Archivi Mensili: febbraio 2018

Capitolo Secondo Le comunicazioni quantistiche, i supercomputer e i Big Data:  il «leninismo digitale» cinese

A partire dal 22 gennaio è disponibile il nuovo libro intitolato “Piaccia o no: il Dragone scavalca l’America.

Il sorpasso cinese sugli Stati Uniti” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli;

Il volume in oggetto contiene anche la prefazione del compagno Bruno Casati, intitolata “In cammino: Yi Dai Yi Lu”,   e la postfazione del compagno Fosco Giannini, intitolata “Rivoluzione, Tienanmen, “ One Belt One Road” : Il lungo percorso cinese verso la trasformazione socialista”.

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Aurora, costa euro 10,00 e può essere richiesto telefonando  al n. 02/29405405, dalle ore 16,00 alle ore 19,00 :  e-mail centroconcettomarchesi@gmail.com.

Il testo può essere scaricato gratuitamente dal sito www.robertosidoli.net.

Di seguito pubblichiamo la prefazione del nuovo libro:

Buona lettura

 

Daniele Burgio

Massimo Leoni

Roberto Sidoli

 

Capitolo Secondo

Le comunicazioni quantistiche, i supercomputer e i Big Data:  il «leninismo digitale» cinese.

In tutto il nostro pianeta non sussistono praticamente dubbi o esitazioni, anche da parte dei convinti tecnofobi, sull’importanza centrale ormai assunta dal complesso tecnoscientifico: e a ragione, visto che la concreta dinamica storica dell’ultimo secolo va tutta in questa direzione di marcia.

Del resto il valore per così dire “economico” e produttivo della connessione tra scienza e tecnica era stata individuata centocinquant’anni fa da Karl Marx nel primo libro del Capitale, e più precisamente nelle primissime pagine del suo capolavoro di critica dell’economia politica borghese.

Prima di evidenziare più volte l’importanza decisiva della “forza produttiva del lavoro” nel processo di creazione del valore d’uso”, della “ricchezza materiale” e della stessa “produttività sociale del lavoro”, il genio di Karl Marx infatti aveva lucidamente precisato che “la forza produttiva del lavoro dipende da più circostanze e, tra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dall’efficacia dei mezzi di produzione e da condizioni naturali”.[1]

In tale passo venne illustrato con chiarezza “il grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica”, dalla quale dipende in modo principale, per inciso, anche “l’efficacia dei mezzi di produzione”: fin dal 1867 Marx aveva pertanto individuato, scoperto almeno in parte, l’importanza del complesso tecnoscientifico rispetto alla “forza produttiva del lavoro sociale” e della produttività, dato che questi ultimi elementi risultano una variabile dipendente innanzitutto dal livello di sviluppo della scienza/tecnologia.

Il geniale Deng Xiaoping trasse a sua volta con chiarezza, più di un secolo dopo la pubblicazione del Capitale, le inevitabili e corrette conseguenze tecniche delle valutazioni di Marx sostenendo giustamente nel 1988 che proprio la scienza e la tecnologia erano ormai diventate la principale forza produttiva del nostro tempo, collegandosi strettamente al processo di sviluppo produttivo della nostra specie.

Deng Xiaoping notò espressamente nel settembre del 1988 che “quando ho incontrato di recente Husak” (allora segretario generale del partito comunista cecoslovacco) “io ho ricordato che Marx era proprio nel giusto a sostenere che scienza e tecnologia fanno parte delle forze produttive, ma ora sembra che l’affermazione sia incompleta. La completa tesi dovrebbe essere che scienza e tecnologia costituiscono una fondamentale forza produttiva”.[2]

La teoria creativa del primato nel socialismo della scienza-tecnologia, elaborata da Deng Xiaoping, si è connessa e combinata con una politica pianificata di grandi investimenti nella “Big Science” e nei settori d’avanguardia della tecnologia, a loro volta parti integranti di una delle “quattro modernizzazioni” progettate e messe in pratica dal partito comunista cinese dal 1978, di cui l’attuale piano “Made in China 2015” costituisce solo l’ultimo anello: per tali cause e ragioni, interconnesse tra loro, la Cina ha raggiunto nell’ultimo triennio una posizione di primato nei “magnifici dieci”, ossia nei principali settori d’avanguardia della ricerca e della produzione tecnoscientifica del mondo contemporaneo.

Il primo di questi “magnifici” dieci è costituito dalla produzione di supercomputer, campo strategico nel quale la Cina ha sorpassato ormai il vecchio numero uno statunitense: persino un giornale profondamente filoamericano come La Stampa è stata costretta, in data 15 novembre 2017, a pubblicare un articolo intitolato in modo significativo “Nella corsa dei supercomputer la Cina batte gli Stati Uniti”.[3]

Verso la fina del 2017 l’ultima edizione della Top500, ossia la classifica più autorevole a livello mondiale per i supercomputer più potenti, ha evidenziato infatti come i modelli cinesi ormai non solo siano più rapidi ma anche più numerosi di quelli statunitensi: in pratica si è assistito a un sorpasso multilaterale della Cina ai danni degli USA, non solo rispetto al supercomputer più potente, fenomeno già avvenuto da alcuni anni, ma anche per il numero di sistemi di superprotezione inseriti in classifica, ossia 202 cinesi rispetto ai “soli” 144 degli americani.

“Per la Cina è ovviamente il picco più alto mai raggiunto, mentre per gli USA è il livello più basso da 25 anni a questa parte.

Appena sei mesi fa gli Stati Uniti guidavano con 169 supercomputer, mentre la Cina era “ferma” a 160. A seguire, molto più staccati, Giappone (35 sistemi), Germania (20), Francia (18) e Regno Unito (15). La Cina ha anche superato gli States per prestazioni comples-sive, con la superpotenza asiatica che ora vanta il 35,4% dei flops totali, mentre gli Stati Uniti si fermano al 29,6%.

La lista dei primi dieci supercomputer al mondo rimane pressoché invariata rispetto a luglio, con un paio di eccezioni. Davanti a tutti, per la quarta edizione consecutiva, c’è il cinese Sunway TaihuLight con prestazioni di 93,01 petaflops misurate in High Performance Linpack (HPL). A seguire, nettamente staccato, il Tianhe-2 (Milky Way-2) con 33,86 petaflops. Il supercomputer svizzero Piz Daint, è terzo con 19,59 petaflops dopo l’aggiornamento dello scorso anno alle Nvidia Tesla P100, che ne hanno più che raddoppiato le prestazioni.

Il quarto supercomputer al mondo si chiama Gyoukou, ed è un sistema giapponese capace di offrire una potenza di 19,14 petaflops grazie a processori Intel Xeon e acceleratori PEZY-SC2. In totale il sistema conta su 19.860.000 core, il livello più alto mai raggiunto da un sistema della TOP500. Chiude le prime cinque posizioni il Titan, un sistema statunitense con 17,59 petaflops di potenza, figli principalmente degli acceleratori Nvidia Tesla K20X”.[4]

L’imperialismo statunitense farà di tutto, anche per evidenti motivi politico-propagandistici, per riconquistare il primo posto almeno rispetto al supercomputer più veloce al mondo, ma per il momento deve registrare un’asimmetria ancora più vistosa rispetto alla Cina nel settore d’avanguardia – e quasi fantascientifico, alla Star Trek di hollywoodiana memoria – delle comunicazioni quantistiche.

Non si tratta certo di un segreto di stato visto che persino un quotidiano filoamericano come Repubblica è stata costretto a pubblicare nel giugno del 2017 un articolo intitolato, in modo significativo, “In Cina la prima telefonata quantistica”.

“Dallo spazio è dunque arrivato, sulla terra, il primo trillo che potrà rivoluzionare le telecomunicazioni. Il satellite Micius ha invitato con un laser coppie di fotoni a due coppie di stazioni a Terra: Delingha (nella regione del Qinghai, al centro della Cina) e Lijiang (nella regione dello Yunnan, a sud) e Delingha e Nanshan (nella regione dell’Urumqi, a nord-ovest); le prime distanti 1203 chilometri, le seconde due 1120”.[5]

“Il teletrasporto quantistico con fotoni, ossia il trasferimento a lunga distanza dell’informazione codificata da una particella di luce, è diventato una realtà fin dagli anni novanta e da quando si è riusciti per la prima volta a dimostrare sperimentalmente il fenomeno dell’entanglement, uno dei più bizzarri tra quelli previsti dalle leggi della meccanica quantistica: queste leggi prevedono infatti che gli stati quantistici di due particelle opportunamente preparate posso-no stabilire tra di loro una correlazione che si mantiene anche quando le due particelle sono separate tra loro a una distanza enorme, potenzialmente infinita.

La comunicazione tra stati quantistici entangled è stata dimostrata negli ultimi decenni per molte particelle, atomi e anche per i fotoni, ossia i quanti di luce; oltre a fornire le basi per reti di comunicazione quantistiche, questa tecnologia potrebbe integrarsi in modo quasi naturale con un altro ambito di ricerche attualmente molto in voga, quello sui computer quantistici.

L’idea è dunque usare come supporto fisico dei bit, ossia delle unità d’informazione binaria, non più un interruttore elettrico a due stati (“acceso” e spento”, corrispondenti a 0 e 1) ma atomi o particelle, e i loro stati quantistici, che possono assumere un maggior numero di configurazioni, codificando i bit d’informazione quantistica e incre-mentando esponenzialmente la capacità di calcolo.

Anche se la ricerca sui computer quantistici e sugli algoritmi che dovrebbero farli funzionare è ancora agli albori, già si pensa che il loro naturale complemento possano essere le reti telematiche quantistiche: i bit quantistici, in altre parole, potrebbero comunicare tramite l’entanglement.

Ora, in questo campo tecnoscientifico estremamente interessante e multilaterale, la Cina (prevalentemente) socialista ha acquisito via via un primato indiscusso creando sia le prime reti telematiche, che integrano al loro interno l’entanglement e il teletrasporto di dati, che le premesse materiali per la futura costruzione di computer quantistici: e agli inizi di ottobre del 2017 è stata realizzata la prima videochiamata quantistica tra Cina e Austria.[6]

“Oltre allo sviluppo delle intelligenze artificiali, la tecnologia sta progredendo sempre si più anche verso i computer quantistici. Qualche giorno fa alcuni scienziati cinesi e austriaci hanno segnato un nuovo punto nel percorso dell’evoluzione tecnologica legata ai computer quantistici. Per la prima volta nella storia infatti, è stata realizzata una videochiamata quantistica.

A realizzarla sono stati i ricercatori della Chinese Academy of Sciences, della Austrian Academy of Sciences e della University of Vienna i quali, sfruttando un sistema di telecomunicazioni quantistico, sono stati in grado di trasferire le informazioni della videochiamata attraverso dei fotoni generati a terra e fatti rimbalzare dal satellite Micius.

La particolarità di questo sistema di comunicazione non è tanto nella capacità di veicolazione dei dati (in fin dei conti la videochat è diffusa da diversi anni a questa parte) ma nella sicurezza che sta dietro la veicolazione di quei dati.

Se qualcuno tenta d’intercettare i fotoni scambiati tra il satellite e la stazione di terra e misurare la loro polarizzazione lo stato quantistico dei fotoni verrà cambiato da questo tentativo di misura, es-ponendo immediatamente gli hacker, sostiene Johannes Handsteiner della Austrian Academy of Sciences.

La videochiamata quantistica e la crittografia a essa applicata usano il cosiddetto entanglement, dove la chiave è inserita all’interno dei fotoni e inviata davanti al messaggio crittografato sfruttando il metodo quantum key distribution (QKD)”.[7]

Il gigante asiatico risulta inoltre all’avanguardia anche nel settore delle nanotecnologie, il quale riguarda la conoscenza, il controllo e la trasformazione di materia e materiali dalle dimensioni variabili da 1 a 100 nanometri, mentre microscopici nanometri consistono in un punticino di miliardesimo di metro o, se si preferisce di un millesimo di micron.

Non stiamo parlando di fantascienza ma di materiali che da tempo sono entrati nell’uso comune e quotidiano in certi settori. Ad esempio in Cina fin dal 2009 sono stati creati dei calzini con nanoparticelle di argento in grado di eliminare i cattivi odori e una serie di articoli per animali, dalle ciotole ai guinzagli, per evitare la trasmissione di malattie batteriche e virali del cane all’uomo”.[8]

Per quanto riguarda il rapporto di forze creatosi in questo campo tecnoscientifico tra le diverse nazioni, nel gennaio del 2011 una ricerca pubblicata dall’autorevole rivista Nature mostrava come fossero Stati Uniti e Cina al primo posto per numero di pubblicazioni scientifiche relative alle nanotecnologie.

Secondo la classifica in oggetto gli Stati Uniti allora erano i primi al mondo con il 23 percento del totale di pubblicazioni, tallonati dalla Cina la cui quota risultava pari al 22 percento, mentre il terzo posto veniva condiviso da Germania e Giappone, ciascuno con l’8 percento: questi risultati costituivano il sottoprodotto di investi-menti cospicui che, nelle nazioni in esame, risultavano pari a otto miliardi di dollari dal 2008 al 2010.[9]

Il salto di qualità in questo settore hi-tech sta in ogni caso avvenendo proprio in questi ultimi due anni e vede come protagonista la Cina, con il suo nuovo super laboratorio sulle nanotecnologie denominato “Nano X Research Facility”, che sarà inaugurato proprio nel 2018 a Suzhou rendendo il gigante asiatico il leader della ricerca in questo segmento nell’hi-tech.

“Nella provincia del Jiangsu gli scienziati sono al lavoro per la messa a punto di una nuova tecnologia in grado di produrre dispositivi su una piattaforma che simula il vuoto spaziale.

L’impianto di nanotecnologie, a quanto si è appreso dal quotidiano China Daily, sarà completato entro il 2018 ed ha avuto un finanziamento iniziale di  320 milioni di yuan, ovvero circa 42 milioni e 700.000 euro. In futuro prevede di avere un budget di un miliardo e mezzo di yuan, pari a duecento milioni di euro.

Nano X Research Facility si dedicherà agli studi sulla materia, alla produzione di dispositivi e ai test sui materiali: gli esperimenti che verranno compiuti nel nuovo centro serviranno a produrre soluzioni per i problemi nella scienza dei materiali e nella tecnologia dei dispositivi e allo sviluppo di tecnologie e dispositivi utili nei campi dell’energia e dell’informazione.

La Cina non è nuova a questo tipo di esperienze, visto che essa investe massicciamente nello sviluppo di nanotecnologie e dal 1999 ad oggi ha aumentato la spesa in tal senso di circa il 20% annuo. Questo ha fatto del Paese uno dei leader mondiali nel settore delle nanotecnologie, in diretta concorrenza con gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania, e le sue università sono i centri di maggiore sviluppo di questo settore, con oltre il 40 percento del totale dei brevetti registrati a livello nazionale”.[10]

Una situazione quasi analoga ormai si sta creando anche nel futuristico settore dell’Intelligenza Artificiale, dove la Cina si sta ormai avvicinando rapidamente al momento del sorpasso sugli Stati Uniti.

Analizzando in modo obiettivo e lucido la geopolitica del progresso tecnoscientifico, la redazione del sito “255” ha notato infatti in modo significativo che ogni anno l’Associazione per la promozione dell’Intelligenza Artificiale, gruppo no-profit statunitense sorto nel 1979, riunisce ricercatori e scienziati “provenienti da tutto per un assemblea che ha l’obiettivo di rendere noti gli ultimissimi progressi nel settore. L’anno scorso l’annuncio che l’edizione 2017 si sarebbe tenuta a fine gennaio a New Orleans ha creato un malumore nella community scientifica cinese: le date sarebbero coincise con i festeggiamenti del loro capodanno. L’impasse si è risolto spostando data e luogo: impensabile per gli organizzatori tenere l’assemblea senza il supporto, fondamentale, dei ricercatori cinesi.

Secondo il giapponese National Institute of Science and Technology Policy, il numero di studi accademici su intelligenza artificiale e machine learning vede la Cina posizionarsi al secondo posto proprio dopo gli Stati Uniti che, al momento, eccellono soprattutto per la qualità delle analisi proposte, non tanto per la quantità che vede i concorrenti asiatici primeggiare in modo assoluto.

Sono diversi i fattori dietro il balzo della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale: uno su tutti il vantaggio culturale. I ricercatori asiatici si sono sempre distinti in settori come la matematica, la formazione scientifica e l’ingegneria, fondamentali per lo studio dell’intelligenza artificiale. A ciò si aggiunge il fatto che il paese ad oggi rappresenti uno dei più grandi mercati internet al mondo con oltre 800 milioni di utenti: le aziende online si stanno sviluppando alla velocità della luce e, a implementare i guadagni, i vantaggi competitivi e l’esperienza degli utenti sarà proprio l’Intelligenza artificiale”.[11]

La pianificazione politico-economico di Pechino sta ormai giocando un ruolo molto importante nel processo di sviluppo e nel sorpasso cinese ai danni degli americani nel settore dell’Intelligenza artificia-le.

Fin dall’inizio di luglio del 2017 è stato infatti approvato un’ambiziosa strategia a lungo termine dal Consiglio di Stato cinese, mediante un investimento globale di risorse nel settore dell’intelligenza artificiale pari a 22 miliardi di dollari entro il 2020, mentre nei segmenti legati ad esse la somma raggiungeva invece quota 150 miliardi di dollari; entro il 2025 tali valori saliranno rispettivamente a 80 e 650 miliardi di dollari.

Approvato il 21 luglio del 2017, il “Piano di sviluppo dell’intelligenza artificiale di nuova generazione” prevede di stabilire in Cina un sistema aperto e collaborativo di innovazione scientifica e tecno-logica dell’intelligenza artificiale, afferrando la caratteristica di alto grado d’integrazione tra le proprietà tecniche e sociali di quest’ultimo persistendo nella promozione della “trinità” relativa all’intelligenza artificiale, ovvero affrontare i problemi chiave legati al suo sviluppo e ricerca, l’applicazione del prodotto e la formazione industriale. In un suo discorso del 21 luglio 2017 il viceministro della scienza e tecnologia cinese, Li Meng, ha affermato che la “pianificazione” ha delineato la cianografia per lo sviluppo pianificato dell’intelligenza artificiale di nuova generazione della Cina stabilendo l’obiettivo “in tre fasi”.

“Entro il 2020, le tecnologie complete e le applicazioni d’intelligenza artificiale dovranno essere in sincronia con il livello avanzato mondiale; entro il 2025, la teoria di base dell’intelligenza artificiale dovrà realizzare un importante passo in avanti, e gli aspetti di tecnologia e applicazione raggiungere un livello mondiale avanzato; nel 2030, la teoria, la tecnologia e l’applicazione dell’intelligenza artificiale raggiungeranno complessivamente un livello mondiale avanzato, diventando un importante centro d’innovazione dell’intelligenza artificiale nel mondo”.[12]

La supremazia cinese su scala mondiale risulta già ora indiscutibile nel campo dell’alta velocità ferroviaria, settore nel quale Pechino già nel 2015 aveva costruito ben 18000 chilometri linee destinate solo ai treni con tecnologia maglev, scavalcando di gran lunga le altre nazioni.

Anche il treno attualmente più veloce su scala planetaria è il “Fuxing”, che percorre alla velocità media di 350 chilometri orari – con punte di 400 – la distanza che separa Pechino da Shanghai: ma  sta ormai quasi per entrare in funzione un nuovo proiettile ferroviario inaugurato da poco a Qingdao, che supererà già di molto le già notevoli prestazioni del Fuxing.

“Viaggerà a 500 chilometri all’ora il nuovo treno inaugurato a Qingdao, in Cina. Supererà l’attuale treno più veloce del mondo che viaggia a ‘soli’ 350 km/orari

A Qingdao, in Cina, a circa 800 chilometri da Shanghai, è stato presentato il treno più veloce del mondo. Si tratta di un prototipo di treno ad alta velocità in grado di raggiungere i 500 chilometri all’ora. Supererà l’attuale treno più veloce del mondo, sempre cinese, che viaggia a 350 km/orari.

Il treno è formato da sei carrozze ipertecnologiche e dotate di ogni comfort all’interno. L’esterno è stato realizzato con materiali plastici, fibra di carbonio e lega di magnesio, per ridurre il peso e favorire la velocità. Attenzione anche nei confronti del design: il treno vuole riprodurre la forma di un’antica spada cinese.

In meno di dieci anni la Cina ha costruito la più grande rete ferroviaria ad alta velocità del mondo. Secondo i media internazionali, l’inaugurazione del nuovo treno più veloce del mondo fa parte di un programma governativo che ha lo scopo di migliorare i sistemi di trasporto del Paese”.[13]

Ma non solo: dopo Los Angeles-San Francisco e la  Dubai-Abu Dhabi, anche la Cina sta costruendo una linea hyperloop con una iper-velocità paragonabile a quello degli aerei.

La China Aerospace Science and Industry Corp (CASIC), uno dei maggiori enti appaltatori spaziali cinesi, ha infatti annunciato di aver sviluppato la ricerca del sistema di trasporto futuristico conosciuto con il nome di hyperloop: la dimostrazione è stata presentata nei giorni scorsi a Wuhan, la capitale della provincia dell’Hubei e l’hyperloop CASIC sarà costituito da una linea a levitazione magnetica su cui viaggerà una capsula all’interno di un tunnel, raggiungendo una velocità di 1000 chilometri all’ora”.[14]

Passando dalle ferrovie hi-tech ai voli spaziali, in tale segmento tecnoscientifico di altissimo livello, la Cina popolare ha ormai raggiunto pienamente Russia e Stati Uniti, quest’ultima in pesante crisi per la fine del costosissimo progetto Shuttle.

Seppur scontando il pesante fallimento della stazione spaziale Tiangong-1, la Cina è stata in grado con le proprie forze di lanciare in orbita nel settembre del 2017 la sua nuova struttura orbitale permanente, denominata Tiangong-2: nel 2017 gli scienziati di Pechino sono altresì riusciti a inviare un primo cargo automatico alla stazione spaziale replicando anche in questo settore l’attività della “concorrente” in orbita, ossia quella Stazione Spaziale Interna-zionale costruita dalla Russia ma attualmente utilizzata da un pool internazionale con al suo interno anche gli Stati Uniti.

Oltre al cargo automatico del 2017, anche gli astronauti cinesi Jing Haipeng e Chen Dong hanno raggiunto e abitato per un mese la Tiangong-2: e laddove i cosmonauti non possono ancora arrivare, Pechino sta programmando di inviare sulla Luna tutta una serie di sonde automatiche, capaci di raccogliere campioni e materiali del nostro satellite come non succedeva più dal lontano 1976.

La sonda cinese Chang’è 5, infatti, “tenterà di riportare sul nostro pianeta circa due chilogrammi di campioni del suolo selenico, dopo un atterraggio nella parte nord-orientale dell’Oceanus Procellarum.

Il programma della missione cinese “prevede una sonda principale che dovrà orbitare attorno alla Luna, che in seguito rilascerà un modulo di atterraggio. Una volta raccolti i campioni (anche per mezzo di una trivella) dalla base del modulo di atterraggio lunare, decollerà un modulo di risalita che effettuerà un aggancio in orbita con la sonda orbitante.

Dopodiché i campioni verranno trasferiti in una capsula che si troverà all’interno del modulo di rientro, progettato per ritornare sulla Terra e presente a bordo della stessa sonda orbitante. Il modulo orbitante lascerà così l’orbita lunare per dirigersi verso la Terra.

Chang’è 5 è una sonda del peso di 82 tonnellate. E sono in molti, tra gli analisti spaziali, a considerare questa missione come uno sviluppo delle tecnologie che, negli anni dopo il 2025, dovranno portare i primi astronauti cinesi sulla Luna. La sonda è formata da quattro parti: una sonda orbitante, un modulo per il rientro sulla Terra, un modulo di partenza dalla Luna e un modulo di atterraggio sulla superficie lunare”.[15]

Deve essere altresì rilevato come l’ormai decennale e consolidata alleanza strategica tra Cina e Russia si stia ormai allargando anche al campo spaziale. Alla fine di agosto del 2017 le due nazioni hanno infatti manifestato per la prima volta la chiara e inequivocabile intenzione di stipulare una storica intesa di lungo periodo sull’esplo-razione spaziale nel 2018-2022, inviando per la prima volta missioni sulla Luna: l’accordo bilaterale coprirà cinque settori, tra cui esplo-razione lunare e cosmica, sviluppo di materiali speciali, collaborazione nei sistemi satellitari, telerilevamento terrestre e ricerca di detriti spaziali.

Tra i “magnifici dieci” della tecnoscienza contemporanea spiccano altresì la biomedicina e la genetica, e anche in questo particolare campo della più avanzata praxis socioproduttiva umana la Cina ormai ha accumulato tutta una serie di risultati e conoscenze di primo livello, a partire dall’editing genetico: un meccanismo che agisce come una “forbice” a livello molecolare, guidata da una molecola di RNA e in grado di modificare una sequenza genetica, la cui scoperta ha creato negli ultimi anni un segmento di attività scientifica nella quale la Cina ha ottenuto successi tali da far chiedere in modo provocatorio ad alcuni osservatori scientifici se “il prossimo Superman” non sarà forse cinese.

Nell’ottobre del 2016 in Cina è stato ad esempio “eseguito il primo trial clinico su esseri umani di una nuova terapia per il cancro del polmone basata sulla tecnica di editing genetico CRISPR, pensata per i malati già sottoposti senza successo ad altri trattamenti, come la chemio e la radioterapia. La tecnica prevede l’estrazione delle cellule immunitarie chiamate cellule T dal sangue dei pazienti, a cui viene applicata la tecnologia CRISPR-Cas9 – in grado di modificare in modo estremamente preciso la sequenza del genoma – per eliminare un gene dalle cellule.

Il test, supervisionato dal team del professor Lu You della Sichuan University, il prossimo marzo potrebbe essere replicato da alcuni studiosi dell’università di Pechino su persone affette da altre tipologie di tumori, come quello al rene, alla vescica e alla prostata. Uno studio simile è attualmente in fase di revisione presso l’Università della Pennsylvania e potrebbe venire ultimato all’inizio del 2017.

“Credo che questo stia per innescare uno ‘Sputnik 2.0’, ovvero un duello biomedico tra la Cina e gli Stati Uniti. Il che è importante, perché la concorrenza di solito migliora il prodotto finale”, ha dichiarato alla rivista scientifica Nature Carl June, uno specialista di immunoterapia nonché consulente scientifico per lo sviluppo della tecnica negli Stati Uniti. Ma in realtà «quando si parla di editing genetico, la Cina è al primo posto», ha dichiarato al magazine Science Tetsuya Ishii, bioeticista alla Hokkaido University di Sapporo. Quello di ottobre è infatti soltanto l’ultimo di una serie di record inanellati dal gigante asiatico nel campo dell’editing genetico col sistema CRISPR, già utilizzato oltre la Muraglia per la prima cura di embrioni umani e le prime scimmie OGM. “Uno degli elementi più importanti dello sviluppo CRISPR in Cina è la vastità del suo impiego”, commentava mesi fa ai microfoni della Cnn Christina Larson, corrispondente per la rivista Science, “viene sviluppato in diversi modi e in molti laboratori differenti”. [16]

Anche altri centri di ricerca fuori dai confini cinesi hanno ammesso, verso la fine del 2016, che in ogni caso “è innegabile che la Cina si collochi prima, ancora una volta, nei traguardi delle nuove tecniche del genome editing. Lo aveva già fatto nell’aprile del 2015 con la prima pubblicazione, rifiutata da Nature e da Science, sull’applicazione di Crispr-Cas9 su cellule di embrioni umani. Un fatto non casuale. La Cina sembra infatti avere tutta l’intenzione di vincere questa sfida con gli Stati Uniti. In generale, gli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo negli ultimi anni sono cresciuti in maniera esponenziale. Secondo i dati del rapporto 2016 Science and Engineering Indicators, nel 2013 la Cina ha speso in ricerca e sviluppo 336,5 miliardi di dollari (pari al 20% della spesa totale a livello mondiale nel settore), posizionandosi solo alle spalle degli Usa che hanno speso 456,1 miliardi (il 27% del totale).

«Questo è un trend che porterà la Cina nel 2019 a essere il primo Paese al mondo in questo settore, come le previsioni Ocse ci dicono. E già da tempo la Cina è il primo paese come numero di brevetti: 820 mila nel 2013», dice a pagina99 Alberto Forchielli, autore del libro Il potere è noioso (Baldini&Castoldi, 2016), profondo cono-citore del mondo del business asiatico e partner fondatore della società di private equity Mandarin Capital Partners”.[17]

Dal processo sopracitato di accumulazione di conoscenze tecno-scientifiche sono via via emersi tutta una serie di concreti contributi del gigante asiatico in campo genetico tra i quali si possono ricordare la produzione di cromosomi sintetici (del lievito, per il momento), la clonazione di un cane con modifiche genetiche delle cellule somatiche e alla per così dire “coltivazione” e crescita artificiale di parti del corpo, come nel caso di un orecchio fatto crescere sul braccio di un paziente cinese. [18]

Passando invece al settore in grande sviluppo dell’automazione e della produzione di robot, persino gli osservatori occidentali sono stati costretti a riconoscere con stupore nel corso del 2017 che anche se in ritardo sul piano qualitativo  “la Cina è già il più grande produttore mondiale di robot industriali. Il Paese ha una quota di circa il 27% del mercato globale. E al tempo stesso è anche il più grande acquirente di robot al mondo. Si calcola che le aziende cinesi abbiano spesso circa 3 miliardi di dollari per acquistare dispositivi robotici nell’ultimo periodo. Tutti questi dati derivano da una ricerca della Federazione Internazionale di Robotica (IFR). Nonostante la rapida crescita, in Cina l’industria della robotica deve ancora arrivare a livelli di eccellenza assoluta. La maggior parte dei robot industriali che la Cina produce, infatti, non sono molto complessi e non sono paragonabili con quelli realizzati in Giappone o in Svizzera. In questa ottica le aziende cinesi stanno iniziando a comprare società estere. Lo scorso anno la cinese Midea ha acquistato per 5 miliardi di dollari il gruppo tedesco Kuka, uno dei leader della robotica mondiale”.[19]

Agli inizi di marzo del 2017 il ministero dell’industria cinese non solo aveva annunciato che nell’anno precedente la produzione di robot era aumentata del 34,3% e  più di un terzo rispetto al 2016, con un numero di robot prodotti pari a 72400 unità e a più di un quarto del totale mondiale, ma aveva altresì sottolineato che il tredicesimo piano quinquennale, dal 2016 fino al 2020, aveva previsto di raggiungere la produzione annua di centomila robot coinvolti nella produzione industriale, mentre il volume di vendite negli automi impiegati invece nel settore dei servizi sarebbe salito fino a toccare i 4,6 miliardi di dollari all’anno.[20]

Il processo di automatizzazione risulta ad esempio molto avanzato alla Huawei, la più grande azienda cinese nella produzione di smartphone.

Infatti i principali modelli di Hauwei, in questo momento il Mate 9 e il Mate 9 Porsche Design, vengono prodotti in una fabbrica dove l’uomo ha solo un ruolo di controllo e di gestione, nello specifico il caricamento dei componenti in esaurimento all’interno delle enormi macchine robot. L’assemblaggio e il montaggio degli smartphone top di gamma è totalmente automatico e viene fatto con una precisione che l’uomo non può avere, dal serraggio delle viti alla deposizione degli adesivi. “Utilizzare i robot ad oggi costa di più, non solo per la manutenzione: programmare un robot per fare uno smartphone è decisamente più difficile che insegnarlo ad un uomo, ma il risultato ci dà ragione”. Non è escluso che, in futuro, tutta la produzione possa essere automatizzata con benefici a tutti i livelli e in ogni caso cade un mito occidentale, quello delle batterie di operai cinesi chini su un tavolo a montare smartphone con turni di lavoro massacranti: paradossalmente Huawei utilizza l’assemblaggio umano molto meno di quanto facciano le multinazionali americane e europee.

In questo contesto diventò molto più facile comprendere la creazione in terra cinese della “dea robot” Jia Ja, una struttura androide con le sembianze di una bellissima donna capace di intrattenere una conversazione semplice; oppure del robot capace nel 2016 di scrivere, in un solo secondo, un articolo di trecento caratteri per un giornale; dell’automa che a partire dal 2017 è in grado di effettuare l’esame di ammissione all’università dei giovani cinesi, il difficilissimo Gaokao, oppure l’apparizione dei mille robot che hanno ballato simultaneamente a Guangzhou nella provincia del Guandong, nell’estate scorsa.

Anche il penultimo settore dei “magnifici dieci”, ossia la realtà virtuale, negli ultimi tre anni parla sempre più cinese.

Un sito specializzato nel segmento scientifico e produttivo in oggetto ha evidenziato che la Cina dovrebbe vedere “crescere il mercato della realtà virtuale da 1,5 miliardi di yuan (circa 230 milioni di dollari) del 2014 a 55 miliardi di yuan (8,4 miliardi di dollari) entro il 2020 e per questo i tre maggiori colossi del web cinese, Baidu, Alibaba e Tencent, forti di una base clienti complessiva di oltre 688 milioni di utenti solo in patria, stanno investendo molto in startup, almeno 200 delle quali sono attive proprio nel settore della realtà virtuale.

Più che puntare come Sony, Facebook o HTC, sullo sviluppo di dispositivi, i gruppi cinesi sembrano volersi specializzare nella creazione di contenuti e piattaforme per condividerli. Il segmento al momento più promettente appare quello dei video online, visto che circa 504 milioni di cinesi si collega regolarmente a siti di streaming, ma i video immersivi e le applicazioni per videogiochi (in Cina lo scorso anno vi sono stati 391 milioni di giocatori online) sembrano poter essere il primo settore di realtà virtuale a giungere a piena maturità.

Nel frattempo dei circa 6,3 milioni di visori per realtà virtuale che si stima verranno messi sul mercato quest’anno, almeno il 40% avrà come destinazione la Cina, secondo quanto ha riportato l’agenzia Bloomberg, notando come ancora non sia emerso con chiarezza un leader nel settore dei contenuti di realtà virtuale così che provider locali, editori di videogiochi e service provider stanno tutti tentando di indirizzare lo sviluppo della realtà virtuale oltre la sola produzione di dispositivi hardware”.[21]

Non si tratta solo di videogiochi e della (importante, anzi vitale) attività ludica, ma siamo in presenza di un segmento di praxis collettiva che ha anche delle significative ricadute scientifiche, in combinazione con l’uso di supercomputer.

Infatti alla fine di luglio del 2017 un collettivo di scienziati cinesi è riuscita a produrre la più grande simulazione di un universo virtuale mai creato fino ad oggi, utilizzando prestazioni del supercomputer Sunway Taihulight e battendo il precedente primato detenuto dall’università di Zurigo. “Nei fatti, si è trattata di una simulazione cinque volte più grande di quella europea, anche se questa ha funzionato solamente per ‘un’ora, contro le ottanta ore della controparte svizzera.

A cosa servono queste simulazioni? L’idea è riuscire a studiare i meccanismi che hanno portato l’Universo dal Big Bang alle condizioni attuali, far luce su materia oscura e componenti più misteriose, ed infine capire come possa procedere l’espansione dell’Universo. Ora l’obbiettivo del team cinese è riuscire a simulare quanto avvenuto dalla nascita dell’universo fino ai giorni nostri, coprendo il totale di 13,8 miliardi di anni ipotizzati”.[22]

Per quanto riguarda infine l’ultimo, ma non certo per importanza – dei “magnifici dieci”, il presidente cinese 8e segretario generale del partito comunista cinese) ha voluto sottolineare con forza l’importanza dell’economia digitale della “Via della Seta di Internet” anche il 3 dicembre 2017, in occasione della conferenza mondiale su internet tenutasi nella città cinese di Wuzhen.

Molte notizie, di regola poco conosciute in terra occidentale, emergono in ogni caso dalla sezione cinese di internet. Ad esempio in Italia ben pochi sono attualmente a conoscenza che non solo  la Cina nel 2017 ha sperimentato la prima rete quantistica commerciale al mondo, ma ha raggiunto altresì di recente un primato – misconosciuto o passato quasi completamente sotto silenzio – anche nel variegato mondo dei servici digitali.

Proprio la struttura centralizzata di governo della rete in Cina ha infatti favorito il processo di creazione e  diffusione di servizi digitali molto avanzati, che “hanno raggiunto livelli di penetrazione senza eguali nei mercati occidentali.

Il mercato dei pagamenti elettronici operati con device mobili – smartphone in primo luogo – è esploso, ad esempio, passando dal valore di 31.7 milioni di dollari nel 2012 a 1.83 trilioni di dollari nel 2016. Secondo iResearch, citata di recente anche dal Financial Times, il valore dei pagamenti elettronici mobili in Cina ha raggiunto i 5,5 trilioni di dollari nel 2017, 50 volte maggiore del valore totale del mercato USA, che si ferma a 112 bilioni di dollari.

Al contempo, gli “e-wallets”, o portafogli elettronici, rappresentano il 58% del totale delle transazioni e pagamenti online effettuati Cina. Si tratta della più alta percentuale a livello globale e indica che i pagamenti elettronici su device mobile sono parte integrante dell’esperienza di acquisto del consumatore locale. Negli Stati Uniti, la penetrazione non supera il 15%, in Gran Bretagna si ferma al 23%.

All’interno della Grande Muraglia, la Cina sta creando una società completamente digitale. Non solo le comunicazioni, siano queste tra privati, aziende o con le autorità pubbliche, ma anche i servizi, vengono erogati e fruiti in un ecosistema internet integrato ed autonomo. La natura centralizzata dell’internet cinese peraltro, agevola la costituzione e l’affermazione di piattaforme digitali multifunzionali come l’onnipresente WeChat.

Lanciata dal colosso produttore di giochi online, Tencent, solo cinque anni fa, WeChat, nata come app di comunicazione è diventata un vero e proprio hub di servizi digitali. L’ubiquità della rete si traduce nell’ubiquità del cittadino-consumatore.

Avendo ormai acquisito più di 800 milioni di utenti, cioè quattordici volte la popolazione italiana, la struttura di WebChat gestisce larga parte delle “transazioni di affari, contatti sociali, acquisto di assicurazioni o shopping. Tutto si fa – e passa – attraverso WeChat. L’app di Tencent è oggi il punto di accesso privilegiato a internet al di qua della Muraglia e dello Scudo d’oro. In ogni istante della giornata, dall’alba al tramonto, il cittadino-utente cinese esiste nel cyber-universo delimitato da WeChat, usufruisce dei servizi disponibili senza interruzione e soddisfa i propri bisogni.

L’aspetto forse più significativo, quello che maggiormente sollecita l’immaginazione degli evangelisti dell’economia digitale, Facebook in testa, è la promessa di un’economia senza contante che WeChat sembra in procinto di realizzare.

Le numerose funzioni di questo hub di servizi comprendono la possibilità di inviare “donazioni” digitali ad amici e parenti o, come già fanno alcune aziende, di pagare gli stipendi ai propri collaboratori. Il cittadino-consumatore può quindi navigare attraverso necessità e funzioni quotidiane senza mai dover mettere mano al portafogli o alla carta di credito. Pagare un caffè da Starbucks, prenotare un ristorante o una visita medica è soltanto una questione di qualche click”.[23]

Nell’aprile del 2016 Pietro Greco ha elaborato una sintesi sulla materia in discussione evidenziando i progressi giganteschi della Cina nella ricerca scientifica di base e nella quota rispetto alle produzioni mondiale di beni hi-tech.

Greco aveva innanzitutto precisato che il 17 dicembre del 2015 “la Cina ha lanciato nello spazio il satellite Wukong (il Re delle Scimmie, dal nome del guerriero protagonista di un’antica fiaba). Il suo nome, per così dire, scientifico è Dark Matter Particle Explorer (DAMPE) e la sua missione è dare la caccia a quella materia oscura di cui non conosciamo la natura ma che (pare) costituisce l’85% di tutta la materia cosmica.

Wukong non è che il pioniere di una serie di satelliti che l’Accademia Cinese delle Scienze intende lanciare per portare a termine quel Progetto Prioritario Strategico di Scienza dello Spazio varato, con il beneplacito del governo, nel 2011. Un programma importante che manifesta l’intenzione della Cina: diventare protagonista della ricerca scientifica nel cosmo. Potremmo citare altri casi, per dimostrare che la Cina vuole diventare (sta diventando) un gigante in grado di competere con USA ed Europa anche nel campo della scienza di base. Per esempio il progetto JUNO, che prevede la creazione entro il 2020 in un nuovo e gigantesco laboratorio sotterraneo per la ricerca dei neutrini nel sud della Cina, nella provincia di Guangdong, a 43 Km dalla città di Kaiping.

Ma nulla meglio dei numeri ci fornisce una chiara indicazione di quello che sta succedendo in Cina e, di conseguenza, nella geografia globale della ricerca. Per esempio i numeri resi pubblici dall’americana National Science Foundation (NSF) con il recente rapporto Science and Engineering Indicators 2016. Proviamo a riassumerli. Con 340 miliardi di dollari (calcolati a parità di potere di acquisto della moneta), la Cina ha raggiunto gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) dell’intera Europa e ora è seconda solo agli Stati Uniti. Anche in termini relativi, col 2,1% rispetto al PIL (Prodotto interno Lordo), la Cina ha raggiunto e superato l’Europa e non è molto lontana dagli Stati Uniti (2,7%).

Ma è il ritmo di crescita a destare impressione. Come documenta la NSF, gli investimenti cinesi in R&S nel periodo 2003-2013 sono cresciuti al ritmo del 19,5% annuo. Più del doppio del ritmo di crescita del PIL. La velocità di crescita dell’intensità degli investimenti è rimasta sostanzialmente costante sia nel periodo della grande crisi economica mondiale (che ha solo sfiorato la Cina) sia negli ultimi anni, nel corso dei quali la crescita del PIL ha rallentato passando da oltre il 10% a poco meno del 7% annuo. Il che indica, come vedremo, una chiara intenzione: diventare leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il medesimo obiettivo (per ora fallito) che l’Unione Europea si era dato nell’anno 2000.

In ambito industriale (produzione di beni ad alto valore di conoscenza aggiunto) la Cina è già sulla buona strada. Le sue industrie hi-tech sono responsabili, ormai, del 29% del PIL cinese. E generano il 27% della produzione mondiale di beni hi-tech, preceduti ancora di poco solo dalle industrie USA, che rappresentano il 29% della manifattura hi-tech del pianeta.

Che non si tratti di una situazione contingente, lo dimostrano i numeri relativi a un settore collegato alla produzione ad alta intensità di conoscenza: la formazione. Tra il 2000 e il 2012 il numero di laureati in scienza o ingegneria in Cina è aumentato del 300%. E addirittura del 1000% nelle materia non scientifiche o tecniche. Segno che si tratta di un’espansione che riguarda tutto l’universo culturale. Così oggi nel paese del Dragone il 49% di tutti i laureati (laurea di primo livello) è specializzato in materia scientifiche o in ingegneria (contro il 33% dei laureati negli Stati Uniti). Ciò fa sì che oggi la Cina, con meno del 20% della popolazione mondiale, vanti il 23% dei 6 milioni di giovani al mondo laureati in materia scientifiche o tecniche, contro il 12% degli Europei e il 9% degli Stati Uniti”.

Detto in altri termini, quasi un quarto dei nuovo laureati al mondo in ingegneria e nelle diverse sezioni delle scienze naturali è cinese, contro il misero 9% ottenuto viceversa dagli USA nel settore della forza-lavoro iperqualificata: e il ricercatore Pino Greco ha lucida-mente colto nel segno evidenziando che proprio “su questi giovani la Cina intende costruire il suo futuro di paese leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il 13° Piano quinquennale approvato di recente dal Congresso del Partito Comunista ha definito l’obiettivo per il 2020: aumentare l’intensità degli investimenti in R&S fino al 2,5%. E ha anche individuato le principali piste di ricerca da percorrere: la già citata esplorazione dello spazio profondo; la comunicazione e la computazione quantistiche; il cervello; la sicurezza nazionale nel cyberspazio; l’uso efficiente e pulito del carbone; la robotica industriale, medica e militare; le applicazioni delle scienze genetiche; le applicazioni nel settore dei big data; l’esplorazione sottomarina più profonda; la creazione di una stazione antartica e di un osservatorio artico”.[24]

La lucida analisi di Greco contiene – in modo assolutamente incolpevole – un solo limite e un unico difetto: dall’aprile del 2016 sono ormai passati quasi due anni e persino tale breve periodo ha fatto invecchiare precocemente alcune tesi di Greco, visto:

  • lo sviluppo esponenziale dei supercomputer in terra cinese ivi compresa la vicina costruzione a Pechino di un prototipo di computer exascale, in grado di compiere un nuovo salto di qualità rispetto ai sistemi di calcolo attuali;
  • l’introduzione della comunicazione quantistica da parte della Cina proprio nel corso degli ultimi due anni;
  • il ritmo incalzante di incremento e l’ulteriore sviluppo della massa di investimenti cinesi nella ricerca scientifica – ivi compresa quella di base – e tecnologica, oltre che nel numero di scienziati e ricercatori. Si stanno ormai verificando sul campo e in anticipo le previsioni di uno studio dell’insospettabile OCSE (“Outlook 2014” su scienze, tecnologia e industria) pubblicato nell’autunno del 2014, secondo le quali la Cina sarebbe diventata prima nel mondo in ricerca e sviluppo entro il 2019.[25]

Missione in gran parte compiuta, da parte di Pechino: e si è già notato in precedenza che persino nel suo principale tallone di Achille, la produzione di microchip, la Cina Popolare sta compiendo rapidamente passi da gigante.

Proprio all’inizio del 2017 il gruppo cinese Tsinghua Unigroup, presieduto da Zhao Weigou, ha deciso di investire l’enorme somma di 30 miliardi di dollari in una gigantesca fabbrica di semiconduttori a Nanchino, in una struttura in grado di produrre ogni mese circa 100.000 chip di silicio quando sarà a pieno regime produttivo, mentre nel marzo del 2016 la stessa azienda cinese ha avviato la costruzione di un’altra enorme fabbrica a Wuhan, dal costo di 24 miliardi di dollari.[26]

Anche in questo settore la “rete” tecnoscientifica lanciata dalla Cina sta portando a galla ottimi risultati: ad esempio il 6 novembre del 2017 la società cinese Cambricon, sostenuta direttamente dalla prestigiosa Accademia delle Scienze di Pechino, ha lanciato pubblicamente una nuova generazione di chip per l’intelligenza artificiale, venti volte più veloce dei microchip attuali e con un minore dispendio energetico.

A dispetto di ritardi, errori e insuccessi a volte molto gravi, come nel caso dell’ormai pericolante stazione spaziale Tiangong-1, la Cina prevalentemente socialista si è conquistata sul campo nel corso del 2017 il primato su scala mondiale anche in campo tecnoscientifico: non è del resto un caso che il gigante asiatico risultasse dal 2012 al primo posto su scala planetaria nelle richieste di brevetti, segno evidente di vitalità creativa nella ricerca e nell’innovazione avente per oggetto del “lavoro universale” e quella conoscenza collettiva giustamente esaltata da Marx anche nel terzo libro del Capitale.

Non è inoltre casuale che un’autorevole rivista come Le Scienze, non certo sospettabile di simpatie filocinesi, nel dicembre del 2017 abbia pubblicato un articolo intitolato in modo significativo “Il momento della Cina”, nel quale si ammetteva la possibilità per il gigante asiatico di “porsi all’avanguardia” mondiale nel settore della scienza e della tecnologia.

[1] Karl Marx, “Il Capitale”, libro primo, capitolo primo, primo paragrafo

[2] Deng Xiaoping, “Selected Works”, terzo volume, settembre 1988, “Science and tecnology constitute a primary productive force”.

[3] C. Lavalle, “Nella corsa dei supercomputer la Cina batte gli Stati Uniti”, 15 novembre 2017, in La Stampa

[4] M. De Agostini, “Supercomputer, la Cina stacca gli Stati Uniti”, 14 novembre 2017, in http://www.tomshw.it

[5] E. Dusi, “In Cina la prima telefonata quantistica”, 15 giugno 2017, in la Repubblica

[6] “Teletrasporto quantistico, la prima volta sulla rete”, in http://www.lescienze.it, 19 settembre 2016

[7] L. Spada, “Realizzata la prima videochiamata quantistica tra Cina e Austria”, 3 ottobre 2017, in http://www.tuttotech.it

[8] “Nanotecnologie: nuovi orizzonti o nuovi pericoli?”, 17 marzo 2009, in http://www.agronotizie.imagelinenetwork.com

[9] “Nanotecnologie. USA e Cina primi al mondo per pubblicazioni: alta quantità ma bassa qualità delle scoperte”, 12 gennaio 2011, in http://www.venetonanotech.it

[10] “Nanotecnologie: la Cina leader nella ricerca”,  29 marzo 2017, in http://www.passaggimag.it

[11] “Geopolitica del progresso: l’avanzata cinese è a colpi di Intelligenza Artificiale”,9 giugno 2017, in http://www.255.it

[12] “Cina: pubblicato il primo Piano sull’intelligenza artificiale”, 21 luglio 2017, in http://www.italiancri.cn.

[13] “Cina, inaugurato il treno più veloce del mondo”, in  http://www.siviaggia.it

[14] “La Cina del futuro con hyperloop”, settembre 2017, in http://www.chinanewsitaly.com

[15] “Dalla Cina alla Luna (e ritorno)”, 1 febbraio 2017, in La Stampa

[16] “Superman sarà cinese?”, dicembre 2016, in http://www.cinasia-baochai.blogspot

[17] “Pechino vuole creare il Google dell’editing genetico”, 2 dicembre 2016, in http://www.pagina99.it

[18] “Dalla gravità artificiale alle “coltivazioni” di parti del corpo: ecco perché i BRICS sono più avanti di noi”, 14 novembre 2016, in http://www.opinnionepubblica.it

[19] “Cina pronta alla rivoluzione: saranno i robot a gestire le industrie”, marzo 2017, in tecnologia.libero.it

[20] “Cina. Aumentata la produzione di robot industriali”, 15 marzo 2017, in http://www.agcnews.it

[21] “La realtà virtuale parla sempre più cinese”, 31 maggio 2016, in http://www.mondivirtuali.it

[22]  “Scienziati cinesi ricreano l’universo virtuale più grande di sempre”, 31 luglio 2017, in http://www.hdblog.it

[23] “Cina verso dominio di internet. Pechino sperimenta la prima rete quantistica commerciale”, 13 luglio 2017, in http://www.formiche.net

[24] P. Greco, “La Cina si avvicina: i grandi passi in avanti del nuovo gigante della ricerca”, 18 aprile 2016, in http://www.scienzainrete.it

[25] A. Annichiarico, “Cina prima per spesa in ricerca e sviluppo, entro il 2019. E l’Italia?”, 14 novembre 2014, Il Sole 24Ore

[26] A. Ratti, “Semiconduttori, Cina contro USA”, gennaio 2017, in http://www.italiaoggi.it

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 Capitolo Primo La CIA e il primato economico cinese

A partire dal 22 gennaio è disponibile il nuovo libro intitolato “Piaccia o no: il Dragone scavalca l’America.

Il sorpasso cinese sugli Stati Uniti” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli;

Il volume in oggetto contiene anche la prefazione del compagno Bruno Casati, intitolata “In cammino: Yi Dai Yi Lu”,   e la postfazione del compagno Fosco Giannini, intitolata “Rivoluzione, Tienanmen, “ One Belt One Road” : Il lungo percorso cinese verso la trasformazione socialista”.

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Aurora, costa euro 10,00 e può essere richiesto telefonando  al n. 02/29405405, dalle ore 16,00 alle ore 19,00 :  e-mail centroconcettomarchesi@gmail.com.

Il testo può essere scaricato gratuitamente dal sito www.robertosidoli.net.

Di seguito pubblichiamo la prefazione del nuovo libro:

Buona lettura

 

Daniele Burgio

Massimo Leoni

Roberto Sidoli

 Capitolo Primo

La CIA e il primato economico cinese

Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.

Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.

Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.[1]

Ora, se si prende in esame il World Factbook della CIA per il 2016, alla voce “country comparison-GDP (purchasing power parity)” emerge con chiarezza come la centrale di spionaggio di Langley abbia calcolato, utilizzando a modo suo il criterio della parità del potere d’acquisto, che:

  • la Cina nel 2016 risultava indiscutibilmente prima in tale graduatoria mondiale, con un prodotto interno lordo (non nominale, ma acquisito mediante l’uso del PPA) equivalente a 21.290 miliardi di dollari;
  • sempre nel 2016 gli Stati Uniti esprimevano invece un prodotto interno lordo (PPA) pari a 18.570 miliardi di dollari.[2]

Prodotto interno lordo della Cina nel 2016 uguale a 21.290 miliardi di dollari, impiegando il metodo PPA usato dalla CIA.

Prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari, sempre con il metodo PPA utilizzato dalla CIA.

Siamo quindi in presenza indiscutibile di un prodotto interno lordo cinese che già nel 2016 superava di più del 10 percento, di più di un decimo quello statunitense: del 15 percento e di quasi un sesto, per essere più precisi, mentre un gap quasi analogo tra Pechino e Washington emerge anche prendendo in esame i dati forniti dalla CIA sulla stessa questione per l’anno 2015.[3]

Il sensibile differenziale di potenza tra i rispettivi prodotti interni lordi (PIL) di Pechino e di Washington sta inoltre aumentando a vista d’occhio a favore della Cina, vista l’asimmetria nel tasso annuale di crescita del PIL delle due nazioni in via d’esame.

Se infatti nel 2017 il PIL cinese è cresciuto del 6,9 percento rispetto all’anno precedente, l’economia statunitense l’anno scorso ha visto invece un tasso di crescita pari solo al 3 percento: facciamo ora qualche facile calcolo, non tenendo conto delle fluttuazioni (del resto molto modeste) nel tasso di cambio tra yuan e dollari.

Il PIL cinese nel 2017, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto proposto dalla CIA, è aumentato dai 21.290 miliardi di dollari del 2016 fino ai 22.752 miliardi di dollari del 2017 (21.290 + 6,9% di 21.290).

Invece il PIL statunitense è passato dai sopracitati 18,570 miliardi di dollari del 2016 ai 19.127 miliardi di dollari (18.570 + 3% di 18.570).

In estrema sintesi:

PIL cinese del 2017 = 22.752 miliardi di dollari.

PIL degli USA nel 2017 = 19.127 miliardi di dollari.

Il differenziale, e la distanza tra i prodotti interni lordi di Pechino e Washington, sta via via crescendo in modo più che evidente, come si può notare con facilità dal semplice e banale calcolo proposto poco sopra.

Non vogliamo annoiare i lettori con altri aridi conti ma possiamo subito sottolineare che, mantenendo invariato nel prossimo quinquennio i sopracitati tassi di incremento del PIL cinese e americano, per il 2017 la potenza economica reale cinese supererebbe di circa il 50 percento, ossia sorpasserebbe di circa la metà quella invece espressa dagli Stati Uniti in soli altri quattro anni e già alla fine del 2021, sempre usando i dati della CIA e la sua applicazione del criterio della parità del potere d’acquisto.

Si tratta di calcoli effettuati esclusivamente dalla CIA di Langley, si potrebbe obiettare: quindi forse di operazioni mentali arbitrarie e scorrette.

Errore, grave sbaglio, notevole abbaglio teorico-concreto.

Fin dal 2014 un’altra struttura di intelligence a egemonia occidentale, ossia la Banca Mondiale in una delle sue sezioni di ricerca, aveva infatti rilasciato uno studio nel quale si riconosceva che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già nell’anno ancora in corso. Alla fine di aprile del 2014 proprio l’autorevole – nei circoli occidentali, certo – quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.[4]

Banca Mondiale e 2014, CIA e 2015: persino due dei più saldi strumenti operativi e delle migliori menti collettive dell’imperialismo occidentale hanno quindi ammesso e riconosciuto, tra l’altro, prima di gran parte della sinistra occidentale, un fenomeno economico-sociale certo di non poco conto.

A questo punto entriamo più nel concreto, ossia nell’analisi dei settori produttivi nei quali si sostanzia e si cristallizza la nuova superiorità cinese su scala mondiale in campo produttivo e logistico.

Si può prendere il via dal settore automobilistico nel quale inaspettatamente il gigante asiatico ha superato da tempo come produttore/consumatore il vecchio e stanco ex-numero uno statunitense.

La ragione del sorpasso cinese sugli USA in questo campo risulta subito chiara e comprensibile: se nel 2005 nel mercato cinese erano state vendute meno di cinque milioni di autovetture, il loro numero era salito in soli undici anni alla quota di 23,6 milioni di veicoli nel 2016, pari al doppio del mercato statunitense, mentre il numero di veicoli commerciali venduti all’interno del gigante asiatico risultava ormai equivalente a quattro milioni e mezzo di unità. [5]

Un discorso analogo va effettuato anche per il segmento emergente delle auto elettriche: come è stato notato anche da osservatori non sospetti di simpatie verso Pechino, sulle 771.000 autovetture elettriche prodotte al mondo nel 2016 ben 507.000, ossia più della metà del totale, erano state prodotte e immatricolate in terra cinese.

«Al Salone dell’auto di Ginevra le auto elettriche e ibride sono le vere protagoniste. I numeri dell’auto elettrica in Cina sono già molto consistenti. Pechino è già oggi il più vasto mercato al mondo per i veicoli elettrici davanti a Stati Uniti ed Europa. Il governo cinese persegue da almeno due decenni un ambizioso piano nazionale per coniugare lo sviluppo economico con il rispetto dell’ambiente. La lotta all’inquinamento è diventato uno dei pilastri del patto sociale tra popolazione e governanti e i veicoli elettrici hanno cominciato, così, a imporsi sulle strade della megalopoli cinesi congestionate dal traffico. Nella sola Pechino, nel 2016, erano attive quasi mille colonnine per la ricarica delle batterie e la Commissione nazionale per le riforme vuole arrivare a 12 mila stazioni per ricaricare 5 milioni di auto elettriche entro il 2020».[6]

Tali risultati non cadono certo dal cielo, avrebbe potuto notare Mao Zedong, ma derivano invece da precise scelte di politica economica: non è un caso che all’inizio del 2017 il governo cinese abbia fissato delle scadenze molto precise al fine di incentivare e stimolare il processo di crescita della produzione e vendita delle auto ibride ed elettriche, la cui quota sul giro di affari globale dovrà arrivare almeno all’8% nel 2018 per passare poi al 12% del 2020 e al 20% del 2025.[7]

La Cina vanta ormai da molto tempo un primato indiscutibile su scala mondiale anche nel processo di produzione di altri importanti beni di consumo, a partire dai settori dei computer e dei cellulari ormai monopolizzati da tempo da parte del gigante asiatico.

Secondo uno studio accurato dell’insospettabile – di simpatie per Pechino, ovviamente – Commissione Europea relativa all’anno 2016, la Cina infatti produceva nell’anno preso in esame:

  • Il 28% delle automobili del mondo, ossia quasi un veicolo su tre;
  • Il 90% di tutti i cellulari;
  • L’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;
  • L’80% di tutti i condizionatori del pianeta;
  • Il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;
  • Il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;
  • Più del 40% delle navi costruite nel 2016 sulla terra.[8]

Sono dati impressionanti che attestano l’egemonia indiscutibile di Pechino all’interno del processo mondiale di produzione dei mezzi di consumo, che trova come pietra di paragone solo quello goduto dagli Stati Uniti tra il 1944 e il 1960: ma anche rispetto al marxiano settore A, ossia al segmento della produzione di mezzi di produzione, la supremazia di Pechino si rivela molto solida e multilaterale.

La Cina da un paio di decenni si è ormai realmente trasformata nella “fabbrica del mondo”; e sempre lo studio sopracitato della Commissione Europea ha stabilito con estrema chiarezza come quasi la metà, quasi il 50% dell’acciaio prodotto su scala planetaria sia stato prodotto in Cina durante l’anno 2016, testimoniando il semi-monopolio di quest’ultima anche all’interno di questo settore economico ancora dotato di un certo peso specifico, seppur declinante.[9]

Per quanto riguarda invece la massa globale di energia consumata all’interno della dinamica produttiva, la Cina è diventata fin dal 2012 il principale consumatore di energia, come venne rilevato anche da Francesco Tamburini nel febbraio del 2013 in un suo interessante articolo su Il Fatto Quotidiano, su cui torneremo tra poco.[10]

E sul fronte dell’energia pulita, delle fonti energetiche rinnovabili?

Anche in questo segmento produttivo, tra l’altro di valore strategico e in continua espansione, la musica non cambia e suona sempre un ritmo cinese.

Infatti il gigante asiatico è diventato nel 2016 il primo produttore di energia fotovoltaica del mondo, con 77,42 gigawatt di potenza installata: nel solo 2016 la Cina era riuscita a creare ben 35,54 gigawatt di energia e quindi quasi la metà del totale, puntando tra l’altro nel triennio 2017-2019 a installare strutture per la produzione di altri 110 gigawatt.[11]

Un primato mondiale analogo è stato raggiunto dalla Cina anche rispetto alla potenza eolica installata, ed equivalente nel 2016 a 145 gigawatt, mentre in campo idroelettrico essa ha superato gli USA fin dal 2009 grazie alla gigantesca diga delle Tre Gole, a pieno regime, divenuta in grado di produrre annualmente 22,5 gigawatt rappresentando di gran lunga l’impianto energetico più potente al mondo.[12]

Non sorprende, viste queste premesse, come ormai da alcuni anni la Cina sia diventata il principale produttore ed esportatore di pannelli solari su scala planetaria, raggiungendo un semi-monopolio anche in questo particolare anello del processo produttivo globale.

La superiorità cinese risulta altresì indiscutibile anche nel complesso “cemento/case”, ossia nella produzione di materie prime a scopo abitativo e nel correlato processo di urbanizzazione: dando per assodato da molto tempo il primato di Pechino anche nella produzione di cemento e degli articoli legati al settore abitativo (rubinetterie, bagni, ecc.), vogliamo focalizzare l’attenzione invece sul secondo lato della connessione dialettica sopracitata.

Come ha notato giustamente il ricercatore Giuliano Marrucci, nel suo eccellente libro intitolato “Cemento Rosso”, uno dei fenomeni socioproduttivi più rilevanti su scala planetaria durante gli ultimi quattro decenni è stato il rapido ma pianificato e controllato spostamento di oltre 500 milioni di esseri umani dalle campagne alle città, verificatosi in Cina a partire dal 1978 e creando via via il più ampio e veloce processo di urbanizzazione della storia umana.[13]

Ancora nel 1978 e all’inizio della lunga stagione di riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e dal partito comunista cinese, la Cina si trovava nella situazione sgradevole di paese agricolo: circa l’80% della popolazione e quattro cinesi su cinque risultavano infatti in quell’anno ancora insediati nelle aree rurali, mentre i cinesi che invece vivevano a quel tempo in città erano appena 172 milioni e solo il 20% della popolazione totale.

Meno di quarant’anni dopo e nel 2016, il numero di cinesi residenti nelle città era invece salito a 770 milioni di persone, circa il 56% della popolazione del gigante asiatico in meno di quattro decenni più di 500 milioni di cinesi si sono dunque spostati dalle campagne creando un processo di urbanizzazione senza precedenti: per dare un termine di confronto stiamo parlando di una massa di esseri umani pari a circa nove volte all’attuale popolazione italiana, tanto che il risultato finale è che oggi delle dieci città al mondo con maggior numero di abitanti ben cinque sono cinesi, e in tutto il paese asiatico ormai si trovano cento città con oltre un milione di abitanti, ossia come o più di Milano.

Giuliano Marrucci ha sottolineato, in modo lucido e corrispondente alla verità storica, che se la Cina in termini di reddito pro-capite ha raggiunto il livello delle egemonie di medio-basso livello solo attorno al 2005, «in termini di infrastrutture urbane questo livello era già stato raggiunto dieci anni prima. A partire dalla rete di metropolitane, che entro il 2020 sarà presente in 40 città, e che con i suoi 7000 chilometri di estensione sarà 5 volte più grande di quella statunitense. Una straordinaria capacità di investimento resa possibile dal fatto che in Cina non esiste proprietà privata dei terreni. Tutti i terreni sono di proprietà pubblica e vengono dati in concessione per periodi limitati ai costruttori, che se li aggiudicano nell’ambito di agguerritissime aste pubbliche. Sono proprio gli introiti di queste aste che finanziano ormai l’80% delle attività delle amministrazioni locali, e che permettono di alzare continuamente il livello delle infrastrutture.

E grazie all’impetuoso boom economico, nonostante la gigantesca pressione demografica che ha riguardato in particolar modo le città principali, lo spazio residenziale a disposizione di ogni cittadino urbano è passato da meno di 4 metri quadrati negli anni ’80 ai 35 metri quadrati attuali.

Ecco come si spiega il fatto che nel solo biennio che va dal 2011 al 2013 la Cina ha consumato una volta e mezzo il cemento che gli Stati Uniti hanno impiegato durante tutto il Ventesimo secolo».[14]

In estrema sintesi la Cina è diventata il più grande costruttore-architetto del pianeta, e non solo la “fabbrica del mondo”.

Anche nelle principali aree produttive nelle quali Pechino è rimasta indietro rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, a partire ovvia-mente dagli Stati Uniti, si sta assistendo da alcuni anni a una formidabile e ben pianificata rincorsa della Cina (prevalentemente) socialista rispetto ad alcuni settori dell’hi-tech.

Tralasciando per il momento il settore dell’automazione e della robotica, che analizzeremo a fondo in un prossimo capitolo, primo esempio concreto della particolare “rincorsa” produttiva attuata dal gigante asiatico nell’ultimo quinquennio è quello della produzione degli strategici chip, di semiconduttori.

Come ha notato Manolo De Agostini nel novembre del 2015, Pechino in quell’anno aveva programmato di investire nel medio termine una pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nel chip. «La Cina cerca di entrare con forza nel settore tecnologico con ingenti investimenti nel settore di semiconduttori.»

È perciò molto interessante che Tsingihua Unigroup, un conglomerato tecnologico statale che fa capo alla Tsingihua University, voglia investire qualcosa come 47 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per «costruire il terzo più grande produttore di chip al mondo dopo Intel e Samsung. A dirlo Zhao Weiguo, presidente dell’azienda, in un’intervista con l’agenzia Reuters.»[15]

Un’altra rincorsa della Cina in campo economico ha per oggetto invece il settore aeronautico civile, in precedenza appaltato alle principali imprese aeree statunitensi ed europee: e non è un caso che nel maggio del 2017 sia diventato operativo, dopo lunghi anni di progettazione e ricerca, l’aereo C 919, ossia il primo aereo commerciale prodotto autonomamente nel gigantesco paese asiatico.

L’avanzato velivolo C 919, dal costo più basso rispetto a quelli venduti da Boeing e Airbus, viene spinto da due motori del tipo CFM Leap 1C e può ospitare da 158 a 168 passeggeri in una configurazione standard da due classi, essendo in grado di percorre-re distanze comprese tra i 4 mila e i 5.600 chilometri: fino ad oggi ha ricevuto 570 ordini da 23 compagnie, quasi tutte asiatiche e cinesi in particolare.[16]

Il particolare processo di inseguimento cinese può essere altresì analizzato anche attraverso la gigantesca espansione da parte di Pechino nel settore delle batterie per auto elettriche, nel quale fino a pochi anni fa erano completamente egemoni gli americani e la Tesla di Elon Musk. Il giornale Il Fatto Quotidiano, collocato saldamente su posizioni anticomuniste, a tal proposito ha notato come la Cina stia convogliando iniziative «per costituire un autenti-co impero di accumulatori di ultima e prossima generazione. Un vero e proprio maremoto di energia “in scatola”, pronta effettiva-mente a travolgere la concorrenza. Quantomeno sulla carta.

Alla fine di giugno del 2017 le aziende cinesi avevano i piani per ulteriori fabbriche di accumulatori di ultima tecnologia, per una capacità produttiva complessiva superiore ai 120 gigawattora l’anno entro il 2021, secondo un rapporto da fonte interna dell’agenzia (Bloomberg Intelligence) pubblicato questa settimana.

Una quantità enorme, sufficiente ad esempio a equipaggiare di batterie, ogni anno, addirittura 1,5 milioni di veicoli Tesla Model S (che impiegano quelle più grandi) o ben 13,7 milioni di veicoli ibridi Toyota Prius Plug-In. Al confronto, quando sarà completato nel 2018, la famosa Gigafactory di Tesla riuscirà a produrre celle accumulatrici per una capacità massima entro i 35 gigawattora ogni anno».[17]

A questo punto possiamo quasi sentire già le voci dei soliti avvocati del diavolo, più o meno in buona fede: “D’accordo, state citando fatti reali, ma tutti questi miracoli produttivi si basano sui salari da fame delle tute blu cinesi”.

Si tratta di una volgare menzogna che è stata smentita per l’enne-sima volta e in modo inconfutabile da un istituto di ricerca come l’Euromonitor International, non certo accusabili per simpatie comuniste e/o filocinesi.

Cosa contiene tale ricerca, rispetto alla sorte degli operai cinesi del Ventunesimo secolo?

Un dato eclatante come la triplicazione del salario degli operai cinesi dal 2005 al 2016, l’aumento di tre volte degli stipendi nominali percepiti dalle tute blu cinesi negli undici anni compresi tra il 2005 e il 2016.

Nel 2016 il salario medio orario degli operai manifatturieri in Cina risultava infatti pari a euro 3,60, con un incremento enorme rispetto all’1,20 euro all’ora del 2005, superando tra l’altro quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e avvicinandosi rapidamente a quello delle tute blu greche e portoghesi.

Pertanto la Cina, considerata uno dei luoghi di maggiore sfruttamento del pianeta secondo molti sindacalisti occidentali, risulta invece quello che più di tutti registra continui aumenti salariali. La ricerca di Euromonitor International dimostra infatti come la retribuzione per un’ora di lavoro in Cina sia superiore a quella di tutti i paesi dell’America latina (tranne il Cile) ed è pari al 70% di quella dei paesi più deboli dell’area dell’euro (quali Portogallo e Grecia); si tratta di ricerche che tengono in considerazione i dati ufficiali dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) e l’inflazione, ma che tuttavia non prendono in considerazione le diversità del costo della vita nei vari paesi esaminati.[18]

Se si vuole una controprova, un’indagine condotta dall’insospettabile banca svizzera Credit Suisse e pubblicata nel gennaio del 2013 ha rivelato come il salario medio mensile dei trentenni cinesi, a parità di potere d’acquisto, fosse superiore di quello dei loro coetanei italiani.

Passiamo ora al processo di analisi di altri importanti segmenti produttivi nei quali la Cina Popolare ha acquisito un ruolo egemonico, nel corso degli ultimi anni.

Va innanzitutto evidenziato come, contrariamente al senso comune che vede i cinesi come semplici imitatori delle conquiste del libero mondo occidentale, il gigante asiatico sia di gran lunga il primo innovatore e il “genio creativo” tra i paesi del mondo, specialmente in settori come le telecomunicazioni, l’informatica e la tecnologia medica, raggiungendo da solo la quota di un terzo delle richieste di nuovi brevetti su scala mondiale nel corso del 2015.

Tale fenomeno sorprendente ma indiscutibile viene certificato tra gli altri dal “World Intellectual Property Indicators – 2016”, l’annuale rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), che assegna alla Cina il ruolo di paese all’avanguardia con la bellezza di 1.010.406 richieste di nuovi brevetti, nel 2015: in pratica un terzo di tutte le richieste mondiali. «Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina – ha dichiarato il direttore generale della WIPO, Francis Gurry – È la prima volta in assoluto al mondo che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste. In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della protezione dei diritti di proprietà intellettuale ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014, e la Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285).

Per quanto riguarda i settori innovativi a maggior tasso di sviluppo, in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9% del totale), macchine elettriche (7,3%) e comunicazione digitale (4,9%): e anche nelle domande per nuovi marchi si è assistito a un significativo balzo in avanti della Cina che primeggia anche in questa classifica, con 2,83 milioni domande di registrazione sui 6 milioni e poco oltre di richieste in tutto il mondo.»[19]

Anche rispetto ai rapporti di forza planetari creatasi all’interno del campo del commercio internazionale la Cina ha ormai accumulato, a partire dal 2013, una superiorità abbastanza sensibile rispetto al numero due e al concorrente statunitense.

Nell’articolo sopracitato del febbraio 2013, Francesco Tamburini ha ammesso che nel 2012 la Cina aveva superato gli Stati Uniti, diventando la prima potenza commerciale del mondo.

«Mentre Washington perde un primato che deteneva dalla fine della Seconda guerra mondiale, Pechino diventa il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia.

Il totale delle importazioni ed esportazioni americane nel 2012, secondo i dati pubblicati dal dipartimento del Commercio, ammonta a 3.820 miliardi di dollari, contro i 3.870 miliardi riportati da Pechino. Gli Stati Uniti perdono così un primato che detenevano dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La battaglia tra le due superpotenze mondiali, come sempre, porta a chiare conseguenze anche in Europa. Pechino sta infatti diventando il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia. “Per molti Paesi in tutto il mondo la Cina sta diventando rapidamente il partner commerciale più importante”, ha spiegato O’Neill a Bloomberg, sottolineando che andando avanti di questo passo sempre più paesi europei privilegeranno una partnership con Pechino, snobbando le nazioni più vicine.»[20]

E la correlazione di potenza su scala mondiale in campo bancario? Almeno in questo settore gli Stati Uniti hanno forse mantenuto il loro precedente primato su scala planetaria?

No, non esattamente.

Stando infatti a un rapporto dell’insospettabile istituto Mediobanca, elaborato alla metà del 2017, nel 2016 si ormai assistito al sorpasso cinese anche nel campo bancario come ha dovuto riconoscere con tristezza persino Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria.

Infatti al primo posto della classifica mondiale delle banche, in termini di redditività, si è ormai installata la statale e cinese ICBC (Industrial and Commercial Bank of China), scalzando bruscamente dal primato la statunitense JP Morgan; al terzo posto della classifica di Mediobanca si trova un altro istituto finanziario pubblico di Pechino, ossia la China Construction Bank, seguita da un’altra banca di Pechino, l’Agricultural Bank of China; se al quinto posto della classifica in esame risulta ancora occupato dalla statunitense BOFA, al sesto spunta invece la cinesissima e statale Bank of China.[21]

In questo campo di analisi spicca inoltre un altro dato illuminante, fornito dall’insospettabile società Brand Finance all’inizio del 2017: sempre nel 2016 i marchi delle banche statali cinesi avevano superato per la prima volta in valore e reputazione quelli americani, ancora di proprietà privata anche se salvati nel 2008/2009 dai soldi pubblici e della regola del capitalismo di stato, per cui vige “la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”.

Secondo l’analisi di Brand Finance, «principale società mondiale di valutazione del marchio (maggiore cespite intangibile delle imprese), la banca col brand più ricco è l’Industrial and Commercial Bank of China: 47,8 miliardi di dollari (Icbc, +32% su 2016, il 20% della capitalizzazione complessiva) che supera l’americana Wells Fargo (41,6 miliardi, -6%) marcata stretta da China Construction Bank (41,3 miliardi, +17%). Usa e Cina si alternano fino all’ottavo posto: JP Morgan Chase, Bank of China, Bank of America, Agricultural Bank of China, Citi. Se 20 anni fa sui primi 100 marchi la Cina era lo 0,2% del valore complessivo, oggi batte gli States 24% a 23%. La Gran Bretagna valeva il 16%, oggi il 6, la Francia il 5% oggi il 4, l’Italia l’1%.

Brand Finance valuta su tre criteri: investimenti diretti o indiretti sul marchio (pubblicità, personale, ricerca e sviluppo); ritorno di immagine presso clienti e stakeholder in genere (tramite sondaggio); volume d’affari. Le banche cinesi hanno una reputazione che quelle occidentali «possono solo sognare». Questi istituti hanno vissuto marginalmente la bufera finanziaria del 2008, hanno una platea di (fiduciosi) clienti e potenziali tali proporzionale alla crescita del benessere nel Paese, su impulso del governo sono al centro di grandi investimenti, domestici e non.»[22]

Altri record logistici e produttivi di un certo spessore, attualmente detenuto dalla Cina sono costituiti da:

  • parco solare di Longyangxia, inaugurato nel 2017 è il più grande del mondo, con quattro milioni di pannelli solari che soddisfano i bisogni energetici di circa 200.000 famiglie;[23]
  • il più grande impianto solare galleggiante, completato nel gennaio 2017 e realizzato nella provincia di Anhui;
  • il ponte più alto del mondo, ossia il Beipanjiang Bridge, alto 565 metri e inaugurato nel dicembre del 2016;
  • la ferrovia ad alta velocità più estesa del pianeta, ossia la Pechino-Canton di 2298 chilometri;
  • il palazzo più grande, e cioè il Century Global Center di Chengdu nel quale potrebbe entrare quattro volte la basilica di San Pietro;
  • l’aeroporto più alto della terra (in Sichuan) e la più elevata ferrovia, in Tibet;[24]
  • sei dei dieci grattaceli più alti esistenti sul nostro pianeta all’inizio del 2018 si trovano in Cina;
  • il ponte più lungo del mondo è quello che collega Hong Kong e l’isola di Macao per una lunghezza totale di 55 chilometri, che è stato terminato nel luglio del 2017.

A questo punto si può passare al processo di focalizzazione sui rapporti di forza creatisi nel decisivo settore della tecnoscienza, che riserva altre sorprese per il lettore occidentale e altre delusioni politiche per il variegato fronte anticomunista che opera tuttora su scala planetaria.

 

[1] “USA contro Cina: qual è la prima economia del mondo?”, 1 settembre 2017, in http://www.risparmiamocelo.it

[2] Central Intelligence Agency, “The World Factbook”, 2016, voce “Country comparison – GDP (Purchasing Power parity)

[3] “USA contro Cina…” op. cit.

[4] “La Cina prima economia al mondo già nel 2014”, 30 aprile 2014, in http://www.rainews.it

[5] “Un bilancio del mercato cinese dell’auto nel 2016”, 24 gennaio 2017, in http://www.alvolante.it

[6] “Il futuro è delle auto elettriche e la Cina è in prima fila”, http://www.linkiesta.it

[7] M. Ecchelli, “Auto elettriche, la Cina è leader nel mondo”, 18 ottobre 2017,in http://www.omniaauto.it

[8] “La Cina produce il 90% dei cellulari, l’80% dei computer”, 31 ottobre 2017, in http://www.truenumbers.it

[9] “La Cina produce il 90% dei …”, op. cit.

[10] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti, ora è la prima potenza commerciale del mondo”, 10 febbraio 2013, in http://www.ilfattoquotidiano.it

[11] “Cina primo produttore di energia solare al mondo nel 2016”, 6 febbraio 2017, in http://www.ansa.it

[12] “La rivoluzione delle energie rinnovabili in Cina”, in http://www.eniday.com; “Idroelettrico: la Cina il primo produttore mondiale”, 16 gennaio 2012, in http://www.rinnovabili.it

[13] G. Marrucci, “Cemento Rosso”, ed. Mimesis

[14] “Cemento Rosso a Lo Quarter: come la Cina ha trasferito 500 milioni di persone dalle campagne alle città”, 17 giugno 2016

[15] M. De Agostini, “Cina: pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nei chip”, 16 novembre 2015, in http://www.tiomshw.com

[16] L. Cillis, “Spicca il volo il C 919, primo aereo commerciale cinese”, 5 maggio 2017, la Repubblica

[17] A. Savasini, “Cina, in rampa di lancio le mega fabbriche di batterie. E Elon Musk trema”, 30 giugno 2017, in Il Fatto Quotidiano

[18] “In dieci anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo”, 28 febbraio 2017, in http://www.sinistra.ch

[19] “Innovazione e marchi, la Cina prima nel mondo”, 11 giugno 2017, in http://www.centonove.it

[20] F. Tamburini, “La Cina supera gli Stati Uniti…”, op cit.

[21] A. Fontano, “Banche globali, sorpasso della cinese ICBC su JP. Morgan”, 13 luglio 2017, Il Sole 24 Ore

[22] A. Quarati, “Banche, il marchio cinese vale più di quello USA”, 1 febbraio 2017, in http://www.themeditelegraph.com

[23] “Funziona a pieno regime il parco fotovoltaico più grande del mondo, in Cina in http://www.forces.it

[24] G. Santevecchi, “In Cina il tunnel più lungo del mondo, 123Km”, 15 febbraio 2014, Corriere della Sera