Archivi Mensili: settembre 2019

Marxismo creativo, libertà e linea rossa.

[Quella che segue è la relazione tenuta da Alessandro Pascale in occasione dell’assemblea pubblica sull’effetto di sdoppiamento svoltasi al Centro culturale Concetto Marchesi (Milano), il 14 settembre 2019 a Milano. All’assemblea, moderata da Massimo Leoni, hanno partecipato come relatori anche Roberto Sidoli, Giorgio Galli, Marco Rizzo. Nella foto da sx a dx: Sidoli, Leoni, Rizzo, Galli, Pascale]

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CONTRO IL DETERMINISMO ECONOMICO

La teoria dell’effetto di sdoppiamento pone la questione di una rivalutazione della Politica sull’Economia. Ad un primo sguardo superficiale sembrerebbe una messa in discussione del materialismo storico ma questa, per l’appunto, non è altro che una visione volgare della questione. In realtà, come emerso in maniera netta dalla relazione di Roberto Sidoli, tale teoria non è altro se non un’adeguata interpretazione che si innesta nel solco tracciato dal pensiero dei grandi classici del socialismo scientifico.

Per mostrare queste affermazioni leggiamo un breve estratto del Dizionario dei termini marxisti, curato da Ernesto Mascitelli nel 1977 e disponibile gratuitamente sul sito Resistenze.org. Alla voce “determinismo economico” ecco quanto si riporta:

«È la concezione che ritiene che lo sviluppo storico sia rigidamente ed esclusivamente determinato dallo sviluppo delle forze produttive e delle componenti “tecniche” della società. Il determinismo economico esclude la possibilità che l’organizzazione cosciente della classe operaia possa in qualche modo influire sullo sviluppo storico. È il fondamento teorico di alcune delle più importanti correnti opportuniste della II Internazionale. La teoria secondo cui avrebbe dovuto verificarsi “il crollo inevitabile del capitalismo” per motivi esclusivamente economici, ampiamente diffusa nella socialdemocrazia tedesca negli ultimi anni dell’Ottocento, fu una delle espressioni più classiche di questa concezione. Il determinismo economico fu criticato dai principali esponenti del movimento comunista in quanto rappresentava un’incomprensione dei fondamentali principi del materialismo storico. Spesso si accompagnava all’affermazione della necessità di una “revisione” del marxismo. Inoltre, dal punto di vista politico, si manifestò come rinuncia alla difesa degli interessi della classe operaia».

IL MARXISMO DEGENERATO DI KAUTSKY

In questa definizione si ricorda come il determinismo economico si sia particolarmente diffuso nel periodo della II Internazionale, ossia dal 1889 al 1914. Come e perché ciò è stato possibile? È stato possibile perché mentre Marx era in vita le sue opere hanno avuto una scarsissima diffusione e il marxismo, come tale, è stato conosciuto soprattutto attraverso le opere e la divulgazione datane da Kautsky, che però ha imbastardito il materialismo storico con il positivismo e l’evoluzionismo di Darwin. Kautsky ha trasmesso insomma un’interpretazione deterministica ed economicista del marxismo, con una conseguente ottica fatalistica della Storia, che vedeva appunto come inesorabile l’avvento del socialismo. Ciò ha paradossalmente favorito la diffusione stessa del marxismo, che prometteva in maniera certa un avvenire radioso per la classe operaia, ma ha portato sul lungo termine al rigetto di una Politica radicale e rivoluzionaria, favorendo invece atteggiamenti di passivismo sociale e attendismo.

La maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche dell’epoca ha quindi imparato il marxismo non leggendo i testi di Marx, bensì le vulgate di Kautsky, che dagli anni ’80 diventa uno dei nomi più in vista della socialdemocrazia europea. Per fortuna c’era invece chi, come Lenin, studiava i testi originali, e ciò costituisce una prima fondamentale lezione per tutti noi. Fino alla prima guerra mondiale però Lenin è un personaggio secondario nello scenario internazionale socialista, considerato da molti un avventurista, un folle, un settario, e chi più ne ha più ne metta.

IL RAPPORTO TRA STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA IN MARX

I sostenitori del determinismo economico hanno quindi avuto a lungo l’egemonia nel campo socialista, appoggiandosi proprio sui testi di Marx. In particolare hanno ampiamente sfruttato la Prefazione all’opera Per la critica dell’economia politica (1859), in cui Marx ha scritto che

«nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».

Queste righe sono in contraddizione con la teoria dello sdoppiamento? Io non credo.

I marxisti hanno avuto, nel corso della Storia, una brutta abitudine: quella di giustificare le proprie teorie facendo riferimento ai testi sacri dei maestri del socialismo. Non intendo certo ridimensionare l’opera di Marx e di altri grandi autori, la cui rilettura ci insegna ancora moltissimo. Occorre però studiare sempre storicizzando, mantenendo un occhio alle evoluzioni successive, problematizzando e sapendo cogliere le sfumature di significato e di lessico. Soprattutto occorre trarre lezione dai fatti storici, perché la realtà è più forte delle parole, e la teoria va sempre verificata nella prassi. Da segnalare che fino a quel momento Marx aveva fatto prevalentemente studi di filosofia e di economia. Sarà solo nei decenni successivi che si dedicherà alla storia delle società primitive e agli studi antropologici, ammettendo ad esempio la possibilità dell’affermazione del socialismo anche in paesi arretrati come la Russia.

Negli anni ’50 del XIX secolo Marx ed Engels sono tra i pochi pensatori ad affermare il ruolo decisivo della struttura economica nel condizionamento degli individui, mentre prevalgono nel resto del pensiero occidentale le correnti che loro stessi definiscono “idealiste”.

Gli idealisti non tengono in debito conto le condizioni in cui si trova ad agire un individuo e giudicano le azioni e i ragionamenti in maniera astratta rispetto al contesto in cui nascono. Marx ed Engels hanno condannato aspramente gli idealisti, le cui teorie erano, e sono tuttora, fatte proprie dai padroni per giustificare l’idea che noi siamo completamente liberi del nostro destino, e che quindi se siamo dei poveracci, ciò dipende da noi, non da come sia strutturata la società.

SIAMO LIBERI?

Introduciamo qui un tema nuovo, quello della libertà, che si scontra nettamente con il tema del determinismo e del fatalismo. La questione è antica e prettamente filosofica. Machiavelli ad esempio sosteneva che la nostra vita dipenda per il 50% dalla fortuna (il caso), per il restante 50% dalla virtù. Il protestantesimo nasce invece in opposizione al cattolicesimo nella convinzione che le buone opere non bastino ad ottenere la salvezza dell’anima, per la quale sia invece indispensabile la grazia divina, che viene concessa da Dio in maniera imperscrutabile.

Il marxismo afferma che noi non siamo completamente liberi, perché siamo oppressi da un sistema che ci condiziona fin dalla nostra infanzia nel modo di pensare e di vivere. Allo stesso tempo non siamo completamente determinati. Abbiamo dei margini di manovra, dovuti alla possibilità di singoli e gruppi organizzati di acquisire consapevolezza dei meccanismi del sistema. In una società capitalista il lavoratore può acquisire coscienza di classe, superando l’ideologia dominante, emancipandosi dalle idee delle classi dominanti e da quello che si può definire il senso comune, tendenzialmente conservatore del sistema dato. Emancipandosi mentalmente diventa possibile l’azione Politica rivoluzionaria, ossia la possibilità di trasformare la realtà superando i limiti posti dalla struttura economico-sociale vigente. È evidente che questo processo non è immediato, semplice o automatico: dipende in una certa misura dalle stesse contraddizioni che derivano dalla conformazione sociale dominante, ma da solo un lavoratore in conflitto può arrivare solo ad un certo grado di consapevolezza politica.

Per fare un esempio radicale: in un totalitarismo un individuo è indottrinato e controllato in ogni fase della propria vita ed è certamente più portato ad introiettare mentalmente l’idea che il modo in cui funziona la società sia l’unico possibile. Un individuo che viene educato all’obbedienza molto difficilmente è in grado di comprendere il significato della libertà, o la ricondurrà automaticamente al rispetto delle norme vigenti.

Il discorso rischia di allungarsi molto per cui vado al dunque: il punto è che una teoria rivoluzionaria dell’esistente, senza la quale non c’è Politica, non sorge dal nulla, ma dalle contraddizioni stesse create dalla struttura economica e da una serie di altri fenomeni più o meno casuali che è difficile elencare in maniera completa.

In un sistema capitalista, come in qualsiasi altro regime sociale, c’è sempre un margine di libertà per l’individuo, anche se questo aumenta in corrispondenza dei rapporti di forza di cui dispone. Da solo evidentemente l’individuo può fare ben poco, a meno che non sia ricco e membro della classe dominante. Riunito in gruppo può invece cominciare a fare Politica, costruendo rapporti di forza tali da determinare, ad un certo livello, un cambiamento del regime vigente, o per via riformista o rivoluzionaria. Soltanto una “linea rossa”, tesa ad affermare un nuovo ordine collettivista ed egualitario, garantisce a tutti una maggiore libertà.

L’ANALISI DIALETTICA E L’INDECIFRABILITÀ DELLA STORIA

Citavo prima il peso che ha avuto Kautsky nel deformare e diffondere un’errata concezione di tali questioni. Fino al 1895 Engels ha cercato di correggere questi difetti di interpretazione: nelle ultime lettere scritte negli anni ’90, poco prima di morire, ha ribadito l’importanza di non considerare la struttura economica come l’unico fattore determinante la Storia. Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è molto più complesso e articolato, dice l’ultimo Engels, in conflitto con le tendenze positiviste dell’epoca. Engels trova anche una spiegazione a queste “deviazioni”: la mancata acquisizione della dialettica. La dialettica incarna in sé l’idea del movimento, dell’azione e della reazione, dello sviluppo e della regressione. Una mente dialettica è l’opposto di una mente statica. Dialettica significa non concepire nulla come automatico e definitivo.

La Storia non va quindi inevitabilmente verso una direzione prestabilita. Una concezione dialettica comporta anzi il rifiuto di qualsiasi filosofia della storia statica e fissa, di qualsiasi tipo di teleologia. Non esiste una provvidenza divina, non è detto che la realtà coincida con la razionalità né tantomeno che la Storia proceda verso un ineluttabile progresso.

Un marxista sa invece che tutto può cambiare e che niente è determinato completamente, ma al limite, come ricorda Marx, è condizionato in modo tale da offrire sempre un bivio: Rosa Luxemburg diceva “o socialismo o barbarie”; Sidoli dice una “linea rossa” o una “linea nera”. La sostanza del discorso è la stessa.

Per un marxista non c’è quindi Politica senza un’adeguata cognizione della dialettica e della capacità di interpretare la realtà utilizzando certe categorie analitiche che poggino sulla consapevolezza del costante movimento della Storia.

Si pongono a questo punto alcuni problemi pratici, politici, per il nostro presente.

ATTUALITÀ E LIMITI DEL MARXISMO-LENINISMO

Se la realtà è in movimento anche la capacità di interpretarla in maniera adeguata deve essere costantemente aggiornata, e può raggiungere una conoscenza solo parziale e approssimativa della contemporaneità; la prassi in movimento pone insomma dei limiti intrinseci alla capacità della teoria di dare risposte definitive; ciò non vuol dire accettare l’agnosticismo cronico in cui scadono correnti come il kantismo o i seguaci di Popper; occorre però partire dalla consapevolezza che anche il marxismo-leninismo, che è il sistema teorico più avanzato mai elaborato finora dall’umanità, vada maneggiato con molta cautela, perché le sue formule sono state codificate ormai quasi un secolo fa.

L’essenza del marxismo-leninismo, che mantiene la sua piena validità, è il metodo, ossia l’applicazione del materialismo dialettico ad una determinata epoca storica, che in una certa misura è ancora la stessa di quella odierna, ossia l’età dell’imperialismo, anche se con alcune differenze. Il marxismo-leninismo non offre solo un metodo, ma anche dei princìpi teorici e politici su cui occorre ragionare in termini pragmatici. Occorre un riesame complessivo sulla base dei dati empirici e storici dell’ultimo secolo, altrimenti la riproposizione rigida del marxismo-leninismo classico rischia di diventare un limite ed un intralcio alla nostra capacità di dare risposte politiche per il nostro presente. Un processo di “revisione” della teoria è evidentemente pericoloso ed è scaduto molto spesso in passato nel tradimento dell’ottica socialista. Più che di revisione quindi proporrei la necessità di un aggiornamento storico, attraverso un esame critico delle esperienze acquisite dal movimento comunista internazionale. Occorre ricordare che il “leninismo” stesso nasce dalla rottura con quello che al tempo era giudicato il marxismo ortodosso, trovando nuove soluzioni a questioni rimaste inevase o non adeguatamente affrontate.

INSEGNAMENTI DEL ‘900

Nel corso dell’ultimo secolo si sono verificati diversi cicli rivoluzionari in varie aree del mondo. Oltre al 1917 c’è stato il periodo 1945-49, il 1959, il processo della decolonizzazione (fino agli anni ’70), e così via. Nessuna di queste rivoluzioni si è verificata, come pensava Marx, in un Paese sviluppato economicamente. Si può dire che esse siano dovute in primo luogo all’affermazione della Politica sull’Economia, o, per dirla alla Stalin, di un marxismo creativo rispetto al marxismo ortodosso? Io credo che si possa dire, il che deve farci riflettere sulla necessità di adattamento alla realtà concreta e sociale contingente, ossia all’identificazione di un percorso rivoluzionario che raramente si ripete uguale nel corso del tempo.

L’esperienza fallimentare della via italiana al socialismo mostra però quanto questo “adattamento” sia difficile da realizzare, rischiando di andare ad intaccare princìpi tuttora validi e dimostratisi imprescindibili per qualsiasi esperimento vincente di emancipazione sociale.

Riguardo all’URSS ci è stato detto per decenni che la sua caduta abbia sancito inevitabilmente il fallimento inevitabile del modello economico socialista, incancrenito da difetti strutturali irrisolvibili. La teoria dell’effetto di sdoppiamento smentisce questo assunto, mostrando invece come il tracollo non fosse obbligatorio, ma sia stato causato da una serie di errati provvedimenti politici stratificatisi nel tempo, fino alla perversione raggiunta dalle riforme della perestrojka, attuate da molti personaggi loschi che possiamo con ragione e coscientemente oggi chiamare traditori.

LA LINEA ROSSA CINESE

Una delle questioni oggi più spinose che divide oggi i comunisti è il giudizio sulla Repubblica Popolare Cinese, che costituisce il più evidente esempio di sviluppo di un marxismo creativo rispetto a quello ortodosso. La questione si collega allo strapotere che oggi hanno nel mondo le 400 multinazionali più potenti. All’interno di questo numero sempre maggiore è la quota di quelle cinesi. La domanda che occorre farsi è la seguente: vogliamo la “linea nera” delle multinazionali controllate in una certa misura da Washington, con amministratori delegati che si alternano alle cariche governative e di Wall Street, oppure vogliamo una globalizzazione “rossa” in cui le multinazionali facciano riferimento, per lo meno mediato, al popolo, attraverso la mediazione dello Stato o del Partito? Chi dice “non vogliamo la globalizzazione rischia di cadere nella categoria marxiana del “socialismo feudale”. Ormai la globalizzazione è un dato di fatto e non è possibile eliminarla; si può però gestirla in maniera differente rispetto a come è stato fatto finora. Il PCC ha saputo costruire un percorso politico differente dall’iter sovietico, perché non ha potuto e voluto ripetere per determinate condizioni storiche diverse. La via cinese al socialismo non è chiaramente l’unico percorso possibile (ad esempio non è adatto al nostro Paese), ma si è rivelata particolarmente adatta per garantire un poderoso sviluppo sociale non solo del popolo cinese (700 milioni di persone tolte dalla povertà), ma sta favorendo la possibilità di costruire una “linea rossa” anche per i popoli di altri continenti.

Le politiche intraprese a livello internazionale da Pechino, che stanno portando il Partito Comunista Cinese a prendere la leadership della globalizzazione, stanno mettendo in crisi l’imperialismo occidentale (in particolar modo quello statunitense), creando contraddizioni potenzialmente esplosive che non sono state previste dal marxismo-leninismo ortodosso nell’analisi dell’imperialismo. Lenin non poteva certo prevedere simili sviluppi, anche perché al tempo della sua analisi sul tema (1916) era ancora convinto che la rivoluzione in un paese arretrato (quale la Russia dell’epoca) avrebbe dato avvio ad una catena rivoluzionaria nel resto dei paesi sviluppati. È evidente quindi che le categorie analitiche del leninismo non sono applicabili integralmente al caso cinese odierno, ma che necessitano di uno sforzo di adattamento e rielaborazione. Il progetto infrastrutturale della Nuova via della Seta costituisce in tal senso una possibilità per i comunisti occidentali di rafforzare la proposta di una “linea rossa” capace di emancipare i propri Paesi dal blocco imperialista nord-atlantico, dando concretezza alla progettualità di un nuovo ordine sociale che veda protagonista e alla direzione la classe lavoratrice. Una Politica comunista oggi non può quindi più permettersi di fare errori teorici catastrofici, anti-dialettici e schematici, come quelli che equiparano la Cina ad un blocco imperialista.

PROBLEMI DERIVANTI DAL TOTALITARISMO LIBERALE

Ci sono altre questioni problematiche in Italia, e più in generale in Occidente.

Io ritengo che il regime borghese abbia assunto tinte totalitarie che cercano di eliminare il campo della Politica vera, quella cioè capace davvero di cambiare la struttura economico-sociale vigente. Il totalitarismo liberale in cui viviamo e ci troviamo ad agire è particolarmente ostico non solo perché pone il mantra di ricette politiche obbligate (perché imposte da Bruxelles o dai mercati finanziari) ma anche perché spinge il condizionamento strutturale a condizioni tali da determinare un’alienazione di massa spaventosa (molto maggiore rispetto ad un secolo fa), favorita dalla conformazione di un social-imperialismo capace di garantire la sopravvivenza agli strati più degradati del sottoproletariato (vd in tal senso il ruolo del reddito di cittadinanza). La stragrande maggioranza della popolazione è convinta che sia impossibile una società diversa da quella in cui viviamo e non è in grado di immaginare un’alternativa concreta. Le società socialiste sono state scientemente screditate e perfino molti sedicenti “marxisti” hanno accolto l’idea che siano state dei fallimenti. È evidente che in questo clima diventa difficile proporre un’alternativa socialista della società, eppure è quanto dobbiamo e possiamo fare, attrezzandoci in maniera adeguata, a partire dall’internità nelle lotte sociali, ma anche da una seria lotta al revisionismo storico tesa a decolonizzare l’immaginario collettivo dalle falsità propagandate dall’ideologia dominante. Senza questa lotta culturale continueranno a prevalere le tendenze libertarie, movimentiste e anarcoidi che non si sono dimostrate in grado di costruire un’alternativa politica credibile.

CONSEGUENZE PRATICHE DELL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

La questione dell’effetto di sdoppiamento, ossia la rivalutazione della Politica sull’Economia, mi sembra che abbia due conseguenze pratiche fondamentali:

1) sono futili tutti i discorsi degli idealisti e dei borghesi che continuano a predicare il TINA (There is no alternative), specie se declinato in salsa europeista, ritenendo impossibile pensare ad un’uscita dall’Unione Europea. Chi rifiuta a priori tale possibilità è un reazionario o un compagno che non ha compreso l’essenza del materialismo dialettico. Chi pretende di poter predeterminare con precisione le tappe di un’ipotetica uscita da sinistra dall’Unione Europea rischia ugualmente di scadere nell’astrattismo o nel passivismo politico: sono infatti impossibili da prevedere le reazioni della borghesia, e quindi gli scenari politici, non solo economici, che si andrebbero a determinare nel resto del mondo ad un’uscita dell’Italia dall’UE. Quello che noi possiamo fare è un’analisi il più possibile dialettica della realtà odierna e delle forze in campo, tracciando dei possibili macro-scenari condizionati dall’evoluzione delle strutture economiche, sapendo però che in fin dei conti la Politica è imprevedibile, proprio perché le sue istanze derivano dalla capacità di incidere sulla realtà delle classi subalterne, ma anche di quelle dominanti, che non restano certo passive, ma studiano le nostre mosse e imparano spesso meglio di noi.

Noi possiamo e dobbiamo cercare di sfruttare e ampliare le contraddizioni presenti nel campo avversario ma dobbiamo essere consapevoli che al momento è molto più forte l’azione del nemico sulle nostre fila piuttosto che il contrario. Come possiamo allora tornare ad essere influenti nella società, tornando a fare Politica?

2) Oggi, ancora più di un secolo fa, si pone la necessità di costruire un soggetto politico capace di fungere da avanguardia non solo politica, ma anzitutto culturale e sociale.

Abbiamo bisogno di casematte in cui offrire anzitutto la visione corretta della realtà, squarciando il velo della menzogna che ci circonda nell’ambito della vita quotidiana.

Dobbiamo ragionare sul fatto che il Capitale cerca di riproporre in continuazione il mantra del determinismo economico, sfiduciando i più deboli di spirito dall’azione politica rivoluzionaria, dipingendola come astratta, corrotta o distante dalle esigenze popolari.

La capacità di rafforzare l’organizzazione politica, attirando nuovi militanti, nasce certamente dalla reazione alla durezza delle condizioni materiali vigenti, ma la costruzione di forme sempre più raffinate di egemonia culturale e controllo sociale (si veda il potere di Google, Facebook, ecc.) pone soprattutto la necessità di una formazione attiva e continua di tutti i militanti dell’organizzazione politica. Dato che le bugie che vengono raccontate dal regime sono sempre più grandi, è sempre più difficile mostrare la verità alle persone a cui ci rivolgiamo. Dobbiamo saper mostrare tutti i meccanismi usati dal nemico e diffondere la concezione che per raggiungere qualsivoglia obiettivo occorrono organizzazione e rapporti di forza. La costruzione di una comunità nuova che sappia uscire dal paradigma dominante non significa sognare ad occhi aperti, ma ricercare quell’equilibrio tra concretezza e orizzonte utopico di una realtà oggi non inesistente ma ancora parziale, non impossibile da realizzarsi.

L’identificazione corretta della “linea rossa” nel contesto attuale del totalitarismo liberale, non è compito agevole, ma può costituire il mix decisivo capace di stimolare l’azione di milioni di uomini e donne, ridando slancio alla questione comunista in Occidente.

Alessandro Pascale

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Le tre diverse fasi di sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

Le tre diverse fasi d sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

 

Ringrazio innanzitutto il compagno Paolo Selmi per le sue interessanti osservazioni relative all’effetto di sdoppiamento, che mi hanno dato alcuni spunti su cui riflettere e studiare in futuro.

Per quanto riguarda invece la notevole analisi elaborata dal compagno Mario Galati, sottolineo ancora una volta che l’effetto di sdoppiamento costituisce il concreto frutto e il materialissimo sottoprodotto di quello sviluppo delle forze produttive (agricoltura, allevamento e protourbanesimo: Gerico 8500 a.C.) che ha generato e cristallizzato da un lato l’era storica del surplus costante e accumulabile sconosciuto nel paleolitico, ma dall’altro lato con un plusprodotto non ancora giunto e arrivato a quel livello di crescita (automazione, Intelligenza Artificiale, robotica, genetica, ecc.) che renderà tra qualche decennio possibile il comunismo sviluppato dell’abbondanza, della gratuità, del tempo libero e della regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, guerre nucleari mondiali permettendo.

Sintetizzo al massimo grado possibile.

Fase 1 del genere umano = basso sviluppo delle forze produttive, nessun surplus e quindi inevitabile comunismo primitivo.

Fase 3 dell’umanità = formidabile livello di sviluppo delle forze produttive, gigantesco surplus disponibile e quasi totale automazione, con derivato comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finalmente inizio “della vera storia” (Marx) della nostra specie.

Fase 2 (9000 a.C.-2019 e oltre): livello di sviluppo delle forze produttive capace di produrre surplus costante, ma non quella massa di plusprodotto indispensabile per il processo di riproduzione del comunismo sviluppato, e quindi … effetto di sdoppiamento plurimillenario.

Lo sviluppo delle forze produttive risulta quindi determinante, ma solo in ultima analisi e con modalità diversa a seconda delle tre megafasi storiche in oggetto e sopracitate.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

Paolo Selmi

Caro Roberto,

la tua spiegazione dell’effetto di sdoppiamento è molto affascinante, tanto quanto il tuo commento sulle civiltà arcaiche. Del resto, il “chi vincerà?” (кто победит?) proprio di Lenin, assume nuova luce in questo senso. Tuttavia mi piacerebbe, per un attimo, guardare un attimo al passato di ciascuna cultura che ha provato, in modi e tempi diversi, a “tradurre” il marxismo. Nella mia tesi di dottorato, incentrata sul substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao, questo esercizio si è rivelato estremamente fecondo non solo per la realtà estremorientale, ma anche per casa nostra. Il linguaggio è indicativo di ciò che siamo e, attraverso l’etimologia e lo studio delle fonti, di ciò che eravamo.

 

Prendiamo la parola “compagno”, che a noi dovrebbe dire qualcosa, e qualcosa di estremamente importante. Andiamo a vedere ogni cultura come l’ha declinata.

 

Partiamo da noi: “compagno”, com’è noto, latino “cum panis”, spezzare insieme, condividere il pane… qualche retroterra dovrebbe farcelo venire in mente. Tra l’altro, secondo il dizionario storico della Svizzera (DSS https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/016415/2005-08-25/) “va ricondotto al franc. compagnon.”

 

Calco linguistico da un francese, che però a un certo punto si distacca per “camarade”, da cui l’anglofono “comrade”: che divide la stessa camerata. Esercito moderno, caserme in muratura, camerate (e non tende come, per esempio, negli accampamenti antichi).

 

I tedeschi, “Genosse”, protogermanico ganautaz, “condividere insieme” (senza specificare il cristologico pane), si richiamano, come ci informa sempre la voce sul dizionario svizzero, al loro medioevo: ” Nel ME e nell’età moderna, Genosse designava genericamente persone della medesima condizione giur. che esercitavano diritti d’uso in comune (Comunità). L’espressione aveva quindi una connotazione sia egualitaria, sia democratica.” (ibidem)

 

Torniamo, tuttavia, ai “camerati”. Ai samurai giapponesi mandati ex abrupto in Europa, quasi due secoli fa, a “recuperare il tempo perduto”, non sarà sicuramente passata in secondo piano la tensione morale, lo spirito di abnegazione e sacrificio, la forza di volontà dei primi militanti del movimento operaio: ecco nascere dōshi (同志(どうし)), “colui che ha la stessa volontà”, in un gruppo denotato da una fermissima unità di intenti, sulla scia delle società, più o meno segrete, più o meno di ispirazione laica o religiosa, di cui la millenaria storia giapponese è particolarmente ricca, con intenti rivoluzionari, riformatori, millenaristici. I segni cinesi con cui fu scritto furono poi accettati paro paro dai cinesi stessi, quando qualche decennio più tardi si trovarono a imparare il marxismo tradotto dai giapponesi: tóngzhì altro non è che la pronuncia in mandarino degli stessi segni. Stesso tragitto per il Đồng chí vietnamita, mentre il 동료 (dongnyo) coreano è la traslitterazione nel loro alfabeto dei segni 同僚, dove il primo è sempre tóng di “stesso”, ma il secondo è liáo cinese di “lavorare insieme nello stesso ufficio” (旧指同在一起做官的 “anticamente indica stare insieme nello stesso ufficio” https://www.zdic.net/hans/%E5%83%9A … la burocrazia più antica del mondo!), insomma “collega”!

 

Arriviamo quindi al russo Товарищ (Tovarišč), domanda da studente di primissimo pelo… ma se merce in russo si dice “tovar”, c’è qualche attinenza? Ebbene si… Torniamo alle antiche carovane che percorrevano in lungo e in largo le steppe. I primi tovarišči erano proprio i carovanieri che, come gli autisti russi di oggi che girano in lungo e in largo il suolo italico per caricare mobili e materiale illuminazione, sviluppano fra loro un rapporto particolare di solidarietà, passandone insieme di cotte e di crude. Un po’ il senso della “Canzone del fronte meridionale”, più nota come Davaj zakurim («Давай закурим» dai fumiamocene una https://tekst-pesni.info/davai-zakurim-tovarishh/) o altre ancora, fra cui la stessa Товарищ (Tovarišč) nella versione di Lev Leščenko o Aida Vediščeva.

 

Le stesse vie carovaniere ci portano anche in Turchia, dove Yoldaş viene proprio da “yol” strada, quindi “compagno di strada”, da intendersi in quel passato. Stesso termine per il turcofono Azərbaycan.

 

Il resto delle lingue esaminate in questa breve carrellata, ci portando direttamente allа “amicizia”

serbo e croato drug (друг), bulgaro drugar другар

ma anche ebraico haver חָבֵר

e arabo rafi رفيق

oltre che hindi sāthī साथी (sinonimo di dost दोस्त che è la parola più usata per amico)

I compagni sono “amici”… rapporto amicale, comunitarismo, solidarietà, ecc. Mi convince, ma fino a un certo punto. Come ho provato a dimostrare brevissimamente, con qualche cenno, dietro ogni parola c’è un vissuto. Chi era veramente il “drug” fra gli Slavi del sud e fra gli antichi popoli slavi? E haver nelle comunità Yiddish, per esempio? o rafi nel mondo islamico? E perché sāthī e non dost? Magari, seguendo qualcuna di queste piste… arriveremmo fino a Gerico! Perché no?

 

Grazie per le suggestioni che mi ha offerto il tuo lavoro e che ho voluto condividere.

 

 

Mario Galati

Osservo che la teoria rivoluzionaria leninista prevedeva la possibilità di rivoluzione e di costruzione del socialismo nell’anello debole della catena imperialistica. Pertanto, presupponeva lo sviluppo capitalistico, seppure a livello mondiale (credo che vi sia qualcosa dell’hegeliana storia universale in ciò. Ma c’era anche qualcos’altro: lo studio molto concreto e “strutturale” sullo sviluppo del capitalismo in Russia). Non si trattava di una teoria puramente volontaristica delle possibilità e delle alternative sganciate da una base materiale, strutturale, e, soprattutto, di classe. Non era una teoria indeterministica, ma, in perfetta linea con Marx, determinista dialettica. Ovvero, possibilità del mutamento attraverso l’azione (l’interazione) entro un quadro oggettivo determinato che contiene in sé i germi della sua dissoluzione. Non una dissoluzione meccanica, ma un superamento come risultato della lotta delle forze che vi agiscono, in un rapporto soggetto (le forze sociali in campo, le classi)-oggetto (la totalità sociale, il modo di produzione storicamente determinato nel suo complesso). In fondo, ogni rivoluzione non è altro che un’attività maieutica, che trae alla luce le possibilità insite nella situazione storica oggettiva (anche la morale rivoluzionaria, la vera morale storicamente legittima, secondo Gramsci sulla scia di Hegel e Marx, non è altro che questo).

Ora, nella riflessione di Marx il socialismo moderno non è la ripetizione di qualsiasi collettivismo o comunitarismo, ma presuppone un alto sviluppo delle forze produttive (V. il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels. E questo non perché non conoscessero l’esperienza storica di Gerico, ma perché al socialismo scientifico è sottesa una concezione storica e una visione del mondo e dell’uomo specifica). Non necessariamente questo sviluppo deve sussistere direttamente nel paese in cui si fa la rivoluzione, perchè, come fa giustamente notare Lenin, in un paese sottosviluppato, con la rivoluzione si prende il potere statale e si determina questa crescita delle forze produttive. Ma questa crescita deve essere possibile, allo stato e allo stadio in cui si trova la storia universale, alla quale attingere e i cui germi sono presenti anche nelle realtà arretrate (ecco perché l’anello debole può fare la rivoluzione e crearsi le condizioni materiali necessarie alla costruzione del socialismo: perché queste condizioni esistono nella realtà mondiale e, in germe, nella propria realtà specifica).

Nella lettera di Marx a Vera Zasulic vi è la conferma di ciò, non la smentita:

“È precisamente grazie alla sua contemporaneità con la produzione capitalistica, che essa potrebbe appropriarsene tutte le acquisizioni positive senza passare da quelle terribili peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno; e nemmeno è preda della conquista straniera alla stessa maniera delle Indie Orientali”. E’ questo il senso del possibilismo di Marx circa la costruzione del socialismo in Russia senza passare necessariamente per lo sviluppo russo del capitalismo.

Alla base ci troviamo il concetto hegeliano della storia universale e dell’esperienza storica universale, della sua acquisizione per via culturale senza necessariamente passare dalla loro esperienza materiale. C’è il concetto della totalità e dei necessari rapporti tra i vari elementi che si instaurano al suo interno. Lo sviluppo capitalistico è comunque necessario per il passaggio al socialismo, solo che non deve necessariamente coincidere con la realtà nazionale in cui si fa la rivoluzione. Come si vede, il determinismo nel passaggio tra modi di produzione non scompare, ma perde quell’immediatezza meccanica che è propria di tanti loro interpreti, non di Marx e di Engels.

Dice bene Sidoli quando rimarca che per Marx l’attività violenta è attività economica (solo l’ideologia borghese ritiene propriamente economico soltanto il “libero” scambio mercantile). Certo, anche l’attività predatoria tribale è un’attività economica (“Guerra, commercio e pirateria sono un’inseparabile trinità”, diceva Goethe nel suo Faust, con riferimento alla realtà moderna borghese).

Però, io andrei oltre questa semplice constatazione, tentando di sottrarre la rivoluzione proletaria dalla sfera puramente volontaristica (dalla quale il concetto di politica-struttura suggerito da Sidoli non mi sembra tenti di uscire) e di mantenerla nell’ambito dello schema marxiano che prevede la necessità di una modificazione strutturale come base della modificazione della sovrastruttura e dell’intero modo di produzione nel suo complesso.

Quando il proletariato fa la rivoluzione e usa la violenza statale come strumento della sua riorganizzazione sociale, si tratta semplicemente di riconoscere che siamo in presenza di una attività di politica-struttura (ossia, si tratta soltanto di riconoscere il ruolo attivo della politica, della sovrastruttura organizzativa istituzionale, di non ridurla a semplice riflesso e registrazione di rapporti esistenti in una sfera “economica” indipendente? Oppure, detto in altri termini, si tratta solo di riconoscere che l’organizzazione politica determina l’organizzazione sociale produttiva e sia, per questo, in se stessa “strutturale”?) o si tratta di riconoscere, invece, che siamo in presenza di una modificazione strutturale delle forze produttive, della quale la rivoluzione è l’espressione, non il puro atto volontaristico che sceglie tra due possibilità?

La risposta prende forma già nelle Tesi su Feuerbach. La conoscenza è forza materiale in quanto la stessa teoria è prassi. L’attività intellettuale, teorica, è attività materiale sul piano pratico-sociale.

L’attività mentale, il lavoro intellettuale, la teoria, la conoscenza, l’ideologia, plasmano e modificano il modo di essere del soggetto e lo predispongono all’ulteriore attività. Il modo di essere sociale è una forza materiale, lavorativa, pratica, concreta. Perciò, l’ideologia marxista, per es., che si diffonde nel proletariato, modifica e forgia una forza produttiva (il proletariato) in modo nuovo. Provoca quella modificazione del livello delle forze produttive che è condizione della rivoluzione, poiché il proletariato è una forza produttiva. Tutto ciò non è compreso da coloro che rinvengono una contraddizione tra la teoria della rivoluzione e il materialismo storico in Marx. Essi affermano che in Marx il passaggio dal capitalismo al socialismo per via rivoluzionaria sarebbe un atto volontaristico, non una conseguenza della modificazione del livello delle forze produttive, come sostenuto nella concezione del materialismo storico. Una interpretazione economicista di Marx, che non tiene conto del fatto che la teoria è prassi e che la modificazione ideologica, del modo di essere, del proletariato è modificazione di una forza produttiva che modifica il livello delle forze produttive.

Orbene, questa maturazione rivoluzionaria, però, per Marx non avviene arbitrariamente, in virtù dello sviluppo di un pensiero astratto. Essa avviene come presa di coscienza indotta dalla posizione occupata dal proletariato nel sistema produttivo. E’ la concentrazione di fabbrica, nello specifico, che determina questa presa di coscienza (“Non è la coscienza che determina l’essere, ma l’essere sociale che determina la coscienza”); è la crescente socializzazione e concentrazione del processo produttivo che consente di acquisire una coscienza generale e organizzativa complessiva anche ai ceti subalterni. In Lenin tutto ciò non è assente: i contadini sono un pilastro della rivoluzione, ma la guida è operaia.

Mi sembra che tutto ciò non sia valutato adeguatamente nella teorizzazione dello sdoppiamento e nel giudizio sull’alternativa storicamente inveratasi nel collettivismo/comunitarismo della città di Gerico.

Non nego che nella storia ci siano state queste realtà opposte a quelle dominanti. Ma è un normale effetto della lotta delle forze contrapposte (è normale che vi sia stata una resistenza, ma la linea storicamente prevalente è stata un’altra. Gerico è caduta. Non si può sottovalutare questo dato tacciandolo semplicemente di giustificazionismo storico). Ciò che bisogna provare è: quali erano queste forze contrapposte in campo? Quali le forze sociali che hanno dato vita all’organizzazione collettivistica di Gerico? Quali, invece, quelle che hanno generato il corso classista che ha prevalso? Quali erano i ceti e le classi sociali, seppure in germe e in formazione, in lotta? Altrimenti la teoria dello sdoppiamento si riduce alla teorizzazione astratta delle astratte possibilità di scelta nelle biforcazioni della storia (o, addirittura, non solo in questi periodi cruciali). Cioè, si riduce a pura teoria astratta volontaristica e soggettivistica.

A meno che essi non si ritenga che, approssimativamente, il livello tecnologico raggiunto in una certa epoca rappresenti in toto il suo livello delle forze produttive e che, perciò, non vi erano differenze sociali e la scelta alla biforcazione della storia sia stata determinata dalla pura volontà soggettiva. Ciò si può fare solo se si prescinde dalle forze produttive “umane” in campo, dalla loro differente collocazione nella struttura sociale produttiva e dal loro conseguente modo di essere. Ci sono studi abbastanza precisi sulla differenziazione sociale di queste società antiche? Ci sono studi sulle peculiarità che potevano generare differenza di ceto o di classe dietro la facciata comune dello sviluppo generale dell’epoca? Si tratta di trovare non solo il tratto comune di un’epoca, ma le differenze al suo interno. E’ fondamentale un’analisi concreta della situazione concreta, la quale deve preservare da una generalizzazione astratta fuorviante.

E se storicamente ha prevalso un determinato modello che non ha retto l’urto con la “politica-struttura” violenta avversa (Gerico è caduta), non è il segno che non esistevano le condizioni sufficientemente mature per la sua affermazione e il suo mantenimento? Condizioni da ricercare non soltanto nella sua struttura interna ma anche, per così dire, nei rapporti internazionali, ovvero, nel’urto con altri popoli predatori.

Da notare che io non muovo la critica di Eros Barone che in questa teorizzazione non trovano spazio la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Il fatto è che forse, per quanto riguarda la rivoluzione, indirettamente ne trova anche troppo e in modo distorto, poiché, forse (confesso di non aver ancora letto i lavori sull’effetto di sdoppiamento), ne allarga fortemente gli ambiti e le possibilità, sulla base di una interpretazione volontaristica e indeterministica (non semplicemente antimeccanicistica. Il determinismo dialettico non è meccanicismo). Quanto alla dittatura del proletariato, invece, forse ha ragione Eros Barone, se si accetta la sua critica sulla indeterminatezza storica di uno schema interpretativo generalissimo, mentre la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato hanno una connotazione storica ben determinata, come ho cercato anch’io di evidenziare sopra.

In definitiva, se la teoria dello sdoppiamento si limita a criticare il determinismo e l’economismo meccanicista e la teoria della passività, se si limita a valorizzare l’attività e l’organizzazione politica, nulla aggiunge o arricchisce rispetto alla teoria e alla concezione di Marx. Se, invece, intende sganciare la teoria del socialismo dallo sviluppo delle forze produttive, opera una distorsione del marxismo. E mi sembra che colga nel segno Eros Barone quando nota un’assonanza con il comunitarismo previano o, aggiungerei, con i socialismi no global o di pura (anche se sacrosanta, spesso) resistenza localistica che, a volte, guardano indietro.

Queste mie osservazioni nulla tolgono alla stima e al rispetto per Sidoli, Burgio e Leoni e per l’utilità delle loro ricerche (una lode particolare per “Il volo di Pjatakov”).

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Eros Barone ha parlato di “centone metafisico” a proposito dell’effetto di sdoppiamento, ma è viceversa proprio la sua valutazione e il suo atteggiamento a dimostrarsi metafisico e tipico di quel marxismo dogmatico denunciato giustamente con forza da Stalin, ancora nel luglio 1917: valutazioni metafisiche e dogmatiche soprattutto perché assolutamente incapaci di confrontarsi con i fatti concreti.

Assolutamente incapaci di relazionarsi almeno in parte, con la praxis collettiva plurimillenaria del genere umano, a partire dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare all’inizio del terzo millennio.

Assolutamente incapaci di confrontarsi, almeno in parte, con le novità e con le sorprese offerte proprio dalla pratica storica e dalla moderna ricerca storica (in quest’ultimo caso, specialmente rispetto all’epoca neolitico-calcolitica): a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico dell’8500 a.C.

Visto che al marxismo creativo risulta totalmente estranea la famigerata categoria del “tanto peggio per i fatti, se non si accordano con la teoria”, invito pertanto Eros Barone a scendere dalle nuvole del suo marxismo dogmatico e confrontarsi finalmente con la concreta dialettica materialistica dei “fatti testardi” (Lenin), delle novità e delle sorprese che ci ha offerto e mostrato la storia concreta dopo il marzo 1883 e dopo la morte del geniale Karl Marx.

Prima sorpresa. In un lungo periodo, dal 9000 a.C. e fino al 3900 a.C. (epoca neolitica e calcolitica), sono spesso coesistite nello stesso periodo, nella medesima area geopolitica e a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive, due diverse forme di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere: quella protoclassista, fondata sull’appropriazione da parte di una minoranza di uomini del surplus e dei mezzi di produzione, e quella collettivistica, basata invece sull’appropriazione collettiva ed egualitaria delle forze produttive e della ricchezza prodotta in molte culture e civiltà del periodo neolitico/calcolitico.

Due opposte tendenze e “linee” socioproduttive, la “linea rossa” collettivistica e la “linea nera” protoclassista, sono convissute negli stessi archi temporali e nelle medesime zone geopolitiche per circa cinque millenni all’interno dell’area eurasiatica, ma anche in Africa, America, Corea, Giappone, ecc.

Ne deriva che lo sviluppo dell’agricoltura, allevamento ed artigianato, tipico del periodo neolitico, e la conseguente produzione di un surplus costante ed accumulabile non hanno portato inevitabilmente al sorgere di società con al loro interno delle classi sfruttatrici e degli apparati statali, come pensava Engels nel 1878-1884 (in modo corretto, visto l’insieme di dati empirici allora a sua disposizione), mentre hanno determinato l’emergere sia di un campo di potenzialità/alternative, a disposizione della pratica complessiva del genere umano, che di una sorta di “effetto di sdoppiamento” nei rapporti sociali di produzione e di distribuzione, via via riprodottisi in quel lungo e plurimillenario periodo, per cui poterono esistere e coesistere fianco a fianco sia rapporti di produzione collettivistici che classisti durante il periodo in esame.

Seconda sorpresa. Nella fase neolitica e calcolitica, le civiltà più avanzate dal punto di vista tecnologico e dello sviluppo qualitativo delle forze produttive e sociali appartenevano alla “linea rossa”, dalla città di Gerico (8400 a.C.) fino agli Ubaid (5000-3900 a.C.): eppure spesso esse vennero soppiantate da invasori nomadi molto più arretrati dal punto di vista economico, ma più potenti invece sul piano militare e tecnologico-militare.

La pratica politica, la sfera politica ed i rapporti di forza politici (e politico-militari) tra società diverse svolsero frequentemente un ruolo decisivo nel determinare il successo/insuccesso nella riproduzione delle due “linee” socioproduttive, sempre in base all’effetto di sdoppiamento, formatosi in conseguenza del processo di produzione di un surplus costante ed accumulabile da parte del lavoro collettivo impiegato nelle attività agricole.

Terza sorpresa. Più volte Marx rilevò che sia nel modo di produzione asiatico che in quello feudale assunse costantemente un ruolo importante la proprietà collettiva del suolo, oltre che il lavoro sociale nella riproduzione delle condizioni della produzione (irrigazione, strade, ecc.) ed il lavoro collettivo nella stessa attività agricola, seppure in proporzioni diverse secondo le situazioni storiche concrete.

Quindi, anche dopo il 3900 a.C. e dopo la fine del periodo neolitico/calcolitico, la “linea rossa” dei rapporti di produzione collettivistici ha giocato una funzione rilevante (seppur subordinata) all’interno di molte formazioni economico-sociali classiste, dimostrando nei fatti la riproduzione e resistenza di quell’effetto di sdoppiamento sopra citato.

Non a caso. Anche dopo il 3900 a.C., la “linea rossa” trovò dei punti d’appoggio materiali e concreti su cui appoggiare per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale poiché:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali, all’interno delle società classiste, non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò fino al punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia tipica dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui s’intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).
  • il ”bene immateriale della conoscenza” (E. Grazzini, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori in seguito all’uso, è un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere d’irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia.
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.
  • anche dopo il 3900 a.C., si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.
  • anche dopo il 3900 a.C., almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Quarta sorpresa. In una lettera del 1881 a Vera Zasulich, Marx notò la coesistenza conflittuale tra “linea rossa” e “linea nera” nella formazione economico-sociale feudale russa e nella comune rurale russa, sottolineando tra l’altro come all’interno di quest’ultima vi fosse una sorta di “dualismo intrinseco” che ammetteva e consentiva la riproduzione di un variegato campo di potenzialità storiche e di due soluzioni (Marx, 1881): “o il suo elemento” (della comune rurale russa) “di proprietà privata prevale il suo elemento collettivo o questo si impone su quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili”.

In altri termini, Marx aveva notato già nell’inverno del 1881 una dualità all’interno di una determinata formazione economico-sociale, la Russia del tempo; l’emergere sincronico di due “linee” e tendenze socioproduttive alternative tra loro, ma che coesistevano in modo conflittuale, ed il non-determinismo nell’esito finale della loro coesistenza (poco) pacifica.

Si tratta della prima formulazione dell’effetto di sdoppiamento, effettuata tra l’altro senza poter conoscere i dati empirici emersi nell’ultimo secolo rispetto al periodo neolitico/calcolitico, a partire dalla sua grande estensione temporale.

Quinta sorpresa. Dopo il 1770-1810 si è affermato progressivamente il capitalismo (prima industriale, poi monopolistico-finanziario) su scala mondiale e fino ai nostri giorni: ma allo stesso tempo, oltre ai fenomeni della cooperazione produttiva e del capitalismo di stato, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso il mondo inaspettatamente si “sdoppiò” e si divise essenzialmente tra due sistemi socioproduttivi e politici alternativi, capitalismo (monopolistico di Stato) e socialismo (più o meno deformato).

Addirittura si possono trovare alcune nazioni che si sono “sdoppiate” concretamente in campo socioproduttivo e politico, nelle relazioni sociali di produzione e distribuzione:

  • Germania, dal 1945 al 1989.
  • Corea, dal 1945 fino ai nostri giorni
  • Vietnam, dal 1954 al 1975
  • Cina, dal 1949 fino ai nostri giorni (si pensi alla dinamica socioproduttiva assunta dalle aree cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan, dal 1949 fino ad oggi).

Ancora una volta si è assistito ad una riproduzione specifica di quell’effetto di sdoppiamento sorto dopo il 9000 a.C., con la produzione continua di un surplus produttivo accumulabile (grazie all’agricoltura/allevamento/artigianato in una prima fase, ed alla manifattura/grande industria in seguito) per la prima volta nel processo di sviluppo del genere umano; ancora una volta il controllo della sfera politica e degli apparati statali è stato ed è tuttora decisivo nel determinare l’esito del confronto/scontro tra le due “linee”, volta per volta (si pensi solo all’URSS/Russia nel periodo 1989-1992).

In estrema sintesi, dopo il 9000 a.C. e l’effetto di sdoppiamento, non sussiste alcuna forma di determinismo storico nel processo di sviluppo del genere umano, ma viceversa un campo di potenzialità socioproduttive alternative tra loro.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

 

 

 

 Eros Barone

A me non sembra affatto che la cosiddetta “teoria dello sdoppiamento” sia compatibile con il marxismo, e il fatto che sia condivisa da Giorgio Galli non credo, pur con tutto il rispetto per questo politologo quasi centenario, che ne confermi il valore storico e filosofico. Per quanto concerne, ad esempio, il secondo aspetto, l’autore si è segnalato per il suo sforzo di revisionare il marxismo elaborando un centone metafisico di carattere evoluzionistico del tutto estraneo alla dialettica materialistica e in sintonia con gli esiti antimarxisti delle teorizzazioni elaborate dai vari Preve e La Grassa. E in effetti si tratta di un’impostazione definibile come un curioso esempio, da un lato, di neo-lorianesimo e, dall’altro, di neo-bucharinismo. Nonostante il riferimento retorico al primato leniniano della prassi politica e perfino a Stalin, il cui richiamo al “marxismo creativo” viene spacciato come istanza revisionista, il carattere ancipite di questa teorizzazione è, peraltro, il prezzo pagato alla mancata comprensione del carattere dirimente, sul piano teorico, ideologico, storico e politico, della categoria di revisionismo e, nella fattispecie, di “moderno revisionismo”. Insomma, questo biribissi accade quando ci si ingegna a mettere le brache alla storia del mondo, procedendo nella disàmina dei diversi periodi storici a forza di schemi generalissimi e di astrazioni indeterminate (le famose “leggi storiche universali”). In tal modo, l’enfasi sul primato leniniano della politica rischia di sfociare in un politicismo ‘bon marché’, la critica dell’economia politica rischia di ridursi a politica economica e la pianificazione a programmazione, mentre il socialismo scientifico viene fatto regredire al socialismo utopistico. In queste caramellose teorizzazioni manca però un “trascurabile dettaglio”: la necessità della rivoluzione socialista e della dittatura proletaria per abbattere il capitalismo e spezzare lo Stato borghese. Non è certo una novità: oggi come nel passato, i revisionisti e gli opportunisti si caratterizzano per il loro disinteresse alla questione della rivoluzione, per la sua negazione.

Grande successo, con almeno 60 compagni presenti, all’assemblea tenutasi a Milano sabato 14 settembre sulla Teoria dell’effetto di sdoppiamento, con relatori il professor Giorgio Galli, Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista), Alessandro Pascale e Roberto Sidoli.

 

Relazione tenuta da Roberto Sidoli durante l’assemblea del 14 settembre 2019 a Milano.

 

Il “paradosso di Lenin” la politica-struttura e l’effetto di sdoppiamento.

 

 

 

 

Voglio focalizzare l’attenzione sul collegamento esistente tra lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento e il “paradosso di Lenin”, avente per oggetto il rapporto generale tra la sfera politica e quella economica, oltre che sullo sdoppiamento della stessa sfera politica in politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica intesa come espressione concentrata dell’economia.

Secondo la tesi dello sdoppiamento, dopo il 9000 a.C. e con l’inizio della rivoluzione tecnologica neolitica, non solo il genere umano è entrato nell’era del surplus, costante e accumulabile, ma altresì si è creato e consolidato un campo di potenzialità alternative, di matrice produttiva e politico-sociale, determinando quindi la simultanea genesi e cristallizzazione plurimillenaria – fino ad arrivare ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio – sia di una “linea rossa” collettivistica, gilanica e cooperativa (a partire dalla protocittà egualitaria di Gerico, 8500 a.C.) che invece di una variegata e alternativa “linea nera” di matrice classista, militarista e patriarcale, come nel lontano caso di quei predoni Kurgan che, con le loro sanguinose invasioni, infestarono l’Eurasia dal 4000 a.C. e per molti secoli.

Giorgio Galli recentemente si è chiesto: “la teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si”.

Il celebre studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico, a partire dall’8500 a.C. e quindi dieci millenni or sono.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.), durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus e pluspro-dotto, costante e accumulabile, a vantaggio di ipotetici sfruttatori del paleolitico.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo perfettamente praticabile, sul piano materiale, e l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli stessi apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, sorta a partire dalla rivoluzione produttiva del neolitico e attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti oppure avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è venuta alla luce a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico, per dirla in altri termini, tuttora in via di sviluppo.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità sociali ed economiche, cooperative o classiste, si rivelarono nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture e protocittà collettivistiche.

Per fornire alcuni esempi concreti della teoria dello sdoppiamento, a partire dal 9000 a.C., si può subito notare che durante il neolitico-calcolitico le millenarie civiltà collettivistiche degli Ubaid, nell’odierno Iraq, e di Vinca nei Balcani si scontrarono con i feroci predoni kurgan prima, e indoeuropei in seguito.

Abbiamo inoltre la “città del sole” di Aristonico e quella in seguito guidata dallo schiavo Euno, in Sicilia, contrapposte all’impero schiavistico romano.

Le comuni rurali, sorte in tutto il mondo e con forti tendenze collettivistiche, furono sia unite che soggiogate dal feudalesimo e dal modo di produzione asiatico, a cui fornivano il surplus produttivo per le élites laiche o religiose.

Passando all’epoca contemporanea e in presenza di casi concreti con uno sviluppo qualitativo simile delle forze produttive, pensiamo alla Russia bolscevica, contrapposta alla Russia “bianca” e borghese del 1917-20.

Unione Sovietica contro Stati Uniti, dal 1945 al 1990: sdoppiamento planetario tra capitalismo e socialismo.

Corea del Nord contro Corea del Sud, dal 1945 ad oggi.

Cuba socialista e la vergognosa base USA di Guantanamo, sempre sul suolo cubano.

Il Venezuela di Maduro contro il corrotto Venezuela di Guaidò, eterodiretto dall’imperialismo americano.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati facilmente, a partire dalla NEP leninista del 1921-28 e dai suoi eredi odierni e dell’inizio del terzo millennio, in importantissime aree del mondo quali la Cina.

Ma a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni?

Se tale schema generale corrisponde approssimativamente alla verità, e cioè al processo dinamico e contraddittorio di sviluppo del genere umano dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, esso svolgerebbe un ruolo positivo intrinseco innanzitutto perché, come aveva rilevato Lenin, “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Per trasformare la realtà, infatti, bisogna ben comprenderla e ben interpretarla. E a tale scopo serve costantemente una diretta pratica politico-sociale, individuale e collettiva, ma anche e simultaneamente un processo di analisi della pratica collettiva presente e passata, con un ininterrotto processo di esame critico e autocritico del passato recente e meno recente, delle sue diverse tendenze e controtendenze, della dialettica storica creatasi all’interno delle multiformi formazioni economico-sociali sviluppatesi negli ultimi millenni.

La celebre e geniale undicesima tesi su Feuerbach, elaborata nel 1845 da Marx, afferma infatti correttamente che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: si tratta però di trasformarlo»; ma essa non implica in alcun caso che bisogna smettere di conoscere e interpretare il processo di sviluppo del mondo e che tale forma di pratica umana sia inutile, se non addirittura dannosa.

Altrimenti non si riuscirebbe assolutamente a capire, se non chiamando in causa la categoria del masochismo, per quale ragione Marx avesse passato più di vent’anni al British Museum di Londra, al solo scopo di elaborare la critica dell’economia politica borghese; perché egli avesse scritto nel 1875 la splendida Critica al programma di Gotha, o per quale ragione in seguito egli si fosse affannato a scrivere e riscrivere più volte la lettera a Vera Zasulich nell’inverno del 1881, sempre al fine di “interpretare il mondo”.

In seconda battuta la teoria dell’effetto di sdoppiamento può svolgere una duplice funzione, ossia di legittimazione di alcune pratiche positive dei militanti anticapitalistici e di delegittimazione invece di altre modalità d’azione (e atteggiamenti mentali) negative, da essi sviluppate di frequente nel corso degli ultimi due secoli.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento aiuta infatti a stimolare e sostenere:

  • le pratiche politiche (politico-sociali, politico-sindacali ecc.) degli attivisti anticapitalisti: far politica serve e diventa decisivo proprio perché la sfera politica è diventata l’anello centrale dell’attività umana dopo il 9000 a.C., con la genesi dell’era del surplus costante-accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento;
  • l’assunzione di una responsabilità diretta delle forze anticapitalistiche per il futuro del genere umano, visto che la nostra pratica politica collettiva contribuisce direttamente a indirizzarla in un senso o nell’altro, a sfruttare oppure non sfruttare le potenzialità socioproduttive offerte dall’effetto di sdoppiamento, a spostare “l’ago della bilancia storica” in un senso o nell’altro.

La migliore Rosa Luxemburg, quella del 1914-17, ha evidenziato il ruolo decisivo svolto dalla pratica politico-sociale nell’indirizzare il destino del genere umano notando, durante il primo macello interimperialistico che, «noi» (noi esseri umani e movimento anticapitalistico del tempo) «ci troviamo oggi, proprio come F. Engels aveva presagito una generazione addietro, quarant’anni fa, davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà come nell’antica Roma, spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo, cioè dell’azione cosciente di lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è un dilemma della storia mondiale, un’alternativa, in cui i piatti della bilancia oscillano tremando davanti alla decisione del proletariato cosciente.

Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dal fatto che il proletariato sappia, con decisione virile, gettare la sua spada rivoluzionaria sulla bilancia… Tutta la desolazione e la vergogna» (in cui era caduta la socialdemocrazia tedesca, dopo il 4 agosto 1914 e la sua approvazione della guerra imperialistica) «possono essere controbilanciati soltanto se noi dalla guerra e nella guerra impariamo come il proletariato può redimersi dal ruolo di un servo nelle mani delle classi dominanti a quello di padrone del suo destino».

Parole valide non solo per il 1916-17, a mio avviso, sull’alternativa storica in oggetto, ma anche all’inizio del terzo millennio.

La teoria in esame serve altresì a legittimare anche la resistenza offerta costantemente, seppur con alterno successo, dal movimento anticapitalistico contro l’avversario di classe, a dispetto della sua apparente strapotenza e invincibilità: secondo la teoria in esame, niente è conquistato per sempre ma allo stesso tempo niente è perso per sempre sul piano politico-sociale, guerra atomica mondiale permettendo.

Infatti anche alcune colossali sconfitte storiche incontrate dal movimento operaio rivoluzionario, come quella subita nel 1914-16, a determinate condizioni lasciarono il campo a colossali vittorie di quest’ultimo (Russia, 1917-20); già B. Brecht, nella sua splendida poesia intitolata “Lode della dialettica”, notò che i “vinti di oggi sono i vincitori del domani e il mai diventa oggi!”.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento serve invece a criticare e delegittimare:

  • l’economicismo, inteso come culto ingiustificato del livello di maturità delle forze produttive. Le condizioni oggettive per l’affermazione della “linea rossa”, ossia a favore di un processo di sviluppo di matrice collettivistica del genere umano, esistevano già nel 9000 a.C., anche se allora solo in alcune aree geopolitiche all’avanguardia nella grandiosa rivoluzione produttiva del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” ed egualitaria di Gerico;
  • il disinteresse per la lotta politica e per l’acquisizione rivoluzionaria del controllo degli apparati statali, con forme pacifiche oppure violente a seconda delle condizioni storiche concrete;
  • la fiducia nel determinismo storico, giustamente detestato da W. Benjamin e inteso soprattutto come “inevitabile vittoria delle forze del progresso”. Una volta smentita e falsificata da dure sconfitte (1989-91), tale credenza tra l’altro si trasforma inevitabilmente nella tacita acquiescenza di massa di fronte alla “presunta fine nella storia” (Fukuyama) e al trionfo dei soliti “ricchi e potenti”, facendo sì che “tra gli oppressi molti dicano ora: quel che vogliamo, non verrà mai” (B. Brecht, ancora “Lode della dialettica”).

Inoltre la teoria dell’effetto di sdoppiamento prevede, anche per il presente e per i nostri tempi, che una radicale trasformazione dei decisivi rapporti di forza politici (ivi compresi quelli politico-militari, il grado di consenso di massa rispetto alle strutture socioproduttive dominanti ecc.) comporti e determini simultaneamente e a cascata un radicale mutamento anche nei precedenti rapporti sociali di produzione e di distribuzione, sia nelle società capitalistiche che in quelle (almeno in parte) ancora oggi collettivistiche.

Un’anticipazione e una prognosi che proprio la dinamica politica futura e su scala planetaria potrà confermare o smentire, verificare o falsificare, a partire da quel particolare “laboratorio politico”, di portata mondiale, costituito dal Venezuela bolivariano di Chavez e Maduro.

Ma non solo: lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento può essere usato anche per fornire una solida base di riferimento al “paradosso di Lenin”.

In cosa consiste tale “paradosso di Lenin”? La politica al posto di comando, in estrema sintesi.

Se si analizzano infatti le relazioni collettive riprodottesi negli ultimi seimila anni, proprio lo sviluppo (fondamentale solo in ultima istanza) dalle forze produttive sociali non ha fatto altro che consolidare il primato del “politico”, ossia il ruolo decisivo della sfera politica e degli apparati statali per la stessa riproduzione dei rapporti sociali di produzione, classisti o collettivistici, e per i risultati delle dinamiche socioproduttive.

Se si esamina il complesso multiforme di relazioni formatesi negli ultimi sei millenni tra sfera politica e interessi economici di classe, tra sfera politica e lotte di classe economiche, tra sfera politica e lotte materiali di frazioni e segmenti della stessa classe privilegiata, tra sfera politica e guerre-riarmo, tra sfera politica e tasse-moneta, tra sfera politica e la difesa-attacco alla proprietà privata (o pubblica), tra sfera politica e gli indirizzi generali della politica economica, via via affermatesi all’interno delle società classiste (o del socialismo deformato), emerge infatti un paradosso storico-teorico di grande rilevanza: e cioè che il “mezzo”, alias la sfera politica, ha assunto costantemente il primato e l’egemonia sul “fine”, ossia sulla sfera economica dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe.

Si tratta di un paradosso della scienza politica scoperto fin dal “Che fare?” del 1902: e a tal proposito si deve fare riferimento proprio al contributo teorico di Lenin che, forte di una lunghissima esperienza politica e di governo dall’ottobre 1917, trovò nel gennaio 1921 la soluzione più creativa e veritiera a uno dei nodi centrali della scienza politica, superando una delle contraddizioni presenti nella praxis teorica secolare del marxismo.

Durante un’accesa discussione sviluppatasi all’interno del partito bolscevico sul ruolo generale e sulle funzioni dei sindacati in uno stato post-rivoluzionario, Lenin descrisse infatti la sfera politica come “espressione concentrata dell’economia”, che tra l’altro non può che avere il “primato” e la supremazia “sull’economia”, ossia sugli interessi economici via via espressi dalle diverse classi sociali.

Lenin sottolineò con chiarezza che «è strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire” un problema ad un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice. L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca ad un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

In altre parole, l’impostazione politica significa: se noi trattiamo i sindacati in modo errato, sarà la fine del potere sovietico, della dittatura del proletariato (Una scissione tra il partito e i sindacati, se il partito avesse torto, farebbe certamente crollare il potere sovietico in un paese contadino come la Russia). Si può (e si deve) verificare a fondo questa considerazione, cioè esaminare, approfondire, decidere se questa impostazione è giusta o no. Ma dire: io “apprezzo” la vostra impostazione politica, “ma” essa è soltanto politica, mentre a noi ne occorre “anche una economica”, è come dire: io “apprezzo” la vostra considerazione secondo la quale facendo un determinato passo vi romperete il collo, ma tenete anche conto che è meglio essere sazi e vestiti anziché affamati e nudi.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione».

La sfera politica, la “politica non può non avere il primato sull’economia”, secondo Lenin.

A giudizio di Lenin la sfera politica, il potere decisionale-repressivo e l’azione degli apparati statali costituiscono infatti almeno in parte l’espressione concentrata dell’economia, dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe, sia di carattere generale che corporativo, visto che a suo corretto avviso nelle società di classe (oppure collettivistiche e post-rivoluzionarie) si riproduce ininterrottamente un rapporto dialettico tra politica ed economia, creando una forma di simbiosi inscindibile tra questi due importanti segmenti della pratica umana, nel quale il politico assume costantemente un ruolo egemonico.

Anche se si esamina un passo del suo Che fare  del 1902 si può concludere, senza forzature, che a giudizio di Lenin la sfera e le lotte politiche nella società di classe rappresentano un’espressione concentrata e di grado superiore rispetto alle lotte economiche, che si svolgono per determinati interessi materiali di classi in conflitto tra di loro, visto che in polemica con il menscevico B. Kricevski egli affermava: «A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx ed Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice”. Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non conseguente affatto che lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti soltanto con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto soltanto con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevski ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia ecc.) e dei bersteniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica)».

Concetti chiari, quelli esposti già nel 1902 da Lenin: “gli interessi essenziali, decisivi delle classi possono essere soddisfatti solo con trasformazioni politiche radicali”.

Non solo: essendo ben conosciuto l’apprezzamento espresso giustamente da Lenin per la nota definizione di Clausewitz, che descrisse sinteticamente la guerra come “prosecuzione della politica con altri mezzi”, si può concludere come anche a giudizio del grande rivoluzionario russo la politica costituisse l’espressione concentrata delle lotte internazionali, aperte o latenti, violente o “pacifiche” (commerciali, diplomatiche, finanziarie) via via sviluppatesi tra le diverse formazioni statali, classiste o del socialismo deformato, che si sono presentate sull’arena storica mondiale negli ultimi sei millenni, a partire dal primo stato teocratico sumero fino all’inizio del terzo millennio e alla politica interstatale dei nostri giorni.

Non solo: la teorizzazione “eretica” prodotta da Lenin sul rapporto fra sfera politica ed economica prese lo spunto proprio da un acceso scontro politico interno che divise nel 1920-21 il partito bolscevico, mandatario politico di larghi settori di una sola classe sociale, la classe operaia urbana e rurale. E proprio lo stesso sviluppo di un’importante discussione politica sul ruolo dei sindacati all’interno dei bolscevichi, ossia della frazione maggioritaria e relativamente “disciplinata” di una particolare classe, a sua volta relativamente omogenea dal punto di vista produttivo-sociale, prova immediatamente e attesta con particolare evidenza come la politica costituisca altresì anche l’espressione concentrata delle lotte e degli scontri tra le diverse opzioni e scelte di priorità politiche che si manifestino nel seno di una medesima classe sociale e/o forza politica su determinate tematiche economiche, sociali e di politica internazionale, di rilevanza generale per la gestione degli affari comuni di una formazione statale per l’acquisizione e conquista del controllo del potere decisionale/repressivo.

Si può pertanto concludere che, a giudizio di Vladimir Ilic Ulianov, la politica costituisce l’espressione concentrata dell’economia e dei rapporti sociali di produzione, delle lotte economico-materiali di classe e dei conflitti tra formazioni statali, oltre che dello scontro tra opzioni alternative in campo socio-economico (o di altra natura) sostenute da segmenti politico-sociali di classi sociali diverse, o della stessa classe; la politica in pratica diventa il “riassunto degli antagonismi” delle società di classe, come notò Marx nel lontano 1847.

Nel luglio del 1917 e in un suo importante discorso come relatore ufficiale al sesto congresso del partito bolscevico, poco prima dell’Ottobre Rosso, Stalin dichiarò con chiarezza e lucidità che “esiste un marxismo creativo e un marxismo dogmatico”, e che lui stava dalla parte del primo.

Anch’io la penso come Stalin.

E penso che sia ormai tempo che si torni a sviluppare un marxismo creativo e antidogmatico, partendo ad esempio da fatti testardi e concreti come la rossa citta collettivistica di Gerico, nell’8500 a.C.; come la civiltà collettivistica degli Ubaid; come le comuni rurali, gli Ayllu andini, l’obscina e il mir russo ecc.; come il processo di riproduzione pluridecennale dell’URSS, o di Cuba socialista e via elencando, a partire dal glorioso Ottobre Rosso del 1917.

Per affrontare in anticipo possibili accuse di politicismo, leggiamoci assieme un passo di uno splendido scritto di Lenin avente per oggetto niente di meno che la stessa valutazione della rivoluzione bolscevica.

Si tratta dell’articolo “Sulla nostra rivoluzione”, elaborato dal geniale Lenin nel gennaio del 1923 in polemica con il menscevico e “marxista” (marxista-economicista) N. Suchanov e, simultaneamente, in difesa della praxis politico-sociale che i comunisti adottarono nel 1917-23, demolendo le teorie economiciste e “marxiste” sull’immaturità oggettiva della Russia per il socialismo.

Lenin sottolineò infatti che “Per esempio, è infinitamente banale il loro argomento, studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori “scienziati” che militano nelle loro fila, le premesse economiche obiettive per il socialismo. E non viene in mente a nessuno di domandarsi: ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria, quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto l’imminenza di questa situazione senza via di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Suchanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l’apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l’originalità della situazione ha innanzi tutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell’Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo – nei confini della rivoluzione iniziantesi e in parte già iniziata in oriente – condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della “guerra dei contadini” con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un “marxista” come Marx, nei 1856, a proposito della Prussia?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo “grado di cultura”, dato che esso è diverso in ogni Stato dell’Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito – sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico – metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso li socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni di forma nello svolgimento storico ordinario sono inammissibili o impossibili?

Napoleone, se ben ricordo, scrisse “On s’engage et puis… on voit”. Liberamente tradotto, ciò significa: “Prima bisogna impegnarsi in un combattimento serio e poi si vedrà”. Ed ecco che anche noi, nell’ottobre 1917, ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia mondiale, questi sono indubbiamente dei particolari), come la pace di Brest, o la Nuova politica economica, ecc. E oggi non v’è più alcun dubbio che, in linea generale, noi abbiamo ottenuto la vittoria”.

Un Lenin geniale, anche nella sua polemica contro l’economicismo “ortodosso” e pseudomarxista della socialdemocrazia e di Suchanov, costruendo e cristallizzando una categoria politica molto creativa, quale la centralità della sfera politica e del controllo degli apparati statali anche nel creare le sopracitate “premesse della civiltà” mediante la “via rivoluzionaria”, nel generare quel “certo grado di cultura” mediante la “via rivoluzionaria”.

Siamo in presenza di un particolare processo politico-sociale, allo stesso tempo efficace e antidogmatico, che venne riprodotto in seguito su scala planetaria, seppur con alcune significative varianti, nella Corea del Nord del 1945 come nella Cina del 1925-49, a Cuba nel 1957-59, in Angola e Mozambico dal 1957 al 1975; stiamo dunque analizzando una particolare dialettica rivoluzionaria di portata mondiale, nella quale non certo gli stati più avanzati sul piano economico e tecnologico, ma invece proprio quelli arretrati rispetto al livello di sviluppo produttivo passarono all’avanguardia e acquisirono il primato nella lotta per il socialismo/comunismo, nel processo di sviluppo dei rapporti sociali di produzione e distribuzione del genere umano.

Va infine almeno esposta, seppur in maniera ipersintetica, un’altra novità teorica avente per oggetto lo sdoppiamento e la suddivisione tra politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica-espressione concentrata dell’economia. Uno sdoppiamento e una suddivisione che, almeno nei fatti e implicitamente, era già perfettamente chiara a Karl Marx almeno da quando egli scrisse il meraviglioso ventiquattresimo capitolo del primo libro del suo Capitale, dedicato all’accumulazione originaria del capitalismo: senza che purtroppo quasi mai i suoi eredi e i suoi successori sviluppassero, esplicitamente e sul piano dell’elaborazione teorica, tale particolare biforcazione per il non certo breve periodo di circa centocinquanta anni, dal 1867 fino ad arrivare ai nostri giorni.

Cosa rientra nella categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste?

In essa rientrano le teorie ideologie e utopie politico-sociali, in primo luogo.

In seconda battuta, le lotte per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali.

In terzo luogo, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali, tra stati o blocchi di stati più o meno consolidati (Unione Europea, ecc.).

E ancora, le lotte costituzionali e quelle riguardanti la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali (repubblica o monarchia? Brexit o non Brexit? E così via.).

L’elenco può essere facilmente allungato, ma passiamo ora invece all’analisi delle coordinate della politica-struttura, ossia del secondo lato e aspetto generale del “continente politica”: ovviamente tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e apparati sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

Per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx nel sopracitato ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale, pubblicato nel lontano 1867.

Politica-struttura intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815. Si può benissimo utilizzare tale snodo teorico e soprattutto materiale anche per il processo d’indagine all’inizio del terzo millennio, seppur con una serie di modifiche rispetto al 1867, riguardo ai processi contemporanei di privatizzazione delle risorse, ricchezze e proprietà pubbliche.

Politica-struttura intesa altresì come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico, e soprattutto materiale, per il processo d’indagine sui nostri giorni, seppur come una serie di modifiche rispetto al 1867…

Politica-struttura intesa come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico materiale, per l’esame della situazione creata all’inizio del terzo millennio su scala mondiale ed europeo.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale.

Politica-struttura come politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale.

Politica-struttura che si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e in un campo variegato ove, nelle società capitalistiche, è particolarmente forte la simbiosi tra poteri politici e profitti privati (si pensi solo alle vicende della TAV italo-francese e delle autostrade italiane).

Politica-struttura da intendersi anche come appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per il processo di riproduzione di quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961, nel suo discorso di addio da presidente statunitense.

L’elenco dei tasselli multiformi delle pratiche e oggettivazioni sociali da me comprese, incluse e sintetizzate sotto la categoria teorica di politica-struttura (e politica-espressione concentrata dell’economia) può essere facilmente ampliata e allargata: ma esiste qualche analista, studioso, quadro politico e militante marxista che voglia iniziare ad elaborare teoria sullo sdoppiamento tra politica-struttura e politica-sovrastruttura?

Oppure sulle interconnessioni sussistenti tra i due segmenti in oggetto, a partire dalla carsica trasformazione della politica-sovrastruttura in politica-espressione concentrata dell’economia, e viceversa.

Bisognerà riesaminare con molta attenzione, in ogni caso, lo splendido concetto elaborato da Marx – e sempre contenuto nel sopracitato capitolo ventiquattresimo – secondo il quale la “violenza” dello stato, la violenza del potere dello stato risulta essere “essa stessa una potenza economica”.

Dunque violenza statale come “potenza economica”.

Dunque azione dei poteri statali intesa come “potenza economica”.

In embrione, dunque, emersione della categoria di “politica-struttura” e di politica-espressione concentrata dell’economia fin dal primo libro del Capitale e fin dal 1867.