IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO OTTAVO

Nessun alibi

 

 

Sussistono anche altre tipologie di alibi, oltre a quello “tardivo” esibito da Trotskij e demolito in precedenza.

Per quanto riguarda il volo clandestino e l’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, quest’ultimo poteva anche fornire un “alibi positivo”: e cioè provare attraverso delle testimonianze inattaccabili la sua presenza costante in compagnia di una o più persone insospettabili, in un luogo nel quale ovviamente non si trovasse simultaneamente Pjatakov, per i giorni in cui “Capelli rossi” dichiarò di essersi incontrato con lui, e cioè il 12 o 13 dicembre del 1935.

Ma Trotskij poteva altresì proporre anche un “alibi negativo”: ossia non poter dimostrare di essere stato costantemente in un posto “X” attraverso testimoni sicuri, ma in ogni caso riuscire a provare attraverso questi ultimi che il soggetto P (Pjatakov) non sarebbe potuto mai arrivare nel luogo “X” indicato per l’incontro segreto senza essere subito notato e visto da persone insospettabili.

E infine, Trotskij poteva avanzare anche l’alibi dell’impossibilità logistico-materiale dell’arrivo in Norvegia del suo presunto interlocutore, ossia Pjatakov, sostenendo che quest’ultimo non avesse in ogni caso i mezzi logistici e le opportunità materiali per partire da Berlino al fine di raggiungerlo in Norvegia.

Quest’ultima forma di alibi è caduta definitivamente attraverso l’aeroporto di Kjeller aperto a dicembre, con Linköping e i vari “buchi neri” di Gulliksen già esposti nel secondo capitolo, seguendo la stessa triste sorte subita anche dall’alibi “tardivo” di Trotskij per il 20/22 dicembre, con la sua abnorme “gita nel ghiaccio”.

Passiamo pertanto all’analisi  di un eventuale alibi “positivo” a favore dell’indiziato Trotskij, derivante dalla testimonianza diretta di persone sicure, non sospettabili per legami speciali (familiari, di amicizia e/o politici) con Trotskij, che attestino la collocazione sicura e senza interruzione del leader in esilio della Quarta Internazionale nella casa di Honefoss e in loro diretta compagnia, senza ovviamente la presenza di Pjatakov, durante i pomeriggi del 12 e 13 dicembre.

Sotto questo aspetto risulta fin troppo facile ricordare che proprio Dewey, nel corso del suo interrogatorio che mise Trotskij in profonda crisi, a un certo punto chiese in sostanza a quest’ultimo se avesse un alibi di ferro e “positivo” anche per i giorni dell’11/12 dicembre del 1935, come quello che Trotskij realmente espose per i giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935 grazie alla sua anomala “gita nel ghiaccio”.

Come si ricorderà, la risposta del leader della Quarta Internazionale risultò allo stesso tempo laconica e inequivocabile: “no”.

Un diniego e una negazione inequivocabile: Trotskij non possedeva dunque alcun alibi “positivo” per i giorni dell’11/13 dicembre del 1935, e non a caso.

Nessun testimone imparziale e non sospetto (escludiamo ovviamente sua moglie ed Erwin Wolf, entrambi fedeli militanti trotzkisti) poteva infatti testimoniare di essere stato costantemente in sua presenza, e ovviamente senza la compresenza di Pjatakov, durante le giornate e soprattutto nei pomeriggi del 12/13 dicembre, visto che proprio nei decisivi giorni in oggetto Trotskij risultava indisposto e malato, almeno a suo dire.

Trotskij quindi non sostenne, né in ogni caso poté sostenere che ad esempio i figli o la cuoca di Konrad Knudsen, oppure quest’ultimo o sua moglie avessero passato in sua compagnia alcune ore dei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935, fornendogli pertanto un alibi inattaccabile, proprio perché egli  si dichiarava “a letto”, malato e febbricitante anche nei giorni del 12 e 13 dicembre, e di conseguenza la presenza prolungata di estranei al capezzale del “malato” per due pomeriggi di fila sarebbe risultata come minimo strana e anomala.

Se una persona che si presentò “febbricitante”, come fece Trotskij per il dicembre del 1935, non è in ospedale (e Trotskij non era in ospedale, in quei giorni, ma invece nella casa di Honefoss), chi poteva stare vicino al letto di un “malato” febbricitante per un tempo prolungato, a parte la moglie e i più stretti parenti?

Risposta semplice: solo un grande amico o, in casi di emergenza, un dottore/infermiere.

E a parte il “grande amico”?

Nessuno: nessun testimone imparziale, fuori dalla stretta cerchia amicale, politica e familiare dell’indiziato.

Certo, Erwin Wolf testimoniò con un affidavit presentato alla commissione Dewey di non essersi mai mosso dalla casa di Honefoss dall’inizio di dicembre alla mattina del 19 dicembre del 1935, ma egli costituiva un brillante militante trotzkista fin dal 1932 e dal novembre del 1935 era altresì impiegato anche in qualità di segretario di fiducia di Trotskij, non rappresentando pertanto in alcun modo un testimone “insospettabile”, al pari della fedele moglie di Trotskij.

In sostanza, non emerge né può in ogni caso emergere alcun alibi positivo per Trotskij rispetto ai giorni compresi tra l’11 e il 13 dicembre, come del resto venne ammesso e attestato dallo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey[1].

Avvocato del diavolo: “ma in ogni caso proprio nella sesta sessione della commissione Dewey l’avvocato Goldman sottolineò che “noi”, (Trotskij, il suo difensore e la “seconda versione”) “possediamo un affidavit” (ossia una testimonianza scritta e iinviata a un tribunale) “di Konrad Knudsen il quale afferma che Trotskij fu a casa” (nella casa di Honefoss, abitata dai Knudsen e dai Trotskij) “per l’intero mese di dicembre, salvo per la sua visita alla baita dei Knudsen, che nessun visitatore straniero venne nel mese di dicembre” (alla casa dei Knudsen a Honefoss) “e che Pjatakov non era in grado di visitare Trotskij senza che ne venissi a conoscenza, né nella mia casa né nella baita dove mio figlio e la cameriera” (la cuoca-cameriera) “furono insieme con lui.

Pertanto Knudsen testimoniò innanzitutto che “Trotskij fu a casa” (a Honefoss, nella casa dei Knudsen) per l’intero mese di dicembre, eccetto che per il 20/22 dicembre del 1935, quando il leader in esilio della Quarta Internazionale era impegnato e immerso nella sua escursione invernale: fornì quindi quello che voi chiamate un “alibi positivo” a favore di Trotskij”.

Ora, innanzitutto Konrad Knudsen non risultava certo un testimone attendibile e sicuro perché:

  • Brouè ci ha informato che tra i Knudsen e i coniugi Trotskij si erano creati via via dei “rapporti amichevoli”[2].
  • il partito laburista norvegese, a cui Knudsen apparteneva da molto tempo, non amò mai Stalin e il suo regime, dimostrando tale avversione anche attraverso la concessione dell’asilo politico a Trotskij nel giugno del 1935;
  • sappiamo dall’avvocato Goldman (sesta sessione della commissione Dewey) che il 29 gennaio del 1937 proprio il deputato/giornalista laburista Konrad Knudsen sposò pubblicamente la “seconda versione” mandando un telegramma a Visinskijj (si, proprio il capo dell’accusa ai processi di Mosca), pubblicato lo stesso giorno nel quotidiano del suo partito, il già citato Arbeiderbladet. Nel telegramma, Knudsen scrisse a Visinskijj “la informo che oggi ho ufficialmente verificato che nel dicembre del 1935, nessun aereo straniero o privato atterrò all’aeroporto vicino Oslo”: Knudsen pertanto era schierato e di parte anche rispetto al volo di Pjatakov, aderendo in pieno alle tesi negazioniste;
  • la figlia dei Knudsen, Hjordis, aveva iniziato “un idillio, che diventerà un grande amore proprio con Erwin Wolf, il segretario di Trotskij: “idillio” che forse non era ancora nato nel dicembre del 1935, ma “grande amore” e successivo matrimonio tra i due giovani che sicuramente era in corso nel gennaio del 1937, quando Knudsen padre, membro autorevole di un partito antistalinista, scrisse la sua poco imparziale lettera a Visinskijj[3].

Amico dei Trotskij, laburista norvegese che sosteneva la “seconda versione” e padre la cui figlia, nel 1936-37, aveva una relazione affettiva con il segretario di Trotskij: proprio un testimone imparziale, Konrad Knudsen[4]!

Ma visto che vogliamo raggiungere la quota del 101% di sicurezza, almeno per il momento supporremo per amor di discussione che Konrad Knudsen fosse candido come un giglio e quindi un testimone assolutamente affidabile. Anche in questo caso, tuttavia, il problema è che per poter essere dei testimoni diretti e realmente risolutivi rispetto al “delitto” in via d’esame, Knudsen e la sua famiglia dovevano inevitabilmente diventare dei “convitati di pietra” e degli ospiti permanenti nell’appartamento dei Trotskij almeno durante i due pomeriggi in via d’esame, ossia del 12 e 13 dicembre, stazionando quindi in modo costante nell’appartamento dei Trotskij durante i due periodi incriminati.

Ma i Knudsen, o almeno uno di loro, risultavano davvero posizionati in modo costante nell’appartamento dei Trotskij durante i decisivi pomeriggi dell’12 e 13 dicembre, per le due giornate in via di esame che contano realmente e che ci interessano da vicino?

La risposta a tale interrogativo risulta sicuramente negativa, visto che lo stesso Knudsen nel suo affidavit si guardò bene dal dichiarare che lui stesso, o la moglie, o i suoi due figli, oppure almeno la loro cuoca-domestica avessero fatto compagnia a Trotskij nella sua abitazione di Honefoss e nelle stanze riservate al leader in esilio della Quarta Internazionale, nel periodo dal 1 al 19 dicembre del 1935 soprattutto nei giorni “caldi” del 12 e 13 dicembre del 1935.

Oltre a tale fatto sicuro, che i giudici-lettori possono facilmente controllare di persona e riesaminando con attenzione proprio l’affidavit di Konrad Knudsen, interviene simultaneamente l’elemento decisivo sopracitato: lo stesso Trotskij, durante la sesta sessione della commissione Dewey, come si è già visto ammise di non avere un alibi forte e “positivo”, con testimoni insospettabili quali ad esempio i Knudsen posizionati costantemente in sua presenza, durante i giorni nei quali Pjatakov dichiarò di aver compiuto il suo volo segreto, ossia il 12 o 13 dicembre 1935.

Solo per un surplus di prudenza investigativa sottolineiamo a questo punto altri fattori che escludono, senza lasciare spazio ad alcun dubbio anche poco ragionevole, la presenza di un alibi positivo a favore di Trotskij.

  • Trotskij innanzitutto non rilevò niente in proposito, persino davanti alle sopracitate sollecitazioni di Dewey: non disse mai “aspetti, presidente Dewey, mi ricordo ora che per due pomeriggi di fila i Knudsen mi fecero compagnia… Ora ricordo meglio, rimasero in mia presenza proprio durante i due pomeriggi del 12 e 13 dicembre, approssimativamente dalle 14 del pomeriggio alle 18 di sera”. Sarebbe stato un alibi positivo e inattaccabile, se proposto da Trotskij e confermato in seguito dai Knudsen: ma non avvenne nulla di tutto ciò, sia durante la sesta sessione della commissione Dewey che in seguito.
  • Non solo Knudsen, nel suo affidavit, non riportò in alcun modo di essersi installato costantemente nell’appartamento dei Trotskij almeno durante qualche pomeriggio compreso tra l’1 e il 19 dicembre, o che lo avesse fatto almeno qualcuno della sua famiglia, ma altresì sappiamo grazie a Brouè che il deputato e giornalista Knudsen era spesso “assente per lavoro”, e quindi anche impossibilitato a svolgere il duro lavoro di testimone insospettabile riguardo a Trotskij.
  • L’undici dicembre del 1935 era un mercoledì (controllate pure su internet, giudici-lettori): e in Norvegia mercoledì era ed è tuttora un giorno lavorativo (e di scuola, per i figli dei Knudsen), come del resto giovedì 12 dicembre e venerdì 13 dicembre, anche per il deputato-giornalista norvegese in oggetto.
  • La famiglia Knudsen era amica dei coniugi Trotskij ma allo stesso tempo “silenziosa”, come notò anche la stessa moglie di Trotskij: e cioè discreta e rispettosa della privacy altrui, come emerge dal passo citato in precedenza del libro di Brouè, e quindi per niente invadente.
  • Trotskij risultava anche per i Knudsen febbricitante e malato, nel dicembre del 1935: di conseguenza andare per alcune ore in casa di un malato e per due pomeriggi di fila, il 12 e 13 dicembre, per una famiglia tra l’altro silenziosa e discreta come quella dei Knudsen, avrebbe costituito un comportamento insolito e molto anomalo. La presunta malattia del leader in esilio della Quarta Internazionale serviva come ostacolo e barriera invalicabile anche rispetto ai Knudsen, come si è del resto già sottolineato in precedenza.
  • In ultimo, ma non certo per importanza, bisogna considerare altresì che Trotskij nel dicembre del 1935 non risultava certo un carcerato, quindi sottoposto per forza di cose nell’abitazione di Honefoss al controllo costante e alla presenza fisica dei presunti “carcerieri” della famiglia Knudsen. Trotskij era invece a tutti gli effetti un uomo libero nel dicembre del 1935, libero quindi di muoversi o di non muoversi sul suolo norvegese, libero di ricevere o non ricevere visite nella sua abitazione di Honefoss, libero anche di allontanarsi dalla sua dimora norvegese, libero quindi anche di ricevere o invece non ospitare i Knudsen nel suo appartamento: un uomo libero che poteva sempre rivendicare il diritto a tutelare la sua privacy e il suo isolamento dal mondo esterno, specialmente e a maggior ragione essendosi dichiarato “malato” e “febbricitante” fin dall’inizio di dicembre del 1935.

Mettendo assieme e combinando i fattori sopra esposti, il livello di probabilità che Konrad Knudsen o un altro membro della sua famiglia fossero posizionati in modo costante in casa Trotskij, anche e soprattutto nei due decisivi pomeriggi del 12 e 13 dicembre, cade come minimo a sotto zero; e di sfuggita va subito rilevato che la mancata presenza di almeno uno dei Knudsen in compagnia di Trotskij, nei due pomeriggi del 12 e 13 dicembre, escludeva altresì allo stesso tempo anche la possibilità che essi potessero testimoniare con efficacia che il leader in esilio della Quarta Internazionale allora non si fosse invece mosso e allontanato dalle sue stanze di Wexall/Honefoss, per recarsi a incontrare Pjatakov fuori e lontano dall’abitazione dei Knudsen. persino

Come ammise lo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale, durante la sesta sessione della commissione Dewey, si deve pertanto concludere che Trotskij non disponeva in alcun modo di un alibi positivo, con testimoni insospettabili che fossero stati in sua presenza nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre 1935, anche perché egli risultava – a suo dire – malato, febbricitante e quindi isolato legittimamente dal modo esterno, ivi compresa la famiglia Knudsen.

Nessun alibi positivo, quindi. Trotskij non poté citare a sua discolpa neanche un dottore, ad esempio il sopracitato Karl Evang o un altro medico, che potesse affermare: “ho visitato a lungo Trotskij nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935, verificando che egli era in casa e non c’era nessuno in loco, oltre a sua moglie e a Erwin Wolf”.

L’assenza di un alibi diretto, effettivo e reale a favore di Trotskij, rispetto ai giorni del 12 e 13 dicembre del 1935, risultò così pesante che Trotskij giunse fino al punto – disperato e controproducente – di comunicare alla commissione Dewey, per il tramite di Otto Ruhle, che egli sia il 12 che il 13 dicembre aveva scritto ogni giorno due lunghe lettere, una delle quali indirizzata a Olaf Scheflo: quindi quattro lettere, e dato che Trotskij in quei due giorni risultava così impegnato nello scrivere quelle missive, almeno a suo avviso egli pertanto aveva un alibi inattaccabile, visto che non poteva avere avuto in alcun modo il tempo di incontrarsi con Pjatakov.

Siamo ormai scesi a livelli veramente patetici e imbarazzanti. Era impossibile per Trotskij scrivere le lettere in oggetto il 9, il 10 o l’11 dicembre, in tutto o in parte? Oppure Trotskij non poteva scrivere tranquillamente le missive in via d’esame anche nelle mattinate del 12 o 13 dicembre, quando Pjatakov era ancora ben distante da Kjeller? E ancora: Trotskij non era forse un ottimo scrittore, abituato da decenni a scrivere moltissimo, ivi comprese lettere a volte non brevi? Siamo quindi in presenza di una penosa caricatura e di un misero surrogato di un alibi reale, la cui semplice esposizione serve tuttavia a dimostrare ulteriormente la paurosa debolezza della posizione di Trotskij rispetto al 12 e 13 dicembre, di fronte alla quale la patetica rivendicazione delle “quattro lettere” scritte nei due giorni in esame ottiene l’unico effetto di aggravare ulteriormente, se possibile, la posizione di quest’ultimo[5].

Avvocato del diavolo: “rimane in ogni caso almeno l’alibi negativo, e cioè la sicurezza che nessun visitatore esterno potesse venire a casa dei Knudsen/Trotskij senza essere visto e osservato, nel dicembre 1935: lo affermò chiaramente Knudsen-padre nel suo affidavit, quando sottolineò il fatto che Pjatakov non “era in grado di visitare Trotskij senza che lo sapessi…”. I Knudsen, in altri termini, non si posizionarono allora costantemente nelle stanze utilizzate dai Trotskij, ma con la loro presenza a casa essi almeno garantirono che nessun visitatore straniero, estraneo e sconosciuto (un certo Pjatakov, ad esempio) fosse arrivato nell’appartamento dei Trotskij adiacente al loro, anche e specialmente nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935”.

D’accordo, esaminiamo adesso la questione dell’”alibi negativo” di Trotskij: parafrasando Agatha Christie, esso costituisce l’ultimo “piccolo indiano” che rimane ancora sul campo  tra le quattro tipologie di alibi via via proposte dal leader in esilio della Quarta Internazionale, rispetto al volo/colloquio segreto di Pjatakov.

Ora, siamo innanzitutto sicuri che almeno uno dei Knudsen stesse sempre e costantemente in casa, dal 1° dicembre al 19 dicembre del 1935, comprendendo anche la loro cuoca-cameriera? E come fecero essi a ricordarselo con precisione, dopo più di un anno? Il processo di Mosca iniziò infatti dopo la prima metà di gennaio del 1937, e solo allora il dicembre del 1935 diventò un mese “caldo”: forse i Knudsen tennero un foglio giornaliero delle presenze di ciascuno in casa in quel periodo, e lo conservarono poi nel loro archivio di famiglia?

Forse la moglie dei Knudsen risultava sempre relegata in casa, dal mattino a tarda sera, come una donna afghana sotto il potere dei talebani?

Ma vogliamo comunque per il momento ritenere valido e inattaccabile anche il presupposto indispensabile per la tesi dell’alibi “negativo”, ossia la presenza nella casa di Wexhall di almeno uno dei Knudsen (o della cuoca/cameriera) proprio nel dicembre del 1935, e soprattutto nei pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935.

Anche in questo caso, comunque, il “problemino” e l’elemento materiale che distrugge in modo irrimediabile e demolisce a priori l’alibi “negativo” di Trotskij consiste nel fatto che non fu certo Pjatakov ad entrare nella casa dei Knudsen a Honefoss per incontrare Trotskij, ma viceversa fu quest’ultimo a uscire e allontanarsi dall’abitazione dei Knudsen al fine di recarsi fuori di essa per incontrare “Capelli rossi”, in un luogo e in un’abitazione diversa posta lungo la direttrice di marcia Honefoss-Kjeller; detto in altri termini, non entrò certo Pjatakov nella casa di Honefoss, ma viceversa uscì invece Trotskij da quest’ultima per recarsi all’appuntamento con “Capelli rossi”, lontano da Honefoss e dall’abitazione che allora occupava assieme alla moglie.

Risulta abbastanza facile verificare con assoluta sicurezza tale tesi, tenendo bene a mente alcuni dati di fatto indiscutibili.

Innanzitutto Trotskij e sua moglie non abitavano certo in una casa isolata durante il dicembre del 1935, ma viceversa coabitavano nel periodo che ci interessa proprio con la famiglia Knudsen; per di più esisteva in loco un’unica porta di entrata, utilizzata sia dai coniugi Trotskij che dalla famiglia Knudsen; in terzo luogo quest’ultima non era certo composta da un solo individuo, magari assente del tutto per lunghe settimane per questioni di lavoro o personali, ma viceversa da cinque persone, ossia il deputato Konrad Knudsen, sua moglie e i loro due figli, oltre alla loro cuoca-domestica.

Per quanto riguarda invece il luogo di residenza di Trotskij a Honefoss, esso era posizionato al piano terra della casa dei Knudsen, un’abitazione a sua volta composta da due livelli.

Proprio Trotskij, durante la sesta sessione della commissione Dewey, chiarì che al piano terra “l’entrata era comune” con un’unica porta d’entrata, e tale porta “veniva chiusa” ma “non a chiave”; dopo l’entrata, c’era “un vestibolo” e una stanza di disimpegno, da cui si passava per la sala da pranzo e per la cucina, che venivano usate in comune dai Trotskij e dai Knudsen, mentre a sinistra si andava nello “studio” occupato dai Trotskij e nella loro “camera da letto”, e a destra invece nella zona utilizzata dai Knudsen al piano terra; Trotskij altresì confermò che nel suo studio al piano terra si trovava anche un’ampia finestra, da cui si poteva vedere il cortile di casa.

Venendo a conoscenza di tutte queste informazioni, sicure e tra l’altro ben conosciute da Trotskij nel dicembre del 1935, dato che in quel momento egli abitava da quasi sei mesi a Honefoss, alcuni giudici-lettori avranno già capito dove vogliamo andare a parare: per quanto riguarda il parametro fondamentale e decisivo della segretezza, e cioè della necessità vitale di tenere nascosto a tutto il mondo il colloquio segreto tra Pjatakov e Trotskij, l’abitazione dei Knudsen risultava fin dalla prima occhiata una sorta di “casa-trappola”, da evitare ad ogni costo di utilizzare per l’attuazione del colloquio segreto in oggetto.

Ma procediamo con ordine, partendo dalla semplice constatazione che rispetto all’incontro segreto tra Pjatakov e Trotskij è stato sicuramente quest’ultimo a pianificare e dirigere come minimo le dinamiche degli eventi sul suolo norvegese, dopo l’atterraggio a Kjeller dell’aereo con Pjatakov a bordo.

Ora, uno dei principali problemi logistici che Trotskij doveva in ogni caso risolvere era appunto dove incontrare “Capelli rossi”, in quale posto accogliere Pjatakov per il loro colloquio segreto: e sotto questo profilo, la principale alternativa che si poneva inevitabilmente a Trotskij era quella tra aspettare Pjatakov a casa sua e dei Knudsen o, viceversa, uscire dall’abitazione di Wexhall per incontrarsi con Pjatakov in un posto scelto prima e con cura, lontano in ogni caso da Honefoss.

Mettiamoci a questo punto nei panni di Trotskij, cercando di entrare nella sua mentalità e nel suo modo di pensare.

Trotskij era sicuramente non solo una persona molto intelligente e astuta, ma anche un abile e esperto cospiratore il cui noviziato era iniziato attorno al 1898, circa quattro decenni prima del novembre/dicembre del 1935, in qualità di militante marxista clandestino nella Russia zarista del tempo; risultava inoltre anche un esperto di spionaggio e controspionaggio, di inganni e coperture, come dimostra anche il caso sopracitato del memoriale Tanaka. Pertanto egli era perfettamente a conoscenza della necessità vitale che il suo colloquio con Pjatakov rimanesse segreto, visto che la posta in palio, in caso di svelamento dell’incontro clandestino, era costituita sia dalla vita di “Capelli rossi” che da un danno politico gravissimo alla Quarta Internazionale.

Inoltre l’esperto e abile leader della Quarta Internazionale sapeva che non solo il suo incontro con Pjatakov doveva restare assolutamente segreto e clandestino, ma che simultaneamente si dovevano ridurre al minimo i rischi di eventuali contrattempi tecnici e di incidenti: ad esempio che la macchina con a bordo Pjatakov restasse in panne lungo il percorso, o che quest’ultimo subisse per colmo di sfortuna un controllo della polizia norvegese, ecc.

Infine Trotskij era ben conscio dell’importanza del “fattore tempo”, e cioè che bisognava ridurre al minimo possibile la permanenza di Pjatakov sul suolo norvegese. Non solo perché ogni ora in più di posizionamento di “Capelli rossi” sul suolo norvegese aumentava il rischio che egli fosse scoperto in terra nordica, ma anche e soprattutto perché simultaneamente si ingrandiva il pericolo, ancora più grave, che l’assenza di Pjatakov fosse notata all’ambasciata sovietica a Berlino da parte di qualche fedele e loquace stalinista: non dai fidati Bukhartsev o Bessonov, certo, ma quest’ultimi non risultavano di sicuro gli unici esponenti del numeroso personale sovietico operante nella capitale tedesca durante il dicembre del 1935.

Un uomo intelligente e astuto come Trotskij doveva pertanto trovare la soluzione migliore tra le due opzioni sul campo (incontro dai Knudsen, oppure fuori dalla casa dei Knudsen?) tenendo conto almeno di tre parametri e criteri di riferimento, e cioè la necessità:

  • di segretezza dell’incontro, elemento centrale e decisivo;
  • di ridurre al massimo i rischi di inconvenienti tecnici;
  • di ridurre al massimo i tempi di permanenza di Pjatakov in Norvegia.

In base a questi criteri di scelta, la decisione di Trotskij diventava scontata e praticamente obbligata a favore dell’opzione di incontrarsi fuori della casa dei Knudsen, fuori dalla loro abitazione di Honefoss: scegliendo infatti l’opzione “esco da casa” e decidendo pertanto di tenere il colloquio con “Capelli rossi” lontano dall’abitazione dei Knudsen, si ottenevano sicuramente tutta una serie di vantaggi decisivi e combinati tra loro, al fine di tentare di assicurare al meglio possibile il carattere riservato di un viaggio già di per sé rischioso sia per Trotskij che per la sua organizzazione politica.

Innanzitutto e principalmente, si evitava in tal modo di far arrivare Pjatakov nella casa di Honefoss, e cioè in un’abitazione in cui coesistevano e coabitavano quasi fianco a fianco sia i coniugi Trotskij che la famiglia Knudsen; si evitava in tal modo di far arrivare “Capelli rossi” in una posizione logistica che non garantiva in alcun modo la necessaria segretezza del colloquio. Selezionando l’opzione “esco di casa”, infatti, non sorgeva alcun pericolo che anche uno solo dei quattro componenti della famiglia Knudsen, oltre alla cuoca-cameriera, potesse vedere arrivare e uscire dalla casa di Honefoss Pjatakov, tra l’altro con un aspetto fisico facilmente ricordabile perché alto e con i capelli rossicci.

Stiamo parlando di un pericolo dalle conseguenze potenziali tremende: pensiamo solo, ad esempio, alla cuoca che avesse visto eventualmente Pjatakov, notando sia l’ospite sconosciuto che i suoi capelli rossi e chiacchierando su ciò in giro, finché la voce si fosse eventualmente sparsa fino alle orecchie di qualche stalinista norvegese, e da lì fino all’ambasciata sovietica in Norvegia, e da lì a Mosca: un rischio inaccettabile per le sue disastrose conseguenze potenziali, sia per Pjatakov (per la sua vita e libertà) che per la reputazione politica di Trotskij.

[1]“The case of…”, op. cit. sesta sessione

[2]P. Brouè, op. cit., p. 781

[3]P. Brouè, op. cit., p. 781

[4]P. Brovè, “Erwin Wolf”, op. cit.

[5]“Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 17, in http://www.marxistarchiv.se

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