Marxismo creativo, libertà e linea rossa.

[Quella che segue è la relazione tenuta da Alessandro Pascale in occasione dell’assemblea pubblica sull’effetto di sdoppiamento svoltasi al Centro culturale Concetto Marchesi (Milano), il 14 settembre 2019 a Milano. All’assemblea, moderata da Massimo Leoni, hanno partecipato come relatori anche Roberto Sidoli, Giorgio Galli, Marco Rizzo. Nella foto da sx a dx: Sidoli, Leoni, Rizzo, Galli, Pascale]

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CONTRO IL DETERMINISMO ECONOMICO

La teoria dell’effetto di sdoppiamento pone la questione di una rivalutazione della Politica sull’Economia. Ad un primo sguardo superficiale sembrerebbe una messa in discussione del materialismo storico ma questa, per l’appunto, non è altro che una visione volgare della questione. In realtà, come emerso in maniera netta dalla relazione di Roberto Sidoli, tale teoria non è altro se non un’adeguata interpretazione che si innesta nel solco tracciato dal pensiero dei grandi classici del socialismo scientifico.

Per mostrare queste affermazioni leggiamo un breve estratto del Dizionario dei termini marxisti, curato da Ernesto Mascitelli nel 1977 e disponibile gratuitamente sul sito Resistenze.org. Alla voce “determinismo economico” ecco quanto si riporta:

«È la concezione che ritiene che lo sviluppo storico sia rigidamente ed esclusivamente determinato dallo sviluppo delle forze produttive e delle componenti “tecniche” della società. Il determinismo economico esclude la possibilità che l’organizzazione cosciente della classe operaia possa in qualche modo influire sullo sviluppo storico. È il fondamento teorico di alcune delle più importanti correnti opportuniste della II Internazionale. La teoria secondo cui avrebbe dovuto verificarsi “il crollo inevitabile del capitalismo” per motivi esclusivamente economici, ampiamente diffusa nella socialdemocrazia tedesca negli ultimi anni dell’Ottocento, fu una delle espressioni più classiche di questa concezione. Il determinismo economico fu criticato dai principali esponenti del movimento comunista in quanto rappresentava un’incomprensione dei fondamentali principi del materialismo storico. Spesso si accompagnava all’affermazione della necessità di una “revisione” del marxismo. Inoltre, dal punto di vista politico, si manifestò come rinuncia alla difesa degli interessi della classe operaia».

IL MARXISMO DEGENERATO DI KAUTSKY

In questa definizione si ricorda come il determinismo economico si sia particolarmente diffuso nel periodo della II Internazionale, ossia dal 1889 al 1914. Come e perché ciò è stato possibile? È stato possibile perché mentre Marx era in vita le sue opere hanno avuto una scarsissima diffusione e il marxismo, come tale, è stato conosciuto soprattutto attraverso le opere e la divulgazione datane da Kautsky, che però ha imbastardito il materialismo storico con il positivismo e l’evoluzionismo di Darwin. Kautsky ha trasmesso insomma un’interpretazione deterministica ed economicista del marxismo, con una conseguente ottica fatalistica della Storia, che vedeva appunto come inesorabile l’avvento del socialismo. Ciò ha paradossalmente favorito la diffusione stessa del marxismo, che prometteva in maniera certa un avvenire radioso per la classe operaia, ma ha portato sul lungo termine al rigetto di una Politica radicale e rivoluzionaria, favorendo invece atteggiamenti di passivismo sociale e attendismo.

La maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche dell’epoca ha quindi imparato il marxismo non leggendo i testi di Marx, bensì le vulgate di Kautsky, che dagli anni ’80 diventa uno dei nomi più in vista della socialdemocrazia europea. Per fortuna c’era invece chi, come Lenin, studiava i testi originali, e ciò costituisce una prima fondamentale lezione per tutti noi. Fino alla prima guerra mondiale però Lenin è un personaggio secondario nello scenario internazionale socialista, considerato da molti un avventurista, un folle, un settario, e chi più ne ha più ne metta.

IL RAPPORTO TRA STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA IN MARX

I sostenitori del determinismo economico hanno quindi avuto a lungo l’egemonia nel campo socialista, appoggiandosi proprio sui testi di Marx. In particolare hanno ampiamente sfruttato la Prefazione all’opera Per la critica dell’economia politica (1859), in cui Marx ha scritto che

«nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».

Queste righe sono in contraddizione con la teoria dello sdoppiamento? Io non credo.

I marxisti hanno avuto, nel corso della Storia, una brutta abitudine: quella di giustificare le proprie teorie facendo riferimento ai testi sacri dei maestri del socialismo. Non intendo certo ridimensionare l’opera di Marx e di altri grandi autori, la cui rilettura ci insegna ancora moltissimo. Occorre però studiare sempre storicizzando, mantenendo un occhio alle evoluzioni successive, problematizzando e sapendo cogliere le sfumature di significato e di lessico. Soprattutto occorre trarre lezione dai fatti storici, perché la realtà è più forte delle parole, e la teoria va sempre verificata nella prassi. Da segnalare che fino a quel momento Marx aveva fatto prevalentemente studi di filosofia e di economia. Sarà solo nei decenni successivi che si dedicherà alla storia delle società primitive e agli studi antropologici, ammettendo ad esempio la possibilità dell’affermazione del socialismo anche in paesi arretrati come la Russia.

Negli anni ’50 del XIX secolo Marx ed Engels sono tra i pochi pensatori ad affermare il ruolo decisivo della struttura economica nel condizionamento degli individui, mentre prevalgono nel resto del pensiero occidentale le correnti che loro stessi definiscono “idealiste”.

Gli idealisti non tengono in debito conto le condizioni in cui si trova ad agire un individuo e giudicano le azioni e i ragionamenti in maniera astratta rispetto al contesto in cui nascono. Marx ed Engels hanno condannato aspramente gli idealisti, le cui teorie erano, e sono tuttora, fatte proprie dai padroni per giustificare l’idea che noi siamo completamente liberi del nostro destino, e che quindi se siamo dei poveracci, ciò dipende da noi, non da come sia strutturata la società.

SIAMO LIBERI?

Introduciamo qui un tema nuovo, quello della libertà, che si scontra nettamente con il tema del determinismo e del fatalismo. La questione è antica e prettamente filosofica. Machiavelli ad esempio sosteneva che la nostra vita dipenda per il 50% dalla fortuna (il caso), per il restante 50% dalla virtù. Il protestantesimo nasce invece in opposizione al cattolicesimo nella convinzione che le buone opere non bastino ad ottenere la salvezza dell’anima, per la quale sia invece indispensabile la grazia divina, che viene concessa da Dio in maniera imperscrutabile.

Il marxismo afferma che noi non siamo completamente liberi, perché siamo oppressi da un sistema che ci condiziona fin dalla nostra infanzia nel modo di pensare e di vivere. Allo stesso tempo non siamo completamente determinati. Abbiamo dei margini di manovra, dovuti alla possibilità di singoli e gruppi organizzati di acquisire consapevolezza dei meccanismi del sistema. In una società capitalista il lavoratore può acquisire coscienza di classe, superando l’ideologia dominante, emancipandosi dalle idee delle classi dominanti e da quello che si può definire il senso comune, tendenzialmente conservatore del sistema dato. Emancipandosi mentalmente diventa possibile l’azione Politica rivoluzionaria, ossia la possibilità di trasformare la realtà superando i limiti posti dalla struttura economico-sociale vigente. È evidente che questo processo non è immediato, semplice o automatico: dipende in una certa misura dalle stesse contraddizioni che derivano dalla conformazione sociale dominante, ma da solo un lavoratore in conflitto può arrivare solo ad un certo grado di consapevolezza politica.

Per fare un esempio radicale: in un totalitarismo un individuo è indottrinato e controllato in ogni fase della propria vita ed è certamente più portato ad introiettare mentalmente l’idea che il modo in cui funziona la società sia l’unico possibile. Un individuo che viene educato all’obbedienza molto difficilmente è in grado di comprendere il significato della libertà, o la ricondurrà automaticamente al rispetto delle norme vigenti.

Il discorso rischia di allungarsi molto per cui vado al dunque: il punto è che una teoria rivoluzionaria dell’esistente, senza la quale non c’è Politica, non sorge dal nulla, ma dalle contraddizioni stesse create dalla struttura economica e da una serie di altri fenomeni più o meno casuali che è difficile elencare in maniera completa.

In un sistema capitalista, come in qualsiasi altro regime sociale, c’è sempre un margine di libertà per l’individuo, anche se questo aumenta in corrispondenza dei rapporti di forza di cui dispone. Da solo evidentemente l’individuo può fare ben poco, a meno che non sia ricco e membro della classe dominante. Riunito in gruppo può invece cominciare a fare Politica, costruendo rapporti di forza tali da determinare, ad un certo livello, un cambiamento del regime vigente, o per via riformista o rivoluzionaria. Soltanto una “linea rossa”, tesa ad affermare un nuovo ordine collettivista ed egualitario, garantisce a tutti una maggiore libertà.

L’ANALISI DIALETTICA E L’INDECIFRABILITÀ DELLA STORIA

Citavo prima il peso che ha avuto Kautsky nel deformare e diffondere un’errata concezione di tali questioni. Fino al 1895 Engels ha cercato di correggere questi difetti di interpretazione: nelle ultime lettere scritte negli anni ’90, poco prima di morire, ha ribadito l’importanza di non considerare la struttura economica come l’unico fattore determinante la Storia. Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è molto più complesso e articolato, dice l’ultimo Engels, in conflitto con le tendenze positiviste dell’epoca. Engels trova anche una spiegazione a queste “deviazioni”: la mancata acquisizione della dialettica. La dialettica incarna in sé l’idea del movimento, dell’azione e della reazione, dello sviluppo e della regressione. Una mente dialettica è l’opposto di una mente statica. Dialettica significa non concepire nulla come automatico e definitivo.

La Storia non va quindi inevitabilmente verso una direzione prestabilita. Una concezione dialettica comporta anzi il rifiuto di qualsiasi filosofia della storia statica e fissa, di qualsiasi tipo di teleologia. Non esiste una provvidenza divina, non è detto che la realtà coincida con la razionalità né tantomeno che la Storia proceda verso un ineluttabile progresso.

Un marxista sa invece che tutto può cambiare e che niente è determinato completamente, ma al limite, come ricorda Marx, è condizionato in modo tale da offrire sempre un bivio: Rosa Luxemburg diceva “o socialismo o barbarie”; Sidoli dice una “linea rossa” o una “linea nera”. La sostanza del discorso è la stessa.

Per un marxista non c’è quindi Politica senza un’adeguata cognizione della dialettica e della capacità di interpretare la realtà utilizzando certe categorie analitiche che poggino sulla consapevolezza del costante movimento della Storia.

Si pongono a questo punto alcuni problemi pratici, politici, per il nostro presente.

ATTUALITÀ E LIMITI DEL MARXISMO-LENINISMO

Se la realtà è in movimento anche la capacità di interpretarla in maniera adeguata deve essere costantemente aggiornata, e può raggiungere una conoscenza solo parziale e approssimativa della contemporaneità; la prassi in movimento pone insomma dei limiti intrinseci alla capacità della teoria di dare risposte definitive; ciò non vuol dire accettare l’agnosticismo cronico in cui scadono correnti come il kantismo o i seguaci di Popper; occorre però partire dalla consapevolezza che anche il marxismo-leninismo, che è il sistema teorico più avanzato mai elaborato finora dall’umanità, vada maneggiato con molta cautela, perché le sue formule sono state codificate ormai quasi un secolo fa.

L’essenza del marxismo-leninismo, che mantiene la sua piena validità, è il metodo, ossia l’applicazione del materialismo dialettico ad una determinata epoca storica, che in una certa misura è ancora la stessa di quella odierna, ossia l’età dell’imperialismo, anche se con alcune differenze. Il marxismo-leninismo non offre solo un metodo, ma anche dei princìpi teorici e politici su cui occorre ragionare in termini pragmatici. Occorre un riesame complessivo sulla base dei dati empirici e storici dell’ultimo secolo, altrimenti la riproposizione rigida del marxismo-leninismo classico rischia di diventare un limite ed un intralcio alla nostra capacità di dare risposte politiche per il nostro presente. Un processo di “revisione” della teoria è evidentemente pericoloso ed è scaduto molto spesso in passato nel tradimento dell’ottica socialista. Più che di revisione quindi proporrei la necessità di un aggiornamento storico, attraverso un esame critico delle esperienze acquisite dal movimento comunista internazionale. Occorre ricordare che il “leninismo” stesso nasce dalla rottura con quello che al tempo era giudicato il marxismo ortodosso, trovando nuove soluzioni a questioni rimaste inevase o non adeguatamente affrontate.

INSEGNAMENTI DEL ‘900

Nel corso dell’ultimo secolo si sono verificati diversi cicli rivoluzionari in varie aree del mondo. Oltre al 1917 c’è stato il periodo 1945-49, il 1959, il processo della decolonizzazione (fino agli anni ’70), e così via. Nessuna di queste rivoluzioni si è verificata, come pensava Marx, in un Paese sviluppato economicamente. Si può dire che esse siano dovute in primo luogo all’affermazione della Politica sull’Economia, o, per dirla alla Stalin, di un marxismo creativo rispetto al marxismo ortodosso? Io credo che si possa dire, il che deve farci riflettere sulla necessità di adattamento alla realtà concreta e sociale contingente, ossia all’identificazione di un percorso rivoluzionario che raramente si ripete uguale nel corso del tempo.

L’esperienza fallimentare della via italiana al socialismo mostra però quanto questo “adattamento” sia difficile da realizzare, rischiando di andare ad intaccare princìpi tuttora validi e dimostratisi imprescindibili per qualsiasi esperimento vincente di emancipazione sociale.

Riguardo all’URSS ci è stato detto per decenni che la sua caduta abbia sancito inevitabilmente il fallimento inevitabile del modello economico socialista, incancrenito da difetti strutturali irrisolvibili. La teoria dell’effetto di sdoppiamento smentisce questo assunto, mostrando invece come il tracollo non fosse obbligatorio, ma sia stato causato da una serie di errati provvedimenti politici stratificatisi nel tempo, fino alla perversione raggiunta dalle riforme della perestrojka, attuate da molti personaggi loschi che possiamo con ragione e coscientemente oggi chiamare traditori.

LA LINEA ROSSA CINESE

Una delle questioni oggi più spinose che divide oggi i comunisti è il giudizio sulla Repubblica Popolare Cinese, che costituisce il più evidente esempio di sviluppo di un marxismo creativo rispetto a quello ortodosso. La questione si collega allo strapotere che oggi hanno nel mondo le 400 multinazionali più potenti. All’interno di questo numero sempre maggiore è la quota di quelle cinesi. La domanda che occorre farsi è la seguente: vogliamo la “linea nera” delle multinazionali controllate in una certa misura da Washington, con amministratori delegati che si alternano alle cariche governative e di Wall Street, oppure vogliamo una globalizzazione “rossa” in cui le multinazionali facciano riferimento, per lo meno mediato, al popolo, attraverso la mediazione dello Stato o del Partito? Chi dice “non vogliamo la globalizzazione rischia di cadere nella categoria marxiana del “socialismo feudale”. Ormai la globalizzazione è un dato di fatto e non è possibile eliminarla; si può però gestirla in maniera differente rispetto a come è stato fatto finora. Il PCC ha saputo costruire un percorso politico differente dall’iter sovietico, perché non ha potuto e voluto ripetere per determinate condizioni storiche diverse. La via cinese al socialismo non è chiaramente l’unico percorso possibile (ad esempio non è adatto al nostro Paese), ma si è rivelata particolarmente adatta per garantire un poderoso sviluppo sociale non solo del popolo cinese (700 milioni di persone tolte dalla povertà), ma sta favorendo la possibilità di costruire una “linea rossa” anche per i popoli di altri continenti.

Le politiche intraprese a livello internazionale da Pechino, che stanno portando il Partito Comunista Cinese a prendere la leadership della globalizzazione, stanno mettendo in crisi l’imperialismo occidentale (in particolar modo quello statunitense), creando contraddizioni potenzialmente esplosive che non sono state previste dal marxismo-leninismo ortodosso nell’analisi dell’imperialismo. Lenin non poteva certo prevedere simili sviluppi, anche perché al tempo della sua analisi sul tema (1916) era ancora convinto che la rivoluzione in un paese arretrato (quale la Russia dell’epoca) avrebbe dato avvio ad una catena rivoluzionaria nel resto dei paesi sviluppati. È evidente quindi che le categorie analitiche del leninismo non sono applicabili integralmente al caso cinese odierno, ma che necessitano di uno sforzo di adattamento e rielaborazione. Il progetto infrastrutturale della Nuova via della Seta costituisce in tal senso una possibilità per i comunisti occidentali di rafforzare la proposta di una “linea rossa” capace di emancipare i propri Paesi dal blocco imperialista nord-atlantico, dando concretezza alla progettualità di un nuovo ordine sociale che veda protagonista e alla direzione la classe lavoratrice. Una Politica comunista oggi non può quindi più permettersi di fare errori teorici catastrofici, anti-dialettici e schematici, come quelli che equiparano la Cina ad un blocco imperialista.

PROBLEMI DERIVANTI DAL TOTALITARISMO LIBERALE

Ci sono altre questioni problematiche in Italia, e più in generale in Occidente.

Io ritengo che il regime borghese abbia assunto tinte totalitarie che cercano di eliminare il campo della Politica vera, quella cioè capace davvero di cambiare la struttura economico-sociale vigente. Il totalitarismo liberale in cui viviamo e ci troviamo ad agire è particolarmente ostico non solo perché pone il mantra di ricette politiche obbligate (perché imposte da Bruxelles o dai mercati finanziari) ma anche perché spinge il condizionamento strutturale a condizioni tali da determinare un’alienazione di massa spaventosa (molto maggiore rispetto ad un secolo fa), favorita dalla conformazione di un social-imperialismo capace di garantire la sopravvivenza agli strati più degradati del sottoproletariato (vd in tal senso il ruolo del reddito di cittadinanza). La stragrande maggioranza della popolazione è convinta che sia impossibile una società diversa da quella in cui viviamo e non è in grado di immaginare un’alternativa concreta. Le società socialiste sono state scientemente screditate e perfino molti sedicenti “marxisti” hanno accolto l’idea che siano state dei fallimenti. È evidente che in questo clima diventa difficile proporre un’alternativa socialista della società, eppure è quanto dobbiamo e possiamo fare, attrezzandoci in maniera adeguata, a partire dall’internità nelle lotte sociali, ma anche da una seria lotta al revisionismo storico tesa a decolonizzare l’immaginario collettivo dalle falsità propagandate dall’ideologia dominante. Senza questa lotta culturale continueranno a prevalere le tendenze libertarie, movimentiste e anarcoidi che non si sono dimostrate in grado di costruire un’alternativa politica credibile.

CONSEGUENZE PRATICHE DELL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

La questione dell’effetto di sdoppiamento, ossia la rivalutazione della Politica sull’Economia, mi sembra che abbia due conseguenze pratiche fondamentali:

1) sono futili tutti i discorsi degli idealisti e dei borghesi che continuano a predicare il TINA (There is no alternative), specie se declinato in salsa europeista, ritenendo impossibile pensare ad un’uscita dall’Unione Europea. Chi rifiuta a priori tale possibilità è un reazionario o un compagno che non ha compreso l’essenza del materialismo dialettico. Chi pretende di poter predeterminare con precisione le tappe di un’ipotetica uscita da sinistra dall’Unione Europea rischia ugualmente di scadere nell’astrattismo o nel passivismo politico: sono infatti impossibili da prevedere le reazioni della borghesia, e quindi gli scenari politici, non solo economici, che si andrebbero a determinare nel resto del mondo ad un’uscita dell’Italia dall’UE. Quello che noi possiamo fare è un’analisi il più possibile dialettica della realtà odierna e delle forze in campo, tracciando dei possibili macro-scenari condizionati dall’evoluzione delle strutture economiche, sapendo però che in fin dei conti la Politica è imprevedibile, proprio perché le sue istanze derivano dalla capacità di incidere sulla realtà delle classi subalterne, ma anche di quelle dominanti, che non restano certo passive, ma studiano le nostre mosse e imparano spesso meglio di noi.

Noi possiamo e dobbiamo cercare di sfruttare e ampliare le contraddizioni presenti nel campo avversario ma dobbiamo essere consapevoli che al momento è molto più forte l’azione del nemico sulle nostre fila piuttosto che il contrario. Come possiamo allora tornare ad essere influenti nella società, tornando a fare Politica?

2) Oggi, ancora più di un secolo fa, si pone la necessità di costruire un soggetto politico capace di fungere da avanguardia non solo politica, ma anzitutto culturale e sociale.

Abbiamo bisogno di casematte in cui offrire anzitutto la visione corretta della realtà, squarciando il velo della menzogna che ci circonda nell’ambito della vita quotidiana.

Dobbiamo ragionare sul fatto che il Capitale cerca di riproporre in continuazione il mantra del determinismo economico, sfiduciando i più deboli di spirito dall’azione politica rivoluzionaria, dipingendola come astratta, corrotta o distante dalle esigenze popolari.

La capacità di rafforzare l’organizzazione politica, attirando nuovi militanti, nasce certamente dalla reazione alla durezza delle condizioni materiali vigenti, ma la costruzione di forme sempre più raffinate di egemonia culturale e controllo sociale (si veda il potere di Google, Facebook, ecc.) pone soprattutto la necessità di una formazione attiva e continua di tutti i militanti dell’organizzazione politica. Dato che le bugie che vengono raccontate dal regime sono sempre più grandi, è sempre più difficile mostrare la verità alle persone a cui ci rivolgiamo. Dobbiamo saper mostrare tutti i meccanismi usati dal nemico e diffondere la concezione che per raggiungere qualsivoglia obiettivo occorrono organizzazione e rapporti di forza. La costruzione di una comunità nuova che sappia uscire dal paradigma dominante non significa sognare ad occhi aperti, ma ricercare quell’equilibrio tra concretezza e orizzonte utopico di una realtà oggi non inesistente ma ancora parziale, non impossibile da realizzarsi.

L’identificazione corretta della “linea rossa” nel contesto attuale del totalitarismo liberale, non è compito agevole, ma può costituire il mix decisivo capace di stimolare l’azione di milioni di uomini e donne, ridando slancio alla questione comunista in Occidente.

Alessandro Pascale

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