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Assemblea pubblica 14 settembre 2019 c/o Centro culturale Concetto Marchesi

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DISCUSSIONE CON GIORGIO GALLI SULL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Ringraziamo i compagni di Marx21 per aver pubblicato la discussione relativa alla teoria dell’effetto di sdoppiamento.

DISCUSSIONE CON GIORGIO GALLI SULL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Nel corso degli ultimi mesi si è avviata una discussione multilaterale fra l’autore del libro I rapporti di forza e il professor Giorgio Galli, dibattito che fra le altre cose ha avuto come oggetto anche lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento e la centralità della sfera politica, intesa in senso leninistico come “espressione concentrata dell’economia”, all’interno del processo di riproduzione delle variegate e diverse società via via apparse sull’arena storica nel corso degli ultimi undicimila anni, a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico. Il risultato e il sottoprodotto del confronto avviato in questo ultimo periodo è costituito dallo scambio epistolare sotto riprodotto, che spera e intende avviare un percorso di confronto teorico su tali temi nella sinistra antagonista.
Daniele Burgio

 

marx pietra

 

 

 

Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette  libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.

 

Giorgio Galli

 

 

 

 

 

Gerico, il comunismo sviluppato e l’Intelligenza Artificiale.

 

 

 

Innanzitutto ringrazio il professor Giorgio Galli, celebre storico e politologo, per aver analizzato con la consueta cura lo schema teorico secondo cui negli ultimi dodicimila anni risulta centrale e prioritario lo scontro dialettico, la proteiforme unità/lotta tra una “linea rossa” socioproduttiva di tipo cooperativo ed egualitario (partendo dalla Gerico collettivistica dell’8500 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni) e un’antagonista “linea nera” sociale e politica di matrice classista, cominciando con l’anatolica protocittà di Nevali Cori (8000 a.C.) e i predoni nomadi Kurgan del 4000 a.C. fino ad arrivare via via al capitalismo di stato contemporaneo, con la sua regola della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite delle multinazionali e banche private e i legami speciali tra apparati statali, nuclei dirigenti politici e monopoli privati.

Giorgio Galli pone subito con chiarezza una domanda importante, ossia: “La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si.”

Lo studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico a partire dall’8500 a.C.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.) durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus/pluspro-dotto, costante accumulabile, a vantaggio di ipotetici e paleolitici sfruttatori.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile e inevitabile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo praticabile sul piano materiale e necessario (catastrofi politico-naturali permettendo) l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e all’avvio di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.[1]

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti/avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è avvenuta a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità, cooperative o classiste, si rivelano nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del Neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture/protocittà collettivistiche.

Cosa successe in concreto, a partire dal 9000 a.C.?

La costante continuità economica e tecnologica della lunghissima epoca paleolitica e dell’età della pietra venne spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito, con modalità autonome, in Cina (prima dell’8800 a.C.) e in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata a sua volta, alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, raccolta iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), oltre che resa possibile dalla produzione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta, e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona palestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti proprio dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzitutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del paleolitico: Jared Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: dunque un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile durante il neolitico rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano, dopo l’8000 a.C., iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), oltre che per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali, come maiali, galline, pecore e buoi.

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse ormai diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e di conservarlo con una certa efficacia, mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” e animale su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma.[6]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica, con il progresso gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro, furono realmente enormi confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti sociali di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati quindi rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando quindi nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a “mero strumento” parlante dei proprietari degli schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari tedeschi  riaffermando, nell’“Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato”, il carattere necessario e “progressista” della controrivoluzione affermatasi nei rapporti sociali di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati».[7]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico.

È stato stimato del resto che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni e almeno fino al 1830.[8]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dal processo continuo di riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.[9]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico ormai non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. durante il Neolitico e il Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce infatti con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su diverse coordinate teoriche di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola. Tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti, in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma viceversa nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere, all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due diverse forme generali di rapporti sociali di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa), sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del neolitico produsse invece la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione invece di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza della popolazione delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva infatti che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del neolitico-calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro, a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono e ai tempi della protocittà neolitica di Gerico.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferie” dal 9000-3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nella civiltà Chavin e nelle Ande.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

 

 

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

 

 

Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali ecc.)

 

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato, nel marxismo ortodosso, al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

↙                  ↘

 

Primo sbocco potenziale:                                                                                          Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                                                                              Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                                                                                     e distribuzione classisti

 

 

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione), presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

 

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta.

Proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro: dal 9000 al 3500 a.C. e in Eurasia, ossia per cinque millenni, si confrontarono e a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono invece sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive.

La “Fase due” del genere umano risulta dunque composta non solo dalla coesistenza dialettica plurimillenaria tra surplus/plusprodotto e penuria relativa (rispetto alla massa di bisogni materiali e culturali), ma altresì anche da uno sdoppiamento costante, almeno sul piano potenziale, dei rapporti sociali di produzione e distribuzione.

Inoltre l’esperienza storica del 9000-3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella netta superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti sociali di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance economiche del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüyuk, la cultura Ubaid e quella di Vinca (Europa) costituirono dunque i punti più avanzati nello sviluppo storico e nel progresso produttivo del genere umano, durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria in oggetto, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento e il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il neolitico-calcolitico (e non solo…): paradossal-mente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

In altri termini: dal 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio, si è affermato per via “produttiva” un particolare primato della sfera politica, ivi compresa quella politico-militare, da intendersi con Lenin come “espressione concentrata dell’economia”, in senso lato.

Visto che infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale, e si sono poi manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro”, tra i due litiganti, non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il neolitico-calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza”, e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento e determinato da cause squisitamente economiche, ha creato a sua volta come suo paradossale sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione (quelli classisti) meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato ma più bellicoso modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

 

↙               ↘

 

 

Possibili rapporti di produzione   collettivistici                           Possibili rapporti di produzione classisti

 

↘                                                                        ↙

 

 

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

 

 

 

Rapporti di produzione dominanti volta per volta (collettivistici o classisti).

 

 

Le concrete relazioni di potere e di forza, le correlazioni di potenza politico-militare hanno determinato volta per volta, quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture, protocittà e gruppi organizzati durante il neolitico-calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione proprio nei rapporti di potenza politici, e politico-militari, creatisi via via nelle diverse collettività umane post-8500 a.C.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, ossia la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried, al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui e in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferie la novità economico-politica principale, rispetto alle tribù paleolitiche, consistette soprat-tutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva e in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il neolitico-calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’èlite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [10]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferie. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)».[11]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo neolitico-calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo neolitico-calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani. [12]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia: dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea Madre, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C.: uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava, per dimensioni, quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale ancora durante il XV secolo della nostra era.[13]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[14]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[15]

L’esperienza concreta e plurimillenaria di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[16]

Per questioni di spazio non posso dilungarmi nella discussione di molte altre meravigliose protocittà e culture neolitiche di matrice collettivistica, con ad esempio Katal Hüyuk (Anatolia, 5000 a.C.), Ubaid (Mesopotamia, 5000-4000 a.C.), Yangshao (Cina, 4900-1800 a.C.), Anasazi (odierni Stati Uniti) e Harappa (India, 4000-3000 a.C.): va evidenziato invece che la “linea rossa” socioproduttiva e politico-sociale in ogni caso non scomparve da continente-storia dopo l’affermarsi delle feroci e violente società di classe, a partire da quel modo di produzione asiatico che si cristallizzò in terra sumera e nell’odierno Iraq a partire dal 3700 a.C., come emerge anche dalle splendide analisi effettuate carsicamente dal Marx rispetto alle concretissime e plurimillenarie “comuni rurali”.

Infatti l’effetto di sdoppiamento e la tendenza socioproduttiva e politico-sociale “rossa”, collettivistica e gilanica non cessarono di esercitare la loro influenza sul processo storico su scala planetaria anche dopo la fine del neolitico-calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, ossia dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la tendenza socioproduttiva collettivistica è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociali necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopracitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò pertanto dei punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, sia a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus;
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale;
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4);
  • il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico;
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia;[17]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta;
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico;
  • anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo;
  • anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa;
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale;
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

 

Risulta possibile verificare l’esistenza di alcune prove e “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici.

La prima “orma” concreta riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), suolo che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era infatti formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi le comuni fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[18]

Siamo in piena “linea rossa”, quindi.

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[19]

Lo sdoppiato e contraddittorio modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampi, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.

Ad esempio la prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all’”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà precolombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi e sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico, all’interno delle  loro relazioni sociali di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

Passando poi all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[22]

Va rilevato subito come le comuni rurali, con le loro forti tendenze collettivistiche, si riprodussero per secoli anche a fianco e alla stessa base materiale della formazione economico-sociale feudale, come nel caso eclatante della Russia analizzato proprio da Marx nelle splendide e variegata versione della lettera da lui inviata a Vera Zasulich, all’inizio del 1881.

Per ragioni di spazio non posso affrontare tali argomenti, ma almeno rimango nell’area geopolitica sopracitata grazie a una parte del breve saggio elaborato da Galli sull’effetto di sdoppiamento.

Con la consueta lucidità intellettuale Giorgio Galli ha infatti sollevato l’importante questione teorica relativa alla natura sociale dell’Unione Sovietica, dal 1929 (inizio della “rivoluzione dall’alto” promossa dal nuovo dirigente stalinista attraverso il processo accelerato di industrializzazione e i piani quinquennali, l’eliminazione sociale della borghesia russa urbana/i nepman e dei kulak, la collettivizzazione delle campagne) fino al crollo finale del 1989/91: e proprio l’Unione Sovietica del 1929/91 costituisce un caso particolarmente interessante di sdoppiamento (al suo stesso interno) dei rapporti sociali di produzione e distribuzione, o se si vuole un esempio di complessa e articolata “società di transizione” verso il socialismo/comunismo descritta da Istvan Meszaros.

Per quanto riguarda la componente “rossa” e collettivistica dell’Unione Sovietica, essa è stata contestata e negata con forza dai variegati sostenitori della teoria dell’equazione URSS=capitalismo di stato: Korsch, Bordiga, Laurat, Weil e Rizzi, per citarne solo alcuni: ma si tratta di una teoria demolita dalla praxis concreta, specialmente del 1989-2019.

Ricordando innanzitutto come anche solo in base all’indiscutibile e sicura assenza, dal 1929 al 1991, sia di un fondo di accumulazione privata che della trasmissibilità della proprietà dei mezzi sociali di produzione agli eredi, ai figli, ai familiari, la presunta “borghesia di stato” sovietica inizia a evaporare come neve al sole, l’equazione URSS = capitalismo di stato naufraga miseramente e senza scampo per altri tre motivi fondamentali.

Innanzitutto per il carattere ridotto e limitato della differenziazione sociale tra alti dirigenti del PCUS e operai/impiegati sovietici, fra i direttori di impresa sovietici e la forza-lavoro delle imprese dirette da questi ultimi.

Nelle metropoli capitaliste, i grandi capitalisti e gli azionisti di riferimento dei principali monopoli e banche ottengono di solito redditi superiori di almeno mille volte a quelli dei loro operai, mentre i manager di alto livello godono di un differenziale almeno di cento a uno rispetto ai salari dei dipendenti delle aziende da loro dirette, senza poi tener conto dei (frequenti) bonus speciali da loro percepiti, in termini di opzioni di acquisto a prezzi eccezionali delle aziende da loro dirette e di partecipazioni personali ai loro utili. Facciamo invece i “conti della serva” agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, dei quadri dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese: per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese oltre a 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.

Secondo il politologo antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico».[23]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo dunque quasi misero e limitato per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza». [24]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, ossia L. I. Breznev?

Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la fallimentare teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura, ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, ossia solo dieci volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [25]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio: ma sotto un altro e decisivo aspetto, si trattò di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’élite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, infatti un salumiere della Brianza o un negoziante di alimentari della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

In secondo luogo, la presunta “borghesia di stato” sovietica non aveva alcuna garanzia di una stabile riproduzione del proprio potere, anche ai suoi livelli superiori, viste le periodiche epurazioni che colpivano gli strati alti della nomenklatura, facendo si che i privilegi speciali di cui essa godeva “dipendessero dalla funzione” da essa svolta concretamente come dirigenti politici e solo finché essi rimanevano quadri politici: “non erano garantiti” (Graziosi) né a vita, e spesso neanche nel medio periodo.[26]

Basta solo pensare alle sanguinose purghe eseguite da Stalin, tra il 1936 ed il 1952, anche e specialmente contro ogni livello della nomenklatura sovietica; oppure che, con Chruscev al comando, vennero allontanati (senza spargimenti di sangue) dalle posizioni di potere molti dei più alti quadri dirigenti civili e militari (Molotov, Malenkov, Serov, Zhukov, ecc.), mentre tra il 1961/62 vennero epurati circa 145000 funzionari ai più vari livelli per reati di corruzione, concussione ed appropriazione indebita.[27]

Se si passa alla nuova direzione gorbacioviana, tra il 1986 ed il 1989 vennero allontanati a loro volta dalle cariche politiche detenute in precedenza circa l’85%’ ed i cinque sesti dei vecchi membri del Comitato Centrale, ben il 90,8% dei segretari regionali del partito ed l’82% di quelli cittadini e distrettuali: una pacifica ecatombe di funzionari ed alti quadri, che si scontra (come le altre purghe) frontalmente con la teoria che vede la nomenklatura sovietica nelle vesti di una “casta sfruttatrice” stabile, capace di consolidarsi nel tempo.[28]

In terzo luogo, gli alti dirigenti ed i funzionari del partito non riuscivano quasi mai ad introdurre la loro amata prole nelle fila della nomenklatura, ai suoi livelli superiori: da Stalin fino a Gorbaciov, quasi tutti i membri del Politburo e del Comitato Centrale risultarono invece figli di operai e contadini, spesso loro stessi operai, diventati in seguito funzionari abili al punto giusto da scalare le vette del potere sovietico.[29]

Detto in altri termini, i figli di Stalin, Malenkov, Chruscev, Breznev, Andropov e Cernenkov non diventarono mai alti dirigenti del PCUS, come del resto avvenne alla prole di decine di migliaia di altri esponenti della nomenklatura del partito e degli apparati statali.

Con un’asimmetria di reddito modesta, se paragonata alle reali classi sfruttatrici del passato e del presente, rispetto al livello di vita dei produttori diretti; non garantita nei suoi modesti privilegi sociopolitici ed impossibilitata quasi in ogni caso a trasmetterli ai figli, la nomenklatura sovietica risultava distante anni luce dalla reale borghesia (Buffet, Walton, Berlusconi ecc.) che egemonizza i reali capitalismi di stato, non solo rispetto al fondo di accumulazione ed al possesso dei mezzi di produzione ma anche al fondo di consumo. Non a caso una sezione minoritaria, ma consistente dei quadri del PCUS e dei manager delle aziende ricorse via via allo strumento illegale e rischioso, ma potenzialmente lucroso, dell’appropriazione illecita di fondi e mezzi di produzioni statali e della connessione organica con i trafficanti e gli speculatori che operavano clandestinamente nell’URSS: si formò in tale modo il reale e concreto capitalismo di stato nella sua particolare variante sovietica, un settore socioproduttivo consistente – seppur nettamente subordinato all’egemone “linea rossa”, ed ai rapporti produzione/distribuzione collettivistici – su cui tornerò in seguito.

L’ultima “prova del nove” deriva proprio dalle gigantesche trasformazioni dei rapporti sociali di produzione che si sono verificati nella Russia post-comunista, tra il 1992 ed il 2002: la teoria del capitalismo di stato sovietico non può infatti spiegare ed interpretare in alcun modo i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle risorse naturali verificatisi in tutta l’area ex-sovietica, a partire dalla Russia di Eltsin e Putin, con la creazione al suo interno di una borghesia reale, in carne e ossa ed egemone ad ogni livello.

Ammettendo per un attimo infatti come valida l’equazione URSS = capitalismo di stato, per quale arcana ragione era necessario avviare un enorme e plateale processo di privatizzazione in terra sovietica di quei beni pubblici che, stando alla teoria in esame, erano già prima in possesso di una ristretta oligarchia e dello strato superiore della nomenklatura? Perché privatizzare ricchezze e mezzi di produzione, di cui la (presunta) borghesia di stato sovietica aveva già prima il possesso reale, stando almeno alla tesi in via di esame critico? Ed ancora: visto che nessuno può negare che la Russia post-sovietica e contemporanea sia una struttura economica dominata dal capitalismo di stato, come si spiegano (sempre secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico) le enormi differenze che la realtà socioproduttiva post-comunista rivela rispetto alla fase precedente dell’URSS, all’era del socialismo reale? Come si spiegano fenomeni quali l’apparire e consolidarsi di una classe di miliardari russi ancora più sfacciati nelle loro ostentazioni del lusso dei loro “cugini” occidentali, quali le continue compravendite di aziende e azioni (elementi materiali prima sconosciuti in URSS), la creazione delle diverse borse-valori russe e l’enorme quota della ricchezza globale della Russia accumulata dalla nuova borghesia russa, collegata strettamente ai nuovi nuclei dirigenti al potere? Oppure quell’immane processo di privatizzazioni delle risorse pubbliche russe, attraverso il quale i “nuovi ricchi” sotto Eltsin potevano con soli mille  (1000…) dollari “comprare proprietà ed attività dello stato russo del valore contabile di 300 mila dollari”, come notò Monde Diplomatique nel gennaio del 1993 ed in piena era post-sovietica?

Troppe differenze importanti sussistono tra la formazione economico-sociale sovietica del 1929-90, e quella invece post-sovietica del 1992-2010: un capitalismo di stato reale, contraddistinto da plateali ed evidenti rapporti di collaborazione tra la grande maggioranza dei monopoli privati, russi o stranieri, e gli apparati statali, segnato dalle relazioni “speciali” via via cristallizzatesi tra grandi imprese private da un lato, e nuclei dirigenti russi dall’altro.

La complessa e variegata formazione economico-sociale sovietica del 1929-90 era caratterizzata dall’egemonia esercitata al suo interno dalla “linea rossa”, dai rapporti di produzione collettivistici (di matrice statale o cooperativa, come nel caso dei colcos), visto che  circa quattro quinti del processo di produzione sviluppatosi tra il 1930 ed il 1990, nella variegata formazione economico-sociale sovietica, risultarono sotto l’egemonia del socialismo deformato, ivi comprese le cooperative agricole (i kolkoz); ma sussisteva anche un’altra sezione, minoritaria ma consistente, dell’economia sovietica in cui vigevano delle forme alternative di rapporti sociali di produzione e di distribuzione, ossia la “linea nera” e classista.

Le tipologie principali che costituivano questo particolare settore socioproduttivo erano in sostanza due:

  • le “mafie” sovietiche, dedite al traffico su larga scala ed alla speculazione sui beni di consumo, al cambio illegale di valute occidentali e soprattutto all’appropriazione illecita dei fondi pubblici e dei mezzi sociali di produzione, statali oppure cooperativi, in stretta connessione con la parte corrotta dei manager e dei funzionari del PCUS: spesso creando delle “reti di piccole aziende clandestine” (Graziosi), germogli dell’accumulazione primitiva capitalistica;
  • la sezione minoritaria, ma consistente dei dirigenti d’azienda e dei quadri politici della nomenklatura sovietica impegnati in attività economiche illegali, ossia nell’utilizzo clandestino per scopi di accumulazione privata sia delle risorse naturali del paese che dei fondi pubblici e del capitale fisso delle aziende di stato/cooperative: o direttamente ed in prima persona, oppure facendosi corrompere dai gruppi criminali del paese dediti a pratiche produttive illecite, sopra menzionati.

Come aveva già notato la sociologa sovietica T. Zaslavskaja nei primi anni Ottanta, la “linea nera” socioproduttiva (subordinata e minoritaria, ma consistente) in URSS e la variante sovietica del capitalismo di stato all’interno della variegata formazione economico-sociale in esame era formata proprio dalla connessione, via via sviluppatasi, tra le mafie protocapitalistiche e i segmenti corrotti dell’apparato politico-statale della gigantesca nazione eurasiatica: il vero settore (minoritario). del capitalismo di stato in terra sovietica, molto diverso da quello immaginato dai vari Bordiga, Rizzi, Korsch ecc.[30]

Il “connubio” mafia-burocrazia corrotta si era formato su larga scala fin dalla metà degli anni Quaranta, arginato e combattuto solo in parte da Stalin e da alti quadri del partito come A. Kuznecov.

Nelle difficilissime condizioni materiali del dopoguerra, «l’arte di arrangiarsi, ormai da anni indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale. Stalin era regolarmente informato dello stile di vita dei suoi collaboratori, dei loro festini, delle bottiglie che vi si bevevano e così via, e sapeva bene che la corruzione economica dei dirigenti intermedi già conosceva “proporzioni assai vaste”.

Kuznecov cercò di porvi rimedio mettendo fine ai premi e ai benefici offerti ai quadri del partito dalle altre amministrazioni, nonché alle appropriazioni indebite, di prodotti agricoli, materiale e forza lavoro, su cui, specie in provincia, si fondava il benessere dei signorotti locali.

Dal 1945 al 1947 quasi il 40% degli espulsi dal partito lo fu per corruzione, degenerazione, dissolutezza, ubriachezza e condotta disordinata (rispetto a un 30% accusato di aver vissuto nei territori occupati senza combattere)».[31]

La connessione dialettica tra queste due sotto-sfere dell’economia sovietica continuò anche negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che Chruscev nel 1960/62 scatenò una lunga campagna politico-giudiziaria contro i “peculiari imprenditori privati” (Graziosi) e i quadri politici/ manager corrotti: i casi di corruzione, concussione e appropriazione indebita da parte di funzionari, poco meno di 40.000 nel 1956 e scesi nel 1959 a meno di 28.000, balzarono così nel 1961 a 63.400 e a 73.350 nel 1962.

  1. Graziosi ha notato che il bersaglio principale della nuova campagna era l’economia sommersa, «sviluppatasi ai margini dell’economia ufficiale, di cui si nutriva. Tuttavia, non va dimenticato che di regola lo sviluppo della prima dipendeva dall’incapacità della seconda di far fronte ai bisogni dei cittadini e che quindi l’economia “nera” era parte integrante del sistema sovietico, al cui funzionamento contribuiva smussandone le asperità e colmandone anche se solo in parte e in maniera distorta, le lacune. Accanto ai funzionari corrotti, che affidavano la distribuzione dei beni scarsi da loro controllati a canali diversi da quelli ufficiali, c’erano anche peculiari imprenditori privati. I più intraprendenti , che in altri paesi sarebbero diventati grandi capitani di industria, riuscivano a mettere in piedi, in condizioni difficilissime, reti di piccole aziende clandestine la cui pochezza era un’altra testimonianza dello spreco di energie umane proprio del sistema sovietico. Il bisogno di procurarsi illegalmente materie prime e semilavorati li spingeva a legare con funzionari corrotti, mentre quello di ricorrere solo a denaro liquido e a promesse di pagamento, e quindi a persone in grado di farle rispettare, li poneva in contatto con il mondo della malavita. Simis ha parlato della presenza di clan famigliari, spesso appartenenti alle minoranze ebree o caucasiche, proprietari di dozzine di fabbrichette e di reti di vendita tentacolari, nelle quali erano investiti milioni di rubli. Le loro attività avevano talvolta avuto origine dopo la guerra, a partire dal commercio dei beni presi ai paesi vinti, e si erano poi sviluppate nel settore dei servizi e nella produzione dei beni di consumo.

Tra i settori colpiti nel 1961 vi fu quello dei cambiavalute illegali, che compravano i dollari a un tasso di diverse volte superiore a quello ufficiale, fornendo così implicitamente un coefficiente di deflazione, certo impreciso ma migliore di tante stime ufficiali, utile a calcolare le dimensioni effettive dell’economia sovietica. Essi erano alimentati dal crescente flusso di turisti e dalla comunità di studenti stranieri, specie del Terzo mondo, presenti nel paese. Le aperture seguite al 1956 fecero cioè emergere i primi segni di una nuova dollarizzazione dell’economia sovietica destinata ad assumere negli anni dimensioni sempre più vaste, a testimonianza dello spontaneo movimento di individui e agenti economici verso relazioni più rispondenti alle loro preferenze di quelle imposte dal regime, in base alle sue priorità e alle sue considerazioni di status».[32]

La pratica relativamente diffusa dell’appropriazione indebita di fondi e di mezzi statali, e della parallela produzione/distribuzione illegale di mezzi di consumo, continuò con ancora maggiore vigore nell’epoca brezneviana, dato che la base materiale della «diffusione di questi comportamenti era la maglia di una rete che si estendeva dai favori reciproci che regolavano il lavoro di funzionari e dirigenti (ed erano spesso loro necessari per mandare avanti le loro imprese) e dalla corruzione di molti di essi fino alle attività illegali e criminali». Essa minava le fondamenta del concetto di proprietà pubblica e alimentava sentimenti anticomunisti: già nel 1970, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin, «circolarono tra la popolazione battute crudeli sul fondatore dello stato sovietico, che spinsero alcuni osservatori occidentali a parlare del prevalere in URSS di rassegnato pessimismo e passività ideologica».[33]

In ogni caso risulta subito evidente come la coesistenza asimmetrica e conflittuale tra i rapporti di produzione collettivistici (egemoni), e quelli capitalistici di stato (illegali e subordinati), nell’URSS del 1929-91, rappresenti involontariamente una manna dal cielo per lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento, inteso come possibilità di coesistenza (in proporzioni quasi sempre asimmetriche) della “linea rossa” e della “linea nera” nello stesso paese/area geopolitica.

Va infine affrontato anche un altro importante nodo teorico sollevato acutamente dal professor Galli, e cioè la natura del legame sussistente sul piano storico tra guerra (da leggersi: guerra militare tra stati sovrani) e rivoluzione durante l’epoca contemporanea.

Anche in questo campo concreto e stimolante di indagine vale il detto di Hegel, secondo cui “il vero è l’intero”.

Da un lato risulta infatti pesante e indiscutibile il nesso causale, seppur mediato, sussistente tra sconfitte militari e processi rivoluzionari verificatosi non solo a Parigi con l’eroica Comune del 1871 ma anche in Russia e nell’ex impero zarista dal 1914 al 1918, in Cina dal 1931 (invasione della Manciuria da parte dell’impero giapponese) fino al 1945, oltre che in Europa orientale nel 1944-1948: tuttavia questa è solo una parte, seppur molto importante, della realtà globale politico-sociale e delle esperienza storiche che sono via via maturate sul piano planetario negli ultimi due secoli.

Sull’altro versante, infatti, va ricordato come la Francia non fosse certo in guerra con altre nazioni indipendenti dal 1946 al 1954, quando perse il controllo delle “sue” colonie in Indocina grazie all’eroica e leggendaria rivoluzione antimperialista promossa dai comunisti vietnamiti e da un grande leader come Ho Chi Minh.

Un discorso analogo vale anche per l’imperialismo statunitense che, nel 1964-73, non era in guerra in modo stabile con altre nazioni se non proprio in Indocina, a partire dal “suo” stato-fantoccio del Vietnam del Sud: come nel caso precedente, bisogna liberarsi da una visione eurocentrica ed esaminare i processi rivoluzionari extraoccidentali innanzitutto dal punto di vista dei popoli in rivolta, e non solo da quello dei loro vecchi dominatori.

Anche il Portogallo fascista di Salazar non era in conflitto bellico con altre nazioni indipendenti dal 1956 al 1974, quando a sua volta perse il controllo delle “sue” colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau sempre durante gli anni in esame.

Anche Cuba non risultava certo in guerra con altri stati dal 1956 al gennaio del 1959, quando il “Davide” composto da eroici e giovani barbudos cubani, con l’aiuto di un altro giovane argentino ucciso poi in Bolivia nel 1967, riuscì a battere il “Golia” rappresentato dalla dittatura militare di Batista appoggiato dalle armi, soldi e consiglieri forniti dall’imperialismo statunitense; e un ragionamento analogo può essere effettuato anche per la splendida rivoluzione sandinista del 1961-1979.

Ma non solo.

Non è ancora abbastanza noto che, dal 1776 fino a oggi, la vera e unica “nazione guerriera” su scala mondiale è stata rappresentata dagli Stati Uniti, visto che dal 1777 gli USA sono stati in guerra (ivi comprese le cosiddette “guerre indiane” contro i nativi americani, i “pellerossa” dei film di Hollywood) per circa il novantatré percento del tempo dalla loro creazione come stato indipendente: vale a dire ben 223 dei 243 anni di esistenza come stato sovrano.

Gli anni di tregua goduti dai “pacifici” Stati Uniti sono stati solo 28 su 243, partendo dal 1776 fino ad arrivare a un 2019 che vede ancora impegnato militarmente l’imperialismo a stelle e strisce in nazioni quali l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, per citare solo i casi principali: l’unico ed eccezionale periodo nel quale gli USA rimasero addirittura cinque anni senza fare una guerra è stato quello compreso tra il 1935 e il 1940, in seguito alle ricadute della grande depressione post-1929.

Eppur… non si mosse alcunché, sul fronte rivoluzionario.

A dispetto di guerre continue, per più di due secoli e ormai da tempo combattute in giro a tutto il globo, da collegarsi tra l’altro alla pesante sconfitta subita dall’imperialismo a stelle e strisce in Vietnam e Indocina dal 1964 al 1975, finora non si è mai assistito a processi rivoluzionari su vasta scala negli Stati Uniti con la parziale e limitata eccezione dell’eroica ribellione dei contadini guidati da Daniel Shays in Massachussetts, Connecticut e Rhode Island nel 1786, rivolta contro la fiscalità repressiva (chi era più ricco pagava meno di chi era più povero) e contro la borghesia mercantile di Boston.

Se si vuole poi scavare ancora più a fondo in questo settore, il periodo storico in cui la sinistra antagonista e i movimenti di massa sono risultati più forti e organizzati negli USA è stato finora proprio quello del 1934-38, in corrispondenza temporale con l’unico e sopracitato quinquennio pacifico espresso fino ad oggi dal bellicoso stato con capitale Washington.

Ovviamente la relazione mutevole tra guerra e rivoluzione si collega strettamente a un rapporto politico ancora più generale avente per oggetto l’interconnessione tra politica ed economia, tra sfera politica ed economica.

E in questo settore specifico gran parte dei marxisti occidentali, almeno sul piano teorico, ha purtroppo dimenticato proprio l’abc dello stesso marxismo, nonostante che Lenin:

  • Nel 1922 e nel suo geniale “Che fare?” avesse notato con estrema chiarezza che “dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi” delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali”.
  • Nel gennaio 1921 sempre Lenin, nel suo splendido scritto polemico intitolato “Ancora sui sindacati”, sottolineò in modo lucido e appassionato che “la politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbicci del marxismo”.

Ormai è stata messa molta “carne al fuoco”, e serve forse una breve pausa in attesa di nuove ed eventuali “portate”, ossia dall’ampio dibattito auspicato giustamente da Giorgio Galli.

 

 

Roberto Sidoli

[1] M. Beccari, “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo”, in http://www.lacittafutura.it

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  p. 73, ed. Einaudi

[3] R. Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[4] J. Diamond, op. cit., p. 62

[5] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”,  cap. IX, Editori Riuniti

[6] J. Diamond, op. cit. p. 66

[7] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, cap. IX,  Editori Riuniti

[8] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[9] F. Engels, op. cit., cap. IX

[10] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[11] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[12] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[13] D. H. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[14] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[15] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[16] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[17]G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[18] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[19] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[23] M. S. Voslensky, Nomenklatura, pp. 208-209, ed. Rizzoli.

[24] M. S. Voslensky, op. cit., p. 245.

[25] A. Graziosi,” L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino.

[26] Op. cit., p. 429.

[27] Op. cit., pp. 215, 218, 243.

[28] Op. cit., p. 544.

[29] Op. cit., pp. 141 e 215.

[30] Op. cit., p. 439.

[31] Op. cit., p. 441.

[32] Op. cit., pp. 245-246.

[33] Op. cit., p. 378.

Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

 Una discussione con Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette  libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.

Giorgio Galli

 

Gerico, il comunismo sviluppato e l’Intelligenza Artificiale.

 Innanzitutto ringrazio il professor Giorgio Galli, celebre storico e politologo, per aver analizzato con la consueta cura lo schema teorico secondo cui negli ultimi dodicimila anni risulta centrale e prioritario lo scontro dialettico, la proteiforme unità/lotta tra una “linea rossa” socioproduttiva di tipo cooperativo ed egualitario (partendo dalla Gerico collettivistica dell’8500 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni) e un’antagonista “linea nera” sociale e politica di matrice classista, cominciando con l’anatolica protocittà di Nevali Cori (8000 a.C.) e i predoni nomadi Kurgan del 4000 a.C. fino ad arrivare via via al capitalismo di stato contemporaneo, con la sua regola della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite delle multinazionali e banche private e i legami speciali tra apparati statali, nuclei dirigenti politici e monopoli privati.

Giorgio Galli pone subito con chiarezza una domanda importante, ossia: “La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si.”

Lo studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico a partire dall’8500 a.C.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.) durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus/pluspro-dotto, costante accumulabile, a vantaggio di ipotetici e paleolitici sfruttatori.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile e inevitabile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo praticabile sul piano materiale e necessario (catastrofi politico-naturali permettendo) l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e all’avvio di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.[1]

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti/avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è avvenuta a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità, cooperative o classiste, si rivelano nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del Neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture/protocittà collettivistiche.

Cosa successe in concreto, a partire dal 9000 a.C.?

La costante continuità economica e tecnologica della lunghissima epoca paleolitica e dell’età della pietra venne spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito, con modalità autonome, in Cina (prima dell’8800 a.C.) e in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata a sua volta, alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, raccolta iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), oltre che resa possibile dalla produzione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta, e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona palestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti proprio dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzitutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del paleolitico: Jared Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: dunque un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile durante il neolitico rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano, dopo l’8000 a.C., iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), oltre che per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali, come maiali, galline, pecore e buoi.

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse ormai diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e di conservarlo con una certa efficacia, mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” e animale su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma.[6]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica, con il progresso gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro, furono realmente enormi confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti sociali di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati quindi rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando quindi nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a “mero strumento” parlante dei proprietari degli schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari tedeschi  riaffermando, nell’“Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato”, il carattere necessario e “progressista” della controrivoluzione affermatasi nei rapporti sociali di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati».[7]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico.

È stato stimato del resto che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni e almeno fino al 1830.[8]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dal processo continuo di riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.[9]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico ormai non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. durante il Neolitico e il Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce infatti con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su diverse coordinate teoriche di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola. Tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti, in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma viceversa nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere, all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due diverse forme generali di rapporti sociali di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa), sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del neolitico produsse invece la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione invece di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza della popolazione delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva infatti che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del neolitico-calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro, a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono e ai tempi della protocittà neolitica di Gerico.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferie” dal 9000-3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nella civiltà Chavin e nelle Ande.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

 

 

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

 

 

Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali ecc.)

 

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato, nel marxismo ortodosso, al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

↙                  ↘

 

Primo sbocco potenziale:                                                                                          Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                                                                              Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                                                                                     e distribuzione classisti

 

 

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione), presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

 

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta.

Proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro: dal 9000 al 3500 a.C. e in Eurasia, ossia per cinque millenni, si confrontarono e a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono invece sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive.

La “Fase due” del genere umano risulta dunque composta non solo dalla coesistenza dialettica plurimillenaria tra surplus/plusprodotto e penuria relativa (rispetto alla massa di bisogni materiali e culturali), ma altresì anche da uno sdoppiamento costante, almeno sul piano potenziale, dei rapporti sociali di produzione e distribuzione.

Inoltre l’esperienza storica del 9000-3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella netta superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti sociali di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance economiche del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüyuk, la cultura Ubaid e quella di Vinca (Europa) costituirono dunque i punti più avanzati nello sviluppo storico e nel progresso produttivo del genere umano, durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria in oggetto, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento e il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il neolitico-calcolitico (e non solo…): paradossal-mente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

In altri termini: dal 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio, si è affermato per via “produttiva” un particolare primato della sfera politica, ivi compresa quella politico-militare, da intendersi con Lenin come “espressione concentrata dell’economia”, in senso lato.

Visto che infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale, e si sono poi manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro”, tra i due litiganti, non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il neolitico-calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza”, e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento e determinato da cause squisitamente economiche, ha creato a sua volta come suo paradossale sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione (quelli classisti) meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato ma più bellicoso modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

 

 

Livello delle forze produttive

 

 

Divisione sociale del lavoro

 

 

Surplus costante

 

 

↙               ↘

 

 

Possibili rapporti di produzione   collettivistici                           Possibili rapporti di produzione classisti

 

↘                                                                        ↙

 

 

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

 

 

 

Rapporti di produzione dominanti volta per volta (collettivistici o classisti).

 

 

Le concrete relazioni di potere e di forza, le correlazioni di potenza politico-militare hanno determinato volta per volta, quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture, protocittà e gruppi organizzati durante il neolitico-calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione proprio nei rapporti di potenza politici, e politico-militari, creatisi via via nelle diverse collettività umane post-8500 a.C.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, ossia la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried, al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui e in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferie la novità economico-politica principale, rispetto alle tribù paleolitiche, consistette soprat-tutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva e in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il neolitico-calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’èlite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [10]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferie. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)».[11]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo neolitico-calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo neolitico-calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani. [12]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia: dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea Madre, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C.: uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava, per dimensioni, quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale ancora durante il XV secolo della nostra era.[13]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[14]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[15]

L’esperienza concreta e plurimillenaria di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[16]

Per questioni di spazio non posso dilungarmi nella discussione di molte altre meravigliose protocittà e culture neolitiche di matrice collettivistica, con ad esempio Katal Hüyuk (Anatolia, 5000 a.C.), Ubaid (Mesopotamia, 5000-4000 a.C.), Yangshao (Cina, 4900-1800 a.C.), Anasazi (odierni Stati Uniti) e Harappa (India, 4000-3000 a.C.): va evidenziato invece che la “linea rossa” socioproduttiva e politico-sociale in ogni caso non scomparve da continente-storia dopo l’affermarsi delle feroci e violente società di classe, a partire da quel modo di produzione asiatico che si cristallizzò in terra sumera e nell’odierno Iraq a partire dal 3700 a.C., come emerge anche dalle splendide analisi effettuate carsicamente dal Marx rispetto alle concretissime e plurimillenarie “comuni rurali”.

Infatti l’effetto di sdoppiamento e la tendenza socioproduttiva e politico-sociale “rossa”, collettivistica e gilanica non cessarono di esercitare la loro influenza sul processo storico su scala planetaria anche dopo la fine del neolitico-calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, ossia dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la tendenza socioproduttiva collettivistica è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociali necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopracitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò pertanto dei punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, sia a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus;
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale;
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4);
  • il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico;
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia;[17]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta;
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico;
  • anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo;
  • anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa;
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale;
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

 

Risulta possibile verificare l’esistenza di alcune prove e “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici.

La prima “orma” concreta riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), suolo che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era infatti formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi le comuni fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[18]

Siamo in piena “linea rossa”, quindi.

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[19]

Lo sdoppiato e contraddittorio modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampi, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.

Ad esempio la prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all’”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà precolombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi e sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico, all’interno delle  loro relazioni sociali di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

Passando poi all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[22]

Va rilevato subito come le comuni rurali, con le loro forti tendenze collettivistiche, si riprodussero per secoli anche a fianco e alla stessa base materiale della formazione economico-sociale feudale, come nel caso eclatante della Russia analizzato proprio da Marx nelle splendide e variegata versione della lettera da lui inviata a Vera Zasulich, all’inizio del 1881.

Per ragioni di spazio non posso affrontare tali argomenti, ma almeno rimango nell’area geopolitica sopracitata grazie a una parte del breve saggio elaborato da Galli sull’effetto di sdoppiamento.

Con la consueta lucidità intellettuale Giorgio Galli ha infatti sollevato l’importante questione teorica relativa alla natura sociale dell’Unione Sovietica, dal 1929 (inizio della “rivoluzione dall’alto” promossa dal nuovo dirigente stalinista attraverso il processo accelerato di industrializzazione e i piani quinquennali, l’eliminazione sociale della borghesia russa urbana/i nepman e dei kulak, la collettivizzazione delle campagne) fino al crollo finale del 1989/91: e proprio l’Unione Sovietica del 1929/91 costituisce un caso particolarmente interessante di sdoppiamento (al suo stesso interno) dei rapporti sociali di produzione e distribuzione, o se si vuole un esempio di complessa e articolata “società di transizione” verso il socialismo/comunismo descritta da Istvan Meszaros.

Per quanto riguarda la componente “rossa” e collettivistica dell’Unione Sovietica, essa è stata contestata e negata con forza dai variegati sostenitori della teoria dell’equazione URSS=capitalismo di stato: Korsch, Bordiga, Laurat, Weil e Rizzi, per citarne solo alcuni: ma si tratta di una teoria demolita dalla praxis concreta, specialmente del 1989-2019.

Ricordando innanzitutto come anche solo in base all’indiscutibile e sicura assenza, dal 1929 al 1991, sia di un fondo di accumulazione privata che della trasmissibilità della proprietà dei mezzi sociali di produzione agli eredi, ai figli, ai familiari, la presunta “borghesia di stato” sovietica inizia a evaporare come neve al sole, l’equazione URSS = capitalismo di stato naufraga miseramente e senza scampo per altri tre motivi fondamentali.

Innanzitutto per il carattere ridotto e limitato della differenziazione sociale tra alti dirigenti del PCUS e operai/impiegati sovietici, fra i direttori di impresa sovietici e la forza-lavoro delle imprese dirette da questi ultimi.

Nelle metropoli capitaliste, i grandi capitalisti e gli azionisti di riferimento dei principali monopoli e banche ottengono di solito redditi superiori di almeno mille volte a quelli dei loro operai, mentre i manager di alto livello godono di un differenziale almeno di cento a uno rispetto ai salari dei dipendenti delle aziende da loro dirette, senza poi tener conto dei (frequenti) bonus speciali da loro percepiti, in termini di opzioni di acquisto a prezzi eccezionali delle aziende da loro dirette e di partecipazioni personali ai loro utili. Facciamo invece i “conti della serva” agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, dei quadri dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese: per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese oltre a 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.

Secondo il politologo antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico».[23]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo dunque quasi misero e limitato per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza». [24]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, ossia L. I. Breznev?

Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la fallimentare teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura, ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, ossia solo dieci volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [25]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio: ma sotto un altro e decisivo aspetto, si trattò di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’élite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, infatti un salumiere della Brianza o un negoziante di alimentari della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

In secondo luogo, la presunta “borghesia di stato” sovietica non aveva alcuna garanzia di una stabile riproduzione del proprio potere, anche ai suoi livelli superiori, viste le periodiche epurazioni che colpivano gli strati alti della nomenklatura, facendo si che i privilegi speciali di cui essa godeva “dipendessero dalla funzione” da essa svolta concretamente come dirigenti politici e solo finché essi rimanevano quadri politici: “non erano garantiti” (Graziosi) né a vita, e spesso neanche nel medio periodo.[26]

Basta solo pensare alle sanguinose purghe eseguite da Stalin, tra il 1936 ed il 1952, anche e specialmente contro ogni livello della nomenklatura sovietica; oppure che, con Chruscev al comando, vennero allontanati (senza spargimenti di sangue) dalle posizioni di potere molti dei più alti quadri dirigenti civili e militari (Molotov, Malenkov, Serov, Zhukov, ecc.), mentre tra il 1961/62 vennero epurati circa 145000 funzionari ai più vari livelli per reati di corruzione, concussione ed appropriazione indebita.[27]

Se si passa alla nuova direzione gorbacioviana, tra il 1986 ed il 1989 vennero allontanati a loro volta dalle cariche politiche detenute in precedenza circa l’85%’ ed i cinque sesti dei vecchi membri del Comitato Centrale, ben il 90,8% dei segretari regionali del partito ed l’82% di quelli cittadini e distrettuali: una pacifica ecatombe di funzionari ed alti quadri, che si scontra (come le altre purghe) frontalmente con la teoria che vede la nomenklatura sovietica nelle vesti di una “casta sfruttatrice” stabile, capace di consolidarsi nel tempo.[28]

In terzo luogo, gli alti dirigenti ed i funzionari del partito non riuscivano quasi mai ad introdurre la loro amata prole nelle fila della nomenklatura, ai suoi livelli superiori: da Stalin fino a Gorbaciov, quasi tutti i membri del Politburo e del Comitato Centrale risultarono invece figli di operai e contadini, spesso loro stessi operai, diventati in seguito funzionari abili al punto giusto da scalare le vette del potere sovietico.[29]

Detto in altri termini, i figli di Stalin, Malenkov, Chruscev, Breznev, Andropov e Cernenkov non diventarono mai alti dirigenti del PCUS, come del resto avvenne alla prole di decine di migliaia di altri esponenti della nomenklatura del partito e degli apparati statali.

Con un’asimmetria di reddito modesta, se paragonata alle reali classi sfruttatrici del passato e del presente, rispetto al livello di vita dei produttori diretti; non garantita nei suoi modesti privilegi sociopolitici ed impossibilitata quasi in ogni caso a trasmetterli ai figli, la nomenklatura sovietica risultava distante anni luce dalla reale borghesia (Buffet, Walton, Berlusconi ecc.) che egemonizza i reali capitalismi di stato, non solo rispetto al fondo di accumulazione ed al possesso dei mezzi di produzione ma anche al fondo di consumo. Non a caso una sezione minoritaria, ma consistente dei quadri del PCUS e dei manager delle aziende ricorse via via allo strumento illegale e rischioso, ma potenzialmente lucroso, dell’appropriazione illecita di fondi e mezzi di produzioni statali e della connessione organica con i trafficanti e gli speculatori che operavano clandestinamente nell’URSS: si formò in tale modo il reale e concreto capitalismo di stato nella sua particolare variante sovietica, un settore socioproduttivo consistente – seppur nettamente subordinato all’egemone “linea rossa”, ed ai rapporti produzione/distribuzione collettivistici – su cui tornerò in seguito.

L’ultima “prova del nove” deriva proprio dalle gigantesche trasformazioni dei rapporti sociali di produzione che si sono verificati nella Russia post-comunista, tra il 1992 ed il 2002: la teoria del capitalismo di stato sovietico non può infatti spiegare ed interpretare in alcun modo i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle risorse naturali verificatisi in tutta l’area ex-sovietica, a partire dalla Russia di Eltsin e Putin, con la creazione al suo interno di una borghesia reale, in carne e ossa ed egemone ad ogni livello.

Ammettendo per un attimo infatti come valida l’equazione URSS = capitalismo di stato, per quale arcana ragione era necessario avviare un enorme e plateale processo di privatizzazione in terra sovietica di quei beni pubblici che, stando alla teoria in esame, erano già prima in possesso di una ristretta oligarchia e dello strato superiore della nomenklatura? Perché privatizzare ricchezze e mezzi di produzione, di cui la (presunta) borghesia di stato sovietica aveva già prima il possesso reale, stando almeno alla tesi in via di esame critico? Ed ancora: visto che nessuno può negare che la Russia post-sovietica e contemporanea sia una struttura economica dominata dal capitalismo di stato, come si spiegano (sempre secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico) le enormi differenze che la realtà socioproduttiva post-comunista rivela rispetto alla fase precedente dell’URSS, all’era del socialismo reale? Come si spiegano fenomeni quali l’apparire e consolidarsi di una classe di miliardari russi ancora più sfacciati nelle loro ostentazioni del lusso dei loro “cugini” occidentali, quali le continue compravendite di aziende e azioni (elementi materiali prima sconosciuti in URSS), la creazione delle diverse borse-valori russe e l’enorme quota della ricchezza globale della Russia accumulata dalla nuova borghesia russa, collegata strettamente ai nuovi nuclei dirigenti al potere? Oppure quell’immane processo di privatizzazioni delle risorse pubbliche russe, attraverso il quale i “nuovi ricchi” sotto Eltsin potevano con soli mille  (1000…) dollari “comprare proprietà ed attività dello stato russo del valore contabile di 300 mila dollari”, come notò Monde Diplomatique nel gennaio del 1993 ed in piena era post-sovietica?

Troppe differenze importanti sussistono tra la formazione economico-sociale sovietica del 1929-90, e quella invece post-sovietica del 1992-2010: un capitalismo di stato reale, contraddistinto da plateali ed evidenti rapporti di collaborazione tra la grande maggioranza dei monopoli privati, russi o stranieri, e gli apparati statali, segnato dalle relazioni “speciali” via via cristallizzatesi tra grandi imprese private da un lato, e nuclei dirigenti russi dall’altro.

La complessa e variegata formazione economico-sociale sovietica del 1929-90 era caratterizzata dall’egemonia esercitata al suo interno dalla “linea rossa”, dai rapporti di produzione collettivistici (di matrice statale o cooperativa, come nel caso dei colcos), visto che  circa quattro quinti del processo di produzione sviluppatosi tra il 1930 ed il 1990, nella variegata formazione economico-sociale sovietica, risultarono sotto l’egemonia del socialismo deformato, ivi comprese le cooperative agricole (i kolkoz); ma sussisteva anche un’altra sezione, minoritaria ma consistente, dell’economia sovietica in cui vigevano delle forme alternative di rapporti sociali di produzione e di distribuzione, ossia la “linea nera” e classista.

Le tipologie principali che costituivano questo particolare settore socioproduttivo erano in sostanza due:

  • le “mafie” sovietiche, dedite al traffico su larga scala ed alla speculazione sui beni di consumo, al cambio illegale di valute occidentali e soprattutto all’appropriazione illecita dei fondi pubblici e dei mezzi sociali di produzione, statali oppure cooperativi, in stretta connessione con la parte corrotta dei manager e dei funzionari del PCUS: spesso creando delle “reti di piccole aziende clandestine” (Graziosi), germogli dell’accumulazione primitiva capitalistica;
  • la sezione minoritaria, ma consistente dei dirigenti d’azienda e dei quadri politici della nomenklatura sovietica impegnati in attività economiche illegali, ossia nell’utilizzo clandestino per scopi di accumulazione privata sia delle risorse naturali del paese che dei fondi pubblici e del capitale fisso delle aziende di stato/cooperative: o direttamente ed in prima persona, oppure facendosi corrompere dai gruppi criminali del paese dediti a pratiche produttive illecite, sopra menzionati.

Come aveva già notato la sociologa sovietica T. Zaslavskaja nei primi anni Ottanta, la “linea nera” socioproduttiva (subordinata e minoritaria, ma consistente) in URSS e la variante sovietica del capitalismo di stato all’interno della variegata formazione economico-sociale in esame era formata proprio dalla connessione, via via sviluppatasi, tra le mafie protocapitalistiche e i segmenti corrotti dell’apparato politico-statale della gigantesca nazione eurasiatica: il vero settore (minoritario). del capitalismo di stato in terra sovietica, molto diverso da quello immaginato dai vari Bordiga, Rizzi, Korsch ecc.[30]

Il “connubio” mafia-burocrazia corrotta si era formato su larga scala fin dalla metà degli anni Quaranta, arginato e combattuto solo in parte da Stalin e da alti quadri del partito come A. Kuznecov.

Nelle difficilissime condizioni materiali del dopoguerra, «l’arte di arrangiarsi, ormai da anni indispensabile alla sopravvivenza, aveva contagiato tutta la piramide sociale. Stalin era regolarmente informato dello stile di vita dei suoi collaboratori, dei loro festini, delle bottiglie che vi si bevevano e così via, e sapeva bene che la corruzione economica dei dirigenti intermedi già conosceva “proporzioni assai vaste”.

Kuznecov cercò di porvi rimedio mettendo fine ai premi e ai benefici offerti ai quadri del partito dalle altre amministrazioni, nonché alle appropriazioni indebite, di prodotti agricoli, materiale e forza lavoro, su cui, specie in provincia, si fondava il benessere dei signorotti locali.

Dal 1945 al 1947 quasi il 40% degli espulsi dal partito lo fu per corruzione, degenerazione, dissolutezza, ubriachezza e condotta disordinata (rispetto a un 30% accusato di aver vissuto nei territori occupati senza combattere)».[31]

La connessione dialettica tra queste due sotto-sfere dell’economia sovietica continuò anche negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che Chruscev nel 1960/62 scatenò una lunga campagna politico-giudiziaria contro i “peculiari imprenditori privati” (Graziosi) e i quadri politici/ manager corrotti: i casi di corruzione, concussione e appropriazione indebita da parte di funzionari, poco meno di 40.000 nel 1956 e scesi nel 1959 a meno di 28.000, balzarono così nel 1961 a 63.400 e a 73.350 nel 1962.

  1. Graziosi ha notato che il bersaglio principale della nuova campagna era l’economia sommersa, «sviluppatasi ai margini dell’economia ufficiale, di cui si nutriva. Tuttavia, non va dimenticato che di regola lo sviluppo della prima dipendeva dall’incapacità della seconda di far fronte ai bisogni dei cittadini e che quindi l’economia “nera” era parte integrante del sistema sovietico, al cui funzionamento contribuiva smussandone le asperità e colmandone anche se solo in parte e in maniera distorta, le lacune. Accanto ai funzionari corrotti, che affidavano la distribuzione dei beni scarsi da loro controllati a canali diversi da quelli ufficiali, c’erano anche peculiari imprenditori privati. I più intraprendenti , che in altri paesi sarebbero diventati grandi capitani di industria, riuscivano a mettere in piedi, in condizioni difficilissime, reti di piccole aziende clandestine la cui pochezza era un’altra testimonianza dello spreco di energie umane proprio del sistema sovietico. Il bisogno di procurarsi illegalmente materie prime e semilavorati li spingeva a legare con funzionari corrotti, mentre quello di ricorrere solo a denaro liquido e a promesse di pagamento, e quindi a persone in grado di farle rispettare, li poneva in contatto con il mondo della malavita. Simis ha parlato della presenza di clan famigliari, spesso appartenenti alle minoranze ebree o caucasiche, proprietari di dozzine di fabbrichette e di reti di vendita tentacolari, nelle quali erano investiti milioni di rubli. Le loro attività avevano talvolta avuto origine dopo la guerra, a partire dal commercio dei beni presi ai paesi vinti, e si erano poi sviluppate nel settore dei servizi e nella produzione dei beni di consumo.

Tra i settori colpiti nel 1961 vi fu quello dei cambiavalute illegali, che compravano i dollari a un tasso di diverse volte superiore a quello ufficiale, fornendo così implicitamente un coefficiente di deflazione, certo impreciso ma migliore di tante stime ufficiali, utile a calcolare le dimensioni effettive dell’economia sovietica. Essi erano alimentati dal crescente flusso di turisti e dalla comunità di studenti stranieri, specie del Terzo mondo, presenti nel paese. Le aperture seguite al 1956 fecero cioè emergere i primi segni di una nuova dollarizzazione dell’economia sovietica destinata ad assumere negli anni dimensioni sempre più vaste, a testimonianza dello spontaneo movimento di individui e agenti economici verso relazioni più rispondenti alle loro preferenze di quelle imposte dal regime, in base alle sue priorità e alle sue considerazioni di status».[32]

La pratica relativamente diffusa dell’appropriazione indebita di fondi e di mezzi statali, e della parallela produzione/distribuzione illegale di mezzi di consumo, continuò con ancora maggiore vigore nell’epoca brezneviana, dato che la base materiale della «diffusione di questi comportamenti era la maglia di una rete che si estendeva dai favori reciproci che regolavano il lavoro di funzionari e dirigenti (ed erano spesso loro necessari per mandare avanti le loro imprese) e dalla corruzione di molti di essi fino alle attività illegali e criminali». Essa minava le fondamenta del concetto di proprietà pubblica e alimentava sentimenti anticomunisti: già nel 1970, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin, «circolarono tra la popolazione battute crudeli sul fondatore dello stato sovietico, che spinsero alcuni osservatori occidentali a parlare del prevalere in URSS di rassegnato pessimismo e passività ideologica».[33]

In ogni caso risulta subito evidente come la coesistenza asimmetrica e conflittuale tra i rapporti di produzione collettivistici (egemoni), e quelli capitalistici di stato (illegali e subordinati), nell’URSS del 1929-91, rappresenti involontariamente una manna dal cielo per lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento, inteso come possibilità di coesistenza (in proporzioni quasi sempre asimmetriche) della “linea rossa” e della “linea nera” nello stesso paese/area geopolitica.

Va infine affrontato anche un altro importante nodo teorico sollevato acutamente dal professor Galli, e cioè la natura del legame sussistente sul piano storico tra guerra (da leggersi: guerra militare tra stati sovrani) e rivoluzione durante l’epoca contemporanea.

Anche in questo campo concreto e stimolante di indagine vale il detto di Hegel, secondo cui “il vero è l’intero”.

Da un lato risulta infatti pesante e indiscutibile il nesso causale, seppur mediato, sussistente tra sconfitte militari e processi rivoluzionari verificatosi non solo a Parigi con l’eroica Comune del 1871 ma anche in Russia e nell’ex impero zarista dal 1914 al 1918, in Cina dal 1931 (invasione della Manciuria da parte dell’impero giapponese) fino al 1945, oltre che in Europa orientale nel 1944-1948: tuttavia questa è solo una parte, seppur molto importante, della realtà globale politico-sociale e delle esperienza storiche che sono via via maturate sul piano planetario negli ultimi due secoli.

Sull’altro versante, infatti, va ricordato come la Francia non fosse certo in guerra con altre nazioni indipendenti dal 1946 al 1954, quando perse il controllo delle “sue” colonie in Indocina grazie all’eroica e leggendaria rivoluzione antimperialista promossa dai comunisti vietnamiti e da un grande leader come Ho Chi Minh.

Un discorso analogo vale anche per l’imperialismo statunitense che, nel 1964-73, non era in guerra in modo stabile con altre nazioni se non proprio in Indocina, a partire dal “suo” stato-fantoccio del Vietnam del Sud: come nel caso precedente, bisogna liberarsi da una visione eurocentrica ed esaminare i processi rivoluzionari extraoccidentali innanzitutto dal punto di vista dei popoli in rivolta, e non solo da quello dei loro vecchi dominatori.

Anche il Portogallo fascista di Salazar non era in conflitto bellico con altre nazioni indipendenti dal 1956 al 1974, quando a sua volta perse il controllo delle “sue” colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau sempre durante gli anni in esame.

Anche Cuba non risultava certo in guerra con altri stati dal 1956 al gennaio del 1959, quando il “Davide” composto da eroici e giovani barbudos cubani, con l’aiuto di un altro giovane argentino ucciso poi in Bolivia nel 1967, riuscì a battere il “Golia” rappresentato dalla dittatura militare di Batista appoggiato dalle armi, soldi e consiglieri forniti dall’imperialismo statunitense; e un ragionamento analogo può essere effettuato anche per la splendida rivoluzione sandinista del 1961-1979.

Ma non solo.

Non è ancora abbastanza noto che, dal 1776 fino a oggi, la vera e unica “nazione guerriera” su scala mondiale è stata rappresentata dagli Stati Uniti, visto che dal 1777 gli USA sono stati in guerra (ivi comprese le cosiddette “guerre indiane” contro i nativi americani, i “pellerossa” dei film di Hollywood) per circa il novantatré percento del tempo dalla loro creazione come stato indipendente: vale a dire ben 223 dei 243 anni di esistenza come stato sovrano.

Gli anni di tregua goduti dai “pacifici” Stati Uniti sono stati solo 28 su 243, partendo dal 1776 fino ad arrivare a un 2019 che vede ancora impegnato militarmente l’imperialismo a stelle e strisce in nazioni quali l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, per citare solo i casi principali: l’unico ed eccezionale periodo nel quale gli USA rimasero addirittura cinque anni senza fare una guerra è stato quello compreso tra il 1935 e il 1940, in seguito alle ricadute della grande depressione post-1929.

Eppur… non si mosse alcunché, sul fronte rivoluzionario.

A dispetto di guerre continue, per più di due secoli e ormai da tempo combattute in giro a tutto il globo, da collegarsi tra l’altro alla pesante sconfitta subita dall’imperialismo a stelle e strisce in Vietnam e Indocina dal 1964 al 1975, finora non si è mai assistito a processi rivoluzionari su vasta scala negli Stati Uniti con la parziale e limitata eccezione dell’eroica ribellione dei contadini guidati da Daniel Shays in Massachussetts, Connecticut e Rhode Island nel 1786, rivolta contro la fiscalità repressiva (chi era più ricco pagava meno di chi era più povero) e contro la borghesia mercantile di Boston.

Se si vuole poi scavare ancora più a fondo in questo settore, il periodo storico in cui la sinistra antagonista e i movimenti di massa sono risultati più forti e organizzati negli USA è stato finora proprio quello del 1934-38, in corrispondenza temporale con l’unico e sopracitato quinquennio pacifico espresso fino ad oggi dal bellicoso stato con capitale Washington.

Ovviamente la relazione mutevole tra guerra e rivoluzione si collega strettamente a un rapporto politico ancora più generale avente per oggetto l’interconnessione tra politica ed economia, tra sfera politica ed economica.

E in questo settore specifico gran parte dei marxisti occidentali, almeno sul piano teorico, ha purtroppo dimenticato proprio l’abc dello stesso marxismo, nonostante che Lenin:

  • Nel 1922 e nel suo geniale “Che fare?” avesse notato con estrema chiarezza che “dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi” delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali”.
  • Nel gennaio 1921 sempre Lenin, nel suo splendido scritto polemico intitolato “Ancora sui sindacati”, sottolineò in modo lucido e appassionato che “la politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbicci del marxismo”.

Ormai è stata messa molta “carne al fuoco”, e serve forse una breve pausa in attesa di nuove ed eventuali “portate”, ossia dall’ampio dibattito auspicato giustamente da Giorgio Galli.

 

 

Roberto Sidoli

[1] M. Beccari, “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo”, in http://www.lacittafutura.it

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  p. 73, ed. Einaudi

[3] R. Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[4] J. Diamond, op. cit., p. 62

[5] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”,  cap. IX, Editori Riuniti

[6] J. Diamond, op. cit. p. 66

[7] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, cap. IX,  Editori Riuniti

[8] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[9] F. Engels, op. cit., cap. IX

[10] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[11] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[12] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[13] D. H. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[14] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[15] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[16] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[17]G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[18] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[19] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[23] M. S. Voslensky, Nomenklatura, pp. 208-209, ed. Rizzoli.

[24] M. S. Voslensky, op. cit., p. 245.

[25] A. Graziosi,” L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino.

[26] Op. cit., p. 429.

[27] Op. cit., pp. 215, 218, 243.

[28] Op. cit., p. 544.

[29] Op. cit., pp. 141 e 215.

[30] Op. cit., p. 439.

[31] Op. cit., p. 441.

[32] Op. cit., pp. 245-246.

[33] Op. cit., p. 378.

PIL della Cina nel primo trimestre del 2019: un ottimo + 6,4%, dato superiore rispetto alle previsioni.

PIL della Cina nel primo trimestre del 2019: un ottimo + 6,4%, dato superiore rispetto alle previsioni.

http://italian.cri.cn/1741/2019/04/17/482s340285.htm

L'immagine può contenere: cielo   “Cina: segnali molto positivi dall’economia del Paese
Nel primo trimestre del 2019 il PIL cinese ha toccato i 21.340 miliardi di RMB, mettendo a segno un +6,4% rispetto allo scorso anno e uguagliando il tasso di crescita registrato nel quarto trimestre del 2018. I dati diffusi mercoledì 17 aprile dall’Istituto nazionale cinese di statistica mostrano che i principali indicatori che testimoniano l’andamento economico del Paese, come l’occupazione, i prezzi e il reddito, sono nell’insieme migliori del previsto. Ciò dimostra che quest’anno l’economia cinese ha avuto un buon inizio, il che non solo stimola la fiducia dei mercati, ma getta anche buone basi per il raggiungimento degli obiettivi attesi di crescita economica durante tutto l’anno.
In particolare, nel primo trimestre, l’andamento dell’economia cinese ha evidenziato tre caratteristiche ben precise: in primo luogo, la tendenza al miglioramento in condizioni di stabilità è ancora più evidente; in secondo luogo, la struttura economica è stata ulteriormente ottimizzata; in terzo luogo, la fiducia dei mercati risulta più forte.
In un contesto caratterizzato da crescenti attriti commerciali a livello globale e da incertezze che permangono sullo sviluppo economico, non era facile per l’economia cinese raggiungere risultati di questa portata all’inizio dell’anno. Questo significa che l’economia cinese ha resistito agli impatti esterni come le frizioni commerciali, dimostrando forte tenacia e resistenza alle pressioni. In questo modo sono state poste le basi per la stabilizzazione e la ripresa dell’economia cinese. Quello a cui abbiamo assistito è anche l’effetto della promozione da parte del governo cinese delle riforme e dell’apertura, e dell’entrata in vigore delle politiche nei tempi previsti. Tutto ciò ha rafforzato la fiducia del mondo nei confronti del governo cinese e del mercato cinese, creando così un ambiente favorevole che ha permesso all’economia del Paese di iniziare col piede giusto.
L’economia cinese, la seconda più grande al mondo, si è stabilizzata per tornare a crescere. Si tratta senza dubbio di una buona notizia per il resto del mondo. Dall’ultimo “World Economic Outlook”, diffuso dal FMI, apprendiamo che sono state ridotte le aspettative di crescita globale per quest’anno, mentre sono state alzate le stime di crescita economica solo della Cina tra le principali economie del mondo. Questa analisi mostra che la Cina continuerà a svolgere il ruolo di motore dell’economia globale.”

 

Conferenza per la cooperazione Cina-Africa e lo scambio culturale

 

 

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Fondazione a Pechino dell’Istituto di Ricerca Cina Africa

Hanno avuto luogo nella capitale cinese martedì 9 aprile 2019 il convegno per la fondazione dell’Istituto di ricerca Cina-Africa e la “Conferenza per la cooperazione Cina-Africa e lo scambio culturale”.

Numerosi gli studiosi e le autorità provenienti da più di venti paesi dell’Africa. Le delegazioni di studiosi africani, insieme ai colleghi cinesi, hanno approfondito la discussione intorno ai temi centrali della Conferenza: l’Iniziativa della Nuova Via della Seta; la cooperazione economico-commerciale tra gli Stati africani e la Repubblica Popolare Cinese; lo scambio culturale e mutuale tra le civiltà d’Africa e la civiltà cinese.

Il progresso negli studi sino-africani, nella ricerca comune e l’avanzamento nello scambio di esperienze nella gestione degli affari statali, sono le fondamenta che costituiranno il futuro delle relazioni tra Cina e Africa.

In questa direzione, l’Istituto di ricerca Cina-Africa attraverso gli interscambi tra esperti e studiosi e conferenze su temi specialistici intende favorire la collaborazione tra i circoli accademici africani e cinesi.

Il compagno Liu Guijin, Rappresentante Speciale per l’Africa ha affermato che già dall’anno scorso, durante il Summit di Beijing del Forum di cooperazione Cina-Africa, il Presidente Xi Jinping aveva sottolineato l’importanza del rafforzamento delle relazioni tra la Cina e gli stati del continente africano. Oggi, un nuovo stadio verso la cooperazione è stato raggiunto con la fondazione dell’Istituto di Ricerca Cina-Africa: per l’ampliamento degli scambi, per la crescita della mutua conoscenza e comprensione; l’obiettivo alla base è di procedere verso l’avanzata della cooperazione tra le due parti per il soddisfacimento degli interessi comuni.

Il Commissario del Comitato per le Risorse Umane, Scienze e Tecnologie dell’Unione Africana Sarah Mbi Enow Anyang ha dichiarato che la fondazione del Centro di ricerca rappresenta un passo importante verso la collaborazione accademica tra la realtà cinese e africana; e consentirà cooperazione ad alti livelli.
Il Commissario ha inoltre sottolineato che l’Istituto di Ricerca diverrà nel tempo un modello da seguire, riferendosi poi alla Via della Seta, ha aggiunto: “La creazione di ‘Una cintura, una via’ è già diventata l’importante piattaforma pratica che ha costruito e reso in prassi ciò che si intende con “comune destino” che unisce Cina ed Africa”.

Il Commissario UA S. Anyang ha poi evidenziato che il bilateralismo sino-africano deve proseguire nella realizzazione delle “otto grandi iniziative” [iniziativa per implementare il progresso industriale; i. per la connettività infrastrutturale; i. per l’agevolazione degli scambi commerciali; i. per lo sviluppo ecologico; i. per implementare le capacità edilizie; i. per l’implementazione del sistema sanitario; i. per implementare lo scambio culturale; i. per il progresso di pace e sicurezza.]; fondamentale è intensificare la creazione condivisa del progetto cooperativo “Una Cintura, Una Via”, mano nella mano, formare un ancor più indivisibile comune destino per la Cina e l’Africa.

Il Vicedirettore dell’Università Makeni della Sierra Leone, condividendo le parole di Xi Jinping, ha sottolineato: “Il Presidente Xi Jinping ha precisamente detto che alla base della cooperazione sino-africana vi è il concetto di mutuo beneficio, rapporti win-win. Il progetto “Una cintura, Una via” tende alla realizzazione di obiettivi contenuti anche nell’“Agenda per l’anno 2063” stilata dall’Unione Africana. L’efficacia di questa interconnessione [tra “Una cintura, Una via” e “Agenda per l’anno 2063”] permetterà l’avanzata dello sviluppo africano in ogni campo e settore.

 

Il Professor 恩科洛·佛 [*in mancanza del nome usiamo nome sinizzato] dell’Università Yaoundé I del Cameroon: “Dal punto di vista cinese e africano la Nuova Via della Seta è una opportunità di sviluppo storica. [L’Iniziativa Una Cintura, Una Via] Ha il proposito di procedere verso lo sviluppo condiviso di ogni parte del mondo. Inoltre, l’iniziativa è benefica alla resa pragmatica della cooperazione sino-africana.
Dal punto di vista prettamente africano, il progetto globale cinese ha alla base lo sviluppo dei settori infrastrutturale, educativo ecc.; per tali ragioni speriamo e ci aspettiamo che avvenga una più ampia apertura dell’Africa per l’incremento della cooperazione con la Cina.

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La lettera di augurio inviata dal Presidente Xi Jinping alla Conferenza.

Il compagno Xi ha dichiarato:

Il mondo di oggi ha fronteggiato cento anni di grandi trasformazioni senza precedenti. In questo scenario, la Cina è il più grande paese in via di sviluppo e il maggior numero dei paesi in via in sviluppo è concentrato in Africa, il più grande continente del pianeta. L’amicizia tra i nostri due popoli è profonda, è come l’acqua di un fiume che scorre lontana dalla sua sorgente. Necessario rafforzare la tradizionale amicizia e lo scambio-cooperazione, basilare tendere all’accrescimento del mutuo rispetto tra civiltà, non soltanto a beneficio dei popoli di Cina e Africa, ma anzi, per offrire un importante contributo alla pace mondiale e allo sviluppo economico.

Xi Jinping ha poi affermato che, durante il Summit di Pechino del 2018 del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa, le due realtà avevano unanimemente deciso di puntare al miglioramento per la costruzione di un più vicino e comune destino, implementando i piani cooperativi sino-africani delle “otto grandi iniziative”.

La fondazione dell’Istituto di Ricerca Cina-Africa racchiude in sé un significato fondamentale che sta nell’azione dello scambio culturale e umano. Auspico che l’Istituto di Ricerca possa divenire il punto di convergenza per think-tank cinesi e africani, consentendo, in tale direzione, la crescita della mutua comprensione e del sentimento di amicizia.

Per l’Africa, per l’avanzamento nello sviluppo delle relazioni tra Cina ed Africa e, come per l’Africa, insieme ad ogni altra realtà che intenda mettere in comune la propria saggezza, che desideri offrire consigli per il beneficio collettivo, con forte abnegazione, il mezzo è la costruzione di una società dal destino comune per l’intera umanità.

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Di seguito proponiamo alcune opinioni di studiosi riguardanti la fondazione dell’Istituto di Ricerca Cina-Africa:

Hoze Riruako, analista politico e docente di scienze politiche presso l’Università della Namibia, ricordando l’importanza della decisione congiunta di costruire una società dal comune destino, ha affermato che il nuovo organismo contribuirà a migliorare scambio culturale e umano, oltre a favorire la crescita di rapporti bilaterali in vari settori.

Adhere Cavince, studioso kenyota, mosso dalla lettera di augurio del Presidente Xi, ha espresso la speranza che l’Istituto di Ricerca possa divenire un ponte per il dialogo e la collaborazione tra Cina e Africa, che lo scambio culturale possa crescere così da consentire agli studenti africani di perseguire gli studi in Cina.

Nasser Bouchiba, presidente dell’Associazione di cooperazione Africa-Cina per lo sviluppo, ha dichiarato che l’Istituto fornirà la solida base per ricerca teorica e rafforzamento dei legami.

 

Sheriff Ghali Ibrahim, professore di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Abuja in Nigeria, ha affermato che la nascita dell’istituto è un momento importante per Cina e Africa per la costruzione di una comunità dal destino comune ancora più unita. Ha poi sottolineato l’onesta cinese e la sua ferma determinazione a migliorare la comunicazione e la comprensione tra le due parti.

Infine Silas Lwakabamba, ex ministro della Pubblica istruzione del Ruanda, ha dichiarato che l’Istituto darà la possibilità ai think-tank africani di approfondire le ricerche riguardanti lo sviluppo cinese, imparare dall’esperienza cinese e nel frattempo permetterà alla controparte cinese di giungere a una più completa comprensione dell’Africa.

http://politics.gmw.cn/2019-04/09/content_32728237.htm

http://en.people.cn/n3/2019/0409/c90000-9564956.html

http://www.china.org.cn/world/Off_the_Wire/2019-04/10/content_74666892.htm

Approfondimento. Traduzione in lingua inglese del discorso tenuto dal compagno Presidente Xi Jinping al Summit di Pechino del 2018 del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa : http://english.qstheory.cn/2018-09/04/c_1123377478.htm

 

Traduzioni a cura della redazione La Cina Rossa

 

 

Questioni relative allo sviluppo e alla persistenza nel socialismo con caratteristiche cinesi

xijinping muralesRiprendiamo da medium.com la traduzione del discorso tenuto dal Presidente e Segretario Generale del PCC Xi Jinping al Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese

medium.com

Discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Segretario generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping di fronte al Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese nel 2013 e pubblicato il 1/4/2019 su Qiushi (“cercare la verità”), rivista teorica del Partito Comunista Cinese.

1. Il socialismo con caratteristiche cinesi è socialismo e non un’altra dottrina.

I principi di base del socialismo scientifico non possono essere persi: se sono persi, non è socialismo. Il nostro partito ha sempre sottolineato che il socialismo con caratteristiche cinesi non solo aderisce ai principi di base del socialismo scientifico, ma conferisce anche le caratteristiche distintive cinesi secondo le condizioni dei tempi. Ciò significa che il socialismo con caratteristiche cinesi è socialismo, non qualcos’altro. La chiave per l’implementazione della dottrina in un Paese dipende dal fatto che possa risolvere i problemi storici che affliggono tale Paese. In una povera e debole nazione, calpestata dai tempi, una varietà di dottrina e di pensiero sono stati provati, non passando attraverso la strada capitalista, il riformismo, il liberalismo, il darwinismo sociale, l’anarchia, il pragmatismo, populista e il sindacalismo, ecc., È il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong che hanno portato il popolo cinese ad uscire dalla lunga notte e ad istituire una nuova Cina: è il socialismo con caratteristiche cinesi che ha fatto sviluppare rapidamente la Cina.

Per non parlare del passato, a partire dal periodo di riforma e apertura, soprattutto dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica e i drastici cambiamenti nell’Europa orientale, l’opinione pubblica internazionale di sparlare della Cina non si è mai interrotta. Le varie “teorie del crollo della Cina” non sono mai terminate. Tuttavia, invece di far crollare la Cina, la forza nazionale complessiva della Cina sta aumentando di giorno in giorno e gli standard di vita delle persone sono in costante miglioramento. Sia la storia che la realtà ci dicono che solo il socialismo può salvare la Cina: solo il socialismo con caratteristiche cinesi può sviluppare la Cina! Questa è la conclusione della storia e la scelta della gente.

Negli ultimi anni, alcuni media nazionali ed esteri hanno messo in discussione che la Cina non sia più uno Stato socialista, che è un “socialismo capitalista”. Alcuni hanno addirittura detto di essere “capitalismo di stato”, “nuovo capitalismo burocratico.” Questi discorsi sono completamente sbagliati.

Noi affermiamo che il socialismo con caratteristiche cinesi è Socialismo, che voglia sempre mantenere la via socialista con caratteristiche cinesi, il sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi e il sistema socialista con caratteristiche cinesi e aderire ai principi-guida del 18° Congresso del Partito per vincere la nuova sfida del socialismo con caratteristiche cinesi.

Sotto la guida del Partito comunista si sono incluse le condizioni nazionali di base della Cina, si è messo al centro lo sviluppo economico e dei principi-guida: la riforma e apertura, la liberazione e lo sviluppo delle forze produttive, la costruzione di un’economia socialista di mercato, la democrazia socialista, una cultura socialista avanzata, una società socialista armoniosa, una civiltà ecologica socialista, la promozione di uno sviluppo organico e il graduale raggiungimento della prosperità comune di tutte le persone per costruire un Paese socialista moderno, prospero, democratico, civile e armonioso; abbiamo compreso che il sistema congressuale del popolo è il sistema politico fondamentale, la direzione del Partito comunista cinese il sistema politico fondamentale della cooperazione multi-partito e il sistema di consultazione politica delle Regioni, delle etnie e delle autonomie quale sistema di autogoverno dal basso e lo stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi, la proprietà pubblica è il cardine su cui le molteplici proprietà si sviluppano congiuntamente.

Questi sono i contenuti che incarnano i principi di base del socialismo scientifico in nuove condizioni storiche: se li smarriamo, allora non stiamo praticando il socialismo.

Il compagno Deng Xiaoping una volta ha sottolineato in modo profondo ed esaustivo: “La nostra modernizzazione deve procedere dalla realtà della Cina: che si tratti di rivoluzione o costruzione, dobbiamo prestare attenzione all’apprendimento e all’apprendimento dall’esperienza straniera, ma non copiare l’esperienza di altri paesi che non hanno mai avuto successo.”

Abbiamo ricevuto molte lezioni a riguardo. Dopo la fine della Guerra Fredda, molti paesi in via di sviluppo furono costretti ad adottare il modello occidentale e, di conseguenza, le lotte di partito, i disordini sociali e il controllo di flussi delle persone sono stati difficili da stabilizzare.

Negli ultimi anni, con l’aumento della forza nazionale complessiva e dello status internazionale, nella comunità internazionale sono sorte la ricerca e la discussione circa il“Beijing Consensus”, “modello cinese”, “strada cinese”, ecc. Alcuni studiosi stranieri ritengono che il rapido sviluppo della Cina abbia messo in discussione alcune teorie occidentali e una nuova versione della teoria marxista sta sovvertendo le teorie tradizionali occidentali. Abbiamo sempre creduto che il percorso di sviluppo di ciascun Paese dovrebbe essere scelto dalle persone di quei Paesi. Il cosiddetto “modello cinese” è la strada del socialismo con caratteristiche cinesi create dal popolo cinese nelle proprie lotte. Crediamo fermamente che con il continuo sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi, il nostro sistema diventerà sempre più sofisticato, la superiorità del sistema socialista cinese emergerà, e le nostre strade diventeranno sempre più ampie. Dalla strada di sviluppo cinese l’impatto sul mondo crescerà sicuramente e sempre più. Dobbiamo avere fiducia.

2. Il nostro partito guida le persone nella costruzione socialista.

Ci sono due periodi storici: prima della riforma e apertura e dopo la riforma e apertura. Questo è un periodo interconnesso di grandi differenze, ma sostanzialmente in ambedue il nostro partito guida il popolo nella realizzazione del socialismo. [Il Popolo] esplora la costruzione del socialismo. Il socialismo con caratteristiche cinesi è stato creato nella nuova era di riforma e apertura, ma era anche basato sul fatto che la Nuova Cina ha stabilito un sistema socialista di base, edificato per più di 20 anni. Per capire correttamente questo problema, dobbiamo cogliere tre aspetti.

1. Se il Partito non avesse intrapreso nel 1978 le decisive riforme e apertura, portandole fermamente avanti, afferrando saldamente la corretta direzione della riforma e apertura, la Cina socialista non avrebbe la buona situazione di oggi, così da affrontare la crisi, e scontrarsi con una crisi mortale come negli Stati Uniti, nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa orientale. Allo stesso tempo, se non vi fossero nessuna delle istituzioni della Nuova Cina nel 1949, la rivoluzione socialista e la costruzione socialista, avendo appreso importanti idee, materiali, condizioni di sistema, sia attraverso l’esperienza positiva sia con quella negativa, sarebbero state difficili la riforma e apertura senza intoppi.

2. Sebbene questi due periodi storici abbiano grandi differenze nella guida ideologica, nei principi, nelle politiche e nel lavoro pratico della costruzione socialista, i due periodi non sono separati l’uno dall’altro e non sono fondamentalmente contrari. Il nostro partito ha presentato la costruzione del socialismo in molti posizioni corrette ma senza alcuna implementazione reale. Marx ha affermato a lungo: “Le persone creano la propria storia, ma non sono create a loro piacimento, non sono create nelle condizioni che scelgono, ma in modo diretto, stabilito ed ereditato dal passato il quale crea le condizioni della loro esistenza.”

3. Dobbiamo valutare correttamente il periodo storico prima della riforma e aprirlo: non possiamo usare il periodo storico dopo la riforma e apertura per negare il periodo storico prima della riforma e apertura, né possiamo negare il periodo storico dopo la riforma e apertura nel periodo storico prima della riforma e apertura. L’esplorazione della pratica socialista prima della riforma e apertura ha accumulato le condizioni per l’esplorazione della pratica socialista dopo la riforma e apertura. L’esplorazione della pratica socialista dopo la riforma e apertura è la persistenza, la riforma e lo sviluppo del periodo precedente. Per esplorare la pratica socialista prima della riforma e apertura, dobbiamo aderire alla linea ideologica di cercare la verità attraverso i fatti, distinguere la corrente principale dagli affluenti, sostenere la verità, correggere gli errori, portare avanti le esperienze, imparare le lezioni e continuare a portare avanti la causa del partito e della gente su questa base.

Il motivo per cui enfatizzo questo problema è che se questa importante questione politica non viene gestita bene, avrà serie conseguenze politiche. Gli antichi dicevano: “per distruggere un Paese bisogna guardare alla storia delle sue persone.”

Forze ostili in patria e all’estero fanno spesso storie sulla storia della rivoluzione cinese, la storia della Nuova Cina per scrivere articoli nocivi, diffamatori e calunniatori. Lo scopo fondamentale è quello di confondere il cuore della gente, incitando a rovesciare la leadership del Partito Comunista Cinese e il sistema socialista cinese.

Perché l’Unione Sovietica si è disintegrata? Perché il Partito Comunista dell’Unione Sovietica è crollato? Una ragione importante è che la lotta ideologica è molto feroce: il PCUS ha negato la storia sovietica, la sua stessa storia, ha negato Lenin e Stalin, impegnandosi nel nichilismo storico, confondendo le menti a quasi tutti i livelli delle organizzazioni di partito, e non ponendo l’esercito sotto la guida del partito. Alla fine, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica ha distrutto l’Unione Sovietica, un paese socialista, e si è disgregato. Questa è una lezione dal passato!

Il compagno Deng Xiaoping ha sottolineato: “la bandiera del pensiero di Mao Zedong non è stata smarrita! Infatti, la perdita di questo stendardo significherebbe negare la storia gloriosa del nostro partito. In generale, la storia del nostro partito è ancora una storia gloriosa. Sebbene il nostro partito abbia commesso alcuni grossi errori nella storia, fra cui 30 anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare, essersi impegnato nella ‘Rivoluzione Culturale’ — un grosso errore! — ma alla fine il nostro partito è riuscito a fare la rivoluzione. La posizione della Cina nel mondo è migliorata solo dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese. Solo l’istituzione della Repubblica popolare cinese ci ha permesso, come un grande paese con una popolazione di circa un quarto della popolazione mondiale, di alzarsi in piedi nel mondo e rimanere in piedi.”

Egli ha anche sottolineato: “La valutazione del compagno Mao Zedong e l’elaborazione del Pensiero di Mao Zedong, non sono solo questioni personali che coinvolgono il compagno Mao Zedong, che è inseparabile dall’intera storia del nostro partito e del nostro Paese. Questo per vedere il quadro globale.”Questo non è solo un problema teorico ma soprattutto un problema politico: è un grosso problema politico in patria e all’estero”.

Queste sono la visione e la mente di un grande uomo di stato marxista. Immaginate se respingessimo del tutto il compagno Mao Zedong, il nostro partito potrebbe sopportarlo? Il sistema socialista del nostro paese potrebbe rimanere saldo? Se non sostenessimo [l’eredità del maoismo], sarebbe il caos.

Pertanto, gestire correttamente la relazione tra pratica socialista ed elaborazione prima e dopo la riforma e apertura non solo è un problema storico ma soprattutto una questione politica. Vi suggerisco di dare un’occhiata alla “Risoluzione su diverse questioni storiche del partito sin dalla fondazione della Repubblica popolare cinese”.

3. Il marxismo deve continuare a svilupparsi con lo sviluppo di tempi.

Le pratiche e la scienza non possono rimanere statiche: il socialismo ha sempre progredito nello sviluppo. “Mantenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi” è un grande articolo.

Il compagno Deng Xiaoping ha determinato le idee e i principi di base. Il compagno Jiang Zemin al centro della terza generazione della leadership collettiva del comitato centrale del partito, con il compagno Hu Jintao come segretario generale del Comitato centrale del PCC hanno scritto un grande capitolo in questo grande articolo.

Ora, il compito della nostra generazione di comunisti è continuare a scrivere questo grande articolo. Per più di 30 anni, sono stati compiuti grandi successi nel socialismo con caratteristiche cinesi, e le fondamenta gettate dopo la fondazione della Nuova Cina sono una base importante per farla rimanere in piedi e andare lontano. La nostra comprensione del socialismo e la comprensione delle leggi del socialismo con caratteristiche cinesi hanno raggiunto una vetta senza precedenti. Allo stesso tempo, dobbiamo anche considerare che la Cina è ancora nella fase primaria del socialismo, dobbiamo ancora affrontare molti problemi, alcuni ancora irrisolti: la comprensione e la gestione di molte importanti questioni sono ancora in fase di approfondimento. Questo è fuori discussione! La comprensione delle cose è un processo e siamo impegnati verso il socialismo solo da pochi decenni. La nostra comprensione è ancora molto limitata e abbiamo ancora bisogno di approfondire e svilupparci nella pratica.

Aderire al marxismo e aderire al socialismo. Questa deve essere la nostra prospettiva dello sviluppo. Dobbiamo concentrarci sui problemi pratici della riforma e apertura e della realizzazione della modernizzazione del nostro Paese e su ciò che stiamo facendo alla guida della Cina, focalizzandoci sulla applicazione della teoria marxista, sulle sue questioni pratiche, sulla teoria, su nuove pratiche e nuovi sviluppi di essa.

Abbiamo detto che non esistono un percorso di sviluppo e un modello di sviluppo validi per tutte le parti del mondo, e non esistono un percorso di sviluppo e un modello di sviluppo fissi.

I risultati pratici e teorici raggiunti in passato possono aiutarci al meglio ad affrontare e risolvere i problemi futuri, ma non possono essere un motivo per compiacerci e non possono diventare un peso per andare avanti.

Più andiamo avanti e ci sviluppiamo, più nuove situazioni e problemi si porranno, più rischi e sfide saranno affrontati e più cose imprevedibili saranno affrontate. Dobbiamo aumentare il nostro senso di urgenza e essere preparati al pericolo. Emancipare la mente, cercare la verità dai fatti e avanzare con i tempi, questa è l’anima vivente del marxismo, questa è l’arma ideologica fondamentale per adattarci alla nuova situazione, per capire cose nuove e affrontare nuovi compiti. I compagni di tutto il partito, a tutti i livelli, devono prima di tutto aderire alla visione dello sviluppo del marxismo: la persistenza nella pratica è l’unico criterio per il verificare la verità, esercitare l’iniziativa e la creatività della storia e comprendere chiaramente il mondo, le condizioni della nostra nazione, i cambiamenti e ciò che rimane costante nel Partito. Con lo spirito di andare per strada e incontrare fiume e ponti, siamo determinati a progredire, esplorare audacemente, osare, essere accorti nell’analizzare e rispondere alle domande che devono essere risolte urgentemente nella vita reale e nei pensieri delle masse, approfondire continuamente la riforma e l’apertura, scoprire e creare costantemente, fare progressi e continuare a promuovere l’innovazione teorica, l’innovazione pratica e l’innovazione istituzionale.

4. Il nostro partito ha sempre aderito agli alti ideali del comunismo.

I membri del partito, in particolare quadri dirigenti, sono determinati credenti e fedeli praticanti dell’ideale comune del comunismo e l’ideale comune del socialismo con caratteristiche cinesi. La credenza nel marxismo, nel socialismo e nel comunismo sono l’anima politica dei comunisti e il pilastro spirituale dei comunisti per resistere a qualsiasi prova. La costituzione del partito stabilisce chiaramente che il massimo ideale e l’obiettivo ultimo del partito è quello di raggiungere il comunismo. La Costituzione del Partito stabilisce anche chiaramente che il più alto ideale di comunismo perseguito dai comunisti cinesi può essere realizzato solo sulla base del pieno sviluppo di una società socialista altamente sviluppata. Non è realistico pensare ed entrare subito nel comunismo. Il compagno Deng Xiaoping ha affermato che il consolidamento e lo sviluppo del sistema socialista richiedono ancora una lunga fase storica, la quale richiede di lavorare instancabilmente per generazioni, dozzine di generazioni e persino per decine di generazioni. Per decenni, quanto è lungo! Da Confucio ad oggi, sono appena settanta generazioni. Vedere il problema in questo modo illustra pienamente la sobrietà politica di noi comunisti cinesi. Bisogna riconoscere che i nostri sforzi attuali e gli sforzi continui di molte generazioni in futuro muovono tutti verso l’obiettivo ultimo del raggiungimento del comunismo.

Allo stesso tempo, dobbiamo renderci conto che la realizzazione del comunismo è un processo storico lunghissimo: in questa fase dobbiamo basarci sull’obiettivo del partito e portare avanti la nostra causa su basi concrete. Se perdessimo il grande obiettivo di noi comunisti, smarriremmo la strada e diventeremmo utilitaristi e pragmatisti. Il socialismo con caratteristiche cinesi è l’unità programmatica più alta del Partito e il suo programma di base. Il programma di base del socialismo con caratteristiche cinesi, in poche parole, è quello di stabilire un Paese socialista modernizzato ricco, forte, democratico, civilizzato e armonioso. Ciò partendo dalle condizioni nazionali di base in cui si trova la Cina, nella fase primaria del socialismo e nei più alti ideali del partito. Non dobbiamo solo aderire fermamente all’ideologia della strada socialista con le caratteristiche cinesi, ma anche agli alti ideali del comunismo, e applicare fermamente la linea di base del partito e il programma di base nella fase primaria del socialismo, e fare un buon lavoro in ogni compito attuale.

L’ideale rivoluzionario è più alto del cielo. Nessun grande ideale, nessun membro del Partito qualificato può lasciare il vero lavoro e parlare di nobili ideali: non sarebbe un comunista qualificato. Nei 90 anni di storia del nostro partito, generazioni di comunisti si sono sacrificati col sangue nel perseguimento dell’indipendenza nazionale e della liberazione popolare. Si sono basati su un tipo di fede per un ideale. Sebbene sapessero che gli ideali che perseguivano non sarebbero stati realizzati dalle loro mani, credettero fermamente che finché generazioni di persone avrebbero continuato a lavorare duramente e a fare sacrifici per questi, i loro alti ideali si sarebbero realizzati.

Oggi, misurare se un membro del Partito Comunista o un dirigente ha l’ideale del comunismo è uno standard obiettivo: dipende dal fatto che possa aderire al principio fondamentale di servire il popolo con tutto il cuore, sopportare le difficoltà, lavorare diligentemente, essere onesto e in grado di lottare per l’ideale, combattere duramente e sacrificare tutte le sue energie e la sua vita per l’ideale. Tutte le opinioni esitanti, tutti i pensieri di piacere momentaneo, tutti gli atti di interesse personale e tutti gli stili di inazione sono incompatibili con questo.

Alcune persone pensano che il comunismo sia fuori portata, e anche che è impossibile vederlo, che è illusorio. Ciò inerisce al dibattito fra materialismo storico e visione idealistica del mondo. Il motivo per cui alcuni dei nostri compagni sono idealisti e le loro convinzioni sono scosse è che il materialismo storico non è solido in loro. Dobbiamo educare e guidare le vaste masse di membri e quadri del partito per unire gli ideali comuni di praticare il socialismo con caratteristiche cinesi e gli alti ideali del comunismo, e di essere pii e persistenti, essere fedeli e profondi. Con un ideale e una convinzione fermi, la posizione sarà più alta, l’orizzonte sarà più ampio e la mente sarà ampliata. Attenendovi alla direzione politica corretta, essendo né orgogliosi e né impazienti quando vittoriosi e di buon umore, resisterete a tutti i tipi di rischi e difficoltà, resistere consapevolmente all’erosione di tutti i generi di idee decadenti e rimarrete sempre aggrappati all’ideale comunista.

I fatti ci hanno ripetutamente detto che l’analisi delle contraddizioni fondamentali della società capitalista da parte di Marx ed Engels non è superata: la visione storica del materialismo secondo cui il capitalismo sta inevitabilmente morendo e la vittoria del socialismo è inevitabile non è superata. Questa è una tendenza generale irreversibile nello sviluppo della storia sociale, ma la strada è tortuosa. La fine del capitalismo e la vittoria definitiva del socialismo sono lunghi processi storici. Dobbiamo comprendere profondamente la capacità autoregolatrice della società capitalista, stimare pienamente la realtà oggettiva del vantaggio a lungo termine dei paesi sviluppati occidentali negli aspetti economici, scientifici e militari e preparare coscienziosamente tutti gli aspetti della cooperazione e della lotta a lungo termine tra i due sistemi sociali. Per un lungo periodo di tempo, il socialismo nella fase primaria deve anche cooperare a lungo termine e lottare con il capitalismo per una produttività più sviluppata, ma deve anche studiare attentamente e attingere alle conquiste benefiche della civiltà create dal capitalismo, affrontando anche la realtà che le persone utilizzino i punti di forza dei Paesi capitalisti occidentali per screditare e incolpare lo sviluppo socialista cinese. Dobbiamo avere una forte determinazione strategica, resistere risolutamente alle varie false affermazioni sull’abbandono del socialismo e correggere le idee sbagliate. La cosa più importante è concentrarsi sul fare le nostre cose, espandendo costantemente la nostra forza nazionale complessiva, migliorando costantemente la vita della nostra gente, costruendo costantemente un socialismo superiore al capitalismo e vincendo costantemente l’iniziativa, ottenendo vantaggi e vincendo per noi. Il futuro getta fondamenta più solide.

Attraverso l’analisi di cui sopra, possiamo capire più profondamente che il problema della strada al socialismo è il primo problema che riguarda il successo o il fallimento della causa del partito, e la strada è la vita del partito. Il compagno rivoluzionario Mao Zedong ha sottolineato: “Il partito rivoluzionario è la guida delle masse: nella rivoluzione il partito rivoluzionario non è andato fuori strada e non ha tradito la rivoluzione”. Nei periodi storici di rivoluzione, costruzione e riforma, il nostro partito ha insistito per iniziare dalle condizioni nazionali della Cina per esplorare e ha costantemente esplorato e formato una nuova strada rivoluzionaria democratica in linea con la realtà cinese, una trasformazione socialista e una strada di costruzione socialista, e una strada socialista con caratteristiche cinesi in linea con le attuali condizioni della Cina. Lo spirito di un’esplorazione indipendente, la ferma determinazione di aderire al nostro cammino sono il vero significato del costante risveglio del nostro Partito da battute d’arresto e passando costantemente da vittoria a vittoria.

Il signor Lu Xun ha scritto un famoso modo di dire: «in realtà, non ci sono strade sulla Terra. Più le persone camminano, più si formano le strade.»

Il socialismo con caratteristiche cinesi è l’unità dialettica della logica teorica del socialismo scientifico e la logica storica dello sviluppo sociale cinese: è un socialismo scientifico radicato nella terra di Cina, che rispecchia i desideri del popolo cinese, si adatta allo sviluppo e al progresso della Cina e dei tempi e costruisce una società benestante globale.

Questo è l’unico modo per accelerare la modernizzazione socialista e realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese. Finché persisterà nel nostro percorso di indipendenza e aderiremo fermamente e svilupperemo il socialismo con le caratteristiche cinesi, saremo certamente in grado di costruire una società prospera nei 100 anni dalla fondazione del Partito comunista cinese, e saremo in grado di costruire una democrazia prospera e forte nei 100 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese. Un armonioso paese socialista moderno.

27° Forum di Wanshou  Università del Popolo a Pechino.

 

27° Forum di Wanshou  Università del Popolo a Pechino.

28 Febbraio 2019
Il Forum, nato nel 2016 per impulso del Partito Comunista Cinese, promuove lo scambio a livello Internazionale ed è una piattaforma di dialogo per partiti politici, studiosi, diplomatici, per l’apprendimento reciproco necessario all’obiettivo fondamentale del Forum: la costruzione di una comunità dal comune futuro e di un mondo migliore per l’umanità.
In questa 27a edizione, intitolata “La Costruzione di una Comunità dal Comune Futuro per l’umanità e lo Sviluppo del Socialismo mondiale”, hanno preso parte al dibattito i partiti comunisti di Gran Bretagna, Cile, Brasile, Stati Uniti, Argentina, Perù, Canada, Svezia, Norvegia, Finlandia oltre a compagni e studiosi venuti da diverse parti del mondo e ad una platea gremita di studenti cinesi e stranieri.
Inoltre hanno partecipato, in ordine di intervento: il compagno 栾建章 Luan Jianzhang Direttore Generale dell’Ufficio di Ricerca del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCC; la compagna 靳诺 Jin Nuo Segretario di Partito del Comitato del PCC all’Università del Popolo; il compagno 郭业洲 Guo Yezhou Vice-Ministro del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCC; il compagno 陈须隆 Chen Xulong Direttore del Dipartimento per gli Studi Internazionali e Strategici, Istituto cinese degli Studi Internazionali; il compagno Rettore 秦宣 Qin Xuan e il compagno Assistente 王向明 Wang Xiangming dell’Accademia del Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con caratteristiche cinesi per la Nuova Era; il compagno 王怀超 Wang Huaichao, ex-Direttore della Scuola di Partito del Comitato Centrale del PCC; il compagno 李文 Li Wen ex-Vicedirettore dell’Istituto di Studi Americani dell’Accademia cinese per le Scienze Sociali; il compagno 冯颜利 Feng Yanli Vicedirettore dell’Istituto di filosofia dell’Accademia cinese per le Scienze Sociali; il compagno 吴付来 Wu Fulai Vicesegretario di partito del Comitato del PCC all’Università del Popolo e altri.

I compagni Segretari Generali, i delegati dei Partiti comunisti ospiti hanno tutti affermato il proprio supporto alla causa del Socialismo guidata a livello mondiale dalla Repubblica Popolare Cinese al pensiero del Presidente Xi Jinping e del PCC per la costruzione di una comunità mondiale legata da un comune destino per l’umanità e il Socialismo.

Tutti i presenti hanno espresso la propria solidarietà al Venezuela e alla Rivoluzione bolivariana aggredita dall’imperialismo americano.
Il compagno Wang Xiangming 王向明 durante il Forum ha sottolineato che con il crollo dell’URSS i comunisti nel mondo temevano che il socialismo fosse definitivamente fallito, che sarebbe stato l’inizio di un mondo unipolare dominato dal capitalismo. Oggi questa paura si è dissolta, l’imperialismo sta subendo duri colpi in ogni parte del mondo e la prospettiva di un mondo multipolare è sempre più nitida e reale.
L’imperialismo sta tentando e tenterà di colpire la Cina in ogni modo come ha fatto in passato, il dovere di ogni Partito Comunista è quello di difenderla e di schierarsi per la difesa del Socialismo mondiale, ha affermato la compagna Joti Brar.

 

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dal compagno Guo Yezhou 业洲 – Vice Ministro del Dipartimento Internazionale, Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese

Stiamo fronteggiando grandi cambiamenti mondiali e giorno per giorno sorgono nuovi problemi. Il compagno Xi Jinping, a rappresentare i comunisti cinesi, ha con chiarezza proposto l’importante teoria della “costruzione di una comunità dal destino comune per l’umanità”, incarnando profondamente l’essenza del valore della cultura e delle tradizioni cinesi. Tale pensiero concentra e rispecchia in sé il punto di vista, l’orizzonte globale dei comunisti cinesi, i sentimenti dell’umanità insieme alle missioni che quest’ultima deve assumersi. Il pensiero portato avanti dal PCC è già ciò che caratterizza la politica internazionale della grande potenza diplomatica della Cina della Nuova Era, è la sua bandiera più splendente.

L’Idea di una comunità unita da un comune futuro è realizzabile dalla teoria alla pratica mediante quattro sorpassi, salti: il primo è l’ “Unitarismo” [opposto a isolazionismo e indipendentismo], vale a dire il sorpasso di uno Stato nazionale dalla prospettiva ridotta, chiusa, tesa a concentrarsi su interessi a breve termine; il secondo è l’ “Inclusivismo”, sorpassando la mentalità del “o questo, o quello”, “tu perdi, io vinco”, il pensiero della “opposizione binaria” e del “gioco a somma zero”; terzo salto è l’ “Imparzialità” e il superamento della logica della supremazia dei paesi più forti, della ragione del paese più potente; quarto e ultimo punto “natura del popolo/affinità con il popolo”: sorpassare una volta per tutte la logica sviluppista della “Supremazia del Capitale”.

Mi auguro che questo Forum possa essere una opportunità per i Partiti Comunisti di ogni paese per approfondire ulteriormente lo scambio e la cooperazione, perché venga rafforzata l’innovazione teorica del Socialismo e la sua messa in pratica, continuando a dare forte impulso alla “costruzione di una comunità dal destino comune per l’umanità”.

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dal compagno Robert Griffiths – Segretario Generale del Partito Comunista della Gran Bretagna

La costruzione di un mondo dal destino comune è fondamentale per fronteggiare i problemi economici, ambientali, sociali e culturali che affliggono la nostra epoca.
Sul pianeta terra abbiamo una forza comune, noi contribuiremo alla costruzione di un destino comune.
La crisi di sovraccumulazione di capitale del 2008 rimane irrisolta, lo scontro tra i giganti monopoli del Capitale per il controllo delle risorse, dei mercati e delle infrastrutture ha causato ed è causa di guerre fameliche.
La costante militarizzazione dell’Unione Europea, delle attività recenti della NATO e degli Stati Uniti in primis stanno portando a una grave escalation, come stanno dimostrando gli Stati Uniti con il proprio subdolo atteggiamento nei confronti dell’Iran o la Russia mediante sanzioni e manipolazione delle informazioni.
Il crollo e la mancanza di credibilità dei partiti socialdemocratici in Occidente ha causato la diretta ascesa di partiti di estrema destra xenofobi e anticomunisti.
Come Partiti Comunisti dobbiamo solidamente opporci e tornare a essere attori di primo piano. Contro il riarmo e l’instabilità della NATO le forze progressiste e antimperialiste devono ricostruire una piattaforma circondata dai popoli del mondo per un pacifico e comune futuro per i nostri paesi. Diffondere il socialismo e mobilizzazione e politicizzazione delle masse, questi sono i punti fondamentali per la costruzione del socialismo che la Cina sta con successo portando avanti.

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dal compagno Lautaro Carmona – Segretario Generale del Partito Comunista del Cile

Ci avviamo a celebrare il prossimo 70esimo anniversario della RPC guidata dal Partito Comunista e dal Compagno e Segretario Generale Presidente Xi Jinping.
E’ un importante stimolo per chi crede che esista la possibilità che un altro mondo sia possibile.

La situazione internazionale è caratterizzata da un’offensiva dell’imperialismo americano che sta ledendo un valore universale, cioè il diritto inalienabile all’autodeterminazione per la costruzione del proprio futuro.

Sorgono dei problemi nello sviluppo del capitalismo giunto nella sua fase neoliberale e finanziaria, in particolare l’egemonia unipolare dell’imperialismo è oggi messa in discussione da paesi, Cina in testa, che si oppongono alla sua tirannia. Si sta realizzando la speranza che venga frenata l’avanzata del capitalismo selvaggio, ciò è possibile solo grazie all’alto valore umanitario e alle politiche volte all’umanità che hanno caratterizzato e caratterizzano tutt’oggi la Cina nello scenario globale.

Gli Stati Uniti con il Venezuela stanno usando gli stessi metodi criminali che hanno utilizzato contro Cuba: la falsa informazione e il blocco economico. Tutto ciò per sovvertire il giusto corso della rivoluzione bolivariana.

Le conseguenze del golpe in Cile le conoscete tutti, il sovvertimento dei diritti dei lavoratori e del popolo sovrano hanno generato una profonda disuguaglianza sociale che affligge oggi il nostro paese attraverso lo sfruttamento delle ricchezze da parte del grande Capitale internazionale.
Il Cile oggi si trova in una situazione in cui il neoliberismo controlla le redini della società.

La lotta per la pace, per la sovranità dei popoli sono principi irrinunciabili per garantire la convivenza a livello planetario.
La costruzione di un futuro comune nello sviluppo del socialismo costituisce una unità inseparabile; il Socialismo può essere costruito solo tramite lo sviluppo economico, ma non esiste sviluppo se non vi è una eguale distribuzione delle ricchezze.
La lotta per il socialismo oggi si raggiunge con lo sviluppo e con la risoluzione di problemi ecologici tra cui la grave crisi energetica e la crescente crisi idrica.
Vi deve essere un cambio della prospettiva globale e lo sviluppo del partito deve essere parte fondante di questo cambio. Sempre al fianco delle classi lavoratrici e dove vivono le contraddizioni.

Molte grazie.

 

 

 

 

 

Il compagno Chen Xulong 陈须隆 – Direttore del Dipartimento per gli Studi Internazionali e di Strategia, Istituto Cinese per gli Studi Internazionali ICSI

La costruzione di una comunità dal destino comune per l’umanità favorisce la risoluzione della contraddizione tra gli interessi nazionali e gli interessi globali, inoltre è un modello risolutivo per una basilare contraddizione interna, cioè la contraddizione che vi è tra gli interessi del Capitale e gli interessi del popolo. Tale idea permette di acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che è il Villaggio Globale e, soprattutto, è una teoria che mette al centro il Popolo.

 

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dalla compagna Joti Brar – Vicesegretario e Membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Marxista-Leninista del Regno Unito

Cari Compagni,
Come tutti possiamo vedere, la Cina sta affrontando lo sviluppo per una via alla sostenibilità ambientale, prendendo in seria considerazione l’urgenza della questione ecologica e dello sfruttamento delle risorse.
Tutto ciò continuando lo sviluppo di tecnologie di altissimo livello e mantenendosi una importante potenza industriale.
Tutta l’umanità dovrebbe impegnarsi in questa direzione per poter garantire alle future generazioni un mondo migliore.
Ma nel mondo la Cina è l’unica che ha intrapreso questo cammino, e ciò è facilmente comprensibile. La Cina ha la capacità di produrre dei piani a lungo termine e di rispettarne le scadenze. La direzione del governo da parte del PCC, tutt’oggi stabilisce regole per controllare l’economia e per trovare risoluzione ai bisogni delle masse.

Ciò è la chiave del successo del socialismo con caratteristiche cinesi che ha concesso un rapido sviluppo in ogni ambito dell’industria cinese, di tecnologie di alto livello e un miglioramento delle condizioni di vita.
Al nostro Partito è chiaro che è ancora il Partito Comunista Cinese a stabilire le regole, che è vicino al popolo, ha il controllo dell’economia e che è in continuo e poderoso sviluppo.
Tale sviluppo sarà possibile fino a che in Cina la prevalenza socialista sarà mantenuta e fino a che non si andrà a indebolire il rapporto tra il Partito Comunista e le masse.
Ciò andrebbe a minare lo sviluppo cinese e il fondamentale modello di sostenibilità ambientale che oggi rappresenta a livello mondiale.
Noi che viviamo in paesi capitalisti occidentali abbiamo delle ragioni particolari per essere grati alla Cina per la sua lungimiranza e lo sviluppo di tecnologie verdi. Lo sviluppo tecnologico occidentale e la nostra industrializzazione hanno avuto un costo umano ed ambientale altissimo in ogni parte del mondo. I nostri paesi ancora vivono una totalmente sproporzionata distribuzione delle ricchezze, delle  risorse globali, contribuiscono sproporzionatamente alla continua degradazione dell’ambiente e a peggiorare la già grave situazione del riscaldamento globale.
I paesi imperialisti evitano di prendere provvedimenti per rallentare gli effetti del cambio climatico, anzi, sono restii a prendere anche solo un singolo significativo provvedimento in questa direzione. La semplice ragione è che in paesi ove la produzione è guidata dalla sola logica del profitto fare piani di investimento a lungo termine non è ovviamente considerabile. Soprattutto in questa fase, in cui la crisi del capitalismo mondiale è al culmine e in cui si prospettano scenari di guerra e senza esagerare, una pur sempre possibile guerra mondiale.
Il dovere di un Partito Comunista di un paese imperialista è di raddoppiare gli sforzi per consentire alla classe lavoratrice di portare avanti la causa della rivoluzione socialista.
Non vi è una terza via, il capitalismo non è un sistema che possa essere “curato” attraverso riforme e legislazioni.
Solo il socialismo ci può permettere di avviare dei piani economici, implementare strategie a lungo termine per sconfiggere la povertà, le cause delle guerre e ridurre gli effetti del cambio climatico.

Il futuro dell’umanità è il socialismo, contro i barbari e la barbarie.
Nel frattempo, il mondo progressista che si oppone al capitalismo sta guardando alla Cina come alla guida per la causa del socialismo e continua a essere grato per i grandi sforzi che la Cina sta facendo nel risolvere i problemi che sta fronteggiando l’umanità intera.
Spero non si debba aspettare a lungo prima che anche la Gran Bretagna possa unirsi a questa causa.
Concludo dicendo che noi speriamo la Cina possa continuare a prosperare, ma sappiamo anche che fino a quando esisterà l’imperialismo, la Cina sarà in pericolo. L’imperialismo tenterà in ogni modo di distruggere la RPC e ciò che rappresenta, perciò aderiamo, approviamo qualunque modalità/via che la Cina deciderà di intraprendere per difendersi, saremo sempre al fianco del Partito Comunista Cinese. Vogliamo il Socialismo, non l’Imperialismo, e solo uno avrà la meglio.

 

Domanda e Risposta: Studentessa della Università del Popolo:

“Prendendo ad esempio Stati Uniti ed Europa, paesi diversi significa culture differenti e modi di pensare differenti. Dunque come è possibile eliminare le barriere culturali per la costruzione di un destino comune per l’umanità?”

La compagna Joti Brar, Vicesegretario e Membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Marxista-Leninista della Gran Bretagna, risponde:

“Se guardiamo alla storia è molto chiaro, vi sono due modelli per eliminare le barriere culturali. Il primo è il modello imperialista di distruggere e schiacciare ogni diversità e particolarità culturale e l’altro modello è quello socialista, caratterizzato dal rispetto del naturale sviluppo e crescita. Ovviamente tutti noi qui propendiamo per il secondo modello.”

 

 

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dal compagno Jorge Kreyness – Segretario delle Relazioni Internazionali del Partito Comunista dell’Argentina

Sono qui seduto affianco alla compagna del Regno Unito, Gran Bretagna e Irlanda del Nord.
Con l’Argentina vi è stato un conflitto storico per la sovranità sulle isole Malvinas che ha portato a una guerra.
Perciò è molto importante che le forze comuniste e socialiste qui presenti lavorino per costruire per l’umanità intera una comunità dal destino comune che potrà crearsi solo tramite la via del socialismo. Che si possa costruire un mondo senza guerre, ove viga la completa sovranità delle nazioni senza colonialismo, imperialismo o il dominio del capitale.

Il partito comunista dell’Argentina manda i suoi saluti a questo Forum e ringrazia dell’invito il Dipartimento Internazionale del Partito Comunista di Cina.
L’Argentina dev’essere il paese più distante dalla Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, così come la Direzione cinese, con a capo Xi Jinping, si occupa della realtà del proprio paese fino all’ultimo dei suoi cittadini, allo stesso modo estende la sua politica fino a raggiungere i paesi più distanti. E’ una prova del fatto che la Cina è un paese di grande importanza per le relazioni internazionali di questa epoca.

Il Partito Comunista dell’Argentina favorirà sempre il miglioramento delle relazioni tra i nostri Stati.
Una poderosa crescita delle relazioni trovò forte impulso durante il governo di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández de Kirchner, fino al punto di giungere a un accordo strategico integrale.
Malauguratamente, ad oggi, sotto il governo di destra del neoliberista Mauricio Macri, questo processo sta rallentando e infatti, solo per fare un esempio recente, le attuali autorità argentine non hanno tenuto fede agli impegni presi con la RPC per la costruzione di due centrali idroelettriche in Patagonia.
Tale politica ufficiale del nostro paese si somma all’allineamento politico con gli Stati Uniti, nella politica di assedio, blocco e minacce contro il governo venezuelano del legittimo presidente Nicolás Maduro.
L’America Latina e il Caribe stanno contrastando oggi il grave e crescente pericolo di vedere alterata la pace e la sicurezza, così come il rispetto della legge e del diritto internazionale.
Gli storici principi di non ingerenza, di autodeterminazione dei popoli e di risoluzione pacifica delle controversie stanno venendo calpestati per volere di Washington.

Noi, tutte le persone di buona volontà, i popoli e i governi dobbiamo alzare la nostra voce. Noi che aspiriamo a un mondo stabile per condividere come umanità un destino comune dobbiamo utilizzare tutta la nostra intelligenza, tutta la saggezza accumulata per secoli e tutte le forze che abbiamo per frenare i “propulsori” del terrorismo e della guerra.
In questa direzione, la politica estera propugnata durante il 19° Congresso dal Partito Comunista di Cina è un inestimabile contributo alla causa mondiale dei lavoratori e dei popoli che è la causa per il Socialismo. Causa per la quale abbiamo l’assoluta fiducia e sicurezza che Vinceremo!
Molte grazie.

 

 

 

Relazione tenuta il 28 febbraio 2019 dal compagno Manuel Guerra – Segretario del Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista “Patria Rossa” del Perù

Siamo qui perchè tutti crediamo nel socialismo come unica alternativa al Capitalismo per l’umanità.

Stimati Compagni e Amici,

La caratteristica fondamentale del mondo è la rapida evoluzione degli eventi.
Ciò che ieri sembrava stabile non lo è più oggi.
Con la fine della Guerra Fredda si è imposto l’unilateralismo nordamericano la cui crescente egemonia si è estesa fino agli albori del Ventunesimo secolo.
Contro ogni luogo in cui vigeva pace, stabilità, sviluppo e democrazia, la dominazione unipolare nordamericana ha mosso guerra portando sottosviluppo e insicurezza.

Il sistema internazionale sta attraversando una crisi profonda e il mondo si incammina verso il caos globale.

Contrariamente alle dichiarazioni del Presidente Trump secondo cui il mondo intero si è rialzato grazie al rinnovamento e alla guida nordamericana, gli Stati Uniti sono caduti in un periodo di decadenza. I popoli oggi si oppongono all’egemonismo e si pronunciano per un mondo di pace, stabilità, ordine e che tutti i paesi siano trattati come eguali. Si oppongono alle forme di interventismo, condannano l’uso della forza, della depressione economica e dell’ingerenza negli affari interni.
E’ inaccettabile che si ricorra all’uso della forza, alla confusione mediatica, alle sanzioni economiche per sottomettere la volontà di legittimi governi, violando la Carta delle Nazioni Unite. Come è stato fatto contro Cuba, Iraq, Corea del Nord, Siria, Russia, Venezuela, eccetera.

E’ perciò indispensabile costruire un nuovo ordine mondiale, una comunità internazionale di paesi sovrani e eguali, che non ammetta nessuna forma di interventismo, protegga l’integrità territoriale, che favorisca lo sviluppo, il progresso di tutti e di ogni paese, che garantisca la pace, la stabilità e la sicurezza.
Multilateralismo Si! Unipolarismo No! Ma fortunatamente la storia avanza a un mondo multipolare, ciò significa il cambio di un’Epoca.

La convocazione a creare una comunità dal destino comune marcia in questa direzione. Si tratta del maggior progetto umano per un mondo di pace e sviluppo condiviso, di stabilità e ordine.
La nuova Alternativa giunge da Oriente, una delle Civiltà più antiche e più avanzate sta oggi contrastando la Cultura occidentale di guerra, oppressione dei popoli, di schiavismo e colonialismo.

Un futuro distinto e migliore per l’umanità è possibile.
Il pensatore marxista peruviano José Carlos Mariátegui [fondatore del Partito Socialista Peruviano in seguito divenuto Partito Comunista Peruviano] disse che “il socialismo sarà creazione eroica, non sarà né calco o copia, né traslazione meccanica di altre esperienze. Ogni paese deve creare una alternativa a seconda delle proprie condizioni concrete”.
Ripetiamo ancora una volta che il dilemma della nostra epoca rimane sempre o capitalismo, o socialismo.

Grazie.

 
Messaggio tenuto il 28 febbraio 2019 al 27° Forum di Wanshou    dal compagno Luan Jianzhang 栾建章 – Direttore Generale dell’Ufficio di Ricerca, Dipartimento Internazionale, Comitato Centrale del PCC

Il compagno nella Cerimonia di chiusura ha affermato: “Il divergere di opinioni tra i nostri Partiti è naturale, le divergenze in alcune questioni non sono importanti, è fondamentale invece che si stringano relazioni tra sempre più partiti comunisti nel mondo. L’amicizia tra i nostri partiti è vitale per il bene futuro dell’umanità.
Ringrazio i compagni intervenuti, l’Università del Popolo per averci ospitato. Il Forum ha qui termine!

 
Messaggio tenuto il 28 febbraio 2019 al 27° Forum di Wanshou    dal compagno Li Wen 李文 – ex-Vicedirettore dell’Istituto per gli Studi Americani dell’Accademia delle Scienze Sociali

L’avanzamento della nuova idea di costruire una comunità dal destino comune è servita a stabilire un nuovo corso per il Socialismo mondiale contemporaneo, ad aprire un nuovo canale, ad indicare una Nuova Via.
Costruire una società dal destino comune significa che ogni paese ha il diritto a intraprendere la propria strada, a seguire i propri valori e ciò che gli sta più a cuore.
Non vogliamo affatto che le altre nazioni adottino il nostro modello e soprattutto non vogliamo importare, innestare il nostro modello di sviluppo, ogni paese deve trovare la propria particolare Via al Socialismo.

 

 

 

Redazione La Cina Rossa, traduzione propria.

 

Presentazione al libro “Il Volo di Pjatakov” del compagno Marco Rizzo

Video di presentazione del libro “Il volo di Pjatakov” del compagno Marco Rizzo durante l’affollatissima assemblea al Centro culturale Concetto Marchesi del 28 febbraio 2019 a Milano.

 

 

 

Una recensione all’eccellente libro di Alessandro Pascale dal titolo Il totalitarismo “liberale”.

 

 

Consigliamo non solo ai comunisti, ma anche a tutte le persone oneste sul piano intellettuale e a tutti i democratici la lettura dell’ottimo libro scritto da Alessandro Pascale, intitolato Il totalitarismo “liberale” e pubblicato dalla casa editrice La Città del Sole.

Innanzitutto Alessandro Pascale ha il merito indiscutibile di essere riuscito a rovesciare e trasformare, in modo brillante e creativo, proprio il senso, il significato e l’utilizzo politico concreto della categoria teorica del totalitarismo: un concetto elaborato nel 1923 dal liberale Giovanni Amendola e usato quasi subito in chiave e funzione apertamente anticomunista, accomunando e unificando il bolscevismo “totalitario” di Lenin con il presunto-simmetrico fenomeno reazionario fascista, da poco giunto al potere.

Siamo in presenza di una categoria politica che venne ripresa, non certo a caso, dal presunto “iper rivoluzionario” Trotskij durante gli anni Trenta, per cercare a tutti i costi di indebolire l’attrazione esercitata  su scala mondiale rispetto a una parte significativa dei lavoratori, giovani e intellettuali da parte dell’Unione Sovietica, in espansione e diretta da Stalin. Circa dieci anni dopo, a partire dall’inizio della guerra fredda scatenata sempre contro il paese dei Soviet dall’imperialismo occidentale, lo stesso utilizzo politico-propagandistico della categoria di totalitarismo venne effettuata da numerosissimi teorici e intellettuali anticomunisti, spesso presentatisi sotto vesti di sinistra: come nel caso del famigerato “piccolo fratello” George Orwell che, mentre scriveva del “totalitarismo” comunista nei suoi libri, nel 1948 faceva la spia contro gli intellettuali di sinistra proprio per conto degli apparati statali britannici, come evidenzia Alessandro Pascale a pag. 329 del suo libro.

In secondo luogo Pascale riesce a enucleare, con tutta una serie di “fatti testardi” (Lenin), un’analisi dialettica molto lucida rispetto alla questione di Stalin: un processo di chiarificazione storico-teorica che aiuta a spazzare via quella marea di menzogne contro il leader comunista georgiano che, a partire dal 1956, ha contribuito in modo come minimo sensibile a inquinare e indebolire la sinistra antagonista del mondo occidentale; ovviamente grazie anche all’opera di quell’indispensabile cavallo di Troia presente al suo interno e incarnato dall’azione, allo stesso tempo concentrica e incessante, esercitata da forze multiformi quali la socialdemocrazia, l’anarchismo, il trotzkismo e la cosiddetta “sinistra comunista” di bordighiana memoria.

Il libro del compagno Pascale risulta quindi particolarmente importante proprio perché la storia e la riflessione collettiva sui fatti storici, solo apparentemente lontani dal nostro tempo, costituiscono invece una parte importante del nostro stesso presente e dell’attuale lotta di classe ideologico-culturale combattuta su scala planetaria, in modo durissimo e senza soste, tra il socialismo e l’imperialismo, rappresentando l’influente “fronte” politico-ideologico, troppo spesso sottovalutato dai comunisti.

Come ha sottolineato giustamente Alessandro Pascale nella prefazione del suo libro,  “Ovunque prevale  una grande confusione ideologica, la cui origine mi sembra che affondi anzitutto nella distorsione sistematica dei fatti e delle informazioni fornite dai media e dalle più importanti istituzioni pubbliche” (Il totalitarismo “liberale”, p. 15).

A volte la “confusione” tuttavia svanisce, anche mediante libri come quello in oggetto e in via di analisi.

 

Buona lettura.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

 

 

Video di presentazione al libro “Il Volo di Pjatakov” di Daniele Burgio.

Immagini chiarissime e inequivocabili della ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Radek all’inizio del 1932, contenute nel video dell’intervento di Daniele Burgio tenuto presso l’affollata assemblea presso il Centro Culturale Concetto Marchesi.