Ancora sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento: la tecnofobia di sinistra.

 

Lettera del compagno Enrico Galavotti.

 

Marx è arrivato tardissimo a capire che la comune agricola primitiva o pre-borghese poteva essere un’alternativa al capitalismo e la base del socialismo democratico. La corrispondenza con la Zasulic l’attesta, ma non l’attestano gli studi fatti sul pre-capitalismo (a motivo del fatto ch’egli non ha mai cercato un rapporto con la società e la cultura agricola: al massimo la identificava con la rendita feudale).

Infatti in quella suddetta corrispondenza sostiene che senza una contestuale rivoluzione socialista in Europa occidentale, la comune agricola non avrebbe potuto farcela nei confronti del capitalismo, a lungo andare. Engels ha giustificato questo ritardo ermeneutico dicendo che gli studi sul pre-capitalismo erano molto scarsi al loro tempo. In realtà sin dalla relazione di Las Casas contro gli spagnoli abbiamo cominciato a studiare le popolazioni non europee, non feudali, non borghesi, e non abbiamo mai smesso, anche se da allora le abbiamo sterminate quasi tutte, o inglobate nel nostro sistema dominante.

Per me i classici del marx-leninismo non hanno capito che la comune agricola poteva costituire un’alternativa non solo al capitalismo ma anche al socialismo industrializzato. Lenin ha semplicemente pensato di favorire al massimo i contadini per poter realizzare più velocemente la rivoluzione industriale. Certo se lui non fosse morto così presto, i costi di questa industrializzazione non sarebbero stati fatti pagare interamente alla classe rurale, come si fece con Stalin e come si sarebbe fatto anche con Trotzsky.

“L’effetto di sdoppiamento” di cui parlate lo capì di più Lenin che Marx, proprio perché Lenin rimase un politico rivoluzionario sino alla fine dei suoi giorni e non rinunciò mai a un rapporto coi contadini. Marx invece diede il meglio di sé sino al 1848-50, poi – divenendo scienziato economista – si lasciò determinare dalla categoria hegeliana della “necessità”.

Sinceramente non so se sia possibile realizzare, sotto il capitalismo, un’alternativa sociale senza una contestuale rivoluzione politica. Penso anzi che Marx ed Engels avessero pienamente ragione quando dicevano che il socialismo utopistico peccava di un’ingenuità imperdonabile. Tuttavia, in attesa che avvenga la fatidica rivoluzione, sarebbe necessario iniziare a creare qualcosa di alternativo, proprio come facevano i socialisti utopisti. Deve però essere qualcosa non di industriale, bensì di rurale, perché dai tempi di Marx ed Engels il problema ambientale è diventato più importante di quello economico. Non serve a niente lottare per il diritto al lavoro e neppure per una proprietà sociale dei mezzi produttivi, se non si ripensano in toto i criteri con cui si produce ricchezza.

A tale proposito sono sempre più convinto che i modelli che possiamo prendere come esempi da imitare siano quelli delle ultime comunità primitive sparse qua e là nel nostro pianeta. Questo significa che l’approccio che dobbiamo avere nei confronti nella transizione deve per forza essere di tipo antropologico, con uno sguardo costante rivolto alle esperienze pre-schiavistiche. E su questo, purtroppo, il socialismo scientifico è ancora molto indietro, poiché non vede un’alternativa al sistema se non in rapporto al sistema stesso.

 

A presto

 

Enrico Galavotti

 

 

 

 

 

 

John Zerzan e il rischio della tecnofobia di sinistra.

 

 

Prendiamo spunto dall’interessante intervento del preparato e colto compagno Enrico Galavotti per indicare il pericolo, solo latente nelle tesi esposte da quest’ultimo, del primitivismo e della tecnofobia di sinistra, di matrice “antagonista”.

Secondo tali teorie, il capitalismo e il capitalismo di stato contemporaneo equivalgono al processo continuo di sviluppo della produzione, alla riproduzione allargata del processo produttivo, all’aumento continuo della produzione di mezzi di produzione e di mezzi di consumo.

Il “demonio” capitalista si incarna essenzialmente non nella proprietà privata dei mezzi e delle condizioni della produzione, il “diavolo” capitalista (di stato) non si incarna nella “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti” ecc., ma invece, si rivela attraverso l’aumento della produzione e…  l’orrendo, “antisocialista” aumento dei consumi, nel consumismo e nell’aumento dei consumi, nello sviluppo della tecnologia, ecc.

“Ma non è possibile, potrebbero obiettare larga parte dei lettori. Nessuno può essere così confuso da identificare il capitalismo con lo sviluppo della produzione, della produzione di generi di consumo, o ancora peggio nello sviluppo di scienza e tecnologia”.

Invece esistono proprio tali “pensatori”, anche se può sembrare incredibile.

Alla loro estrema sinistra, il teorico “primitivista” John Zerzan. A suo parere, per assicurare uguaglianza e solidarietà tra gli uomini bisogna necessariamente tornare al… paleolitico e ad un modo di produzione basato solo su caccia/pesca e raccolta di cibo, abbandonando agricoltura, allevamento e proto urbanesimo, assieme ad altri “piccoli” elementi “alienanti” quali le pratiche artistiche, il linguaggio articolato, il senso del tempo e la progettualità.[1]

Grazie a tale processo di “eliminazione”, avremmo sicuramente una società collettivistica e nella quale sarebbe impossibile a priori la produzione costante di surplus accumulabile, il derivato effetto di sdoppiamento ed il possibile sviluppo di società protoclassiste/classiste, ecc.

Risulta inoltre addirittura possibile scavalcare “a sinistra” il provocatorio Zerzan, chiedendo invece una società nella quale, a differenza degli Homo Habilis (di 2.200.000 anni fa) ancora difesi in parte dal teorico primitivista, venga eliminata anche la capacità di produrre strumenti attraverso altri strumenti (i primi chopper) e la tecnologia umana, assicurandosi ancora di più contro il “progresso” e l’aumento di beni di consumo: l’iperzerzanismo da questo momento diventa una nuova teoria, che vive/lotta in mezzo a noi.[2]

Come dite? Che non ci sarebbe differenza tra questo collettivismo “umano” e a quello degli scimpanzé?

Certo, avete ragione, ma non si può sicuramente confrontare questo insignificante problemino “di regresso” con il vantaggio di aver avuto finalmente ragione, una volta per tutte, del “capitalismo di stato cinese”, ed ancora prima di quello sovietico… niente accumulazione, viva Zerzan ed abbasso la Cina Popolare!!!

Viva la “fattoria degli animali”, non a caso  ideata da quel G. Orwell che nel 1948/49 faceva opera di spionaggio (si, il “Piccolo fratello”) sugli intellettuali comunisti per conto dei servizi segreti britannici, secondo le (tardive) rivelazioni fornite anche dal Corriere della Sera del 12 luglio del 1996, e non a caso ignorate quasi sempre dagli intellettuali “antagonisti” del mondo occidentale.

Al “centro-sinistra” dello schieramento “antisviluppista” appartiene invece Amedeo Bordiga.

Il brillante ed acutissimo teorico della desiderabilità della vittoria hitleriana nella seconda guerra mondiale, perché (“tanto peggio, tanto meglio”) essa avrebbe permesso il crollo simultaneo del più forte anello della catena imperialistica del tempo, il capitalismo colonialista inglese (leggere la biografia di Bordiga scritta da Livorsi, alle pp. 372-375), riuscì anche ad elaborare il primo schema della sottoriproduzione e della decrescita a nostra conoscenza.

Ancora nel 1952, con un mondo (eccettuato gli Stati Uniti) di regola ancora profondamente impoverito dalla tremenda seconda guerra mondiale, Bordiga infatti sostenne che una futura società socialista (il socialismo della miseria, ma questo è un altro discorso…) avrebbe dovuto avere al suo centro i seguenti punti programmatici:

  1. a) “Disinvestimento dei capitali”, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo;
  2. b) “Elevamento dei costi di produzione” per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro;
  3. c) “Drastica riduzione della giornata di lavoro” almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali;
  4. d) Ridotto volume della produzione con un paio di “sottoproduzione” che la concentri nei campi più necessari, “controllo autoritario dei consumi”, combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili, dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia contro-rivoluzionaria;
  5. e) Rapida “rottura dei limiti di azienda” con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo;
  6. f) “Rapida abolizione della previdenza” a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale;
  7. g) “Arresto delle costruzioni” di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città ed anche alle piccole, come avvio della distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo, velocità e volume del traffico vietando quello inutile;
  8. h) “Decisa lotta” con l’abolizione di carriere e titoli “contro la specializzazione” professionale e la divisione sociale del lavoro;
  9. i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento”.[3]

Quindi per Bordiga il socialismo equivale alla sottoproduzione di mezzi di consumo e di produzione.

Socialismo = decrescita della produzione, a partire dai generi di consumo “voluttuosi” e non-indispensabili, con il “controllo autoritario dei consumi”.

Socialismo = miseria generalizzata e per tutti, austerità “pre-berlingueriana” o permanente.

Alla destra del fronte antisviluppista, Latouche ed i  suoi seguaci: per i quali risulta indifferente la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione, mentre diventa invece centrale (e non impraticabile in termini assoluti, almeno a loro giudizio) la possibilità di ridurre gradualmente i livelli di consumo nelle “opulente” società occidentali e capitalistiche.

In ogni caso, se si adotta questo parametro principale al fine di definire l’essenza del modo di produzione capitalistico, se viene impiegato tale criterio principale per il processo di finalizzazione della formazione economico-sociale capitalista e del capitalismo di stato, ne discendono alcune  conseguenze inevitabili:

  • il miglior socialismo possibile risulta quello “iper-Zerzan”, in termini di capacità di ridurre a zero le possibilità di riaprire il tanto demonizzato processo di accumulazione di beni di consumo e di mezzi materiali: nel “socialismo degli scimpanzé” mancano anche le mani necessarie per produrre strumenti di produzione e, a catena, gli odiati generi di consumo, tanto che la “decrescita” diventa permanente ed assicurata per sempre…;
  • il modello di “contro-sviluppo” paleolitico, elaborato da Zerzan, si conquista in ogni caso un onorevole ed indiscussa seconda posizione: con solo caccia/pesca e raccolta di oggetti naturali, tra l’altro, la popolazione umana non potrebbe che calare dai sette miliardi di unità attuali a circa cento milioni, eliminando sia l’inquinamento che la sovrappopolazione (e gli altri 6.900.000.000 di esseri umani? Piccoli prezzi da pagare, sull’altare della decrescita…);
  • la Cina contemporanea diventa realmente il capitalismo di stato “numero uno”, visto che il potere d’acquisto reale ed i consumi reali degli operai, impiegati  e contadini cinesi stanno fortunatamente aumentando costantemente ed a notevole velocità fin dal 1977/78, dato che (orrore!) gli operai cinesi hanno già quasi tutti il computer ed il telefonino e che (doppio orrore!) molti di loro hanno già acquistato una loro autovettura…;
  • ma soprattutto il reale, concreto capitalismo di stato (“socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”, ecc.) delle metropoli imperialiste invece diventa un “capitalismo” solo a metà, e quindi assai preferibile al (presunto) “capitalismo di stato” cinese.

Per quale ragione?

Perché fin dal 1978 (negli USA) e dalla fine degli anni Ottanta nella altre sue sezioni nazionali (reali), il capitalismo di stato ha realmente attuato con successo una reale decrescita: una diminuzione reale del potere d’acquisto  reale degli operai e dei lavoratori salariati occidentali, una decrescita reale dei loro salari reali, al netto dell’inflazione.

“Ma sono interessati solo i salariati!”. D’accordo, ma essi almeno sono circa l’80% della popolazione occidentale: niente male, quindi, come risultato “positivo” di decrescita…

“Ma la decrescita è un processo di ben più ampio respiro e portata!”. Non preoccupatevi, cari sostenitori della decrescita: se il reale capitalismo di stato continuerà (purtroppo) a non incontrare una resistenza del tipo “Tunisia-2011”, la decrescita del potere d’acquisto reale degli operai e salariati occidentali diventerà sicuramente molto più veloce, come del resto è già avvenuto per i proletari greci nel 2010/2011: pane e cipolle per (quasi) tutti, e tanta nuova felicità anticomunista sparsa per il mondo occidentale da “Babbo Natale-Capitale”.

“Ma manca una prospettiva generale!”.

Anche su ciò non preoccupatevi!

A questi livelli (crescenti) di contraddizioni, il modo di produzione capitalistico-di stato (reale, non presunto) nel prossimo quadriennio attuerà una decrescita (alias depressione anni Trenta) davvero generale, davvero completa, davvero totalizzante! Sempre più felicità anticonsumista in giro per il mondo, e questa volta anche per sezioni importanti di molte borghesie nazionali, a partire da quella statunitense…

Una volta si diceva “liberi tutti”, tra poco esulteremo per lo slogan “poveri (quasi) tutti”, meno che nell’odiato (e presunto) capitalismo di stato cinese.

Conseguenze assurde? Certo, ma logiche ed inevitabili partendo da premesse assurde: non tanto la teoria della decrescita, errata a nostro avviso ma contraddistinta da alcuni elementi di positività, ma invece a causa dell’assurda pretesa di dare/negare la “patente di socialismo” in base alla presenza/assenza della decrescita.

L’operazione di definire il “socialismo della crescita” e del benessere crescente come capitalismo di stato non si basa infatti sull’analisi dei rapporti di produzione e distribuzione, ma solo su un cosiddetto “ragionamento a monte”: visto che sussiste sicuramente la riproduzione allargata della produzione anche in Cina, e si ritiene (a torto) che il processo di riproduzione allargata sia tipico solo del modo di produzione capitalistico, ne deriva che la Cina contemporanea sia un  capitalismo di stato particolare.

Il piccolo errore del sillogismo risulta ovviamente la considerazione per cui il processo di riproduzione allargato sia tipica e caratteristica solo del modo di produzione capitalistico.

Non si riesce infatti a capire perché i “produttori associati” (Marx, Critica del programma di Gotha) non dovrebbe desiderare/ottenere un continuo aumento della disponibilità di generi di consumo, un incremento del resto pienamente possibile sul piano tecnico-produttivo (a meno di ritenere che solo il capitalismo possa sviluppare le forze produttive). Un aumento che risulta sicuramente desiderabile/auspicabile almeno dal 95% dei lavoratori del passato, presente e prossimo futuro, e pertanto non si riesce  a capire in base a quale “decreto divino” tale scelta di massa debba essere considerata “capitalista”, se non per esaltare i desideri soggettivi di una minoranza di intellettuali a parole (ma solo a parole) pronti all’austerità della decrescita, a rinunciare alle loro auto e case grandi/ben riscaldate, ecc.

Per quello che può valere, anche Marx (e Lenin) detestava il “comunismo rozzo” e ascetico, tanto che proprio nella sua splendida “Critica del programma di Gotha” (1875) rese ben chiaro che il processo di  accumulazione risultava fondamentale nella prima fase della società comunista (di regola denominata socialismo), anche e soprattutto per poter in seguito effettuare il salto di qualità nel comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Tutto il contrario dell’ascetismo della decrescita…

 

 

Roberto Sidoli,

Massimo Leoni,

Daniele Burgio.

 

Fonti:

  • “John Zerzan e la confusione primitivista”, p. 4, ed. Kinesis
  • cit., p. 5, ed. Kinesis
  • Livorsi, “Amadeo Bordiga”, p. 448-449, Editori Riuniti

 

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