Archivi Mensili: ottobre 2019

“Marx e l’effetto di sdoppiamento: il colonialismo occidentale in America Latina, India e Algeria”.

 

È stato sicuramente l’antidogmatico Karl Marx che ha creato i primi germi della teoria dell’effetto di sdoppiamento: oltre alle bozze di lettere e alla missiva inviata alla fine dal geniale scienziato-rivoluzionario tedesco a Vera Zasulich nel 1881, si possono riscontrare in tal senso anche gli estratti effettuati sempre da Marx, verso la fine del 1879, rispetto a un libro di Maksim Kovaleskij intitolato “La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino”.

Non a caso, infatti, il grande comunista tedesco commentò ed estrapolò parte del lavoro di Kovaleskij e  principalmente le sezioni del saggio di quest’ultimo nelle quali veniva analizzata la questione centrale della proprietà della terra: Marx focalizzando la sua attenzione e lodando apertamente l’opera dello storico russo specialmente riguardo all’indagine relativa a tre distinte aree geopolitiche del nostro pianeta, nelle quali si scatenò via via una durissima pluridecennale lotta socioproduttiva e politico-sociale tra gli invasori europei alfieri della “linea nera” classista, e le comuni rurali “rosse” create e riprodotte invece per millenni dalle popolazioni autoctone, con una forte presenza al lato interno di rapporti di produzione collettivistici e cooperativi.

Come ha notato in una sua ottima (e discutibile, almeno in campo politico) biografia su Marx lo storico Marcello Musto, insospettabile di qualunque forma di simpatia per la teoria dell’effetto di sdoppiamento, Marx iniziò a sezionare lo studio di Kovaleskij sulla proprietà comune della terra partendo dall’America Latina nell’epoca delle civiltà precolombiane e riportando che, con l’inizio dell’egemonia degli imperi (classisti) atzeco e inca, “la popolazione rurale continuò, come in precedenza, a possedere la terra in modo comune, ma dovette, allo stesso tempo, rinunciare a una parte del suo reddito, sotto forma di pagamenti in natura a beneficio dei loro regnanti”. Secondo Kovalevskij, questo processo pose le «basi per lo sviluppo dei latifondi [realizzati] a spese degli interessi patrimoniali di coloro che possedevano la terra comune. La dissoluzione di quest’ultima venne soltanto accelerata dall’arrivo degli spagnoli». Le terribili ripercussioni del loro impero coloniale furono condannate sia da Kovalevskij, che denunciò la «originaria politica di sterminio degli spagnoli nei confronti dei pellerossa», che da Marx, il quale aggiunse di suo pugno che «in seguito al saccheggio dell’oro trovato [dagli spagnoli], gli indiani [furono] condannati a lavorare nelle miniere». A compimento di questa parte degli estratti dall’opera di Kovalevskij, Marx osservò che, ciò nonostante, vi era stata una «sopravvivenza (in larga misura) della comune rurale», resa possibile anche per la «assenza di legislazione coloniale (a differenza delle Indie orientali inglesi) relativamente a regolamentazioni che avrebbero dato ai membri dei clan la possibilità di vendere le porzioni di terreno  che appartenevano a loro».

Oltre la metà degli estratti che Marx eseguì da Kovalevskij furono dedicati al dominio inglese in India.  Egli rivolse particolare attenzione a quelle parti del libro nelle quali era stata ricostruita l’analisi delle forme contemporanee della proprietà comune della terra, nonché alla storia del possesso della terra al tempo dei ragià. Utilizzando il testo di Kovalevskij, Marx osservò che anche in seguito alla parcellizzazione dei terreni, introdotta dagli inglesi, la dimensione collettiva del passato restava viva: «(tra questi atomi continua[va]no a esistere alcune connessioni) che, a distanza, rievoca[va]no i precedenti gruppi di proprietà comune della terra». Nonostante Marx condividesse la profonda ostilità di Kovalevskij nei confronti del colonialismo britannico, egli rivolse commenti critici verso alcuni aspetti della sua esegesi storica, ritenendoli errati in quanto orientati a proiettare i parametri del contesto europeo in quello indiano. Con brevi ma circostanziate osservazioni, Marx gli rimproverò di avere  omologato fenomeni tra loro distinti. Se, infatti, «la prebenda, la coltivazione data in appalto – […] niente affatto [solo] feudale come attesta la [storia di] Roma – e la commendatio [erano state] rinvenute in India», ciò non significava che anche li si fosse sviluppato il «feudalesimo nel senso europeo del termine». Per Marx, Kovalevskij aveva anche tralasciato un dato significativo, ovvero che in India non esisteva «la servitù» che del feudalesimo era un «momento essenziale»: Inoltre, egli argomentò che «in base alla legge indiana, il potere dominante non era soggetto alla divisione [ereditaria] tra figli e, pertanto, veniva meno una forte caratteristica del feudalesimo europeo». In conclusione, Marx espresse un forte scetticismo verso la traslazione di medesime categorie interpretative in ambiti storici e geografici del tutto differenti: gli approfondimenti che Marx realizzò sulla base del testo di Kovalevskij vennero successivamente integrati con lo studio di altri volumi riguardanti la storia indiana.

Infine, relativamente all’Algeria, Marx non tralasciò di porre in evidenza l’importanza che la proprietà comune rivestiva in quel Paese prima dell’arrivo dei colonizzatori francesi, così come dei cambiamenti che questi avevano introdotto. Al riguardo, da Kovalevskij egli ricopiò che «la formazione della proprietà privata della ferra (negli occhi del borghese francese) è una condizione necessaria per tutto il progresso nella sfera politica e sociale. L’ulteriore mantenimento della proprietà comune “come forma che supporta le tendenze comuniste nelle menti” [era] pericolosa sia per la colonia che per la patria». Da La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino, Marx trasse anche le seguenti considerazioni:

 

la distribuzione della proprietà ai clan è incoraggiata e persino ordinata; innanzitutto, come mezzo per indebolire le tribù soggiogate che, però, sono permanentemente sotto l’impulso della rivolta e, in secondo luogo, quale unico modo per un ulteriore trasferimento della proprietà fondiaria dalle mani dei nativi a quelle dei colonizzatori. Questa stessa politica è stata perseguita dai francesi sotto tutti i regimi […]. Lo scopo è sempre lo stesso: la distruzione della proprietà collettiva degli indigeni e la sua trasformazione in un oggetto di libero acquisto e vendita, il che significa renderne più semplice il passaggio finale nelle mani dei colonizzatori francesi.

 

Quanto al progetto di legge sulla situazione algerina, presentato al parlamento dal deputato della sinistra repubblicana Jules Wamier e approvato nel 1873, Marx riprese da Kovalevskij la denuncia che ciò avesse come unico obiettivo «l’espropriazione della terra alle popolazioni native da parte dei colonizzatori europei e degli speculatori». La spudoratezza dei francesi era giunta fino al «furto esplicito», ovvero alla trasformazione in «proprietà del governo» di tutte le terre incolte che erano rimaste in uso comune agli indigeni. Tale processo si prefiggeva di produrre un altro importante risultato: annullare il rischio di resistenza delle popolazioni locali. Sempre tramite le parole di Kovalevskij, Marx prese nota e sottolineò che:

 

la fondazione della proprietà privata e l’insediamento dei colonizzatori europei tra i clan arabi […] sarebbe] divent[ato] il più potente mezzo per accelerare il processo di dissoluzione dell’unione dei clan. […] L’espropriazione degli arabi voluta dalla legge [serviva]: I) a procurare più terra possibile per i francesi; e II) a strappare gli arabi dai loro vincoli naturali con la terra, così da rompere l’ultima forza dell’unione dei clan e, dunque, dissolta questa, ogni pericolo di ribellione.

 

Marx osservò che questo tipo di «individualizzazione della proprietà della terra» avrebbe procurato, pertanto, non solo un enorme beneficio economico agli invasori, ma avrebbe favorito anche un «obiettivo politico […]: distruggere le basi di questa società».

Dalla selezione di appunti realizzata da Marx, così come dalle poche ma inequivocabili parole di condanna verso le politiche coloniali europee che aggiunse al testo di Kovalevskij, si evince il suo rifiuto a credere che la società indiana e quella algerina fossero destinate a seguire, ineluttabilmente, il medesimo corso di sviluppo di quella europea”.[1]

L’eccellente sintesi di Musto relativa alle posizioni di Marx e Kovaleskij, nella sostanza concordi sull’analisi della “lotta planetaria” scatenata dal colonialismo europeo (semifeudale, nel caso spagnolo) anche contro la proprietà comune della terra e rapporti sociali di produzione/distribuzione almeno in parte collettivistici e cooperativi, va in ogni caso integrata riportando alla luce anche la plurisecolare guerra, sanguinosa e orrenda, scatenata dal colonialismo britannico prima (fino al 1776) e dal capitalismo statunitense in seguito contro i nativi americani e i cosiddetti “pellerossa”, in uno degli esempi su scala geopolitica più vasta e di durata maggiore di quell’“opera sistematica  e pianificata di distribuzione annientamento delle comunità sociali non-capitalistiche” descritta con grande forza polemica da Rosa Luxemburg nel 1913.

Un’opera sistematica pianificata di distribuzione adottata dalla “linea nera” socioproduttiva e politica made in USA anche contro l’alternativa “linea rossa”, quasi sempre ben presente e a volte egemone sul piano delle relazioni di produzione riprodottesi nei diversi clan dei nativi americani del 1620 al 1887, azione sistematica che trova una delle sue armi più efficaci nella “Dawes Act” del 1887: un provvedimento di politica economica con cui la borghesia e gli apparati statali americani distrusse e privatizzò gran parte delle centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terra di proprietà comune delle tribù dei cosiddetti “pellerossa” sostituendoli con piccoli lotti privati, destinati poi ad essere acquisiti a prezzi stracciati dai coloni e dagli speculatori bianchi.

Ancora una volta, “linea nera” socioproduttiva e politica contro “linea rossa”, come rilevò del resto anche l’ultimo Marx attraverso lo studio attento del libro di Maksim Kovalevskij, molto apprezzato – a ragion veduta – dal geniale pensatore di Treviri.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

[1] M. Musto, “Karl Marx”, pp. 677-678-679, ed. Einaudi

Una discussione con il professore Luigi Ferrari sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento e sull’individualismo/collettivismo.

Collettivismo, individualismo ed effetto di sdoppiamento: “L’ascesa dell’individualismo economico”.

Con il suo libro, intitolato “L’ascesa dell’individualismo economico”, Luigi Ferrari ha elaborato un testo potente ed efficace, colmo di innumerevoli riferimenti fattuali e bibliografici, oltre che introdotto dalla brillante prefazione di Giorgio Galli, con un’analisi autonoma e originale che tra l’altro risulta perfettamente compatibile con la teoria dell’effetto di sdoppiamento, costituendone a nostro avviso una sua traduzione concreta sul piano delle ideologie e della mentalità collettiva, durante il periodo che parte dalla fine del Quattrocento per arrivare ai nostri giorni.

L’asse centrale dell’opera di Ferrari, rispetto ai cinque secoli presi in esame, consiste nella tesi per cui si è assistito nel corso degli ultimi cinque secoli a una continua coesistenza dialettica, a una particolare combinazione di unità e lotta tra la tendenza individualistico-economica e la controtendenza collettiva (“collettivismo”, secondo la terminologia utilizzata dall’autore) sul piano della psicologia di gruppo, della mentalità e della visione del mondo sociale adottata mano a mano dalle diverse classi e frazioni di classe, dai diversi gruppi sociali lungo il periodo in esame.

La tendenza individualistico-economica è sorta, a giudizio dell’autore, all’inizio del Sedicesimo secolo, mediante e attraverso quello che viene efficacemente definito come “l’urlante peccato dell’Inghilterra”: ossia il primo plurisecolare e gigantesco processo di privatizzazione e di esproprio delle enormi terre pubbliche (boschi, pascoli, stagni comunali, poderi collettivi, ecc.) avviato a partire dal 1480 dall’arida borghesia britannica ai danni dei comuni rurali e dei piccoli contadini del paese in esame.

Il nucleo di questa tendenza, divenuta via via sempre più egemone nel mondo occidentale, consiste ovviamente nel primato assoluto, attribuito all’individuo singolo (e alla sua proprietà, alla sua “roba”) rispetto a qualunque organizzazione collettiva, a qualsivoglia vincolo e obbligo verso la collettività e altri gruppi organizzati, oltre che nel presunto antagonismo irriducibile di ciascun uomo con i suoi simili.

Luigi Ferrari produce ed espone una lunga e splendida caratterizzazione degli ideologi e dei teorici principali: questa particolare tendenza sociopolitica, partendo da Grozio e Hobbes (con il suo “Homo nomini lupus”) e passando via via per grandi romanzieri borghesi come D. Defoe (con il suo Robinson) e all’“egoismo puntellato di benevolenza” di Adam Smith e di Mandeville, fino ad arrivare al superegoismo di autori purtroppo divenuti celebri nel mondo occidentale quali Ayn Rand, secondo la quale “il capitalismo e l’altruismo sono incompatibili, essi non possono coesistere nella stessa persona e nella stessa società” (L. Ferrari, op. cit., p. 383).

L’antagonista principale della tendenza individualistica, divenuta sempre più centrale e opprimente nel corso degli ultimi tre decenni, viene individuata da Ferrari nella controtendenza collettiva (collettivistica) che segna e attraversa a giudizio dell’autore tutte le classi e i gruppi sociali del mondo moderno e contemporaneo, qualsiasi importante gruppo e cultura durante gli ultimi secoli.

Il cardine della “tendenza collettivistica” e dei “soggetti allocentrici” risulta la centralità attribuita ai destini e interessi da un gruppo più o meno ampio, che può essere vanamente individuato nella famiglia o in una “comunità di pari” (amici, membri dello stesso villaggio o città, ecc.), oppure in una classe o in un partito, o nella patria/nazione, dimostrando “lealtà organizzativa profonda” ed empatia costante con le sorti e i bisogni del collettivo più o meno ristretto, più o meno esteso, di appartenenza e di riferimento.

Le origini e la genesi della “tendenza collettivistica” vengono fatti risalire dall’autore al medioevo e alle società protofeudali–feudali, con i “legami reciproci” e di “dipendenza reciproca” tra le diverse classi sociali, tanto che a giudizio di Ferrari in quella lunga fase storica (600-1050 a.C.) “nessuno allora era libero secondo i nostri canoni, sebbene vi fossero ovunque grandi dislivelli di potere” (op. cit., p. 116).

Siamo in presenza di una categoria storico-teorica molto importante, oltre che supportata da una montagna di fatti storici: tanto rilevante e pregnante che risulta scusabile anche la principale sua carenza e debolezza, ossia non aver subito evidenziato la distinzione essenziale e la differenza fondamentale tra la “tendenza collettiva” dei padroni delle condizioni della produzione e quella invece espressa dagli esclusi di tali forme di proprietà, ossia degli oppressi e degli sfruttati.

E cioè, in altri termini, non aver effettuato una precisa linea di divisione tra “spirito di gruppo” delle classi privilegiate e degli sfruttatori, feudali o capitalistici, e “spirito di gruppo” invece via via espresso dalle classi oppresse (servi della gleba, operai e salariati nel modo di produzione capitalistico) e dai produttori diretti delle diverse società classiste; una precisa linea di distinzione tra la solidarietà collettiva mostrata via via dalle classi sfruttatrici (a partire dai solidalissimi schiavisti spartani, ad esempio) e quelle invece praticate e attuate dalle classi sfruttate (come ad esempio nel caso dei combattenti iloti-schiavi di Sparta, non a caso temuti costantemente dai loro spietati padroni).

In ogni caso l’opus magnum di Ferrari si rileva importante e molto positiva anche perché focalizza con estrema efficacia l’attenzione sul “comunismo medioevale”: ossia su quell’indiscutibile dominio collettivo sulle risorse naturali che costituì un elemento importante delle comunità rurali e di villaggio durante il lungo periodo feudale, così come (in forma parzialmente diverse) avvenne nei villaggi del modo di produzione asiatico, come nel caso degli ayllu andini.

A pagina 90 del libro in oggetto viene ad esempio acutamente rilevato che “l’altro basilare e antico soggetto medioevale di controllo fondiario, incompatibile con ogni definizione individualista dell’io “proprietario”, era la comunità del villaggio che regolava le colture di ciascuna famiglia e garantiva a tutti gli abitanti del territorio, soprattutto ai più deboli, il libero e collettivo utilizzo dei boschi (diritto di legnatico), delle acque, degli stagni comunali (cioè non appartenenti a singoli), dei pascoli e dei poderi comuni. Vedremo meglio poi questa particolare materia. Per ora, precisiamo che queste garanzie per i più deboli riguardavano anche le città, con le loro complesse reti di protezioni sociali che emergevano dal forte contenuto relazionale e personale del rapporto di appartenenza (Bloch 1933), per cui il mero abitare nelle città si configurava come un vero e proprio «fatto sociale totale» (Barbot 2007) – tutt’altra cosa dal nostro welfare basato sull’astrattezza e generalità moderne dei diritti di cittadinanza.

Dal complesso di queste considerazioni sintetizziamo una fondamentale peculiarità della “proprietà” medioevale. Nella mentalità medioevale non c’erano le nostre nette cesure nell’organizzazione dei rapporti politici, sociali e produttivi. Esisteva, invece, una sorta di continuità senza fratture e con un’interdipendenza tra il dominio politico, il dominio fondamentale sulle persone e quello sulle cose, con estese garanzie di utilizzo delle risorse naturali alla parte debole della popolazione, che ben poco avevano da spartire con le nostre relazioni familiari e di proprietà”.

Molti altri sono gli spunti interessanti (a volte non sempre condivisibili integralmente, come nei casi dell’analisi di Marx e della dinamica storica sovietica) che emergono in ogni caso dal gigantesco lavoro di Ferrari, all’interno di un libro di cui consigliamo la lettura anche per l’eleganza e la chiarezza dello stile espositivo.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

 

 

 

La risposta del professore Luigi Ferrari.

 

Grazie per la vostra bella recensione al mio lavoro.

Concordo con la piena compatibilità con l’effetto sdoppiamento, che, del resto, avevo segnalato nel nostro ultimo incontro.

Vi ringrazio anche per i rilievi critici sul giudizio circa il Medioevo: effettivamente il mio testo può suggerire letture ambigue,

ma il motivo di questa impostazione sta nella necessità di una profonda revisione storica di quel periodo, che viene liquidato con troppa

superficialità.

Vi ringrazio anche per la segnalazione delle vostre divergenze su Marx e sull’URSS. Avete giustamente evitato quelle recensioni stucchevoli e del tutto sterili che imperano.

Se abbiamo in comune la nostra ammirazione per Marx e per la sua dialettica, non abbiamo certo avversione al confronto o paure di esso. Il confronto è, anzi,  la vera garanzia di progresso intellettuale.

Senza di esso, il pensiero “soffoca” e insterilisce.

Vi segnalo, nella copia della recensione allegata, due refusi evidenziati in giallo.

Di nuovo grazie e, speriamo, a presto.

 

Luigi Ferrari.

 

 

 

 

Caro Luigi, ti ringraziamo per la tua bella risposta, oltre che per i suggerimenti che ci hai fornito: avremo sicuramente occasione in futuro di sviluppare e arricchire la discussione teorico-storica sia sulle tue tesi che sull’effetto di sdoppiamento, nella loro interconnessione dialettica.

Cordiali saluti a risentirci presto.

 

Daniele Burgio, Massimo leoni e Roberto Sidoli

 

 

 

 

Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Cuba e la Cina continuano unite ad aderire al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore

Granma
Compagno Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del

Partido Comunista di Cuba;

Compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di

Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba;

Compagno Esteban Lazo Hernández, Presidente dell’Assemblea Nazionale del

Potere Popolare;

Compagno Chen Xi, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della

Republica Popolare della Cina;

Compagni del Burò Politico del Comitato Centrale;

Distinti invitati:

Il 1º ottobre del 1949 è una data di speciale significato per la storia

dell’ umanità. In questo giorno, davanti a centinaia di migliaia di persone riunite in Piazza Tiananmén, il presidente Mao Zedong, i cui apporti alla lotta rivoluzionaria e il valore saranno sempre ricordati con rispetto e ammirazione, annunciò al mondo la fondazione de un nuovo Stato socialista: la Repubblica Popolare della Cina.

Il trionfo rivoluzionario fu il momento culminante di un lungo processo di lotta antifeudale e antimperialista, e segnò l’inizio di una nuova era di sviluppo e progresso per una nazione millenaria.

La storia moderna dell’umanità sarebbe stata diversa senza il trionfo della Rivoluzione Cinese.

Questo paese la cui popolazione era soprattutto contadina, conquistò la desiderata sovranità e indipendenza che a loro volta permisero la costruzione del socialismo, partendo da un ancestrale sottosviluppo, combattendo contro l’isolamento e un blocco economico imposto per 28 anni. Molti ostacoli resero più difficile, ma non impossibile il suo sviluppo.

La Cina del 2019 è molto differente da quella del 1949, già non è più il paese povero e sottosviluppato che era 70 anni fa.

La sua economia, con una crescita sostenuta, ha consolidato notoriamente il potere e il prestigio di questa nazione. Oggi conta con una solida base economica dopo 41 anni di riforma e apertura, con politiche verificate, una memoria storica preservata ed esperienze accumulate nel processo di costruzione del socialismo.

Conta con un popolo laborioso e unito, un immenso mercato interno, una cultura millenaria e un Partito che ha percorso il cammino socialista e ha saputo collocare lo sviluppo integrale, l’istituzionalità, la legalità al popolo al centro delle sue preoccupazioni.

È diventata la seconda più forte economia a livello mondiale. Negli anni ’70 ha ottenuto una crescita media annuale del PIL superiore al 8% ed ha tolto dalla povertà più di 800 milioni di persone una conquista sena precedenti nella storia dell’umanità.

La Cina è la principale produttrice mondiale di alimenti ed è stata capace d’alimentare il 24 % della popolazione mondiale con solo il 7 % delle terre coltivabili.

Con la preziosa direzione del Segretario Generale, il compagno Xi Jinping e del Partito Comunista, il paese avanza in una tappa decisiva per la consecuzione degli obiettivi compresi nelle mete del «doppio centenario», che consistono nel raddoppiare per il 2020 il PIL e le entrate pro cpaite rispeto al 2010, e nel 2019 divenire un paese socialista moderno, coincidendo con il centenario della Repubblica Popolare.

Cuba saluta e appressa altamente l’ascesa di una Cina socialista e Nella difficile congiuntura internazionale attuale il suo sviluppo costituisce un fattore di stabilità, equilibrio e opportunità per tutto il pianeta e, in particolare, per i paesi in via di sviluppo e la regione dell’ America Latina e i Caraibi.

Permettetemi in un’occasione tanto speciale come questa, di ricordare il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, quando nel suo prologo all’edizione in cinese di /Cento Ore con Fidel/ aveva previsto: «Dovremo contare con la Cina nel panorama mondiale del XX secolo e molte delle grandi sfide dell’umanità non avranno soluzioni senza la sua attiva e imprescindibile partecipazione».

Valutiamo positivamente che i vincoli della Cina con la Russia, come con l’America Latina e i Caraibi, si sono stretti e ampliati come non era mai avvenuto prima.

Il XIX Congresso del Partito Comunista della Cina ha appoggiato l’iniziativa della Striscia e della Rotta della Seta fatta conoscere dal segretario generale Xi Jinping nel 2013, e in virtù della quale la Cina ha proposta di condividere in maniera inclusiva e integrale le opportunità che genera il suo sviluppo , con una messa a fuoco sulla cooperazione, verso le infrastrutture e la connettività per le vie terrestri, aeree, marittime e digitali.

L’ampliamento di questo progetto verso l’America Latina e i Caraibi evidenzia che non è precisamente la Cina quella che non rispetta le norme del commercio internazionale, costruendo muri o imponendo misure di protezione o sanzioni unilaterali. Non è nemmeno quella che sta bloccando l’adozione di determinate tecnologie, chiudendo il suo mercato o frenando gli investimenti.

Distinti invitati:

L’amicizia tra Cuba e la Cina iniziò con l’arrivo a Cuba dei primi emigranti cinesi 172 anni fa, che apportarono tanta lealtà, coraggio e patriottismo nelle nostre guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, e si legge scritta in lettere indelebili sul Monumento eretto in una parco centrale della capitale, la frase di Gonzalo de Quesada, stretto collaboratore ed esecutore del testamento letterario di José Martí: «Non c’è stato un cinese cubano disertore. Non c’è stato un cinese cubano traditore».

Questa immigrazione ha contribuito a forgiare la nazionalità cubana e a ridurre la distanza geografica che ci separa.

 

 

Eredi di queste tradizioni, nelle nostre lotte più recenti, tre discensenti diretti di cinesi hanno raggiunto il grado di generale delle gloriose Forze Armate Rivoluzionarie.I due popoli abbiamo conosciuto attraverso simili esperienza storiche la tragedia e l’oltraggio che rappresenta per un paese esser invaso, occupato da truppe straniere e sottoposto a trattati disuguali o emendamenti onerosi.

Ugualmente abbiamo dovuto affrontare il blocco, le aggressioni di ogni tipo, tentativi d’isolamento, sovversione, e una patologica diffamazione mediatica.

A Cuba e in Cina sono germogliate rivoluzioni autoctone nel XX secolo, nate dalle ardue lotte per l’indipendenza e la liberazione nazionale, di fronte a forze superiori e appoggiate dagli Stati Uniti.

In uno o un altro processo sono state realizzate importanti prodezze militari che hanno contribuito decisamente a dimostrare che il potere dell’impero e dei suoi lacchè ha dei limiti.

Solo dieci anni hanno separato i trionfi rivoluzionari nei due paesi, che in questo 2019 hanno compiuto i loro anniversari 60 e 70, rispettivamente. E nel 2020 commemoreremo sei decenni dal momento in cui la giovane Rivoluzione Cubana adottò la decisione storica e sovrana di rompere le relazioni con Taiwán e stabilirle con la Repubblica Popolare della Cina, divenendo così il primo paese dell’emisfero occidentale che riconosceva il Governo della nuova Cina come suo unico rappresentante legittimo.

Il presidente Mao Zedong, in quel lontano 7 maggio del 1960, apprezzò altamente il fatto che un piccolo paese come Cuba avesse osato realizzare una Rivoluzione così vicino agli Stati Uniti e nello stesso tempo considerava che era davvero necessario investigare la sua esperienza,

data l’importanza della Rivoluzione Cubana a livello mondiale.

L’unica e indivisibile Cina non fu riconosciuta come membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d Sicurezza sino a 22 anni dopo la proclamazione della Repubblica Popolare, con l’appoggio fondamentale dei paesi in via di sviluppo, includendo Cuba.

Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del campo socialista, Cuba e la Cina abbiamo affrontato con fermezza numerosi avversari e preservato il cammino socialista, partendo dalle realtà specifiche di ogni paese.

Questo accattivante paese asiatico è stato uno dei migliori amici di Cuba durante quel duro periodo in cui nessuno credeva che la Rivoluzione cubana potesse sopravvivere.

L’allora presidente Jiang Zemin fu l’unico Capo di Stato che ci onorò con la sua visita nel 1993 , fatto che non scorderemo mai.

Reiteriamo il nostro fermo e assoluto appoggio al principio di «una sola Cina», così come la condanna dell’ingerenza nei temi interni, dei tentativi di danneggiare l’integrità territoriale e la sovranità.

Cuba, come la Cina condanna l’egemonismo, l’unilateralismo, i blocchi, il protezionismo, le politiche di forza, le doppie morali nella lotta contro il terrorismo e l’imposizione di un modello unico nel mondo e difendiamo i principi del Diritto Internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite.

Inoltre apprezziamo altamente il valore della sovranità, l’indipendenza, l’unità, i principi e la dignità conquistati al costo di molte vite umane preziose e di enormi sacrifici.

Distinti invitati:

Il Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri Miguel Díaz-Canel Bermúdez meno di un anno fa ha realizzato un positiva visita nella Repubblica Popolare della Cina. Desideriamo segnalare gli importanti consensi ottenuti durante i suoi indimenticabili incontri con il compagno Xi Jinping e i principali dirigenti cinesi, alla cui implementazione lavoriamo con sforzo e dedizione.

Dopo circa 60 anni di relazioni diplomatiche ininterrotte, i vincoli tra i nostri due paesi sono diventati un esempio dei legami tra le nazioni socialiste della cooperazione sud – sud e delle relazioni tra un grande paese e uno piccolo, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto mutuo.

Come espressione della fiducia politica reciproca e della maturità che caratterizzano i nostri vincoli bilaterali, abbiamo scambiato esperienze sulla costruzione del socialismo. I due processi si complementano con le loro proprie forze.

Permettemi, prima di concludere, di ringraziare a nome del popolo, del Partito e del Governo cubani, per la decisione di concedere al Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, la Medaglia dell’Amicizia, il più alto onore che la Cina concede agli amici di altre nazioni per il loro contributo e l’appoggio alla modernizzazione socialista, agli scambi e la cooperazione tra questa nazione e altri paesi.

Apprezziamo questo nuovo gesto di fraternità e di riconoscimento al ruolo della direzione storica della Rivoluzione Cubana, in particolare del compagno Raúl, nella promozione dei vincoli bilaterali.

Il Generale d’Esercito ha mantenuto una straordinaria relazione con la Cina, nazione per la quale ha sempre sentito una speciale ammirazione e rispetto, ed ha concesso nello stesso tempo un’alta priorità alle relazioni bilaterali.

Ha visitato questo grande paese nel 1997, nel 2005 e nel 2012, occasioni nelle quali ha potuto dialogare con i massimi dirigenti sulle esperienze nella costruzione del socialismo e temi d’interesse comune dell’agenda internazionale. È un onore per Cuba che sia stata scelta la data della commemorazione del 70º anniversario per consegnargli una così alta decorazione.

I due paesi continuano uniti nell’adesione al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore. Le presenti e future generazioni di cubani e cinesi sapranno preservare il prezioso legato della nostra amicizia.

Che viva la profonda amicizia tra Cuba e la Cina! (Esclamazioni di: «Viva!»)

Molte grazie! (Applausi).

(Versioni stenografiche del Consiglio di Stato/ GM – Granma Int.)

Notizia del: