Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

 Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette  libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.

Giorgio Galli

 

Gerico, il comunismo sviluppato e l’Intelligenza Artificiale.

 Innanzitutto ringrazio il professor Giorgio Galli, celebre storico e politologo, per aver analizzato con la consueta cura lo schema teorico secondo cui negli ultimi dodicimila anni risulta centrale e prioritario lo scontro dialettico, la proteiforme unità/lotta tra una “linea rossa” socioproduttiva di tipo cooperativo ed egualitario (partendo dalla Gerico collettivistica dell’8500 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni) e un’antagonista “linea nera” sociale e politica di matrice classista, cominciando con l’anatolica protocittà di Nevali Cori (8000 a.C.) e i predoni nomadi Kurgan del 4000 a.C. fino ad arrivare via via al capitalismo di stato contemporaneo, con la sua regola della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite delle multinazionali e banche private e i legami speciali tra apparati statali, nuclei dirigenti politici e monopoli privati.

Giorgio Galli pone subito con chiarezza una domanda importante, ossia: “La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si.”

Lo studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico a partire dall’8500 a.C.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.) durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus/pluspro-dotto, costante accumulabile, a vantaggio di ipotetici e paleolitici sfruttatori.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile e inevitabile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo praticabile sul piano materiale e necessario (catastrofi politico-naturali permettendo) l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e all’avvio di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.[1]

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti/avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è avvenuta a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità, cooperative o classiste, si rivelano nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del Neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture/protocittà collettivistiche.

Cosa successe in concreto, a partire dal 9000 a.C.?

La costante continuità economica e tecnologica della lunghissima epoca paleolitica e dell’età della pietra venne spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito, con modalità autonome, in Cina (prima dell’8800 a.C.) e in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata a sua volta, alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, raccolta iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), oltre che resa possibile dalla produzione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta, e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona palestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti proprio dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzitutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del paleolitico: Jared Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: dunque un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile durante il neolitico rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano, dopo l’8000 a.C., iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), oltre che per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali, come maiali, galline, pecore e buoi.

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse ormai diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e di conservarlo con una certa efficacia, mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” e animale su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma.[6]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica, con il progresso gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro, furono realmente enormi confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti sociali di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati quindi rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando quindi nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a “mero strumento” parlante dei proprietari degli schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari tedeschi  riaffermando, nell’“Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato”, il carattere necessario e “progressista” della controrivoluzione affermatasi nei rapporti sociali di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati».[7]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico.

È stato stimato del resto che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni e almeno fino al 1830.[8]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dal processo continuo di riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.[9]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico ormai non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. durante il Neolitico e il Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce infatti con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su diverse coordinate teoriche di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola. Tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti, in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma viceversa nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere, all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due diverse forme generali di rapporti sociali di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa), sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del neolitico produsse invece la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione invece di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza della popolazione delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva infatti che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del neolitico-calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro, a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono e ai tempi della protocittà neolitica di Gerico.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferie” dal 9000-3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nella civiltà Chavin e nelle Ande.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

 

 

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

 

 

Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali ecc.)

 

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato, nel marxismo ortodosso, al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

↙                  ↘

 

Primo sbocco potenziale:                                                                                          Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                                                                              Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                                                                                     e distribuzione classisti

 

 

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione), presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

 

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta.

Proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro: dal 9000 al 3500 a.C. e in Eurasia, ossia per cinque millenni, si confrontarono e a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono invece sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive.

La “Fase due” del genere umano risulta dunque composta non solo dalla coesistenza dialettica plurimillenaria tra surplus/plusprodotto e penuria relativa (rispetto alla massa di bisogni materiali e culturali), ma altresì anche da uno sdoppiamento costante, almeno sul piano potenziale, dei rapporti sociali di produzione e distribuzione.

Inoltre l’esperienza storica del 9000-3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella netta superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti sociali di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance economiche del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüyuk, la cultura Ubaid e quella di Vinca (Europa) costituirono dunque i punti più avanzati nello sviluppo storico e nel progresso produttivo del genere umano, durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria in oggetto, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento e il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il neolitico-calcolitico (e non solo…): paradossal-mente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

In altri termini: dal 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio, si è affermato per via “produttiva” un particolare primato della sfera politica, ivi compresa quella politico-militare, da intendersi con Lenin come “espressione concentrata dell’economia”, in senso lato.

Visto che infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale, e si sono poi manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro”, tra i due litiganti, non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il neolitico-calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza”, e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento e determinato da cause squisitamente economiche, ha creato a sua volta come suo paradossale sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione (quelli classisti) meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato ma più bellicoso modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

 

↙               ↘

 

 

Possibili rapporti di produzione   collettivistici                           Possibili rapporti di produzione classisti

 

↘                                                                        ↙

 

 

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

 

 

 

Rapporti di produzione dominanti volta per volta (collettivistici o classisti).

 

 

Le concrete relazioni di potere e di forza, le correlazioni di potenza politico-militare hanno determinato volta per volta, quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture, protocittà e gruppi organizzati durante il neolitico-calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione proprio nei rapporti di potenza politici, e politico-militari, creatisi via via nelle diverse collettività umane post-8500 a.C.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, ossia la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried, al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui e in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferie la novità economico-politica principale, rispetto alle tribù paleolitiche, consistette soprat-tutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva e in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il neolitico-calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’èlite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [10]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferie. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)».[11]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo neolitico-calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo neolitico-calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani. [12]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia: dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea Madre, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C.: uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava, per dimensioni, quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale ancora durante il XV secolo della nostra era.[13]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[14]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[15]

L’esperienza concreta e plurimillenaria di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[16]

Per questioni di spazio non posso dilungarmi nella discussione di molte altre meravigliose protocittà e culture neolitiche di matrice collettivistica, con ad esempio Katal Hüyuk (Anatolia, 5000 a.C.), Ubaid (Mesopotamia, 5000-4000 a.C.), Yangshao (Cina, 4900-1800 a.C.), Anasazi (odierni Stati Uniti) e Harappa (India, 4000-3000 a.C.): va evidenziato invece che la “linea rossa” socioproduttiva e politico-sociale in ogni caso non scomparve da continente-storia dopo l’affermarsi delle feroci e violente società di classe, a partire da quel modo di produzione asiatico che si cristallizzò in terra sumera e nell’odierno Iraq a partire dal 3700 a.C., come emerge anche dalle splendide analisi effettuate carsicamente dal Marx rispetto alle concretissime e plurimillenarie “comuni rurali”.

Infatti l’effetto di sdoppiamento e la tendenza socioproduttiva e politico-sociale “rossa”, collettivistica e gilanica non cessarono di esercitare la loro influenza sul processo storico su scala planetaria anche dopo la fine del neolitico-calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, ossia dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la tendenza socioproduttiva collettivistica è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociali necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopracitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò pertanto dei punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, sia a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus;
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale;
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4);
  • il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico;
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia;[17]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta;
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico;
  • anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo;
  • anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa;
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale;
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

 

Risulta possibile verificare l’esistenza di alcune prove e “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici.

La prima “orma” concreta riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), suolo che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era infatti formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi le comuni fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[18]

Siamo in piena “linea rossa”, quindi.

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[19]

Lo sdoppiato e contraddittorio modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampi, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.

Ad esempio la prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all’”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà precolombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi e sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico, all’interno delle  loro relazioni sociali di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

Passando poi all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[22]

Va rilevato subito come le comuni rurali, con le loro forti tendenze collettivistiche, si riprodussero per secoli anche a fianco e alla stessa base materiale della formazione economico-sociale feudale, come nel caso eclatante della Russia analizzato proprio da Marx nelle splendide e variegata versione della lettera da lui inviata a Vera Zasulich, all’inizio del 1881.

Per ragioni di spazio non posso affrontare tali argomenti, ma almeno rimango nell’area geopolitica sopracitata grazie a una parte del breve saggio elaborato da Galli sull’effetto di sdoppiamento.

Con la consueta lucidità intellettuale Giorgio Galli ha infatti sollevato l’importante questione teorica relativa alla natura sociale dell’Unione Sovietica, dal 1929 (inizio della “rivoluzione dall’alto” promossa dal nuovo dirigente stalinista attraverso il processo accelerato di industrializzazione e i piani quinquennali, l’eliminazione sociale della borghesia russa urbana/i nepman e dei kulak, la collettivizzazione delle campagne) fino al crollo finale del 1989/91: e proprio l’Unione Sovietica del 1929/91 costituisce un caso particolarmente interessante di sdoppiamento (al suo stesso interno) dei rapporti sociali di produzione e distribuzione, o se si vuole un esempio di complessa e articolata “società di transizione” verso il socialismo/comunismo descritta da Istvan Meszaros.

Per quanto riguarda la componente “rossa” e collettivistica dell’Unione Sovietica, essa è stata contestata e negata con forza dai variegati sostenitori della teoria dell’equazione URSS=capitalismo di stato: Korsch, Bordiga, Laurat, Weil e Rizzi, per citarne solo alcuni: ma si tratta di una teoria demolita dalla praxis concreta, specialmente del 1989-2019.

Ricordando innanzitutto come anche solo in base all’indiscutibile e sicura assenza, dal 1929 al 1991, sia di un fondo di accumulazione privata che della trasmissibilità della proprietà dei mezzi sociali di produzione agli eredi, ai figli, ai familiari, la presunta “borghesia di stato” sovietica inizia a evaporare come neve al sole, l’equazione URSS = capitalismo di stato naufraga miseramente e senza scampo per altri tre motivi fondamentali.

Innanzitutto per il carattere ridotto e limitato della differenziazione sociale tra alti dirigenti del PCUS e operai/impiegati sovietici, fra i direttori di impresa sovietici e la forza-lavoro delle imprese dirette da questi ultimi.

Nelle metropoli capitaliste, i grandi capitalisti e gli azionisti di riferimento dei principali monopoli e banche ottengono di solito redditi superiori di almeno mille volte a quelli dei loro operai, mentre i manager di alto livello godono di un differenziale almeno di cento a uno rispetto ai salari dei dipendenti delle aziende da loro dirette, senza poi tener conto dei (frequenti) bonus speciali da loro percepiti, in termini di opzioni di acquisto a prezzi eccezionali delle aziende da loro dirette e di partecipazioni personali ai loro utili. Facciamo invece i “conti della serva” agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, dei quadri dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese: per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese oltre a 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.

Secondo il politologo antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico».[23]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo dunque quasi misero e limitato per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza». [24]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, ossia L. I. Breznev?

Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la fallimentare teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura, ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, ossia solo dieci volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [25]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio: ma sotto un altro e decisivo aspetto, si trattò di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’élite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, infatti un salumiere della Brianza o un negoziante di alimentari della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

In secondo luogo, la presunta “borghesia di stato” sovietica non aveva alcuna garanzia di una stabile riproduzione del proprio potere, anche ai suoi livelli superiori, viste le periodiche epurazioni che colpivano gli strati alti della nomenklatura, facendo si che i privilegi speciali di cui essa godeva “dipendessero dalla funzione” da essa svolta concretamente come dirigenti politici e solo finché essi rimanevano quadri politici: “non erano garantiti” (Graziosi) né a vita, e spesso neanche nel medio periodo.[26]

Basta solo pensare alle sanguinose purghe eseguite da Stalin, tra il 1936 ed il 1952, anche e specialmente contro ogni livello della nomenklatura sovietica; oppure che, con Chruscev al comando, vennero allontanati (senza spargimenti di sangue) dalle posizioni di potere molti dei più alti quadri dirigenti civili e militari (Molotov, Malenkov, Serov, Zhukov, ecc.), mentre tra il 1961/62 vennero epurati circa 145000 funzionari ai più vari livelli per reati di corruzione, concussione ed appropriazione indebita.[27]

Se si passa alla nuova direzione gorbacioviana, tra il 1986 ed il 1989 vennero allontanati a loro volta dalle cariche politiche detenute in precedenza circa l’85%’ ed i cinque sesti dei vecchi membri del Comitato Centrale, ben il 90,8% dei segretari regionali del partito ed l’82% di quelli cittadini e distrettuali: una pacifica ecatombe di funzionari ed alti quadri, che si scontra (come le altre purghe) frontalmente con la teoria che vede la nomenklatura sovietica nelle vesti di una “casta sfruttatrice” stabile, capace di consolidarsi nel tempo.[28]

In terzo luogo, gli alti dirigenti ed i funzionari del partito non riuscivano quasi mai ad introdurre la loro amata prole nelle fila della nomenklatura, ai suoi livelli superiori: da Stalin fino a Gorbaciov, quasi tutti i membri del Politburo e del Comitato Centrale risultarono invece figli di operai e contadini, spesso loro stessi operai, diventati in seguito funzionari abili al punto giusto da scalare le vette del potere sovietico.[29]

Detto in altri termini, i figli di Stalin, Malenkov, Chruscev, Breznev, Andropov e Cernenkov non diventarono mai alti dirigenti del PCUS, come del resto avvenne alla prole di decine di migliaia di altri esponenti della nomenklatura del partito e degli apparati statali.

Con un’asimmetria di reddito modesta, se paragonata alle reali classi sfruttatrici del passato e del presente, rispetto al livello di vita dei produttori diretti; non garantita nei suoi modesti privilegi sociopolitici ed impossibilitata quasi in ogni caso a trasmetterli ai figli, la nomenklatura sovietica risultava distante anni luce dalla reale borghesia (Buffet, Walton, Berlusconi ecc.) che egemonizza i reali capitalismi di stato, non solo rispetto al fondo di accumulazione ed al possesso dei mezzi di produzione ma anche al fondo di consumo. Non a caso una sezione minoritaria, ma consistente dei quadri del PCUS e dei manager delle aziende ricorse via via allo strumento illegale e rischioso, ma potenzialmente lucroso, dell’appropriazione illecita di fondi e mezzi di produzioni statali e della connessione organica con i trafficanti e gli speculatori che operavano clandestinamente nell’URSS: si formò in tale modo il reale e concreto capitalismo di stato nella sua particolare variante sovietica, un settore socioproduttivo consistente – seppur nettamente subordinato all’egemone “linea rossa”, ed ai rapporti produzione/distribuzione collettivistici – su cui tornerò in seguito.

L’ultima “prova del nove” deriva proprio dalle gigantesche trasformazioni dei rapporti sociali di produzione che si sono verificati nella Russia post-comunista, tra il 1992 ed il 2002: la teoria del capitalismo di stato sovietico non può infatti spiegare ed interpretare in alcun modo i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle risorse naturali verificatisi in tutta l’area ex-sovietica, a partire dalla Russia di Eltsin e Putin, con la creazione al suo interno di una borghesia reale, in carne e ossa ed egemone ad ogni livello.

Ammettendo per un attimo infatti come valida l’equazione URSS = capitalismo di stato, per quale arcana ragione era necessario avviare un enorme e plateale processo di privatizzazione in terra sovietica di quei beni pubblici che, stando alla teoria in esame, erano già prima in possesso di una ristretta oligarchia e dello strato superiore della nomenklatura? Perché privatizzare ricchezze e mezzi di produzione, di cui la (presunta) borghesia di stato sovietica aveva già prima il possesso reale, stando almeno alla tesi in via di esame critico? Ed ancora: visto che nessuno può negare che la Russia post-sovietica e contemporanea sia una struttura economica dominata dal capitalismo di stato, come si spiegano (sempre secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico) le enormi differenze che la realtà socioproduttiva post-comunista rivela rispetto alla fase precedente dell’URSS, all’era del socialismo reale? Come si spiegano fenomeni quali l’apparire e consolidarsi di una classe di miliardari russi ancora più sfacciati nelle loro ostentazioni del lusso dei loro “cugini” occidentali, quali le continue compravendite di aziende e azioni (elementi materiali prima sconosciuti in URSS), la creazione delle diverse borse-valori russe e l’enorme quota della ricchezza globale della Russia accumulata dalla nuova borghesia russa, collegata strettamente ai nuovi nuclei dirigenti al potere? Oppure quell’immane processo di privatizzazioni delle risorse pubbliche russe, attraverso il quale i “nuovi ricchi” sotto Eltsin potevano con soli mille  (1000…) dollari “comprare proprietà ed attività dello stato russo del valore contabile di 300 mila dollari”, come notò Monde Diplomatique nel gennaio del 1993 ed in piena era post-sovietica?

Troppe differenze importanti sussistono tra la formazione economico-sociale sovietica del 1929-90, e quella invece post-sovietica del 1992-2010: un capitalismo di stato reale, contraddistinto da plateali ed evidenti rapporti di collaborazione tra la grande maggioranza dei monopoli privati, russi o stranieri, e gli apparati statali, segnato dalle relazioni “speciali” via via cristallizzatesi tra grandi imprese private da un lato, e nuclei dirigenti russi dall’altro.

La complessa e variegata formazione economico-sociale sovietica del 1929-90 era caratterizzata dall’egemonia esercitata al suo interno dalla “linea rossa”, dai rapporti di produzione collettivistici (di matrice statale o cooperativa, come nel caso dei colcos), visto che  circa quattro quinti del processo di produzione sviluppatosi tra il 1930 ed il 1990, nella variegata formazione economico-sociale sovietica, risultarono sotto l’egemonia del socialismo deformato, ivi comprese le cooperative agricole (i kolkoz); ma sussisteva anche un’altra sezione, minoritaria ma consistente, dell’economia sovietica in cui vigevano delle forme alternative di rapporti sociali di produzione e di distribuzione, ossia la “linea nera” e classista.

Le tipologie principali che costituivano questo particolare settore socioproduttivo erano in sostanza due:

  • le “mafie” sovietiche, dedite al traffico su larga scala ed alla speculazione sui beni di consumo, al cambio illegale di valute occidentali e soprattutto all’appropriazione illecita dei fondi pubblici e dei mezzi sociali di produzione, statali oppure cooperativi, in stretta connessione con la parte corrotta dei manager e dei funzionari del PCUS: spesso creando delle “reti di piccole aziende clandestine” (Graziosi), germogli dell’accumulazione primitiva capitalistica;
  • la sezione minoritaria, ma consistente dei dirigenti d’azienda e dei quadri politici della nomenklatura sovietica impegnati in attività economiche illegali, ossia nell’utilizzo clandestino per scopi di accumulazione privata sia delle risorse naturali del paese che dei fondi pubblici e del capitale fisso delle aziende di stato/cooperative: o direttamente ed in prima persona, oppure facendosi corrompere dai gruppi criminali del paese dediti a pratiche produttive illecite, sopra menzionati.

Come aveva già notato la sociologa sovietica T. Zaslavskaja nei primi anni Ottanta, la “linea nera” socioproduttiva (subordinata e minoritaria, ma consistente) in URSS e la variante sovietica del capitalismo di stato all’interno della variegata formazione economico-sociale in esame era formata proprio dalla connessione, via via sviluppatasi, tra le mafie protocapitalistiche e i segmenti corrotti dell’apparato politico-statale della gigantesca nazione eurasiatica: il vero settore (minoritario). del capitalismo di stato in terra sovietica, molto diverso da quello immaginato dai vari Bordiga, Rizzi, Korsch ecc.[30]

Il “connubio” mafia-burocrazia corrotta si era formato su larga scala fin dalla metà degli anni Quaranta, arginato e combattuto solo in parte da Stalin e da alti quadri del partito come A. Kuznecov.

Nelle difficilissime condizioni materiali del dopoguerra, «l’arte di arrangiarsi, ormai da anni indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale. Stalin era regolarmente informato dello stile di vita dei suoi collaboratori, dei loro festini, delle bottiglie che vi si bevevano e così via, e sapeva bene che la corruzione economica dei dirigenti intermedi già conosceva “proporzioni assai vaste”.

Kuznecov cercò di porvi rimedio mettendo fine ai premi e ai benefici offerti ai quadri del partito dalle altre amministrazioni, nonché alle appropriazioni indebite, di prodotti agricoli, materiale e forza lavoro, su cui, specie in provincia, si fondava il benessere dei signorotti locali.

Dal 1945 al 1947 quasi il 40% degli espulsi dal partito lo fu per corruzione, degenerazione, dissolutezza, ubriachezza e condotta disordinata (rispetto a un 30% accusato di aver vissuto nei territori occupati senza combattere)».[31]

La connessione dialettica tra queste due sotto-sfere dell’economia sovietica continuò anche negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che Chruscev nel 1960/62 scatenò una lunga campagna politico-giudiziaria contro i “peculiari imprenditori privati” (Graziosi) e i quadri politici/ manager corrotti: i casi di corruzione, concussione e appropriazione indebita da parte di funzionari, poco meno di 40.000 nel 1956 e scesi nel 1959 a meno di 28.000, balzarono così nel 1961 a 63.400 e a 73.350 nel 1962.

  1. Graziosi ha notato che il bersaglio principale della nuova campagna era l’economia sommersa, «sviluppatasi ai margini dell’economia ufficiale, di cui si nutriva. Tuttavia, non va dimenticato che di regola lo sviluppo della prima dipendeva dall’incapacità della seconda di far fronte ai bisogni dei cittadini e che quindi l’economia “nera” era parte integrante del sistema sovietico, al cui funzionamento contribuiva smussandone le asperità e colmandone anche se solo in parte e in maniera distorta, le lacune. Accanto ai funzionari corrotti, che affidavano la distribuzione dei beni scarsi da loro controllati a canali diversi da quelli ufficiali, c’erano anche peculiari imprenditori privati. I più intraprendenti , che in altri paesi sarebbero diventati grandi capitani di industria, riuscivano a mettere in piedi, in condizioni difficilissime, reti di piccole aziende clandestine la cui pochezza era un’altra testimonianza dello spreco di energie umane proprio del sistema sovietico. Il bisogno di procurarsi illegalmente materie prime e semilavorati li spingeva a legare con funzionari corrotti, mentre quello di ricorrere solo a denaro liquido e a promesse di pagamento, e quindi a persone in grado di farle rispettare, li poneva in contatto con il mondo della malavita. Simis ha parlato della presenza di clan famigliari, spesso appartenenti alle minoranze ebree o caucasiche, proprietari di dozzine di fabbrichette e di reti di vendita tentacolari, nelle quali erano investiti milioni di rubli. Le loro attività avevano talvolta avuto origine dopo la guerra, a partire dal commercio dei beni presi ai paesi vinti, e si erano poi sviluppate nel settore dei servizi e nella produzione dei beni di consumo.

Tra i settori colpiti nel 1961 vi fu quello dei cambiavalute illegali, che compravano i dollari a un tasso di diverse volte superiore a quello ufficiale, fornendo così implicitamente un coefficiente di deflazione, certo impreciso ma migliore di tante stime ufficiali, utile a calcolare le dimensioni effettive dell’economia sovietica. Essi erano alimentati dal crescente flusso di turisti e dalla comunità di studenti stranieri, specie del Terzo mondo, presenti nel paese. Le aperture seguite al 1956 fecero cioè emergere i primi segni di una nuova dollarizzazione dell’economia sovietica destinata ad assumere negli anni dimensioni sempre più vaste, a testimonianza dello spontaneo movimento di individui e agenti economici verso relazioni più rispondenti alle loro preferenze di quelle imposte dal regime, in base alle sue priorità e alle sue considerazioni di status».[32]

La pratica relativamente diffusa dell’appropriazione indebita di fondi e di mezzi statali, e della parallela produzione/distribuzione illegale di mezzi di consumo, continuò con ancora maggiore vigore nell’epoca brezneviana, dato che la base materiale della «diffusione di questi comportamenti era la maglia di una rete che si estendeva dai favori reciproci che regolavano il lavoro di funzionari e dirigenti (ed erano spesso loro necessari per mandare avanti le loro imprese) e dalla corruzione di molti di essi fino alle attività illegali e criminali». Essa minava le fondamenta del concetto di proprietà pubblica e alimentava sentimenti anticomunisti: già nel 1970, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin, «circolarono tra la popolazione battute crudeli sul fondatore dello stato sovietico, che spinsero alcuni osservatori occidentali a parlare del prevalere in URSS di rassegnato pessimismo e passività ideologica».[33]

In ogni caso risulta subito evidente come la coesistenza asimmetrica e conflittuale tra i rapporti di produzione collettivistici (egemoni), e quelli capitalistici di stato (illegali e subordinati), nell’URSS del 1929-91, rappresenti involontariamente una manna dal cielo per lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento, inteso come possibilità di coesistenza (in proporzioni quasi sempre asimmetriche) della “linea rossa” e della “linea nera” nello stesso paese/area geopolitica.

Va infine affrontato anche un altro importante nodo teorico sollevato acutamente dal professor Galli, e cioè la natura del legame sussistente sul piano storico tra guerra (da leggersi: guerra militare tra stati sovrani) e rivoluzione durante l’epoca contemporanea.

Anche in questo campo concreto e stimolante di indagine vale il detto di Hegel, secondo cui “il vero è l’intero”.

Da un lato risulta infatti pesante e indiscutibile il nesso causale, seppur mediato, sussistente tra sconfitte militari e processi rivoluzionari verificatosi non solo a Parigi con l’eroica Comune del 1871 ma anche in Russia e nell’ex impero zarista dal 1914 al 1918, in Cina dal 1931 (invasione della Manciuria da parte dell’impero giapponese) fino al 1945, oltre che in Europa orientale nel 1944-1948: tuttavia questa è solo una parte, seppur molto importante, della realtà globale politico-sociale e delle esperienza storiche che sono via via maturate sul piano planetario negli ultimi due secoli.

Sull’altro versante, infatti, va ricordato come la Francia non fosse certo in guerra con altre nazioni indipendenti dal 1946 al 1954, quando perse il controllo delle “sue” colonie in Indocina grazie all’eroica e leggendaria rivoluzione antimperialista promossa dai comunisti vietnamiti e da un grande leader come Ho Chi Minh.

Un discorso analogo vale anche per l’imperialismo statunitense che, nel 1964-73, non era in guerra in modo stabile con altre nazioni se non proprio in Indocina, a partire dal “suo” stato-fantoccio del Vietnam del Sud: come nel caso precedente, bisogna liberarsi da una visione eurocentrica ed esaminare i processi rivoluzionari extraoccidentali innanzitutto dal punto di vista dei popoli in rivolta, e non solo da quello dei loro vecchi dominatori.

Anche il Portogallo fascista di Salazar non era in conflitto bellico con altre nazioni indipendenti dal 1956 al 1974, quando a sua volta perse il controllo delle “sue” colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau sempre durante gli anni in esame.

Anche Cuba non risultava certo in guerra con altri stati dal 1956 al gennaio del 1959, quando il “Davide” composto da eroici e giovani barbudos cubani, con l’aiuto di un altro giovane argentino ucciso poi in Bolivia nel 1967, riuscì a battere il “Golia” rappresentato dalla dittatura militare di Batista appoggiato dalle armi, soldi e consiglieri forniti dall’imperialismo statunitense; e un ragionamento analogo può essere effettuato anche per la splendida rivoluzione sandinista del 1961-1979.

Ma non solo.

Non è ancora abbastanza noto che, dal 1776 fino a oggi, la vera e unica “nazione guerriera” su scala mondiale è stata rappresentata dagli Stati Uniti, visto che dal 1777 gli USA sono stati in guerra (ivi comprese le cosiddette “guerre indiane” contro i nativi americani, i “pellerossa” dei film di Hollywood) per circa il novantatré percento del tempo dalla loro creazione come stato indipendente: vale a dire ben 223 dei 243 anni di esistenza come stato sovrano.

Gli anni di tregua goduti dai “pacifici” Stati Uniti sono stati solo 28 su 243, partendo dal 1776 fino ad arrivare a un 2019 che vede ancora impegnato militarmente l’imperialismo a stelle e strisce in nazioni quali l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, per citare solo i casi principali: l’unico ed eccezionale periodo nel quale gli USA rimasero addirittura cinque anni senza fare una guerra è stato quello compreso tra il 1935 e il 1940, in seguito alle ricadute della grande depressione post-1929.

Eppur… non si mosse alcunché, sul fronte rivoluzionario.

A dispetto di guerre continue, per più di due secoli e ormai da tempo combattute in giro a tutto il globo, da collegarsi tra l’altro alla pesante sconfitta subita dall’imperialismo a stelle e strisce in Vietnam e Indocina dal 1964 al 1975, finora non si è mai assistito a processi rivoluzionari su vasta scala negli Stati Uniti con la parziale e limitata eccezione dell’eroica ribellione dei contadini guidati da Daniel Shays in Massachussetts, Connecticut e Rhode Island nel 1786, rivolta contro la fiscalità repressiva (chi era più ricco pagava meno di chi era più povero) e contro la borghesia mercantile di Boston.

Se si vuole poi scavare ancora più a fondo in questo settore, il periodo storico in cui la sinistra antagonista e i movimenti di massa sono risultati più forti e organizzati negli USA è stato finora proprio quello del 1934-38, in corrispondenza temporale con l’unico e sopracitato quinquennio pacifico espresso fino ad oggi dal bellicoso stato con capitale Washington.

Ovviamente la relazione mutevole tra guerra e rivoluzione si collega strettamente a un rapporto politico ancora più generale avente per oggetto l’interconnessione tra politica ed economia, tra sfera politica ed economica.

E in questo settore specifico gran parte dei marxisti occidentali, almeno sul piano teorico, ha purtroppo dimenticato proprio l’abc dello stesso marxismo, nonostante che Lenin:

  • Nel 1922 e nel suo geniale “Che fare?” avesse notato con estrema chiarezza che “dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi” delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali”.
  • Nel gennaio 1921 sempre Lenin, nel suo splendido scritto polemico intitolato “Ancora sui sindacati”, sottolineò in modo lucido e appassionato che “la politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbicci del marxismo”.

Ormai è stata messa molta “carne al fuoco”, e serve forse una breve pausa in attesa di nuove ed eventuali “portate”, ossia dall’ampio dibattito auspicato giustamente da Giorgio Galli.

 

 

Roberto Sidoli

[1] M. Beccari, “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo”, in http://www.lacittafutura.it

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  p. 73, ed. Einaudi

[3] R. Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[4] J. Diamond, op. cit., p. 62

[5] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”,  cap. IX, Editori Riuniti

[6] J. Diamond, op. cit. p. 66

[7] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, cap. IX,  Editori Riuniti

[8] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[9] F. Engels, op. cit., cap. IX

[10] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[11] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[12] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[13] D. H. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[14] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[15] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[16] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[17]G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[18] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[19] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[23] M. S. Voslensky, Nomenklatura, pp. 208-209, ed. Rizzoli.

[24] M. S. Voslensky, op. cit., p. 245.

[25] A. Graziosi,” L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino.

[26] Op. cit., p. 429.

[27] Op. cit., pp. 215, 218, 243.

[28] Op. cit., p. 544.

[29] Op. cit., pp. 141 e 215.

[30] Op. cit., p. 439.

[31] Op. cit., p. 441.

[32] Op. cit., pp. 245-246.

[33] Op. cit., p. 378.

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