Effetto di sdoppiamento e determinismo/indeterminismo.

Lettera del compagno Giulio Bonali sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Cari compagni, cerco di rispondere alla vostra gradita sollecitazione alla discussione critica sulla teoria dell’ effetto di sdoppiamento, limitandomi tuttavia a qualche breve riflessione purtroppo alquanto vaga e non documentata (di più in questo momento i limiti di tempo a mia disposizione e soprattutto i limiti culturali miei propri non mi consentono).

 

Una prima riflessione che mi sento di (ri-) proporre (si tratta di una questione complessa, già da parte vostra e di altri compagni ottimamente affrontata da vari punti di vista, sotto diversi aspetti; e mi scuso perché in gran parte queste mie considerazioni sono certamente ripetizioni di cose risapute) è quella che un po’ grossolanamente si potrebbe denominare dell’ “indeterminismo storico” (considerato in generale, astrattamente).

“Indeterminismo relativo”, ovvero limitato, parziale: una sorta di sintesi dialettica fra “determinismo integrale o assoluto” (tesi) e “indeterminismo integrale o assoluto” (antitesi). Un po’ come l’ indeterminismo quantistico nell’ ambito delle scienze naturali, che non significa “caos” o imprevedibilità assoluta, bensì solo incalcolabilità relativa, limitata ovvero calcolabilità e prevedibilità limitata, di tipo probabilistico-statistico (e non “meccanicistico”: non dei singoli eventi, ma comunque delle proporzioni definite, universali e costanti intercorrenti fra un numero limitato di alternative possibili in serie sufficientemente numerose di eventi).

E d’ altra parte relativo è tutto, in fondo, nella natura e pure nella cultura e nella storia umana; e a maggior ragione nella conoscenza e dominio pratico che della natura e della storia umana può di fatto aversi.

Indeterminismo relativo nel senso che se è verissimo che la storia non segue “deterministicamente” (in senso assoluto) un “unico percorso inderogabile”, una sorta di “laico destino ineluttabile”, nemmeno essa è aperta a qualsiasi esito immaginabile e desiderabile dall’ uomo (come individuo e come masse, classi, popoli, nazioni, ecc.).

In ogni momento storico non un solo possibile futuro sta avanti all’ umanità (in toto; e a ciascuna classe sociale in lotta, a ciascun popolo, nazione, ecc.), ma nemmeno qualsiasi ipotesi razionalmente concepibile è effettivamente realizzabile. In ogni momento è aperto di fronte agli agenti sociali della storia umana un “ventaglio” più o meno ampio ma comunque limitato di alternative possibili, e nemmeno fra loro “equiprobabili”: talune sono infatti più probabili di altre, talaltre meno.

E la scelta che di fattosi di volta in volta si avvererà –non necessariamente la più probabile- sarà determinata dallo scontro innanzitutto politico, ma ovviamente anche teorico, culturale, economico, organizzativo, militare, ecc., fra le classi in lotta. Essa di norma non coinciderà perfettamente, nei dettagli, con nessun preciso “progetto politico”, ma deriverà da una sorta di risultante o di “somma algebrica” delle forze di volta in volta applicate alla contesa storica, non di rado verificandosi quella che molti autori, anche reazionari, hanno chiamato “eterogenesi dei fini” (per questo i classici del socialismo scientifico lasciavano volentieri alla fantasia degli utopisti l’ esercizio poco produttivo della compilazione di dettagliati “menu per le osterie del futuro”); e tuttavia la conoscenza teorica, la maggiore o minore correttezza scientifica nell’ analisi dei termini oggettivi dello scontro di classe di volta in volta in atto da parte delle classi in lotta è decisiva nel determinarne gli esiti, come da voi egregiamente affermato anche in una delle vostre recenti lettere elettroniche.

 

 

Più in particolare sarei propenso ad applicare questo indeterminismo relativo alla teoria dell’ effetto di sdoppiamento (ma devo dire che le considerazioni che sto per fare in proposito sono alquanto astratte, non supportate da un’ analisi –che non sono in grado di operare- dei fatti empirici relativi alla storia dell’ umanità a partire dal decimo millennio a.C., e cioè dalla determinate svolta costituita dall’ invenzione dell’ agricoltura, allevamento, primitivo artigianato e conseguentemente dall’ acquisita capacità umana di erogare un pluslavoro eccedente la produzione dei mezzi di mera sussistenza – riproduzione e dunque di ottenere costantemente un surplus di beni relativamente conservabili e accumulabili).

La “suggestione apriori”, per così dire, che mi viene in mente in proposito (tutta da vagliare e confrontare con l’ osservazione empirica dei documenti disponibili circa i fatti; ed eventualmente magari da scartare a posteriori, se da essi falsificata) è che da allora sia oggettivamente operante nella storia una tendenza progressiva alla maggiore probabilità di realizzazione della “linea rossa” collettivistica sulla “linea nera”, in conseguenza del tendenzialmente crescente sviluppo delle forze produttive (tendenza ovviamente non lineare e assoluta ma relativa e, discontinua, caratterizzata da “zig.zag” e da fasi di regresso, come lo è la storia umana in generale).

Ma ripeto che si tratta di una suggestione vaga, probabilmente difficilmente conciliabile con il prolungato successo –almeno dal 9000 al 4000- di esperienze collettivistiche relativamente avanzate anche agli albori della storia umana, da voi argomentatamente sostenuta con forza.

Credo comunque che questa ipotesi sia di un certo interesse se non altro perché, qualora si dimostrasse per lo meno in qualche misura fondata, consentirebbe di ottenere una maggiore “vicinanza” alle tesi classiche del materialismo storico rispetto alla vostra originale teoria dell’ effetto di sdoppiamento (non che ai classici si debba cercare per forza, dogmaticamente di essere quanto più fedeli possibili, ma…): la “successione classica” di modi di produzione (asiatico, schiavistico, feudale, borghese-capitalistico) non andrebbe più intesa come qualcosa di inesorabile, “obbligatorio per tutti i popoli e tutte le nazioni”, ma resterebbe comunque la più probabile delle sequenze possibili nello sviluppo umano, con la possibilità –in varia misura effettiva nelle diverse circostanze storiche- in ogni momento di “saltare delle tappe” o anche di “regredire a fasi più primitive” (a parità, o comunque con relativa, limitata indipendenza dallo sviluppo di volta in volta raggiunto dalle forze produttive).

 

 

Un’ ultima considerazione mi sentirei di riproporre come modesto contributo da parte mia al dibattito da voi giustamente sollecitato (vi avevo in realtà già accennato in una precedente discussione).

Secondo me l’ epoca dell’ “effetto di sdoppiamento”, iniziata circa 11000 anni fa, si sta obiettivamente chiudendo ai giorni nostri per l’ enorme sviluppo ormai raggiunto dalle forze di produzione (e inevitabilmente anche di distruzione: in generale di trasformazione della natura) umane.

Esso infatti consente ora la eliminazione definitiva, l’ “estinzione prematura e di sua propria mano” (Sebastiano Timpanaro) dell’ umanità.

E anzi tende sempre più oggettivamente a determinarla, stanti (e in conseguenza de-) gli attuali assetti sociali capitalistici: o in forma “acuta” a seguito di una guerra nucleare generale (di cui “l’ imperialismo è gravido come le nubi sono portatrici della tempesta”), o comunque in forma “cronica” per il fatto di imporre inevitabilmente la concorrenza “anarchica” fra unità produttive private e reciprocamente indipendenti nella ricerca del massimo profitto a breve termine e a qualsiasi costo (chi non produce abbastanza per farvi fronte inevitabilmente fallisce e “chiude bottega” lasciando campo libero a chi produce di più), il che comporta inevitabilmente la produzione tendenzialmente illimitata di merci (beni e servizi) nel contesto di un ambiente realisticamente (e non: fantascientificamente!) praticabile e sfruttabile dalle risorse vitali (caratteristiche climatiche, acque potabili, terreni coltivabili, biodiversità indispensabile alla sopravvivenza umana, ecc.) limitate, che conseguentemente a un certo punto -alquanto prossimo nel tempo- non potrà oggettivamente più mantenere caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche compatibili con sopravvivenza della nostra specie.

Si sta inesorabilmente chiudendo la fase di oggettivamente possibile coesistenza in varia misura e/o alternativa fra divisione della società umana in classi antagonistiche e produzione privatistica da una parte e collettivismo sociale – produttivo dall’ altra: o i vigenti rapporti di produzione capitalistici saranno superati per tempo definitivamente dal comunismo, oppure inesorabilmente la vita umana finirà e l’ evoluzione biologica proseguirà “imperterrita”, seppur fortemente indebolita e “mutilata” da un’ estinzione di massa simile ad altre che la geologia ha già conosciuto in passato, senza di noi, del tutto “indifferente verso il nostro destino”.

Solo una programmazione generale ben calcolata e prudente di produzioni e consumi, che inevitabilmente comporta, come un’ ineludibile conditio sine qua non, la proprietà collettiva sociale dei mezzi di produzione, potrà, stante lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive, consentire la sopravvivenza dell’ umanità e il prosieguo e della sua civiltà e della sua storia.

 

Grazie per l’ attenzione.

 

Giulio Bonali

 

 

 

 

 

 

 

 

Determinismo e indeterminismo

 

 

Caro Giulio, nel rispondere alla tua gentile e stimolante lettera vogliamo focalizzare la nostra attenzione solo sulla categoria teorica (storico-teorica, politico-teorica) del campo di potenzialità alternative; ossia di quel “ventaglio” (Giulio Bonali) di opzioni socioproduttive e politico-sociali che è stato autocreato dalla praxis concreta del genere umano a partire dal 9000 a.C. e circa 11000 anni fa, attraverso la genesi dell’era del surplus (costante e facilmente accumulabile) e dell’effetto di sdoppiamento fra una “linea rossa” socioproduttiva (la protocittà collettivistica di Gerico nell’8500 a.C., le società “rosse” di Catal Huyuk in Turchia e di Harappa in India, ecc.) e l’antagonista “linea nera”, fenomeni e processi epocali a loro volta innescati dalla gigantesca rivoluzione produttiva del neolitico, caratterizzata dalla scoperta dell’agricoltura, allevamento, protourbanesimo, fusione del rame nella società collettivistica degli Ubaid in Iraq, ecc.

Ancora una volta, troviamo unità e lotta di opposti, unità e lotta di tendenze e controtendenze.

Da un lato, caro Giulio si ritrova infatti nel processo storico di sviluppo del genere umano un preciso determinismo storico: senza lo sviluppo delle forze produttive sociali del neolitico, senza la scoperta collettiva dell’agricoltura, allevamento e protourbanesimo, sorte e createsi essenzialmente in un contesto collettivistico, non si sarebbero formati né l’era del surplus né l’effetto di sdoppiamento all’interno dei rapporti sociali di produzione/distribuzione e nella sfera politico-sociale degli ultimi undici millenni.

Ma dall’altro lato, dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, simultaneamente allo stesso tempo si è creato e riprodotto un campo di indeterminazione (relativo) per la pratica materiale e politico-sociale del genere umano, che ricorda – in parte e a un livello di organizzazione della materia completamente diverso – alcuni risultati ottenuti dalla fisica quantistica nell’ultimo secolo.

Ci piace molto la tua definizione di “indeterminismo relativo”, condizionato e parziale, al fine di definire una parte importante della teoria dell’effetto di sdoppiamento.

E siamo altresì pienamente d’accordo con te, Giulio, quando descrivi l’ “indeterminismo relativo”,  ovvero limitato, parziale: una sorta di sintesi dialettica fra “determinismo integrale o assoluto” (tesi) e “indeterminismo integrale o assoluto” (antitesi). Un po’ come l’ indeterminismo quantistico nell’ ambito delle scienze naturali, che non significa “caos” o imprevedibilità assoluta, bensì solo incalcolabilità relativa, limitata ovvero calcolabilità e prevedibilità limitata, di tipo probabilistico-statistico (e non “meccanicistico”: non dei singoli eventi, ma comunque delle proporzioni definite, universali e costanti intercorrenti fra un numero limitato di alternative possibili in serie sufficientemente numerose di eventi).

E d’ altra parte relativo è tutto, in fondo, nella natura e pure nella cultura e nella storia umana; e a maggior ragione nella conoscenza e dominio pratico che della natura e della storia umana può di fatto aversi.

Indeterminismo relativo nel senso che se è verissimo che la storia non segue “deterministicamente” (in senso assoluto) un “unico percorso inderogabile”, una sorta di “laico destino ineluttabile”, nemmeno essa è aperta a qualsiasi esito immaginabile e desiderabile dall’ uomo (come individuo e come masse, classi, popoli, nazioni, ecc.).

In ogni momento storico non un solo possibile futuro sta avanti all’ umanità (in toto; e a ciascuna classe sociale in lotta, a ciascun popolo, nazione, ecc.), ma nemmeno qualsiasi ipotesi razionalmente concepibile è effettivamente realizzabile. In ogni momento è aperto di fronte agli agenti sociali della storia umana un “ventaglio” più o meno ampio ma comunque limitato di alternative possibili, e nemmeno fra loro “equiprobabili”: talune sono infatti più probabili di altre, talaltre meno.

E la scelta che di fattosi di volta in volta si avvererà –non necessariamente la più probabile- sarà determinata dallo scontro innanzitutto politico, ma ovviamente anche teorico, culturale, economico, organizzativo, militare, ecc., fra le classi in lotta. Essa di norma non coinciderà perfettamente, nei dettagli, con nessun preciso “progetto politico”, ma deriverà da una sorta di risultante o di “somma algebrica” delle forze di volta in volta applicate alla contesa storica, non di rado verificandosi quella che molti autori, anche reazionari, hanno chiamato “eterogenesi dei fini” (per questo i classici del socialismo scientifico lasciavano volentieri alla fantasia degli utopisti l’ esercizio poco produttivo della compilazione di dettagliati “menu per le osterie del futuro”); e tuttavia la conoscenza teorica, la maggiore o minore correttezza scientifica nell’ analisi dei termini oggettivi dello scontro di classe di volta in volta in atto da parte delle classi in lotta è decisiva nel determinarne gli esiti, come da voi egregiamente affermato anche in una delle vostre recenti lettere elettroniche”.

 

Come con il compagno Filippo Violi, ti facciamo a questo punto una proposta, speriamo non indecente:

vuoi sviluppare, in modo indipendente o assieme ad altri compagni, l’analisi delle categorie teoriche di determinismo/indeterminismo, magari utilizzando a tal proposito alcuni spunti già forniti a suo tempo dal comunista tedesco Robert Havemann?

Per il momento ci fermiamo e rimandiamo volutamente la discussione – interessantissima, a nostro avviso – su altri importanti questioni storiche e politiche che hai posto ed evidenziato nella tua lettera.

 

Un abbraccio e a risentirci presto.

 

Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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