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Intervista di Walter Ceccotti a Huang Hua Guang

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

24 ottobre 2010

Tratto da l’Ernesto

 

Presentiamo la seconda parte dell’intervista rilasciataci dal compagno Huang Hua Guang, direttore del dipartimento per l’Europa Occidentale del dipartimento esteri del partito comunista cinese, in occasione dei sessant’anni della Repubblica Popolare. Seguono le domande sulla politica economica e sulla società cinese.

 

Di Walter Ceccotti

 

D: Che giudizio date delle analisi di Lenin sulla Nep e quali punti di contatto esistono tra quell’esperienza e quella attuale della Cina?

 

A partire dalla terza sessione dell’undicesimo Comitato Centrale, dopo l’undicesimo congresso del Partito, in Cina si è avviato il processo di Riforma.

 

A quel tempo nel mondo intellettuale ma anche all’interno del Partito si è sviluppato un dibattito, che ha tenuto conto anche dell’importanza di studiare le esperienze di costruzione del socialismo negli altri paesi, in particolare nell’Urss e nei paesi dell’Est europeo.

 

Tra queste era compresa anche la Nuova Politica Economica di Lenin della prima metà degli anni venti.

 

Al riguardo possiamo dire che nei fatti la Nep ha fornito degli elementi di ispirazione al processo di Riforma in Cina.

 

Un primo aspetto positivo da considerare è che Lenin ha lanciato la riforma in Urss sulla base di una valutazione dello sviluppo sovietico di quel tempo.

 

Dopo la prima guerra mondiale l’Urss era accerchiata da più di dieci paesi capitalisti e in quella fase venne introdotto il cosiddetto”comunismo di guerra”.

 

E’ a quel punto che Lenin e il Pcus si pongono una domanda: come costruire il socialismo in Russia? Quale rapporto stabilire con l’economia? Quale tipo di socialismo realizzare? A quel tempo una parte dei dirigenti partiva direttamente dai libri di Marx ed Engels per provare a rispondere a queste domande, trascurando la realtà russa di allora. Daltronde era la prima volta che si formava un paese socialista e non c’era alcuna precedente esperienza su come costruire il socialismo.

 

Infatti il comunismo di guerra non ha prodotto grandi risultati, e ha suscitato delle ulteriori contraddizioni interne.

 

La mia opinione è che l’introduzione di questa nuova politica economica da parte di Lenin ha avuto almeno due punti di apprezzamento:

 

innanzitutto il fatto che Lenin è partito dalla realtà, dalla situazione di quel momento e dal livello di sviluppo storico della Russia dell’epoca.

 

Il secondo punto è che Lenin si è dimostrato abile e capace nel fare un bilancio, a partire dai fatti, delle esperienze affrontate fino a quel momento dal Paese e dal Partito, evitando di copiare tutto quanto dai libri. Il suo pensiero è stato molto flessibile. Questo spirito di esplorazione e di innovazione, l’attitudine a ricercare nuovi mezzi e nuovi strumenti, va sicuramente apprezzato.

 

Nell’applicazione della Nuova Politica Economica ha utilizzato degli elementi a quel tempo considerati capitalisti: la funzione di valore, della moneta, del mercato. Ma è stato proprio grazie a questa nuova politica economica se in quegli anni la situazione economica in Russia ha avuto un miglioramento. Anche le contraddizioni sociali si sono relativamente stabilizzate.

 

Purtroppo Lenin è venuto a mancare proprio durante l’applicazione di questa politica. Non ha avuto neanche il tempo di fare un bilancio di questa politica, per non parlare di ricavare una teoria in grado guidare lo sviluppo successivo dell’Urss.

 

Ma comunque possiamo dire senz’altro che questa sua politica ha dato un contributo e ha avuto un ruolo di ispirazione nei confronti della politica di Riforma in Cina.

 

D: Passando alla struttura attuale dell’economia cinese, vorrei chiederle quale rapporto intercorre tra Stato e Mercato in Cina? Qual’è il ruolo e il peso del settore pubblico, di quello collettivo e di quello privato all’interno dell’economia cinese?

 

“Partire dalla propria realtà e provare ad esplorare e ricercare nuovi mezzi”.

 

L’esempio dell’economia di mercato socialista cinese è proprio questo: consideriamo il mercato come un mezzo, come uno strumento. E questo strumento può essere utilizzato dai capitalisti ma anche dai comunisti.

 

Il mercato può essere uno strumento per migliorare l’allocazione delle risorse e per aiutare lo sviluppo economico.

 

Certo noi sappiamo che l’economia di mercato ha anche dei suoi intrinseci difetti: ad esempio se i soggetti principali dell’economia di mercato, ovvero le imprese o gli individui, guardano più ai loro interessi particolari e ai guadagni e meno alle responsabilità sociali e allo sviluppo in generale e alla collettività, in questo caso la manifestazione di questi difetti diventa evidente.

 

E’ tenendo conto di queste caratteristiche dell’economia di mercato e dei suoi difetti originari che dobbiamo orientare il ruolo di regolamentazione macroeconomica dello stato.

 

Da una parte si deve utilizzare la funzione del mercato, dall’altro rafforzare il ruolo dello stato.

 

Lo stato deve stabilire delle regole e la loro attuazione pratica per garantire una pari concorrenza tra gli operatori economici.

 

Il governo nella sua propria funzione deve fornire dei beni pubblici, come infrastrutture, servizi, assistenze e garanzie sociali.

 

Per garantire questa funzione di controllo e regolamentazione da parte dello stato, un altro aspetto importante del socialismo alla cinese è la proprietà statale dei mezzi di produzione o di quella parte che è controllata dallo stato, e noi dobbiamo persistere sempre su questa funzione e sul ruolo di questa parte di proprietà.

 

In Cina quella parte statale o di controllo statale dei mezzi di produzione deve essere sempre il soggetto principale dell’economia cinese e deve inoltre avere un ruolo principale per garantire l’economia nazionale.

 

Infatti durante la riforma del sistema economico e dell’introduzione dell’economia di mercato socialista quella parte di economia privata o di capitali stranieri ha avuto un grande sviluppo. Ma allo stesso tempo anche quella parte statale dell’economia, sia dal punto di vista del suo peso globale, sia dalla parte dei ricavi e delle vendite, ha avuto un parallelo e significativo sviluppo.

 

Per esempio oggi l’economia statale o quella parte a controllo statale nei settori fondamentali dell’economia cinese, come ad esempio nei settori che riguardano la sicurezza dell’economia cinese, ha tutt’oggi un ruolo principale. Settori quali ferrovie, trasporti, aviazione civile, telecomunicazioni, assicurazioni, banche, petrolchimica, settore energetico ed elettrico.

 

(Nota del redattore: In Cina le grandi imprese statali e quelle pubbliche di proprietà dell’amministrazione pubblica ai vari livelli, producono la maggior parte dell’output economico annuale(P.I.L.), e le loro produzioni non sono limitate ai settori strategici ma spaziano dai servizi ai beni di consumo. Aziende come la Lenovo, Haier, Tcl, sono forse tra le più note anche in Europa).

 

E grazie alla riforma di queste imprese statali il loro livello di efficienza ha avuto un grande aumento.

 

Un esempio dell’aumento dell’efficienza e della capacità di crescita di queste imprese è dimostrato dal fatto che nel 1989 la Bank of China come impresa statale è entrata nella classifica delle 500 maggiori imprese del mondo.

 

L’anno scorso, da statistiche appena pubblicate, risulta che le aziende cinesi in questa classifica sono diventate 35, tutte imprese statali di grandi dimensioni.

 

Invece tra le prime dieci del mondo si trovano ben tre imprese cinesi.

 

Al secondo posto nel mondo, per la tecnologia petrochimica, c’è la Petrochina, al quarto posto la Bank of China, al quinto China Mobile.

 

Inoltre per affrontare la crisi finanziaria mondiale la Cina ha adottato una serie di misure che sono collegate, anche come investimenti e commesse pubbliche, alla funzione del ruolo di regolamentazione macroeconomica attuato dal governo tramite le imprese statali di grandi dimensioni.

 

Condizioni di lavoro

 

D: In Occidente i media criticano molto le condizioni di lavoro applicate in Cina. Quanto si lavora mediamente in Cina? Qual’è il salario medio? Potrebbe fornirci qualche informazione in più al riguardo?

 

Il salario

 

Negli anni 50 e 60 del secolo scorso in Cina il salario mensile era piu’ o meno di 50 yuan al mese.

 

Dopo la fine della Rivoluzione Culturale invece il salario cinese ha avuto un continuo aumento.

 

Nei primi anni ’80 variava da 100 a 200 yuan al mese, sicuramente non superava i 300 yuan.

 

Poi pian piano con la continuazione della politica di Riforma e dello sviluppo economico, il salario dei lavoratori ha conosciuto un aumento molto evidente.

 

Se calcoliamo il reddito disponibile pro capite a livello annuale per la popolazione dell’area urbana, nel 1949 questo era di meno di 100 yuan all’anno. Nel 2008 è aumentato a 15.781 yuan. Un aumento di 18.5 volte (trattenuti gli elementi di rialzo dei prezzi). Significa che in sessant’anni l’aumento medio annuale è stato del 5.2%. In Cina esiste inoltre un salario minimo a livello di Provincia. In alcune città più sviluppate, come per esempio Jinan nella provincia dello Shandong, il salario mensile minimo è attualmente di 760 yuan al mese. Nella regione autonoma del Xinjiang è ancora più alto, 800 yuan. Nel capoluogo della provincia autonoma del Ningxia invece è molto più basso, solamente 350 yuan al mese. Nel 2010, più di 20 province hanno aumentato il salario minino di più del 20%.

 

Nelle campagne è un po’ più basso, ma molti lavoratori delle città provengono dalle campagne e anche a loro si applica il livello salariale minimo urbano.

 

Per quanto riguarda l’orario di lavoro in Cina, esso è fissato per legge a 8 ore al giorno 5 giorni alla settimana, per un totale di 40 ore.

 

Gli straordinari hanno un pagamento maggiorato, e il salario per i giorni festivi è il doppio di quello dei giorni feriali.

 

Nelle grandi imprese o joint ventures straniere le condizioni di lavoro sono migliori che nelle piccole e medie imprese private.

 

Anche nelle joint ventures di dimensioni medio piccole le condizioni di lavoro sono molto decenti.

 

Esistono dei regolamenti, degli standard nazionali sulle condizioni di lavoro, ma la responsabilità del controllo dell’applicazione di questi standard compete ai governi locali.

 

Tuttavia in generale possiamo dire che le condizioni di lavoro stanno migliorando man mano.

 

Questo non esclude che in alcune imprese private o in alcune imprese straniere, per ottenere dei guadagni maggiori, si verifichino dei casi di violazione di queste norme. Il controllo e la sanzione di questi casi è di competenza dei governi locali, ma anche i sindacati dei lavoratori e i media hanno un ruolo importante per quanto riguarda il controllo e la denuncia delle violazioni.

 

Per salvaguardare meglio i diritti dei lavoratori abbiamo introdotto di recente una nuova legge sul lavoro e sul contratto lavorativo.

 

Nella redazione di questa legge sono state chieste consulenze ai rappresentanti del sindacato per garantire la salvaguardia dei diritti dei lavoratori cinesi.

 

Di questa nuova legge sul lavoro si è parlato e scritto molto anche in Occidente.

 

Si tratta di una legge importante per la difesa dei diritti dei lavoratori.

 

Anche per quanto riguarda l’assistenza in termini di sussidi e garanzie sociali, negli ultimi anni la situazione è migliorata molto.

 

D: Per quanto riguarda invece lo stato sociale, quali passi separano ancora la Cina dal traguardo della costituzione di un sistema sociale integrale, (simile al welfare state dell’Europa continentale)?

 

STATO SOCIALE E PENSIONI PER I CONTADINI

 

(Ndr. Negli anni 60 e 70 il sistema della danwei, o unità produttive, garantiva il lavoratore cinese “dalla culla alla tomba”, e la stessa azienda forniva la pensione e l’assistenza sanitaria ai suoi ex dipendenti. Ma i livelli erano bassissimi, al limite della sussistenza, e l’assistenza sanitaria era di livello arretrato. Con i cambiamenti verificatisi con l’introduzione della politica di Riforma e Apertura è cambiato tutto, e il sistema da locale è diventato nazionale. E tuttavia negli anni ottanta e novanta, e in questi primi dieci anni del nuovo millennio, anche in questo settore si è verificata una fase di transizione che non si è ancora conclusa).

 

Huang: La Cina è ancora un paese in via di sviluppo, quindi la sua capacità economica e finanziaria non è molto forte, ma negli ultimi anni, ci siamo impegnati molto nella costruzione di uno stato sociale iniziale. Abbiamo già utilizzato molte risorse per questo progetto.

 

Nel 2008 abbiamo introdotto un sussidio minimo per i cittadini urbani e le famiglie più povere, e oggi 23 milioni di persone hanno già ottenuto queste indennità minime. Nelle aree rurali invece 43 milioni di persone hanno ottenuto questi sussidi.

 

Alla fine del 2008 ci sono già più di 208 milioni di lavoratori che hanno partecipato ai contributi previdenziali di anzianità.

 

Rispetto all’anno 1989 questo numero di partecipanti è aumentato di 170 milioni.

 

Anche l’assistenza sanitaria e le indennità di disoccupazione, per gli infortuni sul lavoro, e per la maternità, coprono un numero sempre più esteso di lavoratori.

 

In prospettiva futura tutti i lavoratori devono essere coperti da questi contributi e questi tipi di assistenza.

 

Per quanto riguarda invece la condizione di coloro che sono già andati in pensione, il governo ogni anno aumenta i finanziamenti per elevarne il livello. Negli ultimi tre anni c’è stato un aumento di più di 100 yuan al mese.

 

Passando alla condizione nelle campagne, nell’assistenza sociale per i contadini possiamo dire che lo stato ha fatto molto in questi anni.

 

Alla fine dell’anno 2009 i contadini in tutta la Cina coperti dalla nuova pensione di anzianità contadina erano già 55 milioni. Si tratta di una una misura relativamente nuova, presa a partire dal 2009, che prevede una pensione di anzianità per chi ha fatto il contadino, che puntiamo ad estendere ad un maggior numero di persone.

 

Si tratta di un nuovo sistema previdenziale previsto per chi nell’arco della sua vita ha lavorato la terra, e quindi figurava come lavoratore autonomo concessionario di un lotto di terreno agricolo.

 

Per partecipare a questo sistema pensionistico i contadini pagano un contributo e quando arrivano all’età di 60 anni, possono accedere ad una pensione.

 

Questa è una fase di sperimentazione che riguarda circa il 10 percento delle campagne, e il nostro obiettivo è quello di estenderlo al 90 percento restante delle campagne cinesi.

 

IL SISTEMA SANITARIO CINESE

 

In Cina stiamo cercando di creare un sistema sanitario in tutto il territorio nazionale.

 

Nel 2020, tra dieci anni, l’idea di una vita confortevole e generalizzata dovrà coprire tutti i settori, a partire dalla condizione di vita di operai e contadini.

 

In Cina stiamo riformando il sistema ospedaliero-sanitario nel suo complesso.

 

In due anni il governo cinese pensa di finanziare 850 miliardi di yuan per la riforma del sistema sanitario e ospedaliero.

 

L’obiettivo di questa riforma è semplice: garantire che tutti i cittadini cinesi possono andare in ospedale, e che quando ci vanno possano pagare di meno.

 

Avere una struttura sanitaria ospedaliera più completa e diffusa sia nelle aree rurali che in quelle urbane è un altro obiettivo.

 

Soprattutto per la struttura di base: ospedali di quartiere e ambulatori di campagna.

 

Questi saranno le linee di direzione dei prossimi anni nello sviluppo del sistema sanitario.

 

Rispettando due funzioni, prevenzione e cura delle malattie.

 

Questo è un compito importante per noi.

 

D: Come funziona il sistema attuale?

 

Huang: Come dicevo è basato su un sistema assicurativo, che prevede un contributo da parte dei cittadini grazie al quale essi hanno diritto al rimborso di una percentuale delle spese sanitarie, che si aggira attorno al 70-80 percento circa. Alcune imprese o società possono arrivare a fornire anche il 90 percento del rimborso.

 

In campagna il contributo che si paga è una quantità molto bassa e quindi la percentuale di rimborso è più bassa.

 

Il rimborso come tetto massimo per i residenti in campagna non supera i 150.000 mila yuan.

 

Comunque questa percentuale di rimborso è destinata ad aumentare con l’aumento dei fondi da parte del governo.

 

Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria nelle campagne, tre anni fa abbiamo iniziato ad introdurre un tipo di assistenza sanitaria denominata “Cooperativa sanitaria di nuovo tipo”. All’anno scorso la percentuale di persone nelle campagne che partecipa a questo tipo di assistenza sanitaria è arrivata all’81%, cioé è un piano di fatto completato, ad un livello superiore a quello che ci aspettavamo.

 

Attualmente i fondi non sono molti ma permettono di garantire a tutti un livello minimo di assistenza. Al livello attuale ogni anno il governo centrale paga per ogni persona 40 yuan, il governo locale 40 yuan, e il lavoratore altri 20 yuan nella costituzione di questo tipo di fondi, che poi vengono utilizzati per pagare le spese.

 

Nel 2007, quando è iniziato questo tipo di esperienza sanitaria cooperativa, il governo centrale e quello locale mettevano ciascuno 20 yuan e la singola persona 10 yuan in questi fondi. Nel prossimo anno tuttavia questi fondi aumenteranno, il governo centrale e quello locale metteranno ciascuno 50 yuan a testa e l’individuo 40 yuan.

 

I redditi e il tenore di vita da allora sono enormemente migliorati.

 

D:Quali sono i principi della politica abitativa cinese e come viene realizzata?

 

LA POLITICA ABITATIVA.

 

Huang: a livello di metri quadrati pro capite, per i cittadini che vivevano nelle aree urbane nel 1949, la superficie abitativa pro capite era di 4.3 mq a testa. Nel 1985 era cresciuta a 8.6 mq. Nel 2008 è arrivata a 23 mq a persona.

 

Nelle aree rurali nel 1978 era di 8.5 mq a testa. Nel 2008 è arrivato a 32,4 mq.

 

La politica abitativa in Cina si sviluppa in questo senso: da una parte ci sono case costruite in ambito di mercato, e vendute come qualsiasi altra merce.

 

Poi c’è un’altra fetta di case dette economiche, con prezzi un po’ più bassi, destinate a cittadini con guadagni medi.

 

Un altro tipo ha un prezzo ancora più basso e controllato, destinato a chi ha un reddito ancora più basso.

 

Poi vi sono quelle popolari ad affitto ribassato e controllato.

 

Ma questa parte di appartamenti popolari in futuro è destinata a crescere. Per affrontare la recessione mondiale infatti il governo ha già costruito più di un milione di appartamenti di questo tipo.

 

In generale vi saranno questi due canali principali, quelle private di mercato e quelle vendute a prezzo calmierato o quelle popolari ad affitto bassissimo. Il governo aumenterà questa seconda parte, ovvero quelle vendute a prezzo calmierato e quelle popolari nei prossimi anni, rispetto a quelle vendute a prezzo di mercato.

 

D: Qual’è la situazione nelle campagne cinesi? Con quali provvedimenti intendete migliorarla?

 

LA SITUAZIONE NELLE CAMPAGNE CINESI

 

Lotta alla povertà e abolizione della tassa sulla terra

 

Huang: La Riforma cinese è iniziata proprio nelle campagne, con la politica di assegnazione in concessione dei lotti di terreno alle unità familiari. Questa politica ha suscitato in grande misura lo spirito di iniziativa dei contadini, ed è grazie a questa politica che il reddito dei contadini ha conosciuto un miglioramento evidente.

 

Non ha soltanto permesso l’aumento del livello del reddito, ma risolto una grave questione: la carenza di cereali, degli alimenti, che è perdurata a lungo prima dell’introduzione della politica di Riforma nel 1978.

 

In questi 30 anni di Riforma in Cina 250 milioni di contadini si sono affrancati da una condizione di povertà, e questo è un grande contributo alla lotta contro la povertà nel mondo. Senza questo contributo il bilancio complessivo della lotta alla povertà a livello mondiale sarebbe negativo.

 

Tuttavia in Cina, con un territorio così esteso, esistono ancora delle aree, in montagna o nella parte occidentale del paese, dove c’è una condizione meno sviluppata, anche a causa di mancanza di infrastrutture.

 

Queste differenze di sviluppo esistono non solo tra città e campagna, ma anche tra le diverse zone rurali.

 

Per promuovere lo sviluppo delle campagne, soprattutto di quelle delle regioni centro-occidentali, il governo ha adottato una serie di misure.

 

Innanzitutto un aumento dei finanziamenti alla costruzione di infrastrutture nelle campagne, per esempio nell’investimento nelle opere di progetti idrici, costruzione di strade, vie di comunicazione, telecomunicazioni, rete elettrica, istruzione pubblica. Ora nelle campagne si applicano i 9 anni di istruzione obbligatoria. In precedenza il sistema già esisteva nelle città, ma ora siamo riusciti ad esportarlo in campagna e oggi il 99 percento dei bambini in età scolare sono inseriti in questo sistema, il che assicura tassi di alfabetismo di livello di un paese sviluppato. Sempre in ambito di istruzione vengono forniti anche dei finanziamenti, agevolazioni e borse di studio anche dopo questi nove anni di istruzione. Aiuti per le famiglie più povere, ecc…

 

Un’altra misura fondamentale, di cui si è parlato molto dentro e fuori la Cina, è l’esenzione totale della tassa sulla terra agricola. Queste imposte sono esistite per migliaia di anni, a partire dall’epoca feudale, e non erano mai state abolite. Anche dopo la fondazione della Repubblica Popolare, la Cina rimaneva inizialmente ancora un paese agricolo, per cui queste imposte non potevano essere eliminate perché costituivano la base principale del sistema fiscale di tassazione. Solo dal 2005 si è iniziato a ridurle e sono state completamente eliminate a partire dal 2007. Si trattava di imposte basate sull’estensione del terreno agricolo dato in concessione alle famiglie.

 

MISURE ANTICRISI E GRANDE POLITICA DI SVILUPPO DEL CENTRO OVEST

 

Anche in questo pacchetto contro la crisi economico-finanziaria il governo ha dato molta attenzione agli aiuti e ai finanziamenti alle campagne. Per esempio finanziamento per la costruzione di case ai contadini, costruzione di strade, sicurezza idrica e idrogeologica, costruzione di piccoli centri per la produzione di gas proveniente da biomassa.

 

E’ ormai da dieci anni che ci muoviamo su queste linee, a partire dal 1999, quando si decise di avviare la la “grande politica di sviluppo del centro ovest”(un grande piano di investimenti infrastrutturali e sociali delle regioni centroccidentali della Cina, ndr). In questi dieci anni più del 70 percento dei trasferimenti del governo centrale sono stati infatti indirizzati alle regioni del Centro e dell’Ovest della Cina. Ciò rappresenta un grande sostegno alla crescita di quelle parti del centro ovest del Paese.

 

Oggi lo sviluppo economico cinese è entrato in una fase, come detto nel documento del diciassettesimo Congresso del Partito, in cui, con lo sviluppo di industria e terziario, la capacità di finanziamento del governo centrale e la capacità di spesa della popolazione cinese è aumentata enormemente. Il nostro programma prevede che industria e terziario possono e debbano ritornare ad aiutare lo sviluppo dell’agricoltura.

 

D: Quali sono i cardini della politica demografica cinese, in particolare verso le minoranze etniche?

 

POLITICA DEMOGRAFICA

 

Huang: La politica demografica cinese esiste da alcuni decenni, ma si è sviluppata soprattutto a partire dagli anni ’70 dello scorso secolo. Con questa politica di pianificazione familiare la crescita della popolazione cinese è in un certo modo tenuta sotto controllo. Senza questa politica oggi ci sarebbero 200 milioni di cinesi in più.

 

Con questa politica tra l’altro si è ottenuto l’effetto di un mancato aumento del consumo di energia, di materie prime, ma essa ha anche permesso di migliorare la qualità della vita del popolo cinese.

 

Questa politica va mantenuta almeno per i prossimi dieci anni.

 

Certo con l’evoluzione demografica certe misure concrete possono anche essere modificate e alcune lo sono già.

 

Per esempio adesso in città se una coppia è costituita da due figli unici a loro è consentito avere due figli. Infatti quelli che fanno bimbi oggi sono quelli nati negli anni 80, che erano già tutti figli unici e quindi anche in città possono tutti fare il secondo figlio.

 

In campagna la situazione è un po’ diversa. Per molto tempo se il primo figlio era una femmina era consentito fare un secondo figlio, e questo per scoraggiare gli infanticidi di bambine. Al secondo figlio comunque non si applica nessuna multa nemmeno in campagna.

 

Al terzo o al quarto figlio si applicano delle multe in denaro. D’altronde molte coppie, se i primi due figli sono entrambe femmine, e proprio desiderano avere un figlio maschio, generalmente fanno comunque un terzo figlio anche a costo di pagare la multa.

 

Questa politica di pianificazione familiare è duttile, evita rigidezze, e si sta dimostrando anche in linea con le esigenze di uno sviluppo sostenibile di fronte ai fenomeni di cambiamento climatico e al surriscaldamento del pianeta.

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RISPOSTA AD ANDREA CATONE

Ripreso da http://www.lacinarossa.net

31 agosto 2010

UNA RISPOSTA AL COMPAGNO CATONE

Caro Andrea,

ho letto con estremo interesse le acute osservazioni sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento, contenute nella tua lettera del 19 agosto.

1) Il primo punto di dissenso tra di noi riguarda il ruolo assunto storicamente dalle forze produttive, dovuto anche a un involontario fraintendimento che emerge nel tuo scritto rispetto alle mie opinioni su questa materia.

Più volte, nella parte del libro “Logica della storia…” che ho elaborato in prima persona, ho infatti ripetuto che senza un determinato livello di sviluppo delle forze produttive (ivi compreso l’uomo sociale e le sue conoscenze), raggiunto in Medioriente attorno al 9000 a.C., non si sarebbe potuto formare sia un plusprodotto/surplus costante ed accumulabile che lo stesso effetto di sdoppiamento: senza la presenza di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive sociali, nessuna “era del surplus”, come emerge a pag. 60 del libro “Logica…”, e di conseguenza nessun effetto di sdoppiamento.

Fin dal 2009 e un anno prima del libro con Costanzo Preve, ho ribadito come la teoria dell’effetto di sdoppiamento abbia alla sua base un presupposto materiale fondamentale, e cioè la produzione di un surplus costante ed accumulabile con relativa facilità, aggiungendo in seguito (pag. 60 della “Logica….”) che se per assurdo, se “per un’arcana magia nera la pratica produttiva… perdesse la sua “magica” capacità di produrre un’eccedenza stabile, costante…,  l’effetto di sdoppiamento sparirebbe simultaneamente ed immediatamente…”.

Anche se sono sicuramente l’autore dello schema dell’effetto di sdoppiamento, divento responsabile solo ed esclusivamente delle affermazioni/tesi che ho espresso in prima persona sulla teoria in via di esposizione ed elaborazione.

Chiarito l’equivoco, va sottolineato da parte mia come le forze produttive ed il loro livello di sviluppo giochino sicuramente un ruolo decisivo nel processo complessivo di sviluppo storico: solo che, a partire dal 9000 a.C., esse lo svolgono proprio creando e riproducendo costantemente un gigantesco e continuo campo di potenzialità (positivo-negativo) per la nostra praxis collettiva, in primo luogo di carattere politico-sociale.

Sussiste un dissenso con le tesi espresse da Marx nel 1859, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, su questa complessa tematica?

Certo, ma anche il Marx del 1881 e della lettera a Vera Zasulich risultava in dissenso oggettivo con le sue tesi precedenti del 1859, proprio in un testo meraviglioso (tenuto nascosto non a caso da Plechanov e dai menscevichi per quattro decenni, pubblicato solo con Stalin al potere nel 1924) che stranamente non prendi mai in considerazione nel tuo stimolante scritto.

Quale Marx selezionare, dipende solo ed esclusivamente dalla pratica storica e dalle sue risposte: il Marx determinista del 1859, a mio avviso, è superato da quello “sdoppista” del 1881 non certo per l’eonica fase paleolitica, nella quale poté affermarsi solo ed esclusivamente il comunismo primitivo, ma invece per quella successiva al 9000aC: per l’era del surplus/plusprodotto, che dalla  Gerico neolitica continua fino ai nostri giorni.

 

2) Nella pratica storica complessiva rientra sicuramente il periodo compreso tra il 9000 a.C. ed il 3900 a.C., con la correlata rivoluzione neolitica e calcolitica (Ubaid). Ma proprio a questo punto si apre una sorta di “buco nero” nel tuo processo di critica, Andrea: vi fai riferimento infatti solo per affermare che “il passaggio all’agricoltura ed all’allevamento” è  secondo il sottoscritto “una data essenziale di svolta nella storia dell’umanità”, mentre tu invece non “possiedi le competenze” per affrontare il tema.

 

Vista l’importanza che va giustamente attribuita al processo di sviluppo delle forze produttive, ovviamente mi sono dilungato sul centrale processo di genesi dell’”era del surplus”, creata via via dalla comparsa di agricoltura ed allevamento, oltre che dalla ceramica, protourbanesimo e fusione metallurgica di rame ed argento.

 

Ma proprio l’inizio dell’epoca del surplus ha determinato delle conseguenze socioproduttive e politico-sociali di portata planetaria su cui ti soffermi solo fugacemente, e solo per criticare un (presunto) metafisico “principio generale-eterno di “sdoppiamento” tra “collettivismo” e classismo, tra “linea rossa” e “linea nera”, angeli “e diavoli”…

 

Di sfuggita rilevo che se l’effetto di sdoppiamento si è sviluppato solo a partire dal 9000 a.C., esso non è certo eterno e non si riproduce sicuramente dai tempi del Big-Bang, mentre del resto a pag. 82 del libro “Logica…” avevo già sottolineato che tale teoria si applica solo ad “una sezione temporalmente limitata, anche se assai interessante” del processo di sviluppo del genere umano.

 

Il punto centrale, tuttavia, rimane l’assenza di analisi concreta nella tua esposizione rispetto agli splendidi cinque millenni compresi tra il 9000 ed il 3900 a.C.

 

Non parlo di “angeli e demoni” metafisici alla Dan Brown, infatti, ma di protocittà, culture e donne/uomini concreti e reali, che hanno creato via via la collettivistica. Descrivo la concretissima  Gerico “rossa” del 8400 a.C. e l’alternativa, protoclassista Nevali Cori, la collettivistica Ubaid e la classista società teocratica dei sumeri, e via elencando.

 

Processi concreti, Andrea: uomini e donne in carne ed ossa; alternativi rapporti (concreti e reali) di produzione e distribuzione. Fatti testardi (Lenin), in ultima analisi.

 

Il solo “fatto”che tu quasi non prenda in esame il luogo ed importante periodo neolitico-calcolitico non mi sembra dovuto al caso: la coesistenza plurimillenaria tra “linea rossa” e “linea nera”, durante il lunghissimo periodo neolitico e calcolitico ed a parità (come minimo) di sviluppo qualitativo delle forze produttive, costituisce infatti uno degli “enigmi della Sfinge” (pag. 81 della “logica…”) che mettono in crisi irreversibile la “vecchia concezione del materialismo storico” e portano a preferire una sua variante, la “nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento”, per utilizzare la tua terminologia. Di fronte ai cinque millenni di storia in oggetto, non basta assolutamente criticare un (presunto) “principio generale-eterno” metafisico, senza affrontare le (reali) prove empiriche su cui si basa.

 

3) Sono assolutamente d’accordo quando tu affermi che “quella che noi stiamo vivendo è l’epoca storica dello scontro tra capitalismo e socialismo a livello mondiale”, del quale non è deciso “chi vincerà”. Ottimo…

 

“L’esito dello scontro non è assolutamente predeterminato e dipende da molti fattori, tra cui la direzione politica, l’organizzazione e la capacità di egemonia su larghe masse giocano un ruolo essenziale”. Eccellente, ben scritto ed elaborato…

 

“E non è affatto predeterminato che la fine del capitalismo… porti al socialismo/comunismo”. Niente da obbiettare, anzi….

 

Ma sorge subito un problema teorico, da queste tue (corrette) tesi.

 

Socialismo (linea rossa) contro capitalismo (linea nera)…

 

Lotta e coesistenza secolare tra capitalismo e socialismo…

 

Nessun esito predeterminato dello scontro mondiale…

 

Ruolo centrale della sfera politica, nel risultato (variabile e non scontato) della lotta planetaria…

 

Attenzione, Andrea: non ti può sfuggire come tali elementi socioproduttivi e sociopolitici rimandino anche alla mia teoria dell’effetto di sdoppiamento. Non è forse che, utilizzando la “categoria di transizione”, tu abbia scoperto in modo autonomo l’effetto di sdoppiamento almeno per quanto riguarda l’epoca contemporanea, successiva al 1917 (se non al 1770 ed alla rivoluzione industriale)? Dopo il neolitico-calcolitico, compare pertanto una nuova conferma dello schema esame, almeno a mio avviso, offerta involontariamente proprio dalle tue corrette osservazioni su questa importante materia.

 

4) Non sono invece d’accordo quando dimentichi una delle più importanti caratteristiche e lezioni della nostra epoca storica, “in cui lottano socialismo e capitalismo, con avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte reciproche”, secondo la tua stessa descrizione: e cioè la potenziale, ma costante reversibilità dei rapporti di produzione classisti-capitalistici in alternative relazioni di produzione socialiste, e (purtroppo) viceversa, sempre in presenza di una trasformazione (rivoluzionaria o controrivoluzionaria, a seconda dei casi) della dinamica dei rapporti di forza politici (politico-militari, nel grado di consenso dei lavoratori, ecc.).

 

Un processo “a due sensi di marcia” ormai innegabile, almeno dopo l’infausta caduta del muro di Berlino e gli eventi del 1989/91: ma che determina pesanti ricadute teoriche.

 

L’esperienza multiforme dell’ultimo secolo ha mostrato come, in una o diverse nazioni, il capitalismo possa essere rovesciato e sostituito dal socialismo (Russia ed ex-impero zarista del 1917-22, ecc.).

 

Ma ha altresì dimostrato anche l’esistenza del processo socioproduttivo inverso ed opposto.

 

Non si è verificato solo il caso-limite di Baku nel 1917/20, che ho descritto a lungo esclusivamente per la sua eclatante chiarezza: purtroppo si è assistito ad un lungo elenco di controrivoluzioni, le quali hanno distrutto i rapporti di produzione socialisti e riportato all’egemonia del processo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, partendo dall’Ungheria sovietica del 1919 fino ad arrivare al processo prolungato di restaurazione del capitalismo (selvaggio) di stato in tutti i paesi in precedenza membri del Patto di Varsavia, con la sua ossessiva “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

 

“Avanzate e ritirate” inevitabili, sembri affermare, in un processo su scala mondiale che “occorre misurare in termini di più generazioni”.

 

D’accordo, ma in ogni caso ti sfugge il dato centrale per la discussione in corso, e cioè che proprio i processi controrivoluzionari distruggono (tra altre, e più importanti cose…) la concezione propria del Marx del 1859 sui rapporti di produzione “determinati, necessari, indipendenti” dalla volontà dell’uomo, “corrispondenti ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”: distruggono e devastano ogni forma di determinismo storico.

 

Più concretamente e in modo provocatorio: nell’Unione Sovietica del 1990 i rapporti di produzione/distribuzione socialisti, ancora egemoni all’interno del processo di riproduzione della formazione economico-sociale sovietica, risultavano forse “rapporti determinati, necessari” (Marx 1859), corrispondendo in modo necessario ad obbligato all’allora esistente grado di sviluppo delle forze produttive sovietiche?

 

Se la risposta è positiva, non si riesce a capire come la presunta corrispondenza “necessaria” sia terminata solo dopo un anno, nel tragico biennio controrivoluzionario del 1991-92 e con il gigantesco processo di privatizzazione dei mezzi di produzione/ricchezze naturali avviato dal nucleo dirigente politico di Eltsin e Gaidar.

 

Se la risposta è negativa (e non può che essere negativa), si è costretti a dar ragione alla teoria dell’effetto di sdoppiamento quando sostiene che non sussistono dal 9000 a.C. dei rapporti di produzione “necessari” ed inevitabili, in virtù di un (presunto) dio delle forze produttive. Quando essa, in altri termini, ipotizza la riproduzione a livello potenziale sia di rapporti di produzione collettivistici che classisti, a parità di livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive; potenzialità che si trasformano in realtà concreta ed egemonica per la “linea rossa”, o viceversa per l’alternativa ed opposta  “linea nera”, a seconda dei rapporti di forza politico-sociali via via prevalenti caso per caso.

 

Se la risposta risulta negativa, in altri termini, si devono abbandonare le tesi deterministiche alla Marx-1859 sulla relazione tra forze produttive e rapporti di produzione, anche e soprattutto all’interno di società prevalentemente socialiste, contraddistinte da rapporti di produzione collettivistici tra l’altro considerati, anche dalla corrente ortodossa del marxismo ed a ragione veduta, come più avanzati e progressivi rispetto a quelli capitalistici almeno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

 

Non ho alcun dubbio sul fatto che il crollo dell’URSS e l’ormai prolungato (due decenni!) processo di restaurazione del capitalismo nell’area dello scomparso Patto di Varsavia abbiano fatto crollare per sempre non certo il marxismo/comunismo, ma viceversa la loro componente deterministica.

 

5) A un certo punto tu affermi che “il modo di produzione socialista stesso, fondato sui produttori associati” (Marx) non sarebbe “pensabile senza il fondamentale salto di qualità prodotto dalla rivoluzione industriale borghese”.

 

Tralasciando piccoli particolari per cui il “modo di produzione socialista”, pre-industriale ed antecedente alla scoperta della macchina a vapore, si era riprodotto per milioni di anni tra i cacciatori-raccoglitori (anch’essi “produttori associati”) del paleolitico, oltre che per migliaia di anni tra le culture collettivistiche del neolitico e calcolitico (anch’esse, da Gerico in poi, formate da “produttori associati”), tu adotti e fai propria in modo implicito la “tesi dell’incapacità”: e cioè la presunta incapacità della tendenza collettivistica (“la linea rossa”), emersa durante il neolitico, nell’innescare e favorire, più o meno direttamente, dei salti di qualità in campo tecnologico-produttivo all’interno del processo di sviluppo delle forze produttive sociali.

 

In effetti, secondo Marx ed Engels, il comunismo primitivo e pre-industriale non era in grado di accrescere il grado di maturità degli strumenti di produzione oltre una certa soglia, per suoi (presunti) limiti strutturali interni, diventando pertanto obsoleto e superato sia sul piano storico generale che rispetto alla possibilità di costruire la forza motrice del processo di liberazione del genere umano, la base socioproduttiva per sviluppare il futuro “socialismo dell’abbondanza” ed il comunismo del “a ciascuno secondo i suoi bisogni “.

 

Marx ed Engels espressero ripetutamente tali opinioni e tesi, ma il vero problema è se la loro concezione relativa alla (presunta) incapacità del collettivismo pre-industriale nel compito fondamentale di sviluppare continuamente le forze produttive sia corretta, veritiera e corrisponda alla reale dinamica storica.

 

La risposta è negativa. Per effetto di dati di fatti empirici che non potevano essere assolutamente utilizzati da Marx ed Engels, perché conosciuti ed accumulati dai ricercatori storici e dagli archeologi dopo il 1883-1895 e dopo la morte dei due grandi scienziati rivoluzionari, la “tesi dell’incapacità” non può più essere sostenuta in alcun modo.

 

Primo fatto testardo ed inconfutabile. Nel 9000 a.C. e undici millenni or sono non esisteva ancora l’agricoltura, mentre nel 3900 a.C. essa si era ormai sviluppata e diffusa in Eurasia per lunghi millenni proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici e calcolitici.

 

La scoperta e utilizzo dell’agricoltura costituisce un momento assai importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, primo colpo demolitorio alla “tesi dell’incapacità”.

 

Secondo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora l’allevamento, mentre nel 3900 a.C. esso si era sviluppato e diffuso in Eurasia principalmente grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture e civiltà egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici (con l’eccezione significativa dei bovini e cavalli).

 

La scoperta ed utilizzo dell’allevamento costituisce un momento importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, secondo colpo alla “tesi dell’incapacità”.

 

Terzo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esistevano ancora agglomerati consistenti di abitazioni/strade, mentre nel 3900 a.C. il protourbanesimo si era invece ben sviluppato in Eurasia (con centri urbani sempre più grandi) proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

La scoperta del protourbanesimo costituisce un momento importante dello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. È dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì, con le ricadute sopra esaminate.

 

Quarto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la ceramica (se non tra gli Yomon giapponesi, cultura collettivistica allora ancora di tipo paleolitico), mentre nel 3900 a.C. essa si era sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico e dall’area siro-palestinese in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

 

Quinto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la metallurgia, mentre nel 3900 essa (a partire dalla fusione del rame) si era da tempo sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, dalla collettivistica proto città di “Catal Huyuk” in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

 

Sesto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il sistema d’irrigazione a solco del “campo lungo” (Mario Liverani), con l’utilizzo dell’aratro-seminatore ad imbuto e del falcetto in terra cotta, elementi introdotti su vasta scala dalla civiltà collettivistica degli Ubaid tra il 4300 ed il 4000 a.C.: innovazioni tecnologico-produttive che, utilizzate in modo combinato e cooperativo, permisero almeno la quintuplicazione (Liverani) della produttività della forza-lavoro agricola grazie alla “linea rossa” socioproduttiva egemone tra gli Ubaid, proprio in presenza e perfetta compatibilità con una cultura egemonizzata dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

Si tratta della seconda grande rivoluzione produttiva del neolitico, dopo la genesi rivoluzionaria e progressiva dell’agricoltura/allevamento/protourbanesimo,  la quale non si accorda certo con la “tesi dell’incapacità”.

 

Settimo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il processo di produzione di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile/conservabile con relativa facilità, mentre nel 3900 “l’era del surplus” si era invece ormai cristallizzata e consolidata in ampie zone dell’Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

Sette fenomeni e processi socioproduttivi di grande portata storica, Andrea, che risultano in aperta contraddizione con la “tesi dell’incapacità” (presunta…) dei rapporti di produzione collettivisti rispetto al compito storico di sviluppare  il livello qualitativo delle forze produttive sociali, durante tutto il periodo neolitico e calcolitico. Su questa tematica, pertanto, Marx ed Engels avevano torto, anche se senza alcuna colpa significativa e solo a causa di processi reali (da Gerico in poi) scoperti dopo il 1883/1895 e la loro morte.

 

I due giganti pertanto non potevano assolutamente conoscerli, ma noi contemporaneamente invece ci troviamo di fronte ad un’alternativa radicale:

 

–  ignorare i nuovi “fatti testardi”, conservando pertanto la validità della “tesi dell’incapacità” (presunta) della linea rossa neolitica nel favorire il processo di sviluppo delle forze produttive sociali , oppure  prendere atto delle più recenti scoperte storiche ed archeologiche (dal 1883 in poi, per intenderci) ed abbandonare una tesi ormai insostenibile.

 

Se si sceglie la seconda strada, lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento può servire da cornice teorica entro la quale collocare un materiale empirico ormai consolidato, consistente e proteiforme, da Gerico fino ad Harappa, dagli Ubaid fino alla cultura collettivistica cinese degli Yangshao, ecc.

 

Si potrebbe obiettare (come tu fai in parte, in fondo a pagina 3 della tua lettera): “ma anche se la linea rossa socioproduttiva è riuscita ad ottenere notevoli risultati durante il periodo neolitico-calcolitico, niente ci assicura che essa sarebbe riuscita a permettere ed accompagnare la grande Rivoluzione Industriale o la susseguente era dell’elettricità, la nuova epoca dell’informatica e quella della robotica, ecc. Sono processi reali di sviluppo delle forze produttive che vanno accreditate a merito del modo di produzione capitalistico, seppur con tutti i suoi limiti, catastrofi ed orrori”.

 

Dopo il 3900 a.C. la “linea nera” ha effettivamente occupato gran parte del pianeta, precludendo a priori e preventivamente all’alternativa tendenza socio produttiva (e politico sociale) di matrice collettivistica la possibilità di mostrare ulteriormente la sua reale potenza propulsiva, rispetto ai nuovi processi di sviluppo delle forze produttive sociali.

 

Il collettivismo agricolo-protourbanistico del 3900 a.C., di Ubaid o Yangshao, sarebbe riuscito ad innescare una dinamica capace di portare alla macchina a vapore, oppure all’elettricità/motori elettrici? Non lo sapremo mai, visto che la “linea nera” l’ha spazzata via dall’arena storica come protagonista principale (ma non ha potuto impedire la sua riproduzione sotto forma delle solidissime comuni rurali del m.p. asiatico e feudale, delle quali Marx con la lettera a V. Zasulich ammirò la capacità plurimillenaria di tenuta, in condizioni difficilissime e sottoposte al feroce sfruttamento dei “padroni del vapore” di quel tempo).

 

Rimangono tuttavia sicuri ed innegabili gli eccezionali progressi ottenuti dal genere umano in campo produttivo e tecnologico, dal 9000 al 3900 a.C. e grazie alla “linea rossa”.

 

Rimane innegabile il fatto che l’era del surplus sia stata generata e determinata dalla tendenza collettivistica del neolitico, non certo da quella (opposta ed alternativa) proto classista.

 

Rimane innegabile il fatto che “doni prometeici” quali agricoltura, allevamento, protourbanesimo, ceramica, opere idrauliche, fusione dei metalli e protoscrittura (civiltà balcanica di Vinca e Varna) siano arrivati al genere umano grazie ed attraverso società collettivistiche, e non certo classiste: grazie ed attraverso la “linea rossa”, non certo per un (inesistente) merito dell’alternativa “linea nera”.

 

Rimane innegabile inoltre il fatto che le società classiste pre-industriali abbiano utilizzato in modo vergognoso, anzi non-utilizzato, delle scoperte fenomenali in campo scientifico e tecnologico: nel capitolo ottavo del mio libro del marzo 2009 “I rapporti di forza” (www.robertosidoli.net) ho parlato a questo proposito di un “complesso di Erone” che ha gravato su di loro per più di cinque millenni, almeno fino al 1690 d.C.

 

Per riportare un solo esempio, la macchina a vapore non è stata certo inventata da Papin, Newcomen e Watt, ma dal grande scienziato greco-alessandrino Erone almeno sedici secoli prima di loro: tuttavia gli elaborati strumenti meccanici ideati da quest’ultimo, alimentati perfettamente dalla forza motrice del vapore, servirono solo ad “alimentare” dei… teatrini, finalizzati a divertire gli annoiati proprietari di schiavi di quel periodo.

 

Dei teatrini per divertire i ricchi: che spreco gigantesco ed insensato, Andrea…

 

Uno spreco enorme, peggiorato (se possibile) dal fatto che fino al 1570 nessuno si ricordò più dell’incredibile, iperpotente e potenzialmente liberatoria scoperta di Erone. Considerazioni quasi analoghe valgono anche per altre “bombe atomiche” tecnologiche (poco utilizzate/dimenticate) pre-Watt, quali le batterie e pile elettriche di Bagadad (2000 a.C., quattro millenni or sono), il disco di Festo, la scoperta del magnetismo da parte degli antichi greci e della loro società schiavistica (mai utilizzato per fini produttivi, anche solo in embrione), ecc.

 

Mi permetto pertanto di avanzare un’ipotesi ucronica almeno per una volta, un’ipotesi sul “e se…” non confermabile empiricamente: società collettivistiche come Yangshao o Ubaid, capaci di realizzare opere idrauliche assai avanzate e non superate sul piano qualitativo per circa cinque millenni, avrebbero utilizzato in modo come minimo migliore e più efficace la combinazione tra gli strumenti meccanici e l’energia a vapore elaborata già da Erone, il disco di Festo o le pile di Bagdad, anche perché al loro interno non vigeva una rigida separazione tra attività produttiva e sperimentazione (più o meno casuale) tecnologica, come invece nelle società classiste pre-industriali, oltre al dominio dei bisogni materiali delle classi privilegiate desiderose ad esempio di… teatrini per passare il tempo.

 

Supporta e sostiene questa ipotesi anche un altro processo reale, concreto ed innegabile: con la parziale eccezione sumera, le società protoclassiste e classiste che in Europa o Cina, in India o in Egitto, in Corea o in Africa sostituirono (o coesistettero) le precedenti civiltà classiste, non innescarono infatti alcun salto di qualità tecnologico e produttivo rimanendo, nel migliore dei casi, per millenni allo stesso livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive raggiunto in precedenza dalla tendenza collettivistica.

 

Le tribù nomadi-pastorizie, quali ad esempio i Kurgan, vinsero perché erano più forti sul piano militare e tecnologico-militare (domesticazione del cavallo, utilizzo di arco e frecce, una grande mobilità e capacità di concentrazione) la “guerra mondiale” del neolitico, ma non risultarono certo superiori nel campo dell’agricoltura e della ceramica, del protourbanesimo e della fusione dei metalli rispetto al loro antagonista, la “linea rossa” socioproduttiva (e sociopolitica) del periodo neolitico e calcolitico.

 

In estrema sintesi, non solo tra il 9000 a.C. ed il 3900 si svilupparono e coesistettero due alternative tendenze socioproduttive, ma quella più avanzata e progressista (anche, ma non solo) sul piano dello sviluppo delle forze produttive sociali risultò proprio quella “rossa” e collettivistica, gilanica e improntata dal culto matriarcale della Dea Madre.

 

Allora persero “i rossi”, certo, persero “i buoni”: che erano tuttavia anche i reali alfieri e le punte avanzate della dinamica di sviluppo della tecnologia e delle forze produttive.

 

La tesi dell’incapacità? Buttiamola alle ortiche, una volta per tutte.

 

Ritengo che quando  Marx aveva  dichiarato di “non essere marxista”, si riferisse principalmente al dogmatismo ed all’incapacità di utilizzare “il nuovo”, inteso sia come nuove esperienze rivoluzionarie (allora la splendida ed “immatura” Comune di Parigi del 1871, per fare un solo esempio) che come nuove scoperte storiche (allora le scoperte dello statunitense Morgan, o la riscoperta da parte di Marx della comune russa nel 1876/1881).

 

Il dogmatismo? Buttiamolo alle ortiche, una volta per tutte, oppure “il nuovo” verrà sempre utilizzato, deformato e strumentalizzato dai (proteiformi) Bertinotti di turno.

 

6) Per quanto riguarda invece la Cina contemporanea, mi sembra che tu sottovaluti enormemente le conseguenze teoriche che derivano (a favore della teoria dell’effetto di sdoppiamento) dalla simultanea coesistenza-lotta in Cina di (egemoni) rapporti di produzione collettivistici e di (secondari, seppur assai consistenti) relazioni di produzione capitalistiche: fatti testardi che fanno a pugni con il determinismo del Marx del 1859.

 

Per dirla chiaramente, Andrea, mentre la teoria dell’effetto di sdoppiamento si trova perfettamente a suo agio nel processo di analisi della NEP leninista e cinese, problemi insormontabili nascono invece rispetto a tali compiti per la teoria deterministica delle forze produttive: ad esempio quale settore, quello privato o quello pubblico, corrisponde in modo “determinato e necessario, (Marx 1859), al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive nella Russia sovietica post-Kronstadt, e nella Cina dopo la morte di Mao? Quale dei due?

 

7)Tu chiedi: “è una “linea nera”, quella del Lenin della NEP”? Come ho cercato di spiegare a pag. 196 della “Logica della storia…”, la NEP leninista (e quella adottata dai comunisti cinesi, a partire dal 1977/78) “prevedeva ad ammettere apertamente uno “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico” (e cinese…), ma simultaneamente Lenin (ed i dirigenti contemporanei del partito comunista cinese…) da buon comunista agiva ininterrottamente “per spostare via via i rapporti di forza nello sdoppiamento creatosi tra settore socialista e sfera capitalistica”, a favore della linea rossa.

 

Non è un particolare di poco conto, credo: nella Russia del 1921/28 come nel Cina del periodo compreso tra il 1978 e il 2010…

 

In conclusione le contraddizioni teoriche non mancano tra noi, ma (ed è il lato principale e decisivo) sento allo stesso tempo una comunanza profonda con le precise scelte di campo da te espresse, anche rispetto alla questione della natura sociale della Cina odierna.

 

Ricambiando la tua amicizia, ti saluto affettuosamente e ti ringrazio per il tuo lavoro di elaborazione e critica rispetto alla mia tesi dell’effetto di sdoppiamento.

 

Roberto Sidoli

 

29/08/2010

PARTITO COMUNISTA CINESE: QUASI 78 MILIONI DI ISCRITTI

 Ripreso da http://www.lacinarossa.net

Il compagno Wang Qinfeng, responsabile dell’Ufficio Organizzativo del Partito Comunista Cinese (PCC), ha annunciato il 29 giugno che il partito ha raggiunto un numero di iscritti, pari a quasi 78 milioni: 77.900.000, per l’esattezza.

Nel solo 2009 ben venti milioni di cittadini cinesi hanno manifestato la volontà di aderire al partito, e tra di essi sono stati reclutati due milioni di nuovi iscritti: tenendo conto anche degli aderenti alla gioventù comunista cinese, si arriva ormai alla cifra approssimativa di centocinquanta milioni di cinesi che hanno aderito, anche sul piano organizzativo, alla causa e agli ideali del socialismo e del marxismo.

Va anche notato che, sul totale di quasi 78 milioni di iscritti al PCC, circa 18,5 milioni (pari a quasi un quarto) sono giovani e di un’età inferiore ai 35 anni, mentre le cellule di azienda del PCC risultano ramificate e strutturate in ben 640.000 imprese del gigantesco paese asiatico, delle quali 438.000 sono di proprietà privata, autoctona o multinazionale.

Si tratta del più grande partito politico esistente sul pianeta e di un organizzazione che, pur tra tutte le sue contraddizioni,rivendica apertamente e continuamente la sua scelta di campo socialista e collettivistica.

Ad esempio proprio il 29 giugno del 2010 Li Changchun, un importante quadro del PCC, in un intervento subito ripreso dai mass-media cinesi ha rilevato con giustificato orgoglio che “le grandi vittorie ed i gloriosi risultati ottenuti nel lavoro di soccorso del terremoto” (quello avvenuto il 12 maggio 2008 nel Sichuan, che provocò tremendi danni e circa 80.000 morti) “e nel successivo processo di ricostruzione hanno dimostrato concretamente i vantaggi politici derivanti dalla forte leadership del PCC, come del suo principio guida di mettere sempre il popolo ed i suoi bisogni al primo posto”.

Inoltre Li Changchun ha sottolineato come la fase post-terremoto “abbia anche dimostrato la superiorità del socialismo con caratteristiche cinesi, che ha consentito alla Cina di concentrare con efficacia le risorse interne sui principali obiettivi del momento”.

Socialismo, “mettere il popolo al primo posto”, la forza crescente del PCC: elementi concreti su cui i comunisti occidentali ed italiani devono riflettere.

Fonti:

1)”China’s communist party members near 78 min”, 29/06/2010,in english.cpc.people.com.cn

2) “CPC official urges greater publicity for successful Sichuan quake relief” 29/06/2010,in english.cpc.people.com.cn

11° Incontro dei Partiti Comunisti e Operai

Ripreso da http://www.lacinarossa.net

19 dicembre 2009

Traduzione dall’inglese per http://www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Contributo del Partito Comunista Cinese

Signor Presidente, colleghi delegati:   E’ un onore per me e per tutta la nostra delegazione essere stati incaricati dal Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese a partecipare a questo Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai. Prima di tutto, mi sia concesso di esprimervi il cordiale saluto e gli auguri del nostro Ministro Wang Jiarui e dei suoi rappresentanti del dipartimento. Questo Incontro internazionale rappresenta per i partiti comunisti di tutto il mondo una importante tribuna per condividere informazioni, scambiare idee e tenere discussioni su determinate questioni. Finora, dieci conferenze si sono svolte con successo e oggi siamo qui riuniti a New Delhi per presenziare l’apertura dell’undicesimo Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai.   In secondo luogo, vorrei cogliere l’occasione per informarvi sullo sviluppo in Cina e dei recenti sforzi del PCC. La crisi finanziaria nata negli Stati Uniti lo scorso anno ha gravemente compromesso l’economia e il sostentamento dei paesi nel mondo. A causa del grave impatto della crisi, il 2009 è stato l’anno più difficile per lo sviluppo economico della Cina dall’inizio di questo secolo. Per affrontare la crisi e mantenere costante e rapida la crescita economica, il PCC e il governo cinese hanno tempestivamente adeguato le politiche macroeconomiche attraverso l’adozione di una proattiva politica di bilancio e una politica monetaria moderatamente tranquilla, e predisposto un pacchetto di piani per ampliare la domanda interna e promuovere la crescita. Per rilanciare la domanda interna e incrementare i mezzi di sostentamento delle persone è stato attuato un piano di investimenti su due anni per un importo totale di 4 miliardi di yuan [quasi 600 milioni di dollari, NdT], implicando quindi un notevole aumento della spesa pubblica. Politiche strutturali di alleggerimento fiscale sono state messe in atto apportando diversi tagli ai tassi di interesse per consentire la liquidità del sistema bancario e stabilizzare la domanda esterna. Un ampio programma di ristrutturazione e ammodernamento industriale è stato avviato per favorire l’innovazione e migliorare il risparmio energetico, la riduzione delle emissioni e la protezione dell’ambiente. Grandi sforzi sono stati compiuti per espandere il mercato interno, in particolare il mercato agricolo, stabilizzare lo sviluppo dell’agricoltura e aumentare il reddito dei contadini. Efficaci misure sono state adottate per riformare il sistema di sicurezza sociale al fine di garantire l’accesso ai servizi medici di base, la gratuità dell’istruzione obbligatoria, nonché locazioni a canoni accessibili nelle città e nelle campagne in modo che la popolazione possa essere libera da tali preoccupazioni.   Queste misure hanno avuto i primi effetti e hanno prodotto alcuni segnali positivi. Da gennaio a settembre, il nostro PIL è cresciuto del 7,7%, il volume delle vendite al dettaglio è aumentato del 15,1%, le entrate statali sono cresciute del 5,3%, mentre l’indice dei prezzi al consumo è sceso del 1,1%. Questi dati mostrano che il nostro consumo interno è robusto, la domanda per investimenti è in costante aumento, la società nel suo complesso è stabile e la situazione economica generale è in via di miglioramento. Le contromisure alla crisi adottate dalla Cina non solo hanno lavorato positivamente sull’economia cinese, ma saranno anche provvidenziali per l’economia della regione e in generale a quella del mondo.   Quest’anno ricorre il 60° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. Negli ultimi sessanta anni, il Partito Comunista e il popolo cinese sotto la sua guida hanno ottenuto gloriosi successi che hanno richiamato l’attenzione del mondo: la potenza economica e globale della Cina sono state enormemente potenziate e la Cina è diventata la terza economia più grande al mondo con un volume di scambi anch’esso al terzo posto della graduatoria mondiale. Il livello di vita in Cina è notevolmente migliorato con un PIL pro capite aumentato dai 35 dollari del 1949 ai 3.266 del 2008 e con una speranza di vita passata da 35 a 73 anni. Gli standard etici e morali della società cinese sono cresciuti. Ha preso forma un sistema giuridico socialista con caratteristiche cinesi. Costanti sforzi sono stati compiuti per promuovere lo stato di diritto e migliorare l’integrità culturale complessiva del nostro popolo. Il rapporto della Cina con il mondo ha subito cambiamenti storici attraverso i quali sempre maggiore attenzione viene riservata al nostro paese. Il destino della Cina e il destino del mondo sono sempre più strettamente connessi tra loro.   L’esperienza acquisita negli ultimi sessanta anni dimostra che nel corso della fase primaria del socialismo si deve sempre considerare lo sviluppo economico come un compito centrale, con le riforme e le aperture quali forze trainanti dello sviluppo economico complessivo, come di quello culturale e sociale, e occorre coltivare un sentimento di pubblica tutela. Dobbiamo portare avanti le riforme economiche e politiche e le riforme in altri settori per motivare l’intera popolazione con maggiore entusiasmo, spirito di iniziativa e creatività in modo da realizzare forme di giustizia ed equità sociale e colmare il paese di vitalità. Dobbiamo portare avanti la democrazia socialista, migliorare il sistema giuridico socialista, radicare lo stato di diritto e garantire la duratura stabilità del paese. Dobbiamo valorizzare e migliorare la formazione del partito, promuovere profonde campagne anti-corruzione e collegare maggiormente il Partito con il popolo. Alcuni partiti, a causa della mancanza di conoscenza delle condizioni nazionali cinesi, pensano che la Cina abbia abbandonato il marxismo e deviato dal percorso socialista. Alcuni inoltre definiscono il sistema cinese come un “capitalismo autoritario”. Queste accuse però non sono vere. Come tutti sapete, la Cina è un grande paese orientale con una economia e cultura relativamente arretrate. La Cina è e rimarrà per lungo tempo allo stadio primario del socialismo. Non ci sono riferimenti sui classici riguardo a come portare avanti il marxismo e sviluppare il socialismo nelle nostre particolari condizioni nazionali. Il PCC ha sempre sostenuto il marxismo come sua fondamentale guida ideologica, ha insistito per adeguare i principi fondamentali del marxismo alle condizioni cinesi e alle caratteristiche dei tempi e ha cercato di esplorare una nuova strada per la costruzione del socialismo. Le successive generazioni di dirigenti del PCC hanno messo in comune la saggezza di tutto il partito, attinto alle esperienze e agli insegnamenti di altri paesi e impostato un sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi. Nel corso della sua esplorazione, il PCC come partito al potere deve imparare da tutti i notevoli conseguimenti della civiltà umana, compresi i mezzi e i sistemi di gestione in grado di riflettere le leggi che regolano la moderna produzione sociale come il sistema economico capitalista di mercato. Tuttavia, questo non significa che stiamo perseguendo il capitalismo o con un’aspirazione ad esso. Al contrario, il nostro scopo è quello di migliorare, consolidare e sviluppare il socialismo. Sono convinto che l’esplorazione incessante dei comunisti cinesi, il loro successo nella costruzione di una Cina più forte non solo possa contribuire ad arricchire e sviluppare il marxismo, ma anche incoraggiare e ispirare i comunisti in tutto il mondo a fare riferimento al socialismo. Questo, credo, sarà un grande contributo per il movimento socialista internazionale.   Lo scorso settembre, si è svolta la Quarta sessione plenaria del 17° Comitato Centrale PCC, nella quale è stata adottata la “risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sul rafforzamento e miglioramento nella formazione del Partito” e misure concrete in tal senso sono state pianificate per affrontare il nuovo periodo. Le idee principali di questo documento sono le seguenti:   1. L’importanza di adeguare il Partito alla nuova situazione   Dopo essere stato al governo per 60 anni, il Partito Comunista Cinese è risultato essere la chiave di ogni successo ottenuto dal paese e la sua posizione dirigente deve essere fermamente sostenuta. In un mondo che sta attraversando una fase di grande sviluppo, di grande trasformazione e adattamento, la Cina si trova ora di fronte a una serie di circostanze e problemi nuovi. Il PCC si assume enormi, complessi e pesanti compiti portando avanti riforme e aperture e guidando la modernizzazione socialista. Pertanto, è imperativo per il Partito essere attento alle sfide che gli si pongono dinanzi, coraggioso nel battere nuove strade e compiere continui sforzi per migliorare.   2. Lezioni di base per la formazione del Partito    L’edificio ideologico e teorico deve essere messo al primo posto per consentire a tutti i membri di avere una migliore padronanza dell’essenza dei fondamenti del marxismo. Gli sforzi nella formazione del Partito devono essere integrati con la sua missione ultima in modo da garantirne la leadership, fondamentale per lo sviluppo socialista. Dobbiamo concentrare le nostre energie nel rafforzamento della capacità di governo del Partito e mantenere il suo carattere d’avanguardia in modo che il PCC sia sempre all’altezza dei tempi. Dobbiamo sempre tenere a mente che il PCC è pensato per servire gli interessi generali e ha il compito di esercitare il potere dello Stato per il popolo, e deve quindi mantenere stretti i legami con la popolazione. In aggiunta, il Partito deve abbracciare nuove idee e nuove prassi per migliorare la sua attività.   In ultimo ma per questo non meno importante, il Partito deve esercitare l’autodisciplina, essere severo con i suoi membri e migliorare la sua gestione.   3. Future attività della formazione del Partito nel nuovo periodo   Il PCC si edificherà nella formazione marxista e nell’accrescimento della sua coscienza ideologica e politica. Dobbiamo migliorare il centralismo democratico e ampliare la democrazia all’interno del Partito. Dobbiamo anche rendere più profonda la riforma dell’apparato e formare dei quadri di alto livello che siano maggiormente in grado di promuovere lo sviluppo scientifico e l’armonia sociale. In più, devono essere raddoppiati gli sforzi per rafforzare le sue organizzazioni di base con lo scopo di consolidarne l’organizzazione. Nel frattempo, è anche indispensabile per il Partito portare avanti il le buone prassi di lavoro e mantenere stretti legami con il popolo. Dobbiamo accelerare la costruzione del sistema di prevenzione e repressione della corruzione e intensificare la lotta contro di essa.   In ultimo, vorrei condividere con voi alcune mie personali opinioni ispirate al tema di questo incontro. Allo stato attuale, la crisi finanziaria globale non è ancora giunta al termine e sono ancora molti i rischi potenziali per l’economia mondiale. Molti politici e studiosi hanno compiuto analisi approfondite sulla crisi e fornito molte preziose osservazioni. Queste sono le mie idee sulla causa alla base di questa crisi e il suo impatto sul capitalismo globale.   Molti danno la colpa di questa crisi finanziaria ed economica mondiale, innescata dalla crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti, alla “rampante speculazione del mercato finanziario”, alla “concorrenza imperfetta” o agli “eccessivi prestiti” e si aspettano di far fronte alla crisi e giungere alla ripresa “regolando” il capitalismo. A mio parere, questa crisi non è diversa dalle altre che, nel corso della storia, sono state causate dalle contraddizioni interse al capitalismo. Crisi di questo tipo non possono essere sradicate e si ripeteranno periodicamente finché la proprietà privata del capitalismo e le sue intrinseche contraddizioni rimarranno invariate. Questo è il motivo per cui nello sviluppo del capitalismo abbiamo assistito al ripetersi del ciclo crisi-ripresa-crisi. La momentanea prosperità di alcuni periodi è in realtà il presagio di una nuova crisi. La crisi attualmente in corso ne è ulteriore testimonianza – Karl Marx ha ragione nel sua concezione riguardo il ciclo economico capitalista e rispetto al fatto che il modo di produzione capitalistico è destinato al fallimento.   Ma si può arrivare alla conclusione che il capitalismo morirà in questa crisi? La mia risposta è “no”. Quello che si può dire è che questa crisi velocizzerà la transizione dal capitalismo al socialismo. Ciò è dovuto al fatto che a partire dalla metà del XX secolo, con la nuova rivoluzione scientifica e tecnologica e l’adattamento del capitalismo, unitamente al pieno sviluppo economico seguito dall’espansione del capitale, il mondo capitalista ha vissuto un periodo relativamente stabile e prospero. Nei 360 anni successivi alla Rivoluzione borghese inglese, il mondo capitalista ha accumulato una grande esperienza nella gestione delle proprie crisi. Allo stato attuale, c’è ancora spazio per la crescita della produttività del capitalismo e la capacità di auto-regolazione del modo capitalistico di produzione non si è esaurita. La contraddizione propria del capitalismo è rappresentata da complesse forme di movimento che possono essere radicali una volta e tranquille un’altra. Come risultato, il socialismo impiegherà molto tempo per sostituire il capitalismo. Questo è anche contenuto nel pensiero marxista: “Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.” [Marx K. (1859), Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1979, dalla Prefazione, NdT].  Una corretta comprensione dello sviluppo del capitalismo ci può aiutare a raggiungere una visione scientifica della realtà e ad adottare le giuste politiche. Penso che dati gli attuali rapporti di forza, il capitalismo resterà più forte del socialismo per un certo periodo tempo e i paesi socialisti dovrebbero rapportarsi con i paesi capitalisti sia con la lotta che con la cooperazione per affilare i denti e ampliare il nostro spazio di sopravvivenza.   In conclusione, auguro a questa conferenza un completo successo.

Grazie!

http://www.resistenze.org – pensiero resistente – movimento comunista internazionale – 14-12-09 – n. 299

Hugo Chávez: La Cina socialista è una grande nazione.

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

12 ottobre 2009

Il compagno Hugo Chávez, in un messaggio inviato al presidente cinese Hu Jintao in occasione del 60° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, ha affermato che “in nome dello spirito rivoluzionario che ci unisce, ci congratuliamo con il popolo cinese e celebriamo la sua indistruttibile volontà di emergere come nazione libera e sovrana”.

Chavez ha anche sottolineato la sua “infinita ammirazione” a un evento che “incoraggia la rivoluzione globale” e che la Cina ha fornito un’ampia evidenza sul fatto che “non si ha bisogno di essere un impero ” (vedi Stati Uniti) “per essere una grande nazione”.

La Cina ha infine notato Chavez, “ci presenta il socialismo come una possibile e necessaria via per l’emancipazione dei popoli di tutto il mondo”.

“Cina, Venezuela Marching Towards Socialism” 1 ottobre 2009, http://www.presstv.com

1949: nasce la Repubblica Popolare cinese. 2009: la Cina è il nuovo centro del mondo.

 

 

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

17 settembre 2009

Di Sergio Ricaldone

Il 1949 è stato un anno cruciale della storia contemporanea.

Il 4 aprile, con la firma a Washington del Trattato Nord Atlantico (Nato), l’Occidente mette a punto la sua poderosa macchina militare anticomunista.  La guerra fredda contro l’URSS supera la soglia del conflitto ideologico e la Nato mostra al suo mortale nemico i suoi denti al plutonio.     Le bellicose intenzioni di fermare con qualsiasi mezzo, inclusa la bomba atomica, l’espansione delle idee comuniste e dei movimenti di liberazione antimperialisti erano già state annunciate dai kilotoni che quattro anni prima avevano incenerito Hiroshima e Nagasaki.

Dopo avere imbottito i propri servizi segreti e quelli dei paesi alleati con migliaia di gaglioffi nazisti riciclati, l’imperialismo americano sta velocemente scivolando nel maccartismo.   I fascisti al potere in Portogallo e Turchia diventano membri a pieno titolo della Nato.  Nella Spagna di Francisco Franco si tengono manovre militari congiunte con gli Stati Uniti.   Col dito sul grilletto il Pentagono scruta quel che succede a Berlino e lungo la frontiera dell’Elba, oltre la cosiddetta “cortina di ferro”.   Il nemico storico per antonomasia sta a Mosca ed è guidato da Giuseppe Stalin, il più  popolare tra i vincitori della seconda guerra mondiale.   E quel che è peggio ecco arrivare il 14 luglio l’annuncio che l’URSS ha sperimentato con successo il suo primo test atomico.   Si dissolve così il pesante ricatto nucleare antisovietico del dopo-Hiroshima.

La sconfitta del Kuomintang

E’ probabile che Washington si sia distratta o abbia sottovalutato quello che stava succedendo alcuni fusi orari più ad oriente di Mosca (più tardi MacArthur cercherà di rimediare alla distrazione proponendo il bombardamento atomico della Cina…)   E’ in quel contesto internazionale che la Lunga Marcia dei comunisti cinesi guidata da Mao, iniziata quindici anni prima, si avvia verso il suo trionfale epilogo.  Nel gennaio l’Esercito Rosso  libera Pechino e in aprile, in singolare coincidenza con il Congresso Mondiale dei Partigiani della Pace, anche Nanchino, capitale del regime nazionalista, viene liberata dall’Esercito rosso.   Infine , con la caduta del’ultima roccaforte, Chunking, il regime nazionalista di Ciang collassa e il poco che rimane si rifugia sull’isola di Formosa scortato dalla IV flotta americana.      Il primo ottobre dello stesso anno, con la proclamazione della Repubblica Popolare, viene sanzionata la vittoria della terza grande rivoluzione che ha segnato e cambiato il corso della storia mondiale moderna dopo quella francese del 1789 e dopo quella russa del 1917.

Gli anni della Lunga marcia

Dopo 15 anni la Lunga Marcia è conclusa.    Il lungo cammino dei centomila partigiani cinesi guidati da Mao per sottrarsi alla feroce repressione dei nazionalisti di Ciang Kai-shek era iniziato il 16 ottobre 1934 da Ruijin.  Dopo undicimila km. percorsi superando montagne e grandi fiumi e sostenendo durissimi scontri armati, il 19 ottobre 1935 raggiungono Yanan e qui i soppravvissuti si fermano.    Sono rimasti  solo in  ottomila ed è  l’inizio di una lunga epopea.   Si preparano politicamente e si formano militarmente per poter affrontare una “guerra popolare di lunga durata”.  Ma da quel pugno di uomini d’acciaio, “flessibili come il bambù”, nasce un esercito di operai e contadini sempre più grande che nello spazio di 15 anni saprà compiere imprese sbalorditive : prima resistendo ai ripetuti tentativi militari di annientamento del Kuomintang, poi nella dura lotta contro l’occupazione giapponese (magistralmente evocata da Katharine Hepburn nel vecchio film “La stirpe del drago”), e infine, terminata la seconda guerra mondiale, travolgendo e sconfiggendo per l’ultima volta i nazionalisti di Ciang sostenuti dagli americani.

Americani e giapponesi sostengono il Kuomintang contro l’Esercito Rosso

Per dissipare ogni dubbio sul sostegno offerto dall’imperialismo americano al loro alleato Ciang Kai-shek ricordiamo che fin dal giorno stesso della capitolazione del Giappone gli Stati Uniti agirono freneticamente per sottrarre al popolo cinese i frutti della vittoria.   Lo racconta nel suo libro, “Breve storia della Cina moderna” edito da Feltrinelli nel 1956, il giornalista inglese della Reuter, Israel Epstein, un testimone oculare che ha trascorso quasi tutta la sua vita in Cina, sia nelle zone controllate dal Kuomintang che in quelle liberate :   “Il primo passo fu l’ordine del generale Mac Arthur all’esercito giapponese in Cina di non arrendersi alle forze popolari, seguito dalle precise istruzioni di Ciang Kai-shek al generale Okamura, comandante in capo del nemico, di resistere alle forze comuniste.”     Significava che gli aggressori giapponesi avrebbero continuato a conservare le proprie armi e mantenuto il controllo delle grandi città della Cina settentrionale e centrale fino all’arrivo delle truppe americane che, nel frattempo, dai sessantamila soldati impiegati nel periodo cruciale della guerra contro il Giappone, furono aumentati fino a centoquarantatre mila quelli sbarcati in Cina a sostegno del Kuomintang.   Ma non era più il 1919 o il 1939.   I rapporti di forza tra imperialismo e movimenti rivoluzionari erano cambiati, sopratutto in Cina.  E Mao lo ricorda senza ambiguità : “…Se l’Unione Sovietica non fosse esistita, se non ci fosse stata la vittoria sul fascismo nella seconda guerra mondiale, se l’imperialismo giapponese non fosse stato sconfitto, se non fossero sorte le democrazie popolari, se le nazioni oppresse dell’Oriente non fossero insorte, e se non ci fosse stata la lotta tra le masse di popolo e i dirigenti reazionari degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia, dell’Italia, del Giappone e di altri paesi capitalisti, se tutti questi fattori non si fossero combinati, le forze reazionarie internazionali che si gettavano su di noi sarebbero state incomparabilmente più forti di quello che non siano ora.   Avremmo potuto vincere in tali circostanze ?  Evidentemente no.” (1).

Una massa sempre più grande di popolo si stava raccogliendo intorno al partito comunista ormai pienamente maturo,  il cui prestigio cresceva senza interruzione intorno al vittorioso esercito popolare.     Politicamente e militarmente, come fu tristemente ammesso da una relazione militare americana riassunta nel “Libro bianco sulla Cina” del Dipartimento di Stato, le truppe del Kuomintang finirono per trovarsi “in una posizione non dissimile da quella dei giapponesi durante la loro guerra contro la Cina”.

Il peso geopolitico del gigante Cina

Per le sue dimensioni geopolitiche ( già nel 1949 la Cina contava con i suoi 600 milioni di abitanti, un quarto della popolazione del pianeta) e la poderosa spinta antimperialista proiettata sui popoli del Terzo Mondo la vittoria della rivoluzione cinese è stato un punto saliente della storia contemporanea.   Qualunque sia il giudizio su Mao – errori politici inclusi – difficile per chiunque negare l’entità storica dei suoi risultati : ha sconfitto l’accoppiata Kuomintang – imperialismo americano, ha inflitto durissime lezioni all’impero del Sol Levante, ha ricomposto l’unità della nazione e reso la Cina indipendente e sovrana realizzando quello che l’imperatore Qin, più volte citato da Mao, aveva compiuto 22 secoli prima (2).

Il potenziale innovativo dei comunisti cinesi

Un dettaglio che molti trascurano, osservando la Cina di oggi,  è lo stretto, inscindibile rapporto esistente tra la natura comunista del potere politico e i ritmi sempre più incalzanti del suo sviluppo economico.   Pur segnata – come ogni sfida rivoluzionaria – da passi avanti e passi indietro e da una dialettica interna, talvolta molto acuta, che ha imposto in certe fasi dello sviluppo economico correzioni di linea e cambiamenti di rotta (talvolta sorprendenti),  le scelte innovative e le riforme compiute dai comunisti cinesi mostrano una sostanziale continuità con quelle tracciate sessantanni prima dai padri fondatori della Repubblica popolare.   Già ai tempi di Mao il PIL cinese presentava un rispettabile livello di crescita medio del 6,2%  (3).    Da quando la riforma economica di Deng ha optato per un riedizione della NEP leninista in salsa cinese, lo sviluppo ha raggiunto ritmi quantitativi e qualitativi che nessun altro paese al mondo è in grado di eguagliare.    E’ così che, dopo 60 anni di leggende anticomuniste, di previsioni apocalittiche e di tentativi di strangolamento, Pechino è ora diventata il centro del mondo.   Il turista occidentale rimane sbalordito dalla selva di grattacieli che stanno connotando l’urbanistica delle grandi città cinesi.  Le autostrade, le ferrovie, gli aeroporti offrono un’immagine di modernità ed efficienza che è quanto di meglio si possa vedere oggi.   Fino a pochi anni fa il confronto di città come Pechino e Shanghai veniva fatto con Nuova Delhi e Mumbai, ora viene fatto con New York e Los Angeles ed è l’America a mostrare i segnali della propria decadenza (4).   Ma questa è solo l’immagine esotica della Repubblica Popolare.

“Diritti umani” finti o reali ?

Il bilancio della Rivoluzione cinese è di ben altro spessore e non teme confronti proprio a partire dai tanto evocati “diritti umani”.    Il più importante di questi diritti, quello del cibo, è stato risolto da alcuni decenni in una nazione che prima della liberazione era devastata da micidiali carestie : “Le razioni alimentari procapite sono più alte in Cina che negli Stati Uniti”  ricordava già 10 anni fa, il 29/12/1999 sulla Stampa di Torino, Neal D. Barnard.    Ma anche gli altri “diritti umani”, istruzione, lavoro, sanità, casa, sono in espansione assai più rapida di quanto lo siano in altri Paesi di capitalismo globalizzato.   Mentre nel resto del mondo la distanza tra ricchi e poveri è in continua, scandalosa crescita, in Cina la tendenza è di segno contrario : i ricchi rimangono ricchi ma i poveri diventano sempre meno poveri.   A fare la differenza è ancora una volta il colore rosso del potere politico.   Con buona pace di coloro che si autoconsolano all’idea che il comunismo sia morto e seppellito.

Come evolve la competizione Cina – USA.

Senza tediare chi legge con cifre e statistiche rintracciabili ovunque (persino nei santuari del capitalismo globale, BM e FMI) ci limitiamo a ricordare ciò che scrivono oggi certi sostenitori della bizzarra tesi che il comunismo sia defunto, ora che la Cina è la locomotiva trainante dell’economia mondiale :  “Obama studia il modello cinese (…) La Cina è l’unica grande economia mondiale che può vantarsi di avere evitato il contagio della recessione (…) A fine anno il suo PIL aumenterà del 7,9%. Un exploit che sembrava impossibile. (…) Questa divaricazione (con l’Occidente) si spiega con la diversa natura del sistema cinese.   Economia mista con tanto mercato e tanto Stato. (…)  Nella gara sulla modernità delle infrastrutture, è l’America che arranca con anni di ritardo dietro la Cina” (5).    Da un quadro del genere risulta chiaro su quale terreno Cina e Stati Uniti si affrontino nella sempre più serrata competizione economica-finanziaria, politica e militare.   Per gli Stati Uniti d’America la coppia capitale finanziario-cannoniere rimane l’inseparabile opzione di sempre e poggia su un bilancio militare di oltre 600 miliardi di dollari, su centinaia di basi militari sparse su gran parte del pianeta e sui B52 sempre pronti al decollo per esportare ovunque la “democrazia” modello Baghdad e Kabul.   Si chiamava e si chiama imperialismo.     La Cina, viceversa, pur non rinunciando alla sua difesa, i mercati e le fonti di materie prime li conquista usando il suo “arsenale” finanziario e industriale.  Le sue armi offensive sono : i prezzi competitivi e gli standard tecnologici dei suoi prodotti con cui bombarda e conquista i ricchi mercati del Nord ; il libretto degli assegni con cui la Bank of China elargisce prestiti, con tassi di interesse vicini allo zero, ai paesi in via di sviluppo ; l’esercito di tecnici e operai che edificano modernissime infrastrutture in Africa, Asia e America latina.   A giudicare dai risultati devono proprio essere armi micidiali.   Ma forse è proprio questo che fa paura all’Occidente.

Note:

(1)  “Storia della Cina contemporanea” a cura del collettivo dell’Accademia politico-militare di Tung-Pei.  Editori Riuniti, 1955.

(2)  “Anche i critici più severi devono riconoscere che la Lunga Marcia diede un contributo essenziale contro l’invasione imperialista, contro i residui feudali, per la costruzione di uno Stato moderno nella più grande nazione del pianeta.  Ebbe una grande influenza su tutti i popoli del Terzo mondo nella decolonizzazione del pianeta. F.Rampini, La Repubblica, 16 ottobre 2004.

(3)  Samir Amin : Il socialismo di mercato in Cina.  La rivista del manifesto, gennaio 2001.

(4)  “Oggi lasciare Pechino e arrivare a New York è un po’ come fare un salto nel passato.   Parti da un aeroporto che forse è il più bello e moderno del mondo (…) una vetrina luccicante di modernità, pulizia, efficienza e cortesia. (…)  Già a bordo del volo Continental CO88 Pechino- New York sei subito confrontato con i segnali fisici della decadenza americana : gli aerei sempre più vecchi e sporchi, il servizio penoso, un’aria di trasandatezza che contrasta  con l’attenzione al consumatore-passeggero delle compagnie asiatiche.   L’arrivo avviene allo scalo di Newark, che è pur sempre meglio del caotico JFK, eppure anche lì il primo contatto è con il “vecchiume” dell’America : tutto é antiquato, talvolta lercio, talaltra cade a pezzi.   Se prendi il taxi per andare in città, è il decadimento della rete stradale-autostradale che ti colpisce rispetto alla Cina.  In fatto di infrastrutture la Cina non sta solo vincendo la gara con l’India : per ora ha stravinto anche la sfida con l’America” F.Rampini, La Repubblica, 29 agosto 2009.

(5)  La Repubblica delle donne, F.Rampini – Pensieri in trasloco – 29 agosto 2009

DAL TIBET ALLO XINJIANG IL COPIONE ANTICINESE NON CAMBIA

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

Circa un anno dopo la provocazione sanguinosa scatenata a Lhasa nel marzo del 2008, lo schema ben preparato del pogrom anti-han (l’etnia maggioritaria in Cina) è stato replicato il 5 luglio del 2009 nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina ed in una zona abitata per circa il 44% dagli uiguri, una popolazione turcofona prevalentemente di religione musulmana: come tutte le minoranze etniche della Cina , essa ha il pieno diritto di poter avere tutti i figli che vuole, oltre ad usufruire di massicci finanziamenti da parte del governo centrale di Pechino.

Come avvenne nel Tibet del 2008, le forze indipendentiste dello Xinjiang hanno infatti scatenato una rivolta armata e violenta contro il governo cinese e gli abitanti han dell’area, che ha provocato tra la popolazione civile circa 150 morti e ha portato alla distruzione su larga scala di edifici pubblici, negozi e supermercati, autobus ed auto.

Come a Lhasa nel 2008, si è trattato di una vera e propria caccia all’uomo, (specialmente una caccia al cinese di etnia han per la precisione), che fa venire alla mente i linciaggi degli afroamericani compiuti nel sud degli USA fino al 1940.

Come nel Tibet del 2008, i provocatori hanno agito ad Urumqi seguendo indicazioni precise fornite dai loro nuclei dirigenti all’estero, nel caso in oggetto il “Congresso Mondiale degli Uiguri” (CMU) guidato da Rebiya Kadeer: forze separatiste ed anticomuniste che a loro volta, come nel caso del Dalai Lama e dei suoi accoliti, sono spalleggiate e protette dall’imperialismo statunitense e dalle altre potenze occidentali.

Identici risultano anche gli obbiettivi centrali e prioritari degli autori dei due pogrom, quello del 2008 in Tibet e l’attuale: indebolire la credibilità internazionale del partito comunista e del governo cinese, in vista di importanti scadenze politiche (le elezioni a Taiwan e le Olimpiadi nel 2008, il summit G-8 italiano ed il 60° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 2009), allo stesso tempo cercando di creare un clima di tensione crescente ed ostilità reciproca tra le diverse etnie che compongono il mosaico della popolazione cinese, e di provocare una spirale di vendette/controvendette.

Come nel 2008, è subito partita una campagna condotta sia dai mass-media che da gran parte delle forze politiche occidentali, anche di sinistra, tesa in genere a presentare i “dittatori di Pechino” come leader che reprimono nel sangue dei “poveri manifestanti disarmati”, “desiderosi solo di libertà”.

Tutti i fatti, tutti gli osservatori indipendenti ed i testimoni, tutte le immagini televisive, provano invece senza alcun dubbio che i manifestanti di Urumqi erano sicuramente armati, anche se in modo rudimentale (bastoni, spranghe, molotov, ecc), oltre che desiderosi fin dall’inizio…. di uccidere inermi donne e uomini cinesi, di distruggere edifici e negozi, di bruciare veicoli di ogni tipo di attaccare la polizia: colpendo e ferendo anche molti lavoratori e cittadini di etnia Uiguri, per dimostrare la “violenza della polizia” contro gli Uiguri.

Come è stato riportato dal Quotidiano del Popolo del 7 luglio, nell’isola Houquan di Urumqi durante la tragica notte del 5 luglio venne bruciato un supermercato e cinque autobus, un autista dei quali è scomparso tra le fiamme.1

Una lavoratrice di etnia uiguri, Atigul Turdi, ricoverata in ospedale per le ferite causatele in un precedente scontro etnico nel Guandong, ha affermato che i vandali “hanno usato le nostre ferite come una scusa per la loro stessa violenza. Perché”, ha continuato la giovane Atigul Turdi, “i violenti hanno distrutto il nostro bellissimo e pacifico Xinjiang in modo così crudele?”.2

Persino le televisioni occidentali sono state costrette a mandare in onda una serie di immagini inequivocabili che mostravano decine di separatisti rovesciare un autobus, altri picchiavano ferocemente un uomo già caduto a terra,foto di edifici e supermercati bruciati, donne insanguinate e piangenti abbracciate tra loro:senza avere quasi mai l’onestà di dichiarare che tali scene da incubo non erano certo dovute all’intervento dell’autorità di polizia , ma alla violenza dei separatisti uiguri.

Il sopra citato “Congresso Mondiale degli Uiguri”, che riunisce tutte le forze anticomuniste ed indipendentiste della regione, ha avuto la spudoratezza di affermare su Internet che il pogrom è nato da un’”organizzata pulizia etnica”, ma ….contro gli uiguri e preparato dal partito comunista cinese: evidentemente voglioso di auto danneggiare la propria immagine internazionale e di creare tensioni pericolose tra le diverse nazionalità della Cina, oltre che tanto stupido da compiere questo capolavoro di masochismo proprio una settimana prima del G8 italiano, in cui – a latere – i dirigenti comunisti cinesi volevano discutere sul processo di creazione di una diversa moneta di riserva internazionale, parallela/alternativa nel medio periodo al dollaro.3

Peccato, inoltre, che la polizia cinese abbia intercettato e registrato una telefonata di fine giugno effettuata dalla sopra citata Rebiya Kadeer, nella quale essa diceva al fratello domiciliato a Urumqi, pochi giorni prima del pogrom anticinese, che “noi” (il Congresso Mondiale degli Uiguri) “sappiamo che molte cose stanno accadendo”.4

Ovviamente il CMU ha descritto le proteste come “pacifiche”, represse con la violenza dal governo cinese: ma qual è il programma e gli alleati di questa organizzazione politica?

Fondata nell’aprile del 2004 a Monaco di Baviera, essa rivendica quasi apertamente il diritto del popolo uiguri alla separazione dalla Cina. Tra i suoi più stretti amici si trova -non c’è da stupirsi- il Dalai Lama, definito come “il leader spirituale del popolo tibetano”:tra gente “spirituale” è facile intendersi, anche nella valutazione delle “pacifiche manifestazioni ” del 2008 (Tibet) e del 2009 (Xinjiang) e anche nel giudizio sulla “tirannia comunista” in Cina.5

Ma gli amici spirituali del CMU non finiscono certo con il Dalai Lama: stando alla stessa organizzazione separatista, la terza assemblea generale del movimento anticomunista si è tenuta a Washington, tra il 21 ed il 25 maggio del 2009 ed in collaborazione con il National Endowment for Democracy, meglio conosciuto e combattuto dal movimento antimperialista mondiale sotto l’acronimo di NED.

Un’assemblea clandestina? Non proprio, visto che stando alla stessa CMU al suo incontro hanno partecipato anche “funzionari del governo” (USA) e “legislatori ed accademici degli Stati Uniti e di altri paesi del mondo”: tra i partecipanti esteri, il CMU riporta nomi come Barbara Haig, vicepresidente della NED e Lincoln Diaz-Balard, Fronk Wolf, Bill Delahunt e James McGovern, tutti membri del congresso USA, oltre a Sherrod Brown del senato statunitense.6

Proprio dopo questa rimpatriata tra amici, hanno iniziato a muoversi ingranaggi politici e diplomatici: l’amministrazione democratica di Barack Obama, che sta bombardando a tutto spiano la popolazione afgana, in nome della “lotta al terrorismo”, negò subito l’estradizione in Cina di alcuni separatisti uiguri catturati in precedenza in Afghanistan, detenuti da anni a Guantanamo, mandandoli invece in semicolonie USA come Palau. Tra il 4 e 5 luglio, scoppiò il pogrom di Urumqi. Coincidenze? L’imperscrutabile mano del destino? Troppe coincidenze, a nostro avviso.

La grande maggioranza dell’etnia uigura ha condannato decisamente, con un sentimento comune ben espresso dalla giovane Atigul Turdi, l’orrendo pogrom notturno del 4/5 luglio.

Non solo perché molti lavoratori e pacifici cittadini della stessa etnia uiguri sono stati feriti/uccisi in prima persona dai separatisti dello Xinjiang, ma anche perché dal 1949, quando il partito comunista cinese riprese pacificamente il controllo della regione, i lavoratori uiguri e delle altre etnie dell’area hanno visto modificarsi radicalmente le proprie condizioni di vita materiali e culturali.

Anche se questa tematica verrà affrontata meglio in un altro articolo, si può subito rilevare che:

–          fin dall’ottobre del 1955 venne stabilita la regione autonoma dello Xinjiang, con un ampio margine di libertà di manovra in campo politico, economico, ed amministrativo.

–          dall’ottobre del 1955 fino ai giorni nostri, una gran parte delle principali cariche politiche all’interno del partito comunista della zona e degli organi statali dello Xinjiang sono stati controllati da esponenti di etnia uigura

–          nel 1949 la regione dello Xinjiang costituiva una delle regioni più povere ed arretrate dell’intera Asia, seconda solo al Tibet per tasso di povertà, analfabetismo diffuso ed arretratezza tecnologico-culturale.Nel 2005, invece l’analfabetismo è quasi scomparso dalla vita quotidiana dello Xinjiang, riducendosi nel 2001 al solo 2% tra i giovani e gli adulti di mezza età

–          a prezzi costanti, il prodotto nazionale lordo dello Xinjiang nel 2001 è aumentato di ben 42,9 volte rispetto al1952

–          quasi inesistente nel 1949, il settore industriale e minerario contava invece nel 2001 il 42,4% del PNL complessivo della Xinjiang

–          mentre nel 1949 quasi non esistevano nella regione altri strumenti di trasporto che gli animali, ora i veicoli a motore percorrono in massa le strade asfaltate e le autostrade della zona, divenute pari, alla fine del 2001, a 80900km (3361 nel 1949)

–          nel 2001 lo Xinjiang aveva 11 aeroporti in funzione, contro lo zero del 1949

–          la scuole elementari sono aumentate da 1335 nel 1949 a 6221 nel 2001

–          sempre nel 1949, si potevano trovare nello Xinjiang solo 54 centri medici di basso livello, per un misero totale di 696 posti letto; nel 2001, invece, erano stati costruiti ben 1357 ospedali per un insieme di 71000 posti letto ospedalieri

–          lo spazio abitativo pro-capite nelle zone urbane era pari 15,5 metri quadrati nel 2001, più di due volte e mezza che nel 1981

–          la percentuale della spesa per il cibo rispetto al reddito medio degli abitanti dello Xinjiang, era calata dal 57,3 % del 1978 al 35,3% del 2001.7

Cifre fredde e dati aridi, ma che descrivono l’enorme salto di qualità produttivo e sociale compiuto dalla regione dopo il 1949 e fino ai nostri giorni: un progresso continuo che il partito comunista cinese vuole difendere sviluppare a livelli ancora più elevati, in primo luogo sconfiggendo sul piano politico le forze separatiste della zona impedendo loro di creare un clima di diffidenza ed ostilità costante tra gli han e gli uiguri, uno dei più perversi obbiettivi strategici del CMU e dei suoi alleati internazionali.

14 Luglio 2009

Roberto Sidoli, Sergio Ricaldone e Leoni Massimo

La Natura Capitalistica dei Leader di Tienanmen nel 1989

Contrariamente alla concezione ancora dominante nella sinistra antagonista occidentale, la grande maggioranza dei dirigenti degli studenti che scesero in piazza in Cina nel 1989 volevano il capitalismo e la democrazia occidentale per il loro paese, anche se utilizzavano demagogicamente delle parole d’ordine contro “la burocrazia” e la corruzione del  partito comunista cinese.

Proviamo a dimostrare con “fatti testardi” (Lenin) questa tesi.

Prima prova: la costruzione della (costosa) Statua della Democrazia proprio in piazza Tiananmen, in aperta e dichiarata imitazione della statua della libertà di New York. A buon intenditore (di statue, ma soprattutto della schiavitù e del razzismo made in USA, della repressione contro i IWW ed i comunisti americani, ecc), poche parole.

Secondo supporto concreto: il sostegno unanime ed incondizionato della borghesia mondiale, a partire ovviamente da quella statunitense, agli “eroici studenti” che “lottavano per la libertà” in piazza Tiananmen. Un colossale abbaglio del capitalismo internazionale, o piuttosto un colossale errore della sinistra antagonista sulle presunte radici socialiste e libertarie del movimento studentesco cinese del 1989?

Propendiamo per la seconda opzione: a quando multinazionali come la ATeT spendono milioni di dollari per fornire gratuitamente fax a qualcuno, come nel caso degli studenti di Tiananmen nel 1989, non prendono abbagli…

Terza prova: la fuga di quasi tutti i dirigenti studenteschi di Tiananmen nel mondo occidentale e negli Stati Uniti dopo la sconfitta del loro movimento controrivoluzionario. L’asilo politico lo chiesero ed ottennero da Bush padre, non si rivolsero certo ai sandinisti del Nicaragua che rimasero ancora al potere fino al febbraio 1990.

Quarto elemento di prova: le dichiarazioni rilasciate dagli stessi leaders di Tiananmen.

Nel film statunitense “The gate of heavenly peace” del 1996, viene intervistato Wuer Kaixi, un dirigente molto conosciuto dagli studenti: egli affermò chiaramente che il movimento del 1989 aveva come uno dei fini il “diritto di indossare le Nike” (con tutti gli annessi e connessi, a partire dal diritto delle multinazionali occidentali ad egemonizzare l’economia cinese).

Un altro leader degli studenti, Wang Dang, in un intervista del 4 giugno 1993 al Washington Post dichiarò che “la ricerca della ricchezza è parte integrante della spinta verso la democrazia”, interpretando i termini di ricchezza e democrazia secondo quell’american Way of life che ha prodotto l’attuale catastrofe economica-finanziaria su scala mondiale.

La studentessa Chai Ling, riconosciuta dagli studenti anticomunisti come “comandante in capo” di piazza Tiananmen, nel film “Gate of havenly peace” rilevò che nel giugno 1989 “si sentiva triste perché non poteva dire (agli altri studenti) che quello che noi” (i dirigenti di Tiananman) “speravamo era in un bagno di sangue“, visto che “solo quando la piazza si fosse riempita di sangue la Cina sarebbe insorta” contro il governo cinese.

Rovesciato il partito comunista cinese, sarebbero arrivate le Nike e tutte le concretizzazioni del modo di vita americano, a partire dalla privatizzazione del suolo, delle banche e dei mezzi di produzione che contraddistingue la “ricerca della ricchezza” (Wang Dang) di matrice capitalistica (vedi russia di Eltsin, 1991/1998).

Dopo il 1989, Chai Ling si è rifugiata -guarda caso- nei liberi Stati Uniti ed era diventata una dirigente n una azienda di software di Boston: probabilmente ora è meno “triste” del 3 giugno 1989.

Quinto supporto concreto, anche se indiretto Walesa e Solidarnosc in Polonia, Havele Carta 77 in Cecoslovacchia, che proprio nel famigerato 1989 parlarono di “libertà e democrazia”, di ” lotta alla corruzione” ed alla ” burocrazia” comunista, espressero il loro più convinto ed entusiastico appoggio politico e morale agli studenti di Tiananman, considerandoli -giustamente, correttamente, senza correre in alcun abbaglio- dei fratelli cinesi nella “lotta contro il totalitarismo”.

Tutti sanno quale regime socio economico si sia oramai creato in Polonia e Cecoslovacchia proprio grazie agli “eroi” delle controrivoluzioni capitalistichenell’Europa orientale e nell’ex-Unione sovietica, che tanto amavano (a ragione) “gli eroici studenti di Tiananman”.

Sesta prova: dopo la sconfitta del movimento anticomunista di Tiananman, le potenze capitalistiche occidentali adottarono di comune accordo delle dure sanzioni economiche e politiche contro la Cina Popolare e non “la presero bene”, per usare un eufemismo.

Per quale ragione, viene da chiedersi? Forse perché gli studenti di Tiananman erano dei veri “figli dell’occidente” e dei buoni “amanti delle Nike”.

Settimo indizio. Nell’inverno del 1989, pochi mesi prima di Tiananman, in molte università cinesi (Hehai, Shangai, Pechino, ecc) si scatenarono moti e violenze studentesche contro gli studenti africani che risiedevano in Cina, che usufruivano gratuitamente dei servizi universitari cinesi e che non pagavano vitto ed alloggio durante il soggiorno. Da bravi aspiranti capitalisti, i futuri “eroi” di Tiananman scatenarono una vera e propria “caccia ai neri” che toglievano loro risorse e fondi, per “fini internazionalisti” assolutamente inaccettabile per gli studenti filo occidentali.

Ottava prova. Fin dal primo momento di occupazione della piazza centrale di Pechino, lo slogan più diffuso era “abbasso il partito comunista”, combinato ovviamente alle grida a favore della “democrazia”: il comunismo non era certo popolare, sotto qualsiasi forma, tra la grande maggioranza dei dirigenti e degli studenti di Tiananman.

Infime basta esaminare l’attuale “erede spirituale” del movimento di Tiananman per comprendere la matrice filocapitalistica.

Nel 2008 un ristretto gruppo di intellettuali cinesi ha prodotto un documento “Carta 09″, subito pubblicizzato su larga scala dalla CNN e dai mass media-occidentali; fin dal suo titolo, esso ricordava l’anticomunista ” Carta 77″ scritta dall’aspirante capitalista V. Havel e da altri dissidenti cecoslovacchi durante la seconda metà degli anni Settanta.

La matrice anticomunista e filo capitalista della “Carta” cinese del 2008 appare subito inequivocabile quando essa afferma che la vittoria del popolo cinese sull’imperialismo giapponese, nel 1945, “aveva offerto un ulteriore chance alla Cina per muoversi verso un governo moderno, ma la sconfitta dei nazionalisti” (di Chiang Kai Shok) ” da parte dei comunisti portò la nazione in un abisso di totalitarismo“. In sostanza, “abbasso Mao Tse Tung, Viva Chiang, Kai-Shek” ed il suo governo capitalistico, che realmente appoggiava i grandi latifondisti cinesi nel 1945/49 ed era concretamente appoggiato dall’imperialismo statunitense: più chiari di così, non si può essere…

Cari compagni, in Italia e nel mondo occidentale ci stiamo “godendo” la crisi capitalistica, Berlusconi e la Lega, i movimenti neonazisti: e l’arroganza dei padroni: una delle precondizioni per smettere di perdere, come stiamo facendo da dopo il 1975/76, e di cessare finalmente di credere alla borghesia ed ai suoi mass-media, di destra come di sinistra. Chi è credulone intossica ance te: digli di smettere.

E le migliaia di morti di Tiananman, si potrebbe obiettare?

Il giornalista statunitense N. Kristoff del New York Times, che era presente in piazza Tiananman nella notte tra il 3 e il 4 giugno, è stato costretto a riconoscere che nonaveva visto alcuna uccisione o morto nella piazza; uguale dichiarazione è stata fatta dal cantante taiwanese Hou Deijan, ugualmente presente nella piazza durante tutta la notte del 3-4 giugno del 1989.

I soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese, sempre nella notte in oggetto, avanzarono verso Tiananman proclamando a gran voce lo slogan “se non attaccati, non attacchiamo” e senza impugnare armi da fuoco, come risulta da molte testimonianze.

Essi vennero invece attaccati con molotov prima di entrare in Tiananman da gruppi armati di studenti e degli elementi anti comunisti, e solo allora risposero facendo fuoco: vi furono alcuni carri armati bruciati e circa 150 soldati uccisi, in un numero quasi pari a quello subito dalle forze contro rivoluzionarie a Pechino.

Il Washington Post del 5 giugno 1989 ammise che gli studenti avevano organizzato squadre di 100-150 persone ciascuno, per affrontare con la forza l’esercito cinese.

Seguendo le indicazioni sopra citate della loro” comandante in capo” Chai Ling, esse ” speravano in un bagno di sangue” per fare insorgere il popolo cinese: quest’ultimo invece voltò loro le spalle, e la Cina non seguì il destino riservato all’Europa orientale di Walesa e Havel ed alla russia di Eltsin, quello di diventare una semi colonia del capitalismo occidentale come era già successo nell’ottocento.

Fidel Castro rileva che i rapporti tra Cina e Cuba sono nel miglior periodo della loro storia

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

9 aprile 2009

Incontrando a Cuba Jia Qinglin, responsabile del Comitato Nazionale della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, Fidel Castro ha rilevato che la Cina ha raggiunto risultati molto incoraggianti nella costruzione economica e contribuisce in modo notevole allo sviluppo dell’intera economia mondiale.

Fidel Castro ha anche notato che mentre riesce a mantenere un rapido sviluppo economico, la Cina ha giustamente attribuito una notevole importanza all’obbiettivo di risparmiare energia, aggiungendo che le altre nazioni in via di sviluppo possono importare molto dall’utile esperienza accumulata dalla Cina.

A sua volta Jia Qinglin ha affermato che dal momento dell’instaurazione di rapporti diplomatici tra Cina e Cuba, 45 anni fa, i partiti comunisti ed i popoli dei due paesi hanno sviluppato una profonda amicizia; Jia ha anche espresso la gratitudine del popolo cinese al partito comunista e al governo cubano per il loro aiuto e sostegno su questioni come quella di Taiwan, dove sono in gioco i fondamentali interessi della Cina, e a ribadito che la Cina vuole aderire al principio dell’amicizia a lungo termine con Cuba promuovendo lo sviluppo dei legami internazionali tra i due paesi e la cooperazione economica tra loro.

Fonte: quotidiano del popolo, 15 maggio 2005, Castro says-cuban  ties in period of history

Tibet:Vero o Falso?

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

24 marzo 2009

Vi proponiamo l’articolo di Mila Marcos e Michel Collon tratto da http://www.resistenze.org sezione Popoli – Cina 27/06/08

Questo “media-test” non vuole scandalizzare. Tutte le posizioni sono rispettabili. Il nostro obiettivo è che ciascuno possa porsi, da solo, una questione essenziale:

“Le mie convinzioni si basano su informazioni affidabili o si è trattato della manipolazione dell’opinione pubblica su alcune questioni critiche?”

Come si fa ad essere un buon giudice? Si devono ascoltare con attenzione le varie posizioni, lasciare i pregiudizi da parte, verificare l’affidabilità di ogni prova, documento o testimone. Non dovremmo essere tutti, lettori o spettatori dei media, interessati ad applicare questo metodo?

  1. “Prima dell’invasione cinese, il popolo tibetano viveva in armonia con i monaci e i signori feudali in un ordine sociale ispirato dagli insegnamenti religiosi”.

FALSO. La dottrina imponeva la superiorità del ricco signore e l’inferiorità del contadino miserabile, del monaco inferiore, dello schiavo e della donna. Si presentava quest’ordine come il risultato ineluttabile della successione karmica, prodotto della virtù dei ricchi e delle loro vite passate.

In realtà, questa ideologia giustificava un ordine sociale di classe feudale: i servi dovevano lavorare le terre del signore o del monastero, gratuitamente e per tutta la vita. Qualunque azione era un pretesto per imporre tasse elevate: matrimonio, funerale, nascita, feste religiose, il possesso di un animale, piantare un albero, il ballo, e persino entrare o uscire di prigione.

Questi debiti potevano essere passati da padre in figlio e proseguire nelle generazioni successive, e se i debiti non venivano pagati, i debitori erano ridotti in schiavitù.

I fuggitivi e i ladri erano perseguiti da un piccolo esercito professionista. Le punizioni preferite erano il taglio della lingua o accecare un occhio, il taglio del tendine del ginocchio, ecc. Tutte queste torture sono state proibite nel 1951 mediante l’applicazione delle riforme portate da Pechino.

  1. “Nel 1951 la Cina ha invaso il Tibet”

FALSO. Il termine “invasione” implica l’idea dell’esistenza di due paesi diversi. In realtà, a partire dal XII secolo, con l’impero mongolo, il Tibet è stato annesso alla Cina. A partire dal secolo XVII il Tibet è diventato una delle diciotto province dell’impero cinese e ogni Dalai-lama riceveva la sua garanzia di legittimazione dall’imperatore cinese.

Alla fine del XIX secolo l’impero britannico ha invaso il Tibet. Il Dalai-lama ha approfittato dell’occasione per rivendicare l’indipendenza tibetana. Questa richiesta, però, non venne presa in considerazione da nessun partito cinese né da alcun paese del mondo. Nel 1949, anche il Dipartimento di Stato USA considerava il Tibet (e Taiwan) come parte integrante della Cina, ma cambia tutto quando la Cina diventa un paese socialista con Mao Zedong.

Era lo stesso Dipartimento di Stato, allora, che scriveva:  “Il Tibet diventa una zona strategica ideologicamente importante. L’indipendenza del Tibet può servire come lotta contro il comunismo, è nostro interesse riconoscerlo come paese indipendente anziché come parte integrante della Cina”. Ma aggiunge: “La situazione cambia se si crea un governo in esilio. In questo caso il nostro interesse sarà di sostenere l’indipendenza del Tibet senza riconoscerla. Il riconoscimento dell’indipendenza del Tibet non è la questione veramente importante. Si tratta della nostra strategia contro la Cina”.

  1. “A partire dal momento in cui i comunisti cinesi presero il potere nel 1951, il Dalai-lama e i signori tibetani hanno perso il loro potere politico in Tibet”.

FALSO. Nel 1951 venne firmato l’Accordo per la Liberazione Pacifica del Tibet tra Pechino e il governo locale tibetano. Il Dalai-lama accettò la proposta di Mao Zedong e gli mandò un messaggio telegrafico: “Il governo locale, i lama e le popolazioni laiche del Tibet appoggiano all’unanimità l’Accordo di 17 articoli”.

Questo fu il contesto in cui l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet. L’accordo prevedeva il mantenimento della servitù in Tibet sotto l’autorità del Dalai Lama.

I monasteri, il Dalai-lama e gli ufficiali mantennero i loro possedimenti (70%delle terre). Pechino gestiva solo le questioni militari e i rapporti internazionali. Il governo locale tibetano, composto da lama e signori feudali, negoziò e accettò l’accordo. In contropartita, il Dalai-lama ricevette il posto di Vice-presidente del parlamento cinese, posto che occupò senza il minimo tentennamento.

  1. “La battaglia di Lhasa si concluse con la morte di 83.000 tibetani!”

FALSO. Per capire meglio l’evoluzione del conflitto: mentre in Tibet la servitù feudale era stata mantenuta, dagli anni cinquanta la riforma agraria veniva applicata nelle province limitrofe (abitate da minoranze tibetane che coesistevano con gli Han, Hui, Yi, Naxi, Qiang, Mongoli, ecc.).

Si confiscavano le terre dei grandi proprietari per ridistribuirle ai contadini poveri. Questo processo si sviluppò senza troppe frizioni, dato che il governo cinese pagava una rendita ai vecchi proprietari. Sono i lama e i grandi signori tibetani di queste regioni limitrofe, che per paura di perdere i loro privilegi, cominciarono a organizzare la resistenza.

Nel 1956 scoppiò una rivolta armata, iniziata dal monastero di Litang nella provincia dello Sichuan. Dopo alcune scaramucce con l’esercito rosso, una parte dell’elite tibetana dello Sichuan si è rifugiata in Tibet spargendo voci del “terrore rosso”.

La CIA finanziò e appoggiò la rivolta fin dall’inizio. Avevano addestrato milizie armate nel Colorado, le avevano poi lanciate in Tibet e le avevano rifornite per via aerea. I fatti di sangue di quest’epoca erano in realtà la repressione di una lotta di classi privilegiate organizzate dalla CIA. Nel 1959, le voci secondo le quali “i cinesi volevano sequestrare il Dalai-lama” provocò una grande manifestazione a Lhasa (anche se la CIA, in realtà, aveva già organizzato la fuga del Dalai-lama in India). I manifestanti linciarono alcuni ufficiali tibetani e l’esercito rosso schiacciò la ribellione.

Quanti morti ci furono a Lhasa? Secondo i testimoni raccolti dal politologo pro indipendentista Henry Bradsher, 3.000. Nel 1959 il Dalai-lama pretendeva che fossero 65.000, e aumentò la cifra fino ad arrivare a 87.000. Il problema è che allora, Lhasa aveva una popolazione massima di 40.000 abitanti.

Di certo dopo la ribellione 10.000 tibetani furono condannati a lavori forzati per 8 mesi, e impiegati nella costruzione della prima centrale elettrica di Ngchen. Le cifre fantasiose circa il “genocidio” hanno continuato a circolare. Nel 1984 il governo tibetano ha dichiarato: “Tra il 1949 e il 1979 sono stati assassinati dall’esercito rosso 432.000 tibetani!”

  1. In principio, l’India negava l’asilo politico al Dalai Lama

VERO. Dal 1949 gli USA hanno cercato di convincere il Dalai-lama ad andare in esilio. Per farlo, contarono sull’appoggio dei suoi due fratelli (contattati dalla CIA fin dal 1951) e del consigliere tedesco Heinrich Harrer (ex SS).

L’allora dirigente indiano, Nehru, non aveva intenzione di dargli asilo politico. Perciò, il presidente Eisenhower propose un trattato; se l’India avesse dato asilo politico al Dalai-lama, gli USA avrebbero formato 400 ingegneri indiani in materia di tecnologia nucleare.

Il trattato venne accettato. Nel 1974 la prima bomba atomica indiana vene chiamata cinicamente: “il Budda sorridente”.

  1. L’occupazione cinese ha causato la morte violenta di 1,2 milioni di tibetani

FALSO. Due dati contraddicono questa cifra, accettata senza prove da più di 30 anni dall’insieme dei paesi occidentali.

1- La piramide di età della popolazione tibetana. Si stima che nel 1953 la popolazione tibetana (tanto in Tibet che nelle province limitrofe) raggiungeva al massimo 2,5 milioni di abitanti. Se avessero assassinato 1,2 milioni di tibetani tra il 1951 e l’inizio degli anni 70’, una gran parte del Tibet sarebbe rimasta spopolata. Inoltre, ci sarebbe stato un grande squilibrio tra uomini e donne. I demografi, invece, non rilevano nessuna anomalia nella popolazione tibetana, che non ha mai smesso di aumentare. Attualmente in Cina si contano quasi 6 milioni di tibetani.

2- L’unica persona che ha avuto accesso agli archivi del governo tibetano in esilio è Patrick French, quando dirigeva la campagna “Free Tíbet” a Londra. Con i documenti in mano, French arrivò ala conclusione che le prove del “genocidio tibetano” erano state falsificate. Le battaglie del 1959 erano state contabilizzate varie volte e le cifre dei morti erano state aggiunte, a margine, in seguito. French denunciò questa falsificazione, ma la cifra di 1,2 milioni di morti ha continuato a fare il giro del mondo.

  1. “Durante la Rivoluzione Culturale venne proibita ogni pratica religiosa”

VERO. Tra il 1966 e il 1976, tutte le pratiche religiose vennero proibite, non solo in Tibet, ma in tutto il territorio cinese. Si chiusero i monasteri e i monaci furono obbligati a vivere con le loro famiglie d’origine, dedicandosi al lavoro produttivo, essenzialmente agricolo. Non tutti i monasteri venero distrutti, ma molti oggetti di culto furono spazzati via dalle guardie rosse (giovani intellettuali tibetani aderenti al movimento rivoluzionario cinese).

Quando la situazione degenerò gravemente (eccessi, castighi arbitrari), l’esercito rosso s’interpose e restaurò l’ordine sociale ed economico. Il governo cinese ammise gli errori che aveva commesso in questo periodo e cominciò a finanziare la restaurazione di tutto il patrimonio religioso del Tibet.

I monasteri tornarono a riempirsi di monaci. Attualmente, in Cina vi sono più di 2.000 monasteri tibetani restaurati e in funzione.

  1. “Il Dalai-lama è una specie di Papa del Buddismo mondiale”

FALSO. Il Dalai-lama non rappresenta il buddismo zen (Giappone), né il buddismo del Sud-Est asiatico, né quello cinese. Il buddismo tibetano rappresenta meno del 2% dei buddisti del mondo. In Tibet, inoltre, esistono quattro scuole buddiste separate. Il Dalai-lama appartiene a una di quelle, la geluppa (i “virtuosi” capelli gialli),

Durante la visita che il Dalai-lama fece a Londra nel 1992, fu accusato dalla maggior organizzazione buddista britannica di essere un “dittatore spietato” ed un “oppressore della libertà religiosa”. Si tratta di un “Papa” con pochi discepoli religiosi, ma molti adepti politici.

  1. Il Dalai-lama rivendica un territorio equivalente alla quarta parte della Cina

VERO. Sebbene nelle sue ultime dichiarazioni affermava di accontentarsi dell’autonomia, nei suoi libri rivendica il “grande Tibet”, un territorio due volte più grande di quello su cui i Dalai-lama esercitavano il loro potere politico in passato! Questo territorio include tutta la provincia di Qinghai e parti delle province di Gansu, Yunnan e Sichuan, abitate da varie minoranze, tibetane e non.

Che cosa farebbero? Caccerebbero i non tibetani? Farebbero la pulizia etnica? Certo! Nel 1987 il Dalai-lama ha dichiarato testualmente: “Dovranno partire 7,5 milioni di coloni”. Non si tratta di coloni, però, visto che la popolazione di queste regioni è mista da molti secoli. In ogni caso, questo progetto espansionista provocherebbe ciò che tutte le grandi potenze hanno voluto per più di 150 anni: smembrare la Cina.

  1. “Il finanziamento del movimento tibetano proviene da donazioni di ONG umanitarie o caritatevoli”

FALSO. Il movimento tibetano riceve effettivamente questo tipo di donazioni, ma la sua fonte di finanziamento principale è il governo degli USA. Tra il 1959 e il 1972, la CIA ha dato 1,7 milioni di dollari al “Governo Tibetano in esilio” e 180.000 dollari annuali direttamente al Dalai-lama. Per molto tempo, egli lo ha negato, ma finalmente negli anni ottanta, ha finito col riconoscerlo pubblicamente. Da allora ad oggi i finanziamenti sono stati più discreti, attraverso organizzazioni di copertura come il National Endowment for Democracy (NED), il Tibet Fund, il State Department’s Bureau of Democracy… Un altro dei suoi principali patrocinatori è George Soros, attraverso lo Albert Einstein Institution, che continua ad essere diretto dall’ex colonnello Robert Helvey dei servizi segreti USA.

  1. “Il sostegno degli USA al Dalai-lama è motivato da obiettivi strategici”

VERO. L’elite dirigente degli USA considera la Cina come il suo principale nemico. Anche se si tratta di un socio economico indispensabile, a lungo termine, la Cina è valutata come il principale fattore di resistenza al dominio mondiale statunitense. Gli Stati Uniti prevedono che la Cina supererà la loro economia nel 2030. Di conseguenza, è fondamentale per gli USA evitare che il resto dei paesi asiatici riescano a creare un mercato comune legato alla Cina che potrebbe sfuggire al loro controllo. Quindi, sognano di spaccare la Cina come hanno fatto con l’URSS.

Il loro obiettivo è controllare le ricchezze economiche, la mano d’opera e il mercato più grande del mondo. Per indebolire la Cina gli USA hanno una doppia strategia. Da una parte circondarla con le basi militari, dall’altra, appoggiare il separatismo e ogni tipo di opposizione, cominciando da campagne mediatiche di indebolimento. Questa è la ragione per cui investono grandi somme di denaro nella questione del Tibet.

  1. “Il Dalai Lama ha difeso pubblicamente il dittatore fascista del Cile, Augusto Pinochet”

VERO. Pinochet fu arrestato in Inghilterra dalla polizia britannica, sulla base di un ordine d’arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón. In quell’occasione il Dalai-lama raccomandò vivamente al governo britannico la liberazione di Pinochet, per evitare che fosse giudicato in Spagna per crimini contro l’umanità.

Anche Pinochet era un vecchio impiegato della CIA. Il Dala Lama, in effetti, è una pedina degli Stati Uniti. Nel 2007, George Bush gli ha conferito la maggior decorazione degli USA, la Medaglia d’Oro del Congresso. Sua Santità allora ha incensato Bush per i suoi sforzi a favore della democrazia, della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.

E ha persino definito gli USA “campioni di democrazia e della libertà!”

  1. “Reporter sin Frontieres (Rsf) appoggiano il Dalai-lama in modo disinteressato”.

FALSO. RSF si presenta come un’organizzazione che lotta a favore della libertà dei giornalisti, e un gran numero di donatori credono di appoggiare un’organizzazione indipendente ed obiettiva. Ma il finanziamento per assistere giornalisti oppressi occupa solo il 7% del finanziamento globale. Il resto è diretto a finanziare campagne politiche, nelle quali si trova il denaro sporco.

Il patron di RSF, Robert Ménard, è un difensore dei diritti dell’uomo a geometria variabile. Perché critica Venezuela e Cuba deformando i fatti? Ha avuto finanziamenti dalla mafia cubana di Miami. Perché critica la Cina per la sua politica nel Tibet? Ha ricevuto 100.000 dollari dagli anticomunisti di Taiwan. Certo Ménard è molto più timido quando si tratta di criticare gli USA, il paese che ha ucciso più giornalisti negli ultimi anni (soprattutto in Iraq). E’ finanziato dalla CIA attraverso la NED, citata in precedenza.

Perché Ménard ha lasciato che RSF smettesse di criticare i media francesi? Perché è legato finanziariamente ai grandi media francesi e ad alcune grandi multinazionali. I distributori di stampa (proprietà parziale di Lagardère) distribuiscono gratuitamente i suoi album fotografici. “Non si sputa nel piatto in cui si mangia!” Lo ha riconosciuto lo stesso Ménard nel 2001. Come fare, per esempio, ad organizzare un dibattito sulla concentrazione della stampa e poi chiedere a Hanvas o a Hachette di finanziare l’evento?

Nonostante tutti questi sfondi sospettosi, la maggioranza dei grandi media continuano a difendere gli argomenti di Ménard. Ma l’UNESCO ha smesso di finanziarlo con questa spiegazione: “In varie occasioni, RSF aveva dato prova di mancanza di etica nel trattare alcuni paesi in maniera molto poco obiettiva.”

  1. “La Cina sta facendo un genocidio culturale in Tibet”.

FALSO. Il Tibet è da tempo una regione autonoma. Dagli anni ‘80, la cultura e la religione tibetana si pratica liberamente, i bambini sono bilingue e sono stati aperti istituti di tibetologia. I monasteri si sono riempiti di lama, compresi i bambini. La lingua tibetana è parlata e scritta da molte più persone che prima della rivoluzione. Nel Tibet esiste un centinaio di riviste letterarie. Anche la rivista Foreign Office, vicina al Dipartimento di Stato degli USA, ha riconosciuto che la pratica del bilinguismo era usata dal 60/70% dei funzionari di etnia tibetana.

Inoltre, la cultura tibetana ha avuto nuove prospettive dallo sviluppo nel resto della Cina, specialmente nell’ambito della lingua, la letteratura, gli studi sulla vita quotidiana e l’architettura tradizionale. In Cina sono stati pubblicati importanti collezioni di libri, giornali e riviste in lingua tibetana. Ci sono molti editoriali dedicati a promozioni di lingua tibetana, non solo in Tibet ma anche a Pechino. La realtà dimostra che l’idea del “genocidio culturale” non è altro che un mito della propaganda politica.

  1. “Le violenze che sono avvenute a Lhasa, lo scorso 14 marzo 2008, sono la conseguenza della durezza con cui la polizia e l’esercito cinese hanno represso una manifestazione pacifica.”

FALSO. Tutti i testimoni occidentali presenti in quel momento, tra cui il giornalista James Miles (The Economist), confermano la stessa versione: le violenze furono scatenate da giovani tibetani che erano stati diretti da alcuni lama per commettere atti vandalici.

Si trattava di azioni criminali programmate a carattere razzista. Vari gruppi, tutti armati nello stesso modo (bottiglie Molotov, pietre, sbarre di ferro e coltelli da macellaio), agendo alla stessa maniera, si sono sparpagliati a Lhasa seminando il panico e attaccando gli Han (cinesi) e gli Hui (musulmani). Hanno attaccato scuole, ospedali, hotel. Hanno bruciato vivi e lapidato vari civili. Sono stati contati 19 morti e più di 300 feriti. Alcuni tibetani più anziani hanno soccorso alcune vittime salvando loro la vita.

Quando si sono verificate queste violenze razziste, i sostenitori del Dalai-lama hanno preteso che si è trattato di una montatura compiuta da soldati cinesi travestiti da monaci, facendo circolare la fotografia, una cosiddetta “foto-satellite”, che pretendeva di provare i fatti. Abbiamo dimostrato che quella foto è stata un’enorme farsa.

In un primo tempo, la polizia e l’esercito cinese sono rimasti passivi, per poi intervenire e far cessare l’ondata di violenze. Quante vittime ci sono state? I media occidentali diffondono una cifra che raggiunge le “centinaia”, ma ancora una volta, questa cifra proviene dall’entourage del Dalai-lama. Alcuni dei “morti” contati dal governo tibetano in esilio ora vivono in Tibet. Altri si chiamano “Dupont, Charleroi “, senza altra precisazione.

La polemica non è finita.