RISPOSTA AD ANDREA CATONE

Ripreso da http://www.lacinarossa.net

31 agosto 2010

UNA RISPOSTA AL COMPAGNO CATONE

Caro Andrea,

ho letto con estremo interesse le acute osservazioni sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento, contenute nella tua lettera del 19 agosto.

1) Il primo punto di dissenso tra di noi riguarda il ruolo assunto storicamente dalle forze produttive, dovuto anche a un involontario fraintendimento che emerge nel tuo scritto rispetto alle mie opinioni su questa materia.

Più volte, nella parte del libro “Logica della storia…” che ho elaborato in prima persona, ho infatti ripetuto che senza un determinato livello di sviluppo delle forze produttive (ivi compreso l’uomo sociale e le sue conoscenze), raggiunto in Medioriente attorno al 9000 a.C., non si sarebbe potuto formare sia un plusprodotto/surplus costante ed accumulabile che lo stesso effetto di sdoppiamento: senza la presenza di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive sociali, nessuna “era del surplus”, come emerge a pag. 60 del libro “Logica…”, e di conseguenza nessun effetto di sdoppiamento.

Fin dal 2009 e un anno prima del libro con Costanzo Preve, ho ribadito come la teoria dell’effetto di sdoppiamento abbia alla sua base un presupposto materiale fondamentale, e cioè la produzione di un surplus costante ed accumulabile con relativa facilità, aggiungendo in seguito (pag. 60 della “Logica….”) che se per assurdo, se “per un’arcana magia nera la pratica produttiva… perdesse la sua “magica” capacità di produrre un’eccedenza stabile, costante…,  l’effetto di sdoppiamento sparirebbe simultaneamente ed immediatamente…”.

Anche se sono sicuramente l’autore dello schema dell’effetto di sdoppiamento, divento responsabile solo ed esclusivamente delle affermazioni/tesi che ho espresso in prima persona sulla teoria in via di esposizione ed elaborazione.

Chiarito l’equivoco, va sottolineato da parte mia come le forze produttive ed il loro livello di sviluppo giochino sicuramente un ruolo decisivo nel processo complessivo di sviluppo storico: solo che, a partire dal 9000 a.C., esse lo svolgono proprio creando e riproducendo costantemente un gigantesco e continuo campo di potenzialità (positivo-negativo) per la nostra praxis collettiva, in primo luogo di carattere politico-sociale.

Sussiste un dissenso con le tesi espresse da Marx nel 1859, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, su questa complessa tematica?

Certo, ma anche il Marx del 1881 e della lettera a Vera Zasulich risultava in dissenso oggettivo con le sue tesi precedenti del 1859, proprio in un testo meraviglioso (tenuto nascosto non a caso da Plechanov e dai menscevichi per quattro decenni, pubblicato solo con Stalin al potere nel 1924) che stranamente non prendi mai in considerazione nel tuo stimolante scritto.

Quale Marx selezionare, dipende solo ed esclusivamente dalla pratica storica e dalle sue risposte: il Marx determinista del 1859, a mio avviso, è superato da quello “sdoppista” del 1881 non certo per l’eonica fase paleolitica, nella quale poté affermarsi solo ed esclusivamente il comunismo primitivo, ma invece per quella successiva al 9000aC: per l’era del surplus/plusprodotto, che dalla  Gerico neolitica continua fino ai nostri giorni.

 

2) Nella pratica storica complessiva rientra sicuramente il periodo compreso tra il 9000 a.C. ed il 3900 a.C., con la correlata rivoluzione neolitica e calcolitica (Ubaid). Ma proprio a questo punto si apre una sorta di “buco nero” nel tuo processo di critica, Andrea: vi fai riferimento infatti solo per affermare che “il passaggio all’agricoltura ed all’allevamento” è  secondo il sottoscritto “una data essenziale di svolta nella storia dell’umanità”, mentre tu invece non “possiedi le competenze” per affrontare il tema.

 

Vista l’importanza che va giustamente attribuita al processo di sviluppo delle forze produttive, ovviamente mi sono dilungato sul centrale processo di genesi dell’”era del surplus”, creata via via dalla comparsa di agricoltura ed allevamento, oltre che dalla ceramica, protourbanesimo e fusione metallurgica di rame ed argento.

 

Ma proprio l’inizio dell’epoca del surplus ha determinato delle conseguenze socioproduttive e politico-sociali di portata planetaria su cui ti soffermi solo fugacemente, e solo per criticare un (presunto) metafisico “principio generale-eterno di “sdoppiamento” tra “collettivismo” e classismo, tra “linea rossa” e “linea nera”, angeli “e diavoli”…

 

Di sfuggita rilevo che se l’effetto di sdoppiamento si è sviluppato solo a partire dal 9000 a.C., esso non è certo eterno e non si riproduce sicuramente dai tempi del Big-Bang, mentre del resto a pag. 82 del libro “Logica…” avevo già sottolineato che tale teoria si applica solo ad “una sezione temporalmente limitata, anche se assai interessante” del processo di sviluppo del genere umano.

 

Il punto centrale, tuttavia, rimane l’assenza di analisi concreta nella tua esposizione rispetto agli splendidi cinque millenni compresi tra il 9000 ed il 3900 a.C.

 

Non parlo di “angeli e demoni” metafisici alla Dan Brown, infatti, ma di protocittà, culture e donne/uomini concreti e reali, che hanno creato via via la collettivistica. Descrivo la concretissima  Gerico “rossa” del 8400 a.C. e l’alternativa, protoclassista Nevali Cori, la collettivistica Ubaid e la classista società teocratica dei sumeri, e via elencando.

 

Processi concreti, Andrea: uomini e donne in carne ed ossa; alternativi rapporti (concreti e reali) di produzione e distribuzione. Fatti testardi (Lenin), in ultima analisi.

 

Il solo “fatto”che tu quasi non prenda in esame il luogo ed importante periodo neolitico-calcolitico non mi sembra dovuto al caso: la coesistenza plurimillenaria tra “linea rossa” e “linea nera”, durante il lunghissimo periodo neolitico e calcolitico ed a parità (come minimo) di sviluppo qualitativo delle forze produttive, costituisce infatti uno degli “enigmi della Sfinge” (pag. 81 della “logica…”) che mettono in crisi irreversibile la “vecchia concezione del materialismo storico” e portano a preferire una sua variante, la “nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento”, per utilizzare la tua terminologia. Di fronte ai cinque millenni di storia in oggetto, non basta assolutamente criticare un (presunto) “principio generale-eterno” metafisico, senza affrontare le (reali) prove empiriche su cui si basa.

 

3) Sono assolutamente d’accordo quando tu affermi che “quella che noi stiamo vivendo è l’epoca storica dello scontro tra capitalismo e socialismo a livello mondiale”, del quale non è deciso “chi vincerà”. Ottimo…

 

“L’esito dello scontro non è assolutamente predeterminato e dipende da molti fattori, tra cui la direzione politica, l’organizzazione e la capacità di egemonia su larghe masse giocano un ruolo essenziale”. Eccellente, ben scritto ed elaborato…

 

“E non è affatto predeterminato che la fine del capitalismo… porti al socialismo/comunismo”. Niente da obbiettare, anzi….

 

Ma sorge subito un problema teorico, da queste tue (corrette) tesi.

 

Socialismo (linea rossa) contro capitalismo (linea nera)…

 

Lotta e coesistenza secolare tra capitalismo e socialismo…

 

Nessun esito predeterminato dello scontro mondiale…

 

Ruolo centrale della sfera politica, nel risultato (variabile e non scontato) della lotta planetaria…

 

Attenzione, Andrea: non ti può sfuggire come tali elementi socioproduttivi e sociopolitici rimandino anche alla mia teoria dell’effetto di sdoppiamento. Non è forse che, utilizzando la “categoria di transizione”, tu abbia scoperto in modo autonomo l’effetto di sdoppiamento almeno per quanto riguarda l’epoca contemporanea, successiva al 1917 (se non al 1770 ed alla rivoluzione industriale)? Dopo il neolitico-calcolitico, compare pertanto una nuova conferma dello schema esame, almeno a mio avviso, offerta involontariamente proprio dalle tue corrette osservazioni su questa importante materia.

 

4) Non sono invece d’accordo quando dimentichi una delle più importanti caratteristiche e lezioni della nostra epoca storica, “in cui lottano socialismo e capitalismo, con avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte reciproche”, secondo la tua stessa descrizione: e cioè la potenziale, ma costante reversibilità dei rapporti di produzione classisti-capitalistici in alternative relazioni di produzione socialiste, e (purtroppo) viceversa, sempre in presenza di una trasformazione (rivoluzionaria o controrivoluzionaria, a seconda dei casi) della dinamica dei rapporti di forza politici (politico-militari, nel grado di consenso dei lavoratori, ecc.).

 

Un processo “a due sensi di marcia” ormai innegabile, almeno dopo l’infausta caduta del muro di Berlino e gli eventi del 1989/91: ma che determina pesanti ricadute teoriche.

 

L’esperienza multiforme dell’ultimo secolo ha mostrato come, in una o diverse nazioni, il capitalismo possa essere rovesciato e sostituito dal socialismo (Russia ed ex-impero zarista del 1917-22, ecc.).

 

Ma ha altresì dimostrato anche l’esistenza del processo socioproduttivo inverso ed opposto.

 

Non si è verificato solo il caso-limite di Baku nel 1917/20, che ho descritto a lungo esclusivamente per la sua eclatante chiarezza: purtroppo si è assistito ad un lungo elenco di controrivoluzioni, le quali hanno distrutto i rapporti di produzione socialisti e riportato all’egemonia del processo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, partendo dall’Ungheria sovietica del 1919 fino ad arrivare al processo prolungato di restaurazione del capitalismo (selvaggio) di stato in tutti i paesi in precedenza membri del Patto di Varsavia, con la sua ossessiva “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

 

“Avanzate e ritirate” inevitabili, sembri affermare, in un processo su scala mondiale che “occorre misurare in termini di più generazioni”.

 

D’accordo, ma in ogni caso ti sfugge il dato centrale per la discussione in corso, e cioè che proprio i processi controrivoluzionari distruggono (tra altre, e più importanti cose…) la concezione propria del Marx del 1859 sui rapporti di produzione “determinati, necessari, indipendenti” dalla volontà dell’uomo, “corrispondenti ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”: distruggono e devastano ogni forma di determinismo storico.

 

Più concretamente e in modo provocatorio: nell’Unione Sovietica del 1990 i rapporti di produzione/distribuzione socialisti, ancora egemoni all’interno del processo di riproduzione della formazione economico-sociale sovietica, risultavano forse “rapporti determinati, necessari” (Marx 1859), corrispondendo in modo necessario ad obbligato all’allora esistente grado di sviluppo delle forze produttive sovietiche?

 

Se la risposta è positiva, non si riesce a capire come la presunta corrispondenza “necessaria” sia terminata solo dopo un anno, nel tragico biennio controrivoluzionario del 1991-92 e con il gigantesco processo di privatizzazione dei mezzi di produzione/ricchezze naturali avviato dal nucleo dirigente politico di Eltsin e Gaidar.

 

Se la risposta è negativa (e non può che essere negativa), si è costretti a dar ragione alla teoria dell’effetto di sdoppiamento quando sostiene che non sussistono dal 9000 a.C. dei rapporti di produzione “necessari” ed inevitabili, in virtù di un (presunto) dio delle forze produttive. Quando essa, in altri termini, ipotizza la riproduzione a livello potenziale sia di rapporti di produzione collettivistici che classisti, a parità di livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive; potenzialità che si trasformano in realtà concreta ed egemonica per la “linea rossa”, o viceversa per l’alternativa ed opposta  “linea nera”, a seconda dei rapporti di forza politico-sociali via via prevalenti caso per caso.

 

Se la risposta risulta negativa, in altri termini, si devono abbandonare le tesi deterministiche alla Marx-1859 sulla relazione tra forze produttive e rapporti di produzione, anche e soprattutto all’interno di società prevalentemente socialiste, contraddistinte da rapporti di produzione collettivistici tra l’altro considerati, anche dalla corrente ortodossa del marxismo ed a ragione veduta, come più avanzati e progressivi rispetto a quelli capitalistici almeno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

 

Non ho alcun dubbio sul fatto che il crollo dell’URSS e l’ormai prolungato (due decenni!) processo di restaurazione del capitalismo nell’area dello scomparso Patto di Varsavia abbiano fatto crollare per sempre non certo il marxismo/comunismo, ma viceversa la loro componente deterministica.

 

5) A un certo punto tu affermi che “il modo di produzione socialista stesso, fondato sui produttori associati” (Marx) non sarebbe “pensabile senza il fondamentale salto di qualità prodotto dalla rivoluzione industriale borghese”.

 

Tralasciando piccoli particolari per cui il “modo di produzione socialista”, pre-industriale ed antecedente alla scoperta della macchina a vapore, si era riprodotto per milioni di anni tra i cacciatori-raccoglitori (anch’essi “produttori associati”) del paleolitico, oltre che per migliaia di anni tra le culture collettivistiche del neolitico e calcolitico (anch’esse, da Gerico in poi, formate da “produttori associati”), tu adotti e fai propria in modo implicito la “tesi dell’incapacità”: e cioè la presunta incapacità della tendenza collettivistica (“la linea rossa”), emersa durante il neolitico, nell’innescare e favorire, più o meno direttamente, dei salti di qualità in campo tecnologico-produttivo all’interno del processo di sviluppo delle forze produttive sociali.

 

In effetti, secondo Marx ed Engels, il comunismo primitivo e pre-industriale non era in grado di accrescere il grado di maturità degli strumenti di produzione oltre una certa soglia, per suoi (presunti) limiti strutturali interni, diventando pertanto obsoleto e superato sia sul piano storico generale che rispetto alla possibilità di costruire la forza motrice del processo di liberazione del genere umano, la base socioproduttiva per sviluppare il futuro “socialismo dell’abbondanza” ed il comunismo del “a ciascuno secondo i suoi bisogni “.

 

Marx ed Engels espressero ripetutamente tali opinioni e tesi, ma il vero problema è se la loro concezione relativa alla (presunta) incapacità del collettivismo pre-industriale nel compito fondamentale di sviluppare continuamente le forze produttive sia corretta, veritiera e corrisponda alla reale dinamica storica.

 

La risposta è negativa. Per effetto di dati di fatti empirici che non potevano essere assolutamente utilizzati da Marx ed Engels, perché conosciuti ed accumulati dai ricercatori storici e dagli archeologi dopo il 1883-1895 e dopo la morte dei due grandi scienziati rivoluzionari, la “tesi dell’incapacità” non può più essere sostenuta in alcun modo.

 

Primo fatto testardo ed inconfutabile. Nel 9000 a.C. e undici millenni or sono non esisteva ancora l’agricoltura, mentre nel 3900 a.C. essa si era ormai sviluppata e diffusa in Eurasia per lunghi millenni proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici e calcolitici.

 

La scoperta e utilizzo dell’agricoltura costituisce un momento assai importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, primo colpo demolitorio alla “tesi dell’incapacità”.

 

Secondo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora l’allevamento, mentre nel 3900 a.C. esso si era sviluppato e diffuso in Eurasia principalmente grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture e civiltà egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici (con l’eccezione significativa dei bovini e cavalli).

 

La scoperta ed utilizzo dell’allevamento costituisce un momento importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, secondo colpo alla “tesi dell’incapacità”.

 

Terzo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esistevano ancora agglomerati consistenti di abitazioni/strade, mentre nel 3900 a.C. il protourbanesimo si era invece ben sviluppato in Eurasia (con centri urbani sempre più grandi) proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

La scoperta del protourbanesimo costituisce un momento importante dello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. È dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì, con le ricadute sopra esaminate.

 

Quarto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la ceramica (se non tra gli Yomon giapponesi, cultura collettivistica allora ancora di tipo paleolitico), mentre nel 3900 a.C. essa si era sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico e dall’area siro-palestinese in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

 

Quinto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la metallurgia, mentre nel 3900 essa (a partire dalla fusione del rame) si era da tempo sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, dalla collettivistica proto città di “Catal Huyuk” in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

 

Sesto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il sistema d’irrigazione a solco del “campo lungo” (Mario Liverani), con l’utilizzo dell’aratro-seminatore ad imbuto e del falcetto in terra cotta, elementi introdotti su vasta scala dalla civiltà collettivistica degli Ubaid tra il 4300 ed il 4000 a.C.: innovazioni tecnologico-produttive che, utilizzate in modo combinato e cooperativo, permisero almeno la quintuplicazione (Liverani) della produttività della forza-lavoro agricola grazie alla “linea rossa” socioproduttiva egemone tra gli Ubaid, proprio in presenza e perfetta compatibilità con una cultura egemonizzata dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

Si tratta della seconda grande rivoluzione produttiva del neolitico, dopo la genesi rivoluzionaria e progressiva dell’agricoltura/allevamento/protourbanesimo,  la quale non si accorda certo con la “tesi dell’incapacità”.

 

Settimo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il processo di produzione di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile/conservabile con relativa facilità, mentre nel 3900 “l’era del surplus” si era invece ormai cristallizzata e consolidata in ampie zone dell’Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

 

Sette fenomeni e processi socioproduttivi di grande portata storica, Andrea, che risultano in aperta contraddizione con la “tesi dell’incapacità” (presunta…) dei rapporti di produzione collettivisti rispetto al compito storico di sviluppare  il livello qualitativo delle forze produttive sociali, durante tutto il periodo neolitico e calcolitico. Su questa tematica, pertanto, Marx ed Engels avevano torto, anche se senza alcuna colpa significativa e solo a causa di processi reali (da Gerico in poi) scoperti dopo il 1883/1895 e la loro morte.

 

I due giganti pertanto non potevano assolutamente conoscerli, ma noi contemporaneamente invece ci troviamo di fronte ad un’alternativa radicale:

 

–  ignorare i nuovi “fatti testardi”, conservando pertanto la validità della “tesi dell’incapacità” (presunta) della linea rossa neolitica nel favorire il processo di sviluppo delle forze produttive sociali , oppure  prendere atto delle più recenti scoperte storiche ed archeologiche (dal 1883 in poi, per intenderci) ed abbandonare una tesi ormai insostenibile.

 

Se si sceglie la seconda strada, lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento può servire da cornice teorica entro la quale collocare un materiale empirico ormai consolidato, consistente e proteiforme, da Gerico fino ad Harappa, dagli Ubaid fino alla cultura collettivistica cinese degli Yangshao, ecc.

 

Si potrebbe obiettare (come tu fai in parte, in fondo a pagina 3 della tua lettera): “ma anche se la linea rossa socioproduttiva è riuscita ad ottenere notevoli risultati durante il periodo neolitico-calcolitico, niente ci assicura che essa sarebbe riuscita a permettere ed accompagnare la grande Rivoluzione Industriale o la susseguente era dell’elettricità, la nuova epoca dell’informatica e quella della robotica, ecc. Sono processi reali di sviluppo delle forze produttive che vanno accreditate a merito del modo di produzione capitalistico, seppur con tutti i suoi limiti, catastrofi ed orrori”.

 

Dopo il 3900 a.C. la “linea nera” ha effettivamente occupato gran parte del pianeta, precludendo a priori e preventivamente all’alternativa tendenza socio produttiva (e politico sociale) di matrice collettivistica la possibilità di mostrare ulteriormente la sua reale potenza propulsiva, rispetto ai nuovi processi di sviluppo delle forze produttive sociali.

 

Il collettivismo agricolo-protourbanistico del 3900 a.C., di Ubaid o Yangshao, sarebbe riuscito ad innescare una dinamica capace di portare alla macchina a vapore, oppure all’elettricità/motori elettrici? Non lo sapremo mai, visto che la “linea nera” l’ha spazzata via dall’arena storica come protagonista principale (ma non ha potuto impedire la sua riproduzione sotto forma delle solidissime comuni rurali del m.p. asiatico e feudale, delle quali Marx con la lettera a V. Zasulich ammirò la capacità plurimillenaria di tenuta, in condizioni difficilissime e sottoposte al feroce sfruttamento dei “padroni del vapore” di quel tempo).

 

Rimangono tuttavia sicuri ed innegabili gli eccezionali progressi ottenuti dal genere umano in campo produttivo e tecnologico, dal 9000 al 3900 a.C. e grazie alla “linea rossa”.

 

Rimane innegabile il fatto che l’era del surplus sia stata generata e determinata dalla tendenza collettivistica del neolitico, non certo da quella (opposta ed alternativa) proto classista.

 

Rimane innegabile il fatto che “doni prometeici” quali agricoltura, allevamento, protourbanesimo, ceramica, opere idrauliche, fusione dei metalli e protoscrittura (civiltà balcanica di Vinca e Varna) siano arrivati al genere umano grazie ed attraverso società collettivistiche, e non certo classiste: grazie ed attraverso la “linea rossa”, non certo per un (inesistente) merito dell’alternativa “linea nera”.

 

Rimane innegabile inoltre il fatto che le società classiste pre-industriali abbiano utilizzato in modo vergognoso, anzi non-utilizzato, delle scoperte fenomenali in campo scientifico e tecnologico: nel capitolo ottavo del mio libro del marzo 2009 “I rapporti di forza” (www.robertosidoli.net) ho parlato a questo proposito di un “complesso di Erone” che ha gravato su di loro per più di cinque millenni, almeno fino al 1690 d.C.

 

Per riportare un solo esempio, la macchina a vapore non è stata certo inventata da Papin, Newcomen e Watt, ma dal grande scienziato greco-alessandrino Erone almeno sedici secoli prima di loro: tuttavia gli elaborati strumenti meccanici ideati da quest’ultimo, alimentati perfettamente dalla forza motrice del vapore, servirono solo ad “alimentare” dei… teatrini, finalizzati a divertire gli annoiati proprietari di schiavi di quel periodo.

 

Dei teatrini per divertire i ricchi: che spreco gigantesco ed insensato, Andrea…

 

Uno spreco enorme, peggiorato (se possibile) dal fatto che fino al 1570 nessuno si ricordò più dell’incredibile, iperpotente e potenzialmente liberatoria scoperta di Erone. Considerazioni quasi analoghe valgono anche per altre “bombe atomiche” tecnologiche (poco utilizzate/dimenticate) pre-Watt, quali le batterie e pile elettriche di Bagadad (2000 a.C., quattro millenni or sono), il disco di Festo, la scoperta del magnetismo da parte degli antichi greci e della loro società schiavistica (mai utilizzato per fini produttivi, anche solo in embrione), ecc.

 

Mi permetto pertanto di avanzare un’ipotesi ucronica almeno per una volta, un’ipotesi sul “e se…” non confermabile empiricamente: società collettivistiche come Yangshao o Ubaid, capaci di realizzare opere idrauliche assai avanzate e non superate sul piano qualitativo per circa cinque millenni, avrebbero utilizzato in modo come minimo migliore e più efficace la combinazione tra gli strumenti meccanici e l’energia a vapore elaborata già da Erone, il disco di Festo o le pile di Bagdad, anche perché al loro interno non vigeva una rigida separazione tra attività produttiva e sperimentazione (più o meno casuale) tecnologica, come invece nelle società classiste pre-industriali, oltre al dominio dei bisogni materiali delle classi privilegiate desiderose ad esempio di… teatrini per passare il tempo.

 

Supporta e sostiene questa ipotesi anche un altro processo reale, concreto ed innegabile: con la parziale eccezione sumera, le società protoclassiste e classiste che in Europa o Cina, in India o in Egitto, in Corea o in Africa sostituirono (o coesistettero) le precedenti civiltà classiste, non innescarono infatti alcun salto di qualità tecnologico e produttivo rimanendo, nel migliore dei casi, per millenni allo stesso livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive raggiunto in precedenza dalla tendenza collettivistica.

 

Le tribù nomadi-pastorizie, quali ad esempio i Kurgan, vinsero perché erano più forti sul piano militare e tecnologico-militare (domesticazione del cavallo, utilizzo di arco e frecce, una grande mobilità e capacità di concentrazione) la “guerra mondiale” del neolitico, ma non risultarono certo superiori nel campo dell’agricoltura e della ceramica, del protourbanesimo e della fusione dei metalli rispetto al loro antagonista, la “linea rossa” socioproduttiva (e sociopolitica) del periodo neolitico e calcolitico.

 

In estrema sintesi, non solo tra il 9000 a.C. ed il 3900 si svilupparono e coesistettero due alternative tendenze socioproduttive, ma quella più avanzata e progressista (anche, ma non solo) sul piano dello sviluppo delle forze produttive sociali risultò proprio quella “rossa” e collettivistica, gilanica e improntata dal culto matriarcale della Dea Madre.

 

Allora persero “i rossi”, certo, persero “i buoni”: che erano tuttavia anche i reali alfieri e le punte avanzate della dinamica di sviluppo della tecnologia e delle forze produttive.

 

La tesi dell’incapacità? Buttiamola alle ortiche, una volta per tutte.

 

Ritengo che quando  Marx aveva  dichiarato di “non essere marxista”, si riferisse principalmente al dogmatismo ed all’incapacità di utilizzare “il nuovo”, inteso sia come nuove esperienze rivoluzionarie (allora la splendida ed “immatura” Comune di Parigi del 1871, per fare un solo esempio) che come nuove scoperte storiche (allora le scoperte dello statunitense Morgan, o la riscoperta da parte di Marx della comune russa nel 1876/1881).

 

Il dogmatismo? Buttiamolo alle ortiche, una volta per tutte, oppure “il nuovo” verrà sempre utilizzato, deformato e strumentalizzato dai (proteiformi) Bertinotti di turno.

 

6) Per quanto riguarda invece la Cina contemporanea, mi sembra che tu sottovaluti enormemente le conseguenze teoriche che derivano (a favore della teoria dell’effetto di sdoppiamento) dalla simultanea coesistenza-lotta in Cina di (egemoni) rapporti di produzione collettivistici e di (secondari, seppur assai consistenti) relazioni di produzione capitalistiche: fatti testardi che fanno a pugni con il determinismo del Marx del 1859.

 

Per dirla chiaramente, Andrea, mentre la teoria dell’effetto di sdoppiamento si trova perfettamente a suo agio nel processo di analisi della NEP leninista e cinese, problemi insormontabili nascono invece rispetto a tali compiti per la teoria deterministica delle forze produttive: ad esempio quale settore, quello privato o quello pubblico, corrisponde in modo “determinato e necessario, (Marx 1859), al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive nella Russia sovietica post-Kronstadt, e nella Cina dopo la morte di Mao? Quale dei due?

 

7)Tu chiedi: “è una “linea nera”, quella del Lenin della NEP”? Come ho cercato di spiegare a pag. 196 della “Logica della storia…”, la NEP leninista (e quella adottata dai comunisti cinesi, a partire dal 1977/78) “prevedeva ad ammettere apertamente uno “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico” (e cinese…), ma simultaneamente Lenin (ed i dirigenti contemporanei del partito comunista cinese…) da buon comunista agiva ininterrottamente “per spostare via via i rapporti di forza nello sdoppiamento creatosi tra settore socialista e sfera capitalistica”, a favore della linea rossa.

 

Non è un particolare di poco conto, credo: nella Russia del 1921/28 come nel Cina del periodo compreso tra il 1978 e il 2010…

 

In conclusione le contraddizioni teoriche non mancano tra noi, ma (ed è il lato principale e decisivo) sento allo stesso tempo una comunanza profonda con le precise scelte di campo da te espresse, anche rispetto alla questione della natura sociale della Cina odierna.

 

Ricambiando la tua amicizia, ti saluto affettuosamente e ti ringrazio per il tuo lavoro di elaborazione e critica rispetto alla mia tesi dell’effetto di sdoppiamento.

 

Roberto Sidoli

 

29/08/2010

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: