Relazione tenuta da Roberto Sidoli durante l’assemblea del 14 settembre 2019 a Milano.

 

Il “paradosso di Lenin” la politica-struttura e l’effetto di sdoppiamento.

 

 

 

 

Voglio focalizzare l’attenzione sul collegamento esistente tra lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento e il “paradosso di Lenin”, avente per oggetto il rapporto generale tra la sfera politica e quella economica, oltre che sullo sdoppiamento della stessa sfera politica in politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica intesa come espressione concentrata dell’economia.

Secondo la tesi dello sdoppiamento, dopo il 9000 a.C. e con l’inizio della rivoluzione tecnologica neolitica, non solo il genere umano è entrato nell’era del surplus, costante e accumulabile, ma altresì si è creato e consolidato un campo di potenzialità alternative, di matrice produttiva e politico-sociale, determinando quindi la simultanea genesi e cristallizzazione plurimillenaria – fino ad arrivare ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio – sia di una “linea rossa” collettivistica, gilanica e cooperativa (a partire dalla protocittà egualitaria di Gerico, 8500 a.C.) che invece di una variegata e alternativa “linea nera” di matrice classista, militarista e patriarcale, come nel lontano caso di quei predoni Kurgan che, con le loro sanguinose invasioni, infestarono l’Eurasia dal 4000 a.C. e per molti secoli.

Giorgio Galli recentemente si è chiesto: “la teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si”.

Il celebre studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico, a partire dall’8500 a.C. e quindi dieci millenni or sono.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.), durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus e pluspro-dotto, costante e accumulabile, a vantaggio di ipotetici sfruttatori del paleolitico.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo perfettamente praticabile, sul piano materiale, e l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli stessi apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, sorta a partire dalla rivoluzione produttiva del neolitico e attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti oppure avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è venuta alla luce a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico, per dirla in altri termini, tuttora in via di sviluppo.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità sociali ed economiche, cooperative o classiste, si rivelarono nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture e protocittà collettivistiche.

Per fornire alcuni esempi concreti della teoria dello sdoppiamento, a partire dal 9000 a.C., si può subito notare che durante il neolitico-calcolitico le millenarie civiltà collettivistiche degli Ubaid, nell’odierno Iraq, e di Vinca nei Balcani si scontrarono con i feroci predoni kurgan prima, e indoeuropei in seguito.

Abbiamo inoltre la “città del sole” di Aristonico e quella in seguito guidata dallo schiavo Euno, in Sicilia, contrapposte all’impero schiavistico romano.

Le comuni rurali, sorte in tutto il mondo e con forti tendenze collettivistiche, furono sia unite che soggiogate dal feudalesimo e dal modo di produzione asiatico, a cui fornivano il surplus produttivo per le élites laiche o religiose.

Passando all’epoca contemporanea e in presenza di casi concreti con uno sviluppo qualitativo simile delle forze produttive, pensiamo alla Russia bolscevica, contrapposta alla Russia “bianca” e borghese del 1917-20.

Unione Sovietica contro Stati Uniti, dal 1945 al 1990: sdoppiamento planetario tra capitalismo e socialismo.

Corea del Nord contro Corea del Sud, dal 1945 ad oggi.

Cuba socialista e la vergognosa base USA di Guantanamo, sempre sul suolo cubano.

Il Venezuela di Maduro contro il corrotto Venezuela di Guaidò, eterodiretto dall’imperialismo americano.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati facilmente, a partire dalla NEP leninista del 1921-28 e dai suoi eredi odierni e dell’inizio del terzo millennio, in importantissime aree del mondo quali la Cina.

Ma a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni?

Se tale schema generale corrisponde approssimativamente alla verità, e cioè al processo dinamico e contraddittorio di sviluppo del genere umano dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, esso svolgerebbe un ruolo positivo intrinseco innanzitutto perché, come aveva rilevato Lenin, “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Per trasformare la realtà, infatti, bisogna ben comprenderla e ben interpretarla. E a tale scopo serve costantemente una diretta pratica politico-sociale, individuale e collettiva, ma anche e simultaneamente un processo di analisi della pratica collettiva presente e passata, con un ininterrotto processo di esame critico e autocritico del passato recente e meno recente, delle sue diverse tendenze e controtendenze, della dialettica storica creatasi all’interno delle multiformi formazioni economico-sociali sviluppatesi negli ultimi millenni.

La celebre e geniale undicesima tesi su Feuerbach, elaborata nel 1845 da Marx, afferma infatti correttamente che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: si tratta però di trasformarlo»; ma essa non implica in alcun caso che bisogna smettere di conoscere e interpretare il processo di sviluppo del mondo e che tale forma di pratica umana sia inutile, se non addirittura dannosa.

Altrimenti non si riuscirebbe assolutamente a capire, se non chiamando in causa la categoria del masochismo, per quale ragione Marx avesse passato più di vent’anni al British Museum di Londra, al solo scopo di elaborare la critica dell’economia politica borghese; perché egli avesse scritto nel 1875 la splendida Critica al programma di Gotha, o per quale ragione in seguito egli si fosse affannato a scrivere e riscrivere più volte la lettera a Vera Zasulich nell’inverno del 1881, sempre al fine di “interpretare il mondo”.

In seconda battuta la teoria dell’effetto di sdoppiamento può svolgere una duplice funzione, ossia di legittimazione di alcune pratiche positive dei militanti anticapitalistici e di delegittimazione invece di altre modalità d’azione (e atteggiamenti mentali) negative, da essi sviluppate di frequente nel corso degli ultimi due secoli.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento aiuta infatti a stimolare e sostenere:

  • le pratiche politiche (politico-sociali, politico-sindacali ecc.) degli attivisti anticapitalisti: far politica serve e diventa decisivo proprio perché la sfera politica è diventata l’anello centrale dell’attività umana dopo il 9000 a.C., con la genesi dell’era del surplus costante-accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento;
  • l’assunzione di una responsabilità diretta delle forze anticapitalistiche per il futuro del genere umano, visto che la nostra pratica politica collettiva contribuisce direttamente a indirizzarla in un senso o nell’altro, a sfruttare oppure non sfruttare le potenzialità socioproduttive offerte dall’effetto di sdoppiamento, a spostare “l’ago della bilancia storica” in un senso o nell’altro.

La migliore Rosa Luxemburg, quella del 1914-17, ha evidenziato il ruolo decisivo svolto dalla pratica politico-sociale nell’indirizzare il destino del genere umano notando, durante il primo macello interimperialistico che, «noi» (noi esseri umani e movimento anticapitalistico del tempo) «ci troviamo oggi, proprio come F. Engels aveva presagito una generazione addietro, quarant’anni fa, davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà come nell’antica Roma, spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo, cioè dell’azione cosciente di lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è un dilemma della storia mondiale, un’alternativa, in cui i piatti della bilancia oscillano tremando davanti alla decisione del proletariato cosciente.

Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dal fatto che il proletariato sappia, con decisione virile, gettare la sua spada rivoluzionaria sulla bilancia… Tutta la desolazione e la vergogna» (in cui era caduta la socialdemocrazia tedesca, dopo il 4 agosto 1914 e la sua approvazione della guerra imperialistica) «possono essere controbilanciati soltanto se noi dalla guerra e nella guerra impariamo come il proletariato può redimersi dal ruolo di un servo nelle mani delle classi dominanti a quello di padrone del suo destino».

Parole valide non solo per il 1916-17, a mio avviso, sull’alternativa storica in oggetto, ma anche all’inizio del terzo millennio.

La teoria in esame serve altresì a legittimare anche la resistenza offerta costantemente, seppur con alterno successo, dal movimento anticapitalistico contro l’avversario di classe, a dispetto della sua apparente strapotenza e invincibilità: secondo la teoria in esame, niente è conquistato per sempre ma allo stesso tempo niente è perso per sempre sul piano politico-sociale, guerra atomica mondiale permettendo.

Infatti anche alcune colossali sconfitte storiche incontrate dal movimento operaio rivoluzionario, come quella subita nel 1914-16, a determinate condizioni lasciarono il campo a colossali vittorie di quest’ultimo (Russia, 1917-20); già B. Brecht, nella sua splendida poesia intitolata “Lode della dialettica”, notò che i “vinti di oggi sono i vincitori del domani e il mai diventa oggi!”.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento serve invece a criticare e delegittimare:

  • l’economicismo, inteso come culto ingiustificato del livello di maturità delle forze produttive. Le condizioni oggettive per l’affermazione della “linea rossa”, ossia a favore di un processo di sviluppo di matrice collettivistica del genere umano, esistevano già nel 9000 a.C., anche se allora solo in alcune aree geopolitiche all’avanguardia nella grandiosa rivoluzione produttiva del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” ed egualitaria di Gerico;
  • il disinteresse per la lotta politica e per l’acquisizione rivoluzionaria del controllo degli apparati statali, con forme pacifiche oppure violente a seconda delle condizioni storiche concrete;
  • la fiducia nel determinismo storico, giustamente detestato da W. Benjamin e inteso soprattutto come “inevitabile vittoria delle forze del progresso”. Una volta smentita e falsificata da dure sconfitte (1989-91), tale credenza tra l’altro si trasforma inevitabilmente nella tacita acquiescenza di massa di fronte alla “presunta fine nella storia” (Fukuyama) e al trionfo dei soliti “ricchi e potenti”, facendo sì che “tra gli oppressi molti dicano ora: quel che vogliamo, non verrà mai” (B. Brecht, ancora “Lode della dialettica”).

Inoltre la teoria dell’effetto di sdoppiamento prevede, anche per il presente e per i nostri tempi, che una radicale trasformazione dei decisivi rapporti di forza politici (ivi compresi quelli politico-militari, il grado di consenso di massa rispetto alle strutture socioproduttive dominanti ecc.) comporti e determini simultaneamente e a cascata un radicale mutamento anche nei precedenti rapporti sociali di produzione e di distribuzione, sia nelle società capitalistiche che in quelle (almeno in parte) ancora oggi collettivistiche.

Un’anticipazione e una prognosi che proprio la dinamica politica futura e su scala planetaria potrà confermare o smentire, verificare o falsificare, a partire da quel particolare “laboratorio politico”, di portata mondiale, costituito dal Venezuela bolivariano di Chavez e Maduro.

Ma non solo: lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento può essere usato anche per fornire una solida base di riferimento al “paradosso di Lenin”.

In cosa consiste tale “paradosso di Lenin”? La politica al posto di comando, in estrema sintesi.

Se si analizzano infatti le relazioni collettive riprodottesi negli ultimi seimila anni, proprio lo sviluppo (fondamentale solo in ultima istanza) dalle forze produttive sociali non ha fatto altro che consolidare il primato del “politico”, ossia il ruolo decisivo della sfera politica e degli apparati statali per la stessa riproduzione dei rapporti sociali di produzione, classisti o collettivistici, e per i risultati delle dinamiche socioproduttive.

Se si esamina il complesso multiforme di relazioni formatesi negli ultimi sei millenni tra sfera politica e interessi economici di classe, tra sfera politica e lotte di classe economiche, tra sfera politica e lotte materiali di frazioni e segmenti della stessa classe privilegiata, tra sfera politica e guerre-riarmo, tra sfera politica e tasse-moneta, tra sfera politica e la difesa-attacco alla proprietà privata (o pubblica), tra sfera politica e gli indirizzi generali della politica economica, via via affermatesi all’interno delle società classiste (o del socialismo deformato), emerge infatti un paradosso storico-teorico di grande rilevanza: e cioè che il “mezzo”, alias la sfera politica, ha assunto costantemente il primato e l’egemonia sul “fine”, ossia sulla sfera economica dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe.

Si tratta di un paradosso della scienza politica scoperto fin dal “Che fare?” del 1902: e a tal proposito si deve fare riferimento proprio al contributo teorico di Lenin che, forte di una lunghissima esperienza politica e di governo dall’ottobre 1917, trovò nel gennaio 1921 la soluzione più creativa e veritiera a uno dei nodi centrali della scienza politica, superando una delle contraddizioni presenti nella praxis teorica secolare del marxismo.

Durante un’accesa discussione sviluppatasi all’interno del partito bolscevico sul ruolo generale e sulle funzioni dei sindacati in uno stato post-rivoluzionario, Lenin descrisse infatti la sfera politica come “espressione concentrata dell’economia”, che tra l’altro non può che avere il “primato” e la supremazia “sull’economia”, ossia sugli interessi economici via via espressi dalle diverse classi sociali.

Lenin sottolineò con chiarezza che «è strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire” un problema ad un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice. L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca ad un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

In altre parole, l’impostazione politica significa: se noi trattiamo i sindacati in modo errato, sarà la fine del potere sovietico, della dittatura del proletariato (Una scissione tra il partito e i sindacati, se il partito avesse torto, farebbe certamente crollare il potere sovietico in un paese contadino come la Russia). Si può (e si deve) verificare a fondo questa considerazione, cioè esaminare, approfondire, decidere se questa impostazione è giusta o no. Ma dire: io “apprezzo” la vostra impostazione politica, “ma” essa è soltanto politica, mentre a noi ne occorre “anche una economica”, è come dire: io “apprezzo” la vostra considerazione secondo la quale facendo un determinato passo vi romperete il collo, ma tenete anche conto che è meglio essere sazi e vestiti anziché affamati e nudi.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione».

La sfera politica, la “politica non può non avere il primato sull’economia”, secondo Lenin.

A giudizio di Lenin la sfera politica, il potere decisionale-repressivo e l’azione degli apparati statali costituiscono infatti almeno in parte l’espressione concentrata dell’economia, dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe, sia di carattere generale che corporativo, visto che a suo corretto avviso nelle società di classe (oppure collettivistiche e post-rivoluzionarie) si riproduce ininterrottamente un rapporto dialettico tra politica ed economia, creando una forma di simbiosi inscindibile tra questi due importanti segmenti della pratica umana, nel quale il politico assume costantemente un ruolo egemonico.

Anche se si esamina un passo del suo Che fare  del 1902 si può concludere, senza forzature, che a giudizio di Lenin la sfera e le lotte politiche nella società di classe rappresentano un’espressione concentrata e di grado superiore rispetto alle lotte economiche, che si svolgono per determinati interessi materiali di classi in conflitto tra di loro, visto che in polemica con il menscevico B. Kricevski egli affermava: «A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx ed Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice”. Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non conseguente affatto che lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti soltanto con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto soltanto con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevski ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia ecc.) e dei bersteniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica)».

Concetti chiari, quelli esposti già nel 1902 da Lenin: “gli interessi essenziali, decisivi delle classi possono essere soddisfatti solo con trasformazioni politiche radicali”.

Non solo: essendo ben conosciuto l’apprezzamento espresso giustamente da Lenin per la nota definizione di Clausewitz, che descrisse sinteticamente la guerra come “prosecuzione della politica con altri mezzi”, si può concludere come anche a giudizio del grande rivoluzionario russo la politica costituisse l’espressione concentrata delle lotte internazionali, aperte o latenti, violente o “pacifiche” (commerciali, diplomatiche, finanziarie) via via sviluppatesi tra le diverse formazioni statali, classiste o del socialismo deformato, che si sono presentate sull’arena storica mondiale negli ultimi sei millenni, a partire dal primo stato teocratico sumero fino all’inizio del terzo millennio e alla politica interstatale dei nostri giorni.

Non solo: la teorizzazione “eretica” prodotta da Lenin sul rapporto fra sfera politica ed economica prese lo spunto proprio da un acceso scontro politico interno che divise nel 1920-21 il partito bolscevico, mandatario politico di larghi settori di una sola classe sociale, la classe operaia urbana e rurale. E proprio lo stesso sviluppo di un’importante discussione politica sul ruolo dei sindacati all’interno dei bolscevichi, ossia della frazione maggioritaria e relativamente “disciplinata” di una particolare classe, a sua volta relativamente omogenea dal punto di vista produttivo-sociale, prova immediatamente e attesta con particolare evidenza come la politica costituisca altresì anche l’espressione concentrata delle lotte e degli scontri tra le diverse opzioni e scelte di priorità politiche che si manifestino nel seno di una medesima classe sociale e/o forza politica su determinate tematiche economiche, sociali e di politica internazionale, di rilevanza generale per la gestione degli affari comuni di una formazione statale per l’acquisizione e conquista del controllo del potere decisionale/repressivo.

Si può pertanto concludere che, a giudizio di Vladimir Ilic Ulianov, la politica costituisce l’espressione concentrata dell’economia e dei rapporti sociali di produzione, delle lotte economico-materiali di classe e dei conflitti tra formazioni statali, oltre che dello scontro tra opzioni alternative in campo socio-economico (o di altra natura) sostenute da segmenti politico-sociali di classi sociali diverse, o della stessa classe; la politica in pratica diventa il “riassunto degli antagonismi” delle società di classe, come notò Marx nel lontano 1847.

Nel luglio del 1917 e in un suo importante discorso come relatore ufficiale al sesto congresso del partito bolscevico, poco prima dell’Ottobre Rosso, Stalin dichiarò con chiarezza e lucidità che “esiste un marxismo creativo e un marxismo dogmatico”, e che lui stava dalla parte del primo.

Anch’io la penso come Stalin.

E penso che sia ormai tempo che si torni a sviluppare un marxismo creativo e antidogmatico, partendo ad esempio da fatti testardi e concreti come la rossa citta collettivistica di Gerico, nell’8500 a.C.; come la civiltà collettivistica degli Ubaid; come le comuni rurali, gli Ayllu andini, l’obscina e il mir russo ecc.; come il processo di riproduzione pluridecennale dell’URSS, o di Cuba socialista e via elencando, a partire dal glorioso Ottobre Rosso del 1917.

Per affrontare in anticipo possibili accuse di politicismo, leggiamoci assieme un passo di uno splendido scritto di Lenin avente per oggetto niente di meno che la stessa valutazione della rivoluzione bolscevica.

Si tratta dell’articolo “Sulla nostra rivoluzione”, elaborato dal geniale Lenin nel gennaio del 1923 in polemica con il menscevico e “marxista” (marxista-economicista) N. Suchanov e, simultaneamente, in difesa della praxis politico-sociale che i comunisti adottarono nel 1917-23, demolendo le teorie economiciste e “marxiste” sull’immaturità oggettiva della Russia per il socialismo.

Lenin sottolineò infatti che “Per esempio, è infinitamente banale il loro argomento, studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori “scienziati” che militano nelle loro fila, le premesse economiche obiettive per il socialismo. E non viene in mente a nessuno di domandarsi: ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria, quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto l’imminenza di questa situazione senza via di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Suchanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l’apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l’originalità della situazione ha innanzi tutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell’Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo – nei confini della rivoluzione iniziantesi e in parte già iniziata in oriente – condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della “guerra dei contadini” con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un “marxista” come Marx, nei 1856, a proposito della Prussia?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo “grado di cultura”, dato che esso è diverso in ogni Stato dell’Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito – sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico – metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso li socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni di forma nello svolgimento storico ordinario sono inammissibili o impossibili?

Napoleone, se ben ricordo, scrisse “On s’engage et puis… on voit”. Liberamente tradotto, ciò significa: “Prima bisogna impegnarsi in un combattimento serio e poi si vedrà”. Ed ecco che anche noi, nell’ottobre 1917, ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia mondiale, questi sono indubbiamente dei particolari), come la pace di Brest, o la Nuova politica economica, ecc. E oggi non v’è più alcun dubbio che, in linea generale, noi abbiamo ottenuto la vittoria”.

Un Lenin geniale, anche nella sua polemica contro l’economicismo “ortodosso” e pseudomarxista della socialdemocrazia e di Suchanov, costruendo e cristallizzando una categoria politica molto creativa, quale la centralità della sfera politica e del controllo degli apparati statali anche nel creare le sopracitate “premesse della civiltà” mediante la “via rivoluzionaria”, nel generare quel “certo grado di cultura” mediante la “via rivoluzionaria”.

Siamo in presenza di un particolare processo politico-sociale, allo stesso tempo efficace e antidogmatico, che venne riprodotto in seguito su scala planetaria, seppur con alcune significative varianti, nella Corea del Nord del 1945 come nella Cina del 1925-49, a Cuba nel 1957-59, in Angola e Mozambico dal 1957 al 1975; stiamo dunque analizzando una particolare dialettica rivoluzionaria di portata mondiale, nella quale non certo gli stati più avanzati sul piano economico e tecnologico, ma invece proprio quelli arretrati rispetto al livello di sviluppo produttivo passarono all’avanguardia e acquisirono il primato nella lotta per il socialismo/comunismo, nel processo di sviluppo dei rapporti sociali di produzione e distribuzione del genere umano.

Va infine almeno esposta, seppur in maniera ipersintetica, un’altra novità teorica avente per oggetto lo sdoppiamento e la suddivisione tra politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica-espressione concentrata dell’economia. Uno sdoppiamento e una suddivisione che, almeno nei fatti e implicitamente, era già perfettamente chiara a Karl Marx almeno da quando egli scrisse il meraviglioso ventiquattresimo capitolo del primo libro del suo Capitale, dedicato all’accumulazione originaria del capitalismo: senza che purtroppo quasi mai i suoi eredi e i suoi successori sviluppassero, esplicitamente e sul piano dell’elaborazione teorica, tale particolare biforcazione per il non certo breve periodo di circa centocinquanta anni, dal 1867 fino ad arrivare ai nostri giorni.

Cosa rientra nella categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste?

In essa rientrano le teorie ideologie e utopie politico-sociali, in primo luogo.

In seconda battuta, le lotte per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali.

In terzo luogo, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali, tra stati o blocchi di stati più o meno consolidati (Unione Europea, ecc.).

E ancora, le lotte costituzionali e quelle riguardanti la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali (repubblica o monarchia? Brexit o non Brexit? E così via.).

L’elenco può essere facilmente allungato, ma passiamo ora invece all’analisi delle coordinate della politica-struttura, ossia del secondo lato e aspetto generale del “continente politica”: ovviamente tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e apparati sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

Per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx nel sopracitato ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale, pubblicato nel lontano 1867.

Politica-struttura intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815. Si può benissimo utilizzare tale snodo teorico e soprattutto materiale anche per il processo d’indagine all’inizio del terzo millennio, seppur con una serie di modifiche rispetto al 1867, riguardo ai processi contemporanei di privatizzazione delle risorse, ricchezze e proprietà pubbliche.

Politica-struttura intesa altresì come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico, e soprattutto materiale, per il processo d’indagine sui nostri giorni, seppur come una serie di modifiche rispetto al 1867…

Politica-struttura intesa come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico materiale, per l’esame della situazione creata all’inizio del terzo millennio su scala mondiale ed europeo.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale.

Politica-struttura come politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale.

Politica-struttura che si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e in un campo variegato ove, nelle società capitalistiche, è particolarmente forte la simbiosi tra poteri politici e profitti privati (si pensi solo alle vicende della TAV italo-francese e delle autostrade italiane).

Politica-struttura da intendersi anche come appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per il processo di riproduzione di quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961, nel suo discorso di addio da presidente statunitense.

L’elenco dei tasselli multiformi delle pratiche e oggettivazioni sociali da me comprese, incluse e sintetizzate sotto la categoria teorica di politica-struttura (e politica-espressione concentrata dell’economia) può essere facilmente ampliata e allargata: ma esiste qualche analista, studioso, quadro politico e militante marxista che voglia iniziare ad elaborare teoria sullo sdoppiamento tra politica-struttura e politica-sovrastruttura?

Oppure sulle interconnessioni sussistenti tra i due segmenti in oggetto, a partire dalla carsica trasformazione della politica-sovrastruttura in politica-espressione concentrata dell’economia, e viceversa.

Bisognerà riesaminare con molta attenzione, in ogni caso, lo splendido concetto elaborato da Marx – e sempre contenuto nel sopracitato capitolo ventiquattresimo – secondo il quale la “violenza” dello stato, la violenza del potere dello stato risulta essere “essa stessa una potenza economica”.

Dunque violenza statale come “potenza economica”.

Dunque azione dei poteri statali intesa come “potenza economica”.

In embrione, dunque, emersione della categoria di “politica-struttura” e di politica-espressione concentrata dell’economia fin dal primo libro del Capitale e fin dal 1867.

 

 

 

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