione”, perché ritengo l’esoterismo del tutto diverso dalla religione). Citerò solo due voci del Dizionario relative alla storia, come la “primhistory” di Riffard, perché utili al confronto con la tesi dello sdoppiamento.

   La voce “Macrohistory” (con sottotitoli dalla “antica gnostica mytohistory”, il termine di McNeill, sino a “dal Romanticismo ad oggi”), inizia così: “E’ la rappresentazione della storia come un insieme di ‘occhio della mente’. Comprende tutte le visioni generali del destino umano, un alternarsi di cicli di progressi e di regressi. Comprende ma non si limita a una metastoria (il passato spiegato con principi metafisici, come la provvidenza o la natura), né ad ambiziosi progetti storiografici (come Gibbon, che delinea il lungo declino di Roma; o come Toynbee, che confronta i profili di diverse civiltà). La macrostoria vede ‘il passato nel suo insieme’ come evidentemente mitico, in termini di ‘myth history, immersa nella cosmologia, per cui si può parlare di affresco ‘cosmo-storico’”: è dunque il concetto di McNeill che si afferma, nel silenzio accademico in ambito esoterico.

   Sempre in tale ambito è fondamentale il termine “Tradition”, che nel Dizionario (con sottotitoli che vanno da ‘Prisca Theologia’ a ‘Perennial Philosphy in General Culture’) inizia così: “Nel contesto esoterico occidentale, un largo numero di termini sono usati in riferimento all’idea che esiste una durevole tradizione di superiore saggezza spirituale, raggiungibile dall’umanità sin dai più remoti periodi storici e proseguite attraverso le età, forse attraverso una catena, divinamente ispirata, di saggi e di gruppi iniziatici. Tracciando lo sviluppo di questa idea attraverso vari stadi storici, possiamo usare nomi diversi o semplicemente il termine Tradizione con la T maiuscola, con un evidente senso di nostalgia per un passato indeterminato”.

   Come si vede, le tre date formano un unico contesto, a partire da una storia ancora permeata di mito, per giungere a un mancato uso del termine “storia” (dell’esoterismo), dato che Riffard definisce la sua una “Antologia” e gli esoteriologi di Amsterdam con il loro “Dizionario”.

In confronto, gli elaboratori dello “sdoppiamento” restaurano invece il termine “storia” e la sviluppano addirittura in una tesi che prende nome da un mito, quello di Prometeo, trasformato in una caratteristica permanente di una natura umana che scavalca la storia stessa,  assorbendo il concetto di tempo in quello dello spazio galattico di “cento miliardi di galassie esistenti nel nostro continuum spazio-temporale che esistevano e si muovevano prima e indipendentemente dalla comparsa della nostra specie e continueranno ad esistere dopo la nostra possibile estinzione” (“Microsoft o Linux?”, pag.30), estinzione (ipotesi di cui si parlerà più avanti) che i nostri Autori pensano che l’umanità sia in grado di evitare, spingendo scienza e tecnologia, oltre la possibile esplosione del Sole, sino a trovare e raggiungere un altro pianeta, atto a garantire le continuità della specie. Prima di arrivare a questa meta suprema, si tratta di vedere se la tesi dello sdoppiamento arricchisca il marxismo al punto da fargli superare l’empasse costituito dall’attuale, massiccia prevalenza della linea nera. Occorre rilevare che i nostri Autori non usano il termine esoterismo.

Personalmente lo faccio rientrare nel loro prometeismo. Essi segnalano i miei studi in proposito ai due approcci,  appunto all’esoterismo, quello concernente Hitler e il nazionalsocialismo (ultima edizione, Kaos, 2017) e quello concernente le “streghe” (ultima edizione “Le ribelli della storia”, Shake, 2014). Il prometeismo è categoria più valida dell’esoterismo, perché sistematica, mentre, come si è visto anche nell’Antologia” e nel Dizionario, l’esoterismo unisce alla continuità una sporadicità nei vari approcci. Ho sempre auspicato che la sinistra tenesse conto di una cultura che trascurava, ritenendola, lukacsianamente, una fuga dalla ragione che generava mostri come il nazismo, mentre invece era una cultura che poteva arricchire intellettualmente una sinistra che mantenesse un saldo ancoraggio all’analisi marxista del capitalismo. Non sapeva come potesse funzionare il possibile arricchimento, né immaginavo che potesse avere per protagonisti gli eredi dello stalinismo, che mi sembrava la versione del marxismo più chiusa agli arricchimenti. Ora, invece, “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?” va avanti.

Le citazioni che seguono sono dal dattiloscritto in corso di pubblicazione. L’autore della “Nascita della tragedia” è uno dei corni del dilemma in alternativa a Marx: ci si basa soprattutto sul testo (non ostile) dello storico marxista Domenico Losurdo, ma alla sua definizione, del libro “L’aristocratico ribelle”, viene contrapposta quella di “stregone nero” che “si impegnò a demolire e distruggere il diritto alla felicità e alla libertà dell’uomo, seguendo una linea di pensiero anti-antropocentrico già delineata da pensatori reazionari quali Malthus, Taine, Gobineau e Schopenhauer”.

Stregone nero fa pensare alla tematica dell’esoterismo nazista, un passato non ripetibile; ma poi gli Autori tracciano lo schema più sottile dell’attuale egemonia del capitalismo globalizzato delle multinazionali: “la categoria teorica del transumanesimo  appare nel 1957,  attraverso le tesi sviluppate dal socialista inglese Julian Huxley: ‘io credo nel transumanesimo: quando saremo in numero sufficiente per affermare ciò con convinzione, la specie umana sarà sulle soglie di un nuovo genere di esistenza, tanto diverso dal nostro quanto il nostro è diverso da quello dell’uomo di Pechino. E’ allora che vedremo la cosciente realizzazione del nostro reale destino’. Ormai si era avviata la contraddittoria dinamica di sviluppo di un movimento culturale relativamente giovane, che tuttavia rivendicava precursori ben conosciuti all’interno del prometeismo, sia di matrice rossa che nera. Nel ‘Manifesto dei transumanisti italiani’ del  febbraio 2008 si sottolineò che ‘nonostante solo oggi si rende possibile adottare il problema in questi termini, si tratta di un’idea che ha una tradizione solida nella storia del pensiero europeo, che ha espresso pensatori del calibro di Francesco Bacone,  Tommaso Campanella, Jean Condorcet, Friedrich Nietzsche, Filippo Tommaso Marinetti, Leon Trotzky,  Julien Huxley, Jacques Monod e Jean François Lyotard. Noi stiamo semplicemente riannodando i fili del discorso’. Il movimento contiene sicuramente al suo interno una forte tendenza elitaria  filocapitalista, che rientra a pieno titolo nel filone del prometeismo nero’, che culmina in ‘Noha Harari, con il suo prometeismo della Silicon Valley’. A suo avviso, la futura e fantastica rivoluzione tecnologica e scientifica che sarà guidata dalle multinazionali della California creerà una ristrettissima élite globale di superuomini, contrapposta a una gigantesca e ipermaggioritaria ‘classe inutile’, disadattata e priva di caratteristiche socioproduttive”. Sin qui i nostri Autori. Posso aggiungere che si tratta di quel progetto della superclass dei vertici delle multinazionali che abbiamo trattato, con Francesco Bochicchio, in “Scacco alla superclass” (ed. Mimesis, 2016), progetto che ha trovato la sua più recete espressione in “Di più con meno” (Feltrinelli, 2020) di Andrew McFee, economista del Mit di Boston, che conclude: “Il capitalismo ha oggi tutti gli strumenti tecnici per risolvere i grandi problemi ambientali senza regolamentazioni pubbliche”.  Una presunzione di onnipotenza che, dal punto di vista della linea rossa, Pasolini esprimeva  in forma di preoccupato timore: ”Nel rapporto tra servo della gleba e feudatario e tra operai e padrone comunque si tratta di ‘rapporti sociali’ che si sono dimostrati egualmente modificabili. Ma se la Seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse, da ora in poi, rapporti sociali immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee” (intervento al congresso del partito radicale del novembre 1975, scritto, ma non potuto pronunciare, perché assassinato ad Ostia, ora in G. Galli, “Pasolini comunista dissidente, Attualità di un pensiero politico”, Kaos edizioni, 2010, pagg.94-95).

   Nella lunga storia delle classi dominanti della linea nera, quella formata dalla superclass dei vertici delle multinazionali del capitalismo globalizzato, “attraverso le possibilità che si è data”, è andata più vicino di ogni altra a realizzare quella “immutabilità di rapporti sociali” temuta da Pasolini; ma non l’ha ancora realizzata. Vi si è costantemente opposta una linea rossa che i nostri Autori scorgono anche nel cristianesimo (cfr. Ratzinger o fra Dolcino? – L’effetto di sdoppiamento nelle religioni occidentali” e in “Effetto di sdoppiamento”, ecc., cit, pagg.113-128),  e di cui tracciano il cammino, a partire dalla domanda e risposta: “Cosa hanno i comune il mito di Faust e i fumetti  dell’Uomo Ragno, gli sciamani del paleolitico e Superman, il grande poeta comunista Shelley e il filosofo anticomunista Nietzsche, Marx e Pico della Mirandola, il mito di Icaro e quello di Frankenstein, il golem medioevale il temerario capitano Achab creato da Melville, Esiodo e il geniale Goethe, la torre di Babele biblica e il potente stregone Prospero della “Tempesta” di Shakespeare, i due splendidi film su Blade Runner, 2001: Odissea nello spazio e la saga di fantascienza dei Precursori ideata da Greg Bear? Che cosa hanno in comune Chretien de Troyes, Tolkien, Terry Book e Dan Brown,  se non la ricerca affannosa del proteiforme Graal e delle sue sconfinate conoscenze esoteriche? L’homo prometeicus, la tendenza titanica. Il prometeismo costituisce una tendenza cultural-politica che ha come suo fondamento la trasformazione da parte umana dell’impossibile di ieri nel possibile di oggi”, tendenza la cui linea rossa dello sdoppiamento osteggia quella nera, a partire dal primo capitolo “Gli sciamani, primi Prometei” e poi in quelli successivi, sin dalle origini del capitalismo, di cui riporto i titoli, dopo “Il prometeismo rosso: ‘Sarete come Dio’ e Pitagora”: “Profondo rosso. Dalle streghe a Campanella”, sino ai capitoli finali “Il proteismo rosso da Weishaupt a Stalin” e “Alcune questioni relative al prometeismo”.

   Qui, come culmine teorico della linea rossa, si cita Trotzky, secondo il quale l’essere umano riuscirà a superare la paura della morte grazie a modifiche biomeccaniche del proprio organismo, sino a che  “si porrà il compito di diventare padrone dei suoi sentimenti, di elevare i suoi istinti al livello della coscienza, di renderli di una chiarezza cristallina, di portare i fili conduttori della volontà oltre le soglie della coscienza e con ciò di innalzare sé stesso a un livello più elevato di tipo biologico o se si vuole, un superuomo”. Commento: “Ecco infine la parola magica: il superuomo.  Trotzky la pronuncia pur sapendo che essa, sulla scorta del pensiero di Nietzsche, è un elemento fondamentale del lessico e della ideologia della destra fascista e nazionalista. Evidentemente, prima dei campi di sterminio, si trattava di un concetto ancora nobile, anche per la sinistra”. 

Contemporaneo a questo livello teorico, è la costruzione staliniana del “socialismo in un solo Paese”, nel quale gli autori  vedono elementi importanti della linea rossa, come pure nella successiva esperienza della Repubblica popolare cinese. E’ questo un aspetto dello sdoppiamento che, a mio avviso, può suscitare maggiori dubbi. E’ probabile che un giudizio più equilibrato sull’Unione Sovietica possa essere dato dagli storici dopo un millennio, come accadde alla “pax mongola” di Gengis Khan.  Ma  dubito che nei prossimi decenni il ricordo dell’Urss di Stalin possa essere un incentivo per chi volesse mobilitarsi per una alternativa critica al capitalismo delle multinazionali. Per quanto concerne la Cina, pur con indubbie caratteristiche autoritarie dell’eredità confuciana e mandarina presentata in termini  “comunisti”, si tratta di una esperienza in corso da seguire attentamente, per verificarne la presenza della linea rossa del prometeismo, termine e mito propri della cultura “occidentale”, secondo alcuni messi in forse dalla pandemia del 2020, che mettono in forse non il prometeismo, ma solo la sua linea nera.

Questa attenzione alla Cina è resa difficile dalla carenza di informazioni, confermata dall’insufficienza di quelle sul virus e sulla sua origine. Nel 1970 aveva interpretato la rivoluzione culturale, ”l’assalto al quartier generale, ad opera delle guardie rosse”, promosso da Mao Zedong, come un ritorno al leninismo (cfr. “La tigre di carta e il drago scarlatto – Il pensiero di Mao Zedong e l’Occidente”, ed. Il Mulino). Mezzo secolo dopo, nella postfazione al libro di Sergio Bellucci “L’industria dei sensi”, Harpo edizioni, 2019), una rigorosa analisi dei ritardi della cultura di sinistra di fronte alla travolgente avanzata del “capitalismo cognitivo”, segnalavo il ritardo mio di fronte a quanto accadeva in Cina: “Avevo ritenuto che con quel pensiero riprendesse vigore il marxismo rivoluzionario di modello leninista, ‘contro un modo di vedere che attribuisce alla Cina rivoluzionaria il ruolo tradizionale di tutte le grandi potenze della storia. Può darsi che questo modo di vedere sia giusto. E in tal caso l’alternativa rappresentata dall’attuale Cina rivoluzionaria verrebbe meno’ “mentre il capitalismo cognitivo stava costruendo la sua egemonia” (pagg. 330-331).

    Personalmente condivido con Sidoli, Leoni e Burgio (che vedono nella Repubblica popolare cinese elementi della linea rossa del prometeismo),  l’opinione che il corona virus non smentisce il prometeismo, bensì, come detto, la sua linea nera.

David Quammen, l’autore di “Spillover”, che ha previsto la pandemia  sulla scorta di scienziati minoritari, quando essa è esplosa dice che il suo principale insegnamento è che la Terra non è solo dell’uomo, ma anche di altre specie. E’ vero, ma l’egemonia di quella umana sul pianeta è dovuta a qualità ben evidenziate nella citata confutazione di specisti e transumanisti. Dobbiamo tener conto dei “compagni di pianeta” (come definisco i gatti che vivono con mia moglie e con me), ma senza sentirci in colpa per la nostra superiorità. Se mai la pandemia ha confutato la presunzione di onnipotenza della linea nera del capitalismo dell’era delle multinazionali, la quale faceva dire alla scienza maggioritaria, per bocca di William H. Steward, Surgeon General degli Stati Uniti, alla fine degli anni Sessanta: “E’ tempo di dichiarare vinta la guerra contro le epidemie”. Questa presunzione  (propria del periodo nel quale il politologo nordamericano  Francis Fukuyama proclamava, con l’abbattimento del muro di Berlino, la “fine della storia”, col trionfo sul comunismo del capitalismo basato su economia di mercato e democrazia rappresentativa), era una presunzione che contraddittoriamente si intrecciava col pessimismo del paleontologo Richard Leakey, che scriveva con Roger “La sesta estinzione” (ed. italiana Bollati Boringhieri), nel quale si sosteneva che, dopo la quinta estinzione (quella dei dinosauri, mezzo miliardo di anni fa), la specie umana sta preparando la sesta, la sua, attraverso la distruzione degli ecosistemi durante gli ultimi secoli, che hanno avviato una crisi della biosfera paragonabile alle peggiori catastrofi del passato. Le quattro precedenti estinzioni risalivano a 450 milioni di anni fa (fine del periodo Siluriano), a 376 milioni (fine del Devoniano superiore), a 260 (fine del Permiano), infine a 200 milioni (fine del Giurassico). Nel 2011 la rivista “Nature” e nel 2014 “Science” stabilivano autorevolmente che la sesta estinzione era cominciata, dato che, dal Cinquecento ad oggi, si sono estinte 350 specie di vertebrati terrestri. Gli “ultimi secoli”, “dal Cinquecento ad oggi”, sono quelli dello sviluppo del prometeismo capitalistico, la cui linea nera sta sfociando nella sesta estinzione. Oggi Leakey “sulle capacità umane di rinsavire” è pessimista: sostiene che se non ci sarà un cambiamento radicale nelle politiche ambientali globali nel prossimo mezzo secolo, la sesta estinzione ci travolgerà (Telmo Pievani, “La Lettura”, 24 maggio 2020.

  Dopo la pandemia, la componente culturale della linea nera che possiamo definire estinzionista si esprime ancora attraverso il libro di un autorevole biologo mentre l’onnipotenza si è stemperata nel relativismo del libro di un importante matematico; mentre la linea rossa può ancora riallacciarsi a Marx, per giungere alle conclusioni di un aggiornatissimo fisico quantistico.

Il primo libro è di Nicholas P. Money, docente di biologia presso la Miami University dell’Ohio, dove dirige il  Western Progr, si intitola “La scimmia egoista. Perché l’essere umano deve estinguersi” (ed. italiana Il Saggiatore, 2020) e sostiene: “Siamo già sulla strada per un pianeta molto più caldo. Stiamo già correndo verso l’estinzione. Invece il Sole, la fonte di energia principale del nostro mondo, si trova a circa metà del proprio ciclo vitale. Questo significa che se qualcuno potesse tornare sulla Terra tra un miliardo di anni, troverebbe certamente vita biologica, ma nessun essere umano”. Infatti, alla domanda se vuole inviare un messaggio per l’umanità futura, risponde: “Il mio libro può essere visto come un messaggio agli alieni che visiteranno la Terra dopo che ce ne saremo andati. E’ stato scritto da un umano come una sorta di necrologio anticipato per la propria specie e spiega chi siamo stati e perché abbiamo condotto noi stessi verso l’estinzione” (“La Lettura”, 12 aprile).

Il secondo libro è del matematico Jan Steward, che riprende la frase di Einstein, il quale si rifiutava di credere che dio giocasse nella quinta a dadi  le sorti dei mondi, per chiedersi: “I dadi giocano a Dio? – La matematica dell’incertezza” (ed. italiana Einaudi 2020). Anche Steward propone sei ere, ma non  geologiche, bensì  della storia dell’Homo sapiens: la prima arcaica, con una interpretazione religiosa dei fenomeni; la seconda con una loro spiegazione logica; con la terza si entra nella modernità, con il calcolo delle probabilità; con la quarta, all’inizio del Novecento siamo alla fisica quantistica, il cui probabilismo sfocia nella quinta, col modello standard della scuola di Copenaghen (Bohr), che ci porta alla sesta era, quella che spiega il sottotitolo: l’homo sapiens è nell’età dell’incertezza, vista come non solo utile, ma necessaria per la comprensione della realtà. A questi esiti culturali della linea nera, quella rossa della teoria dello sdoppiamento risponde che, lungi dall’estinguersi quando il Sole è ancora alla metà del suo ciclo vitale, l’umanità lo supererà in durata, perchè, prima della fine del ciclo, avrà  trovato il modo  di trasferirsi in blocco su un altro pianeta ove sia possibile la vita, magari in un’altra galassia, convinzione che supera l’incertezza e che continua il cammino, che ci porta dall’ultimo Marx al superamento del modello standard e della scuola di Bohr  attraverso l’opera di un fisico quantista di scuola marxista, Emilio Del Giudice.

   L’ultimo Marx è quello del 1880, tre anni prima della morte: egli pone quasi una alternativa all’entusiastica versione engelsiana della classe operaia come erede della filosofia classica tedesca (da Kant, a Hegel, alla sinistra hegeliana e allo stesso Marx del materialismo dialettico). Sono trascorsi dieci anni dall’epopea della Comune di Parigi e proprio sulla rivista del Partito Operaio Francese “Revue Socialiste”  (di Paul Lafargue e Jules Guesde), il filosofo di Treviri pubblica (20 aprile 1880) le cento domande per una “inchiesta operaia”, che già aveva proposto, nel 1866, alle “Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell’associazione internazionale dei lavoratori”, riunione tenutasi a Ginevra nel settembre di quell’anno.

Marx proponeva dunque un questionario di cento domande da sottoporre e far compilare dagli operai raggiungibili, per accertarne le reali condizioni di vita, dal salario alla durata dell’orario di lavoro, dall’affitto ai consumi della vita quotidiana, alle forme improprie di apprendistato. Sembra quasi che Marx volesse ripartire da fattori elementari per accertare, al di là delle idealizzazioni, la supposta capacità rivoluzionaria della classe operaia, il salto di intelligenza e di volontà necessarie per trasformare la quantità dei produttori di plusvalore nella qualità indispensabile per realizzare un nuovo modo di  produzione. Di fatto l’inchiesta non ebbe luogo, ma il  termine ebbe qualche fortuna nelle vicende del marxismo creativo. Celebre è quella di Mao Zedong, le domande rivolte, alla fine degli anni Venti, ai contadini cinesi, dalle cui risposte dedusse che non erano conservatori o addirittura reazionari, secondo il marxismo dogmatico della vulgata, bensì potenzialmente rivoluzionari, in vista della conquista della terra. Fu dagli studi di Plechanov e dei menscevichi sulle condizioni di vita e di lavoro e sull’evoluzione culturale degli operai di Pietroburgo, che Lenin  trasse la convinzione che quell’evoluzione non portasse la classe operaia oltre il combattivo rivendicazionismo sindacale di maggiori diritti e migliori condizioni di lavoro. In Italia, negli anni Settanta, al culmine delle lotte dei lavoratori della Fiat, a Torino, mentre Mario Tronti (come poi avrebbe detto) scambiava il rosso di un tramonto per quello di un’aurora e polemizzava contro la sociologia borghese in nome del materialismo dialettico, Raniero Panieri proponeva, coi suoi giovani compagni, un’inchiesta operaia, sostanzialmente di tipo sociologico, per verificare il possibile sbocco politico di quelle lotte.

      E oggi? Nei giorni del capitalismo  globalizzato delle multinazionali e dopo la pandemia, che  ha messo in luce le difficoltà della sua superclass nel garantire l’egemonia della specie umana sulle altre del pianeta, si può pensare alla classe operaia come componente essenziale di uno schieramento sociale più vasto, popolare, in grado di fronteggiare e condizionare quella superclass? E’ una domanda che mi pare implicita, quando si propone la persistenza di una linea rossa, sempre minoritaria, all’interno del prometeismo sdoppiato.

La risposta può consistere nel seguire attentamente quello che avviene in Cina nella competizione tra i “Continental States”, quello che avviene tra gli operai, mentre sono finite le grandi fabbriche e si afferma lo ”smart working”, forse “agile”, ma certamente pesante; ma nello stesso tempo, quel “seguire attentamente”, a tempi presumibilmente lunghi, dovrebbe essere accompagnato dalla disponibilità a utilizzare gli imprevisti,  a tempi più brevi sempre presenti nella storia. E avendo presente, dopo quello di Landes, l’ultimo libro citato, quello, appunto, di un fisico quantistico marxista, a conferma che è la stessa struttura della realtà a dimostrare la prevalenza del principio collettivo (egualitario) su quello individualistico (la ”scimmia egoista” votata all’estinzione, di Nicholas Money).

David S. Landes è uno storico liberale, che parte da ”Prometeo liberato”, titolo del suo libro che ha per sottotitolo “La rivoluzione industriale in Europa dal 1750 ai giorni nostri” (ed. italiana Einaudi 2000), per concludere così, dopo 733 dense pagine: “Nessuno può essere certo che l’umanità sopravvivrà a questa stretta difficile, soprattutto in un’epoca nella quale la conoscenza che l’uomo ha della natura ha sopravanzato quella che egli ha di sé stesso. Possiamo però essere certi che l’uomo seguirà questa strada e non l’abbandonerà, perché se egli nutre dei timori, possiede altresì  l’eterna speranza, quella speranza che era l’ultimo dono rimasto nel vaso di Pandora”.

La speranza è il riferimento anche di Ernst Bloch, l’ultimo marxista al quale si richiamano Sidoli, Leoni e Burgio. E per quanto riguarda la conoscenza della natura, la sua caratteristica, quantistica e collettiva, è così presentata negli scritti di Del Giudice, raccolti, dalla moglie, Margherita Tosi, dai colleghi e dagli allievi sotto il titolo “L’anima passionale della ragione scientifica” (Biblion edizioni, 2019): “La fisica quantistica diviene perciò una teoria olistica dell’universo, in cui nessun corpo è isolabile, e ogni corpo vive e diviene nell’ambito dell’interazione risonante con gli altri, il concetto di individuo così perde forza, fino a svaporare all’interno di una fondamentale unità dell’universo” (pagg. 259-260). Segue un fondamentale collegamento culturale: “Ma non era questo il sogno di Carlo Marx, che scrisse la sua tesi di dottorato sulla contrapposizione tra la visione di Epicureo, che assumeva la fluttuazione degli atomi come origine dell’unità dell’universo e la visione di Democrito che considerava gli atomi come oggetti inerti che potevano essere guidati solo dall’esterno? Guardando agli esseri umani come oggetti naturali e perciò promossi dalla fisica quantistica a soggetti, Marx vide nella storia umana il volgersi della transizione dell’umanità da insieme di individui non cooperanti e confliggenti attraverso l’uso della forza, a specie quale soggetto unitario capace di autoregolamentazione spontanea in cui la forza perde ogni razionalità, e questo come fatto spontaneo e non come ordinamento da mantenere con la forza, alla Stalin. Cosa vuol dire altrimenti il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà?. Di fatto l’esistenza dell’individuo  come soggetto indipendente dagli altri è legata all’organizzazione di un mondo economico in  un’epoca in cui la produzione della ricchezza richiede lavoro umano.  In un contesto sociale dominato dalla competizione vengono sacrificate tutte le esigenze poste dalla dinamica della vita… La contrapposizione tra economia e sviluppo psico-fisico emotivo della specie umana, l’elemento caratterizzante della storia degli uomini fino ad ora, che perciò Marx chiama preistoria” (pagg. 260-261).

 L’accenno a Stalin ci aiuta a capire la teoria dello sdoppiamento, se riteniamo l’Urss ancora parte della preistoria, con l’uso della forza, ma anche un’esperienza positiva, in quanto mossa dalla convinzione di preservare, nel mondo ancora sulla linea nera, una componente di linea rossa. Del resto, lo stesso del Giudice conclude su questo punto. “Non è escluso che gli storici del futuro dovranno indicare il periodo storico corrispondente alle rivoluzioni nate nel Novecento non il ‘secolo breve’, ma come ‘il lungo millennio’ “ (pag. 263),  nel  quale collocare pure il giudizio sull’Unione Sovietica staliniana. Con questo approccio, possiamo compiere con del Giudice l’ultimo balzo concettuale, nel paragrafo finale che richiama il titolo:  “Prometeo, ovvero l’anima passionale della ragione scientifica”, dove compare il concetto di “doppio”: “Il cervello umano esiste e funziona perché l’insieme dei suoi oscillatori risuona con un corrispondente insieme di oscillatori esterni, che è appunto il suo doppio, che ne assicurano la dissipatività, condizione fondamentale della vita” (pag.308). Così, “seguendo questa strada, ci siamo, negli ultimi anni, trovati di fronte a fenomeni affascinanti: non solo le origini della vita, ma anche la fusione fredda tra nuclei atomici. In questa ricerca ho trovato molti amici. Questo nuovo sapere trova nel suo cammino ostacoli da parte del mondo scientifico istituzionale, a cui dobbiamo ripetere ciò che Prometeo disse a Ermete, messaggero di Zeus: ‘Io ti assicuro, non cambierò mai la mia misera sorte con la tua servitù. Molto meglio stare qui legato a questa rupe, che essere fedele messaggero di Giove’  ” (pagg. 326-327). 

La teoria dello sdoppiamento è, appunto, un “nuovo sapere” che speriamo trovi, anch’esso, ”molti amici”.