L’effetto di sdoppiamento nella storia delle idee e dei sistemi di pensiero

 

 

Risposta del compagno Filippo Violi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento.

Cari compagni, devo essere sincero sono stato molto combattuto nello scrivere alcune riflessioni sul vostro valido lavoro riguardante questo nuovo filone di studi.  Devo dire che la vostra idea di farne un piccolo dibattimento mi è piaciuta molto. Dopo aver letto l’e-mail del compagno Fabio Scolari, la vostra esaustiva risposta e l’invito ad entrare attivamente nel dibattito, dapprima, per il poco tempo a disposizione, ho declinato, poi ho pensato ad un mio vecchio lavoro lasciato incompleto, e cioè quello di mettere a confronto, diciamo pure con un “effetto sdoppiamento”, la dialettica del processo triadico (hegeliano-marxista-platonica) nonchè quella della non-contraddizione, del dialogo e della non-tesi (Socrate-Aristotele), con la geneologia dei saperi-poteri (Deleuze-Foucault), quale metodo diverso d’indagine storica.

Ovviamente il discorso sarebbe stato troppo lungo e avrei dovuto introdurre un nuovo filone di studi che avesse riguardato un “effetto di sdoppiamento” al quadrato, da inserire nel campo della “metodologia della ricerca storica”. Percorso un pò complicato direi. Qualche cosa comunque ho cercato di far uscire fuori (maieutica), andando oltre il seminato, con lo stimolo che forse un giorno questo campo d’analisi potrà essere approfondito.

Devo dire che ho trovato molto stimolante leggere il libro “Filosofi di frontiera”, il cui lavoro rappresenta un minuzioso laboratorio di studio improntato su quaderni materialisti, anti-emperiocritici (per dirla con Lenin) e dialettici (per dirla con Lukacs e Korsch) sull’effetto di sdoppiamento nella filosofia occidentale; un meticoloso scavo sotto i piedi che ha permesso di riportare in superficie ciò che nel percorso di analisi si è rilevato in voi decisivo ed essenziale: le tre tendenze fondamentali della filosofia nel campo politico-sociale, ovvero la linea rossa collettivista, la linea nera filo-classista e la linea meticcia che include entrambe le tendenze. Un’indagine archeologica e teorica che ha mosso i suoi primi passi a partire da quel prezioso manoscritto, politico-filosofico e storico, da voi redatto che porta il titolo di “Pitagora, Marx e i filosofi rossi”.

Non è facile esprimere un giudizio esaustivo su questa lucida impostazione d’analisi fatta nel campo della storia delle idee, si dovrebbe a limite rispondere prima e quasi compiutamente secondo tradizione alla fatidica domanda che cos’è la filosofia? E poi andare ancora giù in fondo, negli abissi del pensiero storico-filosofico contemporaneo,  scavare, frugare e mettere uno di fronte all’altro, in un nuovo percorso di studi sull’ “effetto sdoppiamento”, irrazionalismo e razionalismo.

Lasciando per il momento da parte l’importante decostruzione storico-filosofica che la scuola strutturalista e post-strutturalista francese (dei vari irrazionalisti – secondo lo schema di Lukacs –  Derrida, Foucault, Deleuze, Blanchot, Lacan, Barthes, Lyotard eccetera) fa partendo da questo interrogativo di domanda (che cos’è la filosofia e qual’è la funzione che assurge in una società data), riuscendo a smantellare in toto il cogito ergo sum cartesiano, ebbene, partendo proprio da questo interrogativo, sarebbe giusto risalire al V e al VI secolo a.C., trovando la prima risposta  proprio attraverso il geniale filosofo matematico e proto-comunista (per dirla con gli autori stessi) Pitagora.

Seguendo le “stimmate” del pensatore di Samo si potrebbe subito affermare che la filosofia è l’amore del sapere, il desiderio di conoscere la verità, i cui contenuti sono le domande, le più generali possibili, che l’uomo si pone per tentare di comprendere la totalità del reale, in rapporto ai problemi del conoscere (gnoseologia) e dell’essere (metafisica).

Detto questo, ogni essere animato dal desiderio di conoscenza, da volontà di sapere direbbe Foucault, dovrebbe abbracciare il campo filosofico e politico della storia delle idee ponendosi in una via di mezzo come fa l’ape in Bacone: che ricava la materia prima dai fiori dei giardini e dei campi, e la trasforma e la digerisce in virtù di una sua propria capacità, trasformandola in qualcosa del tutto nuovo per la conoscenza. Ecco, questo è stato l’imponente contributo, il lavoro produttivo dei compagni-autori Burgio, Leoni e Sidoli nel loro stimolante studio storico-filosofico e politico sul concetto di effetto sdoppiamento.

Il materialismo storico, da dove discerne tutta l’analisi degli autori, ha tutte le ragioni per distinguersi nettamente rispetto alle forme tradizionali del pensiero borghese. Il suo prospetto fondamentale non è il progresso ma l’attualizzazione, così come piaceva definirlo Benjamin e in un certo senso anche Derrida, tanto per citare due geniali pensatori appartenenti alla “linea rossa”. L’attualizzazione non è un processo di avvicinamento e di ricostruzione di ciò che fu – evento storico, opera d’arte o dottrina filosofica. Il materialista storico, alla Benjamin, ne riconosce la rilevanza metodologica, perché egli sa quanto sia importante distinguere con estremo rigore la costruzione di un fatto storico da ciò che abitualmente viene definita la sua “ricostruzione”. Ricostruire il passato significa per la “storiografia convenzionale” ripercorrere, a ritroso, la serie casuale come se fosse una catena continua, fino a che non si ritrova ciò che si cercava. Viceversa il principio al quale agisce l’attualizzazione, che sta alla base dello studio degli autori, impone di saltare la serie delle cause e degli effetti per mettere in corrispondenza il passato con il presente. Ecco perché è stato per gli autori facile accumunare, rendere visibili e vicini nei tempi, mettere in contatto, a confronto, far dialogare allo stesso istante pensatori come Pitagora e Marx o come Eraclito e Voltaire o come Trasimaco e Nietzsche, seguendo le “loro” linee di pensiero.

L’idea degli autori di rileggere tutta la storia contribuendo ad una ricerca di base che allo stesso tempo riprenda la tradizione per tradurla (ma anche per tradirla, perché no!?) è utile di sicuro alla storia del pensiero politico – filosofico contemporaneo. Ogni ricerca di base che si prenda in carico tutta la storia è sempre necessaria. Penso anche a quei autori che in passato, lavorando fortuitamente insieme o da soli, si sono adoperati  rileggendo tutta la storia del pensiero e poi hanno preso posizione sul presente (contro il presente). Mi viene in mente l’idealismo tedesco (Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer) ma anche il romanticismo tedesco (Goethe, Schiller, Schlegel, Novalis), al lavoro di Koyéve, Koyré (l’incerto, lo scomparso, il ritrovato), Hyppolite, al gruppo dei ricercatori che ruotava in Italia intorno ai quaderni piacentini, oppure al gruppo americano di Harry Braverman e compagnia bella, gli esempi sono molti. Pensiamo solo a cosa c’era dietro al lavoro di Althusser, al lavoro di Foucault eccetera. Credo che senza un gruppo di ricercatori che si dedicano a questo tipo di lavoro sia difficile prendere posizione sul presente. La ricerca di base “sull’effetto di sdoppiamento” nel libro “Filosofi di frontiera” e, ancor di più in “Pitagora, Marx e i filosofi rossi” va in questa direzione, anche se in alcuni tratti, non per colpa loro ma a mio modesto parere per l’idealismo contenuntistico impresso da Lukacs, tende al meccanicismo, al finalismo, alla teleologia. Ma l’azzardo, il rischio, è stato ben calcolato.

Insieme a questo lavoro, anche per dare un’idea più completa a chi si occupa di storia dei sistemi di pensiero, sarebbe utile riprendere in mano concetti quali discontinuità, rottura, dissidio (per dirla con Lyotard), ma anche termini quali archeologia dei saperi, genealogia dei poteri, dialettica di guerra (non solo in un’ottica di superamento), macchine desideranti, corpo senza organi, deteriolizzazione, extralocalizzazione (Bachtin), i quali meriterebbero un certo approfondimento. La stessa questione del doppio, affrontata ampiamente da Deleuze ma anche da Antonin Artaud, come continue aperture di campi di sapere, riassume una quantità di ricerca di base impressionante. Dietro, dentro, al di fuori di questi studi s’intravede il lavoro di tantissimi e tantissimi ricercatori, i quali per anni si sono applicati a smontare il teologo-fallo-centrismo.

Ora mi chiedo e vi chiedo, cosa ci facciamo oggi con questa tradizione? Cosa ci facciamo con queste formule, con queste aperture di campi di sapere non contemplati da tutta una tradizione di autori che si muovono nel campo del materialismo storico e dialettico?

Forse potrebbe essere utile cominciare a chiedersi per esempio: cosa a che fare il “doppio” di cui parla Deleuze con la produzione in serie? Non possiamo disconoscere il fatto che se il pezzo “n” che esce dalla catena di montaggio non è la riproduzione dello Stesso, ma una “ripetizione del differente”, se il medesimo è intaccato dall’altro, sin dall’inizio, (se vogliamo seguire la traccia dell’eterno ritorno di Nietzsche, in un’ottica rossa più che nera), allora la crisi, la rottura, la discontinuità, non è un accidente tipico del capitalismo. La crisi è il modo di presentarsi della serie. Non c’è serie senza crisi, e viceversa. E poiché non c’è l’uno senza l’altro, vuol dire l’uno, l’altro e la crisi formano una serie, fanno sistema. Dell’altro qualcosa sfugge sempre: questa è la crisi (e siamo fortunati). La formula andrebbe applicata anche al debito pubblico e alla finanza. Da quando lo Stato non può più andare a bussare alla zecca (pressappoco dai primi anni 80), e, come un privato, deve elemosinare moneta presso le banche, pagando il pizzo, il tema della serialità nella produzione della moneta sta diventando ridicolo. Considerando  soprattutto il fatto che la produttività nella produzione di moneta sta toccando il record di una quasi totale automatizzazione (si pensi al bitcoin). Sarebbe bello vedere il tema dell’Euro alla luce delle svolte radicali attuate all’inizio degli anni Ottanta. In molti pensano che sia esistita un’età dell’oro pre-euro alla quale si possa ritornare. Ma la espropriazione del potere di battere moneta inizia molto prima dell’euro. Se applichiamo la formula di Deleuze al debito pubblico, alla serie di titoli di stato che vengono stampati e immessi sul mercato, al meccanismo di raddoppiamento dell’altro, di riproduzione del medesimo che è sempre contemporaneamente riproduzione dell’altro e della crisi, anche qui l’idea che la crisi sia anche un effetto della finanziarizzazione non è sostenibile. Negli scacchi, il valore di un pezzo dipende sempre da come sono disposti gli altri pezzi sulla scacchiera. E un pedone può tenere sotto scacco un re tanto quanto una regina. Il valore deriva dal fuori. Ciò che valgo viene anche dall’esterno. Ciò che sono è intaccato dall’altro. La finanza si inserisce in questa fessura. Non appena lo Stato esiste, esiste lo stato finanziario. Non c’è possibilità di esistenza dello Stato senza finanza. La finanza è il segno della frattura tra lo stato e il suo altro, tra lo stato e se stesso, tra lo stato e il suo fuori. Stato-fuori-finanza sono una serie. Come gli stessi autori Burgio, Leoni e Sidoli ci indicano, nella loro ricerca di base sull’effetto di sdoppiamento, c’è finanza e finanza, c’è stato e stato, c’è politica e politica, c’è filosofia e filosofia. E il fatto che lo Stato debba presentare garanzie alle banche sulla sua solvibilità, alla stessa stregua del privato, la dice lunga sulla confusione che c’è a proposito di stato, di finanza e di debito. Rimane comunque attuale nello studio degli autori la lezione del marxismo. C’è sempre differenza di classe, c’è finanza e finanza, c’è stato e stato, c’è persino un contro-stato dentro lo stato, c’è sempre nello stato un altro stato che lavora per noi contro di noi (la linea meticcia per esempio), come hanno mostrato gli autori nel loro ottimo studio.

Violi Filippo

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