IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUINTO

 

Pjatakov a Berlino e il “piano Tanaka”

 

 

Dal processo di analisi effettuato in precedenza emerge come proprio la posizione politica reale di Pjatakov e Radek, ridiventati a partire dalla seconda metà del 1931 dei dirigenti trotzkisti clandestini in URSS, rendesse desiderabile l’idea di un loro incontro diretto e personale con il leader indiscusso della Quarta Internazionale e con il loro vero capo e referente politico, e cioè Trotskij.

Affinché i desideri politici del 1935 si potessero trasformare in realtà concreta risultava tuttavia necessaria anche la presenza simultanea e indispensabile di alcune fondamentali condizioni logistiche e politiche, sia al fine di compiere concretamente l’incontro che di tentare allo stesso tempo di attuarla in segreto, seppur dovendo sempre affrontare seri rischi. Dobbiamo pertanto tornare sulla tematica dei mezzi e delle opportunità per il colloquio segreto tra Trotskij e Pjatakov considerandola però da un’altra angolatura, ossia affrontando sia la sfera della fattibilità che il fattore della segretezza da creare e conservare rispetto al volo/colloquio clandestino in oggetto: verificando in pratica se sussistessero davvero nel dicembre 1935 non solo le condizioni necessarie per attuare concretamente l’incontro segreto in via d’esame, ma anche e simultaneamente per pensare di riuscire a mantenerlo nascosto a tutto il mondo, e soprattutto agli occhi dell’NKVD, Pjatakov e Trotskij costituivano infatti delle persone molto intelligenti e degli esperti nell’arte della cospirazione per i quali risultava subito vitale non solo poter attuare il loro colloquio ma anche tenerlo celato, innanzitutto agli occhi di Stalin e del suo apparato statale.

Fattibilità tecnico-logistica del volo e sua possibile segretezza: solo la compresenza simultanea di questi due fattori, entrambi indispensabili, poteva indurre Trotskij e Pjatakov a progettare e soprattutto a compiere un viaggio e un colloquio clandestino in ogni caso sottoposto a un concreto rischio di smascheramento, minimizzabile al massimo possibile ma non certo del tutto.

Il primo presupposto fondamentale per attuare concretamente, e poter tenere nascosto al mondo l’incontro segreto in via d’esame era ovviamente che Trotskij fosse all’estero, e non in Unione Sovietica, nel dicembre del 1935: libero pertanto dal controllo diretto dell’apparato statale sovietico e non sottoposto a misure di sicurezza (carcere, confine, ecc.) da parte delle autorità staliniste.

Sotto questo aspetto Trotskij risultava sicuramente in Norvegia, e pertanto fuori dei confini sovietici, nel dicembre del 1935: e più precisamente a Honefoss, una piccola cittadina nella zona meridionale della Norvegia.

Rispetto sia al fattore della fattibilità che a quello della segretezza, un ulteriore presupposto essenziale per l’incontro tra Trotskij e Pjatakov era che nel dicembre del 1935 anche quest’ultimo si trovasse all’estero. Risultava infatti impensabile che “Capelli rossi” potesse prendere illegalmente e in segreto un aereo (o un altro mezzo di trasporto, ad esempio una nave) partendo proprio dal territorio sovietico e dalla nazione in cui egli ricopriva l’importante ruolo di viceministro dell’industria pesante, senza essere subito scoperto dall’NKVD mentre cercava di recarsi all’estero a trovare Trotskij: solo ed esclusivamente trovandosi fuori dai confini sovietici Pjatakov poteva tentare di incontrarsi in segreto con Trotskij senza essere individuato dall’apparato statale stalinista, all’andata o al massimo al suo ritorno in Russia.

Inoltre non solo Pjatakov doveva trovarsi all’estero, ma risultavano anche necessarie altre particolari sotto-condizioni logistiche in questo campo, e cioè che:

  • “Capelli rossi” fosse in viaggio all’estero legalmente e attraverso una missione consentita dal governo sovietico, per avere almeno un certo margine di manovra;
  • Pjatakov fosse impegnato non solo in un viaggio legale all’estero, ma anche in un paese relativamente vicino alla Norvegia. E’ intuitivo che se anche Pjatakov fosse stato mandato per esempio in una missione diplomatica in Australia o nel Madagascar, sarebbe stato per lui impossibile andare e tornare dalla Norvegia dopo il colloquio con Trotskij in un solo giorno, tempo massimo superato il quale i rischi di scoperta dell’incontro segreto sarebbero aumentati in modo esponenziale e di ora in ora;
  • “Capelli rossi” fosse stato inviato non solo in missione legale e in un paese vicino (se non confinante) con la Norvegia, ma anche in una trasferta all’estero relativamente lunga e almeno di una settimana: solo così un giorno di assenza da parte sua sarebbe potuto passare inosservato, a patto che fosse giustificata da (finti) impegni di lavoro e sempre con le dovute coperture e protezioni in loco.

Ora, sotto questi aspetti risulta ammesso anche da Trotskij nell’aprile del 1937, seppur dopo un astuto tentativo di depistaggio su cui ci soffermeremo a lungo nel capitolo sulla “gita nel ghiaccio”, che Pjatakov:

  • fosse giunto a Berlino e fuori dai confini sovietici nel dicembre del 1935;
  • fosse arrivato a Berlino per una missione legale e ufficiale da parte sovietica;
  • fosse giunto a Berlino dal 10 o 11 dicembre del 1935 al 22 dicembre del 1935, e quindi per una visita diplomatico-commerciale di circa dieci giorni;
  • fosse allora posizionato a Berlino e quindi nel nord della Germania, cioè a circa quattro ore di volo (con la velocità degli aerei di medio livello di quel tempo) dalla zona meridionale della Norvegia e da Kjeller.

La prolungata missione, ufficiale e con destinazione Berlino, compiuta nel dicembre del 1935 da Pjatakov costituisce un elemento sicuro al di là di qualunque dubbio e che soddisfa pienamente il parametro logistico che stiamo ora esaminando.

La terza precondizione, che riguarda invece solo il criterio della segretezza, era che non solo Trotskij si trovasse in Norvegia nel dicembre del 1935, ma anche che per qualche giorno egli risultasse isolato e con buone ragioni da possibili visitatori esterni, senza pertanto creare sospetti in seguito a tale distacco temporaneo dal mondo esterno.

Affinché il viaggio di Pjatakov e il suo colloquio con Trotskij potesse rimanere segreto almeno con discrete probabilità di successo, era infatti indispensabile da un lato che quest’ultimo potesse risultare indisponibile e inavvicinabile per degli eventuali testimoni, inopportuni e pericolosissimi sul piano potenziale, dell’incontro clandestino con “Capelli rossi”, quali ad esempio giornalisti norvegesi/stranieri o eventuali seguaci trotzkisti in visita al loro leader, oltre che più in generale per chiunque non facesse parte del più ristretto nucleo familiare-politico di fedelissimi a Trotskij; e, simultaneamente, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale doveva avere a sua disposizione un motivo valido e legittimo, inattaccabile e accettato sul piano sociale, per rendersi inaccessibile a eventuali visitatori senza creare grossi sospetti. Serviva altresì un’indisponibilità prolungata, ossia di almeno un certo numero di giorni, per Trotskij rispetto al mondo esterno, prima dell’arrivo di “Capelli rossi” in Norvegia; dato che eventuali e indesiderati visitatori dovevano venire infatti a conoscenza almeno qualche giorno prima di un loro viaggio a Honefoss dell’isolamento legittimo di Trotskij, inoltre l’isolamento dal mondo esterno doveva poter essere prolungabile a piacere in caso di necessità, come ad esempio per affrontare un eventuale ritardo della partenza di Pjatakov da Berlino rispetto al giorno fissato in precedenza.

La condizione logistico-organizzativa in via d’esame si divide e si dirama quindi in quattro sotto-condizioni, e cioè:

  • isolamento di Trotskij da eventuali visitatori;
  • isolamento prolungato di Trotskij dal mondo esterno;
  • isolamento legittimo e inattaccabile, accettato quindi sul piano sociale, di Trotskij dal mondo esterno.

Come vedremo in seguito, proprio la presunta “febbre” e la “malattia” misteriosa che “casualmente” colpì Trotskij proprio all’inizio del dicembre del 1935 permisero realmente a quest’ultimo di creare ad arte e volutamente:

  • il suo isolamento nel dicembre del 1935, nella casa di Honefoss;
  • il suo isolamento prolungato dal 1° al 19 dicembre, utile anche al fine di poter avvisare con un certo anticipo qualsiasi possibile “visitatore esterno” dell’“impedimento” fisico che allora lo colpiva;
  • il suo isolamento legittimo e difficilmente sospettabile, sempre secondo i criteri normali per cui una persona malata non va disturbata, se non in casi eccezionali;
  • il suo isolamento prolungato a piacere in caso di necessità, semplicemente facendo protrarre nel tempo la sua presunta malattia.

Quarta precondizione fondamentale sul piano logistico: la presenza effettiva nel dicembre del 1935 di “talpe” e militanti trotzkisti a Berlino, che potessero favorire, “coprire” e aiutare materialmente a nascondere alla NKVD stalinista il viaggio di Pjatakov dalla capitale tedesca del tempo fino in Norvegia, con annesso ritorno.

Proprio l’insospettabile storico trotzkista francese Brouè ha ammesso l’esistenza concreta di alcune “talpe” della Quarta Internazionale a Berlino anche nella prima metà degli anni Trenta, a partire proprio dal nome di S.A. Bessonov: un abile diplomatico e un’eccellente spia sovietica, che tra l’altro aiutò con efficacia nel 1935-36 l’azione dell’organizzazione clandestina antinazista generalmente conosciuta sotto la denominazione di gruppo Schulze-Boysen-Harnack, validamente supportato in tale attività segreta da un suo stretto collaboratore a Berlino di nome D.P. Bukhartsev.

Sulle opinioni politiche di Bessonov lasciamo la parola a Brouè, a pag. 590 della sua monumentale biografia su Trotskij. Egli notò che all’inizio degli anni Trenta, “a Berlino, ci sono diversi simpatizzanti” (di Trotskij e delle sue posizioni politiche) “presso la delegazione commerciale, dove Pierre Naville” (un dirigente trotskista francese di quel periodo) “ricorda di aver incontrato in particolare Bessonov”: S.A. Bessonov, su cui torneremo a lungo in un altro capitolo di questo giallo storico. E sempre Brouè, seppur cercando di ridimensionare al massimo il fenomeno per evidenti ragioni (il collegamento tra i trotskisti sovietici clandestini di Berlino e Pjatakov costituiva un argomento da evitare il più possibile, per l’intelligente storico francese), ha indicato con estrema cautela che durante la prima metà degli anni Trenta “è probabile che restino all’estero, dei militanti nelle delegazioni commerciali o nei servizi diplomatici” (sovietici) “che simpatizzano con l’Opposizione” trotskista[1].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij e Pjatakov potevano contare a Berlino sull’aiuto di “simpatizzanti” (Brouè) trotzkisti come Bessonov: talpe utilissime al fine di preparare i contatti logistici con i nazisti, per coprire e nascondere con la loro azione l’inevitabile assenza di Pjatakov da Berlino e dalla Germania, dal mattino fino a notte inoltrata, oltre che per inventarsi un finto appuntamento a Berlino in quel giorno delicatissimo per Pjatakov, da presentare ai dirigenti dell’ambasciata sovietica allora schierati al fianco di Stalin.

Quinto presupposto logistico necessario per la fattibilità/segretezza dell’incontro: non solo Pjatakov doveva trovarsi fuori dall’URSS e in una nazione relativamente vicina alla Norvegia, ma altresì “Capelli rossi” doveva atterrare in un aeroporto norvegese relativamente vicino al luogo di residenza di Trotskij in Norvegia, per ridurre al minimo possibile gli spostamenti dei due cospiratori. E Kjeller, come si è già visto, distava da Honefoss e dall’abitazione utilizzata da Trotskij solo cinquanta chilometri, non certo i mille chilometri che distanziano ad esempio Oslo dalla città norvegese di Narvik, collocata al nord del paese scandinavo in esame.

Altra indispensabile condizione logistica: Trotskij doveva essere libero di muoversi e di ricevere visitatori in terra norvegese, nel 1935 e nel dicembre del 1935, senza subire alcuna forma di controllo da parte delle autorità e della polizia norvegesi. Come vedremo meglio tra poco, anche questo importante presupposto materiale risultava allora a piena disposizione di Trotskij.

Sul piano infine della fattibilità tecnica del volo, si è già notato che fin dal 1927 (Lindbergh e la sua transvolata dell’oceano Atlantico) una distanza di mille chilometri, quale quella che separava Berlino da Kjeller, fosse facilmente percorribile senza tappe per i rifornimenti e in circa quattro ore. Rispetto poi al volo notturno, strumento necessario per far tornare in nottata Pjatakov a Berlino, partendo da Kjeller diciamo attorno alle sei di sera, è facile rilevare che negli Stati Uniti fin dal 1921 – e quindi ben quattordici anni prima del dicembre del 1935 – avevano iniziato a operare i collegamenti postali notturni per via aerea, mentre a loro volta molti piloti di aerei tedeschi, fin dal 1931, risultavano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, diciamo in una sera/notte del 12 o 13 dicembre del 1935, essendo tra l’altro dotati di radio a bordo e di un’esperienza specifica in merito[2].

A questo punto riprendiamo in modo dettagliato l’analisi della situazione esistente nel dicembre 1935, al fine di risolvere via via altri problemi di una certa importanza per la nostra indagine.

Nel dicembre del 1935 Trotskij era sicuramente posizionato a Wexhall, frazione della cittadina norvegese di Honefoss, collocata a sua volta a circa sessanta chilometri a nord-est di Oslo.

Grazie all’insospettabile Brouè veniamo a sapere che, espulso dalla Francia nel giugno del 1935, Trotskij trovò asilo in Norvegia grazie a una decisione presa dal governo laburista norvegese, che aveva appena vinto le elezioni nazionali il 20 marzo del 1935: dopo essere arrivato nel paese scandinavo, egli trovò un asilo stabile dal 23 giugno del 1935 fino all’agosto del 1936 presso l’abitazione del giornalista e deputato laburista Konrad Knudsen, a sua volta in buoni rapporti con un simpatizzante trotzkista norvegese di nome Olaf Scheflo[3].

Sempre da Brouè apprendiamo inoltre tutta una serie di dettagli significativi rispetto alle condizioni  materiali e giuridiche della permanenza di Trotskij a Honefoss.

Trotskij e sua moglie “il 23 giugno, infine, grazie ai buoni uffici di Scheflo, possono sistemarsi nella casa di un vecchio militante del partito laburista norvegese, il giornalista e deputato Konrad Knudsen. La casa si trova in località Wexhall, alla periferia di Honefoss, a una sessantina di chilometri a nord di Oslo. Il padrone di casa è spesso assente; c’è però la moglie, Hilda, con i due figli, il quattordicenne Bognar e la sorella maggiore ventunenne, la bionda Hjordis, che finirà, al seguito dei Trotskij, per prendere parte alla tragedia”. La casa, scriverà Natalja, era spaziosa, “preceduta da un ampio cortile il cui ingresso sulla strada rimaneva aperto giorno e notte”.

I Trotskij dispongono di due stanze confortevoli, la camera da letto e lo studio di L.D.” (ossia di Trotskij). “E’ impossibile essere più numerosi senza disturbare i Knudsen, così si decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[4].

La camera da letto e lo studio occupati dai coniugi Trotskij erano posti a piano terra della casa dei Knudsen, con una finestra che si affacciava direttamente sul cortile descritto da Natalia Sedova: un piccolo dettaglio che assumerà tuttavia una certa importanza, quando passeremo ad esaminare la questione dell’alibi di Trotskij per il 12 e 13 dicembre del 1935.

Un primo segretario di Trotskij, Jan Frankel, lavorò con Trotskij in Norvegia per alcuni mesi a partire dal giugno del 1935 ma, dal novembre di quell’anno, subentrò in quella funzione operativa Erwin Wolf, appartenente alla numerosa popolazione tedesca che viveva in quel periodo nei Sudeti, regione posta nella zona occidentale della Cecoslovacchia degli anni Trenta.

Il facoltoso e fidato dirigente trotzkista Erwin Wolf risultava a giudizio di Brouè “un brillante intellettuale” che poteva vivere “della rendita che gli passava il fratello, al quale ha lasciato la sua parte dei beni familiari. Ha meno esperienza di Frankel, ma si rivela non solo un grande lavoratore, ma anche un compagno piacevole, aperto e molto vivace, al quale i Trotskij si legheranno personalmente. Nasce presto un idillio, che diventerà un grande amore, tra Erwin e la figlia degli ospiti, la bionda Hjordis Knudsen. Si crea in questo modo un ulteriore legame tra le due famiglie che dividono la casa di Wexhall. Trotskij ha così descritto in seguito la vita condotta da Natalja Ivanovna e lui stesso, durante i diciotto mesi di esilio tranquillo in Norvegia: “La nostra vita si svolgeva placida e serena, direi quasi su un piano piccolo-borghese. I nostri vicini si erano presto assuefatti alla nostra presenza e avevamo stabilito con loro dei rapporti piuttosto silenziosi, ma molto amichevoli. Una volta alla settimana andavamo con i Knudsen al cinema, dove venivano proiettate delle produzioni hollywoodiane di un paio di anni prima. Di tanto in tanto, soprattutto d’estate, ricevevamo visite di conoscenti appartenenti per lo più alla sinistra del movimento operaio (…). L’arrivo della posta era a Wexhall il momento cruciale della giornata. Aspettavamo con impazienza, verso l’una del pomeriggio, il postino invalido che, d’inverno in slitta e d’estate in bicicletta, ci portava un pesante pacco di giornali e di lettere provenienti da tutte le parti del mondo”.

Il soggiorno norvegese di Trotskij comincia senza problemi. Per la prima volta dall’inizio dell’esilio vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia, ma senza guardia del corpo, come a Domène (un villaggio in cui Trotskij soggiornò nel 1934). “Ancor più, la porta della casa resta aperta, giorno e notte. L’accoglienza ufficiale è stata abbastanza favorevole. L’organo del partito al potere, “l’Arbeiderbladet”, scrive che il popolo norvegese è onorato della presenza di Trotskij nel paese, e che qualsiasi popolo democratico dovrebbe considerare un gradito dovere il dargli asilo”[5].

Quando si parla di un “delitto” molto particolare, come un incontro segreto tra due persone in precedenza lontane e distanti, il luogo concreto dell’incontro assume subito un rilievo particolare.

Sotto questo profilo proprio Trotskij, nel giugno del 1935, rilevò testualmente come la Norvegia non “fosse il Madagascar”, lontano da Berlino alcune migliaia di chilometri: il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale si trovava nel 1935 in “un piccolo paese fuori mano”, sempre secondo le parole di Trotskij, ma avanzato sul piano tecnologico-produttivo, oltre che vicino e quasi confinante con la Germania settentrionale[6].

Sempre rispetto alla combinazione spazio-temporale acquisiamo peraltro un ulteriore e sicuro elemento d’analisi, e cioè che Trotskij non si trovava in viaggio in Madagascar, in India oppure in Messico tra i primi di dicembre del 1935 e il 19 dicembre dello stesso anno; proprio lo storico trotzkista I. Deutscher sottolineò infatti che il leader della Quarta Internazionale “trascorse la maggior parte di dicembre” (del 1935) “a letto” a Honefoss a causa di una particolare “malattia”, su cui parimenti ci dilungheremo nel prossimo capitolo[7].

Trotskij a letto con la “febbre” a Honefoss, dall’1 al 19 dicembre del 1935: nessun dubbio emerge su questo punto specifico anche da parte della “seconda versione”, che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Altro fatto sicuro e riportato dall’insospettabile Brouè: Trotskij in Norvegia risultava “libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia” e parallelamente poteva “ricevere qualsiasi tipo di visita, più facilmente, beninteso, durante la bella stagione che quando il paese” (la Norvegia) “è sotto la neve”; parole di Brouè, che attestano il fatto indiscutibile per cui in Norvegia Trotskij potesse viaggiare e ricevere visite senza restrizioni e controlli di polizia da parte norvegese durante tutto il 1935, ivi compreso ovviamente il dicembre del 1935[8].

Solo a partire dalla fine di agosto del 1936, e quindi dopo otto mesi dal dicembre del 1935 che ci interessa, la situazione legale e materiale di Trotskij conoscerà un drastico peggioramento ed egli perderà la precedente libertà di movimento, completa e senza controlli polizieschi, di cui aveva usufruito in terra norvegese a partire dal giugno del 1935.

Sul piano della presenza/assenza di guardie private nei pressi della casa di Trotskij a Honefoss, Brouè ci ha inoltre già informati che Trotskij nel 1935 in Norvegia “vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese” (libero di spostarsi per tutto il paese, per tutta la Norvegia…) “ma senza guardia del corpo… La porta della casa” (di Honefoss) “resta aperta, giorno e notte”. Del resto “era impossibile essere più numerosi” nell’abitazione di Werhall “senza disturbare i Knudsen”, sottolineò sempre lo storico francese, cosicché Trotskij “decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[9].

Notizie e informazioni chiare, quelle fornite da Brouè: nessuna “guardia” del corpo a Honefoss, e quindi piena libertà per Trotskij di allontanarsi dalla porta di casa “sempre aperta”, giorno e notte dell’abitazione di Honefoss: non solo sul piano giuridico, ma anche su quello dell’assenza di controlli, nel 1935 e nel dicembre del 1935.

I giudici-lettori hanno già capito la nostra tesi, basata del resto su fatti sicuri: Trotskij si trovava nelle migliori condizioni possibili (giuridiche e logistiche, ivi compresa la sua “febbre” e il derivato isolamento legittimo dal mondo esterno) sia per potersi incontrare concretamente in Norvegia con Pjatakov uscendo dalla casa “aperta giorno e notte” di Honefoss, che per poter compiere tale azione di nascosto nel dicembre del 1935.

Per quanto riguarda invece la posizione concreta di Pjatakov, come si è già notato in precedenza “Capelli rossi” non risultava certo a Mosca dal 10 al 22 dicembre del 1935, ma invece a Berlino e a partire proprio dalla data sopracitata: in una delle traduzioni dei verbali russi del processo di Mosca del gennaio 1937 venne invece riportato l’11 dicembre come data d’arrivo di “Capelli rossi” a Berlino, ma si tratta in ogni caso di una differenza di un solo giorno.

E non solo Pjatakov si trovava sicuramente nella capitale tedesca a partire dal 10 o dall’11 dicembre del 1935, ma egli era in viaggio legalmente e non in modo clandestino, per una missione ufficiale e diplomatica fuori dai confini (e dai rigidi controlli) sovietici e con destinazione Berlino, quindi avendo vicino l’aeroporto berlinese di Tempelhof.

Va comunque rilevato anche un altro elemento assai interessante, emerso dalla pratica concreta della diplomazia sovietica del tempo e collegato proprio alla missione ufficiale di Pjatakov nel dicembre del 1935.

Agli inizi del 1935 David Kandelaki, responsabile commerciale dell’ambasciata sovietica a Berlino, venne incaricato direttamente da Stalin di tentare di migliorare le ormai pessime e deteriorate relazioni sovietico-tedesche, passando innanzitutto per la via economico-commerciale; a tal fine, dopo un lavoro preparatorio e un primo accordo stipulato nell’aprile del 1935, egli si incontrò il 15 luglio 1935 con l’allora ministro nazista dell’economia, H. Schacht, riuscendo almeno a fissare una riunione politica più allargata tra le due parti da tenersi attorno alla seconda metà di ottobre, incontro che avvenne effettivamente a Berlino il 30 ottobre di quell’anno[10].

Per ridiscutere meglio un possibile accordo economico tra i due paesi che, almeno nelle intenzioni sovietiche, avrebbe dovuto contribuire a migliorare le ormai guastate relazioni con la Germania nazista, verso la fine di novembre del 1935 le due parti si accordarono sull’invio di una delegazione sovietica a Berlino nella prima metà di dicembre del 1935, al cui interno era compreso questa volta oltre a Kandelaki anche l’importante vice-ministro dell’industria pesante Pjatakov, mentre quasi simultaneamente e agli inizi di dicembre il già citato S. Bessonov si incaricò di contattare degli alti funzionari nazisti quali Herbert Göring, cugino del potente gerarca nazista Hermann Göring, e R. Brinkman, il principale consigliere di Schacht[11].

Visto l’atteggiamento ferocemente ostile di Hitler rispetto all’URSS stalinista del 1935, la manovra diplomatica del Cremlino non portò ad alcun risultato positivo sul piano delle relazioni politiche tra i due paesi, ma in ogni caso determinò come suo sottoprodotto la presenza fisica di Pjatakov nella capitale tedesca, a partire dal 10 dicembre 1935.

Siamo quindi in presenza di altri fatti sicuri, anche se proprio rispetto al nodo della data d’arrivo di Pjatakov a Berlino si scatenò a un certo punto una dura polemica tra Trotskij e il suo difensore A. Goldman da un lato, e alcuni membri della commissione Dewey dall’altro.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, infatti, Trotskij e Goldman fecero mettere agli atti che seguendo il quotidiano berlinese Berliner Tageblatt, l’arrivo di Pjatakov nella capitale tedesca a loro avviso sarebbe avvenuto il 20 dicembre del 1935, per una visita di alcuni giorni; su questo punto e contro tale deduzione arbitraria, presero subito posizione anche due membri della commissione Dewey, Beals e lo stesso Dewey[12].

Riportiamo gli atti ufficiali della sesta sessione della commissione Dewey.

Dopo che Goldman fornì la sua (e di Trotskij) versione della data di arrivo, intervenne Dewey affermando invece: “il giorno dell’arrivo” (di Pjatakov a Berlino, in visita ufficiale), “era l’11 dicembre” del 1935.

Replica Trotskij: “No”: una semplice parola, un “no” e una negazione esplicita

Controreplica di Dewey “l’undici” (dicembre del 1935)[13].

Intervenne allora Beals, un altro membro della commissione Dewey, sostenendo che dagli atti del processo del 1937 Pjatakov “si incontrò con Bukhartsev” (il sopracitato giornalista e agente segreto sovietico a Berlino, secondo l’accusa stalinista un membro clandestino della Quarta Internazionale e uno degli agenti di collegamento tra Trotskij e i nazisti nella capitale tedesca) “lo stesso giorno del suo arrivo ufficiale a Berlino, o il giorno seguente, quindi il dodici dicembre[14].

Giudici-lettori: “quindi sussiste un certo grado di incertezza rispetto alla data d’arrivo di Pjatakov a Berlino, almeno da parte dei sostenitori della “seconda versione”.

[1] P. Broué, op. cit., p. 590

[2] “Storia dell’aviazione”, in it.wikipedia.org, “L’età dell’oro”

[3] P. Broué “La rivoluzione perduta”, op. cit.,  p. 778

[4] Op. cit. p. 781

[5] Op. cit. p. 781

[6] Op. cit. p. 778

[7] I. Deutscher, “Il profeta esiliato” p. 381, ed. Longanesi

[8] P: Broué, op. cit., pp. 781 -782

[9] P. Broué, op. cit., p. 780

[10] Z. Steiner, “The triumph of the dark”, ed. Oxford University Press, cap. ottavo, in books.google.it

[11] Z. Steiner, op. cit., cap. ottavo

[12] “The case of ….”, op. cit., sesta sessione

[13] Op. cit., sesta sessione

[14] Op. cit., sesta sessione

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