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Dal 19 ottobre 2017 è disponibile il libro “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti”

Dal 19 ottobre 2017 è disponibile il libro “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, pubblicato dalla casa editrice PGreco edizioni, pag. 596, euro 28,00.

Il saggio può anche essere richiesto direttamente alla casa editrice PGreco Mimesis edizioni (tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it  www.edizionipgreco.it) al costo di euro 23,80 compreso spese di spedizione (con pagamento paypal, bonifico ecc.).

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IL VOLO DI PJATAKOV. CAPITOLO NONO

La regola del silenzio

 

Il principale indizio a sostegno dell’esistenza del colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij è costituito dal “caso Olberg”.

Al primo processo di Mosca dell’agosto del 1936, che vide come imputati tra gli altri Zinoviev e Kamenev, emerse infatti la figura di Valentin Olberg in qualità di testimone rispetto ai rapporti assai particolari creatisi tra Trotskij, suo figlio Lev Sedov e una parte dell’apparato statale hitleriano; e proprio il “caso Olberg”, relativo a Valentin P. Olberg (1907-1936) e alla sua famiglia, costituisce una prova formidabile a favore dell’esistenza di una reale collaborazione tattica, tra nemici giurati ma con un obiettivo politico temporaneo in comune, formatasi nel 1933-36 tra Trotskij e segmenti importanti del partito nazista, a partire da R. Hess e A. Rosenberg.

Valentin Olberg venne infatti arrestato senza alcun dubbio in Unione Sovietica all’inizio di gennaio del 1936, ove egli era entrato di propria volontà e in modo illegale alla fine di luglio del 1935, mediante un falso passaporto honduregno.

Altrettanto sicuro è che tale falso documento honduregno, esibito del resto al processo di Mosca dell’agosto del 1936, era stato procurato a Valentin Olberg all’inizio del 1935 dal consolato honduregno a Berlino, principalmente grazie all’aiuto dell’apparato statale nazista e di V. Tukalevskij.

Altrettanto indiscutibile è la notizia che Valentin Olberg si fosse presentato come un militante trotzkista tra il 1929 e il 1932, almeno nei confronti di Trotskij e di suo figlio Lev Sedov.

Siamo in presenza di tre informazioni che, anche a prima vista, sollevano subito dei seri interrogativi sui reali rapporti creatisi tra Trotskij e i nazisti, nel 1933-36: e non a caso proprio rispetto al caso Olberg sono emerse tre diverse tesi, assolutamente contrastanti tra loro.

La versione stalinista sostenne che il militante trotzkista Valentin Olberg entrò illegalmente e con una falsa nazionalità in Unione Sovietica nel luglio del 1935, su indicazione diretta di Lev Sedov, il figlio di Trotskij, soggiornando prima a Minsk e poi nella città russa di  Gorkij (odierna Niznij Novgorod), al fine di prendere contatto con altri militanti trotzkisti e di preparare un attentato contro Stalin; venne altresì sottolineato, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 in cui Valentin Olberg risultò uno degli imputati, che quest’ultimo era entrato in stretto contatto con i nazisti e la Gestapo, cioè la polizia segreta hitleriana, proprio nella sua azione tesa ad ottenere un falso passaporto honduregno al fine di entrare illegalmente in URSS.

La teoria alternativa fornita da Trotskij, a partire dall’estate del 1936, sostenne che viceversa Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, che si era infiltrato ad arte nelle fila del movimento trotzkista nel 1929-30 al solo fine di comprometterlo e di danneggiarlo dall’interno.

Secondo questa tesi, inoltre, Valentin Olberg realmente si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 mediante un finto passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto della Gestapo, ma egli agì in tal senso sempre in qualità di infiltrato stalinista operante contro il movimento trotzkista: anche nel 1935, quindi, Olberg agì per conto e al servizio del suo vero “datore di lavoro”, e cioè il regime stalinista, a cui va pertanto imputato direttamente anche l’acquisizione di un falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo e ai nazisti, azione per cui invece Trotskij e suo figlio Lev Sedov risultavano totalmente innocenti.

Secondo una terza e diversa tesi, proposta dal Manchester Guardian il 28 agosto del 1936, Valentin Olberg sarebbe stato invece nel 1933-35 un personaggio non legato ad alcuna fazione politica, né stalinista né trotzkista; un giovane che, incuriositosi della realtà sovietica e in serie difficoltà materiali durante il suo esilio a Praga del 1933-35, prese solo per motivi personali la decisione di recarsi nell’Unione Sovietica stalinista nel luglio del 1935, senza avere alcun contatto né con la polizia sovietica né con i trotzkisti.

Valentin Olberg: coraggioso militante trotzkista, oppure agente provocatore e infiltrato stalinista, o invece semplice curioso-apartitico?

Rispetto a queste tre teorie alternative intendiamo dimostrare, superando anche i dubbi poco razionali, che Valentin Olberg risultava realmente un audace e sincero militante trotzkista nel 1930 come nel 1935, quando entrò illegalmente in Unione Sovietica: in tal modo otterremo la prova sicura che si sia realmente sviluppata una collaborazione diretta (a nostro avviso di natura tattica e tra nemici con un obiettivo politico momentaneamente in comune) tra Trotskij e alcuni importanti settori del partito nazista guidati da R. Hess, che aveva infine condotto all’appoggio logistico fornito dall’apparato statale hitleriano nell’acquisizione del finto passaporto honduregno a vantaggio del trotzkista Valentin Olberg. Aiuto materiale del resto indiscutibile e ammesso persino da Trotskij (ma da lui interpretato come un aiuto di matrice nazista a un provocatore stalinista), rispetto a un falso passaporto honduregno altrettanto innegabile: ossia due elementi che diventano prove concrete rispetto all’alleanza tattica tra Trotskij e i nazisti, con evidenti ricadute anche sulla questione dell’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con il leader in esilio della Quarta Internazionale allora in via di costruzione.

Prima di entrare nel merito, forniamo tutta una serie di elementi rispetto al “caso Olberg” che permettono di far luce sull’intera vicenda.

Partiamo innanzitutto dal background familiare e politico di Valentin e Pavel Olberg: sappiamo che il padre di Valentin Olberg, (nato a Zurigo nel 1907) e di Pavel Olberg (nato invece a Helsinki nel 1909) era Paul Olberg, fino dal 1903 un noto esponente politico e un teorico dei menscevichi, la frazione moderata dei marxisti russi che rimase attiva in patria dal 1903 al 1921.

Paul Olberg nacque nel 1878 da una famiglia ebrea della Lettonia, allora parte dell’impero russo, e dal 1906 rimase in esilio prima in Svizzera e in seguito in Finlandia, tornando in Russia solo all’inizio del 1918: avversario accanito del partito di Lenin, dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 egli criticò in modo durissimo il neonato potere sovietico e il governo bolscevico qualificandolo nel 1919 come un regime di “terrore, corruzione e mancanza di cibo” che, a suo avviso, risultava persino peggiore dello zarismo costituendo una dittatura sul e contro il proletariato[1].

Alla fine del 1918 Paul Olberg lasciò la Russia sovietica assieme alla moglie Frida Markovna e ai figli Valentin e Pavel, per trasferirsi con la sua famiglia a Berlino dove il suo nucleo familiare rimase dal 1919 all’inizio del 1933; egli fece parte della corrente menscevica che ormai operava quasi esclusivamente fuori dai confini sovietici a partire dal 1921, iscrivendosi allo stesso tempo alla socialdemocrazia tedesca. Dopo l’ascesa al potere del nazismo nel gennaio-marzo del 1933, Paul Olberg si trasferì in Svezia mentre invece la moglie si recò per qualche tempo in Lettonia dove, secondo la sua testimonianza scritta conservata negli archivi Trotskij di Harvard, lavorava come massaggiatrice[2].

Per quanto riguarda invece Valentin Olberg, fin dal 1926 egli si professò comunista senza soluzione di continuità, come ammesso anche dalla madre nella sopracitata deposizione scritta.

Dal 1928 al 1930 Valentin Olberg, iscritto al KPD (il partito comunista tedesco), scrisse tra l’altro una serie di articoli sulla rivista “International Press Corrispondance” dell’Internazionale Comunista, fondata nel 1919 e con sede a Mosca, ma come minimo dal 1929 egli prese contatto e poi entrò a far parte del movimento internazionale trotzkista, il cui leader indiscusso era stato espulso dall’inizio del 1929 dall’URSS e aveva adottato già in quegli anni una posizione apertamente ostile a Stalin e al suo nucleo dirigente politico.

L’insospettabile Max Shachtman, che nel 1936 era ancora un dirigente trotzkista, scrisse proprio in quel periodo un libro contro il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936, intitolato “Behind the Moscow trial”, notando a tal proposito che nel luglio del 1930 proprio Valentin Olberg elaborò un breve articolo dal titolo “Epochè Stalin”, che venne pubblicato sulla rivista dei trotzkisti tedeschi “Der Kommunist”[3].

Come prova inconfutabile dell’appartenenza di V. Olberg al movimento trotzkista a partire dall’inizio del 1930 – vedremo in seguito se come coraggioso militante della costituenda Quarta Internazionale, oppure in qualità di infiltrato della polizia stalinista – emerge del resto anche il fitto carteggio intessuto dal 1930 al 1931 tra Olberg, lo stesso Trotskij e il figlio di quest’ultimo Lev Sedov, conservato negli archivi Trotskij di Harvard.

Ad esempio Trotskij scrisse il 27 aprile del 1930 una lettera molto amichevole al “compagno Olberg”, ossia a Valentin Olberg, nella quale egli esordì definendolo “caro compagno” e trattò con lui alcuni problemi politici che allora affliggevano il movimento trotzkista: la si può trovare su internet cliccando su Trotskij-Oeuvres-27 avril 1930, “Au camarade Olberg”.

Nell’archivio Trotskij di Harvard è altresì conservata la corrispondenza tra Valentin Olberg e Lev Sedov, il figlio e braccio destro politico di Trotskij, che durò fino al 1931, e nell’ultima lettera inviata a Lev Sedov da Valentin Olberg, datata 23 febbraio 1931, si può leggere proprio all’inizio la significativa frase “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la vostra lettera in tempo”. Sempre nella stessa missiva, Valentin Olberg non solo discusse delle contraddizioni politiche createsi a quel tempo all’interno del milieu trotzkista di Berlino con il figlio e braccio destro politico di Trotskij, ma altresì concluse con le parole testuali: “Io aspetto le tue direttive” (le direttive politiche di Sedov e di suo padre, di un Trotskij allora ancora confinato in Turchia) “e ti rimango fedele. Compagno Olberg. 23 febbraio 1931”[4].

Quindi Valentin Olberg manifestò una chiara e aperta fedeltà politica a Trotskij e Sedov poco prima che quest’ultimo arrivasse a Berlino, nella stessa metropoli in cui egli viveva con la sua famiglia ormai da molti anni, dichiarando senza mezzi termini di aspettare le “direttive” e le istruzioni politiche di Sedov e di Trotskij.

Connettendo tali dati, emerge l’inevitabile conclusione che Valentin Olberg si presentava e agiva come un dirigente trotzkista anche alla fine di febbraio del 1931; egli costituiva un quadro politico che tra l’altro in seguito venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD), nel maggio-giugno del 1932, proprio per attività trotzkista e che compirà poi il suo primo viaggio segreto, sotto falsa identità e con un falso passaporto, all’interno dell’URSS stalinista nel marzo-luglio del 1933.

Lo storico antistalinista Firsov ci informa infatti che sicuramente Valentin Olberg venne allontanato dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932, e proprio per attività trotzkista: durante una perquisizione illegale e segreta di militanti della KPD nell’appartamento berlinese di Valentin Olberg, i “ladri” politici allora entrati in azione avevano infatti ritrovato al suo interno alcune lettere e cartoline inviategli da Trotskij e Lev Sedov e conservate con cura dall’esule lettore.

In seguito a tale perquisizione, Olberg venne pertanto espulso dal KPD e il partito comunista tedesco comunicò subito le nuove informazioni acquisite su di esso alla sede centrale di Mosca dell’Internazionale Comunista: grazie al lavoro di Firsov, sappiamo ormai che tutti i dati del 1932 rispetto a Olberg vennero conservati negli archivi di Mosca, risultando quindi a disposizione anche della polizia sovietica[5].

Altro dato sicuro: sempre verso la metà del 1932 la prima moglie di Valentin Olberg, la cittadina tedesca Sulamith Braun (1906-1937), si separò dal marito e quasi subito si spostò a Mosca, come stenografa e traduttrice presso l’Internazionale Comunista: ella rimase nella capitale sovietica fino agli inizi del 1936 e al suo arresto per attività trotzkista, a cui seguì una condanna a vent’anni di carcere duro e la sua fucilazione nel 1937[6].

Valentin Olberg, in ogni caso, nel 1933 si risposò con un’altra cittadina tedesca di nome Betty Siermann, figlia di un funzionario del Terzo Reich nazista che, a sua volta, mandò nel corso del 1934-35 delle piccole somme di denaro a intervalli regolari a favore di Valentin Olberg e di sua figlia, ormai in esilio a Praga. Entrata in Unione Sovietica assieme con Olberg, Betty Siermann fu a sua volta arrestata agli inizi del 1936 e in seguito condannata a dieci anni di carcere, venendo in seguito riconsegnata dalle autorità sovietiche ai nazisti nel 1940: dopo tale data, di lei si perse ogni traccia[7].

Due mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, Valentin Olberg in ogni caso iniziò a fine marzo del 1933 un viaggio clandestino in Unione Sovietica con un falso passaporto tedesco, sulla cui esistenza concreta esiste anche la testimonianza scritta della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna.

Proprio quest’ultima testimoniò sull’esistenza concreta del viaggio clandestino del figlio in URSS, notando nella sua deposizione scritta che a fine luglio del 1933, di ritorno dalla città sovietica di Stalinabad (odierna Dushanbe, in Asia centrale), il figlio Valentin si incontrò in Lettonia con la sua seconda moglie, la sopracitata Betty Siermann.

Anche Vladimir Tukalevskij, un esule ucraino anticomunista che conosceremo meglio tra poco, accennò più volte in un suo articolo scritto per un quotidiano di Praga alla fine dell’agosto del 1936 che Valentin Olberg, più volte, gli aveva riferito di essere stato un insegnante di storia a Stalinabad: del resto l’autenticità del viaggio di Valentin Olberg in URSS, dalla fine di marzo alla fine di luglio del 1933, è stata ammessa perfino dallo stesso Trotskij nel 1937 oltre che da una rivista della Cia di Langley, in un articolo del 1972 intitolato “Leon Trotskij: the dupe of the NKVD”[8].

Dopo una permanenza clandestina a Mosca di poche settimane, dall’aprile al luglio del 1933 Valentin Olberg lavorò quindi per circa tre mesi come insegnante di storia a Stalinabad, ma un’irregolarità riscontrata dalle autorità sovietiche rispetto al suo falso passaporto tedesco, intestato del resto a un’altra persona, lo costrinsero ad allontanarsi rapidamente da Stalinabad e dall’Unione Sovietica.

Dalla fine di luglio del 1933 al marzo del 1935, Valentin Olberg soggiornò invece quasi sempre a Praga assieme alla seconda moglie Betty Siermann e al fratello Pavel, prima che quest’ultimo partisse legalmente e con un regolare passaporto tedesco proprio per l’Unione Sovietica stalinista, nel novembre del 1934; e nel 1934 a Praga, Valentin Olberg ottenne la tessera di accesso come lettore alla Biblioteca Slavica di Praga, diretta dal 1929 dall’esule anticomunista Vladimir Tukalevskij, come ammesso da quest’ultimo nella sua dichiarazione scritta al Prager Tageblatt nell’agosto del 1936 e riportata da Shachtman nel suo libro “Behind the Moscow trial”.

Dopo aver cercato invano e più volte di ottenere un visto legale dì ingresso per l’Unione Sovietica, come ammesso anche dalla madre Frida Markovna, Valentin Olberg riuscì finalmente a procurarsi all’inizio del 1935 un falso passaporto honduregno grazie a Lucas Parades, che lavorava a Berlino in qualità di console dell’Honduras presso la Germania nazista, pagando a quest’ultimo alcune migliaia di corone ceche per tale documento illegale; e proprio nell’acquisizione del falso documento in esame Valentin Olberg venne aiutato direttamente anche dallo stesso Vladimir Tukalevskij, come riconobbe anche la madre di Olberg.

Altri fatti sicuri e non contestati neanche da Trotskij: l’anticomunista Vladimir Tukalevskij era sospettato di legami segreti con i nazisti, venendo licenziato dalle autorità ceche dal suo incarico di direttore della Biblioteca slava poco tempo dopo l’agosto del 1936 e la conclusione del primo processo di Mosca, mentre sempre l’anticomunista Tukalevskij spedì al comunista Valentin Olberg nell’estate del 1935 una cartolina in terra sovietica, documento che verrà esibito pubblicamente assieme al falso passaporto honduregno dalle autorità staliniste durante il processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936.

Munito della sua nuova e fittizia cittadinanza honduregna, Valentin Olberg nel luglio del 1935 riuscì a entrare clandestinamente in Unione Sovietica assieme alla seconda moglie, Betty Siermann, e dopo una breve permanenza a Minsk, Olberg arrivò nella città russa di  Gorkij alla fine di agosto del 1936, dove trovò subito lavoro come insegnante di storia all’istituto pedagogico della sopracitata località sovietica.

Dall’agosto del 1935 al 4 gennaio del 1936, Valentin Olberg visse quindi a  Gorkij per quattro mesi in modo illegale, grazie al suo falso passaporto e alla sua fittizia cittadinanza honduregna, assieme a Betty Siermann e proprio nella stessa città in cui risiedeva suo fratello Pavel: quest’ultimo, infatti, poco dopo essere giunto in URSS nel novembre del 1934 si recò proprio a  Gorkij, dove trovò lavoro come ingegnere in un grande complesso chimico della città.

Nessun dubbio, inoltre, che il 5 gennaio del 1936 sia Valentin che Pavel Olberg, assieme a Betty Siermann, vennero arrestati a Gorkij dalla polizia sovietica assieme ad altri cittadini sovietici accusati di attività trotzkista. In base agli archivi sovietici desegretati dopo il 1991, lo storico antistalinista V. Rogovin nel suo libro “1937” ha sottolineato a questo proposito che, una volta arrestato, Valentin Olberg quasi subito spedì ai responsabili della polizia sovietica una dichiarazione scritta in cui egli affermò testualmente: “è possibile che io possa auto-calunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è un’ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[9].

Altresì Valentin Olberg si rifiutò di collaborare con la polizia sovietica fino alla seconda metà del febbraio del 1936: solo dopo più di un mese di interrogatori egli ammise la sua militanza trotzkista e che, assieme agli altri accusati, stava preparando un attentato contro Stalin a Mosca in occasione del corteo del primo maggio.

Altro fatto sicuro: a dispetto dell’esistenza concreta del suo falso passaporto honduregno, ritrovato del resto dall’NKVD subito dopo il suo arresto del 5 gennaio del 1936, Valentin Olberg confessò la sua connessione con V. Tukalevskij, i nazisti e il console honduregno Lucas Parades solo a metà del 1936. Lo storico antistalinista V. Rogovin ammise tale fatto nel suo libro “1937”, notando che Valentin Olberg fece la sua confessione in merito al nesso Tukalevskij-nazisti-passaporto honduregno solo in giugno e dopo che l’inchiesta contro lui e gli altri arrestati era stata dichiarata chiusa dall’NKVD nel maggio del 1936, venendo riaperta dopo un mese[10].

Ennesima informazione indiscutibile: nelle dichiarazioni rese da Olberg al primo processo di Mosca, tenutosi nell’agosto del 1936, quest’ultimo attestò nel corso di un interrogatorio tenuto alla presenza anche di giornalisti e di diplomatici stranieri che egli era entrato clandestinamente in Unione Sovietica con l’esplicito consenso di Lev Sedov e in qualità di militante trotzkista, al fine di preparare un attentato contro Stalin; che il suo falso passaporto honduregno gli era stato procurato anche con l’aiuto della Gestapo e dei nazisti e, infine, che esisteva altresì una collaborazione costante tra questi ultimi e i più alti dirigenti trotzkisti, a partire da Lev Sedov, figlio e braccio destro di Trotskij. Le dichiarazioni rese da Valentin Olberg al processo di Mosca, durante la sessione del 20 agosto del 1936, sono consultabili facilmente sul sito www.marxists.org.

Al termine del processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936 Valentin Olberg, come gli altri sedici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) venne condannato a morte dalla corte giudicante sovietica e fu subito fucilato, come del resto tutti gli altri accusati, il 25 agosto[11].

A sua volta Paul Olberg, il fratello di Valentin, venne giudicato a Mosca agli inizi dell’ottobre del 1936 in un altro processo, questa volta a porte chiuse come notò anche Rogovin, egli venne a sua volta condannato a morte e subito fucilato assieme ad altri cittadini sovietici, come lui arrestati in precedenza per attività trotzkiste a Gorkij e in altre zone dell’URSS all’inizio del 1936.

Fin qui i fatti sicuri, ivi comprese le dichiarazioni che Valentin Olberg sicuramente rese ed esplicitò durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Tuttavia, come si è già notato, rispetto al caso Olberg sono stati presentati tre diversi schemi di interpretazione dei fatti, quasi come nel geniale film Rashomon di Kurosawa: tre diverse teorie che sono in conflitto antagonistico tra loro, escludendosi a vicenda.

Una prima tesi è quella su un Olberg “curioso-apartitico”, avanzata dal quotidiano britannico Manchester Guardian il 28 agosto del 1936.

Secondo quest’ipotesi, Valentin Olberg costituiva solo un giovane ebreo di sinistra non affiliato a nessuna organizzazione politica, stalinista o trotzkista, che si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 spinto solo dalle difficoltà economiche e dalla simultanea curiosità di conoscere la realtà sovietica di quel tempo; tale tesi venne riportata di sfuggita anche dal trotzkista Max Shachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial”[12].

La seconda tesi, che invece denomineremo  d’ora in poi “Olberg-infiltrato stalinista” nelle fila trotzkiste, venne avanzata quasi apertamente da Trotskij fin dal 20 agosto del 1936, subito dopo la deposizione pubblica di Olberg al primo processo di Mosca. In una breve dichiarazione, Trotskij scrisse infatti in data 20 agosto non solo di non aver mai incontrato di persona Valentin Olberg, ma che fin dall’inizio del 1930, quando stava cercando un suo segretario personale in Turchia, egli ricevette una comunicazione da Franz Pfemfert (uno dei suoi seguaci) che lo informava sul suo giudizio rispetto a Olberg. Nella sua dichiarazione scritta il 20 agosto, Trotskij dichiarò che “il primo aprile 1930, Franz Pfemfert mi scrisse: “Olberg produce la più sfavorevole impressione”, e a parere di Trotskij sempre Pfemfert ventilò addirittura la possibilità che Olberg potesse appartenere alla “clique di Stalin”[13].

Secondo la teoria in esame, Valentin Olberg prese quindi realmente contatto con il movimento trotzkista, e soprattutto con Trotskij e con Lev Sedov, nel corso del 1930; realmente egli entrò con due diversi e falsi passaporti in Unione Sovietica, sia nel 1933 che nel luglio del 1935; realmente Olberg si procurò nel 1935 il falso passaporto honduregno dal console generale Lucas Parades, operante allora nella Germania nazista per conto del paese latinoamericano in via d’esame, mediante l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo. Ma egli compì tali azioni proprio in base agli ordini e alle indicazioni dirette della polizia stalinista, che lo utilizzò in qualità di agente provocatore nelle fila trotzkiste fin dal 1929/30, quando Olberg prese altresì contatti con i trotzkisti di Berlino e con uno dei loro leader, Anton Grylewicz, operando come infiltrato stalinista dal 1930 fino all’agosto del 1936 ininterrottamente e senza soluzione di continuità.

Di conseguenza la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” scagiona completamente Trotskij, Lev Sedov e gli altri dirigenti trotzkisti da qualunque responsabilità, anche indiretta, rispetto alle azioni svolte invece da Valentin Olberg nel 1930/35 in base a ordini e direttive della polizia sovietica, ossia della GPU (acronimo della polizia sovietica, dal 1923 al 1933) e dell’NKVD (nuovo acronimo della polizia sovietica, a partire dal 1934).

La terza tesi, che condividiamo pienamente e che dimostreremo come veritiera fatti alla mano, sostiene invece che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista che arrivò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 con l’aiuto anche della Gestapo, nell’ambito di una collaborazione tra una parte dei vertici nazisti e Trotskij, al fine di uccidere Stalin, non condividendo tuttavia le conclusioni staliniste del 1936/37 sul presunto asservimento di Trotskij ai fascisti tedeschi (“Trotskij-servo di Hitler”): tutta una serie di fatti concreti (ad esempio Trotskij era un ebreo con un ego fortissimo, e fin dal 1898 si rivelò un convinto marxista) portano infatti a concludere che esistesse solo una collaborazione tattica e limitata tra Trotskij e i nazisti, tra nemici giurati, contro un loro nemico comune (Stalin e il suo regime) e in vista del secondo conflitto mondiale, il cui futuro scoppio stava ormai avvicinandosi con rapidità proprio dopo e a causa dell’ascesa al potere dei nazisti.

In ogni caso: chi ha ragione, sul caso Olberg?

Il Manchester Guardian, con la teoria “Olberg-curioso apartitico”?

Trotskij nel 1936/37 con la sua tesi “Olberg-infiltrato stalinista”?

Stalin e l’NKVD, con l’ipotesi “Olberg-coraggioso militante trotskista”?

Fuoco alle polveri, a questo punto: ormai in possesso di una serie di dati di fatto sicuri rispetto al “caso Olberg”, possiamo innanzitutto demolire la tesi assurda e incongruente che giudica Olberg come una persona “apartitica e innocente”, distante nel 1933-35 da qualunque contatto diretto sia con il movimento trotzkista che con la polizia stalinista.

Per demolire subito tale tesi senza lasciare spazio ad alcun dubbio ragionevole, basta solo pensare che Valentin Olberg non entrò in Unione Sovietica legalmente nel luglio del 1935, ma viceversa in modo illegale e clandestino, utilizzando a tal proposito un passaporto honduregno che lo presentava sotto una falsa nazionalità: honduregna, per l’appunto, e non certo tedesca o europea.

Lo stesso Olberg evidenziò, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 e di fronte alle domande di Vysinskij, ossia della pubblica accusa stalinista, che egli non aveva in alcun modo “congiunti” e parenti in Honduras, né del resto “antenati” che provenissero dalla piccola repubblica centroamericana, sostenendo invece e senza tema di smentite che egli risultava viceversa “nativo di Riga”, ossia di una città della Lettonia distante migliaia di chilometri dal continente americano.

Il Valentin Olberg che entrò clandestinamente e con mezzi illegali in territorio sovietico stava pertanto commettendo un reato evidente, chiaro e innegabile contro il regime e lo stato – il regime sovietico nel 1935 – da cui egli sarebbe stato “incuriosito”, almeno secondo la tesi strampalata in via d’esame, compiendo quindi fin dall’inizio del suo viaggio sia un atto ostile e illegale contro il regime stalinista che un particolare reato di cui Valentin Olberg era sicuramente a conoscenza, visto l’impegno e i soldi che gli costarono l’azione tesa a procurarsi il passaporto falso dell’Honduras.

[1] H. Blomquist, “Lost worlds of labour: Paul Olberg, the Jewish Labour Bund, and menshevik Socialism”, 2014, in sh.diva-portal.org

[2] Archivi Trotskij di Harvard, deposizione scritta di Frida Markovna, in www.oasis.lib.harvard.edu   1929-1940,  (15205).

[3] M. Shacthman, “Behind the Moscow trial”, in http://www.marxist.org, 1936

[4] Archivi Trotskij di Harvard, n°12881, lettera di V. Olberg a Lev Sedov del 23/02/1931

[5] F. Firsov, in “Reflection on the Gulag”, p. 112, in books.gogle.it

[6] H. Blomquist, op. cit.

[7] “Valentin Olberg”, in http://www.bundesstiftung-aufarbeitung.de

[8] R.T. Kronenbitter, “Leon Trotskij, dupe of the NKVD”, 1972, studies in Intelligence 16, no.1, in http://www.cia.gor

[9] V. Rogovin, “1937”, cap. primo, in http://www.marxists.org, sezione italiana, Archivio storico

[10] V. Rogovin, op. cit., cap. primo

[11] “Valentin Olberg”, in “Biographische Datenbanken”, in http://www.bundesstiftung-aufarbeitung.de

[12] M. Schachtman, “Behind the Moscow trial”, op. cit.

[13] L.D. Trotskij, “Who is V. Olberg?”, 20 agosto 1936, in “Writings of Leon Trotskij 1935-36”