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Multiverso e sbocchi alternativi: l’effetto di sdoppiamento in Ernst Bloch

Pubblichiamo in anteprima un breve capitolo del libro Effetto di sdoppiamento, il “paradosso di Lenin” e la politica-struttura”, con contributi di Giorgio Galli, Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli e che verrà pubblicato a fine anno.

Lo scritto in oggetto si intitola “Multiverso e sbocchi alternativi: l’effetto di sdoppiamento in Ernst Bloch.”

Buona lettura.

 

 

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli.

 

Multiverso e sbocchi alternativi: l’effetto di sdoppiamento in Ernst Bloch.

 

 

 

 

Sbocchi sporadici ed embrioni parziali della teoria dell’effetto di sdoppiamento sono apparsi anche all’interno della complessa produzione teorica del grande filosofo marxista Ernst Bloch, specialmente attraverso la categoria di multiverso e di tempo inteso da Bloch in qualità di un ordine fluido della pluralità di esseri e di enti che tende verso sbocchi diversi, esiti alternativi e biforcazioni drammatiche.

Come ha notato Mauro Farnesi Camellone, nel suo interessante saggio intitolato “La scienza della speranza. Sul marxismo di Ernst Bloch”, proprio “il tempo cronologico è un progredire simmetricamente suddiviso in spazi uguali; e perciò esso trapassa con violenza “inesorabile” e cioè uniforme. Il determinismo meccanicistico condiziona la figura del tempo nella sua ineluttabilità. Ma al tempo cronologico manca il contrassegno essenziale del tempo storico, cioè la finalità. Bloch guarda al concetto di tempo di Leibniz, come tendenza e finalità insita nelle cose stesse e non al concetto bergsoniano di “durata”. Leibniz ha fatto comprendere il tempo e non soltanto lo spazio come forma attiva delle forze e del loro movimento. Spazio e tempo non hanno un’esistenza assoluta, indipendente dai corpi: se lo spazio è l’ordine della coesistenza dei corpi e il tempo l’ordine delle loro successioni, solo l’esistenza delle monadi ed il loro conatus determina lo spazio e il tempo. Ed il tempo è proiezione in avanti: come in un corpo elastico che viene compresso, la sua dimensione più grande è presente come tendenza, così nella monade il suo stato futuro. Il presente cammina gravido di futuro. Per comprendere la nozione di tempo di Bloch bisogna pensare anche al concetto di spazio di Riemann, paragonabile ad un liquido, ad una posizione e ad un orientamento mobile, cedevole di fronte a forze agenti, un tempo cioè che gli avvenimenti plasmano attivamente. Il tempo delle maree e dello scorrere dei fiumi è veramente denso tanto quanto il tempo in cui si svolge il 1917 russo? Bloch prospetta un multiversum temporale, un intersecarsi di diversi piani del tempo, tempi diversi che coesistono, e non la semplice successione del prima e del dopo; un contrappunto di squilibri temporali fra diversi popoli, classi, individui, tra diverse sfere culturali e sociali. L’osservazione di Marx, per cui l’arte greca continua a vivere anche dopo che le strutture economiche e sociali su cui è cresciuta sono scomparse, dimostra per Bloch non solo la disparità di sviluppo tra struttura e sovrastruttura, ma anche la relativa autonomia della sovrastruttura.

Riappropriarsi della natura come “essente in possibilità” e del tempo storico e naturale come multiversum che tende verso sbocchi diversi significa acquisire una nuova dimensione, percepire diversamente il proprio valore posizionale all’interno dell’universo. Bloch sfugge così all’alternativa fra il determinismo storico, sviluppatosi con la Seconda Internazionale, e il volontarismo rappresentato ad esempio da Lukács in Storia e coscienza di classe. Il fondamento ontologico dell’agire umano è in Bloch visto come slancio in avanti di tutta la realtà, che trova forza propulsiva nella propria incompiutezza.[1]

 

[1] M. Farnesi Camellone, “La scienza della speranza. Sul marxismo di Ernst Bloch”, pp. 2-3, in Rivoluzione Molecolari – Anno 1, numero 1, 2019

 

MODROW, RIZZO E LA FINE DELLA DDR

MODROW, RIZZO E LA FINE DELLA DDR

Nov 22, 2019 | articolo

Centro culturale Concetto Marchesi, Milano, 17 novembre 2019. Iniziativa con Hans Modrow e Marco Rizzo. Si presenta il libro H. Modrow, La perestrojka e la fine della DDR, Come sono andate veramente le cose, Mimesis, Milano-Udine, 2019 [1° ediz. Die Perestroika. Wie ich sie sehe, Edition Ost, Berlin 1998].

Alle 15.08 la sala è gremita e il responsabile chiede che vengano limitati gli accessi. Da una rapida occhiata le presenze si aggirano tra le 150 e le 200 persone. Molti stanno in piedi e alcuni alla fine non riescono proprio ad entrare; ciò nonostante sia stata organizzata la diretta streaming sulla pagina facebook del Partito Comunista – Milano, dove i video rimangono a disposizione dei curiosi.

L’iniziativa, prima ancora di essere iniziata, è già un successo e mostra le potenzialità di un paradigma politico non rinunciatario alla lotta contro il revisionismo storico, che è una lotta anche per ravvivare la riscoperta di un paradigma politico per il presente.

Lo spazio politico c’è insomma.

Nell’introduzione fatta da Manolo Morlacchi, responsabile della casa editrice Mimesis, si precisa che il libro è stato pubblicato originariamente nel 1998, a meno di 10 anni dalla caduta del muro di Berlino. L’opera costituisce la testimonianza dell’ultimo presidente della DDR sulla stagione storica vissuta da protagonista.

Bruno Casati, presidente del centro culturale Concetto Marchesi ricorda il valore storico dei locali della cooperativa Aurora, dove si sta svolgendo l’iniziativa. Siamo nella sala in cui si riunivano i dissidenti del PCI berlingueriano che avrebbe portato ai «sacrifici senza contropartite». Risale ad allora infatti la «presa di posizione del centro» interno al partito e all’intero ceto dirigente italiana; Lipsia era un punto di riferimento per i compagni di Milano, nell’ambito dell’associazione Amici Italia-DDR.

«Noi eravamo addolorati nel 1989 perché avevamo già capito che sulle macerie del muro sarebbe passata la globalizzazione e la guerra. Non abbiamo festeggiato il 9 novembre perché per noi c’è soltanto una data di novembre da festeggiare: il 7 novembre 1917».

Applausi del pubblico.

Coordina il tavolo Morlacchi, che ricorda un breve curriculum di Modrow: studia negli anni ’50 a Mosca economia e alla fine del decennio (1958) diventa parlamentare. Nell’arco della sua vita svolge 61 ruoli dirigenziali per il partito, facendo una severa gavetta. Diventa membro del Comitato centrale della DDR dal 1967 fino al 1989, quando diventa Presidente del Consiglio dei Ministri dal 13 novembre 1989 al 12 aprile 1990.

AVVERTENZA: nel testo che segue il discorso di Modrow è stato riportato nella traduzione fatta in istantanea da un collaboratore. In generale si è cercato il più possibile di riportare la traduzione letterale degli interventi, adattando in certi punti lo stile parlato allo scritto, ma senza modificarne i contenuti sostanziali.

Segue la prima domanda: quali sono le ragioni profonde del crollo repentino, avvenuto in tutta Europa orientale? Perché Cuba e Cina hanno resistito?

Modrow inizia ringraziando per l’invito, poi dopo i convenevoli inizia. Questa la sua riposta:

La questione non è solo storica ma riguarda il presente e il futuro dei nostri paesi. Serve una riflessione collettiva sulle decisioni prese dalla SED. La DDR fu fondata nel 1949. Dal ’45 al ’49 c’erano autorità sovietiche a dettare le condizioni di quel periodo nel paese. Non voglio prendere le distanze dalle decisioni dell’URSS, anzi bisogna ricordare che era prevista l’espropriazione delle banche, delle fabbriche, la collettivizzazione della terra e anche la punizione per i criminali di guerra nazisti per i loro crimini. Bisogna partire da questi elementi per capire gli sviluppi successivi.

Nel 1949 la Germania è stata divisa: a occidente si era creato uno Stato che si presentava come la continuazione dell’antico Reich tedesco. Nella parte orientale nel ’49 pensavamo di compiere una rivoluzione socialista, creando un ordine antifascista e anticapitalista. La decisione fondamentale fu presa al II Congresso della SED nel 1952. Così inizia la costruzione del socialismo.

Quel periodo corrisponde all’inizio della guerra fredda. Ci domandavamo sul rischio che la guerra fredda diventasse una guerra calda. Ciò ha sempre influito molto sui processi politici decisionali della dirigenza.

Lo sviluppo della DDR è caratterizzato dal cambiamento dell’ufficio politico della SED. La prima fase è caratterizzata dalla presenza di Ulbricht fino al 1971, sostituito poi da Erich Honecker che mantiene le redini fino al 1989. C’è stata poi una breve fase di Egon Krenz: dal 24 ottobre 1989 al 6 dicembre 1989.

4 fasi [l’ultima è quella di Modrow, ndr] a cui corrispondono 4 modi di portare avanti la costruzione del socialismo.

È sempre stata importante per noi sempre la solidarietà dei nostri amici nel mondo. Non solo comunisti. Abbiamo sempre lavorato con loro: io ero di Dresda e ho avuto rapporti con Firenze; eravamo uno dei pochi legami con l’Alsazia e Strasburgo (francesi); la SED era presente come partito attivo anche a Berlino ovest e si candidava alle elezioni politiche.

Modrow chiude facendo i ringraziamenti ai compagni presenti e a coloro che hanno dato solidarietà o hanno collaborato con la DDR. Il presente incontro lo considera un’occasione per rinsaldare i legami e capire come si possa collaborare meglio per il futuro, come marxisti e socialisti.

Segue il primo intervento di Rizzo: è giusto fare una riflessione legata a quanto è stata commemorata la caduta del muro dopo 30 anni. Il senso comune ci dice che il comunismo ha fallito, che è un’idea che non c’è più, annichilita dalla Storia. C’è una domanda che dobbiamo porci: se hanno così stravinto perché in questa fase prosegue la campagna propagandistica sulla caduta del muro e sulla svolta della Bolognina? Il PCI ha vissuto una mutazione genetica in un processo collegato ad avvenimenti dell’est Europa. Perché rimarcare questa storia se siamo così sconfitti? Perché il parlamento europeo si è messo a costruire un’analisi storica che equipara comunismo e nazismo? Originale che un parlamento scriva la storia, compito che spetterebbe agli storici. Evidentemente c’è consapevolezza che questa nostra idea di un mondo diverso, non basato sul profitto, oggi, grazie alla tecnologia e alla scienza, potrebbe portare ad un progresso diverso. Forse di questo hanno paura.

Spero che il M5S sia transitorio ma il comunismo rimane l’unico nemico che costituisce un modello di alternativa della società. Sono terrorizzati dalle contraddizioni interne del sistema. L’apologia è il loro modo di reagire a questa crisi. Dobbiamo quindi rispondere. La nostra tesi, come PC, è molto semplice: il socialismo che abbiamo conosciuto non è fallito; è fallita la sua revisione. Dopo il ’56 ci sono stati tentativi di revisionare il socialismo con l’introduzione dell’economia parallela e la decostruzione dell’idea di partito; tutto ciò ha portato a Gorbacev e alla perestrojka. Noi ci rifacciamo alla storia italiana: il partito comunista italiano di Gramsci finisce a Renzi e Zingaretti e Gramsci si rivolta nella tomba. I tentativi del PRC si sono rivelati trascurabili. Il processo di degenerazione parte da lontano: come una foglia di carciofo si è tolta una foglia alla volta: si è cominciato a mettere da parte gli uomini della Resistenza, i loro quadri, poi è arrivato l’eurocomunismo. La terza via non esiste. Sono fallite le socialdemocrazie. L’eurocomunismo è stato un balbettio ma è servito a far cadere il socialismo. L’idea che la democrazia sia un valore universale… Quale democrazia? Quella borghese?!

Se oggi ci fosse l’URSS non sarebbero avvenuti i fatti come quelli della Bolivia o della Libia.

Quando c’era il muro di Berlino non c’era la globalizzazione capitalistica e rimaneva ancora l’articolo 18. L’URSS era un contrappeso. Noi non abbiamo nostalgia. Quelle idee sono oggi ancora più attuali di ieri, grazie alla tecnologia e alla scienza: si può lavorare tutti, meglio. Il socialismo è la società in cui chi produce la ricchezza del paese decide cosa, come, quanto produrre. Siamo gli unici a dirlo nel contesto di una sinistra che resta dentro il mainstream della globalizzazione capitalistica. Hanno cancellato la storia: ad esempio la guerra civile in Spagna. Ci sono ampie omissioni sulle responsabilità inglesi e francesi sull’ascesa della Germania di Hitler. Si pensi all’Austria, ai Sudeti, all’accordo di Monaco…

Hanno cercato di distruggere l’idea del comunismo, l’unica concretizzazione capace di sconfiggere il nazismo. Senza la memoria non c’è futuro.

Morlacchi passa alla seconda domanda sulla perestrojka e sugli eventi dell’ultimo periodo, ricordando come il libro sia un documento storico di valore eccezionale in quanto contiene un resoconto delle riunioni interne al partito. Modrow era all’inizio un sostenitore della perestrojka, ritenuto un processo ineludibile, necessario per riformare una situazione che risultava stagnante. Il ripensamento è radicale e la figura di Gorbacev ne esce con le ossa rotta. Modrow ha avuto diversi colloqui con lui, tracciandone un quadro desolante.

La domanda è: quando Modrow ha capito che Gorbacev era un trucco?

Modrow: il mio libro è stato scritto nel 1998 ed era un momento in cui pensavo fosse importante fare un bilancio di quel che era successo e di riproporre gli ideali del socialismo, coinvolgendo tutte le forze marxiste, comuniste, socialiste, socialdemocratiche, per fare analisi seria degli errori compiuti per evitare di ripeterli in futuro. Le considerazioni sul passato non sono facili. Quando ho scritto il libro non è stata una passeggiata. Ho dovuto farmi forza per analizzare con un certo distacco, con spirito critico e autocritico gli errori e le manchevolezze del nostro sistema. Un confronto fatto con gli altri e con me stesso.

Gorbacev arrivava dopo il susseguirsi di tre segretari del PCUS in pochi anni. Lui era il quarto, giovane, che proponeva cose nuove, innovazioni nel campo della costruzione del socialismo, delle idee; un vento nuovo che non ci lasciava indifferenti nella DDR. Era un discorso interessante.

Nella SED qualcuno non accettava così facilmente queste idee innovative. Pensavano che fosse tutto giusto e che non ci fosse bisogno di riforme. C’era dibattito nel partito.

Noi della DDR avevamo ottimi rapporti con l’URSS, dove mi recavo spesso per consultarmi con amici e compagni. Dal 1987 constatavo un netto declino economico e problemi sociali sempre più marcati. Percepivo un’atmosfera piuttosto critica nei confronti di Gorbacev. Contemporaneamente notavo come nel mondo occidentale Gorbacev venisse visto come il grande eroe, in lotta per la pace e per il cambiamento. Cominciai a pensare di dover portare avanti una riflessione su basi scientifiche. Le mie riflessioni sono un invito a dibattere e confrontarsi.

Rizzo ha iniziato a parlare della caduta del muro ma bisogna prenderla in maniera più larga. Perché era stato costruito il muro? Ci sono dati necessari per trarre adeguate conclusioni finali.

Ero presente a Berlino est il 5 giugno 1961, giorno in cui Chruscev e Kennedy si sono incontrati a Vienna: la questione era se iniziare una nuova guerra per Berlino. Chruscev ha detto a Kennedy di aver visto già tre guerre (1° g.m., guerra civile 1918-21, 2° g.m. a Stalingrado) e di non volerne vedere una quarta. Il muro diventò un modo per garantire la pace da parte dei sovietici.

La creazione di una frontiera che andava dal Mar Baltico fino al Mar Nero è un’operazione che portato più sicurezza e pace in Europa. La costruzione di questa cortina di separazione ha però anche approfondito la guerra fredda. Bisogna tener presente un altro momento storico: nell’agosto 1989 a Bucarest si incontrano i rappresentanti delle nazioni che avevano costituito il patto di Varsavia: Gorbacev dichiara che da questo momento ogni paese del patto può agire secondo la propria ispirazione e non ritiene più i paesi del patto legati dalla solidarietà e responsabilità nei confronti degli altri. Subito dopo l’Ungheria apre le sue frontiere ricevendo come regalo 2 miliardi di marchi tedeschi.

Arriviamo al 9 novembre. Incapacità di alcuni membri della direzione della DDR: alcuni (tra cui Krenz) hanno detto “apriamo le frontiere” senza però dare chiare indicazioni alle guardie di frontiera, che per evitare confusioni le hanno aperte totalmente.

La mia posizione politica in quei momenti: il 17 novembre ’89, una settimana dopo la caduta del muro vengo eletto presidente dei ministri della DDR. Ho dichiarato subito che la DDR non dovesse essere distrutta, doveva continuare ad esistere; ho dichiarato la necessità di mantenere il socialismo ma di avviare riforme per migliorare le condizioni delle masse popolari. Questa posizione era appoggiata dal 70% dei cittadini. Un mese dopo l’80% dei cittadini approvava queste decisioni.

A metà dicembre il ministro degli affari esteri degli USA viene in DDR per confrontarsi con me sul futuro della DDR. Ciò significava riconoscere che la DDR in quel momento veniva ancora considerata uno Stato con tutte le sue funzioni. Il 23 arriva Mitterrand. A gennaio il ministro degli esteri inglese. Con tutti ci siamo rappresentati e confrontati come rappresentanti di Stati sovrani. Gli occidentali non avevano una strategia unica.

Ci sentivamo abbandonati dall’URSS, che non ci dava indicazioni e valutazioni sugli avvenimenti in corso.

Gorbacev incontra Bush a Malta il 2 dicembre ’89: si presenta impreparato senza avere una posizione sulla questione tedesca. Il 4 dicembre incontro Gorbacev e mi rendo conto della sua insicurezza; ho la sensazione che le cose stanno andando male. Qualche giorno dopo avviene il ritrovo del Comecon: ci rendiamo tutti conto (compreso Ceausescu) che l’URSS non era più interessata a mantenere un’integrazione economica dei nostri paesi. Il 30 gennaio incontro con Gorbacev a Mosca: insisto dicendo che DDR deve rimanere unita. Se dovesse avvenire un processo di unificazione con l’altra Germania bisognerebbe prevedere un periodo lungo (4-5 anni) e insistere sul fatto che la Germania unita avrebbe dovuto essere neutrale a livello militare, non aderente cioè alla NATO. Queste le indicazioni che ho dato ai miei collaboratori. Il ministro americano intanto si reca a Mosca e Gorbacev apre all’idea che la Germania unificata possa entrare nella NATO. La Germania federale inizia a muoversi in tal senso. La DDR viene abbandonata e il rapporto di forza lavora contro di noi.

Questione che riguarda l’Europa: si è creato un nuovo rapporto di forze che purtroppo ha portato ad una confusione da un lato, alla mancanza di sviluppo di libertà oltre che allo sviluppo di forze nazistoidi di destra: in Austria, in Germania (dove sono diventati il primo partito di opposizione). Occorre non partire dalle fantasie ma dalla situazione reale, considerando anche lo sviluppo della lotta di classe; occorre intervenire sulle situazioni concrete. Sono stato in Russia per l’anniversario della Rivoluzione e ho parlato con i compagni eredi del PCUS per rinnovare i legami di solidarietà e collaborazione internazionalista.

Il secondo intervento di Rizzo: emerge la responsabilità enorme di Gorbacev, uno che ha tutti gli argomenti per capire in che mondo viva. Oggi in Italia non ci rendiamo conto dell’aggressività dell’imperialismo perché i fatti che ci vengono posti davanti sono tutti da una parte sola. Si dimentica facilmente. Il 99% degli italiani è convinto che la NATO sia nata dopo il Patto di Varsavia. La NATO è un’alleanza politico-militare aggressiva nata nel ’49, il Patto di Varsavia 6 anni dopo. Nessuno sa che il muro di Berlino fosse interno alla DDR, non al confine tra i due Stati. Nessuno conosce le provocazioni che avvenivano quotidianamente a Berlino.

In Germania ovest era stato preservato l’apparato nazista, a seguito del tradimento degli accordi della conferenza di Potsdam che prevedeva l’arresto e il giudizio dei dirigenti del partito nazista; questi invece sono stati inglobati attivamente nei servizi segreti di quei paesi.

Ci ricordano Budapest, Praga. Ma in quegli anni l’imperialismo aveva una forza bestiale. Oggi non lo sappiamo ma all’epoca Gorbacev sapeva. Prende in mano il paese in un contesto di palese difficoltà. Non c’è stato però rinnovamento nella continuità del socialismo ma ha abbandonato tutto; anzitutto ha responsabilità grosse nella scelta dei gruppi dirigenti. Errore che in Italia ha fatto anche Berlinguer. Shevarnadze e Eltsin sono stati cooptati da Gorbacev, che ha messo l’ideologia nelle mani di Jakovlev, uno che al tempo di Breznev era stato mandato in punizione a fare l’ambasciatore per 6 anni in Canada. Jakovlev probabilmente è stato cooptato dai servizi segreti occidentali. Questi tre (Shevarnadze, Eltsin, Jakovlev) fondano un altro partito: Piattaforma democratica.

A quel punto lo Stato cerca nel ’91 di riprendere il controllo ma era troppo tardi. Le infiltrazioni occidentali erano troppo forti. Gorbacev è un traditore, uno che magari non è stato pagato dall’inizio ma che ha tradito le sue idee. A Malta vende la testa di Ceausescu con Bush. In quei paesi non avvengono rivoluzioni colorate; viene selezionato un rapporto specifico tra le polizie segrete di quei paesi. Emergono accordi tra le fazioni interne “gorbacioviane” di quei paesi, in contatto tra loro, che irrompono e destabilizzano i servizi d’ordine locali, che a quel punto crollano.

Luttwak è un politologo vicino alla CIA. In un’intervista ammette di aver finanziato il terrorismo islamico in Afghanistan, perché è servito per distruggere il male costituito dall’URSS, che altrimenti avrebbe trionfato nel mondo.

Ciò si collega a quello che accade in Bolivia e ai limiti del socialismo del XXI secolo in America Latina. Morales ha governato per 15 anni ma non è riuscito a controllare le forze dell’ordine. La democrazia è limitata. Non c’è spazio per chi vuole davvero cambiare il sistema. L’alternanza è solo tra figure compatibili. Il socialismo dal volto umano non esiste. Chi parla di ciò è un incompetente.

Morlacchi ricorda una telefonata di Falin con Gorbacev: «ci stanno accollando il peso dell’annessione. La fusione meccanica di due economie profondamente diverse darà senza dubbio origine a conflitti sociali e ad altri problemi di natura strutturale. Tutti i costi morali e politici saranno attribuiti all’Unione Sovietica e alla sua creatura, la DDR. […] diverse centinaia di migliaia di persone rischiano di essere messe sotto processo».

Gorbacev: «ho capito, vai avanti».

Fallinn: «il minimo su cui occorre insistere è la non partecipazione della Germania a un’organizzazione militare, come per esempio non vi prende parte la Francia [riferimento alla NATO, ndr]. Il minimo del minimo è almeno il non stazionamento di armi nucleari su tutto il territorio tedesco. Secondo i sondaggi, l’84% dei tedeschi è per la denuclearizzazione del paese.

Terzo: tutte le questioni relative alla nostra proprietà, in particolare nella DDR, devono essere risolte prima della firma di qualsiasi accordo politico. Altrimenti, a giudicare dall’esperienza della Cecoslovacchi e dell’Ungheria, ogni questione relativa alle relazioni tra paesi rimarrà imbrigliata in dibattiti senza risultati. I nostri esperti dovranno imparare a fare la contabilità non meno degli americani e, per esempio, quando si solleveranno le questioni ecologiche, dovranno preparare un inventario specifico dei danni ambientali causati dall’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, nel caso in cui i tedeschi sollevino questioni ecologiche».

Gorbacev: «farò il possibile. Temo che ormai abbiamo perso il treno».1

Domanda di Morlacchi: Honecker non era d’accordo con la perestrojka. Perché il Politburo vota all’unanimità per le dimissioni di Honecker?

Modrow: sono d’accordo con Marco sulla questione di Potsdam. Noi non abbiamo permesso a nessun ex nazista di avere posti di responsabilità nello Stato.

Vorrei parlare di quello che mi è successo dal 1956 al 2012: sono stato posto sotto sorveglianza dai servizi segreti della RFT, che monitoravano 71 mila cittadini della DDR. Certo anche noi facevamo operazioni di sorveglianza: volevamo vedere ad esempio quanti ex nazisti entravano dentro i servizi militari della NATO. Il nostro servizio di sorveglianza doveva garantirci contro un’eventuale aggressione.

Ho intentato una causa contro il governo della repubblica federale tedesca per avere accesso ai dati che mi riguardavano. Non è stato concesso. I servizi non vogliono far sapere che mi spiavano. Conoscere i modi operativi con cui agiscono i servizi potrebbe portare a farmi capire come funzionavano: è a rischio la sicurezza dello Stato federale. La lotta di classe tuttora è in atto. Gli stessi servizi di prima sono quelli di oggi. La lotta di classe non è per niente finita.

Ho voluto avere accesso agli atti non per curiosità ma per potermi confrontare sugli eventi passati. Ad esempio per poter difendere degli agenti della STASI e per capire meglio le dinamiche interne della DDR.

Nel mese di luglio del ’91 ero in Crimea, durante quello che viene chiamato il putch di Mosca. Finora circolano più leggende che fatti reali sugli accadimenti. Rivelare i fatti reali potrebbe meglio dimostrare il tradimento di Gorbacev e dei suoi collaboratori.

Quello che è successo in quei giorni è che già all’inizio di luglio Gorbacev aveva escogitato un nuovo programma per il partito dell’URSS: Gorbacev lavorava ad un suo partito socialdemocratico per poter determinare i futuri governi dell’URSS. Anche un altro punto del programma, rivelato il 20 agosto, prevedeva nuove strutture per l’URSS e i popoli che ne facevano parte. Dopo aver presentato questi punti Gorbacev se ne è andato in ferie in Crimea, lasciando la situazione in mano ai suoi collaboratori.

Il 4 agosto ’91 ho incontrato Janaev, il braccio destro di Gorbacev di quel periodo. Mi ha confermato che era proprio questa l’intenzione di Gorbacev: già nel mese di agosto avrebbe dovuto nascere una nuova confederazione di Stati socialisti, ponendo fine all’URSS. Anche in ottobre ci sarebbe dovuto essere un congresso per trasformare i partiti comunisti in chiave gorbacioviana.

Si è creata a quel punto una situazione molto particolare: né Gorbacev né i “putchisti” hanno preso il potere. Si introduce Eltsin, d’accordo con i rappresentanti della Bielorussia e Ucraina, che gli danno pieno appoggio. Questa presa del potere è stata l’effetto degli errori di Gorbacev, che ha fatto implodere l’URSS. Gorbacev ha tolto la stabilità all’URSS. Cosa ha comportato nel mondo? Una trasformazione dei rapporti di forza: manca poco per vedere le truppe della NATO ai confini con la Russia. I pericoli di guerra da allora sono cresciuti in modo esponenziale a tutte le latitudini ed in ogni area del mondo.

Questa sua incapacità ha fatto sì che il 25 dicembre ’91 la bandiera rossa del Cremlino venisse ammainata, sostituita dalla bandiera della Russia. 4 anni dopo Gorbacev sperava ancora di svolgere un certo ruolo nelle vicende russe. Si è presentato con il suo partito socialdemocratico prendendo meno dell’1% dei voti. Il popolo russo aveva capito che non poteva fidarsi di quest’uomo. Per l’Occidente nonostante ciò Gorbacev rimane un grande uomo che ha inciso sulla realtà del mondo. Lui ora si è sistemato, ha avuto fondi per la sua fondazione, ha una bella villa.

Terzo intervento di Rizzo: leggo la prima pagina de La Stampa di Torino al tempo del tentato golpe: «Urss, colpo di Stato», «caos in borsa». Andreotti: «fatti loro». Andreotti aveva capito che il ruolo dell’Italia dopo la guerra fredda sarebbe cambiato radicalmente.

Tutta quella dirigenza dei paesi socialisti è una dirigenza che arriva dai processi della destalinizzazione. Ho letto il libro Il crollo (1991) di Honecker. Racconta come avesse un ritratto di Stalin che ha tenuto sempre coperto. Nel ’91 l’ha “scoperto”, togliendone la copertura. È un fatto indicativo. Cosa è successo in questi, in quegli anni? Noi non siamo storici, siamo militanti politici della più grande idea: il cambiamento del mondo in senso socialista. Dobbiamo dire chiare le cose. Di fronte al “nuovo” e al “vecchio”, diciamo che il comunismo è un’idea giovane. Il capitalismo ha più di 800 anni. Diffidate di quelli che vi parlano di innovazione. Io non sarò mai uno innovativo. Le nostre idee non hanno bisogno dell’aggettivo “nuovo”. Noi abbiamo le ragioni della Storia dalla nostra parte. Se noi non siamo indipendenti e convinti delle nostre idee. Noi siamo irriducibili ai nostri principi, tanto quanto siamo creativi e aperti per costruire il comunismo anche con i non comunisti. Occhetto diceva che noi dovevamo farci contaminare dalle altre idee. Ci hanno contaminato [sottinteso purtroppo, ndr]. Noi abbiamo la ragione dalla nostra parte: l’idea del nuovo sta dentro di noi.

DOMANDE DAL PUBBLICO E RISPOSTE

C’è stato tempo anche per alcune domande dal pubblico:

1) cosa fare per evitare il ripetersi dell’ascesa del nazifascismo?

2) si è parlato delle cause del crollo del muro e del socialismo nell’est. Si è parlato meno delle cause della costruzione del muro. È vero il mito per cui il muro sia stato un modo per evitare ai cittadini DDR di scappare?

3) perché Honecker venne esautorato ad un certo punto? Cosa si dissero nell’ottobre ’89 Ligacev e Honecker in un fondamentale incontro?

Modrow: alla prima domanda risponde che ogni paese deve sviluppare i propri anticorpi. Bisogna sempre ricordare che il nazismo è stato sconfitto nel ’45 a Berlino, non nel ’44 con lo sbarco in Normandia. Bisogna sempre ricordare il peso portato dall’URSS nella sconfitta del fascismo. Non ci sono paragoni storici a tal riguardo.

Alla seconda sul muro: si dice sia stato distrutto per garantire la libertà dei cittadini della DDR, cosa ripetuta dai partiti borghesi. Non dobbiamo però dimenticare, e oggi molti cittadini se ne rendono conto, che avevano molti più diritti ieri di adesso. Il diritto al lavoro oggi è inesistente; i diritti delle donne, che erano molto più tutelate e avevano ampie protezioni sociali, oggi sono scomparsi. Il territorio dell’ex-DDR si sta spopolando: 2 milioni di cittadini dell’est si sono trasferiti all’ovest negli ultimi anni. Si è passati da 16 a 14 milioni di abitanti perché non c’è sviluppo. Si vuole cancellare le conquiste di quella parte del paese. Ciò a seguito dello smantellamento del settore industriale costruito in epoca socialista.

Sulla terza domanda: il trattato che era stato votato in parlamento per unificare le due “Germanie” non ha visto il mio voto favorevole. Non sono d’accordo con quanto sta succedendo oggi nella Linke: si verifica uno spostamento verso il centro di questo partito. Non è necessario tornare indietro verso Marx, ma andare avanti con Marx, guardando al futuro. Lo spostamento al centro comporta sempre più compromessi con le forze che rappresentano il capitalismo sfrenato da animale selvaggio che sottolinea l’aspirazione al carattere imperiale della Germania che fu. Si dice spesso che la Germania stia diventando europea. Si sta verificando che l’Europa sta diventando tedesca. Qui a Milano c’è un’atmosfera positiva di confronto. Dobbiamo continuare a dialogare, litigando se necessario, ma sempre nel rispetto degli avversari che ci si trova davanti. Le discussioni vanno fatte sapendo mantenere l’unità.

Interviene anche Rizzo che alla prima domanda risponde che dobbiamo dire una cosa importante: occorre distinguere i fascismi e il nazismo, due cose diverse dalla democrazia borghese. Il capitalismo è diverso dai fascismi e dal nazismo? No. Nel momento in cui il capitalismo è in difficoltà nei confronti di un movimento operaio comunista che possa imporne il cambio, il capitalismo utilizza il fascismo per frenare e bloccare tale processo. Probabilmente l’Europa non ha ancora bisogno del nazismo e del fascismo. L’importanza oggi è il consumo, non un conflitto. L’ultimo tentativo di colpo di Stato in Europa è del 1981 in Spagna, ma il nascente capitalismo spagnolo non aveva più bisogno del fascismo. Oggi in Europa non ce n’è bisogno ma non escludo che in futuro possa essere un’ipotesi tenuta in considerazione delle classi dirigenti. Pensiamo all’esempio dell’America latina.

Sulla vicenda del muro: c’erano provocazioni. Gli americani ne combinavano di tutti i colori. Occorre parlare del fenomeno alla luce di quel che accade oggi: l’ostalgie. Preferivano quell’altro sistema. Come mai allora poi votano per i fascisti? Non è la stessa cosa qua da noi? Gli operai, le periferie, i lavoratori sono incazzati. Votano la Lega perché noi non riusciamo ancora a costituire una vera alternativa che parli alla nostra gente con linguaggio, titoli e sostanza che la nostra gente si aspetta. Il partito comunista non è il partito dei gusti sessuali e alimentari. È il partito della classe operaia e dei lavoratori [applausi dalla sala, ndr]. Se ricominciamo dal lavoro come punto nodale, principale, possiamo trovare il sostegno della gente e far capire che la Lega è il piano B del Capitale.

CONSIDERAZIONI FINALI

Il fatto stesso che Hans Modrow, presidente onorario della Linke, partecipi ad un’iniziativa con Marco Rizzo, segretario nazionale del PC, è in sé una notizia. I due partiti non appartengono infatti ad organizzazioni comuni. Linke è oggi assieme a Syriza l’organizzazione più moderata non solo del GUE-NGL, ma anche della Sinistra Europea, e al suo interno è forte la pressione per stringere accordi di governo con la socialdemocrazia tedesca ed europea. Il PC invece, dopo le prime aperture sulla Cina, sta tentando di allargare il campo e aprirsi al confronto con altre organizzazioni (vd i colloqui, pur infruttuosi, con PCI e PaP), forte degli ultimi risultati elettorali (Europee e Regionali in Umbria) e delle iniziative di piazza (vd 5 ottobre 2019 a Roma) che lo hanno accreditato come la principale forza politica nel campo della sinistra anticapitalista e comunista.

L’incontro con Modrow, scettico sullo spostamento al centro di Linke, apre ad un dialogo importante con il PC e, si spera, con l’intera area della Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa. Certamente le posizioni di Modrow non necessariamente rispecchiano la maggioranza di Linke, e c’è da chiedersi quanti anche dentro la Sinistra Europea le farebbero proprie. È però importante che continuino ad esistere certi orientamenti anche in organizzazioni che mantengono una presenza politica significativa in uno dei cuori dell’imperialismo occidentale.

Il PC non ha problemi invece a cavalcare le posizioni di Modrow, portandole ad esempio per confermare le proprie tesi. Nonostante non sia ancora un’organizzazione capace di incidere significativamente sulla società italiana la sua crescita in termini di radicamento territoriale e di organizzazione si accompagna ad un’incidenza elettorale che si attesta intorno all’1%. Nella debolezza maggiore in cui si muovono le altre organizzazioni, specie dal punto di vista ideologico, il PC sta emergendo come punto di riferimento politico per migliaia di compagne e compagni. Questo è un dato di fatto, che viene per ora solo parzialmente scosso dalle recenti dimissioni del numero due del partito, Alessandro Mustillo, uno dei fondatori del Fronte della Gioventù Comunista.

La riscoperta della Storia e la condanna del revisionismo che ha caratterizzato le vicende del movimento operaio e comunista dal 1956 in poi sono alcuni dei grandi punti di forza del PC, che gli permette di offrire una vulgata forse non ancora pienamente soddisfacente, ma che ha i suoi punti di solidità senz’altro più avanzati di chi ancora condanna senza appello il “socialismo reale”. Dire le cose come stanno, ossia che Gorbacev è stato effettivamente un traditore, è sicuramente un passo avanti. I dati sono sufficienti per fare una simile asserzione senza esagerare. La messa a punto della questione conferma la tesi che la caduta dell’URSS e del blocco socialista non fossero degli esiti inevitabili, ma che in una certa misura siano stati politicamente precipitati e manovrati in modo da portare ad un’implosione del sistema. La fine dell’URSS, come della DDR, non erano insomma esiti obbligatori, tant’è che tutti, anche in Occidente, si sono stupiti della rapidità del loro processo di disgregazione. Le storture e le inadeguatezze del sistema socialista, che bisognerebbe affrontare in maniera più approfondita, potevano e dovevano essere superati con una serie di riforme, ma non certo nelle modalità avviate da Gorbacev.

È certamente motivo di discussione capire quali riforme sarebbero state più adeguate, ma è altrettanto fondamentale capire come sia stato possibile che uno come Gorbacev, dichiaratosi a posteriori esplicitamente socialdemocratico, sia riuscito a scalare le vette del partito. Se vogliamo spostare il discorso, vale lo stesso discorso per Chruscev e, in Italia, per la generazione post-berlingueriana. Non è stata data inoltre risposta alla domanda posta due volte da Modrow: perché l’intero Comitato Centrale della SED ha votato unanime per rimuovere Honecker dai suoi incarichi istituzionali? Possibile che il partito non fosse in grado di ragionare e sopravvivere autonomamente senza il supporto e il “consiglio” dell’URSS? Addossare la colpa alla degenerazione del PCUS non fa che mostrare o che la SED non avesse autonomia politica, o che il suo gruppo dirigente si sia rivelato inadeguato per poter gestire la situazione da solo. Rimane aperto il problema, precedente al 1956, che ho segnalato nelle conclusioni politiche sulla costruzione del socialismo in URSS:

«Il Partito di avanguardia leninista si era rivelato il mezzo migliore per fare la Rivoluzione, ma il passaggio al Partito di massa, tanto necessario per dirigere un Paese immenso, diventò assai problematico, scontrandosi in primo luogo con la difficoltà di fornire un livello di formazione e preparazione politica adeguati alla base militante, ma anche ai quadri intermedi e superiori».

La questione va insomma sicuramente problematizzata e analizzata ulteriormente. Sul tema ho ragionato nelle conclusioni dell’opera Storia del Comunismo. Nel frattempo la testimonianza di Modrow è sicuramente di massima importanza e costituisce una fonte preziosa per comprendere meglio gli ultimi giorni della DDR e le cause contingenti che hanno precipitato il blocco socialista alla sua disgregazione in Europa. L’analisi del passato e la confutazione delle falsità borghesi sono aspetti necessari per qualsiasi tentativo serio di ricostruzione per il presente. Costruire progettualità politiche con chi invece continua a sostenere tesi storiografiche e politiche controrivoluzionarie e borghesi non può portare ad altro che a costruire castelli di sabbia destinati ad infrangersi alla prima mareggiata. In certi casi è meglio andare da soli che male accompagnati, come mostra il caso di Gorbacev e di tanti compagni di viaggio che alla fine si sono dimostrati più opportunisti che comunisti.

Alessandro Pascale

1Dialogo riportato a pp. 132-133 della presente edizione Mimesis.

Lenin, Rockefeller e la politica-struttura

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

La storia pluridecennale della nazione di regola considerata più liberista e antistatalista, e cioè gli Stati Uniti del periodo 1776-1918, serve a supportare concretamente le splendide e geniali tesi leniniste secondo le quali la politica costituisce “l’espressione concentrata dell’economia” (Lenin 1921, “Ancora sui sindacati”) e che quindi di conseguenza, oltre alle sovrastrutture politiche si riproduce costantemente anche una “politica-struttura”, una politica rinvigorita con dosi massicce di potenza economica e scelte economiche.

In altri termini l’esperienza concreta degli Stati Uniti dei lunghi decenni compresi tra il 1776 e il 1918, nell’epoca del presunto “liberismo economico” e dei miliardari “creatisi da soli”, quali ad esempio i celebri Vanderbilt e Rockefeller, rappresenta e si dimostra una sorta di pesantissimo stress-test e una verifica empirica particolarmente impegnativa per la sofisticata ma realistica teoria leninista, in questo settore attualmente quasi sconosciuta e quasi mai utilizzata tra i marxisti, relativa all’importanza costituita per la  sfera produttiva e sui rapporti sociali di produzione e distribuzione dalla politica, da intendersi come politica-struttura ed espressione concreta dell’economia.

Rispetto al preliminare processo di definizione teorico, si è già notato come all’interno della specifica categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste, rientrino le teorie, ideologiche e utopie politico-sociali, gli scontri per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali tra stati,  oltre alle lotte costituzionali e quelle aventi per oggetto la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali.

Per quanto riguarda invece il processo di focalizzazione sulle coordinate della politica-struttura, tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e dagli apparati statali sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

È già stato ricordato che, almeno per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx, nel ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale.

La politica-struttura venne intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815.

Politica-struttura valutata dal geniale pensatore di Treviri anche come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia,  oppure come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale, oltre che in qualità di politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale, oltre che a “continente” teorico-pratico che si materializza e si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e negli appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961.

A questo punto si può passare alla verifica e a un particolare stress-test empirico delle tesi in esame utilizzando un ottimo libro del 2002, scritto dal ricercatore statunitense Kevin Phillips e intitolato “Ricchezza e democrazia. Una storia politica del capitalismo americano”: un testo ben documentato e simultaneamente insospettabile sul piano politico visto che, come ha sottolineato anche Michele Salvati nella sua breve introduzione all’eccellente saggio in oggetto, sicuramente “Phillips non è un radicale, non è un populista di sinistra che ce l’ha con i ricchi per partito preso”.[1]

Primo elemento di riscontro concreto per la teoria della politica-struttura: durante la guerra di indipendenza americana contro il colonialismo britannico, a partire dal 1776 gli approvvigionamenti e gli appalti statali di tipo civile e bellico crearono grandi fortune e ricchezze, assieme alla pirateria appoggiata e legittimata dal nascente governo statunitense e attuata con successo dai “predoni-corsari-capitalisti” della costa orientale degli Stati Uniti.

Phillips attesta che “ancora una volta, la finanza di guerra e le responsabilità degli approvvigionamenti diedero i frutti attesi. A Filadelfia, il beneficiario numero uno fu Robert Morris, inizialmente capo della commissione acquisti del Congresso e poi (dal 1781) sovraintendente alle finanze. Tra 1775 e 1777 quasi un quarto degli appalti concessi da Morris andò alla sua stessa ditta, la Willing and Morris; e il suo portafoglio venne ulteriormente gonfiato dalle predazioni, coordinate in gran parte dal suo socio William Bingham, nominato agente principale del Congresso nei Caraibi. Come vedremo, Morris aveva una partecipazione nella Bank of North America, un istituto di credito formalmente privato ma in realtà quasi pubblico. Tali erano le sue vanterie in campo finanziario che Morris si sarebbe potuto ritenere l’uomo più ricco d’America nel biennio 1782-83. Non è affatto da escludere che abbia messo assieme il primo milione prima dell’armatore Derby. Viene ricordato come «il finanziatore della Rivoluzione», ma uno storico afferma che la verità «è esattamente opposta: fu la Rivoluzione a finanziare Morris».

Un altro importante beneficiario della guerra fu William Duer, fornitore principale del commissariato militare di New York. Poi veniva Jeremiah Wadsworth, capo commissariato per il Connecticut, lo «stato degli approvvigionamenti di guerra» dal 1775 al 1779. Gli storici hanno collocato sia Duer sia Wadsworth in un vero e proprio «network degli acquisti», che operava in collusione con l’ufficio di Morris e che sarebbe tornato a collaborarvi nella gestione della finanza postbellica.

Benché le generazioni successive l’abbiano dipinta in modo assai più nobile, la Rivoluzione americana fu un altro grande intreccio di interesse pubblico e profitto privato; e come nelle guerre contro i francesi, la corsareria avrebbe costituito il business più redditizio in assoluto. I sette anni successivi l’autunno 1775 videro salpare, sotto le insegne degli Stati Uniti o di uno dei tredici stati coloniali, quasi duemila vascelli di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, dal bialbero alla fregata”.[2]

Per quanto riguarda invece il secondo livello di controllo dell’“intreccio di interesse pubblico e profitto privato” derivante dalla storia dell’importante città di Boston nel 1783-1813, Phillips rilevò che “l’analisi dei primi registri tributari della città per gli anni 1771, 1780, 1784 e 1790, lo storico delle colonie John Tyler documentò, due secoli dopo, una sostanziale rivoluzione nella composizione della ricchezza bostoniana. Nel 1780 diversi uomini legati alla corsareria e al business delle forniture militari stavano entrando nell’alta società. Nel 1784 erano ormai proiettati verso i massimi livelli. I cinque maggiori contribuenti del 1790 erano, nell’ordine: Thomas Russell, mercante e capitano di nave corsara; John Hancock, mercante, contrabbandiere e capitano di nave corsara; Joseph Barrell, appaltatore di forniture per la flotta francese; Mungo Mackay, distillatore e capitano di nave corsara; e Joseph Russell, mercante e capitano di nave corsara.

Quello di Boston non è certo un caso isolato. Negli anni Novanta del Settecento, i patrimoni derivanti dalla  corsareria e dall’amministrazione delle finanze governative rappresentavano la principale fonte di ricchezza degli Stati Uniti. Gustavus Myers, in History of the Great American Fortunes, accomunava le fortune derivanti dalla corsareria e le fortune derivanti dall’attività armatoriale perché era impossibile stabilire quanto si guadagnava dalla cattura di un mercantile britannico carico di zucchero nel 1781 e quanto si guadagnava dalla vendita di un carico di caffè, di cotone e di pepe giavanese vent’anni dopo.

Oltre a mostrare un «evidente» sovrapposizione tra la predazione del periodo bellico e la conseguente ricchezza, l’analisi dei primi registri tributari della città di Boston metteva in evidenza il secondo elemento: gli appalti governativi e le ricche forniture di guerra. Thomas Russell, l’uomo più ricco di Boston, era stato anche il fiduciario occulto di Robert Morris, il capo della commissione acquisti del Congresso e l’uomo più ricco di Filadelfia. Joseph Barrell riceveva una provvigione del 5% –  in luigi d’oro (la moneta francese)  – sulle forniture acquistate per conto della flotta francese. Altri due super ricchi, posizionati poco al di sotto dei cinque che abbiamo elencato prima, erano Caleb Davis, concessionario di stato per la vendita delle navi catturate e rappresentante su Boston del ministero continentale della Guerra, e John Bradford, concessionario delle prede per la marina continentale. Nathan Appleton, che sarebbe stato uno dei protagonisti dell’industria tessile del Massachusetts, nel 1813 «doveva gran parte della sua ascesa economica e sociale al ruolo di funzionario continentale dei prestiti per il Massachusetts». In sostanza, «gli appalti governativi offrivano un accesso ancora più sicuro alla ricchezza di quanto non facesse la corsareria».[3]

Quindi “appalti governativi” per e nei “liberisti” Stati Uniti del 1776-1815

Terzo test: proprio la guerra di Secessione, che oppose dal 1861 al 1865 il “libero” nord capitalista al sud schiavista degli Stati Uniti, “oltre a costituire un significativo spartiacque economico “fu anche un grande incubatore di imprese e imprenditori. Un gran numero di finanzieri e di imprenditori saliti alla ribalta alla fine del XIX secolo (J.P. Morgan, John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, Jay Gould, Marshall Field, Philip Armour, Collis Huntington, e molti altri notabili del business ferroviario) erano giovani benestanti del Nord che avevano evitato il servizio militare, quasi sempre pagando dei sostituti, e avevano utilizzato la guerra per muovere i principali passi sulla scala delle loro future ricchezze. Quasi tutte le fortune già consolidate ebbero ulteriore impulso. Quella di Vanderbilt, già stimata in 15 milioni di dollari nel 1861, aumentò di cinque volte durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo, soprattutto grazie ai profitti delle ferrovie; e nel 1877, quando l’audace commodoro morì, valeva l’incredibile somma di 105 milioni di dollari. Ma l’effetto incubazione era ancora più importante”.[4]

Morga, Rockefeller, ecc. avevano dunque “utilizzato la guerra” per creare le basi fondamentali “delle loro future ricchezze”: ancora una volta, viva il “liberismo” statunitense.

Ma non solo: nel 1870, e quindi ancora prima dello scoppio della guerra civile americana, “si contavano a New York City un centinaio di milionari. Alla fine della guerra il loro numero era triplicato. Nel 1863 l’1% dei più ricchi abitanti di Manhattan (seicento famiglie), ingrassato dalla presenza dei nuovi ricchi, deteneva il 61% della ricchezza cittadina, contro il 40% del 1845. I componenti di quella «aristocrazia trasandata» erano particolarmente inclini a circondarsi di servitori in livrea e pasteggiare presso il lussuoso ristorante Delmonico’s, dove il piatto più richiesto era l’anatra farcita ai tartufi. Uno storico ha calcolato che quasi metà del miliardo di dollari intascato dagli appaltatori privati tra 1861 e 1865 andò in profitti. Le espressioni di biasimo di Lincoln richiamavano da vicino le invettive contro i profittatori di guerra pronunciate da Washington ottant’anni prima”.[5]

La quinta verifica empirica è sempre relativa agli Stati Uniti ma avendo per oggetto il periodo “pacifico” del 1865-1888 e il gigantesco processo di accumulazione di ricchezza da parte delle compagnie ferroviarie private (Vanderbilt, ecc.), supportate in ogni modo dagli apparati statali e dai diversi centri concentrici del potere politico americano per lunghi decenni sia attraverso finanziamenti pubblici che enormi concessioni di terre demaniali, come nel celebre caso del Pacific Railroad Act del 1862.

Infatti a partire dal 1860-64 “le compagnie ferroviarie divennero così i primi Golia del sistema economico americano, impossessandosi dei parlamenti e comprando i giudici con la stessa leggerezza con cui attraversavano i fiumi e by-passavano le città e le contee non disposte a «collaborare». La «guerra» scoppiata nel 1869 tra Cornelius Vanderbilt e Jay Gould per il controllo della Erie Railroad, nello stato di New York, si combatté senza esclusione di colpi: giudici corrotti, parlamenti comprati e decine di milioni di dollari in gioco, una posta straordinaria per un’epoca in cui la più grande azienda industriale aveva una capitalizzazione di 1-2 milioni di dollari. A inizio anni Settanta dell’Ottocento, il saccheggio della Union Pacific Railroad attraverso la holding Credit Mobilier fu ancora più redditizio: il gruppo di controllo, guidato dal parlamentare del Massachusetts Oakes Ames, avrebbe intascato 44 milioni di dollari. I profitti derivanti dalla speculazione sulle ferrovie dello stato di New York fecero di Vanderbilt il primo americano che  oltrepassò la soglia dei 100 milioni di dollari di patrimonio: era la metà degli anni Settanta.

Fino ai gloriosi anni Sessanta, con le ricche opportunità offerte dalle ferrovie (il panorama andava dai finanziamenti ai profitti senza precedenti, derivanti dalle generose concessioni governative e dalle ripetute emissioni azionarie, ai noli da estorsione e alle astuzie del mercato azionario), i 20 milioni di dollari attribuiti ad Astor nel 1848 costituivano il record assoluto della ricchezza.

È difficile esagerare il peso e l’influenza delle ferrovie. Non più tardi del 1880, come abbiamo visto, 17 compagnie ferroviarie capitalizzavano almeno 15 milioni di dollari, mentre una sola azienda industriale (la Carnegie Steel) ne capitalizzava almeno 5”.[6]

Passando infine allo stress-test della prima guerra mondiale, vista e vissuta (felicemente) dal punto di vista della politica borghese e del mondo degli affari degli Stati Uniti, per i diciotto mesi e quel sanguinoso biennio 1917-18 che vide l’intervento diretto di Washington nella Grande Guerra Phillips è stato costretto a evidenziare un clamoroso processo di accumulazione capitalista creato mediante soldi pubblici e statali, ammettendo che “l’indice dei titoli di nove aziende specializzate nelle forniture militari aumentò del 311% in diciotto mesi. Stuart Brandes, nella sua ricostruzione storica dei profitti di guerra degli Stati Uniti, parla di profitti volatili e «di giorni convulsi, a Wall Street e nelle borse merci regionali, in cui si fecero delle fortune e talvolta si persero delle fortune. Gli speculatori più abili e fortunati vennero chiamati, se uomini, “warhogs” (porci di guerra), e, se donne, “warsows” (scrofe di guerra)”.

I riformatori sostenevano che la guerra stesse per ristabilire le fortune dei capitalisti che l’era progressista aveva messo sulla difensiva, e gli studiosi che se ne occuparono successivamente catalogarono alcuni esempi clamorosi: più di un miliardo di dollari speso per un aereo da combattimento che non venne mai realizzato, e via dicendo. L’indignazione popolare si attenuò progressivamente insieme ai ricordi di guerra, ma riaffiorò quando il crac del 1929 riportò sotto i riflettori il comportamento delle banche e delle grandi aziende. Nel 1935 la popolare rivista «American Mercury» collocava la guerra al quarto posto tra le «ruberie della repubblica». L’espressione «mercanti di morte» entrò a far parte del lessico comune”.[7]

Dato che gli esempi concreti contenuti nel periodo 1776-1918 potrebbero essere moltiplicati a piacere a partire dalla politica fiscale, per non parlare poi del secolo seguente caratterizzato da quella “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite” made in Washington che ha visto finora l’apice nel 2007-2009 con i salvataggi per mano statale dell’intero sistema bancario statunitense, costati migliaia di miliardi di dollari ai contribuenti del paese, crediamo che lo stress-test di matrice americana sopraesposto dimostra anche nel caso limite dei presunti “liberisti-antistatalisti” USA del 1776-1918 la stretta simbiosi, il “tandem” (Salvati) e l’interconnessione dialettica tra politica e affari, tra apparati statali e processi di accumulazione accelerata del capitalismo USA, tra potenza economica e potere politico nella formazione statale americana, confermando dunque la teoria leninista riguardo a una sfera politica da intendersi sia come espressione dell’economia sia come politica-struttura, almeno in un segmento e in una parte molto consistente della sua espressione complessiva e della sua concreta dinamica globale.

Di fronte alla limpida evidenza empirica persino un riformista moderato ma onesto come Michele Salvati ha riconosciuto, nella sua prefazione del 2005 al libro di Phillips, che “molto spesso i ricchi e i politici hanno lavorato in tandem per creare e perpetuare situazioni di privilegio, talora a scapito dell’interesse nazionale, quasi sempre a scapito dei ceti meno prosperi”.

Meno male che il marxismo e il leninismo, fase superiore di sviluppo creativo del primo, ormai erano “superati e invecchiati” …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] K. Phillips, “Ricchezza e democrazia”, p. 10, ed. Garzanti

[2] Op. cit. pp. 54-55

[3] Op. cit., pp. 57-58

[4] Op. cit., p. 87

[5] Op. cit., p. 92

[6] Op. cit. pp. 448-449

[7] Op. cit. p. 114

Marx e l’effetto di sdoppiamento: il colonialismo occidentale in America Latina, India e Algeria.

Pubblichiamo in anteprima un breve capitolo del libro “Effetto di sdoppiamento, il “paradosso di Lenin” e la politica struttura.” con contributi di Giorgio Galli, Alessandro Pascale, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, e che verrà pubblicato a fine anno.

Lo scritto in oggetto si intitola “Marx e l’effetto di sdoppiamento: il colonialismo occidentale in America Latina, India e Algeria”.

Buona lettura.

 

 

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

 

“Marx e l’effetto di sdoppiamento: il colonialismo occidentale in America Latina, India e Algeria”.

 

È stato sicuramente l’antidogmatico Karl Marx che ha creato i primi germi della teoria dell’effetto di sdoppiamento: oltre alle bozze di lettere e alla missiva inviata alla fine dal geniale scienziato-rivoluzio-nario tedesco a Vera Zasulich nel 1881, si possono utilizzare in tal senso anche gli estratti effettuati sempre da Marx, verso la fine del 1879, rispetto a un libro di Maksim Kovaleskij intitolato “La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino”.

Non a caso, infatti, il grande comunista tedesco commentò ed estrapolò parte del lavoro di Kovaleskij e  principalmente le sezioni del saggio di quest’ultimo nelle quali veniva analizzata la questione centrale della proprietà della terra: Marx, focalizza la sua attenzione e loda apertamente l’opera dello storico russo specialmente riguardo all’indagine relativa a tre distinte aree geopolitiche del nostro pianeta, nelle quali si scatenò via via una durissima pluridecennale lotta socio-produttiva e politico-sociale tra gli invasori europei, alfieri della “linea nera” classista, e le comuni rurali “rosse” create e riprodotte invece per millenni dalle popolazioni autoctone, con una forte presenza al lato interno di rapporti di produzione collettivistici e cooperativi.

Come ha notato in una sua ottima (e discutibile, almeno in campo politico) biografia su Marx lo storico Marcello Musto, insospettabile di qualunque forma di simpatia per la teoria dell’effetto di sdoppia-mento, Marx iniziò a sezionare lo studio di Kovaleskij sulla proprietà comune della terra partendo dall’America Latina nell’epoca delle civiltà precolombiane e riportando che, con l’inizio dell’egemonia degli imperi (classisti) azteco e inca, “la popolazione rurale continuò, come in precedenza, a possedere la terra in modo comune, ma dovette, allo stesso tempo, rinunciare a una parte del suo reddito, sotto forma di pagamenti in natura a beneficio dei loro regnanti”. Secondo Kovalevskij, questo processo pose le «basi per lo sviluppo dei latifondi [realizzati] a spese degli interessi patrimoniali di coloro che possedevano la terra comune. La dissoluzione di quest’ultima venne soltanto accelerata dall’arrivo degli spagnoli». Le terribili ripercussioni del loro impero coloniale furono condannate sia da Kovalevskij, che denunciò la «originaria politica di sterminio degli spagnoli nei confronti dei pellerossa», che da Marx, il quale aggiunse di suo pugno che «in seguito al saccheggio dell’oro trovato [dagli spagnoli], gli indiani [furono] condannati a lavorare nelle miniere». A compimento di questa parte degli estratti dall’opera di Kovalevskij, Marx osservò che, ciò nonostante, vi era stata una «sopravvivenza (in larga misura) della comune rurale», resa possibile anche per la «assenza di legislazione coloniale (a differenza delle Indie orientali inglesi) relativamente a regolamentazioni che avrebbero dato ai membri dei clan la possibilità di vendere le porzioni di terreno che appartenevano a loro».

Oltre la metà degli estratti che Marx eseguì da Kovalevskij furono dedicati al dominio inglese in India.  Egli rivolse particolare attenzione a quelle parti del libro nelle quali era stata ricostruita l’analisi delle forme contemporanee della proprietà comune della terra, nonché alla storia del possesso della terra al tempo dei ragià. Utilizzando il testo di Kovalevskij, Marx osservò che anche in seguito alla parcellizzazione dei terreni, introdotta dagli inglesi, la dimensione collettiva del passato restava viva: «(tra questi atomi continua[va]no a esistere alcune connessioni) che, a distanza, rievoca[va]no i precedenti gruppi di proprietà comune della terra» […].

Infine, relativamente all’Algeria, Marx non tralasciò di porre in evidenza l’importanza che la proprietà comune rivestiva in quel Paese prima dell’arrivo dei colonizzatori francesi, così come dei cambiamenti che questi avevano introdotto. Al riguardo, da Kovalevskij egli ricopiò che «la formazione della proprietà privata della terra (negli occhi del borghese francese) è una condizione necessaria per tutto il progresso nella sfera politica e sociale. L’ulteriore mantenimento della proprietà comune “come forma che supporta le tendenze comuniste nelle menti” [era] pericolosa sia per la colonia che per la patria». Da La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino, Marx trasse anche le seguenti considerazioni:

la distribuzione della proprietà ai clan è incoraggiata e persino ordinata; innanzitutto, come mezzo per indebolire le tribù soggiogate che, però, sono permanentemente sotto l’impulso della rivolta e, in secondo luogo, quale unico modo per un ulteriore trasferimento della proprietà fondiaria dalle mani dei nativi a quelle dei colonizzatori. Questa stessa politica è stata perseguita dai francesi sotto tutti i regimi […]. Lo scopo è sempre lo stesso: la distruzione della proprietà collettiva degli indigeni e la sua trasformazione in un oggetto di libero acquisto e vendita, il che significa renderne più semplice il passaggio finale nelle mani dei colonizzatori francesi.

Quanto al progetto di legge sulla situazione algerina, presentato al parlamento dal deputato della sinistra repubblicana Jules Wamier e approvato nel 1873, Marx riprese da Kovalevskij la denuncia che ciò avesse come unico obiettivo «l’espropriazione della terra alle popolazioni native da parte dei colonizzatori europei e degli speculatori». La spudoratezza dei francesi era giunta fino al «furto esplicito», ovvero alla trasformazione in «proprietà del governo» di tutte le terre incolte che erano rimaste in uso comune agli indigeni. Tale processo si prefiggeva di produrre un altro importante risultato: annullare il rischio di resistenza delle popolazioni locali. Sempre tramite le parole di Kovalevskij, Marx prese nota e sottolineò che:

la fondazione della proprietà privata e l’insediamento dei colonizzatori europei tra i clan arabi […] sarebbe divent[ato] il più potente mezzo per accelerare il processo di dissoluzione dell’unione dei clan. […] L’espropriazione degli arabi voluta dalla legge [serviva]: I) a procurare più terra possibile per i francesi; e II) a strappare gli arabi dai loro vincoli naturali con la terra, così da rompere l’ultima forza dell’unione dei clan e, dunque, dissolta questa, ogni pericolo di ribellione.

Marx osservò che questo tipo di «individualizzazione della proprietà della terra» avrebbe procurato, pertanto, non solo un enorme beneficio economico agli invasori, ma avrebbe favorito anche un «obiettivo politico […]: distruggere le basi di questa società».

Dalla selezione di appunti realizzata da Marx, così come dalle poche ma inequivocabili parole di condanna verso le politiche coloniali europee che aggiunse al testo di Kovalevskij, si evince il suo rifiuto a credere che la società indiana e quella algerina fossero destinate a seguire, ineluttabilmente, il medesimo corso di sviluppo di quella europea”. (M. Musto, “Karl Marx”, pp. 177-178-179, ed. Einaudi)

L’eccellente sintesi di Musto relativa alle posizioni di Marx e Kovaleskij, nella sostanza concordi sull’analisi della “lotta planetaria” scatenata dal colonialismo europeo (semifeudale, nel caso spagnolo) anche contro la proprietà comune della terra e rapporti sociali di produzione/distribuzione almeno in parte collettivistici e cooperativi, va in ogni caso integrata riportando alla luce anche la plurisecolare guerra, sanguinosa e orrenda, scatenata dal colonialismo britannico prima (fino al 1776) e dal capitalismo statunitense in seguito contro i nativi americani e i cosiddetti “pellerossa”, in uno degli esempi su scala geopolitica più vasta e di durata maggiore di quell’“opera sistematica e pianificata di distruzione e annientamento delle comunità sociali non-capitalistiche” descritta con grande forza polemica da Rosa Luxemburg nel 1913.

Un’opera sistematica pianificata di distruzione adottata dalla “linea nera” socioproduttiva e politica made in USA anche contro l’alterna-tiva “linea rossa”, quasi sempre ben presente e a volte egemone sul piano delle relazioni di produzione riprodottesi nei diversi clan dei nativi americani del 1620 al 1887, azione sistematica che trova una delle sue armi più efficaci nella “Dawes Act” del 1887: un provvedi-mento di politica economica con cui la borghesia e gli apparati statali americani privatizzò gran parte delle centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terra di proprietà comune delle tribù dei cosiddetti “pellerossa” sostituendoli con piccoli lotti privati, destinati poi ad essere acquisiti a prezzi stracciati dai coloni e dagli speculatori bianchi.

Ancora una volta, “linea nera” socioproduttiva e politica contro “linea rossa”, come rilevò del resto anche l’ultimo Marx attraverso lo studio attento del libro di Maksim Kovalevskij, molto apprezzato – a ragion veduta – dal geniale pensatore di Treviri.

 

 

 

“Marx e l’effetto di sdoppiamento: il colonialismo occidentale in America Latina, India e Algeria”.

 

È stato sicuramente l’antidogmatico Karl Marx che ha creato i primi germi della teoria dell’effetto di sdoppiamento: oltre alle bozze di lettere e alla missiva inviata alla fine dal geniale scienziato-rivoluzionario tedesco a Vera Zasulich nel 1881, si possono riscontrare in tal senso anche gli estratti effettuati sempre da Marx, verso la fine del 1879, rispetto a un libro di Maksim Kovaleskij intitolato “La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino”.

Non a caso, infatti, il grande comunista tedesco commentò ed estrapolò parte del lavoro di Kovaleskij e  principalmente le sezioni del saggio di quest’ultimo nelle quali veniva analizzata la questione centrale della proprietà della terra: Marx focalizzando la sua attenzione e lodando apertamente l’opera dello storico russo specialmente riguardo all’indagine relativa a tre distinte aree geopolitiche del nostro pianeta, nelle quali si scatenò via via una durissima pluridecennale lotta socioproduttiva e politico-sociale tra gli invasori europei alfieri della “linea nera” classista, e le comuni rurali “rosse” create e riprodotte invece per millenni dalle popolazioni autoctone, con una forte presenza al lato interno di rapporti di produzione collettivistici e cooperativi.

Come ha notato in una sua ottima (e discutibile, almeno in campo politico) biografia su Marx lo storico Marcello Musto, insospettabile di qualunque forma di simpatia per la teoria dell’effetto di sdoppiamento, Marx iniziò a sezionare lo studio di Kovaleskij sulla proprietà comune della terra partendo dall’America Latina nell’epoca delle civiltà precolombiane e riportando che, con l’inizio dell’egemonia degli imperi (classisti) atzeco e inca, “la popolazione rurale continuò, come in precedenza, a possedere la terra in modo comune, ma dovette, allo stesso tempo, rinunciare a una parte del suo reddito, sotto forma di pagamenti in natura a beneficio dei loro regnanti”. Secondo Kovalevskij, questo processo pose le «basi per lo sviluppo dei latifondi [realizzati] a spese degli interessi patrimoniali di coloro che possedevano la terra comune. La dissoluzione di quest’ultima venne soltanto accelerata dall’arrivo degli spagnoli». Le terribili ripercussioni del loro impero coloniale furono condannate sia da Kovalevskij, che denunciò la «originaria politica di sterminio degli spagnoli nei confronti dei pellerossa», che da Marx, il quale aggiunse di suo pugno che «in seguito al saccheggio dell’oro trovato [dagli spagnoli], gli indiani [furono] condannati a lavorare nelle miniere». A compimento di questa parte degli estratti dall’opera di Kovalevskij, Marx osservò che, ciò nonostante, vi era stata una «sopravvivenza (in larga misura) della comune rurale», resa possibile anche per la «assenza di legislazione coloniale (a differenza delle Indie orientali inglesi) relativamente a regolamentazioni che avrebbero dato ai membri dei clan la possibilità di vendere le porzioni di terreno  che appartenevano a loro».

Oltre la metà degli estratti che Marx eseguì da Kovalevskij furono dedicati al dominio inglese in India.  Egli rivolse particolare attenzione a quelle parti del libro nelle quali era stata ricostruita l’analisi delle forme contemporanee della proprietà comune della terra, nonché alla storia del possesso della terra al tempo dei ragià. Utilizzando il testo di Kovalevskij, Marx osservò che anche in seguito alla parcellizzazione dei terreni, introdotta dagli inglesi, la dimensione collettiva del passato restava viva: «(tra questi atomi continua[va]no a esistere alcune connessioni) che, a distanza, rievoca[va]no i precedenti gruppi di proprietà comune della terra». Nonostante Marx condividesse la profonda ostilità di Kovalevskij nei confronti del colonialismo britannico, egli rivolse commenti critici verso alcuni aspetti della sua esegesi storica, ritenendoli errati in quanto orientati a proiettare i parametri del contesto europeo in quello indiano. Con brevi ma circostanziate osservazioni, Marx gli rimproverò di avere  omologato fenomeni tra loro distinti. Se, infatti, «la prebenda, la coltivazione data in appalto – […] niente affatto [solo] feudale come attesta la [storia di] Roma – e la commendatio [erano state] rinvenute in India», ciò non significava che anche li si fosse sviluppato il «feudalesimo nel senso europeo del termine». Per Marx, Kovalevskij aveva anche tralasciato un dato significativo, ovvero che in India non esisteva «la servitù» che del feudalesimo era un «momento essenziale»: Inoltre, egli argomentò che «in base alla legge indiana, il potere dominante non era soggetto alla divisione [ereditaria] tra figli e, pertanto, veniva meno una forte caratteristica del feudalesimo europeo». In conclusione, Marx espresse un forte scetticismo verso la traslazione di medesime categorie interpretative in ambiti storici e geografici del tutto differenti: gli approfondimenti che Marx realizzò sulla base del testo di Kovalevskij vennero successivamente integrati con lo studio di altri volumi riguardanti la storia indiana.

Infine, relativamente all’Algeria, Marx non tralasciò di porre in evidenza l’importanza che la proprietà comune rivestiva in quel Paese prima dell’arrivo dei colonizzatori francesi, così come dei cambiamenti che questi avevano introdotto. Al riguardo, da Kovalevskij egli ricopiò che «la formazione della proprietà privata della ferra (negli occhi del borghese francese) è una condizione necessaria per tutto il progresso nella sfera politica e sociale. L’ulteriore mantenimento della proprietà comune “come forma che supporta le tendenze comuniste nelle menti” [era] pericolosa sia per la colonia che per la patria». Da La proprietà comune della terra. Cause, corso e conseguenze del suo declino, Marx trasse anche le seguenti considerazioni:

 

la distribuzione della proprietà ai clan è incoraggiata e persino ordinata; innanzitutto, come mezzo per indebolire le tribù soggiogate che, però, sono permanentemente sotto l’impulso della rivolta e, in secondo luogo, quale unico modo per un ulteriore trasferimento della proprietà fondiaria dalle mani dei nativi a quelle dei colonizzatori. Questa stessa politica è stata perseguita dai francesi sotto tutti i regimi […]. Lo scopo è sempre lo stesso: la distruzione della proprietà collettiva degli indigeni e la sua trasformazione in un oggetto di libero acquisto e vendita, il che significa renderne più semplice il passaggio finale nelle mani dei colonizzatori francesi.

 

Quanto al progetto di legge sulla situazione algerina, presentato al parlamento dal deputato della sinistra repubblicana Jules Wamier e approvato nel 1873, Marx riprese da Kovalevskij la denuncia che ciò avesse come unico obiettivo «l’espropriazione della terra alle popolazioni native da parte dei colonizzatori europei e degli speculatori». La spudoratezza dei francesi era giunta fino al «furto esplicito», ovvero alla trasformazione in «proprietà del governo» di tutte le terre incolte che erano rimaste in uso comune agli indigeni. Tale processo si prefiggeva di produrre un altro importante risultato: annullare il rischio di resistenza delle popolazioni locali. Sempre tramite le parole di Kovalevskij, Marx prese nota e sottolineò che:

 

la fondazione della proprietà privata e l’insediamento dei colonizzatori europei tra i clan arabi […] sarebbe] divent[ato] il più potente mezzo per accelerare il processo di dissoluzione dell’unione dei clan. […] L’espropriazione degli arabi voluta dalla legge [serviva]: I) a procurare più terra possibile per i francesi; e II) a strappare gli arabi dai loro vincoli naturali con la terra, così da rompere l’ultima forza dell’unione dei clan e, dunque, dissolta questa, ogni pericolo di ribellione.

 

Marx osservò che questo tipo di «individualizzazione della proprietà della terra» avrebbe procurato, pertanto, non solo un enorme beneficio economico agli invasori, ma avrebbe favorito anche un «obiettivo politico […]: distruggere le basi di questa società».

Dalla selezione di appunti realizzata da Marx, così come dalle poche ma inequivocabili parole di condanna verso le politiche coloniali europee che aggiunse al testo di Kovalevskij, si evince il suo rifiuto a credere che la società indiana e quella algerina fossero destinate a seguire, ineluttabilmente, il medesimo corso di sviluppo di quella europea”.[1]

L’eccellente sintesi di Musto relativa alle posizioni di Marx e Kovaleskij, nella sostanza concordi sull’analisi della “lotta planetaria” scatenata dal colonialismo europeo (semifeudale, nel caso spagnolo) anche contro la proprietà comune della terra e rapporti sociali di produzione/distribuzione almeno in parte collettivistici e cooperativi, va in ogni caso integrata riportando alla luce anche la plurisecolare guerra, sanguinosa e orrenda, scatenata dal colonialismo britannico prima (fino al 1776) e dal capitalismo statunitense in seguito contro i nativi americani e i cosiddetti “pellerossa”, in uno degli esempi su scala geopolitica più vasta e di durata maggiore di quell’“opera sistematica  e pianificata di distribuzione annientamento delle comunità sociali non-capitalistiche” descritta con grande forza polemica da Rosa Luxemburg nel 1913.

Un’opera sistematica pianificata di distribuzione adottata dalla “linea nera” socioproduttiva e politica made in USA anche contro l’alternativa “linea rossa”, quasi sempre ben presente e a volte egemone sul piano delle relazioni di produzione riprodottesi nei diversi clan dei nativi americani del 1620 al 1887, azione sistematica che trova una delle sue armi più efficaci nella “Dawes Act” del 1887: un provvedimento di politica economica con cui la borghesia e gli apparati statali americani distrusse e privatizzò gran parte delle centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terra di proprietà comune delle tribù dei cosiddetti “pellerossa” sostituendoli con piccoli lotti privati, destinati poi ad essere acquisiti a prezzi stracciati dai coloni e dagli speculatori bianchi.

Ancora una volta, “linea nera” socioproduttiva e politica contro “linea rossa”, come rilevò del resto anche l’ultimo Marx attraverso lo studio attento del libro di Maksim Kovalevskij, molto apprezzato – a ragion veduta – dal geniale pensatore di Treviri.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

[1] M. Musto, “Karl Marx”, pp. 677-678-679, ed. Einaudi

Una discussione con il professore Luigi Ferrari sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento e sull’individualismo/collettivismo.

Collettivismo, individualismo ed effetto di sdoppiamento: “L’ascesa dell’individualismo economico”.

Con il suo libro, intitolato “L’ascesa dell’individualismo economico”, Luigi Ferrari ha elaborato un testo potente ed efficace, colmo di innumerevoli riferimenti fattuali e bibliografici, oltre che introdotto dalla brillante prefazione di Giorgio Galli, con un’analisi autonoma e originale che tra l’altro risulta perfettamente compatibile con la teoria dell’effetto di sdoppiamento, costituendone a nostro avviso una sua traduzione concreta sul piano delle ideologie e della mentalità collettiva, durante il periodo che parte dalla fine del Quattrocento per arrivare ai nostri giorni.

L’asse centrale dell’opera di Ferrari, rispetto ai cinque secoli presi in esame, consiste nella tesi per cui si è assistito nel corso degli ultimi cinque secoli a una continua coesistenza dialettica, a una particolare combinazione di unità e lotta tra la tendenza individualistico-economica e la controtendenza collettiva (“collettivismo”, secondo la terminologia utilizzata dall’autore) sul piano della psicologia di gruppo, della mentalità e della visione del mondo sociale adottata mano a mano dalle diverse classi e frazioni di classe, dai diversi gruppi sociali lungo il periodo in esame.

La tendenza individualistico-economica è sorta, a giudizio dell’autore, all’inizio del Sedicesimo secolo, mediante e attraverso quello che viene efficacemente definito come “l’urlante peccato dell’Inghilterra”: ossia il primo plurisecolare e gigantesco processo di privatizzazione e di esproprio delle enormi terre pubbliche (boschi, pascoli, stagni comunali, poderi collettivi, ecc.) avviato a partire dal 1480 dall’arida borghesia britannica ai danni dei comuni rurali e dei piccoli contadini del paese in esame.

Il nucleo di questa tendenza, divenuta via via sempre più egemone nel mondo occidentale, consiste ovviamente nel primato assoluto, attribuito all’individuo singolo (e alla sua proprietà, alla sua “roba”) rispetto a qualunque organizzazione collettiva, a qualsivoglia vincolo e obbligo verso la collettività e altri gruppi organizzati, oltre che nel presunto antagonismo irriducibile di ciascun uomo con i suoi simili.

Luigi Ferrari produce ed espone una lunga e splendida caratterizzazione degli ideologi e dei teorici principali: questa particolare tendenza sociopolitica, partendo da Grozio e Hobbes (con il suo “Homo nomini lupus”) e passando via via per grandi romanzieri borghesi come D. Defoe (con il suo Robinson) e all’“egoismo puntellato di benevolenza” di Adam Smith e di Mandeville, fino ad arrivare al superegoismo di autori purtroppo divenuti celebri nel mondo occidentale quali Ayn Rand, secondo la quale “il capitalismo e l’altruismo sono incompatibili, essi non possono coesistere nella stessa persona e nella stessa società” (L. Ferrari, op. cit., p. 383).

L’antagonista principale della tendenza individualistica, divenuta sempre più centrale e opprimente nel corso degli ultimi tre decenni, viene individuata da Ferrari nella controtendenza collettiva (collettivistica) che segna e attraversa a giudizio dell’autore tutte le classi e i gruppi sociali del mondo moderno e contemporaneo, qualsiasi importante gruppo e cultura durante gli ultimi secoli.

Il cardine della “tendenza collettivistica” e dei “soggetti allocentrici” risulta la centralità attribuita ai destini e interessi da un gruppo più o meno ampio, che può essere vanamente individuato nella famiglia o in una “comunità di pari” (amici, membri dello stesso villaggio o città, ecc.), oppure in una classe o in un partito, o nella patria/nazione, dimostrando “lealtà organizzativa profonda” ed empatia costante con le sorti e i bisogni del collettivo più o meno ristretto, più o meno esteso, di appartenenza e di riferimento.

Le origini e la genesi della “tendenza collettivistica” vengono fatti risalire dall’autore al medioevo e alle società protofeudali–feudali, con i “legami reciproci” e di “dipendenza reciproca” tra le diverse classi sociali, tanto che a giudizio di Ferrari in quella lunga fase storica (600-1050 a.C.) “nessuno allora era libero secondo i nostri canoni, sebbene vi fossero ovunque grandi dislivelli di potere” (op. cit., p. 116).

Siamo in presenza di una categoria storico-teorica molto importante, oltre che supportata da una montagna di fatti storici: tanto rilevante e pregnante che risulta scusabile anche la principale sua carenza e debolezza, ossia non aver subito evidenziato la distinzione essenziale e la differenza fondamentale tra la “tendenza collettiva” dei padroni delle condizioni della produzione e quella invece espressa dagli esclusi di tali forme di proprietà, ossia degli oppressi e degli sfruttati.

E cioè, in altri termini, non aver effettuato una precisa linea di divisione tra “spirito di gruppo” delle classi privilegiate e degli sfruttatori, feudali o capitalistici, e “spirito di gruppo” invece via via espresso dalle classi oppresse (servi della gleba, operai e salariati nel modo di produzione capitalistico) e dai produttori diretti delle diverse società classiste; una precisa linea di distinzione tra la solidarietà collettiva mostrata via via dalle classi sfruttatrici (a partire dai solidalissimi schiavisti spartani, ad esempio) e quelle invece praticate e attuate dalle classi sfruttate (come ad esempio nel caso dei combattenti iloti-schiavi di Sparta, non a caso temuti costantemente dai loro spietati padroni).

In ogni caso l’opus magnum di Ferrari si rileva importante e molto positiva anche perché focalizza con estrema efficacia l’attenzione sul “comunismo medioevale”: ossia su quell’indiscutibile dominio collettivo sulle risorse naturali che costituì un elemento importante delle comunità rurali e di villaggio durante il lungo periodo feudale, così come (in forma parzialmente diverse) avvenne nei villaggi del modo di produzione asiatico, come nel caso degli ayllu andini.

A pagina 90 del libro in oggetto viene ad esempio acutamente rilevato che “l’altro basilare e antico soggetto medioevale di controllo fondiario, incompatibile con ogni definizione individualista dell’io “proprietario”, era la comunità del villaggio che regolava le colture di ciascuna famiglia e garantiva a tutti gli abitanti del territorio, soprattutto ai più deboli, il libero e collettivo utilizzo dei boschi (diritto di legnatico), delle acque, degli stagni comunali (cioè non appartenenti a singoli), dei pascoli e dei poderi comuni. Vedremo meglio poi questa particolare materia. Per ora, precisiamo che queste garanzie per i più deboli riguardavano anche le città, con le loro complesse reti di protezioni sociali che emergevano dal forte contenuto relazionale e personale del rapporto di appartenenza (Bloch 1933), per cui il mero abitare nelle città si configurava come un vero e proprio «fatto sociale totale» (Barbot 2007) – tutt’altra cosa dal nostro welfare basato sull’astrattezza e generalità moderne dei diritti di cittadinanza.

Dal complesso di queste considerazioni sintetizziamo una fondamentale peculiarità della “proprietà” medioevale. Nella mentalità medioevale non c’erano le nostre nette cesure nell’organizzazione dei rapporti politici, sociali e produttivi. Esisteva, invece, una sorta di continuità senza fratture e con un’interdipendenza tra il dominio politico, il dominio fondamentale sulle persone e quello sulle cose, con estese garanzie di utilizzo delle risorse naturali alla parte debole della popolazione, che ben poco avevano da spartire con le nostre relazioni familiari e di proprietà”.

Molti altri sono gli spunti interessanti (a volte non sempre condivisibili integralmente, come nei casi dell’analisi di Marx e della dinamica storica sovietica) che emergono in ogni caso dal gigantesco lavoro di Ferrari, all’interno di un libro di cui consigliamo la lettura anche per l’eleganza e la chiarezza dello stile espositivo.

 

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

 

 

 

La risposta del professore Luigi Ferrari.

 

Grazie per la vostra bella recensione al mio lavoro.

Concordo con la piena compatibilità con l’effetto sdoppiamento, che, del resto, avevo segnalato nel nostro ultimo incontro.

Vi ringrazio anche per i rilievi critici sul giudizio circa il Medioevo: effettivamente il mio testo può suggerire letture ambigue,

ma il motivo di questa impostazione sta nella necessità di una profonda revisione storica di quel periodo, che viene liquidato con troppa

superficialità.

Vi ringrazio anche per la segnalazione delle vostre divergenze su Marx e sull’URSS. Avete giustamente evitato quelle recensioni stucchevoli e del tutto sterili che imperano.

Se abbiamo in comune la nostra ammirazione per Marx e per la sua dialettica, non abbiamo certo avversione al confronto o paure di esso. Il confronto è, anzi,  la vera garanzia di progresso intellettuale.

Senza di esso, il pensiero “soffoca” e insterilisce.

Vi segnalo, nella copia della recensione allegata, due refusi evidenziati in giallo.

Di nuovo grazie e, speriamo, a presto.

 

Luigi Ferrari.

 

 

 

 

Caro Luigi, ti ringraziamo per la tua bella risposta, oltre che per i suggerimenti che ci hai fornito: avremo sicuramente occasione in futuro di sviluppare e arricchire la discussione teorico-storica sia sulle tue tesi che sull’effetto di sdoppiamento, nella loro interconnessione dialettica.

Cordiali saluti a risentirci presto.

 

Daniele Burgio, Massimo leoni e Roberto Sidoli

 

 

 

 

Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Discorso pronunciato da Salvador Valdés Mesa, membro del Burò Politico e Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e de Ministri

Cuba e la Cina continuano unite ad aderire al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore

Granma
Compagno Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del

Partido Comunista di Cuba;

Compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di

Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba;

Compagno Esteban Lazo Hernández, Presidente dell’Assemblea Nazionale del

Potere Popolare;

Compagno Chen Xi, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della

Republica Popolare della Cina;

Compagni del Burò Politico del Comitato Centrale;

Distinti invitati:

Il 1º ottobre del 1949 è una data di speciale significato per la storia

dell’ umanità. In questo giorno, davanti a centinaia di migliaia di persone riunite in Piazza Tiananmén, il presidente Mao Zedong, i cui apporti alla lotta rivoluzionaria e il valore saranno sempre ricordati con rispetto e ammirazione, annunciò al mondo la fondazione de un nuovo Stato socialista: la Repubblica Popolare della Cina.

Il trionfo rivoluzionario fu il momento culminante di un lungo processo di lotta antifeudale e antimperialista, e segnò l’inizio di una nuova era di sviluppo e progresso per una nazione millenaria.

La storia moderna dell’umanità sarebbe stata diversa senza il trionfo della Rivoluzione Cinese.

Questo paese la cui popolazione era soprattutto contadina, conquistò la desiderata sovranità e indipendenza che a loro volta permisero la costruzione del socialismo, partendo da un ancestrale sottosviluppo, combattendo contro l’isolamento e un blocco economico imposto per 28 anni. Molti ostacoli resero più difficile, ma non impossibile il suo sviluppo.

La Cina del 2019 è molto differente da quella del 1949, già non è più il paese povero e sottosviluppato che era 70 anni fa.

La sua economia, con una crescita sostenuta, ha consolidato notoriamente il potere e il prestigio di questa nazione. Oggi conta con una solida base economica dopo 41 anni di riforma e apertura, con politiche verificate, una memoria storica preservata ed esperienze accumulate nel processo di costruzione del socialismo.

Conta con un popolo laborioso e unito, un immenso mercato interno, una cultura millenaria e un Partito che ha percorso il cammino socialista e ha saputo collocare lo sviluppo integrale, l’istituzionalità, la legalità al popolo al centro delle sue preoccupazioni.

È diventata la seconda più forte economia a livello mondiale. Negli anni ’70 ha ottenuto una crescita media annuale del PIL superiore al 8% ed ha tolto dalla povertà più di 800 milioni di persone una conquista sena precedenti nella storia dell’umanità.

La Cina è la principale produttrice mondiale di alimenti ed è stata capace d’alimentare il 24 % della popolazione mondiale con solo il 7 % delle terre coltivabili.

Con la preziosa direzione del Segretario Generale, il compagno Xi Jinping e del Partito Comunista, il paese avanza in una tappa decisiva per la consecuzione degli obiettivi compresi nelle mete del «doppio centenario», che consistono nel raddoppiare per il 2020 il PIL e le entrate pro cpaite rispeto al 2010, e nel 2019 divenire un paese socialista moderno, coincidendo con il centenario della Repubblica Popolare.

Cuba saluta e appressa altamente l’ascesa di una Cina socialista e Nella difficile congiuntura internazionale attuale il suo sviluppo costituisce un fattore di stabilità, equilibrio e opportunità per tutto il pianeta e, in particolare, per i paesi in via di sviluppo e la regione dell’ America Latina e i Caraibi.

Permettetemi in un’occasione tanto speciale come questa, di ricordare il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, quando nel suo prologo all’edizione in cinese di /Cento Ore con Fidel/ aveva previsto: «Dovremo contare con la Cina nel panorama mondiale del XX secolo e molte delle grandi sfide dell’umanità non avranno soluzioni senza la sua attiva e imprescindibile partecipazione».

Valutiamo positivamente che i vincoli della Cina con la Russia, come con l’America Latina e i Caraibi, si sono stretti e ampliati come non era mai avvenuto prima.

Il XIX Congresso del Partito Comunista della Cina ha appoggiato l’iniziativa della Striscia e della Rotta della Seta fatta conoscere dal segretario generale Xi Jinping nel 2013, e in virtù della quale la Cina ha proposta di condividere in maniera inclusiva e integrale le opportunità che genera il suo sviluppo , con una messa a fuoco sulla cooperazione, verso le infrastrutture e la connettività per le vie terrestri, aeree, marittime e digitali.

L’ampliamento di questo progetto verso l’America Latina e i Caraibi evidenzia che non è precisamente la Cina quella che non rispetta le norme del commercio internazionale, costruendo muri o imponendo misure di protezione o sanzioni unilaterali. Non è nemmeno quella che sta bloccando l’adozione di determinate tecnologie, chiudendo il suo mercato o frenando gli investimenti.

Distinti invitati:

L’amicizia tra Cuba e la Cina iniziò con l’arrivo a Cuba dei primi emigranti cinesi 172 anni fa, che apportarono tanta lealtà, coraggio e patriottismo nelle nostre guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, e si legge scritta in lettere indelebili sul Monumento eretto in una parco centrale della capitale, la frase di Gonzalo de Quesada, stretto collaboratore ed esecutore del testamento letterario di José Martí: «Non c’è stato un cinese cubano disertore. Non c’è stato un cinese cubano traditore».

Questa immigrazione ha contribuito a forgiare la nazionalità cubana e a ridurre la distanza geografica che ci separa.

 

 

Eredi di queste tradizioni, nelle nostre lotte più recenti, tre discensenti diretti di cinesi hanno raggiunto il grado di generale delle gloriose Forze Armate Rivoluzionarie.I due popoli abbiamo conosciuto attraverso simili esperienza storiche la tragedia e l’oltraggio che rappresenta per un paese esser invaso, occupato da truppe straniere e sottoposto a trattati disuguali o emendamenti onerosi.

Ugualmente abbiamo dovuto affrontare il blocco, le aggressioni di ogni tipo, tentativi d’isolamento, sovversione, e una patologica diffamazione mediatica.

A Cuba e in Cina sono germogliate rivoluzioni autoctone nel XX secolo, nate dalle ardue lotte per l’indipendenza e la liberazione nazionale, di fronte a forze superiori e appoggiate dagli Stati Uniti.

In uno o un altro processo sono state realizzate importanti prodezze militari che hanno contribuito decisamente a dimostrare che il potere dell’impero e dei suoi lacchè ha dei limiti.

Solo dieci anni hanno separato i trionfi rivoluzionari nei due paesi, che in questo 2019 hanno compiuto i loro anniversari 60 e 70, rispettivamente. E nel 2020 commemoreremo sei decenni dal momento in cui la giovane Rivoluzione Cubana adottò la decisione storica e sovrana di rompere le relazioni con Taiwán e stabilirle con la Repubblica Popolare della Cina, divenendo così il primo paese dell’emisfero occidentale che riconosceva il Governo della nuova Cina come suo unico rappresentante legittimo.

Il presidente Mao Zedong, in quel lontano 7 maggio del 1960, apprezzò altamente il fatto che un piccolo paese come Cuba avesse osato realizzare una Rivoluzione così vicino agli Stati Uniti e nello stesso tempo considerava che era davvero necessario investigare la sua esperienza,

data l’importanza della Rivoluzione Cubana a livello mondiale.

L’unica e indivisibile Cina non fu riconosciuta come membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d Sicurezza sino a 22 anni dopo la proclamazione della Repubblica Popolare, con l’appoggio fondamentale dei paesi in via di sviluppo, includendo Cuba.

Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del campo socialista, Cuba e la Cina abbiamo affrontato con fermezza numerosi avversari e preservato il cammino socialista, partendo dalle realtà specifiche di ogni paese.

Questo accattivante paese asiatico è stato uno dei migliori amici di Cuba durante quel duro periodo in cui nessuno credeva che la Rivoluzione cubana potesse sopravvivere.

L’allora presidente Jiang Zemin fu l’unico Capo di Stato che ci onorò con la sua visita nel 1993 , fatto che non scorderemo mai.

Reiteriamo il nostro fermo e assoluto appoggio al principio di «una sola Cina», così come la condanna dell’ingerenza nei temi interni, dei tentativi di danneggiare l’integrità territoriale e la sovranità.

Cuba, come la Cina condanna l’egemonismo, l’unilateralismo, i blocchi, il protezionismo, le politiche di forza, le doppie morali nella lotta contro il terrorismo e l’imposizione di un modello unico nel mondo e difendiamo i principi del Diritto Internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite.

Inoltre apprezziamo altamente il valore della sovranità, l’indipendenza, l’unità, i principi e la dignità conquistati al costo di molte vite umane preziose e di enormi sacrifici.

Distinti invitati:

Il Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri Miguel Díaz-Canel Bermúdez meno di un anno fa ha realizzato un positiva visita nella Repubblica Popolare della Cina. Desideriamo segnalare gli importanti consensi ottenuti durante i suoi indimenticabili incontri con il compagno Xi Jinping e i principali dirigenti cinesi, alla cui implementazione lavoriamo con sforzo e dedizione.

Dopo circa 60 anni di relazioni diplomatiche ininterrotte, i vincoli tra i nostri due paesi sono diventati un esempio dei legami tra le nazioni socialiste della cooperazione sud – sud e delle relazioni tra un grande paese e uno piccolo, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto mutuo.

Come espressione della fiducia politica reciproca e della maturità che caratterizzano i nostri vincoli bilaterali, abbiamo scambiato esperienze sulla costruzione del socialismo. I due processi si complementano con le loro proprie forze.

Permettemi, prima di concludere, di ringraziare a nome del popolo, del Partito e del Governo cubani, per la decisione di concedere al Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, la Medaglia dell’Amicizia, il più alto onore che la Cina concede agli amici di altre nazioni per il loro contributo e l’appoggio alla modernizzazione socialista, agli scambi e la cooperazione tra questa nazione e altri paesi.

Apprezziamo questo nuovo gesto di fraternità e di riconoscimento al ruolo della direzione storica della Rivoluzione Cubana, in particolare del compagno Raúl, nella promozione dei vincoli bilaterali.

Il Generale d’Esercito ha mantenuto una straordinaria relazione con la Cina, nazione per la quale ha sempre sentito una speciale ammirazione e rispetto, ed ha concesso nello stesso tempo un’alta priorità alle relazioni bilaterali.

Ha visitato questo grande paese nel 1997, nel 2005 e nel 2012, occasioni nelle quali ha potuto dialogare con i massimi dirigenti sulle esperienze nella costruzione del socialismo e temi d’interesse comune dell’agenda internazionale. È un onore per Cuba che sia stata scelta la data della commemorazione del 70º anniversario per consegnargli una così alta decorazione.

I due paesi continuano uniti nell’adesione al socialismo come unica via per costruire un futuro migliore. Le presenti e future generazioni di cubani e cinesi sapranno preservare il prezioso legato della nostra amicizia.

Che viva la profonda amicizia tra Cuba e la Cina! (Esclamazioni di: «Viva!»)

Molte grazie! (Applausi).

(Versioni stenografiche del Consiglio di Stato/ GM – Granma Int.)

Notizia del: 

Marxismo creativo, libertà e linea rossa.

[Quella che segue è la relazione tenuta da Alessandro Pascale in occasione dell’assemblea pubblica sull’effetto di sdoppiamento svoltasi al Centro culturale Concetto Marchesi (Milano), il 14 settembre 2019 a Milano. All’assemblea, moderata da Massimo Leoni, hanno partecipato come relatori anche Roberto Sidoli, Giorgio Galli, Marco Rizzo. Nella foto da sx a dx: Sidoli, Leoni, Rizzo, Galli, Pascale]

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CONTRO IL DETERMINISMO ECONOMICO

La teoria dell’effetto di sdoppiamento pone la questione di una rivalutazione della Politica sull’Economia. Ad un primo sguardo superficiale sembrerebbe una messa in discussione del materialismo storico ma questa, per l’appunto, non è altro che una visione volgare della questione. In realtà, come emerso in maniera netta dalla relazione di Roberto Sidoli, tale teoria non è altro se non un’adeguata interpretazione che si innesta nel solco tracciato dal pensiero dei grandi classici del socialismo scientifico.

Per mostrare queste affermazioni leggiamo un breve estratto del Dizionario dei termini marxisti, curato da Ernesto Mascitelli nel 1977 e disponibile gratuitamente sul sito Resistenze.org. Alla voce “determinismo economico” ecco quanto si riporta:

«È la concezione che ritiene che lo sviluppo storico sia rigidamente ed esclusivamente determinato dallo sviluppo delle forze produttive e delle componenti “tecniche” della società. Il determinismo economico esclude la possibilità che l’organizzazione cosciente della classe operaia possa in qualche modo influire sullo sviluppo storico. È il fondamento teorico di alcune delle più importanti correnti opportuniste della II Internazionale. La teoria secondo cui avrebbe dovuto verificarsi “il crollo inevitabile del capitalismo” per motivi esclusivamente economici, ampiamente diffusa nella socialdemocrazia tedesca negli ultimi anni dell’Ottocento, fu una delle espressioni più classiche di questa concezione. Il determinismo economico fu criticato dai principali esponenti del movimento comunista in quanto rappresentava un’incomprensione dei fondamentali principi del materialismo storico. Spesso si accompagnava all’affermazione della necessità di una “revisione” del marxismo. Inoltre, dal punto di vista politico, si manifestò come rinuncia alla difesa degli interessi della classe operaia».

IL MARXISMO DEGENERATO DI KAUTSKY

In questa definizione si ricorda come il determinismo economico si sia particolarmente diffuso nel periodo della II Internazionale, ossia dal 1889 al 1914. Come e perché ciò è stato possibile? È stato possibile perché mentre Marx era in vita le sue opere hanno avuto una scarsissima diffusione e il marxismo, come tale, è stato conosciuto soprattutto attraverso le opere e la divulgazione datane da Kautsky, che però ha imbastardito il materialismo storico con il positivismo e l’evoluzionismo di Darwin. Kautsky ha trasmesso insomma un’interpretazione deterministica ed economicista del marxismo, con una conseguente ottica fatalistica della Storia, che vedeva appunto come inesorabile l’avvento del socialismo. Ciò ha paradossalmente favorito la diffusione stessa del marxismo, che prometteva in maniera certa un avvenire radioso per la classe operaia, ma ha portato sul lungo termine al rigetto di una Politica radicale e rivoluzionaria, favorendo invece atteggiamenti di passivismo sociale e attendismo.

La maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche dell’epoca ha quindi imparato il marxismo non leggendo i testi di Marx, bensì le vulgate di Kautsky, che dagli anni ’80 diventa uno dei nomi più in vista della socialdemocrazia europea. Per fortuna c’era invece chi, come Lenin, studiava i testi originali, e ciò costituisce una prima fondamentale lezione per tutti noi. Fino alla prima guerra mondiale però Lenin è un personaggio secondario nello scenario internazionale socialista, considerato da molti un avventurista, un folle, un settario, e chi più ne ha più ne metta.

IL RAPPORTO TRA STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA IN MARX

I sostenitori del determinismo economico hanno quindi avuto a lungo l’egemonia nel campo socialista, appoggiandosi proprio sui testi di Marx. In particolare hanno ampiamente sfruttato la Prefazione all’opera Per la critica dell’economia politica (1859), in cui Marx ha scritto che

«nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».

Queste righe sono in contraddizione con la teoria dello sdoppiamento? Io non credo.

I marxisti hanno avuto, nel corso della Storia, una brutta abitudine: quella di giustificare le proprie teorie facendo riferimento ai testi sacri dei maestri del socialismo. Non intendo certo ridimensionare l’opera di Marx e di altri grandi autori, la cui rilettura ci insegna ancora moltissimo. Occorre però studiare sempre storicizzando, mantenendo un occhio alle evoluzioni successive, problematizzando e sapendo cogliere le sfumature di significato e di lessico. Soprattutto occorre trarre lezione dai fatti storici, perché la realtà è più forte delle parole, e la teoria va sempre verificata nella prassi. Da segnalare che fino a quel momento Marx aveva fatto prevalentemente studi di filosofia e di economia. Sarà solo nei decenni successivi che si dedicherà alla storia delle società primitive e agli studi antropologici, ammettendo ad esempio la possibilità dell’affermazione del socialismo anche in paesi arretrati come la Russia.

Negli anni ’50 del XIX secolo Marx ed Engels sono tra i pochi pensatori ad affermare il ruolo decisivo della struttura economica nel condizionamento degli individui, mentre prevalgono nel resto del pensiero occidentale le correnti che loro stessi definiscono “idealiste”.

Gli idealisti non tengono in debito conto le condizioni in cui si trova ad agire un individuo e giudicano le azioni e i ragionamenti in maniera astratta rispetto al contesto in cui nascono. Marx ed Engels hanno condannato aspramente gli idealisti, le cui teorie erano, e sono tuttora, fatte proprie dai padroni per giustificare l’idea che noi siamo completamente liberi del nostro destino, e che quindi se siamo dei poveracci, ciò dipende da noi, non da come sia strutturata la società.

SIAMO LIBERI?

Introduciamo qui un tema nuovo, quello della libertà, che si scontra nettamente con il tema del determinismo e del fatalismo. La questione è antica e prettamente filosofica. Machiavelli ad esempio sosteneva che la nostra vita dipenda per il 50% dalla fortuna (il caso), per il restante 50% dalla virtù. Il protestantesimo nasce invece in opposizione al cattolicesimo nella convinzione che le buone opere non bastino ad ottenere la salvezza dell’anima, per la quale sia invece indispensabile la grazia divina, che viene concessa da Dio in maniera imperscrutabile.

Il marxismo afferma che noi non siamo completamente liberi, perché siamo oppressi da un sistema che ci condiziona fin dalla nostra infanzia nel modo di pensare e di vivere. Allo stesso tempo non siamo completamente determinati. Abbiamo dei margini di manovra, dovuti alla possibilità di singoli e gruppi organizzati di acquisire consapevolezza dei meccanismi del sistema. In una società capitalista il lavoratore può acquisire coscienza di classe, superando l’ideologia dominante, emancipandosi dalle idee delle classi dominanti e da quello che si può definire il senso comune, tendenzialmente conservatore del sistema dato. Emancipandosi mentalmente diventa possibile l’azione Politica rivoluzionaria, ossia la possibilità di trasformare la realtà superando i limiti posti dalla struttura economico-sociale vigente. È evidente che questo processo non è immediato, semplice o automatico: dipende in una certa misura dalle stesse contraddizioni che derivano dalla conformazione sociale dominante, ma da solo un lavoratore in conflitto può arrivare solo ad un certo grado di consapevolezza politica.

Per fare un esempio radicale: in un totalitarismo un individuo è indottrinato e controllato in ogni fase della propria vita ed è certamente più portato ad introiettare mentalmente l’idea che il modo in cui funziona la società sia l’unico possibile. Un individuo che viene educato all’obbedienza molto difficilmente è in grado di comprendere il significato della libertà, o la ricondurrà automaticamente al rispetto delle norme vigenti.

Il discorso rischia di allungarsi molto per cui vado al dunque: il punto è che una teoria rivoluzionaria dell’esistente, senza la quale non c’è Politica, non sorge dal nulla, ma dalle contraddizioni stesse create dalla struttura economica e da una serie di altri fenomeni più o meno casuali che è difficile elencare in maniera completa.

In un sistema capitalista, come in qualsiasi altro regime sociale, c’è sempre un margine di libertà per l’individuo, anche se questo aumenta in corrispondenza dei rapporti di forza di cui dispone. Da solo evidentemente l’individuo può fare ben poco, a meno che non sia ricco e membro della classe dominante. Riunito in gruppo può invece cominciare a fare Politica, costruendo rapporti di forza tali da determinare, ad un certo livello, un cambiamento del regime vigente, o per via riformista o rivoluzionaria. Soltanto una “linea rossa”, tesa ad affermare un nuovo ordine collettivista ed egualitario, garantisce a tutti una maggiore libertà.

L’ANALISI DIALETTICA E L’INDECIFRABILITÀ DELLA STORIA

Citavo prima il peso che ha avuto Kautsky nel deformare e diffondere un’errata concezione di tali questioni. Fino al 1895 Engels ha cercato di correggere questi difetti di interpretazione: nelle ultime lettere scritte negli anni ’90, poco prima di morire, ha ribadito l’importanza di non considerare la struttura economica come l’unico fattore determinante la Storia. Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è molto più complesso e articolato, dice l’ultimo Engels, in conflitto con le tendenze positiviste dell’epoca. Engels trova anche una spiegazione a queste “deviazioni”: la mancata acquisizione della dialettica. La dialettica incarna in sé l’idea del movimento, dell’azione e della reazione, dello sviluppo e della regressione. Una mente dialettica è l’opposto di una mente statica. Dialettica significa non concepire nulla come automatico e definitivo.

La Storia non va quindi inevitabilmente verso una direzione prestabilita. Una concezione dialettica comporta anzi il rifiuto di qualsiasi filosofia della storia statica e fissa, di qualsiasi tipo di teleologia. Non esiste una provvidenza divina, non è detto che la realtà coincida con la razionalità né tantomeno che la Storia proceda verso un ineluttabile progresso.

Un marxista sa invece che tutto può cambiare e che niente è determinato completamente, ma al limite, come ricorda Marx, è condizionato in modo tale da offrire sempre un bivio: Rosa Luxemburg diceva “o socialismo o barbarie”; Sidoli dice una “linea rossa” o una “linea nera”. La sostanza del discorso è la stessa.

Per un marxista non c’è quindi Politica senza un’adeguata cognizione della dialettica e della capacità di interpretare la realtà utilizzando certe categorie analitiche che poggino sulla consapevolezza del costante movimento della Storia.

Si pongono a questo punto alcuni problemi pratici, politici, per il nostro presente.

ATTUALITÀ E LIMITI DEL MARXISMO-LENINISMO

Se la realtà è in movimento anche la capacità di interpretarla in maniera adeguata deve essere costantemente aggiornata, e può raggiungere una conoscenza solo parziale e approssimativa della contemporaneità; la prassi in movimento pone insomma dei limiti intrinseci alla capacità della teoria di dare risposte definitive; ciò non vuol dire accettare l’agnosticismo cronico in cui scadono correnti come il kantismo o i seguaci di Popper; occorre però partire dalla consapevolezza che anche il marxismo-leninismo, che è il sistema teorico più avanzato mai elaborato finora dall’umanità, vada maneggiato con molta cautela, perché le sue formule sono state codificate ormai quasi un secolo fa.

L’essenza del marxismo-leninismo, che mantiene la sua piena validità, è il metodo, ossia l’applicazione del materialismo dialettico ad una determinata epoca storica, che in una certa misura è ancora la stessa di quella odierna, ossia l’età dell’imperialismo, anche se con alcune differenze. Il marxismo-leninismo non offre solo un metodo, ma anche dei princìpi teorici e politici su cui occorre ragionare in termini pragmatici. Occorre un riesame complessivo sulla base dei dati empirici e storici dell’ultimo secolo, altrimenti la riproposizione rigida del marxismo-leninismo classico rischia di diventare un limite ed un intralcio alla nostra capacità di dare risposte politiche per il nostro presente. Un processo di “revisione” della teoria è evidentemente pericoloso ed è scaduto molto spesso in passato nel tradimento dell’ottica socialista. Più che di revisione quindi proporrei la necessità di un aggiornamento storico, attraverso un esame critico delle esperienze acquisite dal movimento comunista internazionale. Occorre ricordare che il “leninismo” stesso nasce dalla rottura con quello che al tempo era giudicato il marxismo ortodosso, trovando nuove soluzioni a questioni rimaste inevase o non adeguatamente affrontate.

INSEGNAMENTI DEL ‘900

Nel corso dell’ultimo secolo si sono verificati diversi cicli rivoluzionari in varie aree del mondo. Oltre al 1917 c’è stato il periodo 1945-49, il 1959, il processo della decolonizzazione (fino agli anni ’70), e così via. Nessuna di queste rivoluzioni si è verificata, come pensava Marx, in un Paese sviluppato economicamente. Si può dire che esse siano dovute in primo luogo all’affermazione della Politica sull’Economia, o, per dirla alla Stalin, di un marxismo creativo rispetto al marxismo ortodosso? Io credo che si possa dire, il che deve farci riflettere sulla necessità di adattamento alla realtà concreta e sociale contingente, ossia all’identificazione di un percorso rivoluzionario che raramente si ripete uguale nel corso del tempo.

L’esperienza fallimentare della via italiana al socialismo mostra però quanto questo “adattamento” sia difficile da realizzare, rischiando di andare ad intaccare princìpi tuttora validi e dimostratisi imprescindibili per qualsiasi esperimento vincente di emancipazione sociale.

Riguardo all’URSS ci è stato detto per decenni che la sua caduta abbia sancito inevitabilmente il fallimento inevitabile del modello economico socialista, incancrenito da difetti strutturali irrisolvibili. La teoria dell’effetto di sdoppiamento smentisce questo assunto, mostrando invece come il tracollo non fosse obbligatorio, ma sia stato causato da una serie di errati provvedimenti politici stratificatisi nel tempo, fino alla perversione raggiunta dalle riforme della perestrojka, attuate da molti personaggi loschi che possiamo con ragione e coscientemente oggi chiamare traditori.

LA LINEA ROSSA CINESE

Una delle questioni oggi più spinose che divide oggi i comunisti è il giudizio sulla Repubblica Popolare Cinese, che costituisce il più evidente esempio di sviluppo di un marxismo creativo rispetto a quello ortodosso. La questione si collega allo strapotere che oggi hanno nel mondo le 400 multinazionali più potenti. All’interno di questo numero sempre maggiore è la quota di quelle cinesi. La domanda che occorre farsi è la seguente: vogliamo la “linea nera” delle multinazionali controllate in una certa misura da Washington, con amministratori delegati che si alternano alle cariche governative e di Wall Street, oppure vogliamo una globalizzazione “rossa” in cui le multinazionali facciano riferimento, per lo meno mediato, al popolo, attraverso la mediazione dello Stato o del Partito? Chi dice “non vogliamo la globalizzazione rischia di cadere nella categoria marxiana del “socialismo feudale”. Ormai la globalizzazione è un dato di fatto e non è possibile eliminarla; si può però gestirla in maniera differente rispetto a come è stato fatto finora. Il PCC ha saputo costruire un percorso politico differente dall’iter sovietico, perché non ha potuto e voluto ripetere per determinate condizioni storiche diverse. La via cinese al socialismo non è chiaramente l’unico percorso possibile (ad esempio non è adatto al nostro Paese), ma si è rivelata particolarmente adatta per garantire un poderoso sviluppo sociale non solo del popolo cinese (700 milioni di persone tolte dalla povertà), ma sta favorendo la possibilità di costruire una “linea rossa” anche per i popoli di altri continenti.

Le politiche intraprese a livello internazionale da Pechino, che stanno portando il Partito Comunista Cinese a prendere la leadership della globalizzazione, stanno mettendo in crisi l’imperialismo occidentale (in particolar modo quello statunitense), creando contraddizioni potenzialmente esplosive che non sono state previste dal marxismo-leninismo ortodosso nell’analisi dell’imperialismo. Lenin non poteva certo prevedere simili sviluppi, anche perché al tempo della sua analisi sul tema (1916) era ancora convinto che la rivoluzione in un paese arretrato (quale la Russia dell’epoca) avrebbe dato avvio ad una catena rivoluzionaria nel resto dei paesi sviluppati. È evidente quindi che le categorie analitiche del leninismo non sono applicabili integralmente al caso cinese odierno, ma che necessitano di uno sforzo di adattamento e rielaborazione. Il progetto infrastrutturale della Nuova via della Seta costituisce in tal senso una possibilità per i comunisti occidentali di rafforzare la proposta di una “linea rossa” capace di emancipare i propri Paesi dal blocco imperialista nord-atlantico, dando concretezza alla progettualità di un nuovo ordine sociale che veda protagonista e alla direzione la classe lavoratrice. Una Politica comunista oggi non può quindi più permettersi di fare errori teorici catastrofici, anti-dialettici e schematici, come quelli che equiparano la Cina ad un blocco imperialista.

PROBLEMI DERIVANTI DAL TOTALITARISMO LIBERALE

Ci sono altre questioni problematiche in Italia, e più in generale in Occidente.

Io ritengo che il regime borghese abbia assunto tinte totalitarie che cercano di eliminare il campo della Politica vera, quella cioè capace davvero di cambiare la struttura economico-sociale vigente. Il totalitarismo liberale in cui viviamo e ci troviamo ad agire è particolarmente ostico non solo perché pone il mantra di ricette politiche obbligate (perché imposte da Bruxelles o dai mercati finanziari) ma anche perché spinge il condizionamento strutturale a condizioni tali da determinare un’alienazione di massa spaventosa (molto maggiore rispetto ad un secolo fa), favorita dalla conformazione di un social-imperialismo capace di garantire la sopravvivenza agli strati più degradati del sottoproletariato (vd in tal senso il ruolo del reddito di cittadinanza). La stragrande maggioranza della popolazione è convinta che sia impossibile una società diversa da quella in cui viviamo e non è in grado di immaginare un’alternativa concreta. Le società socialiste sono state scientemente screditate e perfino molti sedicenti “marxisti” hanno accolto l’idea che siano state dei fallimenti. È evidente che in questo clima diventa difficile proporre un’alternativa socialista della società, eppure è quanto dobbiamo e possiamo fare, attrezzandoci in maniera adeguata, a partire dall’internità nelle lotte sociali, ma anche da una seria lotta al revisionismo storico tesa a decolonizzare l’immaginario collettivo dalle falsità propagandate dall’ideologia dominante. Senza questa lotta culturale continueranno a prevalere le tendenze libertarie, movimentiste e anarcoidi che non si sono dimostrate in grado di costruire un’alternativa politica credibile.

CONSEGUENZE PRATICHE DELL’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

La questione dell’effetto di sdoppiamento, ossia la rivalutazione della Politica sull’Economia, mi sembra che abbia due conseguenze pratiche fondamentali:

1) sono futili tutti i discorsi degli idealisti e dei borghesi che continuano a predicare il TINA (There is no alternative), specie se declinato in salsa europeista, ritenendo impossibile pensare ad un’uscita dall’Unione Europea. Chi rifiuta a priori tale possibilità è un reazionario o un compagno che non ha compreso l’essenza del materialismo dialettico. Chi pretende di poter predeterminare con precisione le tappe di un’ipotetica uscita da sinistra dall’Unione Europea rischia ugualmente di scadere nell’astrattismo o nel passivismo politico: sono infatti impossibili da prevedere le reazioni della borghesia, e quindi gli scenari politici, non solo economici, che si andrebbero a determinare nel resto del mondo ad un’uscita dell’Italia dall’UE. Quello che noi possiamo fare è un’analisi il più possibile dialettica della realtà odierna e delle forze in campo, tracciando dei possibili macro-scenari condizionati dall’evoluzione delle strutture economiche, sapendo però che in fin dei conti la Politica è imprevedibile, proprio perché le sue istanze derivano dalla capacità di incidere sulla realtà delle classi subalterne, ma anche di quelle dominanti, che non restano certo passive, ma studiano le nostre mosse e imparano spesso meglio di noi.

Noi possiamo e dobbiamo cercare di sfruttare e ampliare le contraddizioni presenti nel campo avversario ma dobbiamo essere consapevoli che al momento è molto più forte l’azione del nemico sulle nostre fila piuttosto che il contrario. Come possiamo allora tornare ad essere influenti nella società, tornando a fare Politica?

2) Oggi, ancora più di un secolo fa, si pone la necessità di costruire un soggetto politico capace di fungere da avanguardia non solo politica, ma anzitutto culturale e sociale.

Abbiamo bisogno di casematte in cui offrire anzitutto la visione corretta della realtà, squarciando il velo della menzogna che ci circonda nell’ambito della vita quotidiana.

Dobbiamo ragionare sul fatto che il Capitale cerca di riproporre in continuazione il mantra del determinismo economico, sfiduciando i più deboli di spirito dall’azione politica rivoluzionaria, dipingendola come astratta, corrotta o distante dalle esigenze popolari.

La capacità di rafforzare l’organizzazione politica, attirando nuovi militanti, nasce certamente dalla reazione alla durezza delle condizioni materiali vigenti, ma la costruzione di forme sempre più raffinate di egemonia culturale e controllo sociale (si veda il potere di Google, Facebook, ecc.) pone soprattutto la necessità di una formazione attiva e continua di tutti i militanti dell’organizzazione politica. Dato che le bugie che vengono raccontate dal regime sono sempre più grandi, è sempre più difficile mostrare la verità alle persone a cui ci rivolgiamo. Dobbiamo saper mostrare tutti i meccanismi usati dal nemico e diffondere la concezione che per raggiungere qualsivoglia obiettivo occorrono organizzazione e rapporti di forza. La costruzione di una comunità nuova che sappia uscire dal paradigma dominante non significa sognare ad occhi aperti, ma ricercare quell’equilibrio tra concretezza e orizzonte utopico di una realtà oggi non inesistente ma ancora parziale, non impossibile da realizzarsi.

L’identificazione corretta della “linea rossa” nel contesto attuale del totalitarismo liberale, non è compito agevole, ma può costituire il mix decisivo capace di stimolare l’azione di milioni di uomini e donne, ridando slancio alla questione comunista in Occidente.

Alessandro Pascale

Le tre diverse fasi di sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

Le tre diverse fasi d sviluppo dell’umanità, dal paleolitico al comunismo sviluppato.

 

Ringrazio innanzitutto il compagno Paolo Selmi per le sue interessanti osservazioni relative all’effetto di sdoppiamento, che mi hanno dato alcuni spunti su cui riflettere e studiare in futuro.

Per quanto riguarda invece la notevole analisi elaborata dal compagno Mario Galati, sottolineo ancora una volta che l’effetto di sdoppiamento costituisce il concreto frutto e il materialissimo sottoprodotto di quello sviluppo delle forze produttive (agricoltura, allevamento e protourbanesimo: Gerico 8500 a.C.) che ha generato e cristallizzato da un lato l’era storica del surplus costante e accumulabile sconosciuto nel paleolitico, ma dall’altro lato con un plusprodotto non ancora giunto e arrivato a quel livello di crescita (automazione, Intelligenza Artificiale, robotica, genetica, ecc.) che renderà tra qualche decennio possibile il comunismo sviluppato dell’abbondanza, della gratuità, del tempo libero e della regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, guerre nucleari mondiali permettendo.

Sintetizzo al massimo grado possibile.

Fase 1 del genere umano = basso sviluppo delle forze produttive, nessun surplus e quindi inevitabile comunismo primitivo.

Fase 3 dell’umanità = formidabile livello di sviluppo delle forze produttive, gigantesco surplus disponibile e quasi totale automazione, con derivato comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e finalmente inizio “della vera storia” (Marx) della nostra specie.

Fase 2 (9000 a.C.-2019 e oltre): livello di sviluppo delle forze produttive capace di produrre surplus costante, ma non quella massa di plusprodotto indispensabile per il processo di riproduzione del comunismo sviluppato, e quindi … effetto di sdoppiamento plurimillenario.

Lo sviluppo delle forze produttive risulta quindi determinante, ma solo in ultima analisi e con modalità diversa a seconda delle tre megafasi storiche in oggetto e sopracitate.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

Paolo Selmi

Caro Roberto,

la tua spiegazione dell’effetto di sdoppiamento è molto affascinante, tanto quanto il tuo commento sulle civiltà arcaiche. Del resto, il “chi vincerà?” (кто победит?) proprio di Lenin, assume nuova luce in questo senso. Tuttavia mi piacerebbe, per un attimo, guardare un attimo al passato di ciascuna cultura che ha provato, in modi e tempi diversi, a “tradurre” il marxismo. Nella mia tesi di dottorato, incentrata sul substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao, questo esercizio si è rivelato estremamente fecondo non solo per la realtà estremorientale, ma anche per casa nostra. Il linguaggio è indicativo di ciò che siamo e, attraverso l’etimologia e lo studio delle fonti, di ciò che eravamo.

 

Prendiamo la parola “compagno”, che a noi dovrebbe dire qualcosa, e qualcosa di estremamente importante. Andiamo a vedere ogni cultura come l’ha declinata.

 

Partiamo da noi: “compagno”, com’è noto, latino “cum panis”, spezzare insieme, condividere il pane… qualche retroterra dovrebbe farcelo venire in mente. Tra l’altro, secondo il dizionario storico della Svizzera (DSS https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/016415/2005-08-25/) “va ricondotto al franc. compagnon.”

 

Calco linguistico da un francese, che però a un certo punto si distacca per “camarade”, da cui l’anglofono “comrade”: che divide la stessa camerata. Esercito moderno, caserme in muratura, camerate (e non tende come, per esempio, negli accampamenti antichi).

 

I tedeschi, “Genosse”, protogermanico ganautaz, “condividere insieme” (senza specificare il cristologico pane), si richiamano, come ci informa sempre la voce sul dizionario svizzero, al loro medioevo: ” Nel ME e nell’età moderna, Genosse designava genericamente persone della medesima condizione giur. che esercitavano diritti d’uso in comune (Comunità). L’espressione aveva quindi una connotazione sia egualitaria, sia democratica.” (ibidem)

 

Torniamo, tuttavia, ai “camerati”. Ai samurai giapponesi mandati ex abrupto in Europa, quasi due secoli fa, a “recuperare il tempo perduto”, non sarà sicuramente passata in secondo piano la tensione morale, lo spirito di abnegazione e sacrificio, la forza di volontà dei primi militanti del movimento operaio: ecco nascere dōshi (同志(どうし)), “colui che ha la stessa volontà”, in un gruppo denotato da una fermissima unità di intenti, sulla scia delle società, più o meno segrete, più o meno di ispirazione laica o religiosa, di cui la millenaria storia giapponese è particolarmente ricca, con intenti rivoluzionari, riformatori, millenaristici. I segni cinesi con cui fu scritto furono poi accettati paro paro dai cinesi stessi, quando qualche decennio più tardi si trovarono a imparare il marxismo tradotto dai giapponesi: tóngzhì altro non è che la pronuncia in mandarino degli stessi segni. Stesso tragitto per il Đồng chí vietnamita, mentre il 동료 (dongnyo) coreano è la traslitterazione nel loro alfabeto dei segni 同僚, dove il primo è sempre tóng di “stesso”, ma il secondo è liáo cinese di “lavorare insieme nello stesso ufficio” (旧指同在一起做官的 “anticamente indica stare insieme nello stesso ufficio” https://www.zdic.net/hans/%E5%83%9A … la burocrazia più antica del mondo!), insomma “collega”!

 

Arriviamo quindi al russo Товарищ (Tovarišč), domanda da studente di primissimo pelo… ma se merce in russo si dice “tovar”, c’è qualche attinenza? Ebbene si… Torniamo alle antiche carovane che percorrevano in lungo e in largo le steppe. I primi tovarišči erano proprio i carovanieri che, come gli autisti russi di oggi che girano in lungo e in largo il suolo italico per caricare mobili e materiale illuminazione, sviluppano fra loro un rapporto particolare di solidarietà, passandone insieme di cotte e di crude. Un po’ il senso della “Canzone del fronte meridionale”, più nota come Davaj zakurim («Давай закурим» dai fumiamocene una https://tekst-pesni.info/davai-zakurim-tovarishh/) o altre ancora, fra cui la stessa Товарищ (Tovarišč) nella versione di Lev Leščenko o Aida Vediščeva.

 

Le stesse vie carovaniere ci portano anche in Turchia, dove Yoldaş viene proprio da “yol” strada, quindi “compagno di strada”, da intendersi in quel passato. Stesso termine per il turcofono Azərbaycan.

 

Il resto delle lingue esaminate in questa breve carrellata, ci portando direttamente allа “amicizia”

serbo e croato drug (друг), bulgaro drugar другар

ma anche ebraico haver חָבֵר

e arabo rafi رفيق

oltre che hindi sāthī साथी (sinonimo di dost दोस्त che è la parola più usata per amico)

I compagni sono “amici”… rapporto amicale, comunitarismo, solidarietà, ecc. Mi convince, ma fino a un certo punto. Come ho provato a dimostrare brevissimamente, con qualche cenno, dietro ogni parola c’è un vissuto. Chi era veramente il “drug” fra gli Slavi del sud e fra gli antichi popoli slavi? E haver nelle comunità Yiddish, per esempio? o rafi nel mondo islamico? E perché sāthī e non dost? Magari, seguendo qualcuna di queste piste… arriveremmo fino a Gerico! Perché no?

 

Grazie per le suggestioni che mi ha offerto il tuo lavoro e che ho voluto condividere.

 

 

Mario Galati

Osservo che la teoria rivoluzionaria leninista prevedeva la possibilità di rivoluzione e di costruzione del socialismo nell’anello debole della catena imperialistica. Pertanto, presupponeva lo sviluppo capitalistico, seppure a livello mondiale (credo che vi sia qualcosa dell’hegeliana storia universale in ciò. Ma c’era anche qualcos’altro: lo studio molto concreto e “strutturale” sullo sviluppo del capitalismo in Russia). Non si trattava di una teoria puramente volontaristica delle possibilità e delle alternative sganciate da una base materiale, strutturale, e, soprattutto, di classe. Non era una teoria indeterministica, ma, in perfetta linea con Marx, determinista dialettica. Ovvero, possibilità del mutamento attraverso l’azione (l’interazione) entro un quadro oggettivo determinato che contiene in sé i germi della sua dissoluzione. Non una dissoluzione meccanica, ma un superamento come risultato della lotta delle forze che vi agiscono, in un rapporto soggetto (le forze sociali in campo, le classi)-oggetto (la totalità sociale, il modo di produzione storicamente determinato nel suo complesso). In fondo, ogni rivoluzione non è altro che un’attività maieutica, che trae alla luce le possibilità insite nella situazione storica oggettiva (anche la morale rivoluzionaria, la vera morale storicamente legittima, secondo Gramsci sulla scia di Hegel e Marx, non è altro che questo).

Ora, nella riflessione di Marx il socialismo moderno non è la ripetizione di qualsiasi collettivismo o comunitarismo, ma presuppone un alto sviluppo delle forze produttive (V. il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels. E questo non perché non conoscessero l’esperienza storica di Gerico, ma perché al socialismo scientifico è sottesa una concezione storica e una visione del mondo e dell’uomo specifica). Non necessariamente questo sviluppo deve sussistere direttamente nel paese in cui si fa la rivoluzione, perchè, come fa giustamente notare Lenin, in un paese sottosviluppato, con la rivoluzione si prende il potere statale e si determina questa crescita delle forze produttive. Ma questa crescita deve essere possibile, allo stato e allo stadio in cui si trova la storia universale, alla quale attingere e i cui germi sono presenti anche nelle realtà arretrate (ecco perché l’anello debole può fare la rivoluzione e crearsi le condizioni materiali necessarie alla costruzione del socialismo: perché queste condizioni esistono nella realtà mondiale e, in germe, nella propria realtà specifica).

Nella lettera di Marx a Vera Zasulic vi è la conferma di ciò, non la smentita:

“È precisamente grazie alla sua contemporaneità con la produzione capitalistica, che essa potrebbe appropriarsene tutte le acquisizioni positive senza passare da quelle terribili peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno; e nemmeno è preda della conquista straniera alla stessa maniera delle Indie Orientali”. E’ questo il senso del possibilismo di Marx circa la costruzione del socialismo in Russia senza passare necessariamente per lo sviluppo russo del capitalismo.

Alla base ci troviamo il concetto hegeliano della storia universale e dell’esperienza storica universale, della sua acquisizione per via culturale senza necessariamente passare dalla loro esperienza materiale. C’è il concetto della totalità e dei necessari rapporti tra i vari elementi che si instaurano al suo interno. Lo sviluppo capitalistico è comunque necessario per il passaggio al socialismo, solo che non deve necessariamente coincidere con la realtà nazionale in cui si fa la rivoluzione. Come si vede, il determinismo nel passaggio tra modi di produzione non scompare, ma perde quell’immediatezza meccanica che è propria di tanti loro interpreti, non di Marx e di Engels.

Dice bene Sidoli quando rimarca che per Marx l’attività violenta è attività economica (solo l’ideologia borghese ritiene propriamente economico soltanto il “libero” scambio mercantile). Certo, anche l’attività predatoria tribale è un’attività economica (“Guerra, commercio e pirateria sono un’inseparabile trinità”, diceva Goethe nel suo Faust, con riferimento alla realtà moderna borghese).

Però, io andrei oltre questa semplice constatazione, tentando di sottrarre la rivoluzione proletaria dalla sfera puramente volontaristica (dalla quale il concetto di politica-struttura suggerito da Sidoli non mi sembra tenti di uscire) e di mantenerla nell’ambito dello schema marxiano che prevede la necessità di una modificazione strutturale come base della modificazione della sovrastruttura e dell’intero modo di produzione nel suo complesso.

Quando il proletariato fa la rivoluzione e usa la violenza statale come strumento della sua riorganizzazione sociale, si tratta semplicemente di riconoscere che siamo in presenza di una attività di politica-struttura (ossia, si tratta soltanto di riconoscere il ruolo attivo della politica, della sovrastruttura organizzativa istituzionale, di non ridurla a semplice riflesso e registrazione di rapporti esistenti in una sfera “economica” indipendente? Oppure, detto in altri termini, si tratta solo di riconoscere che l’organizzazione politica determina l’organizzazione sociale produttiva e sia, per questo, in se stessa “strutturale”?) o si tratta di riconoscere, invece, che siamo in presenza di una modificazione strutturale delle forze produttive, della quale la rivoluzione è l’espressione, non il puro atto volontaristico che sceglie tra due possibilità?

La risposta prende forma già nelle Tesi su Feuerbach. La conoscenza è forza materiale in quanto la stessa teoria è prassi. L’attività intellettuale, teorica, è attività materiale sul piano pratico-sociale.

L’attività mentale, il lavoro intellettuale, la teoria, la conoscenza, l’ideologia, plasmano e modificano il modo di essere del soggetto e lo predispongono all’ulteriore attività. Il modo di essere sociale è una forza materiale, lavorativa, pratica, concreta. Perciò, l’ideologia marxista, per es., che si diffonde nel proletariato, modifica e forgia una forza produttiva (il proletariato) in modo nuovo. Provoca quella modificazione del livello delle forze produttive che è condizione della rivoluzione, poiché il proletariato è una forza produttiva. Tutto ciò non è compreso da coloro che rinvengono una contraddizione tra la teoria della rivoluzione e il materialismo storico in Marx. Essi affermano che in Marx il passaggio dal capitalismo al socialismo per via rivoluzionaria sarebbe un atto volontaristico, non una conseguenza della modificazione del livello delle forze produttive, come sostenuto nella concezione del materialismo storico. Una interpretazione economicista di Marx, che non tiene conto del fatto che la teoria è prassi e che la modificazione ideologica, del modo di essere, del proletariato è modificazione di una forza produttiva che modifica il livello delle forze produttive.

Orbene, questa maturazione rivoluzionaria, però, per Marx non avviene arbitrariamente, in virtù dello sviluppo di un pensiero astratto. Essa avviene come presa di coscienza indotta dalla posizione occupata dal proletariato nel sistema produttivo. E’ la concentrazione di fabbrica, nello specifico, che determina questa presa di coscienza (“Non è la coscienza che determina l’essere, ma l’essere sociale che determina la coscienza”); è la crescente socializzazione e concentrazione del processo produttivo che consente di acquisire una coscienza generale e organizzativa complessiva anche ai ceti subalterni. In Lenin tutto ciò non è assente: i contadini sono un pilastro della rivoluzione, ma la guida è operaia.

Mi sembra che tutto ciò non sia valutato adeguatamente nella teorizzazione dello sdoppiamento e nel giudizio sull’alternativa storicamente inveratasi nel collettivismo/comunitarismo della città di Gerico.

Non nego che nella storia ci siano state queste realtà opposte a quelle dominanti. Ma è un normale effetto della lotta delle forze contrapposte (è normale che vi sia stata una resistenza, ma la linea storicamente prevalente è stata un’altra. Gerico è caduta. Non si può sottovalutare questo dato tacciandolo semplicemente di giustificazionismo storico). Ciò che bisogna provare è: quali erano queste forze contrapposte in campo? Quali le forze sociali che hanno dato vita all’organizzazione collettivistica di Gerico? Quali, invece, quelle che hanno generato il corso classista che ha prevalso? Quali erano i ceti e le classi sociali, seppure in germe e in formazione, in lotta? Altrimenti la teoria dello sdoppiamento si riduce alla teorizzazione astratta delle astratte possibilità di scelta nelle biforcazioni della storia (o, addirittura, non solo in questi periodi cruciali). Cioè, si riduce a pura teoria astratta volontaristica e soggettivistica.

A meno che essi non si ritenga che, approssimativamente, il livello tecnologico raggiunto in una certa epoca rappresenti in toto il suo livello delle forze produttive e che, perciò, non vi erano differenze sociali e la scelta alla biforcazione della storia sia stata determinata dalla pura volontà soggettiva. Ciò si può fare solo se si prescinde dalle forze produttive “umane” in campo, dalla loro differente collocazione nella struttura sociale produttiva e dal loro conseguente modo di essere. Ci sono studi abbastanza precisi sulla differenziazione sociale di queste società antiche? Ci sono studi sulle peculiarità che potevano generare differenza di ceto o di classe dietro la facciata comune dello sviluppo generale dell’epoca? Si tratta di trovare non solo il tratto comune di un’epoca, ma le differenze al suo interno. E’ fondamentale un’analisi concreta della situazione concreta, la quale deve preservare da una generalizzazione astratta fuorviante.

E se storicamente ha prevalso un determinato modello che non ha retto l’urto con la “politica-struttura” violenta avversa (Gerico è caduta), non è il segno che non esistevano le condizioni sufficientemente mature per la sua affermazione e il suo mantenimento? Condizioni da ricercare non soltanto nella sua struttura interna ma anche, per così dire, nei rapporti internazionali, ovvero, nel’urto con altri popoli predatori.

Da notare che io non muovo la critica di Eros Barone che in questa teorizzazione non trovano spazio la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Il fatto è che forse, per quanto riguarda la rivoluzione, indirettamente ne trova anche troppo e in modo distorto, poiché, forse (confesso di non aver ancora letto i lavori sull’effetto di sdoppiamento), ne allarga fortemente gli ambiti e le possibilità, sulla base di una interpretazione volontaristica e indeterministica (non semplicemente antimeccanicistica. Il determinismo dialettico non è meccanicismo). Quanto alla dittatura del proletariato, invece, forse ha ragione Eros Barone, se si accetta la sua critica sulla indeterminatezza storica di uno schema interpretativo generalissimo, mentre la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato hanno una connotazione storica ben determinata, come ho cercato anch’io di evidenziare sopra.

In definitiva, se la teoria dello sdoppiamento si limita a criticare il determinismo e l’economismo meccanicista e la teoria della passività, se si limita a valorizzare l’attività e l’organizzazione politica, nulla aggiunge o arricchisce rispetto alla teoria e alla concezione di Marx. Se, invece, intende sganciare la teoria del socialismo dallo sviluppo delle forze produttive, opera una distorsione del marxismo. E mi sembra che colga nel segno Eros Barone quando nota un’assonanza con il comunitarismo previano o, aggiungerei, con i socialismi no global o di pura (anche se sacrosanta, spesso) resistenza localistica che, a volte, guardano indietro.

Queste mie osservazioni nulla tolgono alla stima e al rispetto per Sidoli, Burgio e Leoni e per l’utilità delle loro ricerche (una lode particolare per “Il volo di Pjatakov”).

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Una polemica con il compagno Eros Barone sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

 

Eros Barone ha parlato di “centone metafisico” a proposito dell’effetto di sdoppiamento, ma è viceversa proprio la sua valutazione e il suo atteggiamento a dimostrarsi metafisico e tipico di quel marxismo dogmatico denunciato giustamente con forza da Stalin, ancora nel luglio 1917: valutazioni metafisiche e dogmatiche soprattutto perché assolutamente incapaci di confrontarsi con i fatti concreti.

Assolutamente incapaci di relazionarsi almeno in parte, con la praxis collettiva plurimillenaria del genere umano, a partire dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare all’inizio del terzo millennio.

Assolutamente incapaci di confrontarsi, almeno in parte, con le novità e con le sorprese offerte proprio dalla pratica storica e dalla moderna ricerca storica (in quest’ultimo caso, specialmente rispetto all’epoca neolitico-calcolitica): a partire dalla protocittà collettivistica di Gerico dell’8500 a.C.

Visto che al marxismo creativo risulta totalmente estranea la famigerata categoria del “tanto peggio per i fatti, se non si accordano con la teoria”, invito pertanto Eros Barone a scendere dalle nuvole del suo marxismo dogmatico e confrontarsi finalmente con la concreta dialettica materialistica dei “fatti testardi” (Lenin), delle novità e delle sorprese che ci ha offerto e mostrato la storia concreta dopo il marzo 1883 e dopo la morte del geniale Karl Marx.

Prima sorpresa. In un lungo periodo, dal 9000 a.C. e fino al 3900 a.C. (epoca neolitica e calcolitica), sono spesso coesistite nello stesso periodo, nella medesima area geopolitica e a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive, due diverse forme di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere: quella protoclassista, fondata sull’appropriazione da parte di una minoranza di uomini del surplus e dei mezzi di produzione, e quella collettivistica, basata invece sull’appropriazione collettiva ed egualitaria delle forze produttive e della ricchezza prodotta in molte culture e civiltà del periodo neolitico/calcolitico.

Due opposte tendenze e “linee” socioproduttive, la “linea rossa” collettivistica e la “linea nera” protoclassista, sono convissute negli stessi archi temporali e nelle medesime zone geopolitiche per circa cinque millenni all’interno dell’area eurasiatica, ma anche in Africa, America, Corea, Giappone, ecc.

Ne deriva che lo sviluppo dell’agricoltura, allevamento ed artigianato, tipico del periodo neolitico, e la conseguente produzione di un surplus costante ed accumulabile non hanno portato inevitabilmente al sorgere di società con al loro interno delle classi sfruttatrici e degli apparati statali, come pensava Engels nel 1878-1884 (in modo corretto, visto l’insieme di dati empirici allora a sua disposizione), mentre hanno determinato l’emergere sia di un campo di potenzialità/alternative, a disposizione della pratica complessiva del genere umano, che di una sorta di “effetto di sdoppiamento” nei rapporti sociali di produzione e di distribuzione, via via riprodottisi in quel lungo e plurimillenario periodo, per cui poterono esistere e coesistere fianco a fianco sia rapporti di produzione collettivistici che classisti durante il periodo in esame.

Seconda sorpresa. Nella fase neolitica e calcolitica, le civiltà più avanzate dal punto di vista tecnologico e dello sviluppo qualitativo delle forze produttive e sociali appartenevano alla “linea rossa”, dalla città di Gerico (8400 a.C.) fino agli Ubaid (5000-3900 a.C.): eppure spesso esse vennero soppiantate da invasori nomadi molto più arretrati dal punto di vista economico, ma più potenti invece sul piano militare e tecnologico-militare.

La pratica politica, la sfera politica ed i rapporti di forza politici (e politico-militari) tra società diverse svolsero frequentemente un ruolo decisivo nel determinare il successo/insuccesso nella riproduzione delle due “linee” socioproduttive, sempre in base all’effetto di sdoppiamento, formatosi in conseguenza del processo di produzione di un surplus costante ed accumulabile da parte del lavoro collettivo impiegato nelle attività agricole.

Terza sorpresa. Più volte Marx rilevò che sia nel modo di produzione asiatico che in quello feudale assunse costantemente un ruolo importante la proprietà collettiva del suolo, oltre che il lavoro sociale nella riproduzione delle condizioni della produzione (irrigazione, strade, ecc.) ed il lavoro collettivo nella stessa attività agricola, seppure in proporzioni diverse secondo le situazioni storiche concrete.

Quindi, anche dopo il 3900 a.C. e dopo la fine del periodo neolitico/calcolitico, la “linea rossa” dei rapporti di produzione collettivistici ha giocato una funzione rilevante (seppur subordinata) all’interno di molte formazioni economico-sociali classiste, dimostrando nei fatti la riproduzione e resistenza di quell’effetto di sdoppiamento sopra citato.

Non a caso. Anche dopo il 3900 a.C., la “linea rossa” trovò dei punti d’appoggio materiali e concreti su cui appoggiare per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale poiché:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali, all’interno delle società classiste, non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò fino al punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia tipica dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui s’intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).
  • il ”bene immateriale della conoscenza” (E. Grazzini, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori in seguito all’uso, è un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere d’irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia.
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.
  • anche dopo il 3900 a.C., si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.
  • anche dopo il 3900 a.C., almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.
  • la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.
  • alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Quarta sorpresa. In una lettera del 1881 a Vera Zasulich, Marx notò la coesistenza conflittuale tra “linea rossa” e “linea nera” nella formazione economico-sociale feudale russa e nella comune rurale russa, sottolineando tra l’altro come all’interno di quest’ultima vi fosse una sorta di “dualismo intrinseco” che ammetteva e consentiva la riproduzione di un variegato campo di potenzialità storiche e di due soluzioni (Marx, 1881): “o il suo elemento” (della comune rurale russa) “di proprietà privata prevale il suo elemento collettivo o questo si impone su quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili”.

In altri termini, Marx aveva notato già nell’inverno del 1881 una dualità all’interno di una determinata formazione economico-sociale, la Russia del tempo; l’emergere sincronico di due “linee” e tendenze socioproduttive alternative tra loro, ma che coesistevano in modo conflittuale, ed il non-determinismo nell’esito finale della loro coesistenza (poco) pacifica.

Si tratta della prima formulazione dell’effetto di sdoppiamento, effettuata tra l’altro senza poter conoscere i dati empirici emersi nell’ultimo secolo rispetto al periodo neolitico/calcolitico, a partire dalla sua grande estensione temporale.

Quinta sorpresa. Dopo il 1770-1810 si è affermato progressivamente il capitalismo (prima industriale, poi monopolistico-finanziario) su scala mondiale e fino ai nostri giorni: ma allo stesso tempo, oltre ai fenomeni della cooperazione produttiva e del capitalismo di stato, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso il mondo inaspettatamente si “sdoppiò” e si divise essenzialmente tra due sistemi socioproduttivi e politici alternativi, capitalismo (monopolistico di Stato) e socialismo (più o meno deformato).

Addirittura si possono trovare alcune nazioni che si sono “sdoppiate” concretamente in campo socioproduttivo e politico, nelle relazioni sociali di produzione e distribuzione:

  • Germania, dal 1945 al 1989.
  • Corea, dal 1945 fino ai nostri giorni
  • Vietnam, dal 1954 al 1975
  • Cina, dal 1949 fino ai nostri giorni (si pensi alla dinamica socioproduttiva assunta dalle aree cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan, dal 1949 fino ad oggi).

Ancora una volta si è assistito ad una riproduzione specifica di quell’effetto di sdoppiamento sorto dopo il 9000 a.C., con la produzione continua di un surplus produttivo accumulabile (grazie all’agricoltura/allevamento/artigianato in una prima fase, ed alla manifattura/grande industria in seguito) per la prima volta nel processo di sviluppo del genere umano; ancora una volta il controllo della sfera politica e degli apparati statali è stato ed è tuttora decisivo nel determinare l’esito del confronto/scontro tra le due “linee”, volta per volta (si pensi solo all’URSS/Russia nel periodo 1989-1992).

In estrema sintesi, dopo il 9000 a.C. e l’effetto di sdoppiamento, non sussiste alcuna forma di determinismo storico nel processo di sviluppo del genere umano, ma viceversa un campo di potenzialità socioproduttive alternative tra loro.

 

Roberto Sidoli.

 

 

 

 

 

 

 Eros Barone

A me non sembra affatto che la cosiddetta “teoria dello sdoppiamento” sia compatibile con il marxismo, e il fatto che sia condivisa da Giorgio Galli non credo, pur con tutto il rispetto per questo politologo quasi centenario, che ne confermi il valore storico e filosofico. Per quanto concerne, ad esempio, il secondo aspetto, l’autore si è segnalato per il suo sforzo di revisionare il marxismo elaborando un centone metafisico di carattere evoluzionistico del tutto estraneo alla dialettica materialistica e in sintonia con gli esiti antimarxisti delle teorizzazioni elaborate dai vari Preve e La Grassa. E in effetti si tratta di un’impostazione definibile come un curioso esempio, da un lato, di neo-lorianesimo e, dall’altro, di neo-bucharinismo. Nonostante il riferimento retorico al primato leniniano della prassi politica e perfino a Stalin, il cui richiamo al “marxismo creativo” viene spacciato come istanza revisionista, il carattere ancipite di questa teorizzazione è, peraltro, il prezzo pagato alla mancata comprensione del carattere dirimente, sul piano teorico, ideologico, storico e politico, della categoria di revisionismo e, nella fattispecie, di “moderno revisionismo”. Insomma, questo biribissi accade quando ci si ingegna a mettere le brache alla storia del mondo, procedendo nella disàmina dei diversi periodi storici a forza di schemi generalissimi e di astrazioni indeterminate (le famose “leggi storiche universali”). In tal modo, l’enfasi sul primato leniniano della politica rischia di sfociare in un politicismo ‘bon marché’, la critica dell’economia politica rischia di ridursi a politica economica e la pianificazione a programmazione, mentre il socialismo scientifico viene fatto regredire al socialismo utopistico. In queste caramellose teorizzazioni manca però un “trascurabile dettaglio”: la necessità della rivoluzione socialista e della dittatura proletaria per abbattere il capitalismo e spezzare lo Stato borghese. Non è certo una novità: oggi come nel passato, i revisionisti e gli opportunisti si caratterizzano per il loro disinteresse alla questione della rivoluzione, per la sua negazione.