Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Eros Barone ha parlato di “centone metafisico” a proposito dell’effetto di sdoppiamento, ma è viceversa proprio la sua valutazione e il suo atteggiamento a dimostrarsi metafisico e tipico di quel marxismo dogmatico denunciato giustamente con forza da Stalin, ancora nel luglio 1917: valutazioni metafisiche e dogmatiche soprattutto perché assolutamente incapaci di confrontarsi con i fatti concreti.

Assolutamente incapaci di relazionarsi almeno in parte, con la praxis collettiva plurimillenaria del genere umano, a partire dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare all’inizio del terzo millennio.

Assolutamente incapaci di confrontarsi, almeno in parte, con le novità e con le sorprese offerte proprio dalla pratica storica e dalla moderna ricerca storica (in quest’ultimo caso, specialmente rispetto all’epoca neolitico-calcolitica): a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico dell’8500 a.C.

Visto che al marxismo creativo risulta totalmente estranea la famigerata categoria del “tanto peggio per i fatti, se non si accordano con la teoria”, invito pertanto Eros Barone a scendere dalle nuvole del suo marxismo dogmatico e confrontarsi finalmente con la concreta dialettica materialistica dei “fatti testardi” (Lenin), delle novità e delle sorprese che ci ha offerto e mostrato la storia concreta dopo il marzo 1883 e dopo la morte del geniale Karl Marx.

Prima sorpresa. In un lungo periodo, dal 9000 a.C. e fino al 3900 a.C. (epoca neolitica e calcolitica), sono spesso coesistite nello stesso periodo, nella medesima area geopolitica e a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive, due diverse forme di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere: quella protoclassista, fondata sull’appropriazione da parte di una minoranza di uomini del surplus e dei mezzi di produzione, e quella collettivistica, basata invece sull’appropriazione collettiva ed egualitaria delle forze produttive e della ricchezza prodotta in molte culture e civiltà del periodo neolitico/calcolitico.

Due opposte tendenze e “linee” socioproduttive, la “linea rossa” collettivistica e la “linea nera” protoclassista, sono convissute negli stessi archi temporali e nelle medesime zone geopolitiche per circa cinque millenni all’interno dell’area eurasiatica, ma anche in Africa, America, Corea, Giappone, ecc.

Ne deriva che lo sviluppo dell’agricoltura, allevamento ed artigianato, tipico del periodo neolitico, e la conseguente produzione di un surplus costante ed accumulabile non hanno portato inevitabilmente al sorgere di società con al loro interno delle classi sfruttatrici e degli apparati statali, come pensava Engels nel 1878-1884 (in modo corretto, visto l’insieme di dati empirici allora a sua disposizione), mentre hanno determinato l’emergere sia di un campo di potenzialità/alternative, a disposizione della pratica complessiva del genere umano, che di una sorta di “effetto di sdoppiamento” nei rapporti sociali di produzione e di distribuzione, via via riprodottisi in quel lungo e plurimillenario periodo, per cui poterono esistere e coesistere fianco a fianco sia rapporti di produzione collettivistici che classisti durante il periodo in esame.

Seconda sorpresa. Nella fase neolitica e calcolitica, le civiltà più avanzate dal punto di vista tecnologico e dello sviluppo qualitativo delle forze produttive e sociali appartenevano alla “linea rossa”, dalla città di Gerico (8400 a.C.) fino agli Ubaid (5000-3900 a.C.): eppure spesso esse vennero soppiantate da invasori nomadi molto più arretrati dal punto di vista economico, ma più potenti invece sul piano militare e tecnologico-militare.

La pratica politica, la sfera politica ed i rapporti di forza politici (e politico-militari) tra società diverse svolsero frequentemente un ruolo decisivo nel determinare il successo/insuccesso nella riproduzione delle due “linee” socioproduttive, sempre in base all’effetto di sdoppiamento, formatosi in conseguenza del processo di produzione di un surplus costante ed accumulabile da parte del lavoro collettivo impiegato nelle attività agricole.

Terza sorpresa. Più volte Marx rilevò che sia nel modo di produzione asiatico che in quello feudale assunse costantemente un ruolo importante la proprietà collettiva del suolo, oltre che il lavoro sociale nella riproduzione delle condizioni della produzione (irrigazione, strade, ecc.) ed il lavoro collettivo nella stessa attività agricola, seppure in proporzioni diverse secondo le situazioni storiche concrete.

Quindi, anche dopo il 3900 a.C. e dopo la fine del periodo neolitico/calcolitico, la “linea rossa” dei rapporti di produzione collettivistici ha giocato una funzione rilevante (seppur subordinata) all’interno di molte formazioni economico-sociali classiste, dimostrando nei fatti la riproduzione e resistenza di quell’effetto di sdoppiamento sopra citato.

Non a caso. Anche dopo il 3900 a.C., la “linea rossa” trovò dei punti d’appoggio materiali e concreti su cui appoggiare per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale poiché:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali, all’interno delle società classiste, non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò fino al punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia tipica dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui s’intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).
  • il ”bene immateriale della conoscenza” (E. Grazzini, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori in seguito all’uso, è un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere d’irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia.
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.
  • anche dopo il 3900 a.C., si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.
  • anche dopo il 3900 a.C., almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Quarta sorpresa. In una lettera del 1881 a Vera Zasulich, Marx notò la coesistenza conflittuale tra “linea rossa” e “linea nera” nella formazione economico-sociale feudale russa e nella comune rurale russa, sottolineando tra l’altro come all’interno di quest’ultima vi fosse una sorta di “dualismo intrinseco” che ammetteva e consentiva la riproduzione di un variegato campo di potenzialità storiche e di due soluzioni (Marx, 1881): “o il suo elemento” (della comune rurale russa) “di proprietà privata prevale il suo elemento collettivo o questo si impone su quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili”.

In altri termini, Marx aveva notato già nell’inverno del 1881 una dualità all’interno di una determinata formazione economico-sociale, la Russia del tempo; l’emergere sincronico di due “linee” e tendenze socioproduttive alternative tra loro, ma che coesistevano in modo conflittuale, ed il non-determinismo nell’esito finale della loro coesistenza (poco) pacifica.

Si tratta della prima formulazione dell’effetto di sdoppiamento, effettuata tra l’altro senza poter conoscere i dati empirici emersi nell’ultimo secolo rispetto al periodo neolitico/calcolitico, a partire dalla sua grande estensione temporale.

Quinta sorpresa. Dopo il 1770-1810 si è affermato progressivamente il capitalismo (prima industriale, poi monopolistico-finanziario) su scala mondiale e fino ai nostri giorni: ma allo stesso tempo, oltre ai fenomeni della cooperazione produttiva e del capitalismo di stato, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso il mondo inaspettatamente si “sdoppiò” e si divise essenzialmente tra due sistemi socioproduttivi e politici alternativi, capitalismo (monopolistico di Stato) e socialismo (più o meno deformato).

Addirittura si possono trovare alcune nazioni che si sono “sdoppiate” concretamente in campo socioproduttivo e politico, nelle relazioni sociali di produzione e distribuzione:

  • Germania, dal 1945 al 1989.
  • Corea, dal 1945 fino ai nostri giorni
  • Vietnam, dal 1954 al 1975
  • Cina, dal 1949 fino ai nostri giorni (si pensi alla dinamica socioproduttiva assunta dalle aree cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan, dal 1949 fino ad oggi).

Ancora una volta si è assistito ad una riproduzione specifica di quell’effetto di sdoppiamento sorto dopo il 9000 a.C., con la produzione continua di un surplus produttivo accumulabile (grazie all’agricoltura/allevamento/artigianato in una prima fase, ed alla manifattura/grande industria in seguito) per la prima volta nel processo di sviluppo del genere umano; ancora una volta il controllo della sfera politica e degli apparati statali è stato ed è tuttora decisivo nel determinare l’esito del confronto/scontro tra le due “linee”, volta per volta (si pensi solo all’URSS/Russia nel periodo 1989-1992).

In estrema sintesi, dopo il 9000 a.C. e l’effetto di sdoppiamento, non sussiste alcuna forma di determinismo storico nel processo di sviluppo del genere umano, ma viceversa un campo di potenzialità socioproduttive alternative tra loro.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

 

 

 

 Eros Barone

A me non sembra affatto che la cosiddetta “teoria dello sdoppiamento” sia compatibile con il marxismo, e il fatto che sia condivisa da Giorgio Galli non credo, pur con tutto il rispetto per questo politologo quasi centenario, che ne confermi il valore storico e filosofico. Per quanto concerne, ad esempio, il secondo aspetto, l’autore si è segnalato per il suo sforzo di revisionare il marxismo elaborando un centone metafisico di carattere evoluzionistico del tutto estraneo alla dialettica materialistica e in sintonia con gli esiti antimarxisti delle teorizzazioni elaborate dai vari Preve e La Grassa. E in effetti si tratta di un’impostazione definibile come un curioso esempio, da un lato, di neo-lorianesimo e, dall’altro, di neo-bucharinismo. Nonostante il riferimento retorico al primato leniniano della prassi politica e perfino a Stalin, il cui richiamo al “marxismo creativo” viene spacciato come istanza revisionista, il carattere ancipite di questa teorizzazione è, peraltro, il prezzo pagato alla mancata comprensione del carattere dirimente, sul piano teorico, ideologico, storico e politico, della categoria di revisionismo e, nella fattispecie, di “moderno revisionismo”. Insomma, questo biribissi accade quando ci si ingegna a mettere le brache alla storia del mondo, procedendo nella disàmina dei diversi periodi storici a forza di schemi generalissimi e di astrazioni indeterminate (le famose “leggi storiche universali”). In tal modo, l’enfasi sul primato leniniano della politica rischia di sfociare in un politicismo ‘bon marché’, la critica dell’economia politica rischia di ridursi a politica economica e la pianificazione a programmazione, mentre il socialismo scientifico viene fatto regredire al socialismo utopistico. In queste caramellose teorizzazioni manca però un “trascurabile dettaglio”: la necessità della rivoluzione socialista e della dittatura proletaria per abbattere il capitalismo e spezzare lo Stato borghese. Non è certo una novità: oggi come nel passato, i revisionisti e gli opportunisti si caratterizzano per il loro disinteresse alla questione della rivoluzione, per la sua negazione.

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