Archivi Mensili: giugno 2016

La Cina si avvicina: i grandi passi in avanti del nuovo gigante della ricerca

 

 

Lo scorso 17 dicembre la Cina ha lanciato nello spazio il satellite Wukong (il Re delle Scimmie, dal nome del guerriero protagonista di un’antica fiaba). Il suo nome, per così dire, scientifico è Dark Matter Particle Explorer (DAMPE) e la sua missione è dare la caccia a quella materia oscura di cui non conosciamo la natura ma che (pare) costituisce l’85% di tutta la materia cosmica.

 

ALLA CONQUISTA DELLO SPAZIO

 

Wukong non è che il pioniere di una serie di satelliti che l’Accademia Cinese delle Scienze intende lanciare per portare a termine quel Progetto Prioritario Strategico di Scienza dello Spazio varato, con il beneplacito del governo, nel 2011. Un programma importante che manifesta l’intenzione della Cina: diventare protagonista della ricerca scientifica nel cosmo. Potremmo citare altri casi, per dimostrare che la Cina vuole diventare (sta diventando) un gigante in grado di competere con USA ed Europa anche nel campo della scienza di base. Per esempio il progetto JUNO, che prevede la creazione entro il 2020 in un nuovo e gigantesco laboratorio sotterraneo per la ricerca dei neutrini nel sud della Cina, nella provincia di Guangdong, a 43 Km dalla città di Kaiping.

 

I NUMERI DEL GIGANTE

 

Ma nulla meglio dei numeri ci fornisce una chiara indicazione di quello che sta succedendo in Cina e, di conseguenza, nella geografia globale della ricerca. Per esempio i numeri resi pubblici dall’americana National Science Foundation (NSF) con il recente rapporto Science and Engineering Indicators 2016. Proviamo a riassumerli. Con 340 miliardi di dollari (calcolati a parità di potere di acquisto della moneta), la Cina ha raggiunto gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) dell’intera Europa e ora è seconda solo agli Stati Uniti. Anche in termini relativi, col 2,1% rispetto al PIL (Prodotto interno Lordo), la Cina ha raggiunto e superato l’Europa e non è molto lontana dagli Stati Uniti (2,7%).
Ma è il ritmo di crescita a destare impressione. Come documenta la NSF, gli investimenti cinesi in R&S nel periodo 2003-2013 sono cresciuti al ritmo del 19,5% annuo. Più del doppio del ritmo di crescita del PIL. La velocità di crescita dell’intensità degli investimenti è rimasta sostanzialmente costante sia nel periodo della grande crisi economica mondiale (che ha solo sfiorato la Cina) sia negli ultimi anni, nel corso dei quali la crescita del PIL ha rallentato passando da oltre il 10% a poco meno del 7% annuo. Il che indica, come vedremo, una chiara intenzione: diventare leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il medesimo obiettivo (per ora fallito) che l’Unione Europea si era dato nell’anno 2000.

 

LEADER DELL’EXPORT DI PRODOTTI HI-TECH

 

In ambito industriale (produzione di beni ad alto valore di conoscenza aggiunto) la Cina è già sulla buona strada. Le sue industrie hi-tech sono responsabili, ormai, del 29% del PIL cinese. E generano il 27% della produzione mondiale di beni hi-tech, preceduti ancora di poco solo dalle industrie USA, che rappresentano il 29% della manifattura hi-tech del pianeta. Ma poiché la gran parte della produzione americana è per il grosso mercato interno, già oggi la Cina è il massimo esportatore al mondo di beni ad alta intensità di conoscenza.

 

Nei servizi hi-tech le performance cinesi sono meno brillanti, ma in ogni caso anche in questo settore la Cina è terza, dopo Stati Uniti e Unione Europea, avendo superato il Giappone.

 

LEADER NELLA FORMAZIONE SCIENTIFICA

 

Che non si tratti di una situazione contingente, lo dimostrano i numeri relativi a un settore collegato alla produzione ad alta intensità di conoscenza: la formazione. Tra il 2000 e il 2012 il numero di laureati in scienza o ingegneria in Cina è aumentato del 300%. E addirittura del 1000% nelle materia non scientifiche o tecniche. Segno che si tratta di un’espansione che riguarda tutto l’universo culturale. Così oggi nel paese del Dragone il 49% di tutti i laureati (laurea di primo livello) è specializzato in materia scientifiche o in ingegneria (contro il 33% dei laureati negli Stati Uniti). Ciò fa sì che oggi la Cina, con meno del 20% della popolazione mondiale, vanti il 23% dei 6 milioni di giovani al mondo laureati in materia scientifiche o tecniche, contro il 12% degli Europei e il 9% degli Stati Uniti.

Su questi giovani la Cina intende costruire il suo futuro di paese leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il 13° Piano quinquennale approvato di recente dal Congresso del Partito Comunista ha definito l’obiettivo per il 2020: aumentare l’intensità degli investimenti in R&S fino al 2,5%. E ha anche individuato le principali piste di ricerca da percorrere: la già citata esplorazione dello spazio profondo; la comunicazione e la computazione quantistiche; il cervello; la sicurezza nazionale nel cyberspazio; l’uso efficiente e pulito del carbone; la robotica industriale, medica e militare; le applicazioni delle scienze genetiche; le applicazioni nel settore dei big data; l’esplorazione sottomarina più profonda; la creazione di una stazione antartica e di un osservatorio artico.

 

I GAP DA RECUPEARARE: RICERCA DI BASE E QUALITÀ DELLA RICERCA

 

Molti sottolineano il fatto che gli investimenti cinesi in R&S riguardano più le scienze applicate e lo sviluppo tecnologico che non la scienza di base o curiosity-driven, che è il vero motore dell’innovazione. Tuttavia la Cina ha iniziato a investire anche in ricerca di base – come dimostrano i progetti DAMPE e JUNO – e potrebbe recuperare, almeno in parte, il terreno che ancora la separa da Europa e Stati Uniti. La difficoltà maggiore sta nel tasso di internazionalizzazione. La scienza curiosity-driven, specie la “big science”, richiede grande collaborazione a scala globale. Una collaborazione che, per quanto cercata da Pechino, non è ancora fluida come in Occidente.

Inoltre c’è il tema della qualità della ricerca. Anche da questo punto di vista la Cina ha molto terreno da recuperare. La ricerca scientifica cinese impegna 1,5 milioni di ricercatori (la più grande comunità scientifica nazionale al mondo) e si svolge in 211 università (di cui 100 scelte e 39 chiave) e in 333 Key State National Laboratories. La produzione scientifica è, per quantità, notevole: nel 2014 gli scienziati cinesi hanno pubblicato 438.601 articoli in riviste censite da SCImago, non molto meno dei loro colleghi americani (494.790), ma molto più dei terzi classificati, gli inglesi (141.425). Ma la quantità non è ancora qualità. Se il numero di citazioni per articolo è un indice affidabile di qualità, per esempio, allora il cammino dei cinesi è ancora lungo. Nel 2014 gli articoli di ricercatori inglesi, infatti, hanno avuto un numero medio di citazioni di 0,69; quelli dei ricercatori Usa 0,64, quelli degli italiani 0,65, mentre quelli dei cinesi si sono fermato a 0,34. Ma anche in termini qualitativi la Cina è in forte recupero. Se nel 2014 il rapporto era 1:2 (una citazione cinese ogni due europee/nordamericane per articolo); nel decennio 2004-2014 era di 1:3 e nel ventennio 1996-2014 era di 1:4 se non addirittura 1:5. Anche in termini di qualità, la scienza cinese è in rapido e forte recupero.
www.lescienze.it 18 aprile, 2016

Il supercomputer più veloce del mondo è di nuovo cinese

Il super elaboratore è tre volte più rapido del predecessore ed è il primo dotato di processori cinesi

Alessio Caprodossi
www.wired.it

Sunway TaihuLight, il supercomputer più veloce al mondo è cinese

Sundai TaihuLight è il supercomputer più veloce del mondo, è cinese come il uso predecessore Tianhe-2, ma è il primo a contare su processori realizzati nel paese del dragone. Capace di eseguire93 quadrilioni di calcoli al secondo (si parla di petaflop), con i suoi 41mila chip è tre volte più veloce dell’ex primatista e cinque volte più potente del primo super elaboratore americano, declassato ora al terzo posto della classifica di Top500, istituto di ricerca che aggiorna due volte l’anno la speciale graduatoria.

Sviluppato dal Chinese National Research Center of Parallel Computer Engineering & Technology, che l’ha installato nel National Supercomputing Center di Wuxi, nella provincia del Jiangsu, la macchina rientra nel programma 863 con il quale laCina punta a slegarsi dalla dipendenza tecnologia dagli stati esteri, in particolare dagli Usa. Un obiettivo dovuto agli alti costi delle importazioni, simili a quelle del petrolio, e a questioni di sicurezza (oltre che prestigio), specie dopo l’aprile del 2015, quando gli Stati Uniti hanno imposto un divieto di esportazione verso la Cina sui chip ad alte prestazioni.

Scelta derivata dall’utilizzo del supercomputer cinese Tianhe-1A, dotati di processori americani (Intel, Ibm e Sun Microsystems design erano le tre aziende Usa più diffuse sui supercomputer cinesi), in operazioni con esplosivi  nucleari. La volontà dei cinesi di affrancarsi dagli altri è suffragata dai numeri: nel 2001 nessun supercomputer made in Cina era presente nella classifica di Top500, mentre oggi ci sono 167 voci rispetto alle 165 made in Usa.

 

La Cina è leader mondiale nelle comunicazioni quantistiche

La Cina ha già iniziato a stabilire reti di comunicazione quantistica in diverse città, ed è attualmente in costruzione una linea di comunicazione quantistica di 1000 chilometri che collega Pechino e Shanghai. Un satellite di comunicazioni quantistiche verrà lanciato nel mese di luglio.

Sulla base dei principi di fisica quantistica, la comunicazione quantistica fornisce un nuovo modo di elaborare le informazioni, comprese le operazioni di codifica, stoccaggio, trasporto e processi logici, nonché la precisa manipolazione dei fotoni, atomi e altre particelle microscopiche. Tutto questo garantisce la sicurezza delle comunicazioni ed aumenta la velocità di calcolo.

La sicurezza delle informazioni è una necessità nella società moderna, e le caratteristiche di comunicazione quantistica forniscono, almeno teoricamente, una sicurezza perfetta. Ciò ha grande rilevanza soprattutto quando si parla di segreti militari, finanziari e personali.

“Tradizionalmente, la crittografia e la trasmissione di informazioni sicure dipendono da algoritmi complessi”, ha detto Pan Jianwei, un fisico quantistico cinese e professore presso l’Università di Scienza e Tecnologia della Cina. “Ma con l’aumento della potenza di calcolo, i complessi algoritmi sono destinati a essere risolti.”

La comunicazione quantistica vanta sicurezza ultra-alta, dato che un fotone quantistico non può né essere separato né duplicato. E “quindi impossibile intercettare, registrare o decodificare informazioni trasmesse attraverso la comunicazione quantistica”, ha detto Pan.

Pan ha portato la sua squadra a ottenere una distribuzione quantistica utilizzando una fibra ottica su una distanza di 100 chilometri nel 2007; nel 2008, la sua squadra ha costruito la prima rete di comunicazione quantistica ad accesso totale al mondo, e nel 2012 hanno creato la prima rete di comunicazione quantistica su larga scala.

Attraverso ulteriori ricerche, il team spera di passare da reti di comunicazione quantistica locali al la costruzione di una rete globale, che garantirebbe l’assoluta sicurezza della trasmissione dati.

La Cina lancerà il suo primo satellite di comunicazioni quantistiche sperimentale nel mese di luglio. Sarà il primo del suo genere in tutto il mondo.

Pan ha anche previsto che entro un decennio, sarà possibile creare uno speciale computer quantistico o simulatore quantistico, in cui la potenza di calcolo è di 10 miliardi di volte più veloce di quella di un computer convenzionale.

 

http://www.englishpeopledaily.cn.com

La roulette della storia.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il terzo capitolo del libro “Uomini rossi”, scritto da Roberto Sidoli in collaborazione con il compagno Giorgio Gattei e consultabile per intero sul sito www.robertosidoli.net.

 

Capitolo terzo

 

La roulette della storia.

 

 

 

  1. Critica delle critiche.

Contro la teoria dell’“effetto di sdoppiamento” si potrebbe però muovere l’obiezione che quell’effetto potrebbe esistere da sempre – e quindi durare per sempre. Non è vero. L’“effetto di sdoppiamento” ha preso ad agire nella storia solo dopo il 9000 a.C. quando, a seguito della “rivoluzione agricola” da un lato e della domesticazione degli animali dall’altro, ci si è assicurati la produzione sistematica e costante di un surplus accumulabile anche in forma privata, e non soltanto comunitaria, ed esso scomparirà in quella fase superiore della produzione sociale, da Marx denominata “comunismo”, in cui «con lo sviluppo omnilaterale degli individui saranno cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza… e la società potrà scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»[1]. Questo risultato ultimativo, consentendo la piena soddisfazione dei bisogni sociali del genere umano (consumi, tempo libero, cultura e attività ludiche), disseccherà, almeno a livello di massa, la principale fonte d’alimentazione della “linea nera”, ossia la pretesa di gruppo di un’appropriazione “elitaria” di mezzi di produzione, beni di consumo e tempo libero (a meno che il genere umano non si autodistrugga in precedenza per l’impiego delle mostruose armi di sterminio attualmente a disposizione).

Ma su quali basi concrete si fonda la permanenza della “linea rossa”? Essa si basa su tre elementi materiali, combinati tra loro, che sono oggettivi (esistono già nei fatti) e continuano a riprodursi almeno come potenzialità. Essi sono dati dalla produzione di un sovrappiù sociale costante che autorizza la possibilità di avviare processi di una sua appropriazione collettiva, e poi dal fatto che gli oggetti principali del lavoro sociale umano, dalla terra all’acqua e alle conquiste della scienza/tecnologia, sono sempre stati appropriabili anche per scopi cooperativi sia nelle manifatture/industrie che in altre attività produttive combinate; nonché per la presenza della volontà e pratica dei milioni di donne e uomini rossi che storicamente si sono orientati a sostegno della formazione e riproduzione dei rapporti di produzione collettivistici.

Anche la “linea nera” costituisce il sottoprodotto della combinazione storica di quella stessa premessa materiale perchè, senza la riproduzione costante di un surplus accumulabile a partire dal Grande Evento del Neolitico, non si sarebbe potuta manifestare alcuna appropriazione privata dei mezzi di produzione, né la redistribuzione del prodotto sociale da parte delle chefferies classiste avrebbe potuto consentirne la destinazione a vantaggio di una ristretta minoranza di individui. A seguito del “colpo” vittorioso alla “roulette della storia”, i gruppi privilegiati sul piano socio-politico hanno potuto astenersi (in parte, se non addirittura completamente) dalla partecipazione diretta-indiretta alla fatica del produrre manifestando la prima forma storica di rifiuto collettivo del lavoro, mentre allo stesso tempo sono stati in grado di guadagnare livelli di consumo molto più elevati rispetto alla massa della popolazione, un miglior status sociale e una posizione privilegiata nella scelta sessuale-riproduttiva, oltre a disporre del potere politico e dei mezzi repressivi di controllo.

Una critica più probante potrebbe essere invece così argomentata: solo la “linea nera”, e quindi solo i rapporti di produzione classisti, sono stati in grado di promuovere lo sviluppo delle forze produttive sociali, condizione indispensabile per il processo di liberazione dalla penuria del genere umano e per l’abolizione finale delle differenze di classe. A ragionare così, la vittoria storica della “linea nera” su scala mondiale avrebbe avuto un carattere progressista, al pari della progressiva sconfitta-scomparsa dei rapporti di produzione collettivistici sostenuti dalla “linea rossa”. Detto altrimenti, se mai la futura formazione economico-sociale comunista potesse concretizzarsi, essa avrebbe pur sempre un debito di riconoscenza per la sua nascita verso quelle società classiste che l’hanno preceduta storicamente e che hanno svolto inconsapevolmente il ruolo essenziale di sviluppo delle forze produttive sociali, sia pure infliggendo lacrime, sudore e sangue per millenni e su scala mondiale alle masse popolari.

In effetti sono numerosi testi di Marx ed Engels in cui si sostiene senza esitazione la tesi del carattere progressivo, almeno in ultima istanza, dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata dei mezzi di produzione e del sovrappiù sociale e nell’AntiDühring Engels ha portato fino alle logiche conseguenze questa tesi sostenendo che i rapporti di produzione collettivistici non sarebbero assolutamente adatti ad assicurare il necessario sviluppo delle forze produttive sociali, mentre i rapporti di produzione classisti, che invece ne sono stati capaci, hanno svolto l’essenziale compito storico di creare le premesse per il futuro successo della formazione economico-sociale comunista. Ora, se Marx ed Engels avevano sicuramente ragione nel portare l’attenzione sulla centralità dello sviluppo delle forze produttive quale supporto indispensabile per la crescita costante del livello di soddisfazione dei bisogni dell’umanità, essi però sbagliavano nell’individuare nei rapporti di produzione classisti il “campione” (volontario-involontario) del processo di liberazione del genere umano.

Intanto va detto che sono stati i rapporti di produzione collettivistici ad accompagnare all’origine la nostra specie nella lunga e difficile dinamica storica che l’ha trasformata da una massa di ominidi alla dimensione attuale. Questa auto-trasformazione progressiva si è realizzata dentro le società collettivistiche del paleolitico mediante una serie di conquiste che vanno dalla lavorazione/percussione di pietra ed ossa alla conservazione e produzione artificiale del fuoco, dalla costruzione di abitazioni in legno alla fabbricazione dei vestiti. Nell’ultima fase del paleolitico sono stati inventati anche l’arco e le frecce, si sono scoperte le diverse tecniche di sepoltura dei morti e l’arte di costruire cesti, vasellami e pitture rupestri (come nelle grotte di Altamira e Lascaux). Si sono già ricordati anche i grandi risultati ottenuti dalle formazioni collettivistiche del neolitico-calcolitico, partendo dalla punta avanzata di Gerico fino ad arrivare alla civiltà Ubaid, con la creazione dell’agricoltura e dell’allevamento, della tessitura e della metallurgia, dell’arte dell’irrigazione e della produzione in ceramica. Più in generale il successo delle formazioni economico-sociali collettivistiche, allora le uniche presenti, trova conferma nella crescita indiscutibile della popolazione mondiale che, secondo stime prudenti, sarebbe passata dai circa 6 milioni del 10000 a.C. ai 60 milioni del 4000 a.C.

Insomma, tutti i dati empirici suggeriscono l’idea che i rapporti di produzione comunitari sono stati perfettamente compatibili con una serie di salti di qualità tecnologico-economici realizzati nell’arco di millenni dalle forze produttive sociali, indicando nella cooperazione del processo di produzione e nell’egualitarismo delle relazioni sociali il supporto e la base sociale indispensabile. Soltanto dopo il 3900 a.C. queste avanzate strutture collettivistiche sono state via via sopraffatte dalle ondate migratorie dei più arretrati popoli nomadi protoclassisti, ma che disponevano della formidabile arma da guerra del cavallo, impedendo così di verificare se sarebbero state ancora in grado di favorire un ulteriore sviluppo della civiltà. Se tuttavia passiamo a considerare le presunte grandi prestazioni produttive espresse dai rapporti di produzione classisti dopo aver raggiunto l’egemonia economico-sociale, incontriamo una notevole sorpresa.

 

  1. Il mancato progresso economico della “linea nera”.

Considerando storicamente l’intero periodo che va dal 3700 a.C. fino al 1680 d.C., e quindi più di cinque millenni di storia, risulta evidente una semi-stagnazione del livello di sviluppo delle forze produttive “civili” rispetto al punto di partenza raggiunto nell’epoca tardo-Ubaid. Inoltre le formazioni economico–sociali classiste si sono dimostrate  incapaci di utilizzare efficacemente e su larga scala le invenzioni e le scoperte scientifico-tecnologiche che pure venivano in esistenza, ma che avrebbero potuto sconvolgere le fondamenta dei modi di produzione di classe. Lo storico economico Carlo Maria Cipolla riporta il giudizio sorprendente dello studioso di tecnologia S. Lilley: «la prima grande rivoluzione tecnologica cominciò con l’avvento dell’agricoltura attorno all’8000 a.C. Ci diede tutte le tecniche di base dell’agricoltura, inclusa l’irrigazione. Creò le manifatture tessile, metallurgica e ceramica e la tecnica di fermentazione sia per il pane che per la birra. Nel settore dei trasporti portò alla costruzione della nave a vela e del carro a ruote, oltre ad insegnarci come attraccare animali da traino dal carro e  all’aratro. Sviluppò l’organizzazione del lavoro al punto da rendere possibile la costruzione delle piramidi. Ma intorno al 2500 a.C. lo sviluppo tecnologico venne praticamente a un punto di stallo, e nel corso dei tremila anni successivi vi fu relativamente poco progresso ulteriore. La metallurgia del ferro sviluppatasi attorno al 1400 a.C. fu di notevole importanza. I Greci innovarono qualcosa nell’applicazione dell’energia animale… Qualche altro meccanismo, come ingranaggi, viti e camme datano dall’età classica. Ma, insomma, quando raffrontati alla rivoluzione che li precedette, questi trenta secoli tra il 2500 a.C. e il 500 d.C. rappresentano un periodo di ristagno tecnologico»[2].

Passiamo al 1680 d.C.: sebbene l’Olanda e la Gran Bretagna fossero allora sicuramente le punte avanzate del processo produttivo mondiale in termini di qualità di sviluppo delle forze produttive sociali (sotto l’aspetto quantitativo la Cina, negli stessi anni, le superava di gran lunga), le due nazioni europee avevano superato di poco i risultati tecnologici, produttivi ed economici raggiunti più di cinque millenni prima, nonostante l’enormità di tempo avuto a disposizione e la quantità di forza lavoro semplice e qualificata erogata nel frattempo. Un deciso sorpasso qualitativo era avvenuto soltanto nel settore dei mezzi di distruzione: bronzo, ferro e acciaio, polvere da sparo, fucili e cannoni, navi con artiglieria a bordo ecc., e poi nei mulini ad acqua e a vento, nella stampa e  nella carta, nella bussola, negli aratri in ferro, nella scrittura, negli orologi (ad acqua, meccanici, ecc.), nelle lenti, nella ruota, nell’uso del carbone e nella pompa a catena[3]. Ma proprio questi notevolissimi e indiscutibili risultati raggiunti nel campo militar-tecnologico fanno ancor più risaltare la relativa modestia delle prestazioni espresse invece nel settore produttivo civile, al punto che le fonti principali di energia motrice restavano gli uomini e gli animali (i mulini ad acqua e a vento erano confinati in aree limitate). Se ne può dedurre che le formazioni economico-sociali classiste che si sono succedute fino al 1760 a.C. non sono riuscite a creare una propria significativa rivoluzione tenologico-produttiva, a prova che il processo di sviluppo delle forze produttive sociali non è stato certamente agevolato dall’egemonia delle strutture di classe.

Ma verifichiamolo in dettaglio, a partire dal modo di produzione asiatico che si sa aver  costituito quasi sempre una forza statica e conservatrice per quanto riguarda lo sviluppo delle forze produttive. Questa stagnazione sostanziale, che non escludeva progressi tecnologici limitati in alcuni segmenti della produzione complessiva, è stata una delle costanti fondamentali della sua lunga esistenza storica in un’area geografica estesa dall’India alla Cina all’Egitto: l’oppressione costantemente esercitata da una ristretta minoranza sulle comunità contadine semi-collettivistiche ha bloccato per millenni sia lo sviluppo qualitativo del processo produttivo che l’applicazione su larga scala delle nuove conoscenze tecnico-scientifiche scoperte autonomamente o importate dall’esterno.

La prestazione produttiva del modo di produzione schiavistico è stata, se possibile, ancora più penosa e insoddisfacente, come dimostra l’esperienza storica della sua forma più avanzata e significativa: quella romana. I rapporti di produzione schiavili minavano infatti inesorabilmente la principale forza produttiva, quell’uomo-schiavo che non si riproduceva biologicamente nemmeno in quantità sufficiente a ricostituire, generazione dopo generazione, la forza-lavoro necessaria alla produzione, così che l’economia schiavistica poteva sostenersi solo attraverso un continuo afflusso di manodopera presa dall’esterno mediante le guerre di conquista o il commercio di “pelle umana”. Tutti i dati storici dimostrano in modo inequivocabile che nell’impero romano, all’inizio del secondo secolo d.C., gli schiavi erano divenuti insufficienti a coprire le necessità produttive, mentre nel terzo secolo il prezzo della manodopera schiavile era più che raddoppiato rispetto a quello di alcuni decenni prima[4].

Per quanto riguarda il modo di produzione feudale, imperniato sulla dipendenza permanente dei servi della gleba all’aristocrazia fondiaria, gli stessi storici borghesi hanno documentato con dovizia di particolari la sostanziale inoperosità dei grandi (e piccoli) feudatari e la loro quasi totale indifferenza per le necessità della produzione, soffermandosi sulla predisposizione “genetica” dell’aristocrazia medioevale allo spreco e al consumo improduttivo del surplus estorto ai lavoratori della terra. E se di recente alcuni ricercatori hanno rivalutato parzialmente il ruolo storico-produttivo giocato dalle strutture feudali affermando che «prima della crescita moderna l’epoca più dinamica nella società e nell’economia europea fu proprio quella feudale»[5] se non altro perchè i servi della gleba avevano un diretto interesse economico (oltre che affettivo) alla procreazione dei figli per sostenere l’attività agricola nelle terre delle proprie famiglie o comunità rurali, una volta superata una certa soglia critica tale spinta propulsiva iniziale ha però mostrato alla lunga un esaurimento abbastanza brusco, soprattutto per il carattere oppressivo, parassitario e improduttivo dell’aristocrazia fondiaria[6].

Sorprendentemente delle considerazioni quasi analoghe possono essere rivolte anche alla lunga fase manifatturiera del modo di produzione capitalistico che è durata almeno sette secoli (dal 1050 al 1750). Se il modo di produzione capitalistico rappresenta la formazione economico-sociale in cui la “merce numero uno” è rappresentata dalla forza-lavoro salariata non più vincolata da rapporti di schiavitù o servitù, la sua prima ossatura tenologico-produttiva è stata rappresentata dalla manifattura (e in via subordinata dalla “produzione a domicilio” controllata da gruppi ristretti di imprenditori-commercianti) i cui elementi, a detta dello storico Maurice Dobb, «che troviamo in Inghilterra nel periodo di Elisabetta e degli Stuart appaiono già maturi in epoca assai più antica nei Paesi Bassi e in alcune città italiane»[7]. In Italia, già dopo il Mille in repubbliche marinare come Amalfi e Venezia sono consolidati settori significativi di capitalismo commerciale e manifatturiero con cantieri navali abbastanza avanzati sul piano tecnologico. Una seconda e più estesa zona manifatturiera si sviluppò nel XIII-XIV secolo all’interno delle città fiamminghe con la precoce formazione di una massa di proto-proletari diseredati e senza terra, accompagnata alla diffusione parallela della figura del mercante-manifatturiero a capo di un capillare «sistema di industria capitalistica a domicilio dove l’organizzatore capitalista distribuiva il lavoro ad artigiani subordinati»[8]. Un terzo polo economico ad egemonia manifatturiera è stato costituito dall’Italia del centro-nord del XIV secolo con la punta di diamante fiorentina: «a Firenze, nel 1338, si diceva vi fossero ben 200 officine per la manifattura del panno, che impiegavano un totale di 30.000 lavoratori, pari a un quarto della popolazione attiva della città»[9], mentre grandi manifatture tessili e belliche esistevano anche a Milano, Bologna e in diverse altre città italiane. Infine nella Francia del ’500 «nelle industrie più recenti, come quelle del vetro, della seta, della carta, della stampa, troviamo molto presto imprese di tipo capitalistico come in Inghilterra»[10].

Eppure, come nota ancora Dobb, «il tratto più notevole dello svolgimento italiano, tedesco e olandese (e in minor misura, francese) non consiste tanto nella precoce apparizione, in confronto all’Inghilterra, della produzione capitalistica, quanto nel fatto che il nuovo sistema non riuscì a progredire molto al di là della sua precoce e promettente adolescenza. Sembrerebbe anzi che proprio il successo e la maturità raggiunti dal capitale commerciale e usuraio in questi fiorenti centri di scambio abbiano ritardato, anziché favorito, lo sviluppo dell’investimento capitalistico nella produzione, che il capitale industriale, di fronte agli splendori del saccheggio del Levante e delle Indie e del prestito usuraio ai principi, rimanesse sempre nella posizione di un fratello cadetto, senza doti di natura e di fortuna. In ogni caso è chiaro che anche un maturo sviluppo del capitale commerciale e finanziario non è di per se stesso garanzia dello sviluppo, nella sua scia, della produzione capitalistica; anche quando alcuni gruppi del capitale commerciale si sono rivolti all’industria e hanno cominciato a subordinarsi e a trasformare il modo di produzione, ciò non sbocca tuttavia necessariamente in una trasformazione completa»[11].

Per uscire da quel “vicolo cieco” produttivo perdurato per ben sette secoli era necessaria una combinazione eccezionale di fattori estremamente favorevoli quale si è prodotta concretamente in Gran Bretagna nel XVIII secolo.

 

  1. Il capitalismo,“fase suprema” delle società di classe.

Dal 1750 al 1830 la Gran Bretagna ha costituito il punto di convergenza storico per quel salto di qualità sia produttivo che tecnologico conosciuto sotto il nome di Rivoluzione Industriale: una straordinaria sovrabbondanza di domanda solvibile di prodotti manifatturieri ha stimolato in maniera decisiva l’innovazione tecnica nel campo tessile, siderurgico e minerario, dando origine ad un “circolo virtuoso” che poi si è autoalimentato a spirale. Ma, dopo avere provocato e sostenuto un reale e formidabile ritmo di accelerazione del progresso delle forze produttive del lavoro sociale fino al 1872, le relazioni di proprietà e di distribuzione del modo capitalistico di produzione si sono rapidamente trasformate anch’esse in un ostacolo al processo di sviluppo. Se fino al 1872 il lato progressivo del sistema capitalistico ha prevalso nettamente sulle sue tendenze autodistruttive (recessioni e crisi, caduta del saggio di profitto, ruolo crescente della rendita fondiaria, colonialismo e guerre), successivamente esso è entrato in quella fase d’imperialismo (che dura tuttora) in cui, a seguito della formazione dei monopoli industriali e del predominio del capitale finanziario, «monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un ristretto gruppo di nazioni più ricche o potenti… ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente: .. (Ovviamente) sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età dell’imperialismo i singoli rami dell’industria, i singoli strati della borghesia, i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti»[12]. Inoltre, dopo Hiroshima e Nagasaki i rapporti capitalistici di produzione tendono ad assumere anche un carattere genocida nei confronti del genere umano attraverso l’azione combinata di strumenti quali le armi di distruzione di massa, lo sterminio per fame nel Terzo Mondo e la crisi ecologica ed energetica..

Ma in che senso si può dire che dalla fine dell’Ottocento il modo di produzione capitalistico è giunto al termine della sua parabola storica? Nel senso che, a giudizio di Marx ed Engels, il livello raggiunto di sviluppo delle forze produttive e dei mezzi di produzione usciti dalla rivoluzione industriale potrebbe permettere la ricostruzione (e la riproduzione) di rapporti di produzione socialisti (come prima fase della successiva società comunista) in alcuni stati decisivi dell’Europa occidentale e nell’America settentrionale. Nella prefazione a Per la critica dell’economia politica (1857) Marx ha condensato efficacemente la sua tesi fondamentale secondo la quale «ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà  nel cui ambito si erano mosse fino a quel momento. Da che erano forme di sviluppo delle forze produttive, questi rapporti si tramutano in vincoli che frenano tali forze. Si arriva quindi ad un’epoca di rivoluzione sociale»[13]. Se la forza fondamentale dei processi di cambiamento economico-sociali più radicali è costituita dalla contraddizione esistente tra le forze produttive ed i rapporti di produzione/ distribuzione e proprietà, quando viene superata una soglia critica di sviluppo le forze produttive, che devono crescere, entrano in rotta di collisione con i vecchi e antiquati rapporti di produzione/proprietà che ostacolano permanentemente o addirittura impediscono la riproduzione allargata della massa di strumenti di produzione, degli oggetti di lavoro e delle capacità tecnico-produttive della forza-lavoro sociale. A questo punto deve subentrare un periodo di rivoluzione sociale che, sebbene con esito non scontato a priori, risulta necessario e inevitabile per modificare il peso specifico e la stessa natura dei rapporti di produzione/distribuzione e proprietà tra le diverse classi sociali.

E’ nelle crisi economiche che il modo di produzione capitalistico esprime nella maniera più visibile e violenta la contraddizione delle forze produttive materiali con i rapporti di produzione sociali, da cui si esce ogni volta con il deprezzamento dell’apparato di capitale esistente. Infatti «nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già ottenuti, ma anche delle forze produttive che erano già state create. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all’improvviso ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio»[14]. Non a caso nel terzo libro del Capitale Marx afferma che «il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso»[15], che sono i rapporti di produzione capitalistici ad ostacolare l’ulteriore produzione della ricchezza, invece di promuoverla. Essi sono «diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi»[16].

L’esperienza storica di due secoli di crisi economiche capitalistiche, dalla prima del 1825 a quelle del 1846/47, del 1873, del 1929 e del 1973 ne dimostra a sufficienza la ricorrenza periodica e la gravità. Ciononostante i rapporti di produzione basati sullo sfruttamento della forza-lavoro salariata e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione hanno continuato a riprodursi in Europa e negli Stati Uniti senza soluzione di continuità, sebbene per Marx ed Engels non fossero più corrispondenti al livello di sviluppo ormai raggiunto dalle forze produttive ed i nuovi e più avanzati rapporti di produzione collettivistici, che potrebbero efficacemente sostituirli, non si sono affermati in Occidente. Come si può giustificare questa contraddizione? Col fatto che, se pur il modo capitalistico di produzione mantiene, come qualsiasi altra formazione economico-sociale di classe, un campo di possibilità alternative che ne permetterebbero materialmente la sostituzione con un modo di produzione “comunista” (almeno nella prima fase inferiore “socialista”), i rapporti di forza politici, in primo luogo quelli politico-militari, a suo favore ne hanno determinato lungo l’intero periodo 1875-2010 la persistenza continua.

 

  1. Forze produttive e “rapporti di forza”.

Per Marx ed Engels le crisi economiche, da cui segue il deprezzamento su larga scala del capitale costante investito in mezzi di produzione ed oggetti di lavoro, dovrebbero spianare la strada ad una nuova fase di sviluppo economico-sociale ponendo termine alla “sovrabbondanza” dei capitali e alla “penuria” dei profitti presenti fino al rovesciamento della congiuntura favorevole precedente. Eppure si potrebbe quasi affermare per paradosso che una delle “leggi” dei processi rivoluzionari consista nel non-verificarsi mai nei periodi di crisi economica! Intanto le depressioni economiche più gravi del 1846-48 e del 1873-77, del 1929-33 e del 1973-75 non hanno mai determinato rivoluzioni vittoriose o, almeno, tentativi rivoluzionari, sebbene sconfitti, di sufficiente consistenza, ma poi nel Novecento le rivoluzioni che hanno trionfato per un periodo più duraturo di tempo non hanno mai vinto per la “maturità” delle forze produttive e per l’alto grado di contraddizione con i rapporti di produzione, bensì piuttosto per la superiorità della forza politico-militare delle classi oppresse sfondando lungo le linee di minore resistenza (come in Russia o in Cina o a Cuba). A contrario, nei punti più avanzati dello sviluppo esse sono sempre state rigettate indietro (come in Italia nel 1922 o in Germania nel 1933) oppure contenute (negli Stati Uniti nel 1933, in Francia nel 1968 o in Italia nel 1969) dalla superiorità politico-militare delle forze sociopolitiche borghesi e dei loro apparati di dominio.

E’ ovvio che la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione determina comunque delle ricadute in campo politico-sociale confermando almeno parzialmente la tesi marxiana (si pensi al livello del consenso popolare verso i ceti dirigenti oppure alla trasformazione “molecolare” e progressiva della composizione di classe, che nel lungo periodo rappresenta una condizione materiale importante per la possibile modifica dei rapporti di forza politici). Tuttavia resta innegabile che tra lo sviluppo delle forze produttive e la concreta dinamica politico-sociale s’interpone sempre il “terzo incomodo” dei rapporti di forza di volta in volta posti in essere tra le masse popolari e gli apparati statali della formazione economico-sociale capitalistica.

Se Marx ed Engels non hanno scoperto l’esistenza delle classi sociali ed il loro antagonismo reciproco (già noti in precedenza), essi hanno però fornito la chiave per interpretare lo scontro ininterrotto tra i gruppi sociali divisi da un diverso rapporto con i mezzi di produzione e con il surplus sociale rapportandolo al livello di sviluppo delle forze produttive sociali. Al proposito essi hanno distinto la lotta economica (solo indirettamente politica) dal conflitto politico di classe volto ad influenzare o conquistare il potere politico e gli apparati statali, separando anche la lotta di classe difensiva dall’accumulazione di forze per lo scontro finalizzato a scopo rivoluzionario. Degna di nota è la descrizione che essi hanno dato dei diversi livelli di lotta per cui è passato il proletariato moderno a partire dall’inizio della rivoluzione industriale e fino alla meta del XIX secolo. «Dapprima lottano i singoli operai ad un ad uno, poi gli operai di una fabbrica, indi quelli di una categoria in un dato luogo contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non rivolgono soltanto i loro attacchi contro i rapporti borghesi di produzione, ma li rivolgono contro gli stessi strumenti della produzione; essi distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, fanno a pezzi le macchine, incendiano le fabbriche, tentano di riacquistare la tramontata posizione dell’operaio del medioevo… Ma con lo sviluppo dell’industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più, perchè la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un eguale basso livello… (Allora) i conflitti fra singoli operai e borghesi vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. E’ così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. Essi fondano persino associazioni permanenti per approvvigionarsi per le sollevazioni eventuali. Qua e là la lotta diventa sommossa. Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma l’unione sempre più estesa degli operai agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto egual carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica… (Certamente) questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. Ma essa risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente e, approfittando delle scissioni della borghesia, la costringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli operai, come fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra»[17].

C’è quindi un enorme spazio di manovra potenzialmente a disposizione dello scontro sociale e politico di classe. Marx nel Capitale ha focalizzato l’attenzione su alcuni casi specifici per dimostrare l’enorme grado di “elasticità” sia verso l’alto che verso il basso, ossia in senso migliorativo o peggiorativo, dei livelli concreti di soddisfazione dei bisogni materiali e politici via via ottenuti dai diversi gruppi sociali omogenei sul piano economico-produttivo. La durata della giornata lavorativa ha costituito il primo momento di focalizzazione teorica di questa tematica, essendo il modo di produzione capitalistico fondato sull’appropriazione privata di lavoro non pagato, di pluslavoro estorto dalla forza-lavoro salariata, da cui il “perenne impulso” del capitalista a prolungarlo oltre ogni limite. Ovviamente non si possono superare determinati limiti fisici, quali il riposo minino necessario al lavoratore per riprendere forza, ma il limite massimo è «di natura assai elastica e permette un larghissimo margine d’azione»[18] essendosi date storicamente giornate lavorative di 8, 10, 12, 14 e anche 16 ore per sette, sei o cinque giorni alla settimana. 16 ore x 6 giorni fanno 96 ore alla settimana, 8 ore x 5 giorni sono invece 40 ore. La distanza oggettiva che esiste tra 96 ore e 40 ore lavorative settimanali non è di poco conto, ma nessuna “legge astratta” stabilisce a priori quale orario scegliere e solamente i rapporti di forza di fatto esistenti di volta in volta tra le classi sociali e con il potere statale vengono a fissare in un determinato periodo storico l’estensione effettiva della giornata lavorativa. In altre parole è lo stesso Marx a suggerire che un terzo incomodo extraeconomico deve intervenire per stabilire la lunghezza della giornata lavorativa “normale” della classe lavoratrice in una determinata formazione statale e in una data fase storica.

Un’elaborazione teorica analoga vale per Marx anche rispetto al livello dei salari e alla massa concreta di beni di sussistenza ottenuti o forniti ai lavoratori per la riproduzione della forza lavoro propria e dei loro figli, dato che evidentemente quanto minore risulta quella massa, tanto maggiore è il lavoro gratuito appropriato dai capitalisti. «“I salari, dice J. St. Mill, non hanno forza produttiva; sono il prezzo di una forza produttiva; i salari non contribuiscono alla produzione delle merci, assieme al lavoro, più che non contribuisca il prezzo delle macchine stesse. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui”. Ma se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero neanche comperare a nessun prezzo. La gratuità degli operai è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile. Ed è tendenza costante del capitale di abbassare gli operai fino a questo punto nichilistico»[19]. Questa “tendenza nichilistica”, che si esprime nel tentativo costante di ridurre la massa di mezzi di sussistenza all’estremo limite indispensabile fisiologicamente ai lavoratori per riprodursi stentatamente ed in forma ristretta e ridotta, è il modello ideale di capitalismo che ancor oggi si manifesta nelle fabbriche del sudest asiatico, dove la manodopera è pagata pochissimo e costretta a turni di lavoro particolarmente lunghi. Ma sono stati, sono e saranno i rapporti di forza materiali tra le classi sociali a determinare se si afferma la “tendenza nichilista” del capitalismo oppure la controtendenza dei lavoratori ad alzare, fino al massimo grado al momento ritenuto possibile, la quantità e qualità dei beni di consumo che essi possono procurarsi dalla vendita della forza-lavoro.

Salendo ancor più di livello, giuste le indicazioni marxiane, risulta che il principale obiettivo del “grande campo di gioco” consiste nella stessa continuazione o fine della riproduzione del possesso privato dei mezzi di produzione e del surplus da parte dei capitalisti. Anche in questo caso sono i rapporti di forza politico-sociale esistenti tra le classi sociali a sciogliere con la praxis l’enigma del risultato finale di questa “partita” giocata su scala planetaria. Marx ne è così consapevole da elaborare con chiarezza un altro e più diretto contributo alla teoria generale dello scontro di classe. Si è già detto di quello che ha per oggetto la durata della giornata di lavoro, ma quale fattore fa la differenza e decide nei fatti? «E’ evidente: astrazion fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa, sostiene il suo diritto di compratore… mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. E fra diritti eguali decide la forza»[20].

Abbiamo letto bene: tra uguali diritti decide la forza. Per Marx la forza, o meglio i rapporti di forza tra gli antagonisti sociali, è ciò che in ultima istanza decide il risultato dello scontro, e non solo lo scontro sulla giornata lavorativa ma ogni lotta tra i due soggetti in conflitto. E’ la forza (i rapporti di forza) che svolge ininterrottamente la funzione di arbitro supremo tra le parti in lotta, al punto che il “diritto del più forte” costituisce per Marx una costante storica in tutte le società di classe, anche se mascherato dalle più sofisticate “vesti giuridiche”. Nella Introduzione alla critica dell’economia politica egli ha messo alla berlina le concezioni borghesi liberaldemocratiche sulla natura “neutrale” dello Stato, illustrandone invece la condizione fondamentale, spesso nascosta e latente, che assicura in ultima analisi anche la riproduzione del modo di produzione capitalistico: «ogni forma di produzione crea i suoi propri rapporti giuridici, la sua propria forma di governo ecc. La grossolanità e la povertà concettuale di quel modo di pensare consistono appunto in questo, che esso mette in rapporto solo accidentalmente, unendoli con un nesso esclusivamente mentale, degli elementi che sono invece collegati l’uno all’altro organicamente. L’unica cosa che gli economisti borghesi hanno presente è che con la moderna polizia si può produrre meglio che non, per esempio, con l’autotutela. Solo che essi dimenticano che l’autotutela è anch’essa un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere, sotto altra forma, anche nel loro “Stato di diritto”»[21]. Secondo la (corretta) valutazione di Marx, la “legge del più forte” continua ad esistere anche nella formazione economico-sociale capitalistica e non costituisce un retaggio esclusivo dei tramontati modi di produzione asiatico, schiavistico e feudale.

Ma Marx ha fornito anche una embrionale distinzione tra campi di forza (politico-sociali) effettivi e potenziali sviluppando la condizione necessaria per la trasformazione dei secondi nei primi in presenza di determinate condizioni storiche. Nel 1844, in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, egli aveva affermato realisticamente che, pur se «la critica non è una passione del cervello, ma il cervello della passione»[22], «l’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi e la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria si trasforma in forza materiale non appena s’impadronisce delle masse»[23]. Infatti, quando ideologie ed utopie acquisiscono ed ottengono un consenso di massa, esse diventano forze materiali come i cannoni, i fucili ed il possesso di mezzi di produzione: ma allora il “numero”, la quantità fisica degli oppressi e degli sfruttati pesa soltanto se collegata alla parallela presenza di una coscienza politica collettiva e di una organizzazione politica adeguata. Sta in questo lavoro da fare la funzione imprescindibile degli “uomini rossi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] K. MARX, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma, 1990, pp. 17-18.

[2] Cit. in  C. M. CIPOLLA, Storia economica dell’Europa preindustriale, Il Mulino, Bologna,  1974, p. 215 (corsivo aggiunto).

[3] Secondo il lungo elenco che ne fa C. M. CIPOLLA, op. cit., alle pp. 220-226.

[4] S. J. KOVALIOV, Storia di Roma, Editori Riuniti, Roma, 1971, vol. II, p. 128.

[5] P. MALANIMA, L’economia italiana, Il Mulino, Bologna,      , pp. 93-94.

[6] Idem, pp. 337-338.

[7] M. DOBB, Problemi di storia del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 187.

[8] Idem, p. 188.

[9] Idem, p. 193.

[10] Idem, p. 195.

[11] Idem, p. 196-197.

[12] V. I. LENIN, L’imperialismo come  fase suprema del capitalismo, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1950, p. 143.

[13] K. MARX, Per la critica dell’economia politica, Newton Compton editori, Roma 1976, p. 31.

[14] K. MARX, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma, 1990, p. 12.

[15] K. MARX, Il capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 303.

[16] K. MARX, Manifesto del partito comunista, cit., p. 13.

[17] K. MARX, Manifesto del partito comunista, cit., pp. 15-17.

[18] K. MARX, Il capitale. Libro primo, Editori Riuniti, Roma, 1965, pp. 266-267.

[19] Idem, p. 656.

[20] Idem, p. 269 (corsivo aggiunto).

[21] K. MARX, Per la critica dell’economia politica, cit., pp. 230-231.

[22] K. MARX,  La questione ebraica e altri scritti giovanili, Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 94.

[23] Idem, p. 101.

Il primo satellite quantistico inviato in orbita dalla Cina

 

 

Nel settore dei satelliti spaziali è emersa negli ultimi anni la novità tecnologica-scientifica del processo di produzione dei satelliti capaci di inviare dallo spazio dei messaggi quantistici, con informazioni “impacchettate” in particelle di luce e quindi inevitabili per osservatori ostili.

Alla fine del 2016 la Cina (prevalentemente socialista) lancerà nello spazio il primo esemplare di satellite capace di inviare messaggi quantistici progettato e costruito nel gigantesco paese asiatico, riuscendo in tal modo a collocarsi all’avanguardia anche in tale segmento dell’alta tecnologia come del resto è già avvenuto nella produzione di supercomputer, di robot industriali e fibre ottiche.

Fonte: “La Cina lancerà primo satellite di comunicazione quantistica”, 23/5/2016

Cina: Novantasei tonnellate di medicinali al Venezuela

 

Dopo aver aiutato, sul piano materiale e finanziario l’Ecuador antimperialista, colpita da un pesante terremoto nelle sue aree costiere, la Cina (socialista) ha inviato nel maggio 2016 novantasei tonnellate di medicinali a favore del Venezuela bolivariano, a sua volta sotto attacco anche in campo sanitario a causa della feroce guerra economica e politica scatenatagli contro dall’imperialismo statunitense e dalla borghesia autoctona, oltre a dilazionare il rimborso dei debiti da parte del Venezuela verso Pechino.

Fonte: “La Cina concede un po’ di respiro al Venezuela”, 17 maggio 2016, in http://www.internazionale.it

 

 

Gerico, gli Anasazi, Ubaid, Harappa: i rossi splendori del neolitico collettivistico.

Lettera di Enrico Galavotti.

 

Per me resta esagerato far risalire la civiltà a 9000 anni fa (singole città, come p.es. Gerico, non fanno testo perché rappresentano delle eccezioni). La nascita dell’agricoltura e dell’allevamento di per sé non implica la nascita delle classi. Diciamo che i problemi insorgono quando gli allevatori si contrappongono agli agricoltori, ma questo, su ampia scala, in varie parti del pianeta, ha cominciato ad avvenire 6000 anni fa. Una specializzazione in una mansione lavorativa di per sé non implica un antagonismo sociale.

 

Che poi una città come Gerico appartenesse allo stile collettivistico, quello stile tipico del paleolitico, per me è un controsenso. Una qualunque città esprime uno stile di vita non conforme a natura, quindi anticollettivistico per definizione. La città tende inevitabilmente a schiavizzare la campagna circostante, proprio perché non può pretendere l’autonomia alimentare. Essa implica già una sorta di stratificazione sociale e la comparsa della religione, che le è sempre correlata.

 

Lo stesso concetto di “regresso a fasi più primitive” per me non vuol dire nulla, proprio perché non possiamo interpretare il passato con gli occhi del nostro presente. Il fatto stesso che popolazioni stanziali “progredite” venissero sconfitte da popolazioni nomadiche “arretrate”, sta a indicare che il concetto di “progresso” è quanto mai opinabile. Cioè non è la sofisticazione dei mezzi tecnologici che può valere come indice del “bene-essere” di un collettivo.

 

Anche il fatto che la proprietà della terra fosse collettiva (nel modo di produzione asiatico), per me non significa che non si fosse in presenza di una sorta di schiavizzazione sociale. Semplicemente si trattava di una forma di subordinazione diversa da quella che s’è venuta formando in Europa, che indubbiamente aveva caratteri più privatistici. La vera collettivizzazione è esistita soltanto quando l’uomo si considerava un ente di natura e faceva molta attenzione a non anteporre le proprie esigenze produttive e riproduttive a quelle della natura.

 

La “linea rossa” neolitica dall’America alla Corea, dall’Africa alla Cina.

 

Caro Enrico, non è in alcun modo vera la tua tesi in base alla quale Gerico (8500-7000 a.C.) abbia costituito uno dei casi isolati di protourbanesimo neolitico di matrice collettivistica, contraddistinto dalla proprietà comune dei principali mezzi di produzione, da un processo di distribuzione egualitaria del surplus/plusprodotto e dalla parità materiale “gilanica” tra i sessi.

Le moderne ricerche storiografiche e archeologiche dimostrano infatti esattamente il contrario, attestando la riproduzione plurimillenaria e dal 9000 a.C. al 3900 a.C. di una “linea rossa” collettivistica che ha via via espresso concretamente  una dimensione planetaria passando dalla Corea agli Anasazi degli odierni Nuovo Messico e Arizona, oltre a ottenere dei risultati tecnologici e produttivi eccezionali quali la creazione dell’epoca del surplus, la protoscrittura elaborata dalle società di Varna e Vinca nei Balcani, la fusione del rame e l’aratro create dai “rossi” Ubaid, le opere di irrigazione su larga scala, ecc.

Siamo quindi in presenza di civiltà di matrice collettivistica e di formidabili successi nel processo di sviluppo delle forze produttive, ottenuti grazie allo stimolo fecondo della “linea rossa”, che furono per forza di cose e senza alcuna colpa ignorati da Marx ed Engels: i due grandi rivoluzionari tedeschi morirono infatti rispettivamente nel 1883 e nel 1895, in un periodo in cui purtroppo tutte le società e le culture neolitiche che elencheremo tra poco risultavano ancora sconosciute e nel quale solo da poco si era scoperta persino l’esistenza della società classista-teocratica dei Sumeri, sorta e formatasi a partire dal 3700 a.C.

A questo punto passiamo al processo di verifica dei “fatti testardi” (Lenin) che supportano concretamente la teoria dell’effetto di sdoppiamento rispetto al lungo periodo neolitico e calcolitico, ossia l’epoca della produzione del rame, fornendo simultaneamente tutta una serie di informazioni anche sulle società classiste e sulla “linea nera” operante già nella fase storica in via di esame.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo Neolitico-Calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferies, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione, ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani.[1]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia, dato che proprio nel centro palestinese a partire dall’8500 a.C. venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano in quella che diventò la capitale del mondo per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C., uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava per dimensioni quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era.[2]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci (10!) metri dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[3]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[4]

L’esperienza di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[5]

Saltano infatti subito all’occhio la sostanziale uniformità delle abitazioni di Gerico, la costruzione di silos collettivi per il deposito di grano ed orzo e i metodi di sepoltura egualitaria, limitati al solo cranio: la capacità ormai acquisita dalle tribù siropalestinesi di organizzare grandi lavori collettivi, quali la stessa produzione agricola e la costruzione di alte mura e di gigantesche torri per difendersi dagli attacchi predatori delle tribù di cacciatori-raccoglitori, permisero senza problemi la riproduzione plurimillenaria (seppur con qualche lunga interruzione storica) del primo e splendido modello di chefferie collettivistica.

La seconda concretizzazione della “linea rossa” neolitica è costituita dalla città anatolica di Catal Hüyük, sviluppatasi tra il 6600 ed il 5600 a.C.

Otto millenni or sono, la civiltà neolitica di Catal Hüyük (odierna Turchia) contava circa 6000 abitanti distribuiti in modo egualitario su un complesso abitativo che si estendeva con circa mille case su uno spazio di 1,5 Km2. Le omogenee case di mattoni e legno erano di forma rettangolare e consistevano in una o due stanze, mentre gli interni venivano decorati con cornici di legno rosso, rivestiti di creta e dipinti: visto che le case erano tutte contigue, oltre che uniformi esternamente, la “circolazione” avveniva sui tetti dove si apriva l’ingresso della casa, mentre una parte delle case era adibito a microcappelle per onorare la Dea Madre.

Gli abitanti neolitici di Catal Hüyük non solo erano abili artigiani nel campo dei monili, dell’ossidiana e della produzione dei tessuti, ma nel 6000 a.C. conoscevano già l’arte della ceramica ed i suoi segreti; sul piano agricolo essi utilizzavano su larga scala degli efficienti microimpianti di irrigazione artificiale, mentre il ritrovamento di numerosi piccoli santuari adorni di dipinti parietali e di offerte votive destinate alla Dea Madre (e altre divinità-totem) attestano il notevole livello di sviluppo artistico raggiunto dalla civiltà anatolica in esame.[6]

Inoltre, come è stato mostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Hüyük conosceva a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico delle scorie che indicavano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione, mentre tecniche analoghe vennero in seguito impiegate nell’area siropalestinese tra il 4500 ed il 4200 a.C. con l’utilizzo di fornaci che mantenevano il fuoco alla temperatura di 1084° necessaria per la fusione. Sempre a Catal Hüyük si è  trovate una serie di stampi di argilla cotta, utilizzati per fare tatuaggi e (probabilmente) disegni per abiti in quella che diventò la prima protoforma di tecnologia di stampa, scoperta circa sette millenni prima dei cinesi e di Gutenberg.[7]

Queste conquiste tecnologico-produttive vennero raggiunte in presenza di rapporti di produzione prevalentemente collettivistici e matriarcali, come dimostrato dal culto della Dea e dall’uniformità delle abitazioni: nonostante l’esistenza di alcune limitate forme di differenziazione socioeconomica, gli abitanti di Catal Hüyük ignoravano precisi segni distintivi della chefferie protoclassista quali l’esistenza di grandi e numerosi edifici religiosi, di tombe speciali destinate a pochi privilegiati e di abitazioni molto più ampie e sfarzose della media di quelle poste a disposizione dei lavoratori manuali.

La terza “stazione” è formata dalla civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4900 ed il 3900 a.C. e protagonista di un nuovo grande salto di qualità produttivo nella storia del genere umano; essa precedette ed interagì direttamente con la prima fase di sviluppo della società classista dei sumeri, i quali molto probabilmente vissero a stretto contatto con le popolazioni ubaidiche per un lungo periodo incorporandone via via le conquiste produttive e culturali, a partire dal 3900-3800 a.C.

La civiltà Ubaid non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza (periodo tardo Ubaid, 4200/3900 a.C.) una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico, che in seguito vennero imitati su larga scala ed affinati dalla civiltà sumera (periodo antico Uruk) nella stessa area geopolitica, tra il 3800 ed il 3400 a.C.: non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico produttivi, quali engar  (agricoltore) ed apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).[8]

Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dagli Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico, composta in campo agricolo da tutta una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzialmente molto favorevoli.

Per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, la civiltà Ubaid introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta, a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama, in selce o rame.

Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico. Nella loro ultima fase di esistenza essi crearono il campo lungo, nel quale il processo di irrigazione a solco veniva praticato su sottili strisce parallele tra di loro e che si estendevano in lunghezza per molte centinaia di metri, in leggera pendenza: si aveva pertanto una “testa alta” adiacente al canale da cui ricavavano l’acqua e una “testata bassa”, verso gli acquitrini o i bacini di drenaggio, in modo tale che l’acqua inondasse solo i solchi. Ovviamente il campo lungo, data la sua dimensione e il suo posizionamento rispetto al canale d’irrigazione, richiedeva un lavoro collettivo coordinato e una pianificazione centrale, ma consentiva d’altro canto un enorme innalzamento del livello medio di produttività.[9]

Sempre in epoca tardo-Ubaid venne infine introdotto l’aratro a trazione animale, strettamente collegato alla lavorazione del campo: l’aratro permise di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri e al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore, mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno ed in profondità dentro nel solco.

La connessione strettissima creatasi tra campo lungo, irrigazione a solco ed aratro a trazione animale permette di attribuire loro una collocazione temporale approssimativa nel periodo tardo-Ubaid, quasi due secoli prima del sorgere dell’egemonia dei Sumeri e intorno al 4000 a.C.

«I falcetti di argilla, che per la loro materia sono l’unico elemento dell’intero complesso che sia archeologicamente ben visibile, si distribuiscono attraverso il periodo tardo-Ubaid e antico-Uruk, per essere poi evidentemente soppiantati da altro tipo di attrezzo – a differenza delle altre innovazioni che permarranno per millenni. Se esaminate tutte assieme, queste innovazioni si situano dunque a ridosso della grande esplosione demografica e organizzativa del periodo tardo-Uruk: non possono risalire più indietro della fase matura di Ubaid, e devono aver raggiunto la pienezza organizzativa con la fase antico-Uruk.

Si può anzi proporre che mentre l’uso del falcetto d’argilla (che implica un’intensificazione della cereali-coltura, ma non è necessariamente legato alle altre innovazioni) sembra introdotto in uso abbastanza presto durante il periodo Ubaid, invece le innovazioni più significative e strettamente interconnesse possono collocarsi a immediato ridosso del periodo Uruk, intorno al 4000 a.C.»[10]

La seconda grande rivoluzione neolitica produsse un enorme aumento della produttività del lavoro sociale, non molto lontano da quello raggiunto in precedenza nell’area palestinese-siriano attorno al 9000-8000 a.C.

«Questo complesso di innovazioni, impostato su un’organica sistemazione idraulica del territorio e sull’impiego della trazione animale, deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici: si è già detto che la messa a dimora dei semi produce un aumento della produttività valutato del 50% rispetto alla semina per dispersione; l’uso dell’aratro comporta rispetto all’uso della zappa un risparmio di tempo quantificabile; e così via. In complesso, non è certo azzardato ritenere che i passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno.

Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione.»[11]

La risposta alla questione posto dall’autorevole storico M. Liverani viene probabilmente  dal fatto che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici, ma resta il fatto innegabile che un aumento di produttività pari ad almeno cinque volte rappresentò indubbiamente un’accelerazione eccezionale nel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, che si unì tra l’altro ad altre innovazioni introdotte o adottate su larga scala dalla cultura Ubaid.[12]

Attorno al 4500-4200 a.C. alcune zone del Vicino Oriente (e gli Ubaid) conoscevano infatti da tempo la tecnica della metallurgia per la fusione del rame ed i primi elementi del processo di creazione di strumenti di lavoro e di armi prodotti con tale minerale, visto che le fornaci dell’epoca Calcolitica permettevano di mantenere il fuoco alla temperatura di 1084°C necessaria per la riduzione allo stato liquido del rame puro.

Inoltre tra gli Ubaid non solo si sviluppò la produzione su larga scala di contenitori in ceramica, di vasellame da tavola (brocche, tazze e bicchieri) e da cucina (pentole), ma tale lavorazione si poté avvalere delle forme primordiali di torni con piattaforme girevoli; del resto anche la tessitura del lino, ed in subordine della lana, si realizzò concretamente mediante l’utilizzo di telai di tessitura a pesi nel processo produttivo degli Ubaid i quali, nel loro ultimo periodo di esistenza, seppero creare anche alcuni tra i primi oggetti vetrificati in superficie all’interno dell’area del Medio Oriente. [13]

Il processo di urbanizzazione della civiltà Ubaid, nelle sue ultime fasi di esistenza storica, era già abbastanza avanzato e si esprimeva con l’esistenza di una serie di cittadine quali Eridu, Tell’Uqair, Tell’Abada e Tell Ubaid, nelle quali emersero degli edifici di culto sempre più estesi che «possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di “magazzino comune”» (Liverani); infine è molto probabile che i sorprendenti Ubaid avessero riprodotto la ruota e i primi veicoli a ruota, dato che già da un vaso dell’età halafiana (la civiltà che precede storicamente Ubaid) sembra sia stata dipinta “la più antica rappresentazione di un veicolo a ruote” finora scoperta.[14]

Ma il dato storico che più sorprende consiste nel carattere sostanzialmente egualitario assunto dalla chefferie degli Ubaid, che si riprodusse anche in presenza della “seconda rivoluzione” neolitica e di quella quintuplicazione del rendimento produttivo medio (decuplicazione nelle stime più ottimistiche) sopra citata.

  1. Liverani notò che «innanzi tutto si tratta di una cultura piuttosto egualitaria e piuttosto severa: priva di vistosi dislivelli, di fenomeni di accentramento, di tesaurizzazione e di ostentazione, o altro. Si pensi alla ceramica, che la produzione in serie, alla “ruota lenta”, depriva di quelle vivaci caratterizzazioni e decorazioni delle culture precedenti. Si pensi all’assenza di vistose differenze nella dimensione e la struttura degli abitati, che ove scavati su estensioni sufficienti (nel caso di Tell es-Sawwan e di Tell’Abada) colpiscono assai più per il loro aspetto omogeneo che non per la presenza di ovvie gradazioni dimensionali (sulle quali comunque torneremo più avanti). Si pensi all’omogeneità e povertà delle sepolture (ogni inumato è accompagnato da un paio di vasi di tipo standard e da un modesto ornamento personale), senza quella concentrazione diversificata di ricchezza che normalmente fornisce l’indicatore privilegiato per l’emergenza di élite. Si pensi più in generale all’estrema rarità, per non dire assenza (sia in contesti funerari sia di abitato), di materiali e oggetti di pregio e di importazione, come metalli o pietre semi-pregiate.

Questo carattere severo e sostanzialmente egualitario della cultura Ubaid può non stupire di per sé, ma deve certamente stupire se rapportato al fatto che proprio allora s’innescava quella decuplicazione dei rendimenti agricoli, quella possibilità di eccedenze sostanziose, di cui abbiamo detto sopra. La crescita demografica complessiva, nonché la floridezza generalizzata deducibile dalla dimensione e dalla fattura tecnica delle abitazioni, non hanno adeguato parallelo in una crescita di dislivelli interni – o almeno nella loro sottolineatura mediante pratiche ostentatorie.»[15]

In sintesi la florida civiltà Ubaid realizzò la seconda grande rivoluzione tecnologica e produttiva del periodo neolitico-calcolitico. Una crescita demografica molto consistente e un’urbanizzazione diffusa. Il tornio. La metallurgia del rame. Probabilmente la ruota. La tessitura con telaio. Una rete di canali d’irrigazione molto avanzata.

Tutto questo, in modo “stupefacente” (Liverani), in presenza e grazie allo stimolo di rapporti di produzione collettivistici: la presenza di capi e di chefferie ben organizzate per la redistribuzione del surplus, per la costruzione e manutenzione di canali e per la gestione delle città Ubaid si accompagnò costantemente alla parallela assenza di sfruttamento della forza lavoro e al possesso collettivo dei mezzi di produzione, visto che i nuclei dirigenti statali della civiltà Ubaid usufruirono fino alla fine solo di limitati privilegi durante la loro azione politico-sociale di coordinamento e di redistribuzione del surplus, a dispetto della forte crescita urbana e demografica e della crescente complessità delle strutture Ubaid (specializzazione artigianale, edilizia, agricola, ecc.).

Di fronte agli eccezionali risultati raggiunti dai punti avanzati della “linea rossa” nell’area mediterranea e mediorientale, impallidiscono le modeste conquiste tecnico-produttive ottenute dai popoli nomadi e pastori dell’Europa ed Ucraina, al cui interno stavano di regola prevalendo le tendenze all’appropriazione privata del surplus e dei mezzi di produzione, e limitate quasi solo al processo di domesticazione del cavallo.

La “linea rossa” neolitica si concretizzò anche in altri contesti geoeconomici e geopolitici, con modalità e tempi storici del tutto indipendenti da quelli vissuti nell’area del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico.

Attorno all’8000/6000 a.C. iniziò a svilupparsi il neolitico cinese con le prime ed arcaiche culture di Jiahu, di Yixian e di Peiligang. Queste società protoneolitiche sapevano produrre la ceramica e oggetti musicali (flauti) intarsiati, mentre le pietre da macina ed i resti di miglio carbonizzato attestano che esse conoscevano l’agricoltura, oltre ad aver già addomesticato il maiale ed il cane.

Nel villaggio neolitico di Dadiwan (5500-3000 a.C.) sono venuti alla luce i più antichi dipinti, ceramiche ed edifici in terra della Cina, che risalgono a più di settemila anni fa, e fin da allora Dadiwan era composta sia da 240 case parzialmente diverse tra loro che da una grande area centrale per le cerimonie religiose; invece nel sito di Xinglonggou, posto nella Cina nordoccidentale e risalente al 6000 a.C., sono state trovate decine e decine di abitazioni utilizzate da una popolazione di cacciatori-raccoglitori che sapeva produrre la preziosa giada, creare statue di donna e commerciare con le tribù delle coste della Cina e del Giappone, in una cultura in cui erano già presenti alcune significative forme di differenziazioni sociale e politica.

La manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico in Cina venne rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C., ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang.

Le diverse collettività appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori di irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente esse integrarono l’attività agricola con l’allevamento di cani e maiali e con la caccia/pesca, costruendo delle grandi abitazioni collettive fuori da terra.

Inoltre le comunità Yangshao riuscirono ad acquisire le tecniche della filatura e della tessitura, attestate dalle impressioni di tessuto presenti sulla base di alcune ciotole e dal rinvenimento di aghi in osso, costruendo delle fornaci per la cottura delle terrecotte e le loro ceramiche, ancora modellate a mano, presentarono una grande varietà tipologica in cui gli oggetti più caratteristici furono dei bacili, con decorazioni dipinte in nero su sfondo rosso, e bottiglie a base appuntita con una decorazione impressa.

«Tra i numerosi siti Yahgshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grosso modo ovale, presenta la zona abitativa al centro, divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo sei metri, e ad est di esso si trovavano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate, cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario. All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta.

Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni, e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, ed anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità. La ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche, fra i quali si distingue una maschera circolare con quattro pesci, due attaccati all’altezza delle orecchie, e gli altri due congiunti all’altezza della bocca: l’immagine suggerisce l’esistenza di riti sciamanici. Di particolare interesse appaiono inoltre alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano ricollegarsi ad alcuni caratteri della scrittura Shang.»[16]

Verso il 2400 a.C. la civiltà Yangshao, nella sua ultima fase di sviluppo (Machang), riuscì a produrre sia il bronzo che la seta, ma queste conquiste tecnico-produttive furono seguite da una profonda trasformazione di una parte delle comunità in esame: infatti a poco a poco i riti sciamanici ed i loro protagonisti, i sacerdoti, assunsero un ruolo diverso in una sezione delle comunità Yangshao svolgendo la funzione di apripista per il processo di introduzione al loro interno di rapporti di produzione protoclassisti, fondati sull’egemonia di un élite politico-religiosa (culture di Longhshan dello Shaanxi e dello Henan).

Sempre in Cina, ma nel bacino dello Yangzi (Fiume Azzurro), sorsero nel 6000/5000 a.C. le civiltà di Pengtoushan e di Hemudu, alle cui strutture socioproduttive collettivistiche (forse di origine africana) il genere umano è debitore della prima coltivazione su larga scala del riso: i semi di riso venivano coltivati in campi inondati in modo artificiale e controllato con l’aiuto di zappe di osso.

La “linea rossa” trovò un altro sbocco nel Nord America, zona geografica staccata per millenni dall’evoluzione parallela avvenuta nelle altre aree del globo: in quest’area le civiltà di cacciatori-raccoglitori paleolitici furono affiancate nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti dalle splendide civiltà dei pueblos, gli Hohokam (“coloro che scomparvero senza tracce”) e gli Anasazi.

Preparata da un plurisecolare processo di sviluppo economico e culturale, la civiltà degli Hohokam fiorì nella zona del deserto del Sonora tra il 500 ed il 1250 d.C. e venne formata da gruppi di agricoltori che vivevano nei pueblos, agglomerati a più piani costruiti con mattoni di argilla essiccati, di dimensioni variabili e in cui si ritrovava sempre un Kiva, una sala di riunione e luogo di preghiera allo stesso tempo.[17]

Non solo tra gli Hohokam la produzione di ceste e di vasellame di argilla aveva raggiunto un livello artistico straordinariamente alto, ma essi raggiunsero un’eccezionale competenza nel processo di costruzione (e manutenzione) plurisecolare di un avanzatissimo sistema di irrigazione per la cultura del mais, avviato attorno al I secolo a.C. e sviluppatosi gradualmente fino alla fine del XI secolo.

«Questo popolo, così abile nei piccoli oggetti artistici, fu gigantesco nelle grandi opere. Alludiamo al sistema di canali che consentì loro l’agricoltura intensiva e soprattutto l’irrigazione costante del mais, che è la base di quasi tutte le culture nordamericane.

Questo sistema di canali lunghi miglia e miglia sorse a poco a poco, col lavoro di parecchie generazioni. Un canale di cinque chilometri, scavato con le mani e con primitivi strumenti di legno e pietra, poté essere datato a prima di Cristo, allorché gli Hohokam non avevano ancora sviluppato le loro “capacità artistiche”. I canali dovevano essere adeguatamente adattati al terreno (e come potevano farlo privi com’erano di qualsiasi strumento ottico di misurazione?) costantemente sorvegliati, modificati, migliorati; si dovettero costruire dispositivi per la regolazione delle acque, e ciò durò secoli.

E la natura era contro di essi. Giammai la portata d’acqua del Gila era costante, giammai si poteva calcolare in precedenza la quantità di pioggia che sarebbe caduta, neppure disponendo dei migliori uomini di medicina.»[18]

Anche la tecnica della costruzione urbana raggiunse presso gli Hohokam vertici notevoli, dato che ad esempio la grande costruzione (Kiva) di Casa Grande, a sud di Phoenix nell’odierno Nuovo Mexico, costituì una specie di “vetero-grattacielo” nordamericano a cinque piani e con centinaia di stanze affiancate.[19]

Fino al 1300 d.C., quando venne messa in crisi da disastrosi cambiamenti climatici (siccità e “piccola glaciazione” del 1200) e dalle invasioni di popoli nomadi, nel sud-ovest degli attuali Stati Uniti apparve un’altra millenaria concretizzazione della “linea rossa” neolitica, la grande civiltà agricola americana degli anasazi (“gli antichi”) che cominciò ad emergere nella Mesa Verde attorno al 300 a.C. e si sviluppò fino al 1200 d.C. Anche gli Anasazi costruirono spettacolari sistemi di canali di irrigazione e di bacini di riserva, incrementando enormemente la produzione agricola e la densità demografica in un’area semidesertica, mentre allo stesso tempo essi crearono una stupefacente produzione nel campo della tessitura, della ceramica e della gioielleria edificando anche enormi “condomini” a più piani (talvolta anche cinque) che arrivarono a contenere fino a 800 stanze, come nel caso di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon.[20]

Le culture Hohokam ed Anasazi erano fondate su strutture sociopolitiche collettivistiche e matriarcali, visto che la coltivazione cooperativa del mais e i giganteschi lavori di irrigazione artificiale venivano regolati da unachefferie/clan conico che godette di privilegi insignificanti per diversi secoli e in centinaia di pueblo, la cui popolazione complessiva arrivò a toccare nel periodo d’oro alcune decine di migliaia di persone.

A migliaia di chilometri di distanza, nel centro-nord dell’attuale Perù, si affermò tra il 900 a.C. ed il 200 d.C. la civiltà di Chavin. Essa coltivò il mais, il tubero della manioca, le arachidi e le zucche; scoprì ed applicò i metodi necessari per l’irrigazione artificiale e la costruzione di grandi serbatoi d’acqua; addomesticò il lama, conobbe la tessitura di lana e cotone e seppe lavorare l’oro ed il rame, mentre la sua produzione di ceramica monocromatica raggiunse livelli artistici molto elevati anche grazie a una forte ispirazione magica-religiosa, ben evidente nei templi della “capitale” della cultura in esame.

Con la sola esclusione degli edifici religiosi di Chavin de Huantar, nell’enorme area geografica in esame e nei numerosi piccoli centri urbani della cultura Chavin sono stati trovati solo modesti santuari fatti di mattoni d’argilla, costruiti da piccole comunità agricole: secondo lo storico F. Katz nella zona in oggetto non sono state scoperte tracce di mura ed armi, neanche nella “capitale”, mentre la relativa uniformità delle sepolture nella civiltà precolombiana in esame rivela il carattere almeno semicollettivistico della cultura Chavin. Nella visione dello storico H. D. Disselhoff, a Chavin «né il potere né la ricchezza erano concentrate nelle mani di pochi, che ne avrebbero potuto abusare. Ci si può immaginare, piuttosto, un benessere abbastanza equamente distribuito…»[21]

Le culture dell’era post-Chavin vennero travolte dopo alcuni secoli da uno dei rappresentanti sudamericani della “linea nera”, i Mochica, abili guerrieri capaci di costruire il primo impero andino: essi introdussero la cattura su larga scala di prigionieri, l’espansione territoriale nel centro-nord del Perù e la parallela costruzione delle piramidi e di grandi tombe riservate all’élite politico-religiosa, anche se il livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive rimase sostanzialmente uguale a quello del periodo Chavin.

Nell’area dell’Europa centro-orientale si svilupparono tra il 6000 ed il 3000 a.C. avanzate culture collettivistiche (della civiltà di Vinca) che si estesero dai Balcani fino al Baltico: esse crearono la prima forma storica di protoscrittura, coltivarono cereali, produssero splendide ceramiche e gioielli in oro ed arrivarono nell’ultima fase della loro esistenza ad impadronirsi della tecnica della metallurgia del rame: secondo l’opinione di M. Gimbutas, C. Renfrew e Gordon Childe, questa civiltà era composta da una serie di città e villaggi locali autonomi riprodottisi all’interno di una sorta di federazione neolitica con forti componenti paritarie tra i sessi, abitata da agricoltori egualitari le cui società non possedevano alcun ordine gerarchico stabile e rigido.[22]

Sempre in Europa apparvero anche delle civiltà megalitiche matriarcali, diffusesi tra il 4000 ed il 1000 a.C. in un’area posta tra il Portogallo, la Sardegna, l’isola di Malta e la Gran Bretagna. Le grandi opere in pietra realizzate da queste civiltà richiesero sia la presenza di un surplus agricolo costante che un alto grado di coesione sociale tra le donne e gli uomini impegnati nella creazione di monoliti giganteschi e cerchi di pietra, sempre in assenza di strutture statali o di elevati livelli di differenziazione socioeconomica al loro interno: tali strutture socioproduttive, come quelle di Vinca soprammenzionate, vennero in larga parte travolte e deformate dalle invasioni di popoli nomadi più arretrati sul piano economico-sociale.

Proprio la costruzione di megaliti, vere e proprie tombe collettive gigantesche, costituì un’attività cooperativa che serviva anche, se non soprattutto, a rafforzare la solidarietà interna delle comunità che via via realizzarono tali gigantesche opere: secondo Colin Renfrew, «è lecito immaginare che le comunità più strettamente collegate, in pace tra di loro e in grado di resistere alle pressioni dei vicini, si trovassero in una posizione di notevole vantaggio. Ora, è proprio la partecipazione comune a eventi sociali e cerimonie religiose, simboleggiate dai megaliti, che spesso serve a rafforzare una comunità, soprattutto quando essa è dispersa in fattorie che possono trovarsi a diversi chilometri l’una dall’altra. La popolazione mesolitica di Téviec e Hoëdic con le sue ben organizzate sepolture familiari, già segnate e rese evidenti da un tumulo di pietra, può aver riconosciuto il valore reale di tale solidarietà, allorché entrò in contatto con i nuovi vicini. In tali circostanze, con una popolazione in aumento e una crescente pressione sul territorio, si sarebbero dovuti rinforzare gli elementi che favorivano la solidarietà nella comunità, così che si sarebbe accresciuto il significato sociale dato alla sepoltura vera e propria e l’importanza del memoriale fisico. Questi fattori, uniti alla consueta competizione pacifica tra gruppi vicini, espressa in termini sociali da un generoso scambio di doni o dalla costruzione di monumenti sempre più belli, avrebbero favorito la rapida evoluzione di monumenti unificanti e apportatori di prestigio: in altri termini, dell’architettura megalitica».[23]

Secondo alcuni storici, risulta chiara anche la matrice semicollettivistica dei rapporti di produzione e politici che contraddistinsero l’estesa rete di antiche civiltà sorte nelle pianure alluvionali dell’Indo e dei suoi cinque principali affluenti, nell’odierno Punjab, alias la cultura di Harappa e Mohenio-daro, dal nome delle due principali città dell’India neolitica che si riprodussero tra il 3500 ed il 1900 a.C., anche se va notato che fin dal 7000 a.C. si sviluppò nell’area in oggetto la città di Mehrgath (ora sommersa) nel golfo di Cambaye, sede di una sofisticata comunità di agricoltori le cui abitazioni erano già fatte in mattoni.

La civiltà di Harappa era formata da una pleiade di estese città (ne sono state ritrovate circa ottanta) che coesistettero pacificamente per oltre un millennio su un’area geografica estesa quasi come l’Europa occidentale raggiungendo livelli “ubaidici” di sviluppo delle forze produttive, visto che l’agricoltura basata su un sistema idrico artificiale produceva surplus notevoli di cereali e favoriva la crescita di grandi città con decine di migliaia di persone quali la stessa Harappa, con un perimetro di quattro chilometri, vie ben progettate e un magnifico sistema di fognature; la tecnica delle civiltà indiane preariane e delle sue corporazioni inoltre conosceva la ruota e la scrittura, la costruzione di carri e battelli, la tessitura del cotone, la ceramica e la tecnica della verniciatura.

Sul piano sociale, in ogni caso, le poche tombe ritrovate ad Harappa si mostravano senza eccezione disadorne e prive di una dotazione di oggetti di valore, mentre secondo G. Childe «né templi monumentali né palazzi né tombe attestano senza equivoci una concentrazione centralizzata di ricchezza, né suggeriscono la dominazione economica di una città dell’Indo da parte di una “grande casa”: sempre ad Harappa il più grande edificio era significativamente un granaio che misurava 150 piedi per 50, mentre a Mohenjo-daro una costruzione che occupava un intero isolato conteneva una vasca da bagno asfaltata e viene considerata un bagno pubblico.

Comode case a due piani in cotto, provviste di stanze da bagno e di un alloggio per il portinaio, che coprivano ben 97 piedi per 83, possono venir messe in contrasto con monotone file di casette in mattoni di fango, composte ciascuna di due sole stanze e di un cortile, e che non superavano la superficie di 56 piedi per 30. Senza dubbio il contrasto riflette una divisione della società in classi, ma, a quanto pare, soltanto fra mercanti o “uomini d’affari”, e lavoratori o artigiani. Una sorprendente ricchezza di ornamenti d’oro, d’argento, pietre preziose e porcellana, di vasellame di rame battuto e di utensili e di armi di metallo, è stata raccolta dalle rovine. La maggior parte pare proviene dalle case attribuite ai “ricchi mercanti”. Ma una quantità di arnesi di rame e di braccialetti d’oro è venuta fuori a Harappa nei “quartieri degli operai”. Nulla fa pensare a tesori regi.»[24]

Non è casuale che la civiltà semicollettivistica di Harappa sia stata caratterizzata a livello religioso dalla presenza di divinità femminili e dal culto della fertilità, generalmente segno distintivo delle società gilaniche, egualitarie e pacifiche, tanto che secondo lo storico C. K. Maisels la civiltà dravidica della valle dell’Indo era organizzata come una federazione, un “commonwealth” in cui le varie comunità locali avevano uno status identico e il surplus restava nelle mani di coloro che lo producevano: «l’élite al comando aveva autorità non in virtù del suo potere economico sugli altri cittadini, bensì in virtù del consenso sociale di cui godeva presso i membri della comunità.»[25]

Si trattò di una civiltà complessa ma con un basso livello di stratificazione sociale, a cui dopo molto tempo succedette la cultura ariana, ferocemente militarista e classista ma incapace di replicare le opere di canalizzazione urbana (a disposizione di tutti gli abitanti) create in precedenza dalle antiche città egualitarie dell’area geopolitica indiana.

Anche in Egitto il periodo badariano e amraziano (5500-4000 a.C.) e la prima fase del Gerzeano/Nagada II (3900-3500 a.C.) furono contraddistinti dalla riproduzione di ben articolate strutture economico-sociali collettivistiche, in presenza e grazie alle quali si avviarono e svilupparono l’agricoltura e l’irrigazione artificiale, l’estrazione e lavorazione su larga scala della selce, la lavorazione artigianale dell’oro e l’arte ceramica.[26]

Nell’Africa subsahariana, accanto e simultaneamente ai regni classisti via via comparsi in tale area a partire dal 300 d.C., si crearono alcune civiltà evolute prevalentemente collettivistiche, pacifiche e relativamente avanzate sul piano tecnologico-produttivo: la più progredita tra esse fu quella di Jenne-Jeno, che si sviluppò per più di un millennio tra il 500 a.C. ed il 1100 d.C. nella regione del Niger (Africa occidentale), in una fase di transizione dall’epoca neolitica a quella del ferro.

In questa area geoeconomica «un caso piuttosto singolare è rappresentato da alcune società, vissute intorno al delta interno del Niger, che, pur essendo straordinariamente complesse sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della concentrazione abitativa, non avevano né una struttura statale, né forme di potere centralizzato, i cui resti archeologici sono stati studiati per la prima volta negli anni settanta.

Le prime popolazioni a noi note dovettero insediarsi in queste regioni a partire dal 500 a.C. Esse conoscevano l’uso del ferro e dovettero costruire quel sistema integrato di agricoltura, pastorizia e pesca, che poi è sempre rimasto caratteristico di questa regione. Anche le attività artigianali erano progredite: la ceramica era raffinata, per gli insediamenti si usavano mattoni crudi, mentre esistevano elaborate tecniche di lavorazione del ferro e di altri metalli preziosi. (…) Il periodo più florido di queste società dovette verificarsi intorno all’800 d.C.: tre secoli dopo il sistema collassò rapidamente e la popolazione si ridusse a un decimo, non sappiamo se in relazione a cambiamenti climatici o a eventi esterni. In una località del delta, Jenne-Jeno, i resti archeologici hanno dimostrato l’esistenza di un agglomerato abitativo di circa 33 ettari. Le case, costruite in mattoni di argilla, erano poste una accanto all’altra, all’interno di un reticolo di strade piuttosto strette, con un mercato al centro, mentre l’intera area era racchiusa da un grosso muro di mattoni cilindrici. Jenne-Jeno non era isolata, ma circondata da altre 25 località dello stesso tipo, con una popolazione che è stata valutata intorno ai 27.000 abitanti. Gli archeologi che hanno studiato questi siti hanno ipotizzato una forte specializzazione economica della regione, con popolazioni diverse che si occupavano della pesca, dell’agricoltura e dell’allevamento. I modelli abitativi avrebbero rispecchiato questa differenziazione di compiti: pescatori, agricoltori, pastori, fabbri, vasai, tessitori avrebbero occupato siti distinti. Nel complesso, l’intero sistema, fondandosi sullo scambio, avrebbe funzionato come una città, ma in assenza di un’autorità centralizzata; questo è il motivo per cui si è parlato di “città senza cittadelle”.

Non abbiamo dati sufficienti per approfondire la natura di questo grande agglomerato di popolazione, con un’organizzazione sociale probabilmente molto più egualitaria che nelle società centralizzate. Certamente la presenza di Jenne-Jeno e di altri siti analoghi è la testimonianza della coesistenza in una regione geografica di sistemi sociali diversi e del fatto che non necessariamente le compagini statali sono in grado di inglobare in sé tutte le realtà circostanti.»[27]

In Giappone la cultura Jomon si riprodusse ininterrottamente e su basi prevalentemente collettivistiche dal 12000 a.C. fino a poco prima dell’era cristiana, scoprendo per prima al mondo l’arte ceramica (circa 11000 a.C.) e coltivando zucche e riso, rispettivamente dal 6000 e dal 3000 a.C.: alcuni villaggi recentemente scoperti dell’ultimo periodo Jomon attestano l’esistenza di abitazioni ben costruite e di lavori relativamente sofisticati di carpenteria e gioielleria.

La civiltà Jomon, contraddistinta dall’egualitaria sepoltura in comune dei defunti, venne rapidamente soppiantata da una serie di ondate di colonizzatori arrivati dalla Corea attorno al 300 a.C. che diedero vita al periodo Yayoy della storia nipponica, in cui progressivamente emersero le tipiche strutture distintive delle società protoclassiste.

Tra il IV ed il II millennio a.C. si estendeva nell’odierno Turkmenistan la Margiana, ricca di oasi e basata su un nomadismo commerciale che permise lo sviluppo di tutta una serie di città-stato alleate. La confederazione margiana era caratterizzata da un controllo matriarcale ed egualitario sui beni di scambio e di consumo e, soprattutto, sul mercato carovaniero che attraversava quella zona strategica dell’Asia: solo dopo molti secoli il controllo femminile fu lentamente sostituito dal dominio sociopolitico classista, introdotto da una sezione minoritaria dei maschi della zona in oggetto.[28]

In Corea, infine, civiltà prevalentemente collettivistiche fondate sulla coltivazione in comune del suolo si riprodussero senza interruzione tra il sesto e la fine del secondo millennio a.C. e solo nel corso del primo millennio a.C. si diffuse in Corea sia la coltivazione del riso che una profonda differenziazione tra il “popolo dei dolmen” e quello delle “tombe a lastre”: se il secondo era posizionato principalmente nell’area settentrionale della penisola ed era molto probabilmente sopraggiunto dalle steppe dell’Asia centrale, essendo composto da guerrieri-cacciatori che utilizzavano sepolture singole con ricche dotazioni di preziosi oggetti in bronzo, il popolo dei dolmen nel sud del paese praticava delle sepolture multiple di gruppi coperte da gigantesche strutture in pietra, molto simili a quelle delle tipiche civiltà megalitiche europee.

I capi dei villaggi meridionali della Corea, oltre ad organizzare i lavori collettivi necessari per la costruzione dei dolmen, curavano il processo di accumulazione del surplus alimentare e la sua redistribuzione tra i lavoratori rurali secondo un sistema ben conosciuto in Corea fino all’epoca recente, denominato ture (o pumasi): questi villaggi e strutture semicollettivistiche coesistevano con l’organizzazione fortemente gerarchizzata ed elitaria (sul modello Kurgan) delle popolazioni settentrionali, che probabilmente costituivano anche gli invasori ed i dominatori del “popolo dei dolmen” coreano.[29]

Le esperienze neolitiche/calcolitiche sopra descritte formano e costituiscono un quadro molto ricco ed esteso su scala planetaria, ma proprio negli stessi millenni, proprio dal 9000 a.C. e nelle aree geopolitiche sopra esaminate stava emergendo un’altra tendenza socioproduttiva e sociopolitica, che si differenziava nettamente dalla “linea rossa” rispetto a tutta una serie di elementi socioeconomici fondamentali.

Prima di esaminarla, va subito precisato che i parametri oggettivi utilizzabili in modo combinato per differenziare le società appartenenti alla “linea rossa” da quelle facenti parte della rivale “linea nera” neolitica risultano essere:

–              la presenza/assenza di vistose asimmetrie tra le diverse abitazioni delle strutture sociali neolitiche e calcolitiche.

–              la presenza/assenza di differenze molto marcate nelle sepolture dei diversi membri delle comunità.

–              la presenza/assenza di numerosi edifici di grandi dimensioni destinati a fini non-produttivi, e religiosi.

–              la presenza/assenza del culto delle armi (ivi compreso il cavallo).

–              la presenza/assenza del culto gilanico della “Dea Madre” e di raffigurazioni artistiche riguardanti donne e bambini.

La combinazione tra i vari criteri di differenziazione sopra proposti risulta di regola molto utile nel separare nettamente la “linea rossa” da quella “nera”, ma non sempre: esistono infatti degli scenari storici che consentono e stimolano una duplice interpretazione della loro natura sociopolitica e socioproduttiva, come avviene per l’ultima fase della civiltà neolitica di Varna (odierna Bulgaria) e rispetto ai rapporti di produzione formatisi nella cultura di Malta (tra il 5000 ed il 3000 a.C.), di Caral (attuale Perù, verso il 3000 a.C.) e nella società minoica.[30]

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio

 

Note:

[1] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[2] D. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[3] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[4] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[5] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

 

[6] S. Piggott, op. cit., pag. 77 e Ian Wilson, op. cit., pp. 144-154

[7] Ian Wilson, op. cit., pp. 145-148

[8] Ian Wilson, op. cit., p. 172

[9] M. Liverani, “Uruk, la prima città”, pp. 19-22, ed. Laterza

[10] Op. cit., p. 24

[11] Op.  cit., p. 25

[12] M. Liverani, op. cit., pp.  55-56-70-71

[13] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, pp. 158/196, ed. Laterza

[14] Childe, op. cit., p. 80

[15] M. Liverani, op. cit., p. 30

 

[16] M. Sabatini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, p. 37, ed. Laterza

[17] C. Ceram, “Il primo americano”, pp. 58-59, ed. Einaudi

[18] Op. cit., pp. 192-193

[19] Op. cit., p. 90

[20] J. Wilson, “La terra piangerà”, pp. 171-172, ed. Fazi

[21] H. Disselhoff, “Le civiltà precolombiane”, p. 243, ed. Bompiani e F. Katz, “Le civiltà dell’America precolombiana”, p. 113, ed. Mursia

[22] G. Childe, “L’alba della civiltà europea”, p. 127

[23] C. Renfrew, “L’Europa della preistoria”, p. 146, ed. Laterza

[24] G. Childe, “Il progresso..”, p. 137

[25] Autori Vari, “Origini della scrittura”, op. collettiva, p. 34, ed. Mondadori

[26] Autori Vari, “Storia del mondo antico”, vol. I, pp. 280-285, ed. Cambridge e N. Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, pp. 33-34, ed. Laterza

[27] F. Giusti e V. Sommella, “Storia dell’Africa”, pp. 73-74, ed. Donzelli

[28] R. R. Wilk, “Economia e culture”, pp. 140-141, ed. Mondadori

[29] M. Riotto, “Storia della Corea dalle origini ai giorni nostri”, pp. 44-48, ed. Bompiani

[30] C. Renfrew, op. cit., pp. 156-157

 

RICOSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA

Documento Politico
Assemblea Nazionale Costituente Comunista
RICOSTRUIAMO
IL PARTITO COMUNISTA
TESI 1
PERCHE’ COMUNISMO OGGI
C’E’ BISOGNO DELLE COMUNISTE E DEI COMUNISTI
1. C’è bisogno di comunismo, c’è bisogno delle comuniste e dei comunisti, c’è bisogno di Partito
Comunista. Cadute presto le promesse di benessere e democrazia della narrazione borghese del
1989, il capitalismo mostra, senza veli, il suo volto distruttivo. Un pugno di ricchi, che gestisce lo
sfruttamento di enormi masse umane e dell’ambiente, è disposto – pur di non cedere, neppure
parzialmente, potere e privilegi insopportabili – a provocare una guerra generalizzata e a correre il
rischio di desertificare il pianeta. Per non rassegnarsi a queste prospettive terribili e per costruire il
futuro è necessaria l’idea generale di un modo diverso di vivere e produrre. Il socialismo, cioè la
proprietà e il controllo sociale dei mezzi di produzione, di scambio, d’informazione e delle risorse
essenziali per la vita umana, è, per noi, un tema attuale e decisivo. Il comunismo come liberazione
integrale e sviluppo onnilaterale delle donne e degli uomini, si conferma un obiettivo storico di cui
si accumulano potenzialmente le condizioni materiali e intellettuali che il dominio capitalistico
tende ad asservire ai propri meccanismi o a dissipare.
2. La denuncia di una situazione insopportabile e di enormi pericoli, non ci impedisce di cogliere
l’apertura di inediti spazi per riaprire la lotta per il socialismo. Potenzialità e rischi s’intrecciano. Gli
ultimi anni hanno mostrato l’insostenibilità di un modello che pretendeva di essere addirittura
l’approdo finale della storia dell’umanità. D’altro lato l’imperialismo statunitense, così come
l’Unione Europea, trova grandi difficoltà cui risponde accentuando la tendenza alla guerra.
Avanzano altri protagonisti sulla scena mondiale: la Cina, la Russia e gli altri paesi dei Brics.
L’America Latina, pur sotto un violento attacco, mantiene il carattere di laboratorio di esperienze
preziose del socialismo del XXI secolo. Dal Donbass alla Palestina forti lotte di resistenza dei popoli
ostacolano i piani imperialistici. In molte aree del mondo i partiti comunisti svolgono un ruolo
rilevante. Un mondo che, tra mille contraddizioni, tende a costruire un assetto multipolare è un
contesto più favorevole allo sviluppo delle forze che lottano per un radicale cambiamento.
3. Il marxismo ci offre gli strumenti indispensabili per comprendere questo mondo grande e
terribile e per cercare di cambiarlo. Una nuova attenzione si diffonde verso l’opera straordinaria di
Karl Marx, persino numerosi pensatori liberali devono oggi riconoscerne necessario lo studio per
capire i meccanismi reali della crisi che attraversa il mondo. La lezione sull’imperialismo di Lenin
ritorna a dare chiavi di lettura a eventi internazionali inattesi e imperscrutabili. La diffusione del
pensiero di Gramsci – un fatto intellettuale di portata mondiale negli ultimi decenni- offre a una
nuova leva d’intellettuali critici, non a caso particolarmente presenti nelle aree del mondo in
ascesa, dall’America Latina all’India, il quadro concettuale per indagare l’articolazione tra
materiale e immateriale, tra segni e significati, così decisiva nella nostra epoca. Rompendo con
ogni subalternità è possibile, a partire da questo vitale patrimonio, avviare una nuova stagione del
pensiero rivoluzionario che, senza reticenze e senza abiure, affronti i problemi storici e teorici
aperti e rigeneri il pensiero e la pratica comunista.
4. In Italia a un quarto di secolo dalla fine del Pci e considerata la radicale insufficienza delle
esperienze che, in modo diverso, si sono richiamate a quella grande storia, è necessaria la
ricostruzione di un Partito comunista che ne riprenda le migliori caratteristiche, ricollocandole
nelle attuali condizioni italiane e internazionali. E’ un’esigenza che nasce dalla rimozione del
conflitto di classe nel nostro Paese, dall’isolamento e dalla frammentarietà delle lotte, pur
significative e generose, per la pace, contro lo smantellamento dei diritti sociali e della stessa
Costituzione nata dalla Resistenza, dall’arretramento gravissimo che l’”assenza” dei comunisti ha
provocato nel clima culturale e civile del paese.
DALLA COSTITUENTE AL PARTITO COMUNISTA
5. A questa esigenza, consapevoli delle difficoltà e dei nostri limiti soggettivi, abbiamo cercato di
dare una risposta con il percorso dell’associazione per la ricostruzione del Partito comunista, nel
quadro ampio della sinistra di classe. E’ stato un percorso, pur non privo di aspri problemi, che ha
suscitato un grande interesse e significative adesioni. Il Partito Comunista d’Italia ha aderito in
quanto tale al progetto e così molti compagni e compagne che, su questa prospettiva, sono usciti
dal Partito della Rifondazione Comunista. Numerose personalità, gruppi e circoli comunisti
indipendenti hanno partecipato con convinzione e – fatto ancor più significativo – tanti compagni e
tante compagne hanno ripreso, dopo anni, un impegno in prima persona. Questo dato soggettivo,
oltre che la situazione storica e politica che in queste tesi cercheremo di analizzare, ci spinge a fare
un altro e impegnativo passo: un congresso costituente di un nuovo partito Comunista a 90 anni
dal congresso di Lione, autentica fonte dei caratteri straordinari del Partito Comunista Italiano. E’
per noi assolutamente chiaro che il processo di ricostruzione non si conclude con questa tappa ma
è un percorso che richiederà tempo e pazienza, forza e intelligenza. Siamo però convinti che con
quest’atto di soggettività politica non solo rispondiamo a esigenze reali ma ricollochiamo in una
fase più avanzata la presenza dei comunisti e delle comuniste in Italia.
6. Dal connubio tra sconfitte del mondo del lavoro degli ultimi 30 anni e mancata capacità dei
comunisti e della sinistra di condizionare le nuove dinamiche dello sviluppo capitalistico, è nata
una società più povera sotto il profilo economico e più arretrata culturalmente. Del resto, con una
sinistra che ha ondeggiato tra estremismo radical e moderatismo subalterno, lontano dalle
questioni di classe, non ci si poteva attendere un esito diverso. In questo contesto, le divisioni tra i
comunisti non hanno fatto altro che indebolire i lavoratori, la classe, il “popolo della sinistra” che
intendiamo rappresentare. Eppure, nel vivo della crisi strutturale capitalistica, non basta essere
genericamente antiliberisti, anticapitalisti: è più che mai necessaria la presenza organizzata di un
Partito comunista. Bisogna porsi il problema della ricostruzione di una coscienza di classe, che non
nasce spontaneamente ma che presuppone la presenza operante di una teoria rivoluzionaria. La
Costituente comunista che proponiamo deve dunque dar luogo a una forza politica che abbia basi
teoriche, ma che sappia guardare al mondo dell’oggi e farsi prassi: un partito che dovrà porsi quale
soggetto non settario, in grado di portare a sintesi le lotte tenendo presente l’interesse generale,
di classe e non il particolare.
7. Certo, non possiamo sperare di poter svolgere da soli un ruolo incisivo sul conflitto sociale: per
questo, attorno ai comunisti vanno riunificate le forze della sinistra (politiche, sociali, associative,
di movimento) al cui interno agire come l’elemento più dinamico e coerente. Dalla Costituente
deve insomma nascere un Partito comunista organizzato, strutturato e autonomo che sappia
convincere migliaia di giovani e meno giovani, che oggi vivono la loro marginalità sociale con
frustrata rassegnazione, convinti che il capitalismo sia l’unico sistema possibile. La storia non è
finita nell’89 e noi oggi ricominciamo a scriverla, avviando un percorso importante di
ricomposizione dei comunisti, in controtendenza con la diaspora che ha caratterizzato gli ultimi
decenni della loro storia. A partire dall’Assemblea congressuale costituente, sarà possibile
ritrovarci e trovare nuove compagne e nuovi compagni. Sappiamo che i comunisti sono
disaggregati, sparpagliati, ciascuno per sé, ma sono ancora tanti: il nostro obiettivo è riorganizzarli.
La Costituente, il suo processo aperto, sarà lo strumento che ci aiuterà a cogliere questo obiettivo.
TESI 2
LA STORIA DEL MOVIMENTO COMUNISTA. ELEMENTI PER UN BILANCIO
IL NOVECENTO E LA SVOLTA DELL’89
1. Sono trascorsi ormai 25 anni dallo scioglimento dell’Urss, ultimo atto della dissoluzione del
“blocco sovietico” iniziata nel 1989. Gli effetti di quel crollo, salutato anche dalla sinistra di
orientamento libertario o radical-democratico come un evento liberatorio, che avrebbe aperto
una fase di nuova espansione per le idee del socialismo e posto le basi di un mondo pacificato,
sono oggi visibili a tutti, come l’estrema fallacia e superficialità di quei giudizi. La riflessione, il
dibattito e la ricerca sulle cause del crollo rappresentano al contrario un lavoro ancora in gran
parte da fare, che interessa e riguarda i comunisti più di chiunque altro. Il movimento comunista,
le sue idee, i processi concreti che ha innescato costituiscono una parte fondamentale della storia
del XX secolo. Né quella storia, iniziata quasi un secolo prima col Manifesto di Marx ed Engels e
che ha avuto nella Rivoluzione d’Ottobre una svolta e un salto di qualità decisivo, può dirsi
conclusa; al contrario riteniamo che essa contenga i germi del possibile mondo di domani.
Certamente i fatti del 1989-91 sono stati una cesura storica, e oggi siamo in una fase
completamente diversa. Tuttavia nella dialettica della storia esperienze rilevanti come quella del
comunismo novecentesco continuano ad essere operanti anche dopo la conclusione della loro
parabola.
2. Il processo di liberazione dei popoli, la decolonizzazione, l’emergere come protagonisti sulla
scena mondiale di nuove classi, di nuovi popoli e Stati (alcuni dei quali sono oggi l’argine più forte
allo strapotere della finanza globalizzata), l’affermazione di nuovi diritti, dello “Stato sociale” e di
una idea della democrazia che investa anche il terreno economico e ponga in termini concreti la
questione del potere, della partecipazione e della gestione della cosa pubblica da parte delle
masse organizzate, la stessa esperienza del partito di massa costituiscono eredità del comunismo
novecentesco tuttora feconde. Anche per questo non ha senso ipotizzare improbabili “ritorni a
Marx” rimuovendo l’intera vicenda del movimento comunista dal 1917 in avanti, ossia del
movimento reale che ha abolito lo stato di cose allora esistente.
3. Come comunisti riteniamo molto più sensato considerare la storia del comunismo del
novecento – nella sua ricchezza, pluralità ed estrema articolazione interna – un capitolo
fondamentale di quel “processo di apprendimento” (Losurdo) di portata storica che le classi e i
popoli oppressi sperimentano, tra mille difficoltà e contraddizioni, nel corso della lotta secolare
per l’emancipazione; così come riteniamo indispensabile collocare questa vicenda nella storia
complessiva del XX secolo, nella quale, oltre alla rivoluzione, al movimento operaio, ai movimenti
di liberazione, al movimento delle donne hanno giocato il proprio ruolo anche le classi dominanti,
l’imperialismo, i fascismi, le forze conservatrici e quelle reazionarie. Insomma, poiché, come
marxisti, siamo convinti che la storia sia in primo luogo storia di lotta di classi, riteniamo sbagliato
abbandonare questo criterio nell’analizzare la vicenda del comunismo del novecento, quasi che
essa si fosse svolta in laboratorio e non nel fuoco di un conflitto tra forze sociali, politiche, militari
e anche statuali, che ha riguardato l’intero pianeta. È in questo senso che la categoria di
“sconfitta”, che presuppone l’esistenza dell’avversario, ci pare più convincente di quella,
liquidatoria, di “fallimento”.
4. Naturalmente rispetto alle sfide storiche che il movimento comunista aveva dinanzi a sé – il
problema dello Stato e la costruzione di un’autentica democrazia socialista, l’organizzazione di
un’economia che superasse l’anarchia del mercato e fosse finalizzata al soddisfacimento dei
bisogni umani e al tempo stesso efficiente, il problema della divisione del lavoro, e molti altri – non
tutte le risposte sono state all’altezza delle aspettative, e non sono mancati limiti, errori e
“fenomeni di degenerazione” (Togliatti) anche gravi. Consideriamo però anche questi elementi
parte della nostra storia, quelli anzi sui quali esercitare maggiormente la nostra riflessione critica,
con la consapevolezza che i problemi irrisolti di ieri costituiscono altrettante sfide per i comunisti
di oggi e di domani. Ma soprattutto con la certezza che la storia non è finita e quella del
comunismo del XXI secolo è ancora tutta da scrivere.
L’ESPERIENZA STORICA DEL PCI E I SUOI LASCITI
5. Nella storia del movimento comunista un posto particolare occupa il comunismo italiano. Il
nostro paese ha visto infatti lo sviluppo del principale partito comunista dell’Occidente, frutto di
un intreccio fecondo tra un particolare contesto e un’elaborazione di grande rilievo. Ne sono
derivate una teoria e una prassi specifiche, quelle della “via italiana al socialismo”. Alla base di tale
esperienza vi sono in particolare i contributi di Gramsci e di Togliatti. Da Gramsci, e dalla sua
strategia dell’egemonia, a sua volta legata al pensiero di Lenin, i comunisti italiani hanno ricavato
la convinzione che un progetto di transizione al socialismo in un paese avanzato prevede un lungo
percorso, un “processo di apprendimento” nel quale la classe lavoratrice si radica nella società, ne
occupa casematte e trincee, diviene di fatto classe dirigente, per compiere quindi il passaggio che
riguarda il livello dello Stato. A tal fine, nella dialettica tra forza e consenso tipica della lotta
politica, al centro è posto il tema del consenso e degli strumenti per la sua conquista. Di qui l’idea
del Partito come “intellettuale collettivo”. La politica di massa, l’ispirazione di massa della politica
comunista, è la linea di Gramsci già durante l’esperienza dei consigli di fabbrica; è la strada
indicata dalle Tesi di Lione, che indagano sulle “forze motrici” della rivoluzione italiana; ma è anche
la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, con la ricostruzione delle organizzazioni di classe e
col lavoro all’interno degli organismi di massa del regime. È questa la politica che consente al Pcd’I
di rimanere una forza viva e presente nel Paese, e di porsi poi alla testa della lotta di Liberazione,
nella quale i comunisti svolgono un ruolo di avanguardia e unitario.
6. Nel dopoguerra il Pci dispiega pienamente questa impostazione. La strategia di Togliatti si fonda
su tre cardini: partito nuovo, ossia partito comunista di massa; democrazia progressiva, ossia un
modello di democrazia che si afferma nel vivo della società, affiancando a un’autentica democrazia
rappresentativa (basata su partiti di massa, sistema proporzionale, centralità del Parlamento) il
moltiplicarsi di strumenti di partecipazione e potere dei lavoratori organizzati; riforme di struttura,
vale a dire spostamento dei rapporti di forza tra le classi attraverso riforme che modifichino i
rapporti di proprietà e gli assetti di potere. Si delinea così un progetto di società socialista che
garantisce pluralismo e libertà personali, individuando una sua leva nel modello “democraticosociale”
descritto dalla Costituzione. Il Pci si sviluppa dunque come partito di massa, radicato nella
classe operaia ma in grado di estendere la sua influenza anche in altri ceti e aggregare notevoli
energie intellettuali. Con le cellule nei luoghi di lavoro, le sezioni, le Case del popolo ecc., il Pci
costruisce un legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di
educazione politica ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti. Si forma una comunità di
migliaia di militanti, complessa ed eterogenea, ma molto compatta grazie al centralismo
democratico e a un radicato costume unitario. Dopo la morte di Togliatti, con Longo segretario, il
Pci conserva tale impostazione, marcando una presenza organica nelle lotte operaie e contro la
guerra del Vietnam, dialogando con lo stesso movimento studentesco.
7. L’ispirazione di massa rimane viva anche negli anni ’70, allorché la “questione comunista”
diventa centrale nella politica italiana come in nessun altro paese occidentale. Con la linea del
“compromesso storico” il Pci di Berlinguer tenta di promuovere una “seconda tappa della
rivoluzione democratica” dopo quella del 1943-47 e di portare la strategia egemonica al livello del
governo del Paese. Tuttavia, soprattutto durante la “solidarietà nazionale”, la dialettica tra
mobilitazione dal basso e azione politica di vertice vede una prevalenza eccessiva del secondo
termine, mentre in settori del gruppo dirigente si afferma la logica delle “compatibilità”; si allenta
così il legame tra il Partito e parte della sua base sociale. Accanto al crescere del politicismo si
verifica inoltre un mutamento nel corpo del Partito e dei suoi gruppi dirigenti. L’apertura alla
“generazione del ’68” e i successi elettorali del 1975-76 portano nel Pci migliaia di nuovi militanti;
tuttavia nei Comitati federali la presenza dei ceti medi tende a farsi preponderante, e anche tra i
funzionari il ricambio generazionale è molto ampio. Intanto la strategia del compromesso storico,
ostacolata da più parti (dagli apparati atlantici alla destra Dc, dal Psi all’ultrasinistra) e minata dal
delitto Moro, va incontro a uno scacco. Quella italiana rimane una “democrazia bloccata”.
8. Alla fine degli anni ’70 il Pci – la cui identità è ora in parte appannata – si ritrova dunque in una
situazione di difficoltà, che aumenta nel decennio successivo con l’avanzare della ristrutturazione
capitalistica e dell’offensiva neoliberista. In quel contesto, venuto meno lo sbocco politico di una
lunga accumulazione di forze, in una parte significativa del Partito l’internità alla società italiana si
trasforma in una tendenza all’adattamento. In tali settori l’identità comunista è sempre più
avvertita come un peso, mentre sul piano culturale avanza l’eclettismo. È in questo quadro che –
scomparso Berlinguer, che pur tra oscillazioni e cadute aveva contrastato tali tendenze, tentando
di aprire una nuova fase – matura la liquidazione del Partito. La svolta di Occhetto alla Bolognina,
all’indomani dell’apertura del muro di Berlino, suona come una sconfessione dell’autonomia e
originalità del Pci tanto spesso rivendicate. È un suicidio politico gravido di conseguenze per
l’intera democrazia italiana. In due anni, passando per due congressi e un lacerante dibattito di
massa, un’intera cultura politica e un immenso patrimonio di esperienze vengono dissipati. Quella
stessa cultura politica – dall’idea di egemonia al nesso democrazia-socialismo (che non esclude,
ovviamente, momenti di scontro e di rottura), dalla “vocazione di massa” al Partito come
“intellettuale collettivo”, a un centralismo democratico in cui la ricchezza del dibattito si affianca a
un forte costume unitario – ha invece ancora molto da dire, e alcuni suoi elementi si ritrovano
anche in esperienze di trasformazione in corso in altre zone del Pianeta. Riallacciarsi ad essa
significa dunque coglierne l’ispirazione di fondo e rielaborarla criticamente, applicandone alla
realtà di oggi, profondamente mutata, gli insegnamenti ancora fecondi.
I LIMITI DEL PROCESSO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
9. Gli eventi dell’89 determinarono anche nel nostro Paese, davanti alla marea montante della
propaganda dei cosiddetti ‘poteri forti’ capitalistici, la necessità di una rilegittimazione degli ideali
e della presenza organizzata dei comunisti. La risposta immediata al successivo scioglimento del
Pci si concretizzò nell’impresa di avviare una “rifondazione comunista”, promossa sulla base della
convergenza di forze diverse per cultura politica ma tutte comprese nell’alveo di un riferimento
all’impianto teorico marxista. Non era certo un’impresa facile.
Ma, come si è detto, già i decenni successivi al grande sommovimento del 1968 avevano visto la
sinistra italiana e, in essa, i comunisti impegnati in un durissimo scontro politico e di classe. Dalla
fine degli anni 60 si sviluppava l’impatto della cosiddetta strategia della tensione, da Piazza
Fontana in poi, con lo stragismo e il conseguente ricatto sul movimento operaio e sui suoi
potenziali alleati democratici. Verso la metà degli anni ’70 si produceva un ulteriore salto di
qualità, non solo all’insegna delle bombe e della provocazione da parte degli organismi deviati
dello Stato ma – sullo sfondo dell’esperienza cilena minacciosamente evocata dall’allora segretario
di Stato Usa Henry Kissinger – anche con la cooptazione di settori della stessa sinistra e del
movimento sindacale (ascesa di Craxi e frattura dentro la Cgil portata avanti dalla componente
socialista). Ciò avvenne in concomitanza con un’offensiva reazionaria che interessò in generale il
continente europeo: la liquidazione della leadership di Willy Brandt in Germania Ovest, l’uccisione
di Aldo Moro (prima che il leader democristiano potesse annunciare in Parlamento un accordo
politico-programmatico con il Pci), l’assassinio del premier svedese Olof Palme, il golpe spagnolo
utilizzato per affermare il ruolo centrale della monarchia costituzionale dei Borboni in sostanziale
continuità con il regime di Franco. Del resto già la soluzione della crisi portoghese, con la vittoria
del capo dei moderati filo-atlantici Soares e la conseguente emarginazione del Partito comunista
portoghese di Alvaro Cunal, aveva dimostrato la capacità di recupero dell’Occidente sui tentativi
più radicali di un’effettiva alternativa di sistema. Tutti questi avvenimenti contribuirono ad
allontanare concretamente la prospettiva di un’alternativa di governo in Italia. Il segretario del Pci
Enrico Berlinguer si convinse del tramonto di un tale obiettivo e della necessità di tentare quanto
meno di salvare il partito: si giunse così alla “Seconda svolta di Salerno”, con la quale Berlinguer
annunciò la fine della “solidarietà nazionale”, un’esperienza che aveva già profondamente
logorato la tenuta elettorale e organizzativa del partito stesso. Le difficoltà incontrate da
Berlinguer nell’affermazione di tale svolta sono la dimostrazione di quanto quella che oggi, a
giusto titolo, chiamiamo “mutazione genetica”, si fosse fortemente incuneata anche in ampi
settori del Partito comunista italiano, dopo aver conquistato – con esiti già da tempo ben più
degenerativi – il Partito socialista italiano. Se dunque a partire dagli anni Settanta si è consumato
il logoramento della presenza comunista in Italia, negli anni Ottanta si è prodotto lo sfondamento
definitivo, con il cambio di fase del capitalismo.
10. Da questo insieme di condizioni prende dunque le mosse all’indomani dello scioglimento
formale del Pci il processo “rifondativo”. Oggi, sulla base di uno sguardo retrospettivo che copre la
distanza di oltre due decenni, possiamo avanzare la tesi che a tale processo è mancata la capacità
di operare una sintesi politica alta e organica, tale da offrire basi teoriche sufficientemente
qualificate e produrre un nuovo personale politico adeguato all’obiettivo: condizioni – queste –
indispensabili per emanciparsi dai limiti che avevano drammaticamente determinato la sconfitta
dell’esperienza del socialismo realizzato novecentesco. Pur non dimenticando il contesto
difficilissimo e di arretramento complessivo del quadro politico generale, sia nazionale che
internazionale, in cui questa esperienza si è dispiegata e rendendo il dovuto merito alla tenacia e
alla passione di tanti militanti che l’hanno fatta vivere, davanti al suo esaurirsi non ci si può
tuttavia sottrarre ad un’analisi severa dei suoi limiti oggettivi e soggettivi. Che oggi è ancora tutta
da farsi. Qui di seguito possiamo solo proporre qualche schematica considerazione. Si deve subito
constatare che si è fallito nella costruzione di una comune e forte cultura politica dei gruppi
dirigenti, che fosse in grado di far superare senza danni le difficili prove della congiuntura politica:
una congiuntura sempre più caratterizzata da una grave involuzione istituzionale e morale, dalla
crisi dei partiti tradizionali (sempre meno fucine di idealità e sempre più funzione del comitato
elettorale di turno), da una personalizzazione della politica alimentata ad arte dalla riduzione della
sua scena a spettacolo mediatico, con relativa espropriazione delle scelte fondamentali, sottratte
a sedi decisionali democratiche, indebolite nei compiti e nella qualità dei loro membri, a vantaggio
di ristrette cerchie tecnocratiche.
11. Entro una temperie ideologica sostanzialmente votata all’eclettismo, si è fatto strada un
approccio subalterno all’ideologia post-moderna che, seppur respinta a parole, è stata in realtà
sussunta nella rimozione della questione del potere (nonché dello Stato e del suo superamento),
nell’offuscarsi della centralità del conflitto tra capitale e lavoro, nella tendenza ad assecondare
l’attacco ai partiti come forma di partecipazione popolare. In questo modo, il processo della
rifondazione comunista è stato sospinto nello spazio asfittico della quotidianità senza il filo della
storia, ovvero con l’unica necessità di gestire e contrastare il tempo breve: disarmato di un
impianto strategico e di un progetto generale (per quanto in divenire) alternativo, per il quale e
attraverso il quale battersi. Qui si è generata la disgiunzione tra strategia e tattica e la progressiva
separazione tra momento sociale e momento istituzionale. Ogni iniziativa specifica si è risolta in se
stessa producendo un consenso temporaneo che raramente si è trasformato in appartenenza e
militanza: una politica dunque legata alla contingenza e all’occasione, che ha generato la ricerca di
personaggi da spendere sulla scena politico-mediatica, senza il respiro lungo del pensiero.
12.In una crescente frammentazione e con il moltiplicarsi delle divisioni è stato così dissipato un
patrimonio militante, con un incredibile turn-over che ha complessivamente interessato qualcosa
come un mezzo milione di iscritti e dilapidato un’influenza elettorale che aveva raggiunto nella
seconda metà degli anni Novanta i 3 milioni e 200 mila voti e che era proiettata verso il 10%. A
riprova di quanto sia facile dissipare in pochi anni un grande patrimonio elettorale, quando esso
non riposi su solide fondamenta. A ciò si è sommata, come concausa dell’insuccesso, la delusione
progressivamente indotta dalla partecipazione al governo del Paese, che non ha conseguito alcun
risultato sostanziale a favore dei nostri soggetti sociali di riferimento. Una delusione accentuata da
forme di carrierismo politico, da lotte interne e dalla formazione di ceti politici separati dalla più
genuina militanza di base, che hanno seminato sfiducia e distorto la gestione interna delle stesse
organizzazioni comuniste, la sua trasparenza, il suo costume, la sua moralità.
Oggi cominciamo ad avere cognizione delle cause principali (nonché degli errori dei gruppi
dirigenti) che sono state alla base di questo insuccesso.
TESI 3
LA CRISI CAPITALISTICA E’ STRUTTURALE, LA SOLUZIONE E’ IL
SOCIALISMO
LA CRISI STRUTTURALE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO
1.I comunisti considerano “strutturale” la crisi che dal 2007 in poi ha afflitto l’Occidente
capitalistico. Beninteso, essa vale per i più e non per i pochissimi che detengono il potere
economico: non a caso autorevoli rapporti segnalano che nel mondo “la disuguaglianza nella
ricchezza ha continuato ad aumentare dal 2008, con l’1% in cima alla piramide della ricchezza che
ora possiede il 50,4% di tutta la ricchezza delle famiglie” (Credit Suisse Global WealthDatabook
2015). In generale, come già riteneva Marx, nel modo di produzione capitalistico le crisi non sono
un infortunio ma lo strumento con cui l’economia periodicamente prova a risolvere i propri
problemi. Esse sono inevitabili in quanto hanno la loro origine nella contraddizione tra il carattere
sociale del lavoro e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro: ossia nel fatto
che la produzione non è regolata secondo un piano consapevole né finalizzata al soddisfacimento
dei bisogni umani, ma soggetta all’“anarchia della produzione” (cioè alla competizione tra i singoli
capitalisti) e finalizzata al profitto. Periodicamente si crea sovrapproduzione di capitale e di merci.
La sovrapproduzione (o sovraccumulazione) di capitale è un accumulo di capitale che non riesce a
valorizzarsi in misura soddisfacente. La sovrapproduzione di merci è un accumulo di merci che non
riescono ad essere vendute a un prezzo sufficiente a remunerare il capitale investito per produrle.
La sovrapproduzione di merci è aggravata dal fatto che i lavoratori hanno una capacità di spesa
limitata: i loro salari non possono salire oltre un certo livello perché altrimenti verrebbero meno i
profitti dei capitalisti; e questo limita strutturalmente la capacità di crescita dei consumi. La crisi è
il mezzo brutale attraverso cui si ripristinano le condizioni di accumulazione del capitale. Profitto e
accumulazione vengono ripristinati per mezzo della distruzione di capitale e di forze
produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei salari, fallimenti e quindi
concentrazioni di imprese, deprezzamento di beni capitali, macchinari e materie prime e quindi
miglioramento dei margini di profitto per chi li mette in opera.
2. Una crisi così grave e lunga come quella deflagrata nel 2007 e in cui a tutt’oggi siamo immersi, è
non a caso scaturita da un già presente accumulo di capitale in eccesso e di merci invendute
(sovrapproduzione). Nel 1980 (secondo un rapporto McKinsey), il valore complessivo dei beni
finanziari a livello mondiale era grosso modo equivalente al Pil mondiale; mentre a fine 2007 la
proporzione di questi beni rispetto al Pil aveva raggiunto il 356%. La massa di capitale monetario in
eccesso era quindi inequivocabilmente presente, quale sintomo del malessere e prossima causa
del tracollo finanziario. Analogamente, quest’ultimo si è prodotto in presenza e a seguito di una
conclamata sovrapproduzione di merci. A testimonianza di ciò i dati Ocse hanno messo in
evidenza, per gli anni precedenti il 2007, il generale rallentamento della produttività del lavoro in
Usa, Europa e Giappone, determinato appunto dal fatto che le merci rimaste invendute
costringevano a diminuire la produzione e a non utilizzare appieno la capacità produttiva e quindi
la manodopera. Nonostante i tentativi mediatici di diffondere fiducia, la dura realtà è che
l’economia dei Paesi a capitalismo maturo sarà caratterizzata per molto tempo da bassa crescita,
alta disoccupazione e sottoccupazione. La distruzione di capitale necessaria per far ripartire
davvero l’accumulazione appare di proporzioni colossali. Il capitalismo di questi anni è insomma
ben diverso dal capitalismo trionfante del 1989: di fronte a noi non c’è più il sistema economico
vincitore del confronto con l’Urss, ma un sistema in crisi profonda, incapace di dare risposte
progressive ai bisogni dell’umanità.
UNA CRISI DI LUNGO PERIODO
3. La finanza è stata la droga che ha temporaneamente permesso di non avvertire i sintomi della
crisi, posticipandone gli effetti. Negli ultimi due decenni dello scorso secolo – per rispondere ad
una persistente e globale crisi di accumulazione – l’Occidente capitalistico ha infilato la via della
speculazione finanziaria alla ricerca di un surplus che l’economia reale non garantiva più. Proprio
la disponibilità di denaro facile ha avviato negli Usa la corsa all’indebitamento di imprese e
famiglie, protrattasi finché il castello di carta (la cosiddetta “economia da casinò”) non è crollato
sotto il peso delle sue contraddizioni. Ovviamente le famiglie si indebitano perché non hanno un
reddito sufficiente a sopravvivere: è qui, nell’impennarsi della disuguaglianza caratterizzante la
società e l’economia reale, che va individuata la contraddizione essenziale. Ed è qui che una
società capitalistica non riesce a intervenire per disinnescare il dispositivo che in profondità genera
la crisi. Questo intendeva Marx quando scriveva: “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur
sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse, in contrasto con la tendenza della
produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo
limite la capacità di consumo della società”.
4. Nel 2007 il tappo è saltato, e la crisi è esplosa in tutta la sua violenza. E’ la fine di una storia
iniziata molti anni prima: quando, all’inizio degli anni Settanta, terminò il grande sviluppo
economico del dopoguerra. Negli anni Settanta crescita economica, profitti industriali e
investimenti produttivi nei Paesi più industrializzati cominciarono a declinare, e continuarono a
farlo nei decenni successivi. Questo perché il saggio di profitto in questi Paesi ha accusato una
drastica diminuzione, a conferma di quella che Marx chiamava la legge della “caduta tendenziale
del saggio di profitto”. Se esaminiamo i dati economici degli ultimi decenni, questa tendenza è
chiaramente riscontrabile: il saggio di profitto è infatti calato in misura significativa in tutti i paesi
più industrializzati. E nel periodo che va dal 1973 al 2003, il saggio di crescita del Pil pro capite ha
superato di poco la metà del saggio di crescita registrato negli anni 1950-1973.
5. In estrema sintesi, nel lungo periodo la crisi nasce a seguito della caduta del saggio di profitto e
della finanziarizzazione generale dell’economia; nel 2007 essa scoppia a causa del collasso del
modello di consumo degli Stati Uniti basato sull’indebitamento privato, che ha consentito di
mantenere temporaneamente consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni. La
crisi attuale non è altra cosa rispetto a quella iniziata nel 2007-2008. La crisi è la stessa:
semplicemente, non ne siamo mai usciti. Sarebbe stato impossibile pervenire a una tale perspicua
spiegazione senza l’apparato concettuale marxiano, di cui i comunisti sono depositari e sulla cui
base, a giusto titolo, fondano la prospettiva di un superamento del fallimentare e ingiusto sistema
economico vigente. La prospettiva del socialismo.
TESI 4
LE RISPOSTE ALLA CRISI
QUELLA DELL’ESTABLISHMENT CAPITALISTICO…
1. Per far fronte al tracollo strutturale del 2007, gli establishment di Usa, Ue e Giappone hanno per
un verso realizzato una colossale socializzazione delle perdite convertendo in debito pubblico i
debiti privati e, per altro verso, hanno fatto ricorso a massicce immissioni di liquidità nel sistema
attraverso politiche monetarie espansive (bassi tassi di interesse e il cosiddetto Quantitative
Easing ,letteralmente “alleggerimento o facilitazione quantitativa”, attraverso cui le banche
centrali operano massicci acquisti di azioni o titoli di stato con denaro creato “ex-novo”). Sul primo
fronte, quello della socializzazione delle perdite, si è andati a soccorrere lautamente il sistema
bancario a suon di centinaia di miliardi. Le banche e molte imprese private sono state salvate con
enormi iniezioni di denaro pubblico, tra ricapitalizzazioni, acquisto di titoli non negoziabili e
garanzie prestate: Bank of England nel giugno 2009 ha stimato l’entità di questi interventi in
qualcosa come 14.000 miliardi di dollari. In questo modo i debiti privati sono stati trasferiti sui
bilanci pubblici: operazione di cui media e gruppi dirigenti borghesi preferiscono parlare il meno
possibile. Così la seconda fase della crisi ha investito, come era prevedibile, il debito pubblico. Per
mettere in sicurezza il debito pubblico, divenuto ad opera di una martellante campagna ideologica
il principale ed unico responsabile della crisi, sono state proposte e somministrate medicine
tutt’altro che nuove. Come sanno bene i cittadini dei Paesi europei, si è passati a smantellare il
welfare, scaricando i costi della crisi sul salario indiretto (le provvidenze dello stato sociale) e su
quello differito (le pensioni). Contemporaneamente, per dare fiato alle imprese e sostenere i livelli
di profittabilità, si è dato luogo ad un colossale processo di precarizzazione del mercato del lavoro.
Si è detto: occorre farlo per tentare di diminuire la disoccupazione, quella determinata
dall’insufficienza della domanda e quella susseguente alla “sostituzione di macchine a lavoro” (la
cosiddetta disoccupazione “tecnologica”). Di fatto, inducendo le imprese ad assumere lavoratori
“usa e getta” si è ottenuto l’effetto di un calo della produttività del lavoro: si possono infatti
costringere i precari a lavorare di più, ma non a lavorare meglio. E’ quel che è avvenuto in Italia – e
in generale nei Paesi deboli dell’Ue – sulla scia delle politiche imposte da Bruxelles e Berlino, senza
che con ciò si sia registrata alcuna apprezzabile inversione di tendenza rispetto al dramma della
disoccupazione (che in ogni caso, come i marxisti sanno bene, serve a tenere alta la concorrenza
tra i lavoratori e a tenere bassi i salari).
2. Sul secondo fronte, quello dell’immissione massiccia di liquidità, le politiche monetarie
espansive non hanno ottenuto l’esito auspicato, cioè una ripresa del credito e nuovo ossigeno per
l’economia reale. Per un motivo assai semplice: a differenza ad esempio della Cina, nell’Occidente
capitalistico il sistema finanziario e bancario è nelle mani di privati e, dunque, certamente
interessato al miglioramento della propria patrimonializzazione ma insofferente (o indifferente)
nei confronti di strategie di lungo respiro e di richieste orientate al bene pubblico. Più indietro nel
tempo, non mancano ulteriori clamorose conferme di un tale esito fallimentare: l’opzione
espansiva adottata da Banche centrali e governi non ha risparmiato al Giappone, dal 1989 in poi,
una cronica depressione e prima ancora agli Stati Uniti, precisamente all’indomani del 1929, una
fortissima depressione – nonostante il New Deal – risoltasi solo attraverso la “distruzione
creatrice” della Seconda Guerra Mondiale. Va aggiunto che, sul piano globale, le politiche
monetarie espansive attuate da Usa, Ue e Giappone hanno fortemente penalizzato il resto del
mondo, in particolare i Paesi emergenti: il deprezzamento di una valuta di riferimento
internazionale quale è il dollaro pesa negativamente su quanti sono costretti a utilizzare dollari per
gli scambi commerciali e su chi vede diminuire il tasso d’interesse dei titoli di Stato statunitensi
posseduti nel proprio portafoglio. Non è un caso, dunque, che proprio la Cina abbia attivato
accordi commerciali bilaterali sulla base dell’uso dello yuan e, più in generale, abbia posto il tema
di un superamento dell’attuale ordine monetario basato sulla valuta statunitense.
…E QUELLA DEI COMUNISTI
3. Far passare l’idea che il capitalismo sia antistatalista è stata una colossale opera di
mistificazione. Ciò che i neoliberisti chiedevano di superare era un tipo particolare di Stato, quello
emerso dal conflitto di classe i cui esiti hanno prodotto un patto sociale avanzato con i lavoratori
(lo Stato sociale). I capitalisti chiedevano di rompere quel patto, per aprire al profitto privato le
imprese di Stato, soprattutto quelle che operavano in regime di monopolio. Marx legava la
possibilità del comunismo non soltanto all’esistenza della proprietà sociale ma anche ad un
elevatissimo livello di sviluppo delle forze produttive e di automazione del lavoro, con il venir
meno del valore di scambio e quindi dei rapporti di mercato. Ciò presupponeva una fase di
transizione, tra capitalismo e comunismo, che sarebbe stata gestita con il controllo dello Stato da
parte del proletariato, e durante la quale elementi di mercato e di socializzazione avrebbero
convissuto. È ciò che avvenne nella Russia di Lenin con la NEP. Ed è il medesimo problema che in
seguito si sono posti i comunisti cinesi e vietnamiti, verso la fine degli anni ’70 e che oggi riguarda
anche i cubani. Le società d’ispirazione socialista sopravvissute al crollo del sistema sovietico,
cercano di trovare le forme adeguate per introdurre elementi di forte dinamizzazione nello
sviluppo delle forze produttive.
4. La crisi del socialismo sovietico e la rivitalizzazione di esperienze di transizione come quella
cinese evidenziano l’importanza della grande questione del rapporto tra piano e mercato, tra
economia pubblica e privata, con una presenza del settore pubblico che sia però tale (per
estensione, qualità ed efficienza) da orientare le scelte strategiche dello sviluppo, senza di che
verrebbero meno i presupposti strutturali minimi di una transizione orientata al socialismo. Si
tratta cioè di riconoscere, in questo quadro, il ruolo di strumenti e meccanismi di mercato, sul
piano interno e su quello internazionale, per una lunga fase di transizione, sia pure nel contesto di
un complessivo orientamento socialista dell’economia, prima del passaggio a forme più avanzate
di socializzazione. Il problema che si ripropone con forza all’attenzione dei comunisti è che la crisi
del socialismo reale sorge prima di tutto dalla difficoltà a reggere la competizione economica e
tecnologica con i paesi capitalistici più sviluppati. E se il socialismo non vi riesce, soccombe.
Nell’Europa capitalista all’alba del terzo millennio, il problema non è solo di avere più presenza
dello Stato (dopo l’orgia delle privatizzazioni dell’ultimo ventennio), ma anche e soprattutto di
contrastare la forma subordinata al capitale che esso ha raggiunto oggi. Si tratta di conquistare un
nuovo patto avanzato per i lavoratori dei Paesi dell’UE, trasformando profondamente il ruolo dello
Stato: facendo si che le istanze della classe lavoratrice possano avanzare. A nostro avviso occorre
quindi partire con lo stabilire alcuni principi: i beni comuni non possono essere soggetti a profitto
privato; così come i servizi sociali fondamentali che devono essere pubblici e di tipo universalistico.
Uno Stato che programmi lo sviluppo dell’economia è oggi una necessità per evitare il fallimento
totale che travolge tutte le classi.
TESI 5
NO ALLA GUERRA, NO ALLA NATO
UNA PROPENSIONE ALLA GUERRA TARGATA NATO
1. Con il crollo del muro di Berlino, la dissoluzione del cosiddetto “campo socialista” e la fine della
divisione in blocchi contrapposti, gli alfieri del capitalismo trionfante preconizzarono l’avvento di
un’era di pace e di progresso. La storia recente ha drammaticamente smentito tali apologetiche
previsioni. Peraltro il clima di questi ultimi decenni, segnato da eventi tutt’altro che pacifici, era già
inscritto nell’orientamento enunciato al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia e della
disgregazione dell’Urss dagli strateghi del più potente stato capitalistico del pianeta: «Gli Stati uniti
rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica,
economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana.
Fondamentale è preservare la Nato quale canale dell’influenza e partecipazione statunitensi negli
affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la
struttura di comando dell’Alleanza». Sulla base dell’affermazione di tale egemonia politica e
militare, implicitamente posta a garanzia della preservazione dell’”american way of life” (degli
esclusivi privilegi dei livelli di vita statunitense), si è esplicato l’attivismo bellico dell’unica
organizzazione militare rimasta, la Nato, posta a guardia della “difesa collettiva globale”, con nuovi
compiti “di polizia internazionale” non più meramente “difensivi” ma esplicitamente offensivi e
direzionati su tutti i terreni ritenuti vitali, dal punto di vista geostrategico come da quello
economico e di controllo dei flussi di approvvigionamento energetico. Un’organizzazione tenuta
rigidamente sotto comando Usa: non è un mistero infatti che il Comandante supremo alleato in
Europa sia nominato dal Presidente degli Stati uniti e che siano in mano agli Usa tutti gli altri
comandi chiave della Nato, la cosiddetta “catena di comando”.
2. Si sono così susseguiti, con il triste rosario di centinaia di migliaia di morti civili, l’attacco a
Panama (1989), l’attacco all’Iraq (1991), l’intervento volto alla disgregazione della Jugoslavia
(1999), l’invasione dell’Afghanistan (2001), il secondo attacco all’Iraq (2003), la cosiddetta
“missione umanitaria” in Libia (2011), uno Stato che, pur governato da un autocrate, in Africa era
al primo posto dell’Indice Onu dello sviluppo umano e che l’intervento occidentale ha trasformato
in uno “Stato fallito”, oggi esposto ad una guerriglia tra bande rivali. E’ ancora in corso il tentativo
di destabilizzazione militare della Siria (dal 2013), mentre ci si appresta a lanciare una seconda
operazione militare in Libia al fine di occupare in questo Paese le zone costiere economicamente e
strategicamente più importanti, con la motivazione ufficiale di liberarle dai terroristi dell’Isis. Sotto
la bandiera dell’ “esportazione della democrazia” e della “civiltà occidentale”, sono stati demoliti
Stati sovrani, ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale, e disgregate intere società. Si è in tal
modo alimentando il brodo di coltura del risentimento anti-occidentale e del terrorismo, pur di
perseguire quella che a giusto titolo è stata chiamata una “strategia del caos” funzionale agli
interessi di chi continua a proporsi quale padrone del mondo.
IL RIEMERGERE DELLA GUERRA FREDDA
3. Questa propensione alla guerra, che evidenzia le precise responsabilità di Stati Uniti e Nato, oggi
si manifesta principalmente su due fronti, sempre più incandescenti e pericolosi. Per un verso, la
Nato ha riaperto un “fronte orientale”, incrementando i segnali di una nuova pericolosissima
guerra fredda, perseguita dai settori più oltranzisti del Pentagono anche per spezzare i rapporti tra
Russia e Unione Europea dannosi per gli interessi statunitensi. Mentre gli Usa quadruplicano i
finanziamenti per accrescere le loro forze militari in Europa, si rafforza la presenza militare
«avanzata» nell’Europa orientale. Negli ultimi venti anni, la Nato non ha cessato di allargarsi ad
Est: nel 1999 ha inglobato Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (Paesi dell’ex Patto di Varsavia);
nel 2004, ha inglobato altri sette Paesi, Estonia, Lettonia e Lituania (già parte dell’ex Urss),
Bulgaria, Romania, Slovacchia (anch’essi dell’ex Patto di Varsavia) e Slovenia (già parte della
Jugoslavia); nel 2009 ha assorbito l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia
(già parte della Jugoslavia). Oggi sta proseguendo la sua espansione e prepara l’ingresso di nuovi
membri, spostando basi e forze, anche nucleari, a ridosso della Russia. Non può sorprendere che
una simile strategia aggressiva, abbia provocato un forte aumento della spesa militare globale,
trainata da quella statunitense e risalita in termini reali ai livelli della guerra fredda del secolo
scorso: 5 miliardi di dollari al giorno. Anche la spesa militare italiana, al dodicesimo posto nel
mondo, raggiunge la ragguardevole cifra di 85 milioni di dollari al giorno. Si tratta di un enorme
spreco di risorse sottratte ai bisogni vitali dell’umanità. In questo quadro, nel cuore dell’Europa –
in Ucraina – è stato fomentato il putsch di piazza Maidan, con cui è stato deposto un presidente
regolarmente eletto ed insediato un esecutivo di cui fanno parte personaggi dichiaratamente
nazisti: va da sé che un simile governo abbia messo fuori legge il partito comunista e, per
converso, tollerato le criminali scorribande di formazioni neo-naziste, protagoniste di efferati
massacri di civili come quello di Odessa.
IL TERRORISMO, FIGLIO DEGENERE DELL’IMPERIALISMO
4. Ma l’attivismo di Usa e Nato è cresciuto anche sul “fronte meridionale”, strettamente connesso
a quello orientale. In tale contesto, uno degli epicentri sensibili del confronto globale è oggi la
Siria. Come già per la Jugoslavia, l’Iraq e la Libia, anche per la Siria le potenze imperialiste e le
“monarchie del petrolio” loro alleate da tempo operano in vista di una caduta del regime del
presidente Assad e per la divisione del Paese sulla base di confini etnici o religiosi. E’ l’ennesima
applicazione della dottrina del “divide et impera”. In tal senso si è provato ad agire sul piano
militare, sin qui senza successo (anche grazie agli imprevisti risultati dell’intervento militare russo
in Siria) e attraverso la via diplomatica. A tale progetto neocoloniale si contrappone l’Iran, oltre
alla stessa Russia. Per riuscire nell’impresa, le potenze interessate (globali e territoriali) si sono
avvalse del decisivo supporto dell’integralismo jihadista, cioè di quelle stesse “truppe ausiliarie”
che avevano già portato l’orrore in Iraq, Afghanistan e Libia (oggi anche nelle capitali della vecchia
Europa) e che ora hanno trovato un loro assetto organizzato nel cosiddetto Stato Islamico (Isis o
Daish). Senza la nozione di imperialismo non si capirebbe nulla della natura dell’odierna
recrudescenza terroristica. Il terrore seminato dall’integralismo waabita, cioè da una parte
estremista del mondo sunnita, è infatti figlio diretto dell’oltranzismo bellico statunitense,
dispiegatosi in questi due decenni dalla prima guerra del golfo in poi: dalle macerie, oltre alla
sofferenza, nasce anche il terrore. Esso sorge dall’odio di chi ha visto piovere sul proprio Paese le
“civili” bombe occidentali così come dal risentimento di chi è vissuto nell’abbandono delle
periferie urbane di Paesi che non sono vissuti come propri, da cui non ci si sente accolti.
5. Ma c’è un’implicazione ancora più diretta che oggi lega il terrorismo alle politiche aggressive
della Nato: quelli che oggi piangono le vittime degli attentati e organizzano coalizioni contro lo
Stato Islamico sono infatti gli stessi che dichiarano ufficialmente di essere stati i creatori del
mostro: segretari di stato, generali, senatori degli Stati Uniti. Come meravigliarsi dell’eclatante
inefficacia della coalizione Nato anti-Isis, forte della partecipazione di 60 Paesi, se a farne parte vi
sono acclarati finanziatori del terrorismo (come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia), tutti fedeli
alleati degli Usa? In realtà, non esiste una soluzione prettamente militare alla questione
dell’estremismo islamico, del quale l’Isis è la rappresentazione più mostruosa. Per combattere
davvero il terrorismo, mettendo a tacere la propaganda forcaiola e razzista delle destre,
basterebbe: a) vietare l’esportazione di armi ai Paesi che lo supportano; b) sanzionare i Paesi che
direttamente forniscono armi, equipaggiamento, risorse all’Isis (Arabia Saudita e Qatar) o che
fanno transitare attraverso il loro confine carovane di Tir con viveri e altro verso lo Stato Islamico
(Turchia); c) sanzionare i Paesi le cui banche fanno passare i flussi di finanziamento all’Isis e quelli
che dall’Isis acquistano petrolio, ma anche beni archeologici. Se ciò non viene fatto è anche perché
da decenni vige un patto di ferro tra Stati Uniti e Arabia Saudita che – assieme a Israele e Turchia,
membro dell’Alleanza atlantica – resta il bastione strategico degli Usa in Medio Oriente.
CONTRO IL PERICOLO DI UNA DEFLAGRAZIONE BELLICA GLOBALE
6. Su tutto questo, sui temi dell’imperialismo e dei pericoli di guerra, del terrorismo e delle sue
cause, è necessario condurre un’instancabile campagna di contro-informazione: sarebbe grave se
la parte più cosciente della società abbassasse su questi temi il livello di guardia. Del resto è stata
la principale autorità della Chiesa cattolica a mettere in guardia rispetto ad un contesto che è già
di guerra. Non va sottovalutato il fatto che l’avanzata Usa/Nato ad Est e a Sud inevitabilmente
coinvolge lo scacchiere asiatico e del Pacifico mirando alla Cina, nel frattempo riavvicinatasi alla
Russia. Cos’altro dovrebbe significare lo spostamento, già annunciato da Barack Obama e reso
operativo, del grosso dell’apparato militare statunitense in direzione del Pacifico e della Cina? Del
resto ciò fa da sponda al tentativo, oggetto dell’attenzione di molti analisti, di creare una sorta
di“Nato economica”, una gigantesca area di libero scambio che dovrebbe unire gli Usa all’Unione
europea e a buona parte dei Paesi sulle due rive del Pacifico mediante il TTIP – Trattato
transatlantico sul commercio e sugli investimenti – e il TTP – Trattato transpacifico, peraltro già
approvato. In tale orientamento strategico si sostanzia il tentativo estremo degli Stati Uniti e delle
altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo
nel quale sono emersi nuovi soggetti sociali e statuali che premono per un nuovo ordine
economico mondiale, sottratto al dominio dell’ “impero americano”.
7. Un tale quadro involutivo muove nella direzione opposta a quella che si intendeva percorrere
con la riduzione degli armamenti su scala mondiale. Gli Stati Uniti sono esplicitamente impegnati a
mantenere una superiorità militare così schiacciante da rendere loro possibile di intervenire
militarmente contro ogni Paese in ogni angolo del mondo (“diritto di ingerenza”), affidando allo
squilibrio delle forze e alla propria assoluta preminenza la sicurezza del cosiddetto “mondo libero”.
Questo sciagurato orientamento è il contrario di quello che proponeva lo stesso F.D. Roosevelt
quando auspicava un mondo “libero dalla paura” (essendo appunto la “libertà dalla paura” una
delle libertà da lui considerate irrinunciabili). Per contrastare questa pericolosa spirale di guerra,
compito dei comunisti è quello di costruire un vasto e forte movimento per l’uscita dell’Italia dalla
Nato, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera
(e libera da armamenti nucleari), per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata
sull’Articolo 11 della Costituzione e improntata alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia
economica e sociale.
TESI 6
PER UN MONDO MULTIPOLARE
1 – In questi ultimi due decenni è venuta affermandosi una dinamica mondiale che prefigura
grandi sconvolgimenti negli equilibri planetari e l’emergere nell’economia e nella politica mondiale
di uno schieramento non subalterno alla triade imperialista Usa-Ue-Giappone e imperniato sui
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e sui paesi non allineati con essi convergenti. Secondo
gli studi delle maggiori banche d’investimento, il Pil di questi Paesi è destinato a superare quello
della suddetta triade; e la Cina da sola contende già ora il primato economico agli Stati Uniti. La
forza economica dei BRICS ha consentito di configurare un nuovo ordine finanziario mondiale,
anche attraverso un evento che Fidel Castro ha definito di importanza epocale: la creazione di un
autonomo Fondo bancario, la cui missione è sottratta allo strozzinaggio imperiale del Fondo
Monetario internazionale e della Banca Mondiale ed è votata al sostegno finanziario nei confronti
dei Paesi del Terzo Mondo. Nella regione euro-asiatica, dove vive la metà della popolazione
mondiale, va spostandosi il baricentro economico del pianeta, trainato dalla cooperazione
bilaterale tra la Russia e la Cina, un nuovo contrappeso nella gerarchia del potere planetario che si
è manifestato anche istituzionalmente con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.
2 – In questo quadro, un ruolo essenziale sta giocando la Cina. In molti continuano a pensare che
la sua poderosa ascesa sia dovuta ad una presunta conversione al neoliberismo. Non è così. La
Cina è un Paese ad orientamento socialista, con una economia mista in cui convivono piano e
mercato, con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte strategiche dello sviluppo. Il Partito
Comunista Cinese, che compie nel 2011 il suo 90° anniversario, governa un’economia nella quale i
vertici del comando, la terra, le banche e le industrie maggiori sono possedute e controllate dallo
Stato. Ciò facilita la guida della macroeconomia ed ha consentito alla Cina di evitare il collasso
durante la grande recessione internazionale del 2007-2009: a riprova che l’economia pianificata
cinese non risponde alle stesse leggi dei Paesi capitalistici. Poco pubblicizzato è il fatto che tra il
1978 e il 2007 la povertà in Cina è stata sradicata, passando dal 30,7% al 1,6%; che due terzi
dell’economia, e segnatamente i settori strategici, sono pubblici o sotto il controllo pubblico a
cominciare dal sistema bancario e finanziario. Per questi motivi la Cina non ha i favori della
propaganda occidentale. Consapevoli delle enormi contraddizioni e degli squilibri che lo sviluppo
accelerato dell’economia cinese ha prodotto negli ultimi decenni, i comunisti cinesi sono oggi
impegnati nella riduzione delle enormi disuguaglianze che affliggono il paese, puntando sulla
creazione di un solido sistema di stato sociale e su politiche di aumento del reddito e dei diritti per
i lavoratori. Non a caso i vertici del PCC affermano costantemente che la Cina è ancora un paese in
via di sviluppo e che esso si trova nella fase primordiale di un lungo processo di costruzione del
socialismo, evidenziando le profonde contraddizioni che l’attraversano. Sarà importante verificare
se a tali sforzi corrisponderà una maggiore forza dei lavoratori, fatto determinante per lo sviluppo
del socialismo. Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con la volontà di
aprire un confronto. Non spetta a noi dire ai cinesi come dovrebbero realizzare il socialismo in un
Paese da un miliardo e trecento milioni di persone; così come sappiamo che non esistono Stati o
partiti guida (né i compagni cinesi pretendono di esserli, anzi si sono sempre opposti a tale
visione).
3 – Entro una tale dinamica planetaria, L’America Latina ha fatto passi da gigante sulla via
dell’emancipazione dall’imperialismo e dal neoliberismo nordamericano, grazie a processi
democratici che sono risultati vittoriosi nel nome del socialismo del XXI secolo. Alla base di questi
successi vi è stata una profondissima riflessione teorica su un modello di sviluppo adeguato ai
tratti delle società Sudamericane. Un’elaborazione collettiva maturata nei grandi Forum sociali e in
quell’originalissima esperienza che è il Foro di San Paolo, nato nel 1990 su iniziativa del PT e di
Lula, come tentativo delle forze progressiste e rivoluzionarie del continente di elaborare il lutto
della caduta del muro di Berlino e di far partire un nuovo processo di trasformazione ed
emancipazione. Sono state protagoniste di questo processo varie forme di trasformazione: dalla
Rivoluzione Cubana, a quella bolivariana del Venezuela, dalla ciudadana dell’Ecuador, sino
all’Indigena della Bolivia. Passando, poi, per il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, il Perù e il Nicaragua.
Il contributo di Cuba socialista è stato straordinario: la sua resistenza è stata d’esempio per tutti i
popoli Sudamericani, diventando un punto di riferimento di analisi dei fenomeni e dei processi e di
ingenti risorse umane e tecniche, nonostante il criminale bloqueo. Il Venezuela, poi, ha aperto la
strada della rivoluzione democratica e ha sostenuto i processi degli altri Paesi con le sue risorse
finanziarie derivanti dai proventi del petrolio e destinate allo sviluppo sociale e non più alle
oligarchie locali. Così abbiamo assistitoalla nascita di un’unione continentale per lo sviluppo del
commercio, delle telecomunicazioni, dell’integrazione politica e culturale, delle economie, attorno
a progetti (Alba, Unasur, Mercosur, Telesur…) sottratti all’egemonia del liberismo. Oggi questo
fermento progressivo ha subito alcune pericolose battute d’arresto, con la veemente reazione
delle destre all’opera nei principali e più forti Paesi del continente: una reazione pilotata dal
potente vicino statunitense, che non ha mai rinunciato a considerare l’America Latina comeil
proprio giardino di casa. Nel merito, i comunisti sono chiamati ad accentuare il lavoro di
controinformazione e afar sentire alle compagne e ai compagni latino-americanila propria
concreta solidarietà politica e internazionalista.
TESI 7
CONTRO QUESTA EUROPA
LE CONTRADDIZIONI STRUTTURALI DELL’UNIONE EUROPEA
1. L’Unione Europea non rappresenta tutti i popoli e i Paesi europei e non è la nostra Europa: i
comunisti, infatti, lottano per la prospettiva politica di un’Europa unita (dall’Atlantico agli Urali) di
orientamento democratico e progressista sul piano interno e internazionale, che rompa con il
quadro dato. È un progetto ambizioso e di lungo periodo che fa da sfondo alla battaglia contro il
contesto europeo vigente, all’azione di contrasto degli orientamenti antipopolari oggi egemoni
entro l’attuale configurazione europea. Essa infatti si caratterizza sempre più come un processo di
(dis)integrazione che, sul piano interno, è fondato sulla moneta unica, sul neoliberismo e sul
modello mercantilistico tedesco (centrato sulla deflazione salariale come leva per il recupero delle
competitività), mentre su quello esterno si basa sul crescente militarismo e su una politica estera
interventista ed aggressiva (come si è visto ad esempio con la guerra alla Libia, con il supporto al
golpe in Ucraina e con le sanzioni alla Russia). Sul piano politico assistiamo alla realizzazione di un
progetto che è il frutto di un compromesso tra la tendenza federalista (fortemente maggioritaria
tra le fila del Partito Socialista Europeo), che punta alla strutturazione di un super-stato europeo,
ed una tendenza schiettamente neoliberista o hayekiana (prevalente tra i conservatori ed i
popolari) che persegue una sovranità politica al servizio della centralità del mercato. Un processo,
quindi, la cui configurazione finale è la costruzione di una potenza imperialista, nemica dei popoli e
della democrazia, dei diritti dei lavoratori e delle Costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa del
Sud.
2. Il processo di costruzione dell’Ue e dell’euro ha comportato sempre più la perdita di sovranità e
la sottrazione di democrazia ai popoli e ai rispettivi legittimi parlamenti ed ha segnato l’acuirsi di
contraddizioni: l’approfondirsi delle divaricazioni di classe, il deperimento della democrazia, una
profonda crisi di civiltà e il permanere di tendenze che, assecondando la politica di aggressione e
di guerra degli Usa, mirano ad assicurare all’Europa il controllo di un’area “sub-imperiale”.
Nell’attuale compagine europea gli enormi processi di privatizzazione, lo smantellamento dei
diritti dei lavoratori e del welfare, l’aumento esponenziale della disoccupazione (soprattutto
giovanile) hanno evidenziato una gigantesca contraddizione di classe che ha giustapposto da un
lato la distruzione di capitale fisico e la svalorizzazione di capitale umano e, dall’altro lato, la
concentrazione senza precedenti di capitale e potere politico. Abbiamo assistito alla distruzione
della capacità produttiva dei Paesi “periferici” (emblematico il caso italiano: mai, in tempo di pace,
si era avuto un analogo verticale arretramento). Nel merito, clamorose sono le responsabilità delle
classi dirigenti dei singoli Stati europei, le quali hanno ingannato i propri popoli millantando che
obbiettivi nazionali e fini europei fossero coincidenti: una vera e propria fuga dalla sovranità in
nome di una cieca e distorta fede europeista che ha incentivato l’assenza dello Stato, ne ha
esaltato una sua gestione privata ed ha sottratto al controllo popolare e alla partecipazione
democratica ogni forma di vigilanza. In questo modo è esplosa la contraddizione tra democrazia e
sovranità, contrapposte a centralizzazione dei capitali e assolutismo oligarchico delle istituzioni
sovranazionali.
3. La gestione dei flussi migratori (o meglio: il loro respingimento brutale) rende altresì evidente la
contraddizione tra gli sbandierati propositi di integrazione continentale (con annesse garanzie di
pace) e la crisi di civiltà che tale gestione ha invece innescato. Appare sempre più palese come
l’idea di Altiero Spinelli di un’Europa unita, capace di garantire pace e prosperità al continente
intero, concepita nel contesto di un mondo bipolare, nell’era della trionfante globalizzazione
capitalistica -con il riaffiorare di guerre (dai Balcani all’Ucraina) e il sopraggiungere di una profonda
crisi politica, economico-sociale e morale– finisca oggi per risultare astratta e retorica. Infine,
occorre prendere atto delle tendenze imperialistiche e “sub-imperiali” che la costruzione dell’Ue e
dell’euro ha posto in atto. Con la competizione “interna” tra stati dell’Unione che si contendono
l’egemonia dentro e fuori lo spazio comunitario, si intrecciano le contraddizioni con gli Usa,
rispetto al tema della supremazia del dollaro e del suo ruolo sulla scena mondiale. Alcuni fatti
recenti hanno infatti approfondito significative linee di frattura: la crisi ucraina si è sviluppata
lungo la contraddizione tra Ue ed Europa in senso lato (Russia compresa); il Brexit, la possibile
uscita del Regno Unito a seguito del referendum di giugno 2016, va collocata lungo la
contraddizione tra i 28 Paesi dell’Ue e i 19 Paesi dell’Eurozona; la crisi greca è deflagrata lungo la
contraddizione tra Paesi centrali/creditori e Paesi periferici/debitori. Tutto questo mostra i
contorni di una duplice crisi: al tempo stesso dell’Ue e nell’Ue.Resta fermo comunque un punto.Il
pericolo più grave all’orizzonte è una grande guerra contro la Cina e/o contro la Russia, scatenata
dall’imperialismo statunitense con l’appoggio o la complicità dell’Unione Europea. E’ contro questo
pericolo che dobbiamo saper mobilitare il più ampio schieramento possibile.
PREPARARE UN’ALTERNATIVA
4. A livello di massa è diventato sempre più evidente che dentro questa Europa sono impossibili
politiche alternative che cambino la natura del processo. L’esperienza greca, da questo punto di
vista, è stata eloquente nel dimostrare come la strada dell’ “europeismo di sinistra” (critica dei
trattati e richiesta di modifiche parziali nell’ambito dell’Unione) non sia percorribile nemmeno a
fronte di un’ampia mobilitazione e sostegno popolare: questa Ue risulta impermeabile a
qualunque tentativo di riforma. Ciò falsifica la tesi ostinatamente prevalente nell’establishment
italiano secondo cui i problemi che affliggono l’Europa si risolvono con “più Europa”, cioè
proseguendo e rafforzando il processo di integrazione in atto. Il problema non è quanta Europa
ma quale Europa: quale progetto sociale, quali direttrici economiche ed internazionali e quale
progetto di società. La scelta diventa stringente: l’accettazione dei vincoli economici e della cultura
politica che stanno alla base dell’architrave istituzionale dei trattati europei è infatti in antitesi con
le aspirazioni di fondo che hanno animato i nostri padri e le nostre madri costituenti allorquando
hanno scritto la Costituzione Italiana del 1948.
5. I comunisti sono per una cooperazione pan-europea tra Stati sovrani, per lo sviluppo delle forze
produttive dell’Italia, in cui si affermi un forte ruolo progressivo dello Stato nell’economia, si
sviluppi una forte lotta per affermare i diritti sociali e politici dei lavoratori e per respingere
l’attacco alla democrazia e alla Costituzione. La difesa della sovranità nazionale va intesa
essenzialmente nel quadro del perseguimento di un sistema economico e produttivo più giusto e
più equo, in un quadro di solidarietà e cooperazione internazionale per la costruzione di azioni
convergenti e lotte comuni con altri popoli e Paesi in vista di un progresso sociale e civile. Non
pensiamo ad alcuna chiusura autarchica e nazionalista ma alla costruzione di nuove forme di
cooperazione economica, politica e valutaria tra stati sovrani, a rapporti stretti tra tutte le forze
della regione pan-europea e mediterranea che operino con una logica alternativa a quella euroatlantica,
che ripudino la guerra, si autonomizzino dalla Nato e si aprano alla collaborazione coi
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
6. L’assetto dell’eurozona è oggettivamente contradditorio e, alla lunga, insostenibile. In ogni caso,
esso è votato a mettere in crisi la stessa esistenza della sinistra in quanto tale. A fronte di un
reiterato rifiuto alla richiesta di porre fine alle politiche di austerità, alla mancata espansione della
domanda interna in Germania (che sta distruggendo la gran parte delle economie dell’Eurozona e
sta comprimendo i salari) e all’attribuzione di un ruolo attivo alla Bce anche nella lotta alla
disoccupazione e non solo all’inflazione, i comunisti hanno il dovere di mettere in discussione la
stessa partecipazione alla moneta unica europea, preparando il Paese a questa eventualità e
impedendo che una tale opzione possa essere egemonizzata da forze neofasciste o espressione
dei grandi monopoli internazionali. A fronte del rischio di un’implosione dell’eurozona sotto
l’egida dei grandi capitali transnazionali, i comunisti devono lavorare alla costruzione di un blocco
sociale intorno all’ipotesi di un’uscita da sinistra dall’euro, una prospettiva tesa ad evitare che a
pagare dazio sia il mondo del lavoro. Va ricordato che a tal fine si tratterebbe di operare uno
stretto controllo del flusso di capitali in entrata e in uscita (tale da impedire una fuga di capitali), di
nazionalizzare il capitale bancario e industriale per sottrarlo all’acquisto “a buon mercato” da
parte del capitale straniero, di salvaguardare i redditi da lavoro attraverso meccanismi automatici
di indicizzazione dei salari e calmieri sui beni di prima necessità. In generale, occorrerebbe
impegnarsi per la costruzione di un’area di libero scambio tra i Paesi dell’Europa del Sud. Accanto
all’esplicitazione di concrete proposte economiche finalizzate a sostenere un quadro d’insieme
alternativo all’attuale, i comunisti devono continuare a farsi promotori di due obiettivi politici
centrali: il primo è un cambio della politica estera, con la rottura dell’asse atlantico, l’uscita dalla
Nato ed una cooperazione pan-europea tra Stati sovrani, aperta alla cooperazione strategica coi
paesi BRICS e coi paesi disposti a tenere aperte linee di credito; il secondo è la costruzione di una
nuova classe dirigente, non compromessa con le vecchie élites che hanno assecondato la
distruzione del tessuto economico, politico e sociale del proprio Paese. In questi anni, non c’è
stato alcun esponente di centro-destra o di centro-sinistra che, davanti al disastro sociale
provocato dalle politiche di Bruxelles e Berlino, abbia anche solo adombrato nei negoziati con gli
organismi dell’Ue la minaccia di un abbandono dell’area valutaria, mostrando come il bipolarismo
parlamentare si sia in realtà ridotto a un monopartitismo esercitato dall’unico partito dell’euro al
governo.
7. Per rendere più forte ed efficace la lotta contro l’attuale configurazione dell’Ue, riteniamo che il
compito prioritario sia quello di promuovere battaglie nazionali (in cui si coniughino obiettivi
parziali di lotta, con un impianto complessivo di fuoriuscita da questo quadro strategico) e di
coordinare tali lotte sul piano europeo. In questa azione di coordinamento riteniamo che un ruolo
centrale debba essere svolto dal Gruppo della sinistra unitaria europea (Gue-Ngl). Crediamo che
esso debba recuperare appieno la sua originaria impostazione confederale, dove tutti i partiti (non
solo i gruppi parlamentari al Parlamento Europeo) operino con pari dignità, nel rispetto della
sovranità e dell’indipendenza di ogni forza politica che vi appartiene. Parimenti consideriamo
prioritario rafforzare i legami tra i partiti e i movimenti comunisti, anti-capitalisti, anti-imperialisti
e progressisti che si battono contro le politiche dell’Ue e della Nato, dentro e fuori i confini
dell’Unione.
TESI 8
IMMIGRAZIONE: NON SOLO SOLIDARIETA’ MA LOTTA PER UN NUOVO
BLOCCO SOCIALE ANTICAPITALISTICO
1. L’immigrazione è un fenomeno che, ad ondate, ha caratterizzato la storia recente dell’Occidente
ed è giunta a costituire una realtà consolidata in molti Paesi a capitalismo avanzato (basti pensare
agli USA). Oggi – in particolare per l’Europa e, all’interno dell’Europa, per i Paesi che si affacciano
sul Mediterraneo – tale fenomeno ha assunto il carattere dell’emergenza sociale e politica, fino a
mettere a serio rischio la stessa tenuta dell’Ue. E’ davanti agli occhi di tutti la realtà di un dramma
umano che ha sin qui provocato decine di migliaia di morti, trasformando il Mediterraneo in un
cimitero: e non c’è da impiegare tante parole per dire del disgusto davanti al triste spettacolo di
un’Unione Europea del tutto incapace di dare in modo coordinato risposte all’altezza della
situazione, tutt’all’opposto della nobile condotta e della capacità di accoglienza dimostrate ad
esempio dalla gente di Lampedusa.
2. Intendiamo tuttavia affrontare qui alcuni aspetti del problema su cui i comunisti hanno il dovere
di insistere:
In primo luogo , vanno fatti conoscere nel merito i dati reali. E va contrasta la tendenza a gonfiare i
termini del problema a tutto vantaggio delle destre xenofobe: a ridurre cioè il tema in termini
esclusivamente securitari e di allarme sociale, secondo una impostazione propagandistica
regressiva e antistorica che, al netto delle illegalità accertate e certamente da perseguire, oscura
ambiti di realtà ormai consolidati. Ad esempio, secondo i dati forniti dall’Inps, nel 2014 i contributi
pensionistici degli extracomunitari hanno raggiunto gli otto miliardi di euro: se si sottraggono a
tale cifra circa tre miliardi per corrispondenti prestazioni (pensionistiche e non), resta un saldo
attivo di circa cinque miliardi, equivalenti ogni anno a una spesa pensionistica che va a vantaggio
di 600 mila italiani.
3. In secondo luogo, non dobbiamo cessare di ribadire che l’odierna immigrazione di massa è un
effetto dell’imperialismo economico post-coloniale: innanzitutto, effetto delle aggressioni militari.
Le devastazioni di interi Paesi ad opera delle “civili” bombe occidentali hanno infatti provocato in
questi anni milioni di profughi in fuga dai loro Paesi d’origine. Ad esempio (dopo Afghanistan, Iraq
e Libia), solo l’aggressione alla Siria ad opera dei ribelli filo-Isis – di fatto sostenuti da Nato e
monarchie del Golfo – ha causato, oltre a 250 mila morti civili, l’esodo di sei milioni di profughi. Ciò
ovviamente si aggiunge al regolare spostamento di ingenti flussi di ricchezza in particolar modo
dall’area mediterranea a sud del continente europeo (profitti derivanti dalle risorse energetiche)
verso i forzieri dell’alta borghesia finanziaria di Usa e Nord Europa, peraltro legata sul piano
istituzionale alla tecnocrazia non elettiva dell’ Ue: un travaso che è alla base dell’endemica povertà
di Terzo mondo. Né in questo contesto vanno sottaciute, come causa dell’immigrazione di massa,
le devastazioni ambientali che distruggono le economie agricole di vaste aree e la rapina
sistematica di risorse minerarie, soprattutto in Africa.
4. Da ultimo, ma non certo per importanza, i comunisti hanno il dovere di affrontare di petto i
problemi posti dal ruolo che viene spesso ad assumere la popolazione immigrata come
manodopera di riserva per le economie occidentali, assillate da una forte crisi competitiva e
dunque alla ricerca di un abbassamento del costo del lavoro e di una forza-lavoro con potere
contrattuale praticamente nullo (in proposito è emblematico il regime schiavistico cui ad esempio
sono costretti i lavoratori stranieri adibiti alla raccolta di pomodori nel Sud d’Italia sotto il tallone
della malavita organizzata, vero e proprio braccio armato del capitale). Non sorprende che tutto
ciò crei condizioni di malessere e crisi sociale entro i confini dei Paesi di destinazione e/o
attraversamento, con tutte le inevitabili ricadute di stampo razzistico. Anche il problema
dell’immigrazione, dunque, diviene funzionale alla costruzione di una nebbia ideologica che arriva
ad avvolgere anche il mondo del lavoro: divenendo, in definitiva, potente strumento di quel
controllo ideologico che è padre e madre della falsa coscienza di massa. I comunisti sono chiamati
al difficile compito di ricomporre gli interessi di classe oggi strumentalmente divisi su due fronti
contrapposti, quello del proletariato “indigeno” e quello degli immigrati, contrastando la
cosiddetta “guerra tra poveri” e superando le insufficienze di impostazioni esclusivamente
improntate ad una concezione di tipo solidaristico-assistenziale, propria ad esempio del mondo
cattolico. La sfida è quella di trasformare gli effetti nefasti della globalizzazione liberista
nell’occasione di un rilancio della solidarietà di classe e di un nuovo internazionalismo, in vista di
una società socialista.
TESI 9
EMERGENZA AMBIENTALE: UN FONDAMENTALE BANCO DI PROVA PER I
COMUNISTI
LA PRODUZIONE CAPITALISTICA E IL LIMITE DELLE RISORSE
1. Le problematiche ambientali e il conflitto tra capitale e natura in esse tematizzato sono
imprescindibili per interpretare le contraddizioni della società contemporanea: ciò vale per
questioni di rilievo planetario come anche in riferimento ai problemi di assetto del territorio. Mai
come oggi, tali temi costituiscono un versante essenziale nell’analisi delle strutture economicosociali
del capitalismo e, conseguentemente, nell’elaborazione di una strategia politica di
trasformazione della società vigente. Il concetto di limite delle risorse, sempre più centrale
nell’approccio alle questioni ambientali, resta comunque connesso all’analisi dei processi
produttivi, essendo le condizioni fisiche esterne (o naturali) parte delle condizioni della produzione
(assieme al lavoro umano, alle tecnologie e agli strumenti utilizzati nel processo produttivo). La
produzione insomma fa i conti sin dall’inizio con la natura in senso lato, sotto la forma di mezzi di
sussistenza (ad esempio la fertilità della terra) e mezzi di lavoro (cascate d’acqua, fiumi, legname,
carbone ecc.).
2. Nel corso della sua storia, lo sviluppo capitalistico ha evidenziato, accanto alla contraddizione
tra capitale e lavoro, l’approfondirsi – oggi in progressione geometrica – di un conflitto con la
natura, cioè con le condizioni di produzione naturali (che esso tende a logorare): il modo di
produzione capitalistico, teso alla realizzazione del massimo profitto senza la pianificazione di uno
sviluppo controllato, provoca il crescente logoramento e la vanificazione delle risorse naturali.
L’allargarsi della “natura umanizzata” determina contestualmente la riduzione di quella
disponibile o umanizzabile. Ossessionato dalla ricerca dell’innovazione di processo (ovvero taglio
dei costi) e dell’innovazione di prodotto (ovvero allargamento del mercato) – entrambi funzionali
allo spasmodico processo di accumulazione – il capitalismo non può evitare di scontrarsi con i
crescenti (e autoprodotti) limiti di spazio, buona terra, aria pulita, acqua, materie prime, energia
etc.
Sulla base di tali acquisizioni analitiche e in considerazione dei giganteschi danni già inferti
all’equilibrio del nostro ambiente, vanno avanzate urgenti e concrete proposte per il breve e per il
lungo periodo.
AMBIENTE, CLIMA,TERRITORIO, SALUTE: UN FRONTE DECISIVO DELLA LOTTA ANTICAPITALISTA
3. I cambiamenti climatici, la distruzione del territorio e delle risorse naturali, l’inquinamento e le
malattie generate dal modo di produrre capitalistico nell’industria e nell’agricoltura colpiscono da
vari decenni l’intero pianeta. In Italia queste catastrofi sono aggravate dalla natura franosa e
sismica di buona parte del territorio nazionale, dal dissesto idrogeologico, da 70 anni di
malgoverno nell’uso del territorio (cementificazione eccessiva del suolo agricolo e di rive e alvei
dei fiumi, grandi opere infrastrutturali dannose oltre che inutili, trivellazioni in terra e in mare,
abusi e condoni edilizi ecc.), da una gestione della mobilità di persone e merci e da una produzione
di energia subordinate al profitto dei grandi gruppi industriali e petroliferi. Questo modello di
produzione, oltre a comprimere i costi e a sfruttare il lavoro umano, distrugge le risorse naturali e
ambientali, sia quelle utilizzate nei processi produttivi, sia a seguito di emissioni inquinanti
nell’aria, nelle acque, sul suolo e nel sottosuolo, nei corpi degli esseri viventi.
4. Il superamento del capitalismo coincide anche con la modifica radicale di alcuni paradigmi: 1) la
“natura”, la terra in cui abitiamo, non deve più essere l’entità, inorganica ma imprevedibile, da
controllare, da sottomettere con la tecnologia e da sfruttare, come l’aveva concepita la rivoluzione
scientifica dell’ inizio del XVI secolo, funzionale all’inizio dell’accumulazione capitalistica
(concezione che ancora prevale in Occidente); 2) il territorio, contenitore di tutte le attività umane
e supporto delle stesse condizioni di vita degli esseri viventi, deve diventare un bene collettivo , in
quanto è sempre più scarso e non riproducibile; un bene da tutelare, anche riportando la
produzione di cibo a una agricoltura ecosostenibile, e da usare con estrema accortezza, al di sopra
della proprietà privata o pubblica di porzioni di suolo; 3) la produzione deve essere conseguente a
una decisione collettiva sul che cosa, per chi, quanto e come produrre. Di questi ultimi quattro
aspetti, i primi tre presuppongono una fase di superamento del capitalismo; meno difficile è
invece operare fin da oggi sul come produrre, passando dalle energie di origine fossile a quelle
rinnovabili, dall’uso di materiali e sostanze tossiche per l’ambiente e per la salute ad altre
compatibili, a tecnologie risparmiatrici di acqua ed energia, a prodotti concepiti per durare nel
tempo, riparabili, riusabili e riciclabili alla fine del loro ciclo di vita, senza produrre scarti e rifiuti.
Quest’ultimo obiettivo comporterebbe perdite occupazionali in alcune attività industriali, da
superare con la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, con la produzione di energia da fonti
rinnovabili, con l’estensione delle attività di cura del territorio (rigenerazione socio-economica
delle zone collinari e montane, rinaturazione ove possibile delle sponde fluviali, rimboschimenti
ecc), delle città (recupero edilizio ed energetico e riuso degli edifici, riqualificazione delle periferie
e degli spazi aperti ecc.) e delle persone (servizi pubblici di base a disposizione di tutti e tutte).
5. E’ bene insistere sulla necessità che settori strategici quali l’energia o l’acqua siano controllati da
aziende nazionali pubbliche: questa caratteristica, sebbene non garantisca di per sé una
condizione sufficiente, è sicuramente condizione necessaria per l’avvio di un diverso modello di
sviluppo. Se lo Stato si riappropriasse di questo tipo di aziende si otterrebbero due risultati
immediati: 1) la disponibilità delle conoscenze acquisite sino ad oggi (elemento fondamentale per
monitorare le risorse e le potenzialità del territorio); 2) la possibilità di definire progetti mirati di
ricerca e sviluppo in questi settori, basando su essi una strategia industriale che sia nell’interesse
unico della soddisfazione del bisogno di approvvigionamento nazionale (comprendendo in esso la
compatibilità con le fragilità dell’ambiente territoriale). Il cambiamento del modello di sviluppo è,
per noi, terreno di lotta comune con il sindacato e con molti movimenti ambientalisti nazionali e
comitati locali, spesso oggettivamente anticapitalisti anche se talora operano per un unico isolato
obiettivo o settore.
TESI 10
ITALIA: IL QUADRO POLITICO E IL COMPIMENTO DELLA MUTAZIONE
GENETICA PCI/PDS/DS/PD
1. Il Partito Democratico (Pd)/partito della nazione di Renzi è un tentativo organico di uscire dalla
lunga transizione del sistema politico italiano, costruendo la rappresentanza di un nuovo equilibrio
tra i diversi settori delle classi dominanti italiane e tra queste gli interessi capitalistici
internazionali. Una nuova rappresentanza politica che si pone anche il problema di ricostruire
un’egemonia borghese su una società devastata dalla crisi. Da questi obiettivi derivano le
caratteristiche decisive del “renzocentrismo”: un populismo di governo che ha nell’ideologia del
fare la sua cifra; il giovanilismo; il rapporto con i poteri forti nazionali e internazionali; una capacità
spettacolare di incanalare dentro l’alveo del partito della Nazione gruppi di potere di ogni
provenienza e di riciclare ceto politico di ogni risma. L’accordo con Berlusconi, decisivo per la
nascita del renzismo, così come l’assimilazione di Verdini ed Alfano (ed il passaggio di intere filiere
politico-affaristico direttamente nelle file del Partito Democratico) non sono solo manifestazioni di
tradizionale trasformismo, sono perni di un progetto politico forte quanto pericoloso.
2. In questo quadro le deboli iniziative della cosiddetta sinistra Pd così come le stesse speranze di
ricostruire,domani, il centrosinistra che albergano in Sinistra Italiana sono fuori dalla realtà e non
aiutano a dare sbocco politico alle sofferenze di una vasta opinione pubblica democratica
sconcertata dai comportamenti e dalle scelte di Renzi. Il Pd ed i suoi alleati vanno combattuti sulla
scena politica nazionale ed in ogni territorio, denunciandone l’organicità agli interessi delle classi
dominanti, riproponendo la questione morale come grande questione politica in un paese in cui i
ceti dirigenti e gli apparati dello stato tendono a porsi fuori dalla Costituzione.
3. La destra italiana sta subendo travagliati processi di scomposizione e ricomposizione ma
sarebbe un errore non considerarne la pericolosità. Attorno alla nuova Lega di Salvini, che si
caratterizza come partito nazionale etnocentrico, si può saldare un blocco di settori reazionari ed
anche fascistoidi, storicamente presenti in Italia e che si connettono ad esperienze e correnti di
opinione fortissime nell’Europa di oggi. Per i comunisti l’antifascismo e l’antirazzismo rimangono
compiti politici quotidiani e decisivi, con una particolare attenzione a contrastare l’influenza del
populismo di destra nei settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
4. Il Movimento 5 Stelle conferma la sua estraneità al conflitto sociale e le sue ambiguità su tutti i
principali temi strategici. La parola d’ordine dell’ “ognuno vale uno” viene svilita da pratiche
verticistiche, la stessa affermazione di un cerchio dirigente nazionale di nomina e non di elezione
da parte dei militanti ne è riprova. Il rifiuto di alleanze elettorali, divenuto tratto persino
identitario del Movimento, è messo in discussione negli Enti locali, divenendo lo stesso M5S
approdo per transfughi vari e protagonista di ambigui comportamenti. La retorica anticasta si è
dimostrata un utile Cavallo di Troia per le politiche di restringimento della democrazia, di
stravolgimento della Costituzione e per quelle di austerity. Tuttavia, nel M5S vi sono
contraddizioni significative all’interno della sua base, frustrata da verticismo e linea politica
ondivaga su questioni stringenti, verso cui i comunisti devono muoversi con intelligenza, lavorando
su di esse per liberare le potenzialità strette nelle ambiguità grilline.
5. L’unità delle forze della Sinistra che si oppongono al Pd è una esigenza sentita in settori sociali
importanti, essa è anche un obiettivo del nostro lavoro politico. Proprio a partire da questa
esigenza noi consideriamo criticamente il progetto di Sinistra Italiana. Essa si è costruita sulla base
del rimpianto (a volte esplicito) di un centro sinistra impossibile. Una posizione non unificante e
politicamente povera, quando semmai si porrebbe il problema di capire quanto le scelte passate
delle forze di centrosinistra (basti pensare al governo Monti) hanno preparato l’ascesa di Renzi. La
scelta, inoltre, di costruire un partito e non un fronte, dove culture politiche e storie diverse
potessero ritrovarsi sulla base di una piattaforma politica, ha precluso l’obiettivo di unire tutte le
forze disponibili.
6. i comunisti praticano una politica unitaria che prende le mosse dalle lotte contro la guerra, per
la democrazia, per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Un fronte delle sinistre che a partire da
queste battaglie, offra un punto di riferimento unitario contro il Pd e il governo Renzi, contro le
destre e alternativo al populismo grillino, è per noi un elemento necessario da costruire in ogni
territorio e sulla scena politica nazionale.
TESI 11
ITALIA: IL QUADRO SOCIALE E IL CONFLITTO CAPITALE/LAVORO
IL LAVORO OGGI
1. I comunisti sono chiamati a ristabilire la sovranità del lavoro, cioè a riprendere in mano una
politica “alta”, che non sottostia ai diktat del capitalismo sovranazionale o all’imperialismo in
ogni forma esso si esprima. E’ fondamentale ricostruire le basi (ideali, teoriche, ideologiche,
culturali) per riappropriarci del concetto di sovranità dei lavoratori e ricostruire una
coscienza di classe tra coloro che vivono del proprio lavoro: così che questi possano entrare
politicamente nella storia come classe sociale capace di elevarsi da quella “morale di
schiavi” a cui oggi è costretta a una “morale di produttori” che permetta loro di diventare
protagonisti del progresso e proprietari dei mezzi di produzione. Con queste premesse
vanno affrontati i temi del lavoro.
2. La mancanza di lavoro, il precipitare della sua condizione, sono parte della crisi strutturale nella
quale si dibatte il capitalismo, delle politiche liberiste imperanti delle quali i governi Berlusconi,
Monti, Letta, Renzi, succedutisi alla guida del nostro Paese, si sono fatti interpreti. La situazione
italiana è in Europa tra le peggiori. I dati inerenti la disoccupazione, con particolare riferimento a
quella giovanile e al Sud del Paese, così come la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, la
crescente precarietà del lavoro (emblematica la vicenda dei voucher), la progressiva diminuzione
dei diritti dei lavoratori, lo testimoniano. Gli interventi del Governo Renzi si sono evidenziati altro
da quanto dichiarato: soprattutto un’azione indistinta di redistribuzione a favore delle imprese,
comunque incapaci di invertire la situazione. I dati macro-economici dell’Italia evidenziano una
situazione assai difficile, l’acuirsi del divario tra la stessa e quella dei principali Paesi europei. Da
quinto Paese industriale, il nostro è trasformato in “società di servizi” di dubbia qualità. L’Italia è
“terra di conquista” per le speculazioni internazionali, nella quale i rapporti di forza sono
comunque e sempre a favore del capitale. Il risultato è che il Paese (carente di materie prime e con
quello che resta del sistema industriale poco innovativo, obsoleto e privatizzato) non ha più
strumenti né forza contrattuale per trattare e competere con altre nazioni sviluppate. E’ evidente
l’assenza di una politica di sviluppo che individui i settori strategici, la produzione necessaria e
utile, rilanci il ruolo dello Stato in economia.
3.Dopo anni di colpi ai diritti dei lavoratori, il jobs act ha compiuto la definitiva cancellazione di ciò
che rimaneva dell’impianto dello Statuto dei lavoratori. La nuova frontiera del governo e di
Confindustria è la cancellazione del CCLN, in favore di un salario minimo legale ben al di sotto del
livello di sussistenza. Il lavoro è la nostra ricchezza e può ancora essere motore di riscatto,
benessere e crescita dei cittadini. La questione è strettamente legata al tema della qualità del
lavoro. Occorre lanciare su questo, una campagna politica e sociale unitaria per l’attuazione dei
principi e dei valori espressi dalla Costituzione. L’obiettivo dei comunisti non può che essere
quello di riunificare la classe lavoratrice, darle una adeguata rappresentanza politica, sapendo che
occorre una ridefinizione ampia del lavoro che comprenda la molteplicità di figure lontane dalle
forme usuali del passato (I cosiddetti “nuovi lavori” rientrano del tutto nella categoria del lavoro
economicamente subordinato, non sono identità intermedie tra lavoro salariato e lavoro
autonomo).
Per poter riunificare la classe lavoratrice dovremo approfondire anche la condizione multiforme
del lavoro in agricoltura, l’unico settore produttivo in cui l’occupazione aumenta, e inoltre
prendere in considerazione i lavoratori e le lavoratrici autonomi/e e del piccolo commercio,
dell’artigianato e del lavoro intellettuale.
COMUNISTI E SINDACATO
4. Un nuovo Partito comunista non può pertanto non essere attivo in ambito sindacale, sul terreno
del conflitto tra capitale e lavoro, in relazione agli interessi materiali di milioni di lavoratori.
Occorre che i comunisti siano impegnati a ricostruire il rapporto con i lavoratori, messo a dura
prova nel corso di questi anni a fronte anche della nutrita serie di accordi separati e di una
perdurante mancanza di risultati concreti, che ha determinato un progressivo scivolamento verso
la non partecipazione alle lotte ed una sorta di “consenso passivo” o comunque rassegnazione alla
politica delle classi dominanti. Per il movimento dei lavoratori e per i comunisti è fondamentale
coagulare un fronte di resistenza politico e sociale che sia il più ampio possibile e che riesca a
comprendere dal popolo della Cgil, che ancora oggi raccoglie più di 5 milioni di iscritti, a quello del
sindacalismo di base. Questo compito spetta innanzitutto ai compagni che militano nel sindacato e
che devono essere in grado di portare a sintesi le diverse posizioni nell’interesse generale dei
lavoratori. Il partito, anche sulle questioni del lavoro, deve essere autonomo e indipendente: ciò
significa che non deve avere un unico “sindacato di riferimento” ma sviluppare una volontà di
dialogo e confronto con qualsiasi organizzazione sindacale.
5. Con questa logica è compito del partito organizzare i comunisti iscritti e operanti nei luoghi di
lavoro e nei vari sindacati, affinché seguano obiettivi e una linea politica comuni. Per noi
comunisti lavorare per un nuovo protagonismo dei lavoratori, del sindacato, per la rinascita della
sinistra politica, significa anche avanzare una serie di proposte, costruire una piattaforma attorno
alla quale organizzarsi, da cui ripartire. Per la centralità che assume per noi il mondo del lavoro, è
necessario superare lo scollamento tra partito e compagni che operano nel sindacato, quella falsa
“autonomia” che genera spesso divisioni, incomprensioni, addirittura non conoscenza di ciò che
avviene nei rispettivi campi. Proponiamo per questo forme di coordinamento a tutti i livelli
affinché l’impegno coinvolga tutti e sia coeso e coerente.Far rientrare la politica nei luoghi di
lavoro (“essere partito” nei luoghi di lavoro è cosa distinta dal “fare sindacato”). Anche da questo
dipende la costruzione di un partito saldo e radicato contro la logica del partito leggero o
d’opinione, da un impegno politico da praticare laddove il conflitto capitale/lavoro decide le
prospettive democratiche, economiche e sociali dell’intero Paese.
LE NOSTRE PROPOSTE
6. Occorre un grande intervento pubblico in economia che consenta allo Stato di essere presente
in tutti i settori produttivi, in particolare in quelli più avanzati, con un conseguente ritorno di
imprese di grandi dimensioni, imprescindibili per competere in settori strategici. Un intervento
pubblico che metta in moto il Paese attraverso uno sviluppo sostenibile, con investimenti in
istruzione e ricerca, con la qualificazione del lavoro. E che condizioni, anche con la leva fiscale,
l’economia privata verso obiettivi di sostenibilità ambientale.Lo Stato deve contrastare le
delocalizzazioni facendole “costare”, recuperando i finanziamenti erogati, vincolando a interesse
sociale le aree dismesse, assumendo il controllo pubblico delle aziende che spostano il lavoro
all’estero. I settori (industriali e servizi) fondamentali e strategici devono restareo tornare a
direzione pubblica e, ove necessario, devono essere nazionalizzati (o espropriati in base ai dettami
costituzionali).
7. Non siamo contrari alle grandi opere. Il nostro Paese, al Sud ma non solo, ha per esempio un
grande deficit nelle reti di comunicazione che va colmato. Siamo contrari quando esse
determinano speculazioni politico-economiche e infiltrazioni mafiose, quando sono devastanti per
l’ambiente, i territori e i loro abitanti. Lo Stato deve promuovere una diffusione di “piccole” opere
la cui necessità è avvertita in Italia e in Europa. C’è da approntare un nuovo piano di edilizia
economica e popolare, agendo essenzialmente sul recupero e la qualificazione del patrimonio
edilizio esistente, c’è da rimettere in sicurezza scuole, ospedali ed istituti carcerari, c’è il
drammatico problema del riassetto idrogeologico e della sicurezza sismica, sono prioritari
risanamento e sviluppo dell’intero territorio nazionale.
AUMENTARE LE RETRIBUZIONI
8. Le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, in particolare quelle delle donne; e
l’impoverimento del potere d’acquisto coinvolge tutte le forme di lavoro subordinato, da quelle
intellettuali a quelle operaie.La tassazione pesa più sul costo del lavoro che sulle speculazioni
finanziarie; il cosiddetto cuneo fiscale resta un problema irrisolto che costituisce un freno per le
imprese, soprattutto piccole e medie, che vogliano innovare in prodotto e processo, e concorre in
gran parte al perdurante abbassamento dei consumi(anche di beni di prima necessità). Per un
recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni chiediamo, come prime e urgenti misure, la
restituzione del fiscal drag, la detassazione della tredicesima. Chiediamo il rinnovo dei CCNL del
pubblico impiego, da troppo tempo disatteso, e del settore privato, fuori dalla logica che governo
e padronato tendono ad imporre a partire dal cosiddetto “modello Marchionne”.
ABROGARE IL JOBS ACT
9. La controriforma del lavoro deve essere abrogata. E’ necessario il ripristino dell’articolo 18 nello
Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori. E’ necessario che si riscriva lo Statuto dei
lavoratori affinché siano estese le tutele ai nuovi ‘lavori’, realizzando una controtendenza rispetto
agli ultimi 20 anni, in questo senso non possiamo ignorare la proposta che è in campo di una
nuova ‘carta dei diritti’. Serve una diversa definizione degli ammortizzatori sociali. Serve cancellare
le forme di lavoro precario riconducendo a normalità il lavoro dipendente continuativo, serve
ridefinire le regole per l’uso del lavoro a tempo determinato, che deve avere costi maggiori
rispetto al tempo indeterminato, come è nel resto d’Europa.
REDISTRIBUZIONE DEL LAVORO
10. Considerando che una delle caratteristiche proprie della crisi in atto è quella di una
sovrapproduzione di merci e che la tecnologia disponibile permette di produrre di più e più
velocemente, si impone una riflessione sul tema della distribuzione del lavoro. Serve una
generalizzata riduzione e rimodulazione dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione. Il nostro
obiettivo deve essere la piena occupazione.
IL LAVORO NERO,LA DEGENERAZIONE DELLE COOPERATIVE E GLI INFORTUNI
11. Il lavoro nero è una vera e propria economia, parallela a quella ufficiale, generalizzata al Sud
ma fortemente presente anche al Nord, con una forza lavoro a maggioranza di donne, di anziani e
di immigrati. Nel lavoro nero si producono grandi marchi, speculano le multinazionali,
padroneggiano le organizzazioni criminali. E’ l’area più grande dell’evasione fiscale, retributiva e
contributiva. Contrastarlo non è dunque solo un’operazione di giustizia, di restituzione di dignità al
lavoro stesso e alle persone che lo effettuano, cosa che basterebbe di per sé a giustificare ciò, ma
è anche e soprattutto una scelta di governo dell’economia della quale è sempre più evidente la
necessità. Si impone una analisi puntuale e senza ambiguità di come si sono trasformate le
cooperative. Una forma estrema di sfruttamento che nulla ha a che vedere con quanto previsto in
Costituzione e con le finalità che essa si prefiggeva. Tale degenerazione deve essere contrastata
con fermezza. Dobbiamo, inoltre, affrontare il tema degli infortuni e delle malattie professionali.
Denunciare quello che accade e prendere posizione netta e inequivocabile su processi e su
situazioni che vengono spesso taciute.
UNA LEGGE SULLA RAPPRESENTANZA
12. E’ urgente una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca la democrazia nei luoghi di
lavoro e dia a lavoratrici e lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e di decidere con il
referendum sugli accordi (nazionali, aziendali, interconfederali) che li riguardano.
Non è accettabile un modello che impedisca l’esercizio del diritto dei lavoratori a organizzare
l’opposizione all’applicazione di un’intesa, scegliendosi liberamente la propria rappresentanza.
TESI 12
I COMUNISTI PER LA DIFESA E IL RILANCIO DELLO STATO SOCIALE
WELFARE SOTTO ATTACCO: I TAGLI AI SERVIZI SOCIALI ESSENZIALI
1.Il sistema del welfare italiano, tra le maggiori conquiste della storia repubblicana, è da tempo
sotto attacco. Già dagli anni ’90, infatti, si sono evidenziate politiche tese al suo
ridimensionamento. Si tratta di politiche derivanti dal progetto iperliberista dell’Unione europea,
dal Trattato di Maastricht in poi, di politiche espressione dell’offensiva capitalista che ha investito i
Paesi dell’Ue da oltre un ventennio e che hanno trovato, in Italia, i loro esecutori politici nei
governi Berlusconi, Monti, Letta ed oggi Renzi, governi direttamente espressi da un nuovo blocco
di potere conservatore.
2. Le politiche volte alla distruzione dello stato sociale sono state e sono perseguite in vario modo:
attraverso un vero e proprio processo di controriforma dell’assetto legislativo e normativo
affermatosi in materia (emblematico il caso della previdenza); con la determinazione delle
condizioni per il suo svuotamento, in particolare attraverso la riduzione o il mancato
finanziamento di questo o quel capitolo di spesa (ad esempio il fondo per le politiche sociali,
quello per la non autosufficienza, quello per l’affitto etc.); con il mantenimento in condizioni di
sotto finanziamento strutturale di interi settori (emblematico il caso della sanità).Tali scelte sono
state e sono motivate anche con la necessita di garantire la sostenibilità del sistema, di ridurre gli
sprechi, soprattutto di ridurre la spesa pubblica in funzione della riduzione del debito pubblico.
Un’apologia liberista imposta dall’Unione europea, che abbandonata la concezione keynesiana
dello stessa spesa pubblica come possibile leva di politiche di investimento e di sviluppo, si è
trasformata in una pratica politica volta a salvaguardare il profitto capitalista accentuando
l’attacco ai salari, a stipendi e pensioni e all’intera spesa sociale.
3. E’ parte di ciò l’affermarsi del processo di aziendalizzazione, l’assunzione dei parametri classici
dell’azienda capitalista, il ruolo assegnato ai manager, etc. Va da sé che in tale logica si taglia,
drammaticamente, dove non c’è profitto e dove non c’è pareggio di bilancio, a prescindere che si
tratti di scuola, di sanità, di servizi sociali, di casa, di trasporti etc. Su questa strada, si è
determinata una situazione insostenibile per i cittadini utenti, che hanno visto in tanti casi ridotta
la quantità e la qualità dei servizi loro offerti (significativo l’ambito sociale e socio-sanitario, con
particolare riferimento agli anziani ed ai disabili ) e crescere, sino a divenire in tanti casi
insostenibile, la richiesta di compartecipazione al costo degli stessi (ancora emblematico il
riferimento alla sanità). Una situazione, quest’ultima, che fa si che sempre più persone rinuncino
alla prevenzione, alla riabilitazione, in altre parole a curarsi, con tutto ciò che questo significa, oggi
ed in prospettiva, per il Paese. Per altro verso, si sono prodotte marcate differenze in ordine ai
diritti dei cittadini tra le diverse realtà territoriali del Paese (emblematico il caso della sanità:
poche regioni, oggi, garantiscono i LEA, ossia i livelli essenziali di assistenza previsti dalla relativa
legislazione).
4.Tale involuzione è espressione del progressivo slittamento verso una cultura “modernista” delle
compatibilità che, soprattutto in tempo di crisi, rappresenta la protezione sociale come un costo,
l’assistenza attraverso la disponibilità di beni e servizi un lusso. L’attacco al sistema delle tutele
pubbliche è caratterizzato da politiche che alla nozione di diritto dei cittadini sostituisce quella di
opportunità, inevitabilmente legata alle condizioni economiche dei singoli per accedere a ciò che il
mercato offre. La crescita delle forme di previdenza assicurativa dice molto di ciò che ha investito
il mondo del lavoro, a partire dalla sua precarizzazione e del venire meno di una prospettiva per le
future generazioni. Così come l’affermarsi di forme di mutualità, anche di derivazione
contrattuale, sempre meno integrative e sempre più sostitutive, dice molto del progressivo venire
meno del carattere universalistico del sistema sanitario.
GLI ASSI PORTANTI DEL NOSTRO PROGRAMMA: LO STATO SOCIALE
5.A fronte di quanto accade, del perché accade, occorre quindi rilanciare lo spirito originario del
dettato costituzionale, difendere risolutamente i principi di universalità, solidarietà, equità che
hanno caratterizzato lo sviluppo del sistema di welfare italiano, ponendolo tra le maggiori
conquiste sociali realizzate nel nostro Paese. Sì allo sviluppo delle forme di welfare dunque, no alla
loro riduzione.
6.Nonostante la crisi le risorse ci sarebbero, se ci fosse anche la volontà politica di fare delle scelte.
Si tratta di adottare una diversa politica fiscale progressiva, a favore del lavoro e non del capitale,
di condurre con decisione la lotta all’elusione, all’evasione fiscale e al lavoro nero, di non
considerare la spesa sociale complessivamente intesa (quella italiana è tra le più basse d’Europa)
una spesa improduttiva. Occorre acquisire l’idea di produttività sociale del sistema di welfare: la
qualità dello sviluppo e i diritti vanno assunti come un binomio inscindibile. In tal senso, è
necessario garantire l’adeguato finanziamento dei sistemi previdenziale e sanitario, nonché
dell’assistenza sociale: la garanzia del mantenimento di adeguati Livelli Essenziali di Assistenza
nella sanità, la definizione e la fruibilità dei Livelli Essenziali di Assistenza Sociale, lo sviluppo del
Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza, la soluzione del problema casa costituiscono passaggi
decisivi in tale direzione. Affrontare tali questioni nell’ottica su richiamata significa ridefinire le
forme e la presenza del soggetto pubblico, che per noi non può che essere centrale non solo sul
terreno della progettazione degli interventi ma anche su quello della dimensione gestionale (a
smentita della tesi, ad arte propagandata, di una maggiore efficienza ed efficacia dell’intervento
privato).
7. Serve mettere in campo una politica alternativa a quella vigente. In estrema sintesi:
-Noi siamo per l’abrogazione della cosiddetta riforma Fornero in materia previdenziale e per il
ripristino dell’assetto legislativo e normativo precedente, debitamente integrato in relazione alla
questione della tutela dei cosiddetti lavori usuranti; siamo per uniformare la contribuzione ai fini
previdenziali delle diverse tipologie di rapporto di lavoro, anche agendo selettivamente sulle leve
fiscali e contributive; siamo per portare le pensioni minime a 1000 euro mensili ( oggi i 3/4 delle
pensioni si attestano sui 750 euro); siamo per separare nettamente la previdenza dall’assistenza;
siamo per il superamento della frammentazione delle casse pensioni vigente.
-Siamo per una sanità pubblica, di qualità, universalistica, e per ciò finanziata unicamente
attraverso la fiscalità generale, quindi per l’abolizione dei ticket sanitari; siamo per il superamento
del processo di aziendalizzazione della sanità affermatosi; siamo per il superamento delle liste di
attesa, non attraverso il ricorso alle prestazioni del privato, bensì con un piano di maggiore utilizzo
delle strutture diagnostiche e di laboratorio pubbliche, che passa anche attraverso una adeguata
dotazione organica; siamo per il superamento della precarietà e per una maggiore tutela e
valorizzazione del lavoro per tutto il personale.
-Siamo per un piano straordinario di edilizia popolare, basato soprattutto sul recupero e la
qualificazione del patrimonio edilizio esistente, per un adeguato sostegno all’affitto,
per una diffusa ed articolata rete di sostegni e servizi sociali e socio-sanitari ( domiciliari, semi
residenziali, residenziali) rivolta agli anziani, ai disabili, a tutti coloro che vivono condizioni di
difficoltà.
-Siamo per il ritorno alla gestione pubblica di tanti servizi esternalizzati, privatizzati in nome di
ragioni che non hanno portato benefici né all’utenza né tantomeno ai lavoratori.
Anche per quanto concerne il welfare, per cambiare in positivo, occorre più Stato e meno
mercato.
TESI 13
FORMAZIONE E MONDO DELLA CONOSCENZA TRA RESISTENZA E
DESTRUTTURAZIONE
1. La legge 107 del 2015 (beffardamente chiamata della “Buonascuola”) ha rappresentato uno dei
punti più caratteristici dell’azione del governo Renzi. Una legge, approvata a colpi di fiducia ed
inganni mediatici, nonostante l’opposizione totale ed inequivocabile del mondo della scuola che si
è espressa in un enorme sciopero generale, nell’occupazione delle piazze di ogni parte d’Italia,
nella contestazione dei test INVALSI(che ha trovato la larga partecipazione degli studenti e delle
famiglie), nel blocco temporaneo degli scrutini. Di fronte a questo movimento il renzismo ha
mostrato il volto feroce di una politica espressione integrale del paradigma di Marchionne,
imponendo una concentrazione assurda dei poteri nelle mani di presidi-califfi che colpisce al cuore
la libertà d’insegnamento e favorisce un clientelismo disgustoso,la speculazione privata nella
gestione degli istituti, la distruzione di ogni garanzia nel rapporto di lavoro nella scuola, a partire
dal reclutamento.
2. Quest’attacco forsennato alla scuola disegnata dalla Costituzione è particolarmente significativo
perché rappresenta l’organico compimento dell’iniziativa di lungo periodo dei settori più
reazionari delle classi dominanti. Contro la scuola pubblica infatti si è infatti si è mosso per anni
un potente schieramento mediatico, economico e politico, guidato da Confindustria.La borghesia
esprime così, a suo modo, la centralità della questione del Sapere. Asservendo e svuotando la
scuola pubblica, le classi dirigenti di questo paese si prefiggono l’obiettivo di colpire un’istanza
democratica essenziale, di impedire la trasmissione alle giovani generazioni degli strumenti per
comprendere criticamente la società, e al contempo vogliono garantirsi istituzioni formative
completamente funzionali agli interessi di un sistema delle imprese che rincorre solo la
competitività di prezzo. Con l’attacco all’ istruzione pubblica viene inoltre realizzato una parte
essenziale, anche per le dimensioni del mondo della scuola, dell’iniziativa di destrutturazione allo
stato sociale e del contratto di lavoro nazionale. Strategie politiche, interessi materiali e controllo
ideologico si intrecciano plasticamente in questa azione , di cui sono stati complici sin dagli anni
’90 ampi settori del centrosinistra e che ha trovato il suo culmine dal 2008 con i governi
Berlusconi, Monti e Renzi.
3.Non consideriamo però questa partita chiusa, neanche nel breve periodo.Il grande movimento
che si è manifestato tra aprile e giugno del 2015, se non è riuscito a fermare il disegno di legge
governativo, ha però suscitato forze significative.
Esso non solo ha rappresentato la prima crisi nella macchina del consenso di Renzi, ma ha
mostrato, su un piano più generale, le potenzialità di mobilitazione e di critica dell’esistente del
lavoro intellettuale di massa, una dimensione che va ben oltre il sistema della formazione ed
investe un aspetto essenziale del capitalismo contemporaneo e quindi della lotta contro di esso.
Bisogna dunque riannodare i fili dell’iniziativa su tre versanti: la resistenza agli effetti della riforma
“scuola per scuola”, una ripresa unificante di mobilitazione nazionale, la costruzione di un legame
tra le lotte nel settore della formazione e le altre lotte contro la politica governativa.
La campagna per la raccolta delle firme a sostegno dei quattro referendum contro la 107, sulla
quale siamo impegnati con tutte le nostre forze, rappresenta il primo terreno per dare concreta
attuazione a questa impostazione: una iniziativa capillare ma fortemente unificata politicamente;
intrecciata con le iniziative di lotta per il contratto, sulla questione(del tutto aperta) dei diritti dei
precari, contro l’Invalsi; connessa con una più complessiva battaglia sociale e democratica contro
le politiche governative. La lotta contro la legge 107 , comprese le pericolosissime deleghe che
consegna nelle mani del governo, è il primo punto di una piattaforma di mobilitazione).Insieme ad
essa la richiesta di fermare i tagli, e di risarcire quelli enormi subiti dal sistema scolastico dal 2008,
allude non solo ai livelli occupazionali ma anche alle reali condizioni di apprendimento (numero di
alunni per classe e tempo scuola innanzitutto) che sono drammaticamente peggiorate negli ultimi
anni. Rivendichiamo, inoltre come urgente un grande piano in particolare al Sud, di manutenzione
e di messa in sicurezza del patrimonio di edilizia scolastica, che versa in condizioni disastrose
(nonostante gli annunci del governo). E’ necessario riaprire , infine , un grande dibattito nazionale,
rendendo protagoniste le giovani generazioni, sul senso e sui contenuti della scuola statale. Un
dibattito da troppo tempo assente.
4.Il crollo delle iscrizioni che si registra negli Atenei italiani negli ultimi anni,e che costituisce per la
società italiana un balzo indietro di decenni, chiarisce il disastro prodotto dalle scelte compiute sul
sistema universitario e della ricerca. E’ stato messo in moto un processo di adeguamento al
paradigma liberista in cui una serie di “riforme” insensate che hanno sostanzialmente paralizzato
università e ricerca, si sono intrecciate in una continua serie di tagli ai finanziamenti che hanno
portato l’Italia agli ultimi posti nei paesi dell’area OCSE perle risorse a questi settori. Questi tagli
stanno avendo un effetto distruttivo ed è quasi inutile citare il conseguente inevitabile forte
aumento delle tasse universitarie, che provocheranno una ulteriore selezione classista e una
accentuata riduzione del diritto al sapere. Gravissima è la drastica riduzione delle assunzioni, a
fronte del basso rapporto docenti/studenti, degli alti tassi di pensionamenti nelle università e negli
enti di ricerca, del basso rapporto ricercatori/occupati e dell’elevato numero di precari che
lavorano in questi settori: nell’università e nella ricerca, non solo non si assume più, soprattutto a
seguito della messa ad estinzione del ruolo dei ricercatori universitari, ma si licenzia, espellendo
dal sistema italiano di produzione e trasmissione del sapere decine di migliaia di lavoratori precari
che ne hanno permesso fino ad ora la sopravvivenza.
5.Negli anni scorsi ed in particolare contro la Legge Gelmini si è espresso un forte movimento di
studenti, docenti, precari della ricerca. Oggi ci poniamo il problema del rilancio di una
mobilitazione per l’abrogazione di quelle norme e per una svolta nel mondo dell’Università e della
Ricerca con la consapevolezza politicamente impegnativa che si tratta di una questione nazionale,
da cui dipende, in parte consistente, il futuro del Paese.Il centro della nostra proposta, anche qui,
è in un nuovo protagonismo dello stato. Pensiamo che bisogna coniugare un grande investimento
sulla ricerca con l’impegno diretto dello stato nelle produzioni ad alto contenuto tecnologico,
rovesciando completamente una linea che invece prevede la liquidazione delle ultime presenze
pubbliche in settori strategici.A questa scelta di fondo è necessario e possibile legare un sistema
dell’università e della ricerca più robusto, in cui vi sia la garanzia della libertà di ricerca e di
insegnamento, di un sistema di reclutamento costante che risolva il problema del precariato e
apra spazio ai giovani, di un sistema di autovalutazione, basato su regole certe e condivise dalla
comunità scientifica, che premino comportamenti virtuosi. Decisiva è inoltre la battaglia per il
diritto allo studio, che deve essere garantito con reali sostegni economici e l’effettiva disponibilità
di adeguate strutture .
TESI 14
RILANCIAMO LA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA ANTIFASCISTA
STATO, DEMOCRAZIA E ATTACCO ALLA COSTITUZIONE
1.Come si è visto nei precedenti capitoli, il quadro nazionale ed internazionale mostra sempre più
evidente lo scenario disastroso di un sistema e un meccanismo di produzione che, per
sopravvivere al fallimento, hanno dovuto progressivamente abbattere salari e conquiste sociali,
diritti fondamentali individuali e collettivi, già oggi rimasti privi di tutela. Il controllo globale delle
popolazioni ha comportato ovunque la tendenza a eliminare gli ostacoli rappresentati dalle forme
più avanzate di legislazione democratica, come è appunto la Carta costituzionale del ‘48.Oltre a
ciò, la rabbia e la disperazione provocate dalla ristrutturazione capitalista non si sono tradotte in
un forte e vincente conflitto sociale, né sono state risorse per un avanzamento politico e un
positivo cambiamento dei rapporti di forza tra le classi nel nostro Paese; ma oggi hanno piuttosto
preso la strada del populismo ribellista o dell’astensionismo di massa (che a loro volta alimentano
autoritarismo, irrigidimento istituzionale, chiusura degli spazi democratici). E’ dunque
fondamentale che, sul terreno specifico della democrazia, delle istituzioni e dei diritti
costituzionali, i comunisti ribadiscano che la riduzione dei margini di partecipazione democratica
mette a rischio le nostre libertà fondamentali, facendo lievitare un dissenso senza voce e un
risentimento sociale privo di rappresentanza politica.
2.In tale situazione la tutela e il rilancio dei diritti e dei principi democratici contenuti nella Carta
del ’48 costituiscono oggi più che mai uno dei terreni avanzati per ricostruire condizioni favorevoli
e spazi per la battaglia politica contro gli orientamenti dominanti. Ciò va detto nella
consapevolezza che, se i diritti e i principi previsti in origine dalla nostra Costituzione avessero
avuto piena applicazione, il nostro Paese avrebbe già potuto usufruire di un modello di società a
democrazia partecipata in grado di progredire verso il socialismo. Viceversa, l’epocale battuta
d’arresto dell’ ‘89 e l’affermarsi negli ultimi decenni del dogma neoliberista – con l’imporsi degli
egoismi, delle paure, degli interessi dei più forti – hanno spinto verso la personalizzazione della
politica e verso il rafforzamento degli esecutivi, di cui le suggestioni presidenzialiste sono
emblematica espressione, innescando una miscela che è arrivata a compromettere lo stesso
tessuto civile del Paese e i suoi storici vincoli di solidarietà. La prospettiva della costruzione di una
società socialista non può prescindere, oggi come ieri, da una rigorosa riorganizzazione delle
istituzioni democratiche e dal loro controllo popolare.
3.Dobbiamo registrare il fatto che l’originaria forza innovatrice della nostra Costituzione non ha
trovato coerente applicazione nella forma dello Stato e delle Istituzioni, divenute via via sempre
più funzionali alla borghesia capitalista. Fin dalla sua promulgazione si è fatto di tutto per
annacquarne contenuti e valori, promuovendo controriforme che hanno di fatto stravolto la Carta
del ’48 e l’hanno sostituita con una costituzione materiale sulla cui scia si partecipa a guerre
imperialiste, si alterano le funzioni e il ruolo del Capo dello Stato, si minano l’equilibrio dei poteri e
la loro autonomia, si sottrae al Parlamento la sovranità sulle più importanti decisioni e, perfino,
sulle modifiche costituzionali (sempre più spesso sottratte alla discussione parlamentare) si
impone quella tagliola ragionieristica ed antipopolare che è il principio del pareggio di bilancio.
L’Unione Europea con i suoi trattati ha impresso su questa involuzione un’impronta pesantissima.
Così, nel nostro Paese, il quadro è talmente peggiorato e il continuo conflitto tra i poteri ha
portato ad una così pericolosa crisi dello Stato e delle istituzioni, che ormai sembra risultare quasi
naturale il passaggio dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale. Per converso, sembra
assopita la capacità di reazione di un popolo che ha talmente cambiato mentalità e cultura da
ritenere inutile (con un’altissima percentuale) perfino l’esercizio del voto, strumento democratico
per eccellenza.
UNA BATTAGLIA PRIORITARIA PER I COMUNISTI E PER IL PAESE: RILANCIARE I VALORI DELLA
NOSTRA COSTITUZIONE
4.Oggi i rischi per la democrazia sono reali ed è reale, per noi comunisti, il rischio di un ulteriore
restringimento degli spazi di agibilità politica, cosa che già sta succedendo in altri Paesi.Questa
deriva va fermata e l’opposizione ad essa deve costituire un terreno privilegiato della nostra
battaglia politica, per la nostra stessa possibilità di azione e di conseguimento del consenso
popolare. Nel quadro del tenace lavoro politico e organizzativo per la costruzione di un nuovo
Partito Comunista, che sia in grado di rappresentare il necessario cambiamento, deve dunque
trovare un posto di rilievo la determinata e costante azione per l’attuazione della democrazia
costituzionale, contro ogni deriva antidemocratica. Non possiamo assistere inerti allo scempio in
atto.
Ancorché (contro)riformata, lo spirito e la lettera della nostra Carta costituzionale vanno ancora in
una direzione contraria rispetto a quella dell’aria che tira. In base a precisi articoli della
Costituzione (gli artt, 42 e 43), un governo democratico potrebbe espropriare la proprietà privata
(per motivi di interesse generale), realizzando ad esempio il controllo pubblico su banche e settori
finanziari, e garantire a tutti i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, attraverso la
nazionalizzazione delle imprese strategiche (Ilva, Alitalia, Fiat, Enel, Eni, Ferrovie etc).Così come
una Pubblica Amministrazione democraticamente riorganizzata e controllata potrebbe davvero
essere al servizio del cittadino, dalla salute alla casa, dalla formazione alla ricerca, dal trasporto al
territorio, dalla cultura all’ambiente, così come prevedeva la reale attuazione della Costituzione
(oggi purtroppo azzoppata dal postulato delle compatibilità di bilancio). Sarebbe una “rivoluzione”
possibile e da tutti comprensibile, poiché disegna una reale alternativa al presente stato di cose,
che vede intere popolazioni sottomesse alle disumane esigenze del governo mondiale del capitale
e delle sue classi dominanti. Il disegno costituzionale originario postula più Stato per il controllo
dell’economia, per la pianificazione industriale, per la tutela dei diritti fondamentali e per la più
equa distribuzione delle risorse.
5.Per organizzare il vero cambiamento e conseguire risultati di avanzamento politico-istituzionale
è importante far leva sulla riaffermazione dei diritti costituzionali disapplicati e cercare su questi
valori il più ampio consenso di massa, con poche e chiare proposte:
-contrastare l’attuale (contro)riforma costituzionale, a partire dal prossimo referendum popolare,
impedendo di sostituire alla funzione costituzionale di controllo del Senato, un’assemblea di
amministratori locali, spesso disonesti ed impreparati, che agirebbero al riparo dell’immunità
parlamentare e proponendo una legge di revisione costituzionale che corregga il bicameralismo
perfetto, investendo la sola Camera del rapporto di fiducia col governo e riducendone il numero
dei parlamentari a non più di 400/500 membri;
-contrastare l’attuale riforma elettorale che, tramite un abnorme premio di maggioranza, porta il
maggioritario all’estrema conseguenza del monopartitismo (il partito unico della nazione!),
consegna a chi riesce ad avere un solo voto in più del secondo arrivato (anche con una bassissima
percentuale di voti) il dominio incontrastato di tutte le istituzioni governative, parlamentari e di
controllo, e toglie rappresentanza a qualsiasi dissenso e/o opposizione democratica;
-proporre il ritorno al sistema elettorale più democratico, il proporzionale puro, secondo il
principio “una testa un voto”. Tale sistema (più adeguato alla complessità del nostro Paese),
insieme alla drastica riduzione del numero dei deputati sopra proposta, supererebbe la necessità
di porre innaturali sbarramenti e renderebbe più efficace l’azione del Parlamento, rivitalizzandone
la funzione legislativa. Una nuova legge elettorale proporzionale ridarebbe equilibrio al rapporto
tra forma di governo e rappresentanza, riporterebbe il suffragio universale a fondamento della
democrazia partecipata, ridarebbe centralità al Parlamento e ristabilirebbe il diritto del cittadino a
partecipare alle scelte della vita politica;
-opporsi a qualsiasi forma, strisciante o palese, di presidenzialismo, ristabilendo funzioni e ruolo
del Capo dello Stato e la netta separazione tra i “poteri” dello Stato. I danni, infatti, già prodotti
alla democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione sono fin troppo evidenti. La
preminenza del potere esecutivo (governo) su quello legislativo (parlamento), che viceversa
dovrebbe esercitare il controllo politico sull’esecutivo, ed il conflitto tra quest’ultimo ed il potere
giudiziario (magistratura), che affievolisce il controllo di legalità sull’esecutivo, sono già i connotati
di un presidenzialismo strisciante, sempre più libero da contrappesi istituzionali, che oggi, con il
doppio turno, elegge direttamente il Presidente del Consiglio e, magari domani, il Capo dello
Stato;
-abrogare l’art.81: il pareggio di bilancio nella Costituzione è infatti una norma che rende del tutto
inutili i principi fondamentali in essa contenuti (art.3,4,9), lo stato sociale, qualsiasi iniziativa a
favore delle classi più deboli e, in generale, qualunque investimento dello Stato “per rilanciare
l’economia”.
-ripristinare funzioni e competenze assegnate allo Stato e alle Regioni dal titolo V° della
Costituzione, ponendo fine alla confusione di responsabilità e competenze tra governo centrale
ed amministrazioni periferiche;
-rivendicare la reale applicazione dell’art 11 ed il pieno controllo democratico del Parlamento sulle
spese militari;
-rivedere tutti i rapporti con l’UE, oggi basati sulla sudditanza economico-finanziaria e su
imposizioni di leggi e norme, spesso incompatibili col dettato costituzionale, per riaffermare su
questioni fondamentali la sovranità dello Stato e del governo democratico. Va, al riguardo,
abrogato anzitutto l’art 81, già inserito in Costituzione, che rappresenta il più inquietante esempio
di cessione di sovranità del nostro Stato. Dall’introduzione della moneta unica, alle politiche
economiche di rigore, ai criteri di stabilità finanziaria, aspetti decisivi della vita economica sono
ormai disciplinati da normative Ue, decise da organismi non elettivi (Bce, ECOFIN, Commissione
europea): questi, posti a guardia degli interessi del capitale finanziario, hanno appunto imposto
l’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio dello Stato;
-recuperare la funzione costituzionale dei partiti, sancita dall’art.49 della Costituzione, di
rappresentanza organizzata della volontà popolare, per dare al dissenso e al conflitto sociale la
sponda di forme organizzate di opposizione politica; e regolamentare in modo più stringente il
finanziamento pubblico ai partiti restituendolo alla funzione di facilitatore della partecipazione e
dell’accesso alla politica;
-introdurre il vincolo del mandato parlamentare, della sua revocabilità e della durata di due
legislature per eliminare il carrierismo politico.
La costruzione di una prospettiva socialista necessita, dunque, di un profondo cambiamento di
natura anche culturale, dentro un sistema di democrazia costituzionale e rappresentativa, che, per
quanto borghese va potenziata e tutelata, poiché garantisce (per ora) l’agibilità politica ed oppone
un argine alle derive antidemocratiche già in atto.
LA CORRUZIONE COME DATO SISTEMICO, LA QUESTIONE MORALE COME QUESTIONE POLITICA
6.Un indice eclatante del degrado politico, istituzionale e morale del Paese è rappresentato dalla
corruzione: un fenomeno che ha ormai raggiunto dimensioni “sistemiche”, che ha rilevanza sia
nazionale che locale e che è penetrato diffusamente nelle procedure di governo e sottogoverno.
Certo, non va dimenticato che nel nostro Paese – ma non solo nel nostro – i poteri criminali sono
sempre più integrati nell’economia “legale”, tanto da costituirne parte rilevantissima, coi traffici di
droga e armi e il connesso riciclaggio di denaro sporco lungo i flussi della grande finanza. Ma la
corruzione si è oggi estesa toccando ambiti centrali e periferici della politica e inquinando l’attività
di amministratori e pubblici funzionari. Ciò ha tra l’altro favorito la polemica “anti-casta”,
rafforzando il risentimento generico e qualunquistico nei confronti della politica come tale (anche
a scapito di temi e bisogni che sono espressione dell’acuirsi delle differenze di classe).
7.In proposito i comunisti hanno più di altri titolo a dire la loro e a indicare la strada per una
rigenerazione della nostra vita democratica e istituzionale. Non sorprende il constatare quanto
ipocrite siano le argomentazioni e inconcludenti le soluzioni proposte da altri (e dalle stesse strida
populiste): esse restano infatti alla superficie del problema, non potendo muovere dalla denuncia
di un sistema che ha eletto a sua stella polare il raggiungimento del massimo profitto, costi quel
che costi. Come ben sapeva Marx e come è confermato ai nostri giorni dall’involuzione
neoliberista dei rapporti sociali e civili, al di là delle condanne morali la corruzione è intimamente
correlata al sistema capitalistico, è l’olio che fa girare i suoi gangli vitali. Tuttavia oggi va rilevato
che, per la frequenza e la gravità dei casi, il fenomeno sembra aver raggiunto un livello di guardia.
Con la cosiddetta “fine delle ideologie”, la società e – con essa – la politica hanno visto le proprie
azioni svuotarsi di idealità e valori. E il “pensiero unico” (unica ideologia di fatto mai nominata ma
imperante) ha imposto la sua legge, il suo senso comune: far soldi.
8.Come si vede, il tema non è semplicemente quello di un ripristino della legalità davanti a casi
individuali di infrazione, né quello di un galateo morale da ristabilire. Il tema vero è la “questione
morale”, il cui prorompere fu anticipato con preveggenza da Enrico Berlinguer: una “questione
morale” che è tutta politica, in quanto chiama in causa un intero impianto sistemico entro cui è
maturata la crisi delle istituzioni e, dentro questa, la crisi delle forze politiche. Non a caso, è stato
un comunista a lanciare in tempi non sospetti l’allarme: né poteva essere altrimenti, essendo
quella denuncia espressione appunto della “diversità comunista”(una “diversità” andata via via
appannandosi, fino al disastro odierno della sinistra). Spetta ora a noi riprendere quell’attitudine e
quella denuncia: rilanciando tra l’altro il tema del controllo popolare sulla spesa pubblica,
rivendicando forme di controllo pubblico in generale sull’attività politico-amministrativa,
sull’erogazione e la qualità dei servizi pubblici, nonché sui flussi di denaro che attraversano la vita
delle forze politiche, imponendo vincoli stringenti allo stesso mercato finanziario.
TESI 15
UNA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE
1.Nella crisi il Sud paga il conto più salato. Alla forte caduta del reddito, dei consumi interni e
dell’occupazione, allo smantellamento del tessuto produttivo (già limitato e poco orientato
all’esportazione), si associa l’ ingente riduzione della spesa pubblica e un aumento della pressione
fiscale. Il taglio della spesa pubblica colpisce non solo gli investimenti ma anche settori sociali
essenziali, a cominciare dalla sanità e dall’ istruzione, con conseguenze di lungo periodo
sull’economia e sulla vita civile.I dati clamorosi sull’abbassamento dell’aspettativa di vita, sulla
riduzione della popolazione, sulla disoccupazione, sulla povertà squadernano di fronte a noi gli
effetti di una autentica macelleria sociale a cui è stato sottoposto il Mezzogiorno dalle politiche
neoliberiste, dentro un circuito recessivo che continua.L’intervento pubblico per il Sud che,
nonostante i suoi storici limiti, segnava l’esigenza di un requilibrio dello sviluppo nazionale è stato,
da molto tempo, archiviato ed anzi rovesciato. In questi anni si è registrato un gigantesco
spostamento di risorse pubbliche dal Sud al Nord del Paese.Sono stati presi i soldi al Sud e spostati
alle regioni del centro Nord. Si parla di circa 35 miliardi di euro prelevati dai fondi FAS. I tagli,
operati in tutti i settori, dall’università alle opere pubbliche, hanno privato sistematicamente le
regioni meridionali di fondi per progetti già in programma. Il Sud è diventato un mercato di
consumo, un territorio deprivato, campo libero per speculatori come dimostrano tante vicende, a
cominciare da quella tragica della Terra dei fuochi. In questo quadro si rafforza il potere delle
mafie, sempre più organicamente connesse ai centri economico-finanziari, sempre più capaci di
condizionare le istituzioni e che dal Sud si irradiano stabilmente su tutto il territorio nazionale.
Invece di affrontare i nodi reali il governo ha fatto opera di propaganda come dimostra, tra l’altro,
la stanca riproposizione del Ponte sullo stretto che rappresenta un’offesa per un territorio che non
ha strade e ferrovie dignitose e che sconta un grave dissesto idrogeologico.Tutto ciò ha provocato
una allarmante spaccatura del Paese, allargando il solco tra il Nord e il Sud e aumentando distanze
e incomprensioni.
2.Ormai da anni è ripreso un flusso di emigrazione dal Sud al Nord. Protagonisti di questa nuova
ondata migratoria sono i giovani diplomati e laureati, i cervelli del Sud, il cui abbandono blocca
qualsiasi possibilità di trasformare il Sud medesimo.Ciò è la conseguenza di un ulteriore
allargamento della precarietà, dell’insicurezza e del disagio sociale.Oggi la nuova questione
meridionale si intreccia con una drammatica “questione giovanile”. Si tratta di un tema che
riguarda le forze di cui dispone il Mezzogiorno e che possono essere messe a disposizione di un
progetto nuovo di rilancio del nostro Paese. Nel Sud la disoccupazione è raddoppiata negli ultimi
anni e tocca il 17,9%, mentre tra i giovani la disoccupazione raggiunge ormai il 70 %, circa il
doppio della media nazionale che si attesta al 35,3 % .Dietro questi numeri c’è la vita di milioni di
persone, di un’ intera generazione di ragazze e ragazzi. La grande speranza, per la quale
intendiamo spendere l’impegno e la lotta dei Comunisti è quella che i giovani possano formarsi
nelle scuole e nelle università del Sud e in seguito avere la possibilità di trovare,in questa terra, un
lavoro adatto alle loro possibilità e ai loro studi. Quest’obiettivo va perseguito con una lotta
politica coerente ed incessante. In questo senso è maturo il tempo di una grande battaglia
generale per conquistare il diritto al reddito minimo di cittadinanza per i giovani, a partire dal Sud.
3.In questa battaglia ci aiuta l’attualità del pensiero meridionalista gramsciano. Ciò significa
respingere, innanzitutto, il tentativo di rappresentare la questione meridionale come una mera
questione criminale che si affronta con la militarizzazione del territorio.Il Sud è una grande
comunità di 20 milioni di cittadini, ricca di storia, cultura e potenzialità che paga i prezzi di antiche
ingiustizie e di moderne diseguaglianze, ma che può essere una ricchezza straordinaria per il
futuro se si batte l’idea che esso serva solo come grande area di consumo dei prodotti del
Nord.L’unica carta vera, che questo Paese ha a disposizione, è la carta del Mezzogiorno che deve
essere sempre più considerato come la grande risorsa per il futuro dell’Italia, non più, come invece
è avvenuto in questi anni, un peso per l’Italia sviluppata. Torniamo dunque a parlare di questa
grande indicazione politica, di questa scelta di fondo che si chiama Questione Meridionale. Ciò
serve al Sud, serve al Nord, serve all’Italia.
4.Ci vuole una svolta profonda: occorre promuovere un grande piano di investimenti pubblici
verso il Mezzogiorno, aumentando seriamente l’impegno dello Stato. Pensiamo ad un nuovo flusso
di finanziamenti legato ad un “Progetto per il Mezzogiorno del XXI secolo”. Il Sud ha bisogno di una
nuova industrializzazione, di potenziare reti e infrastrutture, di un piano per la difesa del suolo, di
interventi per la riqualificazione ambientale e urbana, di valorizzare le produzioni agricole tipiche,
di rilanciare l’artigianato, di valorizzare i beni culturali, di sviluppare la produzione di energia da
fonti rinnovabili, di promuovere uno sviluppo del turismo fondato sulle risorse del
territorio.Decisivo è il quadro mediterraneo, segnato da rischi di guerra ma anche da grandi
potenzialità. Il processo di reindustrializzazione del Paese non può non passare per il Mezzogiorno,
attraverso politiche infrastrutturali e creazioni di poli logistici che facciano di quest’area una terra
di scambi mercantili con tutto il Mediterraneo e con l’Asia, soprattutto dopo il raddoppio del
Canale di Suez che rivoluzionerà i traffici mondiali. Si tenga conto che ormai il 60% del commercio
mondiale riguarda l’Asia: la strategia cinese della “Via della Seta” (con la recente costituzione della
Banca Asiatica per gli Investimenti) sarà decisiva per il Sud, visto come naturale approdo degli
scambi mondiali che passano dal Mediterraneo: da questo punto di vista le nostre realtà portuali
risultano favorite nella competizione con i porti dell’Europa del Nord. Per questo è vitale che si
creino collegamenti autostradali, ferroviari e e marittimi nelle città del Mezzogiorno, attualmente
inesistenti.
5.Una politica di pace, cooperazione, accoglienza che è nell’interesse nazionale dell’Italia è
particolarmente decisiva per il Mezzogiorno.Il ruolo nevralgico e di cerniera che il Sud può
svolgere è in netto contrasto con l’ espansione degli insediamenti militari NATO sul territorio
meridionale che dobbiamo combattere con determinazione. I movimenti contro le basi militari, da
Napoli alla Sicilia e alla Sardegna, così come quelli antirazzisti, sono tra le esperienze di lotta più
importanti del Mezzogiorno e i comunisti lavorano al loro rafforzamento.
Riapriamo il dibattito sulla Questione Meridionale come bussola fondamentale della nostra azione,
del nostro orientamento, del nostro progetto politico, consapevoli della piena attualità della
lezione di Antonio Gramsci che avvertiva che “ il Sud è l’emblema del fallimento del capitalismo
italiano”.
TESI 16
LIBERAZIONE, DIRITTI
LA LIBERAZIONE DELLA DONNA E’ UNA PROSPETTIVA COMUNISTA.
1.La condizione delle donne in Italia è la peggiore tra quelle dei grandi Paesi europei, certificata
internazionalmente in base agli indicatori dell’occupazione femminile, del tasso di fertilità e del
tasso di povertà infantile. Le cause storiche, strutturali e socioculturali di tale arretratezza
risalgono al ritardo nell’industrializzazione e nell’ingresso massiccio delle donne nel lavoro
dipendente retribuito, al fascismo, all’incombenza del Vaticano nella politica italiana, alle
caratteristiche del capitalismo nostrano (generalmente incapace di cogliere e attuare innovazioni
produttive e organizzative), al culto della virilità e al familismo. Tutto ciò nonostante l’esistenza in
Italia, per decenni, del più forte Partito Comunista d’Occidente, di un grande movimento
sindacale, di un articolato movimento femminista, delle lotte di molte lavoratrici e l’opera di
donne autorevoli in politica e in ogni campo della cultura.
2.Per il marxismo la condizione di sfruttamento e di oppressione della donna ha avuto origine con
la divisione sociale del lavoro. La subordinazione femminile è il prodotto della sua esclusione dai
rapporti produttivi e la sua relegazione nell’ambito della famiglia. Questo predominio del genere
maschile su quello femminile – il patriarcato – risale a molti millenni fa, all’inizio della Storia, ed è
stato fatto proprio dal capitalismo in quanto formidabile strumento di divisione all’interno delle
stesse classi lavoratrici. Occorre che il partito si faccia carico del fatto che l’oppressione di genere,
con le disuguaglianze e le discriminazioni che ne derivano, è questione specifica, presente in tutte
le classi sociali, a tutti i livelli della condizione lavorativa, all’interno della stessa condizione operaia
e che quindi non è riconducibile semplicemente alla contraddizione capitale-lavoro: la
contraddizione di genere va affrontata con determinazione insieme alla contraddizione capitalelavoro
e a quella capitale-natura, per poter cogliere, mediante tutti i molteplici intrecci tra di esse,
la complessa e multiforme realtà attuale.
3.Il patriarcato continua ad agire anche negli altri aspetti della vita politica, sociale e familiare, con
i tagli alle politiche pubbliche, con il depauperamento dei consultori, con l’obiezione di coscienza
del 70% dei medici ospedalieri nei confronti dell’interruzione di gravidanza, nella mercificazione
dell’immagine del corpo femminile e nella violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica
perpetrata da compagni ed ex compagni di vita. Tale situazione, proprio per la sua gravità, pone il
Partito comunista, in particolare in Italia, di fronte a una grande sfida, dati gli obiettivi di
trasformazione strutturale e politico-culturale che intende perseguire: tra questi, la liberazione
della donna. Sfida da agire il più possibile a livello di massa in ambito nazionale e anche
partecipando attivamente alle reti di organizzazioni femminili europee e internazionali. Posare
dunque un doppio sguardo di genere sul mondo per poterlo interpretare correttamente e
integralmente, per poi agire con efficacia, è per noi la scommessa del XXI secolo, se vogliamo
essere comunisti e comuniste.
I DIRITTI CIVILI PROGREDISCONO E VIVONO INSIEME AI DIRITTI SOCIALI
4.Il tema dei diritti civili, o più in generale dei diritti umani, è un importante terreno di lotta politica e
culturale e va collocato nel quadro ampio dell’analisi di classe. I comunisti, come osservava già Togliatti,
non devono cadere nell’errore di contrapporre diritti civili e diritti sociali, essendo peraltro consapevoli che
solo in una società socialista vi possa essere il massimo sviluppo degli uni e degli altri. I diritti civili si
collocano, in una data fase storica, sul piano delle cosiddette libertà individuali concesse o previste dalla
classe che detiene il potere: essi sono cioè determinati in ultima istanza dai rapporti di forza nella società.
Con lo sviluppo della democrazia repubblicana nel secondo dopoguerra, ha preso corpo nel nostro Paese un
grande processo di democratizzazione dello Stato e di socializzazione del potere che è progredito negli
ultimi 70 anni con alterne vicende, con fasi di avanzamento della democrazia sociale e fasi di recrudescenza
dei caratteri reazionari delle classi dominanti. Non è un caso che in Italia siano state possibili importanti
conquiste civili, come la legge sul divorzio e la legge sull’aborto, in una fase in cui il movimento operaio e le
sue organizzazioni, anche in relazione ad un quadro internazionale favorevole, vivevano una fase di
avanzamento e affermazione. Ciò conferma una lettura che tiene insieme diritti civili e sociali in un’unica e
solidale battaglia per l’emancipazione e la dignità degli esseri umani, a differenza di un approccio
interclassista che afferma le cosiddette libertà individuali in termini parziali e strumentali rimuovendo il
piano della lotta di classe.
5.Occorre quindi valorizzare le rivendicazioni dei settori popolari più attenti e sensibili alle questioni legate
ai diritti civili sostenendo altresì con nettezza che, qualora si abbandonasse o si indebolisse il terreno della
lotta per i diritti sociali, si andrebbe incontro all’indebolimento della vita democratica e di tutte le libertà
democratiche in quanto tali. La destrutturazione della Costituzione, l’arretramento conseguente sul piano
sociale ed economico delle classi popolari, l’attacco ai diritti elementari dei lavoratori, unitamente alle
aggressioni imperialiste, confermano come la questione delle libertà individuali, nelle mani dell’avversario
di classe, possa divenire strumento per un’offensiva restauratrice e reazionaria. Basti pensare che il diritto
d’aborto, conquistato con le lotte dei movimenti delle donne e della sinistra negli anni Settanta, con alla
testa il Partito Comunista Italiano, attualmente è messo pesantemente sotto attacco, col paradosso per cui
lo Stato consente l’esistenza di medici obiettori di coscienza nello stesso momento in cui alimenta la
distruzione della sanità pubblica. Inoltre, nel più vasto contesto delle vicende internazionali, è necessario
contrapporsi ad ogni strumentalizzazione del tema dei diritti umani da parte della grancassa mediatica al
servizio delle potenze imperialiste: una dimensione in cui è ancora più stridente la contraddizione fra
l’enunciazione di questi stessi diritti o la condanna della loro violazione e l’opera di neocolonizzazione di
interi popoli attraverso lo sfruttamento e le aggressioni militari. Compito dei comunisti è fare opera di
demistificazione e opporsi a questa invasiva offensiva ideologica, anch’essa eminentemente finalizzata ad
accreditare la tesi della contrapposizione fra lotte sociali e lotte per i diritti civili: una contrapposizione che
impedisce e indebolisce la solidarietà degli oppressi a tutto favore delle classi dominanti.
6.La subalternità manifestata su questi temi anche da settori della cosiddetta “sinistra radicale”, con
l’accettazione della rimozione della centralità del conflitto capitale-lavoro e la consequenziale scissione tra
diritti individuali ed emancipazione sociale, ha prodotto un arretramento complessivo sul terreno della
coscienza di classe e della solidarietà. I comunisti, al contrario, devono continuare a lottare per la piena
affermazione delle libertà collettive e individuali, per il vero riconoscimento dei diritti già sanciti nella
Costituzione (come quello al lavoro, alla pensione, ad una retribuzione adeguata), del diritto alla salute e
alla casa, delle nuove istanze di libertà che la società contemporanea esprime come il diritto al reddito
minimo, così come devono battersi per il pieno riconoscimento dei diritti delle donne e quelli delle coppie
omosessuali. Comunismo è anche diritto pieno alla scelta e al vissuto libero e individuale di una propria
sessualità: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, transessuale, diversamente sessuale.
TESI 17
UNA NUOVA GENERAZIONE DI COMUNISTI: RICOSTRUIRE LA
FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTA
1.Nel processo costituente del Partito comunista, i giovani che da tempo hanno scelto la strada
della lotta per la costruzione di un’atra società, di un altro mondo, per il socialismo e il
comunismo, avranno un ruolo centrale. Giovani che hanno resistito tanto allo scoramento per le
tante sconfitte dell’ultimo venticinquennio, quanto alle “sirene” dell’opportunismo e delle scelte
facili.La generazione identificata con l’etichetta dei “nativi virtuali” è molto diversa dalle
precedenti; a partire dalla comprensione delle caratteristiche peculiari e distintive di essa sarà
possibile elaborare una strategia vincente di ricostruzione. I giovani nati e cresciuti dopo il 1989,
dopo la fine della prima “esperimento profano” di costruzione della società socialista sovietica,
hanno subito la stratificazione di un senso comune, volta a espungere l’opzione rivoluzionaria e
l’alternativa di modello sistemico economico-sociale. La debolezza politica e culturale delle
fondamenta “rifondative” del comunismo, poste alla fine dell’esperienza del PCI nel 1991, ha
facilitato la sedimentazione di cui sopra. Parallelamente, questa generazione ha sviluppato il
rifiuto dell’organizzazione politica di massa, tanto nella forma dei partiti, tanto in quella sindacale,
subendo pienamente un’offensiva di restaurazione, volta alla demolizione della forte dialettica
politica e della rappresentatività del conflitto nelle istituzioni, così come era avvenuto dal secondo
dopoguerra in poi. Complice, è stata l’espulsione dell’opzione autenticamente rivoluzionaria e
comunista come scelta possibile per la propria vita, al contrario di quanto accadeva con le
generazioni del Novecento.
2.La vita materiale della nuova generazione si presenta in maniera molto diversa: la
flessibilizzazione del lavoro ha stravolto qualsiasi ipotesi di pianificazione della vita, la
deregolamentazione dell’orario di lavoro produce una nuova forma di estraniamento,
l’atomizzazione del mondo del lavoro e della produzione punta a sradicare completamente, col
tempo, l’idea stessa dell’appartenenza e dell’organizzazione di classe, contribuendo
all’assimilazione di una comunione di destini tra lavoratori e padroni, in luogo del conflitto.Lo
stesso scatenarsi della crisi del 2008, pur generando fino al 2011 movimenti di protesta persino
potenzialmente portatori di una carica contestativa rivoluzionaria, non ha prodotto una
consequenziale ripresa della lotta di classe nazionale ed internazionale. La distruzione sistematica
della scuola e dell’università pubbliche, perseguita scientemente dalle classi dominanti, ricerca la
fine dell’Istruzione intesa come formazione del senso critico e punta a ripristinare un modello di
scuola padronale e a servizio delle esigenze di imprese, profitti e mercato.
3.L’individualismo dominante alimenta una falsa coscienza collettiva e un pensiero debole, stretto
tra i limiti della riforma dell’esistente e dell’accettazione passiva. La forte “liquidità” dei consensi e
la parallela crescita dell’astensione elettorale ne sono esempio palese. L’affermarsi di nuove reti
sociali virtuali, strumenti di controllo ideologico e annullamento della coscienza collettiva, crea
nuove forme di alienazione sociale, di mercificazione della vita e di aborto della possibilità di
trasformare una vaga “indignazione” in carica rivoluzionaria. L’Italia, pur non essendo tra i Paesi
con il maggior numero di utenti facebook, o simili, è tra i Paesi in cui questi social sono usati
giornalmente per più tempo. L’era della semplificazione estrema del messaggio comunicativo
pone ai comunisti il problema di elaborare un approccio nuovo alla comunicazione di massa.
Siamo in presenza di una nuova “Belle Epoque” caratterizzata da una costruzione imponente della
modernità capitalista e dalla proliferazione di un sottobosco di precarietà, insicurezza sociale,
individualismo. Compiti della Federazione Giovanile Comunista Italiana dovranno essere quelli di
indagare questi fenomeni, di ricostruire una coscienza collettiva, di ridare strutturale relazione al
nesso tra riscatto individuale e riscatto collettivo, di portare una rinnovata coscienza di classe
laddove essa non esiste più o è presente in una fase embrionale, cioè nei luoghi di studio e di
lavoro, di costruire una doppia coscienza di genere indirizzata al rispetto e alla valorizzazione delle
differenze e alla liberazione della donna, di lavorare in tutti i movimenti di lotta nel Paese per
liberarne potenzialità rivoluzionarie sulla base di parole d’ordine avanzate, di relazionarsi con il
Partito su nuovi movimenti e metodi comunicativi, in modo tale da renderne efficace l’azione
politica e aggiornarlo per permettere un sempre attuale confronto con la realtà in continuo
divenire. La costruzione di un’ organizzazione giovanile comunista è un’esigenza storica per un
progetto comunista che voglia attraversare i tempi nuovi che scorrono veloci e avere con sé quella
gioventù che, come affermava Lenin, nella rivoluzione ardente è la fiamma più viva. Lottando
affinché il futuro sia migliore del nostro sogno più bello.
TESI 18
IL CONTROLLO IDEOLOGICO NEL POST-MODERNO
LA QUESTIONE IDEOLOGICA
1.La questione ideologica, rimossa da decenni dalla sua centralità nell’identità ideologico-politica
del movimento comunista, ha invece nei suoi fondatori storici – da Marx (critica all’ideologia come
falsa coscienza), a Gramsci (intellettuale organico e collettivo), a Lenin (la coscienza rivoluzionaria
scaturisce dall’analisi della totalità dei rapporti sociali) – un ruolo fondativo nella teoria del
socialismo scientifico che qualifica la natura e l’identità comunista rispetto a tutte le altre
espressioni di sinistra e costituisce questione centrale per chi si propone di operare la
ricomposizione di un soggetto organizzato dei comunisti e insieme la necessaria
rigenerazione/attualizzazione dell’impianto ideologico-culturale del socialismo scientifico per il XXI
secolo. Il concetto di ideologia come visione del mondo (Weltanschauung) e come falsa coscienza
è essenziale sia per comprendere le dinamiche odierne di formazione del cosiddetto immaginario
collettivo nel XXI secolo – cioè le dinamiche della riproduzione intellettuale borghese oggi, con la
quale le classi dominanti celano le contraddizioni e l’origine delle disuguaglianze nella società,
determinate dai rapporti di produzione basati sullo sfruttamento e sull’alienazione – sia per
opporre alla mistificazione ideologica operata dopo l’89, nel segno unificante del neocapitalismo
post-ideologico, un solido quadro di riferimento teorico, cioè una autonoma visione del mondo
organica e alternativa ed una conseguente autentica prassi rivoluzionaria.
2.Attraverso lo sviluppo di una rinnovata e incessante opera di formazione nel/del partito è perciò
necessario superare la dicotomia tra teoria e prassi, come frutto avvelenato della mistica “postideologica”
della vulgata dominante, che ha caratterizzato in vario grado tutte le culture politiche
della sinistra post ’89, ivi compreso parte del processo complessivo della rifondazione comunista.
Una subalternità ideologica che, impedendo l’elaborazione di una teoria della trasformazione che
è essenzialmente comprensione, scomposizione e ricomposizione della realtà odierna in una
visione del mondo organica e rivoluzionaria, ha di fatto procrastinato la cosiddetta diaspora
comunista. La nostra azione collettiva nel processo della rigenerazione comunista ha dunque la
necessità di acquisire la piena consapevolezza del livello di sedimentazione ideologica che
l’egemonia capitalistica ha depositato sulla sconfitta e sulla disarticolazione del movimento
operaio internazionale, che hanno mutato il contesto ideologico-culturale odierno, producendo
una condizione di passività ideologica e di arretratezza di coscienza di classe, anche in senso
tradeunionistico oltreché storico, in un quadro più generale di arretramento della percezione della
divisione in classi della società verso una dimensione ideologico-culturale interclassista.
Oggi, in un contesto di rapporti di forza estremamente sfavorevoli, compito dei comunisti è quello
di sprigionare nella prassi delle dinamiche odierne, in particolare laddove più evidenti emergono le
contraddizioni strutturali e il conseguente potenziale cedimento sovrastrutturale (guerra/crisi),
tutte le potenzialità del metodo e degli strumenti di analisi propri del socialismo scientifico, a
partire dalla analitica comprensione della complessità delle dinamiche odierne della formazione
del consenso e dalla consapevolezza che l’attuale egemonia ideologico-culturale del capitale sulla
società a capitalismo maturo, pur in termini mistificatori, ha una sua oggettiva base materiale,
definita anche dai margini che lo sviluppo imperialistico ha permesso di esprimere.
LA FORMAZIONE DEL CONSENSO ATTRAVERSO I MEDIA
3.Oggi i nuovi media e le nuove dinamiche di formazione del consenso consentono – unitamente
alla destrutturazione del sistema della formazione e istruzione pubblica – un livello di controllo
ideologico sulla società e sulle classi subalterne, in termini di omologazione alla cultura neoborghese
egemone, impensabile fino a qualche decennio fa. La comunicazione come vettore
dell’ideologia, con lo sviluppo delle nuove tecnologie hardware, ha assunto un ruolo fondamentale
a supporto dell’affermazione della visione del mondo neocapitalista e comprende il mondo
dell’informazione e quello dello spettacolo come fabbrica o produzione di consenso.
4.Due sono dunque gli ambiti di ricerca per ridurre la complessità e vastità degli attuali strumenti
disponibili nella costruzione del consenso, al fine di produrre una prassi possibile in grado di
affrontare la post modernità del controllo ideologico: i nuovi media e le nuove dinamiche di
formazione del consenso che includono anche i media tradizionali (con l’avvento dei grandi
network privati, conglomerati mediatici ma non più esclusivamente editoriali bensì connessi ad
interessi economici diversi, da Mediaset a Sky):
a) per nuovi media intendiamo il cosiddetto web 2.0, cioè l’insieme di applicazioni (Google,
Facebook, Youtube, le chat, i blog ecc.) che permettono un elevato livello di interazione tra il sito
web e l’utente e il complesso di tecnologie hardware (computers, ipod, smartphone) che, insieme,
producono il flusso delle informazioni in rete in grado di orientare atteggiamenti e comportamenti
sociali, politici, economici (d’altro canto il NASDAQ è essenzialmente l’indice, com’è noto, dei
principali titoli tecnologici della borsa americana dove sono quotate le principali compagnie
informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo, Facebook) e che permettono una
partecipazione apparentemente non passiva e libera alla società del consumo e dello spettacolo,
dove si compie una vera e propria evaporazione virtuale della classe nel luogo dell’alienazione
sovrastrutturale per eccellenza, ove si sostituisce il contesto reale determinato dai rapporti di
produzione con le comunità sociali virtuali dalle geometrie variabili e interclassiste e dove
l’opinione del singolo spinge le comunità web verso un relativismo assoluto, che cancella il
conflitto, la sintesi, la dialettica. La pervasività di questo mezzo è potenziata dalla sua estrema
portabilità (smartphone, iPod) che permette l’accesso facile, continuo e quotidiano alle comunità
sociali tramite le quali anche il lavoratore-merce-consumatore può connettersi in ogni momento al
mondo globale dello spettacolo e del consumo;
b) le nuove dinamiche del consenso incentrate sul monopolio che oggi le classi dominanti
detengono non solo della produzione materiale e intellettuale, ma anche della produzione e
diffusione delle emozioni su cui si fonda la propaganda di guerra dell’informazione come
terrorismo dell’indignazione, rivolta a suscitare adesione alle strategie neo-coloniali e imperialiste.
Ciò è evidente in tutti quei programmi (dai talk show ai reality show, format che vengono
trasmessi in tutto l’occidente e non solo) non propriamente di natura politica ma che,
caratterizzati da una commistione di informazione e intrattenimento funzionale alla creazione di
una adesione di massa, veicolano stereotipi comportamentali a sfondo ultrapoliticizzato e protesi
alla alienazione dal contesto reale, attraverso una continua ginnastica emotiva che traccia un solco
emozionale reattivo funzionale alla cancellazione di capacità autonoma critica sull’esistente.
Un partito consapevole che anche questa materia è terreno ulteriore della lotta di classe del XXI
secolo, come lo sono stati i media tradizionali nel secolo passato, non solo ha il compito di
disvelarne la sostanza e l’obiettivo, ma anche, nel limite del possibile, attrezzarsi per intervenirci
adeguatamente.
TESI 19
LINEA POLITICA DI MASSA, LEGAMI DI MASSA E FORMA PARTITO
ANTIMPERIALISMO, INTERNAZIONALISMO E LINEA DI MASSA
1.L’involuzione politica, culturale e ideologica dell’ultima fase del Partito Comunista Italiano, che si
offre come base materiale per la “Bolognina” e per l’autoliquidazione del Pci, ma anche il
revisionismo ideologico operato nel corso della lunga fase di egemonia “bertinottiana” sul Partito
della Rifondazione Comunista, prendono essenzialmente corpo attraverso la liquidazione di due
categorie cardinali della cultura comunista: l’antimperialismo e l’internazionalismo. Oggi, nel
quadro della costruzione di una linea di massa, compito primario dei comunisti è il recupero di una
capacità di mobilitazione su tali tematiche. A partire da due versanti strategicamente decisivi:
– la lotta contro le guerre imperialiste e contro la Nato, per l’uscita dell’Italia dalla Nato: così da
permettere al Partito comunista non solo di svolgere una battaglia in sé giusta, ma anche di poter
costruire legami operativi e ideali con il movimento contro la guerra e con le mobilitazioni contro
le basi Usa e Nato, con i quadri di movimento e con le nuove generazioni di militanti;
– in secondo luogo, decisivo sarà il ruolo che il Partito Comunista svolgerà contro le politiche
liberiste dell’Unione europea. Contro tali politiche il Partito Comunista dovrà radicalizzare il
conflitto, far crescere la critica tra i lavoratori e nelle piazze e porsi l’obiettivo di costruire un
fronte di lotta il più vasto possibile. Dovrà condurre, con altre forze, una battaglia di grande
respiro, volta alla costruzione di un senso comune capace di cogliere il nesso – che oggi non è colto
a livello di massa – tra i dogmi imposti ai popoli e agli Stati dall’Ue e l’allargarsi del disagio sociale
italiano e continentale. Dovrà assumersi il compito – tanto necessario quanto difficile, poiché in
controtendenza rispetto alla mitologia imperante dell’Ue – di disvelare, a livello di massa, il
progetto neo imperialista dell’Ue e, conseguentemente, non subordinarsi al dogma rigido e
acritico della permanenza dell’Italia nell’Unione europea e nell’Euro “a tutti i costi”: al contrario, in
sintonia con i partiti comunisti e le altre forze anticapitaliste e della sinistra di classe in Europa,
dovrà impegnarsi per studiare e promuovere forme di liberazione dal giogo liberista dell’Ue.
TATTICA E STRATEGIA, OPPOSIZIONE DI CLASSE, FORMA PARTITO
2.Perché abbia sbocchi positivi e concreti, il nostro progetto politico deve restare ancorato al
difficile ma ineludibile rapporto dialettico tra tattica e strategia. Per ricostruire una linea di massa
abbiamo bisogno di definire una linea politica per la fase che non sia disgiunta da un disegno
generale e prospettico. Siamo in una fase drammaticamente caratterizzata da un vuoto di reazione
sociale e dalla mancanza di una efficace opposizione di classe. I poderosi attacchi antisociali del
governo Renzi richiederebbero un’altrettanta poderosa risposta sociale e di massa. Che è invece
assente e che nemmeno la CGIL sa mettere in campo. I comunisti devono proporsi come motore
della ricostruzione di un’opposizione politica, tessendo pazientemente i fili che collegano le
singole vertenze ad un progetto di lungo periodo, non astenendosi dal prefigurare la possibilità
della transizione ad una società socialista e delineando il possibile percorso in un “Programma
Generale”, che da decenni manca alle forze comuniste italiane.
3.Sarebbe altresì impensabile un recupero dei legami di massa senza la presenza di una cultura
politica generale, di un senso comune tra i dirigenti, i militanti e gli iscritti del Partito Comunista:
una cultura del conflitto, della conduzione della lotta di classe come terreno privilegiato per
l’organizzazione del consenso. A tal fine, è essenziale costruire una forma partito che si ristrutturi
attraverso la riassunzione del progetto organizzativo del migliore PCI (dato dal connubio politicoculturale
di Gramsci e Togliatti), segnato dal rapporto dialettico tra sezioni territoriali (sedi
dell’elaborazione e dell’iniziativa del Partito, ma anche aperte e di popolo) e organizzazione del
partito comunista direttamente nei luoghi del lavoro e dello studio, a cominciare dai punti alti
dello scontro di classe, nei luoghi della produzione avanzata e d’avanguardia. Le cellule di
produzione rappresentano l’opzione organizzativa leninista e gramsciana in vista di
un’organizzazione rivoluzionaria, non a caso rimossa lungo i processi di socialdemocratizzazione e
involuzione dei partiti comunisti e di sinistra italiani. Un lavoro di grande lena – sul piano politico
e teorico – dovrà svilupparsi per mettere a fuoco la natura e il processo costruttivo della “sezione
comunista e di popolo” e del partito nei luoghi di lavoro e di studio ( progetto abbandonato dal Pci
molti anni prima della Bolognina e non più riassunto né dal Prc né dal PdCI) nonché il rapporto
dialettico tra le due opzioni organizzative.
ELEMENTI ESSENZIALI DELLA FORMA PARTITO COMUNISTA
4. A proposito dei caratteri essenziali della presenza organizzata dei comunisti:
– Occorre recuperare una cultura politica, oggi largamente dileguatasi, in base alla quale tra
iscrizione al Partito e militanza non vi sia cesura alcuna, ma consequenzialità politica consapevole.
– Questa cultura politica è la stessa che fa essere presenti, oltre che nel Partito, nei gangli della più
vasta articolazione politica, sociale e sindacale. Decisiva è infatti, al fine di rafforzare lo stesso
Partito comunista, la presenza attiva dei comunisti/e all’interno del sindacato, del movimento
contro la guerra, dell’Anpi , dei movimenti di lotta. La militanza sindacale sarà svolta in relazione al
posto di lavoro, nella CGIL come nel movimento sindacale di base e di classe, con l’intento di
lavorare strategicamente per la convergenza in un unico sindacato, di classe e di massa.
– Occorre riaffermare la “centralità della piazza”, dei cancelli delle fabbriche, delle scuole e
dell’università, di ogni posto di lavoro, come spazi di primario interesse per l’organizzazione del
consenso di massa. E se “la piazza”, la costante presenza del Partito nei luoghi di lavoro, di studio e
di popolo è da considerarsi azione prioritaria, occorre avere un Partito, nei territori,
organizzativamente attrezzato, in grado, cioè, di amplificare rapidamente all’esterno una linea
politica territoriale o nazionale. Nulla, rispetto all’esigenza di una politica di massa, può esser più
lasciato al caso: va bandita, in ogni sezione, in ogni Federazione, ogni sciatteria organizzativa; va
assicurata la possibilità di stampare rapidamente dei volantini, le bandiere del Partito, lo striscione
della Federazione o della Sezione, un gazebo, i tazebao, un microfono con le casse. Ciò non paia
una sollecitazione superflua: da troppi anni, un’inclinazione movimentista o all’opposto
istituzionalista hanno indebolito l’organizzazione dell’iniziativa sociale e politica.
– E’ fondamentale il lavoro sui media. La Rete rappresenta il nuovo terreno di organizzazione del
consenso di massa, che non può e non deve annullare il terreno sociale ma aggiungersi ad esso.
L’atteggiamento dei comunisti ha sinora ondeggiato tra la pura incomprensione e un
atteggiamento aristocratico e liquidatorio. I comunisti devono invece assumere il terreno di
organizzazione del consenso di massa insito nei nuovi media e nella Rete come terreno di
eccellenza – accanto al conflitto sociale e alla piazza – volto al rafforzamento del legame di massa,
in particolare nei confronti delle nuove generazioni. Va anche considerato il fatto che la Rete e i
nuovi mezzi offrono la possibilità di estendere e amplificare di molto e a costi economici bassissimi
il messaggio del Partito. Si pensi ad esempio all’essenziale ruolo di un nostro giornale on-line, con
cui abbattere i costi e coinvolgere nella sua fattura, oltre ai dirigenti, intellettuali e quadri operai,
costruendo, altresì, redazioni locali in ogni territorio dalle quali far pervenire notizie e racconti di
lotta sociale.
– Va considerata con cura la costruzione di relazioni sociali, politiche, di movimento. Va alimentata
la capacità, sia a livello nazionale che a livello territoriale, di intrecciare la nostra azione con le
altre forze comuniste, di classe, di sinistra, con le parti più avanzate del movimento sindacale e
operaio, cattolico e pacifista, con artisti e intellettuali. Questo stile di lavoro, che riassume il
meglio della storia del Pci come “partito di classe e di popolo”, deve tornare ad essere il nostro
stile di lavoro. In questo contesto va inteso il rapporto con i movimenti, utile a vivificare l’azione
politica e i legami di massa: un rapporto che ovviamente non deve offuscare l’autonomia politica e
culturale dei comunisti (la loro funzione “egemonica”) e tanto meno assecondare, come avvenuto
purtroppo nel recente passato, l’emergere di processi di decomunistizzazione del Partito.
-Di grande importanza, sia a livello nazionale che territoriale, è il rilancio della formazione, delle
scuole quadri del Partito. Noi non abbiamo i mezzi materiali e finanziari per fronteggiare il sistema
mediatico della classe e della cultura dominanti, molto più pervasivo di un tempo per le infinite e
insidiose forme con le quali si presenta. Può e deve invece impegnarsi a rimettere a valore la
grande storia e il grande pensiero, economico, filosofico, politico, espressi dal movimento
comunista, sia come conoscenza di un passato rivoluzionario ancora largamente propulsivo che
come griglia di lettura delle contraddizioni del presente.
-Nella fase odierna, contrassegnata dall’assenza del Partito Comunista dal Parlamento e dalla
marea montante anti-partito -che colpisce la partecipazione democratica alla politica
consegnandone le chiavi d’accesso al finanziamento privato- d’importanza ancor più centrale
diventano le politiche d’autofinanziamento: politiche ed esperienze da rilanciare e da inventare,
ma anche da ricercare nella grande storia del movimento operaio e contadino, italiano e
internazionale. Anche su questo occorre studiare e non lasciare il problema allo spontaneismo e
alle iniziative dei singoli compagni. Da questo punto di vista, le feste popolari debbono tornare ad
essere una preziosa attività, sotto il profilo politico come su quello economico. Parola d’ordine:
ogni provincia, una Festa del Partito.
-Da ultimo, ma non per importanza, c’è il tema del centralismo democratico. La frantumazione
degli interessi corporativi, l’invisibilità dei grandi poteri e l’autoreferenzialità del ceto politico sono
tre elementi che hanno determinato un impazzimento, una girandola di comportamenti aventi
come criterio regolatore solo l’interesse individuale immediato. La risposta prevalente a questa
crisi di razionalità e di rappresentanza è l’autoritarismo o meglio il potere del capo: Renzi, Grillo,
Berlusconi, Salvini ma ieri anche Di Pietro e, a livello locale, alcuni sindaci, animano un principio
organizzativo che si risolve materialmente ma anche simbolicamente nel governo di un capo che
spesso è anche il proprietario (del simbolo, del nome- che coincide in tutto o in parte con quello
stesso del capo- delle strutture, dei fondi).Nell’assenza di un principio di autorità, va quindi
crescendo a tutti i livelli la richiesta di un ordine comprensibile, di un principio di organizzazione, di
nuova rappresentanza. Dobbiamo situare la proposta del funzionamento di un partito comunista
all’altezza della crisi della politica e della società; e abbiamo l’ambizione di ricostruire non solo un
principio di organizzazione efficace ma anche un nuovo tipo di militante politico. Un militante che
operi in virtù di una scelta etica o ideologica, di una scienza della trasformazione ma anche in virtù
di un modello di relazioni, di un rapporto saldissimo e coerente dell’individuale con il collettivo,
della responsabilità con la libertà, della passione con la ragione. Tutto ciò nulla ha o deve avere a
che vedere con la retorica pericolosa del partito comunità: il partito è uno strumento di lotta e di
trasformazione, non un gruppo di autoaiuto, una sorta di alcolisti anonimi della frustrazione
sociale. Noi dobbiamo avere la temeraria idea che un ragionamento, profondamente aggiornato,
sul centralismo democratico sia un elemento capace non solo di produrre un impianto efficace di
organizzazione delle forze disponibili, ma anche di rispondere ad un esigenza profonda, anche se
espressa in forme distorte e contraddittorie: una risposta in grado di attrarre energie sociali
inquiete, di orientarle verso la scelta comunista. Per perseguire questo obiettivo di unità quale
base materiale per l’intera azione volta alla ricostruzione dei legami di massa, è urgente la ripresa
delcentralismo democratico, che è l’opposto (come sapeva Gramsci) del “centralismo
burocratico”: un opzione rivoluzionaria e filosoficamente contemporanea che ha bisogno, per
realizzarsi, della richiesta di un dibattito franco e libero, sollecitato (e mai represso) dagli stessi
gruppi dirigenti, al pari di una sintesi politica accettata e da ognuno/a praticata. E’ dunque parte
del metodo del centralismo democratico la massima valorizzazione del criterio di collegialità, del
lavoro collettivo e del confronto tra compagni. Così, dal livello nazionale a quello locale, vanno
costituiti dipartimenti e gruppi di lavoro, in modo da responsabilizzare il maggior numero possibile
di compagne e compagni, puntando a coinvolgere anche energie e risorse esterne al partito. Gli
stessi organismi dirigenti vanno concepiti, oltre che come luoghi di direzione politica, come
strutture di lavoro nelle quali ogni compagna/o abbia una precisa responsabilità, presenti piani di
lavoro articolati e riferisca sulla loro attuazione.
LINEA DI MASSA E BLOCCO SOCIALE
5.Base materiale del ripristino di una linea ed una prassi di massa è il progetto teso alla
costruzione di un nuovo blocco sociale per la lotta anticapitalista e la transizione al socialismo.
Tale “blocco” può costituirsi solo attraverso la messa a fuoco di progetti e l’organizzazione di lotte
tendenti ad unire processualmente vaste aree sociali potenzialmente anticapitaliste ancorché oggi
tra loro lontane e divise. A partire da ciò, obiettivi ineludibili sono:
– l’unità politica e d’azione del lavoro a tempo indeterminato con il lavoro precarizzato,
parcellizzato, con le aree della disoccupazione e dell’inoccupazione;
– la rimessa in campo, dopo decenni di silenzio e genuflessione alle ragioni del capitale, della
questione salariale, nella duplice forma di difesa del contratto nazionale di lavoro e di ripresa della
“scala mobile”, cioè di una procedura di riallineamento periodico delle retribuzioni al costo della
vita;
– la costruzione di una grande campagna per la riduzione generale dell’orario di lavoro:
provvedimento in grado di superare la flagrante contraddizione capitalistica tra uno sviluppo non
lineare, ma esponenziale, delle capacità produttive dei nuovi mezzi di produzione e, d’altro lato, la
sottosalarizzazione di massa e la restrizione dei mercati;
– la trasformazione della solidarietà nei confronti del popolo degli immigrati in lotta rivoluzionaria:
compito dei comunisti, di natura strategica, è infatti l’unita del movimento operaio complessivo
italiano con il popolo degli immigrati, in una prospettiva di unità di classe del proletariato “bianco
e nero”;
– la pianificazione dell’intervento nelle periferie metropolitane, realtà significative per
addensamento abitativo e per la “forma” unificante della disperazione sociale, ove concreto è il
rischio di un’egemonia delle forze politiche di destra, populiste e reazionarie. Radicarsi e operare
socialmente e politicamente in queste aree sociali, legarsi a questo popolo, lottare con esso per i
diritti, per la casa, per il welfare vuol dire, per i comunisti, proseguire l’opera di unificazione del
proletariato;
– la valorizzazione del mondo agricolo, per il quale va previsto un piano nazionale che tuteli i
produttori locali abbattendo i costi dell’intermediazione commerciale e il lavoro nelle campagne,
che salvaguardi le produzioni di qualità e incentivi il ritorno delle giovani generazioni, offrendo una
concreta prospettiva di lavoro nei luoghi d’origine;
– un ragionamento ad hoc sui processi di proletarizzazione del ceto medio, alla cui base deve
esserci la tutela dell’artigianato e del piccolo commercio, sempre più vessati dall’indebitamento e
da tassi di interesse capestro (usura illegale e “legalizzata”);
– una presenza organizzata nel mondo della cultura e intellettuale, che provi a ricostituire un
ambito di discussione ed elaborazione teorica entro cui siano impegnati intellettuali comunisti o
comunque vicini alle posizioni ideali e politiche dei comunisti. Da questo punto di vista resta
essenziale l’istituzione di un Comitato scientifico, coordinato dal partito e aperto a competenze
diverse, che operi con sguardo lungo su tempi non necessariamente determinati dalle urgenze
della politica quotidiana.
TESI 20
PROPOSTE PER UN PROGRAMMA MINIMO
1.Il programma minimo che i comunisti propongono alle lavoratrici ed ai lavoratori, alla società italiana, è
un programma realistico, funzionale ad aprire una prospettiva di cambiamento generale. Esso parte da una
considerazione di fondo: l’alto tasso di sviluppo delle forze produttive in un Paese come l’Italia, che
sebbene in parte deindustrializzato a seguito delle politiche perseguite dai governi succedutisi alla guida
dello stesso, rimane un Paese a capitalismo avanzato e membro del G8, non è compatibile con la situazione
di disagio economico e sociale in cui versa la maggioranza della popolazione. Tale contraddizione è effetto
dell’uso capitalistico di beni e risorse, di cui beneficia in massima parte una quota ristretta delle classi
dominanti. Tale programma si misura con la progressiva affermazione dell’ideologia liberista, alla quale
sono ancorate le politiche della cosiddetta Troika, dei governi Berlusconi, Monti, Letta , Renzi succedutisi
alla guida dell’Italia, che tutto subordina al mercato, inteso come unico elemento regolatore.
E’ possibile e necessario mettere in discussione tutto ciò. Serve rilanciare il ruolo dello Stato in economia,
partendo dal criterio della ri-pubblicizzazione di beni, risorse, servizi; salvaguardare lo Stato Sociale
garantendone i principi di universalità, equità, solidarietà; ristabilire i principi della democrazia
rappresentativa favorendo nuove forme di partecipazione, controllo e gestione da parte dei cittadini. La ripubblicizzazione
deve riguardare in primo luogo le risorse energetiche, i settori industriali strategici, alcuni
settori dello stesso sistema creditizio. Lo stesso alto tasso di sviluppo delle forze produttive, che oggi
provoca una intensa disoccupazione tecnologica, va messo invece al servizio della collettività, affermando il
principio del “lavorare meno, lavorare tutti”. Il binomio sviluppo e diritti sociali va considerato inscindibile.
2.Occorre dunque:
1. Un piano straordinario di intervento pubblico a sostegno di ricerca e sviluppo;
2. Un piano di intervento pubblico nel settore energia, con la riacquisizione da parte dello Stato di
aziende strategiche nel settore, e con un piano di investimenti per la creazione di nuove aziende
che lavorino sulle energie rinnovabili;
3. Un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione che ne rilanci e qualifichi la
funzione e superi definitivamente il precariato, nonché un piano straordinario di investimenti
pubblici nel Mezzogiorno, con particolare riferimento alle necessarie infrastrutture;
4. La ri-pubblicizzazione di aziende e settori strategici, a partire da quelli per i quali lo Stato ha già
investito ingenti risorse e/o detiene quote azionarie, con strumenti di controllo democratico sulla
loro gestione da parte dei lavoratori e dei cittadini. In questo contesto, essenziale è la costituzione
di un Polo finanziario e bancario pubblico, avente come ragione sociale il sostegno a una politica
industriale che promuova la creazione di lavoro buono e sia rispettosa degli equilibri ambientali;
5. Il sostegno a nuove forme di cooperazione, con una legge ad hoc per il passaggio delle aziende in
crisi a comunità di lavoratori e utenti, come prescritto dalla Costituzione;
6. Una legge sulla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e per la riduzione
dell’età pensionabile ( a partire dall’abolizione della Legge Fornero);
7. Un piano di riassetto idrogeologico del territorio e di relativi lavori pubblici atti a tutelarlo, a
riqualificarlo;
8. Una riforma fiscale che colpisca la speculazione finanziaria, la rendita, i grandi patrimoni , liberando
risorse a sostegno della domanda interna, dello sviluppo qualificato, del lavoro, del Welfare;
9. Un nuovo sistema di Welfare, che garantisca nelle forme nuove dell’organizzazione sociale tutti i
cittadini. In tale quadro: sanità pubblica e gratuita, garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza
(sanitaria e sociale), abolizione dei ticket sanitari, ripristino di un adeguato fondo per la non
autosufficienza e per le politiche sociali, un piano straordinario per la casa che privilegi il recupero
e la qualificazione del patrimonio edilizio esistente;
10. La riforma della scuola, pubblica e di qualità, in aderenza al dettato costituzionale;
11. L’istituzione del reddito minimo di cittadinanza;
12. La riforma degli ammortizzatori sociali ( a partire dalla abolizione di quanto definito in materia a
seguito del jobsact);
13.L’estensione dei diritti di cittadinanza ai figli di immigrati che nascono sul suolo italiano e agli
immigrati residenti in Italia da almeno 5 anni;
14.Il rilancio della cooperazione internazionale;
15.Il ritiro delle truppe italiane da tutti gli scenari di guerra, un taglio drastico delle spese militari;
16.Dire no al combinato disposto riforme costituzionali e nuova legge elettorale, rilanciando un
modello di democrazia partecipata a partire dal ripristino del sistema elettorale proporzionale.

Effetto di sdoppiamento e determinismo/indeterminismo.

Lettera del compagno Giulio Bonali sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Cari compagni, cerco di rispondere alla vostra gradita sollecitazione alla discussione critica sulla teoria dell’ effetto di sdoppiamento, limitandomi tuttavia a qualche breve riflessione purtroppo alquanto vaga e non documentata (di più in questo momento i limiti di tempo a mia disposizione e soprattutto i limiti culturali miei propri non mi consentono).

 

Una prima riflessione che mi sento di (ri-) proporre (si tratta di una questione complessa, già da parte vostra e di altri compagni ottimamente affrontata da vari punti di vista, sotto diversi aspetti; e mi scuso perché in gran parte queste mie considerazioni sono certamente ripetizioni di cose risapute) è quella che un po’ grossolanamente si potrebbe denominare dell’ “indeterminismo storico” (considerato in generale, astrattamente).

“Indeterminismo relativo”, ovvero limitato, parziale: una sorta di sintesi dialettica fra “determinismo integrale o assoluto” (tesi) e “indeterminismo integrale o assoluto” (antitesi). Un po’ come l’ indeterminismo quantistico nell’ ambito delle scienze naturali, che non significa “caos” o imprevedibilità assoluta, bensì solo incalcolabilità relativa, limitata ovvero calcolabilità e prevedibilità limitata, di tipo probabilistico-statistico (e non “meccanicistico”: non dei singoli eventi, ma comunque delle proporzioni definite, universali e costanti intercorrenti fra un numero limitato di alternative possibili in serie sufficientemente numerose di eventi).

E d’ altra parte relativo è tutto, in fondo, nella natura e pure nella cultura e nella storia umana; e a maggior ragione nella conoscenza e dominio pratico che della natura e della storia umana può di fatto aversi.

Indeterminismo relativo nel senso che se è verissimo che la storia non segue “deterministicamente” (in senso assoluto) un “unico percorso inderogabile”, una sorta di “laico destino ineluttabile”, nemmeno essa è aperta a qualsiasi esito immaginabile e desiderabile dall’ uomo (come individuo e come masse, classi, popoli, nazioni, ecc.).

In ogni momento storico non un solo possibile futuro sta avanti all’ umanità (in toto; e a ciascuna classe sociale in lotta, a ciascun popolo, nazione, ecc.), ma nemmeno qualsiasi ipotesi razionalmente concepibile è effettivamente realizzabile. In ogni momento è aperto di fronte agli agenti sociali della storia umana un “ventaglio” più o meno ampio ma comunque limitato di alternative possibili, e nemmeno fra loro “equiprobabili”: talune sono infatti più probabili di altre, talaltre meno.

E la scelta che di fattosi di volta in volta si avvererà –non necessariamente la più probabile- sarà determinata dallo scontro innanzitutto politico, ma ovviamente anche teorico, culturale, economico, organizzativo, militare, ecc., fra le classi in lotta. Essa di norma non coinciderà perfettamente, nei dettagli, con nessun preciso “progetto politico”, ma deriverà da una sorta di risultante o di “somma algebrica” delle forze di volta in volta applicate alla contesa storica, non di rado verificandosi quella che molti autori, anche reazionari, hanno chiamato “eterogenesi dei fini” (per questo i classici del socialismo scientifico lasciavano volentieri alla fantasia degli utopisti l’ esercizio poco produttivo della compilazione di dettagliati “menu per le osterie del futuro”); e tuttavia la conoscenza teorica, la maggiore o minore correttezza scientifica nell’ analisi dei termini oggettivi dello scontro di classe di volta in volta in atto da parte delle classi in lotta è decisiva nel determinarne gli esiti, come da voi egregiamente affermato anche in una delle vostre recenti lettere elettroniche.

 

 

Più in particolare sarei propenso ad applicare questo indeterminismo relativo alla teoria dell’ effetto di sdoppiamento (ma devo dire che le considerazioni che sto per fare in proposito sono alquanto astratte, non supportate da un’ analisi –che non sono in grado di operare- dei fatti empirici relativi alla storia dell’ umanità a partire dal decimo millennio a.C., e cioè dalla determinate svolta costituita dall’ invenzione dell’ agricoltura, allevamento, primitivo artigianato e conseguentemente dall’ acquisita capacità umana di erogare un pluslavoro eccedente la produzione dei mezzi di mera sussistenza – riproduzione e dunque di ottenere costantemente un surplus di beni relativamente conservabili e accumulabili).

La “suggestione apriori”, per così dire, che mi viene in mente in proposito (tutta da vagliare e confrontare con l’ osservazione empirica dei documenti disponibili circa i fatti; ed eventualmente magari da scartare a posteriori, se da essi falsificata) è che da allora sia oggettivamente operante nella storia una tendenza progressiva alla maggiore probabilità di realizzazione della “linea rossa” collettivistica sulla “linea nera”, in conseguenza del tendenzialmente crescente sviluppo delle forze produttive (tendenza ovviamente non lineare e assoluta ma relativa e, discontinua, caratterizzata da “zig.zag” e da fasi di regresso, come lo è la storia umana in generale).

Ma ripeto che si tratta di una suggestione vaga, probabilmente difficilmente conciliabile con il prolungato successo –almeno dal 9000 al 4000- di esperienze collettivistiche relativamente avanzate anche agli albori della storia umana, da voi argomentatamente sostenuta con forza.

Credo comunque che questa ipotesi sia di un certo interesse se non altro perché, qualora si dimostrasse per lo meno in qualche misura fondata, consentirebbe di ottenere una maggiore “vicinanza” alle tesi classiche del materialismo storico rispetto alla vostra originale teoria dell’ effetto di sdoppiamento (non che ai classici si debba cercare per forza, dogmaticamente di essere quanto più fedeli possibili, ma…): la “successione classica” di modi di produzione (asiatico, schiavistico, feudale, borghese-capitalistico) non andrebbe più intesa come qualcosa di inesorabile, “obbligatorio per tutti i popoli e tutte le nazioni”, ma resterebbe comunque la più probabile delle sequenze possibili nello sviluppo umano, con la possibilità –in varia misura effettiva nelle diverse circostanze storiche- in ogni momento di “saltare delle tappe” o anche di “regredire a fasi più primitive” (a parità, o comunque con relativa, limitata indipendenza dallo sviluppo di volta in volta raggiunto dalle forze produttive).

 

 

Un’ ultima considerazione mi sentirei di riproporre come modesto contributo da parte mia al dibattito da voi giustamente sollecitato (vi avevo in realtà già accennato in una precedente discussione).

Secondo me l’ epoca dell’ “effetto di sdoppiamento”, iniziata circa 11000 anni fa, si sta obiettivamente chiudendo ai giorni nostri per l’ enorme sviluppo ormai raggiunto dalle forze di produzione (e inevitabilmente anche di distruzione: in generale di trasformazione della natura) umane.

Esso infatti consente ora la eliminazione definitiva, l’ “estinzione prematura e di sua propria mano” (Sebastiano Timpanaro) dell’ umanità.

E anzi tende sempre più oggettivamente a determinarla, stanti (e in conseguenza de-) gli attuali assetti sociali capitalistici: o in forma “acuta” a seguito di una guerra nucleare generale (di cui “l’ imperialismo è gravido come le nubi sono portatrici della tempesta”), o comunque in forma “cronica” per il fatto di imporre inevitabilmente la concorrenza “anarchica” fra unità produttive private e reciprocamente indipendenti nella ricerca del massimo profitto a breve termine e a qualsiasi costo (chi non produce abbastanza per farvi fronte inevitabilmente fallisce e “chiude bottega” lasciando campo libero a chi produce di più), il che comporta inevitabilmente la produzione tendenzialmente illimitata di merci (beni e servizi) nel contesto di un ambiente realisticamente (e non: fantascientificamente!) praticabile e sfruttabile dalle risorse vitali (caratteristiche climatiche, acque potabili, terreni coltivabili, biodiversità indispensabile alla sopravvivenza umana, ecc.) limitate, che conseguentemente a un certo punto -alquanto prossimo nel tempo- non potrà oggettivamente più mantenere caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche compatibili con sopravvivenza della nostra specie.

Si sta inesorabilmente chiudendo la fase di oggettivamente possibile coesistenza in varia misura e/o alternativa fra divisione della società umana in classi antagonistiche e produzione privatistica da una parte e collettivismo sociale – produttivo dall’ altra: o i vigenti rapporti di produzione capitalistici saranno superati per tempo definitivamente dal comunismo, oppure inesorabilmente la vita umana finirà e l’ evoluzione biologica proseguirà “imperterrita”, seppur fortemente indebolita e “mutilata” da un’ estinzione di massa simile ad altre che la geologia ha già conosciuto in passato, senza di noi, del tutto “indifferente verso il nostro destino”.

Solo una programmazione generale ben calcolata e prudente di produzioni e consumi, che inevitabilmente comporta, come un’ ineludibile conditio sine qua non, la proprietà collettiva sociale dei mezzi di produzione, potrà, stante lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive, consentire la sopravvivenza dell’ umanità e il prosieguo e della sua civiltà e della sua storia.

 

Grazie per l’ attenzione.

 

Giulio Bonali

 

 

 

 

 

 

 

 

Determinismo e indeterminismo

 

 

Caro Giulio, nel rispondere alla tua gentile e stimolante lettera vogliamo focalizzare la nostra attenzione solo sulla categoria teorica (storico-teorica, politico-teorica) del campo di potenzialità alternative; ossia di quel “ventaglio” (Giulio Bonali) di opzioni socioproduttive e politico-sociali che è stato autocreato dalla praxis concreta del genere umano a partire dal 9000 a.C. e circa 11000 anni fa, attraverso la genesi dell’era del surplus (costante e facilmente accumulabile) e dell’effetto di sdoppiamento fra una “linea rossa” socioproduttiva (la protocittà collettivistica di Gerico nell’8500 a.C., le società “rosse” di Catal Huyuk in Turchia e di Harappa in India, ecc.) e l’antagonista “linea nera”, fenomeni e processi epocali a loro volta innescati dalla gigantesca rivoluzione produttiva del neolitico, caratterizzata dalla scoperta dell’agricoltura, allevamento, protourbanesimo, fusione del rame nella società collettivistica degli Ubaid in Iraq, ecc.

Ancora una volta, troviamo unità e lotta di opposti, unità e lotta di tendenze e controtendenze.

Da un lato, caro Giulio si ritrova infatti nel processo storico di sviluppo del genere umano un preciso determinismo storico: senza lo sviluppo delle forze produttive sociali del neolitico, senza la scoperta collettiva dell’agricoltura, allevamento e protourbanesimo, sorte e createsi essenzialmente in un contesto collettivistico, non si sarebbero formati né l’era del surplus né l’effetto di sdoppiamento all’interno dei rapporti sociali di produzione/distribuzione e nella sfera politico-sociale degli ultimi undici millenni.

Ma dall’altro lato, dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, simultaneamente allo stesso tempo si è creato e riprodotto un campo di indeterminazione (relativo) per la pratica materiale e politico-sociale del genere umano, che ricorda – in parte e a un livello di organizzazione della materia completamente diverso – alcuni risultati ottenuti dalla fisica quantistica nell’ultimo secolo.

Ci piace molto la tua definizione di “indeterminismo relativo”, condizionato e parziale, al fine di definire una parte importante della teoria dell’effetto di sdoppiamento.

E siamo altresì pienamente d’accordo con te, Giulio, quando descrivi l’ “indeterminismo relativo”,  ovvero limitato, parziale: una sorta di sintesi dialettica fra “determinismo integrale o assoluto” (tesi) e “indeterminismo integrale o assoluto” (antitesi). Un po’ come l’ indeterminismo quantistico nell’ ambito delle scienze naturali, che non significa “caos” o imprevedibilità assoluta, bensì solo incalcolabilità relativa, limitata ovvero calcolabilità e prevedibilità limitata, di tipo probabilistico-statistico (e non “meccanicistico”: non dei singoli eventi, ma comunque delle proporzioni definite, universali e costanti intercorrenti fra un numero limitato di alternative possibili in serie sufficientemente numerose di eventi).

E d’ altra parte relativo è tutto, in fondo, nella natura e pure nella cultura e nella storia umana; e a maggior ragione nella conoscenza e dominio pratico che della natura e della storia umana può di fatto aversi.

Indeterminismo relativo nel senso che se è verissimo che la storia non segue “deterministicamente” (in senso assoluto) un “unico percorso inderogabile”, una sorta di “laico destino ineluttabile”, nemmeno essa è aperta a qualsiasi esito immaginabile e desiderabile dall’ uomo (come individuo e come masse, classi, popoli, nazioni, ecc.).

In ogni momento storico non un solo possibile futuro sta avanti all’ umanità (in toto; e a ciascuna classe sociale in lotta, a ciascun popolo, nazione, ecc.), ma nemmeno qualsiasi ipotesi razionalmente concepibile è effettivamente realizzabile. In ogni momento è aperto di fronte agli agenti sociali della storia umana un “ventaglio” più o meno ampio ma comunque limitato di alternative possibili, e nemmeno fra loro “equiprobabili”: talune sono infatti più probabili di altre, talaltre meno.

E la scelta che di fattosi di volta in volta si avvererà –non necessariamente la più probabile- sarà determinata dallo scontro innanzitutto politico, ma ovviamente anche teorico, culturale, economico, organizzativo, militare, ecc., fra le classi in lotta. Essa di norma non coinciderà perfettamente, nei dettagli, con nessun preciso “progetto politico”, ma deriverà da una sorta di risultante o di “somma algebrica” delle forze di volta in volta applicate alla contesa storica, non di rado verificandosi quella che molti autori, anche reazionari, hanno chiamato “eterogenesi dei fini” (per questo i classici del socialismo scientifico lasciavano volentieri alla fantasia degli utopisti l’ esercizio poco produttivo della compilazione di dettagliati “menu per le osterie del futuro”); e tuttavia la conoscenza teorica, la maggiore o minore correttezza scientifica nell’ analisi dei termini oggettivi dello scontro di classe di volta in volta in atto da parte delle classi in lotta è decisiva nel determinarne gli esiti, come da voi egregiamente affermato anche in una delle vostre recenti lettere elettroniche”.

 

Come con il compagno Filippo Violi, ti facciamo a questo punto una proposta, speriamo non indecente:

vuoi sviluppare, in modo indipendente o assieme ad altri compagni, l’analisi delle categorie teoriche di determinismo/indeterminismo, magari utilizzando a tal proposito alcuni spunti già forniti a suo tempo dal comunista tedesco Robert Havemann?

Per il momento ci fermiamo e rimandiamo volutamente la discussione – interessantissima, a nostro avviso – su altri importanti questioni storiche e politiche che hai posto ed evidenziato nella tua lettera.

 

Un abbraccio e a risentirci presto.

 

Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio.