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La politica-struttura e il complesso militar-industriale del terzo millennio

Pubblichiamo un capitolo intitolato “La politica-struttura e il complesso militar-industriale del terzo millennio”, del nuovo libro che uscirà a fine gennaio 2020 e il cui titolo è “Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia” scritto da Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

Buona lettura.

 

La politica-struttura e il complesso militar-industriale del terzo millennio.

 

Il complesso militar-industriale costituisce e rappresenta un caso esemplare di politica-struttura, ossia di simbiosi tra la sfera politica e quella economica e di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921).

Coma ha evidenziato di recente in modo lucido e concreto lo studioso russo Ruslan Khubiev, in questa particolare materia “il bilancio della difesa degli Stati Uniti è pubblico solo in termini di cifre totali, mentre i dettagli delle spese sono un segreto di stato. Questa informazione è classificata non solo per il pubblico, ma anche per i membri del Congresso, perciò è quasi impossibile calcolare il grado di efficienza delle enormi cifre che il complesso militare-industriale americano e il suo settore commerciale spendono da decenni.

Nei primi 10 anni di egemonia americana (dal 1991 al 2001) un quarto dell’apparato burocratico di comando e di controllo dell’esercito si era trasformato in un mostro di corruzione. Il giorno prima degli attacchi dell’11 settembre, il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva dichiarato davanti al Congresso che i revisori dei conti militari non erano in grado di determinare dove fosse stato speso il 25% del bilancio americano della difesa. Solo la successiva isteria sulla necessità di “non badare a spese” per la “lotta al terrorismo” aveva fatto passare in secondo piano questo problema.

I secondi dieci anni di egemonia americana (dal 2001 al 2011) erano stati caratterizzati dalla politica delle invasioni americane e, in questa situazione, vi era stato un aumento ancora maggiore del livello di corruzione. Dal rapporto dell’ispettore speciale per la ricostruzione dell’Iraq, Stuart Boven, risulta che il Pentagono aveva acquistato da aziende americane dei normali interruttori elettrici (del valore di 7,5 dollari) al prezzo di 900 dollari cadauno, tubi per fognature a 57 volte il loro effettivo valore e, per un solo contratto di lavaggio uniformi, l’esercito aveva pagato 13 miliardi di dollari.

Tutto questo era stato presentato come spesa per “la ricostruzione dell’Iraq,” mentre, in pratica, il Pentagono aveva regalato assegni maggiorati alle succursali delle multinazionali statunitensi, riciclato fondi neri e legalizzato dollari appena stampati dalla Federal Reserve .

Attualmente, la situazione è ulteriormente peggiorata; la prima audizione esterna del Pentagono, avviata da Trump nel 2018, è miseramente fallita, ma la Commissione ha concluso che l’incapacità del dipartimento di riferire sulle proprie spese non dovrebbe influire sul suo finanziamento, perchè, testuali parole, “un’organizzazione che vale 2,7 trilioni di dollari ha un ruolo troppo importante nel sostegno dell’economia americana.”

Come, ad esempio, se da un sistema di distribuzione idrica che perde, dovendo comunque  far uscire dell’acqua, si preferisse aumentare la pressione del sistema invece di rattoppare i buchi. Sotto Trump, il sistema corrotto del Pentagono è stato nuovamente inondato di denaro, con un aumento del budget ministeriale del 15% dal 2017 al 2019 e del 5% entro il 2020. Non è un caso che il volume delle vendite di armi e servizi per l’esercito da parte delle principali 42 aziende statunitensi sia aumentato nello stesso periodo, arrivando a 226,6 miliardi di dollari nel 2019 e che cinque delle più grandi multinazionali statunitensi abbiano beneficiato del continuo aumento della spesa.

 

Sapendo questo, non sorprende che il Pentagono spenda circa 20 miliardi di dollari l’anno solo per i condizionatori d’aria in Afghanistan e in Iraq, perché, a quanto pare, in un sistema di corruzione generalizzata, si tratta di pagamenti indebiti assolutamente trascurabili.

Il problema chiave del complesso militare-industriale americano, a differenza di quello russo, è lo squilibrio tra gli interessi delle società private e il sistema di distribuzione degli ordinativi. In Russia, i principali appaltatori dell’esercito sono gli uffici di progettazione statale e gli istituti di ricerca, mentre in America questo ruolo viene svolto dalle strutture commerciali.

Di conseguenza, l’obiettivo principale delle aziende nella costruzione dei velivoli F-35 o dei cacciatorpediniere di classe Zumwalt non è renderli conformi ai requisiti tecnici, ma aumentarne i costi e quindi i profitti. Cioè, non assolvere un compito specifico, ma imporre al cliente l’opzione più costosa.

In parole povere, i sistemi d’arma  in Occidente sono progettati al contrario: prima si mettono insieme i sistemi tecnologicamente più recenti, più costosi e non verificati e, solo in un secondo tempo, si inventa per loro un compito da assolvere. Più costoso è il risultato e più tempo ci vuole per padroneggiare una certa tecnologia, meglio è per le aziende manifatturiere. L’unica limitazione sono le loro capacità pubblicitarie e lobbistiche.

Ad esempio la creazione di una nuova struttura della forza spaziale, iniziata nel 2019 negli Stati Uniti, è stata una decisione dovuta non a particolari necessità dell’esercito, ma al lobbismo su larga scala. Le multinazionali volevano semplicemente acquisire un nuovo cliente per “le armi del futuro”.[1]

Affari.

Commesse statali più che lucrose per le multinazionali private.

Soldi e poteri politici statali interconnessi tra loro.

Politica-struttura, dunque.

Il bilancio militare complessivo degli USA risultava pari a 725,4 miliardi di dollari e a circa il 4 percento dell’intero prodotto interno lordo americano. Quindi la sfera politica statunitense controlla anche ai giorni nostri, e sempre a vantaggio delle aziende private e dei politici corrotti, una massa enorme di risorse materiali costituendo un potentissimo complesso militar-industriale (Eisenhower, gennaio 1961), di matrice allo stesso tempo politica ed economica; una forma ipermoderna di simbiosi e collusione, più o meno diretta, tra apparati statali e monopoli privati, un nucleo formidabile di politica-struttura e un’“espressione concentrata dell’economia”, per usare la categoria teorica elaborata dal geniale Lenin ancora nel gennaio del 1921.

 

[1] R. Khubiev, “I motivi per cui il complesso militar-industriale russo è più efficiente di quello americano”, in stalkerzone.org

La politica-struttura e il “keynesismo militare” dal 1947 al 1991

Pubblichiamo un capitolo intitolato “La politica-struttura e il “keynesismo militare” dal 1947 al 1991”, del nuovo libro che uscirà a fine gennaio 2020 e il cui titolo è “Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia” scritto da Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.
Buona lettura.

 

La politica-struttura e il “keynesismo militare” dal 1947 al 1991.

 

La categoria teorica di politica-struttura indica che proprio la sfera politica risulta, almeno in parte, strettamente legata e ben connessa con l’economia e con la “struttura” intesa in senso marxiano, rappresentando quindi una forma superiore di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921).

A sostegno di tale tesi prendiamo in esame l’esperienza concreta degli Stati Uniti, “presunti liberisti” e “presunti antistatalisti”, dal 1945 fino al 1990 attraverso l’esame della genesi del moderno complesso militar-industriale e del cosiddetto “keynesismo militare”.

A tal proposito Giacomo Gabellini ha notato acutamente che “verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne palese agli occhi degli strateghi Usa che le necessità connesse alla conduzione del conflitto avevano assorbito una quota ragguardevolissima della forza lavoro statunitense, e che all’interno di gran parte delle fabbriche operanti in settori civili la produzione era stata orientata a sostegno dello sforzo bellico. Era quindi chiaro che una riconversione dell’economia al tempo di pace avrebbe prodotto un impatto fortissimo sull’occupazione e sull’andamento dell’economia nazionale.

La dimostrazione empirica di ciò la si ebbe nell’immediato dopoguerra, quando la smobilitazione e la contestuale sospensione delle commesse militari fecero aumentare il tasso di disoccupazione del 130% nell’arco di un biennio, deprimendo allo stesso tempo l’indice di produzione dal picco dei 212 punti registrato in corrispondenza del culmine dello sforzo bellico ai 170 punti rilevati del 1948. Nel primo trimestre del 1950, i capitali d’investimento rappresentavano appena l’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre le esportazioni diminuirono del 25% tra il marzo del 1949 e il marzo del 1950. Di fronte al precipitare della situazione, l’amministrazione Truman decise di incaricare alcuni esperti del Dipartimento di Stato di elaborare un piano strategico in grado di rilanciare il Paese.

Le conclusioni a cui il gruppo, guidato dall’ex banchiere della Dillon, Read & Co. Paul H. Nitze, giunte dopo un anno di studio furono condensate nel National Security Council report 68 (Nsc-68), un documento che coniugava le necessità economiche alle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti, individuando in una sorta di “riarmo permanente” la chiave di volta per far ripartire l’economia.

Nell’ottica dei redattori del Nsc-68, la prosperità economica statunitense dipendeva dal mantenimento di quel “keynesismo militare” (espressione coniata dall’economista polacco Michał Kalecki) grazie al quale era stata superata la Grande Depressione: «gli Stati Uniti potrebbero realizzare un aumento sostanziale della produzione e incrementare in tal modo l’assegnazione di risorse allo scopo di accumulare forza economica e militare per sé e per i propri alleati senza subire un calo reale nello standard di vita […]. Con un alto livello di attività economica, gli Usa potrebbero presto ottenere un Pil di 300 miliardi di dollari […]. I progressi in questa direzione avrebbero lo scopo di permettere un accumulo di forza economica e militare degli Stati Uniti e del mondo libero […]. Inoltre, se viene raggiunta una espansione dinamica dell’economia, il necessario accumulo potrebbe essere realizzato senza una diminuzione degli standard di vita, perché le risorse necessarie potrebbero essere ottenute con una parte dell’incremento annuo del Pil».

Ma per convincere l’opinione pubblica a sostenere un simile sforzo occorreva estremizzare il processo di demonizzazione dell’Unione Sovietica, dipingendola come un nemico irriducibile che, «a differenza degli aspiranti all’egemonia del passato […], è animato da un fanatismo profondamente ostile nei nostri confronti […] e dall’ossessione di imporre la sua brutale autorità sul resto del mondo» . Si trattava, in altre parole, di porre fortemente l’accento sulla contrapposizione tra «l’idea di libertà garantita da un sistema di leggi e l’idea di schiavitù imposta dall’oligarchia del Cremlino» . Ciò in ragione del fatto che «la rapida costruzione di un potente apparato politico, economico e militare […] rappresenta l’unica strada coerente con il percorso intrapreso verso il raggiungimento del nostro obiettivo fondamentale. La disarticolazione del disegno del Cremlino richiede che il mondo libero sviluppi un sistema politico-economico efficiente e adotti una vigorosa strategia offensiva contro l’Unione Sovietica. Quest’ultima, di conseguenza, sarà costretta ad innalzare un adeguato scudo militare con cui difendersi».

Oltre a richiedere una risposta di tipo più militare che politico alla presunta minaccia comunista, il Nsc-68 offriva una raffigurazione ancora più irrealistica dell’Unione Sovietica rispetto a quella delineata da George Kennan nei suoi memorandum. L’Urss veniva infatti ritenuta in grado di «invadere l’Europa occidentale con le possibili eccezioni della Scandinavia e della penisola iberica, di dirigersi verso le aree petrolifere del Vicino e Medio Oriente e consolidare le posizioni comuniste in Estremo Oriente; di lanciare sortite aeree contro le isole britanniche e attacchi aeronavali contro le linee di comunicazione delle potenze occidentali nell’Atlantico e nel Pacifico; di attaccare con armi atomiche obiettivi sensibili situati anche in Alaska, Canada e nell’entroterra degli Stati Uniti. In alternativa, tale capacità, combinata ad altre azioni offensive, potrebbe precludere agli alleati la possibilità di impiegare la Gran Bretagna come base effettiva per le proprie operazioni. Allo stesso tempo, è possibile che l’Unione Sovietica si tuteli dalla possibilità che gli alleati perpetrino una operazione anfibia analoga allo sbarco in Normandia rivolta a sospingere l’Armata Rossa all’interno dell’Europa continentale».

Non tennero conto, i redattori del Nsc-68, delle devastazioni patite dall’Urss durante la guerra, né del processo di smobilitazione militare che Mosca stava portando avanti, né del fatto che Stalin avesse duramente represso le compagini trockijste intenzionate ad “esportare la rivoluzione”. L’assistente del Dipartimento del Tesoro Willard Thorp e il revisore del bilancio William Schaub misero infatti in radicale discussione il contenuto allarmistico del documento, sostenendo che il divario militare tra Usa ed Urss stesse allargandosi e non riducendosi e che Mosca stesse destinando una quota crescente degli investimenti alla ricostruzione. Altri misero in rilievo che la messa a punto della bomba atomica rappresentava, dal punto di vista del Cremlino, l’unica via percorribile per attuare quel ribilanciamento strategico necessario a sventare la minaccia di annientamento rappresentata dall’arsenale nucleare Usa e difendere allo stesso tempo le posizioni acquisite a Teheran e Jalta.

Ma nonostante i rilievi critici, l’amministrazione Truman decise, dietro il forte impulso di Acheson ed Harriman, di conformare immediatamente il proprio operato alle direttive esposte nel documento preparato dalla squadra di Nitze. Fu quindi organizzata una gigantesca campagna propagandistica di cui la crociata anti-comunista portata avanti dal senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy costituì punta di lancia. La “caccia alle streghe” condotta da McCarthy con il sostegno del potentissimo direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover andò rapidamente a consolidare, nell’immaginario collettivo Usa, la raffigurazione ingannevole dell’Unione Sovietica come nemico mortale degli Stati Uniti, al punto che ancora oggi, come rileva Sergio Romano, «esiste nella società politica americana un partito trasversale per cui la Russia è sempre un potenziale nemico. E […] questo partito è particolarmente forte nelle due istituzioni (il Dipartimento di Stato e il Pentagono) da cui dipende in ultima analisi la gestione quotidiana della politica estera degli Stati Uniti».

In tali condizioni, il governo non ebbe alcun problema a realizzare il potenziamento dell’apparato bellico raccomandato dal Nsc-68, che nella fattispecie si materializzò sotto forma di aumento delle spese militari dai 13 miliardi di dollari del 1949 ai 60 miliardi del 1953 (un incremento del 400%). Una simile crescita del bilancio della difesa non poteva essere finanziato soltanto tramite un forte aumento delle tasse a carico dei contribuenti. Il presidente John F. Kennedy lo rese noto con grande candore in un discorso del febbraio 1961, durante il quale riconobbe che il deficit della bilancia dei pagamenti Usa era cresciuto di 18,1 miliardi di dollari tra il gennaio del 1951 e la fine del 1960, ma le riserve auree, lungi dal diminuire correlativamente, erano calate da 22,8 a 17,5 miliardi di dollari. Una sproporzione di non poco conto, la cui origine fu puntualmente rilevata da Jacques Rueff, il celebre economista francese e principale consigliere economico del generale Charles De Gaulle: «nel periodo considerato, le banche di emissione dei Paesi creditori avevano creato, come contropartita dei dollari loro dovuti per i deficit statunitensi, le monete nazionali a pagare i titolari di crediti nei confronti degli Stati Uniti, mentre avevano ricollocato circa i due terzi di quegli stessi dollari sul mercato statunitense. In tal modo, tra l’inizio del 1951 e la fine del 1960, avevano aumentato di circa 13 miliardi l’importo delle loro attività estere in dollari. Perciò, a concorrenza di questo importo, il deficit della bilancia dei pagamenti Usa non aveva portato ad alcun regolamento all’estero. Tutto è passato, sul versante monetario, come se non fosse mai esistito».

Ecco spiegato, in parole povere, l‘inghippo che consentì a Truman di sostenere il colossale piano di riarmo necessario a rilanciare l’immagine degli Stati Uniti come “arsenale della democrazia” tratteggiata a suo tempo da Franklin D. Roosevelt senza dissestare le finanze pubbliche. A beneficiarne fu soprattutto una serie di grandi imprese operanti nel settore bellico (essenzialmente Raytheon, General Dynamics, Lockheed Co., Northrop Co., McDonnel-Douglas, United Aircraft, North American Aviation, Ling-Temco-Vought, Boeing e Grumman Aircraft), attorno a cui cominciò a svilupparsi rapidamente un vero e proprio tessuto produttivo composto da centinaia di società minori – attualmente, questo comparto annovera circa 100.000 aziende che impiegano quasi 4 milioni di lavoratori.

L’aspetto più incisivo della vicenda è tuttavia dato dal fatto che la produzione bellica non rappresenta un blocco omogeneo perfettamente distinguibile dal resto delle attività economiche, giacché settori come l’industria elettronica, chimica, automobilistica, informatica e delle telecomunicazioni presentano un carattere per così dire “misto”, sia civile che militare, che rende le varie Ibm, General Electric, AT&T e Monsanto assimilabili o quantomeno integrabili al complesso militar-industriale. Ciò ha concorso a modellare la natura del rapporto instauratosi tra il Pentagono e il complesso militar-industriale; un rapporto che, in nome della necessità di accentrare la direzione strategica dell’apparato tecnico-produttivo, si decise di disciplinare attraverso contratti negoziati anziché mediante offerte di tipo concorrenziale.

A ciò va sommato il fatto che «le maggiori ditte che producono beni militari sono quasi tutte imprese di proprietà privata. Ma il controllo deve essere distinto dalla proprietà. I dirigenti delle società industriali per azioni non possiedono le risorse delle loro ditte; ne hanno solo il controllo. Le ditte dell’industria militare, formalmente private, operano per conto di un cliente unico, senza che ci siano altri clienti potenziali in vista. Questa dipendenza per le vendite rafforza il sistema diretto di controllo della direzione centrale sulle ditte affiliate […]. L’idea del carattere privato delle ditte produttrici di beni militari è una finzione accuratamente intrattenuta che corrisponde ai diritti legali di proprietà, ma non alla realtà del controllo direzionale primario che si esercita a partire dal Pentagono, [tramite anche] la proprietà diretta delle attrezzature produttive essenziali adoperate da alcuni dei maggiori fornitori di prodotti militari» . Non a caso, gli autori del Nsc-68 erano convinti non solo che per conseguire una solida e duratura crescita economica occorresse perpetuare il keynesismo militare adottato in tempo di guerra, ma anche che il sostegno all’industria bellica, incline per sua natura a puntare sull’innovazione, avrebbe assicurato agli Stati Uniti uno sviluppo tecnologico che nessun altro Paese sarebbe stato in grado di eguagliare”.[1]

Denaro e potere politico.

Appalti lucrosi e apparati statali.

Profitti giganteschi per le multinazionali USA e collusione tra grandi imprese, politici e alte gerarchie militari.

La politica-struttura, in altri termini; “l’espressione concentrata dell’economia”.

 

[1] G. Gabellini, “Le origini della Guerra Fredda e la nascita del complesso militar-industriale”, in http://www.sinistrainrete.info

“1776-1787 – LE LOTTE DI CLASSE NEI NEONATI USA”.

Pubblichiamo il contributo di Alessandro Pascale al libro collettivo intitolato “Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia”: il suo saggio ha per titolo “1776-1787 – LE LOTTE DI CLASSE NEI NEONATI USA”.

 

 

1776-1787 – LE LOTTE DI CLASSE NEI NEONATI USA

 

 

Approfondendo la storia meno nota e nobile degli Stati Uniti, si può constatare come i settori economicamente più influenti e potenti abbiano sempre cercato di garantirsi il controllo del potere politico al fine di tutelare i propri interessi. Si possono in tal senso ricordare alcuni episodi significativi.

La Dichiarazione d’Indipendenza degli USA del 1776, redatta principalmente da Jefferson, è un manifesto antifeudale e antimonarchico, che esalta le libertà repubblicane e democratico-borghesi. Nonostante le ripetute flessioni su un giusnaturalismo di stampo “divino”, con Dio garante dei diritti naturali, l’opera appare particolarmente progressiva dato che pone tra tali diritti non la “proprietà”, bensì il «perseguimento della felicità». Ciononostante il documento rivendica significativamente una serie di istanze tipicamente borghesi, tra cui in particolar modo la libertà di commercio, contro ogni forma di limitazione commerciale imposta dagli inglesi.

La proclamazione formale dei diritti naturali e dell’uguaglianza degli uomini non riguarda inoltre né gli schiavi neri né tanto meno gli indiani pellerossa, descritti come «crudeli selvaggi». Nel progetto primitivo redatto da Jefferson, la Dichiarazione conteneva in realtà una decisa condanna della schiavitù e del commercio degli schiavi, «in quanto guerra crudele contro la stessa natura umana», arrivando perfino ad accusare il «tiranno» Giorgio III d’incoraggiare lo schiavismo nelle colonie. È significativo del potere e dell’influenza dell’ala destra reazionaria della borghesia il fatto che

«il paragrafo sulla condanna dello schiavismo venisse cancellato su richiesta dei proprietari di schiavi della Carolina del sud e della Georgia, che posero questa cancellazione come condizione per la loro partecipazione alla guerra contro l’Inghilterra. La loro richiesta fu appoggiata dai mercanti settentrionali e dagli armatori, che traevano profitto dal commercio dei negri. Dopo la fine della guerra d’indipendenza il commercio degli schiavi riprese con forza e nella caccia al guadagno gli schiavisti americani superarono di molto quelli inglesi».

Negli anni della guerra contro gli inglesi la borghesia è tutto sommato costretta a fare molte concessioni alle correnti rivoluzionarie della sinistra whig. Tra le varie misure progressive del periodo si può ricordare il ripristino del suffragio universale maschile (seppur riservato sostanzialmente ai bianchi) che minaccia strutturalmente di indebolire l’influenza politica e di rimettere in discussione l’istituzione della schiavitù, determinante per i profitti di poche migliaia di latifondisti, oltre che per i commercianti del nord-est.

Due fatti squisitamente politici mostrano la consapevolezza della borghesia e della plantocrazia di sottrarre all’ala sinistra dei whigs le leve del potere politico.

Il primo è la rinnovata proposta avanzata da Jefferson nel 1784 di eliminare ovunque lo schiavismo. Essa viene bocciata dal Congresso per un solo voto: una maggioranza assai risicata che testimonia l’incertezza e i fragili equilibri interni del nuovo regime, con un potere economico non totalitario, seppur già rafforzato dalla guerra ed egemone negli indirizzi di politica interna. Certo, la pace con l’Inghilterra è stata siglata da soltanto un anno e molti hanno ancora timore che le ostilità possano riprendere da un momento all’altro, ma è evidente che non pesino solo considerazioni di politica estera e di sicurezza interna nella decisione di molti dei delegati congressuali.

Il secondo punto squisitamente politico riguarda la politica economica da intraprendere nei primi anni di costruzione statale. Se la guerra aveva permesso ad alcuni di arricchirsi, per i più aveva comportato un ingente indebitamento popolare, aggravato dal peso di una fiscalità elevata. A partire dal 1786 in diversi Stati vengono prese misure che consentono l’aumento dell’inflazione per diminuire il peso dei debiti, che hanno come conseguenza indiretta “l’impoverimento relativo” dei ceti più benestanti. Una politica monetaria improntata ad un’elevata inflazione tende infatti a relativizzare i grandi patrimoni, in un contesto di policentrismo produttivo garantito dalla diffusione della piccola proprietà terriera. Siamo ancora ben lungi dai monopoli, in cui i ceti medio-piccoli possono ancora far sentire la propria voce. Laddove le classi borghesi riescono dispongono di una maggiore rappresentanza politica riescono a bloccare tali misure, cercando di far pagare l’aggiustamento dei bilanci alle classi popolari. Ne consegue la rivolta dei farmers, che rivendicano peraltro la necessità di una riforma agraria:

«I farmers poveri, ridotti alla disperazione, decisero allora di prendere le armi. Nell’autunno del 1786 i rivoltosi occuparono gli edifici dei tribunali per bloccare la riscossione dei debiti e delle tasse e per distruggere gli atti di vendita per debiti dei fondi dei farmers. Essi aprirono le porte delle prigioni e liberarono quanti vi languivano per colpa dei loro debiti. Lamentando che la disuguaglianza fosse maggiore che non prima della rivoluzione, essi scacciavano i ricchi dalle loro lussuose dimore e chiedevano la “legge agraria”, cioè una redistribuzione delle terre. Anche i rapporti di proprietà furono considerati da un nuovo punto di vista. “La proprietà degli Stati Uniti – diceva un capo della rivolta – è stata difesa contro la Gran Bretagna dagli sforzi riuniti di tutti; essa deve diventare perciò patrimonio comune; coloro che vi si oppongono sono nemici dell’eguaglianza e devono essere cancellati dalla faccia della terra”».

Leader della protesta è un eroe della guerra di liberazione, il capitano Daniel Shays, alla testa di 15 mila rivoltosi armati che dopo aver occupato alcune cittadine, nello scontro decisivo vengono sconfitti dall’esercito. Per Jefferson la rivolta è una «tempesta purificatrice», ma tale successione di episodi, che minacciano di far degenerare la repubblica verso un’affermazione di diritti sociali sempre più avanzati, conduce la borghesia, spaventata dalla minaccia posta alla proprietà, all’alleanza politica con i grandi latifondisti. Il nuovo blocco sociale si concretizza politicamente a Filadelfia nel 1787, nell’ambito dei lavori della Convenzione costituzionale. In tale sede avviene un vero e proprio colpo di Stato, in quanto viene votata una nuova costituzione senza che l’assemblea ne abbia i poteri:

«La revisione degli Articoli della confederazione [allusione ai contenuti della 1° Costituzione federale del 1777, ndr] senza il previo consenso delle assemblee legislative di tutti i 13 Stati era vietata. Nel decreto del Congresso sulla convocazione di una costituente e nelle istruzioni per i rappresentanti degli Stati era prevista solo l’approvazione di singoli emendamenti alla costituzione in vigore, allo scopo di favorire i rapporti con l’estero e l’allargamento del mercato interno. La Convenzione votò invece, pur non avendone i poteri, una nuova costituzione. I lavori si svolsero nell’atmosfera di reazione formatasi dopo la repressione della rivolta».

È altamente sintomatico che le sedute si svolgano a porte chiuse, senza rappresentanti della sinistra radicale, con la sola eccezione dell’ormai ottantenne Franklin. In cosa consiste la svolta reazionaria, il «carattere conservatore della costituzione»? L’assemblea reintroduce il suffragio censitario, garantendo il diritto di voto a 120 mila cittadini su 3 milioni. Vengono conferiti ampi poteri al governo federale, tanto da rendere i poteri del presidente superiori a quelli del re inglese. Vengono infine fatte concessioni ai proprietari di schiavi:

«L’organo legislativo, il Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti), aveva il potere d’imporre tasse, di disporre delle terre nazionalizzate nel nord-ovest, di mantenere un esercito ed una flotta, di regolamentare il commercio, di coniare monete e di richiedere prestiti all’estero. Al presidente, eletto non in maniera diretta, ma da un collegio di elettori, furono concessi poteri che superavano di gran lunga quelli del re inglese. Egli aveva il diritto di veto sui decreti legislativi, tranne il caso in cui la legge fosse stata approvata dai due terzi dei membri delle due camere. Il presidente era il comandante supremo dell’esercito e della flotta, designava a vita, con successiva ratificazione del Senato, i membri della Corte Suprema, i ministri e gli ambasciatori. Il carattere conservatore della costituzione si rafforzò ulteriormente in seguito, quando la Corte Suprema si attribuì il diritto d’interpretazione della costituzione, cioè il diritto di riconoscere incostituzionale una qualsiasi legge. I redattori della costituzione si erano ispirati all’idea di Montesquieu sulla “divisione e l’equilibrio dei poteri”. Tuttavia essi concessero al presidente, insieme al Senato ed alla Corte Suprema, la supremazia sulla Camera dei rappresentanti, sebbene questa dovesse impersonare la nazione. Il presidente veniva eletto per quattro anni col diritto ad essere rieletto una seconda volta; il Senato veniva rinnovato per un terzo ogni due anni, la Camera dei rappresentanti doveva essere rieletta ogni due anni. Le concessioni fatte ai proprietari di schiavi permisero agli Stati del sud d’inviare al Congresso un numero di rappresentanti proporzionato al numero degli abitanti compresi gli schiavi. In tal modo la cosiddetta “Seconda costituzione”, approvata dalla Convenzione il 17 settembre del 1787, restringeva di fatto la sovranità del popolo, poiché non includeva alcuna determinazione nella garanzia delle libertà democratico-borghesi, sebbene simili garanzie esistessero in tutte le costituzioni degli Stati».

La Costituzione non può entrare in vigore senza la ratifica dei singoli Stati. Solo in cinque di questi la validazione avviene senza problemi. Negli altri otto il dibattito è infuocato e si trasforma in un conflitto politico e giuridico che cela un conflitto di classe. Alla fine essa viene approvata, a fatica, quasi ovunque, e solo al blando prezzo della concessione di un parallelo Bill of rights teso a garantire i diritti civili e statali, al fine di placare una rivolta generalizzata:

«Nei maggiori Stati la costituzione fu ratificata con una maggioranza minima: nella Virginia con 89 voti contro 79, nel Massachusetts con 187 contro 168, nel New York con 30 contro 27. Nel Maryland il popolo con le armi in pugno rivendicò il diritto di tutti di prendere parte alle elezioni della Convenzione. In Pennsylvania, dopo la ratifica della costituzione, i dimostranti diedero alle fiamme il suo testo e raccolsero varie migliaia di firme per una petizione sul rifiuto della costituzione stessa. Il Rhode Island la respinse con un referendum e non prese parte all’elezione del primo Congresso, rientrando nell’unione soltanto nel 1790. A New York il giorno della proclamazione dell’indipendenza, il 4 luglio, il testo della nuova costituzione fu bruciato di fronte ad una numerosa folla. Nella maggior parte degli Stati la costituzione fu ratificata soltanto a condizione che fosse introdotto un Bill of rights. Questo Bill of rights fu approvato e ratificato dal Congresso nel 1789-1791. Esso garantiva la libertà di parola, di stampa, di associazione e personale, affermava il diritto di presentare petizioni e di porto d’armi; introduceva tribunali basati su giurie, e la separazione della Chiesa dallo Stato. Garantiva la sovranità degli Stati e negava l’esercito permanente».

In tal modo le classi economicamente più potenti riescono ad imporre rapporti politici più avanzati a proprio vantaggio, creando un’impalcatura istituzionale tale da rendere assai difficile l’attacco alle proprie sacre proprietà.

Perfino la questione agraria, che era stata a fondamento della mobilitazione politica e patriottica dei farmers, non viene risolta organicamente nell’ambito costituzionale o di una redistribuzione generalizzata al popolo, ma con singoli provvedimenti ad hoc tesi a dividere il movimento contadino e smussarne la pericolosità politica, trattando la questione nell’ambito del diritto borghese, in base al principio per cui la terra non sia un diritto, ma vada comprata. Nel 1785 una legge permette l’acquisto a basso prezzo di grandi appezzamenti dal fondo terriero nazionalizzato. Nel 1787 avviene la nazionalizzazione delle terre nord-occidentali:

«Lenin, nella sua lettera a Skworzow-Stepanov, considerava la nazionalizzazione della terra la base economica della via americana del capitalismo. La mancanza della proprietà privata in una parte degli USA fu in seguito l’elemento che assicurò un vasto e rapido sviluppo del capitalismo, creando le condizioni per l’apparizione della proprietà privata sulla terra su una nuova base, una base capitalistica».

In generale la politica seguita dai primi governi statunitensi tende a eliminare i residui del feudalesimo lasciati dall’amministrazione inglese, con la vistosa eccezione però degli Stati del Sud, in cui la schiavitù resta istituzione tutelata e protetta politicamente fino all’emancipazione proclamata da Lincoln (1863), nell’ambito dello scontro conclusosi con la guerra civile che, in un paese molto più progredito industrialmente, sancisce la definitiva affermazione politica della borghesia moderna, la quale peraltro non esiterà, una volta riuscita a porre propri uomini di fiducia nei vertici istituzionali nel periodo della “ricostruzione”, a fare ampie concessioni allo stesso blocco latifondista del Sud. Si veda ad esempio il ruolo struttural-politico delle leggi segregazioniste, che impediranno nei fatti per un ulteriore secolo l’affermazione dei diritti politici per le masse di colore.[1]

In conclusione possiamo constatare come anche alle origini della storia statunitense sia presente un forte intreccio tra la politica e una struttura economica capitalistica emergente; un intreccio conflittuale e incerto, che pure vede il prevalere delle classi economicamente più potenti, talmente consapevoli dell’importanza strutturale della politica da riuscire ad imporre al popolo statunitense un modello istituzionale tale da garantirsi un sempre maggiore controllo legislativo. La quasi totalità delle lotte partitiche successive verterà non tanto sull’adesione a tale modello, rimasto nei fondamentali intoccabile, quanto piuttosto sulla valutazione di accelerare o rallentare temporaneamente gli interessi e il potere della grande borghesia, la quale già alla metà del XIX secolo favorirà l’avvio di una politica estera di potenza “imperiale” che attraverso varie tappe l’hanno portata ad occupare o ad influenzare in maniera determinante tutti i gangli vitali delle istituzioni politiche statali e i principali indirizzi di politica estera ed economica. Quegli stessi indirizzi che Jefferson nella chiusura della Dichiarazione d’Indipendenza riteneva fondamentali per garantire l’esistenza di uno Stato libero e indipendente: «pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare».

 

Alessandro Pascale

[1]     Fonte primaria per i fatti e le citazioni è Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia Universale, vol. V, Edizioni del Calendario, Milano 1967, cap. XXI, pp. 467-495. Tale scritto è tratto dai lavori preparatori del II volume della collana Storia del socialismo e della lotta di classe, curata da La Città del Sole. Il volume, la cui uscita è prevista per il 2020, è dedicato alla storia degli USA e del relativo impero affermatosi nel XX secolo e tuttora rigoglioso, seppur in relativo declino strutturale.

Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia

Testo integrale della parte del nuovo libro  “Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia” elaborata da Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

 

 

 

 

Lenin, Rockefeller e la politica-struttura

 

La storia pluridecennale della nazione di regola considerata più liberista e antistatalista, e cioè gli Stati Uniti del periodo 1776-1918, serve a supportare concretamente le splendide e geniali tesi leniniste secondo le quali la politica costituisce “l’espressione concentrata dell’economia” (Lenin 1921, “Ancora sui sindacati”) e che quindi di conseguenza, oltre alle sovrastrutture politiche, si riproduce costantemente anche una “politica-struttura”, una politica rinvigorita con dosi massicce di potenza economica e scelte economiche.

In altri termini l’esperienza concreta degli Stati Uniti dei lunghi decenni compresi tra il 1776 e il 1918, durante l’epoca del presunto “liberismo economico” e dei miliardari “creatisi da soli”, quali ad esempio i celebri Vanderbilt e Rockefeller, si dimostra una sorta di pesantissimo stress-test e una verifica empirica particolarmente impegnativa per la sofisticata ma realistica teoria leninista, in questo settore attualmente quasi sconosciuta e quasi mai utilizzata tra i marxisti, relativa all’importanza costituita per la  sfera produttiva e sui rapporti sociali di produzione e distribuzione dalla politica, da intendersi come politica-struttura ed espressione concreta dell’economia.

Rispetto al preliminare processo di definizione teorico, si è già notato come all’interno della specifica categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste, rientrino le teorie, ideologiche e utopie politico-sociali, gli scontri per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali tra stati,  oltre alle lotte costituzionali e quelle aventi per oggetto la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali.

Per quanto riguarda invece il processo di focalizzazione sulle coordinate della politica-struttura, tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e dagli apparati statali sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

È già stato ricordato che, almeno per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx, nel ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale.

La politica-struttura venne intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815.

Politica-struttura valutata dal geniale pensatore di Treviri anche come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia,  oppure come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale, oltre che in qualità di politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale, oltre che a “continente” teorico-pratico che si materializza e si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e negli appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961.

A questo punto si può passare alla verifica e a un particolare stress-test empirico delle tesi in esame utilizzando un ottimo libro del 2002, scritto dal ricercatore statunitense Kevin Phillips e intitolato “Ricchezza e democrazia. Una storia politica del capitalismo americano”: un testo ben documentato e simultaneamente insospettabile sul piano politico visto che, come ha sottolineato anche Michele Salvati nella sua breve introduzione all’eccellente saggio in oggetto, sicuramente “Phillips non è un radicale, non è un populista di sinistra che ce l’ha con i ricchi per partito preso”.[1]

Primo elemento di riscontro concreto per la teoria della politica-struttura: durante la guerra di indipendenza americana contro il colonialismo britannico, a partire dal 1776 gli approvvigionamenti e gli appalti statali di tipo civile e bellico crearono grandi fortune e ricchezze, assieme alla pirateria appoggiata e legittimata dal nascente governo statunitense e attuata con successo dai “predoni-corsari-capitalisti” della costa orientale degli Stati Uniti.

Phillips attesta che “ancora una volta, la finanza di guerra e le responsabilità degli approvvigionamenti diedero i frutti attesi. A Filadelfia, il beneficiario numero uno fu Robert Morris, inizialmente capo della commissione acquisti del Congresso e poi (dal 1781) sovraintendente alle finanze. Tra 1775 e 1777 quasi un quarto degli appalti concessi da Morris andò alla sua stessa ditta, la Willing and Morris; e il suo portafoglio venne ulteriormente gonfiato dalle predazioni, coordinate in gran parte dal suo socio William Bingham, nominato agente principale del Congresso nei Caraibi. Come vedremo, Morris aveva una partecipazione nella Bank of North America, un istituto di credito formalmente privato ma in realtà quasi pubblico. Tali erano le sue vanterie in campo finanziario che Morris si sarebbe potuto ritenere l’uomo più ricco d’America nel biennio 1782-83. Non è affatto da escludere che abbia messo assieme il primo milione prima dell’armatore Derby. Viene ricordato come «il finanziatore della Rivoluzione», ma uno storico afferma che la verità «è esattamente opposta: fu la Rivoluzione a finanziare Morris».

Un altro importante beneficiario della guerra fu William Duer, fornitore principale del commissariato militare di New York. Poi veniva Jeremiah Wadsworth, capo commissariato per il Connecticut, lo «stato degli approvvigionamenti di guerra» dal 1775 al 1779. Gli storici hanno collocato sia Duer sia Wadsworth in un vero e proprio «network degli acquisti», che operava in collusione con l’ufficio di Morris e che sarebbe tornato a collaborarvi nella gestione della finanza postbellica.

Benché le generazioni successive l’abbiano dipinta in modo assai più nobile, la Rivoluzione americana fu un altro grande intreccio di interesse pubblico e profitto privato; e come nelle guerre contro i francesi, la corsareria avrebbe costituito il business più redditizio in assoluto. I sette anni successivi l’autunno 1775 videro salpare, sotto le insegne degli Stati Uniti o di uno dei tredici stati coloniali, quasi duemila vascelli di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, dal bialbero alla fregata”.[2]

Per quanto riguarda invece il secondo livello di controllo dell’“intreccio di interesse pubblico e profitto privato” derivante dalla storia dell’importante città di Boston nel 1783-1813, Phillips rilevò che “l’analisi dei primi registri tributari della città per gli anni 1771, 1780, 1784 e 1790, lo storico delle colonie John Tyler documentò, due secoli dopo, una sostanziale rivoluzione nella composizione della ricchezza bostoniana. Nel 1780 diversi uomini legati alla corsareria e al business delle forniture militari stavano entrando nell’alta società. Nel 1784 erano ormai proiettati verso i massimi livelli. I cinque maggiori contribuenti del 1790 erano, nell’ordine: Thomas Russell, mercante e capitano di nave corsara; John Hancock, mercante, contrabbandiere e capitano di nave corsara; Joseph Barrell, appaltatore di forniture per la flotta francese; Mungo Mackay, distillatore e capitano di nave corsara; e Joseph Russell, mercante e capitano di nave corsara.

Quello di Boston non è certo un caso isolato. Negli anni Novanta del Settecento, i patrimoni derivanti dalla  corsareria e dall’amministra-zione delle finanze governative rappresentavano la principale fonte di ricchezza degli Stati Uniti. Gustavus Myers, in History of the Great American Fortunes, accomunava le fortune derivanti dalla corsareria e le fortune derivanti dall’attività armatoriale perché era impossibile stabilire quanto si guadagnava dalla cattura di un mercantile britannico carico di zucchero nel 1781 e quanto si guadagnava dalla vendita di un carico di caffè, di cotone e di pepe giavanese vent’anni dopo.

Oltre a mostrare un «evidente» sovrapposizione tra la predazione del periodo bellico e la conseguente ricchezza, l’analisi dei primi registri tributari della città di Boston metteva in evidenza il secondo elemento: gli appalti governativi e le ricche forniture di guerra. Thomas Russell, l’uomo più ricco di Boston, era stato anche il fiduciario occulto di Robert Morris, il capo della commissione acquisti del Congresso e l’uomo più ricco di Filadelfia. Joseph Barrell riceveva una provvigione del 5% –  in luigi d’oro (la moneta francese) – sulle forniture acquistate per conto della flotta francese. Altri due super ricchi, posizionati poco al di sotto dei cinque che abbiamo elencato prima, erano Caleb Davis, concessionario di stato per la vendita delle navi catturate e rappresentante su Boston del ministero continentale della Guerra, e John Bradford, concessionario delle prede per la marina continentale. Nathan Appleton, che sarebbe stato uno dei protagonisti dell’industria tessile del Massachusetts, nel 1813 «doveva gran parte della sua ascesa economica e sociale al ruolo di funzionario continentale dei prestiti per il Massachusetts». In sostanza, «gli appalti governativi offrivano un accesso ancora più sicuro alla ricchezza di quanto non facesse la corsareria».[3]

Quindi “appalti governativi” per e nei “liberisti” Stati Uniti del 1776-1815

Terzo test: proprio la guerra di Secessione, che oppose dal 1861 al 1865 il “libero” nord capitalista al sud schiavista degli Stati Uniti, “oltre a costituire un significativo spartiacque economico “fu anche un grande incubatore di imprese e imprenditori. Un gran numero di finanzieri e di imprenditori saliti alla ribalta alla fine del XIX secolo (J.P. Morgan, John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, Jay Gould, Marshall Field, Philip Armour, Collis Huntington, e molti altri notabili del business ferroviario) erano giovani benestanti del Nord che avevano evitato il servizio militare, quasi sempre pagando dei sostituti, e avevano utilizzato la guerra per muovere i principali passi sulla scala delle loro future ricchezze. Quasi tutte le fortune già consolidate ebbero ulteriore impulso. Quella di Vanderbilt, già stimata in 15 milioni di dollari nel 1861, aumentò di cinque volte durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo, soprattutto grazie ai profitti delle ferrovie; e nel 1877, quando l’audace commodoro morì, valeva l’incredibile somma di 105 milioni di dollari. Ma l’effetto incubazione era ancora più importante”.[4]

Morga, Rockefeller, ecc. avevano dunque “utilizzato la guerra” per creare le basi fondamentali “delle loro future ricchezze”: ancora una volta, viva il “liberismo” statunitense.

Ma non solo: nel 1870, e quindi ancora prima dello scoppio della guerra civile americana, “si contavano a New York City un centinaio di milionari. Alla fine della guerra il loro numero era triplicato. Nel 1863 l’1% dei più ricchi abitanti di Manhattan (seicento famiglie), ingrassato dalla presenza dei nuovi ricchi, deteneva il 61% della ricchezza cittadina, contro il 40% del 1845. I componenti di quella «aristocrazia trasandata» erano particolarmente inclini a circondarsi di servitori in livrea e pasteggiare presso il lussuoso ristorante Delmonico’s, dove il piatto più richiesto era l’anatra farcita ai tartufi. Uno storico ha calcolato che quasi metà del miliardo di dollari intascato dagli appaltatori privati tra 1861 e 1865 andò in profitti. Le espressioni di biasimo di Lincoln richiamavano da vicino le invettive contro i profittatori di guerra pronunciate da Washington ottant’anni prima”.[5]

La quinta verifica empirica è sempre relativa agli Stati Uniti ma avendo per oggetto il periodo “pacifico” del 1865-1888 e il gigantesco processo di accumulazione di ricchezza da parte delle compagnie ferroviarie private (Vanderbilt, ecc.), supportate in ogni modo dagli apparati statali e dai diversi centri concentrici del potere politico americano per lunghi decenni sia attraverso finanziamenti pubblici che enormi concessioni di terre demaniali, come nel celebre caso del Pacific Railroad Act del 1862.

Infatti a partire dal 1860-64 “le compagnie ferroviarie divennero così i primi Golia del sistema economico americano, impossessandosi dei parlamenti e comprando i giudici con la stessa leggerezza con cui attraversavano i fiumi e by-passavano le città e le contee non disposte a «collaborare». La «guerra» scoppiata nel 1869 tra Cornelius Vanderbilt e Jay Gould per il controllo della Erie Railroad, nello stato di New York, si combatté senza esclusione di colpi: giudici corrotti, parlamenti comprati e decine di milioni di dollari in gioco, una posta straordinaria per un’epoca in cui la più grande azienda industriale aveva una capitalizzazione di 1-2 milioni di dollari. A inizio anni Settanta dell’Ottocento, il saccheggio della Union Pacific Railroad attraverso la holding Credit Mobilier fu ancora più redditizio: il gruppo di controllo, guidato dal parlamentare del Massachusetts Oakes Ames, avrebbe intascato 44 milioni di dollari. I profitti derivanti dalla speculazione sulle ferrovie dello stato di New York fecero di Vanderbilt il primo americano che oltrepassò la soglia dei 100 milioni di dollari di patrimonio: era la metà degli anni Settanta.

Fino ai gloriosi anni Sessanta, con le ricche opportunità offerte dalle ferrovie (il panorama andava dai finanziamenti ai profitti senza precedenti, derivanti dalle generose concessioni governative e dalle ripetute emissioni azionarie, ai noli da estorsione e alle astuzie del mercato azionario), i 20 milioni di dollari attribuiti ad Astor nel 1848 costituivano il record assoluto della ricchezza.

È difficile esagerare il peso e l’influenza delle ferrovie. Non più tardi del 1880, come abbiamo visto, 17 compagnie ferroviarie capitalizza-vano almeno 15 milioni di dollari, mentre una sola azienda industriale (la Carnegie Steel) ne capitalizzava almeno 5”.[6]

Passando infine allo stress-test della prima guerra mondiale, vista e vissuta (felicemente) dal punto di vista della politica borghese e del mondo degli affari degli Stati Uniti, per i diciotto mesi e quel sanguinoso biennio 1917-18 che vide l’intervento diretto di Washington nella Grande Guerra Phillips è stato costretto a evidenziare un clamoroso processo di accumulazione capitalista creato mediante soldi pubblici e statali, ammettendo che “l’indice dei titoli di nove aziende specializzate nelle forniture militari aumentò del 311% in diciotto mesi. Stuart Brandes, nella sua ricostruzione storica dei profitti di guerra degli Stati Uniti, parla di profitti volatili e «di giorni convulsi, a Wall Street e nelle borse merci regionali, in cui si fecero delle fortune e talvolta si persero delle fortune. Gli speculatori più abili e fortunati vennero chiamati, se uomini, “warhogs” (porci di guerra), e, se donne, “warsows” (scrofe di guerra)”.

I riformatori sostenevano che la guerra stesse per ristabilire le fortune dei capitalisti che l’era progressista aveva messo sulla difensiva, e gli studiosi che se ne occuparono successivamente catalogarono alcuni esempi clamorosi: più di un miliardo di dollari speso per un aereo da combattimento che non venne mai realizzato, e via dicendo. L’indignazione popolare si attenuò progressivamente insieme ai ricordi di guerra, ma riaffiorò quando il crac del 1929 riportò sotto i riflettori il comportamento delle banche e delle grandi aziende. Nel 1935 la popolare rivista «American Mercury» collocava la guerra al quarto posto tra le «ruberie della repubblica». L’espressione «mercanti di morte» entrò a far parte del lessico comune”.[7]

Dato che gli esempi concreti contenuti nel periodo 1776-1918 potrebbero essere moltiplicati a piacere a partire dalla politica fiscale, per non parlare poi del secolo seguente caratterizzato da quella “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite” made in Washington che ha visto finora l’apice nel 2007-2009 con i salvataggi per mano statale dell’intero sistema bancario statunitense, costati migliaia di miliardi di dollari ai contribuenti del paese, crediamo che lo stress-test di matrice americana sopraesposto dimostra anche nel caso limite dei presunti “liberisti-antistatalisti” USA del 1776-1918 la stretta simbiosi, il “tandem” (Salvati) e l’interconnessione dialettica tra politica e affari, tra apparati statali e processi di accumulazione accelerata del capitalismo USA, tra potenza economica e potere politico nella formazione statale americana, confermando dunque la teoria leninista riguardo a una sfera politica da intendersi sia come espressione dell’economia sia come politica-struttura, almeno in un segmento e in una parte molto consistente della sua espressione complessiva e della sua concreta dinamica globale.

Di fronte alla limpida evidenza empirica persino un riformista moderato ma onesto come Michele Salvati ha riconosciuto, nella sua prefazione del 2005 al libro di Phillips, che “molto spesso i ricchi e i politici hanno lavorato in tandem per creare e perpetuare situazioni di privilegio, talora a scapito dell’interesse nazionale, quasi sempre a scapito dei ceti meno prosperi”.

Meno male che il marxismo e il leninismo, fase superiore di sviluppo creativo del primo, ormai erano “superati e invecchiati” …

 

 

 

La “leva di Wallerstein”

 

Un’altra verifica e un ulteriore stress-test riguardo alla teoria della politica-struttura e del fatto che una sezione della sfera politica si rivela costantemente “espressione concentrata dell’economia” consiste nell’esperienza concreta e plurisecolare del capitalismo, la quale dimostra instancabilmente come proprio a fini economici e materiali di classe “il controllo del potere statale (o la sua conquista, quando era necessario) sia stato l’obiettivo strategico fondamentale di tutti i principali attori nella scena politica, lungo l’intero arco del capitalismo” (Wallerstein).[8]

Perché dunque risulta così importante, anche nelle formazioni economico-sociali capitalistiche contemporanee, “occupare” e controllare i gangli fondamentali del potere politico e degli apparati statali?

Perché impossessandosi totalmente/parzialmente dei diversi organi dell’apparato statale, in modo più o meno completo i nuclei politici vittoriosi escludono gli antagonisti dall’accesso al potere direzionale, di controllo e repressivo delle loro formazioni statali, potendo pertanto decidere sugli affari comuni della società in un senso sfavorevole agli interessi politico-materiali dei propri avversari/antagonisti e dei loro mandanti sociali, garantendosi allo stesso tempo una favorevole riproduzione materiale della loro esistenza come soggetto politico e – soprattutto – producendo scelte di priorità almeno particolarmente a vantaggio dei loro più diretti referenti sociali.

Una prima conferma “in negativo” della sovraesposta “teoria dell’occupazione” viene dall’esperienza plurimillenaria vissuta dall’élite economica del popolo ebraico e in particolare dalla sua profonda e costante vulnerabilità, in assenza forzata fino al 1947 di un suo controllo (almeno parziale) sui centri decisivi del potere politico e degli apparati statali delle nazioni nelle quali operava.

«In diversi periodi, nell’antichità, nei secoli bui e nell’Alto Medioevo, nel XVI secolo, gli ebrei avevano avuto commercianti e imprenditori brillanti, spesso di grande successo, ma il potere economico ebraico era estremamente vulnerabile, con ben scarsa tutela sul piano legale. Sia nella cristianità sia nell’islam i patrimoni degli ebrei erano esposti a sequestro arbitrario da un momento all’altro. Si potrebbe dire che l’assalto nazista alle attività ebraiche, tra il 1933 ed il 1939, o le confische di proprietà ebraiche da parte degli stati arabi negli anni 1948-50, sono stati soltanto gli ultimi più radicali di questi attacchi economici contro gli ebrei.»[9]

Il filosionista P. Johnson, ostile ai sacrosanti diritti del popolo palestinese, almeno ha intuito quasi per caso la reale importanza (economica) del controllo diretto-indiretto degli apparati statali per ogni classe e frazione di classe sfruttatrice: ma anche nella nostra epoca post-moderna vi sono innumerevoli segnali in questa direzione, a partire dalla vittoria nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2000 e del 2004 del repubblicano G. W. Bush.

Anche se la differenza reale tra i programmi di quest’ultimo e quelli dei democratici A. Gore e Kerry era inesistente su nodi politici centrali, quali la difesa a oltranza del sistema capitalistico americano o la priorità assoluta attribuita da tutti gli interessati alle esigenze planetarie dell’imperialismo statunitense, il successo riportato dal rampollo della dinastia Bush sui suoi rivali ha consentito per una certa fase la quasi completa affermazione della sfera dei bisogni e dell’opzione politico-materiale di alcune frazioni del monopolio statunitense operanti nel settore energetico e degli armamenti, tanto da consentire allo scrittore statunitense G. Vidal di affermare che “l’ex presidente Bush Senior rappresenta il Carlyle Group: petrolio. L’attuale presidente, George W. Bush, rappresenta la Harken Oil, che ha legami con l’Arabia Saudita. La bellissima Condoleeza Rice è stata per dieci anni una dirigente della Chevron: petrolio. Il ministro della Difesa Rumsfield, Occidental Oil: petrolio. Questi sono i grandi rappresentanti del governo” (Manifesto, dicembre 2002).

Detto in altri termini, tra il 2001 ed il 2008 i mandatari politici delle grandi multinazionali petrolifere e del complesso militare-industriale del paese hanno occupato le posizioni centrali della stanza dei bottoni di Washington, spostando con più decisione che in passato il baricentro politico dell’imperialismo USA a sostegno di posizioni iperaggressive rispetto ad aree “calde” ed importanti del pianeta quali l’Asia centrale, il Golfo Persico e l’Europa orientale, dando vita ed alimento alle guerre scatenate contro l’Afghanistan e l’Iraq nel periodo compreso tra il 2001 e il 2003 ed ottenendo dal loro successo politico enormi dividendi materiali per i loro diretti mandanti sociali: ad esempio la Lockeed Martin ha visto aumentare le sue vendite di armi al Pentagono più del 30% nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2004.[10]

In modo sostanzialmente corretto Norman Birnbaum, docente all’Università di Georgetown di Washington, ha focalizzato l’attenzione sul cardine centrale dell’ideologia e della pratica politica di G. W. Bush e del suo clan, in cui la distinzione tra politica ed affari sostanzialmente svanisce, anche sotto l’aspetto formale e propagandistico.

«I democratici ridono del suo nepotismo, l’accusano di considerare la politica un business. Ma, in realtà, il giovane Bush ha capito un aspetto fondamentale del capitalismo: la sottomissione della sfera pubblica al mercato. I suoi soci in affari, esattamente come suo padre, sono presenti nel commercio delle armi, nei servizi finanziari, della petrolchimica e dell’alta tecnologia. E i loro rappresentanti sono stati quindi piazzati alla testa delle istituzioni e dei dipartimenti federali».[11]

Bush padre, Bush figlio, Silvio Berlusconi e Donald Trump costituiscono del resto quattro esempi concretissimi e ipermoderni di controllo e occupazione, diretta e plateale, del potere politico da parte di grandi miliardari e di sezioni, più o meno consistenti, dell’alta borghesia occidentale legate e connesse al quartetto in oggetto, il quale ha compreso perfettamente il ruolo giocato dalla “leva di Wallerstein”.

L’importanza di avere propri uomini e propri amici, ben “piazzati” nei gangli centrali degli apparati statali, risulta del resto perfettamente conosciuta dalla borghesia e si è manifestata chiaramente anche nei frequenti scontri creatisi tra i monopoli della stessa nazione o di diversa provenienza statale, lotte che hanno spesso segnato nell’ultimo secolo i processi economici all’interno delle metropoli del capitalismo di stato post-moderno e contemporaneo. Quando l’economista S. Cingolani ha analizzato minuziosamente le “guerre dei mercati” e le alleanze che hanno contraddistinto la storia delle multinazionali mondiali del settore dell’auto, dell’elettronica, delle finanze e dell’energia, dell’aviazione e dell’alimentazione a partire dall’inizio della seconda guerra mondiale e fino al 2000, sintetizzando i risultati complessivi del suo lavoro lo studioso italiano ha espresso un’interessante valutazione sul ruolo determinante giocato dalla sfera politica nelle guerre di mercato, con particolare riferimento al ventennio 1980-2000.

«Nel ventennio in cui lo stato ha mollato il ruolo di produttore di ricchezza, ha ridimensionato la sua funzione redistributrice (soprattutto di fronte all’esplodere dei mercati finanziari), ma molto spesso ha rinunciato anche a scendere in campo come arbitro, si sono verificate pesanti intromissioni dei governi nelle guerre di mercato per sostenere imprese (è avvenuto nella battaglia Boeing-Airbus) o interessi di gruppi organizzati (come i contadini in Europa e i produttori di auto negli Stati Uniti), operare salvataggi non tutti economicamente giustificati (l’acciaio in Europa, la Chrysler e le casse di risparmio negli USA). In modo diretto e indiretto il potere politico è sempre rimasto attivo, come abbiamo visto. Persino la Coca-Cola deve il suo primato al sostegno ottenuto dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale. Il dibattito sul ruolo del pubblico contrapposto al privato, dunque, dovrebbe tenere presente molto di più il concreto svolgimento del conflitto concorrenziale».[12]

Il ruolo del settore pubblico ha esercitato un enorme peso sia nel caso politico-giudiziario che ha coinvolto la Microsoft di Bill Gates nel 1997-2001 che nel processo di sostegno finanziario statale costantemente offerto, per decenni, al monopolio torinese della FIAT, passando negli ultimi decenni dalla vendita-regalo dell’Alfa Romeo fino agli aiuti economici forniti dai governi Prodi e Berlusconi alla famiglia Agnelli per “contrastare la concorrenza internazionale”: gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare proprio partendo dall’area italiana, visto che un certo Silvio Berlusconi è sicuramente a conoscenza da molti decenni del ruolo decisivo svolto dalla sfera politico-sociale nell’assicurare il successo/insuccesso economico di certi capitalisti, di determinati monopoli e di particolari tendenze politico-sociali della borghesia monopolistica, rispetto ai loro concorrenti economici ed avversari politici.

Un’ulteriore massa di prove empiriche a sostegno dell’importanza assunta ancora oggi, proprio nell’era post-moderna, dai processi di occupazione – totale/parziale – degli apparati statali e della sfera politica da parte delle diverse frazioni che compongono l’insieme dei gruppi sociali privilegiati proviene dalle concrete esperienze moderne e post moderne vissute da tutte quelle potenti “minoranze economicamente dominanti” nei loro stati di appartenenza, abitati in larga maggioranza da popolazioni di etnia/religione/lingua diversa dalla loro, le quali risultano di regola particolarmente vulnerabili ad attacchi politico-economici da parte dei loro concittadini, ivi comprese le lobby economiche più ricche e potenti di questi ultimi.

La studiosa americana Amy Choua ha notato correttamente che, tra il 1945 ed il 2002, «in tutti i paesi del Sud e del Sud-Est asiatico, dell’Africa, dei Caraibi e delle Indie occidentali, in quasi tutta l’America Latina e in alcune zone dell’Europa orientale e della ex Unione Sovietica, il libero mercato ha determinato una rapida accumulazione di ricchezze, tanto consistenti da risultare spesso sconvolgenti, nelle mani di una minoranza etnica “estranea” o “alloctona”»: secondo Choua tali minoranze dominanti sul piano economico si distinguono sia «per le loro origini, per il colore della pelle, per la religione, per la lingua o per legami di sangue dalle masse impoverite o dalle altre sezioni dei ceti benestanti che li circondano e che li considerano appartenenti a una diversa etnia o a un gruppo differente», che per il loro interesse vitale al mantenimento/acquisizione di un grado sufficiente di controllo sulla sfera politica e gli apparati statali.

Sempre secondo la studiosa «il dato di fondo è questo: la democrazia» (di matrice occidentale e liberal parlamentare) «può risultare avversa agli interessi delle minoranze economicamente dominanti. Gli indiani del Kenya e i bianchi del Sudafrica, dello Zimbabwe e degli Stati Uniti del Sud che per generazioni hanno opposto resistenza alla democratizzazione avevano ottime ragioni per farlo: le minoranze economicamente dominanti non aspirano mai alla democrazia, almeno non quando rischiano che il loro destino sia deciso da un vero governo di maggioranza.

Alcuni lettori solleveranno di certo molte obiezioni. Spesso sembra che diverse minoranze economicamente dominanti – i cinesi in Malaysia, tanto per fare un esempio, o gli ebrei in Russia e gli statunitensi in tutto il mondo – rappresentino i più accesi fautori della democrazia. Ma il concetto di “democrazia” è notoriamente controverso, e il suo significato varia secondo l’uso.

Quando una minoranza imprenditoriale ma politicamente vulnerabile, come i cinesi del Sud-Est asiatico, gli indiani dell’Africa orientale o gli ebrei russi, auspica la democrazia, quello che ha in mente è un sistema costituzionale di garanzia dei diritti umani e di tutela della proprietà delle minoranze. In altri termini, quando questi gruppi “estranei” rivendicano la democrazia, richiedono una protezione dalla “tirannia della maggioranza”.»

In altre parole, tali “gruppi estranei” richiedono almeno un controllo parziale sulla politica economica degli stati in cui operano, ed un’occupazione parziale del potere politico.

«In modo analogo, quando le élite di sangue europeo della Bolivia, dell’Ecuador o del Venezuela parlano di democratizzazione, fanno invariabilmente riferimento allo “Stato di diritto”. Ciò che di sicuro queste élite non vogliono dalla democrazia è che il diritto di proprietà e la politica economica finiscano improvvisamente nelle mani della maggioranza di sangue indio del paese, impoverita e scarsamente istruita. (Ne siano testimonianza l’orrore provato dall’élite venezuelana quando il leader populista Hugo Chavez è asceso al potere e i conseguenti tentativi di spodestarlo)».[13]

Tirando le conclusioni, ha acquisito un valore generale per tutte le società classiste (asiatiche, schiavistiche, ecc.) la tesi espressa dallo storico I. Wallerstein in riferimento al rapporto continuamente riprodottosi, negli ultimi secoli, tra potere politico ed interessi di classe/frazioni di classe della borghesia.

«In che modo la gente, i gruppi di persone hanno condotto le loro politiche nel capitalismo storico? La politica consiste nel cambiare i rapporti di potere in una direzione più favorevole agli interessi di qualcuno, e nel riorientare per conseguenza i processi sociali. Perseguirla con successo vuole dire trovare leve per il cambiamento che consentano il massimo vantaggio con il minimo sforzo… Non è un caso, perciò, che il controllo del potere statale (o la sua conquista, quando era necessario) sia stato l’obiettivo strategico fondamentale di tutti i principali attori nella scena politica, lungo l’intero arco del capitalismo moderno».[14]

“Controllo del potere statale” come “obiettivo strategico”, per “conseguire il massimo vantaggio” (economico, materiale) con “il minimo sforzo”: la “leva di Wallerstein” illumina la profonda matrice e il pesante ruolo socioproduttivo svolto dalla sfera politica borghese nell’ultimo millennio.

 

 

 

 

 

La politica-struttura e il “keynesismo militare”, dal 1947 al 1991.

La categoria teorica di politica-struttura indica che proprio la sfera politica risulta, almeno in parte, strettamente legata e ben connessa con l’economia e quindi con la “struttura”, intesa in senso marxiano, rappresentando dunque una forma superiore di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921).

A sostegno di tale tesi prendiamo in esame l’esperienza concreta degli Stati Uniti, “presunti liberisti” e “presunti antistatalisti”, dal 1945 fino al 1990 attraverso l’esame della genesi del moderno complesso militar-industriale e del cosiddetto “keynesismo militare”, vera e propria simbiosi tra sfera politica, militare e grande impresa privata.

A tal proposito Giacomo Gabellini ha notato acutamente che “verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne palese agli occhi degli strateghi Usa che le necessità connesse alla conduzione del conflitto avevano assorbito una quota ragguardevolissima della forza lavoro statunitense, e che all’interno di gran parte delle fabbriche operanti in settori civili la produzione era stata orientata a sostegno dello sforzo bellico. Era quindi chiaro che una riconversione dell’economia al tempo di pace avrebbe prodotto un impatto fortissimo sull’occupazione e sull’andamento dell’economia nazionale.

La dimostrazione empirica di ciò la si ebbe nell’immediato dopoguerra, quando la smobilitazione e la contestuale sospensione delle commesse militari fecero aumentare il tasso di disoccupazione del 130% nell’arco di un biennio, deprimendo allo stesso tempo l’indice di produzione dal picco dei 212 punti registrato in corrispondenza del culmine dello sforzo bellico ai 170 punti rilevati del 1948. Nel primo trimestre del 1950, i capitali d’investimento rappresentavano appena l’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre le esportazioni diminuirono del 25% tra il marzo del 1949 e il marzo del 1950. Di fronte al precipitare della situazione, l’amministrazione Truman decise di incaricare alcuni esperti del Dipartimento di Stato di elaborare un piano strategico in grado di rilanciare il Paese.

Le conclusioni a cui il gruppo, guidato dall’ex banchiere della Dillon, Read & Co. Paul H. Nitze, giunte dopo un anno di studio furono condensate nel National Security Council report 68 (Nsc-68), un documento che coniugava le necessità economiche alle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti, individuando in una sorta di “riarmo permanente” la chiave di volta per far ripartire l’economia.

Nell’ottica dei redattori del Nsc-68, la prosperità economica statunitense dipendeva dal mantenimento di quel “keynesismo militare” (espressione coniata dall’economista polacco Michał Kalecki) grazie al quale era stata superata la Grande Depressione: «gli Stati Uniti potrebbero realizzare un aumento sostanziale della produzione e incrementare in tal modo l’assegnazione di risorse allo scopo di accumulare forza economica e militare per sé e per i propri alleati senza subire un calo reale nello standard di vita […]. Con un alto livello di attività economica, gli Usa potrebbero presto ottenere un Pil di 300 miliardi di dollari […]. I progressi in questa direzione avrebbero lo scopo di permettere un accumulo di forza economica e militare degli Stati Uniti e del mondo libero […]. Inoltre, se viene raggiunta una espansione dinamica dell’economia, il necessario accumulo potrebbe essere realizzato senza una diminuzione degli standard di vita, perché le risorse necessarie potrebbero essere ottenute con una parte dell’incremento annuo del Pil».

Ma per convincere l’opinione pubblica a sostenere un simile sforzo occorreva estremizzare il processo di demonizzazione dell’Unione Sovietica, dipingendola come un nemico irriducibile che, «a differenza degli aspiranti all’egemonia del passato […], è animato da un fanatismo profondamente ostile nei nostri confronti […] e dall’ossessione di imporre la sua brutale autorità sul resto del mondo» . Si trattava, in altre parole, di porre fortemente l’accento sulla contrapposizione tra «l’idea di libertà garantita da un sistema di leggi e l’idea di schiavitù imposta dall’oligarchia del Cremlino» . Ciò in ragione del fatto che «la rapida costruzione di un potente apparato politico, economico e militare […] rappresenta l’unica strada coerente con il percorso intrapreso verso il raggiungimento del nostro obiettivo fondamentale. La disarticolazione del disegno del Cremlino richiede che il mondo libero sviluppi un sistema politico-economico efficiente e adotti una vigorosa strategia offensiva contro l’Unione Sovietica. Quest’ultima, di conseguenza, sarà costretta ad innalzare un adeguato scudo militare con cui difendersi».

Oltre a richiedere una risposta di tipo più militare che politico alla presunta minaccia comunista, il Nsc-68 offriva una raffigurazione ancora più irrealistica dell’Unione Sovietica rispetto a quella delineata da George Kennan nei suoi memorandum. L’Urss veniva infatti ritenuta in grado di «invadere l’Europa occidentale con le possibili eccezioni della Scandinavia e della penisola iberica, di dirigersi verso le aree petrolifere del Vicino e Medio Oriente e consolidare le posizioni comuniste in Estremo Oriente; di lanciare sortite aeree contro le isole britanniche e attacchi aeronavali contro le linee di comunicazione delle potenze occidentali nell’Atlantico e nel Pacifico; di attaccare con armi atomiche obiettivi sensibili situati anche in Alaska, Canada e nell’entroterra degli Stati Uniti. In alternativa, tale capacità, combinata ad altre azioni offensive, potrebbe precludere agli alleati la possibilità di impiegare la Gran Bretagna come base effettiva per le proprie operazioni. Allo stesso tempo, è possibile che l’Unione Sovietica si tuteli dalla possibilità che gli alleati perpetrino una operazione anfibia analoga allo sbarco in Normandia rivolta a sospingere l’Armata Rossa all’interno dell’Europa continentale».

Non tennero conto, i redattori del Nsc-68, delle devastazioni patite dall’Urss durante la guerra, né del processo di smobilitazione militare che Mosca stava portando avanti, né del fatto che Stalin avesse duramente represso le compagini trockijste intenzionate ad “esportare la rivoluzione”. L’assistente del Dipartimento del Tesoro Willard Thorp e il revisore del bilancio William Schaub misero infatti in radicale discussione il contenuto allarmistico del documento, sostenendo che il divario militare tra Usa ed Urss stesse allargandosi e non riducendosi e che Mosca stesse destinando una quota crescente degli investimenti alla ricostruzione. Altri misero in rilievo che la messa a punto della bomba atomica rappresentava, dal punto di vista del Cremlino, l’unica via percorribile per attuare quel ribilanciamento strategico necessario a sventare la minaccia di annientamento rappresentata dall’arsenale nucleare Usa e difendere allo stesso tempo le posizioni acquisite a Teheran e Jalta.

Ma nonostante i rilievi critici, l’amministrazione Truman decise, dietro il forte impulso di Acheson ed Harriman, di conformare immediatamente il proprio operato alle direttive esposte nel documento preparato dalla squadra di Nitze. Fu quindi organizzata una gigantesca campagna propagandistica di cui la crociata anti-comunista portata avanti dal senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy costituì punta di lancia. La “caccia alle streghe” condotta da McCarthy con il sostegno del potentissimo direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover andò rapidamente a consolidare, nell’immaginario collettivo Usa, la raffigurazione ingannevole dell’Unione Sovietica come nemico mortale degli Stati Uniti, al punto che ancora oggi, come rileva Sergio Romano, «esiste nella società politica americana un partito trasversale per cui la Russia è sempre un potenziale nemico. E […] questo partito è particolarmente forte nelle due istituzioni (il Dipartimento di Stato e il Pentagono) da cui dipende in ultima analisi la gestione quotidiana della politica estera degli Stati Uniti».

In tali condizioni, il governo non ebbe alcun problema a realizzare il potenziamento dell’apparato bellico raccomandato dal Nsc-68, che nella fattispecie si materializzò sotto forma di aumento delle spese militari dai 13 miliardi di dollari del 1949 ai 60 miliardi del 1953 (un incremento del 400%). Una simile crescita del bilancio della difesa non poteva essere finanziato soltanto tramite un forte aumento delle tasse a carico dei contribuenti. Il presidente John F. Kennedy lo rese noto con grande candore in un discorso del febbraio 1961, durante il quale riconobbe che il deficit della bilancia dei pagamenti Usa era cresciuto di 18,1 miliardi di dollari tra il gennaio del 1951 e la fine del 1960, ma le riserve auree, lungi dal diminuire correlativamente, erano calate da 22,8 a 17,5 miliardi di dollari. Una sproporzione di non poco conto, la cui origine fu puntualmente rilevata da Jacques Rueff, il celebre economista francese e principale consigliere economico del generale Charles De Gaulle: «nel periodo considerato, le banche di emissione dei Paesi creditori avevano creato, come contropartita dei dollari loro dovuti per i deficit statunitensi, le monete nazionali a pagare i titolari di crediti nei confronti degli Stati Uniti, mentre avevano ricollocato circa i due terzi di quegli stessi dollari sul mercato statunitense. In tal modo, tra l’inizio del 1951 e la fine del 1960, avevano aumentato di circa 13 miliardi l’importo delle loro attività estere in dollari. Perciò, a concorrenza di questo importo, il deficit della bilancia dei pagamenti Usa non aveva portato ad alcun regolamento all’estero. Tutto è passato, sul versante monetario, come se non fosse mai esistito».

Ecco spiegato, in parole povere, l‘inghippo che consentì a Truman di sostenere il colossale piano di riarmo necessario a rilanciare l’immagine degli Stati Uniti come “arsenale della democrazia” tratteggiata a suo tempo da Franklin D. Roosevelt senza dissestare le finanze pubbliche. A beneficiarne fu soprattutto una serie di grandi imprese operanti nel settore bellico (essenzialmente Raytheon, General Dynamics, Lockheed Co., Northrop Co., McDonnel-Douglas, United Aircraft, North American Aviation, Ling-Temco-Vought, Boeing e Grumman Aircraft), attorno a cui cominciò a svilupparsi rapidamente un vero e proprio tessuto produttivo composto da centinaia di società minori – attualmente, questo comparto annovera circa 100.000 aziende che impiegano quasi 4 milioni di lavoratori.

L’aspetto più incisivo della vicenda è tuttavia dato dal fatto che la produzione bellica non rappresenta un blocco omogeneo perfettamente distinguibile dal resto delle attività economiche, giacché settori come l’industria elettronica, chimica, automobilistica, informatica e delle telecomunicazioni presentano un carattere per così dire “misto”, sia civile che militare, che rende le varie Ibm, General Electric, AT&T e Monsanto assimilabili o quantomeno integrabili al complesso militar-industriale. Ciò ha concorso a modellare la natura del rapporto instauratosi tra il Pentagono e il complesso militar-industriale; un rapporto che, in nome della necessità di accentrare la direzione strategica dell’apparato tecnico-produttivo, si decise di disciplinare attraverso contratti negoziati anziché mediante offerte di tipo concorrenziale.

A ciò va sommato il fatto che «le maggiori ditte che producono beni militari sono quasi tutte imprese di proprietà privata. Ma il controllo deve essere distinto dalla proprietà. I dirigenti delle società industriali per azioni non possiedono le risorse delle loro ditte; ne hanno solo il controllo. Le ditte dell’industria militare, formalmente private, operano per conto di un cliente unico, senza che ci siano altri clienti potenziali in vista. Questa dipendenza per le vendite rafforza il sistema diretto di controllo della direzione centrale sulle ditte affiliate […]. L’idea del carattere privato delle ditte produttrici di beni militari è una finzione accuratamente intrattenuta che corrisponde ai diritti legali di proprietà, ma non alla realtà del controllo direzionale primario che si esercita a partire dal Pentagono, [tramite anche] la proprietà diretta delle attrezzature produttive essenziali adoperate da alcuni dei maggiori fornitori di prodotti militari» . Non a caso, gli autori del Nsc-68 erano convinti non solo che per conseguire una solida e duratura crescita economica occorresse perpetuare il keynesismo militare adottato in tempo di guerra, ma anche che il sostegno all’industria bellica, incline per sua natura a puntare sull’innovazione, avrebbe assicurato agli Stati Uniti uno sviluppo tecnologico che nessun altro Paese sarebbe stato in grado di eguagliare”.[15]

Denaro e potere politico.

Appalti lucrosi e apparati statali.

Profitti giganteschi per le multinazionali USA e collusione tra grandi imprese, politici e alte gerarchie militari.

La politica-struttura sotto vesti e aspetti militari, quindi: il complesso militar-industriale costituisce, ai nostri giorni come nel 1945, un ottimo esempio di politica intesa come “espressione concentrata dell’economia”.

 

 

 

 

 

 

Il Mes e la politica-struttura.

 

Il recentissimo e famigerato Meccanismo europeo di stabilità (Mes) costituisce un ottimo esempio, allo stesso tempo concreto e ipermoderno, di politica da intendersi come “espressione concentrata dell’economia” e rappresenta un’eccellente materializzazione della politica-struttura, ossia di quella sezione della sfera politica globale che si occupa direttamente del processo di riproduzione economica della società anche ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio.

A tal proposito Francesco Piccioni ha notato, con lucidità e in modo incisivo, che “ci scuserete se torniamo ancora sulla “incredibile” vicenda del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, che sta per essere approvato tra pochi giorni da tutti i membri dell’Unione Europea. In fondo, riguarda “soltanto” il brutto futuro che attende tutti noi (meno qualcuno). Però vi tranquillizziamo: questa volta non parleremo di “tecnica economica”, ma di politica. Ad un livello speriamo superiore rispetto alle sciocchezze che ci propina quotidianamente l’informazione mainstream.

Che cosa contenga il Mes, infatti, lo abbiamo già analizzato più volte, ricevendo ogni giorno nuove conferme anziché smentite. In estrema sintesi, è un sistema di regole da applicare in modo pressoché automatico che “convince” – contando sulle normali dinamiche del mercato finanziario – i capitali a fuggire dall’Italia e altri paesi con un forte debito pubblico per indirizzarsi verso le banche tedesche, francesi, olandesi. Le quali hanno problemi assai gravi e rischiano di saltare nei prossimi mesi o al massimo pochi anni. Per funzionare davvero c’è bisogno che venga approvata anche l’implementazione dell’unione bancaria europea, secondo la proposta avanzata ancora una volta dalla Germania tramite il ministro delle finanze Olaf Scholz.

Una volta chiuso il cerchio, il ministero del Tesoro avrebbe difficoltà immense per piazzare i titoli di Stato sul mercato e contemporaneamente le banche avrebbero una tale necessità di capitali da chiudere i rubinetti dei prestiti a famiglie e imprese (oltre a vendere i titoli di Stato italiani, contribuendo così alla caduta del prezzo, all’aumento degli interessi da pagare e a un buco supplementare nei propri bilanci). Una gelata di lungo periodo sull’economia reale che arriverebbe (arriverà) dopo oltre un decennio di crisi-stagnazione.

Un cappio intorno al collo del sistema-Italia che perde quotidianamente pezzi importanti (Fiat-Fca, Ilva, Alitalia, ecc.). Poi basterà stringere… ed oplà!

Un governo serio e minimamente competente avrebbe stoppato questo “combinato disposto” già al suo primo delinearsi, con le prime bozze messe sui tavoli intergovernativi a Bruxelles e dintorni. Ma naturalmente non ce lo abbiamo mai avuto, un governo così…

Tanto meno poteva farlo il governo “gialloverde” – ricordate? Quello con Cinque Stelle e Lega… – che doveva guadagnarsi la “fiducia” delle istituzioni europee cercando continuamente l’equilibrio tra i “tre governi in uno” di cui era composto.

E quindi quel progetto di “riforma” è andato avanti nel sostanziale silenzio del governo Conte Primo. Come ha spiegato in questi giorni Pierre Moscovici, Commissario uscente all’economia, “Il testo di riforma del Mes è stato accettato a giugno dal governo precedente, anche se ora qualcuno che era al governo dice cose diverse”.

Il voltagabbana Salvini, insomma, c’era e sapeva tutto. E se pure si può giustamente dubitare delle sue competenze economiche, di sicuro c’erano validi “esperti” leghisti in grado di fargli il disegnino con la spiegazione (Bagnai, Garavaglia, Borghi, Giorgetti, ecc). In ogni caso, un vice-premier di “peso” si porta dietro la responsabilità politica di ogni decisione, anche di quelle che non capisce.

Si può ipotizzare che la “svolta del Papeete” sia stata una furbata salviniana per non trovarsi in queste settimane nella scomodissima posizione di Conte, Di Maio, Gualtieri e via cantando. Che, dunque, sia stato messo in conto che il “pacchetto” (Mes più unione bancaria farlocca) sarebbe stato approvato comunque ma conveniva stare all’opposizione per capitalizzare poi il malessere sociale al momento delle (prossime) elezioni anticipate.

Ma i furbi sono sempre dei cretini che pensano di saperla lunga… Qualsiasi maggioranza esca dalle prossime elezioni politiche, infatti, si troverà a muovere il collo dentro quel cappio, oltre a quelli già in essere (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, Trattato di Maastricht, ecc.). Assumere “i pieni poteri” in quel contesto, insomma, sarebbe addirittura un boomerang, perché bisognerebbe ammettere “di fronte agli itagliani” che non si dispone di alcun potere (tranne quello di chiudere i porti e manganellare le manifestazioni di protesta).

A meno di non dichiarare di voler uscire immediatamente dall’Unione Europea e dall’euro, imbarcandosi in una trattativa tempestosa che replicherebbe la Brexit senza avere alle spalle la potenza (finanziaria e militare, con l’atomica) britannica.

Stronzate leghiste a parte, la situazione è però davvero terribile. Di fatto questa “riforma” passerà anche se il governo o il Parlamento italiano dovessero votare contro. Giovedì sera, non a caso, nella cena offerta a tutti i suoi ministri, Giuseppe Conte ha spiegato che sarà difficile per l’esecutivo dire di no: alla fine la riforma sarà approvata e l’Italia non potrà tirarsi indietro.

Per non perdere completamente la faccia potrà al massimo contrattare qualche modifica marginale o un parziale rinvio, invocando la “logica di pacchetto” (la riforma del Mes va di pari passo col completamento dell’unione bancaria e la creazione di un budget dell’Eurozona). Nulla che modifichi minimamente il quadro futuro.

Vero è che il Parlamento potrebbe bocciare il trattato europeo in corso di chiusura. Ma per farlo dovrebbe crearsi una nuova maggioranza (è impensabile che il Pd non lo ratifichi), ovvero quella vecchia esplosa in agosto. E con l’assoluta contrarietà di Mattarella. Le conseguenze, politicamente, sarebbero a quel punto imprevedibili e molti “leader” si troverebbero a dover improvvisare una “narrazione” comunque poco credibile.

Più che la “classe politica” (un informe ammasso di quacquaraqua intenti a strillare per farsi notare, con la complicità dei media di regime), è utile tener d’occhio gli imprenditori, specie quelli pesantemente indebitati, che si stanno facendo i conti in tasca e “scoprono” che stanno per rimetterci la ghirba. Ovviamente non parlano in prima persona, ma fanno pubblicare “interventi di esperti” anche su giornali insospettabili di “sovranismo” nazionalista.

Per esempio Francesco Carraro, su Il Fatto, definisce “patologica” la logica del nuovo Mes, se vista dal lato degli interessi della popolazione e delle sue condizioni di vita.

“In pratica, stiamo parlando di un sistema in cui uno Stato precariamente sovrano presta denaro a un soggetto giuridico terzo, composto da membri privi di qualsivoglia legittimazione elettorale, dotati di una immunità e insindacabilità pressoché assolute da fare invidia alle baronie della nostra prima repubblica. Per prestare quel denaro, ovviamente, lo Stato deve indebitarsi con i mercati (unico modo consentito). Poi, quello stesso denaro lo stato potrà ottenerlo, ma solo in prestito, dal Mes e previo rispetto di una serie di “condizionalità” così brutali da mettere in ginocchio qualsiasi economia con qualche residua vocazione ‘sociale’”.

Sessanta milioni di persone (molte di più, calcolando anche Spagna, Grecia, Portogallo e altri paesi in condizioni simili) “governate” da poche centinaia di funzionari presuntamente “tecnici”, ma in realtà messi lì dai governi delle nazioni più forti (l’asse è franco-tedesco-olandese, di fatto), che decidono in che modo i capitali – e la possibilità di tenere in vita un’economia – dovranno defluire da determinati territori o istituzioni per viaggiare verso altri lidi.

Un rischio talmente grave da costringere Carraro a chiudere con una critica feroce erga omnes, “movimenti” sardineschi compresi.

“A questo punto, chiunque abbia a cuore la conservazione dell’assetto politico, economico e sociale della nostra convivenza civile, così come pensato dai Padri costituenti nel 1947, deve fare una scelta di campo precisa non solo rispetto al Mes, ma anche nei confronti di tutte le “riforme strutturali” consustanziali al trattato di Maastricht istitutivo dell’Unione europea. Il che richiede uno studio assiduo e una consapevolezza vigilante di cui soprattutto le nuove generazioni, e le “nuove” forme di movimentismo, sembrano drammaticamente prive.”

Quale conclusione possiamo trarne? Che la discussione sull’Unione Europea, le sue politiche, trattati, meccanismi, ecc., non ha soltanto due possibili schieramenti (“sovranisti” versus “europeisti”). Perché in ballo c’è per un verso la sovranità (appartiene al popolo o a una ristretta oligarchia fatta di amministratori delegati e tecnoburocrati?), per un altro i sistemi-paese (una volta che hai perso le parti strategiche del sistema industriale e finanziario ti serviranno decenni o secoli per risollevarti), per un altro ancora le disuguaglianze sociali (da ogni “riforma” qualcuno ci guadagna e molti altri ci perdono).

E non c’è alcun dubbio che il neoliberismo, anche in versione “ordo”–teutonica, sia una forma assolutamente cruda del dominio di classe. Che la Ue sia una struttura che approfondisce gli squilibri strutturali a vantaggio delle aree “forti” e a scapito di quelle più deboli. E che la questione della sovranità (in soldoni: chi comanda?) sia al tempo stesso una questione di classe, nazionale e internazionale”.[16]

Parole chiare, corrette e di matrice marxista, quelle di Francesco Piccioni.

 

 

 

 

 

 

Politica e “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”.

 

Dopo la crisi economica mondiale del 2007-2009 gli ancora numerosi sostenitori delle assurde teorie sulla presunta “fine della politica” e sulla presunta “evaporazione degli stati” sono tornati piano piano a mostrarsi in giro per il mondo, cercando di far dimenticare ciò che nel 2008-2009 era diventato chiaro e lampante a quasi tutti: ossia la carsica ma vitale operatività della regola generale del capitalismo di stato contemporaneo del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”, per via politica, grazie alla mano pubblica e attraverso il gentile aiuto materiale degli apparati statali borghesi, con la sotto-regola e variante del “too big to fail”, troppo grandi (le banche, ecc.) per poter fallire.

A proposito di tale decisivo aspetto della “politica-struttura” del nostro presente Andrea Baranes,  già nel settembre del 2018 ha notato giustamente che “rischiamo di tornare al 2008, alla casella di partenza. Al fallimento della Lehman Brothers, momento più emblematico della peggiore crisi della storia recente. A dirlo non sono voci fuori dal coro, ma alcune delle principali istituzioni internazionali.

Prima dell’estate era stato il Fmi a segnalare i crescenti rischi per il sistema finanziario globale. Nei giorni scorsi gli ha fatto eco l’Ocse, lanciando l’allarme per una possibile nuova crisi.

I motivi sono diversi. Il primo e principale è che la finanza non è cambiata.

Rispetto alle promesse fatte dieci anni fa di chiudere una volta per tutte il casinò finanziario, la montagna non ha partorito nemmeno il proverbiale topolino. Non solo nessuno dei responsabili è stato condannato, ma le grandi banche sono oggi ancora più «too big to fail». Ugualmente i derivati e altri strumenti speculativi sono ai massimi, così come le retribuzioni dei top manager.

In Europa non si vede nemmeno l’ombra di una separazione tra banche commerciali e di investimento o di una tassa sulle transazioni finanziarie. Non va meglio negli Usa, dove quel poco che era stato fatto dall’amministrazione Obama è già stato in buona parte smantellato.

Se il sistema finanziario nel suo insieme è sempre più votato alla speculazione e ad orizzonti di brevissimo termine, rispetto al 2008 ci sono almeno due differenze, tutt’altro che positive.

La prima è legata alla montagna di liquidità immessa prima per salvare le banche e poi per fare ripartire l’economia. Oltre 11mila miliardi di dollari dalle banche centrali di Usa, Giappone ed Europa. Risorse in massima parte incastrate in circuiti finanziari se non speculativi, che non arrivano all’economia reale. La seconda differenza è che, malgrado la debole ripresa, conti pubblici ed economia portano ancora le cicatrici dell’ultimo disastro. Basta guardare all’inaccettabile aumento delle diseguaglianze per capire l’insostenibilità della situazione attuale. Eccesso di liquidità e mancanza di regole per la speculazione da una parte, fragilità dell’economia dall’altra, non possono che tradursi in uno scollamento sempre più profondo tra finanza e fondamentali economici, identificandosi nella definizione stessa di una nuova bolla finanziaria. Se possibile, l’aspetto più preoccupante non è però nei numeri, quanto culturale.

È tornata di moda l’idea che solo una finanza libera da lacci e laccioli possa trainare l’economia.

Le lobby finanziarie rialzano la testa e tornano senza vergogna a chiedere l’abbattimento di regole e controlli.”[17]

Il tutto, ovviamente, solo fino a quando, alla prossima crisi, i grandi torneranno a piangere da “mamma-stato” e a reinvocare, per l’ennesima volta, la politicissima “privatizzazione delle perdite, e profitti” a loro vantaggio esclusivo.

 

 

 

La politica-struttura e il complesso militar-industriale del terzo millennio.

 

Il complesso militar-industriale costituisce e rappresenta un caso esemplare di politica-struttura, ossia di simbiosi tra la sfera politica e quella economica e di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921).

Coma ha evidenziato di recente in modo lucido e concreto lo studioso russo Ruslan Khubiev, in questa particolare materia “il bilancio della difesa degli Stati Uniti è pubblico solo in termini di cifre totali, mentre i dettagli delle spese sono un segreto di stato. Questa informazione è classificata non solo per il pubblico, ma anche per i membri del Congresso, perciò è quasi impossibile calcolare il grado di efficienza delle enormi cifre che il complesso militare-industriale americano e il suo settore commerciale spendono da decenni.

Nei primi 10 anni di egemonia americana (dal 1991 al 2001) un quarto dell’apparato burocratico di comando e di controllo dell’esercito si era trasformato in un mostro di corruzione. Il giorno prima degli attacchi dell’11 settembre, il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva dichiarato davanti al Congresso che i revisori dei conti militari non erano in grado di determinare dove fosse stato speso il 25% del bilancio americano della difesa. Solo la successiva isteria sulla necessità di “non badare a spese” per la “lotta al terrorismo” aveva fatto passare in secondo piano questo problema.

I secondi dieci anni di egemonia americana (dal 2001 al 2011) erano stati caratterizzati dalla politica delle invasioni americane e, in questa situazione, vi era stato un aumento ancora maggiore del livello di corruzione. Dal rapporto dell’ispettore speciale per la ricostruzione dell’Iraq, Stuart Boven, risulta che il Pentagono aveva acquistato da aziende americane dei normali interruttori elettrici (del valore di 7,5 dollari) al prezzo di 900 dollari cadauno, tubi per fognature a 57 volte il loro effettivo valore e, per un solo contratto di lavaggio uniformi, l’esercito aveva pagato 13 miliardi di dollari.

Tutto questo era stato presentato come spesa per “la ricostruzione dell’Iraq,” mentre, in pratica, il Pentagono aveva regalato assegni maggiorati alle succursali delle multinazionali statunitensi, riciclato fondi neri e legalizzato dollari appena stampati dalla Federal Reserve .

Attualmente, la situazione è ulteriormente peggiorata; la prima audizione esterna del Pentagono, avviata da Trump nel 2018, è miseramente fallita, ma la Commissione ha concluso che l’incapacità del dipartimento di riferire sulle proprie spese non dovrebbe influire sul suo finanziamento, perchè, testuali parole, “un’organizzazione che vale 2,7 trilioni di dollari ha un ruolo troppo importante nel sostegno dell’economia americana.”

Come, ad esempio, se da un sistema di distribuzione idrica che perde, dovendo comunque  far uscire dell’acqua, si preferisse aumentare la pressione del sistema invece di rattoppare i buchi. Sotto Trump, il sistema corrotto del Pentagono è stato nuovamente inondato di denaro, con un aumento del budget ministeriale del 15% dal 2017 al 2019 e del 5% entro il 2020. Non è un caso che il volume delle vendite di armi e servizi per l’esercito da parte delle principali 42 aziende statunitensi sia aumentato nello stesso periodo, arrivando a 226,6 miliardi di dollari nel 2019 e che cinque delle più grandi multinazionali statunitensi abbiano beneficiato del continuo aumento della spesa.

 

Sapendo questo, non sorprende che il Pentagono spenda circa 20 miliardi di dollari l’anno solo per i condizionatori d’aria in Afghanistan e in Iraq, perché, a quanto pare, in un sistema di corruzione generalizzata, si tratta di pagamenti indebiti assolutamente trascurabili.

Il problema chiave del complesso militare-industriale americano, a differenza di quello russo, è lo squilibrio tra gli interessi delle società private e il sistema di distribuzione degli ordinativi. In Russia, i principali appaltatori dell’esercito sono gli uffici di progettazione statale e gli istituti di ricerca, mentre in America questo ruolo viene svolto dalle strutture commerciali.

Di conseguenza, l’obiettivo principale delle aziende nella costruzione dei velivoli F-35 o dei cacciatorpediniere di classe Zumwalt non è renderli conformi ai requisiti tecnici, ma aumentarne i costi e quindi i profitti. Cioè, non assolvere un compito specifico, ma imporre al cliente l’opzione più costosa.

In parole povere, i sistemi d’arma  in Occidente sono progettati al contrario: prima si mettono insieme i sistemi tecnologicamente più recenti, più costosi e non verificati e, solo in un secondo tempo, si inventa per loro un compito da assolvere. Più costoso è il risultato e più tempo ci vuole per padroneggiare una certa tecnologia, meglio è per le aziende manifatturiere. L’unica limitazione sono le loro capacità pubblicitarie e lobbistiche.

Ad esempio la creazione di una nuova struttura della forza spaziale, iniziata nel 2019 negli Stati Uniti, è stata una decisione dovuta non a particolari necessità dell’esercito, ma al lobbismo su larga scala. Le multinazionali volevano semplicemente acquisire un nuovo cliente per “le armi del futuro”.[1]

Affari.

Commesse statali più che lucrose per le multinazionali private.

Soldi e poteri politici statali interconnessi tra loro.

Politica-struttura, dunque.

Il bilancio militare complessivo degli USA risultava pari a 725,4 miliardi di dollari e a circa il 4 percento dell’intero prodotto interno lordo americano. Quindi la sfera politica statunitense controlla anche ai giorni nostri, e sempre a vantaggio delle aziende private e dei politici corrotti, una massa enorme di risorse materiali costituendo un potentissimo complesso militar-industriale (Eisenhower, gennaio 1961), di matrice allo stesso tempo politica ed economica; una forma ipermoderna di simbiosi e collusione, più o meno diretta, tra apparati statali e monopoli privati, un nucleo formidabile di politica-struttura e un’“espressione concentrata dell’economia”, per usare la categoria teorica elaborata dal geniale Lenin ancora nel gennaio del 1921.

 

 

[1] R. Khubiev, “I motivi per cui il complesso militar-industriale russo è più efficiente di quello americano”, in stalkerzone.org

 

 

Federal Reserve e BCE: enti parastatali e politica-struttura

 

Per precise ragioni ideologiche si tende spesso a nascondere la semplice e cristallina verità in base alla quale le banche centrali delle diverse nazioni costituiscono sicuramente degli organismi politici: e più precisamente degli strumenti di matrice parastatale, anche se dotati di un margine variabile di autonomia riguardo ai nuclei politici via via giunti al potere nelle loro rispettive aree geopolitiche di appartenenza.

Ad esempio chi nomina e seleziona i capi e i responsabili della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, per citare i due casi più importanti su scala mondiale?

Per quanto riguarda la Federal Reserve, a partire dalla sua costituzione nel 1913 il suo organo centrale e il suo presidente sono stati scelti e incaricati proprio dalla più alta carica politica del paese, ossia dal presidente americano al potere al momento della nomina dei responsabili della Federal Reserve, previa approvazione del Senato.

Passando invece alla BCE, fin dal 1998 e dal momento della sua formazione il presidente e i quattro membri del suo Comitato Esecutivo vengono via via nominati, per un periodo di otto anni, non rinnovabile, dal Consiglio dell’Unione Europea: e quest’ultimo costituisce un organo di tipo iperpolitico al pari del presidente USA, essendo composto almeno da un ministro di ciascun stato facente parte dell’Unione Europea.

Viceversa è fuori discussione che tutte le banche centrali rappresentino, a partire dal quel loro lontano antenato costituito dal sopracitato Banco di San Giorgio genovese, un’“espressione concentrata dell’economia” e che svolgono una loro politica economica, essendo ormai diventati da tempo snodi importanti della politica-struttura, ivi compresa la “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”.

A tal proposito basta ricordare che “la socializzazione delle perdite e la privatizzazione della rendita sono stati i due principi attraverso i quali il capitalismo ha riprodotto sé stesso dentro la crisi sistemica ed ha ristrutturato la propria capacità di estrarre valore attraverso i dispositivi finanziari. Questo meccanismo è avvenuto da un lato attraverso la finanziarizzazione del debito privato, espressasi con le grandi bolle speculative sui “titoli tossici” dei risparmiatori (ossia di tutta quella massa di proletari e ceto medio che ha fatto ricorso in maniera massiccia all’indebitamento privato per soddisfare esigenze primarie nel corso degli anni ’80 e ’90, in conseguenza del progressivo arretramento del Welfare State), dall’altro grazie alla trasformazione delle perdite bancarie in debito pubblico.

Il Tarp americano (il cui programma d’intervento, gestito dall’amministrazione Bush prima e da quella Obama poi, ha visto immettere complessivamente 7.700 miliardi di dollari all’interno del sistema bancario) ed i vari piani di salvataggio attuati dalle banche in Europa hanno costituito le premesse per la metamorfosi della crisi finanziaria in crisi del debito sovrano. Una metamorfosi che il capitale ha gestito attraverso gli strumenti coercitivi e fiscali dei singoli Stati, dando vita alla cosiddetta “stagione dell’austerità”, ma che allo stesso tempo ha avuto i punti focali nei principali istituti della governance finanziaria, primo fra tutti la Bce.

“Save people not banks”, uno degli slogan più utilizzati dai movimenti anti-austerity nati in tutto il mondo negli ultimi anni, esprime a fondo la pretesa di milioni di persone di ottenere “giustizia sociale” e di contrastare il più grande depauperamento collettivo che il capitalismo abbia compiuto nel corso della storia.

Parlando delle ultime vicende bancarie che hanno toccato il nostro Paese non è possibile leggere il cosiddetto “decreto Salva-banche”, varato nel Consiglio dei Ministri dello scorso 22 novembre, sganciato da queste considerazioni preliminari. Il decreto in questione, volto a togliere dal baratro della bancarotta quattro istituti di credito (Banca delle Marche, Banca dell’Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti), prevede lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro. Di questi, 1,6 miliardi saranno versati dalla cosiddetta “linea di credito” formata da Unicredit, San Paolo e UBI ed i restanti garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti attraverso fideiussioni. Nonostante il governo ed i vertici della Banca d’Italia affermino l’inesistenza di un piano di salvataggio delle banche attraverso finanziamenti pubblici, di fatto il Fondo di Risoluzione viene garantito dalle casse statali”.[18]

Ancora una volta dunque, politica-struttura e politica intesa come “espressione concentrata dell’economia, per dirla con il Lenin del 1921.

 

 

 

 

 

Vaticano: la politica-struttura e l’“intreccio di interessi, denaro e potere”.

Nessuno può dubitare ragionevolmente che quasi subito dopo l’editto di Milano del 313 e quindi per diciassette secoli, senza soluzione di continuità, all’interno del mondo occidentale la chiesa cattolica rappresenti un potere politico di lunga durata, cristallizzatosi sia nel microstato del Vaticano sia nell’influenza variabile che le alte gerarchie ecclesiastiche esercitano sugli affari comuni di molte nazioni del nostro pianeta; altresì non si può certo negare la simultanea e parallela potenza economica ormai acquisita da quasi due millenni dalla chiesa romana su scala mondiale, potere basato su un processo plurisecolare e variegato di accumulazione di terreni e  immobili prima, di azioni e banche a partire dal 1929 in poi.

A partire dal quinto secolo la chiesa cattolica – ivi compresi i suoi vari svariati ordini ecclesiastici – diventò il plurisecolare e principale proprietario di edifici e terreni all’interno del mondo occidentale tanto che nel 2012 il patrimonio mondiale era “fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo, con un valore che prudenzialmente superava i 2 mila miliardi di euro.

Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di “dipendenti” e quasi un miliardo e duecento milioni di “cittadini”.[19]

Inoltre dopo il giugno 1929 il “banchiere di Dio” Bernardino Nogaro innescò un processo in base al quale agli inizi del terzo millennio ormai “il Vaticano possiede enormi investimenti presso gli istituti Rothschild di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, la Banca Hambros, il Credit Suisse di Londra e Zurigo. Negli Stati Uniti ha ingenti investimenti presso la Morgan Bank, la Chase-Manhattan Bank, la First National Bank di New York, la Bankers Trust Company e presso altri istituti di credito. Il Vaticano possiede miliardi di quote delle più potenti multinazionali, come Gulf Oil, Shell, General Motors, Bethlehem Steel, General Electric, International Business Machines, T.W.A. etc. Facendo una stima prudenziale, nei soli Stati Uniti tali quote ammontano ad oltre 500 milioni di dollari.

In un documento pubblicato come parte integrante di un prospetto informativo relativo ad investimenti obbligazionari, l’arcidiocesi di Boston ha stimato le sue risorse in seicentotrentacinque milioni di dollari ($ 635,891,004), vale a dire 9.9 volte le sue passività. Questo significa un valore netto di cinquecentosettantuno milioni di dollari ($ 571,704,953). Non è quindi difficile risalire alla stupefacente ricchezza della Chiesa, una volta che aggiungiamo gli introiti delle vent’otto arcidiocesi e delle 122 diocesi degli U.S.A., alcune delle quali sono anche più doviziose di quella di Boston”.

La Chiesa di Roma, una volta sommati i suoi patrimoni, è il maggior agente di cambio del mondo. Il Vaticano, indipendentemente dai vari papi di passaggio, si è sempre di più orientato verso gli USA. Il Wall Street Journal ha affermato che le transazioni finanziarie del Vaticano nei soli Stati Uniti sono state così importanti che spesso riguardavano la compravendita di oro per lotti da uno o più milioni di dollari alla volta.[20]

Quindi quasi subito dopo l’editto di Milano del 313 e per diciassette secoli, senza soluzione di continuità, all’interno del mondo occidentale la chiesa cattolica costituisce un caso esemplare di “politica-struttura”, ossia di simbiosi e intreccio (sotto vesti e finalità religiose) di interessi materiali, denaro e potere politico.

A tal proposito Gianluigi Nuzzi, nella prefazione del suo interessante e ben documentato libro intitolato “Giudizio Universale”, ha affermato dati concreti alla mano che all’interno delle alte sfere cattoliche e del piccolo stato del Vaticano “il denaro è per taluni più importante delle anime. In realtà la curia romana, al di là delle buone intenzioni dei papi del secolo scorso e di questo inizio millennio, una riforma vera non l’ha mai attuata. Ogni tentativo è stato anestetizzato, bloccato, sabotato. Questo libro aiuta a farsi un’idea precisa degli intrecci d’interessi, denaro e potere che animano taluni cardinali e monsignori, svelando per la prima volta la fitta rete di conti correnti, operazioni finanziarie e speculazioni che attanaglia il Vaticano.

Un mondo sommerso governa i sacri palazzi e accende guerre di potere, indifferenze al crack che si prospetta all’orizzonte, sordo ai richiami del papa che del piccolo stato, oltre a essere il leader religioso, è anche il monarca assoluto” (G. Nuzzi, p. 10, “Giudizio Universale”, ed. Chiarelettere).

Un libro, quello di Nuzzi, che vale la pena di leggere non solo per la previsione di un crollo finanziario della chiesa cattolica entro il 2025, ma anche per il clamoroso tandem “politica-affari” che emerge con forza al suo interno in base a numerosi fatti testardi.

 

 

 

 

I contratti di appalto statali e la tratta degli schiavi

All’interno del gigantesco impero coloniale spagnolo, di matrice semifeudale e che si estese per secoli dall’America Latina alle Filippine, a partire dagli inizi del Sedicesimo secolo venne introdotto un orrendo strumento statale, di natura politico-economica e che rientra a pieno titolo nella categoria teorica di politica-struttura.

Nel 1518 venne infatti creato l’asiento de negros, ossia un contratto di appalto di diritto pubblico mediante il quale si concedeva il controllo delle licenze di tratta degli schiavi africani ai privati e ai capitalisti-negrieri, in cambio dei pagamenti di una tassa e di un tributo alla corona spagnola.

Come ha notato R. Bodei, un altro introito fiscale “derivante dal traffico di schiavi, fu rappresentato dalla tassa regia di due ducati per ogni schiavo che veniva spedito in una determinata colonia.

Peraltro, i guadagni di ogni spedizione erano oculatamente amministrati da un controllore finanziario (contador), che prelevava la quinta parte del bottino per il re (el quinto del rey).

L’affare più consistente per la monarchia spagnola si ebbe, a questo proposito, nel 1592, ad un secolo esatto dalla scoperta dell’America, quando un certo Gomes Reynald pagò quasi un milione di ducati” (allo stato spagnolo) “per l’importazione in nove anni di 38.250 schiavi da consegnare al ritmo di 4.250 all’anno, di cui almeno 3.500 dovevano arrivare vivi…”.[21]

Sangue degli schiavi e lucrosi affari; tasse statali sulle vite umane dell’Africa e paralleli, giganteschi profitti per i negrieri-capitalisti; politica-struttura, in estrema sintesi…

 

 

 

 

 

 

 

Politica-struttura e la tratta degli schiavi nella liberale Gran Bretagna

Un altro tremendo esempio di politica-struttura, e cioè di simbiosi tra sfera economica (capitalistica) e sfera politica (dei mandatari politici della borghesia) è costituita dalla tratta degli schiavi sviluppatosi all’interno della “libera” Gran Bretagna del 1688-1805: tratta consolidatasi e aumentata in modo esponenziale in forza di quel trattato internazionale di Utrech del 1713 nel quale venne stabilito, per via politico-economica, l’asiento, ossia il monopolio a vantaggio dei borghesi inglesi del traffico di schiavi, dalle coste atlantiche dell’Africa fino alle colonie spagnole.

Come ha sottolineato M. A. Galdi nella sua tesi “L’Illuminismo e la tratta degli schiavi”, “i primi europei ad occuparsi del commercio degli schiavi, a metà XVI secolo furono i portoghesi, seguiti dagli spagnoli nel 1479, dagli olandesi nel 1562, dagli inglesi nel Nord America nel 1619, dai francesi nel 1642, dagli svedesi nel 1647, dai danesi nel 1697.

Ma fu l’Inghilterra, più di ogni altra nazione europea, a trarre maggiori vantaggi dallo sviluppo degli scambi atlantici. Infatti nel 1713, con il trattato di Utrecht, gli inglesi ottennero il monopolio del commercio degli schiavi nelle colonie spagnole, il cosiddetto asiento.

La Gran Bretagna doveva la sua supremazia, innanzitutto, alla fiducia nel suo mercato finanziario, già da allora guidato dalla Banca d’Inghilterra; disponeva, inoltre, di una valuta stabile e di bassi tassi d’interesse, oltre che di un sistema finanziario moderno che promosse il libero mercato. La crescita dei consumi interni di tè, caffè, zucchero, cotone, spezie e di altre materie prime, costituì il principale sostegno dell’economia britannica nel corso del Settecento.

A partire dal 1713, quindi, la tratta crebbe vertiginosamente. Durante il XVIII secolo si trasportarono in America soltanto 70 mila negri in media all’anno. Nel 1771 la sola Liverpool contava 105 navi negriere che trasportavano ventotto mila schiavi.

Dalla fine del ‘600 in poi le colonie inglesi in Nord America conobbero un rapido popolamento in quanto i coloni britannici speravano di trovare nel Nuovo Mondo, se non la ricchezza, quanto meno l’agiatezza che in Europa ha loro preclusa.

La costa atlantica del Nord America costituì dunque l’area privilegiata del commercio inglese nel XVIII secolo: il commercio verso le Antille per ottenere lo zucchero e il caffè; e quello volto all’importazione del tabacco.

Il primo prodotto d’importazione, con un valore pari a 2,4 milioni di sterline, divenne lo zucchero, seguito dal tabacco. Nel 1775 il traffico del tabacco raggiunse il culmine del suo sviluppo”.[22]

La “trasformazione dell’Africa in una sorta di parco commerciale per il reperimento di pelli nere” (Marx, Capitale) e per il traffico legale di schiavi, appoggiato fin dall’inizio dallo stato britannico rappresentò dunque una forma plurisecolare e importante non solo di “accumulazione originaria” del capitalismo ma, simultaneamente, anche una modalità di esistenza di lunga durata della politica-struttura e della combinazione dialettica tra sfera politica ed economia” in terra inglese.

 

 

 

 

 

 

L’Arsenale di Venezia e la genesi del capitalismo di stato occidentale

A partire dalla metà del 1100 venne costituito dallo stato veneziano l’Arsenale, in prossimità del bacino di San Marco: all’inizio esso rappresentava un complesso edilizio cinto da mura merlate e composta da due file di cantieri coperti, comunicanti con il bacino di San Marco attraverso uno stretto canale, ma a partire dal 1289 esso conobbe un grande sviluppo con l’avvio della costruzione di grandi navi (le galee) e delle infrastrutture necessarie: le corderie (dal 1305), le fonderie e le officine.

Sul piano dei rapporti di produzione l’Arsenale era di proprietà pubblica, ma buona parte delle sue attività venivano concesse e appaltate dai rappresentanti del governo veneziano anche a imprese e corporazioni private, formando pertanto una sorta di matrice originaria per il capitalismo di stato occidentale, oltre che un’ennesima conferma della teoria della politica-struttura.

“L’Arsenale di Venezia, ma anche gli altri complessi manifatturieri o industriali destinati alla produzione degli armamenti di terra e di mare e di una certa tipologia navale, attivi nel periodo che va dal 15° al 20° sec., hanno mantenuto un carattere prevalentemente pubblico, vincolato e sottoposto all’autorità politica; inoltre, nel passato, l’Arsenale era gestito direttamente da un organo istituzionale denominato Reggimento dell’Arsenale.

Gran parte degli arsenali, dal 16° al 19° sec., hanno continuato a concentrare le loro attività tecniche nella stessa struttura produttiva opportunamente modificata e adattata alle esigenze navali e belliche che di volta in volta si presentavano, sempre, però, nel solco di una tradizione che favoriva rapporti episodici e saltuari e comunque svincolati da ogni forma di dipendenza dall’esterno.

Gli arsenali pubblici del passato provvedevano alla fornitura di materie prime, semilavorati e lavorati (legnami, metalli e tutti gli altri prodotti necessari all’armamento delle navi militari), con il sistema accentrato della commessa e dell’approvvigionamento diretto anche qualora fossero risultati particolarmente onerosi.

Sotto questo profilo è esemplare la gestione dell’Arsenale veneziano in antico regime, periodo in cui vigeva un rigido controllo e un’oculata gestione della ‘cassa’, confermando una tendenza che proseguirà, per motivi di bilancio, anche nella prima fase del periodo postunitario quando s’avviò l’attività industriale.

L’antico impianto pubblico chiamato Casa dell’Arsenale, sin dalle sue origini fu adibito a cantiere per la costruzione delle pubbliche navi; a fabbrica e deposito delle armi; a luogo di stoccaggio delle materie prime; a sede deputata ad attività stagionali di rimessaggio della flotta, alla produzione delle corde, dei velami e dei remi.

Nei documenti ufficiali questa espressione è frequente e allude al significato emblematico e al contempo reale di luogo cui è demandata la sicurezza e la salvaguardia del bene comune: lo Stato. Sull’importanza dell’Arsenale veneziano per la vita dello Stato veneto basti citare il celebre lavoro di Bernardo Lodoli (Il cuore veneto legale formato dalla compilazione delle leggi decreti terminationi […], 1703) che gli attribuisce la funzione di «cuore» nevralgico della vita politica, economica e non solo militare della Serenissima Repubblica.

Il predominante interesse per l’aspetto architettonico del complesso è giustificato dall’imponente e articolata fabbrica, risultato di aggiunte sedimentatesi nell’arco di sei secoli; essa si sviluppa su una vasta superficie che, con le aggiunte più recenti, misura circa 478.000 m2 di cui 136.380 m2 di aree coperte, 224.620 di aree scoperte e 117.000 m2 di spazi acquei”.[23]

Politica ed economia connesse tra loro, fin dal 1150 d.C.

 

 

 

 

 

 

 

Il banco di San Giorgio e la politica-struttura

Un altro caso importante e plurisecolare di politica-struttura venne rappresentato dalla “Casa delle compere e dei banchi di San Giorgio”, sviluppatasi a Genova dal 1407 al 1797 e in seguito trasformatasi nel Banco di San Giorgio.

Le lontane origini della “Casa delle compere” risalgono addirittura al lontanissimo biennio 1148-1149, con il primo prestito di stato contratto (a carissimo prezzo) dalla Repubblica di Genova dopo un conflitto bellico. Per pagare i costi della guerra, infatti, i dirigenti politici (i “consoli”) del comune di Genova cedettero in esclusiva e per quindici anni l’introito di alcune tasse a una società privata composta da diciotto ricchi borghesi, in cambio di un grosso prestito: lo stato genovese impegnò e destinò inoltre una sua parte  dei suoi introiti per la rata annuale del capitale prestato, fino alla sua totale restituzione.

L’operazione finanziaria creatasi tre creditori-borghesi e Repubblica di Genova venne ripetuta molte volte nei due secoli successivi, fino al salto di qualità decisivo del 1407.

In quell’anno venne infatti costituita, con un provvedimento statale del 27 aprile 1407, la Casa delle compere e dei Banchi di San Giorgio, per fare fronte al dissesto finanziario di Genova causato dalle guerre contro la concorrente Venezia: con il decreto statale vennero riuniti tutti i precedenti creditori del comune genovese in un unico ente e in una sola banca, allo stesso tempo privata e pubblica.

La Casa di San Giorgio ottenne infatti proprio dagli apparati statali cittadini il potere di riscuotere le tasse e le gabelle al posto e per conto della Repubblica genovese, sostituendo quest’ultima non solo nell’amministrazione del debito pubblico ma anche nella gestione del monopolio di vendita dei beni fondamentali quali il sale, il grano, le carni, l’olio e il vino; inoltre la potentissima banca acquisì dalla Repubblica genovese anche il possesso della Corsica, a partire dal 1453 e fino al 1562, di alcuni comuni liguri entrati nella sfera d’influenza genovese (Lerici, Sarzana, Ventimiglia) e di colonie acquisite della città nel Mediterraneo, come Cipro.[24]

Stiamo dunque analizzando un esempio spettacolare di simbiosi tra sfera politica e sfera economica, generatosi e riprodottosi per via squisitamente politica e per decisione degli apparati statali genovesi: un caso che va affiancato a quello sopracitato all’Arsenale di Venezia.

 

 

Tasse e politica-struttura.

Una delle più antiche concretizzazioni ed epifanie della politica-struttura all’interno delle società classiste viene costituita dall’apparato fiscale statale, partendo dalla genesi della società teocratica sumera durante il periodo di Uruk, dal 3700 al 3200 a.C. e quindi quasi sei millenni or sono, per arrivare via via senza soluzione di continuità fino ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio, con i suoi multiformi sistemi di tassazione diretta o indiretta, benzina in testa.

Rispetto alla proteiforme e al processo plurimillenario di sviluppo di quella struttura variegata e cangiante di “esazione fiscale” (Marx, Capitale, libro primo, cap. 24) che rappresenta un anello importante della sfera della politica, intesa come “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921, Ancora sui sindacati), si può notare che prima del 600 a.C. la tassa veniva intesa principalmente “come una prestazione d’opera, tale da potersi appunto sostituire  al denaro (che infatti ancora non esisteva). Nell’antica Mesopotamia per esempio, si iniziò presto a tassare i raccolti della terra e quel che veniva prodotto dal bestiame. Non sono molte le informazioni presenti, ma sui testi storici raccontano “che a quel tempo esistevano anche delle imposizioni tributarie sui funerali. Erano sicuramente obblighi soggetti ad ingiuste presunzioni e le tasse venivano imposte al popolo senza alcun tipo di giustizia sociale. I contadini venivano infatti tassati sul raccolto presunto e non su quello effettivo: questo accadeva qualche tempo dopo per esempio in Egitto, allorché l’acqua mancante dei cosiddetti Milometri (pozzi di approvvigionamento), veniva usata per misurarne l’uso e da qui la pretesa di un raggiunto raccolto.

Durante i vari regni dei faraoni d’Egitto gli esattori delle tasse erano conosciuti come “scribi”, cioè coloro che annotavano le tasse. Durante uno di quei periodi gli scribi imposero una tassa sull’olio per cucinare. Per assicurarsi che la popolazione rispettasse il pagamento di questa tassa gli scribi interrogavano le famiglie spingendole a utilizzare una appropriata quantità di olio e che non venissero usate altre sostanze per “evadere” la tassa.

In Grecia ad Atene, nei periodi di guerra la città imponeva una tassa chiamata Eisphora. Nessuno era esente da questa tassa utilizzata per pagare i costi bellici. Tuttavia i greci erano tra le poche civiltà che, finita l’emergenza, levavano anche la tassa. Addirittura se arrivava qualche bottino di guerra la tassa veniva restituita. Gli ateniesi imposero anche una tassa di soggiorno agli stranieri, persone che non avevano almeno uno dei genitori ateniesi. Questa tassa era chiamata Metoikion.

Dall’Europa, all’Africa, all’Asia, la storia sembra aver avuto un solo comune denominatore: l’imposizione fiscale. In Cina, la prova arriva dall’antico testo cinese del Tao Te Ching, che la tradizione attribuisce essere stato scritto da Lao Tzu intorno al VI secolo a.C.: in esso già si parlava di tasse ed ingiusta imposizione (“il popolo è affamato a causa delle tasse che vanno ad arricchire i potenti?”). Nell’antica Roma le tasse erano ugualmente e ingiustamente pretese. Tuttavia, già affiorava un elemento distintivo: più che pagate venivano infatti anche evase. In effetti, le tasse arrivavano puntuali ad aggravare l’ingiustizia sociale e venivano imposte senza controllo alcuno. Si pensi per esempio ai famosi vespasiani, le latrine pubbliche usate dalla popolazione (solo i ricchi patrizi ne possedeva una in casa). La popolazione si serviva anche delle latrine private attraverso il pagamento di una tassa chiamata centesima venalium, la quale veniva applicata dall’imperatore ai gestori delle latrine e quindi indirettamente agli utilizzatori delle stesse. In effetti la tassa di per se non era proprio applicata sui vespasiani, ma era ad essi collegata in quanto misurata in base a quest’ultima prodotta (per accrescere il proprio guadagno i privati vendevano l’urina ai conciatori di pelli per ricavarne ammoniaca). Altri tempi certo, ma si consideri che con questa tassa l’imperatore poté migliorare la res publica, indebolita dalle precedenti necessità e sperperi finanziari, dando avvio alle grandi costruzioni (il Colosseo, iniziato da Vespasiano nel 72 d.C.). A Vespasiano si deve inoltre anche un’altra particolare tassa, quella del fiscus iudaicus, imposta agli ebrei subito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, i cui proventi andarono infatti alla ricostruzione del tempio di Giove, nell’allora Campidoglio. Quanti tiranni e re poco illuminati hanno imposto tributi più o meno ingiusti e anomali lungo la storia? Sicuramente non pochi. Quella della pipì in effetti non è l’unica tassa anomala, certo era la più conosciuta di quanto si pensi, visto che la tradizione popolare ne ha parlato per secoli e secoli. Lo sapevano i cantastorie siciliani nel primo periodo del regno d’Italia che raccontavano al popolo lo scampato pericolo: governu italianu ti ringraziu, ca pi pisciari non si paga daziu”.[25]

I cantastorie siciliani avevano compreso l’intreccio continuo tra politica ed economia meglio di gran parte del marxisti, del passato e del presente.

 

 

 

Politica-struttura del Ventunesimo: secolo e imposte dirette e indirette

All’inizio del terzo millennio quanto pesa concretamente la sfera politica, rispetto al processo globale di produzione di beni e servizi da parte dei paesi capitalistici più avanzati?

A tal proposito abbiamo a disposizione un ottimo criterio oggettivo di valutazione e comparazione.

Secondo le statistiche fornite dall’insospettabile OCSE, iinfatti,nel 2017 la media del peso assunto dal fisco (imposte dirette e indirette) rispetto al prodotto interno lordo dei principali paesi occidentali risultava pari al 34,2 percento: ossia il carico fiscale incideva per più di un terzo del PIL nelle nazioni in esame, tra l’altro in via di lieve aumento rispetto al 34 percento del 2016.

Persino nei presunti “liberisti” USA il rapporto in oggetto si rivelava equivalente al 27,1% salendo via via fino al 46,2% della primatista Francia, contro invece il 37,5% espresso in questo settore dalla Germania e il 42,4% italiano, sempre per l’anno di riferimento 2017.[26]

Siamo in presenza di cifre significative e che diventano ancora più interessanti se collegate e connesse con la “pietra di paragone” italiana.

Analizzando la situazione fiscale dell’Iran nel 2018, infatti, si assiste a un sorprendente rapporto tra gettito fiscale totale e PIL persiano equivalente solo al 6,1%, più di cinque volte in meno della media occidentale sopracitate: e il tutto in una nazione asiatica di medio livello di sviluppo e importante su scala mondiale, per tutta una serie di fattori[27]

 

 

 

Moneta e apparati statali

A differenza del denaro, la moneta intesa come valuta costituisce un mezzo di pagamento in ultima analisi emesso dallo stato, oltre che garantito dagli apparati pubblici come valido denaro circolante di fronte ai suoi effettivi possessori materiali: dunque essa rappresenta un plurimillenario e diffusissimo strumento di natura politica ed economica allo stesso tempo, vera e propria politica considerata come “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921).

Moneta e politica: un binomio indissolubile visto che chi parla di moneta (metallica, oppure cartacea) discute simultaneamente anche di apparati statali e parastatali (le banche centrali), mentre una moneta senza stato e garanzie pubbliche alle sue spalle si trasforma per l’appunto nel primordiale e originario denaro, non collegato a un processo di emissione proprio da parte dell’amministrazione pubblica.

Le prime forme di coniazione statali della moneta nel mondo occidentale avvennero in Lidia e nelle città greche del Mar Egeo durante il sesto secolo a.C., ma “la pratica di coniare monete si diffuse rapidamente dalla Lidia nel Vicino Oriente e nelle città greche. Le monete coniate nell’impero persiano presentavano sempre lo stesso disegno che rappresentava il re come un arciere in corsa.

In Grecia l’iconografia era molto più varia: ogni città stato scelse un’immagine rappresentativa che caratterizzava la moneta come il prodotto dell’autorità della città. Le immagini adottate erano prevalentemente figure di animali.

Alcune città iscrivevano il proprio nome sulle monete.

Queste monete “arcaiche” venivano prodotte colpendo con un martello il metallo prezioso posto su uno stampo con una pressa. Fu un’innovazione greca quella di incidere la superficie della pressa con un secondo disegno che si imprimeva così sul retro (verso) della moneta. Nasceva così la moneta moderna: un disco rotondo con i due lati decorati.

Nelle prime monete a due facce il verso, colpito dalla pressa, è leggermente concavo come si può vedere dall’immagine che riporta il verso di una moneta dell’Ellade della metà del secolo IV a C. su cui è impressa l’aquila di Giove. Accanto, una testa della ninfa Aretusa fra i delfini, moneta siracusana dell’inizio del V sec. a C.

A Roma, durante il periodo dei sette re (750-510), il mezzo di scambio era il bestiame (pecus da cui deriva pecunia, “denaro”). Quando si passò dallo scambio di bestiame a un primo rozzo sistema monetario, fu ancora sulla base del bestiame che si fissò l’unità di misura della moneta: le leggi delle XII Tavole (ca 450 a. C.) stabilirono infatti il quantitativo di rame pesato corrispondente a una pecora e a un bue.

Da questo momento le transazioni commerciali ebbero luogo sulla base di metalli di peso e valore stabiliti, per i quali, prima di giungere alla vera moneta coniata, si passò attraverso due fasi. In un primo tempo il metallo usato fu il rame, grezzo e informe ma puro (aes rude, nella foto in alto).

Successivamente si passò al bronzo in mattonelle e in verghe.

Per le esigenze del mercato interno lo Stato romano si serviva della moneta di bronzo, l’aes librale, per il mercato esterno si coniò invece una moneta in argento. All’inizio del III sec. l’argento cominciò ad essere richiesto anche dal mercato esterno ed ebbe inizio allora in Roma un sistema bimetallico, in cui l’argento era destinato alla circolazione in città e il bronzo serviva alle esigenze della campagna.

Le prime monete d’oro apparvero a Roma durante la seconda guerra punica (218-201 a C.) per la necessità di pagare con metallo pregiato le forniture degli alleati”.[28]

Sovranità monetaria con diritto di emettere moneta da parte dello stato, assieme alle ricadute di quest’ultima rispetto al processo produttivo: politica quindi, anche in questo caso, intesa come “espressione concentrata dell’economia”.

Si pensi solamente, per rimanere alla dinamica storica degli ultimi cinque decenni, a quella decisione politica presa il 15 agosto del 1971 dal presidente statunitense Richard Nixon, con la quale si pose fine alla convertibilità in oro dei dollari americani detenuti all’estero, oltre che al lungo processo di creazione dell’euro, avvenuto per via politica (sempre da intendersi come “espressione concentrata dell’economia”) dal 1978 al 2000: l’elenco può essere allungato a dismisura, fino ad arrivare ai nostri giorni.

 

 

 

Le privatizzazioni, dalle enclosures fino a Hitler e alla Thatcher

I variegati e multiformi processi di privatizzazione di mezzi di produzione, beni e risorse pubbliche vanno considerati anche come una forma particolare di politica economica e di politica-struttura, tra l’altro molto usata all’interno del mondo occidentale durante gli ultimi decenni, anche se la primogenitura durante il Ventesimo secolo va attribuita al genocida regime nazista.

Un saggio dello storico Germà Bel intitolato “Contro le interpretazioni correnti: le privatizzazioni dei nazionalsocialisti nella Germania degli anni Trenta” risulta particolarmente interessante in questa materia, perché al suo interno si raffrontano i provvedimenti e le misure politiche hitleriane di privatizzazione “di aziende ed imprese, già nazionalizzate durante la Repubblica di Weimar o dai governi ancora precedenti, messe in atto dal Partito Nazionalsocialista tra il 1934 e il 1938 con le privatizzazioni operate nell’ambito della comunità europea tra il 1997 e il 2000.

Mentre gran parte degli studi successivi sembra aver sottolineato la centralizzazione economica messa in atto dallo stato tedesco tra l’ascesa di Hitler e la sua caduta, il saggio di Bel riporta significativamente alla luce il fatto che quasi tutti i settori dell’economia nazionale furono interessati da tali privatizzazioni. Ferrovie, industrie dell’acciaio, miniere, banche, cantieri navali, linee di navigazione, trasporti e servizi locali o correlati al lavoro e anche i servizi sociali furono tutti interessati dalle politiche di privatizzazione.

Le privatizzazioni se da un lato costituirono una fonte importante di entrate per il Tesoro tedesco e contemporaneamente una forma di alleggerimento fiscale per lo stesso, dall’altro furono indirizzate nello specifico a favorire industriali e gruppi finanziari che avevano sostenuto il partito nazionalsocialista già da prima della sua salita al potere. Tra questi Fritz Thyssen, che manteneva una posizione di leader nel trust delle Acciaierie Unite e la cui posizione all’interno del trust fu notevolmente rafforzata dalla loro riorganizzazione finanziaria che, immediatamente dopo la presa del potere da parte di Hitler, vide la quota di proprietà del governo scendere dal 52% al 25%, quota che, secondo la legislazione tedesca, non era più sufficiente a garantire al governo alcuna priorità sul controllo della società”.[29]

Ma neanche Hitler risulta il patriarca dei privatizzatori occidentali delle risorse pubbliche, visto che fu in Inghilterra a partire dal 1480 che iniziò il famigerato processo delle enclosures, ossia la recinzione e l’espropriazione delle terre comuni dei villaggi contadini da parte dei grandi latifondisti appoggiati dal potere regio” (Marx) e dagli apparati statali: dinamica plurisecolare descritta e denunciata con forza proprio da Karl Marx, nello splendido ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale. (K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. 24, par. 2).

 

 

 

 

 

Condizioni materiali della produzione e politica-struttura

Cosa sarebbe rimasto del segmento più avanzato nel processo di produzione agricolo, partendo dagli Ubaid collettivistici del 4500 a.C. e dal modo di produzione asiatico dei Sumeri del 3700 a.C., senza controllo delle acque e dighe, senza opere di irrigazione e drenaggio? Controllo delle acque e irrigazione nelle quali la politica, intesa come espressione concentrata dell’economia, giocò in passato e svolge tuttora un ruolo socioproduttivo come minimo importante, e molto spesso decisivo.

Senza i porti, a loro volta sempre diretta emanazione della sfera politica, sarebbe stato forse pensabile il traffico marittimo di prodotti su vasta scala, dai Sumeri per giungere alle ipermoderne megastrutture portuali di New York e Amsterdam?

E le ferrovie, a partire dal 1860 in poi, a che livello sarebbero rimaste senza l’intervento materiale dei diversi apparati statali e del potere politico, visto la grande quantità di “mezzi di produzione e mezzi di sussistenza” (Marx, Capitale, libro secondo, cap. sedicesimo, par. terzo) che costa il loro processo di creazione e manutenzione?

Un discorso analogo può essere effettuato anche per i “ponti e tunnel”: e cioè per altre condizioni materiali della produzione citate espressamente da Marx nel decimo capitolo del libro del Capitale (“ferrovie, ponti, tunnel, ecc.”), oltre che strutture connesse quasi sempre con l’azione della sfera politica.

Considerazioni molto simili valgono anche per i moderni aeroporti, strade e autostrade, satelliti e mezzi di telecomunicazione: in pratica l’intero comparto della logistica ipermoderna risulta quasi impensabile senza la presenza indispensabile della praxis materiale e socioproduttiva del potere politico, nella sua ampia sezione avente per oggetto “l’espressione concentrata dell’economia”.

A proposito di porti, logistica, infrastrutture e container lo studioso Moritz Altenried ha riportato “un’interessante osservazione di Thomas Reifer, secondo la quale oggi Marx comincerebbe Il Capitale sottolineando come la ricchezza delle nazioni contemporanee appaia sempre più come un’immensa collezione di container (Reifer, 2007). Anche se si può obiettare che un container ed una merce fanno parte di due categorie concettuali diverse, questa affermazione provocatoria è molto rivelatrice in quanto evidenzia l’importanza della logistica non solo in quanto industria ma in quanto prospettiva per comprendere il capitalismo contemporaneo.

Di conseguenza, propongo di differenziare tre significati del termine “logistica”. In primo luogo, la logistica è un settore industriale o di mercato specializzato nello spostamento di cose che è cresciuta in importanza e che costituisce in quanto tale un oggetto di ricerca affascinante. In secondo luogo, la logistica è diventata in qualche modo una logica – o un dispositivo in senso foucaltiano – che è andata oltre il suo settore in senso stretto e che fonda il capitalismo contemporaneo. Per cui, quest’ultimo può essere compreso come un capitalismo di “catena di distribuzione”, per riprendere l’espressione di Anna Tsing (Tsing, 2009). Se ciò è vero, allora la logistica, in terzo luogo, diviene una prospettiva di ricerca. Intendo difendere l’idea che la logistica può servire come una sorta di prisma che ci aiuta a comprendere in maniera critica la trasformazione in corso nel capitalismo globale. Questo senza tuttavia affermare che essa costituisca – o dovrebbe costituire – l’unica prospettiva possibile.

Ai fini del presente articolo, intendo mobilitare questa prospettiva basandomi su due tecnologie che hanno drasticamente cambiato sia la logistica che, come ho premesso, il capitalismo globale: il container e l’algoritmo.

Gli sviluppi della logistica o del trasporto dopo la seconda guerra mondiale sono stati spesso denominati “rivoluzione logistica”, “la rivoluzione più sotto-studiata del XX secolo”, come sostiene Deborah Cowen (Cowen, 2014, p.33). L’espressione “rivoluzione logistica” vuole descrivere il modo in cui il settore è drammaticamente cambiato dopo la seconda guerra mondiale, diventando a tutti gli effetti il centro di un nuovo regime di accumulazione globalizzata.

Ci sono molti modi di raccontare la storia della rivoluzione logistica – per esempio, a partire dal modo in cui il pensiero manageriale, concentrato soprattutto sulla produzione, abbia evoluto verso la gestione di tutta la catena di approvvigionamento, ivi incluso la progettazione ed il controllo, il trasporto e lo stoccaggio, le vendite, la riprogettazione ed il nuovo comando, oppure illustrando il modo in cui la logistica si è allo stesso tempo trasformata in una disciplina accademica. Ma ora vorrei concentrarmi su un oggetto tecnologico che incarna forse meglio di ogni altro l’avvento della logistica moderna: il container.

L’attuale sistema di container ha le sue origini negli Stati Uniti. Nell’ottobre del 1957, il primo porta-container salpa dal porto di Newark, New Jersey, diretto a sud di Miami, carico di grosse scatole d’acciaio standardizzate ai fini del trasporto intermodale e sviluppate da due imprenditori logistici, Malcom Mc Lean e Roy Fruehauf. Era da più di cent’anni che esistevano dei sistemi di contenitori e che venivano fatti dei tentativi di standardizzazione, ma fu il sistema di Mc Lean e Fruehauf che mise radici, se non altro in ragione del fatto che venne adottato dall’esercito americano al fine di rispondere alle necessità logistiche della guerra del Vietnam. Il loro modello di contenitore si riduceva ad una scatola di acciaio impilabile che poteva essere trasferita, per mezzo di speciali gru, dai treni o dai camion sulle navi. Questa scatola diede però inizio ad un cambiamento spettacolare: permise non solo di economizzare molto tempo e molto spazio, richiesti per caricare e scaricare in ciascun porto, ma consentì anche di fare a meno di un enorme numero di lavoratori portuali. In tutto il mondo, i sindacati tentarono di opporsi a questo processo; nel 1980, il Sindacato internazionale degli scaricatori difese davanti alla Corte Suprema ciò che considerava come un suo diritto: scaricare merci sulle banchine. Naturalmente, non ci riuscì.

Oggi, la circolazione globale delle merci si basa sul container marittimo standardizzato. Il 90% delle merci d’esportazione circola in container. L’unità standard è l’EVP (equivalente a 6,096 metri). Wal-Mart importa circa 700mila EVP ogni anno, ovvero, detto in altri termini, circa 30mila tonnellate al giorno (Bonacich & Wilson, 2008, p. 25). Un grande porto come Amburgo o Rotterdam gestisce ogni giorno più di 25mila di questi container.

Quest’industria genera degli enormi profitti, ad esempio un porto come Amburgo nel 2014 ha prodotto un valore aggiunto lordo di 20miliardi di euro. L’impresa di contenitori danese Maersk rappresenta da sola circa il 20% del PIL della Danimarca. Maersk opera con più di 600 navi per una capacità totale di 2,6 milioni di EVP, e dispone di uffici in più di 100 paesi utilizzando un numero enorme di dipendenti. Malgrado il suo statuto di gigantesca impresa multinazionale, rimane sconosciuta, come lo sono molte delle imprese logistiche. Nonostante il fatto che coprano numerosi spazi, le operazioni e le infrastrutture logistiche sono molto raramente note alla maggior parte delle persone (anche se una volta che si conosce il nome Maersk, allora ci si accorge che i suoi container sono dappertutto). La logistica può quindi essere considerata, prendendo in prestito un concetto di Nigel Thrift (Thrift, 2005, p. 213), come una parte dello “inconscio politico” del capitalismo globale”.[30]

Ancora una volta emerge come sfera politica ed economica vadano in tandem e abbiano un particolare rapporto di simbiosi tra loro, non privo di tensioni e contraddizioni.

 

 

Giappone: l’accumulazione originaria, la grande privatizzazione e Zaybatsu

Nel Giappone del primo periodo Meiji, dal 1868 al 1890, i nuclei dei dirigenti politici e gli apparati statali nipponici produssero prima un gigantesco processo di industrializzazione statale, e subito dopo innescarono un altrettanto gigantesca dinamica di svendita e di privatizzazione propria dei mezzi di produzione creati attraverso le risorse pubbliche.

Se in Gran Bretagna la rivoluzione industriale era stata infatti avviata dalle imprese private, invece in Giappone fu essenzialmente la progettazione-praxis dei governi che, dal 1868 per circa quindici anni, innescò nella società nipponica l’accumulazione originaria e “modernizzò il sistema produttivo, investì capitali nelle infrastrutture, nei servizi, nell’educazione, nei trasporti, nelle comunicazioni…

Il governo capì che alcune delle industrie essenziali (ferro, cemento, tessili, miniere, navi, armamenti) non potevano essere supportate dai privati, che non avrebbero rischiato i loro capitali per gli scarsi profitti iniziali, quindi fu proprio il governo a finanziare gli inizi di queste industrie. Fu così che il Giappone si impegnò in grandi iniziative, non esenti da crisi (1880), ma gli imprenditori risposero quando lo Stato decise di privatizzare le industrie e i servizi. I compratori furono uomini, spesso collegati al governo, che seppero riconoscere i vantaggi di investimenti a lungo termine. Le imprese non furono subito redditizie, ma quando cominciarono a dare profitti fu soltanto un piccolo gruppo di persone ad avere il controllo del mondo economico e finanziario del paese.

Si formarono così le zaibatsu, combinazione di forti gruppi economici e finanziari. La Mitsui e la Mitsubishi, per citare le più importanti, seppero approfittare delle nuove opportunità offerte dal governo…”.[31]

 

 

 

Molto a causa del petrolio …

 Tratteremo in un prossimo libro della politica-struttura in campo internazionale: ma già ora si può fornire una sicura “pistola fumante” sull’importanza assunta dalla politica, nella sezione in cui essa si rivela “espressione concentrata dell’economia”, anche nei confronti delle relazioni tra diverse formazioni statali venutesi a creare dopo il 1918 analizzando il rapporto idrocarburi-politica-guerra-imperialismo occidentale durante l’ultimo secolo.

A tal proposito G. Godels seppur evitando facili ma controproducenti tesi economicistiche, ha sottolineato lucidamente che la frase “tutto a causa del petrolio” è stata, da “quando si ha memoria, un ritornello persistente in risposta alla politica in Medio Oriente degli Stati Uniti. Certamente c’è molta verità in questa affermazione. Dalla transizione energetica dal carbone al petrolio e ai suoi derivati, le principali potenze imperialiste hanno cercato di dominare o controllare le risorse petrolifere globali. E il centro dell’estrazione petrolifera globale, specialmente per gli Stati Uniti e altri potenti paesi capitalisti, è rimasto in Medio Oriente e nelle sue periferie.

Quando la Marina dell’allora dominante impero britannico passò dalle navi da guerra a carbone e alimentate a vapore alla dipendenza dal petrolio, il Medio Oriente divenne la sua stazione di servizio strategica. Di conseguenza, lo stato e il destino di persone, nazioni e stati in Medio Oriente si legarono indissolubilmente agli interessi e alla volontà delle più grandi potenze imperiali.

Dopo la prima guerra mondiale, gli inglesi e i francesi hanno aggredito e trasformato il Medio Oriente in un “protettorato” utile ai propri interessi economici. Gli Stati Uniti, autosufficienti nelle risorse petrolifere, furono spinti ai margini, liberi di esplorare i vasti deserti sottopopolati della penisola arabica.

Il caso volle che le vaste distese della penisola arabica si dimostrarono essere una fonte di petrolio e gas naturale vasta ed economica. L’Arabian-American Oil Company (ARAMCO) si rivelò provvidenziale quando le riserve energetiche interne statunitensi iniziarono a diminuire.

Come potenza imperialista dominante dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti poliziotti del mondo capitalista, hanno assunto il compito di garantire che il petrolio fosse sicuro e alla portata del mondo capitalista e fuori dalla portata dei nemici della Guerra Fredda e dei loro alleati. Ciò necessitava di un esercito potente e agile. Poiché il petrolio e i gas sono trasportati via mare e oleodotti, le forze armate statunitensi si sono installate in basi militari in tutto il globo e gli Stati Uniti hanno arruolato comprimari fortemente armati in posizioni chiave in mezzo ad aree ricche di risorse energetiche (nell’Iran pre-rivoluzionario, in Israele, Arabia Saudita, ecc.).

Gli Stati Uniti (e i loro alleati più vicini e più fidati della NATO) non si sono prestati gratuitamente come guardiani globali ma hanno estratto un tributo dai paesi produttori di petrolio, sottraendo risorse ai loro popoli. Dopo la seconda guerra mondiale quando si spezzarono rapidamente le catene coloniali, l’imperialismo stabilì nuove modalità di dominio sulle materie prime del mondo, comprese le risorse energetiche. Le relazioni neo-coloniali sostituirono il dominio totale con il dominio economico. Nonostante l’autogoverno politico nominale, i paesi “indipendenti” ricchi di risorse erano ancora prigionieri delle imprese statunitensi e dei loro corrispettivi europei. Le compagnie statunitensi ed europee “hanno partecipato” allo sviluppo e alla proprietà delle risorse di gas e petrolio.

Poiché il petrolio e il gas sono così centrali nelle economie moderne, le potenze imperialiste mostrarono un vivo interesse nel garantire prezzi bassi e stabili. Pertanto, gli Stati Uniti e altri paesi imperialisti hanno investito pesantemente nell’estrazione di petrolio e gas in tutto il mondo, installando, quando necessario, governi amici nei paesi ricchi di risorse.

Ma anche i governi più favorevoli all’impero hanno cercato di ottenere maggiori frutti dall’estrazione mineraria dalle loro terre. I potentati sauditi, tra gli altri, hanno rivisto accordi, formato alleanze di produzione (ad esempio, l’OPEC) ed esercitato il loro potere sulle forniture globali a fini politici. In particolare, i produttori dell’OPEC hanno punito i paesi occidentali per il loro sostegno a Israele con un embargo sul petrolio nel 1973.

L’embargo petrolifero del 1973 si è rivelato un punto di svolta per le relazioni dell’imperialismo con gli stati produttori di petrolio del Medio Oriente. Le rivalità all’interno dell’imperialismo limitarono l’uso del potere militare degli Stati Uniti al fine di “… impadronirsi forzatamente dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente alla fine del 1973”. Approfittando di queste differenze, i sauditi e altri paesi furono incoraggiati a nazionalizzare le loro industrie e ottenere una certa indipendenza dall’imperialismo occidentale. In alcuni casi, il drastico aumento di petrodollari che scorreva nelle casse degli Stati produttori di petrolio ha portato a miglioramenti altrettanto notevoli nella vita dei cittadini (in Libia, per esempio). In altri casi, i proventi del petrolio hanno arricchito solo le élite. E, nel caso dei sauditi, le ingenti entrate petrolifere hanno promosso il wahhabismo e un settarismo ultra-conservatore contro i movimenti laici progressisti e radicali in Medio Oriente e altrove.

Gli Stati Uniti e Israele sono riusciti a incanalare denaro e risorse saudite a sostegno dei propri obiettivi di politica estera, in particolare emarginando e anche combattendo il nazionalismo arabo non settario, il socialismo e l’antimperialismo in Palestina, Afghanistan e in molti altri stati. Dall’inizio del nasserismo fino ad oggi, l’imperialismo e il conservatorismo islamico più reazionario hanno usato il settarismo per contrastare, persino distruggere, i movimenti progressisti. Il denaro del petrolio ha sovvenzionato questo sforzo.

Dalla vittoria sull’imperialismo e sul settarismo in Siria, vediamo iniziare incoraggianti lotte di classe e non settarie in altri paesi come il Sudan, il Libano e l’Iraq. Le battute d’arresto in Arabia Saudita e dei suoi alleati del Golfo nello Yemen hanno anche spianato la strada a un livello di lotta più alto e avanzato con una minore confusione conseguente la divisione tribale e settaria. Mentre c’è sempre il pericolo che l’imperialismo da una posizione indebolita, usi queste lotte per i suoi scopi.

“Ho sempre detto, se andiamo [in Siria], ci teniamo il petrolio”. Donald Trump

I commentatori sono stati sbalorditi dall’audacia di Trump quando ha collegato il coinvolgimento in Siria con l’espropriazione del petrolio siriano. Molti erano imbarazzati dal fatto che Trump avesse pubblicamente rivelato che il ladrocinio di petrolio combaciava facilmente con gli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti. Hanno preferito mistificare i propositi degli Stati Uniti dietro un allarme quasi comico che l’ISIS sarebbe risorto senza la presenza degli Stati Uniti. Questa esile scusa era in netto contrasto con il fatto che l’intero impegno militare degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS avveniva attraverso il controllo dei cieli.

Quindi, gli Stati Uniti si sono intromessi in Siria, Iraq, Arabia Saudita, Libia e altri paesi per rubare, proteggere o espropriare fonti di energia? Sono questi esempi del secolare saccheggio imperialista sulle fonti energetiche globali?

Certamente l’imperialismo USA e i suoi alleati continuano a servire le preoccupazioni monopolistiche del capitalismo nella ricerca di sfruttamento delle risorse globali. Ma questa non è l’intera storia oggi.

Grazie all’innovativa rivoluzione del petrolio di scisto, gli Stati Uniti sono anche un forte concorrente dei produttori globali di energia. Questa è una nuova svolta che sta modellando la politica imperialista americana, spostandola in altre direzioni. Gli Stati Uniti, che oggi superano la produzione di petrolio e gas di tutti gli altri paesi, sono meno impegnati a garantire, impadronirsi, proteggere o sfruttare le risorse energetiche globali e maggiormente orientati a ottenere una maggiore quota di mercato delle vendite mondiali.

La guerra – e questa è guerra – per ottenere più mercati per la produzione energetica statunitense favorisce gli Stati Uniti poiché gli altri produttori sono minacciati, resi meno affidabili o più costosi da guerre, sconvolgimenti politici o altre cause di caos. Mentre nel dopoguerra americano, la politica petrolifera della Guerra Fredda era orientata verso la stabilità, prezzi bassi e costanti e transito sicuro, gli Stati Uniti beneficiano invece oggi dell’instabilità globale, dei prezzi instabili, delle rotte marittime pericolose e delle infrastrutture di collegamento precarie.

Le infinite guerre statunitensi, l’aumento delle ostilità da parte delle grandi potenze, il tintinnio di sciabole nelle rotte marittime, la palese azione militare contro gli stati produttori di energia tradizionali e le esagerate minacce di terrorismo e banditismo contribuiscono tutte a favorire l’approvvigionamento energetico da uno stato politicamente ed economicamente stabile con l’esercito più potente e di maggiore portata della storia: gli Stati Uniti.

È importante collocare il caos indotto dagli Stati Uniti nella prospettiva di una reale assenza di una minaccia imminente da parte di qualsiasi potere importante o dal cosiddetto “terrorismo”. Quasi tutto il caos globale è semplicemente prodotto e sostenuto dall’imperialismo.

La determinazione degli Stati Uniti a regnare sui mercati dell’energia è stata decisiva per scongiurare l’attacco dei prezzi dell’Arabia Saudita nel 2014. Con i costi di produzione pari o inferiori alla metà di quelli per lo scisto americano, i sauditi, sia attraverso la calcolata inazione che con la sovrapproduzione, hanno fatto scendere il prezzo del petrolio sotto i livelli storici, nella speranza di paralizzare il mercato statunitense dello scisto in forte espansione. Gravati dai debiti accumulati dall’esplorazione e dagli alti costi iniziali degli impianti di perforazione, l’industria statunitense emergente di scisto ha lottato a causa del crollo dei prezzi. Ma Wall Street è venuta in soccorso in modo intelligente e deciso: i prestiti stanno iniziando a essere riscossi solo oggi.

Con la Libia relegata nel ruolo di stato fallito, l’Iran espulso dal commercio, il Golfo Persico che si sta trasformando in zona di guerra, il Venezuela sanzionato dai mercati, Boko Haram che interrompe la produzione di petrolio nigeriana, la gigantesca Russia costretta a una nuova guerra fredda, i sauditi in procinto di vendere pezzi di ARAMCO agli Stati Uniti e ad altri investitori capitalisti, e ora con Donald Trump che tiene il petrolio siriano fuori dai mercati globali, gli Stati Uniti spingono il loro petrolio come il più affidabile e facilmente disponibile.

Lo stesso si può dire degli sforzi degli Stati Uniti per espandere i propri mercati di gas naturale liquefatto (GNL). La volontà sistematica di rappresentare la Russia come una minaccia esistenziale che incombe ai confini dell’Europa orientale e centrale ha lo scopo di stigmatizzare la Russia come partner pericoloso e compromettere la sua posizione come principale fornitore economico di gas naturale, fornito dalle pipeline per l’Europa. Di conseguenza, gli Stati Uniti sperano di aprire la porta di quel mercato stabilendo terminali GNL negli stati più anti-russi. Allo stesso modo, il caos nello Stretto di Hormuz e la lotta all’Iran hanno gettato un’ombra sull’affidabilità dei maggiori concorrenti statunitensi di gas: i vasti giacimenti di gas iraniano e del Qatar.

In questa competizione per i mercati energetici globali, gli Stati Uniti fanno affidamento sulle sanzioni economiche come arma preferita, in particolare bloccando l’attività commerciale dei rivali energetici.

Se imporre la stabilità in un mondo capitalista dipendente dalle importazioni di energia era il primo obiettivo dell’imperialismo USA, la sovrapproduzione di energia da tecnologie innovative ha fissato nuovi obiettivi. Poiché gli Stati Uniti bramano i mercati tradizionali di petrolio e gas naturale, l’imperialismo USA è disposto a convivere e anche favorire l’instabilità globale. Non è un caso che guerre distruttive senza fine, zone a rischio diffuse, minacce e ostilità siano caratteristiche del ventunesimo secolo.

Rafforzare le esportazioni di energia e le vendite di armi rendono gli Stati Uniti il principale piantagrane in un mondo capitalista instabile e ultra competitivo.

L’imperialismo energetico statunitense rende ancora più pericoloso un mondo già instabile”.[32]

Petrolio e politica: affari lucrosi e controllo politico-militare delle aree geopolitiche più importanti sul piano energetico; ancora una volta, politica-struttura.

 

 

 

Petrolio e politica: l’alleanza strategica tra nazisti e la Standard Oil nel 1941-44

In uno stimolante articolo, intitolato “A letto col terzo reich: l’alleanza nascosta degli USA con la Germania contro l’Unione Sovietica”, lo storico Michel Chossudovsky ha riportato che “Prescott Bush era un socio della Brown Brothers Harriman & Co e direttore della Union Banking Corporation, che aveva stretti rapporti con gli interessi delle imprese tedesche, come la Thyssen Steel, grande compagnia coinvolta nell’industria degli armamenti del Terzo Reich.

“… Nuovi documenti, declassificati [nel 2003], dimostrano che, anche dopo che l’America era entrata in guerra [8 dicembre 1941] e quando già esistevano significative informazioni sui piani e sulle politiche dei nazisti, egli [Prescott Bush] lavorò e fece guadagni con società strettamente legate alla finanza tedesca, la quale supportò economicamente l’ascesa al potere di Hitler. È stato anche evidenziato come il denaro ricavato da queste transazioni avesse aiutato a costruire la ricchezza e la fortuna della famiglia Bush, nonché a fondare la sua dinastia politica” (The Guardian, September 25, 2004).

Senza il sostegno degli USA alla Germania nazista, il Terzo Reich non sarebbe stato capace di dichiarare guerra all’Unione Sovietica. La produzione di petrolio della Germania era insufficiente per poter scatenare una grande offensiva militare. Durante tutto il conflitto, il Terzo Reich fece affidamento su regolari forniture di greggio da parte della Standard Oil, nelle mani della famiglia Rockefeller.

I principali produttori di greggio nei primi anni quaranta erano: gli Stati Uniti (50% della produzione globale di petrolio), l’Unione Sovietica, il Venezuela, l’Iran, l’Indonesia e la Romania.

Senza una regolare fornitura di petrolio, la Germania non sarebbe stata in grado di porre in essere l’Operazione Barbarossa, che venne lanciata il 22 giugno 1941. L’invasione dell’Unione Sovietica aveva la finalità di conquistare e prendere il controllo delle risorse petrolifere dell’Unione Sovietica nel Caucaso e nelle regioni del Mar Caspio: il petrolio di Baku.

La domanda mai posta. Da chi ha avuto il petrolio la Germania?

Già prima del dicembre 1941, il petrolio texano veniva spedito in Germania con regolarità. Sebbene la Germania fu in grado di sintetizzare il carbone in benzina sintetica, tale produzione si rivelò insufficiente. Inoltre, le risorse petrolifere di Ploesti, in Romania (sotto il controllo nazista fino al 1944) erano minime. La Germania nazista dipese largamente dalle forniture statunitensi della Standard Oil.

L’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941) avvenne appena sei mesi dopo il lancio dell’operazione Barbarossa (Luglio 1941). Gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale dichiarando guerra al Giappone ed alle altre potenze dell’Asse.

La normativa sui commerci col nemico del 1917, ufficialmente applicata a seguito dell’ingresso degli Usa nella Seconda guerra mondiale, non impedì alla Standard Oil of New Jersey di vendere petrolio alla Germania nazista. Ciò avvenne nonostante il Senato americano avesse messo nel 1942 la Standard Oil sotto inchiesta.

Sebbene le spedizioni di greggio proveniente direttamente dagli USA fossero state ridotte e contingentate, la Standard Oil avrebbe venduto il suo petrolio tramite triangolazione con paesi terzi. Il petrolio statunitense fu spedito alla Francia occupata tramite la Svizzera, e dalla Francia fu spedito in Germania.

“… per la durata della Seconda Guerra Mondiale la Standard Oil, all’interno degli accordi che Teagle aveva supervisionato, (1) continuò a fornire di petrolio la Germania nazista. Le spedizioni vennero effettuate attraverso la Spagna, le colonie della Francia di Vichy nelle Indie Occidentali e la Svizzera”.

Dovrebbe essere evidenziato che una larga fetta della domanda di petrolio della Germania nazista fu soddisfatta dalle spedizioni del Venezuela, il quale, all’epoca, era di fatto una colonia USA.

Il presidente del Venezuela sostenuto dagli USA al tempo della guerra, il Generale Isaías Medina Angarita, (al potere dal maggio 1941 all’ottobre 1945) fu messo lì per proteggere gli interessi petroliferi degli USA, così come per consentire il “commercio col nemico” sin dall’inizio dell’entrata in guerra degli USA nel dicembre 1941.

John D. Rockefeller Jr. possedeva un pacchetto azionario di controllo della Standard Oil corporation, ma il secondo più grande azionista era l’impresa chimica tedesca IG Farben, attraverso la quale la compagnia statunitense ha venduto ai nazisti oltre 20 milioni di dollari in benzina e lubrificanti. E la filiale venezuelana della medesima impresa USA ha spedito oltre 13.000 tonnellate di greggio in Germania, ogni mese, greggio che la possente industria chimica del Terzo Reich ha immediatamente trasformato in benzina.

Mentre il governo di Medina Angarita, su pressione di Washington, rimase ufficialmente neutrale sin dai primi momenti di Pearl Harbor (7.12.1941), ma di fatto allineato agli USA che avevano rotto ogni relazione colla Germania nazista, i traffici di greggio dal Venezuela verso la Germania non subirono interruzioni. Con una svolta piuttosto insolita (al limite del ridicolo) il Venezuela dichiarò guerra alla Germania nel febbraio 1945, quando il conflitto era ormai giunto al suo termine.

Senza queste spedizioni di greggio assicurate dalla Standard Oil e dai Rockefeller, la Germania nazista non sarebbe stata in grado di realizzare la propria agenda militare. Senza carburante, l’apertura del fronte orientale del Terzo Reich e l’Operazione Barbarossa probabilmente non avrebbero avuto luogo, salvando milioni di vite. Il fronte occidentale, con l’occupazione militare di Francia, Belgio e Paesi Bassi, ne avrebbe altrettanto subito conseguenze.

L’amministrazione di F. D. Roosevelt avrebbe potuto adottare severe sanzioni contro la Standard Oil, con il fermo intento di rafforzare il blocco contro la Germania nazista.

Ma gli Stati Uniti non pensavano alla pace: l’obiettivo taciuto era non soltanto quello di distruggere l’Unione Sovietica, ma anche quello di minare il ruolo della Gran Bretagna come potenza imperiale.

Togliamoci ogni illusione. Senza le spedizioni di greggio assicurate dalla statunitense Standard Oil e dalle sue affiliate, l’intero disegno imperiale della Germania nazista non avrebbe potuto essere intrapreso.

Non puoi dichiarare una guerra senza benzina.

Gli Stati Uniti sono andati a letto col nemico per tutta la Seconda guerra mondiale.

L’obiettivo degli USA era quello di distruggere l’Unione Sovietica.

Guardando avanti al 2019 L’Unione Europea ha recentemente adottato una risoluzione intitolata “Importanza della Giornata europea del ricordo per il futuro dell’Europa” che rafforza una precedente dichiarazione del 23 dicembre 2008.

La risoluzione afferma che la Seconda guerra mondiale: “è iniziata come immediata conseguenza del noto patto di non aggressione nazisovietico del 23 agosto 1939… e dei suoi protocolli segreti, attraverso I quali due regimi totalitari condivisero il fine della conquista del mondo e divisero l’Europa in due zone di influenza”.

Questa è una proposizione assurda che distorce la storia. Asserisce che la Germania nazista e l’Unione Sovietica fossero alleati.

Nega il fatto che l’Unione Sovietica sia stata la vittima dell’aggressione nazista, la quale ha avuto come risultato l’uccisione di più di 25 milioni di sovietici (più del 10 per cento della popolazione).

La risoluzione capovolge la realtà storica. L’Unione Sovietica ha giocato un ruolo centrale sia nella sconfitta dei nazisti che in quella dei giapponesi. Inoltre vi è ampia prova che gli USA andarono a letto col nemico, con il più ampio fine di distruggere l’Unione Sovietica e uccidere la sua popolazione.

Le spedizioni di greggio alla Germania nazista (fino al 1944) furono volte a sostenere l’Operazione Barbarossa di Hitler, la quale provocò milioni di morti. Sotto questo profilo, gli Stati Uniti furono complici dei crimini di guerra commessi, sostenendo le ambizioni militari della Germania nazista.

L’ampio disegno della cooperazione tra USA e nazisti.

Vendere carburante alla Germania nazista fu solo una delle diverse strategie contemplate dagli USA.

Gli interessi commerciali statunitensi continuarono a cooperare colle imprese naziste anche dopo Pearl Harbor.

Nessun tentativo venne posto in essere per vietare alla Ford di mantenere i suoi interessi e contatti coi tedeschi nella Francia occupata, neppure venne proibito alla Chase Bank o alla Morgan Bank di mantenere aperte le proprie filiali nella Parigi occupata. Si riporta che la Reichsbank e il Ministro nazista dell’Economia fecero esplicita promessa a certuni amministratori di compagnie statunitensi che le loro proprietà non sarebbero state toccate dopo la vittoria del Fuhrer. In tal modo, i capi di queste imprese, come si suol dire oggi, potevano lanciare un dado col sei su ogni faccia. Qualunque parte avesse vinto la guerra, i poteri che veramente controllano le nazioni non sarebbero stati ostacolati.

“Cancellare l’Unione Sovietica dalle mappe”

Già nel corso del 1942 (all’apice della Seconda guerra mondiale), era stato contemplato un attacco nucleare contro l’Unione Sovietica. Secondo un documento segreto (declassificato) ed emesso il 15 settembre 1945 (5 settimane dopo Hiroshima): “il Pentagono ha previsto di fare saltare in aria l’Unione Sovietica con un attacco nucleare coordinato diretto contro le sue maggiori aree urbane… Il Pentagono ha stimato che sarebbero state necessarie un totale di 204 bombe atomiche per “cancellare l’Unione Sovietica dalle mappe”. I bersagli dell’attacco nucleare erano individuati nelle 66 maggiori metropoli. (Per maggiori dettagli vedi Michel Chossudovsky, Global Research, 10 dicembre 2017).

Una singola bomba atomica lanciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 ebbe come conseguenza la morte immediata di più di 100.000 persone. Immaginate cosa sarebbe potuto accadere se 204 bombe atomiche fossero state lanciate su tutte le maggiori aree urbane dell’Unione Sovietica. Questo progetto diabolico, formulato quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano ancora alleati, è equivalente ad un vero e proprio genocidio.

(1) Gli accordi di Achnacarry sono stata un’intesa stipulata il 17 settembre 1928 tra Henry Deterding, direttore generale della Royal Duch Shell, Walter C. Teagle, rappresentante della Standard Oli Company, e Sir John Cadman, dirigente della Anglo-Persian Oil Company (successivamente British Petroleum). Tale accordo era finalizzato a stabilire zone di estrazione e prezzi di vendita del greggio affinché non ci fosse concorrenza, bensì cooperazione tra le compagnie. Successivamente alle prime tre compagnie petrolifere si aggiunsero Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. Le compagnie petrolifere aderenti all’accordo in seguito furono conosciute anche come le sette sorelle”.

(Note storiche sugli accordi di Achnacarry nel volume “Le fonti dell’energia: Storia e prospettive”, di Maurizio Godart, UTET-De Agostini, 2014).

 

 

 

Engels e la politica-struttura: protezionismo e libero scambio

Nel 1888 Engels descrisse la politica-struttura nell’importante sezione di quest’ultima avente per oggetto gli scambi economici su scala internazionale, con la plurisecolare connessione occidentale creatasi tra sfera economica e quella politica partendo almeno dall’inizio del Seicento con il mercantilismo fino ad arrivare via via al neoprotezionismo contemporaneo di Donald Trump.

Engels notò che “verso la fine del 1847 veniva convocato a Bruxelles un Congresso di libero-scambisti. Era una manifestazione di quella campagna per il libero scambio che si faceva allora dagli industriali inglesi. Vittoriosi in patria per la revoca della legge sui cereali nel 1846, essi passavano sul continente chiedendovi il libero accesso dei prodotti delle manifatture inglesi, in cambio del varco aperto in Inghilterra ai cereali del continente. A quel Congresso Marx si era inscritto fra gli oratori ma, come era da attendersi, le cose vennero condotte per guisa che il Congresso si chiudesse prima del suo turno. Così quel che aveva da dire, dovette esporlo invece all’Associazione democratica internazionale di Bruxelles, di cui era fra i vicepresidenti.

Essendo oggi la questione del libero scambio e del protezionismo all’ordine del giorno, si credette utile pubblicare una versione del discorso di Marx, e me ne è chiesto un proemio.

«Il sistema protezionista, dice Marx, fu un mezzo artificiale per fabbricare industriali, per espropriare i lavoratori indipendenti, per capitalizzare gli strumenti nazionali di produzione e di sussistenza e per abbreviare colla forza il passaggio dalla forma medievale di produzione alla odierna.» Tale fu il protezionismo al suo sorgere nel secolo XVII e tale è rimasto ben innanzi nel XIX. Esso venne elevato a regola di ogni Stato civile nell’occidente d’Europa. Sole eccezioni i piccoli Stati della Germania e la Svizzera — non perché dissentissero, ma per la impossibilità di applicare il sistema nei loro minuscoli territori.

Fu sotto le materne ali del protezionismo che la moderna industria meccanica, a base di vapore, sorse in Inghilterra e si sviluppò durante gli ultimi trent’anni del secolo XVIII. E, quasi la protezione delle tariffe non bastasse, le guerre contro la Rivoluzione francese contribuirono ad assicurare all’Inghilterra il monopolio dei nuovi sistemi industriali. Per più di vent’anni, vascelli da guerra inglesi tennero lontano i produttori rivali dell’Inghilterra dai rispettivi mercati nelle colonie, aprendoli a forza al commercio inglese. La secessione delle colonie sud-americane dall’egemonia delle madri patrie europee, la conquista inglese di tutte le principali colonie francesi ed olandesi, l’assoggettamento progressivo dell’India, trasformarono gli abitanti di quegli immensi territori in consumatori di prodotti inglesi. L’Inghilterra così associava il protezionismo all’interno col libero scambio imposto ai consumatori dell’estero; e, grazie a questo felice connubio dei due sistemi, finite nel 1815 le guerre, essa ebbe virtualmente conquistato il monopolio del commercio mondiale per tutte le industrie più importanti.

Questo suo monopolio si estese e rafforzò nei successivi anni di pace. Il suo slancio era aumentato di anno in anno. I possibili rivali erano lasciati sempre più addietro. Ormai la sempre crescente esportazione di manifatture divenne per l’Inghilterra una vera questione di vita o di morte. Due soli ostacoli aveva di fronte: le leggi proibitive o protettive di altri paesi e le imposte gravanti la importazione delle materie gregge e dei generi alimentari in Inghilterra.

Allora divennero popolari nella patria di John Bull le dottrine libero-scambiste della economia politica classica — dei fisiocratici francesi e dei loro successori d’Inghilterra, Adamo Smith e Ricardo. Il protezionismo in paese tornava inutile a industriali che vincevano tutti i loro rivali dell’estero e la cui esistenza stessa dipendeva dall’espandersi della loro esportazione. Il protezionismo non giovava che ai produttori di generi alimentari e di materie gregge, agli interessi agricoli, ossia, data l’Inghilterra d’allora, ai percettori di rendita, all’aristocrazia fondiaria. E questa specie di protezionismo era perniciosa agli industriali. Gravando d’imposte le materie prime si aumentava il prezzo dei prodotti manufatti, imponendo i generi alimentari si elevava il Prezzo della mano d’opera; e in ambo i casi l’industriale inglese soffriva uno svantaggio di fronte al suo competitore dell’estero. E siccome tutti gli altri paesi mandavano in Inghilterra principalmente prodotti agricoli, e prendevano dall’Inghilterra prodotti industriali, abolire i dazi protettori inglesi sui cereali e sulle materie prime era nello stesso tempo un far appello agli altri paesi perché togliessero, o almeno riducessero, in compenso, i dazi d’importazione sui prodotti industriali.

Dopo una lunga e violenta lotta, i capitalisti dell’industria che erano già in Inghilterra la classe dirigente e prevalente, riuscirono vincitori. L’aristocrazia fondiaria piegò. I dazi sui cereali ed altre materie prime vennero soppressi. Il libero scambio divenne la parola d’ordine del giorno. Convertire tutti gli altri paesi al libero scambio, e cosi creare un mondo nel quale l’Inghilterra fosse il gran centro manifatturiero e gli altri paesi ne fossero dipendenze agricole: ecco il nuovo problema per gli industriali inglesi o pei loro interpreti, gli economisti.

Fu questa l’epoca del Congresso di Bruxelles e del discorso di Marx. Pur riconoscendo che il protezionismo può, in date circostanze (per esempio nella Germania del 1847), vantaggiare gli industriali, e che il libero scambio non è la panacea dei mali dei lavoratori o può anzi aggravarli; Marx si pronuncia per principio ed in conclusione in favore del libero scambio.

Per lui il libero scambio è la condizione normale della odierna produzione capitalistica. Solo con esso ha pieno sfogo l’immensa energia produttiva del vapore, dell’elettricità, delle macchine, al cui più rapido sviluppo si accompagnano, conseguenze inevitabili: lo scindersi della società in due classi, capitalisti e salariati; ricchezza ereditaria ed ereditaria povertà; l’eccesso di produzione in rapporto al bisogno dei mercati; la assidua vicenda di prosperità, sovrabbondanza, crisi, panico, depressione cronica, indi graduale ma effimero rialzarsi del commercio, per metter capo di nuovo alla crisi di sovraproduzione; in breve, l’espandersi delle forze produttive fino a ribellarsi alle catene di quegli stessi istituti sociali onde ricevettero l’impulso: unica soluzione una rivoluzione sociale, liberatrice delle forze produttive dalle pastoie di un ordine sociale antiquato, liberatrice dei produttori attuali, la grande maggioranza della popolazione, dalla schiavitù del salario. E poiché il libero scambio è l’atmosfera naturale per questa evoluzione storica, l’ambiente economico ad essa più propizio — per ciò, e soltanto per ciò, Marx si dichiarò in favore del libero scambio.

Ad ogni modo gli anni immediatamente successivi al trionfo del libero scambio in Inghilterra sembrarono cresimare le previsioni dei suoi più ottimisti fautori.

Il commercio inglese toccò cifre favolose, il monopolio dell’industria inglese sul mercato mondiale sembrò più che mai consolidato, spuntarono a centinaia ferriere e tessiture, dappertutto nuove industrie allignarono. Una seria crisi scoppiò nel 1857, ma fu superata, e il progresso dell’industria e del commercio si riaccelerò tino al nuovo panico del 1866, un panico destinato pare, a far epoca nella storia economica del mondo.

L’espansione senza esempio della industria e del commercio inglese fra il 1848 ed il 1866 era dovuta principalmente all’abolizione dei dazi di protezione sui generi alimentari e sulle materie prime. Ma non solo a questo. Altri gravi fenomeni concorsero. Fu in quel torno la scoperta e l’esercizio dei campi d’oro d’Australia e di California, che moltiplicarono il numerario; il trionfo del vapore come mezzo di trasporto, dei piroscafi n sui velieri, delle ferrovie sulle strade comuni fece i trasporti quattro volte più rapidi e quattro volte meno costosi. Qual maraviglia che, in condizioni così favorevoli, le fabbriche inglesi animate dal vapore si estendessero a spese delle industrie casalinghe straniere fondate sul lavoro a mano? Ma potevan le altre nazioni starsene chete a una riforma che le umiliava a semplici appendici agricole dell’Inghilterra, «l’officina del mondo»?

Non potevano. La Francia da quasi due secoli riparava le sue manifatture dietro una vera muraglia dona China di protezionismo e proibizionismo od aveva raggiunto in tutti gli articoli di lusso o di gusto una supremazia che l’Inghilterra non pretendeva neppure di disputarle. La Svizzera, sotto un regime di perfetto libero scambio, possedeva manifatture relativamente importanti cui la concorrenza inglese non poteva toccare. La Germania, con una tariffa assai più liberalo di quella di ogni altro grande paese del continente, andava sviluppando i propri opifici con una celerità relativamente ancora maggiore dell’Inghilterra. E l’America, ridotta dalla guerra civile del 1861 alle sole proprie risorse, doleva far fronte ad un subitaneo bisogno di manifatture d’ogni specie, né il poteva se non creando opifici propri nel paese. I bisogni sorti colla guerra, colla guerra cessarono; ma i nuovi opifici rimasero e dovettero la concorrenza britannica. Inoltre la guerra aveva maturato in America il pensiero che una popolazione di 35 milioni, raddoppiante in quarant’anni al più, ricchissima di risorse e attorniata da vicini quasi unicamente agricoltori, era «manifestamente destinata» a diventare indipendente, sì in pace che in guerra, dall’industria straniera per i principali suoi consumi. Ed allora l’America diventò protezionista.

Saranno ora quindici anni, io viaggiai in ferrovia con un avveduto commerciante (credo in ferro) di Glasgow, che, parlando dell’America, mi ammanniva i vecchi ritornelli libero-scambisti: «Non era egli assurdo che negoziatori scaltri, come gli americani, si addossassero tributi per arricchire industriali e padroni di ferriere indigeni, mentre qui da noi trovavano la stessa od anche una miglior merce a tanto minor prezzo?» E citava esempi, calcolando le cifre dello sperpero.

«Credo» — risposi — «che la questione abbia un altro lato. Sapete che in carboni, forze idrauliche, minerali d’ogni genere, alimenti a buon mercato, cotoni indigeni ed altre materie prime, l’America ha risorse che nessun paese d’Europa eguaglia; e che non possono svolgersi appieno finché l’America non diventi paese industriale. Ammetterete anche, che oggi una così grande nazione non saprebbe essere esclusivamente agricola; ciò equivarrebbe a murarsi nella inferiorità e nella barbarie; nessuna grande nazione può vivere oggi senza opifici propri. Ora, se l’America deve diventare nazione industriale, e tutto fa credere che essa non solo vi riesca, ma possa scavalcare i suoi rivali, non ha che due vie; o continuare, poniamo per cinquant’anni, col libero scambio una costosissima guerra di concorrenza contro opifici inglesi che hanno circa un secolo di vantaggio, oppure escludere mercé dazi protettivi le manifatture inglesi, poniamo per venticinque anni, colla certezza quasi assoluta che alla fine dei venticinque anni essa potrà reggersi nel mercato aperto del mondo. Quale delle due vie sarà meno lunga e meno costosa? Ecco il quesito. Se partite da Glasgow per Londra potete prendere il treno omnibus a due soldi per miglio o percorrere dodici miglia all’ora. Ma voi, no: il vostro tempo ha troppo valore e voi prendete il diretto, pagate quattro soldi per miglio e ne fate quaranta all’ora. Benissimo; gli americani preferiscono pagare la tariffa del diretto e andare colla velocità del diretto.» Il mio scozzese libero scambista non ribatté verbo.

Il protezionismo, essendo un sistema artificiale per fabbricare industriali, può dunque sembrar utile non solo ad una classe capitalista tuttora in via di sviluppo ed in lotta col feudalismo, ma eziandio alla classe capitalista nascente d’un paese che, come l’America, non ha mai conosciuto il feudalismo ma che tocca quella fase di evoluzione che impone il passaggio dalla agricoltura alla industria. L’America, in queste condizioni, si decise per il protezionismo. Da quel giorno i venticinque anni, di cui io parlavo col mio compagno di viaggio, sono suppergiù trascorsi e, se io non calcolavo male, il protezionismo dovrebbe ormai aver fatto il suo ufficio a pro dell’America e starebbe ora per divenirle un imbarazzo.

Da qualche tempo questa è la mia opinione. Circa due anni fa dicevo ad un americano protezionista: «Sono convinto che, se l’America inaugura il libero scambio, fra dieci anni avrà battuto l’Inghilterra sul mercato mondiale.»

Il protezionismo è, nella migliore ipotesi, una vite senza fine, e non si sa mai quando sbarazzarsene. Proteggendo un’industria, direttamente o indirettamente danneggiate tutte le altre e quindi dovrete proteggere anche queste. Ma in tal modo danneggiate a sua volta l’industria che avete protetta per la prima e siete tenuti a compensarla: ma questo compenso reagisce come prima su tutti gli altri commerci, onde spetta a questi un compenso, e cosi via all’infinito. L’America sotto questo riguardo ci offre un esempio appropriatissimo del miglior modo di uccidere un’industria importante col protezionismo. Nel 1856 il totale delle importazioni e delle esportazioni per mare degli Stati Uniti ammontava a 641.604.850 dollari; di questa somma, il 75,2 per cento venne trasportati su navi americane e solamente il 24,8 per cento su navi forestiere. Già, i piroscafi inglesi vincevano i velieri americani; tuttavia, nel 1860, di un traffico marittimo in totale di 762.288.550 dollari, ancora il 66,5 per cento si esercitava da navi americane.

Sopraggiunta la guerra civile e introdotto il protezionismo per le costruzioni navali americane, ne segui la quasi completa scomparsa della bandiera americana, dai mari. Nel 1887 il commercio marittimo degli Stati Uniti ammontava nel suo insieme a 1.408.502.979 dollari, ma di questa cifra il solo 13.80 per cento veniva effettuato con navi americane, e 1’86,20 per cento con legni d’altre nazioni. Le merci trasportate da battelli americani sommavano, nel 1856, a dollari 482.268.274; nel 1860 a dollari 507.247.757. Nel 1887 si scese a 194.356.746 dollari.3Quarant’anni fa la bandiera americana sfidava sugli oceani la bandiera inglese; ora non la si vede in nessun luogo. La protezione ai cantieri uccise navi e costruttori.

Altro punto. I perfezionamenti nei metodi di produzione si seguono oggi così rapidi e rivoluzionano per modo le industrie, che quella che era ieri una ben calcolata tariffa protezionista, oggi non lo è più. Prendiamo un altro esempio dalla Relazione del segretario del Tesoro americano per il 1887:

«I perfezionamenti di questi ultimi anni nelle macchine per la lavorazione delle lane mutarono talmente il genere dei così detti tessuti pettinati, che questi ultimi hanno largamente sostituito i tessuti lisci (cheviots) per la confezione di vestiti da uomo. Questo mutamento… danneggiò moltissimo le nostre manifatture nazionali di tessuti pettinati, perché il dazio sulla lana che essi impiegano è identico a quello sulla lana adoperata pei tessuti lisci; ora, mentre il dazio imposto a questi ultimi, commisurato a un prezzo non superiore a 80 soldi4 per libbra, è di 35 soldi per libbra e del 35 per cento ad valorem, il dazio sui tessuti pettinati sempre commisurato ad un prezzo non superiore agli 80 soldi per libbra, è di 10 a 24 soldi per libbra, più il 35 per cento ad valorem. In alcuni casi il dazio sulla lana che si impiega nei tessuti pettinati eccede il dazio imposto sull’articolo finito.» Cosicché ciò che ieri era una protezione per l’industria nazionale, si risolve oggi in un premio per l’importatore estero; e dà modo al segretario del Tesoro di dire: «V’è ragione di credere che la manifattura dei tessuti pettinati dovrà presto cessare in questo paese se non sarà emendata la tariffa» (pag. XIX). Ma per correggerla, voi avrete da combattere i fabbricanti di tessuti lisci, cui giova questo stato di cose; voi dovrete iniziare una campagna regolare per convertire alle idee vostre la maggioranza di entrambe le Camere, ed eventualmente anche la pubblica opinione: ne varrà la pena?

Ma il peggio del protezionismo è che, una volta introdotto, non vi è facile sbarazzarvene. Se un’equa tariffa è difficile da combinare, il ritorno al libero scambio è immensamente più difficile. Le circostanze, che all’Inghilterra permisero il cambiamento in pochi anni, non si rinnoveranno. E anche là la lotta, cominciala dal 1823 (Huskisson), non incontrò qualche successo che nel 1842 (tariffe di Peel) e continuò per anni dopo abolito il dazio sui cereali. Cosi la protezione dei prodotti serici (i soli che temessero ancora la concorrenza estera) venne prolungata per una serie di anni o con modi veramente indegni; mentre le altre industrie tessili subirono il Factory Act, che limitava le ore di lavoro per le donne, per i giovani e per i ragazzi, la industria della seta venne favorita con rilevanti privilegi, autorizzandola all’impiego di teneri fanciulli e per più ore che nelle altre industrie tessili. Il monopolio, che gli ipocriti libero-scambisti abolivano rispetto ai concorrenti dell’estero, lo ricostituivano a spese della salute e della vita di fanciulli inglesi.

Ma nessun paese potrà attendere, per tornare al libero scambio, il tempo felice in cui tutte o quasi le sue industrie sfideranno la concorrenza estera in mercato aperto. La necessità del cambiamento si farà sentire assai prima, or in questo or in quel commercio, e dal conflitto dei rispettivi interessi sorgeranno le più edificanti contese, i peggiori intrighi di camorre e le più scandalose cospirazioni parlamentari. Il meccanico, l’armatore, ecc., troveranno che la protezione consentita al padrone di ferriere eleva il prezzo delle sue merci a tal punto da impedirne l’esportazione; il fabbricante di tessuti di cotone saprebbe escludere i tessuti inglesi dai mercati cinesi e indiani se non fosse l’alto prezzo che egli deve pagare il filo, stante la protezione accordata ai filatori; e così via. Nell’istante in cui un’industria nazionale ha compiuta la conquista del mercato interno, allora l’esportazione le diviene indispensabile. In capitalismo un’industria o si espande o è condannata a sparire. Un commercio non può restare stazionario: un arresto di sviluppo è il principio della sua rovina: il progresso delle invenzioni meccaniche e chimiche, surrogando sempre più il lavoro dell’uomo e sempre più rapidamente accrescendo ed accentrando il capitale, crea in ogni industria stagnante un ingorgo così di lavoratori come di capitali, ingorgo che non trova sbocco perché lo stesso fenomeno comune a tutte le altre industrie. Così il passaggio da un commercio interno ad un commercio d’esportazione diventa una questione di vita o di morte per le industrie che vi sono interessate; ma esse urtano nei diritti acquisiti, negli interessi degli altri, che trovano ancora nel protezionismo più sicurezza o profitto che nel libero scambio. Ne segue una lotta lunga e tenace fra libero-scambisti e protezionisti, della quale si impadroniscono i politicanti di mestiere, che muovono i fili dei tradizionali partiti politici e il cui interesse non è che il conflitto si risolva, ma anzi è che perduri; e il risultato dl tale sperpero immenso di tempo, di energia e di quattrini è una serie di transazioni, ora favorevoli all’una, ora all’altra parte e tendenti con moto altrettanto lento quanto poco maestoso verso il libero scambio — salvo che il protezionismo, nel frattempo, si renda affatto insopportabile alla nazione, come è appunto probabile stia per accadere in America.

V’è poi un altro genere di protezionismo, il peggiore di tutti, e lo troviamo in Germania. Anche la Germania cominciò a sentire, tosto dopo il 1815, la necessità di un più rapido sviluppo delle sue industrie. Ma la prima condizione ne era la creazione d’un mercato indigeno mercé l’abolizione delle frontiere interne e della disparata legislazione doganale di quei piccoli Stati, ossia la formazione d’una Unione doganale tedesca o Zollverein. Questo presupponeva una tariffa liberista, intesa piuttosto ad accrescere il reddito comune che a proteggere la produzione paesana. Solo questa condizione poteva indurre questi piccoli Stati ad unirsi. Così la nuova tariffa germanica, benché leggermente protezionista per talune industrie, fu per quel tempo un modello di legislazione libero-scambista, e rimase tale, quantunque, già dopo il 1830, la maggioranza degli industriali tedeschi continuasse a reclamare il protezionismo. Ancora, sotto questa tariffa liberalissima, e sebbene le industrie domestiche tedesche fondate sul lavoro manuale fossero spietatamente schiacciate dalla concorrenza delle fabbriche inglesi a vapore, il trapasso dal lavoro manuale alla macchina avvenne gradatamente anche in Germania ed è ora quasi compiuto; la trasformazione della Germania da paese agricolo in paese industriale procedette di pari passo, aiutata, dal 1866, da favorevoli eventi politici: cioè lo stabilirsi di un forte governo centrale e d’un parlamento federale, assicuranti una legislazione uniforme sul commercio, la circolazione, i pesi e le misure; e, da ultimo, l’inondazione dei miliardi francesi. Così, intorno al 1874, il commercio tedesco sul mercato del mondo si schierava accanto a quello della Gran Bretagna5 e la Germania impiegava più macchine a vapore nell’industria e nella locomozione che qualunque altro paese del continente. Fu così dimostrato che anche oggi, a dispetto dell’enorme slancio dell’industria inglese, un grande paese può competere con successo, in mercato aperto, coll’Inghilterra.

Si ebbe allora un cambiamento a vista: la Germania ridivenne protezionista nel momento in cui Il libero scambio appariva per essa più che mai necessario, mutamento assurdo, ma spiegabile. Finché la Germania era esportatrice di grano, tutti i suoi interessi agricoli, non meno che l’interesse generale del commercio marittimo, le imponevano il libero scambio, Ma nel 1874, in luogo di esportare, la Germania requisiva all’estero grandi provviste di grano. In quel torno l’America incominciava ad inondare l’Europa con enormi provviste di grano a buon mercato: dovunque esse arrivavano, scemava il reddito in denaro della terra e quindi la rendita; e da quel momento gli interessi di tutta la restante Europa incominciarono a invocare il protezionismo. Nello stesso tempo gli industriali tedeschi soffrivano per gli effetti del traffico eccessivo prodotto dall’influenza dei miliardi francesi, mentre l’Inghilterra, il cui commercio fin dalla crisi del 1866 era continuamente depresso, inondava tutti i mercati accessibili con prodotti non smerciabili in patria e li offriva fuori a prezzi ruinosamente bassi. Così avvenne che le industrie tedesche, benché dipendenti soprattutto dalla esportazione, incominciarono a ravvisare nel protezionismo il modo di assicurare a sé stesse la fornitura esclusiva del mercato interno. E il Governo, tutto in mano della aristocrazia fondiaria e dei signorotti, fu arcilieto di profittare di tali circostante a loro vantaggio, offrendo dazi protettivi tanto ai signori della terra quanto agli industriali. Nel l878 un’elevata tariffa protezionista fu introdotta, sì per i prodotti agricoli che per quelli dell’industria.

D’allora in poi l’esportazione degl’industriali tedeschi fu mantenuta direttamente a spese dei consumatori del paese. Dovunque fu possibile sì formarono sindacati (rings o trusts) per regolare il commercio di esportazione e financo la produzione. Il commercio tedesco del ferro è in mano di poche grandi case, la più parte compagnie per azioni, le quali insieme possono produrre circa il quadruplo del consumo medio del paese. Per evitare una inutile concorrenza reciproca, queste ditte formarono un sindacato, che divide fra di loro tutti i contratti coll’estero, e determina caso per caso a quale ditta spetti fare l’offerta effettiva. Questo trust alcuni anni fa aveva stretto persino un concordato coi padroni di ferriere inglesi, concordato oggi rescisso. Così pure le miniere di carbone di Westfalia (che producono circa 37 milioni di tonnellate all’anno) avevano formato un sindacato per regolare la produzione, designare gli offerenti per i contratti, fissare i prezzi. Insomma qualunque industriale tedesco potrà dirvi che l’unico vantaggio che gli portano i dazi protettivi è che essi gli permettono di rifarsi sul mercato interno dei prezzi rovinosi ch’egli deve accettare all’estero. E questo non è tutto. L’assurdo sistema di proteggere gli industriali non è che l’offa gettata ai capitalisti dell’industria per indurli a sorreggere un monopolio ancora più iniquo accordato agli interessi fondiari. Non solo ogni produzione industriale viene assoggettata a gravi dazi d’importazione e questi vengono accresciuti ogni anno, ma industrie rurali, condotte sopra latifondi per conto del proprietario, vengono letteralmente premiate coi denari del pubblico. La fabbricazione dello zucchero di barbabietola non è solo protetta, ma riceve somme enormi sotto forma di premi d’esportazione. Persone competenti pensano che, se anche tutto lo zucchero esportato venisse buttato a mare, il fabbricante avrebbe ugualmente un profitto per i soli premi del Governo. Così pure le distillerie d’alcool dí patata ricevono, in conseguenza dí leggi recenti, una regalia, levata dalle tasche del pubblico, di circa 50 milioni di lire all’anno. E siccome quasi ogni grande proprietario nel nord-est della Germania è o un fabbricante dí zucchero di barbabietola o un distillatore d’alcool di patata, o l’uno e l’altro insieme, qual maraviglia che il mondo sia letteralmente inondato dalle loro produzioni?

Questa politica, rovinosa in qualunque circostanza, lo è doppiamente in un paese dove le fabbriche mantengono la loro posizione sui mercati neutri soprattutto mediante il buon mercato della mano d’opera. I salari in termini, mantenuti, nel miglior caso, al minimum delle sussistenze, dalla sovrabbondanza della popolazione (la quale cresce rapidamente malgrado l’emigra. zione), devono crescere in conseguenza del rincaro di tutti i generi di prima necessità causato dal protezionismo: l’industriale tedesco allora non potrà più, come può oggi, troppo spesso conservare i prezzi rovinosi dei suoi articoli con una diminuzione dei suoi salari normali, e verrà così vinto sul mercato. Il protezionismo in Germania sta uccidendo la gallina dalle uova d’oro.

Degli effetti del protezionismo soffro anche la Francia. Qui il protezionismo, dominandovi da due secoli, è divenuto sangue della vita della nazione. Non di meno esso va diventando sempre più un imbarazzo. Mutamenti continui nei metodi di produzione sono all’ordine del giorno, ma il protezionismo sbarra la via. Si fanno oggi velluti di seta col rovescio di filo di cotone fino. Questo filo si fabbrica in Inghilterra assai più a buon mercato che in Francia. Il fabbricante francese deve dunque o pagare l’elevatissimo dritto d’entrata di questo filo, oppure, se vuole ottenerne il rimborso all’atto della esportazione del suo velluto, sottomettersi a cosi interminabili vessazioni burocratiche che assolutamente non ci ha più il tornaconto; e così il commercio del velluto migra da Lione a Crefeld, dove il prezzo di protezione per il filo di cotone fino è sensibilmente più basso. Come già dicemmo, l’esportazione francese consiste specialmente in articoli di lusso, nei quali il buon gusto francese ha tuttora il primato; ma, i consumatori più importanti di questi articoli sono, in tutto il mondo, le nostre moderne intraprese capitaliste, le quali non hanno né educazione né buon gusto, e cui soddisfano altrettanto bene le grossolane imitazioni tedesche e inglesi a buon mercato; anzi spesso queste vengono fornite loro per articoli francesi genuini a prezzi più che fantastici. Per quelle specialità che non si possono fabbricare fuori di Francia il mercato si restringe ogni di più, l’esportazione di manifatture francesi a mala pena si sostiene e presto dovrà declinare; con quali nuovi articoli potrà la Francia surrogare quelli la cui esportazione va cessando? Se qualche cosa può venirle in aiuto è un’ardita introduzione del libero scambio che tolga l’industriale francese alla sua atmosfera di serra calda e lo risospinga nell’aria libera della concorrenza coi rivali stranieri. Certo il commercio francese, nel suo complesso, avrebbe già da tempo incominciato ad intisichire se non era il breve e timido passo verso il libero scambio fatto dal trattato di Cobden del 1860; ma questo ha oramai esaurita la sua azione e v’è bisogno di una dose più forte dello stesso tonico.

Mette appena conto di parlare della Russia. Ivi la tariffa protettiva — poiché i dazi si devono pagare in oro e non nella deprezzata valuta cartacea del paese — serve soprattutto a fornire a quel misero governo la moneta effettiva indispensabile per le transazioni coi creditori stranieri; se un giorno quella tariffa adempisse veramente alla sua missione protettiva coll’escludere affatto le merci estere, quel medesimo giorno il governo russo fallirebbe. Eppure quello stesso governo va divertendo i suoi sudditi col far balenar loro la prospettiva di rendere la Russia, con quella tariffa, un paese del tutto indipendente, non tributario all’estero né di generi alimentari, né di materie, prime né di manifatture, né di opere d’arte. Quei che han fede in questo miraggio di un impero russo isolato dal resto del mondo possono andare a braccetto con quel patriottico luogotenente prussiano, che in una bottega domandava, non un globo terraqueo o celeste, ma un globo di Prussia.

Torniamo all’America. Vi hanno molti sintomi secondo i quali il protezionismo avrebbe ormai esaurita la propria azione a pro degli Stati Uniti e, quanto più presto riceverà il suo congedo, sarà meglio per tutti. Uno di questi sintomi è la formazione di rings e di trusts nel seno delle industrie protette, miranti a sfruttare più profondamente il loro monopolio. Ora, rings e trusts sono in verità instituzioni americane, e là dove esse sfruttano ricchezze naturali essi vengono generalmente, sebbene di mala voglia, sopportati. La trasformazione dei pozzi di petrolio di Pensilvania in un monopolio mediante la Standard Oil Company è un fenomeno affatto consono alle regole della produzione capitalista. Ma se i raffinatori di zucchero tentano di trasformare la protezione, che il paese loro accorda. contro la concorrenza straniera, in un monopolio contro il consumatore indigeno, cioè contro quella stessa, nazione che ha accordata la protezione, allora la cosa, muta aspetto. Eppure i grandi raffinatori hanno firmato un trust che mira appunto a questo. E il sindacato dello zucchero non è il solo. Ora, il formarsi di tali trusts entro industrie protette è il segno più securo che il protezionismo ha compiuta l’opera sua ed ora va mutando carattere; che esso non protegge più l’industriale contro l’importatore, ma lo protegge contro il consumatore del paese; che il protezionismo ha fabbricato, almeno in quel dato ramo speciale, un numero bastante, se non eccessivo, d’industriali; che il danaro da esso accumulato nella loro borsa è denaro sprecato; proprio come in Germania.

In America, come altrove, il protezionismo è sostenuto dall’argomento che il libero scambio gioverebbe soltanto all’Inghilterra. La miglior prova del contrario è che in Inghilterra, non solamente gli agricoltori ed i proprietari fondiari, ma persino gli industriali vanno diventando protezionisti. Nella patria della «scuola di Manchester», il 1.° novembre 1886, la Camera di commercio di Manchester discuteva una proposta nella quale era detto «che, avendo atteso invano per quarant’anni che le altre nazioni seguissero l’esempio libero scambista dell’Inghilterra, la Camera crede venuto il tempo di riesaminare quella situazione»; e la proposta era respinta, ma con soli 22 voti contro 21! E questo nel centro della industria del cotone, l’unica industria inglese la cui supremazia sul mercato aperto sembri ancora indisputata! Ma bisogna dire che persino in quel ramo speciale il genio inventivo è passato dall’Inghilterra all’America. I recentissimi perfezionamenti nelle macchine per filare e tessere il cotone vennero quasi tutti dall’America e Manchester li ha adottati. Nelle invenzioni industriali d’ogni specie, l’America ha chiaramente preso il disopra, mentre la Germania incalza alle reni l’Inghilterra. Questa si va persuadendo che il suo monopolio industriale è irremissibilmente perduto, che essa perde terreno ogni giorno di fronte ai progressi dei suoi competitori, che dovrà ormai contentarsi di essere una fra le tante nazioni industriali, e non più, come aveva sognato, «l’officina del mondo».

È per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant’anni, non vedevano salute che nel libero scambio, oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di «commercio leale» e di reciprocità di tariffe. E quando gli industriali inglesi incominciano ad accorgersi che il libero scambio li rovina e domandano al governo d’essere protetti contro i concorrenti dell’estero, allora è venuto sicuramente il momento per questi rivali di rendere la pariglia buttando a mare un sistema protezionista d’ora innanzi inutile e di combattere il cadente monopolio industriale dell’Inghilterra con la sua propria arma, il libero scambio.

Ma, come già dissi, voi potete facilmente introdurre il protezionismo, ma non potete sbarazzarvene con pari facilità. L’assemblea legislativa adottando misure protezioniste ha fatto sorgere grandi interessi, dei quali deve rispondere. E nessuno di questi interessi — i vari rami dell’industria — è egualmente preparato, in un dato momento, a fare fronte ad una aperta concorrenza. Alcuni si troveranno in arretrato, mentre altri non hanno più bisogno della terapia protezionista. Questa differenza di condizione farà sorgere le solite congiure di anticamera, ed è per sé stessa una sicura garanzia che le industrie protette, se il libero scambio venga adottato, verranno abbandonate davvero molto facilmente, come accadde all’industria della seta in Inghilterra dopo il 1846. È questa una cosa inevitabile nelle attuali condizioni ed il partito libero-scambista dovrà sottomettervisi finché il mutamento venga adottato per principio.

La questione del libero scambio e del protezionismo si agita interamente nella cerchia del sistema presente di produzione capitalista e non ha quindi interesse diretto per noi socialisti che vogliamo farla finita con tale sistema. Indirettamente tuttavia essa ci interessa, in quanto noi dobbiamo desiderare che il presente sistema di produzione si svolga e si espanda liberamente e rapidamente quanto è possibile; poiché insieme con esso si svilupperanno anche quei fenomeni economici che ne sono le necessarie conseguenze e che dovranno distruggere l’intero sistema: miseria della gran massa dovuta alla sovraproduzione; dalla sovraproduzione periodici ingorghi e crisi industriali e commerciali, accompagnate da panico, ovvero un ristagno commerciale cronico; divisione della società in una esigua classe di grandi capitalisti e in un’altra vasta classe condannata alla schiavitù del salario, schiavitù praticamente ereditaria; un proletariato che, mentre cresce di continuo, nello stesso tempo costantemente sostituito da macchine economizzatrici di lavoro; in breve una società sospinta in un cul di sacco senza uscita, se non se ne rimodelli tutta la struttura economica fondamentale.

Fu da questo punto di vista che, quarant’anni fa, Marx si pronunciò in massima a favore del libero scambio, come il sistema più progressivo, come quello che spingerà più presto nel cul di sacco la società capitalista. Ma se fu per questo che Marx si pronunciò pel libero scambio quale misura rivoluzionaria, non dovrebbero dunque i sostenitori dell’ordine presente, i cittadini ben pensanti, dichiararsi pel protezionismo?

Se un paese oggi accetta il libero scambio non lo fa certo per compiacere i socialisti. Lo fa perché il libero scambio è diventato una necessità per i capitalisti delle sue industrie. Ma, quando pure adottasse il protezionismo onde eludere la catastrofe sociale attesa dai socialisti, farebbe pur sempre opera vana.

Il protezionismo, essendo una fabbrica artificiale di industriali, lo è anche di salariati. Quelli suppongono questi. Il salariato segue dovunque le orme dell’industriale; e somiglia al triste affanno d’Orazio che è seduto in groppa col cavaliere e che quest’ultimo non può levarsi d’accanto dovunque egli vada. Non ci è possibile sottrarci al destino; in altre parole non possiamo sottrarci alle conseguenze necessarie delle nostre proprie azioni. Un sistema di produzione, fondato sullo sfruttamento dei salariati ed in cui la ricchezza cresce in proporzione del numero di braccia impiegate e sfruttate, non può che accrescere la classe dei salariati, la classe cioè destinata a distruggere un giorno il sistema medesimo. Nel frattempo non v’è che fare: è necessità che voi continuiate a sviluppare il sistema capitalista, che voi acceleriate la produzione, l’accumulazione e l’accentrazione della ricchezza capitalistica ed insieme con ciò la formazione di una classe rivoluzionaria di lavoratori. Che voi vi gettiate nelle braccia del protezionismo o del libero scambio, ciò non produce in definitiva alcuna differenza, e ben poca nella lunghezza dell’intervallo che vi separa dal giorno della fine. Poiché assai prima di tal giorno il protezionismo sarà diventato una pastoia insopportabile a qualunque paese che aspiri, con qualche probabilità di successo, a tenere il suo posto nel mercato mondiale”.

 

 

 

Petrolio e politica-struttura, su scala planetaria: l’OPEC con la Russia e il prezzo del greggio.

In un suo interessante articolo intitolato “Il petrolio disegna nuove alleanze” (www.marx21.it) il ricercatore Demostenes Floros ha notato in modo lucido e correttamente che “la nascita dell’OPEC+ ha sancito la centralità della Russia come attore geopolitico ed energetico al fianco dell’Arabia Saudita, mentre cala il peso di Washington sull’Organizzazione. Sullo sfondo si rafforza l’alleanza tra Mosca e Pechino.

Nuovi tagli di produzione per limitare l’offerta di petrolio: lo hanno annunciato il 6 dicembre scorso i 24 paesi che compongono l’OPEC+. La coalizione tra il Cartello dei paesi esportatori di petrolio e i paesi non OPEC, a guida russa, ha inaspettatamente aumentato i tagli produttivi per un ammontare di 500.000 b/g, incrementandoli da 1.200.000 b/g a 1.700.000 b/g fino al 31 marzo 2020.

L’obiettivo dei produttori di petrolio è di ridurre l’eccesso di offerta attualmente presente nel mercato. In realtà, l’OPEC+ aveva già effettuato tagli per un importo superiore rispetto a quelli ufficialmente approvati il 30 novembre 2018 e implementati a partire dal primo gennaio 2019. Ad esempio, a novembre scorso, l’OPEC+ ha tagliato 242.000 b/g in più rispetto alle quote prestabilite. Questo è il motivo principale per cui i prezzi del barile non sono significativamente aumentati nei giorni seguenti la stipula dell’accordo. Di fatto, nel momento in cui scriviamo (12 dicembre), il Brent viene scambiato a 63,93 $/b, mentre il WTI a 58,91 $/ b, circa 1 $/b in più rispetto al 6 dicembre.

In conformità con le stime fornite dall’International Energy Agency (IEA) il 15 novembre scorso, le entrate lorde medie giornaliere della Federazione Russa sono risultate essere pari a 670 milioni di dollari nel corso dei primi dieci mesi dell’anno corrente, in aumento di 170 milioni di dollari rispetto allo stesso periodo del 2016, prima che la neo nata OPEC+ riducesse la produzione di 1.800.000 b/g il 30 novembre 2016. Al contempo, l’Arabia Saudita – che ha tagliato il proprio output di oltre 700.000 b/g tra gennaio-ottobre – ha incamerato entrate per 630 milioni di dollari al giorno, cioè 125 milioni di dollari aggiuntivi rispetto al medesimo periodo del 2016.

Durante l’ultimo meeting di Vienna, i produttori OPEC e la Russia sono riusciti a raggiungere un importante accordo grazie al fatto che i primi hanno accettato una precisa richiesta russa, consistente nell’escludere i gas condensati dal calcolo del proprio tetto produttivo. In precedenza, solamente i membri dell’OPEC godevano di tale diritto. Nonostante non sussista una definizione comune di gas condensati, secondo la terminologia utilizzata dalla IEA, per petrolio si intende la somma tra greggio, liquidi separati dal gas naturale (in inglese, NGL – Natural Gas Liquids) e gas condensati, cioè liquidi condensati dai gas naturali (Gas Condensate). Più precisamente, per liquidi associati, si intende la somma di liquidi separati e liquidi condensati. Grazie a questo nuovo metodo di calcolo, il quale è stato esteso a tutti i produttori non-OPEC, l’output russo è risultato inferiore rispetto a quello calcolato con il metodo precedente, conformandosi più agevolmente anche agli ultimi tagli decisi in sede OPEC+.

A tal riguardo, un secondo aspetto merita di essere approfondito.

La maggior parte dei giacimenti di gas naturale contiene una mescolanza di gas, tra cui anche i condensati, che vengono estratti contemporaneamente. Tenuto conto delle nuove norme decise il 6 dicembre, d’ora in poi, nel caso in cui la Federazione Russa (Gazprom, Lukoil, ecc.) desiderasse sfruttare nuovi giacimenti gasieri – ad esempio, in Siberia – al fine di soddisfare la domanda crescente di gas naturale della Cina, potrebbe farlo senza la preoccupazione di dovere limitare la produzione di condensati onde rispettare la propria quota estrattivo di petrolio. Per di più, il prezzo di mercato dei gas condensati è superiore rispetto a quello del gas naturale.

Dopo il colpo di Stato in Ucraina nel 2014, in virtù del quale si è giunti anche al referendum in Crimea, gli Stati Uniti d’America – così come l’Unione Europea – hanno imposto sanzioni nei confronti della Federazione Russa. A cinque anni di distanza da quegli eventi, l’influenza politica di Mosca sull’OPEC è un dato di fatto, mentre il peso statunitense sull’Organizzazione, la quale era sempre stata considerata una sorta di “giardino di casa di Washington” da parte delle élite americane, sta sensibilmente diminuendo come abbiamo avuto modo di anticipare sin dal nostro report di giugno 2019.

Al tempo, ponemmo in evidenza i seguenti tre aspetti politici fondamentali:

– L’istituzionalizzazione dell’OPEC+ sancisce la centralità della Federazione Russa, sia come principale esportatore di energia al mondo (a partire da petrolio e gas naturale) sia, come indispensabile attore geopolitico della nascente architettura internazionale multipolare;

– L’OPEC+ rafforza il coordinamento delle politiche dei produttori convenzionali dinnanzi alla sfida lanciata loro nel corso degli ultimi anni dai cosiddetti frackers, o produttori non convenzionali (le esportazioni di Russia e Arabia Saudita coprono il 25% circa dell’export globale di greggio);

– Storicamente, l’Arabia Saudita è considerata lo swing producer globale, nella misura in cui ha la capacità di limitare deliberatamente il proprio output nel tentativo di soddisfare le fluttuazioni della domanda del mercato, mantenendo offerta e domanda globali sostanzialmente in equilibrio. Negli ultimi anni, grazie all’implementazione della tecnica del fracking, alcuni analisti hanno ritenuto che gli Stati Uniti avrebbero sostituito, o perlomeno affiancato, l’Arabia Saudita in questo preciso ruolo. L’impressione è che con la nascita dell’OPEC+ e con la Cina frattanto divenuta il principale importatore di petrolio al mondo, i sauditi già condividono questa responsabilità con la Federazione Russa più che con gli USA.

Ora, tocca alla Cina fare la prossima mossa sullo scacchiere energetico globale.

Il 2 dicembre 2019, è stato lanciato il Power of Siberia, il quale rifornirà la Cina con gas naturale russo. Di conseguenza, nel medio periodo, esiste la concreta possibilità che l’oro blu siberiano possa sostituire parte delle esportazioni di gas naturale liquefatto USA (GNL) in quanto meno costoso rispetto al concorrente americano, ma anche in virtù del rafforzamento della cooperazione strategica tra le due super potenze eurasiatiche. Tuttavia, la decisione della Cina potrebbe potenzialmente influenzare anche l’esito dell’accordo commerciale tutt’ora in corso tra Pechino e Washington, come ha correttamente rilevato Oilprice.com il 2 dicembre 2019.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration (IEA) il 18 novembre scorso, la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista aumentare di 49.000 b/g, per complessivi 9.133.000 b/g, a dicembre 2019. L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1 luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino al record stimato di 12.900.000 b/g toccato il 22 novembre scorso (stime settimanali).

Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes il 6 dicembre, le 799 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 633 (83,0%) sono petrolifere e 133 (16,6%), più 3 mista (0,4%), risultano essere 18 in meno rispetto a quelle rilevate il 6 novembre, il minimo dal 17 marzo 2017. Le statistiche sopra menzionate mostrano che l’industria statunitense del fracking, che è stata definita dal presidente russo, Vladimir Putin, come “barbarica”, ha raggiunto nuovi massimi nella produzione di petrolio, così come l’ennesimo trimestre di cash flow negativo. “Fino a quando le società di fracking non potranno dimostrare di essere in grado di produrre liquidità così come idrocarburi, gli investitori cauti sarebbero saggi nel considerare il settore come un’impresa speculativa con prospettive deboli e un modello di business non comprovato”, hanno scritto Clark Williams-Derry e Kathy Hipple nel rapporto IEEFA. Al terzo trimestre, 32 società operanti nell’oil & gas hanno presentato istanza di fallimento, secondo Haynes e Boone.

A settembre 2019, le importazioni di greggio da parte degli USA sono crollate di ben 466.000 b/g a 6.478.000 b/d. Quest’ultime erano state 6.944.000 b/d ad agosto 2019, 6.935.000 b/g a luglio, 7.141.000 b/g a giugno, 7.158.000 b/g a maggio, 7.025.000 b/g ad aprile, 6.759.000 b/g a marzo 2019, 6.652.000 b/g 2019 a febbraio 2019 e 7.520.000 b/g gennaio 2019. Nel corso del 2019, la media dell’import di greggio statunitense è stata di 7.017.000 b/g, in diminuzione rispetto ai 6.957.000 b/g nel 2018 e ai 7.969.000 b/g nel 2017. Secondo i dati delle dogane cinesi, il principale importatore di petrolio al mondo ha aumentato le proprie importazioni dell’11,5% rispetto allo stesso mese del 2018, per una media di 10.720.000 b/g.

Il trend petrolifero e valutario.

A novembre 2019, nonostante le scorte commerciali USA siano costantemente aumentate da 438.853.000 barili il 25 ottobre a 451.952.000 barili il 22 novembre, il prezzo del barile è aumentato di circa 2,5 $/b in virtù del crescente ottimismo in merito al superamento dell’attuale disputa commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Cina, il cui effetti stanno influenzando negativamente la crescita della domanda petrolifera. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 59,67 $/b e ha chiuso a 62,43 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha iniziato scambiando a 54,34 $/b, per poi chiudere a 55,65 $/b”.[33]

[1] K. Phillips, “Ricchezza e democrazia”, p. 10, ed. Garzanti

[2] Op. cit. pp. 54-55

[3] Op. cit., pp. 57-58

[4] Op. cit., p. 87

[5] Op. cit., p. 92

[6] Op. cit. pp. 448-449

[7] Op. cit. p. 114

[8] I. Wallerstein, “Il capitalismo storico”, p. 34, ed. Einaudi

[9] P. Johnson,  “Storia degli ebrei”, p. 314, ed. TEA

[10] P. Phillips e Project Censored, “Censura 2007″, p. 339, ed. Nuovi Mondi Media

[11] N. Birnbaum, “Le Monde Diplomatique”, ottobre 2002

[12] S. Cingolani, “Guerre di mercato”, p. 461, ed. Laterza e W. Reymond, “Coca-Cola. L’inchiesta proibita”, p. 296, ed. Anteprima

[13] Amy Chua, “L’età dell’odio”, pp. 31/285, ed. Carocci

[14] I. Wallerstein, “Il capitalismo storico”, p. 34, ed. Einaudi

[15] G. Gabellini, “Le origini della Guerra Fredda e la nascita del complesso militar-industriale”, in http://www.sinistrainrete.info

[16] Francesco Piccioni, “L’incubo del Mes sul nostro prossimo futuro”, in http://www.sinistrainrete.info

[17] A. Baranes, “Dieci anni di crisi, ritorno al passato”, 14 settembre 2018, in sbilanciamoci.info

[18] A. P. Lancellotti, “Decreto Salva-Banche: la socializzazione delle perdite oltre la truffa”, in http://www.globalproject.info

[19] M. Bartolini, “Chiesa, 2 mila miliardi di immobili nel mondo”, 15 febbraio 2013 in ilsole24ore.com

[20] R. Mela, “Le ricchezze della chiesa cattolica”, in it.facebook.com

[21] R. Bodei, “Dominio e sottomissione”, p. 96, ed. Il Mulino

[22] M. A. Galdi, “L’illuminismo e la tratta atlantica degli schiavi”, in http://www.tesionline.it

[23]  “L’Arsenale di Venezia e i cantieri navali della marina”, in http://www.treccani.it

[24] G. Rastaldo, “La prima banca d’Italia, il Banco di San Giorgio”, in http://www.ilmugugnogenovese.it

[25] “Storia delle tasse – Le tasse nella storia”, in http://www.informagiovani-italia.com

[26] G. Cordasco, “Tasse, la classificazione dei paesi con la pressione fiscale più alta”, in http://www.panorama.it

[27] “Gli stati dove si pagano meno tasse. Classifica 2019”, in http://www.travel365.it

[28] “Dalla Lidia a Carlo Magno”, in http://www.met-economia.it

[29] S. Moiso, “Le false promesse del capitalismo di stato”, in http://www.carmillaonline.com

[30] M. Altenried, “Il container e l’algoritmo”, in http://www.sinistrainrete.info

[31] A. Alabisi, “Storia del Giappone”, p. 161, ed. Newotn e Compton

[32] G. Godels, “E’ solo tutto per il petrolio?”, in http://www.sinistreinrete.info

[33] D. Floros, “Il petrolio disegna nuove alleanze”, in  http://www.marx21.it

La “leva di Wallerstein”

Pubblichiamo un capitolo, intitolato “La leva di Wallerstein”, del nuovo libro che uscirà a fine gennaio 2020 e il cui titolo è “Politica-struttura, espressione concentrata dell’economia” scritto da Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

Buona lettura.

 

 

                                La “leva di Wallerstein”

 

Un’altra verifica e un ulteriore stress-test riguardo alla teoria della politica-struttura e del fatto che una sezione della sfera politica si rivela costantemente “espressione concentrata dell’economia” consiste nell’esperienza concreta e plurisecolare del capitalismo, la quale dimostra instancabilmente come proprio a fini economici e materiali di classe “il controllo del potere statale (o la sua conquista, quando era necessario) sia stato l’obiettivo strategico fondamentale di tutti i principali attori nella scena politica, lungo l’intero arco del capitalismo” (Wallerstein).[1]

Perché dunque risulta così importante, anche nelle formazioni economico-sociali capitalistiche contemporanee, “occupare” e controllare i gangli fondamentali del potere politico e degli apparati statali?

Perché impossessandosi totalmente/parzialmente dei diversi organi dell’apparato statale, in modo più o meno completo i nuclei politici vittoriosi escludono gli antagonisti dall’accesso al potere direzionale, di controllo e repressivo delle loro formazioni statali, potendo pertanto decidere sugli affari comuni della società in un senso sfavorevole agli interessi politico-materiali dei propri avversari/antagonisti e dei loro mandanti sociali, garantendosi allo stesso tempo una favorevole riproduzione materiale della loro esistenza come soggetto politico e – soprattutto – producendo scelte di priorità almeno particolarmente a vantaggio dei loro più diretti referenti sociali.

Una prima conferma “in negativo” della sovraesposta “teoria dell’occupazione” viene dall’esperienza plurimillenaria vissuta dall’élite economica del popolo ebraico e in particolare dalla sua profonda e costante vulnerabilità, in assenza forzata fino al 1947 di un suo controllo (almeno parziale) sui centri decisivi del potere politico e degli apparati statali delle nazioni nelle quali operava.

«In diversi periodi, nell’antichità, nei secoli bui e nell’Alto Medioevo, nel XVI secolo, gli ebrei avevano avuto commercianti e imprenditori brillanti, spesso di grande successo, ma il potere economico ebraico era estremamente vulnerabile, con ben scarsa tutela sul piano legale. Sia nella cristianità sia nell’islam i patrimoni degli ebrei erano esposti a sequestro arbitrario da un momento all’altro. Si potrebbe dire che l’assalto nazista alle attività ebraiche, tra il 1933 ed il 1939, o le confische di proprietà ebraiche da parte degli stati arabi negli anni 1948-50, sono stati soltanto gli ultimi più radicali di questi attacchi economici contro gli ebrei.»[2]

Il filosionista P. Johnson, ostile ai sacrosanti diritti del popolo palestinese, almeno ha intuito quasi per caso la reale importanza (economica) del controllo diretto-indiretto degli apparati statali per ogni classe e frazione di classe sfruttatrice: ma anche nella nostra epoca post-moderna vi sono innumerevoli segnali in questa direzione, a partire dalla vittoria nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2000 e del 2004 del repubblicano G. W. Bush.

Anche se la differenza reale tra i programmi di quest’ultimo e quelli dei democratici A. Gore e Kerry era inesistente su nodi politici centrali, quali la difesa a oltranza del sistema capitalistico americano o la priorità assoluta attribuita da tutti gli interessati alle esigenze planetarie dell’imperialismo statunitense, il successo riportato dal rampollo della dinastia Bush sui suoi rivali ha consentito per una certa fase la quasi completa affermazione della sfera dei bisogni e dell’opzione politico-materiale di alcune frazioni del monopolio statunitense operanti nel settore energetico e degli armamenti, tanto da consentire allo scrittore statunitense G. Vidal di affermare che “l’ex presidente Bush Senior rappresenta il Carlyle Group: petrolio. L’attuale presidente, George W. Bush, rappresenta la Harken Oil, che ha legami con l’Arabia Saudita. La bellissima Condoleeza Rice è stata per dieci anni una dirigente della Chevron: petrolio. Il ministro della Difesa Rumsfield, Occidental Oil: petrolio. Questi sono i grandi rappresentanti del governo” (Manifesto, dicembre 2002).

Detto in altri termini, tra il 2001 ed il 2008 i mandatari politici delle grandi multinazionali petrolifere e del complesso militare-industriale del paese hanno occupato le posizioni centrali della stanza dei bottoni di Washington, spostando con più decisione che in passato il baricentro politico dell’imperialismo USA a sostegno di posizioni iperaggressive rispetto ad aree “calde” ed importanti del pianeta quali l’Asia centrale, il Golfo Persico e l’Europa orientale, dando vita ed alimento alle guerre scatenate contro l’Afghanistan e l’Iraq nel periodo compreso tra il 2001 e il 2003 ed ottenendo dal loro successo politico enormi dividendi materiali per i loro diretti mandanti sociali: ad esempio la Lockeed Martin ha visto aumentare le sue vendite di armi al Pentagono più del 30% nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2004.[3]

In modo sostanzialmente corretto Norman Birnbaum, docente all’Università di Georgetown di Washington, ha focalizzato l’attenzione sul cardine centrale dell’ideologia e della pratica politica di G. W. Bush e del suo clan, in cui la distinzione tra politica ed affari sostanzialmente svanisce, anche sotto l’aspetto formale e propagandistico.

«I democratici ridono del suo nepotismo, l’accusano di considerare la politica un business. Ma, in realtà, il giovane Bush ha capito un aspetto fondamentale del capitalismo: la sottomissione della sfera pubblica al mercato. I suoi soci in affari, esattamente come suo padre, sono presenti nel commercio delle armi, nei servizi finanziari, della petrolchimica e dell’alta tecnologia. E i loro rappresentanti sono stati quindi piazzati alla testa delle istituzioni e dei dipartimenti federali».[4]

Bush padre, Bush figlio, Silvio Berlusconi e Donald Trump costituiscono del resto quattro esempi concretissimi e ipermoderni di controllo e occupazione, diretta e plateale, del potere politico da parte di grandi miliardari e di sezioni, più o meno consistenti, dell’alta borghesia occidentale legate e connesse al quartetto in oggetto, il quale ha compreso perfettamente il ruolo giocato dalla “leva di Wallerstein”.

L’importanza di avere propri uomini e propri amici, ben “piazzati” nei gangli centrali degli apparati statali, risulta del resto perfettamente conosciuta dalla borghesia e si è manifestata chiaramente anche nei frequenti scontri creatisi tra i monopoli della stessa nazione o di diversa provenienza statale, lotte che hanno spesso segnato nell’ultimo secolo i processi economici all’interno delle metropoli del capitalismo di stato post-moderno e contemporaneo. Quando l’economista S. Cingolani ha analizzato minuziosamente le “guerre dei mercati” e le alleanze che hanno contraddistinto la storia delle multinazionali mondiali del settore dell’auto, dell’elettronica, delle finanze e dell’energia, dell’aviazione e dell’alimentazione a partire dall’inizio della seconda guerra mondiale e fino al 2000, sintetizzando i risultati complessivi del suo lavoro lo studioso italiano ha espresso un’interessante valutazione sul ruolo determinante giocato dalla sfera politica nelle guerre di mercato, con particolare riferimento al ventennio 1980-2000.

«Nel ventennio in cui lo stato ha mollato il ruolo di produttore di ricchezza, ha ridimensionato la sua funzione redistributrice (soprattutto di fronte all’esplodere dei mercati finanziari), ma molto spesso ha rinunciato anche a scendere in campo come arbitro, si sono verificate pesanti intromissioni dei governi nelle guerre di mercato per sostenere imprese (è avvenuto nella battaglia Boeing-Airbus) o interessi di gruppi organizzati (come i contadini in Europa e i produttori di auto negli Stati Uniti), operare salvataggi non tutti economicamente giustificati (l’acciaio in Europa, la Chrysler e le casse di risparmio negli USA). In modo diretto e indiretto il potere politico è sempre rimasto attivo, come abbiamo visto. Persino la Coca-Cola deve il suo primato al sostegno ottenuto dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale. Il dibattito sul ruolo del pubblico contrapposto al privato, dunque, dovrebbe tenere presente molto di più il concreto svolgimento del conflitto concorrenziale».[5]

Il ruolo del settore pubblico ha esercitato un enorme peso sia nel caso politico-giudiziario che ha coinvolto la Microsoft di Bill Gates nel 1997-2001 che nel processo di sostegno finanziario statale costantemente offerto, per decenni, al monopolio torinese della FIAT, passando negli ultimi decenni dalla vendita-regalo dell’Alfa Romeo fino agli aiuti economici forniti dai governi Prodi e Berlusconi alla famiglia Agnelli per “contrastare la concorrenza internazionale”: gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare proprio partendo dall’area italiana, visto che un certo Silvio Berlusconi è sicuramente a conoscenza da molti decenni del ruolo decisivo svolto dalla sfera politico-sociale nell’assicurare il successo/insuccesso economico di certi capitalisti, di determinati monopoli e di particolari tendenze politico-sociali della borghesia monopolistica, rispetto ai loro concorrenti economici ed avversari politici.

Un’ulteriore massa di prove empiriche a sostegno dell’importanza assunta ancora oggi, proprio nell’era post-moderna, dai processi di occupazione – totale/parziale – degli apparati statali e della sfera politica da parte delle diverse frazioni che compongono l’insieme dei gruppi sociali privilegiati proviene dalle concrete esperienze moderne e post moderne vissute da tutte quelle potenti “minoranze economicamente dominanti” nei loro stati di appartenenza, abitati in larga maggioranza da popolazioni di etnia/religione/lingua diversa dalla loro, le quali risultano di regola particolarmente vulnerabili ad attacchi politico-economici da parte dei loro concittadini, ivi comprese le lobby economiche più ricche e potenti di questi ultimi.

La studiosa americana Amy Choua ha notato correttamente che, tra il 1945 ed il 2002, «in tutti i paesi del Sud e del Sud-Est asiatico, dell’Africa, dei Caraibi e delle Indie occidentali, in quasi tutta l’America Latina e in alcune zone dell’Europa orientale e della ex Unione Sovietica, il libero mercato ha determinato una rapida accumulazione di ricchezze, tanto consistenti da risultare spesso sconvolgenti, nelle mani di una minoranza etnica “estranea” o “alloctona”»: secondo Choua tali minoranze dominanti sul piano economico si distinguono sia «per le loro origini, per il colore della pelle, per la religione, per la lingua o per legami di sangue dalle masse impoverite o dalle altre sezioni dei ceti benestanti che li circondano e che li considerano appartenenti a una diversa etnia o a un gruppo differente», che per il loro interesse vitale al mantenimento/acquisizione di un grado sufficiente di controllo sulla sfera politica e gli apparati statali.

Sempre secondo la studiosa «il dato di fondo è questo: la democrazia» (di matrice occidentale e liberal parlamentare) «può risultare avversa agli interessi delle minoranze economicamente dominanti. Gli indiani del Kenya e i bianchi del Sudafrica, dello Zimbabwe e degli Stati Uniti del Sud che per generazioni hanno opposto resistenza alla democratizzazione avevano ottime ragioni per farlo: le minoranze economicamente dominanti non aspirano mai alla democrazia, almeno non quando rischiano che il loro destino sia deciso da un vero governo di maggioranza.

Alcuni lettori solleveranno di certo molte obiezioni. Spesso sembra che diverse minoranze economicamente dominanti – i cinesi in Malaysia, tanto per fare un esempio, o gli ebrei in Russia e gli statunitensi in tutto il mondo – rappresentino i più accesi fautori della democrazia. Ma il concetto di “democrazia” è notoriamente controverso, e il suo significato varia secondo l’uso.

Quando una minoranza imprenditoriale ma politicamente vulnerabile, come i cinesi del Sud-Est asiatico, gli indiani dell’Africa orientale o gli ebrei russi, auspica la democrazia, quello che ha in mente è un sistema costituzionale di garanzia dei diritti umani e di tutela della proprietà delle minoranze. In altri termini, quando questi gruppi “estranei” rivendicano la democrazia, richiedono una protezione dalla “tirannia della maggioranza”.»

In altre parole, tali “gruppi estranei” richiedono almeno un controllo parziale sulla politica economica degli stati in cui operano, ed un’occupazione parziale del potere politico.

«In modo analogo, quando le élite di sangue europeo della Bolivia, dell’Ecuador o del Venezuela parlano di democratizzazione, fanno invariabilmente riferimento allo “Stato di diritto”. Ciò che di sicuro queste élite non vogliono dalla democrazia è che il diritto di proprietà e la politica economica finiscano improvvisamente nelle mani della maggioranza di sangue indio del paese, impoverita e scarsamente istruita. (Ne siano testimonianza l’orrore provato dall’élite venezuelana quando il leader populista Hugo Chavez è asceso al potere e i conseguenti tentativi di spodestarlo)».[6]

Tirando le conclusioni, ha acquisito un valore generale per tutte le società classiste (asiatiche, schiavistiche, ecc.) la tesi espressa dallo storico Wallerstein in riferimento al rapporto riprodottosi negli ultimi secoli tra potere politico ed interessi di classe/frazioni di classe della borghesia.

«In che modo la gente, i gruppi di persone hanno condotto le loro politiche nel capitalismo storico? La politica consiste nel cambiare i rapporti di potere in una direzione più favorevole agli interessi di qualcuno, e nel riorientare per conseguenza i processi sociali. Perseguirla con successo vuole dire trovare leve per il cambiamento che consentano il massimo vantaggio con il minimo sforzo… Non è un caso, perciò, che il controllo del potere statale (o la sua conquista, quando era necessario) sia stato l’obiettivo strategico fondamentale di tutti i principali attori nella scena politica, lungo l’intero arco del capitalismo moderno».[7]

“Controllo del potere statale” come “obiettivo strategico”, per “conseguire il massimo vantaggio” (economico, materiale) con “il minimo sforzo”: la “leva di Wallerstein” illumina la profonda matrice e il pesante ruolo socioproduttivo svolto dalla sfera politica borghese nell’ultimo millennio.

[1] I. Wallerstein, “Il capitalismo storico”, p. 34, ed. Einaudi

[2] P. Johnson, “Storia degli ebrei”, p. 314, ed. TEA

[3] P. Phillips e Project Censored, “Censura 2007″, p. 339, ed. Nuovi Mondi Media

[4] N. Birnbaum, “Le Monde Diplomatique”, ottobre 2002

[5] S. Cingolani, “Guerre di mercato”, p. 461, ed. Laterza e W. Reymond, “Coca-Cola. L’inchiesta proibita”, p. 296, ed. Anteprima

[6] Amy Chua, “L’età dell’odio”, pp. 31/285, ed. Carocci

[7] I. Wallerstein, “Il capitalismo storico”, p. 34, ed. Einaudi