Le tre diverse fasi di sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

Le tre diverse fasi d sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

 

Ringrazio innanzitutto il compagno Paolo Selmi per le sue interessanti osservazioni relative all’effetto di sdoppiamento, che mi hanno dato alcuni spunti su cui riflettere e studiare in futuro.

Per quanto riguarda invece la notevole analisi elaborata dal compagno Mario Galati, sottolineo ancora una volta che l’effetto di sdoppiamento costituisce il concreto frutto e il materialissimo sottoprodotto di quello sviluppo delle forze produttive (agricoltura, allevamento e protourbanesimo: Gerico 8500 a.C.) che ha generato e cristallizzato da un lato l’era storica del surplus costante e accumulabile sconosciuto nel paleolitico, ma dall’altro lato con un plusprodotto non ancora giunto e arrivato a quel livello di crescita (automazione, Intelligenza Artificiale, robotica, genetica, ecc.) che renderà tra qualche decennio possibile il comunismo sviluppato dell’abbondanza, della gratuità, del tempo libero e della regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, guerre nucleari mondiali permettendo.

Sintetizzo al massimo grado possibile.

Fase 1 del genere umano = basso sviluppo delle forze produttive, nessun surplus e quindi inevitabile comunismo primitivo.

Fase 3 dell’umanità = formidabile livello di sviluppo delle forze produttive, gigantesco surplus disponibile e quasi totale automazione, con derivato comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finalmente inizio “della vera storia” (Marx) della nostra specie.

Fase 2 (9000 a.C.-2019 e oltre): livello di sviluppo delle forze produttive capace di produrre surplus costante, ma non quella massa di plusprodotto indispensabile per il processo di riproduzione del comunismo sviluppato, e quindi … effetto di sdoppiamento plurimillenario.

Lo sviluppo delle forze produttive risulta quindi determinante, ma solo in ultima analisi e con modalità diversa a seconda delle tre megafasi storiche in oggetto e sopracitate.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

Paolo Selmi

Caro Roberto,

la tua spiegazione dell’effetto di sdoppiamento è molto affascinante, tanto quanto il tuo commento sulle civiltà arcaiche. Del resto, il “chi vincerà?” (кто победит?) proprio di Lenin, assume nuova luce in questo senso. Tuttavia mi piacerebbe, per un attimo, guardare un attimo al passato di ciascuna cultura che ha provato, in modi e tempi diversi, a “tradurre” il marxismo. Nella mia tesi di dottorato, incentrata sul substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao, questo esercizio si è rivelato estremamente fecondo non solo per la realtà estremorientale, ma anche per casa nostra. Il linguaggio è indicativo di ciò che siamo e, attraverso l’etimologia e lo studio delle fonti, di ciò che eravamo.

 

Prendiamo la parola “compagno”, che a noi dovrebbe dire qualcosa, e qualcosa di estremamente importante. Andiamo a vedere ogni cultura come l’ha declinata.

 

Partiamo da noi: “compagno”, com’è noto, latino “cum panis”, spezzare insieme, condividere il pane… qualche retroterra dovrebbe farcelo venire in mente. Tra l’altro, secondo il dizionario storico della Svizzera (DSS https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/016415/2005-08-25/) “va ricondotto al franc. compagnon.”

 

Calco linguistico da un francese, che però a un certo punto si distacca per “camarade”, da cui l’anglofono “comrade”: che divide la stessa camerata. Esercito moderno, caserme in muratura, camerate (e non tende come, per esempio, negli accampamenti antichi).

 

I tedeschi, “Genosse”, protogermanico ganautaz, “condividere insieme” (senza specificare il cristologico pane), si richiamano, come ci informa sempre la voce sul dizionario svizzero, al loro medioevo: ” Nel ME e nell’età moderna, Genosse designava genericamente persone della medesima condizione giur. che esercitavano diritti d’uso in comune (Comunità). L’espressione aveva quindi una connotazione sia egualitaria, sia democratica.” (ibidem)

 

Torniamo, tuttavia, ai “camerati”. Ai samurai giapponesi mandati ex abrupto in Europa, quasi due secoli fa, a “recuperare il tempo perduto”, non sarà sicuramente passata in secondo piano la tensione morale, lo spirito di abnegazione e sacrificio, la forza di volontà dei primi militanti del movimento operaio: ecco nascere dōshi (同志(どうし)), “colui che ha la stessa volontà”, in un gruppo denotato da una fermissima unità di intenti, sulla scia delle società, più o meno segrete, più o meno di ispirazione laica o religiosa, di cui la millenaria storia giapponese è particolarmente ricca, con intenti rivoluzionari, riformatori, millenaristici. I segni cinesi con cui fu scritto furono poi accettati paro paro dai cinesi stessi, quando qualche decennio più tardi si trovarono a imparare il marxismo tradotto dai giapponesi: tóngzhì altro non è che la pronuncia in mandarino degli stessi segni. Stesso tragitto per il Đồng chí vietnamita, mentre il 동료 (dongnyo) coreano è la traslitterazione nel loro alfabeto dei segni 同僚, dove il primo è sempre tóng di “stesso”, ma il secondo è liáo cinese di “lavorare insieme nello stesso ufficio” (旧指同在一起做官的 “anticamente indica stare insieme nello stesso ufficio” https://www.zdic.net/hans/%E5%83%9A … la burocrazia più antica del mondo!), insomma “collega”!

 

Arriviamo quindi al russo Товарищ (Tovarišč), domanda da studente di primissimo pelo… ma se merce in russo si dice “tovar”, c’è qualche attinenza? Ebbene si… Torniamo alle antiche carovane che percorrevano in lungo e in largo le steppe. I primi tovarišči erano proprio i carovanieri che, come gli autisti russi di oggi che girano in lungo e in largo il suolo italico per caricare mobili e materiale illuminazione, sviluppano fra loro un rapporto particolare di solidarietà, passandone insieme di cotte e di crude. Un po’ il senso della “Canzone del fronte meridionale”, più nota come Davaj zakurim («Давай закурим» dai fumiamocene una https://tekst-pesni.info/davai-zakurim-tovarishh/) o altre ancora, fra cui la stessa Товарищ (Tovarišč) nella versione di Lev Leščenko o Aida Vediščeva.

 

Le stesse vie carovaniere ci portano anche in Turchia, dove Yoldaş viene proprio da “yol” strada, quindi “compagno di strada”, da intendersi in quel passato. Stesso termine per il turcofono Azərbaycan.

 

Il resto delle lingue esaminate in questa breve carrellata, ci portando direttamente allа “amicizia”

serbo e croato drug (друг), bulgaro drugar другар

ma anche ebraico haver חָבֵר

e arabo rafi رفيق

oltre che hindi sāthī साथी (sinonimo di dost दोस्त che è la parola più usata per amico)

I compagni sono “amici”… rapporto amicale, comunitarismo, solidarietà, ecc. Mi convince, ma fino a un certo punto. Come ho provato a dimostrare brevissimamente, con qualche cenno, dietro ogni parola c’è un vissuto. Chi era veramente il “drug” fra gli Slavi del sud e fra gli antichi popoli slavi? E haver nelle comunità Yiddish, per esempio? o rafi nel mondo islamico? E perché sāthī e non dost? Magari, seguendo qualcuna di queste piste… arriveremmo fino a Gerico! Perché no?

 

Grazie per le suggestioni che mi ha offerto il tuo lavoro e che ho voluto condividere.

 

 

Mario Galati

Osservo che la teoria rivoluzionaria leninista prevedeva la possibilità di rivoluzione e di costruzione del socialismo nell’anello debole della catena imperialistica. Pertanto, presupponeva lo sviluppo capitalistico, seppure a livello mondiale (credo che vi sia qualcosa dell’hegeliana storia universale in ciò. Ma c’era anche qualcos’altro: lo studio molto concreto e “strutturale” sullo sviluppo del capitalismo in Russia). Non si trattava di una teoria puramente volontaristica delle possibilità e delle alternative sganciate da una base materiale, strutturale, e, soprattutto, di classe. Non era una teoria indeterministica, ma, in perfetta linea con Marx, determinista dialettica. Ovvero, possibilità del mutamento attraverso l’azione (l’interazione) entro un quadro oggettivo determinato che contiene in sé i germi della sua dissoluzione. Non una dissoluzione meccanica, ma un superamento come risultato della lotta delle forze che vi agiscono, in un rapporto soggetto (le forze sociali in campo, le classi)-oggetto (la totalità sociale, il modo di produzione storicamente determinato nel suo complesso). In fondo, ogni rivoluzione non è altro che un’attività maieutica, che trae alla luce le possibilità insite nella situazione storica oggettiva (anche la morale rivoluzionaria, la vera morale storicamente legittima, secondo Gramsci sulla scia di Hegel e Marx, non è altro che questo).

Ora, nella riflessione di Marx il socialismo moderno non è la ripetizione di qualsiasi collettivismo o comunitarismo, ma presuppone un alto sviluppo delle forze produttive (V. il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels. E questo non perché non conoscessero l’esperienza storica di Gerico, ma perché al socialismo scientifico è sottesa una concezione storica e una visione del mondo e dell’uomo specifica). Non necessariamente questo sviluppo deve sussistere direttamente nel paese in cui si fa la rivoluzione, perchè, come fa giustamente notare Lenin, in un paese sottosviluppato, con la rivoluzione si prende il potere statale e si determina questa crescita delle forze produttive. Ma questa crescita deve essere possibile, allo stato e allo stadio in cui si trova la storia universale, alla quale attingere e i cui germi sono presenti anche nelle realtà arretrate (ecco perché l’anello debole può fare la rivoluzione e crearsi le condizioni materiali necessarie alla costruzione del socialismo: perché queste condizioni esistono nella realtà mondiale e, in germe, nella propria realtà specifica).

Nella lettera di Marx a Vera Zasulic vi è la conferma di ciò, non la smentita:

“È precisamente grazie alla sua contemporaneità con la produzione capitalistica, che essa potrebbe appropriarsene tutte le acquisizioni positive senza passare da quelle terribili peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno; e nemmeno è preda della conquista straniera alla stessa maniera delle Indie Orientali”. E’ questo il senso del possibilismo di Marx circa la costruzione del socialismo in Russia senza passare necessariamente per lo sviluppo russo del capitalismo.

Alla base ci troviamo il concetto hegeliano della storia universale e dell’esperienza storica universale, della sua acquisizione per via culturale senza necessariamente passare dalla loro esperienza materiale. C’è il concetto della totalità e dei necessari rapporti tra i vari elementi che si instaurano al suo interno. Lo sviluppo capitalistico è comunque necessario per il passaggio al socialismo, solo che non deve necessariamente coincidere con la realtà nazionale in cui si fa la rivoluzione. Come si vede, il determinismo nel passaggio tra modi di produzione non scompare, ma perde quell’immediatezza meccanica che è propria di tanti loro interpreti, non di Marx e di Engels.

Dice bene Sidoli quando rimarca che per Marx l’attività violenta è attività economica (solo l’ideologia borghese ritiene propriamente economico soltanto il “libero” scambio mercantile). Certo, anche l’attività predatoria tribale è un’attività economica (“Guerra, commercio e pirateria sono un’inseparabile trinità”, diceva Goethe nel suo Faust, con riferimento alla realtà moderna borghese).

Però, io andrei oltre questa semplice constatazione, tentando di sottrarre la rivoluzione proletaria dalla sfera puramente volontaristica (dalla quale il concetto di politica-struttura suggerito da Sidoli non mi sembra tenti di uscire) e di mantenerla nell’ambito dello schema marxiano che prevede la necessità di una modificazione strutturale come base della modificazione della sovrastruttura e dell’intero modo di produzione nel suo complesso.

Quando il proletariato fa la rivoluzione e usa la violenza statale come strumento della sua riorganizzazione sociale, si tratta semplicemente di riconoscere che siamo in presenza di una attività di politica-struttura (ossia, si tratta soltanto di riconoscere il ruolo attivo della politica, della sovrastruttura organizzativa istituzionale, di non ridurla a semplice riflesso e registrazione di rapporti esistenti in una sfera “economica” indipendente? Oppure, detto in altri termini, si tratta solo di riconoscere che l’organizzazione politica determina l’organizzazione sociale produttiva e sia, per questo, in se stessa “strutturale”?) o si tratta di riconoscere, invece, che siamo in presenza di una modificazione strutturale delle forze produttive, della quale la rivoluzione è l’espressione, non il puro atto volontaristico che sceglie tra due possibilità?

La risposta prende forma già nelle Tesi su Feuerbach. La conoscenza è forza materiale in quanto la stessa teoria è prassi. L’attività intellettuale, teorica, è attività materiale sul piano pratico-sociale.

L’attività mentale, il lavoro intellettuale, la teoria, la conoscenza, l’ideologia, plasmano e modificano il modo di essere del soggetto e lo predispongono all’ulteriore attività. Il modo di essere sociale è una forza materiale, lavorativa, pratica, concreta. Perciò, l’ideologia marxista, per es., che si diffonde nel proletariato, modifica e forgia una forza produttiva (il proletariato) in modo nuovo. Provoca quella modificazione del livello delle forze produttive che è condizione della rivoluzione, poiché il proletariato è una forza produttiva. Tutto ciò non è compreso da coloro che rinvengono una contraddizione tra la teoria della rivoluzione e il materialismo storico in Marx. Essi affermano che in Marx il passaggio dal capitalismo al socialismo per via rivoluzionaria sarebbe un atto volontaristico, non una conseguenza della modificazione del livello delle forze produttive, come sostenuto nella concezione del materialismo storico. Una interpretazione economicista di Marx, che non tiene conto del fatto che la teoria è prassi e che la modificazione ideologica, del modo di essere, del proletariato è modificazione di una forza produttiva che modifica il livello delle forze produttive.

Orbene, questa maturazione rivoluzionaria, però, per Marx non avviene arbitrariamente, in virtù dello sviluppo di un pensiero astratto. Essa avviene come presa di coscienza indotta dalla posizione occupata dal proletariato nel sistema produttivo. E’ la concentrazione di fabbrica, nello specifico, che determina questa presa di coscienza (“Non è la coscienza che determina l’essere, ma l’essere sociale che determina la coscienza”); è la crescente socializzazione e concentrazione del processo produttivo che consente di acquisire una coscienza generale e organizzativa complessiva anche ai ceti subalterni. In Lenin tutto ciò non è assente: i contadini sono un pilastro della rivoluzione, ma la guida è operaia.

Mi sembra che tutto ciò non sia valutato adeguatamente nella teorizzazione dello sdoppiamento e nel giudizio sull’alternativa storicamente inveratasi nel collettivismo/comunitarismo della città di Gerico.

Non nego che nella storia ci siano state queste realtà opposte a quelle dominanti. Ma è un normale effetto della lotta delle forze contrapposte (è normale che vi sia stata una resistenza, ma la linea storicamente prevalente è stata un’altra. Gerico è caduta. Non si può sottovalutare questo dato tacciandolo semplicemente di giustificazionismo storico). Ciò che bisogna provare è: quali erano queste forze contrapposte in campo? Quali le forze sociali che hanno dato vita all’organizzazione collettivistica di Gerico? Quali, invece, quelle che hanno generato il corso classista che ha prevalso? Quali erano i ceti e le classi sociali, seppure in germe e in formazione, in lotta? Altrimenti la teoria dello sdoppiamento si riduce alla teorizzazione astratta delle astratte possibilità di scelta nelle biforcazioni della storia (o, addirittura, non solo in questi periodi cruciali). Cioè, si riduce a pura teoria astratta volontaristica e soggettivistica.

A meno che essi non si ritenga che, approssimativamente, il livello tecnologico raggiunto in una certa epoca rappresenti in toto il suo livello delle forze produttive e che, perciò, non vi erano differenze sociali e la scelta alla biforcazione della storia sia stata determinata dalla pura volontà soggettiva. Ciò si può fare solo se si prescinde dalle forze produttive “umane” in campo, dalla loro differente collocazione nella struttura sociale produttiva e dal loro conseguente modo di essere. Ci sono studi abbastanza precisi sulla differenziazione sociale di queste società antiche? Ci sono studi sulle peculiarità che potevano generare differenza di ceto o di classe dietro la facciata comune dello sviluppo generale dell’epoca? Si tratta di trovare non solo il tratto comune di un’epoca, ma le differenze al suo interno. E’ fondamentale un’analisi concreta della situazione concreta, la quale deve preservare da una generalizzazione astratta fuorviante.

E se storicamente ha prevalso un determinato modello che non ha retto l’urto con la “politica-struttura” violenta avversa (Gerico è caduta), non è il segno che non esistevano le condizioni sufficientemente mature per la sua affermazione e il suo mantenimento? Condizioni da ricercare non soltanto nella sua struttura interna ma anche, per così dire, nei rapporti internazionali, ovvero, nel’urto con altri popoli predatori.

Da notare che io non muovo la critica di Eros Barone che in questa teorizzazione non trovano spazio la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Il fatto è che forse, per quanto riguarda la rivoluzione, indirettamente ne trova anche troppo e in modo distorto, poiché, forse (confesso di non aver ancora letto i lavori sull’effetto di sdoppiamento), ne allarga fortemente gli ambiti e le possibilità, sulla base di una interpretazione volontaristica e indeterministica (non semplicemente antimeccanicistica. Il determinismo dialettico non è meccanicismo). Quanto alla dittatura del proletariato, invece, forse ha ragione Eros Barone, se si accetta la sua critica sulla indeterminatezza storica di uno schema interpretativo generalissimo, mentre la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato hanno una connotazione storica ben determinata, come ho cercato anch’io di evidenziare sopra.

In definitiva, se la teoria dello sdoppiamento si limita a criticare il determinismo e l’economismo meccanicista e la teoria della passività, se si limita a valorizzare l’attività e l’organizzazione politica, nulla aggiunge o arricchisce rispetto alla teoria e alla concezione di Marx. Se, invece, intende sganciare la teoria del socialismo dallo sviluppo delle forze produttive, opera una distorsione del marxismo. E mi sembra che colga nel segno Eros Barone quando nota un’assonanza con il comunitarismo previano o, aggiungerei, con i socialismi no global o di pura (anche se sacrosanta, spesso) resistenza localistica che, a volte, guardano indietro.

Queste mie osservazioni nulla tolgono alla stima e al rispetto per Sidoli, Burgio e Leoni e per l’utilità delle loro ricerche (una lode particolare per “Il volo di Pjatakov”).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: