Nuovo libro. “Servizi segreti, guerre economiche e politica-struttura”

 

“Servizi segreti, guerre economiche e politica-struttura”

 

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

 

Indice

Politica-struttura del Ventunesimo secolo: Amazon, Google, Palantir e la CIA.

CIA, droga e profitti.

Echelon, lo spionaggio economico e l’Europa.

La Cia e Internet.

Alcuni cenni di storia dello spionaggio economico.

Lo scontro tra Cina e Stati Uniti per il primato tecnologico mondiale.

La guerra dei chip tra Pechino e Washington.

La sfera politica cinese e il primato nelle blockchain.

Occhio per occhio, chip per chip: la Cina impone PC e software nazionali negli uffici pubblici

Spionaggio economico e politico: l’“operazione Rubicone”

 

 

Politica-struttura del Ventunesimo secolo: Amazon, Google, Palantir e la CIA

A volte si tende a separare l’attività di spionaggio dall’economia, dai profitti e dall’azione delle multinazionali: un errore che non era certo stato commesso da Norman Mailer nel suo geniale libro “Il fantasma di Harlot”, opera nella quale lo scrittore statunitense ventilava a livello narrativo (e forse non solo narrativo…) che nella CIA di Langley si fosse formato un nucleo e un gruppo interno supersegreto il quale, attraverso l’uso selettivo delle informazioni via via ottenute dall’agenzia, operava da decenni in campo finanziario acquisendo ingenti profitti equivalenti a miliardi di dollari.

Passando dalla letteratura alla realtà storica, il tandem “economia-spionaggio” è emerso più volte nel corso degli ultimi due millenni: si parte dal trafugamento delle preziose uova di seta cinesi da parte dei monaci cristiani per conto dello stato bizantino, sotto il regno di Giustiniano e durante il sesto secolo, per arrivare mano a mano alla sottrazione ai cinesi dei loro segreti tecnologici nel processo di produzione della porcellana, furto avvenuto agli inizi del diciottesimo secolo, giungendo poi senza soluzione di continuità al nostro terzo millennio. Proprio negli ultimi decenni è venuta alla luce, con tutta evidenza, l’importanza e la diffusione di quella particolare e specifica regione del grande continente della politica-struttura, inteso come “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921) e che comprende al suo interno anche tutte le interazioni tra le attività statali di intelligence e la praxis multiforme dei processi produttivi, specialmente di natura tecnologica.[1]

I servizi segreti statunitensi ad esempio si interessano in prima persona da molti anni e condizionano, direttamente e in modo sensibile seppur occulto, alcune sezioni significative dell’hi-tech americana, costituendo pertanto un altro esempio concretissimo di politica-struttura (includente ovviamente anche tasse, moneta, dazi, aziende pubbliche, salvataggi di imprese private con denaro pubblico, salvataggio dei sistemi produttivi nazionali in caso di epidemie, collassi finanziari e così via).

A tal proposito va rilevato come Andrea Muratori, all’inizio del 2010, avesse ben sottolineato l’alleanza creatasi tra importanti segmenti degli apparati statali degli USA e la gigantesca corporation Amazon, notando che “con un fatturato di oltre 177 miliardi di dollari nel 2017 e più di mezzo milione di dipendenti in tutto il mondo, Amazon rappresenta uno dei più importanti colossi dell’economia globale contemporanea. Gestisce non solo un business di e-commerce senza paragoni in Occidente, a livello globale paragonabile solo a quello della cinese Alibaba, ma anche una mole immensa di dati, che hanno contribuito a renderla un attore importante nel campo del cloud storage.

La società di Jeff Bezos, in una fase che vede l’economia interessata da una transizione verso tecnologie di frontiera come l’intelligenza artificiale e il 5G, gioca un ruolo importante nella “guerra dei dati” che si sta scatenando tra Stati Uniti e Cina (come insegna il caso Huawei) e al tempo stesso amplifica la sua proiezione nel campo della gestione di servizi tradizionalmente pubblici in diversi paesi del mondo, rafforzando in questo modo tanto il suo business quanto la sua base di dati a disposizione…

Tutto parte dagli Stati Uniti. Paese alla cui strategia mondiale Amazon, come gli altri giganti del web, è intrinsecamente collegata. Come ricordato da Limes, “tramite la controllata Amazon Web Services (AWS), nel 2013 Amazon ha siglato un contratto da 600 milioni di dollari con la CIA per fornire un servizio cloud che è utilizzato dalle 17 agenzie della comunità di intelligence. E proprio la AWS è favorita per l’assegnazione del gigantesco programma di cloud computing del Pentagono, la Joint Enterprise Defense Infrastructure (JEDI), dal valore di 10 miliardi di dollari”, che Google ha abbandonato a seguito delle proteste dei dipendenti.

Donald Trump ha più volte attaccato Bezos, la massiccia elusione fiscale della sua società e la linea editoriale del giornale da lui posseduto, il Washington Post, ma la sua amministrazione non ha affatto intenzione di privarsi dei servizi di Amazon. Anzi, recentemente il Guardian ha rivelato come la direttrice del dipartimento per le relazioni governative della multinazionale di Seattle, Anne Rung, avrebbe contattato esponenti del General Services Administration (GSA), una sorta di Consip a stelle e strisce, per gestire la creazione di un portale online per gli acquisti destinati alle istituzioni federali.

Secondo il quotidiano britannico, questo porterebbe Amazon in una posizione dominante nella gestione di un mercato da 53 miliardi di dollari che, unito al delicato affare con il Pentagono e ai consistenti rapporti con la Cia, ne farebbe una proiezione diretta degli apparati federali”.[2]

Siamo dunque in presenza di una continua simbiosi e di una cooperazione particolarmente solida tra Amazon e la comunità dell’intelligence statunitense, visto che già nel 2013 l’agenzia di Langley aveva stipulato alla luce del sole un contratto di appalto del valore di 600 milioni di dollari proprio con l’azienda diretta da Jeff Bezos.

“Ma il binomio Bezos-Amazon, aggiunge “Dedefensa”, ha un tratto assai particolare, ovvero «la sua relazione estremamente forte e pubblicamente ostentata con la Comunità di sicurezza nazionale (CSN), e in particolare la comunità dell’intelligence». La sua collaborazione con la CIA è ormai palese, rileva il blog, dopo il contratto firmato nel 2013 tra Amazon e l’agenzia di Langley: 600 milioni di dollari, con i quali Bezos ha comprato il “Washington Post”, da allora divenuto «l’organo officiale della sicurezza nazionale (in particolare della CIA) e, durante la campagna Usa-2016, l’organo anti-Trump», in nome della posizione assunta dalla stessa Central Intelligence Agency. Una vera e propria luna di miele, con la CIA che «afferma apertamente la sua soddisfazione per questa cooperazione». Da registrare anche una visita ad Amazon altamente mediatizzata dal segretario alla difesa, James Mattis, «che ci permette di comprendere che anche il Pentagono amoreggi con Bezos». Ovvero: «Non si lavora più in segreto, come accadeva prima dell’affare Snowden». Secondo le fonti citate da “Dedefensa”, «Bezos ha trasformato la sua società in un organo semi-ufficiale dell’apparato di informazione militare americana». Amazon e la CIA hanno appena annunciato il lancio di un nuovo sistema di cloud “regione segreta”, nel quale la società ospiterà dei dati per la CIA, l’NSA, il Dipartimento della difesa e altre agenzie di informazione militare”.[3]

A questo punto diventa ancora più interessante rilevare come non solo Amazon e Jeff Bezos, ma anche Google e Zuckerberg abbiano via via intessuto come minimo delle ottime relazioni con la Central Intelligence Agency.

A tal proposito il giornalista Ernesto Carmona, ancora nel 2009, era arrivato addirittura fino a sostenere che Facebook risultava “il miglior risultato di intelligence che sia mai stato raggiunto, grazie alla più grande banca mondiale di dati sensibili. Se i media hanno celebrato Mark Zuckerberg come il bambino prodigio che, a soli 23 anni, si è trasformato in un multimiliardario grazie al successo della sua creatura, nessuno ha prestato attenzione all’investimento da 40 milioni di dollari effettuato dalla CIA, partner-ombra di Facebook, per creare la più importante rete sociale del web. Un patrimonio inestimabile di informazioni, che i servizi segreti americani hanno contribuito in modo decisivo a sviluppare.

Ernesto Carmona, di “Argenpress”, rivela interessanti retroscena attraverso un ampio servizio ripreso dall’osservatorio “Megachip”. «Quando il delirio facebook-cia speculativo di Wall Street ha fatto credere agli improvvidi che il valore di Facebook ammontava a 15 milioni di dollari – scrive Carmona – nel 2008 Zuckerberg è diventato il miliardario “che si è fatto tutto da solo”, il più giovane della storia della “graduatoria” della rivista Forbes, con 1.500 milioni di dollari».

All’epoca, il capitale di rischio investito dalla CIA sembrava avere ottenuto ottimi rendimenti, ma nel 2009 il “valore” di Facebook si è adeguato al suo valore reale e Zuckerberg è scomparso dalla graduatoria Forbes. «La bolla Facebook – aggiunge Carmona – si è gonfiata quando William Gates, il titolare di Microsoft, vi acquisiva nell’ottobre 2007 una partecipazione dell’1.6%, per un ammontare di 240 milioni di dollari», inducendo a ritenere che, se l’1% di Facebook corrispondeva a 150 milioni di dollari, allora il valore del 100% doveva ammontare a 15 miliardi di dollari. Un «sotterfugio», che si spiega con l’interesse della CIA nello sviluppo di Facebook.

La CIA ha investito in Facebook molto prima che il social network diventasse leader nel mondo, sostiene in un’inchiesta il giornalista britannico Tom Hodgkinson del “Guardian”, anche se «la propaganda corporativa» ha trasformato Facebook in sinonimo di successo, di popolarità e di buoni affari. «Facebook si presenta come un inoffensivo sito web di relazioni sociali, che facilita i rapporti interpersonali». Un boom, come dimostrano le cifre dichiarate, che parlano di 300 milioni di utilizzatori.

Un facile espediente per «costruirsi una nuova immagine senza contenuti», cercando di darsi importanza e “fingere di essere qualcuno” nel supermercato virtuale del web? Un innocuo strumento per ritrovare vecchi compagni di scuola o, magari, per promuovere campagne civili? Facebook, scrive il giornalista spagnolo Pascual Serrano, è stato utilizzato dal governo della Colombia per coordinare la giornata mondiale contro le Farc, ed è molto evidente che sia stato utilizzato dalla CIA. Per Walter Goobar, di “MiradasAlSur.com”, «si è trattato in realtà di un esperimento di Mark Zuckerberg di “manipolazione globale», che la CIA «non usa solo per reclutare agenti e compilare informazioni, ma anche per allestire operazioni sotto copertura».

A grandi linee, aggiunge Carmona, Facebook è uno strumento di comunicazione che consente di contattare amici e familiari, archiviando reti di indirizzi. Per istituzioni come il ministero americano della sicurezza, dopo l’era Bush, Facebook è una miniera di informazioni sulle amicizie dei suoi utilizzatori. I dati personali approdano sui dischi rigidi dei computer dei sistemi di sicurezza USA. «Il sistema Beacon di Facebook – spiega Carmona – realizza elenchi di utenti e associati, includendovi anche coloro che non si sono mai iscritti o quelli che hanno disattivato la loro registrazione».

Facebook si dimostra più pratico e rapido degli InfraGard, ossia le 23.000 micro-cellule di commercianti che informano l’FBI sui profili psico-politici della loro clientela. Dopo il dicembre 2006, sostiene Carmona, è stata la CIA ad utilizzare Facebook per reclutare nuovi agenti, senza sottoporsi alle regole d’ingaggio federali. «Non è necessario ottenere un qualsivoglia permesso per poterci inserire in questa rete sociale», ha dichiarato l’intelligence statunitense.

Secondo Tom Hodgkinson, l’investimento della CIA in Facebook si spiega anche con l’entusiasmo per l’alta tecnologia scatenatosi dopo l’11 settembre 2001, certificato dall’apertura del fondo di capitali “In-Q-Tel”. Per il reporter inglese, i collegamenti di Facebook con la CIA passano attraverso Jim Breyer, uno dei tre associati-chiave che nell’aprile 2005 hanno investito nel social network 12,7 milioni di dollari. Già presidente di NVCA (National Venture Capital Association), che investe su giovani talenti, Tom Hodgkinson Breyer è associato anche al fondo di capitali Accel Partners ed è membro dei consigli direttivi di giganti come Wal-Mart e Marvel Entertainment.

«La più recente tornata di finanziamenti di Facebook – rivela Hodgkinson – è stata condotta da una compagnia finanziaria denominata Greylock Venture Capital, che vi ha impegnato 27,5 milioni di dollari. Uno dei più importanti associati di Greylock si chiama Howard Cox, che è un altro ex-presidente di NVCA, che inoltre fa parte del consiglio direttivo di In-Q-Tel». Ci crediate o meno, conclude Hodgkinson, In-Q-Tel è «un fondo di capitali a rischio della CIA».

Creato nel 1999, la sua missione è quella di «individuare e di associarsi a società che sono intenzionate a sviluppare nuove tecnologie, per sostenere l’apporto di nuove soluzioni necessarie all’Ufficio Centrale d’Informazione CIA», come annunciato già nel 1998 dal direttore della centrale di intelligence, che identificava la tecnologia come prerogativa strategica per migliorare le missioni, sulla base di dati e analisi: «I responsabili della Direzione di Scienza e Tecnologia hanno elaborato un piano radicale per creare una nuova struttura d’impresa con il compito di consentire un accresciuto accesso dell’Agenzia all’innovazione del settore privato».[4]

Seppur in modo più cauto anche Bruno Saetta ha evidenziato che fin dal 2004 «scorrendo l’elenco degli altri investitori di Facebook notiamo la Greylock Partners. Uno dei soci della Greylock è Howard Cox, il quale lavorava nel Ministero della Difesa Usa e per un certo periodo è stato nel Business Board del Pentagono. Inoltre è membro del consiglio della In-Q-Tel.

La In-Q-Tel, un nome decisamente sconosciuto ai più, è il braccio imprenditoriale della CIA. Fondata dall’Agenzia americana nel 1999 per evitare la burocrazia degli appalti pubblici, agisce sotto forma di suo investitore, così i servizi segreti possono gestire l’outsourcing per la ricerca.

La In-Q-Tel consente alla CIA di tenersi al passo con i tempi dal punto di vista tecnologico, senza dover assumere uno stuolo di scienziati. Molti di noi usano tutti i giorni uno dei prodotti nei quali ha investito la In-Q-Tel, cioè il software della Keyhole Inc., e che noi oggi conosciamo come Google Earth. Google acquisì la Keyhole nel 2004, e per un certo periodo la CIA, tramite In-Q-Tel, ha posseduto azioni di Google per un totale di 2,2 miliardi di dollari.

In una brochure della In-Q-Tel leggiamo: “governments are increasingly finding that monitoring social media is an essential component in keeping track of erupting political movements, crises, epidemics, and disasters, not to mention general global trends”. Si tratta di tenere d’occhio le idee che sono più condivise in rete per anticipare il sorgere di movimenti politici. Bisogna trovarsi pronti prima di un altro Occupy!

È l’ennesima teoria della cospirazione mondiale? Nulla di tutto ciò. Non diremo che Facebook fu un’operazione della Cia né che Zuckerberg è un agente dell’agenzia americana. In rete ci sono numerosi articoli che mettono alla berlina questa tesi, ma il punto è che ridendone non si coglie il nucleo del problema. Gli intrecci tra le società che operano in rete e che di fatto la controllano, la gestiscono, la plasmano, sono molto più forti di quanto si creda: sempre le stesse società e gli stessi uomini!».[5]

Sempre riguardo all’affascinante materia dell’interconnessione ormai consolidatasi da molti anni tra grandi multinazionali occidentali, sfera politica e apparati statali delle metropoli imperialiste, è emerso inoltre dai documenti diffusi da Wikileaks che ancora all’inizio del 2017 «la CIA è in grado di installare dei software malevoli (i cosiddetti “malware”) negli smartphone, nei computer e nelle smart tv collegate al web, e di superare i sistemi di crittaggio di servizi di messaggistica come Signal, WhatsApp e Telegram. Il portavoce della CIA Dean Boyd ha detto che l’agenzia non farà commenti sull’autenticità dei documenti».[6]

È risaputo che secondo la valutazione effettuata da Bloomberg nel 2019 Bill Gates, il fondatore di Microsoft, e Jeff Bezos risultavano essere i due uomini più ricchi del mondo, con patrimoni stimati rispettivamente in 110 e 108,7 miliardi di dollari, mentre le due aziende da loro fondate risultavano rispettivamente al 22° e 8° posto nella classifica Fortune 500 del 2018: e visto che proprio alla fine del 2019 si è verificato un duro scontro tra Amazon e Microsoft, avente per oggetto, guarda caso, l’assegnazione di una maxi commessa di ben dieci miliardi di dollari da parte del Pentagono, tutti i dati portano a concludere che ormai da decenni si è creata una particolare simbiosi – a volte conflittuale – tra alcune delle più grandi imprese e gli apparati pubblici del capitalismo di stato occidentale.[7]

Ancora una volta emerge dunque la politica-struttura, e cioè la politica intesa e considerata come “espressione concentrata dell’economia”.

Inoltre servizi segreti, sfera statale ed economia si connettono strettamente e ormai da decenni anche nel campo strategico dei Big Data e del processo, su scala planetaria, di raccolta di informazioni da parte di grandi società private appoggiate dai poteri pubblici occidentali: aziende con un giro d’affari diventato, già all’inizio del 2015, superiore alla cifra astronomica di 100 miliardi di dollari, a partire dalla multinazionale Palantir nata grazie ai finanziamenti della CIA, creando dunque un altro particolare intreccio tra affari e servizi di intelligence, tra le grandi imprese private e gli apparati statali delle principali metropoli occidentali.

In un articolo del 2015 è stato già descritto, in modo intelligente e dettagliato, «un settore che impiega, secondo dati del 2010, circa 854 mila persone, con 10 mila centri di lavoro, oltre 2 mila partner industriali del Governo e un fatturato stimabile in 100 miliardi di dollari l’anno secondo le valutazioni più “caute”, ma che potrebbe essere tranquillamente quantificabile in cifre vicine ai mille miliardi di dollari l’anno. È il business dell’antiterrorismo in America. L’11 settembre 2001 ha segnato l’inizio, oltre che della intensa lotta al terrorismo da parte di Washington, anche del proliferare di una nuova miriade di società, piccole o grandi, nate appositamente per fornire all’intelligence a stelle e strisce il supporto logistico e di armamenti necessario per combattere al-Qaeda e i talebani prima, il terrorismo in generale poi. Un settore industriale che, anno dopo anno, è cresciuto sempre più fino a divenire immenso, come lo ha descritto l’inchiesta del Washington Post, diventata poi un bestseller intitolato “Top Secret America”. I numeri esposti sono proprio quelli riportati da quest’inchiesta e da Austen Givens, professore dell’università di Utica che ha pubblicato l’anno scorso un libro sull’argomento, intitolato “The Business of Counterterrorism”. Naturalmente vanno presi con le pinze, dato che si sta parlando di argomenti segretissimi e senza alcun dato ufficiale…

È evidente che chi investe (e guadagna) di più con la lotta al terrorismo sono innanzitutto i giganti dell’intelligence: il Pentagono, che ha un bilancio da oltre 495 miliardi di dollari, il ministero per la Sicurezza, il ministero della Giustizia, che controlla l’FBI, e altre agenzie d’intelligence, in primis CIA e NSA. Come ha però spiegato Arturo Zampaglione per Affari&Finanza – La Repubblica, non mancano gli esempi di imprese private che navigano letteralmente nei dollari grazie a questo fruttuoso business. A partire dalla Palantir, società di estrazione ed elaborazione dati che ha raggiunto (notizia di pochi giorni fa) la valutazione record per il settore di 15 miliardi di dollari, portando il patrimonio personale del suo co-fondatore e chief executive Alex Karp al di sopra del miliardo di dollari. Nonostante la Palantir sia praticamente sconosciuta, ha raggiunto un valore pari a quello dell’intera FCA (Fiat Chrysler Automobile). E i soldi che entrano nella Palantir escono, per la maggior parte, dalle casse dello Stato, che è il principale cliente della società di Karp: elabora analisi di big data fondamentali per la lotta al terrorismo. La Palantir ha alle proprie dipendenze circa 1.200 tra ingegneri e informatici, che accumulano e analizzano ogni tipo di informazione: dalle transazioni bancarie di tutto il mondo alla quantità di pioggia caduta in una determinata zona. Elaborando i dati con software appositi, si creano poi dei piani di studio e analisi che possono risultare utilissimi agli agenti americani…

Karp è indubbiamente un genio, perché ha saputo individuare il settore in cui investire prima di tutti gli altri, creando un impero senza precedenti. Ad appena 46 anni può vantare già un fatturato annuo da 1 miliardo di dollari. A differenza di tanti suoi colleghi manager, ha un dottorato in filosofia, che gli ha aperto gli occhi (o almeno così dice) per i suoi successivi lavori, prima nella gestione di patrimoni privati e poi nell’intelligence. Per fondare la Palantir, però, ebbe bisogno dell’aiuto di un nome molto noto nella Silicon Valley: Peter Thiel, inventore dell’innovativo metodo di pagamento PayPal e grande investitore in progetti innovativi. Per dare il via alla loro azienda ricevettero anche 2 milioni di dollari da una società di venture capital chiamata In-Q-Tel. Quest’ultima, però, non è una società d’investimento come le altre: è la società creata appositamente dalla Cia nei primi mesi del 2000 per finanziare start-up che fossero in grado di migliorare le capacità tecniche dell’intelligence nel campo del software, delle infrastrutture e della scienza dei materiali. Insomma, una società appositamente nata per fare investimenti letteralmente “sicuri”, cioè nel campo del miglioramento della sicurezza nazionale. Seppur sottostia al diritto privato, la In-Q-Tel resta sotto il controllo di Langley ed è dichiaratamente una società non profit: tira fuori denaro senza pretesa che le rientri. Non è quindi un caso che la Palantir abbia, come principale cliente, proprio la CIA, oltre che altre agenzie d’intelligence americane. Recentemente, però, s’è anche aperta al settore dei privati…

Sebbene nell’ultimo decennio siano nate in tutta l’America piccole società specializzate nel lavoro d’intelligence come la Palantir, le fette più consistenti delle commesse del settore sono ancorate a multinazionali ben note: General Motors, Lockheed Martin e, soprattutto, Booz Allen Hamilton. Quest’ultima è una società di consulenza che, oramai, ottiene il 99% del proprio fatturato dal Governo».[8]

Il potente e ricco “business dell’antiterrorismo” si connette e si collega dunque con altri anelli di una lunga catena politica – intesa, con Lenin, come espressione concentrata dell’economia – che porta via via da Amazon, Palantir e Google fino all’intelligence americana e a Langley, fino agli apparati statali e al denaro pubblico dell’imperialismo statunitense del Ventunesimo secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Cia, droga e profitti.

Emergono due cerchi concentrici di matrice politico-economica a livello mondiale.

L’economia illegale (e paralegale: paradisi fiscali, elusione ed evasione fiscale su scala internazionale ecc.) rappresenta infatti da alcuni decenni un settore e un primo “cerchio” come minimo importante all’interno del processo globale di produzione capitalistico; dentro al continente variegato dell’economia illegale il traffico di droga a sua volta costituisce la “merce numero uno” a partire dalla metà degli anni Settanta; e la dinamica di produzione e vendita di stupefacenti su scala planetaria da molto tempo viene in buona parte monitorata e controllata, più o meno direttamente, dalla CIA e dagli apparati repressivi statunitensi.

Come prova concreta a tale particolare e sanguinoso settore di politica-struttura dell’ipermoderno capitalismo di stato occidentale non troviamo solo il fatto incontestabile per cui le due principali aree geopolitiche di produzione delle droghe pesanti, ossia Colombia (cocaina) e Afghanistan (eroina), da molti decenni rientrano nella sfera di influenza statunitense subendo una costante e capillare presenza della CIA e del Pentagono: nel caso afghano almeno dal 1979, attraverso l’appoggio finanziario e militare agli  (allora…)  anticomunisti amici di Langley e a “combattenti della libertà” quali ad esempio Osama bin Laden, in quello colombiano invece con vicende ricordate in un recente e istruttivo film che ha avuto come protagonista Tom Cruise, pellicola intitolata non a caso Barry Seal-una storia americana.

La rilevante ma misconosciuta interconnessione politico-economica che ha per oggetto i servizi segreti di Langley e il lucrosissimo, oltre che iperpolitico spaccio illegale di stupefacenti a livello planetario, è stata attestata nel suo processo di crescita pluridecennale, anche da fonti di prova incontestabili.

Nell’ottimo articolo intitolato “Il business della droga e la complicità con la CIA” si è infatti sottolineato che “sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.

La droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri Lucky Luciano erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

Successivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la Cia dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La Cia iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’Oro comprendente Laos, Thailandia e Birmania, paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia portatovi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale William Colby italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.

La Cia continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’Oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla Cia dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della Cia William Colby avente funzione di consigliere legale. La Cia ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina. La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla Cia si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio “armi per droga” è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua; ma dopo essere stato scoperto, il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: «I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras».

Questa dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della Cia erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della Cia nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan. “La mafia, la Cia e George Bush” di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della Cia e il presidente americano Bush e la mafia. Lo stesso presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga, oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine.

Quando Paul Bremer divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno Saddam Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di Saddam, era un problema inesistente nel paese. «Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda». Baghdad, la città che non aveva mai visto l’eroina fino a marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina. Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. «Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla Cia, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali», scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: «Saresti stato impiccato, per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa». I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.

L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese. Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera “guerra al terrore” americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli Usa e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a 12.000 dollari, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afghana aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del paese – in Pakistan ammonta a circa 650 dollari al chilo, 1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i 70 dollari al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi, e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.

Il capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga “in linea” riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti d’oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, Soldati Usa nei campi di oppio in Afghanistan tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.

L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i Talebani si sono scrollati di dosso la presa della Cia e del Dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei Talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla Cia e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di Hamid Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro. Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica, e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan.

L’alleanza criminale tra la Cia e i Talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà. Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – Droga in Russiaun totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione.

La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov, sottolineando anche che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la Nato, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della Nato sembra essere impassibile. Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga Viktor Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afghana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi”.[9]

 

 

 

Echelon, lo spionaggio economico e l’Europa.

“Sapere è potere”: e proprio il servizio di spionaggio satellitare Echelon, gestito principalmente dall’imperialismo USA e dai suoi alleati anglofoni, ha fornito per decenni al Grande Fratello di Washington miriadi di informazioni, anno dopo anno, sull’intero pianeta e anche sul suo alleato-concorrente europeo, ivi comprese ovviamente le aziende europee in competizione con quelle americane.

Già nel 2013 era infatti emerso che “il presidente americano Barack Obama probabilmente non è l’unico imbarazzato dallo scandalo Datagate: anche i leader delle istituzioni europee hanno qualcosa da nascondere. Bruxelles, infatti, è a conoscenza delle attività della National security agency (Nsa) da 13 anni.

Cioè dal 5 luglio del 2000, quando al parlamento europeo fu istituita un’apposita commissione temporanea per appurare l’esistenza del programma Echelon, l’antesignano di Prism, il meccanismo di sorveglianza rivelato dalla talpa Edward Snowden. Certo, aver scoperto le cimici americane nelle proprie ambasciate non è un affare di poca rilevanza, ma il sistema di spionaggio nel suo insieme era già noto.

Il 21 luglio 2001 la commissione presieduta da Carlos Coelho, deputato portoghese del Partito popolare europeo, presentò infatti una relazione la cui conclusione era che «non si può nutrire alcun dubbio sull’esistenza di un sistema di intercettazioni delle comunicazioni a livello mondiale cui cooperano in proporzione gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda nel quadro del patto Ukusa».

La relazione, approvata con 367 voti a favore, metteva in guardia le istituzioni europee, compreso il Consiglio e la Banca centrale europea, dalla minaccia dello spionaggio americano.

Sottolineava la problematicità della posizione di Londra, membro dell’Unione, ma complice degli Stati Uniti nella raccolta di informazioni riservate. Chiedeva alla Commissione europea di affrontare il caso aprendo un negoziato con gli Usa. E sottolineava la reticenza dei leader Ue rispetto alle denunce presentate dagli europarlamentari.

«NON SE NE FECE NULLA»

«Era una relazione che già diceva tutto. Ma al tempo se ne fece poco nulla», ha raccontato a Lettera3.it l’ex europarlamentare e senatore Giuseppe Di Lello, già magistrato del pool antimafia di Antonino Caponnetto, uno dei due italiani che di quella commissione facevano parte: «Quando ho letto sui giornali di Snowden mi sono messo a ridere», ha aggiunto. «Vedrà che anche stavolta non succederà nulla».

OBAMA CYBER SECURITY

Il primo a rivelare all’europarlamento il sistema di spionaggio ai danni dei cittadini europei fu il giornalista investigativo Duncan Campbell.
Incaricato di un report sulla Valutazione delle tecnologie del controllo politico, Campbell spiegò già nel 1997 l’esistenza del cosiddetto ‘patto Ukusa’, su cui si fondava il programma di spionaggio Echelon.
Il parlamento ordinò allora ulteriori indagini.

EDWARD SNOWDEN

Nei quattro anni successivi, venne fuori che la rete delle intercettazioni era citata in diversi documenti ufficiali: nella relazione dell’intelligence inglese del biennio 1999-2000, in una pubblicazione del 2000 dell’ufficio del primo ministro neozelandese, nelle dichiarazioni del direttore dei servizi segreti australiani, nella relazione del comitato parlamentare di sicurezza canadese.
Ma soprattutto si scoprì che alcuni governi europei erano coinvolti nel sistema di spionaggio Echelon, uno dei nomi con cui venne chiamato il piano di intercettazione internazionale.

LE BASI DI ASCOLTO

Tra le stazioni di spionaggio dagli Usa figuravano infatti tre basi europee: due in Inghilterra e una in Germania.
…

SPIONAGGIO STATI UNITI

E infine: «La Germania concede agli Stati Uniti d’America l’uso del proprio territorio, a Bad Aibling, al fine esclusivo di effettuare captazioni satellitari».
Secondo le testimonianze raccolte, la stazione tedesca avrebbe addirittura servito due padroni: gli americani e i russi. Ma, stando alla relazione, gli americani avevano deciso di chiuderla nel 2002. Due anni dopo la base tornò sotto l’amministrazione tedesca. Anche per questo oggi Berlino potrebbe risultare immune dallo scandalo.

INTOCCABILE LA SICUREZZA NAZIONALE

Le rivelazioni contenute nella relazione, insomma, spiegavano che due importanti stati europei partecipavano alla raccolta di informazioni contro gli interessi dei loro stessi cittadini. Ma gli eurodeputati potevano fare poco: formalmente, il programma di intercettazione degli stati Ue era mirato alla difesa della sicurezza nazionale e la Comunità europea non poteva contestare violazioni dei trattati europei.

[…] LA DIPENDENZA DAGLI USA

La relazione segnalò infatti che l’arretratezza nei mezzi tecnologici della Ue, e la mancata volontà di investire denaro per creare l’apparato integrato necessario, avrebbe consegnato l’Europa all’America per lungo tempo.
«Già dal punto di vista tecnologico e di bilancio sarà nell’interesse dell’Unione europea mantenere stretti rapporti con gli Stati Uniti nel campo della raccolta di informazioni».
Il messaggio era passato. «Gli Stati Uniti fecero capire: spiano tutti, spiate anche voi», ha concluso Di Lello. Oggi i leader europei chiedono pubblicamente spiegazioni, ma dovrebbero darle ai loro elettori”.[10]

Ripetiamo dunque che sapere è potere, anche in campo politico-economico e nella variegata regione della politica-struttura.

 

 

 

 

La CIA e Internet.

“Sapere è potere”, ormai è sicuro: e non a caso fin dal 2017 è venuto alla luce che lo spionaggio economico, politico e militare della CIA a vantaggio degli interessi strategici dell’imperialismo statunitense ha fatto si che “smartphone e smart-tv vengono usate per spiarne” i possessori: la Cia ha dunque, da anni, una serie di sistemi e programmi per sorvegliare chiunque.  WikiLeaks ha pubblicato 8.761 file dalla divisione della Central Intelligence Agency che sviluppa software e hardware per sostenere le operazioni di spionaggio.

Base a Francoforte e decine di hacker al lavoro per sviluppare Il programma segreto basato su ‘malware’ e cyber-armi con l’obiettivo di permettere agli 007 Usa di controllare gli smartphone – che montino sistemi operativo iOs o Android non fa differenza – e persino i televisori Samsung, trasformati in microfoni segreti per captare conversazioni in salotto.

[…] Dai documenti filtrati in quest’ultima ondata, anticipati per l’Italia da Repubblica, provenienti da “una rete isolata e ad alta sicurezza per il cyber-spionaggio del quartier generale della Cia a Langley, in Virginia”, emerge che il consolato americano a Francoforte viene usato come base segreta dagli hacker della Cia per tutte le operazioni riguardanti l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa.

Sette anni dopo le rivelazioni di Chelsea Manning e quattro dopo quelle di Edward Snowden, l’intelligence americana rischia di trovarsi in una nuova bufera per i suoi programmi di sorveglianza, anche perché Wikileaks avverte che quanto pubblicato è solo “la punta dell’iceberg” che sarà svelato in sette ondate di documenti nella “più importante fuga di dati di intelligence della storia”.

Una conferenza stampa di Julian Assange sul piano “Vault 7” è stata rinviata in seguito a un attacco hacker contro le piattaforme del sito. Il fondatore di Wikileaks, ospitato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra da quando la Svezia ne ha chiesto l’estradizione per un caso di violenza sessuale, ha definito queste nuove rivelazioni “eccezionali sul piano legale, politico e giudiziario”.

Nella prima puntata, ribattezzata “Anno Zero”, sono stati rivelati i sistemi di ‘hacking’ dell’agenzia e viene spiegato che la Cia ha a disposizione centinaia di milioni di codici per il controllo a distanza che offrono a chi ne entra in possesso possibilità immense per lo spionaggio.

L’elenco dei dispositivi violati

iOS (iPhone, iPad)

Android

OSX (tipo iMac e MacBook)

Windows pc

Linux pc

Router

Samsung smart TV.

Secondo il Guardian, proprio a causa della perdita di controllo di questo immenso archivio di dati, una persona è entrata in possesso dei file che sono stati consegnati a Wikileaks. Pare che l’archivio circolasse tra gli hacker e i contractor del governo americano in modo non autorizzato”.[11]

Ancora una volta analizziamo la connessione diretta tra sfera politica, apparati statali, servizi segreti e processo produttivo.

Politica-struttura, in estrema sintesi.

 

 

Alcuni cenni di storia dello spionaggio economico

La simbiosi e la connessione tra spionaggio e processo di produzione risulta di durata plurimillenaria, visto che questo importante e plurisecolare settore della politica-struttura (politica da intendersi come “espressione concentrata dell’economia”) e che risale addirittura a 1500 anni orsono.

Infatti Paolo Preto, nel suo eccellente libro “I servizi segreti di Venezia”, ha notato che “lo spionaggio economico, commerciale e industriale è vecchio come il mondo, forse addirittura anteriore allo spionaggio militare. I segreti dell’allevamento del baco da seta e della produzione della porcellana, ambedue sottratti ai cinesi, l’uno dai bizantini, l’altro tra il 1712 e il 1722 dal gesuita francese d’Entrecolles (e poi a sua volta oggetto di rocamboleschi trafugamenti a catena in Francia, Inghilterra, Germania, Italia), sono due esempi emblematici dello spionaggio industriale in età medievale e moderna…

Nelle società europee del Cinquecento, Seicento e Settecento lo spionaggio industriale assolve la funzione fondamentale, osserva Bergier, di incentivo al progresso scientifico e alla nascita dell’industria, perché mette in circuito tecniche ed esperimenti altrimenti tenuti gelosamente racchiusi in cerchie ristrette di artigiani protetti dalle patenti di privilegio. Cipolla osserva che “nell’Europa pre-industriale la propaganda delle innovazioni tecnologiche avviene” non tanto con l’informazione scritta quanto “con la migrazione di individui che per un verso o per l’altro decidevano di emigrare”; un bell’esempio di sviluppo industriale fondato sulle innovazioni tecnologiche è quello delle cartiere toscane, tra Seicento e Settecento, rinvigorite dall’apporto di segreti produttivi sottratti ai più avanzati concorrenti di Amsterdam, Genova, Marsiglia. Anche i diplomatici si dedicano talvolta allo spionaggio industriale, come quel Nicolas Mesnager che approfitta delle lunghe trattative che conducono alla pace di Utrecht (1713) per sottrarre un nuovo sistema per tingere seta e lane. Un po’ ovunque nell’Europa dei “lumi” ministri riformatori e società di promozione scientifica inviano negli stati ritenuti più progrediti nelle singole branche produttive spie tecnologiche, sotto le vesti di colti viaggiatori in viaggio d’istruzione; qualche esempio: il ministro spagnolo marchese de la Ensenade verso la metà del secolo manda in vari paesi alcuni commissari di artiglieria ad acquisire tecniche metallurgiche; gli ufficiali piemontesi Nicolis di Robilant e Carlo Antonio Napione compiono, rispettivamente nel 1749-52 e 1787-92, viaggi “mineralogici”; Marsilio Landriani nel 1787-88, per incarico della Società patriottica di Milano, compie un lungo viaggio in Francia, Inghilterra e Scozia a carpire segreti di macchine e prodotti chimici, oltreché a conoscere scienziati, tecnici, esperti di agricoltura e medicina; Giovanni Fabbroni invece fallisce nel 1779 nel suo tentativo di sottrarre a una grande fabbrica di Higgins il prezioso segreto dell’“olio di vetriolo”, così utile per l’industria tessile e metallurgica. L’Italia, proprio all’antivigilia della rivoluzione industriale, è vittima di una celebre azione di spionaggio inglese: tra il 1716 e il 1717 sir John Lombe, camuffato da operaio, si introduce in un setificio piemontese e ruba il segreto dei mulini per la seta. I casi di sottrazione di tecnologie nel Settecento sono numerosi un po’ in tutta Europa, soprattutto in Inghilterra.

Tutta la storia del commercio veneziano è tessuta di episodi di spionaggio di singoli mercanti, attentissimi a cogliere su ogni piazza notizie utili per i loro affari; talvolta, come nel caso già ricordato di Lunardo di Ca’ Masser (1504), le informazioni servono a tutta la comunità mercantile e alla Repubblica nel suo complesso.

L’arte della seta e quella della pannina sono oggetto dell’interesse veneziano negli anni centrali del Seicento: nel 1668 Francesco Giavarina è mandato segretamente a Monaco di Baviera per assumere informazioni su una progettata fabbrica di pannine d’oro e di seta: l’anno dopo l’ambasciatore d’Inghilterra è invitato a trovare operai abili nella produzione di pannina, calze e cardellami per inviarli a Venezia; negli ultimi anni del secolo, il 16 marzo 1697, Iseppo de Roy, mercante di Anversa, ottiene il privilegio di produrre nuove manifatture di seta, azze e stami d’Angora […].

Ancora l’arte della seta è protagonista nel 1727-1732 di due tentativi di pirateria industriale, anche questa volta a danno di Bologna: Ludovico Aureli e Domenico Tattini, accordatisi preventivamente coi cinque savi alla mercanzia, spediscono a Venezia macchinari, lavoratori e un falegname per aprire una fabbrica di veli “alla bolognese” ma poi li recuperano e vengono graziati; nel 1732 il “filatogliere” Alessandro Cappelli si trasferisce da Bologna a Venezia, chiama l’abile “increspatore” Pietro Lambertini e viene condannato a morte in contumacia  e alla “pittura infame”: il Lambertini, rientrato in patria, ci riprova nel 1755 e viene arrestato. Nel settembre 1737 un suddito veneto dà accurate notizie agli Inquisitori su un filatoio di seta per orsogli e una grande tintoria di Lubiana; il 7 dicembre 1744 il residente a Napoli dà un giudizio poco favorevole sul segreto o arcano di quattro famiglie fiorentine per perfezionare la tintura e migliorare la qualità”.[12]

Spionaggio statale e produttivo: un binomio e un tandem poco conosciuto, ma non certo privo di importanza.

 

 

Lo scontro tra Cina e Stati Uniti per il primato tecnologico mondiale.

Nell’ultimo secolo ha assunto un’importanza sempre crescente l’alleanza e la simbiosi tra apparati statali/finanziamenti pubblici e grandi imprese nel – decisivo e fondamentale, in ultima istanza – settore della ricerca tecno-scientifica, generando e riproducendo pertanto una nuova area di intervento per la politica-struttura, intesa e valutata in senso leninista come “espressione concentrata dell’economia”.

Lo scontro planetario ormai in atto all’inizio del terzo millennio tra la Cina (prevalentemente socialista) e l’imperialismo statunitense per il primato in campo tecnologico e scientifico costituisce un caso particolarmente illuminante di politica-struttura, che ha costretto anche i circoli dirigenti statunitensi “liberisti” a prendere ormai coscienza della necessità di aumentare il  finanziamento pubblico statunitense per la ricerca e lo sviluppo dall’attuale 0,7% del prodotto interno lordo americano ad almeno l’1,1%, alla faccia dei sostenitori della decrepita teoria della presunta “evaporazione” dello stato.

A tal proposito il lucido ricercatore anticomunista Matteo Cavallito ha sostenuto, con evidente preoccupazione, che “tra Cina e Stati Uniti sarebbe ormai in corso una vera e propria «guerra fredda tecnologica», un nuovo conflitto non meno rilevante rispetto alla competizione economica e militare. Ma anche uno scontro asimmetrico in cui Pechino, almeno per ora, sembra avere a disposizione un vantaggio significativo sul fronte dell’AI, l’intelligenza artificiale. «Gli avanzamenti tecnologici cinesi sono impressionanti» spiega Martin Ji, Senior Portfolio Analyst di ClearBridge Investments, una società affiliata all’asset manager Legg Mason. Ma quel che più conta è che «la Cina appare sempre più in grado di sviluppare prodotti e soluzioni domestiche».

Un fattore da non sottovalutare in caso di ulteriore recrudescenza della guerra commerciale tra i due giganti in fuga sul gruppo degli attardati inseguitori europei (la riflessione è nostra). La corsa parallela all’innovazione, insomma, come la vecchia sfida spaziale tra USA e URSS, strategia decisiva nello scontro fisiologico tra superpotenze. Dalla fu cortina di ferro alla futura «cortina di silicio», per citare ancora Ji, il passo potrebbe essere davvero breve.

[…] Al centro dell’attenzione c’è il settore dell’intelligenza artificiale, il comparto guida dell’Hi-Tech del futuro prossimo su cui la Cina sembra avere da tempo un basilare vantaggio competitivo. Il fatto è che questo tipo di tecnologia può essere pensato come un motore estremamente potente che migliora le proprie prestazioni nutrendosi di enormi quantità di carburante. La benzina, in questo caso, è costituita dai dati e la capacità di raccolta di questi ultimi diventa decisiva. Negli ultimi anni sistemi di monitoraggio della popolazione sperimentati su larga scala hanno consentito alla Cina di accumulare una quantità impressionante di informazioni destinata a crescere, presumibilmente in modo esponenziale nei prossimi anni. E quindi…

«Questa enorme raccolta di dati inoltre alimenta i progetti di intelligenza artificiale cinesi» sostiene ancora Martin Ji, «mentre le leggi sulla privacy limitano sotto quest’aspetto le possibilità di Europa e USA»…

[…] È in questo quadro che l’analista di ClearBridge Investments immagina un futuro da guerra fredda in campo tecnologico. Due nazioni contrapposte che si sfidano creando «due sfere di dominio tecnologico separate e parallele». La lotta è già cominciata, il caso Huawei è storia nota. Solo che qui si va oltre, in una corsa accelerata verso l’innovazione da alimentare a colpi di miliardi. Centinaia di miliardi.

Secondo Adam Segal, uno degli autori dello studio a cura del Council on Foreign relations, intervistato dalla CNBC, sia il Congresso sia la Casa Bianca «sono sempre più consapevoli della necessità di fare di più». Segal, in particolare, ha proposto l’aumento del finanziamento federale per la ricerca e lo sviluppo fino a quota 1,1% del Pil contro lo 0,7% attuale. Dati alla mano un incremento annuale di oltre 80 miliardi di dollari”.[13]

Ormai il sorpasso epocale della Cina sugli Stati Uniti in campo tecnologico sta ormai diventando una realtà concreta e tangibile nella “politica-struttura” proiettata su scala internazionale.

 

 

La “guerra dei chip” tra Pechino e Washington

Il ruolo centrale assunto, seppur in ultima istanza, dal livello di sviluppo della scienza e tecnologia come minimo nell’ultimo secolo è stato evidenziato anche dai grandi successi ottenuti negli ultimi anni dalla dirigenza e dagli apparati statali cinesi nel colmare il gap che divideva la gigantesca nazione asiatica dagli Stati Uniti, nello strategico settore dei chip, ossia dei microcircuiti elettronici.

A tal proposito l’insospettabile e anticomunista Federico Giuliani ha lucidamente notato, nel giugno 2019, che nel corso degli ultimi anni i nuclei dirigenti politici ed economici degli USA “hanno studiato l’economia della Cina, con un occhio di riguardo per i settori sensibili che in un futuro non troppo lontano potrebbero trasformare il Dragone nel nuovo padrone del mondo. Hanno pesato i progressi di Pechino in campo tecnologico e capito che i cinesi sono molto più avanti in temi cruciali come ad esempio lo sviluppo delle reti 5G. Hanno infine scoperto i punti deboli del sistema commerciale cinese e intrapreso una guerra dei dazi per ostacolare la crescita esponenziale del Dragone. Eppure, nonostante la fatica, una Trade War in corso e minacce più o meno tangibili, gli Stati Uniti sono di nuovo al punto di partenza. Merito dei cervelloni di Xi Jinping, che hanno trovato il modo di eludere le trappole preparate da Trump.

Un piano da rifare…

Dunque gli Usa hanno pensato bene di applicare una serie di tariffe su buona parte del Made in China, ma anche di impedire alle aziende statunitensi di fare affari con Pechino. Huawei, ad esempio, necessita di particolari chip prelevati da imprese statunitensi e utilizza il sistema operativo Android; senza i nostri chip e il nostro ingegno – hanno pensato dalla Casa Bianca – i device del gigante di Shenzen diventerebbero inutili e addirittura non potrebbero più essere prodotti. Riequilibrare il disavanzo commerciale e stroncare sul nascere la concorrenza: il piano dell’amministrazione Trump sembrava reggere, e in effetti ha retto fino a poche settimane fa.

La Cina ha però trovato il modo non solo di bypassare la spada di Damocle delle tariffe, spostando le sue aziende di produzione in altri Stati asiatici limitrofi, ma anche di potenziare la propria industria così da non dover più dipendere da agenti esterni. Prendiamo nuovamente il caso Huawei: come riporta Nikkei Asian Review, Pechino è pronto a produrre il primo chip autarchico. Un’azienda cinese fondata nel 2016 sta per diventare il primo produttore di massa cinese di chip di memoria che andranno a sostituire quelli precedentemente importati dagli Stati Uniti. Il nuovo gioiellino della Cina è Changxin Memory Technologies, che negli ultimi mesi ha ridisegnato i suoi chip di memoria ad accesso casuale dinamici (Dynamic random-access memory, DRAM) evitando violazioni di brevetti altrui. Per il momento Changxin deve ancora fare affidamento a fornitori di attrezzature e progettazione americane, ma l’azienda è adesso salva da ogni potenziale accusa statunitense di furto di proprietà intellettuale. In un secondo momento Changxin inizierà a produrre i chip a Hefei, nella Cina orientale; qui la società ha investito 8 miliardi di dollari per la costruzione di un moderno impianto di produzione”…[14]

diventa sempre più evidente la simbiosi su scala planetaria tra il processo di innovazione tecnologico e il flusso materiale finanziario, materiale proveniente dagli apparati statali…

 

 

 

La sfera politica cinese e il primato nelle blockchain.

 

Grazie all’interconnessione creatasi tra sfera politica, apparati statali, ricerca scientifica e pratica produttiva la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto ormai il primato nel settore delle blockchain scavalcando gli USA. La giornalista S. Faenza ha notato che la Cina ha raggiunto il “primato in termini di brevetti relativi all’uso della tecnologia Blockchain superando anche gli Stati Uniti.

Il quotidiano finanziario cinese il Nikkei, ha riportato il 20 novembre, che diverse società cinesi hanno presentato un totale di 7.600 domande negli ultimi nove anni. Un dato che pone la Cina al primo posto nel settore, e che presenta un numero di brevetti pari al triplo rispetto alle aziende degli Stati Uniti.

In totale, le domande nel settore della blockchain sono state 12 mila sino al 2018 sommando quelle degli USA, Cina, Corea del Sud, Germania e Giappone. Queste richieste di brevetto sono relative all’uso della blockchain e della sua tecnologia, e la Cina da sola rappresenta comunque il 60% delle domande.

Nel mese di ottobre il presidente della Cina, Xi Jinping, ha esortato il paese ad accelerare l’uso di tecnologie blockchain, come uno degli elementi principali nel settore dell’innovazione. Il presidente cinese ha sottolineato che il loro impiego è uno strumento importante per promuovere la trasformazione industriale e l’innovazione tecnologica.

Edith Cheung, uno dei partner del fondo venture capitalist la Proof of Capital, ritiene che la Cina molto probabilmente potrà distribuire la sua nuova valuta nei prossimi 6 o 12 mesi. Secondo Cheung, le altre potenze dovrebbero prepararsi a rispondere a ciò, in quanto la Cina spera di diventare il primo paese del mondo a emettere un’incarnazione digitale di una valuta nazionale”.[15]

 

 

Occhio per occhio…

Il giornalista Dado Ruvic ha descritto quello che diventa nel campo del software il colpo più duro del 2019 “per le multinazionali statunitensi come HP, Dell e Microsoft, in risposta a quella che è diventata una vera e propria guerra fredda commerciale e tecnologica tra Washington e Pechino.

La Cina ha ordinato che tutte le apparecchiature informatiche e i software stranieri vengano rimossi dagli uffici governativi e dalle istituzioni pubbliche entro tre anni, riporta il Financial Times, che dichiara una esclusiva ottenuta da informatori provenienti da agenzie governative cinesi.

La direttiva del governo sarà probabilmente un duro colpo per le multinazionali statunitensi come HP, Dell e Microsoft, ma rispecchia i tentativi di Washington di limitare a sua volta l’uso della tecnologia cinese negli Stati Uniti. Ora la guerra commerciale tra le due superpotenze rischia di trasformarsi anche in una guerra fredda tecnologica.

L’amministrazione Trump aveva vietato alle società statunitensi di intrattenere rapporti commerciali con la società cinese di telecomunicazioni Huawei all’inizio di quest’anno e, a maggio, Google, Intel e Qualcomm avevano annunciato che avrebbero congelato la cooperazione con la stessa.

Escludendo la Cina dal know-how occidentale, l’amministrazione Trump ha chiarito che la vera battaglia avrebbe riguardato quale dei due Paesi avrebbe ottenuto il vantaggio tecnologico per i prossimi due decenni.

Questa è la prima direttiva pubblica nota di Pechino che stabilisce obiettivi specifici che limitino l’uso cinese della tecnologia straniera, sebbene faccia parte di una mossa più ampia all’interno della Cina per aumentare la sua dipendenza dalla tecnologia domestica.

Il Financial Times ha anche riferito nel dettaglio che la direttiva comporterebbe la sostituzione di circa 20 – 30 milioni di componenti hardware, e che questo lavoro inizierà già nel 2020. Il 30% delle sostituzioni dovrebbe avvenire entro il prossimo anno, il 50% nel 2021 e il restante 20% nel 2022.

L’ordine sarebbe arrivato dall’ufficio centrale del partito comunista cinese all’inizio di quest’anno, hanno rivelato le fonti del giornale britannico, pur rimanendo anonime”[16].

[…]

Economia, tecnologia e apparati statali. Ancora una volta, politica-struttura, politica intesa con Lenin come “ espressione concentrata dell’economia”.

 

 

 

 

 

Spionaggio economico e politico: l’“operazione Rubicone”

Rispetto all’interconnessione creatasi da secoli tra politica internazionale, economia e spionaggio anche verso paesi “amici”, Paolo Gilardi ha notato ancora all’inizio del 2020 che “Si dice in giro che, durante il Word Economic Forum di Davos, le alte sfere economiche e governative facessero gli scongiuri affinché le conclusioni di un’inchiesta della quale si sapeva non fossero rivelate in un momento in cui la Svizzera si trovava in casa i dirigenti – “cornuti”, vedremo poi il perché – di mezzo mondo. Invece la bomba è scoppiata solo pochi giorni fa.

E seppur risparmiate dal doversi giustificare o scusare davanti alla platea del WEF, le autorità svizzere si apprestano ad affrontare gli effetti di una deflagrazione che potrebbero essere deterrenti.

“Ma fino a che punto la Svizzera si è compromessa nella vicenda della Crypto la cui tecnologia informava i servizi segreti americani?” si chiede in prima pagina una delle testate della grande borghesia, Le Temps del 12 febbraio. Il giorno prima, infatti, un pool di giornalisti di investigazione aveva rivelato che i servizi segreti di più di un centinaio di paesi sono stati sistematicamente fatti cornuti – e più che verosimilmente con la benedizione delle autorità politiche e militari elvetiche – dalla ditta Crypto SA.

Codice? Rubicone

Con base in quel paradiso fiscale che è il canton di Zugo, la Crypto SA vende nel mondo intero sofisticati sistemi di criptaggio.

Dall’inizio degli anni cinquanta però, le sue macchine di codifica sono state, all’insaputa dei loro acquirenti, attrezzate con un accesso segreto riservato alla CIA, alla NSA ed al servizio segreto dell’allora Repubblica federale tedesca, il BND. Ciò significa che l’insieme dei sistemi di criptaggio dei paesi dotati della tecnologia della Crypto era accessibile ai servizi statunitensi e tedeschi. CIA, NSA e BND erano addirittura diventati proprietari della Crypto SA, coperti evidentemente da prestanomi locali, il 4 giugno del 1970 per la modica somma di 25 milioni di franchi. E se il BND si ritirerà dall’affare all’inizio degli anni Novanta, dopo la riunificazione tedesca, la CIA resterà proprietaria sino alla separazione della ditta in due entità nel 2018.

Soprannominata “Rubicone”, l’operazione ha così permesso ai servizi segreti, statunitensi in primis, di accedere a tutti i segreti del centinaio di paesi clienti della Crypto SA.

Fra questi, certo, tanti stati “amici” quali il Vaticano, ma anche paesi più sensibili. Così, ad esempio, la macchina svizzera era stata comprata dal governo di Salvador Allende all’inizio dell’esperienza di Unidad Popular, un’esperienza che gli USA di Nixon e Kissinger ostacoleranno sin dall’inizio e contribuiranno a rovesciare nel settembre del 1973. È più che probabile che la conoscenza delle comunicazioni interne cilene rappresentò un aiuto forse non secondario…

Fu dotata della tecnologia made in Zugo anche l’Argentina di Videla, ciò che permise ai servizi statunitensi – i documenti pubblicati lo proverebbero – di essere perfettamente al corrente delle torture e esecuzioni perpetrate dal regime, senza però che la CIA le denunciasse, anzi…

Trasmise invece un certo numero di informazioni ad un “governo amico”, quello di Margareth Thatcher, impegnato nella guerra delle Malvine contro, proprio, l’Argentina e che permisero il successo di alcune operazioni belliche britanniche, in particolar modo in mare.

Poker truccato

L’interesse della cosa salta agli occhi: giocare a poker conoscendo le carte in mano dell’avversario dà una superiorità evidente. Ed è così che, durante la crisi dell’ambasciata statunitense in Iran nel 1979-80, i negoziatori dell’allora presidente statunitense Jimmy Carter avevano una superiorità assoluta sul regime iraniano, conoscendone le strategie grazie alla macchina della Crypto SA, anche se, in quell’occasione, la superiorità non permise loro di ottenere la liberazione degli ostaggi prima dell’elezione presidenziale persa poi contro Ronald Reagan.

D’altronde, sembrerebbe che gli Iraniani qualche cosa l’avessero intuita, poiché Hans Bühler, il cittadino svizzero rappresentante della Crypto in Iran, fu arrestato e detenuto in quel paese, accusato di spionaggio, per quasi un anno. Si noti che la cauzione di un milione di dollari per la sua liberazione fu pagata, e non a caso,…dal governo della Repubblica federale tedesca.

Queste pratiche truccate furono denunciate una prima volta nel 1978 da un impiegato della Crypto SA, poi licenziato; ma le autorità svizzere non prestarono soverchia attenzione a quella denuncia. Forse perché la cosa non era per loro nuova nella misura in cui, come afferma l’allora responsabile dei servizi tedeschi, “gli Svizzeri sono assai professionali, sanno benissimo di cosa si tratta”. E se una scheda della polizia federale svizzera resa pubblica dall’investigazione giornalistica conferma che “BND e CIA sono in grado di ascoltare”, risulta evidente che le autorità nulla fecero per impedirlo.

E nulla fecero quando, nel 1993, l’esercito federale jugoslavo scoprì l’imbroglio ed ottenne da Crypto SA la modifica e la messa in sicurezza dell’apparecchiatura. Come non agirono quando, nel 1994, accusata di spionaggio da un giornalista, Crypto SA smentì la cosa in una dichiarazione televisiva che suscitò – così scrisse la CIA – “la fierezza dell’agenzia per la prestazione offerta”.

Deflagrazione deterrente…

Nel momento in cui fa correre molto inchiostro la polemica sulle possibili utilizzazioni spionistiche della tecnologia dell’operatore cinese Huawey, il fatto che una serissima ditta svizzera si sia fatta vettore di spionaggio potrebbe avere serie ripercussioni per un’industria di precisione largamente dipendente dalle esportazioni.

Sul piano politico poi, i danni potrebbero essere immensi. E questo non solo perché la Svizzera non ha saputo rispettare un accordo internazionale firmato nel 2014 che la obbliga a verificare la conformità delle merci “sensibili” prodotte nel paese; ma è soprattutto la credibilità internazionale del governo che è in gioco. In effetti, quale credito accordare ad un mediatore (è la Svizzera, ad esempio, a far da intermediario tra Stati Uniti ed Iran, così come lo fu tra USA e Cina popolare fino al 1972, è a Ginevra che si svolgono sovente negoziati cruciali promossi dal governo svizzero) che tollera e copre il doppio gioco?

Contrariamente a quanto pretendono le autorità, qui non si tratta di “vecchie storie, reliquie della guerra fredda”, non fosse altro perché è solo nel 2018 che la CIA si è ritirata dall’operazione Rubicone, cioè quasi trent’anni dopo la fine della guerra fredda.

La linea di difesa del governo è per il momento fondata sul diniego: “non sapevamo”, dice e scrive il Consiglio federale. Smentito tuttavia categoricamente dai documenti resi pubblici dalla stampa. In uno di questi – che caratterizza l’operazione Rubicone come “il più lungo e più importante progetto di spionaggio dalla fine della seconda guerra mondiale”-, la CIA lascia chiaramente intendere che Kaspar Villiger, ministro della difesa negli anni Novanta e membro del Partito liberal radicale, il PLR, era perfettamente informato.

D’altra parte, risulta che due membri del consiglio di amministrazione della Crypto SA, membri pure loro del PLR, intrattenevano rapporti molto stretti con lo stesso Villiger.

Limitare i danni?

È probabilmente nell’intento di circoscrivere l’incendio che, cosciente della portata dirompente dello scandalo, l’establishment politico sembra risolversi a ricorrere ad un’arma istituzionale alla quale si è fatto ricorso per solo quattro volte nella storia del paese, cioè la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di scoprire la verità sulla vicenda.

Nel 1989 un’analoga commissione parlamentare d’inchiesta, creata per far luce sulle collusioni del marito della ministra della giustizia con ambienti mafiosi, levò il velo su uno scandalo ben più grande, la sorveglianza della popolazione da parte della polizia politica – a livelli da STASI – e l’esistenza di due strutture militari clandestine imbricate con la rete Gladio.

Trent’anni dopo, non c’è ragione di escludere che, con in ballo come allora i servizi segreti dei leader del cosiddetto “mondo libero”, ben altri scheletri escano dagli armadi nei giorni a venire…”.[17]

 

1]P. Preto, “I servizi segreti di Venezia”, p. 381, ed. Il Saggiatore

[2]A. Muratori, “Ecco il vero mondo di Amazon: dalla Cia alle nuove attività in Italia”, in it.insiderover.com

[3]“Amazon è partner CIA, di Bezos anche il Washington Post”, in http://www.libreidee.org

[4]“Facebook, capolavoro del suo azionista-ombra: la Cia”, in http://www.libreidee.org

[5]B. Saetta, “Facebook connection: il braccio della CIA e la sorveglianza digitale”, in valigiablu.it

[6]“Cosa dicono i documenti di Wikileaks sulla CIA”, in http://www.ilpost.it

[7]“Bill Gates supera Jeff Bezos, è l’uomo più ricco al mondo”, in http://www.repubblica.it

[8]“Chi fa i soldi con l’antiterrorismo Il grande business dell’intelligence”, primabergamo.it

[9]“Il business della droga e la complicità con la CIA”, in www. vietatoparlare.it

[10]G. Faggionato, “Il segreto di Pulcinella: da Echelon a PRISM, l’Europa sapeva dello spionaggio USA (con l’aiuto di Londra e Berlino), in http://www.dagospia.com

[11]“Wikileaks: così la Cia usa internet per spiarci”, in http://www.agi.it

[12]P. Preto, “I servizi segreti di Venezia”, pp. 381-382, ed. Il Saggiatore

[13]M. Cavallito, “Tra Cina e USA è guerra tecnologica. E Pechino sta vincendo sull’AI”, in http://www.valori.it

[14]F. Giuliani “Guerra tecnologica, Pechino colpisce gli USA: nasce il primo chip cinese”, in it.insiderover.com

[15]S. Faenza, “La Cina ha il primato di brevetti nel campo della blockchain”, in http://www.criptovalutenews.com

[16]D. Ruvic, “Occhio per occhio, chip per chip: la Cina impone PC e software nazionali negli uffici pubblici”, in it.sputniknews.com/

[17]P. Gilardi, “Crypto, che bomba!”, in http://www.sinistrainrete.info

 

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