Archivi Mensili: luglio 2016

Robot, entro il 2017 in Cina numeri da record

Già oggi la Cina ha il più grande mercato di robot industriali in termini di volume di vendite, ha superato persino il Giappone e progetta di avere il maggior numero al mondo di robot operativi.
Entro il 2017 la Cina avrà il più alto numero al mondo di robot operativi in impianti industriali, sta infatti investendo nell’automatizzazione delle industrie elettroniche e automobilistiche, così ha dichiarato la Federazione Internazionale di Robotica (IFR).
Nonostante abbia il più grande mercato di vendita di robot al mondo, con un fatturato di 9.5 miliardi di dollari (o 29 miliardi se si considerano i software e i sistemi associati), la Cina è ben lontana dal raggiungere il Giappone in quanto a densità di robot. Nelle manifatture cinesi si trovano infatti solo 30 robot ogni 10.000 operai, contro 437 in Corea del Sud, 323 in Giappone, 282 in Germania e 152 in USA.
Quindi la IFR stima che l’impiego di robot verrà più che duplicato fino a 428.000 unità entro il 2017 proprio per aumentare la competitività delle industrie cinesi a livello mondiale.
Il segretario generale della IFR a Francoforte GudrunLitzenberger ha dichiarato: “ Le compagnie devono investire sempre di più nella robotica per aumentare produttività e qualità e rimanere competitivi sul mercato mondiale. In questo momento è nell’industria automobilistica che vengono maggiormente usati i robot, ma in due o tre anni sarà in quella elettronica.”
Il Giappone ha ancora il primato nella produzione, circa il 60% del totale, ma i produttori cinesi stanno crescendo e hanno circa un quarto del mercato, il resto è fornito da USA e Europa. Quattro aziende produttrici di robot – la svizzera ABB, la tedesca Kuka e la giapponese Yaskawa e Fanuc- hanno già dei siti di produzione sul suolo cinese, e si prospetta che altre ne arriveranno.
La tecnologia robotica viene principalmente usata in Cina nelle industrie automobilistiche, dove si trova circa il 40% del totale di robot operativi, dato che la Cina ha allo stesso tempo il più grande mercato di auto e il maggior numero di siti di produzione. Anche le europee Volkswagen e Daimler ci hanno investito, portando con loro le tecnologie.
Ci si aspetta che la stessa cosa succeda con l’industria elettronica. Il colosso industriale Foxconn, che produce Iphone e Ipad per la Apple sta già producendo i robot Foxbot così come usa tecnologie comprate da altri produttori.

fonte:Chinanewsitaly.it

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Apple potrebbe perdere i diritti di vendita dell’iPhone6 e dell’iPhone6Plus a Pechino, dopo aver perso una causa sulla violazione di copyright.
La notizia arriva dal giornale “Beijing Morning Post”: un’azienda di Shenzhen ha accusato l’ufficio della Apple Inc. di Shanghai e la Zoomflight Telecom, di aver copiato il design del suo smartphone 100C.
L’autorità per la proprietà intellettuale di Pechino (BIPO) ha concordato con la richiesta della compagnia cinese ed ha quindi deciso di bloccare la vendita dei due modelli della Apple. Secondo il BIPO la clientela potrebbe avere difficoltà a distinguere i modelli perchè l’iPhone6 e l’iPhone6Plus sono troppo simili al 100C.
Apple e Zoomflight si stanno opponendo legalmente alla richiesta del BIPO, facendo appello alla Corte della proprietà intellettuale di Pechino, chiedendo all’ufficio di ritirare la decisione e sostenendo che i due iPhone non hanno niente in comune con il 100C. La Corte ha poi invitato il BIPO a rispondere alle accuse.
Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore del BIPO, i due modelli coinvolti nel caso – iPhone6 e iPhone6Plus – non potranno più essere venduti a Pechino, sostiene l’avvocato Lu Zhaowen. Dal momento che la sentenza verrebbe emessa da un tribunale di Pechino, non avrebbe nessun potere nelle altre regioni della Cina. Tuttavia, potrebbe costituire un precedente per altri uffici che tutelano la proprietà intellettuale, dice l’avvocato Lu al Beijing Morning Post.

Fonte: http://en.people.cn/n3/2016/0617/c90000-9073710.html

La Cina aumenta le sue riserve naturali

 

La Cina ha programmato di convertire entro il 2020 il 17% del proprio esteso territorio in aree protette. Attualmente, grazie all’istituzione di 21 nuove riserve naturali, si è giunti a quota 10%, ovvero 930mila chilometri quadrati destinati alla tutela delle biodiversità.

Una di queste aree ospita il Parco delle tigri siberiane (anche dette dell’Amur), dove sono nati durante l’ultimo anno 105 cuccioli di questo raro esemplare di felino altamente minacciato dal rischio di estinzione. Le nuove aree recentemente inaugurate ospiteranno altre trentacinque specie a rischio tra cui la tigre della Manciuria, la scimmia dorata e il panda gigante, oltre a dodici tipologie di piante rare.

Un recente studio condotto dalla australiana University of New South Wales, e pubblicato sulla rivista «Nature Climate Change», dimostra che i piani di rimboschimento in Cina portano i loro frutti, e la colloca tra i primi Paesi al mondo per i piani di riforestazione. In realtà, il progetto di rimboschimento viene da lontano, ma capita a fagiolo nel momento che la Cina sta vivendo.

L’Università ha studiato i dati satellitari sulle emissioni di gas degli ultimi vent’anni a questa parte. “L’aumento della vegetazione proviene da una fortunata combinazione di fattori ambientali ed economici, nonché da progetti di rimboschimento massivo in Cina – spiega il dottor Yi Liu, uno degli autori dello studio. L’aumento della vegetazione nelle savane di Australia, Africa e Sud America è il risultato di un aumento delle precipitazioni, mentre in Russia e in altri paesi dell’ex blocco sovietico abbiamo visto una crescita delle foreste su terreni agricoli abbandonati. La Cina è l’unico Paese ad aver intenzionalmente prodotto maggiore vegetazione, con progetti di rimboschimento”.

Meglio conosciuto come la “Grande muraglia verde”, è il più grande progetto ecologico del mondo, a quanto sostiene «Quartz»: “La Cina ha costruito una muraglia di alberi che si estenderà oltre 4500 km tra il nord e il nord-ovest del suo territorio, per cercare di bloccare l’avanzata del deserto del Gobi. Secondo l’amministrazione delle foreste dello Stato, il Paese ha piantumato complessivamente 13 milioni di ettari di foresta dal 2008”.

«Quarz» sottolinea anche che “gli sforzi di rimboschimento della Cina, sommati alla ricrescita sui terreni agricoli in Russia, hanno contribuito a compensare circa l’85% la perdita di carbonio nella biomassa causata della deforestazione tropicale a partire dal 2003”. La quantità di carbonio assorbito dalla vegetazione è aumentato di 4 miliardi di tonnellate in una dozzina d’anni.

«Nature World News» ricorda che “allo stesso tempo, ingenti perdite di vegetazione continuano a verificarsi in molte altre parti del mondo, con i cali maggiori registrati ai limiti della foresta pluviale amazzonica e nelle province indonesiane di Sumatra e Kalimantan”.

Ma tuttavia, Pep Canadell, un altro co-autore dello studio della University of New South Wales, sostiene come sia importante “riconoscere che il riscaldamento globale sarebbe stato più veloce se alcune delle emissioni di CO2 non fossero state catturate dalla crescita delle piante”, Pur sapendo che “il 50% delle emissioni prodotte dalle attività umane restano nell’atmosfera, anche dopo che l’altra metà è stata assorbita da vegetazione terrestre e oceani”. Ancora una volta, l’unica via perseguibile, per lo studioso, rimane quella di azzerare le emissioni di gas serra per stabilizzare il sistema climatico.
http://www.conoscenzealconfine.it/

La Grande, verde muraglia

Una sterminata barriera vivente di alberi piantumati sta crescendo in Cina. Battezzata «Grande muraglia verde», è destinata a fermare il deserto e a combattere i cambiamenti climatici. Nel 2050 dovrebbe arrivare a coprire 400 milioni di ettari: il 40% della superficie del paese.
In Cina c’è già la più grande foresta al mondo che sia stata piantata. Copre oltre 500.000 chilometri quadrati. Il Partito comunista ha annunciato di aver raggiunto quest’anno l’obiettivo di una copertura forestale pari al 20% del territorio. Ma si va avanti: la Grande verde muraglia dovrebbe allungarsi su una distanza di 4.480 chilometri dalla provincia di Zinjiang nel remoto ovest alla provincia di Heilonjiang a est. Il progetto iniziò nel 1978 e tre anni dopo il Congresso del popolo approvò una risoluzione che assegnava a ogni residente maggiore di 11 anni il compito di piantare ogni anno almeno tre alberi (pioppo, eucalipto, larice o altri).
Nell’ultimo decennio i cinesi – anche i membri del partito e i funzionari – hanno piantato 56 miliardi di alberi. In un solo evento lo scorso aprile, secondo il giornale «People’s Daily», i cinesi che piantavano alberi sono stati due milioni. Nel 2009 la Cina ha riforestato 5,88 milioni di ettari: due volte e mezza il resto del mondo tutto insieme, «il più grande sforzo di riforestazione che il mondo abbia mai visto» ha riconosciuto Al Gore, campaigner ed ex vicepresidente statunitense.
La Grande muraglia arborea si inquadra nell’impegno multisettoriale nazionale per contrastare il caos climatico. Ne hanno ben donde, perché la Cina già nel 2007 ha sorpassato gli Stati Uniti nel primato delle emissioni di gas serra; non deve sorprendere perché il paese, «fabbrica del pianeta», si accolla anche le emissioni relative all’uso del «made in China» da parte dei consumatori di tutti il mondo uniti. La Cina ha investito in tecnologie più sostenibili e sta chiudendo per legge migliaia di impianti inquinanti, ma è criticata per l’eccessiva lentezza e la non adesione a standard internazionali.
Tornando alla riforestazione, quanto è davvero benefica? Certo occorre fermare i deserti dell’ovest e del nord. In un rapporto del 2006 alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione, il paese risultava avere 2,63 milioni di chilometri quadrati di deserto: il 27% del territorio, rispetto al 18% del 1994. E le terre inerbite si sono ridotte di 15.000 chilometri quadrati dall’inizio degli anni 1980 a oggi. Più alberi, più carbonio non spedito in atmosfera; e visto che la Cina non ha quasi più foreste originali, tanto vale rifarle.