La tendenza comunista nella Divina Commedia

Un altro punto d vista su Dante Alighieri.

di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio.

Prosegue su http://www.robertosidoli.net

Non vi sono dubbi che Dante Alighieri (1265/1321) sia considerato giustamente come uno dei principali poeti del mondo occidentale godendo, quasi senza soluzione di continuità, di grande popolarità a partire dalla morte del geniale poeta-filosofo fiorentino fino all’inizio del terzo millennio.

Oltre alla fama acquisita da Dante in terra italiana, va sottolineato altresì come sul piano internazionale la Divina Commedia venne tradotta in latino (lingua allora universale) nel 1416 e in lingua catalana nel 1429, mentre alcuni canti risultarono disponibili in lingua spagnola già agli inizi del Quattrocento; la prima traduzione della Commedia si verificò invece in lingua francese nel 1597 e in inglese nel 1802, mentre negli USA apparve nel 1867 una splendida traduzione curata dal poeta H. W. Longfellow.

Se in lingua cinese i primi tre canti dell’Inferno vennero a loro volta pubblicati nel 1921 e l’intera Commedia risultò via via disponibile a partire dal 1948, va altresì rilevato che il 20 ottobre del 2011 cento milioni di cinesi seguirono in diretta televisiva l’inaugurazione nella città di Ningbo di una grande statua di bronzo raffigurante Dante, collocata vicino a una delle più grandi librerie del gigantesco paese asiatico.[1]

A sua volta in terra russa comparvero fin dagli inizi dell’Ottocento le prime traduzioni parziali della Commedia, mentre non a caso nel 1921 e nella Russia sovietica di Lenin venne celebrato su ampia scala l’anniversario dei seicento anni trascorsi dalla morte di Dante. I dirigenti bolscevichi erano infatti perfettamente coscienti che proprio Engels, nel febbraio del 1893 e nella sua prefazione all’edizione italiana del Manifesto del Partito Comunista, aveva sottolineato che “la prima nazione capitalista è stata l’Italia. Il chiudersi del medioevo feudale, l’aprirsi dell’era capitalista moderna sono contrassegnati da una figura colossale: quella di un italiana, Dante, al tempo stesso l’ultimo poeta del medioevo e il primo poeta moderno”.[2]

Altrettanto innegabile della meritatissima popolarità via via acquisita da Dante  è il fatto che il suo grande capolavoro, la Commedia (Divina Commedia, dopo la definizione proposta da Giovanni Boccaccio attorno al 1373), abbia costituito in buona parte anche un grande trattato di teologia e filosofia in versi, oltre che una sintesi del pensiero politico e filosofico medioevale cristallizzatasi proprio all’inizio della transizione – specie in Italia – verso il capitalismo manifatturiero e bancario: Dante costituì pertanto una geniale figura di transizione e di collegamento tra due epoche diverse che allora coesistevano in modo conflittuale, quella feudale in profondo declino e quella nascente della borghesia tardomedioevale.

Non vi sono inoltre dubbi che il politico e filosofo Dante Alighieri, proprio nella Divina Commedia, prese apertamente posizione ed effettuò delle precise scelte di campo, spesso con inusitata violenza e ardore polemico, rispetto alle principali tematiche politiche e sociali del suo tempo; nei confronti del Vaticano e della chiesa cattolica, il più grande proprietario di beni fondiario del tempo, oltre che dei banchieri e dell’usura, del processo di accumulazione di ricchezza in mano ai privati, delle eresie del suo tempo e del movimento francescano, della storia millenaria della chiesa e dello scontro tra papato e impero, per citare solo alcune delle questioni allora “calde” in quel complesso periodo storico, all’inizio del Quattordicesimo secolo.

Invece finora è risultato quasi nascosto un dato di fatto esplosivo, e cioè che una delle tendenze politico-sociali dominanti all’interno della Divina Commedia risulta di matrice comunista, esprimendo sia un’utopia collettivistico-religiosa che una critica, aperta e durissima, contro i rapporti sociali di produzione e di potere egemoni nell’Italia dell’inizio del Trecento: una tesi in parte già esposta dal reazionario E. Aroux, nel suo libro “Dante eretico, rivoluzionario e socialista” del 1854.

In altri termini la Divina Commedia costituisce un’opera artistica con una forte matrice prototocomunista e che esprime, a volte in forme caute e prudenti, un messaggio politico-sociale alla cui base si trova anche il collettivismo utopico di derivazione francescana.

Per provare la nostra tesi, partiamo dai nemici messi in luce dal sincero e fervente cristiano di nome Dante Alighieri nella sua geniale Commedia, e dal principale antagonista politico-sociale che venne chiaramente individuato da Dante nel suo opus magnum, rappresentato senza dubbio dalle alte gerarchie della chiesa cattolica del suo tempo.

Sono fin troppo conosciute le durissime e splendide condanne effettuate da Dante contro tutta una serie di papi, cacciati senza alcun riguardo nei gironi dell’Inferno, oltre all’ostilità manifestata dal poeta-filosofo fiorentino contro i preti simoniaci: si pensi solo all’invettiva contro i pontefici e i religiosi che accumulavano cariche ecclesiastiche, ricchezze e “oro e argento” contenuta nel diciannovesimo canto dell’Inferno.

[1] A. Bujatti, “La figura di Dante nella letteratura cinese moderna”, 14 maggio 2008

[2] E. Riu, “1757, il conte e la zarina: così Dante “conquistò” la Russia”,  23 febbraio 2014

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: