Seconda parte capitolo IV Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

Ripreso dal sito http://www.lacinarossa.net

 

13 febbraio 2011

 

Sesta contraddizione reale: la totale assenza di stati ed aree geopolitiche controllate e dominate dal presunto “polo imperialistico” cinese, sia sotto l’aspetto politico/politico militare che in campo economico.

 

Nel 1916 Lenin notò giustamente che due delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo contemporaneo consistevano nel “sorgere di associazioni  monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo” (multinazionali e banche private) e “la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”: nascevano varie sfere d’influenza, controllate dai più grandi paesi capitalistici.[1]

 

In un’altra sezione del suo splendido lavoro, Lenin rilevò anche che “ai vecchi momenti della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitale, quella per le “sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale”.[2]

 

Pertanto imperialismo significa anche un processo di controllo politico (più o meno diretto) e  di sfruttamento economico dei “territori economici” (Lenin), composti da altri stati ed aree geopolitiche, da parte delle “zone centrali” e delle potenze dominanti sul piano mondiale.

 

Imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico delle nazioni estere, sotto forme coloniali o neocoloniali.

 

Imperialismo significa anche ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, processo attraverso il quale i diversi poli imperialistici si ritagliano e dominano una “propria” ed esclusiva sfera d’influenza, sfruttandola sotto molteplici forme a vantaggio e mediante le “proprie” multinazionali e capitalismi finanziari, attraverso le proprie “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti”(Lenin).

 

Tutto chiaro: ma qual è allora l’area d’influenza della Cina e dove si trovano i “territori economici” sottoposti allo sfruttamento economico  di Pechino, le zone d’influenza egemonizzate e controllate dalla Cina, in tutto o in buona parte, sempre prendendo un attimo per buona la tesi della “Cina-polo imperialista”?

 

Andiamo per esclusione.

 

Stati Uniti? Crediamo di no, anche se alcuni esponenti della destra repubblicana avevano parlato di  “pesanti influenze” cinesi sull’amministrazione Clinton…

 

Europa di Maastricht? Crediamo di no, vista anche l’isterica campagna anticinese sviluppatasi nel marzo-aprile 2008, dopo il pogrom anticinese di Lhasa…

 

Gran Bretagna? Come sopra…

 

Giappone? Le basi militari collocate in Giappone non sono certo cinesi, ma a stelle e strisce…

 

Corea del sud? Come sopra…

 

Canada e Messico? Crediamo che i due stati costituiscano sicuramente delle aree d’influenza e “territori economici” altrui, ma di un paese a loro molto più vicino (e confinante, tra l’altro) della Cina, con capitale Washington.

 

Il Vaticano? Non ha neppure rapporti diplomatici con Pechino, all’inizio del 2011…

 

Europa centro-orientale, ivi compresi paesi baltici e Georgia? Sono sicuramente semi-colonie, ma non certo di Pechino…

 

Norvegia e Danimarca? Sono da sempre nella Nato, fedeli amici degli americani che attualmente (tra le altre cose) mandano le loro truppe in Afghanistan…

 

Vietnam? Immaginiamo le (giuste e sacrosante) urla di protesta dei comunisti vietnamiti, anche solo a proporre loro per un istante questa ipotesi assurda e totalmente sballata…

 

Laos? Come sopra…

 

Cuba? Come sopra…

 

Venezuela e Bolivia? Come sopra…

 

D’accordo, passiamo ai paesi confinanti (o vicini) con la Cina, e forse la musica cambierà…oppure no?

 

La Russia, una sfera d’influenza ed un territorio economico sottoposto all’egemonia cinese? La Russia di Eltsin era diventata sicuramente una semi-colonia, ma non certo dominata dalla Cina…

 

L’India? Ma non è una potenza emergente che ha instaurato ottime relazioni con gli USA e la Russia, dotata tra l’altro di una discreta dose di diffidenza verso il vicino cinese?

 

L’Afghanistan? Semi-colonia, ma non certo di Pechino…

 

Le altre nazioni dell’Asia centrale, partendo dal Kazakistan? Se sono ” territori economici cinesi”, si tratta sicuramente di un segreto custodito molto bene.

 

Forse la Mongolia, confinante con la Cina per migliaia di chilometri, è il “territorio economico” e l’area geopolitica controllata da Pechino? La risposta risulta ancora una volta negativa, vista la significativa influenza russa (contrastata dagli Stati Uniti) sul paese in oggetto.

 

L’Iran? Un oscuro e diabolico lavaggio del cervello ha forse convertito il clero sciita in un gruppo di criptocomunisti filocinesi, con tendenze tardo-maoiste?

 

Thailandia, Filippine, Indonesia e Singapore? Gli Stati Uniti in questi paesi pesano sicuramente molto più della Cina e sotto tutti gli aspetti, nel caso indonesiano proprio a causa dell’atroce massacro dei comunisti (filocinesi) indonesiani avvenuto nel 1965/66…

 

Nepal? Si fa già gli affari suoi, senza alcun condizionamento da parte del presunto (e confinante) imperialismo cinese…

 

Pakistan? Vi sono droni, truppe e consiglieri  stranieri nel paese, nel 2001/2011, ma ci risulta che parlino inglese e con una forte pronuncia yankee…

 

L’Iraq? E’ stato forse il presunto polo imperialistico cinese ad invaderlo e occuparlo, a partire dall’inizio del 2003?

 

Cambiamo continente ed aree geopolitiche.

 

Australia? Opera la CIA ad Alice Springs, non certo i militari o l’Echelon cinese.

 

Le aree della Polinesia e Melanesia? Esse sono dominate in larga parte dagli USA (Haway, Samoa, Marianne, Isole Marshall, Federazione della Micronesia, Guam e Midway, ecc), in parte minore dall’imperialismo francese e dall’Australia.

 

Il mondo arabo, soggetto all’imperialismo cinese? Non oserebbe sostenerlo neanche il filoamericano sionismo israeliano, mentre da decenni Egitto, Arabia Saudita, Tunisia, Giordania e i petrostati (Kuwait, ecc) rientrano nella  sfera di influenza degli USA.

 

L’Antartide? Con i suoi (gelatissimi…)13.117.000 kmq, è stata divisa dal trattato del 1959 in zone d’influenza tra Gran Bretagna, Norvegia, Australia, Francia e Nuova Zelanda: manca la Cina, come del resto manca anche la forza lavoro e lo sfruttamento delle risorse minerarie del continente.

 

Artico, Groenlandia e Islanda? Zone geopolitiche economiche già controllate, ma non certo dai cinesi…

 

America Latina? Astraendo dai sopracitati esempi di Cuba, Venezuela e Bolivia, una sezione importante del continente rimane ancora oggi sotto l’egemonia statunitense, partendo dal Messico fino ad arrivare a Cile e Perù; la parte restante, Brasile di Lula in testa, come minimo non è sottoposta ad alcun significativo e duraturo controllo, sia di natura politica che economica, da parte di Pechino.

 

L’Africa? Si è già notato come alcuni studiosi, ipercritici con Pechino, ammettano che la “politica della non-interferenza” costituisce uno dei costanti capisaldi della strategia cinese rispetto al continente africano, dato che la “Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”: il Sudan islamico, ad esempio, non è certo sul punto di diventare comunista o (ancora peggio, orrore) di entrare stabilmente nella presunta zona di influenza egemonizzata dai cinesi. Di sfuggita, si può invece notare come sia la Francia ad avere (sin dal 1958/62, e fino ad oggi) una sfera d’influenza esclusiva nell’Africa occidentale…

 

Abbiamo voluto lasciare in ultimo tre stati: Malaysia, Corea del Nord e Myanmar.

 

Per ragioni geografiche ed economiche, la Malaysia mantiene da lungo tempo degli ottimi rapporti con la Cina senza tuttavia rinunciare in alcun modo alla sua piena autodeterminazione, al suo sistema capitalistico(con un certo grado di intervento statale, in ogni caso) ed al suo dichiarato anticomunismo.

 

Come nella Malaysia, non vi sono truppe e/o basi militari cinesi neanche in Myanmar, ma solo buone relazioni (geopolitiche e commerciali) ormai consolidate con Pechino: fin dal 1988/89, del resto, il regime militare birmano ha scelto una propria autonoma “via al capitalismo selvaggio”, che esclude a priori una scelta strategica unilaterale a favore della Cina, con ondate di privatizzazioni che continueranno nel paese anche durante il 2011.

 

Per quanto riguarda infine la Corea del Nord, gli osservatori  occidentali meno prevenuti hanno subito notato l’importanza del continuo richiamo al patriottismo ed all’autonomia, non privo di alcune spinte e tendenze autarchiche, all’interno della formazione politica della Corea del Nord.[3]

 

Il suo partito comunista sceglie autonomamente, a volte compiendo errori, la propria linea politica ed i suoi dirigenti, senza aspettare alcun avvallo da parte di Pechino; non ospita truppe e/o basi militari cinesi sul suo suolo, mentre la sua alleanza strategica con la Cina non comporta alcuna forma di sfruttamento economico da parte di quest’ultima, obbligata anzi a fornire un consistente e continuo flusso di aiuti energetici ed alimentari al suo “socio alla pari” di Pyongyang.

 

Finita questa panoramica mondiale, si può concludere con sicurezza che Pechino non ha assunto il controllo di una propria zona d’influenza, di un proprio”territorio economico”, di una propria”area imperiale”dominata e sfruttata, in esclusiva o almeno in condominio: ma allora, di che “polo imperialistico” stiamo parlando?

 

Tra l’altro molti, anche a sinistra, dimenticano che proprio la Cina è stata trasformata in una semi-colonia dell’imperialismo occidentale per più di un secolo, dal 1842 al 1949, diventando una riserva di caccia per i sofisticati “pusher” di oppio del colonialismo britannico: anche la storia di una nazione conta e pesa, seppur come elemento secondario.

 

Settimo scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico”: l’assenza totale di basi militari e di truppe cinesi all’estero, oltre che di interventi militari di Pechino nel resto del mondo a partire dal 1979, dalla breve e controproducente spedizione punitiva in Vietnam avvenuta nel febbraio/marzo di quell’anno.

 

Storicamente l’imperialismo contemporaneo, espressione organica del capitalismo finanziario e delle multinazionali private, è stato contraddistinto fino al 1945/60 dall’occupazione manu militari dei paesi extra-europei da parte delle diverse potenze imperialistiche, e dopo il 1945 dalla “basing strategy” messa in campo via via dagli USA, con la progressiva creazione di una rete diversificata ed impressionante di basi militari, soldati e “consiglieri” militari statunitensi sparsi in circa cento paesi del globo: dalla Colombia all’Italia, dall’Arabia alle Azorre, dalla Georgia alla Corea del Sud.

 

Basi ed avamposti militari che servono anche a controllare il “territorio economico”, le fonti energetiche e di materie prime, le zone di passaggio degli oleodotti e del traffico internazionale di merci.

 

Ebbene, la Cina non possiede neanche una base militare all’estero, mentre i (pochi) soldati cinesi all’estero operano solo sotto l’egida delle Nazioni Unite: un fenomeno irrilevante?

 

Gli interventi militari all’estero delle potenze imperialistiche, con l’occupazione prolungata del territorio altrui, quasi non si contano più dopo il 1945 e fino ai nostri giorni. A parte il caso estremo dell’imperialismo nordamericano, la Francia ha compiuto numerosi interventi militari dopo il 1962 nella sua particolare zona d’influenza neocoloniale, l’Africa occidentale; la stessa Italia ha partecipato come socio minore (o protagonista) alle occupazioni occidentali del Libano (1982/83), della Somalia (1992/94), dell’Iraq (2003/2006) e dell’Afghanistan, dal 2002 fino ad oggi.

 

A “carico” della Cina, dopo il 1979, non emerge invece alcun dato accusatorio in questo settore. Risalendo inoltre indietro nel tempo, emerge che la partecipazione cinese alla guerra di Corea  del 1950/53 non le procurò alcuna base militare nella Corea del Nord, mentre le due rapide (anche se disastrose, dal punto di vista politico) guerre contro l’India (1962) ed il Vietnam (1979) finirono in breve tempo, e proprio con il ritiro unilaterale e senza condizioni delle truppe cinesi.[4]

 

Dopo il 1946 sia gli Stati Uniti che, in modo minore, la Francia e la Gran Bretagna, hanno inoltre spesso utilizzato i mezzi paramilitari e i loro servizi segreti per rovesciare i regimi a loro sgraditi, quasi sempre progressisti ed antimperialisti: si va dal Guatemala di Arbenz (1954) fino al colpo di stato promosso nel Venezuela di Chavez dalla CIA (aprile 2002), con l’appoggio delle forze reazionarie e della borghesia locale. La Cina non ha invece partecipato a questo “gioco sporco”, tipico del moderno risiko mondiale e della politica neocoloniale espressa dalle potenze imperialistiche dopo il 1945: un altro elemento non irrilevante, specie se collegato all’assenza di basi militari/truppe cinesi all’estero ed alla mancata occupazione da parte di Pechino di nazioni straniere.

 

Penultima difficoltà per la teoria della “Cina-polo imperialistico”: la mancata partecipazione di Pechino alla pluridecennale corsa al riarmo nucleare ed il suo livello relativamente basso di spese militari, a dispetto delle periodiche campagne allarmistiche lanciate in questo campo dal Pentagono e dai mass media occidentali.

 

Oltre a non tenere delle esercitazioni militari provocatorie, come invece spesso effettuano gli USA vicino alle coste cinesi, in Corea e nel Mar Cinese meridionale; oltre a fare in modo che il numero totale dei membri delle forze armate cinesi diminuisse dai circa cinque milioni del 1980 ai 2.300.000 del 2011, la Cina si è dotata solo di un modesto arsenale nucleare, finora forte al massimo di 70 vettori intercontinentali e di 200 testate nucleari in grado di raggiungere il territorio statunitense.[5]

 

Tale potenziale bellico rimane enormemente inferiore a quello via via accumulato dal 1945 al 1999 sia dagli Stati Uniti, che dall’Unione Sovietica/Russia post-sovietica: l’obiettivo centrale, nella strategia nucleare adottata dalla Cina dopo il 1964, non era del resto quello (dissanguante, autodistruttivo) di raggiungere le due superpotenze militari del globo, ma viceversa di garantirsi un adeguato potere di dissuasione in grado di scoraggiare a priori qualunque possibile aggressore, (Stati Uniti in testa, dopo il 1980/88) e ogni minaccia alla sua sovranità, come affermò esplicitamente il Libro Bianco creato dal Ministero della Difesa cinese nel 2006.

 

Per dare un’idea del rapporto di forze nucleare attualmente esistente sul nostro pianeta, agli inizi del terzo millennio le circa 200 testate costruite dalla Cina si confrontavano sia con le 4.545 in possesso degli USA, che con le 3.284 testate invece a disposizione della Russia, alla fine del 2006: si tratta di un’asimmetria particolarmente evidente e non priva di significati politici, che ha per oggetto la principale arma distruttiva nell’epoca post-Hiroshima ed un elemento molto importante al fine di distinguere le grandi dalle medie e piccole potenze, almeno sul piano politico-militare e militar-tecnologico.[6]

 

Sul piano militare la Cina non è certo diventata una superpotenza ed il suo potenziale d’urto, seppur non trascurabile, è solo leggermente superiore a quello della Gran Bretagna e Francia: ma allora qualcosa non quadra, nelle opinioni di chi accusa Pechino di egemonismo, non tenendo conto che la Cina fin dal 1964 ha preso solennemente l’impegno – ribadito nell’ottobre del 2010 – a non usare mai per prima le armi nucleari.

 

Ultimo scoglio: “dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”. Ora, il reale (e non presunto…) imperialismo mondiale ha i suoi principali target e “stati canaglia”: Cuba, Palestina, Iran, Venezuela, Bolivia di Morales, Corea del Nord, Siria, Sudan e Bielorussia. Guarda caso, tutte queste nazioni hanno eccellenti/ottimi rapporti con Pechino: è solo un caso?

 

Nove buone ragioni, per respingere tesi bizzarre ancora in voga nella sinistra occidentale.

 

L’insieme degli argomenti sopra elencati risulta infatti incompatibile con il modello teorico della “Cina-polo imperialistico”, specie se essi vengono analizzati nella loro interconnessione dialettica, mentre viceversa la loro combinazione supporta la tesi alternativa di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica, che se da un lato regala molto poco al resto del globo in termini materiali (si pensi, a titolo di paragone, al rapporto economico invece formatosi tra URSS e Cuba dal 1965 fino al 1990), dall’altro non partecipa sicuramente allo sfruttamento imperialistico del terzo mondo ed adotta una politica estera pacifica e cooperativa.

 

Riteniamo che solo tale seconda ipotesi sia valida, proprio perché la Cina:

 

–          non ha quasi multinazionali e banche private in giro per il mondo

 

–          non si è creata “territori economici” e delle riserve di caccia esclusive per l’esportazione dei suoi capitali, per sfruttare altre nazioni ed aree geopolitiche

 

–          non possiede basi militari e forze d’occupazione all’estero

 

–          finanzia il debito statale degli USA, ma permette allo stesso tempo alle multinazionali straniere di controllare quasi il 60% dei suoi scambi con il mondo occidentale ed il Giappone

 

–          è interessata principalmente ad assicurarsi forniture sicure di petrolio e materie prime, partendo da Russia e Kazakistan, senza basi militari e “riserve di caccia” esclusive.

 

Cina come “terzo imperialismo”? I fatti testardi parlano invece di uno stato socialista indipendente e pacifico, le cui relazioni concrete con il mondo esterno non diventano certo riconducibili alla categoria di imperialismo, che non ricerca l’egemonia (né planetaria né regionale), sia per scelta strategica autonoma che per i rapporti di forza cristallizzatisi negli ultimi decenni; invece la Cina ha adottato una lungimirante politica internazionale, caratterizzata da una cooperazione egualitaria a 360° (senza, di regola, fornire donazioni eccessive e/o ” sussidi imperiali” alle altre nazioni) con tutti gli stati e le aree geopolitiche del globo, strategia a lungo termine che sta già dando buoni risultati in molti paesi di quel Terzo Mondo, ipersfruttato e sottomesso da secoli dall’imperialismo occidentale.

 

Certo, si possono legittimamente avanzare numerose critiche alla politica internazionale della Cina, a partire dallo spazio eccessivo concesso alle multinazionali occidentali sul suo territorio, al debole sostegno materiale fornito dopo il 1991 a Cuba, ecc: ma si tratta di un  altro livello e terreno di discussione, di confronto tra compagni che sentono di far parte di un medesimo campo e fronte di lotta, seppur con tutte le differenze possibili ed immaginabili.

 

Prima possibile obiezione: “Pechino non si è appropriata di una propria sfera di influenza esclusiva solo perché non possiede le forze per farlo con successo, almeno per ora”.

 

In primo luogo rimane il fatto che tali zone e “territori economici”, al momento attuale, non sussistano. In secondo luogo, almeno il rapporto di forza creatosi tra la Cina e la Corea del Nord dopo il 1989/91 avrebbe sicuramente consentito l’emergere di tendenze egemoniche della prima rispetto a Pyongyang, ma non è invece accaduto nulla di simile e proprio a giudizio dei comunisti nordcoreani: durante una recente visita a Pechino di Pak Ui Chun, ministro degli esteri della Repubblica Democratica Popolare di Corea (13 gennaio 2009), la Corea del Nord e la Cina hanno espresso “soddisfazione per lo sviluppo dei loro rapporti bilaterali” e lanciato una serie di iniziative comuni per celebrare il 60° anniversario della creazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi.[7]

 

Seconda possibile obiezione: “e i fondi sovrani cinesi, e gli investimenti cinesi nel mondo occidentale”?

 

La Cina ha creato, con risorse pubbliche, un fondo d’investimento di proprietà statale sottoposto allo stretto controllo degli apparati governativi: si chiama China Investment Corporation (CIC), fondato nel settembre 2007 con una dotazione iniziale di 207 miliardi di dollari.

 

A dispetto della grande massa di capitali a sua disposizione, dal 2007 fino ad ora il fondo statale cinese ha effettuato finora solo limitate acquisizioni di quote minoritarie in alcune società finanziarie occidentali, comprando una consistente partecipazione azionaria del 10% nel gruppo finanziario Blackstone, per un valore pari a 3 miliardi di dollari, oltre al 9,9% di Morgan Stanley  (spendendo 5 miliardi di dollari a tale fine).

 

Fondi statali, dunque; utilizzati solo in proporzioni modeste e (soprattutto) impiegati non per fini di profitto, ma geopolitici: influenzare e  condizionare, almeno in parte, i “salotti buoni” del capitalismo e della finanza occidentale. Con molta grazia ed il solito sciovinismo occidentale, F. Galletti e G. Vagnone hanno rilevato che nei fondi sovrani “il vero pericolo arriva dalla Cina”, visto che “nel caso dei fondi cinesi, che non a caso preoccupano gli statisti occidentali molto più di quelli arabi o russi, tutto da intendere che si tratti di vere e proprie forme di espansionismo geopolitico per entrare in settori strategici: banche, assicurazioni, infrastrutture”.[8]

 

Fondi statali, per scopi geopolitici: siamo molto lontani dal capitalismo monopolistico e dalle sue logiche di funzionamento basate sul profitto (privato, ai privati, per l’accumulazione dei privati) .

 

In questo campo, una delle rare acquisizioni di società occidentali lanciata da un’impresa privata cinese è stato l’acquisto nel 2004 della divisione personal computer, dell’IBM (per 1,25 miliardi di dollari) da parte della Lenoro, ma anche quest’ultima è posseduta per quasi un terzo dallo stato cinese.

 

Se è vero che la compagnia cinese Minmetals ha acquistato la maggiore compagnia mineraria canadese, che la Shanghai Automotive Industries ha comprato la sudcoreana Sangyong e la Shenyang Machine invece il gruppo tedesco Schiess, nel 2005 l’azienda statale cinese CNOOC non ha potuto a sua volta acquisire la multinazionale californiana Unocal proprio per il veto del governo “liberista” di Bush junior, preoccupato dalle ricadute geopolitiche del possibile take-over da parte di Pechino.

 

Per fornire un termine di paragone asiatico, il capitalismo finanziario ed i grandi monopoli privati dell’India hanno dimostrato tutto un altro ritmo di marcia nel processo di esportazione  di capitali verso le metropoli imperialistiche.

 

Come ha notato F. Rampini nell’aprile del 2007, in soli tre mesi le multinazionali indiane hanno “dato la scalata con successo” a ben 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari e nei soli primi tre mesi del 2007.

 

“Altre dinastie del capitalismo indiano ormai molti occidentali le conoscono bene perché le hanno in casa. Il gruppo Mittal di Lakshmi e Adita, padre e figlio, controlla la maggior parte della siderurgia europea dopo aver acquistato il colosso Arcelor (francobelgospagnolo). Kumar Mangalam Birla, presidente del gruppo Birla, con la sua filiale dell’alluminio Hindalco ha comprato quest’anno il rivale americano Novelis e si è issato al primo posto mondiale nel settore. L’impresa farmaceutica Ranbaxy di Malvinder Singh è reduce da otto acquisizioni in America, Italia, Romania e Sudafrica. Dall’inizio del 2007 le multinazionali indiane hanno dato la scalata con successo a 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari. The Economist prevede: “Un giorno saranno loro a insegnarci le nuove regole del mestiere d’impresa, proprio come nell’ascesa del Giappone la Toyota divenne l’azienda pilota mondiale, che rivoluzionò il modo di fare le automobili”.[9]

 

Di sfuggita, va notato come nel 2006 il grande gruppo privato della Tata da solo fatturasse 22 miliardi di dollari, pari a circa il 3,7% del prodotto nazionale lordo indiano, mentre il conglomerato Reliance Industries (che vede come suo maggiore azionista Mukesh Ambani) a sua volta contasse da solo il 3,5% sul PNL dell’India, con i suoi 20 miliardi di dollari di vendite annuali. Con i sopracitati monopoli privati dei Birla, Rambaxi e Mittal (ben 58 miliardi di dollari di fatturato nel 2007, dopo l’acquisizione dell’ARCELOR), le cinque principali aziende private-familiari controllavano e possedevano circa il 15% della ricchezza globale prodotta in India agli inizi del 2007, facendo si che circa un settimo del PNL ( in un paese composto da più di un miliardo di persone) cadesse nelle mani e proprietà di cinque sole “grandi” famiglie dell’India.[10]

 

Pertanto non sorprende che Laksmhi Mittal e Mukesh Ambani risultassero già nel 2006 tra le persone più ricche del globo, quasi alla pari con Bill Gates ed il messicano Carlos Slim secondo la rivista Newsweek (12 novembre 2007); oppure che in India si sia consolidato un “crony capitalism”, un “capitalismo dei compari” contraddistinto da relazioni di alleanza, particolarmente sfacciate e lucrose, tra grandi monopoli privati e apparati statali, tra alta finanza e nuclei dirigenti politici al potere.

 

Il quadro cinese è estremamente diverso, senza alcun dubbio…

 

Terza possibile obiezione: “la Cina  sta acquistando terreni agricoli in mezzo mondo, con una forma particolare di colonialismo agrario che rimanda addirittura all’Ottocento”.

 

Teniamo innanzitutto a mente che la Cina ha una superficie pari a 95729000 kmq, la terza  al mondo dopo Russia e Canada e superiore a quella statunitense.

 

In base a patti tra stati assolutamente autonomi, non procura pertanto scandalo che nel 2003 Cina e Kazakistan abbiano firmato un accordo con cui la Cina ha preso in affitto circa 20 kmq di terreno kazako, che circa 3000 agricoltori cinesi già ora coltivano a soia e con capitali cinesi: area prima non sfruttata e confinante con la Cina, pari a soli 20 kmq rispetto ad una superficie totale del Kazakistan equivalente invece a circa 2.717.000 kmq, nove volte l’Italia.

 

Nel maggio del 2008 Cina e Russia si sono accordate a loro volta affinché 800 chilometri quadrati di terreno siberiano, non coltivato e confinante con la Cina, fossero utilizzati come una sorta di joint venture tra società cinesi, i contadini e le autorità russe per produrre riso e soia: l’investimento di 21,4 milioni di dollari è a carico della parte cinese, mentre 4.500 contadini cinesi svolgeranno gran parte dell’attività produttiva in loco. Sempre per permettere di stabilire delle proporzioni, la sola Regione Autonoma Ebraica (fondata sotto Stalin, nel lontano 1934) ha una superficie totale pari a 36000 kmq, la sola Siberia si estende per più di 13 milioni di chilometri quadrati, l’intera Russia per più di 17 milioni di chilometri quadrati.

 

800 kmq contro 17.000.000 kmq, in Russia.

 

20 kmq contro 2.700.000 kmq, in Kazakistan.

 

Non c’è che dire, i cinesi hanno oramai colonizzato e schiavizzato gran parte di questi due stati…

 

Quarta possibile critica: “la Cina ed il PCC esprimono una politica internazionale sempre tesa alla coesistenza pacifica con l’imperialismo occidentale: essi in tal modo diventano corresponsabili, complici del sistema imperialistico mondiale”.

 

Lenin e il partito bolscevico firmarono nel marzo 1918 il trattato di Brest-Litovsk con l’imperialismo tedesco; nell’aprile 1922, sempre vivo ed operante Lenin, venne  stipulato con la Germania il trattato di Rapallo sancendo il riconoscimento reciproco tra le due nazioni, e cioè creando una vera e propria coesistenza pacifica tra potere sovietico e capitalismo finanziario tedesco, almeno sotto il profilo delle relazioni internazionali; nel 1921 proprio la Russia sovietica, sempre vivo ed operante Lenin, aveva inoltre firmato accordi politico-diplomatici con la Turchia e l’Iran, entrambi paesi nei quali avvenivano proprio  in quel periodo dei massacri sanguinosi dei comunisti e delle forze di sinistra.[11]

 

Delle due l’una: o Lenin e il suo partito bolscevico erano diventati complici dell’imperialismo occidentale (almeno di una sua frazione), oppure qualcosa non quadra, nella critica iper-antagonista della strategia della coesistenza pacifica…

 

Viceversa il PCC risulta realmente “complice” e corresponsabile, perché partecipante a pieno titolo, della risoluzione che ha firmato quando si è concluso il decimo incontro internazionale dei partiti comunisti e dei lavoratori, tenutosi a San Paolo (Brasile) dal 21 al 23 novembre 2008.

 

Nel testo di questa risoluzione, firmato da 65 organizzazioni comuniste, si afferma che i partiti comunisti “accolgono le lotte popolari emergenti in tutto il mondo contro lo sfruttamento e l’oppressione imperialista, contro i crescenti attacchi alle conquiste storiche del movimento operaio, contro l’offensiva militarista e antidemocratica dell’imperialismo.

 

Sottolineando che la bancarotta del neo-liberalismo rappresenta non solo il fallimento della gestione del capitalismo, ma la sconfitta del capitalismo stesso, fiducioso della superiorità degli ideali e del progetto comunista, noi affermiamo che la risposta alle aspirazioni di emancipazione dei lavoratori e dei popoli si può trovare soltanto nella rottura con il potere del grande capitale e con i blocchi e le alleanze imperialiste, attraverso profonde trasformazioni di liberazione e di carattere antimonopolista”.

 

Nella risoluzione di San Paolo, inoltre, si è rilevato che “il mondo si trova davanti una grave crisi economica e finanziaria di grandi proporzioni. Una crisi capitalista, indissolubilmente legata alla sua stessa natura e alle sue indissolubili contraddizioni, probabilmente la più grave crisi dalla Grande Depressione iniziata con il crollo del 1929. Come sempre i lavoratori e il popolo ne sono le principali vittime.

 

La crisi attuale è espressione di una più profonda crisi intrinseca al sistema capitalista, che dimostra i limiti storici del capitalismo e la necessità del suo rovesciamento rivoluzionario. L’attuale crisi costituisce, inoltre, un enorme minaccia di regressione democratico e sociale e pone le basi, come la storia ha dimostrato, per una deriva autoritaria e militarista che chiede più vigilanza da parte dei partiti comunisti e di tutte le forze democratiche e antimperialiste.

 

Mentre vengono impegnati miliardi di risorse pubbliche per salvare i responsabili di questa crisi – il grande capitale, l’alta finanza e gli speculatori – i lavoratori, i piccoli agricoltori, i ceti medi e tutti coloro che vivono del proprio lavoro sono schiacciati dal peso dei monopoli e soffriranno maggior sfruttamento, disoccupazione, erosioni salariali e pensionistiche, insicurezza, fame e povertà”.[12]

 

Il PCC ha firmato in prima persona la risoluzione di San Paolo, e pertanto ne porta la piena e positiva responsabilità.

 

Un ulteriore osservazione: “si è spesso parlato, anche nella sinistra antagonista occidentale, delle presunte tendenze imperialistiche ed egemoniche espresse dalla Cina verso Taiwan e le isole Spratly”.

 

Per quanto riguarda le isole Spratly, nel marzo del 2005 è stato concluso un accordo alla pari tra Cina, Vietnam e Filippine al fine di sondare per tre anni il loro sottosuolo, che si crede possa diventare nei prossimi decenni il prossimo Golfo Persico sul piano delle risorse energetiche.

 

La Cina Popolare ha sempre ribadito correttamente che Taiwan è parte integrante della Cina: ma, allo stesso tempo, ha sempre aggiunto di accettare l’attuale status-quo, che vede l’isola sostanzialmente (anche se non formalmente, punto centrale e decisivo per Pechino) sovrana, avviando dopo il marzo del 2008 un deciso miglioramento nelle relazioni con Taipei sotto tutti i profili, grazie alla vittoria del Kuomintang nelle elezioni presidenziali della primavera del 2008. Da notare, inoltre, che finora il vero “grande fratello” di Taiwan è stato il solito imperialismo statunitense: grande fornitore di armi all’isola, tra l’altro, e sostenitore “coperto” dalle forze politiche che a Taiwan cercavano – fino alla sconfitta subita nel marzo 2008 – di rendere indipendente l’isola anche sul piano formale, senza paura di “incendiare la prateria” con il loro “cerino” separatista.

 

Penultima obiezione: “perché la Cina non ha appoggiato a sufficienza Cuba socialista, specialmente nel durissimo quinquennio 1991/1995 ?”

 

Crediamo sia per una reale scarsità di forze materiali che, soprattutto, a causa di un eccesso di prudenza della direzione comunista cinese nei confronti dell’imperialismo statunitense, all’apice della sua potenza internazionale (assoluta e relativa) proprio nei cinque anni presi in esame.

 

Dopo il 2002, tuttavia, la situazione è nettamente migliorata proprio sotto il profilo economico e commerciale nelle (già buone) relazioni tra i due stati socialisti, tanto che alla fine di dicembre del 2008 Carlos Miguel Pereira, ambasciatore cubano in Cina, ha notato come le relazioni cubane con la Cina abbiano raggiunto il miglior livello nella loro storia: il commercio cino-cubano è passato dai 578 miliardi di dollari del 2003 ai 2,6 miliardi del 2007, più che quadruplicandolo nel giro di soli quattro anni.[13]

 

“La Cina è un sicuro e stabile importatore del nickel e dello zucchero cubano”, ha inoltre sottolineato l’ambasciatore cubano in Cina, mentre “la Cina sta iniziando a diventare un grande paese investitore a Cuba” a dispetto del blocco economico statunitense: non a caso Carlos Pereira ha auspicato un ulteriore rafforzamento della cooperazione tra i due paesi, evidentemente noncurante della (ipotetica, inesistente) trasformazione della Cina in un (presunto) “polo imperialistico”.

 

Un’ultima obiezione: “ma la Cina non fa forse parte, fin dal suo inizio, del cosiddetto Patto di Shanghai?”.

 

Il Patto di Shanghai, stipulato nel 1996 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha dato vita ad un’organizzazione i cui scopi, allo stesso tempo limitati e difensivi, sono riconosciuti come pacifici dalla grande maggioranza degli studiosi di politica internazionale: non è stato certamente tale alleanza ad invadere l’Afghanistan 2001/2011 o l’Iraq nel 2003, mentre invece il carattere cooperativo, pacifico ed egualitario del Patto di Shanghai ha provocato l’adesione ad esso, a titolo di paesi osservatori, di nazioni come l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia.

 

Ma la rete di alleanze intessuta via via dalla Cina, comprende ormai al suo interno partendo dal 2008 anche le “relazioni speciali” (pacifiche e cooperative) con paesi importanti quali il Brasile ed il Sudafrica, membri a pieno titolo del gruppo del “BRICS”.

 

[1] V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap.VII

[2] V.I.Lenin, op. cit., cap. X

 

[3] Autori Vari, “L’adorato Kim Chang-il”, prefazione di G. Riotta, pag. 3, ed.Obarra

 

[4] M.Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pag. 348, ed. Mulino

 

[5] L. Tomba, “Storia della Repubblica Popolare Cinese”, pag. 191,  ed. Mondadori

 

[6] Stime del Sipri-2007, in http://www.archiviodisarmo.it  Camilla Reali

 

[7] english.peopledaily.com.cn “DPRK FM meets visiting senior Chinese diplomat”, 13 gennaio 2009

 

[8] F. Galletti e G. Vagnone, “Fondi sovrani: il vero pericolo arriva dalla Cina”, 15 gennaio 2008, in http://www.loccidentale.it

 

[9] F. Rampini, 16 aprile 2007, “Tata traccia la via indiana al capitalismo delle famiglie”, in ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio

 

[10] F. Rampini, 16 aprile 2007, op. cit.

 

[11] A. B. Ulam, “Storia della politica estera sovietica (1917-60)”, pag. 108, 131, 217-218, ed. Rizzoli

 

[12] M. Gemma e F. Giannini, “I comunisti di tutto il mondo ripartono da San Paolo”, 30/11/2008, in http://www.lernesto.it

 

[13] english.people.com.cn , 29 dicembre 2008, “Cuban ambassador hopes for more bilateral co-op with Cina”

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