Il pensiero di Xi Jinping come marxismo del Ventunesimo secolo

B. Brecht: il comunismo “è la semplicità che è difficile a farsi”.

V. I. Lenin: “l’esito della lotta” (tra comunismo e imperialismo) “dipende in ultima analisi dal fatto che la Russia, l’India, la Cina costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione” (mondiale).[1]

He Yiting: “finché il socialismo cinese non cadrà, il socialismo del mondo starà sempre in piedi. Oggi, il grande successo ottenuto dal socialismo con caratteristiche cinesi ha permesso di scrivere il capitolo più splendido dei 500 anni di socialismo mondiale”.[2]

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Il pensiero di Xi Jinping come marxismo del Ventunesimo secolo

Dopo la celebrazione da parte di Xi Jinping del bicentenario della nascita di Marx un importante dirigente del partito comunista cinese, Wang Huning, aveva affermato nel maggio del 2018 che il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era ha “arricchito e sviluppato il marxismo con una serie di importanti visioni e pensieri originali e strategici”, ed è il “marxismo nella Cina contemporanea e del Ventunesimo secolo”.[3]

Nel giugno del 2020 l’importante rivista teorica Tempi di studio pubblicò un articolo del compagno He Yiting, vicepresidente della prestigiosa Scuola centrale del partito comunista cinese, nel quale si affermò nuovamente che il pensiero di Xi Jinping equivaleva al “marxismo per il Ventunesimo secolo”.

Circa un mese dopo, a sua volta, il ministro degli esteri cinese Wang Yi dichiarò apertamente che “grandi epoche producono grandi idee”, e che proprio “il pensiero di Xi Jinping sulla diplomazia” ha “applicato i principi di base del marxismo alla pratica della diplomazia con caratteristiche cinesi di una grande nazione, sviluppando una serie di pensieri e opinioni creative”. Queste ultime “hanno arricchito e spinto avanti le teorie marxiste sulle relazioni internazionali, così realizzando un salto di qualità storico nell’adattare il marxismo al contesto cinese nell’arena diplomatica”; in seguito, l’11 novembre del 2021, un comunicato ufficiale della sesta sessione plenaria del 19° Comitato centrale del partito comunista cinese ribadì, davanti al mondo intero, che il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era costituisce “il marxismo della Cina contemporanea e del 21° secolo”.[4]

Un anno dopo, al termine del suo ventesimo congresso, l’organizzazione a capo del gigantesco paese asiatico ha prodotto un rilevante emendamento all’importante Costituzione del partito comunista cinese, modifica approvata alla fine di ottobre del 2022 e che ha previsto che “il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” è “il marxismo della Cina contemporanea e del Ventunesimo secolo”, oltre a “incarnare la migliore cultura ed etica cinese di questa epoca”.

Il partito comunista cinese si è rivelato un’organizzazione che ha ormai accumulato un’esperienza secolare rappresentando il più potente partito politico del mondo con più di 95 milioni di iscritti, di cui quasi il 30% sono donne, oltre che una collettività umana collocata a capo della nazione dotata del maggior prodotto interno lordo mondiale a parità di potere d’acquisto, secondo i dati forniti dalla stessa Cia di Langley a partire almeno dal 2017: all’inizio di novembre del 2021 questo partito ha parlato con forza e lucidità sia alla Cina che all’intero pianeta, tra l’altro presentando una rilevante novità di matrice politica e teoretica riguardo al nuovo livello del “marxismo del Ventunesimo secolo”.[5]

Tale precisa definizione, di grande rilevanza sia in campo politico che teorico, risulta valida e corretta perché il xiginpingsmo, ossia il pensiero di Xi Jinping, rappresenta la realtà del marxismo nell’epoca dello spostamento del centro di gravità politico-economico dal mondo occidentale all’Asia, nell’era dell’egemonia del capitale fittizio (derivati, futures, opzioni, ecc.) all’interno del capitalismo di stato contemporaneo e, soprattutto, della nuova e gigantesca rivoluzione tecnoscientifica con il derivato processo di creazione, durante i prossimi decenni, della base produttiva necessaria per la costruzione del comunismo sviluppato, con la sua splendida regola aurea del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.[6]

In sintesi si tratta del marxismo 2.0 dell’automazione generalizzata, ivi compresi servizi e trasporti, dell’economia digitale, del metaverso, della realtà aumentata e dell’editing genetico delle piante contro le malattie, delle telecomunicazioni satellitari e dell’esplorazione spaziale; di un marxismo che risulta quindi di nuovo all’avanguardia del progresso sociopolitico durante tempi storici in vorticosa accelerazione, costituendo il vettore principale sul piano ideologico-culturale e il livello superiore, di matrice prometeico-umanista, per pensare e utilizzare la tecnoscienza durante i prossimi decenni.[7]

Il pensiero di Xi Jinping rappresenta infatti il marxismo nella stagione di una gigantesca rivoluzione tecnoscientifica che sta portando all’umanità, con la decisiva presenza cinese, l’intelligenza artificiale, l’inesauribile fusione nucleare e i computer quantistici, le vetture elettriche e le nanotecnologie, la biologia sintetica e l’ingegneria genetica, le tecnologie del 5G e del 6G, assieme alla crescita esponenziale delle energie rinnovabili.[8]

Stiamo per analizzare il marxismo nella nuova era dell’economia digitale, come anche della moneta digitale di stato: nel caso specifico lo e-yuan, già utilizzato all’inizio del 2022 da circa duecento milioni di cinesi e impiegato durante i giochi olimpici invernali di Pechino.[9]

Se già Marx, nel primo paragrafo del Capitale, aveva chiarito che la “forza produttiva del lavoro” dipende sempre dall’unione dialettica di una serie di fattori tra i quali spiccava, già nel 1867, il “grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza”, almeno da alcuni decenni la combinazione tecnologico-scientifica nel processo produttivo globale ha assunto un primato indiscutibile, in base al quale i saperi e le capacità cognitivo-scientifiche contenute direttamente nel sistema delle macchine, ossia il marxiano general intellect, crescono continuamente e in modo esponenziale; provocando tra l’altro anche l’aumento vertiginoso della sostituzione di lavoro vivo da parte dei processi di automazione, come ad esempio la guida autonoma di bus, automobili e camion.[10]

Inoltre il xiginpingsmo si sviluppa durante l’era della nuova centralità dell’Asia: continente nel quale attualmente vivono circa due terzi della popolazione mondiale, che conta e pesa per la metà del prodotto interno lordo globale (a parità di potere d’acquisto) e in cui risiede “l’arco” principale delle risorse mondiali di idrocarburi, il quale parte dalla zona meridionale della penisola arabica per risalire all’Iran/Iraq e al Mar Caspio, attraversando l’Asia centrale e giungendo infine alla sezione orientale della Siberia.[11]

Pertanto il pensiero di Xi Jinping esprime una complessa trama di coordinate teoriche, ideali e organizzative strettamente interconnesse tra loro, creando un nuovo orizzonte allo stesso tempo ben radicato nel presente, cinese e mondiale, ma simultaneamente una visione capace di trascenderlo attraverso una prospettiva pluridecennale; quadro generale dotato di una forte carica ideale ma, allo stesso tempo, ben conscio che le idee e i sogni ambiziosi non si affermano senza un’organizzazione e in assenza di un partito, per dirla con Gramsci, in grado di elaborare dirigenti capaci e che “seleziona, sviluppa, moltiplica i dirigenti necessari perché un gruppo sociale definito si articoli e, da caos tumultuoso, diventi esercito politico organicamente predisposto”.[12]

Nel 2009 il filosofo inglese Mark Fisher, nel suo libro Realismo Capitalista, si chiedeva con tono pessimista se davvero esistesse un’alternativa globale al capitalismo: la risposta è che la si sta costruendo sul piano umano, organizzativo e produttivo, seppure tra contraddizioni, limiti ed errori, nella Cina contemporanea e anche nella sfera ideale, culturale e simbolica.

Affrontiamo, in modo particolarmente sintetico, i principali cardini e soprattutto le novità introdotte dal pensiero di Xi Jinping in una serie di ambiti.

Comunismo e socialismo

In tale settore teorico gli assi più rilevanti dello xiginpingsmo risultano essere:

  • il socialismo (“a ciascuno secondo il suo lavoro”) inteso come un difficile, ma attuabile processo di lunga durata nella creazione di “una società prospera” in Cina;
  • la simultanea tesi, esposta anche il 5 maggio 2018, della realizzabile concretezza anche del passaggio “dal regno della necessità al regno della libertà”, e cioè al comunismo sviluppato. Ancora all’inizio del luglio 2021 Xi Jinping ribadì che il marxismo esprime la convinzione che “la società umana muove inesorabilmente verso il comunismo”, ma essa “deve completare certe fasi storiche lungo la via”, durante “una via” e “un movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” (Marx): non certo in qualità di abominevole e distruttiva bomba atomica, ma viceversa creando le premesse e alcuni elementi, già nel tempo presente, della realizzabile e attuabile “sublime bellezza del futuro comunista”;[13]
  • l’importanza decisiva assunta dalla nuova rivoluzione tecnoscientifica in corso, a partire dall’intelligenza artificiale, robotica e biogenetica, anche e proprio per il successo del socialismo/comunismo;[14]
  • la strategia prometeica e a lungo termine della “crescita ininterrotta e pacifica” della Cina per i prossimi decenni, sia a livello interno che internazionale, che coniuga dialetticamente l’integrazione di Pechino nel processo della globalizzazione assieme a un’altra dinamica produttiva, diretta strettamente dalla sfera politica, finalizzata ad acquisire sia l’autosufficienza nei settori più importanti dell’alta tecnologia entro il 2025-2030 sia il primato mondiale in campo tecnoscientifico: ivi compresa la spedizione attorno al 2030 di astronauti cinesi sulla Luna e l’introduzione nello stesso periodo della tecnologia 6G, mentre invece nel mondo occidentale anche quella 5G rimane per il momento un lusso per pochi eletti.[15]

Siamo pertanto immersi in un orizzonte alternativo e giustamente opposto a quello previsto dal “comunismo rozzo”, viceversa contraddistinto da penuria e ascetismo universale e quindi respinto giustamente a più riprese da Marx ed Engels, dal 1843 in avanti: descriviamo quindi una prospettiva demolitoria rispetto a quella teoria della decrescita delle forze produttive e dei mezzi di consumo proposta da Amadeo Bordiga ancora nel 1952, e tra l’altro in un’Italia con strati popolari ancora affamati, specialmente nella zona meridionale del paese.[16]

Tutt’altra musica nella Cina contemporanea, per fortuna.

“Pioggia passata folate di vento marino

Uccelli che si spargono nel cielo

Notte di luce fredda quiete

Luce del sole

S’infila nel cielo di adesso

Pensieri di fredda quiete

Dal nord vento selvaggio

Mentre io scopro un Mondo Nuovo”.[17]

Nel 2017 la poetessa-fanciulla Xiao Bing, frutto estroso dell’intelligenza artificiale in Cina, ha pubblicato un suo primo volume di poesie da cui sono tratti i versi che precedono queste righe: non risulta quindi casuale come fin dal 2018, aprendo un grande parco sci-tech, Xi Jinping abbia indicato come proprio l’intelligenza artificiale fosse diventata ormai decisiva per il benessere e il futuro del paese;[18]

  • nel pensiero di Xi Jinping è emersa inoltre la categoria di “partito a pianificazione secolare”, visto che principalmente attraverso la progettualità e la pratica di Xi Jinping il partito comunista cinese ormai da tempo «prevede di realizzare il rinnovamento nazionale attraverso un duplice obiettivo, noto come i “due centenari”: in primo luogo “la modernizzazione socialista dovrebbe essere fondamentalmente realizzata entro il 2035, e in secondo luogo la Cina dovrebbe tramutarsi in un grande paese socialista che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello entro la metà del XXI secolo, in corrispondenza del centenario della Repubblica Popolare Cinese”.[19]

In questo schema generale di riferimento risulta dunque quasi scontato come, ancora nel gennaio del 2022, Xi Jinping abbia risottolineato che bisogna pianificare il futuro prendendo in considerazione il quadro generale della strategia, per la grande rinascita della “nazione cinese e i profondi cambiamenti mai visti da un secolo”: “profondi cambiamenti mai visti” nei quali rientra a pieno titolo anche l’economia digitale, da cui prese spunto il leader del partito comunista cinese per tale processo di sintesi teoretica.[20]

La lucida anticipazione delle tendenze-controtendenze di lungo periodo assieme all’appassionato slancio prometeico e alla profonda attrazione dimostrata da Marx per le nuove scoperte tecnoscientifiche, costituiscono purtroppo delle tematiche quasi esoteriche nelle metropoli imperialiste perché spesso sono state poco valorizzate anche dai seguaci occidentali di Marx: e tutto ciò mentre quest’ultimo, genio multilaterale insuperabile nelle scienze umane, riuscì a produrre alcune incursioni e studi interessanti persino nelle scienze naturali con i suoi Manoscritti matematici sul calcolo differenziale.[21]

Principi, forza motrice e contraddizioni del socialismo

Come tratti principali di questa parte di analisi da parte cinese:

  • si rivendica la centralità e il primato incontestabile dei bisogni materiali e culturali delle masse popolari durante il processo di costruzione del socialismo, prima e ancora immatura fase di sviluppo della società comunista, al fine di assicurare la loro prosperità. Non a caso Xi Jinping sottolineò, nel settembre del 2014, che “per un partito politico o un potere politico, il suo futuro e il destino dipendono in ultima analisi dalla volontà del popolo”, affermando in altra sede che “lo sviluppo per il popolo è la posizione fondamentale dell’economia politica marxista”, oltre a ribadire la validità di un proverbio cinese secondo cui “la gestione di un Paese deve essere incentrata sul beneficio della gente comune”.

Xi altresì scrisse “pertanto noi dobbiamo sostenere il principio del Partito Comunista Cinese di fare affidamento su e servire il popolo, preservare i nostri stretti legami con il popolo, sottoporci prontamente alle critiche e alla supervisione del pubblico, rimanere consapevoli delle difficoltà che la gente comune deve affrontare e cercare costantemente i mezzi per portare prosperità al popolo, in modo da garantire che il nostro Partito goda sempre della fiducia e del sostegno del popolo, e per garantire che la nostra causa abbia un’inesauribile fonte di forza per portarla avanti”;[22]

  • un altro asse del xiginpingsmo risiede nell’aver individuato le contraddizioni fondamentali del socialismo, descrivendo la lotta costante tra l’alto livello dello sviluppo dei bisogni materiali-culturali del popolo e il relativamente basso grado di progresso raggiunto attualmente delle forze produttive sociali, oltre che il mancato pieno utilizzo delle potenzialità già insite in queste ultime: la contraddizione, quindi, tra uno “sbilanciato e inadeguato sviluppo e i sempre crescenti bisogni del popolo per una migliore vita”;[23]
  • pertanto nel pensiero di Xi Jinping emerge la “trappola contro Anteo”, intesa come pericolo latente di un distacco dei marxisti dalle masse popolari, separazione che in passato è stata letale per molti partiti comunisti a partire da quello sovietico;
  • se il genere umano viene correttamente inteso come “comunità dal futuro condiviso”, si espone altresì la teoria e praxis della combinazione dialettica tra una nuova globalizzazione, di matrice cooperativa, e la sovranità nazionale di ciascuna nazione attraverso un processo di creazione di infrastrutture su scala planetaria, Vie della Seta da diffondere in tutto il globo e alleanze paritarie tra stati, come quelle euroasiatiche coinvolte nel patto di Shanghai e nel recente trattato commerciale RCEP;[24]
  • ha assunto un particolare rilievo nel pensiero di Xi Jinping la costruzione progressiva di una civiltà ecologica di matrice comunista, basata sul raggiungimento degli obiettivi dell’armonia e una “comunità di vita” tra uomo e natura, oltre che sulla governance e pianificazione globale rispetto alle contraddizioni ancora in via di acutizzazione tra genere umano e biosfera terrestre.[25]

Dal 2005 e con la teoria delle due montagne (“acque limpide e montagne lussureggianti”) il xiginpingsmo ha via via enucleato alcune categorie teoriche stimolanti quali il valore incalcolabile delle risorse naturali, la produttività economica oltre che umana dell’ambiente, la creazione di un processo di sviluppo sostenibile attraverso la lotta agli sprechi e un’economia verde, ossia del riciclo e della riforestazione, sempre più diffusa: inoltre ha alimentato un saggio e sensato rispetto per la comunità biotica e per la catena dialettica universale nella quale, come spiegò Xi, “gli umani hanno bisogno dei campi per il cibo, i campi hanno bisogno dei fiumi, i fiumi delle montagne, le montagne del suolo, e il suolo di foreste e terre fertili”;[26]

  • vengono inoltre identificate due importanti specificità culturali della Cina, visto che quest’ultima non solo ha saputo riprodurre senza soluzione di continuità una grande e multiforme civiltà che ormai dura da più di cinque millenni, in via di espansione soprattutto ai nostri giorni, ma che simultaneamente essa ha generato un patrimonio di conoscenze intellettuali con due particolari proprietà emergenti. La Cina è stata infatti in grado sia di creare culture a diffusione planetaria, come quella confuciana e taoista, che di sinizzare e assimilare via via e in tempi diversi al suo interno due fenomeni ideologici molto importanti, anche se assai diversi tra loro, come il buddismo e il marxismo, viceversa in larga parte abbandonati nelle loro aree geoculturali di origine, almeno prima dell’intervento cinese operato a loro favore;[27]
  • la nuova categoria del “potere culturale di matrice socialista” si collega alle considerazioni sopra riportate fondandosi, fin dalla sua prima esposizione nel 2013, sull’unità dialettica tra un’“etica marxista e socialista” e la valorizzazione dell’eccellenza della cultura cinese, con il suo “unico charme” (Xi Jinping): da tale snodo teorico proviene poi la suddivisione tra cultura materiale ed eredità culturale immateriale, entrambe formate dai risultati ottenuti via via dal popolo cinese nel campo dell’architettura e della poesia e della letteratura, oltre che in “arti minori” quali della gastronomia, gioielleria, abbigliamento ecc., partendo da più di cinquemila anni or sono per arrivare al nuovo salto di qualità dell’inizio del terzo millennio;[28]
  • un altro merito della nuova fase cinese di sviluppo del marxismo creativo risiede nell’aver individuato e messo in risalto sul piano teorico, oltre che a livello pratico attraverso le Vie della Seta, la nuova centralità ormai assunta dalle infrastrutture sia a livello nazionale che internazionale: solo la connettività infrastrutturale, ossia solamente complessi e grandiosi network infrastrutturali quali il sistema di telecomunicazioni, le reti elettriche e il cablaggio di internet, le ferrovie e le autostrade, i porti e gli aeroporti consentono un rapido, massiccio e crescente processo di trasferimento su scala globale di persone, idee, tecnologia, mezzi di produzione e servizi, all’interno dei diversi stati e tra le diverse aree geopolitiche del mondo;[29]
  • va altresì segnalata la teoria delle “cinque civilizzazioni” che vengono simultaneamente promosse dal socialismo con caratteristiche cinesi, di ordine materiale, politico, spirituale, sociale ed ecologico;[30]
  • –        è emerso altresì il concetto teorico, accompagnato e seguito da un’intensa praxis collettiva, dello “stato socialista di diritto” con caratteristiche cinesi: astrazione giuridica e categoria articolata in diversi segmenti di studio-attività e alla cui elaborazione avevano partecipato parzialmente e in passato anche comunisti occidentali rispetto alla costruzione del diritto civile del gigantesco paese asiatico; [31]
  • attraverso una piena autocoscienza del potenziale liberatorio insito nella tecnoscienza, magico potere (ovviamente con possibili utilizzi di tipo diverso) individuato ed enucleato da Marx fin dal 1844-56, oltre che della forza derivante da uno splendido processo di sviluppo culturale che dura da più di cinquemila anni, è in corso la costruzione di un originale umanesimo di matrice marxista. Quest’ultimo rifiuta le teorizzazioni occidentali che negano alla radice il valore dell’individualità umana, creando invece fantasmi ideologici e feticci culturali attraverso i quali scienza, tecnologia e rapporti sociali di produzione, distribuzione e potere venivano e vengono tuttora dipinti falsamente come indipendenti e staccati rispetto agli esseri umani e alla loro pratica, ivi compresi l’azione dei partiti politici e dei loro nuclei dirigenti; si mette in risalto invece il rapporto dialettico tra il collettivo umano (lato prioritario) e l’individuo, lato secondario dell’interrelazione in oggetto, oltre alla capacità dell’uomo di autotrasformarsi sia con la pratica sociale che attraverso la costante autoriflessione su tale praxis.

Marx, certo, ma anche Liu Shaoqi, autore di una celebre opera del 1939 imperniata sugli sforzi interiori e sui processi mentali necessari per “diventare un buon comunista”, assieme alla diretta e fondamentale partecipazione alla lotta politico-sociale.[32]

Politica internazionale

Sul piano delle coordinate generali dei rapporti interstatali l’analisi elaborata da Xi Jinping, assieme agli altri teorici del partito comunista cinese, ammette innanzitutto che i rapporti di forza su scala globale risultano per il momento ancora sfavorevoli al socialismo rispetto al capitalismo mondiale.[33]

  • Anche in base a tale innegabile dato di fatto, il processo di indagine elaborato da Xi Jinping e dal partito comunista cinese trova il suo perno centrale nella lotta costante e attualmente in corso su scala planetaria tra la tendenza generale alla cooperazione “win-win” e al pacifico multilateralismo, basato sulla sovranità comune a tutte le nazioni, e la controtendenza globale contraddistinta invece dall’egemonismo con il suo tipico “unilateralismo, protezionismo ed estremo egoismo”, perseguito attraverso “ricatti, blocchi ed estrema coercizione di tipo bellico” (Xi Jinping).

In un suo lucido discorso, pronunciato nell’ottobre 2020, il presidente cinese ha condensato il suo pensiero sulla contraddittoria weltpolitik attuale affermando che “il mondo appartiene a tutti. Dobbiamo accelerare la realizzazione della Difesa nazionale e modernizzazione militare, con forze armate di livello mondiale”, ha detto Xi. Nel lungo discorso, pieno di patriottismo e aneddoti eroici da parte delle forze cinesi, il presidente ha poi ricordato che “le difficoltà che il mondo incontra richiedono che tutti i Paesi uniscano le forze. Lo sviluppo pacifico e la cooperazione win-win sono l’unica via da seguire”. Secondo Xi, invece nel mondo di oggi “unilateralismo, protezionismo ed estremo egoismo di ogni tipo porteranno il mondo soltanto in un vicolo cieco. E i ricatti, i blocchi o la estrema coercizione non funzioneranno”. In più, ha aggiunto, “agire per conto proprio e servire solo i propri interessi non funzionerà. L’egemonia e il bullismo sugli altri non funzioneranno, e porteranno il mondo a niente altro che in un vicolo cieco”. 

Ma in ogni caso la Cina mantiene “una politica militare di difesa e l’esercito cinese è una forza per salvaguardare la pace mondiale. La Cina non cercherà mai egemonia o espansionismo: siamo fermamente contro l’egemonia e la politica di potenza. Non accetteremo mai attacchi alla nostra sovranità o ai nostri interessi di sicurezza e sviluppo”;[34] 

  • da tale visione generale discende il “triangolo splendente” costituito dalla connessione tra pace, cooperazione win-win e rifiuto della ricerca dell’egemonia nei confronti di qualunque paese, per quanto esso possa essere relativamente debole: si propone una geometria internazionale non euclidea, ossia non fondata sulla solita e orrida coppia con al suo interno il dominante e il dominato;[35]
  • la prima stella polare della politica estera e della diplomazia cinese dell’ultimo decennio consiste infatti nel nuovo concetto teorico – e nella derivata praxis politica e sociale – dell’umanità intesa come una “comunità con un futuro condiviso”, che assorbe al suo interno anche la politica di pace cinese e i tradizionali cinque principi della coesistenza pacifica, esposti da Pechino fin dal giugno 1954 e durante l’epoca maoista;[36]
  • secondo architrave, la “cooperazione win-win”: reciprocamente vantaggiosa per tutti gli stati interessati e basata sul mutuo rispetto della sovranità, ossia cooperazione capace di “trascendere le teorie tradizionali di relazioni internazionali” (Wang Yi) basate sulla spietata regola del “gioco a somma zero”;[37]
  • non siamo certo in presenza di pacifismo imbelle, sprovveduto e autodistruttivo visto che sempre sul piano interstatale lo xiginpingsmo, assieme al consolidamento dello schema generale di una globalizzazione inclusiva e rispettosa della sovranità, ha elaborato almeno in parte la teoria della “difesa nella nuova era” rispetto alle minacce denunciate da Xi Jinping anche il 1° luglio 2021: intimidazioni tra l’altro lanciate senza sosta contro la Cina in seguito alla nuova guerra fredda scatenata dall’imperialismo statunitense contro Pechino a partire dal 2012, sotto molteplici aspetti ivi inclusi quelli ideologici e mediatici.[38]

Tra i principali elementi materiali costruiti via via dalla Cina per questo particolare “contropotere rosso”, proiettato nell’arena interstatale, si trovano l’egemonia di Pechino rispetto al settore strategico delle terre rare e dei magneti per auto elettriche e turbine eoliche; la totale autogestione cinese dei propri big data, assieme all’indipendenza delle reti interne cinesi dal sistema e dai protocolli di routing dominati dagli USA; l’assenza delle americanissime aziende Google-Facebook-Twitter dal mercato cinese, con la loro sostituzione da parte delle aziende autoctone del gigantesco paese asiatico; la creazione di uno yuan digitale autonomo ai circuiti occidentali; la costituzione progressiva, assieme a Mosca, di “infrastrutture finanziarie indipendenti per servire le operazioni commerciali tra Russia e Cina”, in alternativa all’attuale sistema Swift dominato da “paesi terzi” (si legga Stati Uniti), come annunciato dai media russi il 19 dicembre 2021; banche d’investimento per il Sud del pianeta (l’AIIB, ma non solo) in concorrenza oggettiva e benefica con il Fondo Mondiale, oltre alla messa in orbita di una stazione spaziale cinese autonoma e al processo di accumulazione di una massa critica di missili intercontinentali, ivi compresi i formidabili vettori ipersonici testati di recente e con successo a Pechino;[39]

  • gli schemi teorici di Xi Jinping prevedono, sempre rispetto al campo internazionale, tre grandi sfere di cooperazione a partire dal livello superiore, rappresentato dalla collaborazione politico-economico di tipo fraterno tra paesi socialisti, come ad esempio quella via via formatasi nell’ultimo trentennio tra Cina e Cuba.[40]

La seconda tipologia prevista per la collaborazione su scala interstatale risulta invece quella di tipo strategico e geopolitico, intessuta con nazioni non appartenenti al campo socialista ma comunque impegnate con Pechino nella comune lotta all’egemonismo occidentale, come nei casi di Russia e Iran; infine emerge la cooperazione win-win, fondata questa volta su base prevalentemente economica e priva di dirette ricadute politiche, come quella che si è riprodotta globalmente dal 1989 a oggi tra la Cina e quasi tutto il continente africano, l’America Latina e il mondo arabo, come è stato mostrato anche dalla donazione dei vaccini contro il covid da parte di Pechino.[41]

Gli attuali dirigenti cinesi sono molto realisti e dunque conoscono bene le nubi oscure e le “controcorrenti” (Xi Jinping) del mondo attuale, oltre a essere da sempre ben informati sulla teoria-praxis della “diplomazia coercitiva” made in USA: categoria politica introdotta nel 1971 dal ricercatore statunitense Alexander George, secondo la quale gli USA obbligano gli altri paesi ad accettare le loro richieste attraverso la minaccia militare e l’isolamento politico, le sanzioni economiche e il blocco tecnologico-commerciale.[42]

Su questa tematica Xi Jinping ha inoltre sottolineato a più riprese come il separatismo anti-comunista all’interno della Cina costituisca uno dei principali cavalli di Troia utilizzati via via in Tibet, Xinjiang, Hong Kong e Taiwan dall’imperialismo occidentale, tra l’altro con il sostegno di larga parte della sinistra delle metropoli imperialistiche, al fine di cercare di distruggere simultaneamente sia l’unità geopolitica del paese asiatico che l’egemonia politico-sociale del partito comunista cinese.[43]

In ogni caso Xi Jinping, in una dichiarazione congiunta del febbraio 2022 con il presidente russo Vladimir Putin, ha stabilito che nell’arena internazionale “è emersa una tendenza verso la redistribuzione del potere nel mondo”, dopo la breve parentesi unipolare-USA del 1991-2000, oltre a riaffermare “che le nuove relazioni interstatali tra Cina e Russia sono superiori a un’alleanza politica e militare dell’era della Guerra Fredda. L’amicizia tra i due stati” (Cina e Russia) “non ha limiti”.[44]

I tempi nuovi sono ormai alle porte, quindi.

Sfera ideologica e culturale

In tale settore emergono:

  • una concezione del mondo di natura dialettica e materialista, purtroppo abbandonata da ampie sezioni della sinistra occidentale, ivi comprese quelle che si autodefiniscono antagoniste, mentre per i comunisti cinesi “lo sviluppo del mondo avviene sempre attraverso un moto contraddittorio” (Xi Jinping, 17 gennaio 2022), tra crisi e continui test di verifica a carico del genere umano: un mondo in cui, soprattutto, le tendenze di sviluppo coesistono conflittualmente con controtendenze opposte e con “correnti contrarie” più o meno potenti, in un conflitto continuo che deve spingere a considerare il processo storico “da un punto di vista a lungo termine” (Xi Jinping) ma, simultaneamente, “comprendendo il cambiamento in ogni piccolo dettaglio”.[45]

Vedere il mondo in un granello di sabbia, avrebbe potuto chiosare il grande poeta William Blake;

  • lo schema analitico avente per oggetto la coesistenza dialettica ininterrotta tra passato, presente e futuro, tipico e proprio dell’attuale sfera politica cinese. Il “Sogno Cinese” delineato dal 2013 da Xi Jinping trova infatti le sue profonde radici nel passato, ma acquisisce vitalità nel presente e simultaneamente si lancia già adesso verso il futuro: come ha del resto sottolineato a gennaio 2022 Xie Maosong, autorevole esponente dell’istituto cinese Taihe, se un partito al potere “è legittimo e credibile non deve essere giudicato da ciò che dice o promette, ma dai risultati effettivi e dai risultati delle sue pratiche politiche. Vale a dire, la storia punta al futuro. La storia è un processo continuo, in cui i risultati passati funzionano” (nel tempo attuale) “come un vincolo che incentiva” (ora, adesso ma proiettandolo in avanti) “lo sviluppo futuro”;[46]
  • legata alla parziale e contraddittoria interconnessione tra passato, presente e futuro è venuta alla luce anche la teoria e la praxis delle periodiche riunioni collettive di studio critico e autocritico delle azioni passate, organizzate proprio a partire dal centro di gravità e dal più alto livello di direzione politica, ossia l’Ufficio Politico del partito comunista cinese: tale dinamica si è ripetuta carsicamente dal dicembre del 2017 e fino all’ultima sessione di riflessione e autocritica, tenutasi il 28 dicembre 2021 riguardo alla tematica della fiducia storica e dello spirito di lotta.[47]

Tra l’altro all’inizio del 2022 Xi Jinping partecipò come relatore a una nuova seduta di studio, questa volta presso la Scuola nazionale di Partito, al fine di affrontare con una serie di alti quadri politici cinesi “lo studio, l’educazione e la promozione” (nel presente e nel futuro) “della storia del partito comunista cinese”;[48]

  • la tesi della prevalente continuità del processo storico della rivoluzione e del comunismo cinese, a partire da luglio del 1921 per arrivare ai nostri giorni.

La risoluzione adottata al sesto plenum del Comitato Centrale del partito comunista cinese ha infatti evidenziato nel novembre del 2021 il continuo processo di sinizzazione del marxismo, avviato sia a livello teorico che pratico fin quasi dalle lontane origini del partito dal 1921. In tale dinamica, politica e teorica, si ritrova il principale filo rosso del processo storico di produzione del particolare socialismo cinese che, scaturendo dalle prime “basi rosse” e maoiste del 1928-1933, è arrivato mano a mano ai nostri giorni, in una dinamica secolare segnata ovviamente anche da gravi errori e deviazioni, ma dal cui insieme trae nutrimento “la visione e la lungimiranza del Partito che si concentra sulla sintesi e sull’applicazione dell’esperienza storica, si basa sul presente e guarda al futuro”;[49]

  • è venuto alla luce di recente lo schema teorico della prosperità condivisa (Gongtong Fuyu), da attuarsi attraverso una concreta politica economica finalizzata al processo di progressiva ridistribuzione della ricchezza della nazione, ivi compresa quella di matrice intellettuale e culturale, in una dinamica da implementarsi fino al 2050;[50]
  • è stato altresì presentato senza sosta il “sogno cinese” del grande ringiovanimento della nazione, dopo l’epoca tragica del colonialismo occidentale in terra cinese negli anni compresi tra il 1839 e il 1948;
  • Xi Jinping ha iniziato inoltre a chiarire la natura della dialettica politica tra realtà e desideri umani ribadendo da un lato, ancora in un discorso del 2015, che “la cosa più importante è che noi” (ossia i comunisti cinesi) “procediamo sempre dalla realtà oggettiva più che dal desiderio soggettivo”, ma dall’altro lato il leader comunista cinese aveva rilanciato contemporaneamente l’importanza di una visione realistica e “a occhi aperti” come il “sogno cinese” che induce ciascuno a “lavorare coscienziosamente per attuare il suo sogno”, come avevano rilevato in precedenza Pisarev e Lenin;[51]
  • il marxismo viene correttamente inteso da Xi Jinping come un continuo e ormai plurisecolare processo di autoapprendimento che, contro ogni sterile dogmatismo e qualunque tendenza a ripetere ad oltranza vecchie formule stereotipate, si è via via espanso e arricchito partendo da Marx, passando per Lenin e Mao Zedong fino ad arrivare al nostro attuale terzo millennio durante un processo contraddistinto da simultanea continuità e discontinuità, oltre che caratterizzato da alcuni vistosi salti di qualità come ad esempio quello innescato e sostenuto da un decennio proprio da Xi Jinping;[52]
  • il marxismo viene altresì considerato non in veste di un cifrario metafisico, riservato solo agli eletti e con un corpus di conoscenze arcane e immutabili, ma viceversa come una teoria creativa e in divenire, che deve arrivare a conoscenza delle masse, con diverse fasi di sviluppo in atto anche ai nostri giorni durante la sua dinamica e linea di tendenza quasi bisecolare;[53]
  • va anche considerata la teoria xiginginpista delle tre diverse sfere di valori sociopolitici collocate ai livelli rispettivamente dello stato, della società e dell’individuo: tali sfere “esprimono da un lato le esigenze essenziali del socialismo, ereditando nel contempo l’eccellenza della cultura cinese, e assimilando dall’altro i frutti benefici della civiltà mondiale, manifestando lo spirito del tempo;[54]
  • dato che nel 2020 Xi Jinping ha sostenuto apertamente che “il marxismo è la colonna portante per la crescita della nazione”, non va dimenticata anche l’antidogmatica e antieconomicista teoria della centralità, nella Cina contemporanea ma anche nel mondo attuale, dell’ideologia marxista e della scienza dell’economia politica di matrice marxista, ovviamente una volta che esse siano state verificate e testate dalla praxis e ben comprese dalle masse: si riprende pertanto in modo creativo una tesi elaborata da Marx fin dal 1843, quando il geniale comunista tedesco affermò che “la teoria diventa una forza materiale non appena si impadronisce delle masse”;[55]
  • –        durante un accurato processo di definizione delle caratteristiche fondamentali del marxismo, Xi Jinping ha sottolineato simultaneamente non solo la praticità, ossia il carattere attivo e pratico del marxismo, ma come allo stesso tempo quest’ultimo si dimostri “una teoria delle pratiche”: ossia un’efficace teoria e un adeguato processo di esame delle pratiche il quale, in particolare modo, “dirige e spinge le persone a cambiare il mondo…”;[56]
  • è stata esposta anche la teoria del marxismo da intendersi come “miracolo collettivo umano”: prodigio verificato e comprovato all’inizio del terzo millennio anche dall’esperienza ormai secolare di un partito comunista cinese che, composto al momento della sua fondazione nel luglio del 1921 da solo una cinquantina di iscritti, è riuscito mano a mano a compiere la triplice impresa leggendaria di conquistare il potere, di diventare un partito con decine di milioni di iscritti e di essere capace di eliminare la povertà estrema in Cina, che purtroppo era rimasta ancora nel 1949 uno tra gli stati più arretrati e miseri del nostro pianeta; [57]
  • sintetizzando un’esperienza plurimillenaria di lotte di classe che partono da Spartaco, dai Sopraccigli Rossi e dai Turbanti Gialli cinesi guidati da Zhang Jiao, il xiginpingsmo ha compreso l’unità dialettica di tendenze opposte in base alla quale sono sicuramente le masse che fanno la storia, ma solo quando queste ultime hanno a disposizione organizzazione, leader, teoria e progettualità di valore adeguato; esso ha ripreso dunque in modo creativo la frase del Marx del 1864, secondo cui “i numeri” (ossia l’innegabile fatto che i produttori diretti rappresentano la maggioranza schiacciante della popolazione) “pesano sulla bilancia” (del processo storico di sviluppo del genere umano) “solo quando uniti in collettività”, alias se essi vengono connessi a un’organizzazione politica “con conoscenza del fine”, e cioè munita di schemi e categorie analitiche, di programma e progettualità di alto livello e con un respiro a lungo termine;
  • è stata ribadita la necessità di un collegamento organico tra la riflessione marxista, il livello più elevato di scienza e tecnologia contemporanee e l’utilizzo positivo di queste ultime a favore delle masse popolari, anche in campo ecologico: nesso, legame e filo di Arianna che è stato smarrito quasi ovunque dal marxismo occidentale, specialmente dopo la morte del grande filosofo della scienza Ludovico Geymonat;[58]
  • la fine dell’eurocentrismo, all’interno dell’ideologia e della visione del mondo marxista, rappresenta ormai un dato di fatto irreversibile per il partito comunista cinese;[59]
  • si è enucleata la combinazione dialettica di continuità e di innovazione nel processo generale di sviluppo del marxismo del 21° secolo, dandosi come obiettivo un equilibrio dinamico e in continuo divenire tra queste due tendenze che permetta a Pechino di non cadere nel dogmatismo da un lato, e viceversa nel pragmatismo dall’altro;[60]
  • importante anche l’enucleazione sul processo di apprendimento e autoeducazione riguardo alla storia ormai secolare del partito comunista cinese, ossia al “gene rosso” (Xi Jinping): dinamica politica e culturale di massa ritenuta senz’altro da Xi Jinping come una “decisione strategica” e a lungo termine presa dal partito nel corso del 2021. Parafrasando un grande compositore e un amante della poesia cinese come Gustav Mahler, si intende quindi la tradizione del partito come la reale salvaguardia del fuoco degli ideali, della passione comunista e dell’“intenzione originaria” dei primi marxisti cinesi, non certo in qualità di sterile adorazione delle ceneri del rimpianto, e quindi come concreta e positiva riproduzione, generazione dopo generazione, del prezioso “gene rosso” (Xi Jinping);[61]
  • risalta altresì il criterio dell’autosviluppo continuo, collettivo e individuale, dei comunisti attraverso una serie di “attrezzi da lavoro” quali un serio e continuo processo di autocritica e di introspezione quotidiana, la regola di “imitare ciò che è buono e correggere ciò che è sbagliato”, la coppia “duro lavoro e un grande impegno”, il miglioramento che “richiede uno sforzo per tutta la vita” e la dinamica di apprendimento multilaterale come “prerequisito per la crescita e il progresso, mentre la pratica è il modo per migliorare la competenza”;[62]
  • strettamente connesso al criterio del costante autosviluppo è stata esposta, sempre da parte di Xi Jinping, la teoria del talento-virtù. A tal proposito il segretario generale del partito comunista cinese affermò, all’inizio di maggio del 2018, che «come dice il proverbio, “il talento integra la virtù e la virtù dirige il talento”. La formazione dei talenti deve essere un processo di unità tra l’educazione delle persone e la coltivazione del talento, e istruire le persone è l’essenza. Senza virtù, le persone non possono affermarsi nel mondo, quindi l’essenza dell’educazione delle persone sta nello stabilire la loro integrità. Questa è la dialettica della formazione dei talenti».[63]

Tale tesi trova le sue radici nel fenomeno per cui non solo il “duro lavoro”, ma anche e simultaneamente proprio l’assunzione di responsabilità (“più responsabilità ci si assume e più si può ottenere”) e la presenza di alti ideali e aspirazioni costituiscono i principali fattori che, una volta combinati, permettono di sviluppare il talento, inteso come la più alta regola dell’universo umano.[64]

Si ritrova dunque, in forme diverse, quella dialettica generale tra desiderio collettivo e realtà concreta esposta in precedenza come particolare contributo cinese al creativo materialismo dialettico: tematica già affrontata in precedenza da prospettive diverse da Ernst Bloch esaminando la relazione tra “corrente calda” e “corrente fredda” del marxismo, oltre che ripresa splendidamente da Che Guevara allorché il grande rivoluzionario argentino affermò che quando si sogna da soli è un sogno, ma quando si sogna in due comincia la realtà;[65]

  • la teoria cinese delle “quattro coscienze” invece individua la combinazione dialettica tra le forme principali di autocoscienza politico-sociale, individuale e collettiva, ossia la simultanea e combinata consapevolezza dell’ideologia, coscienza della globalità (“il vero è l’intero”, Hegel), autocomprensione del nucleo principale dei diversi fenomeni/problemi e della “linea”, intesa come strategia politica generale del partito comunista cinese; forme di consapevolezza che vengono collegate strettamente all’utilizzo sistematico, sia alla base che al vertice, collaudato strumento di centralismo democratico (discussione aperta tra i militanti prima dell’azione, congressi periodici, unità nel mettere in pratica le decisioni già prese, assenza di correnti e frazioni nel partito) di matrice leninista a cui da sempre si ispira, assieme ai migliori partiti comunisti occidentali, anche l’organizzazione comunista cinese;[66]
  • il pensiero di Xi Jinping individua correttamente nella rete digitale e nel mondo di Internet il nuovo asse centrale e il principale campo di battaglia della lotta ideologica e culturale contemporanea, tra socialismo e capitalismo, combattuta senza sosta in Cina come nel resto del globo, mentre parallelamente il segretario del partito Xi Jinping ha riaffermato a sua volta che proprio il fondamentale scopo del suo partito è costituito dallo “sviluppo a lungo termine della propaganda marxista e del lavoro ideologico”;[67]
  • visto che ancora nel febbraio del 2014 Xi Jinping aveva sottolineato l’importanza teorica e pratica del cyberspazio e dell’economia digitale, non risulta certo casuale che in seguito e nel novembre del 2021 sia stato presentato pubblicamente il primo gruppo industriale cinese per il metaverso (ossia un insieme di spazi e scenari virtuali su internet, connessi anche con avatar con visori 3D) posto sotto la supervisione statale, mentre simultaneamente altri gruppi tecnologici del paese si stanno lanciando nella stessa direzione;[68]
  • oltre a sottolineare l’importanza della memoria storica all’interno della lotta ideologica che si svolge su scala planetaria, viene sferrato un attacco frontale contro il “nichilismo storico”, inteso giustamente come rinnegamento, denigrazione e rifiuto del valore positivo della storia del comunismo cinese e mondiale, appoggiando quindi apertamente fin dal gennaio del 2013 dirigenti comunisti del calibro di Lenin e Stalin; la difesa della continuità storica, di segno principalmente positivo, durante il processo di sviluppo bisecolare del comunismo scientifico rappresenta infatti il lato dominante di una sofisticata dialettica dello xiginpingsmo, nella quale costituisce invece un lato secondario e subordinato la lucida critica rispetto agli errori del passato, quali ad esempio quelli commessi dal leader del partito comunista cinese durante la rivoluzione culturale del 1966-76;[69]
  • rispetto al disastroso crollo dell’Unione Sovietica e alle sue ragioni principali, nel corso del 2021 Xi Jinping ha avanzato la sopracitata tesi della “trappola contro Anteo”, in base alla quale il partito comunista sovietico dopo aver ottenuto “successi spettacolari” perse il potere principalmente perché “si staccò dal popolo” e dal vitale processo di soddisfazione dei suoi crescenti bisogni materiali e culturali, curando invece i propri interessi di casta burocratica;[70]
  • nel pensiero di Xi Jinping, patrimonio collettivo del partito comunista cinese e risultato anche degli sforzi di molti intellettuali e militanti di quest’ultimo, è stata enucleata anche la teoria dei “cinque codici” da rispettare in campo politico: ossia la combinazione dialettica tra mettere il popolo al primo posto, avanzare al passo con i tempi, la meritocrazia, una pianificazione strategica e una risposta nazionale coordinata/ben organizzata ai diversi problemi costituisce la matrice di base che spiega la vitalità del partito, al potere in Cina ormai da oltre sette decenni;[71]
  • è stata esposta in parte la categoria dei rischi potenziali di natura politico-sociale all’interno sia della prospettiva politica a lungo termine di matrice comunista che del pensiero marxista, focalizzando sui pericoli a volte gravi che vanno compresi in anticipo e in ogni caso devono essere affrontati da parte dei rivoluzionari in modo tempestivo: si porta quindi a un livello più elevato l’intuizione avuta dalla migliore Rosa Luxemburg (lettera a M. Wurm, 16 febbraio 1917), per cui il mondo sociopolitico va inteso come un “mare” che contiene “tutte le possibilità allo stato latente”, in senso positivo o viceversa con una carica negativa.[72]

Economia politica

Mentre larga parte degli economisti che nel mondo occidentale si autodefiniscono marxisti ritengono che l’economia politica marxista consista solo nella critica dell’economia politica borghese, o al massimo nell’enucleazione delle principali tendenze e controtendenze (caduta del saggio di profitto, ecc.) che attraversano il processo di sviluppo della formazione economico-sociale capitalistica, nella Cina socialista si è invece compreso da molto tempo come l’economia politica marxista riguardi e investa anche lo studio delle questioni economiche del socialismo, ossia della prima e immatura fase del modo di produzione e di vita comunista, oltre che tale “continente” teorico trova uno dei suoi perni principali proprio nel processo continuo di arricchimento delle analisi accumulate dai comunisti in questo importante campo.

A tal proposito Xi Jinping, nel novembre del 2015, aveva evidenziato che «il compagno Mao Zedong ha studiato ‘Il Capitale’ per ben quattro volte e ha ospitato diversi seminari sul ‘Manuale di economia politica’ sovietico, sottolineando che “lo studio delle questioni di economia politica ha un grande significato teorico e pratico”. Egli ha proposto in modo creativo un nuovo programma economico democratico durante il periodo di ‘Nuova democrazia‘. Nel processo di esplorazione della strada della costruzione socialista ha avanzato visioni originali sullo sviluppo dell’economia del nostro Paese, come la teoria della contraddizione di base della società socialista, la pianificazione generale, l’attenzione all’equilibrio globale, l’agricoltura come fondamento, l’industria come fattore guida, il coordinamento di quest’ultima con l’agricoltura e lo sviluppo di una industria leggera e pesante. Questo è lo sviluppo creativo avanzato dal nostro partito nell’economia politica marxista.

Dalla terza sessione plenaria dell’undicesimo Comitato centrale del partito, il nostro partito ha combinato i principi fondamentali dell’economia politica marxista con la nuova prassi della riforma e dell’apertura per arricchire e sviluppare continuamente l’economia politica marxista. Dopo l’approvazione della ‘Decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sulla Riforma del Sistema Economico’ nell’ottobre 1984, il compagno Deng Xiaoping ha commentato: “Ho scritto una prima bozza di economia politica, che è un’economia politica che combina i principi fondamentali del marxismo e la pratica del socialismo cinese”.

Per più di trent’anni, con il continuo approfondimento delle riforme e dell’apertura, abbiamo conseguito molti importanti risultati teorici nell’economia politica marxista cinese contemporanea, come le teorie sulla natura del socialismo, sul sistema economico di base nella fase primaria del socialismo e le teorie sulla definizione e implementazione di uno sviluppo innovativo, coordinato, ecologico e condiviso; lo sviluppo di un’economia di mercato socialista, che consente al mercato di svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse e dà un gioco migliore al ruolo del governo; le teorie sullo sviluppo economico della Cina che entra in una nuova normalità. Teorie sulla promozione del coordinamento della nuova industrializzazione, informatizzazione, urbanizzazione e modernizzazione agricola, teorie sulle caratteristiche della proprietà, dei diritti di appalto e di gestione della terra appaltata dagli agricoltori e le teorie su come fare buon uso dei due mercati, nazionale e internazionale; le teorie sulla promozione dell’equità e della giustizia sociale e sulla realizzazione graduale di una prosperità comune per tutto il popolo, ecc.».

Xi Jinping notò che tutte queste novità di natura teoretica, tutti questi risultati analitici “non sono stati discussi dagli scrittori marxisti classici e noi non avevamo pratica e conoscenza in questo settore, prima della riforma e dell’apertura. Sono economie politiche che si adattano alle condizioni nazionali e alle caratteristiche dei tempi nella Cina contemporanea. Non solo hanno guidato con forza la pratica di sviluppo economico della Cina, ma sono anche pioniere dei nuovi confini dell’economia politica marxista” (senza differenza di confini nazionali).

«Lo sviluppo centrato sul popolo è la posizione fondamentale dell’economia politica marxista.

Marx ed Engels hanno sottolineato: “Il movimento del proletariato è il movimento per l’indipendenza e il benessere della stragrande maggioranza della popolazione”. In futuro, “la produzione punterà alla prosperità di tutte le persone”. Il compagno Deng Xiaoping ha sottolineato che l’essenza del socialismo è liberare e sviluppare forze produttive, eliminare lo sfruttamento e la polarizzazione e, infine, raggiungere la prosperità comune.

La quinta sessione plenaria del diciottesimo Comitato centrale del Partito comunista cinese ha affermato chiaramente che è necessario aderire al concetto di sviluppo incentrato sulle persone, promuoverne il benessere e compiere progressi costanti nella direzione della prosperità comune come punto di partenza e obiettivo dello sviluppo economico. Non dobbiamo mai dimenticare questo punto: dobbiamo aderire fermamente a questa posizione fondamentale quando distribuiamo il lavoro economico, formuliamo politiche economiche e promuoviamo lo sviluppo economico.

In risposta ai nuovi cambiamenti nel contesto di sviluppo economico della Cina […], la Quinta Sessione Plenaria del Diciottesimo Comitato Centrale del Partito ha proposto di stabilire e aderire ai concetti di sviluppo innovativo, coordinato, ecologico, aperto e condiviso.

Questi cinque concetti di sviluppo si basano su una profonda sintesi dell’esperienza e delle lezioni di sviluppo nazionale ed estero e su un’analisi approfondita della tendenza generale di esso. Essi riflettono collettivamente la nuova comprensione del nostro partito delle leggi dello sviluppo economico cinese e sono interconnessi con le visioni dell’economia politica marxista. I punti di vista sono gli stessi. Ad esempio, Marx ed Engels immaginavano che nella società futura “tutte le persone condividono i benefici creati da tutti”, “le persone sono direttamente esseri naturali” e “la storia naturale e la storia umana si limitano a vicenda”».[73]

Nuove prospettive e temi di riflessione per il marxismo del Ventunesimo secolo

Aveva ragione Althusser quando affermò, nel suo libro Per Marx, che “una scienza” – ivi compresa la scienza marxista –  “non vive eccetto che nel suo sviluppo, per la precisione, nelle sue scoperte”.

Quali scoperte e novità, alcune solo embrionali, vengono dunque dalla Cina contemporanea per arricchire l’insieme della cassetta degli attrezzi del marxismo?

Il vero è l’intero, ribadì correttamente Hegel: e dal 2014 il partito comunista cinese ha adottato un pensiero strategico contraddistinto da un “approccio olistico alla sicurezza nazionale”, considerando questa nuova e multilaterale visione del mondo “un importante contributo ideologico e teoretico della Cina al marxismo”.[74]

Le caratteristiche principali del punto di vista olistico dei cinesi riguardano in primo luogo la tesi sul carattere inarrestabile del processo di globalizzazione già descritto da Marx nel 1846, a dispetto delle attuali controtendenze isolazioniste, oltre alle necessità combinate di promuovere la pace internazionale e di affrontare in modo cooperativo e multidimensionale le sfide planetarie che accumunano la nostra specie, partendo dalle armi di sterminio del sottosviluppo e dai cambiamenti climatici su vasta scala.

Ma il più interessante elemento della nuova progettualità strategica riguarda l’implicito legame intessuto da Pechino tra globalizzazione e sicurezza nazionale della Cina e, simultaneamente, delle altre nazioni: in altri termini, non più globalizzazione contro sovranità e sicurezza nazionale ma, viceversa, globalizzazione con e assieme sovranità e sicurezza nazionale.

Non si vuole in alcun modo, da parte cinese, sostenere un processo di globalizzazione che schiacci e demolisca in modo neocoloniale gli interessi basilari delle nazioni più deboli, ma invece si intende costruire un collegamento dialettico, non privo ovviamente di serie contraddizioni e incognite, tra un diverso approccio planetario alle difficili sfide che il genere umano dovrà affrontare durante il Ventesimo secolo e le diverse modalità via via assunte dalla sicurezza nazionale, nei vari contesti geopolitici e formazioni statali.

Siamo dunque in presenza di un vero e proprio “uovo di Colombo” analitico, da approfondire nelle sue numerose sfaccettature a livello teorico affrontando altresì le possibili implicazioni politico-sociali derivanti dallo schema teoretico della globalizzazione di matrice sovranista: un nuovo continente concettuale in larga parte da esplorare, come del resto quelli sopracitati che riguardano l’umanità intesa come comunità dal futuro condiviso e il mondo multipolare che sta nascendo sotto i nostri occhi.[75]

Sovranità cooperativa di diversi stati significa infatti anche multipolarismo.

La visione di profilo globale avente per oggetto un mondo multipolare, sganciato totalmente dalle tradizionali logiche imperialistiche, costituisce un’ulteriore idea che non solo rientra pienamente nel pensiero marxista cinese dell’epoca contemporanea, ma che può essere sviluppata sul piano teorico anche nel mondo occidentale: mettendola ad esempio in connessione sia con la diffusione pluripolare di Internet che con le pluridirezionali Vie della Seta, con la recente richiesta a fine giugno di quest’anno di adesione al gruppo dei BRICS di nazioni assai lontane e molto diverse tra loro come Argentina e Iran e, soprattutto, con il processo di decadenza dell’impero finanziario-militare statunitense.

Presentando il più recente libro del celebre teorico Quiao Liang, Marco Pondrelli ha sintetizzato l’assunto principale del marxista cinese sottolineando che «il declino dell’impero americano prepara la nascita del nuovo mondo multipolare, in questo due sono i temi che meritano di essere colti. Il primo è la diffusione di internet che per l’Autore mette in crisi il modello di democrazia occidentale, distruggendo l’impero e contribuendo a “decentralizzare” il potere [pag. 166], il secondo elemento è la nuova via della seta. La Cina non vuole essere il nuovo impero mondiale vuole contribuire ad un nuovo mondo multipolare, per farlo la prospettiva è di lunga durata, Qiao Liang lo definisce “un obiettivo di cent’anni” [pag. 239], chiarisce infatti che “se c’è solo una ferrovia per l’Europa, allora non ha scampo. Qualsiasi Paese lungo la strada si sentirà in diritto di chiedere soldi. Ma se ci sono molte strade aperte, allora qualsiasi altro Paese capirà che tagliare le ferrovie della Cina significa privarsi di una sola via di sostentamento, perciò sarà meno incline a farlo”».[76]

Ferma restando l’auspicabilità e la praticabilità del multipolarismo, orizzonte strategico per l’umanità del Ventunesimo secolo, sorgono riguardo ad esso alcuni problemi di un certo spessore.

Ad esempio riguardo alla grande differenza esistente tra il multipolarismo e il multilateralismo, a cui fa invece riferimento una parte del mondo borghese come ha notato giustamente il saggista Davide Rossi; alle contraddizioni che dilaniano attualmente l’area geopolitica europea, divisa al suo interno tra la tendenza – attualmente principale – alla subordinazione nei confronti dell’imperialismo statunitense e la controtendenza invece tesa ad acquisire un ampio margine di autonomia rispetto a Washington, ridiscutendo la stessa natura della Nato; al posizionamento che assumeranno in futuro rispetto alla dinamica dei rapporti di forza mondiali una serie di potenze emergenti quali India, Iran, Brasile, Turchia e Indonesia; alla scelta di campo filostatunitense compiuta negli ultimi quattro decenni da quasi tutta la sinistra ex-riformista europea; alla mutevole dialettica tra la lotta di classe all’interno della politica internazionale e l’influenza viceversa esercitata dalla prima sulle relazioni interstatali, oltre ai nuovi livelli di convergenza e simbiosi che potrebbero raggiungere in futuro l’alleanza strategica tra Cina e Russia.[77]

Un’altra idea che discende dal pensiero complessivo di Xi Jinping ha per oggetto l’introduzione del realismo cooperativo, realismo win-win, all’interno della scienza e della pratica delle relazioni interstatali all’inizio del terzo millennio.

Mantenendosi ben ancorati alla lucida concretezza di un importante filone del pensiero mondiale che parte da Sun Tzu, dall’indiano Kautilya, da Tucidide, Aristotele e Machiavelli arrivando infine sino al marxismo e ad alcuni intelligenti teorici borghesi, tra cui spiccano H. Morgenthau e J. Mearsheimer, corrente ideologica variegata avente in comune la centralità attribuita ai rapporti di forza internazionali, al multilaterale processo di accumulazione di potenza e all’individuazione del nemico principale di fase, l’intellettuale collettivo formato dal partito comunista cinese ha collegato dialetticamente tale indiscutibile aspetto della weltpolitik cogliendo anche l’altro lato di quest’ultima. Ossia il concetto, apparentemente semplice, in base al quale nell’era atomica e della globalizzazione planetaria la migliore forma di difesa proprio degli interessi concreti dei diversi stati, e quindi la migliore modalità attuale di espressione della realpolitik, consiste in modo controintuitivo nella cooperazione pacifica, multilaterale e reciprocamente vantaggiosa tra le nazioni, creando simultaneamente le condizioni per cercare di evitare uno scontro frontale tra le grandi potenze, che potrebbe portare facilmente a un olocausto nucleare e a incubi ben peggiori di quelli descritti da H. P. Lovecraft.

Almeno embrionalmente, viene portata alla luce un inizio di sintesi teorica innovativa tra l’utopistica Per la pace perpetua di I. Kant e le dure lezioni impartite all’interno del Principe di matrice machiavelliana: in altri termini emerge una regola generale secondo cui “se vuoi la pace, prepara collaborazione reciproca e forti interessi comuni con gli altri paesi “.[78]

Un altro spunto di riflessione viene dalla teoria sulla via “infrastrutturale” al socialismo mondiale: essa venne avanzata in via embrionale dal marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese International Critical Thought, evidenziò in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non rappresenti solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma “assume il volto di una iniziativa di edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale”.

A loro volta nuove tipologie di infrastrutture sconosciute ai tempi di Marx e di Mao Zedong, quali il cyberspazio e internet, si sono trasformate durante l’ultimo decennio nel principale strumento sia dell’informazione che per la propaganda politica su scala planetaria, elemento di novità studiato con cura dai marxisti cinesi.

A tal proposito proprio Xi Jinping, nel novembre del 2021, ha valutato internet come una nuova forma di “civilizzazione”, che rappresenta la “maggior” componente delle “interrelazioni sociali e della civiltà sotto le nuove circostanze”.[79]

Assieme a questo giudizio, il leader cinese ha altresì indicato lucidamente e fin dal marzo del 2013 l’importanza per il partito comunista cinese di costruire una “forte armata” digitale per “occupare il terreno dei nuovi media”, intesi come le nuove arene della lotta ideologia tra marxismo e anticomunismo, oltre a sottolineare il valore politico-sociale di ascoltare le opinioni e le “voci del popolo” attraverso la rete digitale, ormai considerata correttamente come una sorta di termometro dell’opinione pubblica, sia cinese che a livello globale.[80]

Traendo inoltre le inevitabili conseguenze teoriche dall’interconnessione materiale tra le Vie della Seta e il patto di Shanghai, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il sorpasso acquisito a partire dal 2015 dal prodotto interno lordo cinese rispetto a quello degli USA, usando il criterio della parità del potere di acquisto, si possono costruire le basi per un nuovo segmento di analisi delle relazioni internazionali che inglobi al suo interno il meglio di geopolitica e geoeconomia: un nuovo ramo delle scienze umane, denominabile come tecnopolitica internazionale.

Per quest’ultima, innanzitutto, il centro di gravità mondiale risulta via via la formazione statale più avanzata e potente dal punto di vista produttivo, tecnologico e scientifico, mentre il perno planetario consiste nell’area geografica con i maggiori interscambi.[81]

Il “predatore numero uno”, sempre a livello globale, si rivela a sua volta la nazione che mano a mano ha accumulato il massimo potenziale bellico sia sul piano quantitativo che qualitativo (non sempre centro di gravità e “tigre numero uno” coincidono, asimmetria che si ritrova sia ai tempi dello scontro tra impero mongolo e Cina dal 1211 al 1276 che ai nostri giorni), mentre le sfere di azione concreta che compongono il mosaico della politica internazionale si sono via via moltiplicate a partire dall’inizio del Novecento con l’utilizzo delle nuove scoperte tecnoscientifiche variando dal settore aereo all’area artica, dagli spazi sottomarini e dall’attività spaziale per arrivare fino al cyberspazio e al metaverso del Ventunesimo secolo.

Va pertanto riletto sotto una nuova prospettiva lo splendido scritto di Marx intitolato Spostamento del centro di gravità mondiale, scritto nel lontano 1850 e all’interno del quale già emergevano alcuni snodi del segmento teorico in oggetto: assumono infatti a questo punto un ruolo profetico le parole con cui Marx sottolineò che “per la seconda volta il commercio mondiale cambia direzione. Quello che erano nell’antichità Cartagine, Tiro, Alessandria, nel Medio Evo Genova e Venezia, e attualmente Londra e Liverpool, cioè gli empori del commercio mondiale, saranno nel futuro New York e San Francisco, San Giovanni del Nicaragua, e Leon, Chagres e Panamà. Il centro di gravità del mercato mondiale era l’Italia nel medioevo, l’Inghilterra nell’era moderna, ed è la parte meridionale della penisola Nord-Americana oggi.

L’industria e il commercio della vecchia Europa dovranno fare sforzi terribili per non cadere in decadenza, come accadde con l’industria e il commercio dell’Italia nel sedicesimo secolo – questo se l’Inghilterra e la Francia non vogliono trasformarsi in quelle che oggi sono Venezia, Genova e l’Olanda. Tra qualche anno avremo una regolare linea di trasporto a vapore dall’Inghilterra a Chagres, da Chagres e San Francisco a Sidney, Canton e Singapore”.[82]

Un diverso elemento innovativo da approfondire riguarda la visione dei comunisti cinesi rispetto alla creatività: e a tal proposito nel giugno del 2014 Xi Jinping esaltò “l’enorme potenziale della scienza e della tecnologia come principale forza produttiva”.[83]

Una volta attestata e accertata, mediante il processo di analisi di una pratica sociale ormai plurisecolare, la veridicità di tale tesi, essa determina come suo corollario inevitabile la centralità dell’inventiva e delle novità anche nella dinamica di sviluppo del lavoro cognitivo di matrice tecnoscientifica, applicato alla sfera economica: dunque emerge la realtà concreta della fantasia al potere se e quando essa si cristallizza e oggettivizza con successo in risultati reali e scoperte concrete, e proprio in un contesto particolare come quello cinese egemonizzato prevalentemente dal settore pubblico.

Creatività e comunismo: un binomio purtroppo messo in sordina dal marxismo almeno dopo i geniali Manoscritti economico-filosofici del 1844, mentre invece il concetto di inventiva tecnoscientifica ha assunto un ruolo centrale all’interno del marxismo cinese all’inizio del Ventunesimo secolo.

In un suo discorso del maggio 2018 Xi Jinping aveva innanzitutto descritto la nuova e contemporanea “innovazione globale in campo tecnologico e scientifico” che aveva preso piede con “un’intensità e vitalità senza precedenti”, rappresentando “un balzo di tigre” che non temeva confronti con i salti di qualità raggiunti nei quattro secoli passati.[84]

Oltre a presentare i campi principali della superrivoluzione tecnoscientifica ormai avviatasi all’alba del terzo millennio, quali ad esempio “intelligenza artificiale, scienza dell’informazione quantistica, telecomunicazioni mobili, l’Internet delle cose”, il segretario del partito comunista cinese aveva aggiunto che la nuova interconnessione di scoperte “sta rimodellando la struttura economica globale” e che, quindi, tale rivoluzione doveva essere inserita in una “visione globale”.[85]

In tale nuova visione proprio la creatività e “l’innovazione” di matrice tecnoscientifica assumono il ruolo di principale “forza guida” e di primaria forza motrice su scala mondiale, mentre il nucleo principale di tale processo di sviluppo viene rappresentato a giudizio del partito comunista cinese “dall’industria informatica”: ossia un ulteriore elemento di innovazione teorica e spunto di riflessione per i marxisti di tutto il mondo, che rendeva inoltre vitale il compito politico-sociale di promuovere una “profonda integrazione” tra “Internet, big data e l’intelligenza artificiale con l’economia reale, al fine di rendere l’economia digitale più grande e forte”.[86]

In questo entusiasmante scenario, che avrebbe sicuramente alimentato un’enorme e legittima curiosità in un Karl Marx che, ancora nel 1856, valutava le scoperte tecnoscientifiche di quel tempo come più pericolose per l’egemonia della borghesia degli stessi rivoluzionari della metà dell’Ottocento, il prioritario livello di innovazione tecnoscientifico secondo Xi Jinping deve essere stimolato e incentivato con tutte le misure possibili: anche accettando a tale scopo “un tasso di fallimento elevato, come 9 su 10” durante le nuove ricerche avente per oggetto il “lavoro universale”, termine usato da Marx per indicare l’insieme delle innovazioni e delle scoperte acquisite via via dal genere umano fin dai suoi albori.[87]

Xi Jinping indicò altresì come il socialismo con caratteristiche cinesi dovesse diventare “una superpotenza mondiale” in campo tecnoscientifico anche “osando prendere una strada su cui nessuno aveva viaggiato, sforzandosi di realizzare un controllo indipendente delle tecnologie chiave e decisive”: coraggio e inventiva diventano dunque centrali nelle linee-guida del partito comunista cinese, in notevole sintonia con l’affermazione del biofisico S. Klein secondo cui “se la specie umana è diventata quella dominante sulla Terra, non è stato per il trionfo dell’intelligenza, quanto invece della fantasia” incarnatasi via via in oggetti, pietre lavorate, tizzoni di fuoco, lance e così via.[88]

Creatività richiama comunque spesso creatività: spunta a adesso il problema della forza motrice di ultima istanza della storia, la questione del “primum movens”

 della trasformazione del genere umano. Tutti i marxisti concordano infatti sulla centralità, seppur declinata e descritta in modi diversi, del processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive sociali: ma tale innegabile dinamica non sorge dal nulla e ” non cade dal cielo ” , e tale semplice dato di fatto produce a nostro avviso tre livelli di conoscenza, collegati ma distinti tra loro.

1) Dietro il processo di sviluppo delle forze produttive sociali, si ritrova facilmente, come causa prioritaria, l’insieme delle scoperte umane di natura scientifica e tecnologica, alias il lavoro universale di marxiana memoria del terzo libro del Capitale.

2) Ma la storia non finisce qui, perché dietro il lavoro universale spunta inevitabilmente, come sua forza motrice essenziale, la creatività oggettivizzata (nei chopper, nel fuoco domesticato, nei teoremi scientifici, nei robot, ecc.) della nostra specie.

3) Nuovo livello di approfondimento: dietro la creatività oggettivizzata si scopre, come potenza determinante di ultima istanza, il genio collettivo umano. Genio collettivo inteso come genio collettivo dei morti- generazioni che ci hanno preceduto – e il genio (anonimo, fino al 2600 a.C. e al medico-architetto egiziano Imhotep) dei vivi, supportato quest’ultimo dalla combinazione di fattori importanti quali l’ininterrotta e costante pratica produttiva dell’homo sapiens, lo stimolo di scoperte altrui e l’utilizzo della casualità.

La forza innovativa del genere umano ha creato una nuova pratica e teoria con il concetto che riguarda il riutilizzo delle risorse materiali attraverso l’economia circolare socialista, idea che emerge de facto all’interno del quattordicesimo piano quinquennale cinese del 2021-2025: il progresso su vasta scala dell’economia del riciclo e del risparmio energetico venne collegato correttamente a processi di programmazione a lungo termine della dinamica produttiva e alle direttive vincolanti delle autorità pubbliche, centrali e locali, acquisendo pertanto una matrice collettivista e dirigista ben lontana sia dalle politiche occidentali in materia che dalle teorizzazioni borghesi sull’ecologia.

Il piano quinquennale, a sua volta sintesi di teoria, progettazione e pratica collettiva, indicò che entro il 2025 la Cina punta a “incrementare totalmente il metodo di produzione circolare, avendo promosso ampiamente la tecnologia e la produzione green, e avendo migliorato in modo significativo l’utilizzo delle risorse. La Cina, inoltre, dovrebbe avere consolidato le basi della sua economia circolare, migliorato il suo sistema di riciclo delle risorse per coprire l’intero Paese ed aumentato l’uso delle energie rinnovabili. Il Piano definisce inoltre una serie di obiettivi numerici difficili da raggiungere per il governo entro il 2025. Essi includono:

  • Aumento della produttività delle risorse del 20% rispetto ai livelli del 2020.
  • Riduzione del consumo energetico e idrico, per unità di PIL, rispettivamente del 13,5% e del 16% rispetto ai livelli del 2020.
  • Raggiungimento di un tasso di utilizzo dell’86% degli steli di coltura, del 60% dei rifiuti solidi misti e del 60 per cento degli scarti dell’edilizia.
  • Utilizzo di 60 milioni di tonnellate di carta da macero e di 320 milioni di tonnellate di rottami d’acciaio.
  • Produzione di 20 milioni di tonnellate di metalli non ferrosi riciclati.
  • Aumento a 5 trilioni di RMB (773 miliardi di dollari) del valore della produzione dell’industria del riciclaggio delle risorse”.[89]

Nel maggio del 2018 l’attuale segretario del partito comunista cinese introdusse un nuovo tassello nel mosaico del marxismo del Ventunesimo secolo analizzando una diversa forma sociale di creatività, di origine e natura comunista.

Esprimendo le tesi elaborate dall’insieme del partito comunista cinese, Xi Jinping aveva ricordato il bicentenario della nascita di Marx anche sottolineando giustamente che il pensiero e la teoria scientifica del marxismo, ossia “il suo bene spirituale più prezioso e influente”, allo stesso tempo “sono dei suoi tempi” (di Marx) “e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità”.

Durevole e resiliente “essenza dello spirito di tutta l’umanità”, oltre che simultaneamente l’essenza dello spirito del periodo storico compreso tra il 1843 e il 1883, anno della morte di Marx: con questo ulteriore contributo creativo alla scienza marxista, sotto l’aspetto e il lato dell’autocoscienza della sua stessa funzione storica, Xi Jinping ha dunque ripreso quella dialettica tra infinito e finito, quella coesistenza conflittuale tra elemento eterno e lato transitorio su cui si era soffermato Lenin nei suoi Quaderni filosofici, scomponendo e analizzando minuziosamente i risultati ottenuti a loro volta in questo campo da filosofi del calibro di Leibnitz e Hegel.[90]

L’attuale segretario del partito comunista cinese ha inoltre contribuito ad arricchire e allargare il ruolo svolto dal metodo dialettico di appropriazione creativa del meglio della cultura e storia delle diverse nazioni, il quale rappresenta a sua volta il secondo e inscindibile polo dialettico dell’universalismo marxista: teoria scientifica rispetto alla totalità dei rapporti economici, politici e ideologici che risulta aliena a qualunque forma di nichilismo nazionale.

Attraverso i contributi indispensabili sia di Lenin che del partito comunista cinese, quest’ultimo con il suo processo secolare di sinizzazione del marxismo, supportati altresì dall’attività brillante e creativa di José Carlos Mariàtegui, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara in America Latina, di D. D. Kosambi e di E. M. S. Namboodiripad in India, di Hitoshi Yamakawa ed Eitaro Noro in Giappone,  Kwame Nkrumah, Julius Nyerere, Samora Machel e Thomas Sankara nel continente africano, di Abd Allāh Hannā nel mondo arabo e di Ho Chi Minh e Võ Nguyên Giáp in Vietnam, il marxismo è diventato l’unico grande ponte di collegamento teorico e intellettuale tra le diverse culture del pianeta: trasformandosi via via, dopo il 1895-1917, da Weltanschauung universale nei suoi obiettivi e fini liberatori ma confinata nel mondo occidentale, almeno come forza motrice intellettuale e raggio di azione materiale, nell’unica visione laica del mondo laico capace invece sia di adattarsi a contesti geopolitici diversissimi che di assorbire i migliori elementi delle diverse civilizzazioni, nazioni ed etnie nelle quali i comunisti si sono trovati via via a operare.

Seguendo in modo creativo le indicazioni teoriche e politiche di Lenin, il quale fin dal dicembre 1914 e nel suo scritto Sulla fierezza nazionale dei Grandi-Russi aveva sollecitato i rivoluzionari a rivendicare e fare propri i “grandi modelli di battaglia per la libertà e il socialismo” del proprio paese, oltre a esprimere un “genuino amore” per la nazione in cui operavano, lingua e arte inclusi, i comunisti cinesi hanno avviato senza sosta e fin dal 1921 un serio processo di sinizzazione del marxismo.

Si tratta di una dinamica che ha comunque raggiunto un salto di qualità quando, nel novembre del 2021, il partito comunista del gigantesco paese asiatico ha attestato che il marxismo del Ventunesimo secolo ha assimilato e fatto proprio il lato migliore e “l’essenza della cultura e dell’etica cinese” nel loro plurimillenario processo di trasformazione e di sviluppo, aprendo una strada da percorrere da parte dei comunisti anche in lidi e contesti differenti da quello asiatico al fine di alimentarsi spiritualmente delle peculiarità, slanci ideali e multiformi potenze creative espresse mano a mano dai vari popoli e dalle varie civiltà, nei loro momenti migliori.[91]

Connettendo tale processo di analisi a quello esposto poco sopra si può dunque articolare, in modo efficace e convincente, la categoria teorica di un marxismo inteso come “erede-perfezionatore” del lato più avanzato espresso dalla globalità del pensiero umano, dall’insieme delle sue scoperte e del suo lavoro universale: concetto implicito nell’Engels che definì il movimento operaio tedesco di quel periodo (1886, anno di pubblicazione del Ludwig Feuerbach) come “l’erede della filosofia classica tedesca” di Fichte, Schelling e Hegel, mentre Lenin a sua volta descrisse il marxismo come il sistema di concezioni che “ha continuato e genialmente perfezionato”, oltre alla filosofia tedesca, “l’economica politico classica inglese” (Smith e Ricardo, in primo luogo) “e il socialismo francese”.[92]

Sempre all’inizio di maggio del 2018 Xi Jinping altresì valorizzò correttamente Marx anche come “teorico politico” e dunque in qualità di scienziato di straordinario livello anche della sfera politica, oltre che come fondamentale figura di filosofo, economista e storico.

Spesso si è dimenticato, da parte dei suoi seguaci ed eredi, che il lato principale di Marx consisteva nella sua attività rivoluzionaria e che dal 1847 al 1856 le sue opere più importanti risultarono proprio di natura politico-sociale, partendo ovviamente con quel Manifesto del partito comunista che segue lo stupefacente “quinquennio filosofico”inaugurato nel 1843 con lo scritto Per la critica della filosofia del diritto di Hegel: saggio che, in ogni caso, già contiene alcuni concetti di eccezionale realismo politico sull’importanza della “critica delle armi”, riguardo alla forza materiale e alla rilevanza del processo di trasformazione della teoria in una potenza effettiva e tangibile, “non appena si impadronisce delle masse”.

Recuperare pienamente e in modo creativo la scienza politica di radice marxiana collegandola alla sua successiva fase di sviluppo, di matrice leninista, costituisce un compito fondamentale per i comunisti del terzo millennio; capire e comprendere “i misteri della politica” (Marx, 1864), sia interna che internazionale, permette di ben interpretare il mondo al fine di riuscire a trasformarlo con successo.[93]

Un amico e compagno di lotta di Marx come Wilhelm Liebknecht non esagerava dunque quando, nei suoi Ricordi su Marx pubblicati nel 1896, aveva ribadito con forza che “la politica era studio per Marx. Odiava a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. E come immaginare infatti una cosa più assurda? La storia è il prodotto di tutte le forze che agiscono all’interno degli uomini e della natura, il prodotto del pensiero, delle passioni e dei bisogni umani. La politica è teoricamente la conoscenza dei milioni e miliardi di fattori che tessono la tela della storia e praticamente l’azione determinata da quella conoscenza.

La politica è dunque scienza e scienza applicata. La scienza politica o scienza della politica in certo modo l’essenza di tutte le scienze, poiché abbraccia tutta la sfera dell’attività dell’uomo e della natura, attività che costituisce lo scopo di ogni scienza”.[94]

Parole e concetti preziosi, da collegare subito allo splendido aforisma di Lenin secondo il quale la politica, almeno in parte, è “l’espressione concentrata dell’economia” e, quindi, “la politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo”.[95]

La luce malevole e inquietante della nuova epoca militar-atomica, iniziata nella sua gestazione di nuove e terrificanti armi di sterminio di massa, a partire dall’agghiacciante fungo nucleare alzatosi a metà di luglio del 1945, ha via via cambiato in parte anche gli strumenti analitici con i quali osservare il ruolo e la posizione contemporanea dei leader e capi politici, specialmente delle nazioni aventi a disposizione – realmente o potenzialmente – degli ordigni radioattivi.

Se i grandi megatrend socioproduttivi operano, si risolvono e si esprimono soprattutto mediante la sfera politica, come aveva portato alla luce Lenin ancora nel 1902 nel corso di una dura polemica contro la tendenza economicista, il grande rivoluzionario russo mise l’accento anche sulla dimensione verticale della politica che si cristallizza nell’azione continua, almeno negli ultimi secoli, di gruppi organizzati, nei quali emerge un nucleo dirigente e un leader centrale: gruppi denominati di solito partiti politici o lobby, se essi agiscono essenzialmente per scopi corporativi.[96]

Rilevando i rudimenti e l’abc della politica, come quando intese quest’ultima come “l’espressione concentrata dell’economia”, nel 1920 Lenin segnalò che “tutti sanno che le masse si dividono in classi, che le classi sono dirette di solito e nella maggioranza dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici, come regola generale, sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite di maggiore autorità, … chiamate capi”.[97]

Se già tali fenomeni costituivano realtà storiche indiscutibili nel 1902-1920, dopo la genesi del processo multilaterale di accumulazione di ordigni di sterminio, anche di matrice chimica e biologica, il peso specifico su scala planetaria dei dirigenti e della sfera politica del cosiddetto “club atomico” risulta aumentata a dismisura come raggio di azione distruttivo, oltre che in qualità di potere/contropotere di condizionamento sulle relazioni interstatali e rispetto ai rapporti politico-sociali in ogni area geopolitica del globo, specialmente nell’era di nuove guerre fredde scatenate dal complesso militar-industriale di Washington a partire dal 2001.

I nuclei dirigenti politici contavano moltissimo, nel bene come nel male, in qualità di mandatari di determinati interessi di classe anche prima dell’epoca nucleare e, a ulteriore riprova di ciò, proprio la storia bisecolare del marxismo ha messo in piena evidenza la funzione importante dei capi, fin dal suo inizio e partendo dalle stesse eccezionali personalità politiche di Marx ed Engels; ma nel Ventunesimo secolo i leader politici hanno ormai acquisito un’influenza assai maggiore che in precedenza, visto che in pochi attimi il capo di governo di una delle potenze nucleari potrebbe scatenare un’apocalisse nucleare sull’intero pianeta coinvolgendo, con un ridotto sforzo psicofisico di poche decine di persone, circa otto miliardi di esseri umani in un olocausto infernale.

Anche in questo senso bisogna dunque interpretare la scelta effettuata dal partito comunista cinese nel 2016, opzione confermata solennemente nel novembre del 2021 e finalizzata a consolidare la posizione di Xi Jinping come “nucleo” dell’attuale leadership del partito. Un leader autorevole, capace e in grado di unire il partito, nella difficile e a volte tempestosa era nucleare nella quale risulta ancora confinato il genere umano, diventa infatti una necessità vitale ancora più rilevante e fondamentale di quando Lenin scrisse il suo preveggente e lucido Che fare? nel 1902, sferzando in modo spietato i tentativi demagogici di dividere e contrapporre “la folla” di “capi” e le masse ai dirigenti politici, specialmente se questi ultimi si dimostrano “preparati, sviluppati ed esperti”.[98]

“Non mi stancherò mai di ripetere che i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia […] perché risvegliano i cattivi istinti della folla” costituisce probabilmente la frase e il concetto teorico di Lenin più scordato e omesso tra i marxisti del mondo occidentale, a dispetto della sua chiarezza e rilievo politico.[99]

Viceversa i dirigenti politici di alto livello creativo e del calibro di Lenin risultano spesso in grado, come i migliori poeti descritti da Shelley nel 1821, di assumere il ruolo di “specchi” delle “gigantesche ombre che il futuro proietta sul presente”.

L’utilizzo creativo della dialettica materialistica da parte dei comunisti cinesi non viene limitato ovviamente al processo di autoriflessione dei marxisti, ma coinvolge e interessa altresì anche l’analisi dello scontro planetario in corso dalla fine del Settecento tra socialismo e capitalismo.

Seppur perfettamente cosciente che nella millenaria storia delle idee e del pensiero umano il marxismo rappresenta il numero uno e risulta “senza rivali in termini di ampiezza e profondità della sua influenza”, sempre il 5 maggio del 2018 Xi Jinping aveva in ogni caso indicato come “il socialismo nel mondo” dei tempi moderni costituisse una “tendenza generale per lo sviluppo della società umana” che, tuttavia, può purtroppo subire “battute di arresto” e sconfitte a causa delle controtendenze politico-sociali con la quale esso si è scontrato in passato, lotta tuttora e si confronterà anche nei prossimi decenni.

Seppur solo parzialmente viene dunque superata la concezione di natura meccanicista, determinista e fatalista riguardo alla dinamica globale di trasformazione del genere umano, aprendo viceversa la strada a un orizzonte generale diverso e nel quale la dialettica costante di forze e controforze, collegata organicamente alla praxis sociale umana, assume una funzione determinante in tutti i campi e sotto tutti gli aspetti all’interno della contraddittoria storia della nostra specie, come del resto emerge implicitamente dalla terza sezione del terzo libro del Capitale che analizza la caduta tendenziale dei saggi di profitto.[100]

Il campo teorico (Bourdieu), oltre che pratico, del “gene rosso” rappresenta un’altra innovazione significativa nel processo di sviluppo del marxismo, dato che esso sintetizza e comprende al suo interno sul piano analitico tutta una serie di importanti pratiche ed elementi di solito non sufficientemente considerati dai seguaci occidentali del genio di Treviri.

La volontà di lotta e lo spirito di sacrificio per l’ideale-fine strategico del comunismo, la memoria storica delle lotte combattute dai rivoluzionari durante gli ultimi secoli, le regole e i valori morali (a partire dal primato del collettivo sull’individuo) del marxismo, la secolare simbologia comunista a partire dall’uso della bandiera rossa e della falce e martello, il sogno “a occhi aperti” e stimolante per l’azione descritto da Lenin, il modo generale di relazionarsi in forme cooperative con gli altri esseri umani formano una serie variegata ma interconnessa di pratiche ideal-culturali, e tra l’altro un campo di notevole valore politico per e all’interno della lotta ideologica globale tra marxismo e ideologie capitaliste (liberalismo, fascismo, ecc.) che si combatte da più di un secolo.[101]

Il materialismo dialettico-storico non costituisce certo una variante dell’economicismo e della totale supremazia dei – ancora centrali e prioritari – bisogni materiali: contano e pesano sul piano politico, e in misura notevole, anche gli ideali, al limite di livello miserabile come quelli incarnati dal primato totale dell’individualismo e dell’ostilità reciproca tra uomini, già descritta da Hobbes attraverso la formula “homo hominis lupus”.

D’altra parte senza ricordi collettivi e in assenza di una memoria storica condivisa qualunque gruppo, esteso fino a comprendere anche classi e nazioni, perde e smarrisce una parte significativa della sua stessa identità: “quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”, annotò giustamente una volta il filosofo George Santayana.

Per quanto riguarda invece volontà di lotta e spirito di sacrificio, Walter Benjamin colse almeno in parte nel segno quando sottolineò, nella dodicesima delle sue tesi sulla filosofia della storia, che la classe oppressa disapprese alla scuola della socialdemocrazia “tanto l’odio quanto la volontà di sacrificio. Entrambi si alimentano all’immagine degli antenati asserviti, non all’ideale dei discendenti liberati”.[102]

Nella realtà concreta agiscono e si danno molto da fare sia i bisogni materiali che i fattori sopracitati, in misura diversa a seconda dei periodi e delle situazioni storiche: condizioni concrete che condizionano ovviamente anche rilevanza e raggio di azione della pratica di matrice simbolica.

Come minimo fin dalle prime sepolture rituali di circa 400000 anni or sono, ben descritte dal paleostorico J. L. Arsuaga nel suo studio sui primi pensatori neandertaliani, oltre che dalle remote origini del totemismo creato dalle tribù del comunismo primitivo, l’uomo si è infatti trasformato anche in un essere simbolico, che tra l’altro attribuisce di solito un significato degno di nota a molti di tali emblemi.

Ad esempio un simbolo – inteso correttamente dal filosofo sovietico E. Ilienkov in qualità di “un oggetto che di per sé non significa più nulla”, ma “rappresenta qualcos’altro, ed è il mezzo, lo strumento per scoprire l’essenza delle altre cose sensibilmente percepite” – come la bandiera rossa, sul piano strettamente materiale da valutarsi solo come uno “straccio” (Pasolini), si è trasformata via via nel corso degli ultimi secoli in un potente strumento emotivo, ideale e culturale per la mobilitazione delle coscienze e delle emozioni di milioni di esseri umani in tutto il globo, come quando essa apparve sul Reichstag nazista di Berlino il primo maggio – altra data simbolica… – del 1945.[103]

Proprio l’esperienza plurimillenaria e concretissima del genere umano dimostra dunque che non si vive di solo pane, ma viceversa anche di simboli, sentimenti, memorie e narrazioni collettive.

Sempre rimanendo in una prospettiva planetaria è emersa anche la multiforme dialettica di contaminazione reciproca e di emulazione tra le diverse grandi civiltà mondiali, lanciata da parte cinese in modo quasi apertamente critico verso le teorie occidentali sul presunto, ma inevitabile, “scontro delle civiltà” (Bernard Lewis, Samuel Phillips Huntington) su scala globale.[104]

Nel 2014 Xi Jinping ha infatti ribadito come la concezione contemporanea della Cina sulla ricerca «dell’armonia senza conformità» implichi che «le civiltà diventano più ricche e variopinte attraverso gli scambi e il mutuo apprendimento», i quali rappresentano la forza motrice per il progresso spirituale dell’umanità. «Apprendimento che implica tre principi. Le civiltà sono varie e rappresentano, ciascuna, la memoria collettiva dei diversi paesi, tutte sono frutto del progresso dell’umanità. Le civiltà sono eguali nel valore e ciascuna ha punti di forza e debolezza, “non esiste al mondo una civiltà perfetta, né una priva di merito. Le civiltà non si dividono in superiori e inferiori, buone o cattive”. Solo l’inclusione rende grandi, se ogni civiltà è unica la cieca imitazione è estremamente dannosa, “tutti i traguardi delle diverse civiltà meritano rispetto, tutti devono essere tenuti in gran conto”. Quindi bisogna concluderne che i popoli di tutto il mondo sono interdipendenti, “io sono in te, tu sei in me” e formano un “destino comune”».[105]

Civiltà della terra ma anche spazio cosmico, con i suoi “spazi sterminati” e “silenzi sovrumani” di leopardiana memoria.[106]

Nel giugno del 2021 Xi Jinping ha infatti lodato, celebrando la missione di tre cosmonauti del paese all’interno della stazione spaziale cinese, il coraggio e il lavoro svolto da questi ultimi sostenendo che proprio tale praxis sociale “sta aprendo nuovi orizzonti al genere umano nell’esplorare il cosmo”.[107]

Alcune ricadute politico-filosofiche dell’apertura dei “nuovi orizzonti” creati dall’esplorazione spaziale, sia cinese che di altre nazioni, risultano chiare: a partire dal rapporto di unità-lotta tra indiscutibile eccezionalismo umano (nessuna delle innumerevoli specie vissute sul nostro pianeta negli ultimi quattro miliardi di anni è riuscita a costruire una stazione spaziale e neppure un semplice coltello, neanche un modesto chopper paleolitico o un tizzone rovente adoperato per illuminare la notte) e altrettanto sicura appartenenza del genere umano alla natura, tra l’altro con un codice genetico identico per il 98,5% a quello dello scimpanzé.

Oltre alla difficile ma indispensabile sintesi tra paradigma antropico e comunanza reale tra tutti gli esseri viventi riemerge il problema della scoperta dello spazio più profondo da parte dell’homo sapiens, individuando via via fini, obiettivi, contraddizioni e prospettive di una nuova impresa di durata potenzialmente plurimillenaria.[108]

Il concetto di spazio rimanda anche alla polarità dialettica di luce e buio: e nel marzo del 2014 Xi Jinping rievocò volutamente uno degli archetipi più diffusi all’interno delle diverse culture mondiali, il fuoco con la trasformazione della materia, declinato nel mondo occidentale attraverso la splendida figura di Prometeo.[109]

Energia e livelli concreti di disponibilità di energia segnano la storia del genere umano da circa due milioni di anni or sono, con le prime forme diffuse di custodia – seppur non ancora di produzione endogena – del fuoco, di quel vitale “fiore rosso” che illuminava le notti preistoriche e cuoceva i cibi dei nostri lontani antenati paleolitici.[110]

Anche in questo decisivo settore della sua praxis sociale il genere umano si trova in un momento epocale di transizione, denso di potenzialità come ai tempi della creazione dei primi strumenti in pietra: e se da un lato il progetto internazionale Iter sta fallendo clamorosamente i suoi obiettivi iniziali, nel disinteresse quasi generale del capitalismo occidentale, il meraviglioso Graal della fusione nucleare e della produzione sostanzialmente illimitata di energia quasi pulita sta facendo invece notevoli progressi, grazie principalmente all’attività metodica svolta dalla Cina Popolare.

All’inizio del 2022 venivano ad esempio annunciati «nuovi passi in avanti per la fusione nucleare: secondo le agenzie di stampa nazionali, il reattore cinese Experimental Advanced Superconducting Tokamak (East) avrebbe mantenuto una temperatura di 70 milioni di gradi centigradi per più di 17 minuti. Con temperature cinque volte maggiori di quelle del Sole mantenute per più di un quarto d’ora, si tratta di un nuovo record mondiale, che supera quello detenuto dal reattore a fusione nucleare francese Tore Supra. 

Come un sole artificiale: è così, a grandi linee, che funziona un reattore di fusione nucleare. All’interno di questi dispositivi, infatti, si cerca di ottenere la fusione degli isotopi di idrogeno per produrre elio a pressioni e temperature elevatissime, la stessa reazione che avviene all’interno delle stelle e che rappresenta una potenziale risorsa per la produzione energetica di tutto il mondo».[111] 

Se il genere umano riuscirà, oltre a evitare devastanti guerre termonucleari, a focalizzare anche solo una piccola parte delle sue risorse a favore del settore della fusione nucleare seguendo l’esempio cinese, sarà possibile in pochi lustri aprire la porta del primo livello della scala di Kardasev, metodo di classificazione per qualunque civiltà proposto nel 1964 dallo scienziato sovietico N. Kardasev: iniziando pertanto a costruire una cultura tecnoscientifica in grado di utilizzare tutta l’energia disponibile sul suo pianeta di origine, per compiere in seguito salti di qualità tecnoscientifiche ancora più spettacolari.[112]

Energia ma anche una concezione a spirale – simbolo del resto presente in tutto il pianeta, ancora nella prima fase del neolitico – della dimensione temporale, a partire dalla nostra epoca nella quale l’elemento della trasformazione prevale ormai nettamente sulla controtendenza rivolta alla conservazione.

Nel corso degli ultimi anni Xi Jinping ha spesso fatto riferimento a una “nuova era” nella quale risulta ormai essersi addentrato il genere umano, collegando tale categoria analitica soprattutto al brusco processo di accelerazione che ha assunto negli ultimi quindici anni il progresso tecnoscientifico.

Tempo, nuova era e nuove conoscenze: una connessione trilaterale che i marxisti possono approfondire studiando innanzitutto i salti di qualità sempre più rapidi che contraddistinguono alcuni settori all’avanguardia quali la rivoluzione digitale, i computer e le comunicazioni quantistiche, l’intelligenza artificiale e la robotica, balzi in avanti osservati con cura e anche attraverso gruppi di studio ad hoc dal nucleo dirigente cinese.[113]

Sorge subito una prima tesi, facilmente verificabile attraverso la praxis storica: stiamo vivendo un periodo eccezionale dal punto di vista del processo di sviluppo delle forze produttive sociali, un momento senza precedenti nella pur lunghissima storia della nostra specie.

Se poi viene alla mente e ci si ricorda che, in una lettera a Engels, Marx aveva notato acutamente che “vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni”, utilizzando in modo creativo tale aforisma si può avanzare un secondo assunto, in base al quale tanto più risulta celere la dinamica di sviluppo di natura tecnologica e scientifica rispetto al passato, tanto più si espandono nuovi poteri, potenzialità ed esperienze collettive (sia in senso positivo che negativo) nel periodo interessato: tempo e fase che dunque conterà e peserà sul piano storico molto più dei decenni, secoli o millenni caratterizzati invece da un basso, oppure minimo grado di avanzamento delle conoscenze umane, “concentrando in sé” (Marx)  e assumendo valore e importanza qualitativa sconosciuta in precedenza.

Terzo enunciato: come dimostra la concreta esperienza cinese del 1978-2022, partita tra l’altro da un basso livello tecnoscientifico iniziale, solo ed esclusivamente una società prevalentemente socialista e con un serio controllo politico sui nuovi processi socioproduttivi potrà assicurare allo stesso tempo grandi avanzamenti sul piano scientifico e simultaneamente distribuire a vantaggio dell’intera collettività i dividendi del progresso intellettuale, oltre a evitare i potenziali lati negativi, disastri e veri e propri collassi che potrebbero derivare proprio dai nuovi settori di avanguardia del processo produttivo: possibili catastrofi che, qualora non tocchino e non colpiscano l’elite borghese, sono viceversa tollerate come inevitabili lati negativi del “progresso” degli eletti dai teorici dell’accellerazionismo di matrice capitalista, come Nick Land e Peter Thiel.[114]

La “nuova era” tecnoscientifica sarà socialista oppure finirà in una tremenda rovina della civiltà umana: l’alternativa storica si mostra secca e senza soluzioni intermedie, nel medio periodo.

Un ulteriore cambiamento da analizzare riguarda l’imprevista centralità della sinizzazione del marxismo, a partire dalla fine degli anni Settanta: viste e considerate le pessime prestazioni fornite nel loro insieme dai marxisti occidentali, dopo il 1976-79, è stato principalmente attraverso un processo di produzione di matrice cinese di creatività antidogmatica che il marxismo continua a rimanere l’orizzonte culturale e filosofico insuperabile del nostro tempo anche all’inizio del terzo millennio, garantendo quindi la validità di una felice definizione di Jean-Paul Sartre contenuta in un suo libro del 1960, intitolato Critica della ragione dialettica.

Marx ha ormai acquisito in parte gli “occhi a mandorla” a causa di un fatto allo stesso tempo semplice e complicato, ossia che circa un quinto del genere umano attualmente viene diretto e guidato da marxisti e in una nazione che non è sicuramente la Germania, oppure gli Stati Uniti o l’Australia: può piacere o meno, ma la realtà concreta dell’ultimo secolo mostra come il centro di gravità del pensiero marxista si sia sempre più spostato da occidente a oriente, inverando una previsione formulata da Karl Kautsky, allora ancora marxista, nel lontano 1902.[115]

Si tratta di un caso fortuito, di uno scherzo inflitto dal destino cinico e baro ai danni degli sfortunati ma bravissimi e intelligentissimi marxisti occidentali?

Per niente.

Intendendo per Europa l’intero mondo occidentale, ancora nel maggio del 1913 e in uno suo splendido articolo intitolato L’Europa arretrata e l’Asia avanzata Lenin aveva indicato come «la contrapposizione di queste parole sembra un paradosso. Chi non sa che l’Europa è avanzata, e l’Asia arretrata? Eppure le parole che formano il titolo di quest’articolo racchiudono in sé un’amara verità.

L’Europa civile e avanzata – con la sua brillante tecnica sviluppata, con la sua cultura ricca e multiforme e la sua Costituzione –, è giunta a un momento storico in cui la borghesia che comanda sostiene, per tema del proletariato che moltiplica i suoi effettivi e le sue forze, tutto ciò che è arretrato, agonizzante, medioevale. La borghesia moribonda si allea a tutte le forze invecchiate e in via di estinzione per mantenere la schiavitù salariata ormai scossa.

Nell’Europa avanzata comanda la borghesia che sostiene tutto ciò che è arretrato. Nei nostri giorni l’Europa è avanzata non grazie alla borghesia, ma suo malgrado, poiché il proletariato, ed esso solo, alimenta ininterrottamente l’esercito formato dai milioni di uomini che combattono per un avvenire migliore; esso solo serba e diffonde un odio implacabile per tutto ciò che è arretrato, per la brutalità, i privilegi, la schiavitù e l’umiliazione inflitta dall’uomo all’uomo.

Nell’Europa “avanzata” solo il proletariato è una classe avanzata. La borghesia ancora in vita, è pronta invece a qualsiasi atto brutale, feroce e a qualsiasi delitto per salvaguardare la schiavitù capitalista che sta per perire.

Non si saprebbe fornire un esempio più impressionante di questa putrefazione di tutta la borghesia europea che quello del suo appoggio alla reazione in Asia per i cupidi scopi degli affaristi della finanza e dei truffatori capitalisti.»[116]

Se si pensa ai crimini commessi dal sanguinario e nazista battaglione Azov, appoggiato dalle libere democrazie del mondo occidentale per un decennio in Ucraina, connettendolo con il terrorismo islamico scatenato dagli USA contro lo stato siriano dal 2011 al 2022, si comprende benissimo la veridicità e la capacità di anticipazione della tesi leninista sull’appoggio costante del “mondo libero” a “tutto ciò che è arretrato, agonizzante, medioevale”: e proprio la combinazione tra egemonia liberista-militarista, crollo dell’Unione Sovietica, livello mediamente basso di coscienza e combattività dei produttori diretti e un potere d’acquisto medio di questi ultimi in diminuzione, ma ancora sensibilmente superiore al resto degli operai del globo, ha messo quasi del tutto nel congelatore sia le tendenze antagoniste che il pensiero rivoluzionario, almeno nelle metropoli imperialistiche.

Fin dal 1988-89, invece, nella Cina Popolare la dinamica politico-sociale ha preso un corso storico molto differente da quello occidentale, creando pertanto una nuova “grande divergenza” tra il gigante asiatico e il blocco occidentale: ma a differenza della prima, databile attorno al Settecento e analizzata con cura da Kenneth Pomeranz, quest’ultima differenziazione post-1988 sta provocando l’ascesa della civiltà cinese e il rapido declino della plurisecolare egemonia occidentale rispetto al nostro globo.[117]

In questo particolare contesto storico si inserisce anche il processo di valorizzazione da parte cinese degli eroi, ossia dei livelli particolarmente alti di abnegazione e coraggio a favore degli altri, mancando in tal modo un ulteriore – e positivo – elemento di differenziazione con il mainstream dell’attuale marxismo occidentale.

Accennato da Marx, anche con la sua ammirazione sia per Prometeo che per gli operai parigini che nel 1871 diedero “l’assalto al cielo”, lo spunto teorico sull’importanza di valorizzare a livello di massa lo spirito e il modello degli eroi di matrice comunista, sia del passato che del presente, è stato ripreso pubblicamente più volte da Xi Jinping anche nel corso del 2022.[118]

Indagare sulla potenza trascinante dell’”eroe rosso”, esaltato giustamente da Bloch nel suo libro Il principio speranza, può rappresentare un momento di riflessione per tutti quei comunisti che ricordano solo la frase di Brecht secondo cui “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, ma che invece si dimenticano l’altro aforisma dello stesso autore e in base al quale emerge che è “sventurata la terra che non produce eroi”.[119]

Del resto il processo di costruzione del socialismo/comunismo costituisce un compito particolarmente arduo e complicato: partendo da tale giusto presupposto, di natura sia teorica che politica, fin dal 1939 Liu Shaoqi scrisse chiaramente nel suo ottimo e celebre saggio Come diventare un buon comunista che “realizzare il comunismo è il compito più grande e problematico nella storia dell’umanità”, il più importante ed elevato, certo, ma anche il più difficile da portare a termine.

Il più difficile, e con “compiti tremendi” sia prima che dopo la rivoluzione.

Liu Shaoqi notò in modo profetico, sempre nel 1939, che «il proletariato ha un compito assai difficile da svolgere anche dopo la vittoria della rivoluzione. La rivoluzione proletaria differisce da tutte le altre rivoluzioni della storia. Le rivoluzioni borghesi, per esempio, di solito si concludono con la conquista del potere statale. Ma per il proletariato, la vittoria e l’emancipazione politica sono soltanto gli inizi della rivoluzione: dopo la vittoria e la conquista dello stato, restano ancora da assolvere compiti tremendi.

La causa del comunismo è simile, come noi diciamo, a un “compito di cento anni” e non può venire realizzata definitivamente “in un sol colpo”. In diversi paesi tale compito deve attraversare fasi diverse e diversi avversari devono essere annientati prima che gradualmente si realizzi una società comunista. Prendiamo il caso del nostro paese. La Cina attraversa ancora la fase della rivoluzione democratico-borghese e i nostri nemici sono l’imperialismo con le sue attività aggressive, e le forze feudali e dei compradores in collisione con l’imperialismo. Solo quando avremo annientato tali nemici potremo portare a compimento nel nostro paese la rivoluzione democratico-borghese. Allora dopo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese, sarà necessario compiere la rivoluzione socialista e attraverso un lungo periodo di trasformazione ed edificazione socialista: solo così diverrà possibile il passaggio graduale alla società comunista».[120]

Fin dagli anni Trenta dello scorso secolo, dunque, la direzione del partito comunista cinese aveva contezza che il processo di costruzione del socialismo-comunismo non sarebbe certo stato “un pranzo di gala”, ma viceversa una prova estremamente ardua da superare impiegando le “tre armi” del cercare la verità nei fatti, anche se partendo da una prospettiva marxista, del continuo processo di critica e autocritica e del costante, duro e pesante impegno dei comunisti.

La tipologia del miracolo laico costituisce una questione collegata a quella dell’eroismo, e che i comunisti cinesi hanno ritrovato nella cassetta degli attrezzi marxiana: nel ventitreesimo capitolo del primo libro del Capitale era infatti indicato che “la macchina a vapore ha fatto miracoli per il prosciugamento. Quello che prima era terreno paludoso e sabbioso presenta ora un ubertoso mare di grano”, mentre sul piano politico Marx aveva valutato l’epica resistenza della Comune parigina come una sorta di inatteso prodigio collettivo.

Gli elementi distintivi che, combinati tra loro, contraddistinguono la praxis miracolosa di matrice laica sono rappresentati dalla loro genesi inaspettata per gli osservatori, simpatizzanti oppure ostili, dalla vastità degli ostacoli e dei nemici (sociali o naturali), dalla relativa debolezza iniziale dei mezzi materiali a disposizione dei creatori e dal carattere, viceversa gigantesco, dei risultati ottenuti con le nuove meraviglie di natura politica, scientifica, tecnologica o artistica.

Salti di qualità, quindi, particolarmente rilevanti e sorprendenti, oltre che ottenuti in condizioni molto difficili: e a partire dall’ottobre del 1917 i marxisti hanno saputo progettare e attuare una pleiade di miracoli storici, riuscendo pertanto a volte a superare quella che Gramsci acutamente chiamò “la taglia della storia”, posta a carico del proletariato e delle masse popolari.

Anche la realtà secolare del partito comunista cinese è stata carsicamente contrassegnata da prodigi laici.

Si parte dall’impetuosa crescita che portò una sessantina di comunisti a trasformarsi, dal luglio 1921 al febbraio 1927, in un partito già forte di decine di migliaia di militanti, dotati parzialmente di armi e organizzazione militare; si passa poi per la leggendaria Lunga Marcia del 1934-36 e si arriva via via ai nostri giorni, con un nuovo miracolo.

Esso consiste nell’aver sottratto in pochi anni quasi un centinaio di milioni di cinesi alla povertà assoluta, impresa giustamente definita come un miracolo da Xi Jinping nel febbraio 2021, raddoppiando inoltre simultaneamente il reddito reale – al netto dell’inflazione – dei cinesi, sempre negli anni compresi tra il 2012 e il 2021.[121]

Solo in presenza di molteplici successi, di portata epocale, i teorici del partito comunista cinese hanno potuto enucleare le categorie creative della “reciproca riattivazione” del marxismo e della civiltà cinese, assieme a quella della loro “duplice unicità”.

Nel luglio del 2021 il Quotidiano del Popolo di Pechino aveva infatti pubblicato un documento nel quale si sosteneva che in terra cinese “una civiltà antica di 5000 anni è stata trasmessa a ogni generazione, fornendo al nostro partito” (il partito comunista cinese) “indomabile tenacia”.

“Il temperamento unico e la dotazione a disposizione della cultura cinese ha procurato al nostro partito il prezioso carattere di semplicità, forza e duro lavoro; la ricerca dell’armonia nel mondo da parte degli antenati cinesi ha fornito al nostro partito una mente ben disposta verso il popolo e nel servire la gente”.

Pertanto “il marxismo, che condensa in sé l’essenza del pensiero umano” (qualità ovviamente unica, particolare ed eccezionale all’interno della storia umana) “ha riattivato l’antica civilizzazione cinese”; e a sua volta, dialetticamente, “la sola grande civiltà della storia che non si è mai interrotta” (altro elemento irripetibile e originale, che perdura in terra cinese da più di cinque millenni) “ha iniettato ricchi nutrimenti e un profondo impeto a favore dello sviluppo del marxismo in Cina”.[122]

Sempre rimanendo in tema di tempi lunghi, ma trasferendoci al piano della resilienza storica del comunismo, va valorizzata la tesi dei marxisti cinesi secondo cui la genesi concreta del moderno capitalismo di dimensione planetaria verso la fine del Quattrocento, con le grandi navigazioni oceaniche e l’avvio dell’espropriazione dei contadini inglesi, è stata subito accompagnata e contrastata dal parallelo processo di sviluppo embrionale di un socialismo su scala mondiale, la cui data di partenza viene individuata nel 1516 con la pubblicazione della celebre Utopia di Thomas More: splendida opera a cui fecero seguito, nel giro di un secolo, la geniale Città del Sole di T. Campanella e le frasi di matrice comunista messe in bocca da W. Shakespeare a Gonzalo, nel secondo atto della famosa opera teatrale La tempesta.

Pertanto viene esposta apertamente, oltre all’oggettivo e derivato processo di sdoppiamento del nostro globo tra tendenza capitalista e controtendenza di matrice comunista, una particolare linea di continuità storica all’interno del moderno movimento collettivista, contraddistinto da una durata plurisecolare e da un respiro mondiale: seppur segnato fin dall’inizio anche da durissime sconfitte, come ad esempio la disfatta sanguinosa della componente comunista diretta da Thomas Muntzer durante la guerra dei contadini (1525) e la successiva caduta della comune anabattista di Munster, nel 1534-1535, esso si rivela l’antagonista principale “che viene da lontano” rispetto all’egemonia globale della borghesia.[123]

Il processo di apertura di nuovi spazi di discussione e creatività in campo storico viene proiettato dai cinesi anche rispetto alla sfera filosofica.

In tale campo della praxis teorica Xi Jinping ha riformato la legge dell’evoluzione dal particolare all’universale, fornendo l’esempio concreto secondo cui “qualunque cosa unica per una nazione è di grande significato per il resto del mondo. Solo dopo aver risolto i problemi nazionali” (ossia particolari, se confrontati con quelli che gravano sull’intero genere umano) “noi saremo in una migliore posizione per risolvere i problemi internazionali. E nel rivedere le pratiche interne noi svilupperemo una più grande abilità nell’offrire suggestioni e soluzioni per i problemi globali”.[124]

Diventa altresì interessante anche il processo di utilizzo in materia politica della coppia dialettica composta da cooperazione e lotta, collaborazione e conflitto, armonia e antagonismo per descrivere le relazioni tra le potenze internazionali: tra l’altro impiegando in modo creativo sia la filosofia marxista che la feconda dialettica di yin e yang di matrice taoista risalente a più di due millenni orsono, quest’ultima ripresa e citata apertamente nel 2021 da un sito cinese.[125]

Un altro contributo a favore della ricchezza filosofica del marxismo, paradigma sia teorico che pratico tendenzialmente globalizzante, consiste nella dinamica di diversificazione esercitata dai teorici cinesi rispetto alla categoria dell’autotrasformazione, via via cesellata come parte integrante di quella ricchezza metodologica e contenutistica del marxismo non ancora esplorata, se non molto parzialmente.

Tale concetto analitico si è concretizzato mano a mano nelle variegate categorie della fiducia in se stessi e nella simultanea lotta contro il pessimismo rispetto alle proprie potenzialità, collettive e individuali, del continuo processo di autopurificazione delle tendenze negative endogene e dell’autosviluppo mediante l’assunzione di responsabilità, affiancando quelle già ampiamente sviscerate in passato come la polarità dialettica tra critica e autocritica.[126]

È stata parzialmente verificata e concretizzata la tesi marxiana secondo cui la natura umana cambia e si modifica rilevando correttamente che può trasformarsi l’attuale rapporto da homo sapiens e materia-bioma terrestre, ossia una parte come minimo significativa dell’essenza umana, diventando quest’ultima finalmente armoniosa e rispettosa verso le altre forme di vita, mentre a loro volta le scoperte astrofisiche e l’esplorazione ancora embrionale del cosmo modificano sia la posizione oggettiva della nostra specie nell’universo che la percezione antropica di quest’ultima, alterando quindi un altro tassello della plasmabile identità e personalità in nostro possesso, collettivo e individuale.[127]

Il livello mutevole di capacità di autotrasformazione di alcune tendenze importanti di specie aumentano poi ulteriormente se si analizzano le straordinarie e contraddittorie prospettive, anche di stampo ontologico, offerte dai settori di big data, dei cyborg/robot umanoidi e della biogenetica, campi d’intervento scientifici sui quali la Cina attualmente ha già molto da dire e, soprattutto, da praticare.[128]

Filosofia, ma anche riflessioni creative sulla religione.

Trattando la tematica del processo di adattamento delle religioni alla società socialista cinese, Xi Jinping accennò infatti alla necessità di “sviluppare una teoria della religione del socialismo con caratteristiche cinesi”. Su questa materia può fornire alcune utili osservazioni il pensiero di Fidel Castro quando, dialogando con il teologo Frei Betto, il leader cubano affermò nel 1985 che “se la Chiesa rimanesse associata all’imperialismo, al neocolonialismo, allo sfruttamento e alla repressione, non dovremmo spaventarci se qualcuno ripete che la religione è l’oppio del popolo. D’altronde si capisce perfettamente che i nicaraguegni, basandosi sulla loro esperienza e sulla presa di posizione dei credenti, sono arrivati alla conclusione, secondo me molto giusta, che i cristiani possono fare una scelta rivoluzionaria motivati proprio dalla loro fede, senza che ci sia contraddizione tra l’essere cristiani e l’essere rivoluzionari. La frase di Marx non è quindi un dogma o una verità assoluta.

A nostro parere, la religione, dal punto di vista politico, non è in sé né oppio né rimedio miracolistico: può essere oppio o rimedio meraviglioso a secondo che serva a difendere gli oppressori e gli sfruttatori o gli oppressi e gli sfruttati. Dipende da come affronta i problemi politici, sociali e materiali della persona che nasce e deve poter vivere in questo mondo, indipendentemente dalle teologie e dalle diverse fedi religiose.”[129]

Alcune questioni riguardo al pensiero di Xi Jinping

Vanno affrontati, sempre con estrema concisione, alcuni problemi connessi allo xiginpingsmo.

Innanzitutto l’epoca di profonda e continua depressione nella quale è sprofondato il marxismo occidentale, dopo il triennio 1977-79, determina l’emersione anche in questo campo di uno scetticismo e di un pessimismo radicale che avanzerà sicuramente alcune riserve, più o meno profonde, riguardo alla sincerità e alla buona fede delle convinzioni ideali di Xi Jinping e degli altri teorici che operano al fine di promuovere e stimolare un nuovo livello di sviluppo del marxismo, cinese e mondiale.

Viviamo infatti in tempi nei quali larga parte della sinistra europea risulta ancora in parte sotto l’influenza ideale, culturale e filosofica  delle teorie postmoderniste, secondo le quali non esiste alcuna verità ma, viceversa, solo narrazioni. Celebri filosofi come G. Deleuze e F. Guattari giunsero fino al punto di affermare che l’uomo non costituiva il “re della creazione” ma, invece, un “eterno addetto alle macchine dell’universo”, macchine che non cessano di innestare al povero homo sapiens “un albero nel suo corpo… e il sole nel culo”: di fronte a questa invadente e invasiva “filosofia del culo”, apprezzata in terra occidentale da cinque decenni, sembra quasi ragionevole e coerente persino l’aforisma del geniale, contraddittorio e apocalittico Tertulliano, teologo cristiano e africano, il quale si limitò modestamente ad affermare all’inizio del terzo secolo d.C. “credo quia absurdum”, ossia di credere tanto più nei dogmi della religione cristiana quanto più essi apparivano assurdi.[130]

Tralasciamo di prendere in considerazione quella parte consistente della sinistra occidentale che se da un lato considera la Cina come un (presunto) capitalismo di stato, simultaneamente appoggia senza alcun problema i separatisti anticomunisti di Hong Kong che nel 2019 stringevano tra le mani le bandiere britanniche e statunitensi, oltre che quelle sezioni significative della sinistra antagonista secondo cui la Cina costituisce un imperialismo come altri, ma che simultaneamente difendono da decenni il separatismo anticomunista tibetano e l’azione terrorista dei separatisti anticomunisti uiguri, entrambe forze politiche sponsorizzate dalle metropoli imperialistiche; un analogo discorso vale anche per tutti quelli che, pur autodefinendosi duri e puri comunisti, stanno senza problemi di sorta dalla parte dei separatisti di Taiwan, di matrice anticomunista e apertamente eterodiretti dai nuclei dirigenti di Washington nella loro odiosa lotta sia contro l’unità geopolitica della Cina che contro il socialismo mondiale.

Non contano quindi in questa sede i presunti supercomunisti che, in qualità di utili idioti dell’imperialismo occidentale, aiutano più o meno involontariamente e agiscono in sintonia oggettiva con le forze anticomuniste che attaccano il partito comunista e il popolo cinese; presunti supermarxisti, molto spesso ma non sempre in buona fede, che si rivelano tanto ottusi da non accorgersi nemmeno di ritrovarsi nella stessa squadra e dalla stessa parte politica della Cia e degli elementi più anticomunisti riguardo a tematiche molto rilevanti quali Hong Kong, Taiwan, il presunto “imperialismo” cinese e così via.

Comunisti tra l’altro così puri da non accorgersi neanche che agli inizi di ottobre del 2022 negli Stati Uniti erano morte per il covid-19 più di un milione di persone, prevalentemente povere, mentre la Cina con quattro volte la popolazione americana aveva registrato invece 5226 decessi: se fosse successo l’inverso, i marxisti “duri e puri” del mondo occidentale si sarebbero sicuramente scatenati contro la “disumanità” dei dirigenti comunisti cinesi, come del resto avvenne nel gennaio-febbraio del 2020 rispetto a Wuhan.

Comunisti tanto disinformati sulle vicende cinesi che un grande musicista come Roger Waters, il leggendario fondatore dei Pink Floyd, si è rivelato un vero gigante anche in campo politico rispetto a loro quando, durante un’intervista rilasciata a un giornalista della CNN nell’estate del 2022, ha ribadito con decisione che “Taiwan non è circondata dalla Cina, Taiwan è parte della Cina: è scritto sul un trattato riconosciuto a livello internazionale sin dal 1948, prendilo e leggilo!”

Affrontiamo invece con rispetto le eventuali riserve sulla tematica in oggetto da parte dei marxisti non prevenuti, invitandoli a utilizzare in modo combinato una serie di diversi “test della fiducia” e i loro derivati parametri:

  • dell’innalzamento reale del benessere popolare, partendo dalle decine di milioni di cinesi strappati dall’azione politico-economica del partito comunista cinese da uno stato di povertà estrema negli anni compresi tra il 2013 e il 2021; elevamento comprovato anche dalla triplicazione del salario medio operaio in Cina dal 2005 al 2016, riconosciuta persino dall’Istituto Euromonitor International;[131]
  • degli “800 milioni”. Secondo un rapporto congiunto del ministero delle finanze cinese e della Banca Mondiale, pubblicato il 31 marzo 2022, negli ultimi quarant‘anni circa 800 milioni di cinesi sono usciti dallo stato di povertà assoluta, superando lo standard stabilito dalla Banca Mondiale in
    1,9 dollari procapite ogni giorno e costituendo una massa umana superiore ai tre quarti del totale mondiale, in questo particolare settore, a partire dal 1978;
  • del clamoroso raddoppio dell’aspettativa media di vita alla nascita dei cinesi, passato dai 43,7 anni del 1961 ai ben 77,4 anni del 2020 secondo i dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità;
  • del tener fede alle promesse fatte in precedenza, come ad esempio quelle espresse da Xi Jinping nel 2014 sull’eliminazione totale della povertà estrema in terra cinese;
  • dell’efficace resistenza cinese alle minacce e agli attacchi imperialisti, come ad esempio rispetto alla guerra dei dazi scatenata da Trump nel 2018-2020: offensive tra l’altro avvenute con l’appoggio di larga parte della sinistra occidentale, oltre che una guerra fredda che continua anche con la nuova amministrazione di Biden, alternando “liste nere” tecnologiche a boicottaggi olimpici e ulteriori sanzioni economiche contro la Cina;[132]
  • della “prova-covid” del 2020-2022, intesa come praxis concreta della direzione del partito comunista cinese capace di fondersi con le masse popolari cinesi mobilitandole contro l’epidemia, oltre che in termini di un processo su vasta scala di forniture di utili materiali sanitari (mascherine, vaccini anticovid, ecc.) ai paesi del Sud del pianeta, e specialmente all’Africa;[133]
  • del “collaudo ipertecnologico” del Ventunesimo secolo: come hanno ammesso persino famosi ricercatori occidentali quali Graham Allison ed Eric Schmidt, coautori di un rapporto dell’università di Harvard di fine 2021, “in ciascuna delle tecnologie centrali del 21° secolo – intelligenza artificiale, semiconduttori, 5G wireless, scienza dell’informazione quantistica, biotecnologie ed energia verde – la Cina potrebbe essere presto il leader globale. In alcune aree è già il Numero Uno”;[134]
  • della presenza maggioritaria delle donne in campo educativo, risultando queste ultime pari nel 2019 al 50,6% tra i nuovi iscritti alle università cinesi;[135]
  • della diffusione capillare dell’istruzione di grado superiore. Il 17 maggio del 2022 il ministero dell’educazione cinese aveva annunciato che nel paese ben 240 milioni di persone, ossia quasi un quinto del totale dei cinesi, avevano già acquisito un alto livello di educazione mentre, sempre l’anno in oggetto, altri 44,3 milioni di studenti risultavano impegnati in attività universitarie e paraunivesitarie;
  • della gratuità dei musei. Il 18 maggio 2022 è stato altresì pubblicato che il 90% dei 6.186 musei cinesi sono gratuiti, oltre che visitati nel corso del 2022 da 479 milioni di utenti;
  • dell’alto livello di interesse per il cyberspazio nel gigantesco paese asiatico: alla fine del 2021 il numero degli utilizzatori di Internet in Cina ha infatti superato la quota di un miliardo, con un tasso di penetrazione di Internet tra i cinesi che ha raggiunto il 73%;
  • del “cinema rosso”: quando i film cinesi trattano direttamente di politica, a differenza di quasi tutti quelli occidentali essi assumono quasi sempre un chiaro indirizzo comunista e patriottico, come ad esempio nei recenti film Cliff Walkers e The Coldest Gun del celebre regista Zhang Yimou;[136]
  • della costante riaffermazione da parte di Xi Jinping del “ruolo di pilastro della proprietà pubblica” e “della funzione guida del settore economico posseduto dallo stato”, ruolo e funzione guida che “non devono vacillare”;[137]
  • del rilancio della cooperazione: quasi la metà delle aziende agricole cinesi sono oggi delle cooperative, mentre nel 2019 circa 32000 cooperative di fornitura primaria e di vendita operavano nel 95% delle città del paese asiatico, contro il 50% del 2013;[138]
  • delle perdite e degli svantaggi politici ormai trentennali che derivano a Pechino sul piano internazionale, dopo il crollo del muro di Berlino, dal presentarsi sull’arena mondiale come un paese marxista e comunista;
  • dall’aperta adesione al materialismo dialettico da parte del partito comunista cinese, in controtendenza rispetto alle opinioni espresse sulla religione dall’attuale maggioranza degli esseri umani;
  • dell’ammissione pubblica da parte dei comunisti cinesi delle due principali debolezze del socialismo, prima e immatura fase della società comunista: da intendersi come la sopracitata asimmetria tra l’alto livello di bisogni popolari e il basso grado relativo di sviluppo delle forze produttive e, in seconda battuta, come l’insufficiente grado di utilizzo da parte della sfera politica delle risorse economiche (quindi la politica viene intesa correttamente come “espressione concentrata dell’economia”, seguendo il Lenin del 1902 e quello del 1921 durante la polemica sui sindacati nel partito bolscevico);
  • dell’impegno ormai decennale via via espresso dal nucleo dirigente guidato da Xi Jinping, assieme agli studiosi/militanti comunisti cinesi, nel processo di difesa e sviluppo teorico del marxismo durante gli anni compresi tra il 2012 e il 2022;
  • dell’utilizzo continuo e su vasta scala dei massmedia del paese per far conoscere a tutta la popolazione cinese i risultati del lavoro collettivo in campo ideologico del partito, soprattutto rispetto ai suoi esiti più originali;
  • della difesa orgogliosa e continua degli importanti simboli identitari del comunismo, spesso invece abbandonati in occidente, quali la falce e martello e la bandiera rossa, i ritratti di Mao Zedong nelle piazze e sulle monete, la stessa denominazione di partito comunista cinese, la memoria collettiva riprodotta di generazione in generazione per i martiri comunisti, a partire dal 1921-27, oltre che il “turismo rosso” promosso con successo verso Yenan e altri luoghi emblematici della rivoluzione cinese;
  • del “presidente contadino”, visto che Xi Jinping condusse una vita durissima nelle campagne cinesi dal 1969 fino al 1975, vivendo in una casa-grotta dello Shanxi senza acqua corrente ed elettricità e dissodando a mano la terra per sette anni: i bisogni materiali basilari delle masse popolari non hanno dunque segreti, almeno per l’attuale segretario generale del partito comunista cinese;
  • della “griglia velenosa” di Soros: ossia dell’odio politico di classe dimostrato a più riprese e anche di recente, nel gennaio 2022, dal famigerato speculatore George Soros contro l’attuale leader del partito comunista cinese, Xi Jinping, e l’attuale sistema sociopolitico cinese;[139]
  • del continuo, pubblico e orgoglioso antifascismo-antimperialismo espresso dal partito comunista cinese e in base al quale Xi Jinping ha rivendicato con fierezza, nel settembre 2020 come del resto in altre occasioni, che il 3 settembre del 1945 “il popolo cinese, assieme al resto dell’umanità, finalmente ottiene una totale vittoria contro il fascismo…[140]

Fu una grande vittoria contro il male, l’oscurità e la reazione”, ribadì Xi Jinping: oscurità e reazione nazista che, con l’appoggio dell’occidente, ha purtroppo ripreso forza in Ucraina a partire dall’inizio del 2014, con il caso eclatante dell’appoggio politico-militare della Nato all’hitleriano battaglione Azov.[141]

Ovviamente i sopracitati criteri di verifica sulla sincerità della scelta di campo marxista del partito comunista cinese, a partire dal suo leader, vanno connessi tra loro.

Ad esempio purtroppo la maggioranza delle persone e dei governi ancora non si autodefinisce comunista, e pertanto dichiararsi apertamente seguaci di Marx richiede sia coraggio politico che volontà di pagare un prezzo politico per le proprie convinzioni; elemento questo da collegarsi alle ripetute dichiarazioni pubbliche di Xi Jinping a favore dell’ateismo, cosmovisione che fuori dai confini cinesi risulta patrimonio solo di una minoranza degli esseri umani, oltre che fattore da associare alle numerose affermazioni del segretario generale del partito comunista a favore del ruolo centrale svolto dal settore pubblico dentro il processo produttivo cinese.

Ogni albero si riconosce dai suoi frutti, ossia dai risultati concreti della sua particolare pratica: un duro criterio generale di verifica e riscontro che dovrebbe, a nostro avviso, essere applicato anche alle ben poco confortanti performance e alle deludenti prestazioni dell’insieme del marxismo e della sinistra occidentale durante gli anni compresi tra il 1989 e il 2022, utilizzando anche verso di essa in qualità di specchio impietoso la tesi secondo cui gli uomini si giudicano non da quello che pensano o dicono di pensare, ma viceversa in base a quello che fanno.

Sorgono molte domande, a questo punto, per la sinistra antagonista.

“Specchio delle mie brame,

quanto comunismo ho creato

nel mondo occidentale, dal 1989 al 2021?”

“Quanti elementi di comunismo, o almeno di socialismo, vi ho introdotto nello stesso periodo?

“Quante rivoluzioni ho promosso e diretto, al suo interno?”

“Almeno: quanti tentativi stroncati di rivoluzione ho coraggiosamente promosso e diretto, in questo trentennio?”

“O almeno, quanti processi antimperialisti ho iniziato come sinistra antagonista occidentale, imitando se non altro ciò che è successo realmente in Venezuela a partire dal 1999?”

Tante chiacchiere e tante critiche verso i comunisti cinesi, certo, ma pochissimi fatti e risultati positivi su questa sponda occidentale del fiume mondiale.

La celebre Utopia di T. More, richiamata indirettamente da He Yiting, è datata 1516; ancora agli albori della rivoluzione industriale, tra il 1762 e il 1780, scoppiarono scioperi tra i marinai di Liverpool (1762), i minatori inglesi (1765), i marinai londinesi del Sunderland (aprile 1768) e i carpentieri di Portsmouth, nel 1775; a sua volta un socialista utopico di valore come Morelly scrisse la sua opera principale già nel 1755 (Il codice della natura), mentre il primo partito comunista dell’epoca moderna, ossia la “Congiura degli eguali” diretta da G. Babeuf e F. Buonarotti, operò nella Francia del lontano 1796.

Se si utilizza una prospettiva plurisecolare, si è mosso purtroppo ben poco di positivo e duraturo nell’avara e avida zona occidentale, tanto che il decorso e la linea di marcia ormai plurisecolare del socialismo in Europa e America settentrionale non può non essere considerato, presa nel suo insieme, che sfavorevole e negativa, vista tra l’altro anche la dura offensiva controriformista scatenata dalla borghesia e che, a partire da Reagan e dalla Thatcher per arrivare ai nostri giorni, ha via via ridotto sensibilmente potere d’acquisto, welfare state e salario sociale della classe lavoratrice operante all’interno delle diverse metropoli imperialiste.

Nei più di due secoli che ci separano da J. Watt e dalla genesi della rivoluzione industriale, le avanguardie della classe operaia britannica purtroppo non sono neanche riuscite a eliminare la monarchia, potente istituzione passata di recente dalle mani di una regina quasi centenaria al figlio senza dover affrontare problemi politici rilevanti.

Nel mezzo del cammino di nostra vita,

mi ritrovai per una selva oscura,

che la diritta via era smarrita.

Il celebre incipit della Commedia sintetizza efficacemente la condizione umana e politica nella quale da tre decenni si ritrovano una sinistra e un marxismo occidentale che, con la solita lungimiranza, avevano salutato nella loro parte prevalentente come un evento positivo la controrivoluzione capitalistica ad est nel triennio 1989-91, accettando poi sostanzialmente anche le “tre bestie”  – sempre Dante – che ne erano derivate: catastrofe a livello ideologico e culturale con la presunta morte del comunismo, disastro politico (nessuna alternativa credibile alla borghesia) e calamità di matrice geopolitica, con l’imperialismo statunitense rimasto per quasi due decenni la sola potenza globale e un rinvigorito “gendarme del mondo”.

Un secondo problema riguarda invece la dinamica concreta del marxismo creativo, vivo e innovativo in campo teorico.

La sua prima fase storica risulta ovviamente di matrice tedesca ed è stata iniziata dal 1843 e con eccezionale genialità proprio da Marx, avendo dopo la morte di quest’ultimo come suoi eredi e protagonisti principali Engels e il miglior Kautsky, quello degli anni compresi tra il 1883 e il 1895.

Preparato a lungo dalla brillante e profonda pratica analitica di G. Plechanov tra il 1882 e il 1900, che ebbe la sua vetta principale nel libro del 1895 intitolato Sullo sviluppo della concezione monistica della storia, il secondo periodo innovativo (1894-1936) risulta invece quello bolscevico con un Lenin in qualità di formidabile genio creativo, seguito prima e ripreso dopo il 1923 da Stalin: l’analisi concreta dello stato, dell’imperialismo, del partito comunista e della scienza dell’organizzazione, i criteri per la valutazione dei rapporti di forza, l’egemonia del proletariato durante la rivoluzione democratica e in quella socialista, il socialismo in un solo paese (Lenin del 1915 e il suo articolo Sulla parola degli Stati Uniti d’Europa), la sistematizzazione dopo il 1923 dei principi del leninismo, il processo concreto di costruzione del socialismo connesso strettamente, anche a livello teoretico, con il ruolo delle cooperative, dell’emulazione socialista e della pianificazione formano solo alcune delle gemme di una grande tappa di sviluppo del marxismo antidogmatico.

Negli anni compresi tra il 1937 e il 1956, invece, si assistette a una sorta di “condominio” sovietico-cinese in questo campo specifico, vista l’importanza assunta dalle teorizzazioni originali introdotte da Mao Zedong rispetto al ruolo dei contadini poveri nelle colonie-semicolonie oltre che riguardo alla guerra di popolo di lunga durata, alla pratica e alle contraddizioni che sorgono all’interno del popolo e a quelle che nascono durante il processo di edificazione del socialismo (Sui dieci grandi rapporti, 25 aprile 1956), assieme alla valutazione dialettica della figura di Stalin e dell’esperienza complessiva della dittatura del proletariato in terra sovietica.[142]

Dopo un periodo di egemonia occidentale negli anni 1956/76, contraddistinta e segnata dal recupero fecondo e su larga scala del pensiero gramsciano, dal potente lavoro teorico di Lukäcs sull’ontologia e dalle idee stimolanti di Ernst Bloch sul principio speranza, oltre che dalle opere interessanti prodotte da Ludovico Geymonat, Frantz Fanon, Hans-Jürgen Krahl, Maurice Dobb e Samir Amin, Jean-Paul Sartre e Louis Althusser, di Oskar Lange, Joseph Needham, Paul Sweezy e James O’Connor, per citare solo alcuni tra i teorici più brillanti del periodo in via di esame, la pesante decadenza nella quale rischiava di cadere il processo di arricchimento del pensiero (e, a catena, della praxis) marxista venne evitata dalla nuova fase di sviluppo denghista, attraverso nuove analisi rispetto alla contraddizione principale del socialismo, al rapporto generale tra piano e mercato e all’interconnessione che si crea tra settore pubblico e privato all’interno della nuova “NEP cinese”.

A partire dal 2012 è iniziato il sesto momento storico di avanzamento del “cantiere” marxista, tappa particolare della quale stiamo cercando di esporre almeno alcuni degli assi fondamentali: e a questo punto si devono indicare alcuni criteri oggettivi, utili e necessari per valutare l’importanza e il valore storico-politico di un’ideologia come quella in oggetto.

Essa si rivela veritiera e valida, innanzitutto, costituendo quindi un effettivo processo di riproduzione e ricostruzione mentale (Ilienkov) del mondo nelle sue interrelazioni più importanti, della totalità dell’essere sociale nelle sue tendenze più rilevanti?[143]

Nel giugno del 2020 lo studioso marxista He Yiting aveva notato giustamente che un nuovo livello di sviluppo del marxismo per il Ventunesimo secolo deve innanzitutto descrivere in modo corretto il mondo, le relazioni e i trend generali operanti su scala planetaria, fornendo la mappa e il filo di Arianna necessari a decifrare l’arcano mistero della nostra nuova era e dell’inizio del terzo millennio.[144]

La “mappa universale” contenuta nel pensiero di Xi Jinping delinea innanzitutto le linee principali delle tendenze e controtendenze socioproduttive e politiche operanti nella Cina, e quindi di circa un quinto della popolazione mondiale, con la sua specifica unità dialettica tra un dominante, decisivo ed egemone settore produttivo di matrice pubblica (statale, municipalizzato, cooperativo, dei beni comuni, delle riserve di valuta stranieri, ecc.) e un subordinato segmento di relazioni economico-sociali invece capitalistiche, settore diviso a sua volta tra multinazionali straniere e borghesia autoctona; con la sua particolare combinazione dialettica tra i meccanismi di mercato e il processo di pianificazione a livello centrale e locale, che influenza seriamente e in modo costante la dinamica produttiva del gigante asiatico, come avviene anche attualmente con il quattordicesimo piano quinquennale di Pechino e i suoi obiettivi ampliati fino al 2035, piano e linee guida di cui gran parte della sinistra occidentale finge di ignorare persino l’esistenza.[145]

La rappresentazione adeguata del mondo sociale comprende inoltre al suo interno anche la preziosa connettività infrastrutturale, della quale fanno parte ovviamente anche tutte le Vie della Seta che si espandono e si intersecano per il pianeta, partendo da Pechino per arrivare ormai nel 2022 fino all’Argentina.[146]

Altresì risulta veritiero il processo di analisi avviato con chiarezza da Xi Jinping rispetto al “bullismo” ed “egemonismo” espresso costantemente dalla declinante superpotenza statunitense, correlato strettamente alla prospettiva di creare un fronte mondiale di resistenza ai piani imperiali su scala globale di Washington basato principalmente sulla multilaterale cooperazione tra Pechino e Mosca, che ha trovato finora il suo momento più alto nei progetti comuni e nella dichiarazione comune di Putin e Xi Jinping del 4 febbraio 2022, di portata epocale.[147]

Un discorso analogo potrebbe essere effettuato per le valutazioni preoccupate e realistiche espresse da parte cinese nel corso degli ultimi dieci anni rispetto al pauroso dislivello materiale esistente tra il Nord e il Sud del pianeta, all’allucinante corsa al riarmo promossa dalle potenze occidentali anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e all’infarto ecologico che rischia di colpire la Terra, per limitarci ad alcune contraddizioni evidenziate e poste in risalto – assieme ai piani e mezzi concreti per risolverle progressivamente – dal partito comunista cinese.[148]

In secondo luogo, la teoria in via di esame possiede l’essenziale prospettiva temporale e una sua profondità strategica?

Nel caso dello xiginpingsmo, esso assorbe sicuramente nel suo raggio di previsione una buona parte del Ventunesimo secolo e ha dilatato il suo raggio di previsione e azione fino al 2049.

Altro canone di verifica: il pensiero di Xi Jinping esprime una proiezione e un respiro mondiale, interessando pertanto tutto il pianeta?

Per avere una facile risposta a tale interrogativo basta solo pensare che la sola teoria-praxis delle Vie della Seta si è concretizzata anche rispetto a Cuba, Venezuela e un’ampia sezione dell’America Latina, interessando tra l’altro alla fine del 2021 ben 145 Stati.[149]

Tale concezione del mondo trova poi davvero un suo radicamento collettivo, avvalendosi veramente di una “base rossa” e di una sorta di calda adozione politico-culturale da parte di una massa consistente di esseri umani?

Novantacinque milioni di iscritti al partito comunista cinese, aggiunti ai circa ottanta milioni di membri della gioventù comunista del paese danno una somma di circa 175 milioni di esseri umani: si tratta del 4% della popolazione globale sopra i sedici anni, collocati per di più in un gigantesco paese che attualmente rappresenta circa un quinto dell’intero genere umano.

All’interno del xiginpingsmo si trovano poi una serie di innovazioni, novità e riflessioni su tematiche non affrontate dalle precedenti fasi di crescita del marxismo?

A tal proposito basta solo ricordare e riprendere la sopracitata centralità di Internet dentro il conflitto planetario teso a influenzare le coscienze collettive, la sua analisi della nuova rivoluzione tecnoscientifica, le tesi per la “prosperità comune”, la civiltà ecologica e la comunità dal futuro condiviso, i due aspetti della contraddizione principale del socialismo, la connessione tra il “regno della libertà” del comunismo sviluppato e il nuovo processo di crescita scientifica esponenziale e di automazione generalizzata, per indicarne solo alcuni esempi in questo campo specifico.

Per quanto riguarda poi il parametro della resistenza e della durata nel corso degli anni, proprio la fase di sviluppo xiginginpista del marxismo fin dal suo inizio nel 2012 ha prodotto un riferimento entusiasta e trova apertamente le sue radici più profonde nel marxismo, sia di due secoli or sono che del presente.

Quando Xi Jinping, il 5 maggio del 2018, celebrò davanti ai massmedia e a centinaia di milioni di cinesi il bicentenario della nascita di Karl Marx, non ebbe ad esempio alcuna esitazione a ribadire che due secoli dopo la sua nascita «“nonostante gli enormi cambiamenti nella società umana, il nome di Karl Marx è ancora rispettato in tutto il mondo e la sua teoria brilla ancora con la luce brillante della verità”.

Xi ha detto che Marx è “il maestro della rivoluzione per il proletariato e per i lavoratori di tutto il mondo, il principale fondatore del marxismo, creatore dei partiti marxisti, un esploratore del comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”.

“Oggi, teniamo questo grande raduno con grande venerazione per celebrare il 200° anniversario della nascita di Marx, per ricordare il suo grande carattere e le sue azioni storiche e per rivedere il nobile spirito dei suoi brillanti pensieri”, ha ribadito Xi durante l’evento celebrativo.

“Con nobili ideali e senza paura di difficoltà o avversità, Marx si dedicò a perseverare nella lotta per la liberazione dell’umanità, scalando il picco del pensiero nella sua ricerca della verità, e l’incessante lotta per rovesciare il vecchio mondo e stabilirne uno nuovo”, ha sottolineato Xi.

Marx non è solo una grande figura che ha sopportato il peso del mondo, ma anche una persona comune con la passione per la vita, che era sincera e fedele all’amicizia, ha evidenziato Xi.

“Il bene spirituale più prezioso e influente che Marx ci ha lasciato è la teoria scientifica che porta il suo nome: il marxismo. Come un’alba spettacolare, la teoria ha illuminato il percorso dell’esplorazione dell’umanità della legge della storia e della ricerca dell’umanità per la propria liberazione”.

“Il pensiero e la teoria di Marx sono dei suoi tempi e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità.”

Xi ha ribadito che il marxismo è una teoria scientifica che rivela la regola dello sviluppo della società umana in modo creativo.

“Avendo sviluppato la concezione materialista della storia e della teoria del plusvalore, Marx ha mostrato come l’umanità sarebbe passata dal regno della necessità al regno della libertà e alla strada per la gente per realizzare la libertà e la liberazione”, ha notato Xi.

Il marxismo, la prima ideologia per la liberazione del popolo stesso, è una teoria del popolo. “Il marxismo, per la prima volta, esplorò la strada per la libertà e la liberazione dell’umanità dalla posizione del popolo, e indicò la direzione, con la teoria scientifica, verso una società ideale senza oppressione o sfruttamento, dove ogni persona avrebbe goduto dell’uguaglianza e libertà”».[150]

Il segretario generale del partito comunista cinese ha saputo far vibrare e risuonare con intensità e passione uno spartito teorico contraddistinto da note dotate di un potere quasi magico di attrazione, che ha affascinato di recente persino uno dei più importanti miliardari statunitensi e un intelligente supercapitalista come Ray Dalio: quest’ultimo ha riconosciuto, mostrando una notevole onestà intellettuale, che partendo da una posizione diffidente ha comunque studiato il marxismo diventando via via un ammiratore di Marx e del materialismo dialettico, seppur sempre conservando inalterata la sua scelta di campo di matrice borghese.[151]

In ogni caso le parole molto chiare pronunciate da Xi Jinping rispetto a Karl Marx, nel maggio del 2018, rientrano in linea di continuità con il messaggio di condoglianze, assai indigesto sia per l’anticomunismo mondiale che riguardo all’imperialismo statunitense, inviato alla fine di novembre del 2016 e nel quale Xi Jinping ricordò un grande rivoluzionario come Fidel Castro.

Secondo il leader comunista cinese, infatti, «Fidel Castro è stato “una grande figura dei nostri tempi” che verrà ricordata “dalla storia e dal popolo”.

Xi espresse “le più profonde condoglianze” per la morte di Castro. Il suo è stato “un contributo storico immortale per il popolo cubano e per lo sviluppo del socialismo nel mondo. La sua reale conoscenza e la sua visione profonda mi hanno ispirato, e la sua voce e il suo tono vivono nella mia memoria”, scrive Xi. La morte di Fidel Castro, continua Xi, è “una grande perdita per il popolo cubano e sudamericano. Il popolo cubano e sudamericano ha perso un figlio eccellente e il popolo cinese uno stretto compagno e un amico sincero. La sua immagine gloriosa e le sue grandi conquiste passeranno alla storia”. Xi ha visitato Cuba incontrando Castro per due volte negli ultimi anni: nel 2011, quando era ancora vice-presidente cinese, e nel 2014, da presidente, durante il secondo viaggio nel Sud America da quando è diventato presidente della Cina nel 2013».[152]

Una concezione del mondo vitale e in via di espansione deve inoltre saper sintetizzare i bisogni materiali e culturali più profondi e sentiti dagli operai, dai produttori diretti e dalle masse popolari, sia in Cina che nell’intero globo: e proprio alcune categorie come prosperità comune di natura materiale e culturale, ecologia, pace e cooperazione tra i popoli, utilizzo mirato e a vantaggio di tutti della grande rivoluzione tecnoscientifica attualmente in corso costituiscono e formano un mosaico di aspettative e desideri di massa di innegabile spessore, in forma latente già ora diffusi sull’intero pianeta.

Per quanto riguarda infine le capacità di previsione del pensiero di Xi Jinping, quest’ultimo ha effettuato un processo di prognosi preciso e accurato rispetto allo sviluppo delle Vie della Seta, all’alleanza strategica sempre più stretta tra Pechino e la Russia, all’eliminazione della povertà estrema in Cina, all’aumento del potere di acquisto reale degli operai e dei contadini cinesi e al nuovo patto di libero scambio (RCEP) tra quasi tutte le principali nazioni asiatiche: i marxisti cinesi hanno davvero utilizzato e seguito in modo creativo il vecchio detto di Abraham Lincoln, secondo cui il miglior modo per predire il futuro è quello di crearlo in prima persona.

Qual è, comunque, la fonte principale di legittimazione dello xiginpingsmo?

Il successo di una praxis prolungata, ovviamente: più precisamente, di cinque forme principali di vittoria.

Il suo primo aspetto risiede nella fiducia e nella convinzione collettiva con cui più di 170 milioni di comunisti cinesi, giovani e meno giovani, ascoltano e apprendono le lezioni politiche e gli schemi teorici di Xi Jinping fornendo a loro volta il genio collettivo necessario per l’espansione del marxismo cinese, trasformatosi ormai dall’insignificante granello di senape del 1921 in un albero gigantesco.

La sua seconda affermazione riguarda il contesto storico nazionale nel quale sta via via crescendo e rafforzandosi lo xiginpingsmo, inteso sia come marxismo creativo del Ventunesimo secolo che in qualità di principale vettore sul fronte ideologico del processo di costruzione del socialismo su scala mondiale: la Cina del 2022 non risulta certo simile a quella del 1948, o anche alla nazione esistente nel 1976 e alla morte di Mao.

Viceversa la Cina contemporanea gode attualmente di una centralità politica a livello planetario, per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece ad esempio lo splendido popolo del Laos con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani raggiunge solo sette milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista si estende su una superficie di 236.000 km²: la Cina rappresenta il quarto paese nel mondo, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta inoltre collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina a nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio si rivela altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno” a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850 e nel suo splendido scritto intitolato Spostamento del centro di gravità mondiale.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata, come minimo fin dal 2014, la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

La terza affermazione del pensiero di Xi Jinping risiede nel fatto che esso costituisce la traduzione e la trasposizione sul piano ideologico-culturale di un gigantesco potenziale, materiale e umano, che costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre.

Infatti, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 proprio il compagno Xi Jinping abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere, politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi teorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Žižek e Negri, incapaci anche solo di pensare di amministrare un semplice condominio.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da oltre un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

Quarta vittoria dello xiginpingsmo: la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense Fortune, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016 ha rivelato che l’anno precedente tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), era risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da undici colossi di proprietà pubblica con un fatturato pari al PIL italiano.

La sopracitata rivista statunitense Fortune non ama certamente il comunismo e non nutre alcuna simpatia per la proprietà statale e la “mano” pubblica, se non quando tali strumenti salvino i profitti privati e il processo di accumulazione capitalistico.

Ma persino Fortune ha ammesso che, durante il 2020 e in base ai dati esposti sempre nella lista Fortune Global 500, ben 82 delle 500 maggiori aziende del mondo per fatturato risultano di proprietà pubblica, statale o municipalizzata, oltre a essere cinesi: quindi una su sei, secondo un semplice calcolo matematico, tra le principali unità produttive del globo.

Sempre secondo l’anticomunista rivista Fortune, nel corso del 2020 il secondo ente produttivo su scala mondiale era rappresentato dalla sopracitata State Grid: poco conosciuta in occidente, certo, ma di proprietà statale e con un fatturato di 383 miliardi di dollari, pari a circa un sesto del prodotto interno lordo dell’Italia.

In quarta posizione si trova invece l’azienda pubblica China National Petroleum, con un giro di affari equivalente a 379 miliardi di dollari, mentre al quinto posto della classifica si trova la cinese e statale Sinopec Group con un fatturato pari a 407 miliardi di dollari. 

A differenza di larga parte della sinistra occidentale, il bisettimanale Fortune si è accorto del serio problema politico e ideologico costituito dall’ingombrante presenza delle ottantadue aziende pubbliche cinesi: un vero e proprio elefante alieno, entrato all’interno del negozio di cristalli del reale capitalismo di stato dominato dalla regola generale della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite.

Pertanto, all’inizio di settembre del 2021, sempre la rivista in oggetto ha pubblicato un polemico articolo intitolato “Bigger isn’t always better for China’s state-owned giants”, sostenendo che le principali imprese pubbliche cinesi non esprimono un livello medio di profitti paragonabile a quello delle multinazionali e delle banche occidentali.

Vero. Ma il ruolo del settore statale in Cina risulta e si rivela per l’appunto assai diverso dall’azione reale del gioco del reale capitalismo di stato contemporaneo, dato che sono i bisogni e le esigenze collettive, e non invece i profitti di una famelica minoranza di azionisti e di manager, a dettare e orientare il corso degli eventi nel gigantesco paese asiatico in esame.[153]

Esaminando il rapporto di forza attualmente esistente in Cina tra le aziende private (IP) e quelle invece controllate almeno in parte dal settore pubblico (le INCOM), Alberto Gabriele ha sostenuto all’inizio del 2022 che nel 2020 più del 70%, e quindi circa tre lavoratori cinesi su quattro, non veniva impiegato in alcun modo dai capitalisti, autoctoni o stranieri.

“Le Incom industriali, tuttavia, hanno consolidato la loro posizione di dominio in termini di capitalizzazione. La loro quota di produzione industriale è diminuita, ma a un ritmo progressivamente decrescente, che sembra puntare a una sostanziale stabilizzazione intorno al 48% del totale. Anche la loro quota di profitti e occupazione industriale si è stabilizzata a circa il 40%. Semplici elaborazioni di altri dati ASC, inoltre, mostrano che il grado di capitalizzazione delle INCOM industriali è superiore a quello delle imprese straniere e più che doppio rispetto a quello delle IP. Dalla metà degli anni 2000 le INCOM superano anche le imprese capitaliste sia nazionali che straniere in termini di produttività del lavoro. Anche il loro livello di redditività media è buono, sebbene non tanto quanto quello delle imprese capitaliste.

Questa performance complessiva delle INCOM è il risultato di tendenze abbastanza diverse manifestatesi nelle due sottocomponenti. Il rapporto capitale/lavoro delle imprese a controllo statale diretto è più che raddoppiato rispetto alla media dell’industria e ha continuato ad aumentare, poiché queste imprese hanno l’onere strategico di spingere l’accumulazione di capitale della Cina oltre la soglia che sarebbe normale in un paese capitalistico. Poiché devono portare questa croce per il bene di tutto il paese, le imprese controllate direttamente dallo Stato pagano un prezzo in termini di indicatori di produttività e redditività.

Anche i dati sull’occupazione confermano che la rilevanza quantitativa della componente capitalista dell’economia cinese viene spesso sopravvalutata. La percentuale di lavoratori occupati da IP è in aumento, e nel 2018 ha raggiunto oltre ¼ del totale nazionale. Tuttavia, oltre il 70% degli occupati lavora nelle INCOM, nelle organizzazioni pubbliche non commerciali i.e., (i.e., sanità, scuole, università, pubblica amministrazione, esercito, etc.) o autonomamente. La grande maggioranza dei lavoratori cinesi non è direttamente impiegata dai capitalisti (vedi Gabriele 2020).”[154]

Un altro successo del pensiero di Xi Jinping consiste nel fatto che la Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive: settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato La grande iniziativa, che “la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta”.

Se dal 1919 passiamo al 2022, smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto negli ultimi anni il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

  • i supercomputer;
  • le comunicazioni quantistiche;
  • il settore spaziale;
  • l’intelligenza artificiale;
  • la produzione e utilizzo di robot;
  • i cellulari di nuova generazione;
  • treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);
  • le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.)[155]

Il processo di sorpasso cinese sul mondo occidentale sta avanzando rapidamente, in questi settori strategici.
Ad esempio in Cina all’inizio del 2022 si trovavano circa 450 milioni di utenti della nuova tecnologia 5G , mentre invece negli (ex) avanzatissimi stati europei dello stesso periodo gli utilizzatori della tecnologia 5G risultavano pari a soli 30 milioni.

Se fosse successo l’inverso, i massmedia occidentali avrebbero montato una campagna intensa e costante rispetto all’inevitabile superiorità tecnoscientifica del “mondo libero” nei punti alti dello sviluppo, ma purtroppo per loro nella realtà concreta del 2022 la Cina aveva installato ben un milione di stazioni di base per il 5G , otto volte più dell’Europa e diciotto volte quelle viceversa operanti negli declinanti Stati Uniti.[156]

Ma davvero il pensiero politico-ideologico di Xi Jinping sta assumendo un significato storico capace di superare i confini nazionali, acquisendo una proiezione internazionale su vasta scala anche perché si rivela un corretto processo di ricostruzione mentale del nostro globo sociopolitico?[157]

La risposta all’interrogativo di cui sopra risulta positiva anche per il semplice motivo che il pensiero di Xi Jinping sta già ora trasformando gran parte del mondo, e non si limita solo a interpretarlo.

Lo sta cambiando attraverso le numerose Vie della Seta.

Lo sta mutando con le infrastrutture costruite ovunque nel mondo, dall’Africa alla Giamaica; oppure mediante le centinaia di milioni di dosi di vaccino anticovid regalate ai paesi africani, e gli esempi in questo senso si possono moltiplicare a piacere…

In secondo luogo proprio il primato ormai raggiunto da Pechino, in termini di prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto, sta elevando simultaneamente anche la rilevanza ideologica della Cina su scala globale.

Se inoltre le vittorie conseguite dalla teoria e strategia del processo di costruzione del socialismo in Cina, specialmente dal 1978, hanno reso il gigante asiatico a partire dal crollo dell’URSS la principale forza motrice del socialismo mondiale, compiendo una sorta di oggettivo e storico “passaggio di testimone”, simultaneamente tali successi forniscono già ora tutta una serie di lezioni indispensabili al processo di apprendimento e alla progettualità-praxis, del presente e del futuro, dei marxisti di tutto il globo: insegnamenti preziosi rispetto al rapporto tra pianificazione e mercato e tra settore pubblico e segmento privato del processo produttivo, a partire ovviamente dai produttori autonomi, oltre che riguardo all’economia digitale e al complesso tecnoscientifico, alla piccola borghesia e al primato ineliminabile dei bisogni popolari, culturali e materiali, durante la prima e immatura fase di sviluppo della società comunista denominata di regola socialismo.

Detto in altri termini, il partito comunista cinese sta consegnando alla sinistra antagonista di tutto il pianeta alcuni elementi, soluzioni e algoritmi politico-sociali utili e vantaggiosi per la costruzione del socialismo nelle diverse nazioni, da implementare ovviamente in modo differente nei singoli stati, così come del resto vale anche per gli schemi teorici e la prospettiva generale che sostengono la pratica cinese su scala interstatale e nelle sue relazioni estere.

Stiamo infatti andando a esaminare un’attività internazionale della Cina in grado già ora, almeno all’interno del gigantesco continente asiatico nel quale si concentrano due terzi della popolazione e metà del prodotto interno lordo mondiale a parità di potere d’acquisto, di creare alleanze, trattati e rapporti interstatali realmente rispettosi della sovranità di ciascun stato. Accordi cooperativi ed egualitari, quali ad esempio il Patto di Shanghai, stipulato nel 1996 e che connette ormai sul piano economico, politico e militare Pechino con Russia, Iran, Pakistan e altre nazioni dell’Asia centrale, oltre che il Partenariato Economico Globale Regionale (acronimo inglese RCEP): quest’ultimo un accordo entrato in vigore dal gennaio 2022, basato sulla regola del consenso e che riduce i dazi in materia di commercio e di e-commerce, a cui aderiscono assieme alla Cina una serie di Stati importanti come Giappone, Vietnam, Indonesia e Russia.[158]

Non risulta pertanto casuale che dal 2004 alcuni analisti di politica internazionale, a partire da Joshua Cooper Ramo e dall’economista marxista Giovanni Arrighi, abbiano iniziato a studiare il “Beijing Consensus”: termine coniato per indicare il recente processo di sviluppo cinese, sia sul piano interno che proiettato su scala mondiale, con un progetto alternativo e diverso rispetto ai contenuti imperialisti che segnano invece vistosamente il “modello americano”, il “Washington Consensus”.[159]

Il xiginpingsmo costituisce l’espressione concentrata e il processo di riproduzione a livello ideologico e culturale proprio delle linee guida del Beijing Consensus e di quel nuovo modello cinese che si è via via consolidato nel corso degli ultimi decenni, seppure con una dialettica endogena tra continuità e trasformazione: una visione del mondo che utilizza apertamente la dialettica materialistica e il fruttuoso metodo della previsione-plasmazione e a lungo termine degli eventi (Vie della Seta, autotrasformazione del partito comunista, ecc.), oltre che una weltanschauung con una solida base filosofica che sta iniziando a cambiare anche il soft power mondiale e il “panorama ideologico di un’epoca”, usando una categoria enucleata dal grande comunista Antonio Gramsci.[160]

I comunisti cinesi vogliono pertanto costruire un realistico nuovo sogno collegato a un fattibile, rinnovato e resiliente “grande incanto”, anche contro le interessate previsioni pessimistiche di Max Weber e dei suoi disillusi seguaci, da tempo egemoni nella sinistra occidentale, attraverso tutta una serie di meraviglie capaci di rendere radioso il mondo, sia sotto l’aspetto materiale che ideale: un nuovo splendore con luci e sonorità cooperative in grado, mano a mano, di spezzare la presunta “gabbia d’acciaio”, costruita ad arte da un’apologetica indiretta (Lukäcs) che cerca di vendere a livello planetario l’idea dell’eternità del capitalismo, anche speculando abilmente sui gravi errori e sulle sconfitte subite dal movimento comunista mondiale.[161]

Il sogno di una profonda, felice e radicale autotrasformazione del genere umano, espresso sotto forme religiose anche dal teologo Ippolito di Roma quasi due millenni or sono attraverso la sua esplicita fiducia nelle grandiose potenzialità dell’uomo, una volta autocontrollate le sue tendenze autodistruttive, non muore mai e rifiorisce anzi ogni giorno grazie e attraverso ogni vittoria, anche piccola, dei comunisti e dei democratici sparsi per il pianeta.[162]

Alcune possibili obiezioni dell’avvocato del diavolo

Certo, a questo punto la voce tenebrosa di un eventuale avvocato del diavolo potrebbe sostenere che la Cina contemporanea sta esprimendo realmente una visione globale e di carattere planetario, ma solo perché essa è ormai diventata a sua volta una grande potenza imperialista.

Ora, imperialismo significa anche aree di influenza, esclusive o in compartecipazione, che appartengono a uno stato imperialista reale, concreto e tangibile.

Ma quali sono i presunti spazi d’influenza caduti sotto l’egemonia della presunta potenza imperialista cinese?

L’Europa orientale risulta viceversa in gran parte in mano sia all’asse tedesco-francese che a quello americano, non certo all’influenza di Pechino.

L’Africa, a sua volta, in buona parte si trova ancora sotto il controllo monetario e militare della Francia e, in secondo luogo, degli statunitensi.

Canada, Haiti e un’ampia fetta di America Latina si rivelano ancora egemonizzati da Washington, almeno nel corso del 2022.

Forse il Laos è in mano cinese? La risposta a tale interrogativo si rivela subito negativa.

Forse il Nepal? Neanche: tale paese non risulta minimamente un protettorato, anche parziale, di Pechino, come del resto la patriottica e autonoma Corea del Nord.

Avremmo quindi un supposto imperialismo cinese con una gigantesca economia ma senza neanche una sola e misera zona d’influenza, in esclusiva o in condominio, a livello mondiale; avremmo pertanto un presunto imperialismo privo di uno “spazio vitale” in suo potere e controllo, più o meno esclusivo.

Il presunto imperialismo cinese, inoltre, è attorniato ai suoi confini da truppe e basi militari statunitensi, trovandosi al cospetto di una potenza ostile in Corea del Sud, nella nipponica Okinawa e anche all’interno della cinese isola di Taiwan: e se dunque risulta innegabile una presenza bellica nordamericana a poche centinaia di chilometri dalle coste di Pechino, viceversa non agisce alcun soldato o aereo militare cinese in Messico, oppure a Cuba o in Canada, oltre che ai confini di un’Europa occidentale che aderisce dal 1949 alla bellicosa Nato a trazione statunitense.[163]

In questi ultimi tempi anche il giornalista F. Rampini ha propagandato un clima ostile contro la Cina costruendole addirittura un presunto ruolo satanico di aspirante dittatore sull’intero mondo, seguendo fedelmente l’isterica sinofobia innescata nel mondo occidentale dalla nuova e reale guerra fredda scatenata, senza soluzione di continuità, dal 2011 a oggi da parte di Washington contro il gigante asiatico.

Ma Rampini finge di dimenticare che risulta proprio l’imperialismo USA, e non certo la Cina, ad avere avviato dopo il 1945 un processo continuo di costruzione di centinaia di basi militari e ad avere spedito consiglieri militari statunitensi in quasi 150 paesi del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalla penisola arabica alla Groenlandia, dal Perù all’Italia: ossia basi belliche e consiglieri collocati in tre quarti delle nazioni del globo, nell’anno di grazia 2022.

Sono stati inoltre gli Stati Uniti, e non certo la Cina, ad avere via via bombardato e/o invaso dal 1981 Libia, Grenada, Panama, Iraq, Haiti, Somalia, Yugoslavia, Afghanistan e Siria.

Sono sempre gli USA, con il loro complesso militar-industriale (categoria politica creata nel 1961 dall’insospettabile e anticomunista presidente americano Eisenhower), e non certo la Cina a occupare illegalmente e da alcuni anni ampie zone della Siria, senza alcun mandato dell’ONU.

È sempre Washington, e non certo Pechino, a contare e pesare per quasi il 40% sulle spese militari dell’intero pianeta: fra l’altro contando e pesando quasi quattro volte più della seconda nazione collocata all’interno di questa classifica bellica, secondo i dati forniti dall’insospettabile SIPRI.

Sono gli USA, e non certo la Cina, ad aver scatenato dal 1960 ad oggi tutta una serie di embarghi economico-tecnologici pluridecennali contro Cuba (dal 1960), contro la stessa Cina (dal 1989), contro Russia, Venezuela, Siria, Bielorussia e altre nazioni.

Sono sempre gli Stati Uniti, in modo unilaterale, ad avere iniziato una feroce guerra economica con pesantissimi dazi commerciali contro la Cina, sia attraverso l’amministrazione Trump del 2018-2020 che con quella di Biden.

La Cia e il governo statunitense hanno progettato e messo in pratica nel mondo per decenni, dal 1965 ad oggi, il “metodo Giacarta” attraverso lo sterminio sistematico dei militanti comunisti e di sinistra. Le conseguenze letali furono circa un milione di questi ultimi massacrati in Indonesia dal 1965 al 1968, decine di migliaia di simpatizzanti vietcong torturati e uccisi con il programma Phoenix nel Vietnam meridionale dal 1968 al 1972, l’operazione Condor guidata dai servizi segreti statunitensi e finalizzata alla distruzione fisica della sinistra latinoamericana durante gli anni Settanta e, in seguito, in Nicaragua, El Salvador e Ucraina, quest’ultima a partire dal rogo nazista di un edificio di Odessa nel maggio 2014.[164]

Altrettanto aggressiva si rivela l’espansione ventennale della NATO, egemonizzata fin dall’inizio da Washington, verso le zone orientali dell’Europa: dal 1999 hanno aderito alla guerrafondaia alleanza militare atlantica ben 14 nazioni tra cui Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord.

È sempre Washington, e non certo Pechino, ad avere organizzato a partire dal 2002 una serie di falliti colpi di stato contro i governi bolivariani del Venezuela, per fare un solo esempio, oltre alle fallite “rivoluzioni colorate” contro i governi del Nicaragua e della Bielorussia.

Come ha constatato Adán Chávez Frías, vicepresidente per gli affari esteri del partito socialista unito del Venezuela (PSUV), l’imperialismo statunitense “ha prodotto il colpo di stato contro il comandante Chávez nel 2002, il tentativo secessionista avvenuto in Bolivia nel 2008, e il colpo di stato del 2009 contro Manuel Zelaya in Honduras, così come il colpo di stato sventato contro il compagno Rafael Correa in Ecuador nel 2010. Inoltre, i colpi di stato promossi con la complicità dei parlamenti del Paraguay e del Brasile, contro Fernando Lugo e Dilma Rousseff, rispettivamente nel 2012 e nel 2016, il tentativo di rovesciare il compagno presidente Nicolás Maduro nel 2019, e il colpo di stato contro il nostro fratello, l’allora presidente boliviano Evo Morales, quello stesso anno”.[165]

È sempre l’imperialismo americano, e non certo la Cina, ad avere creato da alcuni decenni il gigantesco complesso di spionaggio planetario denominato Echelon: e proprio il giornalista italiano dovrebbe finalmente passare dalla sua allucinata fantapolitica alla viceversa concretissima realtà dell’imperialismo americano, esaminando con il recente patto anticinese dell’Aukus stipulato nel 2021 con Gran Bretagna e Australia.[166]

Informiamo altresì il sig. Rampini che, anche secondo il sito http://www.theinterceptcom, l’imperialismo yankee ha sferrato almeno 23 guerre per procura e con truppe straniere dal 2017 al 2020, tra cui 14 in Asia, seguendo concretamente il suo riservato e sinistro “programma 127e”.[167]

Certo, se davvero la Cina avesse scatenato 251 interventi militari all’ estero dal 1991 al 2021, l’analisi di Rampini acquisirebbe un minimo di credibilità; ma purtroppo per quest’ultimo e tutti gli altri sinofobi, proprio i “pacifici” Stati Uniti hanno avviato e condotto, secondo un rapporto del marzo 2022 redatto dall’insospettabile istituto pubblico americano Congressional Research Service, le 251 sopracitate azioni belliche durante il lungo periodo intercorso tra il 1991 e il 2021.

Ancora più gravi, se possibile, risultano i continui e volutamente provocatori passaggi di navi militari statunitensi (e dei loro più fedeli alleati) nello stretto di Taiwan, distanti molte migliaia di chilometri dalla California ma invece vicinissime al territorio cinese. Gravi provocazioni a cui si aggiungono, nell’ultimo biennio, le visite ufficiali a Taiwan di alti esponenti politici americani, come ad esempio Nancy Pelosi nell’agosto di quest’anno: facendo finta di dimenticarsi che sempre gli Stati Uniti hanno riconosciuto ufficialmente e fin dal 1972 l’appartenenza di Taiwan alla Cina, come del resto ha ammesso agli inizi di ottobre anche il miliardario americano Elon Musk.[168]

Infine nella seconda metà dell’agosto 2022 è stata la ministra degli esteri britannica Liz Truss, e non certo un alto esponente politico di Pechino, a dichiararsi pronta a utilizzare le armi nucleari anche a costo dell’autodistruzione umana, tra l’altro non venendo condannata da alcun politico occidentale per tali dichiarazioni genocide;  e il 29 agosto l’aspirante dottoressa Stranamore ha altresì annunciato al globo che se fosse stata eletta premier, evento che si verificò realmente dopo pochi giorni, dichiarerà subito “la Cina minaccia per la sicurezza nazionale”.

Ma non solo.

Secondo lo studioso Andrea Ricci ancora nel 2020 l’economia cinese, per effetto delle differenze tra i tassi di cambio effettivi e quelli invece formati a parità di potere d’acquisto, consegnava e trasferiva proprio a vantaggio delle metropoli imperialistiche e del mondo occidentale una quota del suo prodotto interno lordo pari a circa il 5%: e sicuramente, al di là del margine di errore sempre possibile in tali calcoli, nessun osservatore può attribuire alla Cina l’ipotetico ruolo di “sfruttatore del mondo” anziché quello, veritiero e reale, di concretissima officina del pianeta.[169]

Anche il vantaggioso diritto di signoraggio monetario viene esercitato da cinque decenni e su scala globale dal dollaro, e non certo dallo yuan cinese, a partire dal 15 agosto 1971 e dalla fine della convertibilità aurea della moneta statunitense.[170]

Sfugge altresì a qualunque logica di sfruttamento imperialista tra le nazioni anche il fatto indiscutibile per cui la Cina possedeva nel giugno del 2022 ancora 967,8 miliardi di dollari in titoli di stato americani in odor di fallimento, contro i 1500 miliardi controllati nel 1015, oltre alle scelte politiche in base alle quali negli ultimi anni il gigante asiatico ha cancellato circa 10 miliardi di dollari di crediti che vantava nei confronti di Cuba e di una serie di paesi africani.[171]

Ma non solo: la ricercatrice statunitense D. Bräutigam ha pubblicato sul Washington Post un interessante e ben documentato articolo, che demolisce alcune delle peggiori falsità elaborate in terra occidentale rispetto al presunto carattere imperialista della presenza cinese all’interno del continente africano.

Innanzitutto Bräutigam ha eliminato dalla scena politica mondiale la ridicola menzogna secondo cui, nel corso degli ultimi decenni, i cinesi avrebbero acquistato terreni agricoli in Africa per un’estensione equivalente di 6 milioni di ettari, e cioè circa l’uno per cento di tutto il suolo coltivabile nel continente africano.

Attraverso una meticolosa ricerca durata tre anni, la studiosa americana e i suoi collaboratori hanno dimostrato come l’acquisto di terre in Africa da parte dei cinesi risultasse invece pari a 240.000 ettari: ossia solo il 4% dei presunti sei milioni di ettari, oltre che solo lo 0,03% dell’intera zona coltivabile nel continente nero.

Il secondo mito diffuso dal concretissimo imperialismo occidentale, oltre che anche da buona parte della sinistra “antagonista”, riguarda invece la supposta natura predatoria dei prestiti cinesi, di matrice prevalentemente statale, forniti alle diverse nazioni africane.

Bräutigam ha verificato, esaminando l’insieme dei 95,5 miliardi di dollari di prestiti concessi dalla Cina agli stati africani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2015, come ben il 40% e quindi quasi la metà dei prestiti di Pechino si siano riversati sul settore della produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia, soprattutto elettrica: il tutto in un continente nel quale, dopo tre secoli di generosissimo traffico degli schiavi da parte del civile Occidente e di altri tre secoli di generosissimo imperialismo occidentale, ivi compresi quelli rivolti al genocidio e incarnati in passato da Belgio e Germania, seicento milioni di africani purtroppo non hanno ancora accesso all’elettricità.

Un altro 30% dei prestiti cinesi dal 2000 al 2015 è stato destinato inoltre al processo di modernizzazione delle infrastrutture e dei trasporti (strade, ferrovie, porti, ecc.) in Africa, interessando quindi un segmento essenziale, ma quasi completamente ignorato dal colonialismo/neocolonialismo occidentale: senza poi contare i cospicui finanziamenti di Pechino a Internet, al sistema educativo e a quello sanitario dei diversi stati africani.

Infine l’organizzazione britannica Debt Justice ha ammesso nel luglio 2022 che i paesi africani stavano contraendo prestiti con le banche private occidentali a un livello tre volte superiore rispetto a quello che creavano invece con la Cina, oltre a pagare un tasso d’interesse doppio rispetto a quello cinese.

In questo quadro generale non sorprende come, a fine agosto del 2021, il quotidiano anticomunista Il Giornale fosse costretto a malincuore a titolare “Pechino conquista l’Africa con i sieri”, ossia con i vaccini contro il Covid-19; tra l’altro riportando l’indiscutibile testimonianza di un medico italiano impegnato in prima persona in Africa, il quale accusava invece il mondo occidentale di “accaparramento ” rispetto alle dosi dei vaccini che combattono il coronavirus.[172]

Non meraviglia inoltre che proprio la Cina abbia condonato nell’agosto dell’anno in corso una serie di prestiti già forniti a 17 nazioni africane, dopo aver già cancellato unilateralmente altri crediti per 3,4 miliardi di dollari in precedenza erogati sempre in terra africana, dal 2000 al 2019.

Ma per quale motivo risulta spesso difficile, per un comunista occidentale, accettare la nuova centralità teorica creatasi a livello planetario?

Gratta gratta un marxista occidentale e, molto spesso, si troverà un sottile strato di sciovinismo bianco: a sua volta uno dei tanti sottoprodotti di quell’egemonia dell’imperialismo occidentale che ha pervaso via via l’intero mondo, dal 1492 fino al 2007.

Inoltre purtroppo sono mancate al marxismo delle metropoli imperialiste sia una chiara analisi che una critica spietata rispetto al ruolo svolto negli ultimi cinque secoli dal mondo occidentale: persino nello splendido Manifesto del 1848 di Marx ed Engels non era stato sottolineato a sufficienza come l’Europa/America borghese fosse stata indubbiamente la principale forza motrice del progresso storico a partire dal 1750 e per più di un secolo, ma simultaneamente anche il cancro del genere umano con metastasi orrende, quali il traffico di schiavi su scala mondiale.[173]

Come le stragi su vasta scala delle popolazioni autoctone, dagli Stati Uniti fino all’Australia passando per l’Algeria coloniale francese del 1830.

Come lo spietato sfruttamento del subcontinente indiano attuato da parte del colonialismo inglese.

Come lo smembramento di buona parte dell’antischiavista Messico ad opera dei liberali e schiavisti Stati Uniti, nel 1846-48.

Come l’orrenda guerra dell’oppio del 1839-42 contro la Cina, che trasformò la liberale Gran Bretagna nella più grande spacciatrice di droga mai vista sul pianeta.

L’elenco potrebbe inoltre continuare nel tempo, richiamando alla mente almeno gli “olocausti tardovittoriani” (Mike Davis) in India e nelle colonie meridionali del globo nel 1876-1879, il semigenocidio della popolazione africana del Congo belga dal 1885 al 1908, due guerre mondiali devastanti nel Novecento, Auschwitz e il nazifascismo, Hiroshima, Nagasaki e la crisi ecologica del mondo intero.[174]

L’assenza di un’adeguata e critica analisi nei confronti dell’imperialismo occidentale fa comprendere e spiega del resto il principale motivo ideologico e culturale per cui la maggioranza dei dirigenti marxisti europei al di fuori della Russia, ivi compreso purtroppo l’autorevole dirigente tedesco August Bebel, appoggiarono nel 1907 e al congresso di Stoccarda della Seconda Internazionale un’agghiacciante e vergognosa risoluzione filocolonialista, contro cui lottarono con successo e in prima fila anche i bolscevichi guidati da Lenin.[175]

Altresì chiarisce la ragione fondamentale per cui purtroppo anche un marxista convinto come Antonio Labriola giunse fino a giustificare il colonialismo italiano, oppure che il famoso scrittore Jack London persino nella sua fase socialista di impegno politico auspicò nel 1910 addirittura una guerra di sterminio contro la Cina, tra l’altro allora ancora in uno stato semicoloniale.[176]

Il torbido lucore dello sciovinismo bianco ha via via creato nuove vittime, anche a sinistra e anche dopo Antonio Labriola.

La causa principale del successo plurisecolare e del suprematismo bianco e dell’occidentalismo, fin dai tempi della sua gestazione e nei quali gli antichi greci si consideravano superiori ai popoli “barbari” che non parlavano la loro lingua, si ritrova nel fatto banale per cui la sfera occidentale, intesa in senso ampio e comprendendo al suo interno la recente aquila di Washington, negli ultimi due millenni carsicamente ha acquisito il controllo di buona parte del globo: a partire dal quarto secolo a.C. più della metà degli imperi mondiali, ossia estesi largamente su più continenti e con una durata almeno pluridecennale, risultano di matrice europea e posteuropea.

L’impero macedone di Alessandro, assieme ai regni locali ellenici derivati dalle conquiste sanguinose e ciclopiche raggiunte dall’allievo di Aristotele; il plurisecolare impero romano dal 202 a.C. – 410 d.C.; il dominio coloniale ispanico, dal 1492 al 1822; il supercolonialismo britannico con estensione mondiale, formatosi gradualmente dal 1651 e perdurato fino al 1940 e, infine, il dominio neocoloniale esercitato dall’imperialismo statunitense dal 1945 fino ai nostri giorni su larga parte del pianeta superano e scavalcano per importanza, durata e vicinanza al tempo presente altre esperienze storiche della stessa natura. Tra di esse emergono i variegati processi di crescita e decadenza dell’impero abbaside, dal 750 al 1258, del potere esercitato su scala eurasiatica dall’aristocrazia feudale mongola dal 1206 al 1368, dell’impero turco giunto a fioritura nel Quindicesimo secolo e avviatosi dopo poco più di un secolo su un lungo viale del tramonto e, infine, della barbarica progettualità-praxis egemonica espressa verso l’Asia e l’Oceania dall’imperialismo giapponese, nel periodo compreso tra il 1894 e il 1945.

Esponendo solo alcuni esempi concreti, le truppe di Alessandro il macedone avevano occupato persino una parte dell’odierno Afghanistan, oltre l’attuale Iran ed Egitto, mentre i domini ispanici dell’imperatore Carlo V si estendevano a loro volta durante la prima metà del Cinquecento sugli odierni Messico e Perù fino alle Filippine, passando per Lombardia e Fiandre; dal canto suo la sola India britannica, il cui territorio comprendeva quello attuale del Bangladesh e Birmania, contava secondo un censimento del 1921 una popolazione di ben 305 milioni di persone, circa nove volte superiore agli abitanti della Gran Bretagna in quello stesso periodo.[177]

Cinque fasi imperialiste occidentali su scala planetaria, le ultime tre sviluppatesi nel corso degli ultimi cinque secoli e giungendo in un caso specifico fino ai nostri giorni; imperi carichi di un surplus inaudito di guerre (e guerre dell’oppio contro la Cina), di repressione delle rivolte dei paesi soggiogati, di sfruttamento feroce di molte decine di milioni di uomini, spesso con un altro colore della pelle, della tratta degli schiavi durata per secoli hanno via via influenzato in modo sensibile con la loro multiforme e concreta esperienza il mainstream del pensiero e della cultura occidentale, oltre che la mentalità collettiva di una parte consistente delle masse popolari delle metropoli colonialiste.

Su queste concrete basi materiali, diversificatesi via via nel corso del tempo ma sviluppatesi carsicamente con estrema potenza nel corso degli ultimi due millenni, è derivata simultaneamente la genesi e il processo di riproduzione dello sciovinismo bianco-occidentale, con i suoi principali tratti caratteristici: un’idra tentacolare e pervasiva che a sua volta ha influenzato seriamente e condiziona tuttora anche molti teorici, dirigenti e militanti politici che pure si autodefinivano marxisti e anticapitalisti.

In base a tale paradigma razzista, innanzitutto, anche in campo internazionale contano e pesano essenzialmente i rapporti di potenza e la logica del più forte.

La frase attribuita al capo vittorioso dei Galli, ossia “guai ai vinti”, il dialogo allucinante e spietato tenuto tra i diplomatici ateniesi con i cittadini dell’isola di Melo, riportato da Tucidide, il detto “se vuoi la pace, prepara la guerra” enucleato dagli spietati schiavisti romani costituiscono solo alcune delle numerose varianti pre-filosofiche e pratiche della massima espressa dal grande filosofo dialettico Eraclito, secondo cui “polemos”, ossia la guerra e “lo scontro di civiltà”, costituiscono “il padre di tutte le cose”: dimenticandosi che, viceversa, proprio la cooperazione costituisce la “madre-Gaia” di larga parte della realtà terrestre.[178]

La patria dei bianchi dominatori, declinata volta per volta come etnia/nazione/razza, risulta il secondo perno dello sciovinismo occidentale e viene sistematicamente contrapposta all’umanità, al genere umano: se il famigerato filosofo Heidegger, nei suoi filonazisti Quaderni Neri, costituisce in tal senso solo un ulteriore e squallido episodio di una lunga tradizione, va recuperata invece la coppia dialettica di patriottismo e internazionalismo contro ogni forma di razzismo, a partire dall’antisemitismo.[179]

Infine nel paradigma suprematista la verità viene considerata solo un artifizio umano usabile a piacere e “un’interpretazione” plasmabile, seguendo le orme di quel relativismo filosofico che, dai sofisti Protagora e Trasimaco (“la giustizia è l’utile del più forte”), ha proseguito il suo ingannevole cammino influenzando sensibilmente sia Nietzsche che il pensiero postmodernista.[180]

La combinazione dialettica dei fattori sopracitati ha via via consolidato il mito, ipocrita e mistificatore, del “fardello dell’uomo bianco” che, a partire dall’astuta difesa della schiavitù “degli inferiori” da parte di Aristotele, infesta come una temibile malattia molti punti nevralgici della sofisticata civiltà occidentale durante l’inizio del terzo millennio.[181]

Avvocato del diavolo: “Ma allora Xi Jinping, almeno a vostro avviso, non sbaglia mai e si rivela infallibile?”

La praxis collettiva di critica e autocritica (ripetiamo: autocritica), sviluppata a partire dal 2017 dall’Ufficio Politico del partito comunista cinese, a cui appartiene ovviamente anche Xi Jinping, dimostra nei fatti e con azioni concrete come anche il leader del partito autocritichi i suoi errori. Magari tali sessioni di autocritica fossero tenute anche dai politici italiani e occidentali: fantapolitica, purtroppo…

Viceversa nella risoluzione sulla storia del partito comunista cinese del novembre 2021 si afferma chiaramente che quest’ultimo “è grande non perché esso non abbia fatto errori, ma perché affronta sempre i suoi errori, si è impegnato attivamente in critica e autocritica, e ha il coraggio di confrontarsi con i problemi e di informarsi”: parole inequivocabili e con una pratica conseguente alla tesi sull’autocritica che direttamente derivano dall’opera di Marx e Lenin, come quando il primo notò nel suo Diciotto brumaio del 1852 che “le rivoluzioni proletarie criticano continuamente se stesse”, senza sosta e interruzioni.

“I novantacinque milioni di iscritti al partito comunista cinese rappresentano tuttavia solo un numero astratto e un dato di fatto quantitativo, che non si trasforma in egemonia politica e ideale tra i marxisti del pianeta”.

Si può neutralizzare la realtà per cui i comunisti cinesi costituiscano – compresa la lega dei giovani comunisti – più del 90% dei marxisti organizzati del pianeta in un unico modo: scomunicandoli.

E cioè negando che i comunisti cinesi siano comunisti.

Contestando che i comunisti cinesi siano marxisti.

Rifiutando di ammettere che i comunisti cinesi siano legittimi eredi di Marx e Lenin.

Escludendo tale metodo di scomunica preventiva, bisogna confrontarsi con l’elefante nel negozio di cristalli costituito dal sopracitato fattore del “più del 90%”: ossia misurarsi con un’indiscutibile quantità che, seguendo le leggi di sviluppo enucleate dal materialismo dialettico, si trasforma in qualità, di matrice sia politica che ideologica e con una valenza globale.

Fino al novembre del 2021 e quindi per tre lunghi decenni, a partire dal disastroso triennio 1989-91 segnato purtroppo dal crollo dell’Unione Sovietica, il partito comunista cinese aveva evitato volutamente di evidenziare e far rilevare l’egemonia di fatto che ha acquisito nella pratica, dopo che venne ammainata la bandiera rossa dal Cremlino, rispetto al movimento comunista mondiale e alla sua futura ripresa su scala planetaria.

Ma tale elemento concreto risultava valido e operava nel 1992 come in seguito nel 2022, ai giorni nostri, e può essere rimosso dalla dura realtà solo attraverso due diverse modalità concrete: da un lato tramite un’eventuale sconfitta del socialismo cinese e del partito comunista cinese, oppure mediante la vittoria del socialismo – e di una costruzione effettiva del socialismo – in alcune importanti nazioni e aree geopolitiche del mondo.

“Hic Rhodus, hic salta” (qui è Rodi, qui salta), direbbe forse Marx ai suoi autonominati eredi nell’avara e conservatrice terra occidentale.

Qui si trova il vero problema: e allora fatela davvero questa benedetta rivoluzione/costruzione del socialismo nel mondo occidentale, potrebbe continuare a incalzare il geniale teorico tedesco, visto che ormai la si aspetta dal 1843 e da quasi due secoli, non limitandovi invece a criticare, a volte giustamente, i marxisti asiatici, o addirittura ad auspicare e a “tifare” per un eventuale tracollo del partito comunista cinese.[182]

Mal scavato, vecchia talpa occidentale, grida finora “dal suo seggio” gran parte del globo…[183]

Certo, la “vecchia talpa” non risulta fatta solo di numeri, dato che in campo politico-sociale il numero pesa e conta realmente solo se unito e collegato a “organizzazione e coscienza”, come aveva ricordato in modo leninista ante litteram proprio Marx, nella celebre e sopracitata frase del 1864 contenuta nel suo indirizzo inaugurale per la Prima Internazionale.

Ma a tal proposito risulta impossibile contestare l’esistenza di una rivendicazione, pubblica e ripetuta, di continuità con il pensiero di Marx e Lenin da parte dei comunisti cinesi del presente; oppure la loro attuale concezione leninista del potere e dell’egemonia del partito rispetto alla società cinese, seppur in un costante rapporto dialettico con quest’ultima, oppure la loro capacità operativa di mobilitazione dimostrata anche dalla reazione cinese 2020-2022 al coronavirus, e infine la continuità della loro esperienza politica e organizzativa.

I comunisti cinesi possiedono pertanto anche un alto livello di “organizzazione e coscienza” (Marx) assieme al summenzionato “fattore 90%”, ovviamente risentendo anche di alcuni limiti e debolezze che essi dovranno via via superare, con la praxis e l’autoriflessione collettiva.

“Ma non era forse la classe operaia occidentale, a giudizio di Marx ed Engels, l’elemento e la forza motrice nella lotta globale per il comunismo su scala globale?”

L’ala dogmatica del marxismo ha sempre dimenticato non solo la dialettica, e quindi il continuo processo di trasformazione a volte profondo delle circostanze e dei fenomeni concreti, ma anche una serie di spunti fecondi e di elementi embrionali già contenuti nel lavoro teorico di Marx ed Engels.

Come ad esempio la lettera del primo al secondo, datata aprile 1856, nella quale si affermava che “l’intera questione in Germania dipenderà dalla possibilità di unire la rivoluzione proletaria con una seconda edizione della guerra dei contadini”, simile a quella scoppiata in Germania nel 1525, e quindi indicando chiaramente un possibile ruolo rivoluzionario della popolazione rurale; oppure che sempre Marx, nel 1870, evidenziò che “se l’Inghilterra è il baluardo della proprietà fondiaria e del capitalismo europeo, l’unico punto sul quale si può colpire duramente l’Inghilterra ufficiale è l’Irlanda”, dimostrando quindi di aver colto l’importanza delle lotte antimperialiste, come quella condotta coraggiosamente e per lunghi secoli dal popolo irlandese contro il dominio coloniale britannico, all’interno del processo rivoluzionario mondiale; oppure l’attenzione teorico-politica e il sostegno entusiasta – combinato ad alcune critiche costruttive – manifestato dai due grandi rivoluzionari tedeschi verso l’eroica Comune di Parigi del 1871, primo esempio storico concreto di dittatura del proletariato e di stato operaio.

In uno scritto polemico del giugno del 1963 proprio il partito comunista cinese aveva con efficacia sintetizzato, rispetto a tale nodo analitico, l’esperienza statica ormai secolare e la derivata riflessione teorica del marxismo sulle forze motrici del processo rivoluzionario notando che “le contraddizioni fondamentali del mondo contemporaneo” risultavano essere le seguenti:

  • “contraddizione tra il campo socialista e il campo imperialista;
  • contraddizione tra il proletariato e la borghesia in seno ai paesi capitalisti;
  • contraddizione tra le nazioni oppresse e l’imperialismo;
  • contraddizione fra paesi imperialisti, tra gruppi monopolisti”.[184]

Anche se tali polarità dialettiche sussistono e operano anche ai nostri giorni, si deve subito aggiungere al quartetto summenzionato anche la contraddizione tra la tendenza all’egemonia e al dominio mondiale dell’imperialismo statunitense con i suoi alleati, e cioè al “regno supremo” secondo la felice definizione di Noam Chomsky, e la controtendenza che resiste rispetto a tale disegno di dominio globale, rappresentata ai nostri giorni principalmente dall’alleanza strategica ormai ventennale tra Cina e Russia.

A tal proposito sempre Noam Chomsky, totalmente estraneo a qualunque forma di sinofilia politica, ha enucleato e fatto emergere la contraddizione in via di esame, ormai decisiva e centrale nel mondo contemporaneo per la sua portata planetaria, la presenza concreta di grandi forze politico-materiali coinvolte in essa e l’eccezionale rilevanza dell’esito dello scontro mondiale in oggetto, rilevando che «a volte è difficile da credere. Uno degli esempi più significativi e rivelatori è il quadro retorico del grande documento di pianificazione interna dei primi anni della Guerra Fredda, NSC-68 del 1950 , poco dopo “la perdita della Cina”, che scatenò una frenesia negli Stati Uniti. Il documento ha posto le basi per un’enorme espansione del bilancio militare. Vale la pena ricordare oggi che le tensioni di questa follia stanno risuonando, non per la prima volta; è perenne.

Le raccomandazioni politiche di NSC-68 sono state ampiamente discusse dagli studiosi, pur evitando la retorica isterica. Si legge come una favola: il male finale di fronte alla purezza assoluta e al nobile idealismo. Da una parte c’è lo “stato schiavo” con il suo “progetto fondamentale” e la sua intrinseca “coazione” a ottenere “l’autorità assoluta sul resto del mondo”, distruggendo tutti i governi e la “struttura della società” ovunque. Il suo ultimo male contrasta con la nostra assoluta perfezione. Lo “scopo fondamentale” degli Stati Uniti è assicurare ovunque “la dignità e il valore dell’individuo”. I suoi leader sono animati da “impulsi generosi e costruttivi e dall’assenza di cupidigia nelle nostre relazioni internazionali”, che è particolarmente evidente nei tradizionali domini di influenza degli Stati Uniti, l’emisfero occidentale.

Chiunque avesse familiarità con la storia e l’attuale equilibrio del potere globale in quel momento avrebbe reagito a questa performance con totale sconcerto. I suoi autori del Dipartimento di Stato non avrebbero potuto credere a quello che stavano scrivendo. Alcuni in seguito hanno dato un’indicazione di cosa stavano facendo. Il Segretario di Stato Dean Acheson ha spiegato nelle sue memorie che per irrompere nell’enorme espansione militare pianificata, era necessario «colpire la mente di massa dell’“alto governo”» in modi che fossero “più chiari della verità”. Anche l’influente senatore Arthur Vandenberg lo capì quando consigliò [nel 1947] che il governo doveva “spaventare a morte il popolo americano” per risvegliarlo dalla sua arretratezza pacifista.

I precedenti sono tanti, e in questo momento i tamburi battono con avvertimenti sul compiacimento americano e l’ingenuità sulle intenzioni del “cane pazzo” Putin di distruggere ovunque la democrazia e sottomettere il mondo alla sua volontà, ora alleato con l’altro “Grande Satana”, Xi Jinping.

Il vertice Putin-Xi del 4 febbraio, in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici, è stato riconosciuto come un evento importante per gli affari mondiali. La sua recensione in un importante articolo sul New York Times è intitolato “A New Axis”, l’allusione non celata. La recensione riportava le intenzioni della reincarnazione delle potenze dell’Asse: “Il messaggio che Cina e Russia hanno inviato ad altri Paesi è chiaro”, scrive David Leonhardt. “Non faranno pressioni su altri governi affinché rispettino i diritti umani o tengano elezioni”. E con sgomento di Washington, l’Asse sta attirando due paesi dal “campo americano”, l’Egitto e l’Arabia Saudita, esempi stellari di come gli Stati Uniti rispettano i diritti umani e le elezioni nel loro campo, fornendo un massiccio flusso di armi a queste brutali dittature e partecipare direttamente ai loro crimini. Il Nuovo Asse sostiene inoltre che “un Paese potente dovrebbe poter imporre la sua volontà all’interno della sua dichiarata sfera di influenza. Il paese dovrebbe anche essere in grado di rovesciare un governo vicino più debole senza che il mondo interferisca”, un’idea che gli Stati Uniti Venticinque secoli fa, l’Oracolo di Delfi emise una massima: “Conosci te stesso”. Vale la pena ricordare, forse.

Come nel caso di NSC-68, c’è metodo nella follia. Cina e Russia rappresentano una vera minaccia. L’egemone globale non li prende alla leggera. Ci sono alcune caratteristiche comuni sorprendenti nel modo in cui l’opinione pubblica e la politica degli Stati Uniti stanno reagendo alle minacce. Meritano qualche riflessione.

Il Consiglio Atlantico descrive la formazione del Nuovo Asse come un “cambiamento tettonico nelle relazioni globali” con piani davvero da far “girar la testa”: “Le parti hanno concordato di collegare più strettamente le loro economie attraverso la cooperazione tra la Belt and Road Initiative cinese e l’Eurasian Unione Economica di Putin. Lavoreranno insieme per sviluppare l’Artico. Approfondiranno il coordinamento nelle istituzioni multilaterali e combatteranno il cambiamento climatico”».[185]

Oltre che dal russofobo Chomsky, la tendenza espansionista su scala universale di Washington era stata analizzata in precedenza anche dal preveggente e lucido rapporto Surikov, documento apparso nel lontano 1995 e ancora ai tempi di Eltsin.

Gli esperti russi che stesero il rapporto in via di oggetto innanzitutto notarono, riguardo al feroce neocolonialismo statunitense, che “la principale forza esterna potenzialmente in grado di minacciare la sicurezza nazionale della Federazione Russa, gli interessi economici e politici della Russia nel mondo, e di influenzare la situazione politica ed economica in Russia e le sue relazioni con le ex repubbliche dell’Urss, sono gli Stati Uniti d’America, i quali, di regola, perseguono la loro politica interagendo con altri paesi occidentali, con Israele e con il Giappone. L’obiettivo principale di questi paesi nei confronti della Russia consiste nell’impedire alla Federazione Russa di diventare una forza influente dal punto di vista economico, politico e militare, e nel trasformarla in una colonia assoggettata all’Occidente, il quale vuole accedere alle sue materie prime. Sono quindi gli Usa e i loro alleati a costituire le fonti principali di minaccia alla sicurezza nazionale del paese. Essi devono perciò essere considerati come potenziali nemici della Federazione Russa».

Il quadro delineato sembra quello attuale, a riprova che la strategia statunitense nei confronti della Russia è di lunga durata e mira indubbiamente alla disgregazione della Federazione Russa sorta dall’implosione dell’Unione Sovietica, “trasformandola in una colonia”.

Il documento non poteva non toccare il tema dell’allargamento della Nato ad est, visto che siamo negli anni dove l’Occidente non rispetta quanto promesso ai dirigenti di Mosca. Anche in questo caso, gli esperti sembrano fotografare la situazione attuale: «La politica occidentale riguardo al futuro della Nato consisterà probabilmente nell’isolamento della Russia e nella sua espulsione dall’Europa. La Germania è all’avanguardia nel promuovere l’espansione della Nato verso est. In effetti, stiamo assistendo al tentativo della Germania di riprendere la sua espansione verso est e sud-est, già bloccata due volte nel corso del secolo. Oggi questo scopo è perseguito essenzialmente con mezzi politici ed economici, sotto la protezione dello «scudo atomico» americano. Anche gli Usa promuovono l’allargamento a est della Nato”.[186]

Giustamente Mao Zedong aveva indicato nel 1937 che “è quindi necessario, nello studio di ogni processo, che sia complesso e contenga più di due contraddizioni, fare ogni sforzo per trovare la contraddizione principale. Una volta trovata questa contraddizione principale, è facile risolvere tutti i problemi.[187]

Due decenni prima, a sua volta, Lenin annotò giustamente nel 1916 e nel suo scritto Una caricatura del marxismo e l’economicismo imperialistico che proprio “la supremazia mondiale” costituisce “in sintesi, il contenuto della politica imperialistica che viene continuata dalla guerra imperialistica”.

I cardini della politica rivolta al predominio mondiale nell’era imperialistica risultano di triplice natura.
Il primo riguarda la ricerca e il mantenimento di una notevole superiorità nei settori bellici decisivi, come si è rivelato a partire dal 1945 quello nucleare. In tale campo gli Usa hanno tuttora a disposizione nel 2021 ben 5.500 testate atomiche, superando di quasi sedici volte i 350 ordigni invece a disposizione della Cina.
La basing strategy costituisce il secondo pezzo della strategia imperialista, e a tal proposito l’anticomunista rivista Limes nel 2020 aveva descritto la “collana di perle” delle quasi 800 basi militari americane collocate in giro per il mondo, rispetto all’unica struttura militare cinese all’estero e posta a Gibuti.
Riguardo infine all’ingerenza negli affari interni delle altre nazioni, oltre a innumerevoli interventi militari (Grenada, Iraq, Afghanistan, ecc.) l’imperialismo di Washington applica dal 1945 e su scala globale la strategia della destabilizzazione multilaterale contro paesi considerati ostili, che si è incarnata ad esempio nel colpo di stato promosso da Pinochet nel 1973 come in quelli, senza successo, avviati contro il Venezuela bolivariano nel 2002, 2003 e 2019: rispetto alla politica estera cinese degli ultimi quattro decenni, la critica principale delle potenze occidentali ha riguardato viceversa il presunto disinteresse di Pechino per la difesa dei diritti umani nei diversi paesi africani, americani e asiatici.

Anche tenendo a mente unicamente la lezione di Chomsky e quella di Surikov, è facile rilevare come la tensione principale su scala planetaria e all’inizio del terzo millennio risieda nello scontro tra il progetto-praxis di dominio globale dell’imperialismo statunitense e le forze che gli si oppongono, mentre la composizione politica mondiale attuale si dispone su sei livelli interconnessi tra loro.

Accanto al nucleo rosso composto da Cina, Vietnam, Cuba, Repubblica Democratica Popolare di Corea e Laos, con i loro limiti e contraddizioni, si ritrova la fascia delle nazioni antimperialiste e in grado di esprimere al loro interno processi più o meno estesi di transizione al socialismo come nel caso di Venezuela, Siria, Eritrea, Nicaragua e Bielorussia.

A fianco del terzo livello, formato invece dalle nazioni antimperialiste ma di matrice prevalentemente capitalista come Russia e Iran, si colloca il gradino oscillante degli stati indecisi nel seguire le direttive principali dell’imperialismo statunitense: Turchia, Indonesia, Filippine, Egitto, India e parte dell’America Latina rappresentano esempi attuali di tale tipologia.

Il quinto segmento è costituito dall’imperialismo franco-tedesco e dal Giappone, alleati di Washington ma con un certo grado di autonomia rispetto a quest’ultima, mentre il vero “cuore di tenebra” del globo viene ovviamente formato dagli USA e dai suoi più stretti alleati, come l’Italia del 2021-22, Gran Bretagna, Canada, Australia e Israele.

Non si tratta certo di mere astrazioni intellettuali.

Il 20 luglio del 2022, ad esempio, il presidente russo Putin ha posto apertamente in risalto il ruolo decisivo nell’arena interstatale della contraddizione sopracitata anche agli occhi e nelle menti degli attuali protagonisti dei rapporti planetari, accusando senza mezzi termini l’ingiustizia di un mondo occidentale “che la loro egemonia unipolare è in declino irreversibile dopo l’inizio dell’operazione militare speciale del suo Paese in Ucraina. L’ordine mondiale razzista e neocoloniale, come l’ha giustamente descritto, sta rapidamente diventando una reliquia del passato, poiché gli Stati veramente sovrani si stanno sollevando per distruggere il sistema sovranazionale dell’élite occidentale che controlla gli altri Paesi per procura.

Il risultato emergente, ha detto il Presidente Putin, è che l’Africa, l’Asia e soprattutto l’India non saranno più derubate come lo sono state per secoli. Ha inoltre ribadito la conclusione del Ministro degli Esteri Lavrov, il mese scorso, secondo cui l’Occidente ha paura di Paesi come il suo che difendono la propria sovranità, in quanto ciò consente loro di proteggere i propri modelli nazionali di sviluppo, anche in ambito socio-culturale, economico e politico. Il leader russo ha poi concluso la parte rilevante del suo discorso osservando che “senza dubbio, una società civile responsabile, attiva e orientata alla nazione è la componente più importante della sovranità”, che è il nobile obiettivo a cui il suo Paese sta puntando.[188]

Non risulta certamente un’astrazione anche il concretissimo fatto per cui quest’anno “il Venezuela ospita per la prima volta esercitazioni militari internazionali. L’ottava esercitazione militare internazionale che riunisce ben 37 paesi, come specificato lo scorso 5 di agosto dal ministero della Difesa russo.

Una fase delle esercitazioni militari internazionali che si terranno sul territorio di 12 Stati dal 13 al 27 agosto si terrà per la prima volta in Venezuela, in Sud America, spiegava Sergei Shoigu.

Le esercitazioni militari con droni e commando di cecchini, si svolgono a Barquisimiento, nello Stato di Lara, nel Venezuela nord-occidentale.

Come abbiamo visto sono 37 i paesi partecipanti, tra cui Algeria, Bielorussia, Vietnam, India, Kazakistan, Uzbekistan e Myanmar. Tutti hanno in comune l’odio per gli Stati Uniti e il fatto di aver subìto le sanzioni imposte da Washington.

Il quotidiano spagnolo ABC descrive queste manovre come una dimostrazione di forza contro gli Stati Uniti, in una regione che Washington considera il suo “cortile di casa”. Il giornale della destra ‘franchista’ vede le esercitazioni anche come uno schiaffo alle politiche statunitensi in Sud America.

Le esercitazioni arrivano appena un giorno dopo la fine delle operazioni militari annuali organizzate dal Comando meridionale degli Stati Uniti, denominate “Panamax 2022”, alle quali partecipano le forze armate di circa 20 Paesi della regione.

Questi giochi di guerra si svolgeranno nell’ambito delle competizioni militari annuali organizzate dalla Russia, note come Army Games. Il Venezuela è il primo Paese latinoamericano a ospitare queste esercitazioni militari.

Gli strateghi e gli esperti militari vedono nelle esercitazioni militari un messaggio di sostegno al Venezuela, bersaglio delle politiche ostili di Washington.

Un alto funzionario venezuelano – parlando a condizione di anonimato – ha dichiarato al quotidiano online Infobae che i giochi militari hanno un messaggio chiave, ma ha specificato che non rappresentano una minaccia per i Paesi terzi, né cercano di trasferire “attrezzature militari da quei Paesi al Venezuela”.

Secondo il sito di analisi statunitense Washington Free Beacon, le esercitazioni militari sono uno dei segnali più forti che la coalizione anti-Washington dell’America Latina sta rafforzando le sue relazioni con Russia, Cina e Iran”.[189]

A rendere ancora più tangibile e trasparente il mosaico planetario in via di esposizione intervengono nuovi pezzi, quali ad esempio il piratesco sequestro delle riserve d’oro venezuelane da parte dello stato inglese ormai in corso da alcuni anni, il saccheggio giornaliero brigantesco di migliaia di barili di petrolio in territorio siriano da parte dell’imperialismo con la complicità delle milizie curde, la creazione di decine di biolaboratori in Ucraina, Georgia e altre nazioni vassalle per motivi facilmente intuibili e, infine, la dichiarazione resa all’inizio dell’ estate 2022 dal vicedirettore della Cia David Cohen secondo cui “la priorità assoluta dell’agenzia di spionaggio è cercare di contrastare e capire meglio Pechino”.[190]

Sempre utilizzando la chiave concettuale della contraddizione principale si può altresì far compiere un altro salto di qualità alla teoria marxista delle relazioni internazionali comprendendo al suo interno anche categorie analitiche quali quelle, connesse tra loro, di stato-avanguardia e stato-reazionario su scala globale, all’interno della lotta di classe internazionale apertasi da un secolo con l’assalto al cielo bolscevico: e il principale bastione della reazione mondiale, a partire dal 1945, si è dimostrato nei fatti l’imperialismo statunitense, capace tanto di sostenere il neonazismo ucraino quanto di cercare di far entrare nella sua particolare riserva di caccia della Nato persino una nazione formalmente neutrale dal 1792 come la Svezia.

Processi profondi e duraturi di trasformazione dei rapporti di forza internazionali condurranno sicuramente a una nuova forma di dislocazione delle multiformi contraddizioni che operano su scala globale, ma fino ad allora terrà banco il perno centrale delle relazioni interstatali, che regna a partire dal triennio 1989-91 e dal crollo del blocco sovietico: solo con un salto di qualità di grande rilevanza politico-materiale le contraddizioni su scala planetaria mutano e cambiano d’importanza, all’interno del processo universale e ininterrotto di “fluire del movimento” ricordato da Marx all’inizio del 1873, nel suo celebre poscritto al primo libro de Il Capitale.

Considerazioni finali

Zeitgeist, Cina, marxismo, comunismo, progettualità su scala secolare di Xi Jinping: su queste e altre importanti tematiche ci dilungheremo in un saggio apposito, che uscirà il prossimo anno.

Bisogna infatti analizzare a fondo un originale punto cruciale politico, oltre che teoretico, che vede come diretta protagonista proprio la creatività di massa di milioni di comunisti cinesi e che coinvolge l’intero popolo cinese: un nodo che inoltre influenzerà e condizionerà in modo sensibile il processo di sviluppo di tutta la nostra specie durante i prossimi decenni e in un decisivo punto di trasformazione di una storia biologica, ma soprattutto culturale, simbolica e produttiva che dura ormai da circa sei milioni di anni, tra l’altro durante una svolta epocale nella quale il mondo si rivela sempre più piccolo/interconnesso e la tecnoscienza sempre più potente, quindi da ben gestire e da ben utilizzare.[191]

Possiamo ancora riuscire a trasformare la nostra spietata era nel più “meraviglioso capitolo del socialismo mondiale in 500 anni” (He Yiting), possiamo creare imprese e capolavori collettivi che stupiscano anche noi stessi.

Il grande poeta Pablo Neruda scrisse tempo fa – ma sembra passato solo un giorno – che ognuno di noi “ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che con la meraviglia e l’incanto negli occhi la legga e gliela racconti”. Meraviglie positive e speranza possono rifiorire anche in terra occidentale, dopo la dolorosa e sterile era politica glaciale iniziata più di tre decenni fa.

In uno dei momenti decisivi dello scontro a tutto campo apertosi tra comunismo e imperialismo, fin dal 1917 e con l’Ottobre Rosso bolscevico, oltre che in (orrida) compagnia di tremendi ordigni di sterminio di massa – atomici, ma anche chimici e batteriologici – e con un rapporto di forza planetario ancora oscillante e in bilico, diventa a nostro avviso importante che i comunisti di tutto il globo, mantenendo la loro necessaria autonomia e le loro feconde diversità nazionali, trovino velocemente alcuni elementi comuni e una serie di punti di sintesi, anche senza alcun centro di coordinamento internazionale: a partire da un leader mondiale di riferimento che ispiri fiducia e dall’utilizzo, almeno parziale, di un nuovo stadio di sviluppo del marxismo creativo, finora risultato del pensiero collettivo dei comunisti cinesi.

La visione onnicomprensiva elaborata collettivamente da Xi Jinping e dal partito comunista cinese costituisce la sorgente di un nuovo flusso nella realtà filosofica, culturale e teorica che coinvolgerà mano a mano l’intero pianeta durante il secolo in corso, cambiando le percezioni collettive rispetto alla realtà per generarne altre, originali e magari inizialmente allo stato magmatico: anche in terra occidentale, non solo nel continente-Cina e nel nuovo fulcro del pianeta, futurista ma saldamente ancorato alla tradizione allo stesso tempo, in una particolare unità di opposti.

Difendendo la prospettiva del socialismo in un solo paese durante il sesto congresso del partito bolscevico, tenutosi nel luglio 1917 e appena tre mesi prima dell’Ottobre Rosso, Stalin affermò in pieno accordo con Lenin come esistesse un marxismo dogmatico e uno invece creativo, e che lui stava dalla parte del secondo: crediamo che tale aforisma rappresenti una buona stella polare al fine di comprendere l’attuale politica internazionale e di selezionare delle opzioni politiche corrette, mentre nel settore innovativo non ci si può dimenticare dell’importanza del “fattore magnete” su scala mondiale.[192]

A partire infatti dall’ottobre del 1917 e fino ad arrivare ai nostri giorni, senza soluzione di continuità, il livello di attuabilità politico-materiale dell’orizzonte comunista nella coscienza collettiva degli sfruttati della Terra costituiva in passato, rappresenta tuttora e formerà in futuro una variabile dipendente principalmente dalla dialettica mutevole tra i successi (l’Ottobre Rosso, la vittoria bolscevica nella guerra civile contro le armate dei “bianchi” finanziate dall’imperialismo occidentale, Stalingrado 1942/43, ecc.) e gli insuccessi (la tremenda carestia nella Russia del 1920-21, Kronstadt 1921, ecc.) via via riportati su scala planetaria dai partiti comunisti che sono riusciti a prendere il potere, spezzando gli apparati statali borghesi e i cani da guardia del capitalismo.

Come avvenne sia nel 1917-20, prima della dura sconfitta dell’Armata Rossa alle porte di Varsavia, che in seguito nel periodo compreso tra il trionfo di Stalingrado e il tragico agosto 1945, con la luce mortale di Hiroshima, le affermazioni e i successi del potere sovietico servirono anche a far venire alla luce e, a volte, a rendere prevalente la tendenza antagonista-comunista all’interno della classe operaia e dei contadini poveri del pianeta: corrente politica in precedenza solo latente dentro la grande maggioranza del contraddittorio “thàlatta” (Luxemburg) e nel mare mutevole formato dalla coscienza collettiva dei produttori diretti del globo.

Un’esperienza plurisecolare insegna ormai come, almeno dopo la cesura storica del 1917, gli ideali comunisti sopravvivano stentatamente senza la copresenza di stati socialisti capaci di progredire in modo multiforme, superando con successo le difficoltà che via via incontrano: senza cioè un “magnete attrattivo” di portata mondiale, composto anche da dirigenti marxisti riconosciuti a livello globale e da bandiere ideologico-culturali al passo coi tempi, nelle quali si possa riconoscere almeno l’avanguardia della classe operaia e delle masse popolari del nostro pianeta.

Se a tale elemento sociopolitico di grande spessore e resilienza si aggiunge il fenomeno in base al quale una parte variabile ma importante della sfera politica costituisce, come notò giustamente Lenin nel 1921, l’espressione concentrata dell’economia – tasse, dazi doganali, emissione di moneta, gestione dei beni pubblici, ecc. – ne deriva che il livello soggettivo di direzione politica dei partiti comunisti al potere rappresenta, senza soluzione di continuità, il fattore più importante della storia mondiale contemporanea a partire dalla fine del 1917, oltre che il “peso” e la pressione principale che fa via via pendere l’ago della bilancia planetaria in un senso o nell’altro: a favore o viceversa contro il comunismo, per essere ancora più chiari.

Come era del resto successo in precedenza, seppur con modalità diverse, negli anni di reazione seguiti alla caduta della Comune di Parigi, il trentennio che è iniziato dopo il 1989-91 è stato pervaso e impregnato nel mondo occidentale dalle pesanti ricadute dell’ideologia relativa ad una presunta morte del comunismo e alla derivata fine della storia, avviando un processo politico-culturale su vasta scala e di lunga durata non a caso connesso con la parallela riduzione ai minimi termini del livello medio di coscienza e combattività sociale dei salariati delle nazioni più ricche.  

La scomparsa dell’Unione Sovietica e la diffusa convinzione, almeno nelle metropoli del capitalismo, avente per oggetto la trasformazione di Cina, Cuba, ecc. in capitalismi di stato, dipinti tra l’altro con toni molto foschi, sono dei fattori combinati che hanno contribuito in modo come minimo notevole a rendere la schiacciante maggioranza della sinistra atlantica una facile preda del realismo capitalista: ossia soggettività incapaci anche solo di immaginare il superamento del capitalismo, inteso invece come il migliore

dei mondi possibili per il futuro, trasformando persino il pacifico comunista John Lennon della canzone Imagine (“immagina che non ci siano proprietà”) in un profeta troppo temerario.

Tutta una serie di fattori dimostra che nella Cina attuale, quindi, si gioca buona parte del futuro del globo e del genere umano.

Per chi avesse ancora dubbi in proposito basta ascoltare il messaggio che viene trasmesso dal nemico di classe nella lotta politico-ideologica che si combatte, giorno per giorno, all’inizio del Ventunesimo secolo: dalla Cia di Langley, per essere più precisi, e tale potente antagonista si è rivelato non a caso quasi ossessionato dalla “minaccia cinese” nel corso degli ultimi anni.

Considerando da tempo la Cina attuale un nemico ancora più potente dell’Unione Sovietica durante i suoi anni d’oro, nell’ottobre del 2021 la Cia ha infatti inaugurato un nuovo polo operativo dedicato alla Cina e denominato China Mission Center. Si tratta di uno dei «cambiamenti riguardo alla stessa struttura organizzativa interna della Central Intelligence Agency voluti dal nuovo direttore William J. Burns, che riflettono a loro volta la trasformazione dei nuovi tempi nei quali, come delinea e tratteggia anche il Washington Post, gli Stati Uniti si preparano ormai da tempo “a un confronto profondo, completo e duraturo con il gigante orientale, ormai cresciuto oltre i livelli di guardia”».

Ripetiamo: “confronto profondo, completo e duraturo” contro la Cina attuale.

Parole chiare.

La riorganizzazione “serve a rafforzare il nostro lavoro collettivo sulla minaccia geopolitica più importante di questo secolo, cioè un governo cinese sempre più ostile”, ha spiegato Burns. La sfida supera, secondo molti analisti, quella con l’Unione Sovietica, che aveva segnato la seconda metà del XX secolo. La Cina è un avversario più pericoloso perché gode di un enorme potere economico e, in questo senso, ha legami fortissimi con gli stessi Stati Uniti. Ha anche una portata globale maggiore, più forte e decisa. La Cina, sostiene l’ex direttore John O. Brennan, “merita il nostro impegno più grande”.[193]

Da una prospettiva politica diversa anche un borghese intelligente e perspicace quale Klaus Schwab, direttore del Forum di Davos, ha avuto il coraggio intellettuale di sostenere apertamente, fin dal gennaio del 2017 e in presenza dello stesso Xi Jinping, che “in un mondo segnato da grande incertezza e volatilità, la comunità internazionale sta guardando alla Cina”, come del resto fece a modo suo e attraverso la forma letteraria lo scrittore Frank Schätzing in un suo romanzo di fantapolitica del 2009 intitolato Limit.[194]

A sua volta Tony Blair, anticomunista e primo ministro britannico dal 1997 al 2007, ha affermato a chiare lettere nel luglio del 2022 che “stiamo raggiungendo la fine del dominio politico ed economico dell’Occidente”, sostenendo altresì che “il più grande cambiamento geopolitico di questo secolo verrà dalla Cina, non dalla Russia” e che è “la prima volta nella storia moderna che l’Oriente può essere alla pari con l’Occidente”.[195]

La Cia, Klaus Schwab, Frank Schätzing e Tony Blair costituiscono un particolare quartetto di “testimonial”, anticomunisti e avveduti, che forniscono abbondante materiale di riflessione per tutti i marxisti al pari del sopracitato George Soros.

A nostro avviso la Cina (prevalentemente) socialista merita l’appoggio critico dei comunisti di tutto il mondo, a patto che essi sappiano realmente tenere conto dell’importanza del detto elaborato dal geniale politologo Sun Tzu secondo cui conoscere se stessi, e conoscere simultaneamente il nemico, costituisce una delle chiavi del successo strategico, su scala nazionale e globale.[196]

La posta in palio risulta ancora più smisurata perché proprio il Ventunesimo secolo deciderà per millenni il corso dell’evoluzione futura del genere umano.

È ormai in gioco il destino stesso dell’umanità e, a tal proposito, abbiamo già indicato in precedenza come Xi Jinping abbia giustamente sottolineato che l’homo sapiens rappresenta da molto tempo anche una “comunità dal futuro condiviso”. Quindi un collettivo gigantesco con bisogni e interessi condivisi, quale quello basilare e concretissimo alla sopravvivenza e all’autoriproduzione come specie biologica, simbolica e culturale: e di conseguenza una comunità almeno potenzialmente in lotta comune contro nemici mortali, più o meno incombenti, quali guerre atomiche su vasta scala, conflitti di matrice chimico-batteriologica, pandemie di portata gigantesca, superasteroidi in “deep impact” contro il nostro splendido pianeta, l’infarto ecologico della terra e così via.

La combinazione dialettica tra bisogni umani condivisi e lotta solidale per realizzarli rappresenta il fulcro centrale di una nuova e proficua praxis collettiva del genere umano, oltre che l’asse di una coscienza di specie a cui fece riferimento già all’inizio del 2017 Xi Jinping a Ginevra, proponendo una vera e propria Costituzione per l’umanità e riprendendo tale categoria anche nel corso del 2021.[197]

Risulta ormai necessario sviluppare in modo creativo le potenzialità insite all’interno della nascente teoria di specie di matrice marxista, oltre a chiarire il legame dialettico finora quasi inesplorato tra il marxismo, inteso quale vettore ideologico-culturale della classe operaia, e l’altro lato di quest’ultimo, la sua faccia nascosta di ideologia universale del genere umano.

Nel suo discorso del 5 maggio del 2018, dedicato come si è già visto al bicentenario della nascita di Karl Marx, Xi Jinping aveva accennato proprio a tale polarità dialettica tra tendenze opposte quando egli dichiarò da un lato e giustamente che “il pensiero e la teoria di Marx” costituiscono “l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità”, ossia di tutta la nostra specie, mentre dall’altro lato, e sempre correttamente, il leader comunista cinese valutò che il marxismo costituisce altresì “la prima ideologia per la liberazione del popolo stesso, è una teoria del popolo” ed essa “indicò la direzione con la teoria scientifica, verso una società ideale senza oppressione e sfruttamento”.[198]

Siamo in presenza di spunti, suggerimenti e “faville” teoriche che a nostro avviso vanno subito stimolate con il fuoco della praxis teorica, in Cina come nelle metropoli occidentali; per alimentare la fucina analitica basterà ricordare che nel terzo libro del suo geniale Capitale proprio Karl Marx enucleò chiaramente il primato – per lui indiscutibile e scontato – degli interessi di specie e di quelli delle generazioni future, notando che persino l’intera umanità di una certa epoca non poteva in alcun caso considerarsi la proprietaria del nostro pianeta, ma piuttosto solo un custode temporaneo e un usufruttuario provvisorio con il compito e “il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive”.[199]

Sotto questo profilo va anche utilizzato il concetto di maggioranza politica planetaria elaborato da Lenin fin dal febbraio del 1920, quando quest’ultimo sottolineò che “noi” (il potere sovietico) “rappresentiamo gli interessi della maggioranza della popolazione mondiale, che vuole la pace contro la rapacità dei militaristi e degli imperialisti”.[200]

Tra l’altro operano senza sosta sulla Terra anche altri e invisibili nemici di specie. Oltre ai gruppi umani che accettano il rischio di distruggere l’homo sapiens in un olocausto distruttivo, come ad esempio la sopracitata dirigente del partito conservatore britannico Liz Truss, dichiaratasi pronta a usare le armi nucleari anche se ciò significasse l’annientamento globale del genere umano, l’antagonista principale del genere umano era già stato scovato dal solito Marx: all’inizio del quinto capitolo del primo libro del Capitale, infatti, il formidabile scienziato aveva descritto una delle leggi economiche universali delineando “la forza distruttiva del ricambio organico universale. Il ferro arrugginisce, il legno marcisce”.

La ruggine non dorme mai. L’entropia costituisce una tendenza generale mortalmente ostile alla vita e alla nostra specie, che può essere combattuta solo da potenti controtendenze di tipo neghentropico (Schroedinger, Fantappiè, ecc.): neghentropia tra l’altro intuita sempre da Marx e sempre nel passo sopracitato del Capitale, quando in modo quasi negromantico quest’ultimo aveva focalizzato sul “lavoro vivo”, capace di afferrare e strappare gli oggetti dal “regno dei morti”, dominato dall’entropia intesa anche come “forza distruttiva del ricambio organico universale”.[201]

In ogni caso fin dal 1843 Marx aveva esortato il genere umano a cogliere “il fiore vivo” e il lato splendente dell’esistenza recuperandone il suo “vero sole”, con vite godute e sperimentate fino in fondo oltre che capaci di produrre raggi di luce per riscaldare il cuore delle altre persone; nella sua Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel, infatti, il grande pensatore tedesco aveva invitato alla lotta e allo studio costante al fine di far vincere il lato migliore dell’eccezionale, iperpotente, prometeico ma bipolare e contraddittorio genere umano.

Sola e unica anomalia, tra miliardi e miliardi di specie viventi riprodottesi da quasi quattro miliardi di anni, l’homo sapiens è stato in grado di produrre strumenti attraverso l’uso di altri strumenti (il chopper e il fuoco dell’Africa paleolitica, per iniziare) esprimendo un’originale e innovativa progettualità non genetica (Marx, l’ape e l’architetto), rendendosi via via dotato dell’abilità di esplorare lo spazio cosmico e di scendere/risalire dai più profondi abissi oceanici, oltre che di creare le meravigliose pitture rupestri di Lascaux e degli aborigeni australiani, ma risulta purtroppo capace anche di innescare in un solo istante orrendi olocausti nucleari, come quelli che bruciarono centinaia di migliaia di vite umane a Hiroshima e Nagasaki: e proprio il moderno movimento comunista può sciogliere in senso positivo le profonde e plurimillenarie contraddizioni che segnano l’homo sapiens risolvendo “l’enigma della storia”, come auspicava Marx fin dai suoi geniali Manoscritti economico-filosofici.[202]

Solo il comunismo può colmare l’enorme deficit su scala planetaria di pace, tutela ambientale e simultanea crescita del benessere materiale/culturale dei produttori diretti attraverso la raffinata e complessa combinazione tra una strategia globale, una praxis adeguata e una massa critica di potenza materiale che porti finalmente il genere umano in una nuova era, in un’ancora sconosciuta epoca di sviluppo e di comunanza umana.

Come le splendide api, dobbiamo dunque coniugare una visione d’insieme dell’intero ambiente circostante, e cioè la Terra, con la capacità di distinguere tutti i dettagli; come nell’Ottobre Rosso del 1917, dobbiamo fondere assieme intelligenza, creatività e forza materiale acquisendo in aggiunta anche la capacità mentale, nell’epoca nucleare e delle letali armi di sterminio chimico-batteriologiche, di sapere vincere senza spargimento di sangue e neutralizzando pacificamente l’antagonista, come del resto richiedeva Sun Tzu ai più abili strateghi.[203]

Il comunismo risulta davvero la cosa semplice che è difficile a farsi, a realizzarsi.

Riuscire nel vitale compito di evitare una guerra nucleare su scala mondiale, iniziando a risolvere simultaneamente problemi epocali quali riarmo, fame, miseria e inquinamento della Terra, per di più continuando a costruire con successo in Cina una società socialista “moderatamente prospera” (Xi Jinping) e, infine, spostando sensibilmente i rapporti di forza planetari a favore del socialismo si rivelano quattro fatiche di Ercole che stanno di fronte alla direzione marxista cinese, nel presente come durante i prossimi decenni: in un periodo di cruciale transizione per l’umanità nel quale quest’ultima deve uscire finalmente dallo stadio di bruco violento e contraddittorio, diventando una farfalla curiosa per cui “i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti”.[204]

Agisce e opera all’interno delle società classiste degli ultimi millenni un colossale e variegato complesso di aspettative collettive di pace, giustizia sociale e fratellanza che assillano larga parte degli uomini e che si sono via via sedimentate anche nelle profezie bibliche di Amos e di Isaia nel discorso della Montagna di Gesù di Nazareth e negli “eretici che seguirono il cuore e il senso reale del suo insegnamento fino ad arrivare all’odierna teologia della liberazione, in una consistente delle dottrine di Mencio e Lo Tzu, nello zakat e nell’attiva solidarietà verso i poveri promosso da Maometto: il sogno di una cosa “descritto da un giovane filosofo tedesco nel settembre del 1843 ha assunto molte facce e differenti volti nel corso dei secoli e tra gli innumerevoli” sospiri delle creature “oppresse” per dirla come Marx.[205]

Trovare un nuovo livello di sintesi tra i differenti “sogni di una cosa” che attualmente si riproducono nelle diverse zone geopolitiche, con processi di sviluppo spesso contraddittori ma che già ora collegano embrionalmente Yemen e Venezuela bolivariano, Nicaragua sandinista e Nepal, Eritrea e stato indiano del Kerala, Bolivia e Bielorussia, Vietnam e area siro-libanese, Palestina e Sudafrica, diventa una delle chiavi necessarie per entrare finalmente in un mondo senza chiavi, tessere magnetiche e barriere di vario genere: acquisendo quella “unità nella diversità” di tutti i comunisti e delle variegate forze popolari antimperialiste che permetterà di “assicurare la vittoria”, come ha indicato giustamente il primo segretario del partito comunista cubano, Miguel Diaz-Canel, all’inizio di agosto del 2022.

24 ottobre 2022

Primo Allegato

Poniamoci per un momento una domanda di matrice ucronica: ossia potrebbe riprodursi in modo egemonico il capitalismo, in presenza di un’egemone sovrastruttura politico-ideologica invece di matrice comunista e marxista?

Immaginiamoci per un istante un ipotetico Donald Trump, in un suo ipotetico discorso del 5 maggio 2018 a Washington.

“Come presidente degli Stati Uniti e di fronte al Congresso americano, voglio celebrare il duecentesimo anniversario della nascita del grande comunista e rivoluzionario Karl Marx”.

Infatti due secoli dopo la sua nascita “nonostante gli enormi cambiamenti nella società umana, il nome di Karl Marx è ancora rispettato in tutto il mondo e la sua teoria brilla ancora con la luce brillante della verità”.

Marx è “il maestro della rivoluzione per il proletariato e per i lavoratori di tutto il mondo, il principale fondatore del marxismo, creatore dei partiti marxisti, un esploratore del comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”.

“Oggi, teniamo questo grande raduno con grande venerazione per celebrare il 200° anniversario della nascita di Marx, per ricordare il suo grande carattere e le sue azioni storiche e per rivedere il nobile spirito dei suoi brillanti pensieri”.

“Con nobili ideali e senza paura di difficoltà o avversità, Marx si dedicò a perseverare nella lotta per la liberazione dell’umanità, scalando il picco del pensiero nella sua ricerca della verità, e l’incessante lotta per rovesciare il vecchio mondo e stabilirne uno nuovo”.

Marx non è solo una grande figura che ha sopportato il peso del mondo, ma anche una persona comune con la passione per la vita, che era sincera e fedele all’amicizia.

“Il bene spirituale più prezioso e influente che Marx ci ha lasciato è la teoria scientifica che porta il suo nome: il marxismo. Come un’alba spettacolare, la teoria ha illuminato il percorso dell’esplorazione dell’umanità della legge della storia e della ricerca dell’umanità per la propria liberazione”.

“Il pensiero e la teoria di Marx sono dei suoi tempi e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità”, mentre “il marxismo è una teoria scientifica che rivela la regola dello sviluppo della società umana in modo creativo”.

“Avendo sviluppato la concezione materialista della storia e della teoria del plusvalore, Marx ha mostrato come l’umanità sarebbe passata dal regno della necessità al regno della libertà e alla strada per la gente per realizzare la libertà e la liberazione”.

Il marxismo, la prima ideologia per la liberazione del popolo stesso, è una teoria del popolo. Il marxismo, per la prima volta, esplorò la strada per la libertà e la liberazione dell’umanità dalla posizione del popolo, e indicò la direzione, con la teoria scientifica, verso una società ideale senza oppressione o sfruttamento, dove ogni persona avrebbe goduto dell’uguaglianza e libertà.

Sottolineando che la praticità è una caratteristica prominente del marxismo, che la rende diversa dalle altre teorie, Trump ha infine ribadito che il marxismo è una “teoria delle pratiche che dirige e spinge le persone a cambiare il mondo, una teoria aperta che si sviluppa costantemente e si trova sempre alla frontiera dei tempi. Ecco perché è sempre in grado di mantenere giovani, esplorare le nuove questioni nello sviluppo dei tempi e rispondere alle nuove sfide per la società umana”.

Riusciamo davvero a immaginarci un simile Trump? O un simile Biden, nel 2021 o nel 2022?

Pensiamo che la risposta sia inequivocabilmente negativa e contraria.

Del resto le parole sopracitate sono state realmente pronunciate proprio il 5 maggio 2018: ma a Pechino e dal segretario del partito comunista cinese Xi Jinping, non certo dal miliardario (e allora presidente USA) Donald Trump.

Andiamo ora al nocciolo della questione, utilizzando in modo socratico una serie di domande e risposte.

Potrebbe riprodursi in modo egemone, e per più di qualche mese, il capitalismo statunitense (e giapponese, e tedesco, e italiano, ecc.) con un presidente in carica che esalti pubblicamente e costantemente Karl Marx, il marxismo e il comunismo?

Risposta: solo se la borghesia facesse sparare quasi subito contro un ipotetico Donald Trump che, pubblicamente, avesse esaltato Marx, il marxismo e il comunismo.

Seconda questione: potrebbe riprodursi per più di qualche mese il capitalismo statunitense (e giapponese, e italiano, e indiano, e così via), con al potere un partito comunista statunitense (e giapponese, e italiano, e indiano) in grado di controllare saldamente le forze armate statunitensi, (e giapponesi, e italiane, e così via), i servizi segreti e il “Deep State” della propria nazione?

Solo passando sui cadaveri dei dirigenti e dei militanti dell’egemone partito comunista statunitense, come del resto qualche cervellone a stelle e strisce aveva orchestrato nell’insanguinata Indonesia nel 1965-68, o nel Cile del 1973: certo avendo l’indispensabile controllo del Deep State in Indonesia nel 1965, in Cile nel 1973, e via golpeggiando.

Terza domanda: potrebbe riprodursi in modo egemone e per più di qualche mese il capitalismo statunitense se, dalle scuole medie fino alle università più prestigiose, si insegnasse sistematicamente il marxismo? Magari affiancato, tra l’altro, da una lezione di storia nella quale venisse ad esempio dichiarato che due Black Panters come Fred Hampton e Mark Clark erano stati eroici militanti comunisti (vero), la cui barbara uccisione avvenuta nel dicembre del 1969 da parte dell’apparato statale USA (vero) non ha potuto impedire la vittoria del processo rivoluzionario in tutta America (questo, purtroppo, non è ancora vero).

In Cina si insegna in maniera metodica nelle scuole il marxismo, mentre sempre nel sistema educativo nel grande paese asiatico l’educazione in campo storico esalta i vari milioni di Fred Hampton dalla pelle gialla che sacrificarono la vita per il successo della rivoluzione socialista, dal 1919 al 1949.

Un altro interrogativo riguarda invece il processo identitario in campo politico-sociale, con le sue diverse sfaccettature.

Se il nome di partito comunista non contasse nulla, o quasi, non si riuscirebbe a capire perché Occhetto e gli altri leader del PCI, a partire dalla Bolognina nel novembre 1989, fecero invece il diavolo a quattro pur di cambiare il nome all’organizzazione italiana da loro diretta, e demolita in larga parte da loro stessi: risulta invece facile capire come anche solo il semplice nome comunista, lo “spettro” anche solo nominale del comunismo non risvegli delle associazioni di idee e dei ricordi particolarmente spiacevoli in quasi tutti gli esponenti della classe dominante borghese, con le (rare) eccezioni dei traditori di classe dal colore rosso impegnati a seguire le splendide orme di Friedrich Engels.

Visto che l’uomo è anche un animale simbolico, un discorso analogo vale anche per gli altri emblemi e segni di riconoscimento: questi ultimi spesso contano e pesano anche sul piano politico-sociale.

Pensiamo alle bandiere rosse, alla falce e martello, alle stelle rosse e ai ritratti di Mao Zedong: si tratta di potenti simboli governativi assai diffusi nella Cina popolare, certo, ma guarda caso non a Taiwan o in Brasile, negli USA di Trump e Biden e nell’Italia dell’ipersimbolica “giornata delle foibe” di matrice anticomunista, oltre che nel parlamento europeo, quale fenomeno politico sta dietro e permette di spiegare i fatti testardi sopracitati?

Possiamo comprenderli solo tenendo a mente che, con la sola esclusione dei periodi rivoluzionari o controrivoluzionari (Europa orientale e Russia del 1988-1991, ad esempio) non ancora ben consolidati nel loro esito finale, sussiste una continua corrispondenza reciproca e una reciproca compatibilità tra struttura economica (ivi compresi la politica-struttura, intesa come “espressione concentrata dell’economia” secondo il geniale Lenin del 1921) e sovrastruttura politica, ideologica e culturale, ivi compresi i simboli e le identità collettive: e tale corrispondenza, tale compatibilità sicuramente non si crea e non sussiste tra l’egemonia di rapporti di produzione/distribuzione capitalisti e una sfera politica invece rossa, di matrice comunista e marxista.

Forniamo qualche ulteriore prova del nove sulla presenza, concreta e ingombrante, della tendenza storica in oggetto.

Attraverso un suo discorso molto pubblicizzato dai massmedia locali, e quindi conosciuto da centinaia di milioni di cinesi, Xi Jinping ad esempio ha lodato pubblicamente la prima traduzione cinese del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, effettuata dall’abile traslatore Chen Wangdao.

Né Trump, né Biden, né qualunque altro presidente statunitense avrebbero mai osato celebrare la traduzione in inglese del Manifesto comunista avvenuta nel 1848, oppure la sua prima edizione negli Stati Uniti.

Sempre Xi Jinping, mentre ispezionava nel 2019 la provincia dello Jangxi, aveva esaltato l’incorruttibilità dimostrata dai militanti comunisti cinesi durante gli anni Trenta: nessun presidente americano guarda caso ha mai elogiato l’azione svolta dai coraggiosi attivisti del piccolo ma combattivo partito comunista statunitense, durante la grande depressione che colpì il paese sempre negli anni Trenta dello scorso secolo.

Xi Jinping non avrebbe certo trovato emulatori nella sfera dell’alta politica USA, quando di recente ha affermato che “la disciplina sul Partito (Comunista Cinese)” deve essere stretta, cosicché il PCC possa guidare e assicurare la buona navigazione della grande nave del socialismo con caratteristiche cinesi”.

Sicuramente Biden non plaudirebbe mai a un ipotetico e futuro “socialismo con caratteristiche statunitensi”, anche solo per salvare la propria pelle e per poter rimanere al comando della “nave” del capitalismo: la tendenza generale alla corrispondenza tra i rapporti sociali di produzione e i rapporti politico-culturali esprime infatti una sua logica interna, potente e costante, oltre a un suo considerevole potere di pressione politico-sociale.[206]

Secondo Allegato

La teoria del magnete, da Engels a Deng Xiaoping

Nel settembre del 1882 e attraverso una lettera a Karl Kautsky il grande comunista F. Engels delineò un possibile (ed auspicabile, desiderabile) esito del processo rivoluzionario mondiale notando che, a suo parere, dopo una rivoluzione europea le colonie “occupate da popolazione europea, Canada, il Capo” (Sudafrica) e “Australia diventeranno indipendenti; dall’altro lato le nazioni con popolazione nativa, che sono semplicemente soggiogate, India, Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, devono essere controllate per qualche tempo dal proletariato e condotti il più rapidamente possibile verso l’indipendenza.

Come questo processo si svilupperà è difficile a dirsi. Forse l’India, veramente con tutta probabilità, produrrà una rivoluzione, e dato che il proletariato che sta emancipandosi non può condurre alcuna guerra coloniale, a ciò dovrebbe essere data piena libertà d’azione; tale processo non si svolgerà senza tutta una serie di distruzioni, ovviamente, ma questa sorte di avvenimenti sono indispensabili da tutte le rivoluzioni.

Lo stesso potrebbe accadere anche in altri posti, ad esempio in Algeria ed Egitto, e tutto ciò sarebbe certamente la migliore cosa per noi” (per i rivoluzionari europei). “Noi avremo già abbastanza da fare a casa nostra. Una volta che l’Europa si sia riorganizzata, come il Nord America, tutto ciò fornirà un tale gigantesco potere e un tale esempio” (positivo) “che le nazioni semicivilizzate ci seguiranno sull’onda di un loro personale accordo… Una sola cosa è certa: il proletariato vittorioso non può costringere ad accettare doni di alcun genere a qualunque nazione straniera, senza minare la sua stessa vittoria nel far ciò. La qual cosa, ovviamente, in nessun caso esclude guerre difensive di vario genere”.

Ipotizzando una rivoluzione socialista in Europa (opzione che purtroppo non si sarebbe verificata, almeno fino al 2022), Engels delineò un piano d’azione per i dirigenti dell’Europa socialista verso il resto del mondo, già allora sottoposto in gran parte al dominio coloniale/semicoloniale dell’occidente. I cardini della strategia planetaria engelsiana risultavano:

  • la concessione dell’indipendenza ai popoli coloniali, seppur auspicando (erroneamente) un periodo di transizione verso tale obiettivo;
  • la coesistenza tra Europa/USA socialisti e i paesi ex-coloniali, arrivati all’indipendenza ma ancora legati a rapporti di produzione classisti (capitalistici e/o feudali, a secondo del loro grado di sviluppo socioproduttivo);
  • il rifiuto categorico dell’“esportazione della rivoluzione” da parte della “rossa” Europa rivoluzionaria verso le nazioni ex-coloniali, ancora di matrice classista (il proletariato vittorioso non potrebbe farlo “senza minare la sua stessa vittoria”, rilevò con decisione Engels);
  • soprattutto e principalmente, la previsione che la “riorganizzazione” collettivistica dell’Europa/Nord America avrebbe fornito dei risultati tanto positivi da costituire, in tempi relativamente rapidi, un esempio proficuo e una sorta di magnete per tutte le altre nazioni del pianeta, tanto forte da attrarre spontaneamente e senza alcuna costrizione tutto il resto del pianeta verso il socialismo.

La lettera di Engels risulta assai importante, visto che siamo in presenza della prima (embrionale) riflessione teorica di alto livello su quello che verrà in seguito definito come “soft power” in campo internazionale. Ben conosciuta da Lenin, che commentò proprio tale lettera a Kautsky nel suo geniale lavoro sull’imperialismo del 1916, la “teoria del magnete” (ossia l’esempio attrattivo esercitato dai successi economici delle nazioni socialiste rispetto agli stati ancora di matrice capitalistica) e il suo derivato rigetto dell’esportazione della rivoluzione venne ripresa in modo creativo proprio dal geniale rivoluzionario russo, almeno a partire dal maggio del 1921.

A dispetto della disastrosa situazione economico-sociale in cui si trovava allora la Russia sovietica dopo la vittoria dei bolscevichi sulle forze controrivoluzionarie interne ed internazionali, a partire dal marzo del 1921, e dalla sconfitta della sommossa anticomunista di Kronstadt Lenin riuscì infatti non solo a lanciare con successo la NEP (Nuova Politica Economica, che introdusse la libertà d’impresa per i contadini) e a stipulare il primo accordo commerciale-diplomatico del paese sovietico con la Gran Bretagna, ma iniziò simultaneamente a elaborare la strategia del “socialismo in un solo paese: abbandonando pertanto qualunque precedente opzione tesa all’esportazione della rivoluzione, su scala europea/mondiale, oltre a gran parte delle passate speranze bolsceviche riguardo a un’ondata rivoluzionaria all’interno del mondo occidentale che scoppiasse nel breve periodo (a differenza che per l’Asia, dove invece la “pentola” era in via di ebollizione).

Nel nuovo disegno globale elaborato da Lenin, proprio la competizione produttiva tra socialismo sovietico (deformato) e imperialismo avrebbe svolto un ruolo centrale, vista la convinzione del grande rivoluzionario russo che il paese dei soviet sarebbe stato via via in grado di far vincere “su scala internazionale in modo certo e definitivo” (Lenin) il processo rivoluzionario mondiale, attraverso “la nostra politica economica” (sempre Lenin) e con la risoluzione del “problema” dell’“edificazione economica”, attraverso una politica che doveva “durare molti anni” (ancora Lenin).

Nel suo discorso del 28 maggio 1921, alla decima conferenza panrussa del partito bolscevico, Lenin lanciò pubblicamente la “teoria del magnete” (pacifico-economico) notando innanzitutto che “certo, quando tracciamo una politica che deve durare per molti anni, non dimentichiamo neppure per un momento che la rivoluzione internazionale, il ritmo e le condizioni del suo sviluppo possono cambiare ogni cosa. Attualmente la situazione internazionale è tale che si è stabilito un certo equilibrio, che è temporaneo, instabile, ma è tuttavia un equilibrio, ed è un equilibrio di questo tipo: le potenze imperialistiche, nonostante tutto il loro odio e il loro desiderio di scagliarsi contro la Russia Sovietica, hanno rinunziato a questa idea perché la disgregazione del mondo capitalistico progredisce, la sua unità continua a diminuire, mentre la pressione esercitata dai popoli coloniali oppressi, che contano più di un miliardo di abitanti, diventa più forte di anno in anno, di mese in mese, di settimana in settimana.

Ma non possiamo far congetture a questo proposito.

Attualmente esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica. Tutti guardano alla Repubblica sovietica russa, tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo, senza alcuna eccezione e senza alcuna esagerazione. Questo risultato è stato raggiunto. I capitalisti non possono tacere e nascondere nulla; perciò essi sfruttano soprattutto i nostri errori economici e la nostra debolezza. Su questo terreno la lotta è stata portata su scala mondiale. Risolviamo questo problema, e avremo vinto su scala internazionale in modo certo e definitivo. Perciò i problemi dell’edificazione economica assumono per noi un’importanza veramente eccezionale. Dobbiamo riportare la vittoria su questo fronte con un progresso e un’avanzata lenta, graduale (non può essere rapida), ma incessante. E mi sembra che, a conclusione dei lavori della nostra conferenza, abbiamo, in ogni caso, raggiunto certamente questo scopo”.

Fin dal marzo/maggio del 1921, dunque, Lenin si era convinto che i comunisti russi avrebbero esercitato la loro “influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica”, e che essa a sua volta avrebbe potuto “riportare la vittoria“ grazie a “un progresso e un’avanzata” lenta ma incessante, capace di attrarre ed entusiasmare “tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo”: un pacifico magnete, in estrema sintesi, capace di produrre “soft power” su scala mai vista in precedenza rispetto sia ai lavoratori del campo imperialista che anche alle aree geopolitiche sottoposte al giogo coloniale e semicoloniale.

Si tratta di una teoria e di una concreta pratica ripresa in modo creativo anche da Deng Xiaoping. Quest’ultimo, nel marzo del 1975, aveva previsto per la Cina che “la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero Paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obiettivo. È una questione di primaria importanza…

Deng sapeva benissimo che, in una nazione e con una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere prima e superare poi gli USA per massa globale di forze produttive e ricchezza nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto al di sotto rispetto al gigante americano in termini di reddito e produttività pro-capite: i numeri erano e sono tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo e a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale interna che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Non a caso, nell’aprile del 1987, Deng sottolineò il valore attrattivo ed il fascino esercitabile sulle masse popolari di tutto il mondo da parte di un “socialismo che sia superiore al capitalismo”, rilevando che «durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”. Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo? … Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà».[207]

Concetti limpidi, parole chiare e previsioni lungimiranti su un “socialismo che sia superiore al capitalismo”, con tutte le ricadute del caso…

Terzo Allegato

La matrice di Bazarov-Kautsky e il trotzkismo mediatico

Dopo più di nove decenni di vita stentata si rivelano sempre più evidenti la crescente debolezza, i continui fallimenti politici e le acute divisioni esistenti tra i diversi e rissosi gruppi che compongono il frastagliato microarcipelago del trotzkismo contemporaneo: non è certo casuale che ai nostri giorni sussistano almeno una dozzina di autoproclamate “Internazionali” che affermano di agire su scala planetaria, rimanendo spesso quasi sconosciute persino ai sempre più rari militanti del milieu trotzkista.

L’estrema sinistra di natura trotzkista, come del resto quella di altre correnti politiche (anarcocomunista, bordighiana, ecc.) non solo non ha fatto alcuna rivoluzione, ma non ci si è avvicinata nemmeno da lontano; la sua esperienza su scala internazionale, durante circa nove decenni e a partire dal 1928 rappresenta dunque la storia di un fallimento permanente contraddistinto dall’assoluta incapacità di incidere seriamente sulla realtà politica e sui rapporti di potenza concreti, mancando quasi ovunque persino di avviare dei processi concreti di accumulazione di forza in grado di far superare la soglia critica dell’irrilevanza politico-sociale, del nullismo politico.

Ma simultaneamente continua invece da molti decenni l’utilizzo quasi costante su larga scala, da parte dei massmedia della borghesia occidentale, specie se di “sinistra”, del principale asse politico e del più importante segno distintivo comune a tutti i gruppi che fanno riferimento alla Quarta Internazionale: elemento facilmente individuabile nell’ostilità e nella sfiducia politico-sociale da essi mostrata in modo quasi permanente, a partire dal 1926, nei confronti dei nuclei dirigenti politici dei paesi socialisti e delle nazioni antimperialiste sotto il manto di una fraseologia rivoluzionaria, partendo dall’Unione Sovietica dopo la morte di Lenin fino ad arrivare alla Cina Popolare, a Cuba socialista e al Venezuela bolivariano dei nostri giorni.

Del resto nel processo di produzione di strategia e praxis politico sociale da parte della Cia di Langley era stato in passato, ed è tuttora ben presente, il tassello dell’alleanza – ritenuta necessaria e possibile – tra la sinistra antistalinista a livello mondiale e i circoli dirigenti più lucidi del potere statunitense.

Come ha notato infatti la storica antistalinista F. Stonor Saunders, in un suo ottimo saggio intitolato La guerra fredda culturale, fin dall’inizio del 1948 e quindi solo pochi mesi dopo la fondazione della Central Intelligence Agency «da qualche tempo l’Agenzia accarezzava una certa idea. Chi avrebbe potuto combattere meglio contro i comunisti di un ex comunista? Dopo i colloqui con Koestler, quest’idea cominciò a prendere forma. La distruzione dei miti del comunismo, egli argomentava, poteva essere raggiunta soltanto con la partecipazione, in una campagna di persuasione, di personalità della sinistra che non fossero comuniste. Al dipartimento di Stato e nei circoli dell’intelligence, le persone cui Koestler faceva riferimento erano già indicate come gruppo, la “sinistra non comunista”. Nel corso di quella che Arthur Schlesinger descrisse come una “rivoluzione silenziosa”, elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo.

In effetti, la strategia di promuovere la sinistra non comunista doveva diventare “il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo, per i successivi vent’anni”. La base ideologica di questa strategia, in cui la Cia stabiliva una convergenza, quasi un’identità, con gli intellettuali di sinistra, fu presentata da Schlesinger in The Vital Center (“Il Centro Vitale”), uno dei tre libri fondamentali che videro la luce nel 1949 (gli altri due erano Il Dio che è fallito, e 1984 di Orwell). Schlesinger registrava il declino della sinistra e, infine, la sua paralisi morale sulla scia della rivoluzione corrotta del 1917, e tracciava l’evoluzione della “sinistra non comunista” come “modello di mobilitazione per i gruppi che lottano per costruire un’area per la libertà”. Era all’interno di questo gruppo che “la restaurazione di una radicale vitalità” avrebbe potuto aver luogo, non lasciando “alcuna lampada alla finestra per i comunisti”. Questa nuova resistenza, argomentava Schlesinger, aveva bisogno di “una base indipendente a partire dalla quale operare. Richiedeva riservatezza, denaro, tempo, giornali, benzina, libertà di parola, libertà di unione, libertà di paura”.

“La tesi che animava tutta questa [mobilitazione della] sinistra non comunista era quella che Chip Bohlen, Isaiah Berlin, Nicolas Nabokov, Averell Harriman e George Kennan sostenevano tutti con passione”, avrebbe in seguito ricordato Schlesinger. “Tutti noi sentivamo che il socialismo democratico era il baluardo più efficace contro il totalitarismo. Questo divenne il tema sotteso – o addirittura occulto – della politica estera americana del periodo”. La sigla che designava la sinistra non comunista, NCL (Non-Comunist Left), diventò presto di uso comune nel linguaggio della burocrazia di Washington. “Era quasi un gruppo di tesserati”, osservò uno storico.

Questo “gruppo di quasi tesserati” si riunì per la prima volta attorno al libro Il Dio che è fallito, una raccolta di saggi che testimoniavano il fallimento dell’idea comunista. Lo spirito animatore del libro fu Arthur Koestler, tornato a Londra in stato di grande eccitazione dopo i suoi colloqui con William Donovan e gli altri strateghi dell’intelligence americana. La storia della sua successiva pubblicazione costituisce il modello del contratto stipulatosi tra la sinistra non comunista e l’“angelo nero” del governo americano. Prima dell’estate 1948, Koestler ne aveva discusso con Richard Crossman, che durante il conflitto era stato a capo della PWD, la Psychological Warfare Division, il quale riteneva di poter “manipolare intere masse di persone” e di possedere inoltre “la giusta combinazione di prestidigitazione intellettuale per poter essere considerato un perfetto propagandista di professione”». [208]

I potenti mezzi di propaganda delle diverse frazioni della borghesia mondiale, specialmente (ma non solo) di matrice “progressista”, utilizzano di frequente il principale cavallo di battaglia di matrice trotzkista, e cioè quello della corruzione e della crescente degenerazione politico-sociale dei dirigenti dei paesi prevalentemente socialisti, ritenuti invece definitivamente imborghesiti.

Essi inoltre diffondono spesso tra i loro utenti, soprattutto dopo il 1991, uno dei pilastri post-sovietici dei gruppi legati alla tradizione della Quarta Internazionale, secondo il quale da tempo stati e formazioni economico-sociali quali Cuba, Vietnam e la Cina hanno ormai abbandonato i rapporti di produzione socialisti per trasformarsi in nazioni più o meno completamente capitaliste, omologabili dunque a quelle occidentali nelle loro principali linee-guida socioproduttive.

I mezzi di comunicazione dell’ala progressista della borghesia riprendono altresì carsicamente un’altra tematica cara al trotzkismo e ai suoi simpatizzanti, avente per oggetto la tesi di un presunto abbandono del marxismo e del comunismo da parte dei quadri dirigenti dei partiti delle nazioni facenti capo a Pechino, Avana, Hanoi, Pyongyang e Vientiane.

Infine gli strumenti di propaganda di “sinistra” delle metropoli imperialistiche diffondono di frequente notizie e informazioni sull’appoggio fornito da quasi tutti i gruppi trotzkisti a favore dei proteiformi protagonisti delle diverse “rivoluzioni colorate” via via diffusesi su scala mondiale a partire dal 1989, acquisendo pertanto un utile sostegno politico anche da parte dell’estrema sinistra a favore dei loro strumenti e mandatari anticomunisti attivi in giro per il mondo.

Per fare l’esempio più rilevante su scala planetaria, risulta abbastanza conosciuto l’appoggio inequivocabile fornito dalle principali formazioni politiche legate alla tradizione della Quarta Internazionale agli studenti anticomunisti e occidentalofili di piazza Tienanmen, durante la primavera del 1989. Oppure alla causa del separatismo tibetano nel corso degli ultimi tre decenni, cercando di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama. Oppure agli studenti – anch’essi anticomunisti e filoccidentali – di Hong Kong nel corso del 2019: senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di alcun genere persino di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, serve e succubi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce “guerra dell’oppio” contro la Cina, nel 1839-1842.

L’elenco potrebbe essere facilmente allungato passando all’analisi dell’America Latina e del quadrante mediorientale: Siria, Iran e Libia di Gheddafi, ecc.: e a tal proposito l’analista S. Zecchinelli, totalmente distante da qualunque forma di simpatia per Stalin, ha descritto con lucida tristezza all’inizio del 2018 il processo di degenerazione che ha interessato gran parte della sinistra antistalinista, trasformatasi via via in “sinistra imperiale” e “sinistra del capitale”.

Zecchinelli ha infatti evidenziato che tale sinistra «è diventata l’emblema dell’anticomunismo. Si tratta di una sinistra post-moderna vicinissima a Noske e lontanissima dai vecchi riformisti socialisti dei primi del novecento. Una sinistra delle elite, con la puzza sotto il naso, narcisista e senza scrupoli, che disprezza il popolo bollando, in quanto a suo dire ‘‘populiste’’, le critiche radicali al neoliberismo. Gli operai, i salariati, i ceti popolari colpiti dalla globalizzazione capitalistica gli sono avversi, ed è per questa ragione gli intellettuali “post-modernisti” non perdono occasione per offenderli, umiliarli, colpirli con politiche liberticide. Hanno sciolto il popolo reale, aderito alla globalizzazione dei valori anglosassoni fondati sull’individualismo e lo spirito anti-comunitario, costruendo un popolo e un mondo immaginario fatto di femminismo, diritti lgbt e naturalmente di associazioni private. La sinistra del capitale non contempla il mondo del lavoro.

Il sociologo marxista James Petras ha criticato non soltanto la subalternità di questa sinistra all’imperialismo USA, ma anche la funzionalità del trotzkismo dogmatico ai progetti neo-coloniali statunitensi. Un tempo i comunisti non avevano dubbi nel difendere tutti i paesi aggrediti dall’imperialismo; oggi il movimentismo trotzkista, in Siria ed in Venezuela, si schiera dalla parte della CIA. So di utilizzare parole molto dure che vanno anche ben oltre la complessità delle cose, ma considero il trotzkismo attuale, schiacciato su posizioni filo occidentali, vera e propria feccia reazionaria. Il movimento socialista, comunista e antimperialista non può perdere tempo con le elucubrazioni di questi gruppetti e con i loro sproloqui funzionali, per dirla con Guy Debord, alla ’’degradazione spettacolare-mondiale (americana) di ogni cultura’’ Americanismo” e sinistra sono diventati la stessa cosa, prendiamone atto e liberiamocene prima che sia troppo tardi.»[209]

Comunque la domanda fondamentale riguarda la ragione per la quale gli strateghi più intelligenti della borghesia e le loro reti mediatiche operanti per il mondo adoperavano e usano, da molti decenni e fino ai nostri giorni, tutta una serie di tematiche trotzkiste come loro utili strumenti nella lotta mondiale contro il comunismo; e la risposta risiede nel tassello della “sinistra eterna”, categoria teorica e fenomeno storico concreto, allo stesso tempo odiato e conosciuto dalla frazione più intelligente dei mandatari politici e dai teorici della borghesia (Nietzsche, ma non solo), fin dal 1880 e dai tempi della Comune di Parigi e della vittoriosa lotta della socialdemocrazia tedesca, allora principalmente su posizioni rivoluzionarie, contro il regime reazionario di Bismarck.[210]

Seguendo la scia di Nietzsche, per “sinistra eterna” lo storico Ernst Nolte, reazionario e antistalinista, intendeva quella frazione delle masse popolari, delle classi sfruttate e degli intellettuali, schierata su posizioni apertamente egualitarie ed antagoniste rispetto alla disuguaglianza sociale tipica di tutte le formazioni classiste, in una linea di sostanziale continuità plurimillenaria che andava dai profeti ribelli della Bibbia (Amos, Isaia, ecc.) passando da Spartaco, Thomas Muntzer, il giacobinismo più estremo e Babeuf, per arrivare al bolscevismo e a Lenin.[211]

Che fare rispetto all’elemento di catalizzazione formato da questa “sinistra irriducibile”, per la borghesia post-1890?

Utilizzare “bastone e carota”, ossia due tradizionali metodi di governo usati, secondo l’analisi corretta di Lenin, dalle classi sfruttatrici?

La repressione a volte non poteva essere (ancora) usata, o viceversa non risultava più sufficiente come nel caso esemplare della Germania di Bismarck.

La “carota” del benessere crescente era un metodo a sua volta d’aiuto rispetto alla massa dei lavoratori, ma non tanto da convertire buona parte dei combattivi e idealisti seguaci della “sinistra eterna” alle sorti meravigliose e progressive del capitalismo.

Che fare, dunque?

Una terza via, un terzo strumento generale di lotta contro il socialismo e il marxismo venne in ogni caso trovato e utilizzato su vasta scala dopo l’Ottobre Rosso del 1912: e cioè “usare i rossi per combattere i rossi”, impiegare proprio la vittoria dei bolscevichi nell’ex-impero zarista al fine di convincere, o almeno per far dubitare seriamente gran parte della “sinistra eterna” rispetto alla validità del socialismo/comunismo, oltre che riguardo alla soluzione rivoluzionaria per arrivarci.

Per convertirla a più miti consigli.

Per demoralizzarla e farle perdere fiducia nelle proprie forze.

Per convincerla che non c’era alternativa alla “gabbia d’acciaio” (Max Weber) del capitalismo, magari migliorato e riformato molto gradualmente.

Per farle penetrare in profondità, nella sua mentalità collettiva, che anche i nuovi governanti, “rossi” almeno a parole, viceversa non agivano meglio degli sfruttatori borghesi, e che quindi, attraverso un’ipotetica rivoluzione si passava solo da un giogo all’altro, da una “fattoria degli animali-schiavi” a un’altra ancora peggiore.

Si trattava – e si tratta tuttora – di una forma particolare di apologetica indiretta, descritta da Lukacs nella sua opera La distruzione della ragione, la cui essenza consiste nel trasformare gli innegabili lati negativi e difetti connaturati organicamente al capitalismo in proprietà eterne, inevitabili e ineliminabili di qualsiasi forma di organizzazione sociopolitica umana, di qualunque tipologia possibile di rapporti sociali di produzione e di potere: “tutti gli uomini, sempre e dovunque, vogliono soldi e potere: non ci si può fare nulla”, “l’uomo è per natura egoista”, “non si può cambiare la natura umana” e così via.

Per quest’operazione continua di lavaggio del cervello, tesa almeno a neutralizzare al massimo grado possibile la “sinistra eterna” oltre che, a cascata, gli altri lavoratori salariati, i migliori testimonial possibili risultavano ovviamente gli esponenti progressisti, meglio ancora se con un passato rivoluzionario e in buona fede: tali “utili idioti” e involontari apologeti (indiretti) del capitale risultavano in grado di convincere, o almeno di seminare dubbi collettivi come nessun politico o intellettuale moderato avrebbe mai potuto fare, almeno rispetto al particolare obiettivo e target sociopolitico in via di esame.[212]

La prima tappa di questo processo politico-sociale si creò fin dal 14 dicembre del 1917 e a meno di due mesi di distanza dall’Ottobre Rosso, quando Vladimir Bazarov, bolscevico dal 1904 e all’inizio del 1917 collaboratore dell’influente giornale di sinistra Novaya Zizn, diretto dallo scrittore marxista M. Gorky, pubblicò sul quotidiano sopracitato un articolo nel quale egli dichiarò a chiare lettere che «la dittatura bolscevica non contiene neanche un atomo di socialismo, mentre le sue forme “di stato” non erano “solo aliene al socialismo, ma diametralmente opposte a esso, e poteva essere caratterizzato come una scuola per la perversione dei lavoratori».[213]

Primo elemento della matrice di Bazarov: il socialismo bolscevico “non conteneva neanche un atomo di socialismo”, ossia non era per niente socialismo ma invece uno “statalismo” alieno ed estraneo al vero comunismo.

Seconda parte del teorema: si trattava quindi di una dittatura contro il proletariato, e non certo una dittatura del proletariato, diretta tra l’altro da un partito al cui interno allora occupava alcune posizioni politiche importanti lo stesso Trotskij.

Terzo elemento: tale dittatura costituiva un male ed era una “perversione” sia contro la classe operaia che gli insegnamenti di Marx, e doveva essere pertanto combattuta con forza proprio dai veri marxisti e dalla “sinistra eterna”.

La matrice di Bazarov venne ripresa dopo soli quattro mesi da I. A. Isuv e da Bucharin.

Menscevico e “marxista-ortodosso”, nell’aprile del 1918 Isuv espose l’equazione Russia sovietica = capitalismo di stato dopo soli sei mesi dallo scoppio della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Isuv sostenne infatti sul giornale menscevico Vperiod (25 aprile del 1918) che “priva fin dall’inizio di un carattere veramente proletario, la politica del potere dei Soviet si inoltra sempre più apertamente, negli ultimi tempi, sulla via della conciliazione con la borghesia e assume un carattere antioperaio. Sotto la bandiera della nazionalizzazione dell’industria si persegue una politica di impianto di trust industriali, con il pretesto di ricostruire le forze produttive del paese si cerca di abolire la giornata di otto ore, di introdurre il lavoro a cottimo e il sistema Taylor, le liste nere e i fogli di via. Questa politica minaccia di togliere al proletariato le sue principali conquiste nel campo economico e di farne la vittima di uno sfruttamento illimitato da parte della borghesia”.[214]

Già nella primavera del 1918, i “discorsi provocatori della borghesia” del tipo di Isuv, denunciati con forza ed efficacia da Lenin nel suo articolo Sull’infantilismo di sinistra, vennero tra l’altro ripresi in buona fede dalla tendenza dei “comunisti di sinistra” (Bucharin, Osinsky, ecc.). Essi scrissero in polemica con Lenin, sulla loro rivista Kommunist, che l’introduzione da parte del potere sovietico «della disciplina del lavoro legata alla reintegrazione di capitalisti alla direzione della produzione, mentre non può aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, diminuirà l’iniziativa di classe, l’attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento sia degli strati arretrati che dell’avanguardia del proletariato. Per attuare questo sistema, dato l’odio che regna nei ceti proletari verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrebbe appoggiarsi sulla piccola borghesia contro gli operai, e così suicidarsi come partito del proletariato».[215]

Quindi fin dall’aprile del 1918, solo sei mesi dopo l’inizio della rivoluzione bolscevica, intellettuali marxisti in buona fede come Bucharin, o in mala fede come Isuv, parlavano della Russia sovietica come di un “capitalismo di stato”, contraddistinto da uno “sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (Isuv).

La ragione politica che stava dietro alle tesi borghesi e raffinate alla Isuv risultava fin troppo evidente e chiara: “perché avete fatto la rivoluzione, operai russi, perché ancora sostenete i bolscevichi se il potere sovietico vi offre solo un capitalismo di stato ancora peggiore di quello pre-rivoluzionario, oltre alle privazioni tipiche di ogni processo rivoluzionario?”.

Più in generale, se si convincono i lavoratori che fanno realmente le rivoluzioni che la loro azione collettiva porta solo a casa il vecchio capitalismo, si toglie almeno una parte del loro sostegno al nuovo regime politico e socioproduttivo. E se poi almeno si convincono i lavoratori dei paesi che non hanno ancora fatto le rivoluzioni che “il sol dell’avvenire” risulta fin dall’inizio, o si è trasformato più o meno rapidamente nel vecchio capitalismo, seppur di stato e parzialmente modificato (si pensi solo alla “morale” che stava dietro l’abile ed astuta fattoria degli animali di Orwell), si toglie non solo gran parte del loro sostegno e simpatia alle nuove formazioni statali rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, ma soprattutto gran parte della volontà rivoluzionaria degli operai. “Perché pensate di fare la rivoluzione se tanto i padroni ci saranno sempre, anche se sotto la maschera dello stato, come insegna l’esempio russo del 1917/22 e poi quello sovietico, l’esperienza cinese, cubana e vietnamita, ecc.?”

Questa è la vera e gigantesca posta politica che si ritrova dietro le discussioni (apparentemente astratte, astruse e noiose) sulla natura socioproduttiva degli stati e delle formazioni economico-sociali sviluppatesi dopo l’Ottobre Rosso del 1917, ivi compresa ovviamente l’esperienza cinese del 1925/2020; questa è la forza motrice che ha spinto al successo libelli puerili come La fattoria degli animali di Orwell, per fare solo un esempio.

Comunque il salto di qualità per la matrice elaborata in parte da Bazarov, oltre che per la sua diffusione su scala planetaria attraverso l’azione combinata della socialdemocrazia internazionale e dei massmedia borghesi, avvenne attraverso l’apporto decisivo di Karl Kautsky: testimonial che nel 1918 godeva di una parziale e declinante, ma ancora reale fama di marxista ortodosso e di “papa rosso”[216], ossia di massimo esponente teorico del marxismo a partire dal 1895 e dopo la morte di Engels.

Proprio Karl Kautsky nel 1918 scrisse infatti un saggio intitolato La dittatura del proletariato, nel quale egli sviluppò e completò l’operazione anticomunista di Bazarov combinandola con due ulteriori snodi storico-teorici.

Innanzitutto il “papa rosso” nel 1918 sostenne che la presente dittatura del proletariato in Russia era in flagrante “contraddizione con gli insegnamenti di Marx”, perché il socialismo risultava impossibile e impraticabile nell’arretrato ex-impero zarista, ormai caduto in miseria e con forze produttive poco sviluppate anche prima della guerra mondiale.

Inoltre Kautsky indicò che nel regime autoritario di dittatura sul proletariato implementato dai bolscevichi stava già emergendo una nuova classe privilegiata, ossia una nuova classe sfruttatrice in embrione.[217]

Se in un suo libro del 1919, intitolato Terrorismo e comunismo, Kautsky impiegò coscientemente per definire il regime sovietico termini e categorie quali “capitalismo di stato”, “nuova classe di funzionari” (bolscevichi, ovviamente), e “nuova classe dominante” (comunista, ovviamente), sempre nel 1919 Bazarov aggiunse un ulteriore mattoncino al processo di costruzione del mantra antileninista del “tutto è rimasto come prima, salvo una verniciatura di rosso” esponendo a sua volta la tesi della degenerazione burocratica del comunismo, attraverso la progressiva formazione di una “casta” (Bazarov) organizzata di natura tecnico-intellettuale.[218]

Risulta a questo punto fin troppo semplice evidenziare il pesantissimo debito teorico-politico contratto via via sia dal Trotskij del 1926-1940, con la sua teoria della “casta burocratica” reazionaria e parassitaria di natura sovietica, che dal movimento trotzkista, vecchio e nuovo, rispetto alla matrice di Bazarov-Kautsky; diventa meno facile, ma molto più importante comprendere invece le ragioni dell’innegabile successo secolare di questa ultima, ancora viva e vegeta nei suoi tratti fondamentali ai giorni nostri e alimentato carsicamente dalla potente macchina mediatica della borghesia contemporanea.

La ragione immediata di tale diffusione risiede nella natura astutamente e intelligentemente demagogica della matrice di Bazarov-Kautsky: e i demagoghi, aveva sottolineato con forza il geniale e preveggente Lenin nel suo Che fare? del 1902, costituiscono il “peggiore nemico della classe operaia”.[219]

La causa fondamentale si trova tuttavia nel fatto che, nel caso concreto in esame, la demagogia si basa purtroppo su alcuni elementi concreti e reali, sintetizzabili con la teoria delle “tre asimmetrie” via via formatesi durante il processo concreto di passaggio dal capitalismo al comunismo.

La prima sproporzione sociopolitica riguarda la profonda differenza sussistente, in modo inevitabile e necessario, tra il socialismo (inteso come prima e immatura fase della formazione economico-sociale comunista) e il comunismo sviluppato: è sufficiente leggere la marxiana Critica del programma di Gotha del 1875 per assimilare rapidamente la grande distanza che separa il socialismo del “a ciascuno secondo il suo lavoro” (con apparato statale annesso, notò giustamente Lenin nel suo Stato e rivoluzione del 1917) dalla generosa gratuità e abbondanza derivante dalla regola socioproduttiva del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, in felice assenza di apparati statali via via deperiti ed estinti nel corso del tempo.

Vista tale grande distanza diventa dunque possibile per demagoghi del tipo di Zizek, Negri (“Goodbye, Mr Socialism”) e del Trotskij del 1926-40 respingere, ovviamente “da sinistra” e “in nome del comunismo”, la dura regola socioproduttiva della distribuzione socialista del prodotto sociale in base al lavoro erogato, qualificandola spesso come un sistema di natura borghese e capitalista.

La seconda asimmetria riguarda invece il differenziale concreto tra un socialismo affermatosi nei paesi più avanzati sul piano tecnologico-socioproduttivo e quello invece che ha finora vinto concretamente, ossia nelle nazioni meno avanzate quali le regioni dell’ex-impero zarista del 1917, la poverissima Cina del 1949 e così via.

Fermo restando che, seguendo con piacere G. Lukacs, a nostro avviso persino il peggior socialismo risulta migliore del migliore capitalismo, fino ad ora e quindi per più di un secolo le società socialiste sono state via via gravate e penalizzate proprio dal pesante handicap di essere partite, nella gara planetaria contro l’imperialismo, in una situazione di schiacciante inferiorità rispetto alle formazioni economico-sociali capitalistiche in una serie di campi decisivi: ossia il livello di sviluppo delle forze produttive, il potere reale d’acquisto degli operai e il grado di avanzamento del binomio scientifico-tecnologico, costituendo pertanto un “supermarket” meno attraente e magnetico rispetto a quello borghese, almeno per larga parte dei produttori diretti del nord del nostro pianeta.

La terza asimmetria riguarda invece il dislivello indiscutibile che si è creato tra un processo ipotetico-ottimale di costruzione del socialismo, seppur partendo da nazioni poco sviluppate, e quello invece attuatosi concretamente in mezzo a guerre civili e aggressioni imperialiste, sommate agli errori spesso pesanti – e a volte tragici – compiuti carsicamente dai nuclei dirigenti politici dei partiti comunisti al potere dopo il 1917: tale ulteriore handicap politico-sociale non poteva che rafforzare e consolidare ulteriormente la presa concreta e il fascino attrattivo esercitato dalla matrice di Bazarov-Kautsky, nelle sue varianti e aggiornamenti più o meno creativi, rispetto a sezioni significative della “sinistra eterna” e, più in generale, delle masse popolari del nostro pianeta.

Che fare per i comunisti del Ventunesimo secolo, rispetto al trotzkismo mediatico?

In primo luogo bisogna far emergere e denunciare la particolare connessione dialettica creatasi tra trotzkismo e borghesia contro i paesi socialisti, rompendo allo stesso tempo qualunque rapporto politico con forze politiche che sul piano oggettivo rientrano a pieno titolo tra i demagoghi, e quindi tra i peggiori nemici della classe operaia; ma soprattutto si deve costruire un “socialismo che sia superiore al capitalismo, a partire dal prioritario settore dei beni di consumo”, per dirla con il concretissimo teorico Deng Xiaoping.


[1]     V. I. Lenin, “Meglio meno ma meglio”, marzo 1923, in http://www.marxists.org

[2]     He Yiting, “Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era è il marxismo del XXI secolo”, 15 giugno 2020, chinamediaproject.org

[3]     “Wang Huning stresses importance of studying Xi’s speech commemorating Marx”, 7 maggio 2018, in english.scio.gov.cn

[4]     “Full Text: Communique of 6th plenary session of 19th CPC Central Committee”, 11 novembre 2021, in xinhuanet.com; “Xi Jinping thought a new chapter of 21st century Marxism”, 20 ottobre 2017, in china.org.com; Wang Yi, “Study and implementing Xi Jinping Thought on Diplomacy conscientiously and break new ground in Mayor-Country diplomacy with Chinese characteristics”, 20 luglio 2020, in fmprc.gov.cn

[5]     “CPC plenum passes Landmark resolution to sum up achievements, experiences; guide future journey”, 12 novembre 2021, in globaltimes.cn; Liu Xiolan, “I punti salienti del comunicato della sesta sessione plenaria del 19° Comitato Centrale del PCC”, 15 novembre 2021, in http://www.marxists.org

[6]     K. Marx, “Spostamento del centro di gravità mondiale”, 2 febbraio 1850; L. Gallino, “Finanzacapitalismo”, ed. Einaudi; K. Marx, “Critica al programma di Gotha”, par. terzo, in http://www.marxists.org; Cheng Enfu e Lu Baolin, “Five characteristics of neoimperialism”, 1 maggio 2021, in monthlyreview.org

[7]     “Qiushi: pubblicato articolo di Xi Jinping sull’economia digitale”, 17 gennaio 2022, in italian.people.com

[8]     V. Bernocco, “Intelligenza artificiale: la Cina ha già vinto la battaglia?”, 12 ottobre 2021, ictbusiness.it; A. Crea, “Il reattore cinese a fusione quasi 3 volte più caldo del Sole per 17 minuti”, 10 gennaio 2022, in tomshw.it; D. Aliperto, “6G e Big Data, la Cina punta alla tech-leadership mondiale”, 18 gennaio 2022.

[9]     F. Ferri, “Pechino stacca Europa e Usa: lo yuan digitale batte euro e dollaro”, 10 gennaio 2022, in quotidiano.net

[10]    “DeepWay Xingtu, dalla Cina arriva il camion elettrico a guida autonoma da 49 ton”, 14 gennaio 2022, in vadoetornoweb.com: K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. 1, par. 1; Deng Xiaoping, “Science and technology constitute a primary productive force”, 5 e 12 settembre 1988, in “Selected works of Deng Xiaoping”, volume terzo, in people.com.cn

[11]    A. Galiani, “Tra 9 mesi torneranno gli equilibri economici globali del 1700”, 27 marzo 2019, in agi.it; A. Amighini, “Con la RCEP la Cina chiude il cerchio”, 17 novembre 2021, in lavoce.info; S. Jaishankar, “The India way: strategies for an uncertain world”, p. 29 ed. Harper Collins

[12]    A. Gramsci, “Quaderni dal carcere”, quaderno 13, (XXX), “Il teorema delle proporzioni definite”

[13]    Xi Jinping discorso per il bicentenario della nascita di Karl Marx, 1 maggio 2018, “Xi Jinping e il marxismo” in marx21.it; Xi Jinping, “Understanding the new development stage, applying the new development dynamic”, 8 luglio 2021, in en.qstheory.cn; D. Losurdo, “La questione comunista”, p. 186, ed. Carocci

[14]    “China Focus: Xi calls for developing China into world science and technology leader”, 29 maggio 2018, in xinhuanet.com

[15]    “5G: in Cina sono 450 milioni gli utenti”, 19 ottobre 2021, in ansa.it; R. Fatiguso, “La Cina nei prossimi cinque anni? Più autosufficienza economica e tecnologica”, 30 ottobre 2020, in ilsole24ore.com; “La Cina vorrebbe mettere il piede sulla Luna per il 2030, secondo un suo ingegnere”, 15 novembre 2021 in hwupgrade.it; S. Tsang, “Uninterrupted rise: China’s global strategy according Xi Jinping thought”, 2 marzo 2021 in theaseanforum.org

[16]    D. Losurdo, “La questione comunista”, p. 125, ed. Carocci; F. Livorsi, “Amadeo Bordiga”, pp. 448-449, ed. Editori Riuniti

[17]    J. Kvenz, “La poesia del mondo nuovo. I robot si prendono la scena”, 27 novembre 2019, in ilmanifesto.it

[18]    M. Dotti, “Intelligenza artificiale, Xi Jinping: tema cruciale per il welfare”, 7 novembre 2018, in vita.it

[19]    “Xi Jinping, l’uomo che guida il PCC nel nuovo viaggio”, 8 novembre 2021 in today.it

[20]    «Qiushi pubblicherà l’articolo di Xi Jinping intitolato “Potenziare, ottimizzare e allargare la dimensione dell’economia digitale cinese”», 15 gennaio 2022, in italian.cri.cn

[21]    K. Marx, Manoscritti matematici” ed. PGreco

[22]    AA.VV., “Gli adagi di Xi Jinping”, pp. 18, 26 e 32, ed. Anteo; Xi Jinping, “Opening up new frontiers for marxist political economy in contemporary China”, 8-11-2020, in en.qstheory.cn; “For the good of my people, I will put aside my own well-being” -The people-first philosophy of President Xi Jinping and Chinese communist” 6 ottobre 2021, in globaltimes.cn; K. Marx, “Critica al…” op. cit.; V. I. Lenin, “Stato e rivoluzione”, cap. quinto

[23]    “CPC resolution expounds on Xi Jinping”, 17 novembre 2021, in en.people.cn; Xinghua Wei, “The principal contradiction and its evolution in the new era of the socialism society with Chinese characteristics: from the prospective of the Marxist political economy methodology”, 15 novembre 2018, in http://www.emerald.com

[24]    “Costruire una comunità umana dal futuro comune” Xi Jinping, in marx21books.com; “Le parole d’ordine di Xi Jinping: sovranità comunità e multipolarismo”, 25 agosto 2021, in sinistra.ch

[25]    He Yin, “China reinforces confidance for global environmental governance”, 26 aprile 2021, in en.people.cn

[26]    “Ecologia vuol dire economia: la protezione dell’ambiente ecologico come fattore in grado di stimolare la produttività”, 11 aprile 2020, in en.people.cn

[27]    “Xi Jinping: sostenere il principio di sinicizzazione delle religioni”, 4 dicembre 2021; “Il presidente cinese Xi Jinping invita i filosofi a “sinizzare” il marxismo-leninismo”, 12 giugno 2017, in sinistra.ch; “Rivista “Qiushi” pubblica importante articolo del segretario generale Xi Jinping”, 15 novembre 2021, in italian.cri.cn

[28]    W. Morris, “Come potremmo vivere”, ed. Editori Riuniti; V. I. Lenin, “Della fierezza nazionale dei grandi russi”, dicembre 1914; “Enhance China’s cultural soft power”, 30 dicembre 2013, in en.qstheory.cn

[29]    “Forum sulla Via della Seta: il discorso di Xi Jinping (testo integrale)”, 29 maggio 2017, in http://www.marx21.it

[30]    Pan Jin’e, “Party diplomacy’s significant contributions to the Creation of a new form of human civilisation”, ottobre 2021, in socialistchina.org

[31]    “Xi Jinping: seguire con decisione il percorso dello stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi”, 8 dicembre 2021, in italian.cri.cn; “Oliviero Diliberto, docente a Wuhan: “E’ più facile ammalarsi a Roma”, 30 gennaio 2020, in huffingtonpost.it; S. Maggiorelli, “Oliviero Diliberto: Il nuovo codice che ci avviCina”, 1 agosto 2021, in left.it

[32]    “Xi Focus: Xi stresses cultural confidence”, 23 marzo del 2021; “Xi salutes late leader Liu Shaoqi’s high spirit”, 24 novembre 2018, in chinadaily.com; L. Dittmer, “Liu Shaoqi and the Chinese Cultural Revolution”, ed. Kindle; K. Marx, “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, ed. Einaudi; K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, prima, terza e undicesima tesi; M. Moscone, “L’anti-umanesimo di Heidegger (parte prima)”, 1 febbraio 2014, in it.zenit.org

[33]    “A Pechino si è svolto il 12° Forum sul Socialismo Mondiale”, 22 dicembre 2021, in partitocomunista.ch

[34]    Cina, Xi Jinping: “Vogliamo la pace mondiale ma lotteremo contro chi crea problemi alle nostre porte”, 23 ottobre 2020, in tgcom24.it

[35]    “Xi all’Asean: Cina non cercherà mai di imporre la sua egemonia”, 22 novembre 2021, in askanews.it

[36]    Wang Yi, “Study and implement Xi Jinping Thought…”, op. cit.,

[37]    Wang Yi, op. cit.,

[38]    M. Acerbo, “Xi Jinping ha ragione sul bullismo USA, no alla nuova guerra fredda”, 1 luglio 2021, in rifondazione.it

[39]    S. Carletto, “Cina e Russia vogliono scaricare il Swift e puntano a una rete commerciale indipendente”, 20 dicembre 2021, in quotedbusiness.com; D. Mattera, “Missili ipersonici: il test della Cina che ha sorpreso gli analisti”, 15 novembre 2021, in affari internazionali.it; “In Cina oltre un miliardo di utenti Internet”, 22 agosto 2021, in ansa.it; F. Fabbri, “In Cina un miliardo di utenti internet, la prima “Big Data Nation” della storia”, 5 febbraio 2021, in key4biz.it; C. Paudice, “La Cina accresce il dominio sulle Terre Rare”, 5 dicembre 2021, in huffingtonpost.it

[40]    “Xi says China willing to walk together with Cuba in building socialism”, 30 agosto 2021, in en.people.cn

[41]    “Xi calls for steady development of China Iran partnership “, 19 agosto 2021, in en.people.cn

[42]    “USA artefici della diplomazia coercitiva”, 13 gennaio 2022, in italian.cri.cn

[43]    “China’s Xi vows zero tolerance for separatist movements”, 11 novembre 2016, in http://www.reuters.com; “Xi focus – Quotable Quotes: Xi Jinping on development of Tibet”, 23 maggio 2021, in xinhuanet.com; «China’s President Xi vows peaceful “reunification with Taiwan”», 9 ottobre 2021, in http://www.france24.com

[44]    M. Mondaini, “Dichiarazione Putin-Xi: il mondo è entrato ufficialmente in una nuova era”, 5 febbraio 2022, in lantidiplomatico.it

[45]    “Xi Jinping partecipa in videoconferenza al Forum economico mondiale 2022”, 17 gennaio 2022, in italian.cri.cn

[46]    G. Chinappi, “L’epitome dei 100 anni del Partito comunista cinese”, in lantidiplomatico.it

[47]    “Xi Focus: CPC leader stresses enhancing historical confidence, unity, fighling spirit”, 29 dicembre 2021, in xinhuanet.com

[48]    “Xi’s Party school lecture highlights CPC’s historical confidence”, 12 gennaio 2022, in en.qstheory.cn

[49]    “Cina, il Plenum del PCC approva cruciale “Risoluzione sulla storia”, 11 novembre 2021, in askanews.it

[50]    “Cina: Xi Jinping contro la disparità, prosperità comune entro 2050”, in ansa.it; G. Samarani, “Xi Jinping, un marxista sognatore”, in http://www.ispionline.it

[51]    I. Cardillo, “I valori centrali del socialismo”, 26 gennaio 2018, in dirittocinese.com; V. I. Lenin, “Che fare?”, cap. 5 par. 6, in marxists.org

[52]    “CPC plenum passes land mark…” op. cit.

[53]    “Xi’s article on arming Party with Marxism and innovative theories of its adaption to Chinese context to be published”, 15 novembre 2021, in xinhuanet.com

[54]    C. Goldberg, “Assessing the impact of dialectical materialism on Xi Jinping’s strategic thinking”, 28 ottobre 2020, in cnas.org

[55]    “Cina, Xi: “Il marxismo è la colonna portante per la crescita della nazione”,16 agosto 2020, in lantidiplomatico.it; K. Marx, “Per la critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Introduzione”, autunno 1843, in marxists.org

[56]    Xi Jinping, 5 maggio 2018, discorso per il bicentenario di Marx.

[57]    «L’annuncio di Xi: “Eliminata la povertà estrema, è un miracolo”», 25 febbraio 2021, in http://www.agi.it

[58]    L. Geymonat, “Lineamenti di filosofia della scienza”, ed. Mondadori

[59]    “Xi focus: Xi stresses sci-tech self-strengthening at higher levels”, 25 maggio 2021, in xinhuanet.com

[60]    “A Pechino si è svolto il 12° Forum sul Socialismo Mondiale”, 22 dicembre 2021, in partitocomunista.ch

[61]    “Xi Jinping: continuare a rafforzare i risultati dell’apprendimento e dell’educazione sulla storia del PCC”, 24 dicembre 2021, in italian.cri.cn; “Xi Jinping: i comunisti non devono cambiare l’intenzione originaria”, 15 maggio 2021, in italian.cri.cn

[62]    AA.VV., op. cit., pp. 30, 31, 88, 127 e 102

[63]    “Xi’s article on dialectical materialism to be published”, 1 gennaio 2019, in en.people.cn

[64]    AA.VV. op. cit., pp. 134, 138, 148 e 132

[65]    “Xi’s article on dialectical materialism to be published”, 1 gennaio 2019, in en.people.cn

[66]    “China champions “four consciousnesses”, conforming with Xi”, 3 marzo 2016, in enpeople.cn; A. Cunhal, “Il partito dalle pareti di vetro”, ed. La Città del Sole

[67]    M. Introvigne, “Xi Jinping’s New Book: “Our Red Country Will Never Change Its Color”, 12 febbraio 2020, in bitterwinter.org

[68]    “Chinese internet giants race to the metaverse”, 8 dicembre 2021, in globaltimes.org

[69]    A. Catone, “La rivista cinese World Socialism Studies è al terzo anno”, in marx21books.com; J. Zhengju, “Lesson from the collapse of soviet communism seen in the right of historical nihilism”, 19 dicembre 2017; Shan Jie e Lin Xia, “Cultural revolution never forgotten in Chinese textbooks or societ”, 13 settembre 2020, in globaltimes.cn

[70]    Xi Jinping, “Understanding the new development stage, applying the new development philosophy, and creating a new development dynamic”, 8 luglio 2021, in en.qstheory.cn

[71]    “CPC vitality: Five codes for success of socialism with Chinese characteristics”, 20 luglio 2021, in en.people.cn

[72]    «Xi hails 2021 as “year of exceptional significance” and a “resilient & dynamic China on way to great rejuvenation in his new year speech

[73] “Xi Jinping: sui nuovi orizzonti della politica economica marxista contemporanea”, 27 agosto 2020, in ottobre.info

[74] Yuan Peng, “Strategic thinking on the Theoretical sistem of a holistic approach to national security “, 17 dicembre 2021, in http://www.cicir.ac.cn

[75] “Xi Jinping: l’umanità è una comunità indivisibile di sicurezza”, 21 aprile 2022, in italian.cri.cn; M. Pondrelli “Ordo pluriversalis. La fine della pax americana e la nascita del mondo multipolare”, 9 luglio 2022, in http://www.marx21.it

[76] M. Pondrelli, “L’arco dell’impero. Con la Cina e gli Stati Uniti all’estremità. Qiao Liang “, maggio 2022, in marx21.it

[77]    “Comunisti svizzeri, cinesi e italiani discutono sull’innovazione marxista “, 24 luglio 2022, in partitocomunista.ch; M. Pondrelli, ” Putin e Zjuganov. La lotta per il mondo multipolare e il socialismo “, 31 luglio 2022, in marx21.it

[78]    “China continues to promote win-win cooperation”, 28 marzo 2015 , in mfa.gov.cn; Kautilya,”Arthasastra (l’arte del governo)”, ed. Bariletti; J. Mearsheimer, “La logica di potenza”, ed. Università Bocconi

[79]    “Xi Jinping send congratulatory letter to 1st China internet civilization conference”, 20 novembre 2021,in en qstheory.cn

[80]    “Yi stresses listening to people’s voices through internet, other channels”, 26 giugno 2022, in en.people.cn

[81]    A. Maddison, “The west and the rest in the World Economy: 1000-2030”, in citeserx.ist.tsu.edu

[82]    K. Marx, “Spostamento del centro di gravità mondiale”, febbraio 1850, in marxists.org; D. Burgio, M. Leoni, R. Sidoli, “Tecnopolitica internazionale”, (in via di pubblicazione)

[83]    “Xi Jinping on innovation, entrepreneurship and creativity”, marzo 2019, in bjreview.com

[84] “Xi Jinping: strike to become the world’s primary center for science and high ground for innovation”, 18 marzo 2021, in digichina.stanford.edu

[85]    “Xi Jinping: strike to become…”, op. cit.

[86]    “Xi Jinping: strike to become…”, op. cit.; S. Klein, “Come cambiare il mondo”, p. 17, ed. Bollati Boringhieri

[87]    K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. quinto

[88]    Op. cit.

[89] J. Genovese, “L’economia circolare cinese: capire il nuovo piano quinquennale”, 9 settembre 2021,in caffegeopolitico. net

[90]    V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, pp. 63, 89, 94, 95, 100 e 101

[91]    “Full Text: Communique…”, op. cit.; M. Zamboni, “La trionferà”, pp. 11-13, ed. Einaudi

[92]    F. Engels, “Ludwig Feuerbach e il punto di arrivo della filosofia classica tedesca”, p. 78, ed. Editori Riuniti; V. I. Lenin, “Karl Marx”, 1913; V. I. Lenin, “Quale eredità respingiamo?”, 1897; “Tre fonti e tre parti integranti del marxismo”, marzo 1913

[93]    K. Marx, “Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli Operai”, 28 settembre 1864

[94]    W. Liebknecht, “Karl Marx: biographical memoirs”, 1896, in marxists.org

[95]    V. I. Lenin, “Ancora sui sindacati, sulla situazione attuale e sugli errori di Trotsky e di Bucharin”, gennaio 1921, in paginerosse.wordrpress.com

[96]    V. I. Lenin, “Che fare?”, cap. 3, par. a

[97]    V. I. Lenin, “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, cap. quinto

[98]    V. I. Lenin, “Che fare?”, cap. quarto, par. c

[99]    V. I. Lenin, “op. cit., cap. quarto, par. c

[100] Xi Jinping, op. cit., 5 maggio 2018; K. Marx, “La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”; M. Waldenberg, “Il papa rosso”, vol. secondo, pp. 576 e 580

[101] “During his inspection at Renmin University of China, Xi Jinping emphasized adherence to the party’s leadership, inheriting the red genes, taking root in China, and embarking on a new road to build a world-class university with Chinese characteristics”, 25 aprile 2022, in breakinglatest.news

[102] W. Benjamin, “Sul concetto di storia”, dodicesima tesi, 1940

[103] E. Ilienkov, “Logica dialettica”, op. cit. p. 279; Pier Paolo Pasolini, “Alla bandiera rossa”, in “La religione del mio tempo”, 1961, ed. Garzanti

[104] P. Musgrave, «John Bolton is warning of a “Clash of Civilizations with China”», 18 luglio 2019, washingtonpost.com

[105] Xi Jinping, “Gli scambi e il mutuo apprendimento rendono le civiltà più ricche e variopinte”, 27 marzo 2014

[106] G. Leopardi, “L’infinito”

[107] «Xi Jinping lauds “new horizon” for humanity in space chat with astronauts», 23 giugno 2021, in timesofindia.indiatimes.com

[108] «La fattibilità di “terraformare” Marte», 12 gennaio 2022, in agi.it; Juan Luis Arsuaga, “Si hay vida intelligente ahÍ fuera, tendrà forma humanoide”, 26 maggio 2019, in http://www.xlsemal.com

[109] Statement by H. E. Xi Jinping President of the People’s Republic of China at the Nuclear Security Summit”, 25 marzo 2014, in fmprc.gov.cn

[110] C. Perles, “Preistoria del fuoco”, pag. 12, ed. Einaudi; D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?”, in http://www.mondorosso.wordpress.com

[111] “In Cina un reattore a fusione nucleare ha raggiunto temperature 5 volte superiori a quelle del Sole”, 13 gennaio 2022, in wired.it

[112] F. Mancuso, “2500: ecco come vivrà l’uomo tra 500 anni”, 23 aprile 2014, in nextime.it

[113] “Xi stresses advancing development of quantum science and technology”, 17 ottobre 2020, in xinhuanet.com

[114] A. D. Signorelli, “Che cos’è l’accellerazionismo”, 21 aprile 2018, in esquire.com

[115] V. I. Lenin, “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, cap. primo, ed. Editori Riuniti; A. Valdambrini, “Il Marx con gli occhi a mandorla beffa i tedeschi”, 6 maggio 2018, in ilfattoquotidiano.it

[116] V. I. Lenin, “L’Europa arretrata e l’Asia avanzata”, 31 maggio 1913

[117] K. Pomeranz, “La grande divergenza: la Cina, l’Europa e la nascita dell’economia moderna”, ed. Il Mulino

[118] “Xi Jinping on carrying forward spirit of heroes “, 6 aprile 2022, in chinatoday.com

[119] B. Brecht , “Vita di Galileo”, scena 13, ed. Einaudi

[120] Liu Shaoqi, “Come diventare un buon comunista”, capitolo quinto

[121] “China’s income growth keeps pace expansion”, 12 ottobre 2022, in xinhuanet.com

[122] Quotidiano del Popolo, 8 luglio 2021, in trackingpeoplesdaily.substack.com

[123] Ben Shu Bian Xie Zu Bian, “500 years of world socialism “, ed. Xinhua; Xiaodong Li e Yuzhong Du, “To learn to revive: the lessons of Chinese 500 years ‘ falling and re- rising history”, in scirp.org

[124] Xi Jinping, “Develop philosophy and social sciences with chinese features”, 17 maggio 2016, in en.qstheory.cn

[125] Zhang Lihua, “Mayor country and yin-yang philosophy”, 19 luglio 2021, in china.org

[126] “Party’s vital self- purification”, 17 febbraio 2017, in chinadaily.com.cn

[127] “Xi calls for efforts to pursue harmony between humanity and nature on Environment Day 2022”, 6 giugno 2022, in chinadaily.com.cn

[128] Donna J. Haraway, “Manifesto cyborg: donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”, ed. Feltrinelli; G. Elia Valori, “Cinese il primo robot umanoide che comprende le emozioni”, in fortuneita.com

[129] F. Castro, “La mia fede”, pp. 284, 285, ed. Paoline

[130] G. Deleuze e F. Guattari, “L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia”, p. 6, ed. Einaudi

[131] “In 10 anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo”, 28 febbraio 2017, in sinistra.ch

[132] “Media stranieri: gli USA inseriscono 8 imprese cinesi nella Black List degli investimenti”, 17 dicembre 2021, in italian.cri.cn

[133] “Cina accelera consegne di dosi di vaccino all’Africa”, 13 dicembre 2021, in italian.cri.cn; “Omicron avvicina Africa e Cina. L’Occidente (miope) chiude, Xi manda vaccini”, 30 novembre 2021, in affaritaliani.it

[134] N. Lewis, “China’s winning the race to control the 21st century’s most valuable commodity”, 8 dicembre 2021, in http://www.rt.com

[135] Z. Zhouxiang”, “More women in higher education is good news”, 24 dicembre 2020, in global.chinadaily.com

[136] “Zhang Yimou’s war film to premiere ahead of China’s Army Day”, 5 maggio 2021 ,in xinhuanet.com

[137] “Examining Xi Jinping’s speech on the method of Karl Marx”, 27 giugno 2016, in china.org.cn

[138] “In pics: China’s rural vitalizations gains momentum from cooperatives “, 7 febbraio 2021, xinhuanet.com

[139] “Soros: Xi Jinping è finito… Profezia o minaccia a vuoto?”, 1 febbraio 2022, in piccolenote.ilgiornale.it

[140] Xi Focus: Xi stresses carrying forward great spirit of resisting aggression”, 4 settembre 2020, in xinhuanet.com

[141] F. Becchi, “La NATO dà le armi al battaglione AZOV. E la stampa cancella la verità?”, 14 marzo 2022, in byoblu.com

[142] Mao Zedong, “A proposito dell’esperienza storica della dittatura del proletariato”, 5 aprile 1956, in lavoropolitico.it; Mao Zedong, “Sui dieci grandi rapporti”, 25 aprile 1956, in bibliotecamarxista.org

[143] K. Marx, “Introduzione per la critica dell’economia politica”, cap. terzo, in http://www.marxists.org; V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, sezione “A proposito della dialettica”, ed. Einaudi; E. Ilienkov, “Logica dialettica”, pp. 46-47, ed. Progress

[144] He Yiting, “Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era e il marxismo del XXI secolo, in chinamediaproject.org

[145] “Cina, ratificato XIV piano quinquennale e linee guida degli obiettivi per il 2035”, 11 marzo 2021, in italian.cri.cn

[146] “L’Argentina aderisce alla Nuova Via della Seta: dalla Cina investimenti per 23 miliardi di dollari”, 6 febbraio 2022, in it.sputniknews.com

[147] R. Fatiguso, “Xi Jinping: l’era del bullismo alla Cina è finita per sempre”, 1 luglio 2021, in ilsole24ore.com; M. Mondaini, “Dichiarazione Putin-Xi Jinping: il mondo è entrato ufficialmente in una nuova era”, 5 febbraio 2022, in lantidiplomatico.it

[148] “Grande impegno della Cina per costruire un mondo senza armi nucleari”, 5 gennaio 2022, in italian.cri.cn

[149] “Le nuove Vie della Seta in America Latina”, 5 aprile 2019, in http://www.limesonline; “La Cina primo partner di Cuba”, 5 agosto 2021, in http://www.italiaoggi; “Cina: oltre 200 accordi belt and road con 145 paesi”, 15 dicembre 2021, in italian.cri.cn

[150] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Xi Jinping e il marxismo”, 11 maggio 2021, in http://www.marx21.it

[151] R. Dalio, “I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale”, ed. Hoepli; P. Fagan, “Un libro di mondologia scritto da un finanziario americano”, 15 agosto 2022, in sinistrainrete.info

[152] «Xi Jinping ricorda Fidel Castro. “Il popolo cubano ha perso un figlio eccellente e il popolo cinese uno stretto compagno”», 27/11/2016, in http://www.farodiroma.it

[153] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Tra le 500 aziende più grandi del globo 82 sono cinesi e di proprietà pubblica”, 13 ottobre 2021, in http://www.lantidiplomatico.it

[154] A. Gabriele, “Ma, insomma, il socialismo esiste o non esiste?”, 30 marzo 2022, in http://www.sinistrainrete.info

[155] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo. Per il centesimo anniversario del partito comunista cinese”, 26 febbraio 2021, in http://www.sinistrainrete.it

[156] F. Fabbri, ” Osservatorio UE 5G: trenta milioni di utenti e coperto il 64% della popolazione, ma grazie al 4G”, 12 maggio 2022, in key4biz.it

[157] E. Ilyenkov, “Logica dialettica”, pp. 46-47, ed. Progress; Zhang Enci, “Conoscenza e verità”, cap. primo, in criticamente.com

[158] M. Pondrelli, “Il Regional Comprehensive Economic Partnership, la Cina si rafforza in Asia”, 4 dicembre 2020, in marx21.it; “Il discorso di Xi Jinping al 28° vertice economico dell’APEC”, 20 novembre 2021; A. Galiani, “Tra 9 mesi torneranno gli equilibri economici globali del 1700”, 27 marzo 2019, in agi.it

[159] Cheng Enfu e Ding Xiaoqin, “Una teoria del miracolo cinese”, 9 gennaio 2017, in marx21.it

[160] Xi Jinping, “Dialectical Materialism is the Worldview and Methodology of Chinese Communists”, 1 settembre 2019, ccdpch.com; “Xi stresses adherence to dialectical materialism”, 25 gennaio 2015, in http://www.globaltimes.com; “Xi’s article on arming Party with Marxism and innovative theories of its adaption to Chinese context to be published”, 11 novembre 2021, in en.qstheory.cn

[161] G. Lukäcs, “La distruzione della ragione”, ed. Einaudi; G. Lukäcs, “Esistenzialismo o marxismo?”, p. 12-30-36, ed. Acquaviva

[162] N. Abbagnano, “Storia della filosofia”, vol. secondo, pp. 22-23, ed. Tea

[163] G. Modolo, “Truppe USA in segreto a Taiwan da un anno”, 8 ottobre 2021, in repubblica.it

[164] V. Bevins, “Il metodo Giacarta”, ed. Einaudi

[165]  G. Colotti,” Il Venezuela è al centro di uno scontro decisivo”, 6 ottobre 2022, in lantidiplomatico.it

[166] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Fermate il soldato Rampini”, 29 settembre 2021, in lantidiplomatico.it

[167]  S. Provenzani, “Usa, “programma 127e ”: guerra per procura”, http://www.ilfattoquotidiano.it

[168]  G.Gabellini ,”Taiwan, Elon Musk e quell’apparato USA che si oppone all’Armageddon” 8 ottobre 2022, in lantidiplomatico.it

[169]  A. Ricci, “Value and Unequal Exchange in International Trade: the geography of global capitalist exploitation”, ed. Routtedge

[170] M. Verruggio, “L’impero del dollaro visto da Pechino”, 25 gennaio 2022, in glistatigenerali.it

[171] “La Cina vende i titoli di stato Usa: incassati 113 miliardi di dollari in sette mesi”, 17 agosto 2022 ,in tg24.sky.it

[172] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Il neocolonialismo cinese in Africa è un’invenzione dell’imperialismo occidentale”, 11 novembre 2021, in marx21.it

[173] Rosa Luxemburg, “L’accumulazione del capitale”, cap. 27, “La lotta contro l’economia naturale”, ed. Pgreco; M. Dobb, “Problemi di storia del capitalismo”, ed. Editori Riuniti; K. Marx, “India, Cina, Russia”, ed. Il Saggiatore

[174] M. Davis, “Olocausti tardovittoriani”, ed. Feltrinelli; A. Michelucci, “Congo, un genocidio dimenticato”, in lanuovaecologia.it

[175] V. I. Lenin, “The International Socialist Congress in Stuttgart”, agosto-settembre 1907, in marxists.org; E. Che Guevara, “Note per lo studio dell’ideologia della Rivoluzione cubana”, in marxists.org

[176] A. Labriola, “Scritti filosofici e politici”, vol. secondo, pp. 956-957, ed. Einaudi; A. Marescotti, “Socialisti: chi disse né un uomo né un soldo e chi appoggiò il colonialismo”, in peacelink.it; S. Ginzburg, “Febbre da contagio e isteria anticinese: la visione di Jack London”, 12 febbraio 2020, in reset.it

[177] G. Pracacci, “Storia del XX secolo”, p. 120, ed. Mondadori

[178] M. Marcovich, R. Mondolfo e L. Taran, “Eraclito”, p. 685, ed. Bompiani

[179] M. Ferraris, “Il complotto di Heidegger”, 2016, in journal.openedition.org

[180] G. Lukäcs, “La distruzione della ragione”, pp. 326 e 349, ed. Einaudi; M. Bonazzi, “I sofisti”, ed. Rizzoli

[181] R. Kipling, “Il fardello dell’uomo bianco”, 1899; A. Castronovi, “La sinistra occidentale e il fardello dell’uomo bianco”, maggio 2022, sinistrainrete.info

[182] Karl Marx, “Il diciotto brumaio di Luigi Buonaparte”, maggio 1852, capitolo primo

[183] Op. cit., capitolo settimo

[184] Comitato Centrale del partito comunista cinese, “La linea generale del movimento comunista internazionale”, pag. 5, giugno 1963, in Edizioni Oriente

[185] «Chomsky: la spinta degli Stati Uniti al “regno supremo” alimenta il conflitto in Ucraina», 22 febbraio 2022, in lantidiplomatico.it

[186] F. Verde, “La strategia di Putin e il rapporto Surikov”, 2 luglio 2022, in lantidiplomatico.it

[187] Mao Zedong, “Sulla contraddizione”, agosto 1937

[188] A. Korybko, “Il Manifesto rivoluzionario globale di Putin per capire la grande strategia russa”, 24 luglio 2022, in lantidiplomatico.it

[189] “Multipolarismo: esercitazioni militari congiunte in Venezuela con Iran, Cina e Russia “, 14 agosto 2022, in lantidiplomatico.it

[190] “AP: Per la CIA dopo la “guerra al terrore” la priorità è contrastare la Cina”, 8 agosto 2022, in lantidiplomatico.it

[191] F. Engels, “Dialettica della natura”, capitolo “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia”; J. L. Arsuaga, “I primi pensatori e il mondo perduto di Neanderthal”, ed. Feltrinelli

[192] E. H. Carr, “Il socialismo in un solo paese”, vol. primo, p. 171, ed. PGreco

[193] D. Ronzoni, “Pechino è vicina. Così la Cia si prepara alla sfida del secolo: contrastare la Cina”, 8 ottobre 2021, in linkiesta.it

[194] “La voce della Cina a Davos risponde alle domande del mondo”, 18 gennaio 2022, in italian.cri.cn

[195] «Tony Blair: “Stiamo raggiungendo la fine del dominio politico ed economico dell’Occidente”», 17 luglio 2022, in lantidiplomatico.it

[196] Sun Tzu, “L’arte della guerra”, cap. 3, par. 83, ed. Guida

[197] “Xi, comunità sviluppo globale dal futuro condiviso”, 31 ottobre 2021, in ansa.it

[198] D. Burgio, M. Leoni, R. Sidoli, “Xi Jinping e il marxismo”, op. cit.

[199] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. 46

[200] E. H. Carr, “Le origini della pianificazione sovietica”, p. 19, ed. Pgreco

[201] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Leggi economiche universali e comunismo”, p. 55, cap. 1, in http://www.mondorosso.wordpress.com

[202] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. 5; V. Vernadsky, “La biosfera”, ed. Red; K. Marx, “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, ed. Einaudi

[203] He Yiting, “Xi Jinping thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era is 21st century marxism”, 15 giugno 2020; “Le api hanno eccezionali abilità visive, simili a quelle umane”, 9 dicembre 2014, in swissinfo.ch; J. L. Arsuaga, “I primi pensatori”, ed. Feltrinelli; S. A. Boorman, “Gli scacchi di Mao. Il wei-ch’i e la strategia rivoluzionaria cinese”, ed. Luni

[204] Nazim Hikmet, “Il più bello dei mari”, in poesiedautore.it

[205] C. Gianotto e A. Nicolotti, “Marcione”, pp. 29, 31 e 129,; ed Einaudi; lettera di Karl Marx ad Arnold Ruge, settembre 1843; “Xi stresses developing religions in chinese context”, 4 dicembre 2021, in english.www.gov.cn

[206] D. Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Potrebbe riprodursi il capitalismo, con una sovrastruttura politico-ideologica comunista e marxista?”, 7 luglio 2021, in marx21.it

[207] Deng Xiaoping, “To uphold socialism we must eliminate poverty”, 26 aprile 1987, in Selected works of Deng Xiaoping, vol. terzo

[208] F. Stonor Saunders, “La guerra fredda culturale” pp. 60-61, ed. Fazi

[209] S. Zecchinelli, “La sinistra transgenica e antisocialista”, 22 aprile 2018, in linterferenza.info

[210] D. Losurdo, “Nietzsche, il ribelle aristocratico”, ed. Bollati Boringhieri

[211] E. Nolte, “Controversie”, pp. 81-88, ed. Corbaccio

[212] G. Lukacs, “La distruzione della ragione”, pp. 206-207, ed. Einaudi

[213] V. Bazarov, “What is needed for socialism?”, 14 dicembre 1917, in http://www.marxists.org

[214] V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. V, 12 maggio 1918

[215] Ibidem

[216] M. Waldenberg, “Il papa rosso Karl Kautsky”, vol. secondo, ed. Editori Riuniti

[217] K. Kautsky, “The dictatorship of the proletariat”, capitolo IX e X, in http://www.marxists.org

[218] J. Biggart, «Aleksander Bogdanov and the theory of a “New Class”», pp. 266-267, in The Russian Review, vol. 49, 1990

[219] V. I. Lenin, “Che fare?”, capitolo IV

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: