RICOSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA

Documento Politico
Assemblea Nazionale Costituente Comunista
RICOSTRUIAMO
IL PARTITO COMUNISTA
TESI 1
PERCHE’ COMUNISMO OGGI
C’E’ BISOGNO DELLE COMUNISTE E DEI COMUNISTI
1. C’è bisogno di comunismo, c’è bisogno delle comuniste e dei comunisti, c’è bisogno di Partito
Comunista. Cadute presto le promesse di benessere e democrazia della narrazione borghese del
1989, il capitalismo mostra, senza veli, il suo volto distruttivo. Un pugno di ricchi, che gestisce lo
sfruttamento di enormi masse umane e dell’ambiente, è disposto – pur di non cedere, neppure
parzialmente, potere e privilegi insopportabili – a provocare una guerra generalizzata e a correre il
rischio di desertificare il pianeta. Per non rassegnarsi a queste prospettive terribili e per costruire il
futuro è necessaria l’idea generale di un modo diverso di vivere e produrre. Il socialismo, cioè la
proprietà e il controllo sociale dei mezzi di produzione, di scambio, d’informazione e delle risorse
essenziali per la vita umana, è, per noi, un tema attuale e decisivo. Il comunismo come liberazione
integrale e sviluppo onnilaterale delle donne e degli uomini, si conferma un obiettivo storico di cui
si accumulano potenzialmente le condizioni materiali e intellettuali che il dominio capitalistico
tende ad asservire ai propri meccanismi o a dissipare.
2. La denuncia di una situazione insopportabile e di enormi pericoli, non ci impedisce di cogliere
l’apertura di inediti spazi per riaprire la lotta per il socialismo. Potenzialità e rischi s’intrecciano. Gli
ultimi anni hanno mostrato l’insostenibilità di un modello che pretendeva di essere addirittura
l’approdo finale della storia dell’umanità. D’altro lato l’imperialismo statunitense, così come
l’Unione Europea, trova grandi difficoltà cui risponde accentuando la tendenza alla guerra.
Avanzano altri protagonisti sulla scena mondiale: la Cina, la Russia e gli altri paesi dei Brics.
L’America Latina, pur sotto un violento attacco, mantiene il carattere di laboratorio di esperienze
preziose del socialismo del XXI secolo. Dal Donbass alla Palestina forti lotte di resistenza dei popoli
ostacolano i piani imperialistici. In molte aree del mondo i partiti comunisti svolgono un ruolo
rilevante. Un mondo che, tra mille contraddizioni, tende a costruire un assetto multipolare è un
contesto più favorevole allo sviluppo delle forze che lottano per un radicale cambiamento.
3. Il marxismo ci offre gli strumenti indispensabili per comprendere questo mondo grande e
terribile e per cercare di cambiarlo. Una nuova attenzione si diffonde verso l’opera straordinaria di
Karl Marx, persino numerosi pensatori liberali devono oggi riconoscerne necessario lo studio per
capire i meccanismi reali della crisi che attraversa il mondo. La lezione sull’imperialismo di Lenin
ritorna a dare chiavi di lettura a eventi internazionali inattesi e imperscrutabili. La diffusione del
pensiero di Gramsci – un fatto intellettuale di portata mondiale negli ultimi decenni- offre a una
nuova leva d’intellettuali critici, non a caso particolarmente presenti nelle aree del mondo in
ascesa, dall’America Latina all’India, il quadro concettuale per indagare l’articolazione tra
materiale e immateriale, tra segni e significati, così decisiva nella nostra epoca. Rompendo con
ogni subalternità è possibile, a partire da questo vitale patrimonio, avviare una nuova stagione del
pensiero rivoluzionario che, senza reticenze e senza abiure, affronti i problemi storici e teorici
aperti e rigeneri il pensiero e la pratica comunista.
4. In Italia a un quarto di secolo dalla fine del Pci e considerata la radicale insufficienza delle
esperienze che, in modo diverso, si sono richiamate a quella grande storia, è necessaria la
ricostruzione di un Partito comunista che ne riprenda le migliori caratteristiche, ricollocandole
nelle attuali condizioni italiane e internazionali. E’ un’esigenza che nasce dalla rimozione del
conflitto di classe nel nostro Paese, dall’isolamento e dalla frammentarietà delle lotte, pur
significative e generose, per la pace, contro lo smantellamento dei diritti sociali e della stessa
Costituzione nata dalla Resistenza, dall’arretramento gravissimo che l’”assenza” dei comunisti ha
provocato nel clima culturale e civile del paese.
DALLA COSTITUENTE AL PARTITO COMUNISTA
5. A questa esigenza, consapevoli delle difficoltà e dei nostri limiti soggettivi, abbiamo cercato di
dare una risposta con il percorso dell’associazione per la ricostruzione del Partito comunista, nel
quadro ampio della sinistra di classe. E’ stato un percorso, pur non privo di aspri problemi, che ha
suscitato un grande interesse e significative adesioni. Il Partito Comunista d’Italia ha aderito in
quanto tale al progetto e così molti compagni e compagne che, su questa prospettiva, sono usciti
dal Partito della Rifondazione Comunista. Numerose personalità, gruppi e circoli comunisti
indipendenti hanno partecipato con convinzione e – fatto ancor più significativo – tanti compagni e
tante compagne hanno ripreso, dopo anni, un impegno in prima persona. Questo dato soggettivo,
oltre che la situazione storica e politica che in queste tesi cercheremo di analizzare, ci spinge a fare
un altro e impegnativo passo: un congresso costituente di un nuovo partito Comunista a 90 anni
dal congresso di Lione, autentica fonte dei caratteri straordinari del Partito Comunista Italiano. E’
per noi assolutamente chiaro che il processo di ricostruzione non si conclude con questa tappa ma
è un percorso che richiederà tempo e pazienza, forza e intelligenza. Siamo però convinti che con
quest’atto di soggettività politica non solo rispondiamo a esigenze reali ma ricollochiamo in una
fase più avanzata la presenza dei comunisti e delle comuniste in Italia.
6. Dal connubio tra sconfitte del mondo del lavoro degli ultimi 30 anni e mancata capacità dei
comunisti e della sinistra di condizionare le nuove dinamiche dello sviluppo capitalistico, è nata
una società più povera sotto il profilo economico e più arretrata culturalmente. Del resto, con una
sinistra che ha ondeggiato tra estremismo radical e moderatismo subalterno, lontano dalle
questioni di classe, non ci si poteva attendere un esito diverso. In questo contesto, le divisioni tra i
comunisti non hanno fatto altro che indebolire i lavoratori, la classe, il “popolo della sinistra” che
intendiamo rappresentare. Eppure, nel vivo della crisi strutturale capitalistica, non basta essere
genericamente antiliberisti, anticapitalisti: è più che mai necessaria la presenza organizzata di un
Partito comunista. Bisogna porsi il problema della ricostruzione di una coscienza di classe, che non
nasce spontaneamente ma che presuppone la presenza operante di una teoria rivoluzionaria. La
Costituente comunista che proponiamo deve dunque dar luogo a una forza politica che abbia basi
teoriche, ma che sappia guardare al mondo dell’oggi e farsi prassi: un partito che dovrà porsi quale
soggetto non settario, in grado di portare a sintesi le lotte tenendo presente l’interesse generale,
di classe e non il particolare.
7. Certo, non possiamo sperare di poter svolgere da soli un ruolo incisivo sul conflitto sociale: per
questo, attorno ai comunisti vanno riunificate le forze della sinistra (politiche, sociali, associative,
di movimento) al cui interno agire come l’elemento più dinamico e coerente. Dalla Costituente
deve insomma nascere un Partito comunista organizzato, strutturato e autonomo che sappia
convincere migliaia di giovani e meno giovani, che oggi vivono la loro marginalità sociale con
frustrata rassegnazione, convinti che il capitalismo sia l’unico sistema possibile. La storia non è
finita nell’89 e noi oggi ricominciamo a scriverla, avviando un percorso importante di
ricomposizione dei comunisti, in controtendenza con la diaspora che ha caratterizzato gli ultimi
decenni della loro storia. A partire dall’Assemblea congressuale costituente, sarà possibile
ritrovarci e trovare nuove compagne e nuovi compagni. Sappiamo che i comunisti sono
disaggregati, sparpagliati, ciascuno per sé, ma sono ancora tanti: il nostro obiettivo è riorganizzarli.
La Costituente, il suo processo aperto, sarà lo strumento che ci aiuterà a cogliere questo obiettivo.
TESI 2
LA STORIA DEL MOVIMENTO COMUNISTA. ELEMENTI PER UN BILANCIO
IL NOVECENTO E LA SVOLTA DELL’89
1. Sono trascorsi ormai 25 anni dallo scioglimento dell’Urss, ultimo atto della dissoluzione del
“blocco sovietico” iniziata nel 1989. Gli effetti di quel crollo, salutato anche dalla sinistra di
orientamento libertario o radical-democratico come un evento liberatorio, che avrebbe aperto
una fase di nuova espansione per le idee del socialismo e posto le basi di un mondo pacificato,
sono oggi visibili a tutti, come l’estrema fallacia e superficialità di quei giudizi. La riflessione, il
dibattito e la ricerca sulle cause del crollo rappresentano al contrario un lavoro ancora in gran
parte da fare, che interessa e riguarda i comunisti più di chiunque altro. Il movimento comunista,
le sue idee, i processi concreti che ha innescato costituiscono una parte fondamentale della storia
del XX secolo. Né quella storia, iniziata quasi un secolo prima col Manifesto di Marx ed Engels e
che ha avuto nella Rivoluzione d’Ottobre una svolta e un salto di qualità decisivo, può dirsi
conclusa; al contrario riteniamo che essa contenga i germi del possibile mondo di domani.
Certamente i fatti del 1989-91 sono stati una cesura storica, e oggi siamo in una fase
completamente diversa. Tuttavia nella dialettica della storia esperienze rilevanti come quella del
comunismo novecentesco continuano ad essere operanti anche dopo la conclusione della loro
parabola.
2. Il processo di liberazione dei popoli, la decolonizzazione, l’emergere come protagonisti sulla
scena mondiale di nuove classi, di nuovi popoli e Stati (alcuni dei quali sono oggi l’argine più forte
allo strapotere della finanza globalizzata), l’affermazione di nuovi diritti, dello “Stato sociale” e di
una idea della democrazia che investa anche il terreno economico e ponga in termini concreti la
questione del potere, della partecipazione e della gestione della cosa pubblica da parte delle
masse organizzate, la stessa esperienza del partito di massa costituiscono eredità del comunismo
novecentesco tuttora feconde. Anche per questo non ha senso ipotizzare improbabili “ritorni a
Marx” rimuovendo l’intera vicenda del movimento comunista dal 1917 in avanti, ossia del
movimento reale che ha abolito lo stato di cose allora esistente.
3. Come comunisti riteniamo molto più sensato considerare la storia del comunismo del
novecento – nella sua ricchezza, pluralità ed estrema articolazione interna – un capitolo
fondamentale di quel “processo di apprendimento” (Losurdo) di portata storica che le classi e i
popoli oppressi sperimentano, tra mille difficoltà e contraddizioni, nel corso della lotta secolare
per l’emancipazione; così come riteniamo indispensabile collocare questa vicenda nella storia
complessiva del XX secolo, nella quale, oltre alla rivoluzione, al movimento operaio, ai movimenti
di liberazione, al movimento delle donne hanno giocato il proprio ruolo anche le classi dominanti,
l’imperialismo, i fascismi, le forze conservatrici e quelle reazionarie. Insomma, poiché, come
marxisti, siamo convinti che la storia sia in primo luogo storia di lotta di classi, riteniamo sbagliato
abbandonare questo criterio nell’analizzare la vicenda del comunismo del novecento, quasi che
essa si fosse svolta in laboratorio e non nel fuoco di un conflitto tra forze sociali, politiche, militari
e anche statuali, che ha riguardato l’intero pianeta. È in questo senso che la categoria di
“sconfitta”, che presuppone l’esistenza dell’avversario, ci pare più convincente di quella,
liquidatoria, di “fallimento”.
4. Naturalmente rispetto alle sfide storiche che il movimento comunista aveva dinanzi a sé – il
problema dello Stato e la costruzione di un’autentica democrazia socialista, l’organizzazione di
un’economia che superasse l’anarchia del mercato e fosse finalizzata al soddisfacimento dei
bisogni umani e al tempo stesso efficiente, il problema della divisione del lavoro, e molti altri – non
tutte le risposte sono state all’altezza delle aspettative, e non sono mancati limiti, errori e
“fenomeni di degenerazione” (Togliatti) anche gravi. Consideriamo però anche questi elementi
parte della nostra storia, quelli anzi sui quali esercitare maggiormente la nostra riflessione critica,
con la consapevolezza che i problemi irrisolti di ieri costituiscono altrettante sfide per i comunisti
di oggi e di domani. Ma soprattutto con la certezza che la storia non è finita e quella del
comunismo del XXI secolo è ancora tutta da scrivere.
L’ESPERIENZA STORICA DEL PCI E I SUOI LASCITI
5. Nella storia del movimento comunista un posto particolare occupa il comunismo italiano. Il
nostro paese ha visto infatti lo sviluppo del principale partito comunista dell’Occidente, frutto di
un intreccio fecondo tra un particolare contesto e un’elaborazione di grande rilievo. Ne sono
derivate una teoria e una prassi specifiche, quelle della “via italiana al socialismo”. Alla base di tale
esperienza vi sono in particolare i contributi di Gramsci e di Togliatti. Da Gramsci, e dalla sua
strategia dell’egemonia, a sua volta legata al pensiero di Lenin, i comunisti italiani hanno ricavato
la convinzione che un progetto di transizione al socialismo in un paese avanzato prevede un lungo
percorso, un “processo di apprendimento” nel quale la classe lavoratrice si radica nella società, ne
occupa casematte e trincee, diviene di fatto classe dirigente, per compiere quindi il passaggio che
riguarda il livello dello Stato. A tal fine, nella dialettica tra forza e consenso tipica della lotta
politica, al centro è posto il tema del consenso e degli strumenti per la sua conquista. Di qui l’idea
del Partito come “intellettuale collettivo”. La politica di massa, l’ispirazione di massa della politica
comunista, è la linea di Gramsci già durante l’esperienza dei consigli di fabbrica; è la strada
indicata dalle Tesi di Lione, che indagano sulle “forze motrici” della rivoluzione italiana; ma è anche
la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, con la ricostruzione delle organizzazioni di classe e
col lavoro all’interno degli organismi di massa del regime. È questa la politica che consente al Pcd’I
di rimanere una forza viva e presente nel Paese, e di porsi poi alla testa della lotta di Liberazione,
nella quale i comunisti svolgono un ruolo di avanguardia e unitario.
6. Nel dopoguerra il Pci dispiega pienamente questa impostazione. La strategia di Togliatti si fonda
su tre cardini: partito nuovo, ossia partito comunista di massa; democrazia progressiva, ossia un
modello di democrazia che si afferma nel vivo della società, affiancando a un’autentica democrazia
rappresentativa (basata su partiti di massa, sistema proporzionale, centralità del Parlamento) il
moltiplicarsi di strumenti di partecipazione e potere dei lavoratori organizzati; riforme di struttura,
vale a dire spostamento dei rapporti di forza tra le classi attraverso riforme che modifichino i
rapporti di proprietà e gli assetti di potere. Si delinea così un progetto di società socialista che
garantisce pluralismo e libertà personali, individuando una sua leva nel modello “democraticosociale”
descritto dalla Costituzione. Il Pci si sviluppa dunque come partito di massa, radicato nella
classe operaia ma in grado di estendere la sua influenza anche in altri ceti e aggregare notevoli
energie intellettuali. Con le cellule nei luoghi di lavoro, le sezioni, le Case del popolo ecc., il Pci
costruisce un legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di
educazione politica ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti. Si forma una comunità di
migliaia di militanti, complessa ed eterogenea, ma molto compatta grazie al centralismo
democratico e a un radicato costume unitario. Dopo la morte di Togliatti, con Longo segretario, il
Pci conserva tale impostazione, marcando una presenza organica nelle lotte operaie e contro la
guerra del Vietnam, dialogando con lo stesso movimento studentesco.
7. L’ispirazione di massa rimane viva anche negli anni ’70, allorché la “questione comunista”
diventa centrale nella politica italiana come in nessun altro paese occidentale. Con la linea del
“compromesso storico” il Pci di Berlinguer tenta di promuovere una “seconda tappa della
rivoluzione democratica” dopo quella del 1943-47 e di portare la strategia egemonica al livello del
governo del Paese. Tuttavia, soprattutto durante la “solidarietà nazionale”, la dialettica tra
mobilitazione dal basso e azione politica di vertice vede una prevalenza eccessiva del secondo
termine, mentre in settori del gruppo dirigente si afferma la logica delle “compatibilità”; si allenta
così il legame tra il Partito e parte della sua base sociale. Accanto al crescere del politicismo si
verifica inoltre un mutamento nel corpo del Partito e dei suoi gruppi dirigenti. L’apertura alla
“generazione del ’68” e i successi elettorali del 1975-76 portano nel Pci migliaia di nuovi militanti;
tuttavia nei Comitati federali la presenza dei ceti medi tende a farsi preponderante, e anche tra i
funzionari il ricambio generazionale è molto ampio. Intanto la strategia del compromesso storico,
ostacolata da più parti (dagli apparati atlantici alla destra Dc, dal Psi all’ultrasinistra) e minata dal
delitto Moro, va incontro a uno scacco. Quella italiana rimane una “democrazia bloccata”.
8. Alla fine degli anni ’70 il Pci – la cui identità è ora in parte appannata – si ritrova dunque in una
situazione di difficoltà, che aumenta nel decennio successivo con l’avanzare della ristrutturazione
capitalistica e dell’offensiva neoliberista. In quel contesto, venuto meno lo sbocco politico di una
lunga accumulazione di forze, in una parte significativa del Partito l’internità alla società italiana si
trasforma in una tendenza all’adattamento. In tali settori l’identità comunista è sempre più
avvertita come un peso, mentre sul piano culturale avanza l’eclettismo. È in questo quadro che –
scomparso Berlinguer, che pur tra oscillazioni e cadute aveva contrastato tali tendenze, tentando
di aprire una nuova fase – matura la liquidazione del Partito. La svolta di Occhetto alla Bolognina,
all’indomani dell’apertura del muro di Berlino, suona come una sconfessione dell’autonomia e
originalità del Pci tanto spesso rivendicate. È un suicidio politico gravido di conseguenze per
l’intera democrazia italiana. In due anni, passando per due congressi e un lacerante dibattito di
massa, un’intera cultura politica e un immenso patrimonio di esperienze vengono dissipati. Quella
stessa cultura politica – dall’idea di egemonia al nesso democrazia-socialismo (che non esclude,
ovviamente, momenti di scontro e di rottura), dalla “vocazione di massa” al Partito come
“intellettuale collettivo”, a un centralismo democratico in cui la ricchezza del dibattito si affianca a
un forte costume unitario – ha invece ancora molto da dire, e alcuni suoi elementi si ritrovano
anche in esperienze di trasformazione in corso in altre zone del Pianeta. Riallacciarsi ad essa
significa dunque coglierne l’ispirazione di fondo e rielaborarla criticamente, applicandone alla
realtà di oggi, profondamente mutata, gli insegnamenti ancora fecondi.
I LIMITI DEL PROCESSO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
9. Gli eventi dell’89 determinarono anche nel nostro Paese, davanti alla marea montante della
propaganda dei cosiddetti ‘poteri forti’ capitalistici, la necessità di una rilegittimazione degli ideali
e della presenza organizzata dei comunisti. La risposta immediata al successivo scioglimento del
Pci si concretizzò nell’impresa di avviare una “rifondazione comunista”, promossa sulla base della
convergenza di forze diverse per cultura politica ma tutte comprese nell’alveo di un riferimento
all’impianto teorico marxista. Non era certo un’impresa facile.
Ma, come si è detto, già i decenni successivi al grande sommovimento del 1968 avevano visto la
sinistra italiana e, in essa, i comunisti impegnati in un durissimo scontro politico e di classe. Dalla
fine degli anni 60 si sviluppava l’impatto della cosiddetta strategia della tensione, da Piazza
Fontana in poi, con lo stragismo e il conseguente ricatto sul movimento operaio e sui suoi
potenziali alleati democratici. Verso la metà degli anni ’70 si produceva un ulteriore salto di
qualità, non solo all’insegna delle bombe e della provocazione da parte degli organismi deviati
dello Stato ma – sullo sfondo dell’esperienza cilena minacciosamente evocata dall’allora segretario
di Stato Usa Henry Kissinger – anche con la cooptazione di settori della stessa sinistra e del
movimento sindacale (ascesa di Craxi e frattura dentro la Cgil portata avanti dalla componente
socialista). Ciò avvenne in concomitanza con un’offensiva reazionaria che interessò in generale il
continente europeo: la liquidazione della leadership di Willy Brandt in Germania Ovest, l’uccisione
di Aldo Moro (prima che il leader democristiano potesse annunciare in Parlamento un accordo
politico-programmatico con il Pci), l’assassinio del premier svedese Olof Palme, il golpe spagnolo
utilizzato per affermare il ruolo centrale della monarchia costituzionale dei Borboni in sostanziale
continuità con il regime di Franco. Del resto già la soluzione della crisi portoghese, con la vittoria
del capo dei moderati filo-atlantici Soares e la conseguente emarginazione del Partito comunista
portoghese di Alvaro Cunal, aveva dimostrato la capacità di recupero dell’Occidente sui tentativi
più radicali di un’effettiva alternativa di sistema. Tutti questi avvenimenti contribuirono ad
allontanare concretamente la prospettiva di un’alternativa di governo in Italia. Il segretario del Pci
Enrico Berlinguer si convinse del tramonto di un tale obiettivo e della necessità di tentare quanto
meno di salvare il partito: si giunse così alla “Seconda svolta di Salerno”, con la quale Berlinguer
annunciò la fine della “solidarietà nazionale”, un’esperienza che aveva già profondamente
logorato la tenuta elettorale e organizzativa del partito stesso. Le difficoltà incontrate da
Berlinguer nell’affermazione di tale svolta sono la dimostrazione di quanto quella che oggi, a
giusto titolo, chiamiamo “mutazione genetica”, si fosse fortemente incuneata anche in ampi
settori del Partito comunista italiano, dopo aver conquistato – con esiti già da tempo ben più
degenerativi – il Partito socialista italiano. Se dunque a partire dagli anni Settanta si è consumato
il logoramento della presenza comunista in Italia, negli anni Ottanta si è prodotto lo sfondamento
definitivo, con il cambio di fase del capitalismo.
10. Da questo insieme di condizioni prende dunque le mosse all’indomani dello scioglimento
formale del Pci il processo “rifondativo”. Oggi, sulla base di uno sguardo retrospettivo che copre la
distanza di oltre due decenni, possiamo avanzare la tesi che a tale processo è mancata la capacità
di operare una sintesi politica alta e organica, tale da offrire basi teoriche sufficientemente
qualificate e produrre un nuovo personale politico adeguato all’obiettivo: condizioni – queste –
indispensabili per emanciparsi dai limiti che avevano drammaticamente determinato la sconfitta
dell’esperienza del socialismo realizzato novecentesco. Pur non dimenticando il contesto
difficilissimo e di arretramento complessivo del quadro politico generale, sia nazionale che
internazionale, in cui questa esperienza si è dispiegata e rendendo il dovuto merito alla tenacia e
alla passione di tanti militanti che l’hanno fatta vivere, davanti al suo esaurirsi non ci si può
tuttavia sottrarre ad un’analisi severa dei suoi limiti oggettivi e soggettivi. Che oggi è ancora tutta
da farsi. Qui di seguito possiamo solo proporre qualche schematica considerazione. Si deve subito
constatare che si è fallito nella costruzione di una comune e forte cultura politica dei gruppi
dirigenti, che fosse in grado di far superare senza danni le difficili prove della congiuntura politica:
una congiuntura sempre più caratterizzata da una grave involuzione istituzionale e morale, dalla
crisi dei partiti tradizionali (sempre meno fucine di idealità e sempre più funzione del comitato
elettorale di turno), da una personalizzazione della politica alimentata ad arte dalla riduzione della
sua scena a spettacolo mediatico, con relativa espropriazione delle scelte fondamentali, sottratte
a sedi decisionali democratiche, indebolite nei compiti e nella qualità dei loro membri, a vantaggio
di ristrette cerchie tecnocratiche.
11. Entro una temperie ideologica sostanzialmente votata all’eclettismo, si è fatto strada un
approccio subalterno all’ideologia post-moderna che, seppur respinta a parole, è stata in realtà
sussunta nella rimozione della questione del potere (nonché dello Stato e del suo superamento),
nell’offuscarsi della centralità del conflitto tra capitale e lavoro, nella tendenza ad assecondare
l’attacco ai partiti come forma di partecipazione popolare. In questo modo, il processo della
rifondazione comunista è stato sospinto nello spazio asfittico della quotidianità senza il filo della
storia, ovvero con l’unica necessità di gestire e contrastare il tempo breve: disarmato di un
impianto strategico e di un progetto generale (per quanto in divenire) alternativo, per il quale e
attraverso il quale battersi. Qui si è generata la disgiunzione tra strategia e tattica e la progressiva
separazione tra momento sociale e momento istituzionale. Ogni iniziativa specifica si è risolta in se
stessa producendo un consenso temporaneo che raramente si è trasformato in appartenenza e
militanza: una politica dunque legata alla contingenza e all’occasione, che ha generato la ricerca di
personaggi da spendere sulla scena politico-mediatica, senza il respiro lungo del pensiero.
12.In una crescente frammentazione e con il moltiplicarsi delle divisioni è stato così dissipato un
patrimonio militante, con un incredibile turn-over che ha complessivamente interessato qualcosa
come un mezzo milione di iscritti e dilapidato un’influenza elettorale che aveva raggiunto nella
seconda metà degli anni Novanta i 3 milioni e 200 mila voti e che era proiettata verso il 10%. A
riprova di quanto sia facile dissipare in pochi anni un grande patrimonio elettorale, quando esso
non riposi su solide fondamenta. A ciò si è sommata, come concausa dell’insuccesso, la delusione
progressivamente indotta dalla partecipazione al governo del Paese, che non ha conseguito alcun
risultato sostanziale a favore dei nostri soggetti sociali di riferimento. Una delusione accentuata da
forme di carrierismo politico, da lotte interne e dalla formazione di ceti politici separati dalla più
genuina militanza di base, che hanno seminato sfiducia e distorto la gestione interna delle stesse
organizzazioni comuniste, la sua trasparenza, il suo costume, la sua moralità.
Oggi cominciamo ad avere cognizione delle cause principali (nonché degli errori dei gruppi
dirigenti) che sono state alla base di questo insuccesso.
TESI 3
LA CRISI CAPITALISTICA E’ STRUTTURALE, LA SOLUZIONE E’ IL
SOCIALISMO
LA CRISI STRUTTURALE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO
1.I comunisti considerano “strutturale” la crisi che dal 2007 in poi ha afflitto l’Occidente
capitalistico. Beninteso, essa vale per i più e non per i pochissimi che detengono il potere
economico: non a caso autorevoli rapporti segnalano che nel mondo “la disuguaglianza nella
ricchezza ha continuato ad aumentare dal 2008, con l’1% in cima alla piramide della ricchezza che
ora possiede il 50,4% di tutta la ricchezza delle famiglie” (Credit Suisse Global WealthDatabook
2015). In generale, come già riteneva Marx, nel modo di produzione capitalistico le crisi non sono
un infortunio ma lo strumento con cui l’economia periodicamente prova a risolvere i propri
problemi. Esse sono inevitabili in quanto hanno la loro origine nella contraddizione tra il carattere
sociale del lavoro e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro: ossia nel fatto
che la produzione non è regolata secondo un piano consapevole né finalizzata al soddisfacimento
dei bisogni umani, ma soggetta all’“anarchia della produzione” (cioè alla competizione tra i singoli
capitalisti) e finalizzata al profitto. Periodicamente si crea sovrapproduzione di capitale e di merci.
La sovrapproduzione (o sovraccumulazione) di capitale è un accumulo di capitale che non riesce a
valorizzarsi in misura soddisfacente. La sovrapproduzione di merci è un accumulo di merci che non
riescono ad essere vendute a un prezzo sufficiente a remunerare il capitale investito per produrle.
La sovrapproduzione di merci è aggravata dal fatto che i lavoratori hanno una capacità di spesa
limitata: i loro salari non possono salire oltre un certo livello perché altrimenti verrebbero meno i
profitti dei capitalisti; e questo limita strutturalmente la capacità di crescita dei consumi. La crisi è
il mezzo brutale attraverso cui si ripristinano le condizioni di accumulazione del capitale. Profitto e
accumulazione vengono ripristinati per mezzo della distruzione di capitale e di forze
produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei salari, fallimenti e quindi
concentrazioni di imprese, deprezzamento di beni capitali, macchinari e materie prime e quindi
miglioramento dei margini di profitto per chi li mette in opera.
2. Una crisi così grave e lunga come quella deflagrata nel 2007 e in cui a tutt’oggi siamo immersi, è
non a caso scaturita da un già presente accumulo di capitale in eccesso e di merci invendute
(sovrapproduzione). Nel 1980 (secondo un rapporto McKinsey), il valore complessivo dei beni
finanziari a livello mondiale era grosso modo equivalente al Pil mondiale; mentre a fine 2007 la
proporzione di questi beni rispetto al Pil aveva raggiunto il 356%. La massa di capitale monetario in
eccesso era quindi inequivocabilmente presente, quale sintomo del malessere e prossima causa
del tracollo finanziario. Analogamente, quest’ultimo si è prodotto in presenza e a seguito di una
conclamata sovrapproduzione di merci. A testimonianza di ciò i dati Ocse hanno messo in
evidenza, per gli anni precedenti il 2007, il generale rallentamento della produttività del lavoro in
Usa, Europa e Giappone, determinato appunto dal fatto che le merci rimaste invendute
costringevano a diminuire la produzione e a non utilizzare appieno la capacità produttiva e quindi
la manodopera. Nonostante i tentativi mediatici di diffondere fiducia, la dura realtà è che
l’economia dei Paesi a capitalismo maturo sarà caratterizzata per molto tempo da bassa crescita,
alta disoccupazione e sottoccupazione. La distruzione di capitale necessaria per far ripartire
davvero l’accumulazione appare di proporzioni colossali. Il capitalismo di questi anni è insomma
ben diverso dal capitalismo trionfante del 1989: di fronte a noi non c’è più il sistema economico
vincitore del confronto con l’Urss, ma un sistema in crisi profonda, incapace di dare risposte
progressive ai bisogni dell’umanità.
UNA CRISI DI LUNGO PERIODO
3. La finanza è stata la droga che ha temporaneamente permesso di non avvertire i sintomi della
crisi, posticipandone gli effetti. Negli ultimi due decenni dello scorso secolo – per rispondere ad
una persistente e globale crisi di accumulazione – l’Occidente capitalistico ha infilato la via della
speculazione finanziaria alla ricerca di un surplus che l’economia reale non garantiva più. Proprio
la disponibilità di denaro facile ha avviato negli Usa la corsa all’indebitamento di imprese e
famiglie, protrattasi finché il castello di carta (la cosiddetta “economia da casinò”) non è crollato
sotto il peso delle sue contraddizioni. Ovviamente le famiglie si indebitano perché non hanno un
reddito sufficiente a sopravvivere: è qui, nell’impennarsi della disuguaglianza caratterizzante la
società e l’economia reale, che va individuata la contraddizione essenziale. Ed è qui che una
società capitalistica non riesce a intervenire per disinnescare il dispositivo che in profondità genera
la crisi. Questo intendeva Marx quando scriveva: “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur
sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse, in contrasto con la tendenza della
produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo
limite la capacità di consumo della società”.
4. Nel 2007 il tappo è saltato, e la crisi è esplosa in tutta la sua violenza. E’ la fine di una storia
iniziata molti anni prima: quando, all’inizio degli anni Settanta, terminò il grande sviluppo
economico del dopoguerra. Negli anni Settanta crescita economica, profitti industriali e
investimenti produttivi nei Paesi più industrializzati cominciarono a declinare, e continuarono a
farlo nei decenni successivi. Questo perché il saggio di profitto in questi Paesi ha accusato una
drastica diminuzione, a conferma di quella che Marx chiamava la legge della “caduta tendenziale
del saggio di profitto”. Se esaminiamo i dati economici degli ultimi decenni, questa tendenza è
chiaramente riscontrabile: il saggio di profitto è infatti calato in misura significativa in tutti i paesi
più industrializzati. E nel periodo che va dal 1973 al 2003, il saggio di crescita del Pil pro capite ha
superato di poco la metà del saggio di crescita registrato negli anni 1950-1973.
5. In estrema sintesi, nel lungo periodo la crisi nasce a seguito della caduta del saggio di profitto e
della finanziarizzazione generale dell’economia; nel 2007 essa scoppia a causa del collasso del
modello di consumo degli Stati Uniti basato sull’indebitamento privato, che ha consentito di
mantenere temporaneamente consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni. La
crisi attuale non è altra cosa rispetto a quella iniziata nel 2007-2008. La crisi è la stessa:
semplicemente, non ne siamo mai usciti. Sarebbe stato impossibile pervenire a una tale perspicua
spiegazione senza l’apparato concettuale marxiano, di cui i comunisti sono depositari e sulla cui
base, a giusto titolo, fondano la prospettiva di un superamento del fallimentare e ingiusto sistema
economico vigente. La prospettiva del socialismo.
TESI 4
LE RISPOSTE ALLA CRISI
QUELLA DELL’ESTABLISHMENT CAPITALISTICO…
1. Per far fronte al tracollo strutturale del 2007, gli establishment di Usa, Ue e Giappone hanno per
un verso realizzato una colossale socializzazione delle perdite convertendo in debito pubblico i
debiti privati e, per altro verso, hanno fatto ricorso a massicce immissioni di liquidità nel sistema
attraverso politiche monetarie espansive (bassi tassi di interesse e il cosiddetto Quantitative
Easing ,letteralmente “alleggerimento o facilitazione quantitativa”, attraverso cui le banche
centrali operano massicci acquisti di azioni o titoli di stato con denaro creato “ex-novo”). Sul primo
fronte, quello della socializzazione delle perdite, si è andati a soccorrere lautamente il sistema
bancario a suon di centinaia di miliardi. Le banche e molte imprese private sono state salvate con
enormi iniezioni di denaro pubblico, tra ricapitalizzazioni, acquisto di titoli non negoziabili e
garanzie prestate: Bank of England nel giugno 2009 ha stimato l’entità di questi interventi in
qualcosa come 14.000 miliardi di dollari. In questo modo i debiti privati sono stati trasferiti sui
bilanci pubblici: operazione di cui media e gruppi dirigenti borghesi preferiscono parlare il meno
possibile. Così la seconda fase della crisi ha investito, come era prevedibile, il debito pubblico. Per
mettere in sicurezza il debito pubblico, divenuto ad opera di una martellante campagna ideologica
il principale ed unico responsabile della crisi, sono state proposte e somministrate medicine
tutt’altro che nuove. Come sanno bene i cittadini dei Paesi europei, si è passati a smantellare il
welfare, scaricando i costi della crisi sul salario indiretto (le provvidenze dello stato sociale) e su
quello differito (le pensioni). Contemporaneamente, per dare fiato alle imprese e sostenere i livelli
di profittabilità, si è dato luogo ad un colossale processo di precarizzazione del mercato del lavoro.
Si è detto: occorre farlo per tentare di diminuire la disoccupazione, quella determinata
dall’insufficienza della domanda e quella susseguente alla “sostituzione di macchine a lavoro” (la
cosiddetta disoccupazione “tecnologica”). Di fatto, inducendo le imprese ad assumere lavoratori
“usa e getta” si è ottenuto l’effetto di un calo della produttività del lavoro: si possono infatti
costringere i precari a lavorare di più, ma non a lavorare meglio. E’ quel che è avvenuto in Italia – e
in generale nei Paesi deboli dell’Ue – sulla scia delle politiche imposte da Bruxelles e Berlino, senza
che con ciò si sia registrata alcuna apprezzabile inversione di tendenza rispetto al dramma della
disoccupazione (che in ogni caso, come i marxisti sanno bene, serve a tenere alta la concorrenza
tra i lavoratori e a tenere bassi i salari).
2. Sul secondo fronte, quello dell’immissione massiccia di liquidità, le politiche monetarie
espansive non hanno ottenuto l’esito auspicato, cioè una ripresa del credito e nuovo ossigeno per
l’economia reale. Per un motivo assai semplice: a differenza ad esempio della Cina, nell’Occidente
capitalistico il sistema finanziario e bancario è nelle mani di privati e, dunque, certamente
interessato al miglioramento della propria patrimonializzazione ma insofferente (o indifferente)
nei confronti di strategie di lungo respiro e di richieste orientate al bene pubblico. Più indietro nel
tempo, non mancano ulteriori clamorose conferme di un tale esito fallimentare: l’opzione
espansiva adottata da Banche centrali e governi non ha risparmiato al Giappone, dal 1989 in poi,
una cronica depressione e prima ancora agli Stati Uniti, precisamente all’indomani del 1929, una
fortissima depressione – nonostante il New Deal – risoltasi solo attraverso la “distruzione
creatrice” della Seconda Guerra Mondiale. Va aggiunto che, sul piano globale, le politiche
monetarie espansive attuate da Usa, Ue e Giappone hanno fortemente penalizzato il resto del
mondo, in particolare i Paesi emergenti: il deprezzamento di una valuta di riferimento
internazionale quale è il dollaro pesa negativamente su quanti sono costretti a utilizzare dollari per
gli scambi commerciali e su chi vede diminuire il tasso d’interesse dei titoli di Stato statunitensi
posseduti nel proprio portafoglio. Non è un caso, dunque, che proprio la Cina abbia attivato
accordi commerciali bilaterali sulla base dell’uso dello yuan e, più in generale, abbia posto il tema
di un superamento dell’attuale ordine monetario basato sulla valuta statunitense.
…E QUELLA DEI COMUNISTI
3. Far passare l’idea che il capitalismo sia antistatalista è stata una colossale opera di
mistificazione. Ciò che i neoliberisti chiedevano di superare era un tipo particolare di Stato, quello
emerso dal conflitto di classe i cui esiti hanno prodotto un patto sociale avanzato con i lavoratori
(lo Stato sociale). I capitalisti chiedevano di rompere quel patto, per aprire al profitto privato le
imprese di Stato, soprattutto quelle che operavano in regime di monopolio. Marx legava la
possibilità del comunismo non soltanto all’esistenza della proprietà sociale ma anche ad un
elevatissimo livello di sviluppo delle forze produttive e di automazione del lavoro, con il venir
meno del valore di scambio e quindi dei rapporti di mercato. Ciò presupponeva una fase di
transizione, tra capitalismo e comunismo, che sarebbe stata gestita con il controllo dello Stato da
parte del proletariato, e durante la quale elementi di mercato e di socializzazione avrebbero
convissuto. È ciò che avvenne nella Russia di Lenin con la NEP. Ed è il medesimo problema che in
seguito si sono posti i comunisti cinesi e vietnamiti, verso la fine degli anni ’70 e che oggi riguarda
anche i cubani. Le società d’ispirazione socialista sopravvissute al crollo del sistema sovietico,
cercano di trovare le forme adeguate per introdurre elementi di forte dinamizzazione nello
sviluppo delle forze produttive.
4. La crisi del socialismo sovietico e la rivitalizzazione di esperienze di transizione come quella
cinese evidenziano l’importanza della grande questione del rapporto tra piano e mercato, tra
economia pubblica e privata, con una presenza del settore pubblico che sia però tale (per
estensione, qualità ed efficienza) da orientare le scelte strategiche dello sviluppo, senza di che
verrebbero meno i presupposti strutturali minimi di una transizione orientata al socialismo. Si
tratta cioè di riconoscere, in questo quadro, il ruolo di strumenti e meccanismi di mercato, sul
piano interno e su quello internazionale, per una lunga fase di transizione, sia pure nel contesto di
un complessivo orientamento socialista dell’economia, prima del passaggio a forme più avanzate
di socializzazione. Il problema che si ripropone con forza all’attenzione dei comunisti è che la crisi
del socialismo reale sorge prima di tutto dalla difficoltà a reggere la competizione economica e
tecnologica con i paesi capitalistici più sviluppati. E se il socialismo non vi riesce, soccombe.
Nell’Europa capitalista all’alba del terzo millennio, il problema non è solo di avere più presenza
dello Stato (dopo l’orgia delle privatizzazioni dell’ultimo ventennio), ma anche e soprattutto di
contrastare la forma subordinata al capitale che esso ha raggiunto oggi. Si tratta di conquistare un
nuovo patto avanzato per i lavoratori dei Paesi dell’UE, trasformando profondamente il ruolo dello
Stato: facendo si che le istanze della classe lavoratrice possano avanzare. A nostro avviso occorre
quindi partire con lo stabilire alcuni principi: i beni comuni non possono essere soggetti a profitto
privato; così come i servizi sociali fondamentali che devono essere pubblici e di tipo universalistico.
Uno Stato che programmi lo sviluppo dell’economia è oggi una necessità per evitare il fallimento
totale che travolge tutte le classi.
TESI 5
NO ALLA GUERRA, NO ALLA NATO
UNA PROPENSIONE ALLA GUERRA TARGATA NATO
1. Con il crollo del muro di Berlino, la dissoluzione del cosiddetto “campo socialista” e la fine della
divisione in blocchi contrapposti, gli alfieri del capitalismo trionfante preconizzarono l’avvento di
un’era di pace e di progresso. La storia recente ha drammaticamente smentito tali apologetiche
previsioni. Peraltro il clima di questi ultimi decenni, segnato da eventi tutt’altro che pacifici, era già
inscritto nell’orientamento enunciato al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia e della
disgregazione dell’Urss dagli strateghi del più potente stato capitalistico del pianeta: «Gli Stati uniti
rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica,
economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana.
Fondamentale è preservare la Nato quale canale dell’influenza e partecipazione statunitensi negli
affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la
struttura di comando dell’Alleanza». Sulla base dell’affermazione di tale egemonia politica e
militare, implicitamente posta a garanzia della preservazione dell’”american way of life” (degli
esclusivi privilegi dei livelli di vita statunitense), si è esplicato l’attivismo bellico dell’unica
organizzazione militare rimasta, la Nato, posta a guardia della “difesa collettiva globale”, con nuovi
compiti “di polizia internazionale” non più meramente “difensivi” ma esplicitamente offensivi e
direzionati su tutti i terreni ritenuti vitali, dal punto di vista geostrategico come da quello
economico e di controllo dei flussi di approvvigionamento energetico. Un’organizzazione tenuta
rigidamente sotto comando Usa: non è un mistero infatti che il Comandante supremo alleato in
Europa sia nominato dal Presidente degli Stati uniti e che siano in mano agli Usa tutti gli altri
comandi chiave della Nato, la cosiddetta “catena di comando”.
2. Si sono così susseguiti, con il triste rosario di centinaia di migliaia di morti civili, l’attacco a
Panama (1989), l’attacco all’Iraq (1991), l’intervento volto alla disgregazione della Jugoslavia
(1999), l’invasione dell’Afghanistan (2001), il secondo attacco all’Iraq (2003), la cosiddetta
“missione umanitaria” in Libia (2011), uno Stato che, pur governato da un autocrate, in Africa era
al primo posto dell’Indice Onu dello sviluppo umano e che l’intervento occidentale ha trasformato
in uno “Stato fallito”, oggi esposto ad una guerriglia tra bande rivali. E’ ancora in corso il tentativo
di destabilizzazione militare della Siria (dal 2013), mentre ci si appresta a lanciare una seconda
operazione militare in Libia al fine di occupare in questo Paese le zone costiere economicamente e
strategicamente più importanti, con la motivazione ufficiale di liberarle dai terroristi dell’Isis. Sotto
la bandiera dell’ “esportazione della democrazia” e della “civiltà occidentale”, sono stati demoliti
Stati sovrani, ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale, e disgregate intere società. Si è in tal
modo alimentando il brodo di coltura del risentimento anti-occidentale e del terrorismo, pur di
perseguire quella che a giusto titolo è stata chiamata una “strategia del caos” funzionale agli
interessi di chi continua a proporsi quale padrone del mondo.
IL RIEMERGERE DELLA GUERRA FREDDA
3. Questa propensione alla guerra, che evidenzia le precise responsabilità di Stati Uniti e Nato, oggi
si manifesta principalmente su due fronti, sempre più incandescenti e pericolosi. Per un verso, la
Nato ha riaperto un “fronte orientale”, incrementando i segnali di una nuova pericolosissima
guerra fredda, perseguita dai settori più oltranzisti del Pentagono anche per spezzare i rapporti tra
Russia e Unione Europea dannosi per gli interessi statunitensi. Mentre gli Usa quadruplicano i
finanziamenti per accrescere le loro forze militari in Europa, si rafforza la presenza militare
«avanzata» nell’Europa orientale. Negli ultimi venti anni, la Nato non ha cessato di allargarsi ad
Est: nel 1999 ha inglobato Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (Paesi dell’ex Patto di Varsavia);
nel 2004, ha inglobato altri sette Paesi, Estonia, Lettonia e Lituania (già parte dell’ex Urss),
Bulgaria, Romania, Slovacchia (anch’essi dell’ex Patto di Varsavia) e Slovenia (già parte della
Jugoslavia); nel 2009 ha assorbito l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia
(già parte della Jugoslavia). Oggi sta proseguendo la sua espansione e prepara l’ingresso di nuovi
membri, spostando basi e forze, anche nucleari, a ridosso della Russia. Non può sorprendere che
una simile strategia aggressiva, abbia provocato un forte aumento della spesa militare globale,
trainata da quella statunitense e risalita in termini reali ai livelli della guerra fredda del secolo
scorso: 5 miliardi di dollari al giorno. Anche la spesa militare italiana, al dodicesimo posto nel
mondo, raggiunge la ragguardevole cifra di 85 milioni di dollari al giorno. Si tratta di un enorme
spreco di risorse sottratte ai bisogni vitali dell’umanità. In questo quadro, nel cuore dell’Europa –
in Ucraina – è stato fomentato il putsch di piazza Maidan, con cui è stato deposto un presidente
regolarmente eletto ed insediato un esecutivo di cui fanno parte personaggi dichiaratamente
nazisti: va da sé che un simile governo abbia messo fuori legge il partito comunista e, per
converso, tollerato le criminali scorribande di formazioni neo-naziste, protagoniste di efferati
massacri di civili come quello di Odessa.
IL TERRORISMO, FIGLIO DEGENERE DELL’IMPERIALISMO
4. Ma l’attivismo di Usa e Nato è cresciuto anche sul “fronte meridionale”, strettamente connesso
a quello orientale. In tale contesto, uno degli epicentri sensibili del confronto globale è oggi la
Siria. Come già per la Jugoslavia, l’Iraq e la Libia, anche per la Siria le potenze imperialiste e le
“monarchie del petrolio” loro alleate da tempo operano in vista di una caduta del regime del
presidente Assad e per la divisione del Paese sulla base di confini etnici o religiosi. E’ l’ennesima
applicazione della dottrina del “divide et impera”. In tal senso si è provato ad agire sul piano
militare, sin qui senza successo (anche grazie agli imprevisti risultati dell’intervento militare russo
in Siria) e attraverso la via diplomatica. A tale progetto neocoloniale si contrappone l’Iran, oltre
alla stessa Russia. Per riuscire nell’impresa, le potenze interessate (globali e territoriali) si sono
avvalse del decisivo supporto dell’integralismo jihadista, cioè di quelle stesse “truppe ausiliarie”
che avevano già portato l’orrore in Iraq, Afghanistan e Libia (oggi anche nelle capitali della vecchia
Europa) e che ora hanno trovato un loro assetto organizzato nel cosiddetto Stato Islamico (Isis o
Daish). Senza la nozione di imperialismo non si capirebbe nulla della natura dell’odierna
recrudescenza terroristica. Il terrore seminato dall’integralismo waabita, cioè da una parte
estremista del mondo sunnita, è infatti figlio diretto dell’oltranzismo bellico statunitense,
dispiegatosi in questi due decenni dalla prima guerra del golfo in poi: dalle macerie, oltre alla
sofferenza, nasce anche il terrore. Esso sorge dall’odio di chi ha visto piovere sul proprio Paese le
“civili” bombe occidentali così come dal risentimento di chi è vissuto nell’abbandono delle
periferie urbane di Paesi che non sono vissuti come propri, da cui non ci si sente accolti.
5. Ma c’è un’implicazione ancora più diretta che oggi lega il terrorismo alle politiche aggressive
della Nato: quelli che oggi piangono le vittime degli attentati e organizzano coalizioni contro lo
Stato Islamico sono infatti gli stessi che dichiarano ufficialmente di essere stati i creatori del
mostro: segretari di stato, generali, senatori degli Stati Uniti. Come meravigliarsi dell’eclatante
inefficacia della coalizione Nato anti-Isis, forte della partecipazione di 60 Paesi, se a farne parte vi
sono acclarati finanziatori del terrorismo (come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia), tutti fedeli
alleati degli Usa? In realtà, non esiste una soluzione prettamente militare alla questione
dell’estremismo islamico, del quale l’Isis è la rappresentazione più mostruosa. Per combattere
davvero il terrorismo, mettendo a tacere la propaganda forcaiola e razzista delle destre,
basterebbe: a) vietare l’esportazione di armi ai Paesi che lo supportano; b) sanzionare i Paesi che
direttamente forniscono armi, equipaggiamento, risorse all’Isis (Arabia Saudita e Qatar) o che
fanno transitare attraverso il loro confine carovane di Tir con viveri e altro verso lo Stato Islamico
(Turchia); c) sanzionare i Paesi le cui banche fanno passare i flussi di finanziamento all’Isis e quelli
che dall’Isis acquistano petrolio, ma anche beni archeologici. Se ciò non viene fatto è anche perché
da decenni vige un patto di ferro tra Stati Uniti e Arabia Saudita che – assieme a Israele e Turchia,
membro dell’Alleanza atlantica – resta il bastione strategico degli Usa in Medio Oriente.
CONTRO IL PERICOLO DI UNA DEFLAGRAZIONE BELLICA GLOBALE
6. Su tutto questo, sui temi dell’imperialismo e dei pericoli di guerra, del terrorismo e delle sue
cause, è necessario condurre un’instancabile campagna di contro-informazione: sarebbe grave se
la parte più cosciente della società abbassasse su questi temi il livello di guardia. Del resto è stata
la principale autorità della Chiesa cattolica a mettere in guardia rispetto ad un contesto che è già
di guerra. Non va sottovalutato il fatto che l’avanzata Usa/Nato ad Est e a Sud inevitabilmente
coinvolge lo scacchiere asiatico e del Pacifico mirando alla Cina, nel frattempo riavvicinatasi alla
Russia. Cos’altro dovrebbe significare lo spostamento, già annunciato da Barack Obama e reso
operativo, del grosso dell’apparato militare statunitense in direzione del Pacifico e della Cina? Del
resto ciò fa da sponda al tentativo, oggetto dell’attenzione di molti analisti, di creare una sorta
di“Nato economica”, una gigantesca area di libero scambio che dovrebbe unire gli Usa all’Unione
europea e a buona parte dei Paesi sulle due rive del Pacifico mediante il TTIP – Trattato
transatlantico sul commercio e sugli investimenti – e il TTP – Trattato transpacifico, peraltro già
approvato. In tale orientamento strategico si sostanzia il tentativo estremo degli Stati Uniti e delle
altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo
nel quale sono emersi nuovi soggetti sociali e statuali che premono per un nuovo ordine
economico mondiale, sottratto al dominio dell’ “impero americano”.
7. Un tale quadro involutivo muove nella direzione opposta a quella che si intendeva percorrere
con la riduzione degli armamenti su scala mondiale. Gli Stati Uniti sono esplicitamente impegnati a
mantenere una superiorità militare così schiacciante da rendere loro possibile di intervenire
militarmente contro ogni Paese in ogni angolo del mondo (“diritto di ingerenza”), affidando allo
squilibrio delle forze e alla propria assoluta preminenza la sicurezza del cosiddetto “mondo libero”.
Questo sciagurato orientamento è il contrario di quello che proponeva lo stesso F.D. Roosevelt
quando auspicava un mondo “libero dalla paura” (essendo appunto la “libertà dalla paura” una
delle libertà da lui considerate irrinunciabili). Per contrastare questa pericolosa spirale di guerra,
compito dei comunisti è quello di costruire un vasto e forte movimento per l’uscita dell’Italia dalla
Nato, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera
(e libera da armamenti nucleari), per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata
sull’Articolo 11 della Costituzione e improntata alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia
economica e sociale.
TESI 6
PER UN MONDO MULTIPOLARE
1 – In questi ultimi due decenni è venuta affermandosi una dinamica mondiale che prefigura
grandi sconvolgimenti negli equilibri planetari e l’emergere nell’economia e nella politica mondiale
di uno schieramento non subalterno alla triade imperialista Usa-Ue-Giappone e imperniato sui
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e sui paesi non allineati con essi convergenti. Secondo
gli studi delle maggiori banche d’investimento, il Pil di questi Paesi è destinato a superare quello
della suddetta triade; e la Cina da sola contende già ora il primato economico agli Stati Uniti. La
forza economica dei BRICS ha consentito di configurare un nuovo ordine finanziario mondiale,
anche attraverso un evento che Fidel Castro ha definito di importanza epocale: la creazione di un
autonomo Fondo bancario, la cui missione è sottratta allo strozzinaggio imperiale del Fondo
Monetario internazionale e della Banca Mondiale ed è votata al sostegno finanziario nei confronti
dei Paesi del Terzo Mondo. Nella regione euro-asiatica, dove vive la metà della popolazione
mondiale, va spostandosi il baricentro economico del pianeta, trainato dalla cooperazione
bilaterale tra la Russia e la Cina, un nuovo contrappeso nella gerarchia del potere planetario che si
è manifestato anche istituzionalmente con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.
2 – In questo quadro, un ruolo essenziale sta giocando la Cina. In molti continuano a pensare che
la sua poderosa ascesa sia dovuta ad una presunta conversione al neoliberismo. Non è così. La
Cina è un Paese ad orientamento socialista, con una economia mista in cui convivono piano e
mercato, con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte strategiche dello sviluppo. Il Partito
Comunista Cinese, che compie nel 2011 il suo 90° anniversario, governa un’economia nella quale i
vertici del comando, la terra, le banche e le industrie maggiori sono possedute e controllate dallo
Stato. Ciò facilita la guida della macroeconomia ed ha consentito alla Cina di evitare il collasso
durante la grande recessione internazionale del 2007-2009: a riprova che l’economia pianificata
cinese non risponde alle stesse leggi dei Paesi capitalistici. Poco pubblicizzato è il fatto che tra il
1978 e il 2007 la povertà in Cina è stata sradicata, passando dal 30,7% al 1,6%; che due terzi
dell’economia, e segnatamente i settori strategici, sono pubblici o sotto il controllo pubblico a
cominciare dal sistema bancario e finanziario. Per questi motivi la Cina non ha i favori della
propaganda occidentale. Consapevoli delle enormi contraddizioni e degli squilibri che lo sviluppo
accelerato dell’economia cinese ha prodotto negli ultimi decenni, i comunisti cinesi sono oggi
impegnati nella riduzione delle enormi disuguaglianze che affliggono il paese, puntando sulla
creazione di un solido sistema di stato sociale e su politiche di aumento del reddito e dei diritti per
i lavoratori. Non a caso i vertici del PCC affermano costantemente che la Cina è ancora un paese in
via di sviluppo e che esso si trova nella fase primordiale di un lungo processo di costruzione del
socialismo, evidenziando le profonde contraddizioni che l’attraversano. Sarà importante verificare
se a tali sforzi corrisponderà una maggiore forza dei lavoratori, fatto determinante per lo sviluppo
del socialismo. Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con la volontà di
aprire un confronto. Non spetta a noi dire ai cinesi come dovrebbero realizzare il socialismo in un
Paese da un miliardo e trecento milioni di persone; così come sappiamo che non esistono Stati o
partiti guida (né i compagni cinesi pretendono di esserli, anzi si sono sempre opposti a tale
visione).
3 – Entro una tale dinamica planetaria, L’America Latina ha fatto passi da gigante sulla via
dell’emancipazione dall’imperialismo e dal neoliberismo nordamericano, grazie a processi
democratici che sono risultati vittoriosi nel nome del socialismo del XXI secolo. Alla base di questi
successi vi è stata una profondissima riflessione teorica su un modello di sviluppo adeguato ai
tratti delle società Sudamericane. Un’elaborazione collettiva maturata nei grandi Forum sociali e in
quell’originalissima esperienza che è il Foro di San Paolo, nato nel 1990 su iniziativa del PT e di
Lula, come tentativo delle forze progressiste e rivoluzionarie del continente di elaborare il lutto
della caduta del muro di Berlino e di far partire un nuovo processo di trasformazione ed
emancipazione. Sono state protagoniste di questo processo varie forme di trasformazione: dalla
Rivoluzione Cubana, a quella bolivariana del Venezuela, dalla ciudadana dell’Ecuador, sino
all’Indigena della Bolivia. Passando, poi, per il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, il Perù e il Nicaragua.
Il contributo di Cuba socialista è stato straordinario: la sua resistenza è stata d’esempio per tutti i
popoli Sudamericani, diventando un punto di riferimento di analisi dei fenomeni e dei processi e di
ingenti risorse umane e tecniche, nonostante il criminale bloqueo. Il Venezuela, poi, ha aperto la
strada della rivoluzione democratica e ha sostenuto i processi degli altri Paesi con le sue risorse
finanziarie derivanti dai proventi del petrolio e destinate allo sviluppo sociale e non più alle
oligarchie locali. Così abbiamo assistitoalla nascita di un’unione continentale per lo sviluppo del
commercio, delle telecomunicazioni, dell’integrazione politica e culturale, delle economie, attorno
a progetti (Alba, Unasur, Mercosur, Telesur…) sottratti all’egemonia del liberismo. Oggi questo
fermento progressivo ha subito alcune pericolose battute d’arresto, con la veemente reazione
delle destre all’opera nei principali e più forti Paesi del continente: una reazione pilotata dal
potente vicino statunitense, che non ha mai rinunciato a considerare l’America Latina comeil
proprio giardino di casa. Nel merito, i comunisti sono chiamati ad accentuare il lavoro di
controinformazione e afar sentire alle compagne e ai compagni latino-americanila propria
concreta solidarietà politica e internazionalista.
TESI 7
CONTRO QUESTA EUROPA
LE CONTRADDIZIONI STRUTTURALI DELL’UNIONE EUROPEA
1. L’Unione Europea non rappresenta tutti i popoli e i Paesi europei e non è la nostra Europa: i
comunisti, infatti, lottano per la prospettiva politica di un’Europa unita (dall’Atlantico agli Urali) di
orientamento democratico e progressista sul piano interno e internazionale, che rompa con il
quadro dato. È un progetto ambizioso e di lungo periodo che fa da sfondo alla battaglia contro il
contesto europeo vigente, all’azione di contrasto degli orientamenti antipopolari oggi egemoni
entro l’attuale configurazione europea. Essa infatti si caratterizza sempre più come un processo di
(dis)integrazione che, sul piano interno, è fondato sulla moneta unica, sul neoliberismo e sul
modello mercantilistico tedesco (centrato sulla deflazione salariale come leva per il recupero delle
competitività), mentre su quello esterno si basa sul crescente militarismo e su una politica estera
interventista ed aggressiva (come si è visto ad esempio con la guerra alla Libia, con il supporto al
golpe in Ucraina e con le sanzioni alla Russia). Sul piano politico assistiamo alla realizzazione di un
progetto che è il frutto di un compromesso tra la tendenza federalista (fortemente maggioritaria
tra le fila del Partito Socialista Europeo), che punta alla strutturazione di un super-stato europeo,
ed una tendenza schiettamente neoliberista o hayekiana (prevalente tra i conservatori ed i
popolari) che persegue una sovranità politica al servizio della centralità del mercato. Un processo,
quindi, la cui configurazione finale è la costruzione di una potenza imperialista, nemica dei popoli e
della democrazia, dei diritti dei lavoratori e delle Costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa del
Sud.
2. Il processo di costruzione dell’Ue e dell’euro ha comportato sempre più la perdita di sovranità e
la sottrazione di democrazia ai popoli e ai rispettivi legittimi parlamenti ed ha segnato l’acuirsi di
contraddizioni: l’approfondirsi delle divaricazioni di classe, il deperimento della democrazia, una
profonda crisi di civiltà e il permanere di tendenze che, assecondando la politica di aggressione e
di guerra degli Usa, mirano ad assicurare all’Europa il controllo di un’area “sub-imperiale”.
Nell’attuale compagine europea gli enormi processi di privatizzazione, lo smantellamento dei
diritti dei lavoratori e del welfare, l’aumento esponenziale della disoccupazione (soprattutto
giovanile) hanno evidenziato una gigantesca contraddizione di classe che ha giustapposto da un
lato la distruzione di capitale fisico e la svalorizzazione di capitale umano e, dall’altro lato, la
concentrazione senza precedenti di capitale e potere politico. Abbiamo assistito alla distruzione
della capacità produttiva dei Paesi “periferici” (emblematico il caso italiano: mai, in tempo di pace,
si era avuto un analogo verticale arretramento). Nel merito, clamorose sono le responsabilità delle
classi dirigenti dei singoli Stati europei, le quali hanno ingannato i propri popoli millantando che
obbiettivi nazionali e fini europei fossero coincidenti: una vera e propria fuga dalla sovranità in
nome di una cieca e distorta fede europeista che ha incentivato l’assenza dello Stato, ne ha
esaltato una sua gestione privata ed ha sottratto al controllo popolare e alla partecipazione
democratica ogni forma di vigilanza. In questo modo è esplosa la contraddizione tra democrazia e
sovranità, contrapposte a centralizzazione dei capitali e assolutismo oligarchico delle istituzioni
sovranazionali.
3. La gestione dei flussi migratori (o meglio: il loro respingimento brutale) rende altresì evidente la
contraddizione tra gli sbandierati propositi di integrazione continentale (con annesse garanzie di
pace) e la crisi di civiltà che tale gestione ha invece innescato. Appare sempre più palese come
l’idea di Altiero Spinelli di un’Europa unita, capace di garantire pace e prosperità al continente
intero, concepita nel contesto di un mondo bipolare, nell’era della trionfante globalizzazione
capitalistica -con il riaffiorare di guerre (dai Balcani all’Ucraina) e il sopraggiungere di una profonda
crisi politica, economico-sociale e morale– finisca oggi per risultare astratta e retorica. Infine,
occorre prendere atto delle tendenze imperialistiche e “sub-imperiali” che la costruzione dell’Ue e
dell’euro ha posto in atto. Con la competizione “interna” tra stati dell’Unione che si contendono
l’egemonia dentro e fuori lo spazio comunitario, si intrecciano le contraddizioni con gli Usa,
rispetto al tema della supremazia del dollaro e del suo ruolo sulla scena mondiale. Alcuni fatti
recenti hanno infatti approfondito significative linee di frattura: la crisi ucraina si è sviluppata
lungo la contraddizione tra Ue ed Europa in senso lato (Russia compresa); il Brexit, la possibile
uscita del Regno Unito a seguito del referendum di giugno 2016, va collocata lungo la
contraddizione tra i 28 Paesi dell’Ue e i 19 Paesi dell’Eurozona; la crisi greca è deflagrata lungo la
contraddizione tra Paesi centrali/creditori e Paesi periferici/debitori. Tutto questo mostra i
contorni di una duplice crisi: al tempo stesso dell’Ue e nell’Ue.Resta fermo comunque un punto.Il
pericolo più grave all’orizzonte è una grande guerra contro la Cina e/o contro la Russia, scatenata
dall’imperialismo statunitense con l’appoggio o la complicità dell’Unione Europea. E’ contro questo
pericolo che dobbiamo saper mobilitare il più ampio schieramento possibile.
PREPARARE UN’ALTERNATIVA
4. A livello di massa è diventato sempre più evidente che dentro questa Europa sono impossibili
politiche alternative che cambino la natura del processo. L’esperienza greca, da questo punto di
vista, è stata eloquente nel dimostrare come la strada dell’ “europeismo di sinistra” (critica dei
trattati e richiesta di modifiche parziali nell’ambito dell’Unione) non sia percorribile nemmeno a
fronte di un’ampia mobilitazione e sostegno popolare: questa Ue risulta impermeabile a
qualunque tentativo di riforma. Ciò falsifica la tesi ostinatamente prevalente nell’establishment
italiano secondo cui i problemi che affliggono l’Europa si risolvono con “più Europa”, cioè
proseguendo e rafforzando il processo di integrazione in atto. Il problema non è quanta Europa
ma quale Europa: quale progetto sociale, quali direttrici economiche ed internazionali e quale
progetto di società. La scelta diventa stringente: l’accettazione dei vincoli economici e della cultura
politica che stanno alla base dell’architrave istituzionale dei trattati europei è infatti in antitesi con
le aspirazioni di fondo che hanno animato i nostri padri e le nostre madri costituenti allorquando
hanno scritto la Costituzione Italiana del 1948.
5. I comunisti sono per una cooperazione pan-europea tra Stati sovrani, per lo sviluppo delle forze
produttive dell’Italia, in cui si affermi un forte ruolo progressivo dello Stato nell’economia, si
sviluppi una forte lotta per affermare i diritti sociali e politici dei lavoratori e per respingere
l’attacco alla democrazia e alla Costituzione. La difesa della sovranità nazionale va intesa
essenzialmente nel quadro del perseguimento di un sistema economico e produttivo più giusto e
più equo, in un quadro di solidarietà e cooperazione internazionale per la costruzione di azioni
convergenti e lotte comuni con altri popoli e Paesi in vista di un progresso sociale e civile. Non
pensiamo ad alcuna chiusura autarchica e nazionalista ma alla costruzione di nuove forme di
cooperazione economica, politica e valutaria tra stati sovrani, a rapporti stretti tra tutte le forze
della regione pan-europea e mediterranea che operino con una logica alternativa a quella euroatlantica,
che ripudino la guerra, si autonomizzino dalla Nato e si aprano alla collaborazione coi
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
6. L’assetto dell’eurozona è oggettivamente contradditorio e, alla lunga, insostenibile. In ogni caso,
esso è votato a mettere in crisi la stessa esistenza della sinistra in quanto tale. A fronte di un
reiterato rifiuto alla richiesta di porre fine alle politiche di austerità, alla mancata espansione della
domanda interna in Germania (che sta distruggendo la gran parte delle economie dell’Eurozona e
sta comprimendo i salari) e all’attribuzione di un ruolo attivo alla Bce anche nella lotta alla
disoccupazione e non solo all’inflazione, i comunisti hanno il dovere di mettere in discussione la
stessa partecipazione alla moneta unica europea, preparando il Paese a questa eventualità e
impedendo che una tale opzione possa essere egemonizzata da forze neofasciste o espressione
dei grandi monopoli internazionali. A fronte del rischio di un’implosione dell’eurozona sotto
l’egida dei grandi capitali transnazionali, i comunisti devono lavorare alla costruzione di un blocco
sociale intorno all’ipotesi di un’uscita da sinistra dall’euro, una prospettiva tesa ad evitare che a
pagare dazio sia il mondo del lavoro. Va ricordato che a tal fine si tratterebbe di operare uno
stretto controllo del flusso di capitali in entrata e in uscita (tale da impedire una fuga di capitali), di
nazionalizzare il capitale bancario e industriale per sottrarlo all’acquisto “a buon mercato” da
parte del capitale straniero, di salvaguardare i redditi da lavoro attraverso meccanismi automatici
di indicizzazione dei salari e calmieri sui beni di prima necessità. In generale, occorrerebbe
impegnarsi per la costruzione di un’area di libero scambio tra i Paesi dell’Europa del Sud. Accanto
all’esplicitazione di concrete proposte economiche finalizzate a sostenere un quadro d’insieme
alternativo all’attuale, i comunisti devono continuare a farsi promotori di due obiettivi politici
centrali: il primo è un cambio della politica estera, con la rottura dell’asse atlantico, l’uscita dalla
Nato ed una cooperazione pan-europea tra Stati sovrani, aperta alla cooperazione strategica coi
paesi BRICS e coi paesi disposti a tenere aperte linee di credito; il secondo è la costruzione di una
nuova classe dirigente, non compromessa con le vecchie élites che hanno assecondato la
distruzione del tessuto economico, politico e sociale del proprio Paese. In questi anni, non c’è
stato alcun esponente di centro-destra o di centro-sinistra che, davanti al disastro sociale
provocato dalle politiche di Bruxelles e Berlino, abbia anche solo adombrato nei negoziati con gli
organismi dell’Ue la minaccia di un abbandono dell’area valutaria, mostrando come il bipolarismo
parlamentare si sia in realtà ridotto a un monopartitismo esercitato dall’unico partito dell’euro al
governo.
7. Per rendere più forte ed efficace la lotta contro l’attuale configurazione dell’Ue, riteniamo che il
compito prioritario sia quello di promuovere battaglie nazionali (in cui si coniughino obiettivi
parziali di lotta, con un impianto complessivo di fuoriuscita da questo quadro strategico) e di
coordinare tali lotte sul piano europeo. In questa azione di coordinamento riteniamo che un ruolo
centrale debba essere svolto dal Gruppo della sinistra unitaria europea (Gue-Ngl). Crediamo che
esso debba recuperare appieno la sua originaria impostazione confederale, dove tutti i partiti (non
solo i gruppi parlamentari al Parlamento Europeo) operino con pari dignità, nel rispetto della
sovranità e dell’indipendenza di ogni forza politica che vi appartiene. Parimenti consideriamo
prioritario rafforzare i legami tra i partiti e i movimenti comunisti, anti-capitalisti, anti-imperialisti
e progressisti che si battono contro le politiche dell’Ue e della Nato, dentro e fuori i confini
dell’Unione.
TESI 8
IMMIGRAZIONE: NON SOLO SOLIDARIETA’ MA LOTTA PER UN NUOVO
BLOCCO SOCIALE ANTICAPITALISTICO
1. L’immigrazione è un fenomeno che, ad ondate, ha caratterizzato la storia recente dell’Occidente
ed è giunta a costituire una realtà consolidata in molti Paesi a capitalismo avanzato (basti pensare
agli USA). Oggi – in particolare per l’Europa e, all’interno dell’Europa, per i Paesi che si affacciano
sul Mediterraneo – tale fenomeno ha assunto il carattere dell’emergenza sociale e politica, fino a
mettere a serio rischio la stessa tenuta dell’Ue. E’ davanti agli occhi di tutti la realtà di un dramma
umano che ha sin qui provocato decine di migliaia di morti, trasformando il Mediterraneo in un
cimitero: e non c’è da impiegare tante parole per dire del disgusto davanti al triste spettacolo di
un’Unione Europea del tutto incapace di dare in modo coordinato risposte all’altezza della
situazione, tutt’all’opposto della nobile condotta e della capacità di accoglienza dimostrate ad
esempio dalla gente di Lampedusa.
2. Intendiamo tuttavia affrontare qui alcuni aspetti del problema su cui i comunisti hanno il dovere
di insistere:
In primo luogo , vanno fatti conoscere nel merito i dati reali. E va contrasta la tendenza a gonfiare i
termini del problema a tutto vantaggio delle destre xenofobe: a ridurre cioè il tema in termini
esclusivamente securitari e di allarme sociale, secondo una impostazione propagandistica
regressiva e antistorica che, al netto delle illegalità accertate e certamente da perseguire, oscura
ambiti di realtà ormai consolidati. Ad esempio, secondo i dati forniti dall’Inps, nel 2014 i contributi
pensionistici degli extracomunitari hanno raggiunto gli otto miliardi di euro: se si sottraggono a
tale cifra circa tre miliardi per corrispondenti prestazioni (pensionistiche e non), resta un saldo
attivo di circa cinque miliardi, equivalenti ogni anno a una spesa pensionistica che va a vantaggio
di 600 mila italiani.
3. In secondo luogo, non dobbiamo cessare di ribadire che l’odierna immigrazione di massa è un
effetto dell’imperialismo economico post-coloniale: innanzitutto, effetto delle aggressioni militari.
Le devastazioni di interi Paesi ad opera delle “civili” bombe occidentali hanno infatti provocato in
questi anni milioni di profughi in fuga dai loro Paesi d’origine. Ad esempio (dopo Afghanistan, Iraq
e Libia), solo l’aggressione alla Siria ad opera dei ribelli filo-Isis – di fatto sostenuti da Nato e
monarchie del Golfo – ha causato, oltre a 250 mila morti civili, l’esodo di sei milioni di profughi. Ciò
ovviamente si aggiunge al regolare spostamento di ingenti flussi di ricchezza in particolar modo
dall’area mediterranea a sud del continente europeo (profitti derivanti dalle risorse energetiche)
verso i forzieri dell’alta borghesia finanziaria di Usa e Nord Europa, peraltro legata sul piano
istituzionale alla tecnocrazia non elettiva dell’ Ue: un travaso che è alla base dell’endemica povertà
di Terzo mondo. Né in questo contesto vanno sottaciute, come causa dell’immigrazione di massa,
le devastazioni ambientali che distruggono le economie agricole di vaste aree e la rapina
sistematica di risorse minerarie, soprattutto in Africa.
4. Da ultimo, ma non certo per importanza, i comunisti hanno il dovere di affrontare di petto i
problemi posti dal ruolo che viene spesso ad assumere la popolazione immigrata come
manodopera di riserva per le economie occidentali, assillate da una forte crisi competitiva e
dunque alla ricerca di un abbassamento del costo del lavoro e di una forza-lavoro con potere
contrattuale praticamente nullo (in proposito è emblematico il regime schiavistico cui ad esempio
sono costretti i lavoratori stranieri adibiti alla raccolta di pomodori nel Sud d’Italia sotto il tallone
della malavita organizzata, vero e proprio braccio armato del capitale). Non sorprende che tutto
ciò crei condizioni di malessere e crisi sociale entro i confini dei Paesi di destinazione e/o
attraversamento, con tutte le inevitabili ricadute di stampo razzistico. Anche il problema
dell’immigrazione, dunque, diviene funzionale alla costruzione di una nebbia ideologica che arriva
ad avvolgere anche il mondo del lavoro: divenendo, in definitiva, potente strumento di quel
controllo ideologico che è padre e madre della falsa coscienza di massa. I comunisti sono chiamati
al difficile compito di ricomporre gli interessi di classe oggi strumentalmente divisi su due fronti
contrapposti, quello del proletariato “indigeno” e quello degli immigrati, contrastando la
cosiddetta “guerra tra poveri” e superando le insufficienze di impostazioni esclusivamente
improntate ad una concezione di tipo solidaristico-assistenziale, propria ad esempio del mondo
cattolico. La sfida è quella di trasformare gli effetti nefasti della globalizzazione liberista
nell’occasione di un rilancio della solidarietà di classe e di un nuovo internazionalismo, in vista di
una società socialista.
TESI 9
EMERGENZA AMBIENTALE: UN FONDAMENTALE BANCO DI PROVA PER I
COMUNISTI
LA PRODUZIONE CAPITALISTICA E IL LIMITE DELLE RISORSE
1. Le problematiche ambientali e il conflitto tra capitale e natura in esse tematizzato sono
imprescindibili per interpretare le contraddizioni della società contemporanea: ciò vale per
questioni di rilievo planetario come anche in riferimento ai problemi di assetto del territorio. Mai
come oggi, tali temi costituiscono un versante essenziale nell’analisi delle strutture economicosociali
del capitalismo e, conseguentemente, nell’elaborazione di una strategia politica di
trasformazione della società vigente. Il concetto di limite delle risorse, sempre più centrale
nell’approccio alle questioni ambientali, resta comunque connesso all’analisi dei processi
produttivi, essendo le condizioni fisiche esterne (o naturali) parte delle condizioni della produzione
(assieme al lavoro umano, alle tecnologie e agli strumenti utilizzati nel processo produttivo). La
produzione insomma fa i conti sin dall’inizio con la natura in senso lato, sotto la forma di mezzi di
sussistenza (ad esempio la fertilità della terra) e mezzi di lavoro (cascate d’acqua, fiumi, legname,
carbone ecc.).
2. Nel corso della sua storia, lo sviluppo capitalistico ha evidenziato, accanto alla contraddizione
tra capitale e lavoro, l’approfondirsi – oggi in progressione geometrica – di un conflitto con la
natura, cioè con le condizioni di produzione naturali (che esso tende a logorare): il modo di
produzione capitalistico, teso alla realizzazione del massimo profitto senza la pianificazione di uno
sviluppo controllato, provoca il crescente logoramento e la vanificazione delle risorse naturali.
L’allargarsi della “natura umanizzata” determina contestualmente la riduzione di quella
disponibile o umanizzabile. Ossessionato dalla ricerca dell’innovazione di processo (ovvero taglio
dei costi) e dell’innovazione di prodotto (ovvero allargamento del mercato) – entrambi funzionali
allo spasmodico processo di accumulazione – il capitalismo non può evitare di scontrarsi con i
crescenti (e autoprodotti) limiti di spazio, buona terra, aria pulita, acqua, materie prime, energia
etc.
Sulla base di tali acquisizioni analitiche e in considerazione dei giganteschi danni già inferti
all’equilibrio del nostro ambiente, vanno avanzate urgenti e concrete proposte per il breve e per il
lungo periodo.
AMBIENTE, CLIMA,TERRITORIO, SALUTE: UN FRONTE DECISIVO DELLA LOTTA ANTICAPITALISTA
3. I cambiamenti climatici, la distruzione del territorio e delle risorse naturali, l’inquinamento e le
malattie generate dal modo di produrre capitalistico nell’industria e nell’agricoltura colpiscono da
vari decenni l’intero pianeta. In Italia queste catastrofi sono aggravate dalla natura franosa e
sismica di buona parte del territorio nazionale, dal dissesto idrogeologico, da 70 anni di
malgoverno nell’uso del territorio (cementificazione eccessiva del suolo agricolo e di rive e alvei
dei fiumi, grandi opere infrastrutturali dannose oltre che inutili, trivellazioni in terra e in mare,
abusi e condoni edilizi ecc.), da una gestione della mobilità di persone e merci e da una produzione
di energia subordinate al profitto dei grandi gruppi industriali e petroliferi. Questo modello di
produzione, oltre a comprimere i costi e a sfruttare il lavoro umano, distrugge le risorse naturali e
ambientali, sia quelle utilizzate nei processi produttivi, sia a seguito di emissioni inquinanti
nell’aria, nelle acque, sul suolo e nel sottosuolo, nei corpi degli esseri viventi.
4. Il superamento del capitalismo coincide anche con la modifica radicale di alcuni paradigmi: 1) la
“natura”, la terra in cui abitiamo, non deve più essere l’entità, inorganica ma imprevedibile, da
controllare, da sottomettere con la tecnologia e da sfruttare, come l’aveva concepita la rivoluzione
scientifica dell’ inizio del XVI secolo, funzionale all’inizio dell’accumulazione capitalistica
(concezione che ancora prevale in Occidente); 2) il territorio, contenitore di tutte le attività umane
e supporto delle stesse condizioni di vita degli esseri viventi, deve diventare un bene collettivo , in
quanto è sempre più scarso e non riproducibile; un bene da tutelare, anche riportando la
produzione di cibo a una agricoltura ecosostenibile, e da usare con estrema accortezza, al di sopra
della proprietà privata o pubblica di porzioni di suolo; 3) la produzione deve essere conseguente a
una decisione collettiva sul che cosa, per chi, quanto e come produrre. Di questi ultimi quattro
aspetti, i primi tre presuppongono una fase di superamento del capitalismo; meno difficile è
invece operare fin da oggi sul come produrre, passando dalle energie di origine fossile a quelle
rinnovabili, dall’uso di materiali e sostanze tossiche per l’ambiente e per la salute ad altre
compatibili, a tecnologie risparmiatrici di acqua ed energia, a prodotti concepiti per durare nel
tempo, riparabili, riusabili e riciclabili alla fine del loro ciclo di vita, senza produrre scarti e rifiuti.
Quest’ultimo obiettivo comporterebbe perdite occupazionali in alcune attività industriali, da
superare con la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, con la produzione di energia da fonti
rinnovabili, con l’estensione delle attività di cura del territorio (rigenerazione socio-economica
delle zone collinari e montane, rinaturazione ove possibile delle sponde fluviali, rimboschimenti
ecc), delle città (recupero edilizio ed energetico e riuso degli edifici, riqualificazione delle periferie
e degli spazi aperti ecc.) e delle persone (servizi pubblici di base a disposizione di tutti e tutte).
5. E’ bene insistere sulla necessità che settori strategici quali l’energia o l’acqua siano controllati da
aziende nazionali pubbliche: questa caratteristica, sebbene non garantisca di per sé una
condizione sufficiente, è sicuramente condizione necessaria per l’avvio di un diverso modello di
sviluppo. Se lo Stato si riappropriasse di questo tipo di aziende si otterrebbero due risultati
immediati: 1) la disponibilità delle conoscenze acquisite sino ad oggi (elemento fondamentale per
monitorare le risorse e le potenzialità del territorio); 2) la possibilità di definire progetti mirati di
ricerca e sviluppo in questi settori, basando su essi una strategia industriale che sia nell’interesse
unico della soddisfazione del bisogno di approvvigionamento nazionale (comprendendo in esso la
compatibilità con le fragilità dell’ambiente territoriale). Il cambiamento del modello di sviluppo è,
per noi, terreno di lotta comune con il sindacato e con molti movimenti ambientalisti nazionali e
comitati locali, spesso oggettivamente anticapitalisti anche se talora operano per un unico isolato
obiettivo o settore.
TESI 10
ITALIA: IL QUADRO POLITICO E IL COMPIMENTO DELLA MUTAZIONE
GENETICA PCI/PDS/DS/PD
1. Il Partito Democratico (Pd)/partito della nazione di Renzi è un tentativo organico di uscire dalla
lunga transizione del sistema politico italiano, costruendo la rappresentanza di un nuovo equilibrio
tra i diversi settori delle classi dominanti italiane e tra queste gli interessi capitalistici
internazionali. Una nuova rappresentanza politica che si pone anche il problema di ricostruire
un’egemonia borghese su una società devastata dalla crisi. Da questi obiettivi derivano le
caratteristiche decisive del “renzocentrismo”: un populismo di governo che ha nell’ideologia del
fare la sua cifra; il giovanilismo; il rapporto con i poteri forti nazionali e internazionali; una capacità
spettacolare di incanalare dentro l’alveo del partito della Nazione gruppi di potere di ogni
provenienza e di riciclare ceto politico di ogni risma. L’accordo con Berlusconi, decisivo per la
nascita del renzismo, così come l’assimilazione di Verdini ed Alfano (ed il passaggio di intere filiere
politico-affaristico direttamente nelle file del Partito Democratico) non sono solo manifestazioni di
tradizionale trasformismo, sono perni di un progetto politico forte quanto pericoloso.
2. In questo quadro le deboli iniziative della cosiddetta sinistra Pd così come le stesse speranze di
ricostruire,domani, il centrosinistra che albergano in Sinistra Italiana sono fuori dalla realtà e non
aiutano a dare sbocco politico alle sofferenze di una vasta opinione pubblica democratica
sconcertata dai comportamenti e dalle scelte di Renzi. Il Pd ed i suoi alleati vanno combattuti sulla
scena politica nazionale ed in ogni territorio, denunciandone l’organicità agli interessi delle classi
dominanti, riproponendo la questione morale come grande questione politica in un paese in cui i
ceti dirigenti e gli apparati dello stato tendono a porsi fuori dalla Costituzione.
3. La destra italiana sta subendo travagliati processi di scomposizione e ricomposizione ma
sarebbe un errore non considerarne la pericolosità. Attorno alla nuova Lega di Salvini, che si
caratterizza come partito nazionale etnocentrico, si può saldare un blocco di settori reazionari ed
anche fascistoidi, storicamente presenti in Italia e che si connettono ad esperienze e correnti di
opinione fortissime nell’Europa di oggi. Per i comunisti l’antifascismo e l’antirazzismo rimangono
compiti politici quotidiani e decisivi, con una particolare attenzione a contrastare l’influenza del
populismo di destra nei settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
4. Il Movimento 5 Stelle conferma la sua estraneità al conflitto sociale e le sue ambiguità su tutti i
principali temi strategici. La parola d’ordine dell’ “ognuno vale uno” viene svilita da pratiche
verticistiche, la stessa affermazione di un cerchio dirigente nazionale di nomina e non di elezione
da parte dei militanti ne è riprova. Il rifiuto di alleanze elettorali, divenuto tratto persino
identitario del Movimento, è messo in discussione negli Enti locali, divenendo lo stesso M5S
approdo per transfughi vari e protagonista di ambigui comportamenti. La retorica anticasta si è
dimostrata un utile Cavallo di Troia per le politiche di restringimento della democrazia, di
stravolgimento della Costituzione e per quelle di austerity. Tuttavia, nel M5S vi sono
contraddizioni significative all’interno della sua base, frustrata da verticismo e linea politica
ondivaga su questioni stringenti, verso cui i comunisti devono muoversi con intelligenza, lavorando
su di esse per liberare le potenzialità strette nelle ambiguità grilline.
5. L’unità delle forze della Sinistra che si oppongono al Pd è una esigenza sentita in settori sociali
importanti, essa è anche un obiettivo del nostro lavoro politico. Proprio a partire da questa
esigenza noi consideriamo criticamente il progetto di Sinistra Italiana. Essa si è costruita sulla base
del rimpianto (a volte esplicito) di un centro sinistra impossibile. Una posizione non unificante e
politicamente povera, quando semmai si porrebbe il problema di capire quanto le scelte passate
delle forze di centrosinistra (basti pensare al governo Monti) hanno preparato l’ascesa di Renzi. La
scelta, inoltre, di costruire un partito e non un fronte, dove culture politiche e storie diverse
potessero ritrovarsi sulla base di una piattaforma politica, ha precluso l’obiettivo di unire tutte le
forze disponibili.
6. i comunisti praticano una politica unitaria che prende le mosse dalle lotte contro la guerra, per
la democrazia, per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Un fronte delle sinistre che a partire da
queste battaglie, offra un punto di riferimento unitario contro il Pd e il governo Renzi, contro le
destre e alternativo al populismo grillino, è per noi un elemento necessario da costruire in ogni
territorio e sulla scena politica nazionale.
TESI 11
ITALIA: IL QUADRO SOCIALE E IL CONFLITTO CAPITALE/LAVORO
IL LAVORO OGGI
1. I comunisti sono chiamati a ristabilire la sovranità del lavoro, cioè a riprendere in mano una
politica “alta”, che non sottostia ai diktat del capitalismo sovranazionale o all’imperialismo in
ogni forma esso si esprima. E’ fondamentale ricostruire le basi (ideali, teoriche, ideologiche,
culturali) per riappropriarci del concetto di sovranità dei lavoratori e ricostruire una
coscienza di classe tra coloro che vivono del proprio lavoro: così che questi possano entrare
politicamente nella storia come classe sociale capace di elevarsi da quella “morale di
schiavi” a cui oggi è costretta a una “morale di produttori” che permetta loro di diventare
protagonisti del progresso e proprietari dei mezzi di produzione. Con queste premesse
vanno affrontati i temi del lavoro.
2. La mancanza di lavoro, il precipitare della sua condizione, sono parte della crisi strutturale nella
quale si dibatte il capitalismo, delle politiche liberiste imperanti delle quali i governi Berlusconi,
Monti, Letta, Renzi, succedutisi alla guida del nostro Paese, si sono fatti interpreti. La situazione
italiana è in Europa tra le peggiori. I dati inerenti la disoccupazione, con particolare riferimento a
quella giovanile e al Sud del Paese, così come la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, la
crescente precarietà del lavoro (emblematica la vicenda dei voucher), la progressiva diminuzione
dei diritti dei lavoratori, lo testimoniano. Gli interventi del Governo Renzi si sono evidenziati altro
da quanto dichiarato: soprattutto un’azione indistinta di redistribuzione a favore delle imprese,
comunque incapaci di invertire la situazione. I dati macro-economici dell’Italia evidenziano una
situazione assai difficile, l’acuirsi del divario tra la stessa e quella dei principali Paesi europei. Da
quinto Paese industriale, il nostro è trasformato in “società di servizi” di dubbia qualità. L’Italia è
“terra di conquista” per le speculazioni internazionali, nella quale i rapporti di forza sono
comunque e sempre a favore del capitale. Il risultato è che il Paese (carente di materie prime e con
quello che resta del sistema industriale poco innovativo, obsoleto e privatizzato) non ha più
strumenti né forza contrattuale per trattare e competere con altre nazioni sviluppate. E’ evidente
l’assenza di una politica di sviluppo che individui i settori strategici, la produzione necessaria e
utile, rilanci il ruolo dello Stato in economia.
3.Dopo anni di colpi ai diritti dei lavoratori, il jobs act ha compiuto la definitiva cancellazione di ciò
che rimaneva dell’impianto dello Statuto dei lavoratori. La nuova frontiera del governo e di
Confindustria è la cancellazione del CCLN, in favore di un salario minimo legale ben al di sotto del
livello di sussistenza. Il lavoro è la nostra ricchezza e può ancora essere motore di riscatto,
benessere e crescita dei cittadini. La questione è strettamente legata al tema della qualità del
lavoro. Occorre lanciare su questo, una campagna politica e sociale unitaria per l’attuazione dei
principi e dei valori espressi dalla Costituzione. L’obiettivo dei comunisti non può che essere
quello di riunificare la classe lavoratrice, darle una adeguata rappresentanza politica, sapendo che
occorre una ridefinizione ampia del lavoro che comprenda la molteplicità di figure lontane dalle
forme usuali del passato (I cosiddetti “nuovi lavori” rientrano del tutto nella categoria del lavoro
economicamente subordinato, non sono identità intermedie tra lavoro salariato e lavoro
autonomo).
Per poter riunificare la classe lavoratrice dovremo approfondire anche la condizione multiforme
del lavoro in agricoltura, l’unico settore produttivo in cui l’occupazione aumenta, e inoltre
prendere in considerazione i lavoratori e le lavoratrici autonomi/e e del piccolo commercio,
dell’artigianato e del lavoro intellettuale.
COMUNISTI E SINDACATO
4. Un nuovo Partito comunista non può pertanto non essere attivo in ambito sindacale, sul terreno
del conflitto tra capitale e lavoro, in relazione agli interessi materiali di milioni di lavoratori.
Occorre che i comunisti siano impegnati a ricostruire il rapporto con i lavoratori, messo a dura
prova nel corso di questi anni a fronte anche della nutrita serie di accordi separati e di una
perdurante mancanza di risultati concreti, che ha determinato un progressivo scivolamento verso
la non partecipazione alle lotte ed una sorta di “consenso passivo” o comunque rassegnazione alla
politica delle classi dominanti. Per il movimento dei lavoratori e per i comunisti è fondamentale
coagulare un fronte di resistenza politico e sociale che sia il più ampio possibile e che riesca a
comprendere dal popolo della Cgil, che ancora oggi raccoglie più di 5 milioni di iscritti, a quello del
sindacalismo di base. Questo compito spetta innanzitutto ai compagni che militano nel sindacato e
che devono essere in grado di portare a sintesi le diverse posizioni nell’interesse generale dei
lavoratori. Il partito, anche sulle questioni del lavoro, deve essere autonomo e indipendente: ciò
significa che non deve avere un unico “sindacato di riferimento” ma sviluppare una volontà di
dialogo e confronto con qualsiasi organizzazione sindacale.
5. Con questa logica è compito del partito organizzare i comunisti iscritti e operanti nei luoghi di
lavoro e nei vari sindacati, affinché seguano obiettivi e una linea politica comuni. Per noi
comunisti lavorare per un nuovo protagonismo dei lavoratori, del sindacato, per la rinascita della
sinistra politica, significa anche avanzare una serie di proposte, costruire una piattaforma attorno
alla quale organizzarsi, da cui ripartire. Per la centralità che assume per noi il mondo del lavoro, è
necessario superare lo scollamento tra partito e compagni che operano nel sindacato, quella falsa
“autonomia” che genera spesso divisioni, incomprensioni, addirittura non conoscenza di ciò che
avviene nei rispettivi campi. Proponiamo per questo forme di coordinamento a tutti i livelli
affinché l’impegno coinvolga tutti e sia coeso e coerente.Far rientrare la politica nei luoghi di
lavoro (“essere partito” nei luoghi di lavoro è cosa distinta dal “fare sindacato”). Anche da questo
dipende la costruzione di un partito saldo e radicato contro la logica del partito leggero o
d’opinione, da un impegno politico da praticare laddove il conflitto capitale/lavoro decide le
prospettive democratiche, economiche e sociali dell’intero Paese.
LE NOSTRE PROPOSTE
6. Occorre un grande intervento pubblico in economia che consenta allo Stato di essere presente
in tutti i settori produttivi, in particolare in quelli più avanzati, con un conseguente ritorno di
imprese di grandi dimensioni, imprescindibili per competere in settori strategici. Un intervento
pubblico che metta in moto il Paese attraverso uno sviluppo sostenibile, con investimenti in
istruzione e ricerca, con la qualificazione del lavoro. E che condizioni, anche con la leva fiscale,
l’economia privata verso obiettivi di sostenibilità ambientale.Lo Stato deve contrastare le
delocalizzazioni facendole “costare”, recuperando i finanziamenti erogati, vincolando a interesse
sociale le aree dismesse, assumendo il controllo pubblico delle aziende che spostano il lavoro
all’estero. I settori (industriali e servizi) fondamentali e strategici devono restareo tornare a
direzione pubblica e, ove necessario, devono essere nazionalizzati (o espropriati in base ai dettami
costituzionali).
7. Non siamo contrari alle grandi opere. Il nostro Paese, al Sud ma non solo, ha per esempio un
grande deficit nelle reti di comunicazione che va colmato. Siamo contrari quando esse
determinano speculazioni politico-economiche e infiltrazioni mafiose, quando sono devastanti per
l’ambiente, i territori e i loro abitanti. Lo Stato deve promuovere una diffusione di “piccole” opere
la cui necessità è avvertita in Italia e in Europa. C’è da approntare un nuovo piano di edilizia
economica e popolare, agendo essenzialmente sul recupero e la qualificazione del patrimonio
edilizio esistente, c’è da rimettere in sicurezza scuole, ospedali ed istituti carcerari, c’è il
drammatico problema del riassetto idrogeologico e della sicurezza sismica, sono prioritari
risanamento e sviluppo dell’intero territorio nazionale.
AUMENTARE LE RETRIBUZIONI
8. Le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, in particolare quelle delle donne; e
l’impoverimento del potere d’acquisto coinvolge tutte le forme di lavoro subordinato, da quelle
intellettuali a quelle operaie.La tassazione pesa più sul costo del lavoro che sulle speculazioni
finanziarie; il cosiddetto cuneo fiscale resta un problema irrisolto che costituisce un freno per le
imprese, soprattutto piccole e medie, che vogliano innovare in prodotto e processo, e concorre in
gran parte al perdurante abbassamento dei consumi(anche di beni di prima necessità). Per un
recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni chiediamo, come prime e urgenti misure, la
restituzione del fiscal drag, la detassazione della tredicesima. Chiediamo il rinnovo dei CCNL del
pubblico impiego, da troppo tempo disatteso, e del settore privato, fuori dalla logica che governo
e padronato tendono ad imporre a partire dal cosiddetto “modello Marchionne”.
ABROGARE IL JOBS ACT
9. La controriforma del lavoro deve essere abrogata. E’ necessario il ripristino dell’articolo 18 nello
Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori. E’ necessario che si riscriva lo Statuto dei
lavoratori affinché siano estese le tutele ai nuovi ‘lavori’, realizzando una controtendenza rispetto
agli ultimi 20 anni, in questo senso non possiamo ignorare la proposta che è in campo di una
nuova ‘carta dei diritti’. Serve una diversa definizione degli ammortizzatori sociali. Serve cancellare
le forme di lavoro precario riconducendo a normalità il lavoro dipendente continuativo, serve
ridefinire le regole per l’uso del lavoro a tempo determinato, che deve avere costi maggiori
rispetto al tempo indeterminato, come è nel resto d’Europa.
REDISTRIBUZIONE DEL LAVORO
10. Considerando che una delle caratteristiche proprie della crisi in atto è quella di una
sovrapproduzione di merci e che la tecnologia disponibile permette di produrre di più e più
velocemente, si impone una riflessione sul tema della distribuzione del lavoro. Serve una
generalizzata riduzione e rimodulazione dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione. Il nostro
obiettivo deve essere la piena occupazione.
IL LAVORO NERO,LA DEGENERAZIONE DELLE COOPERATIVE E GLI INFORTUNI
11. Il lavoro nero è una vera e propria economia, parallela a quella ufficiale, generalizzata al Sud
ma fortemente presente anche al Nord, con una forza lavoro a maggioranza di donne, di anziani e
di immigrati. Nel lavoro nero si producono grandi marchi, speculano le multinazionali,
padroneggiano le organizzazioni criminali. E’ l’area più grande dell’evasione fiscale, retributiva e
contributiva. Contrastarlo non è dunque solo un’operazione di giustizia, di restituzione di dignità al
lavoro stesso e alle persone che lo effettuano, cosa che basterebbe di per sé a giustificare ciò, ma
è anche e soprattutto una scelta di governo dell’economia della quale è sempre più evidente la
necessità. Si impone una analisi puntuale e senza ambiguità di come si sono trasformate le
cooperative. Una forma estrema di sfruttamento che nulla ha a che vedere con quanto previsto in
Costituzione e con le finalità che essa si prefiggeva. Tale degenerazione deve essere contrastata
con fermezza. Dobbiamo, inoltre, affrontare il tema degli infortuni e delle malattie professionali.
Denunciare quello che accade e prendere posizione netta e inequivocabile su processi e su
situazioni che vengono spesso taciute.
UNA LEGGE SULLA RAPPRESENTANZA
12. E’ urgente una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca la democrazia nei luoghi di
lavoro e dia a lavoratrici e lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e di decidere con il
referendum sugli accordi (nazionali, aziendali, interconfederali) che li riguardano.
Non è accettabile un modello che impedisca l’esercizio del diritto dei lavoratori a organizzare
l’opposizione all’applicazione di un’intesa, scegliendosi liberamente la propria rappresentanza.
TESI 12
I COMUNISTI PER LA DIFESA E IL RILANCIO DELLO STATO SOCIALE
WELFARE SOTTO ATTACCO: I TAGLI AI SERVIZI SOCIALI ESSENZIALI
1.Il sistema del welfare italiano, tra le maggiori conquiste della storia repubblicana, è da tempo
sotto attacco. Già dagli anni ’90, infatti, si sono evidenziate politiche tese al suo
ridimensionamento. Si tratta di politiche derivanti dal progetto iperliberista dell’Unione europea,
dal Trattato di Maastricht in poi, di politiche espressione dell’offensiva capitalista che ha investito i
Paesi dell’Ue da oltre un ventennio e che hanno trovato, in Italia, i loro esecutori politici nei
governi Berlusconi, Monti, Letta ed oggi Renzi, governi direttamente espressi da un nuovo blocco
di potere conservatore.
2. Le politiche volte alla distruzione dello stato sociale sono state e sono perseguite in vario modo:
attraverso un vero e proprio processo di controriforma dell’assetto legislativo e normativo
affermatosi in materia (emblematico il caso della previdenza); con la determinazione delle
condizioni per il suo svuotamento, in particolare attraverso la riduzione o il mancato
finanziamento di questo o quel capitolo di spesa (ad esempio il fondo per le politiche sociali,
quello per la non autosufficienza, quello per l’affitto etc.); con il mantenimento in condizioni di
sotto finanziamento strutturale di interi settori (emblematico il caso della sanità).Tali scelte sono
state e sono motivate anche con la necessita di garantire la sostenibilità del sistema, di ridurre gli
sprechi, soprattutto di ridurre la spesa pubblica in funzione della riduzione del debito pubblico.
Un’apologia liberista imposta dall’Unione europea, che abbandonata la concezione keynesiana
dello stessa spesa pubblica come possibile leva di politiche di investimento e di sviluppo, si è
trasformata in una pratica politica volta a salvaguardare il profitto capitalista accentuando
l’attacco ai salari, a stipendi e pensioni e all’intera spesa sociale.
3. E’ parte di ciò l’affermarsi del processo di aziendalizzazione, l’assunzione dei parametri classici
dell’azienda capitalista, il ruolo assegnato ai manager, etc. Va da sé che in tale logica si taglia,
drammaticamente, dove non c’è profitto e dove non c’è pareggio di bilancio, a prescindere che si
tratti di scuola, di sanità, di servizi sociali, di casa, di trasporti etc. Su questa strada, si è
determinata una situazione insostenibile per i cittadini utenti, che hanno visto in tanti casi ridotta
la quantità e la qualità dei servizi loro offerti (significativo l’ambito sociale e socio-sanitario, con
particolare riferimento agli anziani ed ai disabili ) e crescere, sino a divenire in tanti casi
insostenibile, la richiesta di compartecipazione al costo degli stessi (ancora emblematico il
riferimento alla sanità). Una situazione, quest’ultima, che fa si che sempre più persone rinuncino
alla prevenzione, alla riabilitazione, in altre parole a curarsi, con tutto ciò che questo significa, oggi
ed in prospettiva, per il Paese. Per altro verso, si sono prodotte marcate differenze in ordine ai
diritti dei cittadini tra le diverse realtà territoriali del Paese (emblematico il caso della sanità:
poche regioni, oggi, garantiscono i LEA, ossia i livelli essenziali di assistenza previsti dalla relativa
legislazione).
4.Tale involuzione è espressione del progressivo slittamento verso una cultura “modernista” delle
compatibilità che, soprattutto in tempo di crisi, rappresenta la protezione sociale come un costo,
l’assistenza attraverso la disponibilità di beni e servizi un lusso. L’attacco al sistema delle tutele
pubbliche è caratterizzato da politiche che alla nozione di diritto dei cittadini sostituisce quella di
opportunità, inevitabilmente legata alle condizioni economiche dei singoli per accedere a ciò che il
mercato offre. La crescita delle forme di previdenza assicurativa dice molto di ciò che ha investito
il mondo del lavoro, a partire dalla sua precarizzazione e del venire meno di una prospettiva per le
future generazioni. Così come l’affermarsi di forme di mutualità, anche di derivazione
contrattuale, sempre meno integrative e sempre più sostitutive, dice molto del progressivo venire
meno del carattere universalistico del sistema sanitario.
GLI ASSI PORTANTI DEL NOSTRO PROGRAMMA: LO STATO SOCIALE
5.A fronte di quanto accade, del perché accade, occorre quindi rilanciare lo spirito originario del
dettato costituzionale, difendere risolutamente i principi di universalità, solidarietà, equità che
hanno caratterizzato lo sviluppo del sistema di welfare italiano, ponendolo tra le maggiori
conquiste sociali realizzate nel nostro Paese. Sì allo sviluppo delle forme di welfare dunque, no alla
loro riduzione.
6.Nonostante la crisi le risorse ci sarebbero, se ci fosse anche la volontà politica di fare delle scelte.
Si tratta di adottare una diversa politica fiscale progressiva, a favore del lavoro e non del capitale,
di condurre con decisione la lotta all’elusione, all’evasione fiscale e al lavoro nero, di non
considerare la spesa sociale complessivamente intesa (quella italiana è tra le più basse d’Europa)
una spesa improduttiva. Occorre acquisire l’idea di produttività sociale del sistema di welfare: la
qualità dello sviluppo e i diritti vanno assunti come un binomio inscindibile. In tal senso, è
necessario garantire l’adeguato finanziamento dei sistemi previdenziale e sanitario, nonché
dell’assistenza sociale: la garanzia del mantenimento di adeguati Livelli Essenziali di Assistenza
nella sanità, la definizione e la fruibilità dei Livelli Essenziali di Assistenza Sociale, lo sviluppo del
Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza, la soluzione del problema casa costituiscono passaggi
decisivi in tale direzione. Affrontare tali questioni nell’ottica su richiamata significa ridefinire le
forme e la presenza del soggetto pubblico, che per noi non può che essere centrale non solo sul
terreno della progettazione degli interventi ma anche su quello della dimensione gestionale (a
smentita della tesi, ad arte propagandata, di una maggiore efficienza ed efficacia dell’intervento
privato).
7. Serve mettere in campo una politica alternativa a quella vigente. In estrema sintesi:
-Noi siamo per l’abrogazione della cosiddetta riforma Fornero in materia previdenziale e per il
ripristino dell’assetto legislativo e normativo precedente, debitamente integrato in relazione alla
questione della tutela dei cosiddetti lavori usuranti; siamo per uniformare la contribuzione ai fini
previdenziali delle diverse tipologie di rapporto di lavoro, anche agendo selettivamente sulle leve
fiscali e contributive; siamo per portare le pensioni minime a 1000 euro mensili ( oggi i 3/4 delle
pensioni si attestano sui 750 euro); siamo per separare nettamente la previdenza dall’assistenza;
siamo per il superamento della frammentazione delle casse pensioni vigente.
-Siamo per una sanità pubblica, di qualità, universalistica, e per ciò finanziata unicamente
attraverso la fiscalità generale, quindi per l’abolizione dei ticket sanitari; siamo per il superamento
del processo di aziendalizzazione della sanità affermatosi; siamo per il superamento delle liste di
attesa, non attraverso il ricorso alle prestazioni del privato, bensì con un piano di maggiore utilizzo
delle strutture diagnostiche e di laboratorio pubbliche, che passa anche attraverso una adeguata
dotazione organica; siamo per il superamento della precarietà e per una maggiore tutela e
valorizzazione del lavoro per tutto il personale.
-Siamo per un piano straordinario di edilizia popolare, basato soprattutto sul recupero e la
qualificazione del patrimonio edilizio esistente, per un adeguato sostegno all’affitto,
per una diffusa ed articolata rete di sostegni e servizi sociali e socio-sanitari ( domiciliari, semi
residenziali, residenziali) rivolta agli anziani, ai disabili, a tutti coloro che vivono condizioni di
difficoltà.
-Siamo per il ritorno alla gestione pubblica di tanti servizi esternalizzati, privatizzati in nome di
ragioni che non hanno portato benefici né all’utenza né tantomeno ai lavoratori.
Anche per quanto concerne il welfare, per cambiare in positivo, occorre più Stato e meno
mercato.
TESI 13
FORMAZIONE E MONDO DELLA CONOSCENZA TRA RESISTENZA E
DESTRUTTURAZIONE
1. La legge 107 del 2015 (beffardamente chiamata della “Buonascuola”) ha rappresentato uno dei
punti più caratteristici dell’azione del governo Renzi. Una legge, approvata a colpi di fiducia ed
inganni mediatici, nonostante l’opposizione totale ed inequivocabile del mondo della scuola che si
è espressa in un enorme sciopero generale, nell’occupazione delle piazze di ogni parte d’Italia,
nella contestazione dei test INVALSI(che ha trovato la larga partecipazione degli studenti e delle
famiglie), nel blocco temporaneo degli scrutini. Di fronte a questo movimento il renzismo ha
mostrato il volto feroce di una politica espressione integrale del paradigma di Marchionne,
imponendo una concentrazione assurda dei poteri nelle mani di presidi-califfi che colpisce al cuore
la libertà d’insegnamento e favorisce un clientelismo disgustoso,la speculazione privata nella
gestione degli istituti, la distruzione di ogni garanzia nel rapporto di lavoro nella scuola, a partire
dal reclutamento.
2. Quest’attacco forsennato alla scuola disegnata dalla Costituzione è particolarmente significativo
perché rappresenta l’organico compimento dell’iniziativa di lungo periodo dei settori più
reazionari delle classi dominanti. Contro la scuola pubblica infatti si è infatti si è mosso per anni
un potente schieramento mediatico, economico e politico, guidato da Confindustria.La borghesia
esprime così, a suo modo, la centralità della questione del Sapere. Asservendo e svuotando la
scuola pubblica, le classi dirigenti di questo paese si prefiggono l’obiettivo di colpire un’istanza
democratica essenziale, di impedire la trasmissione alle giovani generazioni degli strumenti per
comprendere criticamente la società, e al contempo vogliono garantirsi istituzioni formative
completamente funzionali agli interessi di un sistema delle imprese che rincorre solo la
competitività di prezzo. Con l’attacco all’ istruzione pubblica viene inoltre realizzato una parte
essenziale, anche per le dimensioni del mondo della scuola, dell’iniziativa di destrutturazione allo
stato sociale e del contratto di lavoro nazionale. Strategie politiche, interessi materiali e controllo
ideologico si intrecciano plasticamente in questa azione , di cui sono stati complici sin dagli anni
’90 ampi settori del centrosinistra e che ha trovato il suo culmine dal 2008 con i governi
Berlusconi, Monti e Renzi.
3.Non consideriamo però questa partita chiusa, neanche nel breve periodo.Il grande movimento
che si è manifestato tra aprile e giugno del 2015, se non è riuscito a fermare il disegno di legge
governativo, ha però suscitato forze significative.
Esso non solo ha rappresentato la prima crisi nella macchina del consenso di Renzi, ma ha
mostrato, su un piano più generale, le potenzialità di mobilitazione e di critica dell’esistente del
lavoro intellettuale di massa, una dimensione che va ben oltre il sistema della formazione ed
investe un aspetto essenziale del capitalismo contemporaneo e quindi della lotta contro di esso.
Bisogna dunque riannodare i fili dell’iniziativa su tre versanti: la resistenza agli effetti della riforma
“scuola per scuola”, una ripresa unificante di mobilitazione nazionale, la costruzione di un legame
tra le lotte nel settore della formazione e le altre lotte contro la politica governativa.
La campagna per la raccolta delle firme a sostegno dei quattro referendum contro la 107, sulla
quale siamo impegnati con tutte le nostre forze, rappresenta il primo terreno per dare concreta
attuazione a questa impostazione: una iniziativa capillare ma fortemente unificata politicamente;
intrecciata con le iniziative di lotta per il contratto, sulla questione(del tutto aperta) dei diritti dei
precari, contro l’Invalsi; connessa con una più complessiva battaglia sociale e democratica contro
le politiche governative. La lotta contro la legge 107 , comprese le pericolosissime deleghe che
consegna nelle mani del governo, è il primo punto di una piattaforma di mobilitazione).Insieme ad
essa la richiesta di fermare i tagli, e di risarcire quelli enormi subiti dal sistema scolastico dal 2008,
allude non solo ai livelli occupazionali ma anche alle reali condizioni di apprendimento (numero di
alunni per classe e tempo scuola innanzitutto) che sono drammaticamente peggiorate negli ultimi
anni. Rivendichiamo, inoltre come urgente un grande piano in particolare al Sud, di manutenzione
e di messa in sicurezza del patrimonio di edilizia scolastica, che versa in condizioni disastrose
(nonostante gli annunci del governo). E’ necessario riaprire , infine , un grande dibattito nazionale,
rendendo protagoniste le giovani generazioni, sul senso e sui contenuti della scuola statale. Un
dibattito da troppo tempo assente.
4.Il crollo delle iscrizioni che si registra negli Atenei italiani negli ultimi anni,e che costituisce per la
società italiana un balzo indietro di decenni, chiarisce il disastro prodotto dalle scelte compiute sul
sistema universitario e della ricerca. E’ stato messo in moto un processo di adeguamento al
paradigma liberista in cui una serie di “riforme” insensate che hanno sostanzialmente paralizzato
università e ricerca, si sono intrecciate in una continua serie di tagli ai finanziamenti che hanno
portato l’Italia agli ultimi posti nei paesi dell’area OCSE perle risorse a questi settori. Questi tagli
stanno avendo un effetto distruttivo ed è quasi inutile citare il conseguente inevitabile forte
aumento delle tasse universitarie, che provocheranno una ulteriore selezione classista e una
accentuata riduzione del diritto al sapere. Gravissima è la drastica riduzione delle assunzioni, a
fronte del basso rapporto docenti/studenti, degli alti tassi di pensionamenti nelle università e negli
enti di ricerca, del basso rapporto ricercatori/occupati e dell’elevato numero di precari che
lavorano in questi settori: nell’università e nella ricerca, non solo non si assume più, soprattutto a
seguito della messa ad estinzione del ruolo dei ricercatori universitari, ma si licenzia, espellendo
dal sistema italiano di produzione e trasmissione del sapere decine di migliaia di lavoratori precari
che ne hanno permesso fino ad ora la sopravvivenza.
5.Negli anni scorsi ed in particolare contro la Legge Gelmini si è espresso un forte movimento di
studenti, docenti, precari della ricerca. Oggi ci poniamo il problema del rilancio di una
mobilitazione per l’abrogazione di quelle norme e per una svolta nel mondo dell’Università e della
Ricerca con la consapevolezza politicamente impegnativa che si tratta di una questione nazionale,
da cui dipende, in parte consistente, il futuro del Paese.Il centro della nostra proposta, anche qui,
è in un nuovo protagonismo dello stato. Pensiamo che bisogna coniugare un grande investimento
sulla ricerca con l’impegno diretto dello stato nelle produzioni ad alto contenuto tecnologico,
rovesciando completamente una linea che invece prevede la liquidazione delle ultime presenze
pubbliche in settori strategici.A questa scelta di fondo è necessario e possibile legare un sistema
dell’università e della ricerca più robusto, in cui vi sia la garanzia della libertà di ricerca e di
insegnamento, di un sistema di reclutamento costante che risolva il problema del precariato e
apra spazio ai giovani, di un sistema di autovalutazione, basato su regole certe e condivise dalla
comunità scientifica, che premino comportamenti virtuosi. Decisiva è inoltre la battaglia per il
diritto allo studio, che deve essere garantito con reali sostegni economici e l’effettiva disponibilità
di adeguate strutture .
TESI 14
RILANCIAMO LA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA ANTIFASCISTA
STATO, DEMOCRAZIA E ATTACCO ALLA COSTITUZIONE
1.Come si è visto nei precedenti capitoli, il quadro nazionale ed internazionale mostra sempre più
evidente lo scenario disastroso di un sistema e un meccanismo di produzione che, per
sopravvivere al fallimento, hanno dovuto progressivamente abbattere salari e conquiste sociali,
diritti fondamentali individuali e collettivi, già oggi rimasti privi di tutela. Il controllo globale delle
popolazioni ha comportato ovunque la tendenza a eliminare gli ostacoli rappresentati dalle forme
più avanzate di legislazione democratica, come è appunto la Carta costituzionale del ‘48.Oltre a
ciò, la rabbia e la disperazione provocate dalla ristrutturazione capitalista non si sono tradotte in
un forte e vincente conflitto sociale, né sono state risorse per un avanzamento politico e un
positivo cambiamento dei rapporti di forza tra le classi nel nostro Paese; ma oggi hanno piuttosto
preso la strada del populismo ribellista o dell’astensionismo di massa (che a loro volta alimentano
autoritarismo, irrigidimento istituzionale, chiusura degli spazi democratici). E’ dunque
fondamentale che, sul terreno specifico della democrazia, delle istituzioni e dei diritti
costituzionali, i comunisti ribadiscano che la riduzione dei margini di partecipazione democratica
mette a rischio le nostre libertà fondamentali, facendo lievitare un dissenso senza voce e un
risentimento sociale privo di rappresentanza politica.
2.In tale situazione la tutela e il rilancio dei diritti e dei principi democratici contenuti nella Carta
del ’48 costituiscono oggi più che mai uno dei terreni avanzati per ricostruire condizioni favorevoli
e spazi per la battaglia politica contro gli orientamenti dominanti. Ciò va detto nella
consapevolezza che, se i diritti e i principi previsti in origine dalla nostra Costituzione avessero
avuto piena applicazione, il nostro Paese avrebbe già potuto usufruire di un modello di società a
democrazia partecipata in grado di progredire verso il socialismo. Viceversa, l’epocale battuta
d’arresto dell’ ‘89 e l’affermarsi negli ultimi decenni del dogma neoliberista – con l’imporsi degli
egoismi, delle paure, degli interessi dei più forti – hanno spinto verso la personalizzazione della
politica e verso il rafforzamento degli esecutivi, di cui le suggestioni presidenzialiste sono
emblematica espressione, innescando una miscela che è arrivata a compromettere lo stesso
tessuto civile del Paese e i suoi storici vincoli di solidarietà. La prospettiva della costruzione di una
società socialista non può prescindere, oggi come ieri, da una rigorosa riorganizzazione delle
istituzioni democratiche e dal loro controllo popolare.
3.Dobbiamo registrare il fatto che l’originaria forza innovatrice della nostra Costituzione non ha
trovato coerente applicazione nella forma dello Stato e delle Istituzioni, divenute via via sempre
più funzionali alla borghesia capitalista. Fin dalla sua promulgazione si è fatto di tutto per
annacquarne contenuti e valori, promuovendo controriforme che hanno di fatto stravolto la Carta
del ’48 e l’hanno sostituita con una costituzione materiale sulla cui scia si partecipa a guerre
imperialiste, si alterano le funzioni e il ruolo del Capo dello Stato, si minano l’equilibrio dei poteri e
la loro autonomia, si sottrae al Parlamento la sovranità sulle più importanti decisioni e, perfino,
sulle modifiche costituzionali (sempre più spesso sottratte alla discussione parlamentare) si
impone quella tagliola ragionieristica ed antipopolare che è il principio del pareggio di bilancio.
L’Unione Europea con i suoi trattati ha impresso su questa involuzione un’impronta pesantissima.
Così, nel nostro Paese, il quadro è talmente peggiorato e il continuo conflitto tra i poteri ha
portato ad una così pericolosa crisi dello Stato e delle istituzioni, che ormai sembra risultare quasi
naturale il passaggio dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale. Per converso, sembra
assopita la capacità di reazione di un popolo che ha talmente cambiato mentalità e cultura da
ritenere inutile (con un’altissima percentuale) perfino l’esercizio del voto, strumento democratico
per eccellenza.
UNA BATTAGLIA PRIORITARIA PER I COMUNISTI E PER IL PAESE: RILANCIARE I VALORI DELLA
NOSTRA COSTITUZIONE
4.Oggi i rischi per la democrazia sono reali ed è reale, per noi comunisti, il rischio di un ulteriore
restringimento degli spazi di agibilità politica, cosa che già sta succedendo in altri Paesi.Questa
deriva va fermata e l’opposizione ad essa deve costituire un terreno privilegiato della nostra
battaglia politica, per la nostra stessa possibilità di azione e di conseguimento del consenso
popolare. Nel quadro del tenace lavoro politico e organizzativo per la costruzione di un nuovo
Partito Comunista, che sia in grado di rappresentare il necessario cambiamento, deve dunque
trovare un posto di rilievo la determinata e costante azione per l’attuazione della democrazia
costituzionale, contro ogni deriva antidemocratica. Non possiamo assistere inerti allo scempio in
atto.
Ancorché (contro)riformata, lo spirito e la lettera della nostra Carta costituzionale vanno ancora in
una direzione contraria rispetto a quella dell’aria che tira. In base a precisi articoli della
Costituzione (gli artt, 42 e 43), un governo democratico potrebbe espropriare la proprietà privata
(per motivi di interesse generale), realizzando ad esempio il controllo pubblico su banche e settori
finanziari, e garantire a tutti i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, attraverso la
nazionalizzazione delle imprese strategiche (Ilva, Alitalia, Fiat, Enel, Eni, Ferrovie etc).Così come
una Pubblica Amministrazione democraticamente riorganizzata e controllata potrebbe davvero
essere al servizio del cittadino, dalla salute alla casa, dalla formazione alla ricerca, dal trasporto al
territorio, dalla cultura all’ambiente, così come prevedeva la reale attuazione della Costituzione
(oggi purtroppo azzoppata dal postulato delle compatibilità di bilancio). Sarebbe una “rivoluzione”
possibile e da tutti comprensibile, poiché disegna una reale alternativa al presente stato di cose,
che vede intere popolazioni sottomesse alle disumane esigenze del governo mondiale del capitale
e delle sue classi dominanti. Il disegno costituzionale originario postula più Stato per il controllo
dell’economia, per la pianificazione industriale, per la tutela dei diritti fondamentali e per la più
equa distribuzione delle risorse.
5.Per organizzare il vero cambiamento e conseguire risultati di avanzamento politico-istituzionale
è importante far leva sulla riaffermazione dei diritti costituzionali disapplicati e cercare su questi
valori il più ampio consenso di massa, con poche e chiare proposte:
-contrastare l’attuale (contro)riforma costituzionale, a partire dal prossimo referendum popolare,
impedendo di sostituire alla funzione costituzionale di controllo del Senato, un’assemblea di
amministratori locali, spesso disonesti ed impreparati, che agirebbero al riparo dell’immunità
parlamentare e proponendo una legge di revisione costituzionale che corregga il bicameralismo
perfetto, investendo la sola Camera del rapporto di fiducia col governo e riducendone il numero
dei parlamentari a non più di 400/500 membri;
-contrastare l’attuale riforma elettorale che, tramite un abnorme premio di maggioranza, porta il
maggioritario all’estrema conseguenza del monopartitismo (il partito unico della nazione!),
consegna a chi riesce ad avere un solo voto in più del secondo arrivato (anche con una bassissima
percentuale di voti) il dominio incontrastato di tutte le istituzioni governative, parlamentari e di
controllo, e toglie rappresentanza a qualsiasi dissenso e/o opposizione democratica;
-proporre il ritorno al sistema elettorale più democratico, il proporzionale puro, secondo il
principio “una testa un voto”. Tale sistema (più adeguato alla complessità del nostro Paese),
insieme alla drastica riduzione del numero dei deputati sopra proposta, supererebbe la necessità
di porre innaturali sbarramenti e renderebbe più efficace l’azione del Parlamento, rivitalizzandone
la funzione legislativa. Una nuova legge elettorale proporzionale ridarebbe equilibrio al rapporto
tra forma di governo e rappresentanza, riporterebbe il suffragio universale a fondamento della
democrazia partecipata, ridarebbe centralità al Parlamento e ristabilirebbe il diritto del cittadino a
partecipare alle scelte della vita politica;
-opporsi a qualsiasi forma, strisciante o palese, di presidenzialismo, ristabilendo funzioni e ruolo
del Capo dello Stato e la netta separazione tra i “poteri” dello Stato. I danni, infatti, già prodotti
alla democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione sono fin troppo evidenti. La
preminenza del potere esecutivo (governo) su quello legislativo (parlamento), che viceversa
dovrebbe esercitare il controllo politico sull’esecutivo, ed il conflitto tra quest’ultimo ed il potere
giudiziario (magistratura), che affievolisce il controllo di legalità sull’esecutivo, sono già i connotati
di un presidenzialismo strisciante, sempre più libero da contrappesi istituzionali, che oggi, con il
doppio turno, elegge direttamente il Presidente del Consiglio e, magari domani, il Capo dello
Stato;
-abrogare l’art.81: il pareggio di bilancio nella Costituzione è infatti una norma che rende del tutto
inutili i principi fondamentali in essa contenuti (art.3,4,9), lo stato sociale, qualsiasi iniziativa a
favore delle classi più deboli e, in generale, qualunque investimento dello Stato “per rilanciare
l’economia”.
-ripristinare funzioni e competenze assegnate allo Stato e alle Regioni dal titolo V° della
Costituzione, ponendo fine alla confusione di responsabilità e competenze tra governo centrale
ed amministrazioni periferiche;
-rivendicare la reale applicazione dell’art 11 ed il pieno controllo democratico del Parlamento sulle
spese militari;
-rivedere tutti i rapporti con l’UE, oggi basati sulla sudditanza economico-finanziaria e su
imposizioni di leggi e norme, spesso incompatibili col dettato costituzionale, per riaffermare su
questioni fondamentali la sovranità dello Stato e del governo democratico. Va, al riguardo,
abrogato anzitutto l’art 81, già inserito in Costituzione, che rappresenta il più inquietante esempio
di cessione di sovranità del nostro Stato. Dall’introduzione della moneta unica, alle politiche
economiche di rigore, ai criteri di stabilità finanziaria, aspetti decisivi della vita economica sono
ormai disciplinati da normative Ue, decise da organismi non elettivi (Bce, ECOFIN, Commissione
europea): questi, posti a guardia degli interessi del capitale finanziario, hanno appunto imposto
l’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio dello Stato;
-recuperare la funzione costituzionale dei partiti, sancita dall’art.49 della Costituzione, di
rappresentanza organizzata della volontà popolare, per dare al dissenso e al conflitto sociale la
sponda di forme organizzate di opposizione politica; e regolamentare in modo più stringente il
finanziamento pubblico ai partiti restituendolo alla funzione di facilitatore della partecipazione e
dell’accesso alla politica;
-introdurre il vincolo del mandato parlamentare, della sua revocabilità e della durata di due
legislature per eliminare il carrierismo politico.
La costruzione di una prospettiva socialista necessita, dunque, di un profondo cambiamento di
natura anche culturale, dentro un sistema di democrazia costituzionale e rappresentativa, che, per
quanto borghese va potenziata e tutelata, poiché garantisce (per ora) l’agibilità politica ed oppone
un argine alle derive antidemocratiche già in atto.
LA CORRUZIONE COME DATO SISTEMICO, LA QUESTIONE MORALE COME QUESTIONE POLITICA
6.Un indice eclatante del degrado politico, istituzionale e morale del Paese è rappresentato dalla
corruzione: un fenomeno che ha ormai raggiunto dimensioni “sistemiche”, che ha rilevanza sia
nazionale che locale e che è penetrato diffusamente nelle procedure di governo e sottogoverno.
Certo, non va dimenticato che nel nostro Paese – ma non solo nel nostro – i poteri criminali sono
sempre più integrati nell’economia “legale”, tanto da costituirne parte rilevantissima, coi traffici di
droga e armi e il connesso riciclaggio di denaro sporco lungo i flussi della grande finanza. Ma la
corruzione si è oggi estesa toccando ambiti centrali e periferici della politica e inquinando l’attività
di amministratori e pubblici funzionari. Ciò ha tra l’altro favorito la polemica “anti-casta”,
rafforzando il risentimento generico e qualunquistico nei confronti della politica come tale (anche
a scapito di temi e bisogni che sono espressione dell’acuirsi delle differenze di classe).
7.In proposito i comunisti hanno più di altri titolo a dire la loro e a indicare la strada per una
rigenerazione della nostra vita democratica e istituzionale. Non sorprende il constatare quanto
ipocrite siano le argomentazioni e inconcludenti le soluzioni proposte da altri (e dalle stesse strida
populiste): esse restano infatti alla superficie del problema, non potendo muovere dalla denuncia
di un sistema che ha eletto a sua stella polare il raggiungimento del massimo profitto, costi quel
che costi. Come ben sapeva Marx e come è confermato ai nostri giorni dall’involuzione
neoliberista dei rapporti sociali e civili, al di là delle condanne morali la corruzione è intimamente
correlata al sistema capitalistico, è l’olio che fa girare i suoi gangli vitali. Tuttavia oggi va rilevato
che, per la frequenza e la gravità dei casi, il fenomeno sembra aver raggiunto un livello di guardia.
Con la cosiddetta “fine delle ideologie”, la società e – con essa – la politica hanno visto le proprie
azioni svuotarsi di idealità e valori. E il “pensiero unico” (unica ideologia di fatto mai nominata ma
imperante) ha imposto la sua legge, il suo senso comune: far soldi.
8.Come si vede, il tema non è semplicemente quello di un ripristino della legalità davanti a casi
individuali di infrazione, né quello di un galateo morale da ristabilire. Il tema vero è la “questione
morale”, il cui prorompere fu anticipato con preveggenza da Enrico Berlinguer: una “questione
morale” che è tutta politica, in quanto chiama in causa un intero impianto sistemico entro cui è
maturata la crisi delle istituzioni e, dentro questa, la crisi delle forze politiche. Non a caso, è stato
un comunista a lanciare in tempi non sospetti l’allarme: né poteva essere altrimenti, essendo
quella denuncia espressione appunto della “diversità comunista”(una “diversità” andata via via
appannandosi, fino al disastro odierno della sinistra). Spetta ora a noi riprendere quell’attitudine e
quella denuncia: rilanciando tra l’altro il tema del controllo popolare sulla spesa pubblica,
rivendicando forme di controllo pubblico in generale sull’attività politico-amministrativa,
sull’erogazione e la qualità dei servizi pubblici, nonché sui flussi di denaro che attraversano la vita
delle forze politiche, imponendo vincoli stringenti allo stesso mercato finanziario.
TESI 15
UNA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE
1.Nella crisi il Sud paga il conto più salato. Alla forte caduta del reddito, dei consumi interni e
dell’occupazione, allo smantellamento del tessuto produttivo (già limitato e poco orientato
all’esportazione), si associa l’ ingente riduzione della spesa pubblica e un aumento della pressione
fiscale. Il taglio della spesa pubblica colpisce non solo gli investimenti ma anche settori sociali
essenziali, a cominciare dalla sanità e dall’ istruzione, con conseguenze di lungo periodo
sull’economia e sulla vita civile.I dati clamorosi sull’abbassamento dell’aspettativa di vita, sulla
riduzione della popolazione, sulla disoccupazione, sulla povertà squadernano di fronte a noi gli
effetti di una autentica macelleria sociale a cui è stato sottoposto il Mezzogiorno dalle politiche
neoliberiste, dentro un circuito recessivo che continua.L’intervento pubblico per il Sud che,
nonostante i suoi storici limiti, segnava l’esigenza di un requilibrio dello sviluppo nazionale è stato,
da molto tempo, archiviato ed anzi rovesciato. In questi anni si è registrato un gigantesco
spostamento di risorse pubbliche dal Sud al Nord del Paese.Sono stati presi i soldi al Sud e spostati
alle regioni del centro Nord. Si parla di circa 35 miliardi di euro prelevati dai fondi FAS. I tagli,
operati in tutti i settori, dall’università alle opere pubbliche, hanno privato sistematicamente le
regioni meridionali di fondi per progetti già in programma. Il Sud è diventato un mercato di
consumo, un territorio deprivato, campo libero per speculatori come dimostrano tante vicende, a
cominciare da quella tragica della Terra dei fuochi. In questo quadro si rafforza il potere delle
mafie, sempre più organicamente connesse ai centri economico-finanziari, sempre più capaci di
condizionare le istituzioni e che dal Sud si irradiano stabilmente su tutto il territorio nazionale.
Invece di affrontare i nodi reali il governo ha fatto opera di propaganda come dimostra, tra l’altro,
la stanca riproposizione del Ponte sullo stretto che rappresenta un’offesa per un territorio che non
ha strade e ferrovie dignitose e che sconta un grave dissesto idrogeologico.Tutto ciò ha provocato
una allarmante spaccatura del Paese, allargando il solco tra il Nord e il Sud e aumentando distanze
e incomprensioni.
2.Ormai da anni è ripreso un flusso di emigrazione dal Sud al Nord. Protagonisti di questa nuova
ondata migratoria sono i giovani diplomati e laureati, i cervelli del Sud, il cui abbandono blocca
qualsiasi possibilità di trasformare il Sud medesimo.Ciò è la conseguenza di un ulteriore
allargamento della precarietà, dell’insicurezza e del disagio sociale.Oggi la nuova questione
meridionale si intreccia con una drammatica “questione giovanile”. Si tratta di un tema che
riguarda le forze di cui dispone il Mezzogiorno e che possono essere messe a disposizione di un
progetto nuovo di rilancio del nostro Paese. Nel Sud la disoccupazione è raddoppiata negli ultimi
anni e tocca il 17,9%, mentre tra i giovani la disoccupazione raggiunge ormai il 70 %, circa il
doppio della media nazionale che si attesta al 35,3 % .Dietro questi numeri c’è la vita di milioni di
persone, di un’ intera generazione di ragazze e ragazzi. La grande speranza, per la quale
intendiamo spendere l’impegno e la lotta dei Comunisti è quella che i giovani possano formarsi
nelle scuole e nelle università del Sud e in seguito avere la possibilità di trovare,in questa terra, un
lavoro adatto alle loro possibilità e ai loro studi. Quest’obiettivo va perseguito con una lotta
politica coerente ed incessante. In questo senso è maturo il tempo di una grande battaglia
generale per conquistare il diritto al reddito minimo di cittadinanza per i giovani, a partire dal Sud.
3.In questa battaglia ci aiuta l’attualità del pensiero meridionalista gramsciano. Ciò significa
respingere, innanzitutto, il tentativo di rappresentare la questione meridionale come una mera
questione criminale che si affronta con la militarizzazione del territorio.Il Sud è una grande
comunità di 20 milioni di cittadini, ricca di storia, cultura e potenzialità che paga i prezzi di antiche
ingiustizie e di moderne diseguaglianze, ma che può essere una ricchezza straordinaria per il
futuro se si batte l’idea che esso serva solo come grande area di consumo dei prodotti del
Nord.L’unica carta vera, che questo Paese ha a disposizione, è la carta del Mezzogiorno che deve
essere sempre più considerato come la grande risorsa per il futuro dell’Italia, non più, come invece
è avvenuto in questi anni, un peso per l’Italia sviluppata. Torniamo dunque a parlare di questa
grande indicazione politica, di questa scelta di fondo che si chiama Questione Meridionale. Ciò
serve al Sud, serve al Nord, serve all’Italia.
4.Ci vuole una svolta profonda: occorre promuovere un grande piano di investimenti pubblici
verso il Mezzogiorno, aumentando seriamente l’impegno dello Stato. Pensiamo ad un nuovo flusso
di finanziamenti legato ad un “Progetto per il Mezzogiorno del XXI secolo”. Il Sud ha bisogno di una
nuova industrializzazione, di potenziare reti e infrastrutture, di un piano per la difesa del suolo, di
interventi per la riqualificazione ambientale e urbana, di valorizzare le produzioni agricole tipiche,
di rilanciare l’artigianato, di valorizzare i beni culturali, di sviluppare la produzione di energia da
fonti rinnovabili, di promuovere uno sviluppo del turismo fondato sulle risorse del
territorio.Decisivo è il quadro mediterraneo, segnato da rischi di guerra ma anche da grandi
potenzialità. Il processo di reindustrializzazione del Paese non può non passare per il Mezzogiorno,
attraverso politiche infrastrutturali e creazioni di poli logistici che facciano di quest’area una terra
di scambi mercantili con tutto il Mediterraneo e con l’Asia, soprattutto dopo il raddoppio del
Canale di Suez che rivoluzionerà i traffici mondiali. Si tenga conto che ormai il 60% del commercio
mondiale riguarda l’Asia: la strategia cinese della “Via della Seta” (con la recente costituzione della
Banca Asiatica per gli Investimenti) sarà decisiva per il Sud, visto come naturale approdo degli
scambi mondiali che passano dal Mediterraneo: da questo punto di vista le nostre realtà portuali
risultano favorite nella competizione con i porti dell’Europa del Nord. Per questo è vitale che si
creino collegamenti autostradali, ferroviari e e marittimi nelle città del Mezzogiorno, attualmente
inesistenti.
5.Una politica di pace, cooperazione, accoglienza che è nell’interesse nazionale dell’Italia è
particolarmente decisiva per il Mezzogiorno.Il ruolo nevralgico e di cerniera che il Sud può
svolgere è in netto contrasto con l’ espansione degli insediamenti militari NATO sul territorio
meridionale che dobbiamo combattere con determinazione. I movimenti contro le basi militari, da
Napoli alla Sicilia e alla Sardegna, così come quelli antirazzisti, sono tra le esperienze di lotta più
importanti del Mezzogiorno e i comunisti lavorano al loro rafforzamento.
Riapriamo il dibattito sulla Questione Meridionale come bussola fondamentale della nostra azione,
del nostro orientamento, del nostro progetto politico, consapevoli della piena attualità della
lezione di Antonio Gramsci che avvertiva che “ il Sud è l’emblema del fallimento del capitalismo
italiano”.
TESI 16
LIBERAZIONE, DIRITTI
LA LIBERAZIONE DELLA DONNA E’ UNA PROSPETTIVA COMUNISTA.
1.La condizione delle donne in Italia è la peggiore tra quelle dei grandi Paesi europei, certificata
internazionalmente in base agli indicatori dell’occupazione femminile, del tasso di fertilità e del
tasso di povertà infantile. Le cause storiche, strutturali e socioculturali di tale arretratezza
risalgono al ritardo nell’industrializzazione e nell’ingresso massiccio delle donne nel lavoro
dipendente retribuito, al fascismo, all’incombenza del Vaticano nella politica italiana, alle
caratteristiche del capitalismo nostrano (generalmente incapace di cogliere e attuare innovazioni
produttive e organizzative), al culto della virilità e al familismo. Tutto ciò nonostante l’esistenza in
Italia, per decenni, del più forte Partito Comunista d’Occidente, di un grande movimento
sindacale, di un articolato movimento femminista, delle lotte di molte lavoratrici e l’opera di
donne autorevoli in politica e in ogni campo della cultura.
2.Per il marxismo la condizione di sfruttamento e di oppressione della donna ha avuto origine con
la divisione sociale del lavoro. La subordinazione femminile è il prodotto della sua esclusione dai
rapporti produttivi e la sua relegazione nell’ambito della famiglia. Questo predominio del genere
maschile su quello femminile – il patriarcato – risale a molti millenni fa, all’inizio della Storia, ed è
stato fatto proprio dal capitalismo in quanto formidabile strumento di divisione all’interno delle
stesse classi lavoratrici. Occorre che il partito si faccia carico del fatto che l’oppressione di genere,
con le disuguaglianze e le discriminazioni che ne derivano, è questione specifica, presente in tutte
le classi sociali, a tutti i livelli della condizione lavorativa, all’interno della stessa condizione operaia
e che quindi non è riconducibile semplicemente alla contraddizione capitale-lavoro: la
contraddizione di genere va affrontata con determinazione insieme alla contraddizione capitalelavoro
e a quella capitale-natura, per poter cogliere, mediante tutti i molteplici intrecci tra di esse,
la complessa e multiforme realtà attuale.
3.Il patriarcato continua ad agire anche negli altri aspetti della vita politica, sociale e familiare, con
i tagli alle politiche pubbliche, con il depauperamento dei consultori, con l’obiezione di coscienza
del 70% dei medici ospedalieri nei confronti dell’interruzione di gravidanza, nella mercificazione
dell’immagine del corpo femminile e nella violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica
perpetrata da compagni ed ex compagni di vita. Tale situazione, proprio per la sua gravità, pone il
Partito comunista, in particolare in Italia, di fronte a una grande sfida, dati gli obiettivi di
trasformazione strutturale e politico-culturale che intende perseguire: tra questi, la liberazione
della donna. Sfida da agire il più possibile a livello di massa in ambito nazionale e anche
partecipando attivamente alle reti di organizzazioni femminili europee e internazionali. Posare
dunque un doppio sguardo di genere sul mondo per poterlo interpretare correttamente e
integralmente, per poi agire con efficacia, è per noi la scommessa del XXI secolo, se vogliamo
essere comunisti e comuniste.
I DIRITTI CIVILI PROGREDISCONO E VIVONO INSIEME AI DIRITTI SOCIALI
4.Il tema dei diritti civili, o più in generale dei diritti umani, è un importante terreno di lotta politica e
culturale e va collocato nel quadro ampio dell’analisi di classe. I comunisti, come osservava già Togliatti,
non devono cadere nell’errore di contrapporre diritti civili e diritti sociali, essendo peraltro consapevoli che
solo in una società socialista vi possa essere il massimo sviluppo degli uni e degli altri. I diritti civili si
collocano, in una data fase storica, sul piano delle cosiddette libertà individuali concesse o previste dalla
classe che detiene il potere: essi sono cioè determinati in ultima istanza dai rapporti di forza nella società.
Con lo sviluppo della democrazia repubblicana nel secondo dopoguerra, ha preso corpo nel nostro Paese un
grande processo di democratizzazione dello Stato e di socializzazione del potere che è progredito negli
ultimi 70 anni con alterne vicende, con fasi di avanzamento della democrazia sociale e fasi di recrudescenza
dei caratteri reazionari delle classi dominanti. Non è un caso che in Italia siano state possibili importanti
conquiste civili, come la legge sul divorzio e la legge sull’aborto, in una fase in cui il movimento operaio e le
sue organizzazioni, anche in relazione ad un quadro internazionale favorevole, vivevano una fase di
avanzamento e affermazione. Ciò conferma una lettura che tiene insieme diritti civili e sociali in un’unica e
solidale battaglia per l’emancipazione e la dignità degli esseri umani, a differenza di un approccio
interclassista che afferma le cosiddette libertà individuali in termini parziali e strumentali rimuovendo il
piano della lotta di classe.
5.Occorre quindi valorizzare le rivendicazioni dei settori popolari più attenti e sensibili alle questioni legate
ai diritti civili sostenendo altresì con nettezza che, qualora si abbandonasse o si indebolisse il terreno della
lotta per i diritti sociali, si andrebbe incontro all’indebolimento della vita democratica e di tutte le libertà
democratiche in quanto tali. La destrutturazione della Costituzione, l’arretramento conseguente sul piano
sociale ed economico delle classi popolari, l’attacco ai diritti elementari dei lavoratori, unitamente alle
aggressioni imperialiste, confermano come la questione delle libertà individuali, nelle mani dell’avversario
di classe, possa divenire strumento per un’offensiva restauratrice e reazionaria. Basti pensare che il diritto
d’aborto, conquistato con le lotte dei movimenti delle donne e della sinistra negli anni Settanta, con alla
testa il Partito Comunista Italiano, attualmente è messo pesantemente sotto attacco, col paradosso per cui
lo Stato consente l’esistenza di medici obiettori di coscienza nello stesso momento in cui alimenta la
distruzione della sanità pubblica. Inoltre, nel più vasto contesto delle vicende internazionali, è necessario
contrapporsi ad ogni strumentalizzazione del tema dei diritti umani da parte della grancassa mediatica al
servizio delle potenze imperialiste: una dimensione in cui è ancora più stridente la contraddizione fra
l’enunciazione di questi stessi diritti o la condanna della loro violazione e l’opera di neocolonizzazione di
interi popoli attraverso lo sfruttamento e le aggressioni militari. Compito dei comunisti è fare opera di
demistificazione e opporsi a questa invasiva offensiva ideologica, anch’essa eminentemente finalizzata ad
accreditare la tesi della contrapposizione fra lotte sociali e lotte per i diritti civili: una contrapposizione che
impedisce e indebolisce la solidarietà degli oppressi a tutto favore delle classi dominanti.
6.La subalternità manifestata su questi temi anche da settori della cosiddetta “sinistra radicale”, con
l’accettazione della rimozione della centralità del conflitto capitale-lavoro e la consequenziale scissione tra
diritti individuali ed emancipazione sociale, ha prodotto un arretramento complessivo sul terreno della
coscienza di classe e della solidarietà. I comunisti, al contrario, devono continuare a lottare per la piena
affermazione delle libertà collettive e individuali, per il vero riconoscimento dei diritti già sanciti nella
Costituzione (come quello al lavoro, alla pensione, ad una retribuzione adeguata), del diritto alla salute e
alla casa, delle nuove istanze di libertà che la società contemporanea esprime come il diritto al reddito
minimo, così come devono battersi per il pieno riconoscimento dei diritti delle donne e quelli delle coppie
omosessuali. Comunismo è anche diritto pieno alla scelta e al vissuto libero e individuale di una propria
sessualità: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, transessuale, diversamente sessuale.
TESI 17
UNA NUOVA GENERAZIONE DI COMUNISTI: RICOSTRUIRE LA
FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTA
1.Nel processo costituente del Partito comunista, i giovani che da tempo hanno scelto la strada
della lotta per la costruzione di un’atra società, di un altro mondo, per il socialismo e il
comunismo, avranno un ruolo centrale. Giovani che hanno resistito tanto allo scoramento per le
tante sconfitte dell’ultimo venticinquennio, quanto alle “sirene” dell’opportunismo e delle scelte
facili.La generazione identificata con l’etichetta dei “nativi virtuali” è molto diversa dalle
precedenti; a partire dalla comprensione delle caratteristiche peculiari e distintive di essa sarà
possibile elaborare una strategia vincente di ricostruzione. I giovani nati e cresciuti dopo il 1989,
dopo la fine della prima “esperimento profano” di costruzione della società socialista sovietica,
hanno subito la stratificazione di un senso comune, volta a espungere l’opzione rivoluzionaria e
l’alternativa di modello sistemico economico-sociale. La debolezza politica e culturale delle
fondamenta “rifondative” del comunismo, poste alla fine dell’esperienza del PCI nel 1991, ha
facilitato la sedimentazione di cui sopra. Parallelamente, questa generazione ha sviluppato il
rifiuto dell’organizzazione politica di massa, tanto nella forma dei partiti, tanto in quella sindacale,
subendo pienamente un’offensiva di restaurazione, volta alla demolizione della forte dialettica
politica e della rappresentatività del conflitto nelle istituzioni, così come era avvenuto dal secondo
dopoguerra in poi. Complice, è stata l’espulsione dell’opzione autenticamente rivoluzionaria e
comunista come scelta possibile per la propria vita, al contrario di quanto accadeva con le
generazioni del Novecento.
2.La vita materiale della nuova generazione si presenta in maniera molto diversa: la
flessibilizzazione del lavoro ha stravolto qualsiasi ipotesi di pianificazione della vita, la
deregolamentazione dell’orario di lavoro produce una nuova forma di estraniamento,
l’atomizzazione del mondo del lavoro e della produzione punta a sradicare completamente, col
tempo, l’idea stessa dell’appartenenza e dell’organizzazione di classe, contribuendo
all’assimilazione di una comunione di destini tra lavoratori e padroni, in luogo del conflitto.Lo
stesso scatenarsi della crisi del 2008, pur generando fino al 2011 movimenti di protesta persino
potenzialmente portatori di una carica contestativa rivoluzionaria, non ha prodotto una
consequenziale ripresa della lotta di classe nazionale ed internazionale. La distruzione sistematica
della scuola e dell’università pubbliche, perseguita scientemente dalle classi dominanti, ricerca la
fine dell’Istruzione intesa come formazione del senso critico e punta a ripristinare un modello di
scuola padronale e a servizio delle esigenze di imprese, profitti e mercato.
3.L’individualismo dominante alimenta una falsa coscienza collettiva e un pensiero debole, stretto
tra i limiti della riforma dell’esistente e dell’accettazione passiva. La forte “liquidità” dei consensi e
la parallela crescita dell’astensione elettorale ne sono esempio palese. L’affermarsi di nuove reti
sociali virtuali, strumenti di controllo ideologico e annullamento della coscienza collettiva, crea
nuove forme di alienazione sociale, di mercificazione della vita e di aborto della possibilità di
trasformare una vaga “indignazione” in carica rivoluzionaria. L’Italia, pur non essendo tra i Paesi
con il maggior numero di utenti facebook, o simili, è tra i Paesi in cui questi social sono usati
giornalmente per più tempo. L’era della semplificazione estrema del messaggio comunicativo
pone ai comunisti il problema di elaborare un approccio nuovo alla comunicazione di massa.
Siamo in presenza di una nuova “Belle Epoque” caratterizzata da una costruzione imponente della
modernità capitalista e dalla proliferazione di un sottobosco di precarietà, insicurezza sociale,
individualismo. Compiti della Federazione Giovanile Comunista Italiana dovranno essere quelli di
indagare questi fenomeni, di ricostruire una coscienza collettiva, di ridare strutturale relazione al
nesso tra riscatto individuale e riscatto collettivo, di portare una rinnovata coscienza di classe
laddove essa non esiste più o è presente in una fase embrionale, cioè nei luoghi di studio e di
lavoro, di costruire una doppia coscienza di genere indirizzata al rispetto e alla valorizzazione delle
differenze e alla liberazione della donna, di lavorare in tutti i movimenti di lotta nel Paese per
liberarne potenzialità rivoluzionarie sulla base di parole d’ordine avanzate, di relazionarsi con il
Partito su nuovi movimenti e metodi comunicativi, in modo tale da renderne efficace l’azione
politica e aggiornarlo per permettere un sempre attuale confronto con la realtà in continuo
divenire. La costruzione di un’ organizzazione giovanile comunista è un’esigenza storica per un
progetto comunista che voglia attraversare i tempi nuovi che scorrono veloci e avere con sé quella
gioventù che, come affermava Lenin, nella rivoluzione ardente è la fiamma più viva. Lottando
affinché il futuro sia migliore del nostro sogno più bello.
TESI 18
IL CONTROLLO IDEOLOGICO NEL POST-MODERNO
LA QUESTIONE IDEOLOGICA
1.La questione ideologica, rimossa da decenni dalla sua centralità nell’identità ideologico-politica
del movimento comunista, ha invece nei suoi fondatori storici – da Marx (critica all’ideologia come
falsa coscienza), a Gramsci (intellettuale organico e collettivo), a Lenin (la coscienza rivoluzionaria
scaturisce dall’analisi della totalità dei rapporti sociali) – un ruolo fondativo nella teoria del
socialismo scientifico che qualifica la natura e l’identità comunista rispetto a tutte le altre
espressioni di sinistra e costituisce questione centrale per chi si propone di operare la
ricomposizione di un soggetto organizzato dei comunisti e insieme la necessaria
rigenerazione/attualizzazione dell’impianto ideologico-culturale del socialismo scientifico per il XXI
secolo. Il concetto di ideologia come visione del mondo (Weltanschauung) e come falsa coscienza
è essenziale sia per comprendere le dinamiche odierne di formazione del cosiddetto immaginario
collettivo nel XXI secolo – cioè le dinamiche della riproduzione intellettuale borghese oggi, con la
quale le classi dominanti celano le contraddizioni e l’origine delle disuguaglianze nella società,
determinate dai rapporti di produzione basati sullo sfruttamento e sull’alienazione – sia per
opporre alla mistificazione ideologica operata dopo l’89, nel segno unificante del neocapitalismo
post-ideologico, un solido quadro di riferimento teorico, cioè una autonoma visione del mondo
organica e alternativa ed una conseguente autentica prassi rivoluzionaria.
2.Attraverso lo sviluppo di una rinnovata e incessante opera di formazione nel/del partito è perciò
necessario superare la dicotomia tra teoria e prassi, come frutto avvelenato della mistica “postideologica”
della vulgata dominante, che ha caratterizzato in vario grado tutte le culture politiche
della sinistra post ’89, ivi compreso parte del processo complessivo della rifondazione comunista.
Una subalternità ideologica che, impedendo l’elaborazione di una teoria della trasformazione che
è essenzialmente comprensione, scomposizione e ricomposizione della realtà odierna in una
visione del mondo organica e rivoluzionaria, ha di fatto procrastinato la cosiddetta diaspora
comunista. La nostra azione collettiva nel processo della rigenerazione comunista ha dunque la
necessità di acquisire la piena consapevolezza del livello di sedimentazione ideologica che
l’egemonia capitalistica ha depositato sulla sconfitta e sulla disarticolazione del movimento
operaio internazionale, che hanno mutato il contesto ideologico-culturale odierno, producendo
una condizione di passività ideologica e di arretratezza di coscienza di classe, anche in senso
tradeunionistico oltreché storico, in un quadro più generale di arretramento della percezione della
divisione in classi della società verso una dimensione ideologico-culturale interclassista.
Oggi, in un contesto di rapporti di forza estremamente sfavorevoli, compito dei comunisti è quello
di sprigionare nella prassi delle dinamiche odierne, in particolare laddove più evidenti emergono le
contraddizioni strutturali e il conseguente potenziale cedimento sovrastrutturale (guerra/crisi),
tutte le potenzialità del metodo e degli strumenti di analisi propri del socialismo scientifico, a
partire dalla analitica comprensione della complessità delle dinamiche odierne della formazione
del consenso e dalla consapevolezza che l’attuale egemonia ideologico-culturale del capitale sulla
società a capitalismo maturo, pur in termini mistificatori, ha una sua oggettiva base materiale,
definita anche dai margini che lo sviluppo imperialistico ha permesso di esprimere.
LA FORMAZIONE DEL CONSENSO ATTRAVERSO I MEDIA
3.Oggi i nuovi media e le nuove dinamiche di formazione del consenso consentono – unitamente
alla destrutturazione del sistema della formazione e istruzione pubblica – un livello di controllo
ideologico sulla società e sulle classi subalterne, in termini di omologazione alla cultura neoborghese
egemone, impensabile fino a qualche decennio fa. La comunicazione come vettore
dell’ideologia, con lo sviluppo delle nuove tecnologie hardware, ha assunto un ruolo fondamentale
a supporto dell’affermazione della visione del mondo neocapitalista e comprende il mondo
dell’informazione e quello dello spettacolo come fabbrica o produzione di consenso.
4.Due sono dunque gli ambiti di ricerca per ridurre la complessità e vastità degli attuali strumenti
disponibili nella costruzione del consenso, al fine di produrre una prassi possibile in grado di
affrontare la post modernità del controllo ideologico: i nuovi media e le nuove dinamiche di
formazione del consenso che includono anche i media tradizionali (con l’avvento dei grandi
network privati, conglomerati mediatici ma non più esclusivamente editoriali bensì connessi ad
interessi economici diversi, da Mediaset a Sky):
a) per nuovi media intendiamo il cosiddetto web 2.0, cioè l’insieme di applicazioni (Google,
Facebook, Youtube, le chat, i blog ecc.) che permettono un elevato livello di interazione tra il sito
web e l’utente e il complesso di tecnologie hardware (computers, ipod, smartphone) che, insieme,
producono il flusso delle informazioni in rete in grado di orientare atteggiamenti e comportamenti
sociali, politici, economici (d’altro canto il NASDAQ è essenzialmente l’indice, com’è noto, dei
principali titoli tecnologici della borsa americana dove sono quotate le principali compagnie
informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo, Facebook) e che permettono una
partecipazione apparentemente non passiva e libera alla società del consumo e dello spettacolo,
dove si compie una vera e propria evaporazione virtuale della classe nel luogo dell’alienazione
sovrastrutturale per eccellenza, ove si sostituisce il contesto reale determinato dai rapporti di
produzione con le comunità sociali virtuali dalle geometrie variabili e interclassiste e dove
l’opinione del singolo spinge le comunità web verso un relativismo assoluto, che cancella il
conflitto, la sintesi, la dialettica. La pervasività di questo mezzo è potenziata dalla sua estrema
portabilità (smartphone, iPod) che permette l’accesso facile, continuo e quotidiano alle comunità
sociali tramite le quali anche il lavoratore-merce-consumatore può connettersi in ogni momento al
mondo globale dello spettacolo e del consumo;
b) le nuove dinamiche del consenso incentrate sul monopolio che oggi le classi dominanti
detengono non solo della produzione materiale e intellettuale, ma anche della produzione e
diffusione delle emozioni su cui si fonda la propaganda di guerra dell’informazione come
terrorismo dell’indignazione, rivolta a suscitare adesione alle strategie neo-coloniali e imperialiste.
Ciò è evidente in tutti quei programmi (dai talk show ai reality show, format che vengono
trasmessi in tutto l’occidente e non solo) non propriamente di natura politica ma che,
caratterizzati da una commistione di informazione e intrattenimento funzionale alla creazione di
una adesione di massa, veicolano stereotipi comportamentali a sfondo ultrapoliticizzato e protesi
alla alienazione dal contesto reale, attraverso una continua ginnastica emotiva che traccia un solco
emozionale reattivo funzionale alla cancellazione di capacità autonoma critica sull’esistente.
Un partito consapevole che anche questa materia è terreno ulteriore della lotta di classe del XXI
secolo, come lo sono stati i media tradizionali nel secolo passato, non solo ha il compito di
disvelarne la sostanza e l’obiettivo, ma anche, nel limite del possibile, attrezzarsi per intervenirci
adeguatamente.
TESI 19
LINEA POLITICA DI MASSA, LEGAMI DI MASSA E FORMA PARTITO
ANTIMPERIALISMO, INTERNAZIONALISMO E LINEA DI MASSA
1.L’involuzione politica, culturale e ideologica dell’ultima fase del Partito Comunista Italiano, che si
offre come base materiale per la “Bolognina” e per l’autoliquidazione del Pci, ma anche il
revisionismo ideologico operato nel corso della lunga fase di egemonia “bertinottiana” sul Partito
della Rifondazione Comunista, prendono essenzialmente corpo attraverso la liquidazione di due
categorie cardinali della cultura comunista: l’antimperialismo e l’internazionalismo. Oggi, nel
quadro della costruzione di una linea di massa, compito primario dei comunisti è il recupero di una
capacità di mobilitazione su tali tematiche. A partire da due versanti strategicamente decisivi:
– la lotta contro le guerre imperialiste e contro la Nato, per l’uscita dell’Italia dalla Nato: così da
permettere al Partito comunista non solo di svolgere una battaglia in sé giusta, ma anche di poter
costruire legami operativi e ideali con il movimento contro la guerra e con le mobilitazioni contro
le basi Usa e Nato, con i quadri di movimento e con le nuove generazioni di militanti;
– in secondo luogo, decisivo sarà il ruolo che il Partito Comunista svolgerà contro le politiche
liberiste dell’Unione europea. Contro tali politiche il Partito Comunista dovrà radicalizzare il
conflitto, far crescere la critica tra i lavoratori e nelle piazze e porsi l’obiettivo di costruire un
fronte di lotta il più vasto possibile. Dovrà condurre, con altre forze, una battaglia di grande
respiro, volta alla costruzione di un senso comune capace di cogliere il nesso – che oggi non è colto
a livello di massa – tra i dogmi imposti ai popoli e agli Stati dall’Ue e l’allargarsi del disagio sociale
italiano e continentale. Dovrà assumersi il compito – tanto necessario quanto difficile, poiché in
controtendenza rispetto alla mitologia imperante dell’Ue – di disvelare, a livello di massa, il
progetto neo imperialista dell’Ue e, conseguentemente, non subordinarsi al dogma rigido e
acritico della permanenza dell’Italia nell’Unione europea e nell’Euro “a tutti i costi”: al contrario, in
sintonia con i partiti comunisti e le altre forze anticapitaliste e della sinistra di classe in Europa,
dovrà impegnarsi per studiare e promuovere forme di liberazione dal giogo liberista dell’Ue.
TATTICA E STRATEGIA, OPPOSIZIONE DI CLASSE, FORMA PARTITO
2.Perché abbia sbocchi positivi e concreti, il nostro progetto politico deve restare ancorato al
difficile ma ineludibile rapporto dialettico tra tattica e strategia. Per ricostruire una linea di massa
abbiamo bisogno di definire una linea politica per la fase che non sia disgiunta da un disegno
generale e prospettico. Siamo in una fase drammaticamente caratterizzata da un vuoto di reazione
sociale e dalla mancanza di una efficace opposizione di classe. I poderosi attacchi antisociali del
governo Renzi richiederebbero un’altrettanta poderosa risposta sociale e di massa. Che è invece
assente e che nemmeno la CGIL sa mettere in campo. I comunisti devono proporsi come motore
della ricostruzione di un’opposizione politica, tessendo pazientemente i fili che collegano le
singole vertenze ad un progetto di lungo periodo, non astenendosi dal prefigurare la possibilità
della transizione ad una società socialista e delineando il possibile percorso in un “Programma
Generale”, che da decenni manca alle forze comuniste italiane.
3.Sarebbe altresì impensabile un recupero dei legami di massa senza la presenza di una cultura
politica generale, di un senso comune tra i dirigenti, i militanti e gli iscritti del Partito Comunista:
una cultura del conflitto, della conduzione della lotta di classe come terreno privilegiato per
l’organizzazione del consenso. A tal fine, è essenziale costruire una forma partito che si ristrutturi
attraverso la riassunzione del progetto organizzativo del migliore PCI (dato dal connubio politicoculturale
di Gramsci e Togliatti), segnato dal rapporto dialettico tra sezioni territoriali (sedi
dell’elaborazione e dell’iniziativa del Partito, ma anche aperte e di popolo) e organizzazione del
partito comunista direttamente nei luoghi del lavoro e dello studio, a cominciare dai punti alti
dello scontro di classe, nei luoghi della produzione avanzata e d’avanguardia. Le cellule di
produzione rappresentano l’opzione organizzativa leninista e gramsciana in vista di
un’organizzazione rivoluzionaria, non a caso rimossa lungo i processi di socialdemocratizzazione e
involuzione dei partiti comunisti e di sinistra italiani. Un lavoro di grande lena – sul piano politico
e teorico – dovrà svilupparsi per mettere a fuoco la natura e il processo costruttivo della “sezione
comunista e di popolo” e del partito nei luoghi di lavoro e di studio ( progetto abbandonato dal Pci
molti anni prima della Bolognina e non più riassunto né dal Prc né dal PdCI) nonché il rapporto
dialettico tra le due opzioni organizzative.
ELEMENTI ESSENZIALI DELLA FORMA PARTITO COMUNISTA
4. A proposito dei caratteri essenziali della presenza organizzata dei comunisti:
– Occorre recuperare una cultura politica, oggi largamente dileguatasi, in base alla quale tra
iscrizione al Partito e militanza non vi sia cesura alcuna, ma consequenzialità politica consapevole.
– Questa cultura politica è la stessa che fa essere presenti, oltre che nel Partito, nei gangli della più
vasta articolazione politica, sociale e sindacale. Decisiva è infatti, al fine di rafforzare lo stesso
Partito comunista, la presenza attiva dei comunisti/e all’interno del sindacato, del movimento
contro la guerra, dell’Anpi , dei movimenti di lotta. La militanza sindacale sarà svolta in relazione al
posto di lavoro, nella CGIL come nel movimento sindacale di base e di classe, con l’intento di
lavorare strategicamente per la convergenza in un unico sindacato, di classe e di massa.
– Occorre riaffermare la “centralità della piazza”, dei cancelli delle fabbriche, delle scuole e
dell’università, di ogni posto di lavoro, come spazi di primario interesse per l’organizzazione del
consenso di massa. E se “la piazza”, la costante presenza del Partito nei luoghi di lavoro, di studio e
di popolo è da considerarsi azione prioritaria, occorre avere un Partito, nei territori,
organizzativamente attrezzato, in grado, cioè, di amplificare rapidamente all’esterno una linea
politica territoriale o nazionale. Nulla, rispetto all’esigenza di una politica di massa, può esser più
lasciato al caso: va bandita, in ogni sezione, in ogni Federazione, ogni sciatteria organizzativa; va
assicurata la possibilità di stampare rapidamente dei volantini, le bandiere del Partito, lo striscione
della Federazione o della Sezione, un gazebo, i tazebao, un microfono con le casse. Ciò non paia
una sollecitazione superflua: da troppi anni, un’inclinazione movimentista o all’opposto
istituzionalista hanno indebolito l’organizzazione dell’iniziativa sociale e politica.
– E’ fondamentale il lavoro sui media. La Rete rappresenta il nuovo terreno di organizzazione del
consenso di massa, che non può e non deve annullare il terreno sociale ma aggiungersi ad esso.
L’atteggiamento dei comunisti ha sinora ondeggiato tra la pura incomprensione e un
atteggiamento aristocratico e liquidatorio. I comunisti devono invece assumere il terreno di
organizzazione del consenso di massa insito nei nuovi media e nella Rete come terreno di
eccellenza – accanto al conflitto sociale e alla piazza – volto al rafforzamento del legame di massa,
in particolare nei confronti delle nuove generazioni. Va anche considerato il fatto che la Rete e i
nuovi mezzi offrono la possibilità di estendere e amplificare di molto e a costi economici bassissimi
il messaggio del Partito. Si pensi ad esempio all’essenziale ruolo di un nostro giornale on-line, con
cui abbattere i costi e coinvolgere nella sua fattura, oltre ai dirigenti, intellettuali e quadri operai,
costruendo, altresì, redazioni locali in ogni territorio dalle quali far pervenire notizie e racconti di
lotta sociale.
– Va considerata con cura la costruzione di relazioni sociali, politiche, di movimento. Va alimentata
la capacità, sia a livello nazionale che a livello territoriale, di intrecciare la nostra azione con le
altre forze comuniste, di classe, di sinistra, con le parti più avanzate del movimento sindacale e
operaio, cattolico e pacifista, con artisti e intellettuali. Questo stile di lavoro, che riassume il
meglio della storia del Pci come “partito di classe e di popolo”, deve tornare ad essere il nostro
stile di lavoro. In questo contesto va inteso il rapporto con i movimenti, utile a vivificare l’azione
politica e i legami di massa: un rapporto che ovviamente non deve offuscare l’autonomia politica e
culturale dei comunisti (la loro funzione “egemonica”) e tanto meno assecondare, come avvenuto
purtroppo nel recente passato, l’emergere di processi di decomunistizzazione del Partito.
-Di grande importanza, sia a livello nazionale che territoriale, è il rilancio della formazione, delle
scuole quadri del Partito. Noi non abbiamo i mezzi materiali e finanziari per fronteggiare il sistema
mediatico della classe e della cultura dominanti, molto più pervasivo di un tempo per le infinite e
insidiose forme con le quali si presenta. Può e deve invece impegnarsi a rimettere a valore la
grande storia e il grande pensiero, economico, filosofico, politico, espressi dal movimento
comunista, sia come conoscenza di un passato rivoluzionario ancora largamente propulsivo che
come griglia di lettura delle contraddizioni del presente.
-Nella fase odierna, contrassegnata dall’assenza del Partito Comunista dal Parlamento e dalla
marea montante anti-partito -che colpisce la partecipazione democratica alla politica
consegnandone le chiavi d’accesso al finanziamento privato- d’importanza ancor più centrale
diventano le politiche d’autofinanziamento: politiche ed esperienze da rilanciare e da inventare,
ma anche da ricercare nella grande storia del movimento operaio e contadino, italiano e
internazionale. Anche su questo occorre studiare e non lasciare il problema allo spontaneismo e
alle iniziative dei singoli compagni. Da questo punto di vista, le feste popolari debbono tornare ad
essere una preziosa attività, sotto il profilo politico come su quello economico. Parola d’ordine:
ogni provincia, una Festa del Partito.
-Da ultimo, ma non per importanza, c’è il tema del centralismo democratico. La frantumazione
degli interessi corporativi, l’invisibilità dei grandi poteri e l’autoreferenzialità del ceto politico sono
tre elementi che hanno determinato un impazzimento, una girandola di comportamenti aventi
come criterio regolatore solo l’interesse individuale immediato. La risposta prevalente a questa
crisi di razionalità e di rappresentanza è l’autoritarismo o meglio il potere del capo: Renzi, Grillo,
Berlusconi, Salvini ma ieri anche Di Pietro e, a livello locale, alcuni sindaci, animano un principio
organizzativo che si risolve materialmente ma anche simbolicamente nel governo di un capo che
spesso è anche il proprietario (del simbolo, del nome- che coincide in tutto o in parte con quello
stesso del capo- delle strutture, dei fondi).Nell’assenza di un principio di autorità, va quindi
crescendo a tutti i livelli la richiesta di un ordine comprensibile, di un principio di organizzazione, di
nuova rappresentanza. Dobbiamo situare la proposta del funzionamento di un partito comunista
all’altezza della crisi della politica e della società; e abbiamo l’ambizione di ricostruire non solo un
principio di organizzazione efficace ma anche un nuovo tipo di militante politico. Un militante che
operi in virtù di una scelta etica o ideologica, di una scienza della trasformazione ma anche in virtù
di un modello di relazioni, di un rapporto saldissimo e coerente dell’individuale con il collettivo,
della responsabilità con la libertà, della passione con la ragione. Tutto ciò nulla ha o deve avere a
che vedere con la retorica pericolosa del partito comunità: il partito è uno strumento di lotta e di
trasformazione, non un gruppo di autoaiuto, una sorta di alcolisti anonimi della frustrazione
sociale. Noi dobbiamo avere la temeraria idea che un ragionamento, profondamente aggiornato,
sul centralismo democratico sia un elemento capace non solo di produrre un impianto efficace di
organizzazione delle forze disponibili, ma anche di rispondere ad un esigenza profonda, anche se
espressa in forme distorte e contraddittorie: una risposta in grado di attrarre energie sociali
inquiete, di orientarle verso la scelta comunista. Per perseguire questo obiettivo di unità quale
base materiale per l’intera azione volta alla ricostruzione dei legami di massa, è urgente la ripresa
delcentralismo democratico, che è l’opposto (come sapeva Gramsci) del “centralismo
burocratico”: un opzione rivoluzionaria e filosoficamente contemporanea che ha bisogno, per
realizzarsi, della richiesta di un dibattito franco e libero, sollecitato (e mai represso) dagli stessi
gruppi dirigenti, al pari di una sintesi politica accettata e da ognuno/a praticata. E’ dunque parte
del metodo del centralismo democratico la massima valorizzazione del criterio di collegialità, del
lavoro collettivo e del confronto tra compagni. Così, dal livello nazionale a quello locale, vanno
costituiti dipartimenti e gruppi di lavoro, in modo da responsabilizzare il maggior numero possibile
di compagne e compagni, puntando a coinvolgere anche energie e risorse esterne al partito. Gli
stessi organismi dirigenti vanno concepiti, oltre che come luoghi di direzione politica, come
strutture di lavoro nelle quali ogni compagna/o abbia una precisa responsabilità, presenti piani di
lavoro articolati e riferisca sulla loro attuazione.
LINEA DI MASSA E BLOCCO SOCIALE
5.Base materiale del ripristino di una linea ed una prassi di massa è il progetto teso alla
costruzione di un nuovo blocco sociale per la lotta anticapitalista e la transizione al socialismo.
Tale “blocco” può costituirsi solo attraverso la messa a fuoco di progetti e l’organizzazione di lotte
tendenti ad unire processualmente vaste aree sociali potenzialmente anticapitaliste ancorché oggi
tra loro lontane e divise. A partire da ciò, obiettivi ineludibili sono:
– l’unità politica e d’azione del lavoro a tempo indeterminato con il lavoro precarizzato,
parcellizzato, con le aree della disoccupazione e dell’inoccupazione;
– la rimessa in campo, dopo decenni di silenzio e genuflessione alle ragioni del capitale, della
questione salariale, nella duplice forma di difesa del contratto nazionale di lavoro e di ripresa della
“scala mobile”, cioè di una procedura di riallineamento periodico delle retribuzioni al costo della
vita;
– la costruzione di una grande campagna per la riduzione generale dell’orario di lavoro:
provvedimento in grado di superare la flagrante contraddizione capitalistica tra uno sviluppo non
lineare, ma esponenziale, delle capacità produttive dei nuovi mezzi di produzione e, d’altro lato, la
sottosalarizzazione di massa e la restrizione dei mercati;
– la trasformazione della solidarietà nei confronti del popolo degli immigrati in lotta rivoluzionaria:
compito dei comunisti, di natura strategica, è infatti l’unita del movimento operaio complessivo
italiano con il popolo degli immigrati, in una prospettiva di unità di classe del proletariato “bianco
e nero”;
– la pianificazione dell’intervento nelle periferie metropolitane, realtà significative per
addensamento abitativo e per la “forma” unificante della disperazione sociale, ove concreto è il
rischio di un’egemonia delle forze politiche di destra, populiste e reazionarie. Radicarsi e operare
socialmente e politicamente in queste aree sociali, legarsi a questo popolo, lottare con esso per i
diritti, per la casa, per il welfare vuol dire, per i comunisti, proseguire l’opera di unificazione del
proletariato;
– la valorizzazione del mondo agricolo, per il quale va previsto un piano nazionale che tuteli i
produttori locali abbattendo i costi dell’intermediazione commerciale e il lavoro nelle campagne,
che salvaguardi le produzioni di qualità e incentivi il ritorno delle giovani generazioni, offrendo una
concreta prospettiva di lavoro nei luoghi d’origine;
– un ragionamento ad hoc sui processi di proletarizzazione del ceto medio, alla cui base deve
esserci la tutela dell’artigianato e del piccolo commercio, sempre più vessati dall’indebitamento e
da tassi di interesse capestro (usura illegale e “legalizzata”);
– una presenza organizzata nel mondo della cultura e intellettuale, che provi a ricostituire un
ambito di discussione ed elaborazione teorica entro cui siano impegnati intellettuali comunisti o
comunque vicini alle posizioni ideali e politiche dei comunisti. Da questo punto di vista resta
essenziale l’istituzione di un Comitato scientifico, coordinato dal partito e aperto a competenze
diverse, che operi con sguardo lungo su tempi non necessariamente determinati dalle urgenze
della politica quotidiana.
TESI 20
PROPOSTE PER UN PROGRAMMA MINIMO
1.Il programma minimo che i comunisti propongono alle lavoratrici ed ai lavoratori, alla società italiana, è
un programma realistico, funzionale ad aprire una prospettiva di cambiamento generale. Esso parte da una
considerazione di fondo: l’alto tasso di sviluppo delle forze produttive in un Paese come l’Italia, che
sebbene in parte deindustrializzato a seguito delle politiche perseguite dai governi succedutisi alla guida
dello stesso, rimane un Paese a capitalismo avanzato e membro del G8, non è compatibile con la situazione
di disagio economico e sociale in cui versa la maggioranza della popolazione. Tale contraddizione è effetto
dell’uso capitalistico di beni e risorse, di cui beneficia in massima parte una quota ristretta delle classi
dominanti. Tale programma si misura con la progressiva affermazione dell’ideologia liberista, alla quale
sono ancorate le politiche della cosiddetta Troika, dei governi Berlusconi, Monti, Letta , Renzi succedutisi
alla guida dell’Italia, che tutto subordina al mercato, inteso come unico elemento regolatore.
E’ possibile e necessario mettere in discussione tutto ciò. Serve rilanciare il ruolo dello Stato in economia,
partendo dal criterio della ri-pubblicizzazione di beni, risorse, servizi; salvaguardare lo Stato Sociale
garantendone i principi di universalità, equità, solidarietà; ristabilire i principi della democrazia
rappresentativa favorendo nuove forme di partecipazione, controllo e gestione da parte dei cittadini. La ripubblicizzazione
deve riguardare in primo luogo le risorse energetiche, i settori industriali strategici, alcuni
settori dello stesso sistema creditizio. Lo stesso alto tasso di sviluppo delle forze produttive, che oggi
provoca una intensa disoccupazione tecnologica, va messo invece al servizio della collettività, affermando il
principio del “lavorare meno, lavorare tutti”. Il binomio sviluppo e diritti sociali va considerato inscindibile.
2.Occorre dunque:
1. Un piano straordinario di intervento pubblico a sostegno di ricerca e sviluppo;
2. Un piano di intervento pubblico nel settore energia, con la riacquisizione da parte dello Stato di
aziende strategiche nel settore, e con un piano di investimenti per la creazione di nuove aziende
che lavorino sulle energie rinnovabili;
3. Un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione che ne rilanci e qualifichi la
funzione e superi definitivamente il precariato, nonché un piano straordinario di investimenti
pubblici nel Mezzogiorno, con particolare riferimento alle necessarie infrastrutture;
4. La ri-pubblicizzazione di aziende e settori strategici, a partire da quelli per i quali lo Stato ha già
investito ingenti risorse e/o detiene quote azionarie, con strumenti di controllo democratico sulla
loro gestione da parte dei lavoratori e dei cittadini. In questo contesto, essenziale è la costituzione
di un Polo finanziario e bancario pubblico, avente come ragione sociale il sostegno a una politica
industriale che promuova la creazione di lavoro buono e sia rispettosa degli equilibri ambientali;
5. Il sostegno a nuove forme di cooperazione, con una legge ad hoc per il passaggio delle aziende in
crisi a comunità di lavoratori e utenti, come prescritto dalla Costituzione;
6. Una legge sulla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e per la riduzione
dell’età pensionabile ( a partire dall’abolizione della Legge Fornero);
7. Un piano di riassetto idrogeologico del territorio e di relativi lavori pubblici atti a tutelarlo, a
riqualificarlo;
8. Una riforma fiscale che colpisca la speculazione finanziaria, la rendita, i grandi patrimoni , liberando
risorse a sostegno della domanda interna, dello sviluppo qualificato, del lavoro, del Welfare;
9. Un nuovo sistema di Welfare, che garantisca nelle forme nuove dell’organizzazione sociale tutti i
cittadini. In tale quadro: sanità pubblica e gratuita, garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza
(sanitaria e sociale), abolizione dei ticket sanitari, ripristino di un adeguato fondo per la non
autosufficienza e per le politiche sociali, un piano straordinario per la casa che privilegi il recupero
e la qualificazione del patrimonio edilizio esistente;
10. La riforma della scuola, pubblica e di qualità, in aderenza al dettato costituzionale;
11. L’istituzione del reddito minimo di cittadinanza;
12. La riforma degli ammortizzatori sociali ( a partire dalla abolizione di quanto definito in materia a
seguito del jobsact);
13.L’estensione dei diritti di cittadinanza ai figli di immigrati che nascono sul suolo italiano e agli
immigrati residenti in Italia da almeno 5 anni;
14.Il rilancio della cooperazione internazionale;
15.Il ritiro delle truppe italiane da tutti gli scenari di guerra, un taglio drastico delle spese militari;
16.Dire no al combinato disposto riforme costituzionali e nuova legge elettorale, rilanciando un
modello di democrazia partecipata a partire dal ripristino del sistema elettorale proporzionale.

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